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Full text of "Memorie"

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AT  TI 


DELLA 


■ql  E.  ACCADEMIA  DEI  LINCEI 


ANNO     GCLXXXIII 


1886 


SIEIR/IE      GUJJ^ZUFJi. 


GLASSE  DI  SCIENZE  MORALI,  STORICHE  E  FILOLOGICHE 

VOLUME  II. 

Parte  la  —  Memorie 

Parte  2a  —  Notizie  degli  Scavi 


%      4  -'   - 


ROMA 

TIPOGRAFIA   DELLA   R.    ACCADEMIA   DEI    LINCEI 

IT.OPR(EtX   DfiL   CAV.   V.   RAI.Virr.  I 


V 


1886 


ATTI 


DELLA 


E.  ACCADEMIA  DEI  LINCEI 

ANNO     CCLXXXIII 

1886 


SERIE    GITJJLJEÒT-&. 


CLASSE  DI  SCIENZE  MORALI,  STORICHE  E  FILOLOGICHE 

VOLUME    IL 

Parte  V  —  Memorie 

Parte  2*  —  Notizie  degli  Scavi 


ROMA 

TIPOGRAFIA    DELLA    R.    ACCADEMIA    DEI    LINCEI 


PROPRIETÀ    DEL   CiV.    V.    SAI.VICCC1 


188<» 


22 
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/ 

il  1864 


^ 


94  73':? 


PARTE  PRIMA 


MEMORIE 


Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4",  Voi.  LI,  l'arte  1\ 


RELAZIONE 

letta  dal  Socio  Monaci,  relatore,  a  nome  anche  del  Socio  Guidi,  nella  seduta 
del  16  maggio  1886,  sulla  Memoria  del  dott.  C.  De  Lollis,  avente  per 
titolo:  II  canzoniere  provenzale  0  (Cod.  Vat.  3208). 

-  Presento,  in  nome  del  collega  Guidi  e  mio.  la  relazione  intorno  alla  domanda 

del  dott.  Cesare  De  Lollis. 

«  Il  signor  De  Lollis  ha  fatto  una  copia  diplomatica  del  Canzoniere  Provenzale 
che  trovasi  nella  Biblioteca  Vaticana  sotto  il  u.  3208,  ed  ha  chiesto  all'Accademia 
che  voglia  pubblicarla  nei  suoi  Atti. 

«  Una  pubblicazione  siffatta  sarebbe  certamente  utile  agli  studi  provenzali  ;  poiché 
in  quella  lirica  fino  a  tanto  che  non  saranno  messe  a  stampa  tutte  le  principali 
raccolte  mas.,  non  potremo  sperare  di  veder  procedere  innanzi  le  edizioni  critiche  dei 
singoli  trovatori,  ciascuna  delle  quali  per  un  numero  di  poesie  il  più  delle  volte 
ristrettissimo  dovrebbe  raccogliere  il  materiale  necessario  da  biblioteche  fra  di  loro 
assai  distanti,  da  codici  che  si  trovano  quali  a  Eoma,  a  Firenze,  a  Modena,  a  Milano, 
quali  a  Parigi,  a  Londra,  a  Oxford  e  altrove. 

«  Nessun  dubbio  pertanto  sull'opportunità  in  genere  di  tali  pubblicazioni,  racco- 
mandate del  resto  già  più  volte  dai  più  autorevoli  provenzalisti. 

«  Piuttosto  è  il  caso  di  vedere  se  fra  di  esse  meriti  di  essere  compresa  questa 

del  Cod.  Vat.  3208. 

«  Indipendentemente  dai  giudizi  che  furono  dati  sul  valore  di  questo  ms.  dal 
Grùzmacher  e  dal  Bartsch,  si  può  fin  d'ora  affermare  con  sicurezza  che  esso  non  è 
copia  d'alcuno  degli  altri  canzonieri  provenzali  che  si  conoscono;  conviene  dunque 
classificarlo  fra  i  testi  che  sono  fondamentali  per  la  critica  e  perciò,  malgrado  errori 
e  scorrezioni  parziali  che  vi  si  trovano,  esso  è  uno  dei  mss.  dei  quali  non  si  può 
non  desiderare  la  pubblicazione,  tanto  più  che  contiene  parecchie  poesie  di  speciale 
interesse  per  l'Italia. 

«  Essendo  poi  la  copia  presentata  dal  dott.  De  Lollis  fatta  con  molta  cura  e 
diligenza,  la  Commissione  è  di  parere  che  pubblicandola  negli  Atti  dell'Accademia 
si  recherebbe  un  beneficio  non  lieve  a  studi  che  s' intrecciano  intimamente  con  gli 
studi  della  nostra  storia  letteraria.  Soltanto  sarebbe  desiderabile  che,  nel  caso,  le 
prove  di  stampa  fossero  collazionate  sul  codice,  e  che  non  mancasse  di  questo  ima 
illustrazione  storica,  sia  in  forma  di  prefazione  ovvero  di  appendice  alla  edizione 
diplomatica  » . 


Il  Canzoniere  provenzale  0  (Cod.  Vat.  3208). 
Comunicazione  del  dott.  C.  DE  LOLLIS. 


PKEFAZIONE 

Federico  Diez,  discorrendo,  60  anni  fa.  dello  Choix  del  Raynouard  ('),  senten- 
ziava che  un'antologia,  per  quanto  perfetta,  non  possa  esser  sufficiente  alla  completa 
e  precisa  intelligenza  della  poesia  trovadorica,  per  ragioni  inerenti  alla  natura  stessa 
di  questa  ;  e  veniva  poi  esplicitamente  ad  esprimere  il  voto  che  tutte  le  reliquie  della 
lirica  occitanica  fossero  messe  alla  portata  degli  studiosi  per  mezzo  della  edizione 
complessiva  delle  singole  raccolte  manoscritte  a  noi  pervenute.  I  lavori  poi  del 
Bartsch,  del  Meyer  e  del  Grober,  intesi  a  determinare  il  valore  dei  singoli  mano- 
scritti, e  le  loro  reciproche  relazioni,  affinchè  nell'  utilizzarli  si  avessero  delle  norme 
certe  da  seguire,  hanno  mostrato  a  che  minuto  esame  essi  vadano  sottoposti  da 
chi  voglia  ottenere  dei  risultati  almeno  probabili,  e  con  quanta  pazienza  e  sa- 
gacia bisogni  raccoglierne  tutte  le  accidentalità  esteriori,  per  poter  quindi  assurgere 
dal  complesso  di  queste  a  deduzioni  significanti.  Del  resto,  non  soltanto  chi  si  metta 
ad  indagare  la  filiazione  dei  mss.  provenzali,  per  poi  rifarne  la  storia,  ma  ancora  chi 
voglia  preparare  una  edizione  critica  di  poeti  occitanici  o  magari  d'un  solo  poeta,  a 
mano  a  mano  che  si  addentra  nel  lavoro,  viene  a  trovarsi  di  fronte  a  molteplici  e 
svariate  difficoltà,  dinanzi  alle  quali,  ancorché  esse  appaian  minime,  l'indagatore  co- 
scienzioso deve  arrestarsi,  per  riprendere  il  cammino  solo  allorquando  sia  convinto  di 
averle  appianate  :  di  sovente  poi  non  sono  difficoltà  reali  in  cui  egli  s'imbatte,  ma  son 
dubbi  che  la  sua  stessa  scrupolosità  gli  solleva  contro  e  non  gli  permette  di  lasciare 
insoluti,  ancorché  debba  spendervi  intorno  molto  tempo  e  fatica.  Nel  maggior  numero 
dei  casi,  alla  soluzione  di  tali  dubbi  e  difficoltà  non  bastano  le  stampe,  e  fa  d'uopo 
consultare  direttamente  le  fonti,  perdendosi  in  un  lungo  giro  di  ricerche  e  riscontri 
sui  vari  manoscritti  esistenti  nelle  biblioteche  di  città  diverse  e  l'ima  dall'altra  distanti. 
Cosicché  oggimai  lo  studioso  di  letteratura  provenzale  non  può  non  sentire  e  lamentare 
ad  un  tempo,  per  più  ragioni,  la  mancanza  di  edizioni  complete  dei  principali  codici,  le 
quali  non  solo  gli  garantiscano  la  fedeltà  ed  esattezza  della  trascrizione,  ma  gli  diano 
possibilmente  anche  sulla  esteriorità  dei  mss.  tutte  quelle  notizie  che  possono  essergli 
di  qualche  utilità  e  fargli  lume  nella  via  della  ricerca.  È  un  lavoro  come  ognuno 
comprende,  che  richiede  l'opera  collettiva  di  molti  :  e  chi  voglia  attendervi  non  deve 

(!)  Die  Poesie  der   Troubadours,  Prefaz.,  p.  XII,  2a  ediz. 


portarvi  nulla  di  soggettivo,  sacrificando  volonteroso  la  propria  opera  al  beneficio  co- 
mmi.', senza  aspettarsi  lodi  ed  encomi,  ma  sì  appena  appena  un  poco  di  gratitudine. 

TI  prof.  Monaci,  che  ha  sempre  l'occhio  vigile  inteso  agli  interessi  della  scienza 
filologica,  già  da  tempo  aveva  tra  sé  medesimo  valutato  qual  buon  servigio  si  sarebbe 
reso  alla  medesima  colla  pubblicazione  dei  non  pochi  e  pregevoli  mss.  provenzali  che 
si  conservano  nella  Biblioteca  Vaticana  :  ed  è  solo  per  i  suoi  consigli  ed  incitamenti 
che  io  ed  altri  ci  siamo  quest'anno  accinti  a  tal  lavoro  (').  Essendo  già  innanzi  l'an- 
nata e  non  avendo  io  disponibile  tutto  il  mio  tempo,  volli  cominciare  per  ora  col 
cod.  3208,  la  cui  piccola  mole  mi  lasciava  sperare  di  compierne  in  fin  d'  anno  la  stampa. 

11  cod.  3208  pervenne  alla  Vaticana  col  fondo  Orsini.  Nell'inventario  (Vat.  7205), 
che  dei  suoi  libri  lasciò  il  dotto  cinquecentista,  lo  si  trova  registrato  sotto  il  n.  22  : 
«  Poesie  Proitenzali  di  diuersi  con  la  grammatica  di  Leonardo  prouenzale  in  perga- 
mena in  foglio,  et  coperto  di  fattole».  È  un  volume  alto  cent.  31,08,  largo  22,01,  con 
rilegatura  in  marrocchino  rosso-scuro,  sulla  quale  è  impresso  lo  stemma  di  Pio  VI.  Dopo 
una  carta  bianca  inserita  dal  rilegatore,  incominciano  i  fogli  in  pergamena  del  testo,  che 
sono  48.  In  fronte  alla  prima  pagina  si  legge:  22  Fai.  Urs.,  il  numero  cioè  del  ms.  nel- 
l'inventario e  il  nome  del  possessore.  Mi  pare  sia  carattere  dell'Orsini  stesso.  La  numera- 
zione va  per  pagine  ed  è  doppia  :  ai  lati,  in  caratteri  romani,  della  stessa  mano  del  testo; 
in  mezzo  alla  pagina  poi,  in  cifre  arabiche,  di  mano  posteriore,  del  sec.  XVI.  La  scrit- 
tura del  codice,  divisa  in  due  colonne,  è  stata  giustamente  assegnata  dal  Grutzmacher 
(Ardi.  XXXIV,  308)  al  principio  del  sec.  XIV  ;  ed  è  di  mano  italiana,  come  si  può  anche 
argomentare  da  parecchi  modi  grafici  ed  errori  (2).  Il  cod.  reca  in  fondo  un'appendice 
di  3  fogli  cartacei,  contenenti,  il  primo,  un  glossario  provenzale-italiano,  scritto  indub- 
biamente sulla  fine  del  500,  e,  gli  altri  due,  un  indice  delle  poesie  contenute  nel  codice,  con 
riscontri  e  richiami  copiosi:  li  scrisse  un'altra  mano,  però  della  fine  del  sec.  XVI  anch'essa. 

I  moltissimi  errori  che  deturpano  il  testo  ci  convincono  che  chi  lo  scriveva  non 
intendeva  nulla  di  provenzale,  e  non  fu  perciò  compilatore  della  raccolta  ma  sì  sem- 
plicemente copista  (3).  Oltre  agli  errori  comuni,  quelli  cioè  che  importano  il  guasto  o 
la  lacuna  d'una  parola,  ve  ne  ha  frequentemente  d'un' altra  specie;  come  sarebbe  travol- 
ger l'ordine  dei  versi  o  delle  coble  in  un  componimento,  oppure  lasciare  a  metà  una 
poesia  per  fonderla  col  frammento  d'un' altra  (4).  Dei  primi  è  senza  dubbio  da  far  carico 

(')  Io  ci  aveva  appena  posto  mano,  quando  venne  a  confortarmi  nell'impresa  il  mio  amico  E.  Lan- 
glois,  della  Scuola  Francese,  col  riferirmi  come  poco  tempo  innanzi,  a  Parigi,  uno  dei  più  illustri  pro- 
venzalisti, cioè  P.  Meyer,  gli  aveva  espresso  non  so  se  il  desiderio  o  l'augurio  che  qualche  italiano  si 
accingesse  all'opera  meritoria  di  pubblicare  in  edizioni  diplomatiche  i  canzonieri  provenzali  vaticani. 

(2)  P.  es:  a  p.  XXI,  col.  1,  riga  16,  innanzi  ad  oblldarai  si  trova  cancellato  obiderai  (da  obbedire)  ; 
a  pag.  IV,  col.  l,riga  3  si  legge  sensor  =  gensor,  e  a  p.  XXII,  e.  1,  rr.  24  e  30  zelos  e  saser  ;  a  p.  XXIII. 
e.  I.,r.l0  zauzenz;  ib.r.  23  zenz ;  a  p.  XXXVI,  e.  2,  r.  13  zanzon  e  ap.  LXDI,c.  1,  r.  34  zanson,  ecc.: 
tutte  grafie  che  fanno  supporre  un  copista  dell'Italia  settentrionale  e  più  specialmente  della  regione 
veneta.  Farò  poi  osservare  a  p.  XXV,  e.  1,  r.  16  mondo:  a  pp.  XLVII,  e.  1,  r.  28,  e  L,  e.  1,  r.  9  che 
(per  que),  caso  che  si  ripete  assai  di  frequente;  a  p.  LITI,  e.  1,  r.  17  conoiscia,  e  a  p.  XCII,  e.  1,  r.  10 
conoiscentz.  Infine  la  grafia  nh  non  appar  mai,  ed  è  invece  normale  gn. 

(3)  V.  Grober,  Romanische  Studìen,  n,  419. 

(4)  Le  irregolarità  di  questa  seconda  specie  furono  notate  dal  Bartsch  in  Jakrb.  XI,  24.  Solo 
gli  sfuggì  l'interruzione  che  ha  luogo  nel  n.  12,  al  v.  36,  al  quale  seguono  17  versi  che  non  han 
nulla  a  vedere  colla  canzone  di  Aimeric  de  Peguillan.  Anch'io  me  ne  accorgo  troppo  tardi  per  distin- 
guere con  un  suo  proprio  numero  il  frammento  intruso. 


all'ignoranza  e  alla  disattenzione  del  copista  ;  quanto  ai  secondi  ci  sarebbe  da  porre  il 
quesito  se  non  preesistessero  negli  esemplari  da  cui  il  cod.  3208  fu  derivato  (*). 

I  tre  fogli  cartacei  che  si  trovano  in  fondo  al  codice,  dopo  la  pag.  96,  non  hanno 
un'importanza  assoluta;  ma  ne  hanno  non  poca  relativamente  a  noi  Italiani  che  tro- 
viamo in  essi  segnati  i  primi  passi  che  i  nostri  cinquecentisti  facevano  in  una  disci- 
plina che  doveva  giungere  alla  sua  maturità  dopo  più  di  due  secoli,   fuori  d' Italia. 
Qualcun  altro  di  questi  documenti  dei  primi  tentativi  che  i  nostri  eruditi  del  500  face- 
vano nel  campo  della  filologia  neolatina  fu  già  segnalato  da  altri  (2).  Auguriamoci  che 
quando  si  sarà  rinvenuto  e  raccolto  il  materiale   necessario,  non  mancherà  in  Italia 
chi,  colmando  una  lacuna  nella  storia  degli  studi  filologici,  riveli  ad  un  tempo,  nel 
suo  complesso,  l'opera  meritoria  di  quegli  appassionati  ricercatori  dei  primi  documenti 
delle  moderne  letterature.  Ed  è  appunto  in  questa  fiducia  ch'io  mi  affretto  a  pubblicare 
il  contenuto  di  questi  tre  fogli,  quantunque  dei  due  primi  di  essi,  quelli  contenenti 
il  glossario,  io  confessi  anticipatamente  di  non  dare  una  trascrizione  affatto  corretta, 
non  avendo  avuto  il  tempo  necessario  per  decifrare   con   tutta   precisione   la    diffici- 
lissima scrittura,  resa  anche  meno  intelligibile  dalle  corrosioni  che  ha  cagionate  sulla 
carta  l'inchiostro  a  base  di  vitaiolo.  Del  resto,  io  spero  che  in  considerazione  di  questo 
mio  desiderio  di  prevenire  l'opera  edace  del  tempo  mi  si  vorrà  perdonare  se  do   fuori 
questa  parte  del  mio  lavoro,  ancorché  consciente  della  sua  imperfezione. 

Questo  glossario  ci  dà  probabilmente  gli  esercizi  rudimentali  che  un  Italiano  del 
500  faceva  nella  lingua  provenzale  sotto  la  guida  di  un  maestro.  I  primi  due  terzi 
di  esso  sono  di  ima  sola  mano  :  nell'ultimo  terzo  con  questa  prima  mano  si  alterna 
un'altra  che  scrive  la  traduzione  in  italiano  e  che  dovrebb'esser  quella  dell'apprendi- 
sta. Sarà  forse  il  maestro  uno  di  quei  lemosini  di  cui  parla  in  qualche  sua  lettera 
l'Orsini?  e  il  discepolo  chi  sarà?  L'Orsini,  no  di  certo:  il  Colocci,  neppure.  Ad  ogni 
modo,  a  me  è  stato  impossibile  identificare  quei  caratteri.  Eicordiamoci  poi  che  nel- 
l'inventario dell'Orsini  a  questo  glossario  si  allude  colle  parole, grammatica  diLeonardo  : 
è  da  supporre  che  l'Orsini  sapesse  quel  che  si  diceva:  voleva  egli  dire  Leonardo  Aretino? 
Questo  è  impossibile  per  l'epoca  che  va  assegnata  alla  scritturaci  più,  si  potrebbe 
sospettare  volesse  intendere  Leonardo  Salviati.  Io  ripeto,  non  oserei  affermar  nulla: 
intanto  avverto  qui  che  distinguo  le  due  scritture,  adoperando  i  caratteri  tondi  per 
l'ima  e  i  corsivi  per  l'altra. 

Ma  questa  gnau, uni  ira,  per  dirla  coll'Orsini,  è  incompleta  nel  cod.  3208  e  trova 
il  suo  compimento  nelle  quattro  carte  annesse  al  cod.  3205  (:!),  dopo  l'ultimo  foglio 
del  canzoniere.  La  seconda  e  la  terza  di  queste  4  carte  sono  di  formato  un  pochino 
più  piccolo  che  la"  prima  e  la  quarta,  e  sono  affatto  identiche  alle  3  carte  poste  in 
appendice  al  cod.  0.  Inoltre,  contengono  anch'esse  un  glossario  della  stessa  mano  che 
scrisse  la  maggior  parte  del  glossario  del  cod.  0,  e  non  sono  che  la  continuazione 
di  questo.  Su  ciò  non  cade  dubbio,  perchè  ad  ogni  sezione  del  glossario  l'autore 
appose  il  numero  della  pagina  del  cod.  3208,  da  cui  le  parole  eran  prese.  Difatti, 
sotto  le  indicazioni  20,  col.  2a,  sono  posti  i  vocaboli:  càbellas,  leua,  lanson,  cairél, 

(1)  Della  ragionevolezza  d'un  tal  quesito  il  Lettore  può  persuadersi  guardando  p.  es.  il  a.  87 
ove  è  inserito  un  frammento  estraneo,  ma  di  argomento  consimile,  e  il  n.  117.  ove  l'ordine  delle 
rime  è  serbato  perfettamente  ,  benché  nella  successione  dei  versi  abbiano  luogo  numerose  trasposizioni. 

(2)  V.  Bariseli,  in  fahrb.  XI,  pagg.  6-8. 
(*)  V.  Archiv,  XXXV,  pagg.  85  e  96. 


desmessa,  pessa,  gardaz,  lo  despessas,  soior,  palais,  lausor,  flllas ;  e  sotto  il  n.  28: 
Ines.  parialSj  nespereSj  sagenza,  grazis,  ab  coni  cuges,  essegnaua,  auzes,  penesen .  dams. 
Questi  vocaboli  si  rinvengono  rispettivamente  nelle  pagg.  20  e  28  del  cod.  0. 

Le  carte  1  e  4  contengono  versioni  dal  provenzale  in  italiano,  scritte  in  quello 
stampatello  che  compare  all'ultima  sezione  del  glossario  in  appendice  al  cod.  3208. 
Non  solo:  ma  esse  furono  indubbiamente  fatte  sul  testo  del  cod.  3208.  Sul  retto  della 
carta  1  si  legge: 

Guilielmo  di  santo  Desiderio. 

Questa  canzoni'  al  mio  giudicio  è  Limosina  o  Aluergnaca.  Io  l'hauerei  tradotte  in  lu- 
tino, ma  riescono  tanto  goffe  à  tradurle  motto  per  motto,  et  il  senso  è  tanto  poco 
ingenioso  et  de  si  poco  gusto,  que  non  m' ha  parso  degno  di  farne  ancho  versi  lyrici. 

Segue  quindi  la  versione  in  prosa  della  poesia  di  Guglielmo  ili  Su, ilo  Ili-siti, rio, 
che  è  la  prima  nel  cod.  3208;  poi  quella  di  una  poesia  di  Rambaldo  di  vacheiras 
(Si  dr  Irobar  agues,  ecc.  ;  n.°  3  in  0);  quindi  quella  di  folqueto  di  Marsiglia  {Pei' 
deu  amor  ben  sabes  ueramen  ;  n.°  9  in  0),  e  quella  di  Bernardo  del  Ventador  {Non 
ez  meraueilla  s'eu  cani;  n.°  10  in  0)  —  Nella  carta  4  poi  abbiamo  una  traduzione 
da  Ugo  Brunengo  (Aisi  com  l'arbre  que  per  sobre  cargar,  che  il  3205  giustamente 
assegna  ad  Aimeric  de  Peguillan  e  il  3208  erroneamente  a  Ugo  Bruneng,  inn.°12); 
la  versione  della  canzone  En  greu pantais  ecc.  (n.°  14  in  0)  e  finalmente  quella  di 
Manta  t/<-ii/  mi  mal  raisona,  di  Perotto  (n.°  52  in  0). 

Questo  foglio  4  dell'appendice  si  chiude  con  un  ultimo  brano  di  glossario  che  ha  in 
fronte  il  numero  80,  a  designare  la  pag.  del  cod.  3208  onde  fuxon  presi  quei  vocaboli. 

In  conclusione,  le  4  carte  che  si  trovano  annesse  al  cod.  3205,  formavano  in  ori- 
gine un  sol  tutto  col  glossario  che  sta  come  appendice  al  cod.  3208.  All'epoca,  di 
Pio  VI,  una  mano  poco  pratica  dovè  portarle  via  da  quest'  ultimo  e  allogarle,  a  spro- 
posito, iu  fondo  al  3205.  E  furono  queste  che  il  Grùtzmacher  aggiudicò  del  sec.  XVIII  (l). 
riportando  poi  in  fondo  all'indice  delle  poesie  del  3205  i  primi  versi  delle  canzoni  tradotte, 
in  maniera,  da  trarre  in  errore  il  Bartsch,  il  quale  nella  classificazione  dei  mss.  prov.  con- 
siderò quest'appendice  come  un  complemento  che  il  canzoniere  3205  derivava  da  altra 
fonte  che  non  il  cod.  31,  e  la  contrassegnò  colla  lettera  g. 

Maggiore  importanza  che  gli  altri  due  ha  il  terzo  foglio  di  appendice  nel  cod.  3208. 
quello  che  contiene  ima  tavola  di  riscontri  tra  il  cod.  0  ed  altri  canzonieri  proven- 
zali. Chi  la  compilò  ebbe  per  iscopo  di  cercare  su  per  altri  manoscritti  gli  autori 
delle  poesie  date  anonime  dal  cod.  3208.  Tali  riscontri  egli  fece  assai  coscienziosa- 
mente e  mediante  più  d'  un  ms.  Quello  che  più  comunemente  gli  ha  servito  è  stato 
appunto  il  3205  che  contiene  la  massima  parte  dei  componimenti  del  3208  :  di  ciò 
può  convincersi  ognuno,  confrontando  il  maggior  numero  dei  riscontri,  nella  tavola  regi- 
strati, coll'indice  del  3205  pubblicato  dal  Grùtzmacher  (2).  Questo  era  il  codice  che 
lo  studioso  poneva  a  principal  fondamento  delle  sue  ricerche:  e  solo  allorquando 
la  consultazione  di  esso  gli  riusciva  infruttuosa,  egli  passava  ad  un  altro.  Così,  pos- 
siamo anche  esser  certi  che  ebbe  presente  il  cod.  K,  il  quale  si  trova  ora  a  Parigi, 
ma  che  una  volta  fu  in  Italia  tra  le  mani  del  Petrarca,  ed  entrò  poi  più  tardi  col 
fondo  Orsini  nella  Biblioteca  Vaticana,  dove  ebbe  il  numero  3204.  —  Eccone  la  prova  : 

(1)  Arehiv,  XXXV,  85.  A  parte  i  criteri  paleografici  che  assegnano  alla  scrittura  di  questi  4  fogli 
la  fine  del  sec.  XVI,  l'epoca  di  essa  vien  determinata  dal  fatto  che  il  glossario  in  quelli  contenuto  appar- 
tiene al  cod.  3208  e  fa  quindi  parte  della  Grammatica  di  Leonardo,  mentovata  dall'Orsini. 

(2)  Arehiv,  XXXV,  85-96. 


—  8  — 

la  canzone  Baron  ihesus  qen  crux  fo  mes  e  l'altra  Baiso  don  hom  a  longuamen  re- 
cano nella  tavola  i  richiami  alle  pag.  29  e  41  del  codice  che  lo  studioso  consultò. 
Ed  io  mi  son  potuto  assicurare,  scrivendone  a  qualcuno  della  Biblioteca  Nazionale  di 
Parigi,  che  la  prima  di  esse  si  legge  a  f.  29ro,  col.  la  del  cod.  K,  e  la  seconda  a 
f.  41ro,  col.  2a  dello  stesso  ms.  E  questo  ancora  sarà,  probabilissimamente,  il  ms. 
contrassegnato  nella  tavola  coll'aggettivo  il  grande,  oppure,  latinamente,  magwus. 
Ricordiamo  che  K  conta  189  carte. 

Chi  sia  l'autore  della  tavola  si  può  già  argomentare  dal  fatto  che  egli  si  trovava  in 
possesso,  alla  fin  del  500,  dei  mss.  3204,  3205  e  3208  :  che  sia  Fulvio  Orsini  si  fa  subito 
certo  chiunque  ne  conosca  la  scrittura.  Per  identificare  la  scrittura  della  tavola  colla 
sua,  basta  guardare  il  visto  che  egli  appose  di  propria  mano  all'inventario  dei  suoi  libri  : 
io  poi  mi  sono  anche  servito  di  un  suo  Virgilio  postillato  copiosissimamente,  che 
nell'inventario  porta  il  n.°  4,  a  pag.  42,  e  si  conserva  ora  nella  Vaticana  sotto  la  segna- 
tura Vili,  A,  6,  36  (').  Ivi  appaiono  le  molteplici  maniere  della  sua  scrittura  :  quella 
che  riesce  identica  a  questa  della  tavola  si  può  vederla  p.  es.  nei  due  versi  di  Pa- 
cuvio  scritti  sul  rovescio  dell'ultima  carta. 

Circa  il  metodo  da  me  tenuto  nella  presente  edizione,  mi  sbrigherò  con  poche  parole. 
Ho  avuto  di  mira  la  fedeltà  la  più  scrupolosa  (che  alcuno  anzi  potrà  giudicare  esagerata) 
al  manoscritto.  Mi  sono  sforzato  di  riprodurlo  in  tutti  i  suoi  minimi  particolari.  A 
ciascuna  pagina  del  ms.  ho  fatto  corrispondere  ima  pagina  della  stampa  (2),  le  righe 
lio  riprodotte  una  per  ima,  senza  alterarne  il  numero  né  la  disposizione  ;  le  parole  ho 
rese  esattamente,  tenendo  conto  di  tutte  le  spezzature  od  unioni  erronee  del  copista  :  e 
infine  anche  nella  punteggiatura  mi  sono  rigorosamente  uniformato  al  codice.  Le  abbre- 
viature non  ho  sviluppate  mai,  per  amor  di  sistema,  sia  che  esse  non  potessero  aver 
che  una  sola  risoluzione,  sia  che  potessero  averne  più  d'ima.  Ai  segni  d'abbreviatura  del 
ms.,  pochi  ed  elementari,  ho  trovato  quasi  sempre  l' identico  corrispondente  nell'assorti- 
mento tipografico  di  cui  disponevo  :  nei  pochi  casi  che  ciò  non  mi  è  stato  possibile,  li 
ho  sostituiti  con  altri,  che  paleograficamente  avessero  lo  stesso  valore  e  non  potessero 
ingenerare  equivoco.  Del  resto,  a  questa  sostituzione,  ripeto,  sono  stato  costretto  pochissime 
volte,  e,  se  potessi  esser  sicuro  della  mia  memoria,  aggiungerei,  solo  nei  casi  di  er  ed  r, 
le  quali  sì  mediane  che  finali  son  sempre  rappresentate  nella  stampa  coli' apostrofo  (3). 
Soventi  volte  poi  delle  accidentalità  del  ms.   ho  dato  schiarimenti  in  nota. 

Insomma,  ho  voluto  fare  in  modo  che  la  presente  edizione  potesse  dispensare 
assolutamente  dalla  consultazione  del  ms.  ;  e  poiché  un  manoscritto  può  esser  studiato 
con  tanti  e  diversi  fini,  io  la  ho  condotta  in  maniera  che  con  qualunque  intenzione  e 
per  qualunque  fine  lo  studioso  la  consultasse,  vi  trovasse  il  fatto  suo.  Che,  se  mi  si 
venisse  a  dire  d'aver  fatto  sciupo  di  pazienza  con  un  ms.  che,  per  essere  molto  scorretto. 
non  è  tra  i  più  importanti,  risponderei  che  appunto  in  vista  di  tale  scorrettezza  ho 
voluto  essere  così  pedantemente  fedele.  Il  lettore,  avendo  presenti  tutte  le  circostanze 
e  le  accidentalità  del  ms.,  potrà  di  esse  giovarsi  per  spiegarsi  chiaramente  tutto  il 
processo  del  copista  nel  suo  lavoro,  e,  trovando  quindi  le  ragioni  degli  errori,  proporre 
delle  fondate  congetture  sulla  natura  degli   esemplari  di  cui  quello  si  serviva. 

(')  Me  ne  fece  aver  notizia,  per  via  privata,  l'egregio  sig.  De  Nolhac. 

(2)  11  numero  della  pagina  del  codice  è  quello  clic  nella  stampa  si  leggo  in  caratteri    romani, 

(3)  Va  escluso,  s'intende,  il  caso  di  p. 


—  9 


(i) 


Guillem  de  Sandisder. 

1.  Ben  ohanterai  se  me  stes  be  damor. 

Qan  des  amaz  chant  aisi  tìnainent. 

Qaisi  Jiuii  tuig  li  bon  trobador. 

Mult  chat  boni  mielz  cui  amor  te  gaudét. 

Saicela  noni  uol  qu  mais  uolgra  amar. 

Neu  no  am  cellas  q  amarion  me. 

Qar  eu  sufis  etrop  tant  daut  fé. 

Qen  pe'g  nior  ep  amor  chantar. 
Al  meu  chatar  si  tèg  liamador. 

Q  iamais  nus  nò  am  fort  lialmè. 

Qar  mais  en  an  li  plus  galiador. 

NO  an  aicel  qren  noi  uau  uoluen. 

Qar  eu  sui  flns  cane  noni  uoil  cannar. 

Viurai  ses  ioi  seil  ella  noni  retem. 

Mais  eu  no  cuig  se  de  be  me  recre. 

Qautra  del  ino  mi  pogues  alegrar. 
Per  lalegrar  duna  dousa  sabor. 

E  pel  respeig  cai  (')  sol  en  lei  mentirà. 

Sestau  mò  cor  en  ioi  et  en  doucor. 

Mas  dardà  tàt  p  qu  mi  uaug  temen. 

AdOc  seu  fail  em  deuria  enoiar. 

A  las  ualenz  edirai  uos  pur  que. 

Qar  diran  se  de  mi  lor  soue. 

Qe  pur  leis  fan  las  autras  adoptar. 
Deus  toiz  doptar  ai  chausit  las  meillor. 

Cane  dels  oilz  uist  el  plus  auinen. 

E  qmielz  creis  so  pretz  esa  honor. 

Sobres  totas  cu  no  leu  defen. 

Nuls  hom  en  lei  rè  no  pot  meillorar. 

Mais  cat  ual  mi  qs  de  mala  merce. 

Per  lei  mes  greu  q  ren  descoue. 

Qeu  nò  uolgra  ré  pogs  boni  blasmar. 
Blasmar  de  hom  un  usage  que  cor. 

Q  fan  dópnas   qu  nò   lor  tene  a  sen. 

Lue  enqre  efanon  las  plusor. 

Quat  hom  las  pga  elor  ser  dauinen. 

Car  bona  dópna  sap  tost  qdeu  far. 


La  follas  tarda  cane  tot  alcor  liuc. 

Cant  qil  es  cara  e  daqo  noiare. 

Qel  cartaz  es  eap  sap  q  deu  triar 
Mais  sella  tria  un  drut  adesonor. 

Epoi  otarza  un  an  o  dos  uerten. 

Maier  uiltatz  es  segon  sa  ricor. 

Qe  sen  breumen  ames  tal  qel  fos  gè. 

Las  trichairis  el  fals  trichador  uar. 

Fan  un  mercat  capretz  no  aptè. 

Lai  naura  un  esa  un  autre  abse. 

E  leis  acel  q  mais  li  pot  donar. 
Amies  bertrans  aisi  mouoil  laisar. 

De  far  chanzons  edirai  uos  p  q. 

Car  Ione  chantar  no  estet  àc  trop  be. 

Senz  ioi  damor  mais  càt  sol  aioglar. 
A  la  marqsa  uei  son  pz  montar. 

Cui  eu  sui  hom  serai  oiase. 

Ester  midons  q  dautra  noni  soue. 

Senz  ioi  iauzir  mas  can  lo  desirar. 

Guillem  de  Sandisder. 

2.  Estat  aurai  estatz  doas  saisons. 

Qe  no  chàtei   afas  amo  dàpnatge. 

Mais   ar  magrobs  tal  uers  otal  chàzos. 

Ca  dan  ues  leis  cui  fas  lige  homenage. 

E  am  tengut  des  pois  sii  pres  auzic. 

Qe  ren  no  ai  mais  qàt  lo  bon  esper. 

Qa  sei  ualre  sela  pogues  uezer. 

Cab  sol  les  gart  me  pogra  faire  rie. 
Ab  sol  les  gart  qem  mostres  amoros. 

Magril  tant  fait  p  qu  dig  gràt  oltge. 

Car  le  seus  cors  es  tant  ualès  ebós. 

Qe  seuentèt  ere  q  faz  gràt  folatge. 

Donna  sane  hom  p  sobramar  faille. 

NO  men  devez  p  orgoillos  tener. 

Mane  na  el  mon  ab  aquel  leis  uoler. 

Cane  mi  ne  lor  for  las  denz  nò  eissic. 
E  pos  tant  es  uostre  pz  cabalos. 


(li  \-> sopra    questa  parola  vi  è  una  chiomata,  che  non        però  alcuna  risposta. 

Classe  di  scienze  mokali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II.  Parto  1'. 


(") 


10 


Bes  tani  dOpna  caiaz  ensenoiratge. 

Un  trobador  qus  cant  de  plas  pdons. 
Qe  uos  degnetz  tener  enagradatge. 
Aìcel  soi  eu  q  anc  plus  nous  q  sic. 
E  seu  die  ben  qus  tengues  aplazer. 
0  se  que  no  q  mos  fazas  saber. 
Pois  pendez  sèu  iamais  cliàzò  dig. 
Chanzon  nò  dig  dona  mais  édroit  uos. 
Acuì  nò  aus  trametre  autre  mesatge. 
Mais  lo  sospirs  qen  faz  de  genoillons. 
Mas  mans  iontas  lai  on  sai  ure  stage. 
Ano  aseinor  mielz  de  cor  nò  seruic. 
Ab  quel  trobes  cnaize  oenlezer. 
Qeu  uos  pogues  cubertamen  uezer. 
Qel  mon  no  ai  tan  mortai  enemic. 
De  ps'uir  fos  tat  auinturos. 

Cumelitatz  baises  tant  son  coraitge. 
Cuns  douz  alens  de  son  genz  ris  mefos. 
Dulcetamen  entrat  en  mon  coratge. 
Se  anc  nuls  hom  p  sobramar  fenic. 
Eu  fenirai  se  noi  pose  escander. 
Mais  sol  peo  qem  pogues  mais   auen  ('). 
Visqer  eu  pois  ben  aluer  afte. 
Un  fol  aflc  anpres  ist  enueios. 

En  contra  mor  efai  o  uilanatge. 
Suna  dOpna  lauzas  car  sera  pros. 
Clamerà  un  enfeimdor  p  usatge. 

Ges  no  men  teine  ma  da  pois  qanc  lauie. 
Voil  sas  honors  esó  pretz  car  tener. 

Se  uals  daitan  cautra  no  a  poder. 

Qem  don  cel  ioi  quac  plus  fori  mabelis. 
Lo  maioi  ioi  qac  en  mò  sentic. 

Fo  en  dormen  qeum  soinaua  un  ser 

Qem  largaua  sa  man  nuda  tener. 

Morir  eu  iei  del  ioi  cant  respic. 
Trop  se  uenget  sei  uegnes  aplazer. 

E  del  seu  tort  lais  menaclies  uezer. 

Qil  no  faren  acel  cane  no  lauic. 


Rambakl  del  nachera. 

3.  Si  de  trobar  agues  meillor  razon. 
Qeu  no  ai  sapzaz  q  me  plairia. 
Mas  tal  con  lai  ferai  gaia  canzon. 
Si  far  làsai  tals  q  la  fos  grazida. 
P'  ma  donna  q  no  me  deuria  entèdre. 
E  tene  miros  qaillors  nò  pose  atèdre. 
E  plaz  me  mais  uiure  desespaz. 
Qeu  sen  fos  p  autra  dópna  amatz. 
Viure  mes  greu  nemorir  nò  sap  bò. 
Qe  farai  dèe  amerai  menemia. 
Amar  la  dei  se  no  faz  falizon. 
Qamors  euol  q  ma  en  sa  baillia. 
Alseu  uoler  e  nò  men  uoill  defendre. 
Ni  enuer  lei  de  nulla  ren  còtendre. 
Ainz  dei  ben  dir  qum  tèe  p  pagata. 
Pois  qus  fas  totas  sas  uolùtatz. 
Non  uol  faz  eqr  len  guierdon. 

Qe  sa  lei  platz  desamat  nomausia. 

0  qem  fezes  oblidar  sa  faizon. 

Qes  mos  mirals  enqual  q  loe  qsia. 

E  pois  amors  me  uol  damar  sorprèdre 

Men  mi  deuria  amidòs  far  aprendre. 

Cu  eu  pogues  de  lei  esser  prillata. 

Pois  mauria  mos  mal  guiardonaz. 
Crebail  mal  trait  euroar  ab  pensazò. 

De  guerriar  qu  faz  nò  me  desuia. 

De  uos  amar  qem  tenez  enpison. 

Offensioii  nous  fls  iorti  de  mauia. 

Ne  nò  ferai  cu  q  men  deia  prendre. 

Ne  nom  farez  ab  autra  dópna  rendre. 

Qe  amon  cor  men  soi  ben  acordatz. 

De  uos  amar  sia  senz  ofoudatz. 
A  mon  diable  que  bels  dizabentédre. 

Ten  uai  chanzon  esi  te  deigna  putire. 

Pois  poiria  dir  qu  sai  ben  còseillatz. 

De  mon  còseill  qes  daurenga  laisatz. 


Rambald  del  uachera. 


i     \  ;  ,        .  ,  .        .,'   ".■  ,     (Wni    mi    i/o t,  i  me  correzione. 


—  11  — 


(III) 


4.  Sauis  efols  humils  eorgoillos. 
Cobes  elarcs  euolpiz  earditz. 
Soi  qan  seschai  egauzenz  emarriz. 
E  sai  esser  plazenz  &  enoios. 
E  uils  esars  euilans  eeortes. 

Auols  epros  econosc  mais  ebens. 

Et  ai  de  toz  bonz  aibs  ptz  esaber. 

E  qant  ren  faill  faz  op  nom  poder. 
Sen  totz  afars   soi  sauis  eginos. 

Mais  mi  dons  ani  tant  q§  soi  éfollis. 

Qeu  sui  humils  cGpecs  me  fai  endiz. 

En  nai  orgoill  car  est  tat  bella  epros. 

En  soi  cobes  cab  son  bel  cors.  iages. 

Tant  q  plus  lars  en  soi  emeils. 

En  soi  uolpiz  car  nò  laus  enquerer. 

E  trops  ardiz  qen  tant  rie  ioi  esper. 
Bella  dopila  tal  gaug  me  uen  de  uos. 

Qe  mariz  soi  car  no  soi  aissitz. 

Qcu  soi  p  uos  als  pros  tàt  abelliz. 

Qe  noi  an  sen  limaluatz  enueios. 

Ben  tenria  uil  sa  uos  no  ual  merces. 

Qe  om  tene  tàt  car  p  uos  entotas  res. 

Qe  p  uilains  ine  faz  alcroiz  tener. 

E  p  cortes  al  pros  tant  sai  ualer. 
Damor  dig  mal  en  mas  autras  cazós. 

P'  mal  qem  fez  la  bella  enganariz. 

Mais  uos  dopila  ab  tort  bós  aibs  ?plit. 

Me  faig  tant  bens  qnienda  es  edons. 

Caniors  euos  mauez  tal  ré   pmes. 

Qe  ual  cent  dons  cautra  dópna  fezes. 

Tant  ualez  mais  p  qus  uoil  mais  aue'  ('). 

E  nos  ten  mais  pdre  ouos  uoil  ?qrer. 
Iois  eiouéz  eauinenz  faizonz. 

Vos  an  ptz  dat  qs  meillor  chauziz 

E  p  ma  fé  se  mia  uentura  fos. 

Qe  ne  mos  cliant  ne  mamor  uos  plags. 

Lo  mielz  de  pres  auria  en  uos  ?qs. 


E  de  beutat  eposc  coir  emier. 
Qe  p  auzir  osai  e  p  uezer. 

Rambald  del  uaehera. 

5;  Leu  pot  boni  gaug  epretz  auer. 
Sens  amor  qui  ben  lo  uoil  poinar. 
Ab  qs  ejart  ben  de  tot  mal  estar. 
E  faza  de  ben  son  poder. 
P'  queu  se  tot  amor  me  faill. 
Fait  tot  quant  pois  de  ben  euoil. 
Qe  seu  pert  ma  dòpna  e  amor. 
NO  uoil  perdre  ptz  ni  ualor. 
Qe  stors  pose  uiure  oratz  e  pros. 
P'  q  nom  platz  far  dun  dan  dos. 
Pero  sai  ben  seni  desesp. 

Qel  melz  de  ptz  idesampar. 
Caniors  fai  meillos   meilloiar. 
E  plus  maluatz  pot  far  ualer. 
E  sap  far  de  uolpiz  uasal. 
Els  des   auinenz  (2)  de  bon  faill. 
E  dona  amainz  pabres  rieor. 
E  pois  tant  itrob  de  lauzor. 
E  soi  tant  de  ptz  enueius. 
Qe  ben  amerà  samatz  fos. 
Mais  pso  men  uoil  estener. 

Caniors  tol  mais  q  né  uol  dar. 
Qem  uei  p  un  ben  cét  mal  far. 
E  mils  pesars  eontru  plazer. 
Et  anc  né  deg  ioi  senz  traballi. 
Mais  con  ial  uoilla  so  egail. 
Qeu  no  uoil  son  ris   ni  son  plor. 
E  pois  nò  ai  gaug  ni  dolor. 
Se  uals  no  seria  mais  ni  bons. 
Elais  mestar  desamoros  (:!). 
Alais  totz  bons  aibs  uol  retener, 
la  nò  remagna  p  amar. 
Pois  né  poira  iois  reprozar. 
Ni  pretz  quel  meta  enO  chaler. 


(1)  Vi  i  qui  rappresentata,  come  se  si  trattasse  di  n,  da  una  lineetta  orizsontale  sul?  e. 

(2)  Vn  tratto  d'un :  tra  fles  e  anmenz  è  sialo  messo  da  un'  altra  mano,  con  inchiostro  sbiadito. 

,3,  Le  due  iniziali  di  quesi,   due    Ut B  ed  E  non  si  leggono  ien  chiari  nel  I.  pe> ' ""'<"'  ■ 

resta jualche  linea,  tanto  da  poterle  restituire  con  sicurezza. 


(IV) 


—  12  — 


Ai  qem  ren  ues  lor  in  uaill. 

Cuns  amoros  dezir  masaill. 

P'  tal  qel  mon  no  a  zensor. 

E  prent  en  loc  del  ben  lonor. 

Car  uoill  qu  lau  en  mas  chanzus. 

Son  pretz  esas  bellas  faizons. 
La  soa  beutatz  nil  seu  saber. 

Son  douz  ris  ni  son  bel  parlar. 

Non  cuit  ma  dOpna  uendre  car. 

Qe  bem  pois  de  samor  tener. 

Mais  sol  car  ucduiz  son  mirail. 

Color  de  robin  ab  cristail. 

E  car  la  lauzon  li  meillor. 

Mi  cuida  auer  p  seruidor. 

Tals  conor  mes  se  no  mes  pros. 

Mais  nò  cuit  qu  lam  enpdos. 
Ab  cor  fait  uauc  midonz  uezer. 

Caram  pot  perdre  ogazainar. 

E  se  uol  mos  precs  escoutar. 

Aura  sempre  atot  son  uoler. 

E  sen  aura  razon  misail. 

Nos  tain  qem  tenzon  nini  barail. 

Ablei  mais  pens  dautramador. 

Et  anc  Floris  de  blanchaflor. 

Non  pres  coniatz  tat  doloros. 

Con  eu  dopna  seni  pari  de  uos. 
Joan  senz  fra  se  damor. 

Nò  ai  enbreu  ben  &  honor. 

Jamais  no  serai  amoros. 

E  uiurai  malgrat  damor  pros. 
Pero  se  madOpnam  socor. 

Qes  caps  depretz  ede  ualor. 

Ben  poirem  estar  eu  euos. 

Ondratz  entrels  pretz  cabalos. 

Bernard  del  uentador. 

6.  Cant  pt  la  fior  instai  uert  foil. 
Enei  lo  téps  dar  eserem. 


El  dolz  chant  del  auzel  pel  broil. 

Adouza  mor  cor  era  reue. 

Pois  lauzel  ebantan  alor  for. 

Eu  cai  plus  en  ioi  mon  cor. 

Dei  ben  chantar  pos  tot  limei  iornal. 

SO  ioi  echant  qu  nò  pès  derenal. 
Qella  del  mon  cui  eutant  uoil. 

E  plus  am  ede  cor  ede  fé. 

An  de  ioia  mos  diz  emacoil. 

E  mos  precs  escouta  erete. 

Eni  som  iam  p  ben  amar  mor. 

Eu  nò  inorai  qus  (')   en  mon  cor. 

Li  pori  amor  tan  fin  enatural. 

Qe  fals  son  tuig  u's  mi  li  plus  lial. 
Cant  mi  iiibra  cui  amar  soil. 

La  falsa  de  mala  merce. 

Sapzatz  ca  tal  ira  macoil. 

Puui  de  ioia  noni  recre. 

Dopna  p  cui  chant  edemor. 

P'  la  boccam  firez  al  cor. 

Dun  dulz  baisar  de  fin  amar  coral. 

Qem  metra  ioia  em  iet  lira  mortai. 
Ben  sai  la  noit  qant  mi  despoil. 

Eleit  q  noi  dormirai  re. 

Lo  dormir  pt  qeu  <;is  Ioni  toil. 

P'  uos  dompna  don  mi  soue. 

E  lai  on  hom  ason  tesor. 

Voi  on  ades  tenir  son  cor. 

Can  pens  de  uos  dopna  de  cui  mical. 

Negus  tresor  mó  bo  pensar  nom  ual. 
Tals  nia  q  aniais  dorgoil. 

Qat  grand  ioi  egrand  ben  line. 

Mais  ensoi  de  meillor  escoil. 

E  plus  francs  eàt  deus  mi  fabe. 

Cora  q  fos  damor  alor. 

De  lor  soi  ben  uengntz  al  cor. 

Merees  entent  niidons  de  cui  mical. 

E  salci  platz  nò  ai  par  niengal. 


I     '         ■   te  il  cod.  ha  qins.  ma  al  ti,' sotto  dell'i  si  ,<<■«>•  ,7  pmt6  ,/; 


l:ì 


(v) 


Dompna  se  nous  aezon  mei  oil. 

Ben  sapzas  que  mos  coi  uos  uè. 

E  nous  dolez  plus  i]  mi  doil. 

Car  sai  com  uos  destrein  p  me. 

E  sei  ielos  uos  bat  defors. 

Gardatz  que  no  uos  batal  cor. 

s.l  uos  fai  enoi  euos  loi  atretal. 

E  ia  ab  uos  non  gazain  ré  p  mal. 
Mon  bel  uezer  gart  deus  dire  limai. 

Cari  soi  de  loin  edapres  atretal. 

Sol  deus  misal  mo  bel    uezer  el  grat. 

Tot  ai  qàt  uoil  q  né  pé"s  de  ren  al. 

Folquet  de  marsseilla. 

7.  Sai  cor  plagues  ben  fora  oimais  saizos. 

De  far  chanzés  p  ioia  màtener. 

Ma  trop  mi  fai  ma  uentura  dolor. 

Qat  eu  esgart  los  bens  el  mal  qu  nai. 

Car  ries  dizon  qu  soi  eq  ben  uai. 

Mais  qil  dizon  non  sap  ges  ben  louer. 

Car  benenasa  no  pot  nuls  hos  auer. 

De  nuilla  ré  mais  daizo  qal  cor  piai. 

P'  qu  ani  mais  un  paubre  qes  ioios. 

Cun  rie  ses  ioi  qs  tot  lan  cósiros. 
E  se  anc  iorn  fui  gai  ni  amoros. 

Ar  nò  ai  ioi  damor  ni  no  leu  sper. 

Ni  autre  ioi  noni  pot  alcor  plazer. 

Enaz  me  son  tuit  autre  ioi  esmai. 

P'o  damor  qal  uer  uos  endirai. 

Nom  lais  del  tot  mnomé"  pose  mouer. 

Enaz  nom  nau  ni  no  pois  remaner. 

Aisi  co  cel  qé"  mei  de  larbre  stai. 

Qes  tàt  puiatz  q  no  sap  tornar  ius. 

Ni  sus  nò  uau  tàt  li  par  temoros. 
Pero  nom  lais  se  tot  es  pilos. 

Cades  nu  poiz  ensus  al  meu  esper. 

E  deuriam  dOpnal  fin  cor  ualer. 

Pois  conoisez  q  ia  nom  recrerai. 


Cab  ardiment  apoderom  les  glai. 

E  nò  tem  clan  q  men  pose  escader. 

1"  qus  es  gétz  seni  degnatz  retener. 

El  guierdon  er  aitai  conseehai. 

Qe  nes  li  don  lines   fait  guierdon. 

A  cel  qi  sap  dauinenz  far  lo'  (')  don. 
E  se  merce  anni  poder  enuos. 

Traia  senanz  se  iani  uol  prò  tener. 

Qe  ìiumen  fi  en  pretz  ni  ensaber. 

Ni  en  chanzons  qar  ben  conosc  esai. 

Qe  merce  noi  zo  q  raison  deschai. 

E  deuria  uos  ab  merce  conquerer. 

Qe  mest  eseuz  contrai  sobre  ualer. 

Qi  es  en  uos  em  fai  merce  en  assai. 

De  uostramor  zo  qem  ueda  rasons. 

Mais  il  me  fai  cuiar  qa  uiuent  fos. 
Adaizo  sai  q  so  ueins  pauros. 

Car  al  coméz  tan  leu  me  desesper. 

En  mas  chanzés   pois  uaug  merce  qrer. 

Ferai  odoos  (2)  si  con  lo   ioglar  fai. 

Caisi  coni  mou  lo  lais  lo  finerai. 

Desesper  mai  pois  noi  pois  ueder. 

Raison  p  quel   degnes  de  mi  ehaler. 

Se  uals  almens  aitan  ne  retenrai. 

Qinz  enmu  cor  lamerai  arescos. 

E  dirai  ben  de  lei  en  ma  chansos. 
Leu  ardimenz  sabia  zo  qu  sai. 

Dir  poiria  quna  pauc  de  oeaisos. 

Noz  en  amor  mais  que   noi  ual  raisos. 

folquet  de  marseilla. 

8.  A  cant  gent  uenz  ca   qa  pauc  dafan. 
Aicel   qes  laissa  uenzer  ab  merce. 
Car  en  aissi  uenzon  altrui  esse. 
E  auencut  doas  uez  senes  dan. 
E  uos  amor  né  ofai  ges  aisi. 
Qanc  iorn  merce  ab  uos  nò  pog  ualer. 
Anz  mauez  tant  mostrat  uostre  poder. 


(1)  Veramente  mi  cod.  è  lo,  col  l'abbreviatura,  cioè,  eie  ti1  ord rio  rappresenta  »'n,  ma  che,  qualche  rara  volta,  •>• 

ciimto  vis.  è  adoperata  a  denotare  I'  t  / 

(2)  Sul    econdo  a    '■    il  tratto  orizzontale  di  abbreviatura,  che  andrebbe,  a  regola,  sviluppato  in  n. 


(vi) 


—  14 


Car  no  uos  ai  ni  uos  nò  auez  me. 
Pero  par  fol  qi  no  sap  retener. 

£0  qem  eóquer  qu  pres  ben  autretà. 

Qe  zo  reten  coni  a  conques  denan. 

P'  son  esforz  con  fai  lo  conquerer. 

Caisim  pogras  tener  col  fol  rete. 

Lespuer  fel   qam  tem  q  se  des  li. 

Que  le  streing  tant  el  poing  tro  qlauei. 

Mais  estors  uos  soi  unire  pose  ben. 
Tot  zo  q  ual  pot  noxer  autresi. 

Dóc   seus  tene  prò  beus  poiria  da  tener. 

Et  er  nierces  sab  eis  uostre  saber. 

Qe  mauez  dat  do  ac  iorn  nò  gaudi. 

Vos  moug  tenzon  neus  die  mal  écatà. 

Mais  no  ert  fait  q  iaus  imen  merce. 

Mais  uoil  soffrir  mó  dà  en  paz  iase. 

Qel  uostra  cortz  sa  dreitures  clamali. 
Non  trobarei  mais  tat  de  bona  fé. 

Anc  negus  boni  si  mezeis  no  trai. 

Son  esient  si  coneu  qus  semi. 

Tant  loniamentz  qàc  no  gaudi  dere. 

Ar  qr  merce  efarailo   parer. 

Car  qi  trop  uai  seruici  reprozan. 

Ben  fai  semblanz  qel  guiardo  deman. 

Mais  ia  de  mi  11G  cuiez  qeul  nesp. 
E  muil  bo  rei  ricart  quol  qu  can. 

Blasmet  pzo  car  no  passet  de  se. 

Ar  len  desment  si  que  chascù  loue. 

Qareires  strais  p  meil  ferir   enan. 

Qel  era  cons  ar  es  rie  reis  ses  fre. 

Mais  bon  socors  fai  deu  albo  uoler. 
E  sen  die  ben  alcrozar  eo  die  u'er. 
Et  ar  uedem  p  qa  dóc  nomti. 

Folquet  de  marseilla. 

9.  Per  deu  amor  ben  sabez  uerament. 
Con  plus  desent  plus  poza  humilitat. 
Et  orgoil  oliai  co  pi'  aut  es  poiaz. 


Dondeo  auer  gaug  euos  espauent. 

Cane  seni  mostratz  orgoil  ?t  mesura. 

E  brao  respos  amas  liumils  chàzos. 

P'  ques  semblàtz  que  lorgoil  caia  ios. 

Qa  pres  bel  iorn  ai  uist  far  noit  oscura. 
Mais  uos  no  par  poscaz  far  fallimét. 

P'o  quant  fail  cel  qes  pros  ni  pzaz. 

Tant  qant  ual  mais   tà  es  pi'  écolpaz. 

Qem  la  ualor  poia  colp  odescent. 

E  quat  hora  tuit  pdon  la  forfaitura. 

la  del  blasme  noil  sera  fait  pdon. 

Qaicel  reniain  en  mala  sospecon. 

Qe  amaint  met  tei  qi  adù  desmesura. 
Blasme  na  hom  ecliascuns  sei  asen. 

P'o  ses  nous  lengans  pi'  (')  galiaz. 

Aicel  qel  fa  qacel  qes  enganatz. 

E  docs  amor  p  quel  fai  tat  souen. 

Con  pi'  uos  sere  eliascus  pi'  sé  ràcura. 

E  del  seruir  taig  qalq  guiardos. 

Pretz  camics  meilloramt  odos. 

Mens  dun  daqst  par   fol  q  siatura. 
Pois  fui  eu  dóes  qec  mis  lo  cor  el  sen. 

Sen  no  fo  ges  enaz  fo  gran  foudatz. 

Car  cel  es  fol  qes  cuia  estre  senatz. 

E  sabon  meins  ades  co  pi'  napren. 

Ano  pois  merce  q  ual  mais  q  dreitura. 

Noni  uales  ami  ni  ac  poder  enuos. 

Pauc  mi  sembla  pogues  ualer  raisos. 

P'  qu  sui  fols   car   anc  de  uos  aig  cura. 
Mais  ar  sui  rics  car  en  uos  nornten. 

Qeu  cuiar  es  ricliesa   e  paubretaz. 

Car  cel  es  rics  qi  se  té  p  pagaz. 

E  cel  paubres  qe  trop  ricors  senten. 

P'qu  soi  rics  tan  grant  ioi  masegu'a. 
Qan  pens  co  soi  tornatz  des  amoros 
Qa  dócs  era  mariz  ar  soi  ioios. 
P'  qu  ino  tene  agranz  bona  ueiitura. 
Cortesia  nò  es  als  mais  mesura. 


(1)  Z'1  sotto  V abbreviatura  dell'  us  ha  un  altro    et)   1  <  irai;  Sicilie  •>,  reiltà  sembra  «a  b  miùiscolo. 


(VI!) 


Mas  uos  amors  no  sabez  anc  cj  fos. 
l'Vju  scimi  tant   plus  cortes  do  ims. 
Qel  maier  brio  calarai  ma  rancura. 
A  nazinia  &  atote  tSps  tatura. 

Chanzoiis  cai'  de  lur  es  edelor  rasós. 
Cantre  si  ses  cbaseiis  pane  amoros. 
Mas  sembiante  fan  daizo  do  ù  Scura. 

\_Bernart  del  uentador]  Cl- 
io. Non  es  meraueilla  sen  chant. 

Melz  de  nuls  antro  cbaiitador. 

Qc  plus  me  trai  cor  ues  amor. 

Qou  misui  faitz  a  son  tale. 

Cors  ecor  esaber  esen. 

E  forza  epoder  iai  mes. 

Sim  tira  ues  amor  lo  fres. 

Qe  ues  autra  part  nomateli. 
Ben  es  mort  qi  damor  no  sen. 

Al  cor  qal  qe  dousa  sabor. 

E  que  ual  uiure  ses  ualor. 

Mais  p  enoilz  far  ala  gen. 

Ja  dani  nideus  no  mair  tan. 

Qe  ieu  uiua  un  ioni  ni  mes. 

Pois  q  de  noil  serai  repres. 

Ni  damor  11O  aurai  talen  ('). 
Per  bona  fé  eses  eniam. 

Am  la  plus  bella  eia  meillor. 

Del  cor  sospir  edels  oilz  plor. 

Car  trop  lam  p  qu  nai  dan. 

Eu  qem  pose  mais  samor  mi  pren. 

E  las  cartres  oil  ma  mes. 

Non  pose  obrir  clau  ses  merces. 

Ni  de  merces  no  trop  nien. 
Aquest  amor  me  fer  tan  gen. 

Al  cor  duna  dousa  sabor. 

Qe  cent  uei  mor  lo  ior  de  douzor. 

E  reuiu  ioi  dautre  cent. 

Tal  es  lo  mais  de  dous  semblant. 

Qe  mais  uals  mO  mais  cautre  bes. 


E  pois  lo  mais  ai  tant  bon  ses. 

Mult  ual  ral  bes  apres  lafan. 
Si  deus  car  se  foson  trian. 

Dautres  fals  fìns  amadors. 

Qe  lausengicr  etrichador. 

Portes  un  corn  el  fron  denan. 

Tot  laur  del  111011  etot  largen. 

I  uograuer  dat  seu  lagues. 

Si  q  mi  duna  conogues. 

Aisi  con  eu  lam  Aliameli. 
Cant  eu  la  uei  ben  mes  pouen. 

Als  oilz  al  uis  ala  color. 

Qeissamen  tremble  de  paor. 

Con  fai  la  foilla  contrai  uen. 

No  ai  de  sen  par  un  enfan. 

Qaisi  sei  damor  entrepres. 

E  dòpne  qes  aisi  conqs. 

Pot  dopna  auer  almosna  gran. 
Bona  dopna  plus  nous  deman. 

Mais  qem  prendatz  a  seruidor. 

Qeus  seruirai  co  bon  seinor. 

Cosi  qe  del  guierdoman. 

Veus  mal  uostre  comandaman. 

Frane  cors  humils  genz  ecortes. 

Ors  ni  leons  non  es  uos  ges. 

Qe  mauziaz  sa  uos  mi  ren. 

Ugo  bruneng. 

11.  Pos  la  drecs  téps  uè  cliantà  erizen. 

Gai  efloriz  ioios  de  bel  semblan. 

Bel  de  uem  tut  acollir  enchantan. 

Pois  el  no  fail  de  ioi  tan  bel  psen. 

Car  gaug  nos  es  donat  p  alegrar. 

E  qi  no  la  sii  deu  far  aparer. 

Car  de  eoiiort  liaison  gaug  eplaiser. 

Don  hom  sen  pren  ades  asO  melz  far. 
disi  fos  bon  so  q  sol  esser  gen. 

Ni  grades  so  q  fon  benestan. 


(1)  Questa  intestasione  è  scritta  da  una  mano  posteriore  in  corsivo  piccolissimo,  con  inchiostro  motto  sbiadito.  È  indub- 
biamente scrittura  di  Futi-io  Orsini. 

(2)  Veramente,  nel  cod.  l'aporia  un'  abbret  dovrebbe  leggersi  tanlen. 


(vini 


—   IH   — 


Jeu  ero  ql  teps  ualgra  caratretan. 

Con  anc  se  fes  segon.  moneisien. 

Mais  quecs  apren  so  q  degroblidar. 

E  oblidan  so  q  degran  saber. 

E  le  uun  sus  so  q  fera  leuar. 
Tot  aisi  fan  li  rie  desconoisen. 

Cai  mes  dariers  so  canaua  denà. 

Donc  e  condug  gaug  esolatz  echan. 

E  cui  don  prez  auer  p  dreg  nien. 

Ges  arazon  nò  o  podon  portar. 

Cane  boni  no  fo  pros  senes  prò  tener. 

Ni  nò  nac  hom  ualen  senes  ualer. 

Ni  bon  ses  ben  ni  lare  senes  donar. 
Ben  aisi  an  atrestornat  iouen. 

Egaug  epretz  eualor  eboban. 

Qel  gai  donei  contenia  entrenan. 

An  li  plusor  uout  endescausimen. 

E  pois  amor  ten  uil  so  qes  plus  car. 

Non  pot  adrec  lial  nom  retener. 

Car  qi  despen  tot  son  gaug  euuncer  ('). 

Pois  de  cent  iorn  nò  pot  tari  recobrar. 
Queo  ai  damor  qel  gaug  el  ris  el  sen. 

Coblatz  emotz  cordas  anel  egan. 

Sol  on  pagar  li  amadoi  un  an. 

Ar  es  pdut  mais  dona  eprenen. 

Qe  ia  donz  fo  qel  maior  don  damar. 

Voliom  mais  espar  qez  auer. 

P'  cara  sai  qe  laz  emplit  uoler. 

Morol  desir.  q  solol  don  nafar. 
Per  so  ual  mais  damor  so  com  naten. 

Qel  coitoz  don  des  auinen  no  fan. 

Qels  mais  nes  bos  eplasenters  lafan. 

El  sospir  deus  &  maltraiz  ensemen. 

E  pois  amor  no  poc  loinses  anar. 

Da  qui  en  an  tornon  enon  caler. 

E  mudon  cor  ades  amon  uoler. 

E  drutz  repent  so  quel  sol  desirar. 


12.  Aisi  con  larbres  q  p  sobre  cargar. 

Fraing  si  mezeis  ept  so  frut  ese. 

Ai  eo  pdut  ma  bella  dòpna  eme. 

E  mon  enter  sen  frait  p  sobramar. 

P'o  se  tot  me  son  apoderatz. 

Anc  iorn  no  fi  mon  dan  aesien. 

Enanz  euit  far  tot  so  q  fatz  absen. 

Mas  ar  conosc  q  trop  sobral  foldatz. 

E  no  es  ben  comsia  tot  senatz. 
Que  asaison  no  segua  son  talen. 

Ese  noi  a  de  ebascun  mesclamé. 

Non  es  bona  sola  luna  miltatz. 

Car  ben  deuein  hom  p  sobre  saber. 

Nescis  enuen  mantas  uez  folleian. 

P'  qe  seschai  com  an  enlou  mesclan. 

Sen  ab  foldatz  qil  sap  gen  retener. 

Sas  qu  no  ai  mi  mezeis  en  poder. 
Hanz  uau  mon  mal  en  qeren  ecerca. 

Euoil  trop  mais  pdre  efar  mò  da. 

Adab  uos  dòpna  qab  autra  cóquerer. 

Qanc  se  tuie  far  abaquest  dà  mò  prò 

E  q  sauis  ab  aquesta  folor. 

P'o  alei  de  fin  fol  amador 

Mauez  a  hom  despeis  mi  faz  plus  bò. 
Io  sai  nul  hoc  p  qu  des  uostre  nò. 

P'o  souen  tornon  mei  ris  en  plor. 

Et  eu  co  fol  ai  gaug  de  ma  dolor. 

E  de  ma  mort  qat  mir  uostra  faizon. 

Col  basalisc  qab  ioi  sanec  aucir. 

Cai  el  mirals  se  remirec  esui. 

Tot  autresi  ex  uos  mirai  ami. 

Qe  mauciez  cat  uos  uei  neus  ni. 
E  no  uos  cai  qat  mi  uedez  morir. 

Ab  anz  en  fai  de  mi  tot  en  aisi. 
Cum  de  len  fant  qab  un  marabutin. 

Fai  on  del  plor  laisar  edepartir. 

En  pren  lo  cor  &  eu  lo  iorn  uézaza. 

Lo  cor  del  sen  qen  ac  anc  se. 


(il  .1/  di  sotto  del  e  si  vede  il  /'mito  clic  vorrebbe  significare  la  cancellatura:  t  al  di  sopra  a  lem/e  a  a  d'aiti 


17 


(«) 


Et  eu  del  mal  édel  dan  q  men  uè. 
P'  lor  obs  anchausit  eu  la  gensor. 

Mei  oilz  espres  segont  la  lor  esmanza. 

.Mas  araon  obs  chausiron  la  peior. 
Pois  descobrir  nò  laus  ma  finamaza. 
Qautre  sim  pose  la  raina  de  franza. 
Amar  aizo  noni  pot  uedar  zo  ere. 
Pois  nolen  qier  ni  laus  clamar  m'ee. 
Do  nes  garetz  parages  ne  ricor. 

Dona  uasmi  mas  uostra  benestaza. 
Qar  ben  podez  faire  de  bon  meillor. 
Et  er  lo  pros  meu  e  ura  ne'  lonràza. 
Gar  no  fai  trop  cjls  ìanzatz  ìanza. 
Mas  quii  bumils   enanza  esoste. 
Deu  &  amics  bon  pres  en  reue. 

13.  Nuls  hom  no  sap  q  ses  gauz  nidolor. 

Sen  son  poder  no  la  tègut  amor. 

Mas  eu  sai  ben  la  dolor  el  tornirli. 

E  res  no  sai  qals  es  sa  benenansa. 

Mas  qem  trai  asa  bona  spanca. 

P'o  mult  mais  senuia  cel  cosen. 

Qe  nom  rete  nini  noi  del  tot  zeqir. 

P'zo  q  mais  me  posca  far  languir. 
Mais  mi  no  ten  mal  traiz  da  ni  dolor. 

Ainz  sui  plus  fis  om  plus  ereinalaudor. 

Var  lei  cui  son  tot  seus  onom  defen. 

E  pò  il  prenge  dura  uenianza. 

Amor  car  faz  tan  gran  desmesuràza. 

Car  qi  poia  mais  q  no   deu  deisen. 

Aras  conosc  qem  uol  far  penedir. 

Daiso  q  il  ma  fait  tant  abelir. 
Do  lausengier  ni  de  mal  parledor. 

NO  ciani  en  res  àz  mes  lor  brug  honor. 

1"  quel  menors  de  lor  diz  no  desmen. 

P'o  dan  mes  mas  lo  dan  mes  oranza. 

Elai  car  bes  sibella  na  mbranza. 

Qe  sters  no  sab  de  mi  imi  mos  talen. 


Adoncs  mespt  on  eu  plus  ino  cosir. 

Et  els  dizon  aizo  qu  nò  laus  dir. 
Ab  uos  soi  mut  egenz  par  lantz  aillor. 

Ablas  autras  eies  aitals  error. 

Nom  deu  esser  eointatz  pfalimen. 

Buna  dopna  q  inasinì  pia  sembianza. 

Podez  saber  mo  fin  cor  ses  doptanza. 

E  uos  seus  platz  prenetz  nes  garamé". 

Quii  loe  de  fait  Ioli   de  on  gradir. 

Aicel  qia  uolutat  de  seruir. 
Si  con  ual  mais  denanz  iuem  pascor. 

Eautresi  co  lanbre  ma  douzor. 

Es  sobres  totas  de  bel  captenimen. 

Ne  mantas  nà  gelosia  epesanza. 

Et  eu  mezeis  en  muer  de  sobramanza. 

Ca  mi  son  falz  tan  uos  ani  filiamoli. 

E  noni  deuez  detot  entot  delir. 

C/o  cab  uos  a  auiure  oamorir. 

14.  En  greu  pantais  matègut  longamen. 

Cane  nom  laiset  ni  nom  retenc  amor. 

Et  ai  saiada  totas  sas  dolor. 

Si  quels  del  tot  ma  fait  obedien. 

E  car  mi  sap  forcer  si  esofren. 

Aisi  cargaiz  de  lamoros  afan. 

Qel  meillor  tent  no  soffriron  aitan. 
Amar  mi  fa  mal  mon  grat  finamen. 

Lei  qi  ma  fait  chausir  p  la  meillor. 

Et  agran  obs  qem   fé  chausir  aillor. 

Casatz  ual  mais  gaaingnar  en  argen. 

Qe  pdre  en  aur  segon  mon  escien. 

Mas  eu  lai  fag  alei  de  finaman. 

Qeu  fug  mon  prò  euai  segur  mon  dan. 

E  seu  cu  fol  seg  mO  dan  folamen. 
Ha  tot  lo  mens  mes  la  foudat  honor. 

Qeu  ai  ia  uist  faire  mantas  folor. 

Qe  torna  ben  asaber  easen. 

Et  ai  uist  far  maint  faiz  sabiamen. 


Classe  di  scienze  .morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  1  ■'.  Voi.  II.  Parte  l*. 


(x) 


18  — 


Qi  torna  ben  afolia  trop  gran. 
P'qom  cug  far  sen  can  uai  foleian. 
E  uos  dópna  cauez  ualor  ualen. 
.Visi  con  es  meiller  de  las  meillor. 
Val  ac  merces  &  obri  uos  ricor. 
Et  no  gardatz  raison  mais  chausimen. 
Qezo  que  Imi  poia  lautre  deisen. 
Quo  raison  creis  merces  uauc  amerma 
Sius  platz  auzir  podez  mi  raisonan. 
Vaue  uos  calra  del  meo  ennansamé". 
Se  uos  mbratz  uostra  ualenz  ualor. 
El  dolz  esgart  abla  fresca  color. 
El  cortes  die  amoros  eplaisen. 
Can  cor  mistan  al  cor  uostroilz  rizen. 
E  car  eo  plus  souen  nous  ueng  dona. 
A  pauc  mos  oilz  ester  mon  grat  noiuà. 

Naimeric  de  putham. 

15.  Cel  que  si  rais  ni  guerreia  abamor. 

Eq  sauis  no  fa  al  mieo  seinblan. 

Car  hom  atart  prò  de  guerra  etost  da. 

Qe  guera  fa  tornar  de  mal  pezor. 

Ènguerra  troup  p  qu  noia  uolria. 

Yiltat  de  mal  ede  ben  carestia. 

E  fin  amor  si  tot  mi  falangnir. 

A  tant  de  ioi  qé  pò  tost  ezauzir. 
Li  plaiser  son  plus  q  li  noi  denan. 

El  ben  ql  mal  el  soior  q  lafan. 

El  ioi  ql  dol  eleo  fas  ql  pesan. 

El  prò  ql  dan  son  più  el  ris  ql  plor. 

Nódic  aiso  del  tot  ql  mal  noi  sia. 

El  mal  coni  nai  piai  plus  q  q  guerria. 

Car  cel  cama  de  cor  no  uol  guarir. 

Del  mal  damor  tant  es  douz  asoffrir. 
Enquer  sai  eo  dautres  ben  ni  amor. 

Qel  uil  fa  prò  el  nescis  ben  parlali. 

El  escars  larcs  eleials  les  truan. 

E  fol  sani  el  pec  conoisidor. 


E  lorgoillos  domesta  &  liumelia. 

Fa  de  dos  cor  un  tan  ferm  los  lia. 

Dones  no  de  hom  adamor  cótradir. 

Poz  tant  ben  sap  emendar  efenir. 
Bona  dópna  de  uos  tene  edamor. 

Sun  esaber  cor  ecors  motz  echan. 

E  seo  ren  fatz  qem  sia  ben  estan. 

De  uen  auer  lo  grat  eia  lauzor. 

Vos  eamor  qe  mi  datz  la  maistria. 

E  se  za  plus  de  ben  nomen  nenia. 

Pro  nai  càbi  sego  lo  meo  seruir. 

E  si  plus  fos  ben  saubra  plus  grazir. 
E  eu  lai  seruit  ben  ai  càbi  damor. 

Ab  q  za  plus  noni  fezes  mas  aita. 

Qen  manz  loe  ma  fait  aut  etan  gra. 

Qe  ia  senz  lui  no  saubra  auer  honor. 

E  mantas  uez  me  gard  de  uilania. 

Qe  ses  amor  nom  porrla  uenir. 
Na  zoana  dest  za  dir  no  sabria. 

Tant  de  lauzor  coni  auos  couenria. 

Car  uos  sabez  lo  bens  melz  far  qo  dir. 

Tals  bens  co  deo  sobral  tres  bes  gcir. 
Na  biatrix  del  oilz  del  cor  uos  mir. 
16.  Cant  edeport  ioi  donei  esolatz  ('). 

Ensegnamet  largesza  &  cortesia. 

Houors  epretz  eleials  druderia. 

Asi  baisatz  en  ian  emaluestatz. 

yen  pane  dira  no  soi  desespratz. 

Car  elitre  cent  dópnas  ni  piador. 
Non  nei  una  ni  un  qi  bens  capteg*. 

En  be'  aman  no  nei  un  tà  sinfegna. 

Qe  sapza  dir  qs  deuengut  damor. 
Gardatz  con  es  abaissada  ualor. 
Las  drutz  ia  edópnas  sin  parlatz. 
Quis  fegneran  edira  tuta  uia. 

Qi]  son  Ieia]  &  amo  senz  bauzia. 
Pero  cliascun  nes  cobertz  ecelaitz. 
E  tricharan  sai  dai  uas  tot  h&t 


(li  II  co]  passare  ad  ì  HO»  fece  cape 


—  19- 


(XI) 


E  las  dSpnas  c5  plus  ai)  domauor.  (') 

E  mais  cugen  cu  apres  [or  oteigna 

Mas  aitai  bens  con  ses  (-)  chai  lor  nauega 

Qa  chascuiia  es  onta  edesenor. 

Pos  soffron  drut  si  poi  des  re  aillor. 
Aisi  cuiii  es  mei/,  en  dùpna  beutaz. 

iìciiz  acollir  et  auenèz  condia. 

E  licls  parlai  pretz  edouza  paria. 

Aisi  deu  melz  gardar  sas  uoluntatz. 

Qe  rcn  no  ual  cor  de  doas  meitatz. 

Ni  no  es  fins  pois  iuaira  color. 

l 'una  sola  mors  taing  la  destreiga. 

No  die  eu  ies  ca  dOpna  des  coueigna. 

Sun  la  pga  nia  entendedor. 

Mais  no  deu  ies  en  dos  loc  far  secor. 
Tant  quàt  regnet  le  almen  amistatz. 

Fol  segles  bons  esenes  uilania. 

Mas  p..is  amors  tornet  entrichairia. 

Fo  descagut  de  iouenz  abaisatz. 

Et  eo  rhezeis  en  uoil  dir  las  uertaz. 

Aitant  ai  pres  dels  falz  drutz  t'ehador. 

Qe  nò  es  dreitz  q  iamais  en  reueiga. 

Cu  sii  magues  mal  fait  fogi  de  cors. 

Can  mac  estors  &  enansat  e  sors. 
At  aquest  torz  donam  fos  pdonatz. 

Passat  agra  lamar  part  lobardia. 

Mas  nò  crei  far  anz  leial  romanria. 

Si  no  mera  uas  uos  adreizuratz. 

E  p  aizo  degratz  uoler  la  patz. 

Car  en  uos  es  pretz  beutatz  eualor. 

En  ma  chansos  q  nuls  noia  reteig3. 

Preiar  uos  ai  dousa  res  qus  soueiga. 

Ca  ientil  cor  taing  fràqsa  e  dousor. 

E  deus  pdonar  als  bons  pdonàdor. 

17.  Tot  mi  cimici  de  chansos  far  soffrir. 
Era  dimeni  entro  calende  maia. 
Mas  era  uei  qu  nomen  pose  zeqir. 


Per  ma  reison  q  totz  téps  es  plus  gaia. 

E  p  ini  cai  del  mon   plus  auinen. 

E  de  smi  prez  cades  poie  &  enanza. 

Car  sai  euei  ecoriois  senz  doptanza. 

Qen  degresser  plus  coinda  machasos. 

Cai  uni  ni]  platz  q  son  ben  numi   fos. 
Car  ma  'luna  soplei  totas  sazos. 

Qem  nafra  gent  alcor  ses  eols  de  làza. 

Dun  dolz  esgart  ab  sos  oilz  amoros. 

Lo  ior  qem  det  sa  ioia  esa  coindanza. 

Ai  sei  esgart  mintret  tan  dousamen. 

Alcor  q  tot  lom  reuen  emapaia. 

E  se  ses  oilz  man  faig  corteisa  plaia. 

Il  men  saubra  corteissamen  garir. 

Per  qu  lo  dei  conoisser  egrazir. 
En  amor  soi  pausat  tot  mei  cosir. 

Si  qen  ren  al  nai  poder  qel  nes  traia. 

Qeu  no  soi  faig  mas  p  far  e  p  dir. 

Tot  zo  q  sia  mi  dons  bons  eil  plaia. 

Cades  linelin  egran  merces  li  ren. 

Ab  bona  fé  &  abhumils  sembianza. 

E  grazisc  li  lo  ini  eia  legranza. 

Quem  det  tan  ferm  que  un  rop  ni  des  lios. 

P'  qu  stai  alegres  cioios. 
Nuls  'hnni  no  poc  ses  amor  far.  q  pros. 

Se  noi  enten  onoi  a  saspanza. 

Sci  ini  damor  es  tan  fins  etan  bos. 

Qen  centra  lei  no  es  mais  benenàza. 

Qe  p  amor  tenom  son  cors  plus  gen. 

Enual  on  mais  eneffose  nasai. 

Dauer  bon  ptz  ede  lauzor  uerai. 

En  uolon  mais  caualcar  egarnir. 

E  far  q  pros  edonar  eseruir. 
Ha  ma  dona  nos  cug  q  dia  leum  uir. 

Ni  cautra  mor  ia  lam  toilla  ni  inaia. 

i  in  plus  esgart  autra  dOpna  ne  mir. 

Menz  nai  poder  q  ia  daleis  mestraia. 

1"  merce  il  ciani  e  p  enseinguanien. 


il)  Sul  primo  o  sì  scorge  vn  .:.    scritto   dalla  solila  mano,  col  solita  inchiostro  sbiadilo* 
[2]  Ancltequi  la  stessa  ,»"<i>>  ha    <  'lo  >■>  piccolo  .-<■.    i  pei   denotare  che  sea  e  chai  vanno  uniti. 


Cxnl 


-  20 


(  'aia  de  mi  cosirer  emcn  bvanza. 
E  car  noni  uè  ne  sei  fogna  pesanza. 
Qeu  enstau  tan  pensiu  ecosiros. 
i  lades  iteng  Ics  oilz  del  cor  amdos. 

Bernartz  del  uentador. 

18.  Cant  la  foilla  sobra  larbre  sespan. 

Edel  soleil  son  esclarzit  li  rais. 

E  li  auzel  seuan  enamoran. 

Lus  ablautres  efan  uoltas  elais. 

E  tot  qat  es  sopleia  uar  amors. 

Mas  sola  uos  ehes  geo  p  coutir. 

Bella  dupna  p  qu  plaing  es'ospir. 

E  uol  mes  mar  entro  ris  eploran. 
Couen  la  uaug  entrels  meillor  blasma. 

Et  enmos  dig  lo  seu  afar  abais. 

Por  esprouar  de   chascuns  son  semblan. 

E  p  saber  lo  sieu  fin  pretz  uerais. 

Si  es  tengut  p  tan  bon  entre  lor. 

Don  trop  li  pose  demandar  &  auzir. 

Adone  naug  tant  achascus  de  ben  dir. 

Per  qu  nai  pecs  de  leo  mor  deziran. 
Anc  mais  nuls  hom  nò  tis  ta,  greu  afa. 

Con  faz  p  leo  legier  mes  or  lo  fais. 

Mas  cat  esgart  son  cors  el  seu  sembla. 

El  genz  parlar  aichi  soi  amai  frais. 

El  seu  bel  eors  et  safresca  color. 

Mult  se  sab  genz  beutatz  en  lei  assir 

Con  plus  lasgart  plus  la  uei  enbellir. 

Deu  me  dò  ben  càc  ren  nò  amei  tan. 
Mas  car  man  mori  fals  amador  truan. 

Qe  p  un  pauc  damor  se  fa  trop  gais. 

E  tant  ades  lo  seu  uoler  11O  an. 

Il  uan  digan  camor  tornen  biais. 

E  dautrui  ioi  sefan  deuinador. 

E  can  sui  mortz  cuion  autrui  auzir. 

De  mi  uos  die  q  nomen  pose  partir. 

De  lausenger  za  né  inane  doptan. 


19.  Iausel  faiditz  eu  uos  deman. 

Cai  uos  par  quo  sian  meillor. 
Entre  li  ben  olimals  damor. 
E  digatz  mal  uostre  semblan. 
Qel  ben  es  tan  dolz  etan  bos. 
El  mal  -tan  fer  &  angoisos. 
Qen  chascun  poc  es  prò  chausir. 
Raison  sii  uolez  mantenir. 
Albert  li  mal  trait  son  tan  gran. 
El  ben  de  tan  fina  doucor. 
Greu  trobarai  mais  amador. 
Non  ames  achausir  dos  tan. 
P'qu  die  quel  ben  amoros. 
Es  maier  ql  mal  p  un  dos. 
Ad  amie  q  sa  bon  seruir. 
Et  amar  ecelar  esoffrir. 

20.  P'que  aqil  acuì  obs  ma  cóques  ('). 
Tan  qa  mos  precs  saclis  sos  cors  pzàz. 
Tro  si  al  cor  ab  los  oilz  acordanz 
Qal  cors  pareis  qal  coraie  plagues. 

Mi  donz  sap  far  de  ioi  parer  pezsaza. 

E  son  uoler  gardir  &  escondire. 

Qar  dinz  son  uair  e  de  for  feng  lirire. 

P'  qu  no  sai  cor  iuiar  p  sembianza. 

Mas  si  beni  noi  aura  paregues. 

Pois  aisil  soi  fis  eses  tot  enganz. 

E  cel  q  diz  qu  pens  mas  del  seu  manz. 

Qi  ra  mi  cor  qi  la  lo  meu  còques. 
E  sol  qal  cor  aia  de  mi  menibranza. 

Del  plus  serai  atendenz  esoffrire. 

Ab  que  lesgart  se  baison  el  sospire. 

P'  que  lamor  non  torn  en  desenguaza. 

Pois  aisi  atrestot  mon  cor  cóques. 

Qe  nomi  laise  tornar  autre  talanz. 

Sia  de  mi  souinenz  emembranz. 

Qe  mil  mal  traig  de  mi  plaidei  un  bes 
E  ia  parlers  nò  le  faizon  doptanza. 

Qar  enels  ai  apres  gein  &  albire. 


(1)  //  copista  fa  seguire  questo  frammento  al  precedente,  sema  alcun   segno   di  distinsione,  come  se  fossero  un  sol 
tutto.  Ami  i  pi  imi  quatti  »  \  ei  si  di  questo  „.  20  stanno  addirittura  come  continuasione  della  strofi-  Albert  li  mal. 


—  21  - 


(xm) 


Cab  los  oil  bail  &  ablocm-  remire. 
Qai  en  aisi  lor  eels  ma  benenanza. 

Negus  no  sap  de  raon  ini  uasses. 

E  sei  '1  ditz  de  cui  ses  fag  mos  ehanz. 

Al  plus  sabenz  nestau  qeit  ecelanz. 

E  fatz  cuiar  a  quo  q  no  es  res. 
21.  Ben  aia  amor  car  ano  me  fez  chansir  ( '). 

Lei  qi  ìiom  noi  nini  degna  nini  acoil. 

Car  sim  uolgues  aisi  coni  eu  lauoil. 

NT'  agra  pois  de  qem  pogues  seruir. 

l'recs  emerces  chausimenz  epaor. 

Chant  edóneis  sospir  desir  eplor. 

l-'nron  pduf  si  fos  acostumatz. 

Car  engal  ment  fos  so  aman  amatz. 
As  iouenz  cor  plazenz  de  gra  bcutaz. 

Gai  amoros  cortes  de  bon  agratz. 

On  es  fms  pretz  renouellatz  esors. 

Ma  si  eóques  no  pose  pensar  aillor. 

Meu  no  uauc  tan  autre  pensan. 

Cades  mos  cors  nò  tir  lai  omei  oil. 

E  sieu  aiso  nul  tens  uet  ni  toil. 

la  fin  amor  nomen  faza    iauzir. 
Lautz  eplazer  men  uen  on  pi'  médoil. 

E  son  pagatz  tan  mes  bós  asoffrir. 

Car  mult  uoil  mais  p  lei  cui  ani  làguir. 

Qautram  donso  do  il  me  fai  orgoil. 

E  ies  no  uoil  aquist  ne  trobat. 

Dona  qi  maia  trop  leu  ioi  donat. 

Car  no  es  ioi  si  no  laduz  honor. 

Ni  es  honor  si  no  li  dona  amor. 
Samors  ouol  em  fai  merces  socors. 

leu  serai  tost  garit  desas  dolors. 

E  del  mal  trag  on  ai  Ione  tens  estat. 
Mas  sim  destrein  razos  em  fer  embat. 
Qe  tot  qat  pens  mi  torna  dautre  foil. 

P'  fol  mi  teli  car  anc  lau  ni  dezir. 
Su  q  no  poc  ninom  deu  auenir. 
Mas  nò  ptan  eu  remain  tal  consoil. 


Mes  de  inidonz  noni  pos  raisos   partir, 
i^i  eum  ciani  p  dieus  ep  humilitat. 

E  se  merces  trai  de  lai  sa  ricor. 

leu  faz  de  sai  de  merce  mon  oapdoil. 

E  i''s  nò  pert  son  pretz  fina  lauzor. 

Si  chauzimenz  li  daura  son  escoil. 

Qel  dieus  damor  aben  p  dreg  iugat. 

Qe  dona  deu  son  amie  enir. 
E  ser  C2)  elamanz  mi   desuest  em  despoil: 

Anz  grazirai  sim  degna  neis  auzir. 

Amors  qi  mes  capdel  eguiz  etor. 

Eni  pas  qon  ioni  de  pensameli/,  onrat. 

De  ioi  nouel  mi  tene  ben  p  pagat. 

Car  lenguanza  de  rei  mirador. 

Tot  tèps  la  uoil  orar  &  obedir. 

E  car  tener  eqis  uol  sen  ian  groil. 

22.  Amors  men  uidaem  semon. 

Qeu  enchant  faza  saber. 

Con  sim  ten  amors  en  poder. 

0  si  mes  trop  mala  onon. 

E  pois  uei  q  il  men  apella. 

Ben  es  dreg  q  en  chantan  retraia. 

Cossim  conors  ema  paia. 

Un  ioi  qi  ses  en  mon  cor  mes. 

P1  bon  respiecs  qui  ma  conques. 
E  totz  los  bens  qen  amor  son. 

Ai  eu  ara  qal  que  plazer. 

Car  ieu  ai  mes  tot  mon  poder. 

Mon  pesar  ementencion. 

En  amar  dopna  coinda  ebella. 

E  son  amatz  duna  pucella. 

E  qant  trop  soudadera  gaia. 

De  porte  mi  cossi  qem  plaia. 

E  p  tan  no  son  men  cortes. 

Ad  amors  sila  part  entrels. 
Amors  uol  ben  que  p  raison. 

le  aiin  mi  donz  p  mais  ualer. 


(1)  //  con.  non  distingue  per  mezzo  di  nessun  senno  questo  componimento  da  quello  e/te  lo  precede.  Soltanto  fa   Capo- 
berso,  colla   iniziale  rossa,   come  per  dar  principio  ad  una  nuove  strofe. 

(2)  Ti  ><  E  '■  xhi-  si  legge, d'altra  w"<io,  lo. 


(xiv) 


•).) 


Et  ani  pucella  p  tener. 
E  subre  tntz  qem  sia  bon. 

Sap  toseta  de  p'ma  sella. 

Oant  ies  fresqueta  enouella. 

Don  noni  cai  temer  q  iam  Iraia. 

Maicine  tari  q  ab  lei  iaza. 

Un  ser  odos  de  mes  en  raes. 

I"  paga'  ad  amor  lo  fes. 
No  sap  de  domnei  paue  mi  proli. 

Qi  del  tot  uol  si  donz  auer. 

Non  es  domneis  pois  tornauer. 

Ni  cors  si  rent  p  guizardon. 

Aia  noni  anel  o  cordella. 

E  cug  neser  reis  de  castella. 

Pros  es  dòpneis  damor  ueraia. 

Si  ioias  pren  eqani  poc  baisa. 

El  sobre  plus  tene  amerces. 

Entesaur  enò  done  ges. 
Franca  pucella  de  saison. 

Mi  platz  quat  mes  de  bel  parer. 

Esuen  de  iosta  mi  sezer. 

Qan  soi  uengut  ensa  maison. 

E  sei  uoil  baissar  la  masella. 

E  le  strenc  un  poi  la  mamella. 

Nos  mou  nis  uira  ni   ses  glaia. 

Anz  pugna  co  uasmi  satraia. 

Tro  quel  baisar  elisia  pres. 

El  doz  tocar  de  loc  deues. 
De  saudadeira  coinde  epron. 

Voil  qem  don  ab  pauc  de  qrer. 

Tot  so  camor  noie  azaser. 

E  nò  faza  piane  ni  tenzon. 

Dostar  camisa  ni  gonella. 

Anz  danze  segon  que  ueille. 

Cel  que  no  a  som  q  sestraia. 

De  far  tot  uec  camor  la  fr.iia. 

E  sii  na  uia  mais  apres. 

la  del  enseinar  n    feisses. 


Albertets. 

23.  Un  sonet  gai  elezier. 

Comenz  chanzon  gai  eplaisen 

Caster  nò  aus  dir   mon  talen. 

Ni  descobrir  mon  desirer. 

Desir  ai  qem  uen  de  plazer. 

El  plazer  mon  de  bon  esper. 

El  bons  esper  de  ioi  nouel. 

El  ioi  nouel  de  tal  Castel. 

Qeu  nò  aus  dir  mas  arescos. 

En  aices  qem  ten  ioios. 
Ioios  son  eu  &  ai  mester. 

De  far  plazer  a  bona  gen. 

Donrar  ioglar  damar  iouen. 

De  dar  auanz  q  om  nom  quer. 

E  quan  del  tot  nò  ai  poder. 

Sauals  q  no  faz  aparer. 

Qant  autrui  fai  qem  sia  bel. 

Qa  donc  faz  dautrui  fior  capei. 

E  son  tengut  cortes,  pel  pros. 

Et  eniiemics  dels  enoios. 
Enoios  son  li  lausengier. 

El  gelos  quns  no  sen  defen. 

Car  011  plus  uos   feran   parné. 

Qeus  amon  ab  cor  uertadier. 

Adoncs  uos  cuion   deseazer. 

0  pois  naran  matin  eser. 

Con  uostre  ioi  se  descabdel. 

Sals  mon  podon  mouraus  sanbel. 

Esius  uolez  nous  fail  tenzosi. 

Mas  soffrez  euencerez  los. 
De  ben  amar  nò  ai  parier. 

Ni  trou  amador  de  mon  sen. 

Car  qui  plus  ama  finavnen. 

Desi  donz  diz  qeo  len  quier. 

leu  nò  lai  ies  mal  il  puer. 

A  ben  me  ses  tot  retener. 

Mas  ieu  noni  doil  daital  cianci. 


23 


(XV) 


An  senz  alcor  un  dolz  cairel. 

Don  tin  amoi  mes  guerizos. 

i  !ar  sol  aizo  'ì  tain  ados. 
E  pois  noni  pulii, in  mei  guerier. 

Mermar  ni  tolrel  pesameli. 

Qim  ten  mon  cor  ai  tari  iauzen. 

Non  sai  p  qem  leu  eossirier. 

E  midonz  sap  aitan  ualer. 

Qan  coras  uol  mi  poc  auer. 

la  noni  manz  letrani  saiel. 

Nen  dune  cordon  ni  anel. 

Mas  digam  el  digs  er  midos. 

A  issi  coni  uos  mauez  ai  uos. 
Vaten  chanzons  not  cai  temer. 

Fol  agiir  ile  cap  ni  dauzel. 

Trosiatz  li  ogni  doisel. 

E  digatz  sim  tramet  ab  uos. 

Fols  cosils  car  es  amoros. 
De  mon  mal  aibs  conosc  enuer. 

Qab  fer  freit  ibat  emartel. 

Folia  ai  fac  qar  ia  lapel. 

Pliir.  de  samor  mas  q  sieus  fos. 

Aissi  coni  soil  tot  en  pdos. 

Raimon  iordain. 

24.  Per  qua!  forfaig  op  qual  faillimé. 
Qeu  ano  fezes  encontra  uos  amors. 

Mi  destregnez  em  tenez  enueios. 
P'  la  bella  cui  mos  precs  no  enten. 
Trop  demostratz  en  mi  ure  poder. 
E  qui  ueneut  uenz  molt  fai  pane  dfforz. 
Siué  qsez  leis  qi  nous  te  nius  blan. 
Adocs  sabrieu  qieu  au  graz  annoi  gra. 
Ben  cuiaua  laisar  ad  esien. 
E  qe  nò  chantes  mais  à  lira  lauzors. 
Ni  q  iamais  nom  reclames  p  uos. 
Qar  meraiz  tan  de  mal  acollimen. 
Nas  aisom  tol  donai  saber  ci  sen. 


Qa  tota  genz  aug  dire  ad  esfors. 
Qel  Ore  pretz  uai  lo  meiUor  sobran. 
Qe  mal  parliers  nous  poc  tener  clan. 
E  car  sabez  dópna  certanemen. 

Qe  dautramor  nom  uen  gauz  ni  paor. 
1"  pènsat  uos  sius  poc  esser  nul  pros. 
Sem  faz  morir  ab  aitan  greu  tormen. 
Ben  conoissez  si  no  eo  faz  parer, 
i^nil  seu  destrui  q  no  fai  gran  esfors. 
Vostre  son  ieu  aissi  ses  tot  enian. 
Qe  si  eu  uos  pert  uos  pnez  tot  le  dan. 
Car  ieu  uos  am  tan  desegada  men. 

Con  piecs  mi  fai  la  pena  eia  dolors. 
Adoncs  aflain  eson  plus  cobeitos. 
25.   Si  con  ohi  fai  diz  loffire  camian  Ci. 

Qe  sobliton  zo  don  plus  es  membratz. 

Qe  qan  uos  uei  soi  del  tot  oblidatz. 

Mas  psom  piai  q  faillimentz  seria. 

Seu  p  deman  lobel  solatz  pdia. 

Dópna  ben  sai  q  uostra  ualor  gran. 
E  ma  onda  cor  esofrain  men  ricors. 

Esi  del  plus  podez  faire  clamors. 

Vos  eamors  ensiatz  amon  clan. 

E  si  pzo  dona  mo  chaisonatz. 

Car  no  soi  rics  sera  torz  epechatz. 

Car  tat  no  ual  neguna  manentia. 

Endreg  damor  co  fis  cors  ses  bauzia. 
E  pros  conitessa  lo  noms  de  sobeiratz. 

E  laug  auzitz  p  tot  &  enansatz. 

P'  qu  nom  part  de  uostra  seignoria. 

Nom  farai  aitan  equan  uius  estia. 

26.  En  aisim  pren  com  fai  al  pescador. 
Qi  nò  ausa  son  peis  maniar  ni  uSdre. 
En  quel  lan  mostrai  ason  seingnor. 
Qen  tal  dópna  mi  fai  amor  entendre. 
Qe  quat  eo  faz   siruentes  ni  clianzon. 
Ni  nulla  ren  qeom  ere  qil  sapcha  bon. 


[li  l  versi  che  seguono  sotto  il  n.  25  stanno  nel  testo  come  regola  e  continuasione  (lei  frammento  n.  .'/. 


ixn) 


24  — 


Lai  lo  tramet  pso  q  sen  retraia. 

So  qen  nolra  eqe  de  niil  soueigna. 

E  pois  al  sieu  renianen. 

De  por  mabla  cortesa  gen. 
Aissi  con  fan  uolpils  en  caasador. 

Qen  cauz  souez  so  q  no  ausa  tendre. 

E  eug  penre  abla  perdritz  Issi 

E  e..imbat  so  don  nomi  pose  deffendre. 

Col  batailler  ea  pdut  son  baston. 

(Je  iau  mitrar  sotz  lantre  campion. 

E  p  tot  so  anol  mot  dir  no  deigna. 

Qe  pson  dree  arespec  q  reneigna. 

Qe  sii  fa  ges  pnatz  per  (•)  een. 

P'  qu  nai  maior  ardimeli. 
Arlimentz  ai  esai  aner  paor. 

Eqant  loes  es  tenzonar  eeoutendre. 

E  sai  celar  egen  sernir  amor. 

Mas  ren  nom  ual  p  qem  cug  al  coi  iedre. 
■  de  son  tort  no  pose  trobar  pdon. 

Ableis  q  sap  q  soi  serai 

Camors  qil  sen  eapteigna. 

E  ieu  niout  mais  dieus  don  q  bè  nieueiu'. 

Qar  ses  lei  no  ai  guarimen. 

Xipius  poiar  si  nò  deìsen. 
-  tot  enian  eses  cor  triebador. 

Maura  sii  platz  caital  mi  uoilla  pndre. 

E  noi  gart  ies  paratge  ne  ri 

Cmnilitatz  de  (2)  tot  oigoil  descendre. 

E  cai  il  sap  cane  no  fls  falizon. 

Eneontra  leis  ni  lae  talen  felon. 

Saizo  noi  ual  corteisia  noi  reigna. 

Et  en  tot  bon  oomenssamen 

Deu  auer  bon  defenimen. 
En  mais  lei  nei  la  tenon  p  gensor. 

Mei  "il  qem  fan  afflamar  &  entédre. 

Mas  ien  sai  ben  qil  a  tan  de  ualor. 

lam  tol  mas  merce  là  poe  rendre. 

P'  qu  me  stauc  en  bona  suspeizon. 


Et  estarai  trosia  oc  onon. 

E  qen  baissan  ab  sos  bel  bratz  mi:  _* 

Qe  ser  poc  ben  qen  aissi  ses  deueigna. 

Qaurra  brat  ai  uist  ab  fonnen. 

Et  aplom  afinar  argeii. 

27.  Bona  dona  duna  ren  qus  denian. 

Me  digatz  uer  segò  nostre  semblan. 

Suns  nostre  fìns  amie  uos  ama  ta. 

Cantra  uar  uos  ni  raisona  ni  blan. 

Ar  me  digatz  del  tot  nostre  ueiaire. 

:^e  laniere!!  osofrerez  son  dan. 

Qeu  soi  sei  qi  lo  sabra  retraire. 
E  uvs  digatz  fé  qem  deuetz  bertra. 

Qals  elamics  qel  noi  saber  enan. 

Qeum  tem  de  uos  p  qu  mi  uauc  doptà. 

Qe  nò  siatz  mesager  par  engan. 

Donc  sabretz  gen  qen  nai  ancor  afaire. 
-es  mentir  nomen  pogues  estraire. 
Dópna  sen  fos  aqnel  q  uos  cuiatz. 

Qens  enqses  ben  fora  enganatz. 

Qar  uos  aug  dir  so  don  eu  soi  iratz. 

P"  amor  eel  qes  nostren  domenzatz. 

Eus  ama  tant  q  no  tem  nul  mal  traire. 

P"  uostramor  euos  dópna  sins  platz. 

Voillatz  qab  ioi  lo  seu  tri>t  coi  seselaire. 
Per  uostramor  b"tran  car  me  pgatz. 

Lamerai  eu  mas  el  pane  amatz. 

noi  piomet  ni  nnl  lespee  nus  faz. 

Qil  don  mamor  car  ses  uas  micelatz. 

P'qu  no  crei  camors  la  podei  gaire. 

1     r  sii  maiiies  nil  forses  uoluiitatz. 

Qil  q  semblant  fora  q  fos  amaire. 
Dópna  eu  soi  lo  uostramie  aitala. 

Francs  ebumils  uer  edrecs  elials. 

E  serai  uos  deseruir  tan  uenals. 
Qe  ia  nom  ner  afan  asoffrir  mais. 
E  uos  dópna  si  con  es  de  bon  aire. 


(1)  Kexcii  '  t«ol>»  dtll'abbre 

di  sopra  MI' e,  «et  codice,   s  n- 


(XVII) 


Retenez  mi  q  ben  es  ùre  sals. 

Ab  tant  fju  ia  de  ren  nei  nos  nOnaire. 
Amie  bertran  ben  es  ioc  comnnals. 

Qeu  am  eelui  qs  mO  amics  corals. 

E  lamics  uoil  q  sia  sabez  qals. 

Fins  efezels  uertaders  elio  fals. 

Ni  trop  parlers  ni  iaglos  nigabaire. 

Mas  de  bon  pretz  desò  poder  siuals. 

Caissi  couen  fors  edanz  so  repaire. 
Dópna  cel  sui  q  nò  enten  enals. 

Ni  ues  autra  mos  cor  nos  poc  atraire. 

Amics  bertran  ben    don  anar  cabals. 

Drnt  qant  es  fis  fezel  enó  trieliaire. 

28.  Autresi  con  pseuaus  èl  téps-  qel  uiuia. 
Qe  ses  bai  des  gardar. 

E  anc  no  sap  demandar. 

De  que  seruia  la  lanza  nil  grazans. 

Et  eu  sun  atrestaus. 

Mielz  de  dópna  qat  uei  Are  cors  gen. 

Qeissamen  moblit  qat  uos  remir. 

Ieus  cug  piar  enofatz  mais  cosir. 
Del  uostre  dur  cor  fos  taus. 

Co  la  cortezia  qus  uè  dauinè  parlar. 

Ben  pogratz  de  mi  pensar. 

Canz  maueiria  qn  uos  piar  no  aus. 

Qinz  en  mon  cor  ten  claus. 

.Mielz  de  dópna  de  uos  un  pensarne. 

Tant  iauzen  q  qàt  de  ren  mazir. 

De  douz  pessar  pe  liren  les  iauzir. 
Abun  es  gart  coraus  q  afaita  lor  uia. 

Mos  oilz  ses  retornar 

Al  cor  on  los  ten  tan  car. 

Qe  sius  plazia  caiso  fos  mos  ioruaus. 

Dels  trabailz  edels  maus. 

Mielz  de  dona  q  trag  p  uos  souen. 

Tan  greu  men  esili  uoil  mais  morir. 

Qautra  dónani  fes  ren  ta  uos  dezir. 


Veilla  de  sen  ede  lana  ioues  on  iois  lia. 

Veilla  de  ptz  edonrar. 

Ioues  de  bel  doneiar. 

Luein  (')  de  t'olia  ueilla  cu  tot  fag 

Iouenz  esaus 

Mielz  de  dópna  ueilla  en  tot  bel  iouen. 

Auinen  eueilla  senz  ueillezir. 

E  ioues  tanz  ede  bel  acoillir. 
Bona  dópna  naturaus  merce  uos  qria. 

Qe  pogues  merce  trobar. 

Ab  uos  que  p  autra  far 

Gang  nO  daria  merceus  ciani  e  no  r?  aus. 

Merces  es  mon  gabaus. 

Meilz  de  dópna  si  merces  nous  en  pré". 

Veiramen  (2)  mer  p  uos  amorir. 

Bes  mas  merces  noni  poc  guerir. 
Si  con  la  stella  iornaus  q  no  aparia. 

Es  nostra  beutatz  ses  par. 

El  bels  oilz  rizenz  eclar. 

Francs  ses  feunia  adrecs  cors  lóc  egans. 

E  de  t>it;is  beutatz  claus. 

Mielz  de  dona  ede  bel  estamen. 
.  Qim  defen  mon  pensar  de  martir. 

Cautra  nom  poc  aiudar  ni  guarir. 

29.  Atresi  co  le  leos  qez  es  tan  fers  età  gais. 

Qe  son  leonels  qat  nais. 

Mori  ses  alen  eses  nida. 

Tro  ab  sa  uox  qel  es  erida. 

El  fai  sorzer  eanar. 

Ai  restai  poc  de  mi  far. 

Ma  bon  dopna  e  amors. 

E  garir  me  de  mas  dolors. 
Molt  es  bos  lo  guierdos  edolz  ecar  euerais. 

Mas  tan  plazen  so  li  fais. 

P'  ques  sa  ualors  conplida. 

Caissi  con  la  naus  perida. 

Qe  res  no  poc  escapar. 


ili  Tra  ('Ufi  è  f  osto,  dall'altra  mano,  un  o. 

(2)    Sotto  l'i  è  visibile  un  piccolo  punto,  che  vorrà  sì  •  -oppressione  delta  lettera. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memoiue  —  Scr.  1'.  Voi.  II,  Parto  1 '. 


(xvm) 


—  2fi  — 


Mas  p  esforz  de  nadar. 

Atressi  forieu  resors. 

Don  ab  un  pauc  de  Becors. 
Totas  las  autras  sazó  uenó  ab  abrils  emais. 

Ben  degra  uenir  omais. 

La  mia  ben  escarida. 

Trop  Bes  amors  adormida. 

Qim  dona  poder  damar. 

E  maintas  bellas  honors. 

Man  tolt  temensa  epaors. 
Prat  miten  cioios. 

Soucnz  chant  souen  me  lais. 

Tose  magradis  leu  men  grais. 

Eissi  ses  enmi  partida. 

Amors  ioiose  martida. 

Abire  &  ab  plorar. 

Ab  piagner  &  ab  pessar. 

Aissim  mostra  sas  ualors. 

Amors  entre  ris  eplors. 

Marine  mon  cor  mais  nom  par. 

Veg  inz  en  mon  cor  estar. 

Qe  sia  nul  autra  ricos. 

Nom  tengra  ni  mur  ni  tors. 

30.  Atressi  con  lolifant  q  ta  chai  no  poc  leuar. 
Tro  li  autre  ab  lor  cridar. 
Di  loc  uos  loleuon  sus. 
Et  eu  uol  segra  aicel  us. 
Car  mos  mesfaizes  tà  greu  epesanz. 
Qe  se  la  corz  del  poi  elo  bobanz. 
El  uerai  pretz  del  leials  amadors. 
Nom  releuon  iamais  no  serai  sors. 
Qe  degne  sont  p  mi  clamar  merce. 
Lai  on  iuiar  ni  raison  nom  ualc  re. 
E  sen  p  los  fins  amador. 

No  pose  mon  ioi  reeobrar. 
P'  tot  téps  lais  de  chantar. 
Qe  de  mi  noia  ren  plus. 


E  uiurai  come  reclus. 
Sol  sen  solatz  caitals  es  mos  talanz. 
Car  ma  uida  mes  enois  &  afanz. 
E  ioi  mes  douz  eplazer  mes  dolors. 
Qeu  no  soi  ies  de  lamainera  lors. 
Car  qi  lor  bat  el  ten  nioses  merce. 
Adoncs  engraisse  emeillor  en  reue. 
Ben  sai  qamors  es  tan  gran. 
Qe  leu  mi  poc  pdonar. 
Seu  failli  p  sobre  mar. 
Ni  regnei  con  dedalus. 
Qe  dis  quel  era  ioios. 
E  uolc  uolar  al  cel  oltrecuidanz. 
E  deu  baiset  lorgoil  elo  bobanz. 
El  meus  orgoil  no  es  ren  mais  amors. 
P'  q  merces  men  pod  taire  socors. 

Qen  maint  loc  es  on  raisó  uéz  merce. 

E  locs  on  dreit  ni  raison  no  saue. 
E  tot  lo  monz  soi  clamanz. 

De  mi  e  de  trop  parlar. 

E  seu  pogues  contea  far. 

Fenis  q  no  es  mais  uns  que  sart. 

E  poi  resors  sus  en  ma'sera  car  soi  ta  malat. 

Pois  mos  falz  dit  mensoiners  etruaz. 

Resorsera  absospir  e  ab  plors. 

Lai  on  beutatz  eiouenz  eualors. 

Son  q  noi  fail  mas  un  pauc  de  merce. 

Qe  noi  siatz  asemblat  tot  li  be. 
La  cliaison  ert  drogmanz. 

Lai  on  eu  no  aus  anar. 

Ni  adrecs  oilz  esgardar. 

Tan  soi  forfaitz  eacus. 

Eia  hom  nomen  descus. 

Mels  de  dópna  seu  ai  fugit  dos  anz. 

Qar  torn  ab  uos  doloros  eploranz 
Si  con  lo  cers  q  qat  a  fait  son  eors. 
Torna  morir  al  crit  del  cazadors. 
Aisi  torn  eu  dópna  en  nostra  merce. 


27  — 


(XIX) 


Mas  uos  nò  cai  si  damoi  neu'  soue. 
Tal  seìgner  ai  enqet  atri  deben. 

Qe  qil  mtaii  lo  ioni  no  fail  enré". 

Albert  et. 

31.  Ab  ioi  cofncei  ma  chanzon. 

Qen  ioi  es  mon  cor  emù  senz. 

Eioi\lamor  autre  ioi  uenz. 

Eni  dis  emi  prec  em  somon. 

Qeu  chant  &  ai  en  ben  razon. 

Pois  damor  soi  en  cusirers. 

Qeu  faza  gai  son  elegers. 

Qe  cil  de  cui  chat  es  ben  rais. 

Qe  mon  chant  degresser  corals. 
Corals  mes  tà  qu  nò  pens  dals. 

Mas  de  uos  beT"cors  plazetiers. 

Verdient  epauc  er  msonziers. 

Ab  tot  bens  es  senes  tot  mais. 

E  q  ben  pensa  ben  es  sals. 

E  qat  remir  nostra  fazon. 

Qi  uos  nos  es  ni  de  mi  qi  son. 

Conosc  qe  gràz  es  lardimen. 

Qeu  faz  car  ani  (')  tan  autamen. 
POpna  merces  ecliausimenz. 

Et  amors  p  cui  mi  raison. 

Vos  uenz  ebon  coraie  uos  don. 

Qem  dópna  ben  uolenz. 

Pois  que  uos  soi  obedienz. 

E  trans  efezels  eleials. 

E  uostre  bons  amie  corals. 

E  die  qu  enanz  uolùtiers. 

Vostre  pretz  qes  bus  e  entiers. 
Entiers  efins  euertadiers. 

Es  uostre  bon  cors  naturals. 

Com  no  poc  mais  ben  rè  als. 

Tant  es  leials  edreituriers. 

E  de  tot  bons  caps  es  premiere. 

E  tant  es  cortes  eplaisenz. 

E  bel  egais  econoissenz. 


Qe  nulla  res  noil  fail  de  bon. 
Sol  cor  nò  mi  digatz  de  non. 
Ver  namaria  a  esperon. 

Daura  mala  ten  uai  correli. 
Chanzon  car  ablas  plus  ualen. 
l'ivn  de'prez'contrast  etenzó. 
Ab  plaiser  &  ab  mession. 
Et  ab  honratz  fag  orfanier. 
Ter  q  nes  son  prez~plus  sobrier. 
Qeu  naug  lauzar  los  bens  el  mais. 
E  ben_aia  prez  qel  aitals. 
Semp  onratz  faig  orfanier. 
Ni  p  esser  bons  cauailler. 
Deu  estar  entrels  pros  cabals. 
(iuielms  malaspines  ben  aitals. 

Albertet. 

32.  En  amor  ai  tat  petit  deffiansa. 

Capenas  sai  de  qem  sia  ioios. 

Ni  sai  de  qem  faza  gaia  chanzos. 

Car  cel  en  cui  ai  maior  espanza. 

Non  mi  uol  far  de  mon  mal  trag  effida. 

Anz  qàt  les  gart'nó  fai  séblà  qem  ueia. 

Et  en  aissi  mi  fai  morir  don  ueia. 
Pero  mon  cor  en  autra  nò  se  plaia. 

En  dreg  damor  nini  chaina  ma  raisos. 

En  soi  repti  denian  mos  oilz  amdos. 

Car  mi  fan  lei  amar  qim  pi'  guerreia. 

E  seg  mon  dan  con  fols  p  semblan. 

E  prec  amor  pos  uol  qem  lei  minteda. 

Qe  noni  faza  faire  longa  atenda. 
Car  qi  ben  fai  nò  es  drecs  qel  car  ueda. 

Casaz  ual  mais  en  es  plus  saboros. 

Qat  ses  qere  es  faiz  auiné  dos. 

0  a  querre  sol  trops  noli  estenda. 

Ni  ma  dona  nò  taing  que  far  odeia. 

Qe  deu  damor  ma  na  frat  de  salàza. 

Per  qe  mos  cor  en  ley  amar  ses  làza 
Mas  tot  hom  fai  gran  folia  eenfaza. 


1)   Al  ili  sopra  dell'  m  e'  è  il  segno   orizzontale   di  abbreviatura,  che  andrebbe,  a  regola,  sviluppato  in  en. 


(XX, 


Qi  loniaiTi  noi  seruir  enpdon. 

Pois  nò  lies  rendut  nul  guirerdò. 

E  cel  qil  pren  fai  grà  desmesuràza. 

Qe  de  seruir  talg  ii  guierdò  renda. 

P'  qeu  no  uoil  ma  bella  dopna  ereia. 

Qe  ia  del  seu  seruizi  mi  recreia. 
Ainz  sapza  bon  amor  uar  qieu  steia. 

Lam  mil  aitàt  qe  mi  ni  tot  càc  fos. 

El  seu  gèz  cors  dolz  ear  efranc  ebos. 

Qi  de  ualor  edepretz  segnoreza. 

Sobre  totas  aia  de  mi  mébranza. 

0  se  daitat  i]  mas  chanzos  aprenda. 

<  )  qe  merces  sii  piai  de  mi  liprenda. 
Ailnne  merces  ueng  enlei  edeisenda. 

Qi  sap  con  eu  soi  destrec  ecochos. 

E  membre  li  q  Ione  entencios. 

A  destorbat  maìtas  bonas  faisenda 

P'  qes  foudat  qi  damor  nò  csplaia. 

E  nO  cliausis  qe  mais  abenenàza. 

Cauer  la  pod  chira  nimalanaza. 

Albertet. 

33.  En  amor  ai  tàt  de  mal  segnoraie 

Tat  lòc  desir  etat  maluaz  nsaie. 

P'  qeu  serai  delas  dópnas  saluaie. 

E  no  cuion  omais  qeu  chat  de  lor. 

Qeu  ai  estat  lor  hom  elor  mesaie. 

Et  enasat  lor  prez  elor  ualor. 

E  nò  itrob  mas  destric  edapnare. 

Gardaz  seu  dei  omais  chantar  damor. 
Damor  no  chat  ni  uolc  auer  amia. 

Bella  ni  pros  ni  sa  grà  corteisia. 

Qanc  no  no  trobei  mas  enga  ebauzia. 

E  fals  semblàz  mé"zongier  trichador. 

On  eu  melz  la  cug  tenir  amia. 

Et  elatrob  pi'  sabiaie  epeior» 

Donc  ben  es  fols  tot  hom  qen  lor  sofia. 

Et  eu  agui  rnapait  en  la  folor. 
Ara  ueiaz  de  lor  amor  sagreua. 


Qe  primerain  sabon  qe  fon  neua 

Ca  deu  fez  rompre  couéz  etreua. 

P'qne  nos  noni  en  care  tot  pechador. 

Donc  ben  el  tot  hom  cabellas  treua. 

Pois  hom  nò  pod  conoiser  la  meior. 

Tal  las  lauda  no  sap   damor  qes  leua. 

Ni  anc  nò  ac  ioi  pena  ni  dolor. 
Al  mon  nona  contossa  ni  raina. 

Sem  uolia  de  samor  far  acina. 

Qeu  pses  nes  stessa  lafina. 

De  pensa  qes  de  beutat  la  fior. 

De  saluda  nò  unii  qen  agnexina. 

Mi  retenga  p  son  entendedor. 

Nes  contessa  biatris  sa  cossina. 

De  uianes  coni  ton  p  la  meior. 
Sena  alais  de  castello  demassa. 

Qi  tot  bon  pretz  uolc  auer  eamassia. 

.Mon  pregaua  tot  ensoria  lassa. 

Anz  qe  maues  conquis  p  amador. 

Ma  qi  laue.  come  lae  fresca  egrassa 
i        Ben  sembla  rosa  nouella  de  pascor. 

Car  sos  bels  oilz  lanson  cairel  q  passa 

Lo  cors  el  cor  inesciat  ab  gran  douzor. 
Sem  donaua  samor  la  pros  còtessà. 

Gii  dal  caret  qes  de  ptz  segnoressa. 

Nò  farie  p  lei  unesdesmessa. 

Gardaz  seu  die  gràz  orgoil  ofolor. 

Qe  ies  mon  cor  mais  de  dòpna  nò  pessa. 

Oi  mas  lor  or  apeazar  aillor. 

Qen  nò  noill  de  las  mais  ladespessas. 

E  gent  inaiar  edorrnir  esoior. 
De  saluaia  la  bolla  daura  mala. 

(^e  do  bon  prez  afait  palaia  esala 

No  sol  tenga  ab  ergoill  ni  atala. 

NO  amerai  leis  ni  saror. 

Si  de  tor  prez  son  en  lausor  esala 

E  son  fillas  de  conrat  mò  seignor. 

P'o  samor  magra  ferit  soz  lala. 


20 


(ni) 


Samar  degues  mas  nò  i  ai  pai  ir. 
Dópria  no  noill  "i  mais  óra  desmesa. 
Ni  Gre  prez  en  àssar  noit  ni  ior. 
Arqes  conrat  granz  es  Ora  pmesa. 
K  nostro  fait  sera  cnqar  maior. 

Peirols. 

34.  Coras  qem  fezes  doler. 

Amors  nini  dones  esiliai. 

Aram  ten  gaudet  egai. 

Per  qen  chant  amù  plazcr. 

Qe  ])his  ai  rie  ioi  conquis. 

I  !a  mi  nos  taglieria. 

Lai  un  rieor  sumelia. 

Humiliat  sen  ricliis. 
Mi  donz  merees  egradis. 

La  benenansa  qeu  ai. 

E  ia  no  oblidarai  ('). 

Los  plaiser  qem  fez  emdis. 

Qen  mi  no  a  mais  poder. 

Cil  camar  solia. 

Qem  plus  franca  segnoria. 

Voi  ses  enian  remaner. 
Der  enan  mer  atemer. 

Al  reprouer  cu  retrai. 

Nos  mona  qi  ben  istai. 

Non  ferai  eu  ia  puer. 

Qe  la  dama  camor  noiris. 

Mart  la  noit  el  dia. 

Et  eu  remac  tota  uia. 

Com  fa  laur  el  foc  plus  fis. 
Molt  ma  grada  emabellis. 

De  dos  amis  can  ses  chai. 

Qe  lus  ab  lautre  nos  trais. 

E  samon  de  cor  uerai. 

E  sai  bon  loc  eleier 

Cardar  ses  faillia. 

Que  lor  bona  ?paignia 

Non  posca  enoios  saber. 


Souenz  lanerai  ueder. 

La  plus  auenét  qeu  sai. 

Sos  deuinamen  com  fai, 

Noma  uegnes  atemer. 

Si  uà  mon  cor  nes  le  aclis. 

Var  le  o  quem  sia. 

Qe  fin  amor  iuTt  elea. 

Tal  cui  par  loin  de  son  pars  (-,. 
Sera  part  la  crux  del  ris. 

Lai  on  ora  nò  torna  asai. 

Nom  crezaz  qem  pogues  lai. 

Retener  nul  paradis. 

Tant  ai  asis  mon  uoler. 

Ver  ma  douza  amia. 

Qe  senes  lei  nò  poiria. 

Negus  autre  ioi  plaser. 
Chanzon  uaté  poi  temer. 

Var  midon  ta  nia. 

Qeu  sai  ben  qe  la  uolria. 

Te  audir  olili  ueder. 

Contendo  Rambaut  &  alberlet. 

35.  Albertet  dos  pros  caualler. 

Amon  doas  dOpnas  uallenz. 

Cortes  ebellas  eplaissenz. 

Et  an  ani  doas  prez  enter. 

E!  caualer  son  don  poder. 

Digaz  me  cai  deu  mais  ualer. 

P1  sa  dópna  qe  lus  es  drutz. 

E  lautre  en  entendre  sapuz. 

Qal  deuriesser  plus  amoros. 

Ni  plus  lare  ni  plus  frane  damdos. 
En  rambaut  imi  consirer. 

NO  ai  da  qest  dos  partimenz. 

Qecs  deu  esser  larcs  emetenz. 

Mas  cil  qi  entet  &  enquer. 

Deu  melz  amar  emetre  auer. 

P'so  qel  posca  cóquerer. 

Sa  dópna  ensia  mantengut. 


(1)  II  copista   aveva   scritto  prima  obideraì:  ma  poi  contrassegnò  /«  parola  sbagliata   con  puntini   di  soppressione 
scrisse  appresso  oblidarai. 

_'    Al  disopra  dell'i  .-  visibile  un  ^ncolo  i. 


(xxn) 


—  30  — 


Qel  dreit  ca  tot  sos  gang  agut. 

En  pauc  mermar  un  pauc  sos  dòs. 

Se  del  tornoil  mou  messions. 
Albertet  ia  drut  uertader. 

NO  feran  p  lor  dOnas  menz. 

Anz  ol  iois  los  ten  plus  iauzéz. 

E  son  plus  lare  emais  ufaner. 

Qe  sei  cades  so  douz  plaiser. 

Deu  tot  bons  prete  matener. 

Qel  uostre  ca  sos  prec  pdut. 

E  sos  fait  dópnes  deccubut. 

Qel  fai  de  si  donz  enpdos. 

Si  com  uos  faiz  uras  chanzos. 
Rarabaut  p  file  cor  laugier. 

Fan  dOpnas  drutz  desconoissèz. 

Qeu  nai  uist  mant  drutz  recrezèz. 

Qeron  lare  epros  de  primer. 

Mas  cel  qe  sta  en  bon  espcr. 

Deu  tan'son  rie  prete  far  saber. 

Tro  sia  p  si  donz  uolgut. 

Qe  dantendances  prete  mogut. 

Qeu  uic  qel  dalfins  io  pi'  pros. 

Entendere  enanz   qe  drut  fos. 
Albertet  zelos  ni  lausengier. 

Cui  no  plais  ioi  ni  iauzimenz. 

Dira  qe  bos  es  uostre  senz. 

E  mi  tenran  p  menzongier. 

El  pros  diran  tuìt  qeo  die  uer. 

Qe  si  p  far  ep  tener. 

E  p  zaser  ab  si  don  mit. 

Degues  hom  esser  recregut. 

Ni  p  entendre  fos  plus  pros. 
Tot  téps  durerà  entencios. 

Cathenet. 

36.  Acom  dópna  rie  ceraie. 
De  pregar  &  ardimenz. 
Mi  donz  qe  dópna  espauenz. 
Ad  antre  fin  amador. 


Qe  qant  sa  dópna  aualor. 
E  beutat  ecortesia  esen. 
No  li  ausa  son  talem  dir. 
P'o  mi  fait  en  ardir. 
Mais  que  sii  ré   nò  auia. 
On  om  mais  cuida  cuquerer. 
Maier  ardimét  deu  auer. 
En  faire  gran  uasalaie. 

Sechai  ben  con  aia  sen. 
P'o  plus  ardidamen. 

Leu  fai  qi  imescla  folor. 

Car  anc  bon  enuaziador. 
Non  uizon  si  no  fez  folia. 

E  nos  taing  ies  com  salbir. 

To  zo  qe  il  poc  auenir. 

Qe  ia  ben  ren  nò  fairia. 

Qe  ai  ia  ben  uist  deschaer. 

Tal  qera  pros  p  trop  temer. 
Temer  de  hom   uasalage. 

Far  etot  deschausimenz. 

E  uer  si  donz  faillimz. 

E  uergogne  edesonor. 

E  daisom  don  en  temor. 

Qar  seu  aizo  no  temìa. 

E  uas  ma  dona  mtir. 

Trop  cuidaria  faillir. 

P'o  eu  faz  tota  uia. 

On  mais  emelz  pose  son  plaiser. 

E  seu  fail  nò  ai  pros  saber. 
Tant  ma  grada  ure  stage. 

Dópna  etan  mi  son  plazenz. 

Etuit  uostre  captenimenz. 

E  tan  uos  port  fin  amor. 

Qe  seu  più  tost  qe  no  cor. 

Uns  cauals  de  prez  corna. 

Can  uei  lai  on  es  uenir. 

Sogon  aizo  qeu  malbir. 

Esser  ab  uos  cui  deuria. 


—  31 


fxxin) 


Aliar  dCpua  ab  trop  gran  Leger. 
Gardatz  seu  ai  ben  mon  uoner. 
Dompna  eu  ai  ben  un  usage. 
E  segon  mon  escienz. 
P'  sobre  enamoramentz. 
Essi  semblaria  error. 
Qan  nostra  fresca  color. 
Auinen  senz  maistria. 
El  nostre  gai  cors  remir. 
Soi  tan  zauzenz  qal  partir. 
Men  ereis  ira  efeunia. 
Qatresim  nai  gran  desplazer. 
Can  uos  uei  coni  ioi  del  uezer. 
Lausengier  grazidau  sia. 

Lonor  qem  fais  ab  mtir. 
Cai  uos  fai  cuidat  edir. 
Qeu  am  tal  p  druderia. 
En  qe  anc  no  mis  mon  uoler. 
Et  ab  nitir  cubres  louer. 

37.  Leials  amics  cui  amor  té  ioios. 
Dei  ben  esser  alegres  eiauzenz. 
Larcs  &  ardit  adreit  &  amoros. 
Era  quan  par  logai  t'mini  zenz. 
Qi  fai  la  fior  espandir  p  laplaga. 
El  rosignol  chanta  iustal  uert  foil. 
Mas  eu  nóam  sos  dolz  chan  tàt  ed  soil. 
Pois  midon  plaz  q  tot  ioi  mi  sofralg". 
Pero  ben  sai  qe  drecs  es  eraisos. 

Qai  sei  qi  es  amoros  eplaiséz. 

De  esser  brau  ede  plus  mal  respos. 

Pois  no  li  ual  merces  nichausimz. 

E  pois  ma  dópna  mes  mala  &  estrag*. 

Leu  poc  trobar  ami  mal  ni  orgoil. 

Ja  no  mauei  si  no  uol  tot  qat  uoil. 

Qe  ré  no  fa  semblanz  qe  demi  tega. 
Tot  malmenat  foi  eu  fel  ebos. 

E  uolgra  far  tot  son  comandarne. 

Qel  seu  rie  pretz  es  lo  meiller  cac  fos. 


Sul  qe  uermi  fos  fiel  ni  plaisen. 
Qe  ferai  dóc  si  uau  osi  remagna. 
Amor  tot  téps  mauetz  mostrai  orgoil. 

Fols  es  qi  crei  tot  qat  ueon  ses  oil. 
E  fol  qi  pt  so  q  il  nò  gaagna. 
Non  die  eu  ies  quo  tot  téps  seu  no  fos. 
E  no  fezes  tot  sos  comàdamz. 
So  tot  né  tain  son  genz  cors  orgoillos. 
Mas  si  tot  ses  amoros  eplaisen. 
Frane  &  humils  edauiné  copaing». 
Ja  noni  aura  si  no  uol  tot  qàt  uoil. 
Ai  las  qem  ual  si  lam  osi  men  toil. 
Qen  res  no  fa  parué  qe  de  mi  taiga. 
Pero  mestau  mariz  ecosiros. 

Car  amei  nim  fali  tàt  mos  sen. 

Car  p  un  ioi  don  no  soi  poderos. 

Soan  alors  tot  autre  iausiinen. 

Aici  no  sai  coseil  ab  qui  remaigna. 

Quautra  no  platz  e  il  me  des  acoil. 

Mas  le  no  cai  sim  pd  p  qu  noni  doil. 

Ni  desamor  no  ai  cor  qe  ma  plaga. 
Amors  Ione  téps  ai  estat  en  bretaga. 

E  faz  pechat  car  mi  mostratz  orgoil.  ■ 

Seu  plus  qe  lautramador  uos  uoil.     • 

Ni  mais  uos  am  es  dóc  drecs  q  me  plaìga 

38.  Lomal  damor  ai  eu  ben  tot  ap's. 

Mas  anc  lo  ben  nò  pose  un  ior  saber. 
Mas  se  no  fos  car  ieu  ai  bon  esper. 
Eu  cuidaria  ójeu  nomagues. 
Et  agra  drecs  qem  fos  desespatz. 
Tant  ai  amat  &  anc  no  fui  amatz. 
P'o  sos  bens  fos  tant  dolz  ni  plaisenz. 
Con  es  lo  mal  angoissos  ecoisséz. 
Anz  uoil  morir  qeu  en  car  nolateda. 
Atressi  es  me  cuit  qeu  mor  ges. 
Ouiues  a  tot  téps  senz  plaiser. 
Adone  mes  mielz  qu  mora  en  bo  esper. 


(xxiv) 


—  32 


Eu  ia  uiues  e  ia  prò  noni  teges. 

Asatz  e  mort  tot  ior  pois  uiueratz. 

A  cui  no  es  ioi  ni  plazcr  donatz. 

Qcu  soi  ben  sei  cui  negum  iauzimz. 

Noni  pot  dar  ioi  p  qeum  sia  iauzéz. 

Tro  ca  midon  plaza  qe  merce]  pnda. 
E  soi  eu  doncs  tan  failiz  ni  mespres. 

Car  sol  uos  aus  desirar  ni  uoler. 

Ics  paizo  nom  toil  de  bon  esper. 

Qe  maier  tort  pdona  ben  merces. 

P'o  sei  tort  mi  fos  adrecs  iuiaz. 

Eu  no  cuies  esser  trop  encolpatz. 

Mas  uencuz  es  tot  so  qe  fora  uenz. 

E  pois  nul  drec  nom  poc  esser  guaréz. 

P'  qe  magra  obs  q  merces  ni  defeda. 
La  gran  beutatz  el  pz  qi  eri  lei  es. 

Etat  bos  aibs  qe  dona  poc  dauer. 

Mi  fai  ades  estar  en  bon  esper. 

Qe  ia  noni  pens  qe  deuenir  pogues. 

Qe  lai  on  es  tot  autre  ben  pausatz. 

Autresi  es  confes  humilitat. 

Mi  fai  soffrir  ma  dolor  bonaméz. 

Humilitat  merces  ecliausimenz. 

Men  poc  ualer  sol  camidoii  se  pnda. 

Ponti  de  capalo///. 

39.  Si  con  aisel  qa  pron  de  ualedors. 

Eil  failon  tuit  ia  ta  no  ert  amatz. 

En  la  saison  qes  des  auéturatz. 

Mi  fail  niadOpna  car  conosc  camoros. 

Mi  fai  morir  p  lei  agreu  tormen. 

E  si  pogues  faire  nul  fallimeli. 

Vas  mi  fera  car  méz  en  ual  zocre. 

Pars  qi  deschai  celili  qi  uencut  ile. 
Per  zo  conos  qes  danz  edesenors. 

Qi  nò  acur  lodes  apoderatz  (l). 

Qe  ia  Castel  freuol  qes  assaiatz. 

A  gran  poder  nos  tenra  ses-acors. 

E  sii  segner  de  cui  es  noi  deffen. 


En  sa  culpa  lo  pt  pois  loniamf. 

Aisi  pdra  midOz  ab  sieu  tort  me. 

Pois  nom  socors  on  pi'  li  ciani  m'ce. 
Perdre  noni  poc  pzo  qem  iur  aillors. 

P'o  sim  soi  lóc  tés  de  lei  loignaz. 

E  fait  semblà  caillors  mera  uiraz. 

P'  essaiar  sii  plagra  mas  dolors; 

E  sagues  mes  en  autra  moli  ente 

Arai  proat  qil  nagral  cor  iauzen. 

Se  iam  partis  de  lei  mas  noi  ual  re. 

Qil  nom  poc  ies  mó  cor  partir  de  se 
Bella  dopna  uailam  ura  ualors. 

Cane  nul  chatius  destrecs  nimal  menaz. 

No  sap  tan  gen  son  dan  soffrir  en  paz. 

E  pois  lo  mal  mes  delecs  edouzors. 

P'  amor  dieu  ecar  uos  fora  gen. 

Trobes  ab  uos  qal  aconi  chausime. 

Qe  uostrom  sui  esim  uolez  far  be. 

Nos  ifarez  fraqeisa  ebona  fé. 
V  stre  bels  oilz  Ora  fresca  colora. 

Vre  dolz  ris  uostra  fina  beutatz. 

Vos  fan  auer  uas  mi  plus  dur  solatz. 

la  no  magrobs  fos  fag  lo  miradors. 

On  uos  miratz  tire  cors  couinen. 

Gai  eioios  amoros  eplazem. 

Corgoil  men  faiz  e  qi  bon  pretz  mate. 

Orgoil  noi  taing  uas  lo  seu  nil  coue. 

40.  Ies  de  Chantal  nom  fai  cor  ni  raison. 

Nini  fail  saber  sei  ebant  mera  grazitz. 

Mas  eu  era  ta  uar  amors  faillit. 

P'  qai  estat  mariz  ecosiros. 

E  pois  faz  mes  dels  failliméz  pdos. 

Des  ar  enanz  mi  couen  achantar. 

Pois  enmidon   pose  a  tot  ioni  trobar. 

Nouel  sens  enouella  ualor. 

E  beutat  plus  fina  emaior. 
Tant  su  plazenz  egais  sas  faizos. 


,1)  Una  piccola   cuna,   d'inchiostro  assai  sbiadito,  «   vede  sotto  l'i  finale  di  lodes  e  l'a  iniziale  di  apoderatz.   È 
insomma  un  trailo  d' 


33 


(xxt) 


E  la  coillir  gèz  ci  parlar  chausit. 

Qe  qàt  eu  laug  me  cug  faire  scernit. 

Et  eu.mespt  con  plus  ma  frac  respos. 

E  de  paor  uau  qeràt  &  caisus. 

Con  seu  era  uencue  p  autra  far. 

Aqest  temer  deu  gra  ualor  pregar. 

Qe  ia  nom  fera  aitals  paor. 

Si  nom  uèges  de  fin  amor. 
Tot  tèps  serai  de  pregar  temoros. 

Sabetz  p  q  car  soi  damar  ardit. 

Qen  anz  qeron  lodon  cand  es  petit. 

NO  fai  un  gran  don  tuit  su  enueios. 

E  p  aizo  car  cs  tàt  rics  lo  dos. 

Si  tot  lo  uoil  no  laus  demandar. 

P'o  ben  sai  sillam  uolgues  donar. 

Eu  agra  del  mondo  le  meillor. 

Et  ellas  el  plus  fin  amador 
Si  nal  tot  tèps  diam  en  mas  chàzos. 

Del  seu  gét  cors  cones  de  pz  ga'nitz. 

Sei  fos  merces  qes  de  tot  ben  raitz. 

Mas  nò  i  es  &  eu  uolgra  qe  fos. 

Qe  ieu  i  aia  gran  dan  matas  sasos. 

P'  qer  lo  dan  plus  greu  asofretar. 

Con  e  mi  donz  posca  eremdar. 

E  ia  no  il  qer  es  mendador. 

Sii  preies  dui  dema  dolor. 
Beni  pogra  far  ab  un  baisar  ioios. 

Ami  no  es  tan  rie  ioi  escariz. 

Ni  no  lo  qer  qar  no  seria  auzitz. 

Mas  p  ley  men  car  en  soi  desiros. 

Cusages  es  don  on  qes  amoros. 

Cant  als  no  pot  qes  de  lechaen  pa'lar. 

Et  eu  si  uals  pos  al  re  nò  pose  far. 

E  tengral  parlar  p  aunor. 

Mas  paors  men  fai  parledor. 
Dona  mal  az  qi  tà  nom  faz  laudar. 

A  tot  lo  ruon  caini  nò  cai  parlar. 

E  ia  deu  nom  don  ben  damor. 


Seu  nom  am.  plus  bella  cmeior. 

41.  Si  beni  partez  mala  dópna  de  uos. 

Nune  raises  qu  mi  porta  (')  de  clian. 

Ni  de  solatz  car  seria  semblan. 

Qe  fos  iratz  daiso  don  soi  ioios. 

Ben  fui  iraz  mas  ara  men  repen. 

Car  apres  ai  fire  enseignamen. 

Con  posca  leo  camiar  ma  uoluntat. 

P'  qera  (2)  chan  daizo  don  ai  ploratz. 
Plorar  nai  eu  el  maier  occaisos. 

Ven  me  de  tal  qe  nu  ira  chantan. 

Mas  mi  nò  es  se  tot  mi  uai  gaban. 

Unta  ni  pros  nilui  lionor  ni  pros. 

Car  sim  camiet  p  lui  plus  neciamen. 

Si  ferai  hui  ben  leu  plus  fol  amè. 

P'  qeu  noi  sai  da  qest  cangi  mal  grat. 

Tan  càmiara  tro  aial  cor  camiat. 
Mala  dopna  anc  no  cuiei  qe  fos. 

Qe  seu  pdes  nomo  tenges  adan. 

Mas  la  eoillit  on  uos  sabez  aitam. 

El  genz  parlar  elas  bellas  faizos. 

Vos  faizon  ben  totas  sobre  uaillen. 

Mas  era  us  tol  foudatz  la  coillimen. 

El  genz  parlar  es  mesclaz  ab  artatz. 

Et  en  breu  tens  uos  pdretz  la  beutatz. 
Tat  qant  on  fai  zo  qe  de  uoson  pros. 

E  tan  leials  can  se  garda  denian. 

P'  miels  odio  q  sius  lausei  anc  tan. 

Qant  croitz  ditz  uertader  es  faiz  bes. 

Jes  p  aico  nò  deuez  qu  men. 

Si  tot  nous  tene  aora  p  ualen. 

Car  qi  laissa  so  ca  gen  comsat, 

Non  au  pretz  p  aizo  qes  passat. 
Adrec  fora  si  tot  no  ses  raisos. 

Qe  si  dona  fees  remalestant. 

Coni  lancelles  el  bes  trazes  enan. 

Mas  era  es  pasat  aquil  sazos. 


il)  Stili'  o  di  porta  si  legge  m  a  in  corsivo,  della  solita  mano. 

(2)  Al  di  sopra  dell' e,  la  slessa   mano   ha  notata  la  correzione  in  a 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Sor.  I',  Voi.  II,  Parte  lf 


fxxvi) 


34  — 


P'qeus  deuetz  gardar  de  fallimeli. 
A  uos  odio  p  totas  n  enten. 
Car  se  faletz  ia  nous  sera  celat. 
Anz  en  uolran  mais  dire  lauertat. 
Bela  dópna  fait  mauetz  cnoios. 
E  mal  dizen  enonagreu  talen. 
Pero  ben  sai  qa  mal  mo  tornaran. 
E  qe  meins  nes  pzada  ma  chanzos. 
Mas  no  pose  als  qe  tant  ai  loniamo. 
Vostre  uoler  uolgut  enteiramen. 
P'qe  aoras  mes  tant  en  us  tonat 
No  pose  dir  sen  q  uos  fazatz  foudat. 

42.  Per  fin  amor  ses-  enian. 

Cant  car  en  loc  ualen. 

Ai  mes  mon  entendimen. 

E  uos  bella  douzamia. 

\'as  eui  so  lei   noit  odia. 

Car  uos  mauetz  genz  cóqes. 

A  bels  die  &  ab  faig  cortes. 
Per  qeus  uoil  eus  dezir. 

Tan  qen  ren  als  nò  enten. 

Car  uos  mi  tenez  iauzen. 

En  dormen  &  enueillan. 

P'o  uos  ani  ses  bauzia. 

Qieu  dir  nous  osabria. 

E  saizo  uertat  nò  es. 

la  damor  noni  uengabes. 
Dópna  eu  ai  dezir  tan  gran. 

De  uos  uezer  plus  aouen. 

Qe  dun  breu  iorn  mes  paruen. 

Qeu  naia  estat  un  an. 

Tan  es  dauinen  paria. 

E  seu  uos  souen  uezia. 

Las  autras  uisqis  uolgues. 

Sol  qeus  uos  uezer  pogues. 
E  ges  p  mal  ni  p  dan. 

Dautras  ni  p  auinimen. 


Non  odic  mas  tan  mes  gen. 

Qàt  uos  pose  esser  denan. 

Qe  tot  lo  mon  seu  la  uia. 

E  ino  poder  idaria. 

P'  tal  qeu  lacar  agues. 

Qa  des  uos  uis  tan  bel  mes. 
Vostre  bel  cors  benestan. 

Sai  dieus  con  lo  plus  plaisé. 

Qeu  sai  el  plus  auinen. 

El  plus  gai  el  mielz  parlan. 

Et  ab  mais  de  cortesìa. 

Qe  nul  autra  qel  mon  sia. 

E  seu  p  nom  uos  dises. 

Tuit  conogron  que  uos  es. 
Lo  cor  qus  ai  ses  bauzia. 

Iueiatz  bella  doussa  mia. 

Sius  platz  enó  gardatz  ics. 

43.  Aram  requier  sa  costume  son  us. 

Amors  p  cui  plain  esospir  eueil 

Qe  la  gesser  del  mon  ai  pris  ?seil. 

Em  dis  qu  ani  tat  aut  con  pose  ésus. 

La  meillor  dópna  elas  mels  fermesa. 

Conors  epretz  mer  epros  enó  das. 

E  car  il  es  del  mon  la  plus  prezà. 

Ai  mes  en  lei  mó  cor  ema  spanza. 
Anc  nò  amet  tat  aut  co  ieu  neg'. 

la  tan  pros  dona  car  noi  troba  pareli. 

Mentent  en  lei  &  ani  mais  so  fseil. 

Mais  q  tisbe  no  amet  piramus. 

Qe  ioi  epretz  sobre  totas  lenassa. 

Qeles  al  pros  plaisenz  &  acordà. 

Et  als  autres  ab  orgoillos  semblan. 

E  dauer  larcs  ededura  coindanza. 
Da  mó  engles  nom  blasme  nimencus. 

Sira  loin  p  leu  daurenia  edel  móteil. 

Caisim  don  deu  del  seu  bel  cors  ?seil. 

La  plus  ualenz  ualon  de  freu  en  ios. 


—  35 


IXXVIII 


E  sitai  rei  dangletera  edefranza. 
Lonìeraimen  p  far  lo  sieu  coman. 
Qen  leu  etot  mon  cor  e  mon  talen. 

Ili  es  la  ren  don  plus  ai  demoràza. 
Anc  pceuals  cant  cu  la  cort  dartus. 

Tolc  las  amias  al  caualer  u'meil. 

Non  ac  tal  gaug  con  eu  'de  seu  ?seiì. 

Eni  fai  morir  si  con  mor  tatalus. 

Qe  zoueda  de  qem  deit  abundaza. 

Mi  don  ques  pros  ebella  eben  està. 

Rie  egentil  iouen  eben  parlan. 

E  de  son  sen  ede  bella  sembianza. 
Bona  dopna  ai  tant  ardit  oplus. 

Fui  qua,  uos  qis  la  ioia  del  cadeil. 

No  fo  lasaut  de  eis  enmenidus. 

Mas  ami  taing  mais  de  ptz  eduiiraza. 

Qen  dree  damor  fo  lardimen  plus  grà. 

Car  beni  de  far  tat  ardit  Ora  anan. 

P'  uos  morai  onaurai  benenansa. 

44.  Aissi  con  cel  ca  estat  senz  seingnor. 
E  son  alou  francamz  &  en  patz. 

(  'an  ren  nò  det  nimes  mais  p  amor. 

Ni  fo  destrecs  mais  p  sas  uoluntatz. 

E  poi  sai  es  p  mal  seignor  seignor  forsaz. 

Autresi  fui  meu  metheus  loniamen. 

Can  ren  nófl  p  autru  mandameli. 

Ar  ai  seinor  cui  nO  aus  dir  nimostrar. 

Ni  p  nul  plac  partir  nomen  pose  ges. 
A  nul  seinor  no  fai  mas  gran  paor. 

Qe  dels  autres  mi  deffen  eu  assatz. 

Qen  fo's  castels  edinz  mur  oen   tur. 

On  uauc  fugen  odesnuz  oarmatz. 

Mas  ab  aquest  noni  ual  sen  ni  foudaz. 

Qe  dìz  el  cor  sen  entra  esempren. 

Si  qe  nul  hom  no  lau  nil  uè  nil  sen. 

Tro  qe  ben  la  a  tot  son  obs  cóqes. 

Eni  fai  semblar  lo  ioni  an  clan  mes. 


Qen  dona  ai  mes  mon  pensamen. 

Don  pens  qen  air/,  me  sia  dan  qe  bes. 
A  nul  mal  trac  nom  tengra  adolor. 
Qe  p  autra  suffrir  ni  fus  iratz. 
.Mas  p  uos  dopna  ai  esglaietimor. 
Car  ab  uos  ai  cOpagna  esolatz. 
E  car  uos  sui  uostra  merce  priuatz. 
Nous  sia  greu  si  eu  en  uos  mante. 
Car  no  lo  fatz  dona  p  lomeu  sen. 
Ma  pio  sen  damor  qe  ma  si  pres. 

Qe  qat  enquier  autra  qe  mi  plagues. 

A  cublides  lo  ùre  eiitendimen. 

La  plus  bella  mi  sembla  laida  res. 
AdOcs  dopna  p  ura  gran  ualor. 

Vos  mezeisa  daiso  mi  conseillatz. 

Qe  ben  sabez  qe  ìmls  hom  uar  amor. 

Nos  puc  gardir  de  ren  pois  fort  li  platz. 

Qeu  men  sui  tant  deffenduz  egardatz. 

Qe  lai  on  es  no  uauc  nino  prezen. 

Qeu  nò  ueial  tire  cors  plazen. 

E  prec  amor  qe  ial  cor  noni  mezes. 

De  uos  amar  dopna  car  tem  qeus  pes. 

E  seu  uos  prec  dopna  forsadamen. 

Nomen  siatz  ia  piez  si  mielz  num  pus. 

45.  Lo  téps  aqeu  nò  chante  mais. 

Ni  saubi  far  contenimen. 

Ara  noni  tem  pluia  niuen. 

Tan  soi  i'ntratz  en  cosire. 

Con  pogues  bos  mot  assire. 

En  è  son  cliai  aperit. 

Seu  tot  nu  nei  fior  ni  foila. 

Mielz  mi  uà  cai  téps  florit. 

Car  lanior  qeu  plus  uolc  mi  uol. 
Tot  midesconosc  tan  beni  uai. 

Eson  sabes  en  cu  eu  miten. 

Nò  auses  far  mon  ini  paruen. 

Del  mielz  del  moli  soi  iausire. 


(xxvm) 


36  — 


E  seu  sai  chantar  ne  rive. 

Tot  mes  p  lei  esclarit. 

Ma  dona  prec  qem  acoilla. 

E  poscam  ma  cn  reqit. 

No  sia  qi   dona  qi  tol 
le  nion  tan  bon  amie  nò  ai. 

Fraire  ni  cosin  ni  paren. 

Qesim  uai  mon  ioi  en  qeren. 

Qinz  en  m5  cor  noi  nazire. 

E  seu  mi  uolc  escondire. 

No  sen  teigna  p  trait. 

Non  noi  lausengier  mi  toilla. 

Samor  nini  leu  ental  crit. 

Don  eu  mi  lais  morir  de  dui. 
Ab  sol  lobel  semblan   qem  fai. 

Can  poc  ni  ai  ies  lo  cosen. 

Ai  tant  de  ioi  q  sonc  mó  sen. 

Caisim  tormen  uolue  emuire. 

E  sai  ben  can  la  remire. 

Cane  hom  belezon  nò  uit. 

Qe  ies  uer  mi  nos  orgoilla. 

Amors  ainz  nai  lo  chausit. 

Dai  tan  can  mars  clau  ni  reuol. 

46.  A  ben  chantar  couen  amars. 

Elocs  egrazirs  esaizos. 
Mas  seu  agues  des  qatrels  dos. 
Nom  parials  autres  nes  peres. 
Qel  loc  ini  dona  iois  ades. 
E  la  saizons   des  qe  soi  gais. 
Qies  lo  tèps  qan  lerba  nais. 
Si  bel  sa  genza  fuel  efior. 
Tan  no  maui  daen  mon  chantar. 
Con  precs  egrazifs  de  seignor. 
E  pe  amar  fo  ia  chantars. 

Grazirs  eiois  epretz  pel  pros. 

E  fo  qe  sola  sospeizos. 

Ses  autres  plus  ab  com  cuges. 


Essegnaua  com  sen  anzes. 

Vas  tot  son  ben  estar  des  lais. 

E  qes  penesen  mainz  essais. 

Con  li  gregues  prez  euallors. 

E  qes  chausis  de  mes  chabar. 

El  fol  uils  segnorils  honoros. 
Ara  noni  par  qe  chastiars. 

Mi  ualgues  ni  dams  ni  tenzos. 

P'o  no  cug  tane  amor  fos. 

Plus  fins  amadors  trobes. 

E  qi  p  dreit  la  razones. 

Tot  iorn  se  meillora  eual  mais. 

Mas  si  cu  finas  uerais. 

Semblan  trafanals  trichadors. 

E  lor  en  ian  fai  nom  camiar. 

Qe  pois  fai  no  es  fin  amors. 
De  chastiar  mi  soi  tan  pars. 

Qe  puetz  nestau  cosiros. 

Car  nei   cai)   pogner  despos. 

Non  pose  tan  far  qe  iois  cobres. 

P'o  si  sos  ditz  aueres. 

Mos  bels  segner   lira  eies  mais. 

Qieu  nai  sofret  mi  fora  iais. 

E  force  eualer  e  socors. 

E  deuria  sen  plus  coitar. 

Car  nini  uol  nini  domanda  illors. 
Esi  eu  de  far  li  fos  auars. 

Don  magues  mandat  ni  somos. 

Assatz  lo  porterà  razos. 

Qe  ia  couent  nò  mantendes 

Era  sii  soi  uerais  pesses. 

Sis  taing  qes  uolua  ni  biais. 

Qe  la  bona  spanza  am  pais. 

E  ma  ?paing  ab  chantadors. 

E  ma  fait  solatz  entrobar. 

Don  mera  totz  cobrar  acors. 
E  ges  déuer  nom  par  afars. 

Des  q  trebail  ni  messios. 


ol    — 


(xxixl 


Non  tei  coni  nò  sia  ioios. 

Cane  nò  pavec  qe  ben  anes. 

A  lui  cui  ioi  nò  agrades. 

Ni  sens  ni  sabers  qc  ioi  bais. 

No  magrades  ni  noni  atrais. 

Qc  da  zai  irada  rieors. 

E  qi  qe  sapel  trop  pessar. 

Saber  eu  die  tanz  es  folorz. 
A  merceiar  taing  merceiars. 

E  franqeza  als  franes  amoros. 

E  contrals  sobrerls  orgoillos. 

Orguels  emais  car  si  gares. 

Donai  traspas  anz  qei  passes. 

Ja  uil  ni  sobrerls  ni  sauais. 

Noi  plagra  q  nos  taing  sapais. 

Ental  obra  don  desonors. 

Lin  remaisses  se  razonar. 

Lau  aueni  (')  entramadors. 
Feg  uein  sobre  totz  de  dolors. 

Son  li  drap  e  qil  sap  triar. 

Fail  si  cu  pradels  sor  so  de  iors. 

47.  Anc  enemics  qi  eu  agues. 
Nul  teps  mitene  tàt  de  dan. 
Com  mos  cor  emei  oilz  fan. 
E  si  eu  ai  plor  mal  pres. 
Il  noi  an  fac  nul  gadain. 
Qel  cor  en  sospira  en  plain. 
Els  oilz  en  plura  souen. 
Et  on  cascus  piecs  en  pren. 

Plus  uolon  lai  obedir. 

Don  sen  ton  lornal  uenir. 
Per  qeu  magrops  si  eu  pogues. 

Cai  cor  &  als  oilz  qen  fan. 

Auer  de  ma  mort  talan. 

Fugis  mas  leu  nò  posges. 

Ainz  matur  ema  copain. 

Aplure  fis  ses  remain. 


A  la  dreiturals  gai  plazen. 
Cui  il  son  obediam. 
El  uoil  orar  eblandir. 
E  gen  lausar  ses  mStis. 
Las  un  aitals  saizos  es. 
Qe  li  plus  fizels  anian. 
E  cil  camon  ses  enian. 
Son  en  colpatz  emespres. 
Et  ai  cil;'acui  sofrain. 
Tot  so  qad  amor  satain. 
Son  uolgut  enò  es  gen. 
Qa  mors  falsa  lui  iauzen. 
Qe  no  sap  lo  bens  gradir. 
Nil  mais  si  lo  sen  soffrir. 
Mas  de  mi  uol  cui  tempres. 
Qe  falsa  tot  son  coman. 
De  lei  qe  noni  uol  nini  Man. 
Nil  platz  res  qami  plagues. 
Qai  sim  pren  eò  pres  galuain. 
Del  bel  desastruc  estrain. 
A  cui  la  uenc  far  couen. 
Qel  fezes  son  mandamen. 
Et  el  noi  dee  far  ni  dir. 
Een  qil  deges  abolir. 
Mas  pò  piecs  de  morz  es. 
Qi  uai  languen  desiran. 
Et  aten  eno  sai  qan. 
Li  uolgra  ualer  merces. 
Pois  ai  piecs  p  qem  ?plain. 
Qem  un  iorn  fenis  efrain. 
So  com  en  conqier. 
Grieu  damor  al  meu  parer. 
Dera  poinar  alfenir. 
Ai  tan  con  al  còquerir. 

48.  Tres  enemics  edos  mal  seignor  ai. 
Qa  uns  qes  poina  noit  eior  cu  aueia. 
Le  nemis  son  mei  oil  el  cor  qem  fai. 


1 1 1  Sul  mi.  parrekle  c/i  dover  lei/nere  alieni 
a  tu. 


ma  e  visibile,  benché  a  stenla.  •<>,  piccolissimo  px.ito   che   sovrasta    alla 


(xxx) 


38 


Voler  celei  carni  no  tangneria. 

E  Imi  seiner.  es  amors  qem  bailia. 

Ten  mon   fin  cor  emoii  fin  pensarne. 

Lautre  es  uos  dópna  en  que  eu  unte-. 

A  cui  nò  aus  mó  cor  mostrar  ni  dir. 

Co  mausiatz  denueia  ede  desir. 
Qe  farai  doc  dópna  qeu  ni  sai  ni  lai. 

No  pose  trobar  re  ses  uos  q  bo  sia. 

Qe  ferai  eu  cui  serion  esglai. 

Tuit  autre  ioi  si  de  uos  no  auia. 

Qe  ferai  eu  cui  capdella  eguia. 

La  uostra  niors  qem  fug  em  sec  enprS. 

Qe  ferai  ieu  qautre  ioi  no  agèt. 

Qe  ferai  ieu  ni  coni  porai  gandir. 

Se  uos  dópna  noni  uoletz  retenir. 
Coni  durarai  ieu  qe  no  pose  morir. 

Ni  ma  uida  nomes  mas  malanasa. 

<  ÌQ  durarai  ieu  cui  uos  faz  languir 

Despatz  ab  un  pauc  despanza. 

Cu  durai  ieu  qe  za  alegranza. 

Non  aurai  mais  si  nomiuen  p  uos. 

Con  durarai  dona  qeu  son  ielos. 

Vas  tuit  home  qi  uai  uas  uos  niue. 

E  dai  tot  cels  acni  nane  dire  be. 
Conuiurai  ieu  qe  tan  coral  sospir. 

Fatz  noit  eior  qe  mouè  depesaza. 

Conuiurai  ieu  qe  noni  pò  far  nidir. 

Autra  ses  uos  re  qem  don  alegranza. 

Con  uiurai  ieu  qals  ne    port  émbràsa. 

Mas  Ore  cors  uostras  bella  faizos. 

El  cortes  die  humils  eamoros. 

Con  uiurai  ieu  qe  dals  no  prec  dcu. 

Mas  qem  lais  ab  uos  trobar -merce. 
Qe  dirai  ieu  dópna  si  noni  mante. 

Fina  merces  siuals  daitan  qeus.  uòsa. 

Ab  mO  fin  cor  &  ab  ma  leial  fé. 

Vostra  rictat  eura  gran  ualensa. 

Qe  dirai  ieu  si  uos  no  faz  suffrensa. 


Qe  dirai  ieu  cautra  nò  pose  uezer. 
Qen  drec  damor  me  pescai  cor  plazer. 
Qe  dirai  ieu   qalatra  al  mO  no  es. 
Qem  dones  ioi  p  nul  ben  qem  fezes. 
A  la  ualen  contesa  de  proensa. 

Qar  sqn  sieu  fac  daunor  ede  saber. 
El  die  cortes  el  semblanz  de  plazer 
A  ma  chanzos  car  cela  de  cui  es. 
Ma  comandat  ca  lei  la  trameses. 

Peirols. 

49.  Dun  bon  ucrs  uai  péssan  co  lofezes. 

Camors  ma  dai  la  chaisó  eltalen. 

Em  fai  estar  del  tot  al  sieu  cornali. 

Si  qe  mon  na  retengut  en  gaie. 

Trop  demostra  uas  mi  son  poderaie. 

Qera  ma  uei  lo  trebal  on  ma  mes. 

1"  lai  dòpna  qem  drent  me  nosatég. 
Aqestain  plaz  mais  qe  neguna  res. 

Alci   mautrei  litges  das  erenan. 

Si   no  qam  uol  mi  qen  chal  catrestan. 

Serai  ades  uer  lo  sieu  seignoratge. 

Cu  sieu  lagues  fait  eertain  liomenatge. 

E  seria  grà  torz  qime  tolgues. 

Lodesirer  pos  tot  las  men  soffraig. 
Beni  uuel  samor  mais  qere  nO  laus  ges. 

Estiers  cab  ditz  corbert  leu  uau  parla. 

Mais  sii  uolgues  esguardar  mo  sebla. 

NO  ealria  plus  uertadier  mesatge. 

Qen  sol  les  gart  poc  ombé"  p  usatge. 

Lo  pessamen  conoisser  tals  uez  es. 

Mèbrers  licasat  qi  er  qis  ?plaìg. 
Ben  sap  qeu  lam  sii  amar  mi  uolgues 

Mais  nò  ouol  ni  ies  noma  ptan. 

Cuiatz  uos  dóc  ca  si  uai  apessan. 

De  sa  ualor  e  de  son  rics  lignatge. 

Qe  noil  deia  esser  fer  esauuage. 

P'o  ualer  sol   enamor  merces. 

\Vs  la  spanza  on  ma  dolor  refratg. 


_  39  — 


(\XXI) 


Iqest  conort  nò  es  mais  necies. 

Car  en  amor  poa  trop  uaita  inan. 

No  dcu  hom  pois  auer  fianza  gran. 

Qe  farai  due  partiraim  de  de  folatge. 

Non  eu  p  qc  far  iuoil  ino  dampnage. 

Aisi  co  col  ca  iogar  ses  empres. 

Qi  pt  ept  p  respit  de  ^adaing. 
l'ar  p  gran  sen  ai  uist  uenir  diipnage. 

E  p  foudatz  uè  màtas  gran  bes. 

DOpna  en  nai  tal  auentura  remaig. 
Dópna  el  u's  entendez  mó  corratge. 

El  uostre  cors  francs  naturala  cortes. 

Sap  chausir  zo  ca  uos  sen  ataig. 

Peirols. 

50.  Si  beni  soi  lolg  &  entre  genz  estraiga. 

Emais  cosir  damor  enqem  conort. 

E  precs  du  u's  co  lo  faza  de  la  euri. 

Tal  qe  sia  bos  eplazenz  efins. 

E  car  hom  mais  non  chantar  migzis. 

Et  cu  mi  dei  ga'dar  qe  noi  repnda. 

Ni  diga  ren  don  sauis  mi  repnda. 
Nuli  es  nulior  qinz  el  cor  no  deiscéda. 

Una  dousor  qem  uen  de  mO  pais. 

Lai  ione  las  mans  eia  estai  aeli. 

E  lai  uos  die  qu  uolria  esser  fort. 

Pres  de  midonz  si  totz  aues  mitort. 

Cabcl  solatz  &  ab  douza  cópaigna. 

Mi  dauret  gét  so  ca  ora  taigna. 
Assatz  ai  mais  qe  cossir  eq  plaigna. 

P'  pauc  lo  cor  nom  part  cà  mi  recort. 

Del  bel  semblà  del  ioi  edel  de  port. 

E  del  plazers  qlam  fez  eqem  dis. 

Ha  cu  fora  guaritz  sa  dós  moris. 

Qera  sii  prec  qe  de  mi  m'cel  pnda. 

Sol  ueiaire  né  fai  qillo  entenda. 
Dautra  guisa  prec  deu  qla  defenda. 

Mas  ben  uolgra  q  la  un  ior  sentis. 

Lo  mal  qu  trai  plei  sers  ematis. 


Qen  greu  perii  mi  laisset  lóc  deport. 

E  no  uolgues  cautre  men  aia  estort. 

Car  si  fai  tàt  qlla  uasmi  sa  fraigna. 

Anc  hom  damor  no  fez  gensor  gadaigna. 
A  lei  no  fail  res  cabon  prcz  sataigna. 

NO  sai  dópna  cui  oli  mellor  laus   port. 

Pros  ebellas  genta  pqe  mamort. 

E  doncs  damor  cui  tot  iorn  obezis. 

Poiri  esser  uunas  uez  uos  chausis. 

Aqestal  qier  ]>  dieu  ep  esmenda. 

E  sol  iamais  guiandos  no  mrenda. 
Or  Ines  mestier  qe  sofre  q  atenda. 

Con  soffrirai  pos  lei  no  abellas. 

Mielz  me  fora  zo  cug  qu  men  partis. 

Co  no  ert  ia  trop  nai  pres  rie  conort. 

Bona  dópna  uostrom  sui  tol   afort. 

E  no  crezaz  la  mors  emi  remaigna. 

Qen  uus  amar  tem  q  téps  mi  sofraiga. 
Non  laiserai  dOpna  lo  u's  nous  port. 

Qen  aissim  ten  lo  desir  engren  laigna. 

NO  pod  esser  qi  eu  plus  zai  remaigna» 

51.  Er  sespan  la  flors  enuersa. 

Pels  trenchan  rans  epels  tertres. 

Qals  flors  neus  gels  econ  glapis. 

Qe  cortz  edestreing  etrencha. 

Don  liei  mortz  qils  critz  braitz. 

Cis  des  efuels  enrams  &  engisdes. 

Mas  mi  ten  uert  iauzen  eiois. 

Er  can  uei  socs  los  dolenz  crois. 
Car  en  aissi  o  enuerse. 

Qe  bel  pian  mi  semblon  tertre. 

E  tee  pflor  lo  tonglapi. 

E  cautz  mi  par  qel  freitz  trenche. 

E  tron  mi  son  chant  ecisde. 

E  par  hom  folat  lidisde. 

Sim  soi  lazat  eferms  en  ioi. 

Qe  ren  no  uei  qem  già  eroi. 


(xxxn) 


—  40 


Mas  una  gèz  fada  enu'sa. 

Qem  semblon  norrit  entertres. 

Qem  fan  trop  piecs  qe  glapis. 

Cus  qex  abla  lenga  trenza. 

Em  par  lon  bas  &  abtisdes. 

E  noi  ual  baston  ni  gisdes. 

Ni  menaza  ainz  lor  es  iois. 

Qan  fan  zo  p  coni  los  dan  crois. 
Car  enbaisan  nous  en  enu'sa. 

No  ino  tollon  ual  ni  tertre. 

Dopna  nigel  ni  cSglapi. 

Mais  no  poders  trop  eiitrechi. 

Dopna  p  cui  chant  ecisde. 

Vostre  bels  oilz  mison  gisde. 

Qem  chastion  sii  cor  ab  ioi. 

Qeu  nò  aus  auer  talen  croi. 
Anat  ai  con  chaus  enuerse. 

Totz  tèps  o  er  chan  uals  entertres. 
Marritz  con  boni  cui  co  glapis. 
Destregne  ma  cella  trencha. 
Cane  nò  coqes  chant  meisdes. 
Plus  qel  fel  derc  coqer  gisdes. 
Mas  er  dieu  lau  malberga.  iois. 
Malgrat  dels  fals  lausengiers  crois. 
En  mos  uers  caissi  enuerse. 
Enol  tegnon  uail  ni  tertre. 
Lai  on  boni  no  sen  còglapi. 
Ni  afreitz  poder  qe  trenebe. 
Mandonz  lo  chant  el  cisde. 
Dar  qinz  el  cor  liurrel  gisde. 
Chel  qi  sap  gen  chantar  abioi. 
Qe  nos  fai  achantador  croi. 
Dolza  dópna  amors  eiois. 

Nos  tè  èseins  mal  grat  dels  crois. 
Ograr  gran  ren  ai  menz  de  ioi. 
Car  nos  uei  enfaz  semblan  croi. 

52.  Manta  gentz  mimai  raisona. 


Car  eu  no  chantz  plus  souen. 

E  qi  daizo  mo  chaisona. 
NO  sap  ies  can  loniamen. 

Matengut  engreu  penssamen. 
(Jil  qe  mo  cor  enpreisona. 
P'qu  port  esiauzimen. 
Tals  desconort  mi  dona. 
Pero  sinfo  francha  ebona. 

Ma  dópna  al  comenzamen. 

Mas  er  noma  coil  nini  sona. 

Mas  en  aissi  con  lautra  gen. 

Car  conois  qeu  lani  flnamen. 

Ha  tan  mal  me  guierdona 

Amors  fora  fallimeli. 

Saqest  tort  li  pdona. 
De  tota  ioiam  deslonia. 

Ma  dona  no  les  honors. 

Cab  cai  qe  plaizen  menzoigna. 

Mi  pogra  far  gen  socors. 

Er  uei  qe  no  es  mais  folors. 

Aqesta  atendanza  Ionia. 

Don  ai  fait  tantas  clamore. 

Camita  nai  euergonia. 
Ani  partirai  eu  nò  ia. 

Car  sos  pretz  esa  ualors. 

Modeueda  emo  calonia. 

Qe  qan  cug  amar  aillors. 

P'  tot  locors  mintra  lamors. 

Si  con  fai  laiga  en  lasponia. 

Totz  téps  mi  plairal  dolors. 

Cu  qem  destreing  en  ponia. 
Edes  uoil  camors  masailla. 

Em  guerreil  matin  esser. 

Contra  la  soa  batailla. 

Non  uoil  ia  repaus  auer. 

Car  seu  nò  ai  tot  mon  uoler. 

Tals  es  cil  caisim  trebailla. 

Qel  mon  nò  a  nul  plazer. 


Il 


f XXXIII  I 


Qo  lo  iiiifu  mal  trut   iKiilla. 
Lausenia  ni  deuìnailla. 

Do  noios  nulli  cai  temer. 

Sol  [usar  de  lui  noni  failla. 

Nuls  hom  nom  poc  dan  tener. 

El  cosirs  on  eu  mabezer. 

Mi  pais  mielz  dautra  uitailla. 

P'  mal  doler  mO  cors  no  sanuailla. 
Canson  atotz  en  digaz  uer. 

Qe  mO  chan  no  agra  failla. 

Sini  uolgues  damor  ualer. 

Ma  dópna  cui  iois  uailla. 

53.  Greu  fera  nuls  hom  t'ailleiiza. 

Si  tan  temes  sos  bus  sen. 

Con  lo  blasme  de  la  gen. 

Qi  uit  de  iab  desconoissa. 

Qeu  fail  car  lais  p  temensa. 

Del  blasme  desconouen. 

Car  cétra  amor  noni  pren. 

Catresi  notz  trop  soffrensa. 

Con  leus  cor  ses  retenensa. 
Car  en  la  nostra  mantensa. 

.Mi;  mis  amor  francameli. 

E  forai  mortz  ueramen. 

Si  nò  fos  ma  conoissenza. 

Dono  in>  aiaz  mais  priuenza. 

Qeu  man  si  cu  suel  plaien. 

Ni  mora  mais  tan  souen. 

En  mas  chanzos  qn  pa'uenza. 

Nauion  mcins  de  ualenza. 
Asini  degratz  dar  guirenza. 

Car  mais  gazaigna  eplus  gen. 

Qi  dona  qai  cel  qi  pren. 

Si  pretz  nauion  ben  uolenza. 

Mais  uolez  ses  eus  uil  tenèza. 

Vostra  fars  zen  men. 

Con  uos  sol  dar  aruos  uen. 


Mas  lais  men  car  ai  sabenza, 
De  maklir  edestenenza. 
Ja  merces  nous  uenza. 

P'  ini  qu  no  lai  atcn 
Anz  estarai  planameli. 
Ses  uos  pos  tan  uos  agenza. 
Francs  de  bella  captenenza. 
Si  eu  pose  qen  aizo  mente. 
E  cil  sofron  lo  tornirli. 
Qi  fan  p  fol  atendanza. 

An  del  pecat  penitenza. 
Lais  eu  auia  credenza. 

Tant  cat  amei  folamen. 

Enaizo  con  uai  dizen. 

Ben  fenis  qi  mal  comza. 

I"  qieu  nani  entendanza. 

Qe  p  proar  mon  talen. 

Magues  mal  comzamen. 

Mais  colluse  apresenza. 

Qe  tot  téps  magra  tenenza. 
Naiman  al  uostre  sen. 

Et  en  totz  téps  eisamen. 

.Mi  tene  damor  qe  pa'uen. 

Fai  fatz  mas  pauc  uos  agenza. 

54.  Mult  ifetz  gran  pecat  amois. 

Pois  li  plac  qes  mescs  en  me. 

Car  m'ee  noi  adus  ab  se. 

Ab  qe  sa  douses  ma  dolors. 

Camors  son  nom  en  desmen. 

Et  es  des  amor  planameli. 

Can  merses  noi  pod  far  socors. 

E  fora  li  pretz  &  honors. 

Pos  il  uol  uencer  totas  res. 

Cuna  uetz  la  uenqes  merces. 
Mas  trop  ma  azirat  ainors. 

Car  ab  merce  si  des  aue. 

P'o  mielz  qe  hom  uè. 


Classe  pi  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Sor.  -1\  Voi.  II,  Parto   1  '. 


ixxxiv) 


—  42  — 


Mi  donz  qe  ual  mais  qe  ualors. 
En  pod  leu  far  acordamen. 
Qe  maier  na  fait  p  un  cen. 
Qi  uc  evi  laneus  ci  calors. 
Sa  cordoli  onleis  semblanz  es. 
Qamors  si  acorde  merces. 
Mas  no  pod  esser  pois  amors. 
No  ouol  niraidonz  zocre. 
P'o  de  midonz  no  sai  re. 
Cane  tan  nome  folio  folors. 
Qeu  lauses  dir  mon  pensameli. 
Mas  cor  ai  qem  chapdel  absen. 
Et  ardimeli  qem  tolc  paors. 
P'o  espars  fai  las  flors. 
Tornar  frut  edamor  simpes. 
Qe  span  lam  uenza  merces. 
Per  nous  uenz  uécut  soi  amors. 

Vencer  nous  poso  mais  ab  m'ee. 
E  sentretanz  mais  uà  un  be. 
Ja  nos  erdan  ni  desonors. 
Cuiatz  uos  donc  qeus  estei  gen. 
Car  mi  faz  plaigner  tan  souen. 
Anz  enual  menz  Ara  lausors. 
P'ol  mais  mi  fora  dolzors. 

Sol  lautram  011  eram  soi  pres. 

Mi  pleises  merceian  merces. 
Estiers  no  pose  durar  amors. 

Enó  sai  cosi  ses  deue. 

De  mon  cor  caisius  acus  te. 

Qe  re  noni  par  qen  aia  lors. 

Qe  beus  ez  granz  eissamen. 

Podez  en  mi  caber  leumen. 

Cos  deuezis  una  granz  tors. 

En  un  pauc  mirai  el  largors. 

Es  tan  granz  qe  sa  uos  plagues. 

En  quer  neus  icabra  merces. 
Naiman  lo  uostre  socors. 

Et  en  totz  téps  uuel  ben  allors. 


Mas  ai  zo  no  uuel  sapchaz  ges. 
Ca  penas  nous  osap  merces. 

55.  Quant  amors  trobet  parti 
Mon  cor  de  sien  pensameli. 

Duna  tenson  masagi. 
E  podes  auzir  comen. 
Amics  peirol  malamen. 
Vos  anatz  de  mi  legnali. 
E  pois  en  mi  ni  enchan. 
Non  er  uostren  técios 
Digatz  quo  ualretz  uos. 
Amors  tan  uos  ai  serui. 

Enul  pechatz  de  mi  nous  pren. 
E  sabez  qe  tan  peci. 
Nai  agut  de  chausimen. 

Nous  enchaison  denien. 
Sol  qem  tengatz  dor  enan. 

Bona  patz  qals  nous  deman. 

Qe  uul  autre  guiardos. 

Noni  pogra  esser  tan  bos. 
Peirols  uos  metez  en  obli. 

La  bella  dópna  uailen. 

Qi  tan  gen  uos  acoilli. 

E  tan  amorosamen. 

Tot  p  niiou  comandamen. 

Trop  auez  legier  talen. 

E  no  era  ies  ies  sen  blan. 

Tan  gais  nitan  amoros. 

Eras  en  uostras  chansos. 
Amors  anc  an  mais  no  faili. 

Mas  arai  fas  forsadamen. 

E  pò  nai  ezu  qem  gai. 

E  qel  trameta  breumen. 

Entrels  reis  acordamen. 

Qel  socors  uà  trop  tardali. 

Et  auria  mestier  gran. 

Qel  marqes  uaillenz  ebos. 


43 


(xxxv) 


Agues  mais  de  conpaignos. 
Peirols  turcs  ni  arabi. 

Ja  p  uostren  uaziemen. 

Non  laisoran  tor  dani. 

Bon  cóseil  uos  don  egen. 

Amatz  echantatz  souen. 

Ires  uos  el  reis  noi  nan. 

Veiaz  las  gnerras  qen  fan. 

Et  es  gardatz  dels  baros. 

t  lòn  sis  trobam  oceaisos. 
Ani  .rs  se  los  reis  noinan. 

Del  ilalfin  uos  die  aitan. 

Ja  p  gnerras  ni  p  uos. 

Noi  laisera  tant  es  pros. 
Peirol  maint  amics  partan. 

De  lor  aniias  ploiran. 

Qi  se  Saladins  nò  fos. 

Sai  remandria  ioios. 

56.  Per  dan  qi  damor  maueigna  no 
laserai.  Qe  ioi  echant  no  mfi- 
teigna.  tant  cu  uiurai.  Caisi   sni 
en  tal  esmai.  nosai  qem  deueiga. 
Car  cil  on  mon  cor  satrai.  nei 
camar  no  deigna. 

Neguna  bon  entreseigna.  de  lei 

non  ai.  Don  ia  cohsir  mi  deuei- 
gna.  Del  mal  qeu  trai.  P'o  pre- 
garaila.  q  di'  mi  li  soneigna. 

E  samor  no  lamitrai.  mercenla 
destreigna. 

Bella  dopna  sius  plazia  far  ma- 
mistatz.  Qals  meraueilla  seria. 
Si  mamauaz.  Mas  ara  car  no- 
us  platz.  Se  ioi  men  deuenria. 

Conosc  ben  qe  maier  graz.  uos 
na  taglieria.  La  noit  mi  trab.i- 
il  el  dia.  nom  laisen  paz.  Tan 


mangoisson  corteisia  esa  beutatz. 
Las  qe  forai  zo  qu  faz.  qel  desir  ma- 
ncia. Sa  lei  nò  pren  pietatz.  qe 
plus  franca  sia. 

57.  Ves  uos  soplei  dopna  primeramen. 

P'  cu  eu  chat  ecoiiiz  ma  chanzos. 

E  sa  uos  platz  entendez  ma  razos. 

Qastiers  no  uos  aus  descobrir  ino  tale". 

Caisi  mauO  can  nei  Ora  faizos. 

La  legna  fail  el  cor  ai  temoros. 

Cor  qi  nò  tem  nò  ama  finamen. 

P'  qu  tene  car  lo  uostre  segnoratge. 
E  sei  folei  ben  ofaz  ocien. 

Sabez  p  qe  car  mi  platz  era  sa  bon 

E  dirai  uos  p  qal  entencios. 

Ben  espatz  uenom  asaluamen. 

Se  lam  fai  ben  mult  diserai  ioios. 

E  sem  destreing  sofrir  lai  p  sazos. 

Gradirai  lo  ben  el  mal  eisamen. 

Aissi  ferai  lo  conort  del  saluatge. 
Tat  ai  asis  mó  desir  finamen. 

En  la  uostra  mor  don  ia  deu  ben  nò  dò. 

Se  mais  nous  ani  seruir  en  pia  pdò. 

Qe  nul  autra  p  far  mo  mandameli 

C a  tan  gran  gauc  sa  trac  mon  cor  uar  uos. 

Cac  pois  uos  ui  del  nò  foi  poderos. 

Tant  enueios  fui  de  Ore  cors  gen. 

Car  cil  metheus  remais  el  uostrostage 
Bella  dopna  merceus  ciani  p  garen. 

E  pois  merces  noni  pod  dar  garisò, 

P'  mercef  preg  qe  m'ces  uencal  nò. 

Qe  ia  daizo  nò  serai  recrezen. 

Anz  clamerai  tan  m'ces  ab  rescos. 

Tro  qc  m'ee  rengas  mas  mas  amdos. 

Èntrels  uostres  éfaretz  chausimen. 

Cals  fi  e  més  del  certan  homenage. 
58.  Bon  chàtar  fai  al  gèt  téps  de  pascor  ('). 


(1)  11  copista,  come  solo  segno  di  separazione  tra  i  due  componimenti,  ha  fatta  un  po'  più  grande  e  piti  ornata  la  ma- 
iuscola, iniziale  di  questo  primo  verso.  Sicché  nulla  di  più  facile  che  prendere,  come  fece  il  Grùlsmacher,  il  n.  58  per  conti- 
nuazione del  n.  57. 


(XXXVI 


-   44 


Qan  li  auzel  chanton  ta  dousamen. 

Qi  pud  auer  benenansa  damor. 

Mas  eu  no  sai  coiti  pogues  davtinen. 

Faire  cliansos  pois  nò  aus  mon  tale. 

Mostrar  alei  on  uan  mei  cosirer. 

Mas  sii  sentis  de  la  dolor  qeu  sen. 

Ja  nona  fora  morir  de  desirer. 
Desirer  nai  qac  hom  no  lac  maior. 

Mas  son  rie  pretz  mi  fai  tan  despauc. 

Qe  no  laus  dir  mó  mal  ni  ma  dolor. 

Qe  tan  tem  far  cotra  lei  falimen. 

Mas  sii  sabes  co  ou  lam  flnamen. 

Tot  lo  mal  trait  me  semblarO  legier. 

Mas  eu  sui  fol  car  ani  plus  autamen. 

Qe  no  sec-hai  ni  mauria  mestier. 
Mestier  magra  qeni  fezes  tan  donor. 

Qe  noi  fos  grevi  sen  faz  ta  dardimé. 

Qeu  retraia  enchantan  sa  ualor. 

E  son  rie  pretz  far  dir  amanta  gen. 

P'o  negus  no  conos  nienten. 

De  cui  eu  chant  ni  non  tem  lauségier. 

P'  qem  podez  amar  celadamen. 

Mas  eu  sui  fol  car  daitan  uos  enqier. 
Enqereus  uol  meu  ai  tan  gra  paor. 

Qant  eu  mi  pens  de  uos  lo  prez  el  sen. 

E  diz  mei  cor  qeu  faria  folor. 

K  pois  mi  diz  dili  tot  couinen. 

Donc  qe  farai  pois  no  ai  ben  uoilen. 

4  «►  i  1  trametrai  pfeziel  mesagier. 

Car  iil  qeu  pois  qe  sion  plus  uailen. 

Son  uar  amor  uilan  cmal  parlier. 
Dal  parlier  son  p  qu  mi  gait  delor. 

Eamirai  midonz  sabiamen. 

Tro  qe  il  plaia  qe  miget  del  error. 

Qeti  ai  sofert  psamor  loniamen. 

Qel  seus  bels  oilz  mi  forò  ta  plaisen. 

Elgai  sébla  qan  lani  de  premier. 

Cac  pois  ailor  no  aig  entendimen. 


Ni  autra  mor  noni  pod  dar  ioi  entier. 
Bella  dopna  deu  pc  qeus  don  cor  etale. 
Qe  maleiez  la  dolor  qu  sofres. 
Peirol  iulaz  echantatz  coindamen. 
De  ma  chansos  los  motz  el  son  legier. 

59.  Tot  lan  mi  ten  amor  daital  saison. 

Con  estat  cel  carnai  don  sen  dormis. 

Qe  moria  dormen  tan  es  conqis. 

En  breu  dora  etro  co  lo  resida. 

Atresi  mes  tal  dolor  de  mezida. 

Qem  donamors  qe  son  no  sai  nisen. 

E  eug  morir  ab  aqcst  marimen. 

Tro  qe  mesforz  de  far  una  zanzon. 

Qem  resida  da  qest  tormenz  enson. 
Ben  fu  amor  lusage  del  lairon. 

Qan  encontra  colui  destrain  pai::. 

Qe  il  fail  errere  q  il  son  lor  aniis. 

Tro  qel  li  ditz  bels  amics  tu  me  guida. 

Een  aisi  es  macta  genz  traida. 

Qe  lai  laduz  on  pois  lolia  epren. 

Et  eu  pose  dir  atresi  ueranien. 

Car  se  segui  amor  car  li  fu  bon. 

Tan  mi  menec  tromac  ensa  prisò. 
Ani  tene  lai  pres  onò  trop  raizon. 

Mas  de  ma  mort  qaisi  lor  abellis. 

Entre  mi  dons  eamor  cui  soi  fis. 

Lor  platz  ma  mort  elor  es  abelida. 

Et  cu  soi  eel  cui  merce  nò  lor  crida. 

Plus  qe  aisel  qes  itiiatz  atormen. 

Qe  sap  qe  pois  noi  uaria  nien. 

Merce  clamar  aia  tort  oraison. 

P'  qeu  nien  lais  qe  motz  no  Lor  en  son. 
Pero  nò  sai  qal  me  faza  ocal  non. 

Pois  p  mon  dan  mlgana  asitrazis. 

Amor  uas  cui  estau  totz  aclis  Ci 

Al  seu  plaiser  eaitai  fu  ma  scarida. 

Eni  tengra  torz  aparaula  grazida. 


(1)  E  spam  che  il  copista  ha  lasciato  bianco. 


15 


f xxxvn) 


Sinom  mostves  tà  mal  captenimen. 

Mas  si  ai  niis  pel  meu  descadimé. 

Bem  fai  semblan  qem  aia  cor  felon. 

Qan  p  niò  dan  nò  tem  far  mesprison. 
K  faz  esforz  sab  ira  ini  midon. 

Car  en  aissim  conort  ema  foreis. 

Contrai  en  qamor  ma  assis  dezir. 

Aissi  con  cel  cabatailla  remida. 

E  sap  de  pian  saraizon  es  delida. 

Qat  es  encort  on  om  dreit  nel  cose. 

Et  ab  tot  zo  se  conbat  eissamen. 

Mi  còbat  eu  encort  on  om  ten  prò. 

Car  amor  ma  for  iuiatz  no  sai  co. 

Cabel  esp  dópna  esernida. 
E  tan  gran  drec  er  si  damor  mal  mipn. 

Car  anc  de  uos  mi  pati  las  dolent. 

P'  una  tals  qi  ia  noni  tenran  prò. 

Anz  maueira  ensa  dousa  preiso. 

CO.  Lo  genz  tSps  de  pascor. 

Ab  la  douza  uerdor. 

Nos  adutz  follie  efior. 

De  diu'sas  color. 

P'  qe  tuit  amador. 

Son  gai  ecliantador. 

Mas  eu  plaing  eplor. 

Cu  ioi  nona  sabor. 

A  uos  mi  ciani  seignor.  De  midons 
edamor.  Car  cist  dui  traitor.  Car 
me  fiaua  enlor.  Mi  fan  mure  ado- 
Ior.  P'  ben  ep  honor.  Cai  fait  ala 
gensor.  Qe  noni  ual  ni  macor.  Pe- 
na edolor  edan.  Nai  agut  &  ai  gran. 
Mais  soffret  o  aitan.  Nò  nm  tene 
ad  afan.  Cane  ne  nit  nulla  man. 
Mels  ames  ses  enian.  Si  coni  las 
dópnas  fan.  Los  fon  ani  dos  enfan. 
Lani  ades  elablan. 


Los  uai  mos  iois  doblan.  Acascùs  inr 
delan.  Esi  nion  fai  enan.  Amor  oboi 
semblan.  Cant  er  uielam  denan.  Qu 
laia  bon  talan.  Anc  nò  uitz  drutz 
leials.  Sordeis  oaia  sai.  Qeu  lam 
damor  coral.  Ellam  ditz  noni  cai.  En- 
anz  qe  pai.  Noni  noi  ira  mortai.  Esi 
daizoni  uol  mal.  Peeliat  fa  c'minal. 

Las  uiures  qem  ual.  Seu  nò  uei  al  ior- 
nal.  Mon  fin  ioi  naturai.  En  leit 
sotz  fenestral.  Cora  blanc  tot  atre 
stai.  Con  la  nous  anadal.  Sicam- 
dui  comunal.  Mesuren  seni  engual. 

Bon   fura  omais  sazos.  Bella  dòpna  e- 

pros.  Qem  fosdatz  arescos.  Enbaisem 
guiardos.  Si  ia  p  als  nò  fos.  Mas  car 
soi  eiioios.  Eus  bes  ual  dautres  dos. 
Qan  pforces  fauz  dos.  An  niir  uras 
faizos.  El  bels  oilz  amoros.  Beni 
meraueill  de  uos.  Con   es  de  mal  respos. 
Esemblan  traeios.  Qant  on  par  frac 
ebos.  Epois  es  orgoillos.  Lai  on  es  po- 
deros. 

Bel  uezer  si  nò  mos.  Denan  totz  lais 

euos.  Sadagra  canzos.  P'  mal  des  eiio- 
ios. 

61.  Seu  fos  encort  on  om  tégues  dritu'a. 

De  ma  dòpna  si  tot  ses  bona  ebella. 

Niclamerai  catangran  tort  mimena. 

Qe  nainatè  pluit  ni  couinenza. 

E  dòc  p  qem  pmet  zo  qe  nò  dona. 

Nòtem  pechat  ni  sap  qe  ses  u'goigna. 
E  ualgra  mais  qem  fos  al  prim  eschina. 

Qeqem  tégues  enaital  greu  racura. 

Mas  il  afait  si  con  c.jI  qe  cembella. 

Cabel  semblan  maniis  enniortal  pena. 

Don  za  ses  lei  no  pose  trobar  guirenza. 

Cac  mala  fos  tan  bella  ni  tan  bona. 


(XXXVIII) 


—  46 


Dautra  far  es  cortesa  echausida. 
Mas  mal  ofai  car  en  mos  dan  Sabrina. 

Qe  piecs  mi  fai  e  ies  no  se  meillora. 

Qe  mais  dedenz  qan  dol  en  la  maissella. 

Cai  cor  mi  bat  mi  fer  qe  nos  refrena. 

Samors  ab  leis  &  ab  tota  proensa. 

De  qant  no  uei  mon  rainer  de  marsc- 

illa. 
Si  tut  me  uiu  mos  uiure  no  mes 

uida.  Qe  malautes  qe  souenz  re- 

chalida.  Gueris  mult  greu  anz 

mor  can  sos  mal  dura.  Donc  soi  eu 

mort  sen  aisim  renoella.  Aqest  de- 

sir  qem  tol  souenz  la  lena.  Amo 

semblan  mult  laurai  tari  cGqisa. 
Car  nulla  dOpna  piecs  no   sa  coseilla. 

Ves  son  ami  eon  plus  lai  seruida. 

De  mO  poder  eu  lai  trop  umbriua. 

DGc  car  tan  lam  mult  sui  plus  fol- 

atura.  Qel  fols  pastre  cab  poi  bel 

chalamella. 
Las  uenenz  es  cui  amors  apodera. 

Apoderatz  soi  qan  mi  donz  ac  uista 

Car  neguna  trap  lei  nosa  pareilla. 

De  gauc  entier  ab  proza  complida. 

P'  qu  soi  sieus  eserai  tan  qan  uiua. 

E  si  noni  uol  er  tori  edesmesura. 
Chansos  uaten  ala  ualenz  raina. 

En  aragon  car  mais  raina  uera. 

Non  sai  el  mon  esi  na  manta  qista. 

E  nò  trop  mai  ses  totz  ni  ses  coreilla 

Mas  ille  franca  elial  egrazida. 

1"  tota  genz  &  a  deu  agradiua. 
E  car  lo  reis  sob  autre  reis  sauaza. 

Ab  aitai  reis  couen  aitai  raina. 

El  castiar  uostre  pretz  segnoreza. 

Sobre  totz  pretz  cab  meillor  faitz 

sananza. 


62.  Lo  genz  cors  onratz. 

Complitz  de  grant  beutatz. 

De  lei  q  plus  magenza. 

E  qe  plus  mi  platz. 

On  es  plazen  solas. 

E  franca  bumilitatz. 

E  fina  conoisenza. 

Egais  pretz  prezaz. 

Mi  fai  chantar  souen. 

Ses  zo  qil  noni  coseu. 

Qe  ian  sia  iauzire. 

De  auer  ioi  plazen. 

Ni  de  lei  nò  aten. 

Mas  len  ueia  el  desire. 

Cai  del  seu  cors  gen. 

Ses  autre  iauzimen. 
Per  aitai  lim  ren.  p  far  tot  so  tale. 

Esiuol  pod  mazire.  Qu  no  li  defé. 

P'o  bé  es  mes  pa'uè.  Q  pi'  forauinen. 

Car  li  soi  frac  sofrire.  Eu  lam  finame. 

Si  fos  sas  uolfitatz.  Qel  plagues  ma- 
mistatz.  Si  cab  douza  pa'uenza. 

Men  fos  ioi  donaz.  Anz  qe  fos  car  cG- 
pratz.  Qen  aisi  ses  faillenza.  fo- 
rai dons  engratz.  En  cent  dobles 
doblatz.  Epois  anziratz.  gais  sos 
enomoratz. 
E  do  fina  berme-lenza.  Si  enfos  be 

pagatz.  Mas  pel  uilans  baratz. 

Dels  fals  piador  falz.  Ves  mei 

en  mes  credenza.  Emal  encolpaz. 

Cels  camon  finamen.  P'  qeu  prec 

dousamen.  Mi  donz  cui  soi  sernire. 

Damar  leialmen.  Caltrui  galiain. 

En  damnage  no  uire.  Cadreit 

iuciam.  Er  tot  simal  menpren. 

Daudire  falimen.  Regnali  uila- 

namen. 


—  47 


fXXXlXI 


DOpnas  pqeuom  naire.  Elas  en  re- 
pren.  Qe  sima  adrut  nalen.  Cor- 
tes ni  conoisen.  Don  poscon  gran 
ben  dire.  Greuer  loniamB.  Car 
tengutz  ni  amaz.  Mas  un  mal  di- 
segnata. Ab  gran  desconoisenza. 
Er  segner  damatz.  Qe  ensai  de 
fol  maluaz.  Sen  es  totateiiiza. 
En  aut  lue  puiaz.  Emaniers  e- 
priuatz.  Can  es  pres  baissatz.  Qi 
en  fura  plus  iratz. 

E  mas  p  lei  nai  temza.  Emtenc  a- 
frenatz.  Cui  anc  no  piane  foldaz. 
Ni  faiz  desmesuratz.  Ni  maluatz  en- 
tendanza.  Ni  auol  pchaz.  Tal  ual 
qem  nespauen.  Enai  menz  dar- 
dimcn.  I"  lei  canbem  cosirre  so 
afurtimen.  Si  merees  noi  deisen. 
Proai  de  qe  sospire.  Qen  als  no 
maten.  Ni  ai  lo  cor  el  sen. 

63.  Nuls  bum  no  sap  damic  tro  la  pdut. 

So  q  lamics  liualia  denan. 

Ma  qan  lo  pt  epois  es  asoli  dan. 

El  notz  ai  tan  com  lauia  ueilgut. 

Adóc  conois  qe  lamics  liualia. 

P'  qu  uolgra  mi  dona  conogues. 

So  qu  liliale  an  qe  pdut  magucs. 

E  ia  pois  al  sieu  tort  nom  pdria. 
Ben  sai  qe  si  eu  lagues  ai  ta  nogut. 

Con  lai  ualgut  ni  sen  prez  (')  tit  ena. 

Qenagra  deit  (2)  qem  uolgues  mal  pi'  gra. 

Ca  nulla  re  p  qu  mi  soi  conogut. 

De  ma  dópna  qe  mais  me  noceria. 

Ab  leis  lo  mais  nomi  ualrials  bes. 

P'  qem  fora  for  bó  si  ieu  pogues. 

Qemé  ptis  mas  pdiu  no  poiria. 

De  samors  ma  si  douzament  uécut. 


Qe  ieu  no  pose  niiiaus  auer  takn. 
CJe  ia  de  leis  qem  auci  desinili, 
l'aita  mon  cor  nilen  uir  ni  leu  mut. 
Anz  si  enpren  esi  ferma  qec  dia. 
P'  qe  feira  chausimenz  sii  plagues. 
Mas  tan  sui  si  eus  si  p  sieu  me  tengues. 
l'oissa  fezes  com  del  seu  asa  guisa. 
Amors  tan  ai  uostre  uoler  ualgut. 

Etàt  ai  fait  lue  tèps  ure  comantz. 
Cane  noni  trobes  de  re  uer  uos  tirali. 

De  tan  rie  bens  co  mauez  couengut. 

Desses  men  un  anz  qe  del  tot  mort  sia. 

Qen  tot  lo  mon  no  es  tan  petit  bes. 

Amors  q  sol  de  ina  dopila  uengues. 

Qe  nom  de  ioi  enom  tolgues  feunia. 

Cella  nom  ual  ia  autra  noma  iut. 
Ni  ma  coilla  nini  fasa  bel  semblan. 

Qe  cil  noni  uol  ia  autra  nò  deman 

Ni  sera  uol  ia  amors  faire  drut. 

De  nul  autra  ges  ieu  no  uolria. 

E  sen  lei  fai  die  bé  ql  mó  no  es. 

Ni  chausimenz  ni  botatz  nimeisses. 

Ni  franqsa  el  mon  ni  cortesia. 

Ensauaris  ges  manior  no  partria. 
E  (3)  de  mon  amie  p  re  eomendisses. 

Entro  qe  ieu  deuer  proatz  agues 

Sii  es  uertatz  aiso  comendiria. 

64.  Aissi  con  la  chandeilla. 
Qe  si  mezeissa  destrui. 
E  fa  clardat  adautrui. 
Cane  on  trac  plus  greu  martire. 
P'  plaser  dautra  gerì. 
E  car  ab  dreit  escien. 
Faz  tan  gran  folage. 
Cad  autrui  don  alegratge. 
Et  ami  pena  ctormen. 
Nula  res  si  mal  men  pren. 


(1)  Sull'i  di  prez  c'è  il  segno  orizsontale  di  abbreviatura: 

(2)  Proprio  così  leqye  il  codice:  la  parola  è  riprodotta  esattamente  nella  stampa. 

(3)  ,,,„,„.  E  t  net  cod.  in  quel  piccolissimo  minuscolo  che  doveva  pò,  esser  sostituito  dalla  maiuscola  m  rosso. 


(XL) 


—  48 


NO  deu  piagner  del  dàpnage. 
Pero  ben  sai  p  usatge. 

Qe  lai  on  amors  saten. 

Vai  fondata  elog  de  sen. 

Donc  pois  tàt  ani  edesire. 

La  gensor  qel  mon  se  mire 

P'  mal  qem  posca  uenir. 

Nos  taing  qi  em  recreia. 

Anz  mi  plus  mauei  em  greia. 

Mei  li  dei  ma  mori  grazir. 

Sii  dreit  damor  uol  seguir. 

Qestier  sa  corz  no  plaide  ian. 
Donc  pois  daco  qem  ualria. 

Conose  qel  mer  ablandir. 

Ab  celar  &  ab   soffrir. 

Li  serai  hom  eseruire. 

E  fai  sim  uol  retener. 

Veus  mi  tot  al  sieu  uoler. 

Frane  fìs  ses  bauzia. 

E  sab  aitai  tricheria. 

Posca  fa  merce  caber. 
El  mon  no  anul  saber. 
P'  qu  camges  ma  folia. 
Lo  ioni  qe  sa  corteisia. 

Mi  mostret  nom  fez  aparer. 
Un  pane  damoros  plazer. 
Paree  ben  qem  uolc  ancire. 
Qinz  el  cor  manet  saisire. 
Lo  cors  qemes  li  deisir. 
Qe  mauei  denueia. 
Et  eu  con  fols  qi  foleia. 
Fui  leus  ad  enfoletir. 
Car  crezeo  zo  p  albir. 
Qenqer  nom  pes  qesser  deia. 
E  sieu  p  autra  qe  sia. 

Mi  pogues  mais  enricliir. 
Beni  nagra  cor  apartir. 
Mas  on  plus  fort  mo  cossire. 


En  tant  coni  1<  >  mòz  porpren. 

No  sai  una  tan  ualen. 

De  negun  parage. 

P'  qeu  el  seu  segnorage. 

Remang  tot  aencudamen. 

Car  noi  trop  melluram. 

P'  force  p  agradatge. 

Chanzos  al  port  dagradatge. 
Mon  pretz  eualor  saten. 

Al  rei  qe  sab  &  ente. 

Miras  enaragon  dire. 

Cane  mais  tant  iauzenz  no  foi. 

1"  fin  amor  con  er  sui. 
Cab  rems  &  ab  nella. 
Pora  des  zo  com  uos  cella. 
Si  tot  no  cam  faz  gran  brui. 
Ni  cono  uol  sapzon  de  cui. 
Mo  die  plus  qel  denestella. 
Mais  nos  ani  ges  una  niella. 
NO  pretz  car  ab  uos  no  sui. 
P'o  als  ob  uos  mestieu  qem  siaz  go- 
uerns  euella. 

65.  Baroli  ihesus  ((en  erux  fo  mes. 

P'  saluar  cristiana  gen. 

Nos  manda  totz  comunalmen. 

Ca  nem  cobrar  In  sart  paes. 

On  uenc  p  nostra  mor  morir. 

E  si  uol  uolon  obezir. 

Lai  on  fenran  tuit  li  plait. 
Nauziren  mant  esqui  retrait. 
Qel  sain  paradis  qenz  pmes. 
Om  nona  pena  ni  tormen. 
Voi  ara  liurar  fraiichamen. 
A  cels  qiran  ab  lomar. 
Qes  oltra  mar  p  dieu  seni  ir. 
E  cil  qinol  uolran  seguir. 
Nenia  unog  un  brun  iubaich. 


40  - 


M,l 


Qe  no  pose  atier  gran  esglaich. 
E  ueiatz  del  segle  qa)  ses. 

Qe  qi]  sec  plus  al  piecs  senpren. 

P'o  noi  a  mais  un  bon  sen. 

Com  lais  lo  mais  eprendal  bes. 

Qe  pus  lamortz  uni  assallir. 

Negus  nò  poc  ni  sap  gandir. 

Donc  pois  tuit  moren  atrasaich. 

Ben  es  fols  qi  uiu  mal  ni  laich. 
Tot  lo  segle  uei  sobre  pres. 

Den  ian  ede  galliam. 

E  son  ia  tan  lamescrezen. 

Ca  penas-regna  dreie  ni  fes. 

Qe  chascuns  poigna  entrair. 

S. in  amics  p  sui  enrichir. 

P'ol  trachor  sun  aisi  traici. 

Con  cel  qi  beu  toiseeh   ablaich. 
Va  talen  &  aragones. 

Ali  seignor  qan  seignor 

E  lare  efrancs  econoisen. 

Humils  &  adreit  ecortes. 

Mais  trop  laissa  enmamentir. 

Sos  sers  cui  dieus  bais  eair. 

Ca  totz  ior  estan  enagaich. 

P'  far  dan  &  en  paich. 
Reis  aunitz  ual  menz  qe  pagos. 

Qan  uiu  alei  de  recrezen. 

E  plurals  bens  cantre  despen. 

E  pzo  che!  paire  conqes. 

Aitai  reis  faria  en  aucir. 

Et  en  lait  locs  asebenlir. 

Qes  defen  alei  de  contraici], 
E  nò  pren  elio  dona  gamaich. 
Donas  ueillas  nO  ani  eu  ges. 

Can  uiuon  des  chausidamen. 

Contra  amor  econtra  iouen. 
Car  tir  paratge  ansi  mal  mes. 
Per  es  de  coratar  ededir. 


E  fer  de  scoutar  edauzir. 

Car  fra  domnei  an  si  tot  fraich. 

Qentre  lor  nò  trobon  eschaich. 
Duna  sim  tenez  cntlefeis. 

Qe  dal  re  no  ai  pensameli. 

Mais  de  far  uostre  mandameli. 

E  sen  gran  seruir  uos  pogues. 

Entrel  despoillar  el  uestir. 

,la  mais  mal  nom  pogra  uenir 

Car  nostre  die  euostre  faich. 

Man  sabor  de  rosa  de  maich. 
\'eis  de  leon  senes  nìtir. 

Deuetz  onrar  pretz  recoullir. 

Cum  cel  qe  se  me  na  engaraich. 

Temprat  dumur  ab  dolz  yplaich. 

66.  Aissi  con  cel  rama  e  nò  es  amatz. 
(I  ai  eu  fait  qai  ama  longamen. 
Sol  en  un  loc  eies  nomen  repen.^ 
Ainz  la  uoil  mais  amar  desespatz. 
Qe  dautra  auer  totas  mas  uolutatz 
E  car  eu  lam  finamenz  ses  eniaii. 
Creu  qil  ual  tan  p  qu  noi  amia  dan. 
\ii^it   ai  dir  p  qieum  sui  conortaz. 
(  !ar  qi  ben  sers  bon  guiardon  atS. 
Sol  qel  seruises  sia  en  loc  ualen. 
(Ian  aisi  ier  lo  mielz  guiardonat. 
I"  qu  mi  sui  auos  del  tot  donat. 
Bella  dópna  qe  dals  nò  ai  talan. 
Mas  deseruir  uostre  cors  benest.ì. 
Melz  i|eu  nos  die  uos  pree  qe  méntédatz. 
Qe  mais  uos  ani  eu  nos  aus  far  pa'uS 
E  no  men  lais  mais  endreit  espaué. 
Qe  seni  fezez  de  uos  trop  priuatz. 
i  ini  iliria  qeu  fos  enamoratz. 
P'o  uers  es  chan. 
Ren  no  amei  tan. 
Mas  endreit  uos  nò  aus  faire  senbla. 


I 


fXLIl) 


—  50 


Vos  aalez  tan  qeu  ere  ben  qe  sapzatz. 

Qi  mielz  ama  cel  prega  plus  temè 

E  cels  qe  prega  ades  ardidaniè". 

Bona  dSpna  ia  aqels  nò  crezatz. 

Cab  enià  uà  esi  e  enganatz. 

Mas  ensui  cel  qi  tem  maier  araan 

P1  qi  eu  nos  pree  gaire  mas  enchata. 
SouSz  mauè  la  noit  qan  soi  colgaz. 

Qeu  soi  ab  uos  psenblat  en  dorme 

Adòc  estauc  en  tan  rie  gaudimen. 

Qe  no  uolria  esser  reisidatz. 

Sol  qem  dures  aqest  plazer  pésatz. 

E  qat  mes  ueil  euit  morir  desiran. 

P'  qeu  uolgra  aisi  dormir  un  an. 
Bella  dópna  souen  sui  acordatz. 

Qeus  an  uezer  esouen  uauc  doptà. 

Qe  nous  plages  p  qeu  nesta  aita. 

67.  Per  grà  frachisa  me  còuen  chàtar. 

Se  uuel  auer  lare  qu  plus  desir. 

Mas  ie  ne  sai  on  ie  puissa  trobar. 

Bos  mot  ni  son  car  cil  qi  creit  morir. 

Nò  puet  sò~cor  agran  ioia  tornar. 

Mas  ni  por  qant  fin  amors  mo  ésega. 

Damer  celi  qi  paisiòs  esteiga. 

E  car  ne  uuelt  mo  mal  guierdoner. 
Li  tricheor  qi  sen  fegnét  damar. 

Font  les  leials  agran  dolor  làguir. 

E  les  dames  eu  fòt  mult  ablasmar. 

Car  amet  cels  qes  gabét  al  partir. 

Dóc  sui  ie  fols  qan   ie  ne  sai  t'ausar. 

Ne  pois  uiuer  mò  danaie  ni  plaig". 

Douza  dame  freit  glaiues  uos  estaiga. 

Si  me  faites  de  parfont  sospirer. 
Arai  pa'le  come  fols  estre  lui. 

Ja  li  pechez  ne  men  ert  pdonat 

Car  maudit  ai  laren  cui  plus  doi  foi. 

Seruirai  la  tot  asa  uolùtat. 


E  se  li  plaist  qe  me  reteiga  usui. 

Ameraila  come  ma  dama  ebeira. 

0  si  tàt  nolamala  mort  la  fera. 

Se  poi  dora  nò  uolt  pensar  de  moi. 
Dousa  dame  cui  ie  sers  esoploi. 

Vrostre  serai  trestotes  mò  etat. 

Com  hom  lies.  anos  qi  tes  motroi. 

De  ben  seruir  de  bona  liautat. 

Con  plus  uoi  eie  plus  uos  teincheire. 

Anz  fuissiez  uos  leuee  enfroide  bere. 

Qe  ia  mais  ioni  uos  de  gabiez  de  nini. 
Douce  dame  ben  me  deuez  aider. 

Sul  por  itat  qe  losengier  felon. 

Se  sót  uàtei  qe  por  lor  loseìgier. 

Feròt  parti  dos  amàz  enpardon. 

One  noi  de  uos  mais  ire  edestorbier. 

A  tàt  mar  ui  Ore  belle  semblance. 

E  uoz  beaus  euzqi  mot  nafre  ses  lace. 

Males  broites  les  uos  puissét  sachier. 

68.  Ara  sabrai  seges  de  cortesia. 

Dona  en  uos  ne  si  temez  pechat 

Qe  puis  merces  ma  del  ot  oblidatz. 

Sim  socorez  er  bos  enseìgnamz. 

E  pois  en  als  dòpna  ta  conoissenz. 

Conoscac  dòc  qe  mais  uos  estaria. 

Sentre  tot  téps  nò  trobaua  ab  uos. 

Qal  qe  bel  faiz  ocalqe  bel  respos. 

Qan  desir  tan  uostra  segnoria. 

Don  mauriaz  del  tot  occaisonatz. 

(ie  zomenfo  niert  ia  ab  mon  grat. 

Sim  deuria  plus  ualer  ehausifnz. 

(4e  pois  enmi  nò  er  ics  rardimz. 

Qe  iaus  clames  merces  si  tort  auia. 

Qab  tot  lo  dreit  estauc  ie  temoros. 

Qe  no  posca  ualer  ab  uos  rasos. 
E  nò  es  ies  uallor  ni  guaillardia. 

Qi  destru  zo  qe  troua  apodeiat. 


.1  — 


Ixi. in; 


Mas  tantas  ues  uos  aurie  mostrai 

1"  qeus  sembla  mos  castiar  nienz. 

P'o  tat  cz  dòpna  sobre  uaillenz. 

Mas  |i  orguil  sa  ualoi  idesuia. 

Qe  ies  orgnil  pades  nò  es  bos. 

Mas   ista  gét  alno  easaisos. 
Aiic  p  ma  fé  sul  ca  uos  mal  nosia. 

NO  ui  mais  cor  tan  seni  dumelitat. 

Con  la  uostre  mais  sapzatz  de  bcutat. 

No  uos  er  ia  pdona  faiz  contenz. 

Anz  salimi  ben  qe  si  cròt  cincenz. 

Qal  qe  chausis  la  genser  uos  penria. 

Qel  meiler  ezab  qe  merces  ifos. 

Mais  trop  pdon  pini  aibs  opdos. 
Ai       ifaz  gransen  ogran  fulia. 

Can  sui  uostrom  rimine  sabez  grat. 

P'o  uO  uuel  qen  blasmò  la  fuudat. 

.Mas  euolria  aem  fos  lausatz  Ios§z. 

<'av  de  limi  senz  unum  bus  afortimz. 

Cane  fols  om  no  ses  forzet  umlia. 

N'irti  nò  ni  anc  bon  drut.  nuaillos. 

P'  qrii  misforz  deser  auintures. 
Vostre  sera  ia  no  eas  plaisia. 

Euostre  soi  camors  ma  enseignat. 

Qieu  nò  creia  mal  respos  ni  comiat. 

Qe  sei  erezes  morz  fora  recrezez. 

Merauil  me  siqals  eqom  no  uenz. 

Mas  eu  morei  on  serei  poderos. 

Aqest  respit  men  rende  meilz  ioios. 
Alexandre  de  cor  ientendia. 

Deus  qan  formet  (ire  gét  cors  ioios. 

I  pareis  ben  alas  bellas  faizos. 

69.  Des  en  ben  uers  nò  pose  faillir. 
Xuil   bora  qe  ile  miilon   ebant. 
Cossi  poiri  eu  ren  umidir. 
<'oiu  no  es  tan  mal  ensegnatz. 
Si  parlab  lei  un  mot  odos. 


Qe  tot  uilan  no  torn  cortes. 

P'  qe  sasebaz  ben  qe  uers  es. 

Tot  qat  eo  die  tot  ai  di'  lei. 
De  ren  als  no  pens  ni  cosir. 

Ni  ai  desirer  ni  talan. 

Mas  de  lei  cu  il  pogues  seruir. 

Ni  far  tot  qan  il  es  bon  nil  platz. 

Qeu  no  ere  qeu  anc  pai  fos. 

Mais  plei  faz  zo  qe  il  plagues. 

Qe  ben  sai  conors  mes  ebes. 

Tot  qant  eu  faz  p  amor  delei. 
Ben  pose  bis  autres  escharnir. 

Caisim  soi  sabuz  trar  enan. 

Qel  mielz  del  mò  saubi  seni  ir. 

Eo  odic  esai  qes  uertat. 

P'o  menz  ni  aura  gellos. 

<;i  iliran  mez  e  nu  es  res. 

Qeu  mi  sai  coni  si  ses  ile  lei. 
Grieus  mes  lo  mal  fcraitz  asoffrir. 

El  dolors  qai  delei  tan  gran. 

Don  no  poc  lo  cor  reuenir. 

P'o  noni  piai  autramistat. 

Ni  mais  iois  nomes  douz  nibos. 

Ni  no  uuel  qem  sia  pmes. 

Qe  seu  nauia  cent  conqes. 

Ren  noi  pres  aicels  de  lei. 
P>ona  dòpna  souenz  piane  esospir. 

Etrac  gran  pena  egreu  afan. 

P1  uos  cui  ani  mult  edesir. 

E  car  nos  uei  nò  es  mos  gratz. 

Mas  si  be  mestau  loing  de  uos. 

Lo  cor  el  sen  uos  ai  frames. 

Si  caici  nò  sui  on  tura  uos. 

Ezo  qeu  ai  tot  es  de  lei. 
Jalas  q  plaing  ia  tem  morir. 

Qe  as  ani  trop  uioeta. 

Qe  mor  mors  hoc  nò  poc  carir. 

Eu  nò  ocom  tà  sui  iratz. 


m,v) 


—  52 


De  qe  de  lei  don  sui  aisos. 
Soffra  nO  ual  clamai]  merces. 
Sina  faz  noias  prò  pane  not  pes. 
No  qas  fai  de  lei. 
Conseil  ai  cai  uuel  men  partir. 
No  far  si  ferai  qers  fon  dan. 
Qen  pusc  als  uol  ten  l)>ii  chausir. 
I  >c  mot  ere  mi  era  digatz. 
Siaz  humils  frans  laros  epros. 
Sim  fai  mal  sofren  pas  soi  pres. 
Tu  oc  samar  uols  mas  sim  cres. 
.usi  brasar  poiras  de  lei. 

70.  Coindas  razos  enouellas  plazéz. 

1  '"inté  ui  mais  feaian  bel  solatz. 

E  gardem  nos  de  nuls  edefoudatz. 

E  recobrem  corteisias  esenz. 

El  sen  cortes  gauez  &  honors  epros. 
Enirels  ioios  deuon  esser  iauzenz. 

Eienz  parlanz  entrels  enrazonaz. 

«'atre  tan  so  de  bos  motz  sii  tomtatz. 

'  'on  de  foudatz.  ni  de  deschausimz 

E  genz  parlar  ab  auinèt  respos. 

Adhuc  amics  eno  creis  mesios. 
Per  qe  cuidatz  qeus  siadefendenz. 

Esi  auos  CO  nos  apel  maluatz. 

Qe]  tèps  auez  el  poder  nos  donatz. 

E  noi  uezez  metrels  lums  esardez. 

ilaruz  uos  iqel  tèps  uen  tenebros. 

E  noi  ueirez  tro  qe  il  mis  er  rescos. 
Car  ili  perils  uen  sobra  totas  genz. 

Morz  c|i  destai  bis  romtes  els  pzatz. 

I''  qe  mais  ual  si  faiz  qe  sipesatz. 

Qen  lir.u  ile  téps  iuen  alongamenz. 

P'  qe  lo  faitz  es  auinez  ebos. 

Qe  nosi  preigna  maluaisa  ocaisos. 
La-  duna  re  mes  uègut  pensamèz. 

•'em  uiura  iois  si  donars  nes  ostaz. 


Ni  aqes  cors  ben  aissanz  nutriatz. 
Si  uers  nò  es  niebantàz  es  nienz. 
P'  els  odic  enbronchatz  cosiros. 
l'ais  cauer  anqes  feignon  salamos. 

71.  Ara  no  uei  luzir  solei. 

Tan  me  sui  escrnrzir  lirai. 

E  ies  p  aizo  no  mesmai. 

l'uria  clardatz  mi  soleia. 

Damor  qinz  el  cor  miraia. 

E  qan  autra  gé"z   ses  inaia. 

Eu  meillor  enanz  qe  sordei. 
!''  qe  mos  chanz  no  sordeia, 

Part  me  semblon  uert  eu'mei. 

E  inuern  c3  e]  téps  de  mai. 

Sim  ten  fin  amor  coinde  gai. 

Neis  me  par  fior  bràclie  u'meilla. 

E  inuer  kallenda  maia. 

'Je  la  genser  eia  plus  gaia. 

Ma  mandat  qe  mamors  lautreia. 

Sainqer  nula  desautreia. 
i'anv  mifan  maluatz  conseil. 

P'qel  segles  muer  edeschai. 

l 'ara  sàioston  li  saluai. 

E  lus  ab  lautre  conseilla. 

l 'ossi  fin  amors  deschaia. 

A  maluaisa  ggz  saluaia. 

Qi  uos  nil  uostre  ?seil  creia. 

Dominideu  perd  emescreia. 
Da  qels  me  muer  cm  cóseil. 

Qira  mifan  dol  &  esmai. 

i  'ar  possa  lor  ilei  ini  qerj  ai. 

E  pois  chascus  se  ?seilla. 

l 'el  autrui  ioi  on  ses  glaia. 

■la  nuil  autre  dreit  no  aia. 

l'ali  sul  deport  uenc  eguereia. 

• 'i-lui  qe  plus  miguereia. 
Noit  eiorn  pens  cossir  eueil. 


(XI.V) 


Pian  esospir  epuis  mapai. 
i  >n  mielz  mesta  ez  in  mal  trai. 
Mas  uns  bos  respitz  mesueilla. 
Don  mos  coratges  sapaia. 
Fols  sui  cai  die  qe  mal  traia. 
l'uis  tàt  rie  corage  uea. 
Pro  imi  ab  sol  qelenueia. 
I  >arna  de  uos  meraueill. 

Si  qer  samor  nieil  die  qem  lai. 

Contra  la  foudat  qen  retrai. 

Pura  genta  meraueilla. 

Suam  pcolla  ntbaia. 

Ha  sera  ia  crune  retraia. 

i 'al  uos  ui  ecal  uos  uei. 

1''  bona  manza  qem  ueia. 

72.  Non  pot  esser  suffert  ni  atédnt. 

Qez  eu  no  chat  pos  lestiu  uei  tornai 

E  li  uerzer  coma  seron  canut. 

Pareison  Mane  eu'deion  li  prat. 

AdOc  masi  coqistat  un  amor. 

Sol  p  respit  dun  conine  qem  fé. 

Gardatz  qe  feira  sagues  delfaire. 

C'a  pena  deing  ad  autra  auer  solai/,. 
A  snn  obs  ma  de  bon  cor  retengut. 

('eia  qi  ma  p  amie  conqistat. 

Asatz  ma  mielz  en  breu  téps  conogut. 

Qe  tals  ia  lGcs  t'mini  pugiiat. 

Cuns  reprouer  me  dites  ancessor. 

Qi  téps  espa  no  fai  qan  téps  li  faill. 

Ben  eschai  ecoue  aqe. 

Qe  lóc  esps  amainz  plait  destorbat 
Ab  aizo  ma  ioi  ede  port  rendut. 

Emo  saber  es  des  emei  liurat. 

Qen  aqez  motz  cult  auer  etendut. 

Qem  uoillem  briu  far  rie  desamistat. 

Aizo  nonosc  eu  al  euseniador. 

Can  mi  cuion  mal  fai'  mó  fat  be. 


E  grazisc   lor  do   la  mala  mere.'. 

l'ir  sui  de  lei  estorz  ni  escapatz. 
Anc  nò  auzitz  son  plait  par  auengut 

Ad  orne  mais  auiàtz  Comes  anat. 

A  doble  man  me  enamic  ualgut. 

Qe  no  feiron  simaie  son  amat. 

Cuizanc  mais  adaizo  uàledor. 

Qeu  lor  miei  mal  de  mori  ez  il  aio, 

P'o  trait  man  di'  tal   loc  on  ia  so. 

Soffrir  affali  efóra  perilatz. 
.Mas  eras  ai  abon   port  do  salut. 

i'e  qe  uos  dei  mon  nauei  aribat. 

Er  ai  lo  staing  elo  plobs  recregut. 

E  p  fin  aur  mon  argen  cambiat. 

Qautreiat  ma  unas  delas  gensor. 

Dona  del  mon  eies  noni  desoue. 

Qem  don  samor  edun  baissar  mostre. 

Ez  es  tà  pros  cus  reis  en  fon  ondratz 
E  p  aizo  teing  p  ereobut. 

E  no  en  uei  el  mon  nul  home  nat. 

Sim  uolc  midonz  tener  uestit  onut. 

Esser  Ione  si  el  lue  del  meillorat. 

Anes  al  mieu  par  no  fu  faiz  tals  onor. 

<  'on  ami  er  sen  aisi  ses  deue. 

Qel  sieus  cors  blancs  gras  escasit  eie. 

Remir  baisan  eteing  entre  mes  brasi:. 
I.i  reis  nanifos  cui  doptan  limasmut. 

El  meiller  conts  dela  eristientat. 

Mandauen  ost  pos  ben  sii  remansut. 

E  noni  de  deu  farion  gran  bontat. 

Sobrels  espars  sarazin  tràitor. 

Ab  qe  lus  dels  menes  ensems  ab  so. 

Marit  seignor  qen  clau  oserete. 

No  an  pecat  nò  lor  fos  pdonat. 

73.  Can  hom  es  en  autra  poder. 
Xo  poe  tot  ses  talant  Compi  ir. 


IXI.VIJ 


u  — 


Anz  la  ucnc  souenz  azeqir. 

I"  lautni  grat  lo  sieu  uoler 

Dono  puìs  en  poder  mi  sui  raes. 

1  lanini-  si  grai  los  mais  el  bes. 

Els  torz  els  drecs  el  dàs  el  pros. 

Caisi  nios  comanda  raisos. 
<  'ai'  qi  noi  el  seigle  caber. 

Maintas  uez  lauen  asoffrir. 

Su  qe  il  desplas  abien  cobrir. 

Ab  sembianza  de  nò  caler. 

E  puis  qan  uè  qe  sos  locs  es. 

C'ontra  cels  qil  aura  mespres. 

Nosia  flacs  ni  nuaillos. 

Qen  gra,  dreit  notz  pauc  ocaisos. 

Tàt  ai  de  sen  ede  saber. 

Car  sai  del  tot  lo  mielz  chausir. 

E  sai  eonostre  egrazir. 

Qim  sap  ondrar  ni  car  tener. 

E  tene  malus  del  &  enocs. 

Ca  tei  semblatz  gai  ecortes. 

A  lor  amis  sui  amoros. 

E  als  cnemics  orgoillos. 
Bona  dópna  deu  cuc  uezer. 

Can  lo  Ore  géz  cors  remir. 

E  car  uos  ara  tant  edezir. 

Gran  bes  men  deuria  eschaer. 

Qe  sima  uostamor  cóqes. 

E  uencut  elazat  epres. 

Cap  tot  lo  siegle  si  men  fos 

Mentenrie  paubre  ses  uos. 
DOjina  can  uos  uei  remaner. 

Emauenc  de  uos  apartir. 

Tan  malignisi. n  li  sospir. 

P'  pauc  nomauenc  acazer. 

Ha  dousa  dópna  franca  res. 

Eetenez  mi  ema  chanzos. 

Si  ben  peisal  cortes  ielos. 


Si  poiria  enouol  ualer. 

Car  no  sesforza  del  morir. 

Pos  la  mort  noi  deigna  auzir. 

P'  despec  ep  no  chaler. 

Mal  nes  ondratz  us  bos  paes. 

Don  res  eplas  rendas  el  ses. 

Cros  poi  rida  al  cor  uermenos. 

Viu  mal  grat  de  deu  edeuos. 
74.  Si  ben  sui  loing  eentre  gét  estraga('). 

Einais  cosir  damor  enqem  conort. 

Epres  dun  u's  comsil  faz  de  lacort. 

Tals  qe  sia  bos  eplazenz  efins. 

E  car  on  mais  mò  chàtar  mi  grazis. 

Et  eu  mi  dei  gardar  qe  noi  refnda. 

Ni  diga  re  dù  sauis  mi  repda. 
No  es  imi  iors  qinz  el  cor  no  deisenda 

Una  ilolzors  qem  uè  de  mó  pais. 

Lai  ione  las  mans  elai  estau  aclis. 

E  lai  uos  qe  uolria  esser  fort. 

Pres  de  midoz  si  tot  aues  mi  tort. 

Ca  bel  solatz  &  ab  douza  cópaigna, 

Mi  dauret  gent  so  ca  ora  mestag". 
Assafz  ai  mais  qe  cossir  eq  plaiga. 

P1  jiauc  lo  cor  noni  part  qa  mi  recort. 

Pel  liei  semblanz  del  ioi  edel  depi.it. 

E  del  plazer  qe  lam  fes  eqem  dis 

Ha  con  fora  garitz  sa  dOc  nioris. 

Qera  sii  prec  qe  de  mi  merceil  preda. 

Sol  ueiaire  no  fa  qillo  entenda. 
Pautra  guisa  prec  deu  qela  defféda. 

Mas  ben  uolgra  qe  la  un  ior  sentis. 

Lo  mal  qeu  trai  p  le  sers  ematis. 

Qen  greu  perii  mi  laiset  Ione  deport. 

E  nò  uolgues  cautra  men  aia  estort. 

Car  si  tàt  fai  qela  uasmi  sofraigna. 

Anc  liom  damor  nò  fez  gèsor  gadaig'. 
Delei  nò  fail  res  ca  bon  prez  ataigna. 

Nò  sai  dópna  cui  on  mellor  laus  pori. 


il)  itti  ini),  imi,  c'è  nessunissime  segno  r  demi  linda  m,  alt,-.,  ■ 


CxLVll) 


Pros  ebellas  g§ta  p  qe  mamort 

E  doncs  amor  cui  tot  ior  obezis. 

Poiri  esser  cunas  uez  menchausis. 

Aqesta  qer  pdons  epesmenda. 

E  sol  ia  niiiis  guiardons  nomreda. 
Ar  mes  rnestiers  qe  soffre  qe  atSda. 

Con  sofiirai  pus  lei  no  abelis. 

Mielz  me  fora  zo  cug  qe  me  partis. 

Co  no  ert  ia  trop  nai  pres  rie  conort. 

Bona  dolina  uostrom  sui  tot  afort. 

E  nò  creiatz  lo  mors  enmi  remaigna. 

Qe  uos  amar  té  qe  tèps  mi  sofraigna. 
Non  laiserai  dópna  lo  uers  nous  po't. 

Qenaisim  tè  lo  defres  engreu  laigna. 

NO  pot  esser  qieu  plus  zai  remaigna. 

75.  Bona  dópna  un  còseil  uos  deman. 

Qel  me  donez  qe  mult  magra  mester. 

Qen  una  dópna  aimes  tot  mó  talan. 

Qe  nulla  re  tà  no  dezir  ni  qer. 

E  digaz  me  si  laudatz  qeu  leu  qeira. 

De  samistatz  oqenqer  men  sofreira. 

Qel  reprouers  retrai  certanamen. 

Qis  eocha  pert  econseg  qi  atem. 
Segner  beus  die  segò  lo  meu  sembla. 

Qe  ben  ofai  qi  bona  dópna  enqer. 

E  cel  sap  pauc  qi  laua  redoptan. 

Car  ano  dópna  no  feri  caualer. 

Mas  si  noi  plas  che  samor  lipfera. 

E  noi  aplns  dan  en  nulla  mainerà. 

Qe  bona  dópna  atàt  densegnamé. 

Cab  gen  parlar  sen  part  cortesamé. 
Dópna  eutem  qe  sii  deman  samor. 

Qem  responda  so  qe  mal  mi  saubra. 

E  qe  esgart  son  pres  esa  ualor. 

E  qe  diga  qe  ia  noni  amera. 

Mielz  mes  zoere  qel  serua  eatenda. 

Tro  qel  plaisa  qe  guiserdo  me  réda. 


E  digatz  men  Begon  uostrencien. 
si  ferai  ben  uscii  die  fallimen. 
Segner  tot  fols  afolia  encor. 

.Mas  cel  es  fols  qi  la  folia  fa. 

E  qant  hom  lai  om  nona  ualor. 

Pois  sen  repét  qe  imi  gazaig  nò  a. 

Ainz  deu  saber  qe  ia  gaire  despenda. 

Sin  poc  auer  guizardon  memenda. 

E  sii  conois  qil  aia  bon  talen. 

Serua  li  doncs  en  patz  ebonamen. 
Bona  dópna  pois  aisi  mi  laudatz. 

Elenqerai  ades  senes  falir. 

E  tene  p  bo  lo  cossel  qem  donatz. 

Ni  ia  noi  uoill  eabiar  ni  guerpir. 

Qe  ben  sabetz  del  dopna  senz  faillanza. 

Si  uoil  amar  ni  sua  entendanza. 

E  podez  me  ualer  ueirasamen. 

Sul  qeus  plaisa  nil  cors  nos  otoissén. 
Segner  eus  prec  qe  la  donam  digatz. 

On  eu  uon  posca  ualer  eseruir. 

E  die  uos  be  euoil  qe  men  creiatz. 

Qeu  nò  sabrai  la  uertat  deseobrir. 

E  far  uon  ai  aissma  ecoissenza. 

Mactas  saizo  sen  lei  nò  trob  faillenza. 

E  digatz  la  ades  de  mantelle. 

Ni  nò  doptatz  ni  aiaz  nul  spauè. 
Bona  dópna  tàt  es  cortesa  epros. 

Qe  ben  sabez  seu  uos  ani  mus  uol  be. 

Qe  tal  ioi  ai  qan  pose  parlar  ab  uos. 

Qe  de  ren  als  nom  menbra.  nini  soue. 

Adocs  podetz  saber  ama  sembianza. 

E  al  conort  mos  diz  uar  uos  balanza. 

Vos  es  la  dona  en  cui  mos  cor  enten. 

Dompna  merce  qe  tan  die  dardimé. 
76.  En  consirers  et  esmai  ('). 

S..i  dun  amor  qen  las  ente. 

()■•  tan  nò  uau  ni  sai  ni  lai. 

Qil  ades  noni  tegnen  soffre. 


li    v,'  codici    ■"■  vi  '   alcun  segno  «'■  ■  i      ■    questo  eomp ."  ■ 


(St.Vtlt) 


—  56  — 


Qera  inadat  cor  etalen. 

i  !om  enqez  sua  podia. 

l'als  qe  sii  reis  leu  qeria. 

Auria  fait  gianz  ardimeli. 
A liis  cliaitiu  qe  farai. 

Oqal  conscil  perirai  de  me. 

Qella  nosaplamal  qeu  trai. 

Ni  eu  no  laus  clamar  merce. 

Fols  neci  ben  as  pauc  de  sen. 

tjela  noca  ta  maria. 

P'  ne  seina  drutheria. 

i  Jancz  not  laises  leuar  aluen. 
Donc  pos  l'issamen  me  inorai 

Dirai  li  la  fan  qe  men  uè. 

Eu  hoc  ades  lo  dirai. 

No  faria  ala  mia  fé. 

Seu  sabia  qen  tenemen. 

Enfos  totes  spagna  mia. 

.Mais  uuel  morir  de  feunia. 

Qe  mi  uengues  enpensamen. 
(  'a  p  mi  no  sabra  qeu  ai. 

Ni  autre  no  lendirai  re. 

Amie  no  qer  adaqest  piai. 

Anz  pgai  deu  qe  prò  mente. 

Qen  nò  prec  cosin  ni  parca. 

Qe  molt  er  gran  corteisia. 

Qamors  pmidonz  mausia. 

Mas  alci  né  istara  gen. 
Adunca  ella  qal  tortz  mi  fai. 

Qil  no  sap  pqe  mes  deue. 

Mais  deuinar  degra  oi  mai. 

Qen  niur  pur  sainur  &  aqe. 

Alineu  neci  captenemen. 

Et  ab  gran  uilania. 

1"  qe  il  lcngua  mentrelia. 

Qant  eu  denan  lei  mi  prezen. 
Negus  iois  almieu  ne  sechai. 

Qan  madonam  gara  nini  ne. 


Car  lo  sieus  bels  esgarz  ini  uai. 

Al  cor  qe  ma  dousem  rene. 

E  sim  duraua  longamen. 

Sobre  saint  uos  iuraria. 

Qe  nec  mon  mais  no  sia. 

Mas  al  partir  art  &  ensen. 
Los  mesatgier  noi  trametrai. 

Ni  ami  dire  noi  coue. 

Negus  coseil  de  mi  in.  sai. 

.Mas  duna  re  mi  conort  be. 

< io  illa  sap  letras  et  enteu. 

Et  agradam  qeu  escria. 

Los  motz  esalei  plazia. 

Legis  lo  alineu  saluanieii. 
77.  Cant  ai  sufert  ISgam  grami  afan  ('). 

Qe  sestes  mais  qe  nò  apcebes. 

Morir  pogra  tost  eu  leu  sim  uolgues. 

l 'ala  bella  no  preira  ia  dolor. 

En  cui  mala  fos  beutaz.  ni  ualor. 

Don  regardan  par  forsatz  mon  corage. 

E  pois  uol  platz  segrai  autre  uiatge. 

Mas  lei  no  chal  nino  sei  tene  adan. 

De  pdre  ini  ni]  ben  dir  de  m.3  chan. 
Pero  tal  ren  ten  om  uil  qes   prezan. 

Etal  ren  pert  coni  ditz  qe  il  nes  bc  pres 

Qe  pueis  li  fai  sofraita  men  re  bes. 

Mais  de  midonz  estan  granz  sa  ualor. 

Qe  ren  nos  te  sim  pt  nini  uir  ailor. 

Donc  ben  fi  eu  entra  cuidat  folage. 

Oan  peacei  ma  mort  emo  damnage. 

ì''  unni  fol  cor  qim  fez  dir  enchantaii. 

(,'o  don  degra  gen  cobrir  mon  talan. 
E  pos  mos  cor  cornei  oil  trait   man. 

Ema  mala  dona  ema  bona  fes. 

Si  qe  chascus  magra  mort  si  pogues. 

(Mainar  mendei  cun  de  mais  baillidor. 

Ni  ai  mos  oilz  menzonger  traitor. 

Non  crcrai  mais  nes  fianza  senz  gage. 


EW 


(XLIX) 


I  lai  col  es  fola  'i'  l'ai  lui  uasalage. 

E  fols  qi  ore  auer~ason  coman. 

Tol  zo  M1'  "|1  plazen  "'I"-'11  estan. 
Merauil  me*pos  ab  mìdonz  estan. 

Prez  eualors  plazer  cilici]  cortes. 

<'.m  pot  esser  eie  noi  sia  merces. 

Km  meraueil  de  lei  ont  es  honor. 

Beutatz  esenz   qe  nò  isia  amor. 

Km  meraueil  de  dopna  daut  parage. 

Franca  egentil  qes  mal  segnorage. 

Ni  con  pot  far  ?tra  sa  ualor  tan. 

Qe  desméta  so  frac  tamil  senblan 
De  tot  aizo  ai  merauilla  gran. 

E  pos  lei  platz  qe  no  si  chaTge  res. 

Noni  tenra  mais  afrenat  so  mafres. 

Qera  men  part  si  tot  mes  desonor. 

Car  obs  magra  qe  fos  de  mal  traic  sor. 

E  pos  aillors  noil  mudar  mO  estage. 

BonencOtrem  don  deu  ebó  entrage. 

Km  las  trobar  dona  ses  cor  traan. 

Cab  mal  seigner  ai  estat  aqest  au. 
Ab  tot  ai  tal  mal  ebrau  etiran. 

Volgren  estar  uolutier  sii  plages. 

Mais  cab  autra  qe  plus  de  beni  fezes. 

K  pois  noi  plaz  acal  uauc  por  socors. 

Don  ma  ferit  al  cor  plazez  douzors. 

Bella  es  epros  franca  ede  bel  estage. 

Ez  ani  màdat  p  un  cortes  mesage. 

C'un  pauc  auzel  enmo  puTg  qe  nos    na. 

ani  mais  aicel  cunagnia  uolan. 
Leu  bel  guazain  die  ema  senes  gage. 

Qeu  ai  cóprat  grà  sen  ab  grà  folago. 

E  sai  danior  lo  prò  el  dan  triar. 

Ni  ia  mais  ioni  no  auzira  pragan. 

78.  Tot  honi  caiso  blasma  qe  deu  lauzar. 
Lanza  ausi  aiso  qe  deu  blasmar. 
Ez  eu  die  zo  pò  car  es  amors. 


For  itiiada  p  neseis  iuiadors. 

Qe  nò  sai adreìl  mostrar  p  qe. 

Mas  er  es  tSps  quii  dizon  del  be  mal. 
P'  qe  lor  diz  nS  esconditz  de  sai. 
Astruingnamt  sen  deuria  apensar. 

Col  qautru  noi  reprendre  aergognar. 
Se  nai  uist  mait  repris  reprSdedors. 
E  maiiit  baissar  qesser  cuiauan  sors. 
P'  caicel  deu  qi  reprédre  gardar  se. 
Com  no  puosca  lui  reprendre  dere. 
Qe  nanz  de  hom  si  mezeis  far  lial. 
Cautrui  apel  traitor  ni  uenal. 
Amainz  homes  auc  amor  acusai. 
Ez  el  maldit  damor  asotillar. 
Qe  caualer  ai  uist  etrobadors 

Qe  de  bassez  fezauz  edauz  auzors. 

Tan  es  laysatz  qe  no  tenion  tre. 

De  dir  damor  tot  mal  se  nes  merce. 

Aisi  con  es  detracion  mortai. 

E  cil  ca  fuiz  de  nien  fun  aitai. 
Ma  ges  adrec  no  opodon  proar. 

Camor  fai  zo  ben  totz  qe  deu  far. 

Qen  amaritz  entra  en  amadors. 

Don  nais  dópneis  corteisia  eualors. 

E  tot  aizo  ca  uerais  pretz  p  te. 

NO  es  de  plus  negus  damors  zocre. 

DOc  pos  lo  be  lor  mostra  eil  fan  al. 

Car  ben  blasman  fun  pechat  criminal. 
De  crist  mentoli  segon  zo  carni  par. 

Che  nO  es  reis  q  puesca  ben  guardar. 

Son  regesme  totz  sols  sens  ualedors. 

Des  qe  troba  sos  uasals  traidors. 

Donc  pus  amors  fui  tot  zo  qe  il  coue. 

E  cil  cafartz  li  porta  mala  fé. 

Die  coni  deu  dir  dels  perdreit  naturai. 

C,o  qel  an  dit  danior  se  deus  mi  sai. 
Una  dópna  sai  qe  no  troba  par. 

Qe  de  bontat  puescablei  paregar. 


Classe  di  si  ie.n/e  morali  ecc.  —  Memorie  —  Sei-.  -la,  Voi.  II.  l'arte  la 


w 


—  58  — 


E  sa  beutatz  es  entre  las  gensors. 
Cenzer  aisi  coni  entre  fueillas.  flors. 
Ez  en  ani  la  trop  ci!  petit  me. 
Mas  ades  nai  un  conort  qera  reue. 
Cui  meinz  si  tot  del  sobre  plus  noni  ual. 
Tali   nai   don. ir  qe  ben  cobril  cliaptal 
Car  conuis  plus  dels  autres  emate. 
Sen  esaber  etot  zoqes  de  be. 
Lenpare  che  sobrels  ualenz  ual. 
Conoisera  seu  die  ben  ornai' 

70.  Daizo  don  bum  alonguamen. 

Ben  die  entrels  conoissedors. 

Si  endiz  pois  mal  uilanamen. 

Es  atot  lo  meinz  desonors. 

Cai  cel  qi  si  mezeis  desmen. 

Dels  bes  eadieb  no  mes  pa'uen. 

Des  qes  trobatz  ben  dizen  fals. 

Qel  deion  creire  dizen  mais. 
Si  disses  al  comzamen. 

Los  mais  ainz  qel  ben  diz   fos  s.irs. 

Disera  plus  cobertamen. 

E  semblera  uer  aplusórs. 

Mais  pò  ben  auen  soueu. 

Caizo  eom  ere  blasma  deffen. 

Dune  nò  es  dome  qes  aitals. 

Lo  ben  diz  ben  lo  mal  diz  mais. 
Duna  qen  diz  ben  priineramen. 

Don  de  bas  aut  paget   amors. 

Ne  dis  apres  mal  sotilinen. 

P'  far  sos  mais   semblar   neiors. 

E  p  plus  decebre  lagen. 

Ali  p  uerbis  daurag  desen. 

E  ab  parauletus  uenals. 

Yolc  far  creire  del  bes  qes  mais. 
Del  cornais  <m  amors  senpren. 

En  sems  ardinienz  epaors. 

Qen  sameza  alardimen. 


El  uolpilage  en  las  folors. 
E  pocis  ardiz  eissanien. 
De  larguesa  eden  segnamen. 
E  uolpiz  descarseza  edals. 
Qe  sos  ni  lama  ìiimals. 
Per  zoni  par  qe  quii  diz  mal  man. 
Del  maistre  qi  dona  lo  sen. 
Com  si  ohi  ualenz  echabals. 
Ni  com  se  pot  gardar  de  mais. 
Car  ual  plus  econois  esen. 
Na  ioana  dest  ez  enten. 
Voil  segon  lo  dreit  iuge  cals. 
Deu  011  dir  damor  ben  omals. 

!S0.  Si  tot  mi  sui  atart  apcebut. 

Aisi  con  cel  ca  tot  pdut  eiura. 

Qe  mais  nò  ioc  agran  bonauìtura. 

Mo  dei  tener  car  mesoi  conoguz. 

Del  grant  engan  camor  nasini  fazii. 

Cab  ben  sSblan  ma  tengut  en  fadia. 

Mais  de  dez  an  alci  de  mal  deptor. 

Cassatz  promet  eren  no  pagaria. 
i  ìabel  semblant  qe  fals  amors  aduz. 

Sa  trai  uas  lei  fins  amanz  esatura. 

Col  parpaillos  ca  tan   fola   natura. 

Qes  fer  el  foc  p  la  clardatz  qcil  lutz. 

Ez  eu  meii  part  esegrai  autra  uia. 

Con  mal  pagaz  ester  nomen   partria. 

E  segrai  laib  de  tobon  soffridors. 

Qi  sira  fort  si  confort  sumelia. 
l'ero  no  cuc  si  beni  soi  iraseuz. 

Ni  fatz  de  lei  euehaiitan  marancura. 

Qein  diga  re  qe  toni  adesmesura. 

Mas  ben  sapzatz  casos  obs  soi  pduz. 

Cane  sobre  fre  nom  uolc  menar  Odia. 

Ainz  mi  fez  far  ino  podei  tuta  uia. 

E  anc  sépre  canal  de  gran  ualor. 

Qim  beorda  trop  souen  ereis  feunia. 


—  59 


(u) 


Mels  fora  eu  trop  mas  sui  me  retèguz. 
Cai  cel  qab  plus  fort  si  desmesura 
Pai  grant  foudal  nes  engra.1  auStura. 
Qe  de  son  par  esser  en  poi  uencutz. 
E  tal  plus  fecol  desi  fai  uilania.  pcàl  no  plac. 
Nili  plais  sobraceria. 
P'o  ensen  deuon  gandir  honor. 
Car  sen  honit  no  pz  plus  qe  follia. 

Per  amor  me  sui  eo  retengut   Deuos 
seruir  coi  mais  no  aurai  cura.  Ai- 
si  con  lumi  presa  laida  peritura. 
Cant  es  de  loing  tro  qom  espres  ué- 
cutz.  Preiaua  uos  mais  car  nos 
conoisia.  Esanc  uos  uolc  mais 
nai  car  no  uulria.  Qaisiin  nes  ps 
con  alfol  qe  ridor.  Qi  diz  car  fos 
tot  so  qe  tocaria. 

Bel  naziman  samor  nos  destregnia. 
Vos  entot  téps  eus  en  conseilla- 
ria.  Si  uos  mbres  cat  ieu  nac  de 
dolor  ni  càt  de  ben.  la  mais  no- 
us  calria.  En  plus  leial  sab  los 
oilz  uos  uezia.  Ab  si  con  faz  ab  lo 
cor  tuta  uia.  zo  qeu  ai  die  poria 
auer  ualor.  Qieus  qer  ?seil  e- 
?seil  uos  daria. 

81.  Si  con  li  peis  an  en  laiga  lor  uida. 

Lai  eu  en  ioi  etot  téps  lai  aurai. 
Camors  ma  fait  en  tal  dompn  chausir. 
Don  uiu  iauzenz  sol  del  desir  qe  nai. 
Tan  es  ualenz  qe  qan  be  men  cosir. 
Men  nais  orgoil  em  creis  humilitat. 
Mas  sira  ten  iót  amor  eioi  amdos. 
Qe  ren  noi  pt  mesura  ni  rasos. 
Tot  autres  ioi  desconois  eoblida. 

Qi  uel  seu  cors  coinde  cortes  egai. 
Qen  aisi  sap  dauinen  far  edir. 


A  totz  plaiser  tot  so  coni  di/,  ni  fai. 

i  'ohi  ii"  poi  mal  dir  senes  mentir. 

Qen  lei  es  pretz  aunor  sSs  ebeutatz. 

E  se  noni  uolc  sos  lins  cors  et  amoros. 

Amor  na  tort  qe  me  fai  enueios. 
Bona  dopna  de  tot   bós  aibs  pplida. 

Tan  es  ualenz  p  la  meiller  qeu  sai. 

Mais  ani  de  uos  lo  talenz  el  dezir. 

Qe  dautra  auer  tot  zo  cadrut  ses  chai. 

Daitant  nai  prò  car  leni  el  plus  failir. 

P'o  nò  soi  del  tot  desespatz. 

Qen  ricas  cort  ai  uist  maintas  saisos. 

Paubren  richir  erecebre  gen  don. 
Ves  lo  paes  pros  dópna  esernida. 

Repaus  mes  oilz  ouostre  cors  istai. 

E  can  de  uos  plus  pres  noni  poc  ausir. 

Tene  uos  al  cor  cosir  eades  sai. 

Vostre  bel  cors  cortes  qem  fai  languir. 

El  gent  parlar  el  deport  el  solatz. 

Lo  pretz  el  sen  eia  beutat  de  uos. 

Don  pois  uos  ui  no  fui  anc  oblidos. 
Dópna  cu  prez  eiois  eiouenz  gida. 

la  no  niames  tot  téps  uos  amerai. 

Camors  lo  uol  acui  no  pose  gandir. 

E  car  conois  qeu  ai  fin  cor  uerai. 

Mostram  de  uos  en  tal  guisa  chausir. 

Pensali  uos  bais  eus  manei  enbratz. 

Aqest  dopneis  mes  dolz  ecar  ebos. 

E  no  mei  pot  uedar  negun  ielos. 
Don  gen  cOquist  iois  epres  esolatz. 

Vos  tenon  gai  ure  gen  cors  ioios. 

P'  coni  nous  uè  qe  no  sataut  de  uos 

P'  mon  franceis  uoil  qes  nà  ma  chàzos. 

Car  es  adrecs  elarcs  eamoros. 

82.  Densegnamen  el  pretz  elaualor. 
De  uos  dópna  cui  soplei  noit  edia. 
Ma  si  mos  cor  due  de  bella  paria. 


fui) 


60  — 


Con  plus  mi  doil  eum  chat  emsbaudei. 

E  car  amora  mostram  tan  sos  poders. 

Ves  mi  tot  sol  cui  troba  plus  lials. 

Mom  ual  esfortz  ?traleis  nisaber. 
Adoncs  dopna  uailenz  uostre  secors. 

Euenca  uos  merces  ecortesaa. 

Ainz  qel  talent  nil  desirer  mancia. 

Del  uostre  eors  gen  qel  mon  estei. 

Cai  ure  laus  dir  mi  sofreran  legiers. 

Cai  es  tan  rics  ure  pretz  etan  ual 

Sobrels  meillors  ei  sausat  &  ers. 
Dopna  nos  trei  uos  eu  &  amors. 

Sa  ben  tuie  sol  sè"z  autra  garètia. 

Qels  fols  couen  nos  taig  qc  pi'  uos  dia. 

Mas  uostrom  sou  ep  uostre  mautrei. 

Si  es  mos  cor  iont  enuos  cacers. 

De  fin  amor  edeseruir  corals. 

Qen  autra  part  nò  es  ferm  mos  uolers. 
Dópna  ualenz  ab  auinéz  lausors. 

Pende  mos  cor  de  cu  tèg  la  baillia. 

De  uos  lo  telg  don  tot  lo  mon  tenria. 

Sii  era  meus   eqan  soue  nous  uei. 

Lai  on  uos  es  ?trastan  ci  tcmers. 

Car  en  mon  cor  eu  uos  faison  aitals. 

Con  eras  lai  al  plus  plazen  uezers. 
Dópnal  plazers  grazisc  eia  aunors. 

Egrazirai  tot  tèps  satant  uiuia. 

Se  tat  soifres  qen  bon  respec  estia. 

Pos  auos  plaz  ben  sai  qe  far  odei. 

Ma  seu  mor  qem  ual  mos  bos  espers. 

Sen  breu  de  mi  plus  coralm  nous  cals. 

Desespars  mi  feira  mos  calers. 

S3.  Siin  destregnez  dópna  uos  eamors. 
''amar  nous  aus  ni  nome  pose  esf- 
raire.  Laus  mcn  chausa  lautrem 
fai  remaner.  Luns  men  ardir  ela- 
utrem  fai  temer.  Preiar  nous 


aus  p  enten  de  iausir.  Aissi  co 
cel  qes  naurat  p  morir.  Sap  q 
mortz  es  pò  sis  combat. 
Vos  clam  merce  ab  cor  desespat. 
Bona  dópna  parages  ericors. 

On  plus  aut  es  ede  maier  af'aiiv. 
Deu  mais  ensc  dumilitatz  auer. 
Cai  ab  orgoil  no  pot  bon  prez  caber. 
Qi  gen  noi  sap  ab  chausimen  cobrir. 
E  pois  nom  pose  de  uos  amar  sofrir. 
Merces  uos  clam  p  gran  hiimilitat. 
Qen  uos  trobes  alcuna  pietat. 
Non  me  noges  ùra  ridia  ualor. 

Qac  no  la  pose  un  ior  plus  enaut 
traire.  Pos  eu  uos  ui  aie  lo  se  el  sa- 
ber.  Del  ure  pretz  creiser  amò  poder. 
Qen  mac  bon  locs  lai  die  efac  auzer. 
E  seus  plagues  qem  degnases  gradir. 
Nous  qe  sera  plus  de  nostra  mistat 
E  gauziran  p  guiendon  los  grat. 
Tnt  lo  forfaitz  etotas  las  clamors. 
Qem  podez  rancurar  ni  retraire. 
Es  car  mauzas  abellir  eplazer. 
Mas  dautra  ren  qe  anc  poges  uezer. 
Autra  clmison  dona  noni  sabez  dir. 
Mas  car  uos  sai  conoiser  echansir. 
P'  la  meiller  &  ab  mais  de  beutat. 
Veus  tot  lo  tort  en  qe  mauez  trobat. 
Vostre  gen  eors  uostra  fresca  color. 
El  dolz  esgart  plaséz  qem  sabetz 
t'.iiiv.  Mi  nos  fa  tan  desi™  euoler. 
Qe  mais  uos  ani  on  plus  mèdesespor. 
E  si  folei  qe  no  mcn  pose  partir. 
Mas  qàt  eu  pes  qi  es  qem  fai  làguir. 
Cosir  launor  eoblit  la  foudat. 
E  fug  mon  sen  esec  ma  uoluntat. 

84.  Anc  uas  amor  nò  poc  res  ^tradire. 


61 


(lui) 


Pos  ben  iuolc  sos  podere  demostrar. 

1"  qeu  nò  pose  sa  guerra  sols  atSdre. 

Qa  sas  merces  mi  ren  totz  domégers. 

K  ia  mos  cor  uas  leis  nò  er  Ieùgiers. 

CJac  nuls  amanz  pos  lo  primer  yqis. 

Ni  aqi  leis  noi  fon  de  cor  plus  fis. 
Damor  noni  feng  ni  de  plus  iaudire. 

Mas  sul  daitan  qab  forni  cor  et  ali  clar. 

A  lei  deman  me  l'ai  ental  entendre. 

Don  os  sos  pz  sobautras  tan  enters. 

1 1  enqisa  p  me  no  er  esters. 

Si  fin  amor  qi  amo  cor  asis. 

Lo  sou  rie  cor  p  forza  noni  languis. 
Si  deus  uolgues  sa  gran  beutat  deuire. 

tira  ren  pogra  dantras  donas  ondrar. 

Tat  qàt  mare  clau  ótras  pot  estSdre. 

Es  1"  sene  pretz  de  toz  caps  eprimers. 

Et  agra  obs  lo  ioni  uilas  porters. 

Qanl  uas  leis  oqeu  tan  prin  nouis. 

Qe  mos  sabers  ai  paur  qem  aucis. 
Bona  dopna  li  plazer  el  dulz  rire 

Elauiiift  rospos  qem  sabez  far. 

Mansi  ?qes  qad  autra  noni  pose  rèdre. 

Partiramen  seu  pogues  uoluters. 

Qel  uostre  plaz  tem  q  mes  sobréeers. 

Mas  on  aisoni  eonort  eafortis. 

Qe  paratges  es  uas  amor  aclis. 
Al  forni  uoler  do  uos  ani  eus  desire. 

Eua  iutgatz  esi  incluraus  par. 

Qeus  endegnes  m'ces  al  cor  descSdre. 

Nomo  tolla  paors  de  lausengere. 

Qei  ia  negus  nomer  tan  plagSters. 

Ab  prin  saber  ni  lointas  ni  uezan. 

P'  qil  sia  de  mo  afar  deuis. 
Dai  tan  se  pert  qim  cuida  plaiser  direz. 

Ni  lansengas  p  mo  cor  cleuinar. 

Qautretan  ient  oniels  ine  sai  defondro. 

Qeu  sai  intir  eremanc  uertaders. 


Tal  ueria  qes  fals  emenzOgers. 
Qar  qi  diz  so  p  qamor  sauilzis. 
\'as  si  dOz  menz  osi  metzeus  trais. 
Chanzoneta  cel  cui  es  mó  pestlers. 

Qes  gais  epros  uolgra  ben  qet  audis. 
Mas  enabanz  uai  amon  ient  ?qis. 

S5.  Luiamen  ma  treballat  emalmes. 

Ses  iius  repaus  amors  enson  |  odei 

Si  qe  del  tot  ma  uencut  ecòqes. 

Mas  crani  ten  gai  et  en  bon  esper. 

Qa  mos  oilz  amostrada  la  gonsor. 

Et  e  mon  cor  enclausa  la  meillor. 

Si  qe  del  tot  man  gazagnat  mei  oill. 

E  tene  en  car  mon  core  plus  q  no  soil. 
Mensura  esen  qes  raiz  de  toz  bens. 

Iouen  beutat  conoissanz  esaber. 

Pauset  on  leis  deus  qan  la  nos  trames. 

E  uolg  qe  fos  pzo  qar  sab  ualer. 

Sa  ualenza  es  plus  ualont  de  ualor. 

E  sondranza  plus  onrada  damor. 

No  ere  p  qeu  de  leis  lauzar  noni  toill. 

Qautra  ab  tans  bes  se  uesta  nis  despoill. 
Del  bel  semblan  plasen  el  mot  cortes. 
•      El  dolz  esgart  baissat  el  plaiser. 

Qab  mesura  diz  efaiz  qan  locs  es. 

Lafan  atot  blandir  ecar  tener. 

Qom  non  laue  qe  no  diga  lauzor. 

Qa  mi  meteis  fan  doblar  ma  dolor. 

Qan  lor  aug  dir  coni  pa'la  ni  acoill. 

E  placz  me  mais  lo  mais  on  pi'  me  doill, 
Ano  no  cugei  mais  auenir  pogues. 

Anni  home  ni  ges  no  sembla  uer. 

Qe  sa  dolors  labcllis  nil  plagues. 

Mas  ami  plaz  on  plus  mi  fai  doler. 

Qe  lo  meus  mais  en  de  fin  amador. 

P'  qes  un  pauc  atepratz  endolsor. 
P'o  souen  de  lagremas  en  nioill. 


(ut) 


ii2 


Monuis  qar  11O  laus  dir  lo  bè  qel  ni.il. 
Ami  eis  dig  lo  plus  bel  preg  qeu  pes. 

Efas  co  sii  apreg  ana  parer. 

Pois  ab  cor  fait  qàt  ai  mori  jseil  ps. 

Yég  dona  h.-is  qel  cug  dir  mo'uoler. 

Eqan  la  uei  no  sai  ses  p  amor. 

0  p  son  pretz  op  sa  gran  ricor. 

Tom  ses  parlar  muz  enó  p  orgoil. 

Qil  me  mostra  anz  mes  dumil  escoil. 
Na  beatrix  dest  anc  plus  bella  fior. 

De  nostre  teps  nou  trobei  ni  mellor. 

Tat  es  bona  qon  plus  lauzar  uos  uoil. 

Ades  itrob  mais  de  ben  q  no  soil. 
86.  Res  més  clamor  p  qu  damar  mi  lais  (>). 

Teras  es  atat  tornada  amors. 

Qàs  se  sapchan  qals  es  pros  ni  sauais. 

Volon  amar  las  donas  a  eslais. 

P'  qem  camian  plus  souen  amadors. 

Et  està  pez  us  asatges  q  sors. 

Qe  ses  amor  pod  hom  auer  arnia. 

No  dirai  ges  p  q  car  miels  castia. 

Qant  odiz  ient  amix  q  qat  sirais. 
Pero  si  fos  aitals  cu  sol  amors. 

NO  die  eu  ges  q  log  naua  decosir 

edesmais.  Mas  qat  dels  sés  qra  una 

dolzors.  Pois  era  pz  séz  la'geza  ericors. 

Ensegnamz  saber  ecorteisia. 

Qe  baiset  tot  qan  falset  druderia. 
Et  empo  si  tot  ma  mort  amors. 

Dei  me  gardar  qn  trop  dir  no  eslais. 

Qe  ben  leu  ses  qals  q  amicx  uerais. 

Cui  paria  mos  castiars  folors. 

Et  afin  drut  deu  hom  taire  socors. 

Non  goi  blasmar  tat  qat  seg  dreza  aia. 

Qom  pt  son  dit  eson  amie  pdria. 

Tro  qel  amors  psi  meteis  sabais. 
De  totz  mesters  es  desebrada  amors. 

Qe  més  ia  de  prò  cel  qin  sab  mais. 


Qab  pane  de  ioi  fai  les  fols  rics  eiais. 
El  pros  fers  es  toz  als  galiadors. 
P'qem  senbla  qamors  sia  folors. 
Donc  beni  son  eu  entéduz  enfolia. 
Qae  ses  amor  no  saubi  uiure  un  dia. 
Ni  ac  ses  be  tàt  ile  mal  hom  no  trais. 

87.  Fonica  nuls  hom  por  dura  de  partea. 

Deit  estre  saus  iert  dóc  saus  por  razO. 

Qonca  tortre  qi  pert  so  ?paignó. 

Ne  fut  un  ior  plus  de  moi  esbaia. 

Chascus  plora  sat'ra  eson  pais. 

Qat  el  sen  esses  de  seus  eoraus  amis. 

Mais  il  ne  nul  congez  q  qelomdie. 

Si  doloros  cum  dami  edamia. 
Lirenoiers  mamis   en  la  folia. 

Qar  gè  mestoi  gardatz  mainta  saizon. 

Daler  alior  ai  qist  ochaizon. 

Don  gè  inorai  esi  gè  uif  mania. 

Valdra  bem  mort  car  cil  qi  est  apris. 

Destre  enuoisez  echantàs  e  iois. 

A  pis  assez  qan  sa  ioia  est  falia. 

Qe  si  moreit  tost  auna  faia. 
Mult  aerossez  amoros  acointandre. 

Dale  adeu  oderemanoir  si. 

la  nuls  pos  qe  fin  amors  lasarzi. 

No  deuroit  mes  itel  afar  en  pandre. 

Si  uoiramen  congem  part  adolor. 

Las  qai  gè  dit  qe  nomen  de  part  mia. 

Si  mes  cors  uai  seruir  lire  seignor. 

Mis  cor  remain  del  tot  en  sa  bailia. 
Por  li  men  uoi  sospirali  disuria. 

Car  gè  ne  doi  faillir  mon  criator. 

Qar  qi  li  faut  enses  besoing  saia. 

Ben  croi  cades  li  faudroit  augreignor. 

E  sapchan  bien  li  granz  elimenor. 

Qe  lai  deit  on  taire  chiualaria. 

On  hom  ?qer  paradis  ehonor. 


i     \ i  •  ■  '-'i\  ■ . • 


li.! 


(LV) 


Bios  e  pris  alamoi  de  samia. 
Dcu  est  assis  cu  son  gran  heritaie. 
Or  ipaira  qon  li  secorerot. 
Imi  qel  trais  de  la  prison  dobrage. 
Dot  il  fu  niis  ni  la  croiz  qel  ture  ut. 
Hon  sion  tot  ci!  qi  remandrót 
Si  ueil  nestoit  poblete  omalage. 
Mas  tuit  li  l'ics  q  sain  eiounc  sont. 
Ne  poet  pas  remanoir  ses  ontage. 
Mult  acroissez  amoros  acomtandre. 
Dalet  aden  ode  remanoir  zi. 
Ja  nuls  hom  pos  qe  fin  amor  lasa'zi. 
No  deuroit  mes  ital  afar  enpandre. 
Qum  ne  poet  seruir  atan  seignor. 
Pero  iceu  qi  uol  auoir  honor. 
Ne  puet  mes  remanoir  sans  mes- 

pandre.  Bella  pur  ce  ne  moi  deuez 

repandrc. 
Si  ien  saus  autretàt  al  empandre. 

Qili  comgez  moi  tormtes  ici. 

Gè  laissasse  umilia  cn  nostra  merci. 

Mas  gè  irai  de  graces  mercis  rendre. 

De  ze  qonqes  moi  soferta  un  Lor. 

Qe  gè  fusse  baans  anostramor. 

Mas  gè  mi  tég  apaez  del  intandiv. 

Pos  q  cascus  uos  ama  ici  ses  padre. 
Un  cotiort  ai  de  uostra  deseuranza. 

Qe  ie  na  uoi  adeu  qe  repeller. 

Mas  can  por  lun  couien  de  uos  Iogner. 

Gè  ne  sai  ren  de  pi'  grà  reprochasa. 

Qe  ceu  qe  dex  fai  partir  eseurer. 

De  tal  amor  qe  ne  puet  retrouer. 

En  surre  mais  dira  ode  penitansa. 

Qe  ne  feroit  li  rois  sin  laisoit  fràsa. 
Hai  bella  tot  es  fors  de  balansa. 

Partir  mestuet  de  uos  ses  demorer. 

Tant  enai  fet  qe  ie  nel  puet  laiser. 

E  si  ne  fust  del  remanoir  uiltasa. 


E  reproche  gè  aliasse  demander. 

A  fin  amor  ?seil  del  demorer. 
Mas   u. is  estes  de   si   fcres  gran   ualansa. 
Qel  uostramis  ne  doit  fere  fallansa. 
En  p  é  fous  cel  qi  uai  oltramer. 
Qan   pren  conige  ile  sa  dama  alaler. 
Mas  mandez  li  de  lubardia  enfransa. 
Qe  li  comge  doblan  la  deseuransa. 

88.  Ben  farà  chanzos  plus  souen. 
Mas  enoiam  tot  ini-  adire. 
Qeu  plang  p  amor  esospire. 
Qar  osa  bori  tuit  dir  comunalm. 
P'qcu  uolgra  motz  nous  ab  so  piaseli. 
Mas  re  no  troll  qautra  uez  dit  nosia. 
De  gisa  uos  pregarai  does  amia. 
Aqo  meteis  dirai  dautre  seriola. 
Qaisi  farai  senblar  noci  monchan. 
Amada  uos  ai  loniamen. 

Et  enqer  né  ai  cor  qem  uire. 
Donc  si  p  som  uolez  aucire. 
Non  aurez  ges  de  boli  razonainoii. 
Anc  sapchaz  ca  maior   failimeii. 
Vros  er  tengut  qadautra  no  seria. 
Cusatges  cs  et  adurat  niant  dia. 
Qom  blasma  plus  qan  fail  cel  q  ual  tan. 
Qe  dels  maluatz  no  soten  hom  adan. 
Dopua  ben  sai  certanamen. 

Qel  mon  nò  pose  dópna  eslire. 
Don  qal  qe  ben  no  sia  adire. 
0  qom  pensali  no  formes  plus  ualen. 
Mas  uos  passatz  sobre  tot  pensameli. 
Et  atresi  dig  uos  por  nò  poiria. 
Pensar  amor  qi  fos  par  alemia. 
Si  tot  nò  pose  auer  aialor  tangran. 
Endrcit  dan-or  si  uals  noi  a  engan. 
Esters  sol  qa  uos  estes  ien. 

Noi  trob  razo  qan  ino  cóshv. 


fl.Vl] 


0'4 


Qe  sim  faz  mal  qe  inni  naire. 

Tan  ient  lom  faiz  ses  far  adir  amen. 

Al  bel  senblant  &  al  acoillimen. 

Qem  rembra  mos  fol  cor  tuta  aia. 

On  plus  mos  sens  meli  blasma  emc 

castia.  Mas  nò  sai  cu  ses  chai  de  fi  ani 

Qel  sen  noia  poder  ?tral  talan, 
Dópna  ab  un  bai  solamen. 

Ai  eu  tot  qàt  uoil  es  desire. 

Empmetez  lom  enous  tire. 

Sauals  p  mal  del  enoiosa  ien. 

Qaurian  dol  sim  ueziam  iausen. 

E  p  amor  dels  adreit  cui  plairia. 

Qar  engalnien  sa  tang  acorteisia. 

Qom  fassa  enoi  als  enoios  qel  fan. 

Cals  adrecs  fassa  tot  qant  uoldran. 
Sf).  Totz  boni  qi  ben  comensa  ebé  fenis  ('). 

Logna  de  se  blasme  crete  lauzor. 

Qar  deus  dona  abon  comsador. 

Bona  forsa  tan  qel  bona  la  fins. 

Ni  anc  ses  deu  fin  ni  comésam. 

NO  uiu  frucbar  fruit  de  bona  semza. 

Mas  cel  qi  deu  fenis  eben  corhsa. 

Eét  frut  de  pz  efruch  de  saluamen. 
Aqest  bon  fruch  nais  primer  efloris. 

De  bona  fé  epos  qàt  es  enflor. 

Bonas  obras  noi  risol  ab  dol  sor. 

Qab  la  fé  nais  &  ab  lo  bras  noiris. 

E  qi  des  fruc   maniara  ueramen. 

Voldra  morir  enom  de  penetésa. 

Don  er  sa  morz  iusta  eueira  naiséza. 

Qel  ioni  qem  iiior  p  deu  nais  iustamg. 
Instarli  ex  naz  cel  cui  deus  grazis. 

Puis  iustam  uiu  totz  téps  ses  dolor. 

Qan  iustam  ni  ab  dousa  sabor. 

Al  frut  maniat  p  qe  sarma  garis. 

E  docs  anem  strestot  comunalmen. 

Maniar  daqest  fruch  qes  la  lira  garósa. 


E  trobar  lem  ultra  mar  ses  failéssa. 

Lai  on  deus  fu  mortz  euius  eissamé. 
Lasoi  mortz  fol  dreitures  camis. 

P'on  deuem  amar  tue  peccador. 

E  qi  mora  p  deu  loeriator. 

Viura  totz  téps  iausenz  en  paradis. 

Qar  aitai  morz  es  uida  ses  tormen. 

E  uerais  fruch  de  crist  a  cui  aiensa. 

Per  qe  chascus  deu  auer  souinensa. 

Da  qest  morir  p  uiure  loniamen. 
Deus  asomos  tal  fruch  qe  no  peris. 

Al  ualent  rei  federic  moli  segnor. 

E  tot  aicels  qe  p  la  soamor. 

Voldra  morir  euiure  somonis. 

Qa  nò  maniar  sobre  pagana  gen. 

Qe  descrezon  crist  esa  conoissenza. 

E  la  uera  croz  on  no  an  credensa. 

El  sepulcre  descrezon  malamen. 
Seigner  uerais  ihesus  cui  son  aclis. 

Louis  dreiturers  de  uera  resplSdor. 

90.  Tan  ina  bellis  la  moros  pensamés. 

Qe  ses  uengut  en  mon  fin  cor  assire. 

P'  qe  noi  pò  autre  nul  pcs  caber. 

Ni  mais  negus  nomes  dous  ni  plaisès. 

Qa  dócs  uiu  sans  qat  mausi  oil  sospire. 

E  fins  amor  aleiam  mon  martire. 

Qem  pmet  ioi  mas  trop  lem  dona  le. 

Qab  bel  semblan  ma  trainat  lóiamè. 
Ben  sai  qe  tot  qàt  faz  es  endrecs  nies. 

leu  qen  pois  mais  sa  mors  me  uolaucire. 

Qar  ensien  ma  donat  tal  uoler. 

Qe  ia  no  ier  mi  nil  uens. 

Vencuz  iert  causis  man  li  sospiri'. 

Tot  so  anet  car  de  leis  qe  desire. 

Nò  ia  coiiort  ni  dalors  noi  aten. 

Ni  dautra  mor  nò  pois  auer  talen. 
A  totz  ioni  mes  plus  bella  eplus  plaiséz. 


il    Xci  testo  questo  componimento  non  è  in  alcun  modo  separato  dal  precedente. 


—  61 


('■vn) 


P'  qen  aoil  mal  als  oilz  ab  qua  remare. 

Qc  ia  inr'  gral  nous  poirifl  uczer. 

<'ar  al  eden  clan  neson  trop  soptilme. 

Sion  ilan  no  os  pois  co  pose  nò  nahiie. 

Anz  es  mS  prò  dópna  p  qu  malbire. 

S.'u  mor  p  uos  ia  nous  estara  ics. 

Qar  lo  men  dan  uostre  ei  eissamen. 
Bolla  dópna  sius  platz  siatz  sufrens 

Ilei  ben  qus  uoil  qu  sui  del  mal  sufrirc. 

E  pois  lo  mais  noni  poira  dan  tener. 

Anz  mer  séblanz  qel  pairan  engalms. 

E  si  uoles  cab  autras  partz  me  nire. 

l'artez  de  uos  la  bcutat  el  douz  rire. 

Kn  gen  parlar  qe  men  folis  mó  sés. 

Pois  partir  mai  de  uos  mó  escien. 
Per  so  dópna  nous  am  sauiamen. 

Anz  uos  sui  fins  ea  mos  obs  traire. 

Et  aqicb  pdre  eme  no  pose  auer. 

(  'rei  noser  esui  ami  noisens. 

P'  so  nous  aus  mS  mal  mostrar  ni  diro. 

Mas  ales  gart  podez  mó  cor  deuire. 

Cai  laus  qe  dir  et  aras  men  repen. 
Mort  me  sabon  dópna  qan  uos  remire. 

Esàc  ioni  aie  dautra  dópna  desire. 

Nomen  repen  qar  aus  ani  p  un  toni. 

l'roar  ai  atein  captenimen. 

01.  Noni  pose  sofrir  dópna  leu  cliazó  fairo. 

Pos  prec  eman  nai  de  mó  ereubut. 

Capies  lo  mal  elafan  cai  agut. 

Couen  cab  ioi  mes  baudis  emesclairo. 

Car  apres  lafan.  cai  agut  tan  gran. 

NO  agra  rason  qu  ebantes  greuan. 

Qc-1  mais  noni  soueigna. 

E  cobre  mon  chan  ferai  der  onan. 

l'n  leu  chantaret  prezan. 
A  ne  pren  als  emó  maior  mal  traile 

Tan  de  boli  cor  no  desirei  salut. 


Mas  qe  abloi  cui  aniors  ina  rondili. 

Pognes  ancor  seruir  peti]  ogaire. 

Car  tot  lautra  fan.  no  pzeron  ungila. 

Si  niuris  onó  sol  qu  lagues  tan. 

Seruit  qol  honors  epara  qem  fegna. 

I''  qlla  mestreigna. 

Qe  nò  die  eman.  mais  al  sieu  coman. 

Soi  oserai  oli  qu  man. 
Las  qu  ferai  pos  ren  no  laus  retrairo. 

Anz  qan  lauei  estau  alei  demiit. 

Ni   [i  autra  nò  unii  sia  sabut. 

Sa  qi  mezeis  sabi  estren  paire. 

A  dou  me  coman.  coni  uau  trobaillan. 

Cab  la  sospeison  nauri  autretan. 

Qe  tan  gran  ricors  nò  taing  qem  niauega. 

Mas  con  qe  men  preigna. 

Fins  eses  enian  li  sorai  ?tian. 

Den  ioni  en  ioni  meilloran. 
Qel  cors  el  cor  el  saber  el  uczaiic 

PClardiment  elsen  eia  uertut. 

Ai  tot  en  leus  q  nò  ai  ren  tongut. 

Xi  pauc  ni  prò  p  negunautra  afaire. 

Na  als  nò  deman  ni  uau  desiran. 

Mas  qo  den  midon  uezer  lora  clan. 

Qe  sa  gran  ualor  tan  uas  mis  destreig*. 

Cab  mos  bratz  la  eoigna. 

Enqen  en  baisan.  tot  al  men  talan. 

Remir  son  cors  benestan. 
Xa  francares  cortesa  do  bonaire. 

Merce  naiatz  q  uens  inaisi  uóout. 

E  pauc  no  ront  lo  baston  elosiut. 

Con  cel  qo  pi'  no  pot  Iansar  ni  trailo. 

Qe  sos  bels  oilz  truan.  mon  cor  enblat  ma. 

E  sa  p  qe  nomi  uauc  conortan. 

Qe  oliastels  ni  tors  nò  cuiet  qes  toiga. 

Pos  granz  forssa  il  ueigna. 

Si  socors  nò  an.  Cil  q  dinz  cstan. 

Mas  ami  uauc  trop  tarzan. 


Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Sor.  l\  Voi.  II.  l'urto  la. 


(l.VIIl) 


—  66 


De  ma  chason  uoil  q  tot  dreit  repaire 
En  aragon  a)  rei  cui  deus  aiut. 
Car  p  lui  son  tot  bon  fait  mantégut. 
Plus  qe  p  rei  qe  anc  nasqes  de  maire. 
(.'ai  sis  uauc  trian.  sos  pretz  eses  pan. 
(  io  soblel  uert  chan. 
l'ai  las  blancas  fior.  P'qu  oqem  ueigna, 
Adescut  sen  teigna.  Euauc  razonan. 
Son  prez  enó  blan.  Due  ni  rei  mainira. 
Cab  ina  chanzon  an.  enanz  cailor  an. 
E  nau  meli  lai  de  eors  011  iois  epz  reig*. 
Euuel  qe  la  pigna. 
i'oii  betat  uilan.  Epnis  enchantan. 
De  qal  guisa  on  lais  deman. 

02.  Trop  ai  estat  qe  boli   osps  no  ui. 

P'qes  ben  dreit  qe  tot  ioi  misofraig". 

Qar  eu  mi  loig  de  la  soa  cópaigna. 

P'  mó  fol  sen  don  anc  ior  no  zausi. 

Mais  enuar  lei  no  costa  re. 

Qel  dan  torna  tot  sobrame. 

Et  on  eu  plus  men  uauc  lognan. 

Men  ai  de  ioi  emais  dafan 
Si  ma  t'oudat  mengana  emauci. 

Ben  es  raisos  q  ia  hoin  noni  plaig". 

E  mor  de  sei  &  es  dreit  seus  afi. 

Qeu  inorai  desiran  del  be. 

Qeu  naurai  desire  iase. 

Qe  nagra  tot  so  qu  deman. 

Si  can  fui  mi  trases  enan. 
Gran  merses  er  c"ar  inorai  enaisi. 

Qeu  estauc  siu  marriz  ent'ra  estraig*. 

On  ai  ben  dreit  eraison  qem  ?plaiga. 

Car  lei  no  nei  qi  de  mori  ine  gari. 

l'ant  mi  trais  de  mala  merce. 

Oi  deu  culs  pechar  mi  rete. 

Qe  seu  fos  mortz  estat  un  an. 

Sii  degri  eu  pois  uenir  deiian. 


Sim  sent  mespres  qe  ré  nò  sai  cosi. 
Ni  deuat  lei  ni  nò  sai  coremaigua. 

Car  zo  fai  aseignoi  q  nos  taigna. 

Qàt  el  laura  pros  eualent  efl. 

Paor  deu  auer  qat  il  ne. 

Qil  pda  lo  seignor  ese. 

E  seu  pt  lei  cui  mi  coniali. 

P'dut  ai  mei  eioi  echan. 
Perdre  la  pose  qel  no  pdra  iami. 

Eneis  lo  ioni  uoil  qe  morz  mi  ?teiga. 

Qe  ia  mon  cor  de  partìsca  nis  fagna. 

De  lei  en  cui  tan  firmam  lai-i. 

Qen  tot  antrafar  si  descre. 

Vas  qacel  trop  de  bona  fé. 

Qel  sen  el  saber  el  talan. 

Sui  acordat  dun  seinblan. 
Cel  qe  diz  cai  cor  noni  soue. 

Daiso  cu  ab  los  oilz  no  ne. 

Mei  len  desmen  tot  ploran. 

El  cor  plagnen  esospiran. 
liei  mainer  de  uos  mi  soue. 

E  de  mi  dós  mais  dautra  re. 

E  car  nos  uei  efaz  mon  dan. 

Emidon  don  mor  desiran. 

03.  la  nos  cug  hom  qe  camge  mas  chàsos. 

Pois  nos  chania  mo  cor  ni  ma  raisos. 

Qar  sem  iauzis  damor  ieu  men  lflzera. 

E  seu  mtia  noni  seria  imi  pros. 

Qautresim  ten  cu  si  sol  en  balanza. 

Desespat  ab  aqels  despanza. 

P'o  noni  uuel  del  tot  laisar  morir.. 

P'zo  qem  posca  plus  souen  ianzir. 
Mas  ara  uei  zo  q  né  cugei  fos. 

Qe  son  tornat  de  mi  meteus  ielos. 

('nutra  mi  don  qe  né  lacortezera. 

Mais  totz  ?selz  qadamor  sion  bos. 

Nai  essazat  epois  ren  nomenuiza. 


—  67 


(I.IX) 


Tot  li  ferai  de  desamax  Benblanza. 

Hai   las  qai  die  iam  cuiaua  cobrir. 

E  dócs  oi  mas  ia  sap  tot  mon  albir. 
DSpna  ben  aei  qe  noni  aal  occaisos. 

Qamors  no  noi  qu  ian  sia  geignos. 

!•'  merco  us  ]>recs  qe  no  me"  lais  enqra. 

'l'an  es  mos  cor  de  Ora  mor  cochos. 

Voilatz  sius  jilatz  cOplir  la  deninàza. 

1J..111  diz  qu  ai  dautra  mor  benenSza. 

E  qeus  pogues  cubertamen  iauzir. 

El  brug  uengues  de  lui  un  sol  uenir. 
Dune  spanze  paoi  ai  p  uos. 

Qar  men  conort  &  eram  som  doptos. 

P'ol  paors  tem  qe  ma  poderera. 

.Mas  un  conort  ai  damor  asaisos. 

1''  qe  leus  cor  tol  mata  benenanza. 

Qevjj)  uei  fallir  màt  p  qeu  nai  doptàza. 

Qels  faillimenz  dautrui  tang  coni  semir. 

P'  so  qe  qar  semetems  de  fallir 
Mas  ben  conusc  q  grat  mellor  razos. 

Ks  de  tort  fag  cant  hom  nos  oblidos. 

Iamais  amors  atal  tort  noni  menerà. 

Si  iani  pogues  tornar  desamoros. 

(  'ab  tal  poder  mi  donet  sa  coindanza. 

Qe  pieg  noni  pot  donar  de  mal  estàza. 

E  fai  esforz  qi  sap  ensems  suffrir. 

Et  ab  poder  daicel  qel  noi  delir. 
Ana  ponza  qal  esforz  faz  p  uos. 

i  lar  ià  conort  ni  ai  nul   alegràza. 

Qel  moiz  del  mò  seignor  medesenàza. 

Qar  uos  sabez  qel  sabia  chausir. 

Cui  deuion  honrar  ecar  tenir. 
En  azimaii  uai  palaiz  eenanza. 

fan  totz  tèps  edi  lor  ses  doptàza. 

Qe  tot  aitals  soi  con  ieu  eis  albir. 

E  no  men   pot   nuls  facs  efadezir. 

94.  Arondeta  de  ton  chantar  maer. 


Qe  noi  che  qe  qier  q  nom    laisses    dormir. 

Enoiaz  mas  nò  sai  qen  responda. 

Qei  ii"  foisson  ila  qei  pasei  monda. 

E  car  noni  diz  esalut  emesage. 

Ivi  bun  esper  nò  enten  tot  Iaguatge. 
Signer  amie  coz  ha  zam  fé  uenir. 

P'  uos  uezer  q  madópna  desir. 

E  sella  fns  aissi  comeu  aronda. 

Urli  ados  mes  qil  fura  alesponda. 

E  car  no  sa  lo  pais  nil  uiatge. 

Men  uieng  zai  saber  uostre  uiatge. 
Arondeta  meil  de  degra  coillir. 

E  plus   honrar  eamar  eseruir. 

Cel  deu  uos  sai  qi  tot  lo  mód  aronda. 

Qi  forrnet  cel  et'ra  emar  preonda. 

E  seu  ai  dit  uer  uos  nul  uilanatge. 

P"  merces   prec  q  nom  toni  adapnage. 
Arondeta  dal  rei  no  pose  partir. 

Ca  foiosa  no  comiegna  seguir. 

Mai  zo  sapebai  mon  iordon  cui  qn  gronda. 

En  mei  la  pan  de  laiga  de  garonda. 

De  roncarai  deuà  ui  en  lcrbatge. 

E  nom  cuit  dir  orgoill  ni  uasalatge. 
Signer  amie  deu  uos  lais  aemplir. 

Vostre  talent  caini  no  poc  faillir. 

Can  men  irai  qe  nom  ardo  neni  ronda 

E  qat  sabrai  qe  sei  enstrangn  regrage. 

Ben  ler  acor  greu  efer  esaluatge. 

05.  Uns  uolers  ultre  cuiatz  ses  enmó    cor  aers. 

P'o  noni  ditz  mos  espers. 

la  pose  esser  il  cabatz. 

Tant  aut  ses  en  pens. 

Ni  no  inautreia  mos  sens. 

Qen  sia  desespatz. 

E  suii  aissi  meitadatz. 

Qeu  noni  desesper  ninaus  espan  sauer. 
Car  tao  mes  en  aut  poiatz. 


(LXJ 


—  68  — 


Vas  qes  petit  mos  poders. 

1'"  qem  castia  comees. 
Car  aitai  ardim§t  fai/.. 
Non  aniaintas  genz. 
Mais  dun  conort  sui  iauzenz. 
Qem  uen  de  uas  lautre  latz. 
E  mostram  qe  humilitatz. 
La  lant  en  poder  q  bos  me  poit  eschader. 
Tan1  ics  nion  cor  pausatz. 
liei  menzoian  senbla  uers. 
<  alitai  mal  traig  esleizers. 
P'o  sisa  qes  uertatz. 
Qe  besatures  uenz. 
P'  qeus  prec  dona  uaileii. 
Qe  sol  daitan  me  sufratz. 
E  pois  sera  gerì  pagatz. 
Qem  laisses  uoler.  Lo  gang  qu  desir  uezer. 
Beii  parec  ne  metatz. 

E  trop  sobrar  ditz  uolers. 
Qan  solameli  uns  uezers. 
Mac  deceubut  tàt  uiatz. 
Qesconduda  menz. 
Me  uenc  al  cor  uns  talenz. 
Tals  dun  sui  enamoratz. 
Mais  pois  mes  tan  for  doblatz. 
Qel  matin  el  ser.  Me  fai  dousamè  doler. 
Mas  ar  si  chantar  né.  platz. 
Sinien  ualges  esteners. 
P'o  laissars  no  calers. 
.Men  fura  iois  esolatz. 
Oimais  pois  nes  menz. 
Lempariz  cui  iouenz. 
A  poiatz  els  ausors  graz. 
E  sii  cor  noi  forsatz. 
Iru  feira  saber  co  folz  siuol  deschazer. 
A  dousa  res  couinenz. 

Venca  uos  lmmilitatz. 

Pois   imi   atitre  ioi   nom   platz. 


Ni  dautre  uoler.  nò  ai  cagen  ni  saber. 
Qe  taz  sospir  nai  gitatz. 

P'  qel  ioni  el  ser.  pc  sospira  mo  poder. 

06.  Cant  uei  la  lauzeta  mouer. 

De  ioi  solas  cétral  rai. 

Pois  soblida  laissa  cbaer. 

P'  la  dousor  qal  cor  liuai. 

Ai  tan  grSt  enueia  men  pren. 

De  leo  cui  uei  iausion. 

Meraueil  mei  car  neis  de  se. 

Lo  cor  de  desirer  nom  fon. 
Hai  las  tat  cuiaua  sauer. 

Damor  etàt  petit  ensai. 

Car  sol  damor  no  pose  tener. 

Cela  don  ia  prò  no  aurai. 

Tot  ma  mó  cor  etol  nion  sen. 

Et  si  meteus  etot  lo  nion. 

Et  eaisim  tolc  nom  laxet  re. 

Mai  desirer  ecor  uolon. 
De  las  dópnas  me  desesp. 

Iamais  en  lor  noni  flarai. 

Aisi  con  la  soil  maintener. 

En  aissi  la  desmantenrai 

Pois  nei  q  nulla  prò  noni  te. 

Var  leo  qi  mauci  ecófon. 

Totas  las  dot  elasnescre. 

Car  ben  sai  car  tal  eson. 
Ane  né  aigui  de  mi  poder. 

Ni  nò  fui  mieu  de  pose  enzai. 

Qem   lui-set  en   ses  oilz   uezer. 

En  un  mirail  qe  niìt  (')  me  piai. 
Pois  me  in  irei  en  te. 

Man  niort  li  sospir  de  premi. 

Aissim  pdei  co  pdet  se. 

Lo  bel  narcisus  en  la  fon. 
Daizo  fai  feunia  parer. 

Ma  dòpna  p  ijn  lo  retrai. 


1    ''''  1  tìbI         '     ii  chi       'coi  grosse  apostrofo  la  cui  coda  ini 

col/'asta  dell'I. 


60  — 


(lxi) 


Caizo  uol  q  nò  dei  uoler. 

Ezo  eó  li  deueda  fai. 

Claut  sili  en  mala  merce 

Et  ai  ben  faic  de  fol  en  pon. 

E  no  sai  p  qe  mi  deue. 

Mais  q  trop   poigei  ?tramon. 
Pois  amidon  n5  pod  ualer. 

Dig'  ni  merces  ne  djeit  qeu  ai. 

Ni  alei  nu  uent  a  plaiser. 

Chi]  mania  mais    no  lo  climi. 

Ai  rum  part  de  le  enrecre. 

Mort  ma  ep  mort  li  respon. 

Cuauc  men  poise  il  nom  rete 

Cais  en  eisil  &  no  sai  011. 
Merces  es   pduda  puer. 

Mais  eo  nu  osaubi  anc  mai. 

Cai-  eil   qi  plus  en  degrauer. 

La  pduda  &  on  la  qerai. 

Ai  con  ma  senibla  qi  la  nei. 

Qi  laiehet  ehautrui  desiron. 

Qi  ia  ses  lei  no  aura  be. 

Laisse  morir  qe  no  laon. 
Tristan  ies  no  aures  de  me. 

Qeu  men  uauc  chaitiu  enO  saion. 

De  chantar  megee  mereere. 

E  de  ioi  damar  mescon. 

07.  Ben  man  pdut  laiuer  uentador. 

Totz  meus  amis  pois  madona  nom  ama. 

E  nò  es  dreig  car  eo  iamais  lai  toni. 

Qe  trop  estai  uar  mi  satinala  egrama. 

Tot  ioni  mi  fai  semblar  escor  emoris. 

Qar  en  amor  em  deleig  emsoiorn. 

Qe  de  ren  als  no  rancura  nini  clama. 
Si  co  lo  peis  se  laissa   del  ebaisorn. 

E  nò  sap  mot  tro  qel  es  ps  alama. 

Mi  laisai  eu  de  trop  amar  un  iom. 

E  noni  gardei  si  fui  en  mei  la  riama. 


Qi  mart  plus  fori  noni  fora  foc  de  foni. 

E  ieu  de  leis  nò  pose  partir  un  ioni. 

Aisim  ten  pres  amore  emen  liama. 
Noni  meraueil  des  amors  sem  ten  pres. 

Car  genser  core  nò  crei  qel  mon  sémire. 

(jais  &  liumils  frane  efin  &  cortes. 

Et  tot  aitai  co  eu  uolc  edesire. 

Non  pose  dir  mal  de  lei  car  no  lies. 

Ben  lagra  dit  de  ioi  seu  lo  sabes. 

Mais  no  lo  sai  p  qes  men  lais  de  dire. 
Totz  teps  uolrai  son  lionor  eson  bes. 

Et  sera  boni  &  amie  &  sentire. 

Amarai  leo  si  ben  platz  oben  pes. 

Com  nò  pot  cor  destregner  ses  aucire. 

NO  sai  dópna  uolgues  onò  uolgues. 

Se  uolia  camar  noia  pogu.es. 

Car  tota  res  podon  en  mal  escrire. 
En  prouenza  tramet  ioi  esalutz. 

Emais  de  ben  com  noli  pot  retraire. 

E  sai  qeo  faz  miracles  euertuz. 

Qeu  li  tramet  zo  dont  eo  nò  ai  gaire. 

Qeu  nò  ai  ioi  mas  tàt  cat  men  adutz. 

•La  on  bel  uezer  afatura  son  drutz. 

En  aluergnat  lo  signer  de  bel  claire. 
De  las  autras  sui  si  desescagutz. 

Qe  se  uol  mi  pot  asei  atraire. 

Ab  un  eouen  qe  nom  sei  car  uenduz. 

Lo  ben  el  gaug  qe  ma  en  cor  afaire. 

Pegar  ses  pron  sabes  qes  tot  pdutz. 

P'  mei  lo  die  qeu  en  sui  cófunduz. 

Qe  trait  ma  la  fausa  de  mal  aire. 

98.  Conbert  ara  sai  eu  be. 
Qe  ges  de  mi  no  pensate. 
Pois  saluta  ìiTainistatz. 
Ni  messagier  nomen  uè. 
Trop  cuig  qes -faz  long  ateo. 
Et  es  ben  semblan  cimai. 


(i.iii) 


—   70  — 


(,'o  cautre  pren  pois  noni  ùSc  au§tura. 
Mon  conort  cane  me  soue. 

Cum  sui  ges  p  uos  onratz. 

Et  cara  uos  nioi  oblidatz. 

1"  un  pauc  no  moir  de  se. 

Qeo  metèps  uai  en  qeren. 

Km  met  de  foudatz  en  piai. 

Et  ear  mi  don  sobre  pren. 

De  la  meia  forfaitura. 
Qeo  len  colpe  de  tal  re. 

Don  mi  degra  saber  gratz. 

Mais  fé  qeu  dei  auergnatz. 

Tot  le  fei  p  bona  fé. 

Et  seu  en  amor  mespren. 

Tort  a  qi  culpa  men  dai. 

Car  qi  en  amor  qi  er  sen. 

Cel  nò  a  sen  nimesura. 
Per  ma  culpa  mi  deue. 

Qe  ia  no  sia  priuatz. 

Qen  uar  leo  nò  sui  tomatz. 

Per  foudatz  qi  me  rete. 

Tant  ai  estat  loniamen. 

Qe  deuengna  qeu  ai. 
•Non  aus  auer  ardimeli. 

La  ou  sii  noma  segura. 
Tant  er  ges  seruit  p  me. 

Son  dur  cor  fel  &  iratz. 

Tro  sia  totz  adoizaz. 

A"  bel  dig  &  ab  merce. 

Qe  ai  ben  trobat  lengen, 

Qe  gotta  daiga  cant  ebai. 

Fert  en  un  loc  tan  souen. 

Tro  caua  la  peira  dura. 
Qui  ben  remira  ni  obre. 

Oilz  egolle  efront  efatz. 

Tant  es  sa  fina  beutatz. 

Qe  mais  ni  men  noi  coue. 

C'ors  lung  dreit  ecouinen. 


Gens  afublan  coinfes  egai. 
Co  no  pose  lauzar  tan  gen. 
Cu  la  sap  formar  natura. 
Chanzoneta  or  ten  uai. 

Vas  mó  frandes  lauinen. 
Cui  pretz  enanza  emeillura. 
Digatz  li  qe  ben  uai. 
Qe  de  mon  conort  aten. 
En  qera  bonauintura. 

99.  Aram  conseillatz  seignor. 

\'os  cauez  saber  esen. 

l'na  dópnam  deg  samor. 

Qai  amada  loniamen. 

Ara  sai  eu  lauertat. 

Qella  autramic  priuat. 

i  lane  de  nul  compaignon. 

Compagna  tan  greu  nf>  fon. 
Si  ia  uolautramador. 

Ma  dùpna  noli  defen. 

E  lais  eu  mais  per  paor. 

Peri  qe  autre  iausimen. 

E  se  boni  deit  hauer  grat. 

De  nul  seruize  esforzat. 

Ben  deit  auer  guizardon. 

leu  qi  tàt  gran  tort  pdon. 
De  l.u'ga  qe  dels  oilz  plor. 

Escriu  salutz  mais  de  cen. 

Qieu  tramet  ala  gensor. 

A  la  plus  bella  auinen. 

Maintas  ues  mos  pois  mbrat. 

Lamor  qem  det  alcomiat. 

Qe  il  ui  cobrir  sa  faison. 

E  nò  sab  dir  hoc  ni  non. 
Los  sieus  bels  oilz  traitor. 

Qi  mes  gardauan  tan  gen. 

E  sai  si  gardon  ailor. 

iMniit  ifan  grant  faillimen. 


r-.; 


—  71  — 


(lxiii) 


Sfas  daitan  man  ben  honrat. 

Qe  seron  mils  aiostat. 

Mais  gardan  lai  on  iou  son. 

Qa  tot  cel  denuiron. 

Pois  soi  mes  ala  folor. 

Ben  fcrai  fol  si  en  nò  pTen. 

Dai  qest  dos  mais  Io  meillor. 

K  aal  mais  mon  eseien. 

Bn  leis  auer  la  meitat. 

Qe  tot  pdre  pfoudat. 

Qanc  anegun  drut  felon. 

Damai  nò  ni  far  son  pron. 
l'ima  re  sui  enerror. 

E  estau  eri  peeamen. 

Qa  loncs  aurei  ma  dolor. 

Si  en  aqest  plag  li  cosen. 

E  si  eu  len  die  som  pechat. 

Tene  me  p  deseritat. 

Pamor  eia  deus  no  don. 

l'ois  taire  uers  ni  chanzon. 

Cai  si  eo  lam  adesonor. 

Esqerenz  er  atuta  gen. 

E  tenran  men  li  plusor. 

V  cornat  ep  sofren. 

E  saissi  pert  ma  mistat. 

Veus  mon  damnaie  doblat. 

Qal  qen  faz  0  cai  qe  non. 

Res  nomen  pot  esser  bon. 
Dona  apresen  amat. 

Autrui  emi  acellat. 

Siqeu  naia  tot  lo  pron. 

Cantra  bulla  raison. 
Qarzon  aram  chantat. 

Ma  zanson  elam  portat. 

A  mon  mesagier  qi  fon. 

Qiel  qier  ?seil  qel  medon. 

100.  Cant  herbe  uert  efoila  par. 


Efior  botona  p  uerian. 

El  rosignol  aucet  eclar. 

Leua  sa  uoiz  &  mon  son  dia  11. 

Ioi  ai  de  lei  ioi  ai  de  la  fior. 

Ioi  ai  demi  ede  midonz  maior. 

Var  totas  part  esui  claus  eteins. 

Mais  cel  es  ioi  qi  totz  les  autres  ueìs. 
Tant  am  midOz  eia  teing  car. 

Eia  dot  eo  eia  reblan. 

Qe  ges  nò  Luis  de  mi  preiar. 

Ni  ren  noi  die  ni  ren  noi!  man. 

P'o  ben  sai  mon  mal  ema  dolor. 

Qe  qat  li  platz  famei  ben  &  bonor. 

E  qant  noi!  platz  eo  men  suffert  ab  meis. 

Car  eo  no  uoil  aleo  si  ab  la  steins. 
Molt  la  uolgra  sola  trobar. 

Dormis  0  enfes  senblan. 

Adoncs  lemblera  un  dous  baixar. 

Pois  no  ual  qeo  tant  li  deman. 

P'  deu  amors  ben  trobatz  uentador. 

Ab  pauc  dor  mos  &  asen  es  segnor. 

Ira  mi  don  ni  iaueis  nò  destreins. 

Enanz  qeo  faz  del  desirer  desteins. 
Ben  deurion  dona  blasmar. 

Qàt  trop  uai  son  amie  tarzan. 

Qe  longa  paratila  damar  esgran. 

E  noil  e  part  deli  ian. 

<  'amar  podom  efar  senblan  aillor. 

E  ges  mtir  ho  nò  a  auctor. 

Bona  dopna  sol  camar  mi  deins. 

la  p  mtir  eo  11O  serai  ateins. 
Meraueil  me  cmn  pose  durar. 

Qe  noi  demostrei  mon  talan. 

Qàt  eo  nei  mi  don  ni  les  gar. 

Li  soi  bels  oilz  fan  ben  listali. 

P"  pane  maten  car  en  uar  leo  no  cor. 

Si  fera  eo  si  non  fos  p  paor. 

Cane  no  ui  cors  meìls  tailat  ni  depeis. 


(i.xiv) 


—  72  — 


A  os  domar  si  aton  grcic  ni  leins. 
Seo  sabes  la  gent  enchantar. 

Mei  enerais  foron  enfan. 

Qe  ia  nul  saubes  pensar. 

Ren  qi  ano  tornes  adan. 

Ailoc  uireo  p  leixer  la  gensor. 

Li  soi  bels  oilz  esa  fresca  color. 

E  baserai  de  totz  seins. 

Se  qe  dos  mcs  li  paria  lo  seins. 
Ha  las  co  mor  de  cósirar. 

Qe  maìtas  ues  en  ?sir  tan. 

Lairon  men  poirion  enblar. 

la  nò  sabria  dit  qe  fan. 

P'  deu  dona  pauc  expleitan  dainor. 

Vasen  lo  requis  &  pdon  meillor. 

Parlar  pogron  acubert   entreseins. 

E  paisc  no  ual  ardir  ualges  esgeTs. 
Mesagier  uai  enO  mi  psez  meins. 

Si  eu  sui  mi  donz  uertader  enofeis. 

101.  Gres  de  chantar  nom  pren  talenz. 

Tan  mi  pesa  de  so  qu  uè. 

Qe  merce  soliam  en  granz. 

Cum  agues  ptz  honors  elau. 

Mais  ara  no  nei  ni  no  au. 

Cu  parie  de  druderaa. 

P'  qe  pretz  ecorteisia. 

E  solaz  torna  enó  cbaler. 
Del  barons  comeza  lenzan. 

Qus  nò  ama  p  bona  fé. 

P'  so  ses  als  autres  los  daii. 

E  negus  bora  de  lor  nous  lau. 

Ni  amor  nò  reman  p  au. 

Qar  ben  leu  tals  amaria.' 

Qe  sen  ten  car  nos  sabria. 

A  guisa  damor  captener. 
Per  ren  nò  es  hom  prezan. 

Com  p  amor  epdone. 


Car  qi  mou  de  port  eclian. 

E  tot  qàt  a  proeza  bau. 

Nuls  hom  re  no  uau. 

P'  qeu  no  uoil  sia  mia. 

Tota  la  seignoria. 

Se  ia  noi  nò  sab  auer. 
De  midon  cent  aitan. 

Qi  eu  nò  sai  dir  ci  ben  dire. 

Qeu  qàt  poit  mi  fai  bel  senblan. 

E  sona  ami  gent  esoau. 

E  mandet  mi  p  qeu  mes  uau. 

Qe  p  paor  remania. 

Car  ella  plus  no  fazia. 

P'  qeu  hestau  en  bon  esper. 
De  tals  amor  soi  fins  aman. 

Dun  due  ni  còte  nò  enuei. 

E  nò  es  res  ni  amiran. 

El  mon  qe  sen  auia. 

Non  ses  fes  rics  cu  ieu  fau. 

E  se  lanzar  la  uolia. 

Ges  tat  dire  nò  poiria. 

De  ben  qe  mais  nosia  uer. 
Bona  dona  coinde  prezan. 

P'  deu  aiatz  de  mi  merce. 

E  za  no  uos  anez  doptan. 

Del  uostre  amie  fin  ecorau. 

Far  mi  podez  eben  emau. 

En  la  uostra  merce  sia. 

Qeu  soi  garitz  tuta  aia, 

Com  faza  tot  uostre  plazer. 
Fons  saluda  bos  drogaman. 

N'usiate  uas  mon  signer  lo  re. 

Digatz  li  qe  mos  aza  man. 

Mi  te  car  uus  loin  nò  uau. 

Si  co  acoloine  epeitan. 

E  mar  enormandie. 

Volgra  qe  bel  coueria. 

Qagues  tot  lo  mon  en  poder. 


73  — 


fl.XV) 


102.  Ben  magrada  la  couinenz  saisos 

Eagradara  lo  cortes  tSps  destui. 

K  a,<,ri'ail:im  lauzel  qat  chanton. 

l'ui  egiadam  floretas  eboisson. 

Ben  magrada  tot  zo  qals  adrecs  platz. 

l'I  grada  mil  tanz  lo  bels  on  p  ino  gratz. 

Iauzirai  lai  breumen. 

()n  de  bon  grat  paus  mó  cor  emò  sen. 
Dieus  uos  sai  dOpna  car  es  bella  epros. 

Mais  ia  no  sa  cels  qi  son  mal  raes  clui. 

Mas  mi  uos  sai  car  uar  uos  mumeliu. 

E  ia  nò  sai  lausengier  ni  gelos. 

Dieus  sai  los  pros  els  adregs  els  pzaz. 

Mas  ia  no  sai  los  enoios  maluatz. 

Dieus  sai  fin  drut  car  ama  finamen. 

Mas  ia  nò  sai  ce!  qad  enuec  si  pren. 
Bel  mes  bella  dona  qàt  pres  de  uos. 

E  bel  car  sui  el  Ore  segnorau. 

Bel  mes  qàt  naug  bo  pz  noininatiu. 

E  bel  qan  nei  uostras  bellas  faizos. 

Bel  mes  qat  gar  ùras  finas  beutatz. 

E  bel  car  sui  tot  Ore  domeniatz. 

Bel  mes  car  ai  en  uos  mon  pensamen. 

E  bel  car  ara  uos  solameli. 
Dona  tant  sui  de  uus  uezer  cochos. 

Dona  q  dals  no  ai  mO  cor  p'ensiu. 

Dona  car  uos  de  mi  podez  far  ebaitiu. 

De  mi  osius  platz  plus  rie  ql  rei  namfos. 

Bona  dona  tàt  fort  ma  poderatz. 

Dona  q  dals  non  ai  ma  uoluntatz. 

DOpna  sius  platz  aiatz  nes  gardame. 

DOpna  de  mi  qn  aiatz  chausimen. 
Fins  gaug  entier  plazen  eamoros. 

Ab  uos  es  gaug  p  q  totz  biens  reuiu. 

E  no  agaug  el  mon  tan  agradiu. 

Qel  uostre  gaug  fai  tot  el  segle  ioios. 

Ab  uos  nais  gaug  ecreis  de  uas  tot  latz. 


1''  qeu  nai  gang  emos  bels  cast  mi  z. 
Eni  fai  gran  gaug  rei  mentavi  souen. 
Lo  gang  de  uos  ri  bel  captenimen. 

103.  Tant  ai  loniamen  cercai. 

Tu  qe  obs  no  mania. 

Qe  ma  si  o  ai  trobat. 

Coni  co  oqeria. 

P'dut  ai  emesclabat. 

Cu  caucr  solia. 

E  ren  nò  ai  gazagnat. 

Don  mon  amie  ria. 

E  fol  can  fai  foldat  cuia  far  sen. 

E  noi  cognos  tro  liuai  inalameli. 

Qem  sui  lognatz  de  plaiser  edonransa. 

E  chausimen  ab  lei  ten  nò  menassa. 

Qe  al  cors  de  mi  eia  ualor. 

Ella  noni  ual  meu  noni  uir  aillor. 
l'è  ioi  do  agran  uiltatz  mi  fai  carestia. 

Mal  ui  sa  gran  beutatz  esa  cortesia. 

Trazit  ma  egaliat  ab  bella  paria. 

Masi  mon  cor  el  blat  q  ia  uol  creria. 

Lei  ama  lo  cor  mais  q  me  p  qem  repren. 

Et  en  qier  mi  mon  clan  aencien, 

Qab  lei  nò  trop  amistat  ni  pidansa. 

Ni  chausimen  ni  negun  acordanssa. 

Qeu  clam  merce  ni  merce  noni  sooor. 

Merce  clam  cuit  morir  de  dolor. 
Tant  ciani  ab  bumilitat  merce  casefls  dia. 

Merces  faria  pechat.  si  no  mo  ualia. 

Molt  ai  chausimen  cridat.  mas  qe  pauc  me- 

ualria  ('). 

Pois  ab  lei  nolai  trobat.  Eo  cug  q  mort  sia. 

Ma  dOpna  mort  merce  chausimen. 

.Sos  dolz  esgar  osos  bels  oilz  desnien. 

Ab  qem  mostret  tat  cortesa  sembianza. 

Qeum  cugei  mais  auer  qel  rei  defransa. 

Daisum  sembla  heretge  traitor. 

Cab  bel  semblàt  met  home  en  error. 


I    Nel  cod.  è  tutto  ài  ma  riga. 
Classe  di  s.mknze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  -la,  Voi,  II,  Parte  ]\ 


10 


(lxvi) 


74  — 


Ar  tem  qai  dit  gràt  fondai  p  ma  leuieria. 
E  den  meser  pdonat  car  no  sai  qem  dia. 
Qeuec  miàpoderat  del  tot  asa  guia. 
E  faien  sa  uolutat  q  si  sofaria. 
Bella  dópna  sius  platz  aus  mi  ren. 
E  si  nous  platz  si  ma  faz  eissamen. 
Qe  ben  conus  qe  p  negima  esmasa. 
NO  uos  apoder   niolt  trai  greu  malanàsa, 
Chaitìus  qe  oliai  en  ira  desegnor. 
E  né  truba  sufert  ni  uoiledor. 

Al  bel  seigner  castiat  cu  mor  de  feunia. 
Qab  bel  senblant  ma  nafrat  marnai 
enemia.  Eges  ai  tat  de  bontat  noni 
demostraria.  Qem  fez  amors  de  cu- 
gnat  qab  tat  ia  uiuria.  Con  sofrai- 
tos  qai  damor  atalen. 
So  q  sen  pot  auer  aiso  sépren. 
Et  eu  estan  en  antro  tal  balansa. 
Mais  on  bona  monda  nai  ma  spasa. 
Qem  secorria  delas  penas  damor. 
Qe  ualer  dei  dópna  son  amador. 

Troqaia  rode  pasat.  lai  uas  lobardia. 
No  aurai  mo  cor  pagat  cóqu  zai 
mestia.  Tant  ai  de  prouenza  stat. 
qu  toni  q  mancia.  Ma  dópne  aura 
no  iat  so  tost  ofaisia.  Cauer  dei  be 
uergogna  espauen.  Qar  ai  estat 
de  lei  tant  loniarnen.  Sai  tat  pe- 
oliat  no  fos  desespansa.  Desespaz 
mi  foreu  ses  doptanza.  E  teli  ma- 
lei  ale  de  bauzedor.  Eil   fatz  cha- 
sos  qil  torn  ahonor. 

Oilz  de  merce  bocha  de  cliausimen. 
Nuls  boni  nons  uè  q  nò  fazatz  ia- 
uzen.  P'  qeu  en  uos  ai  messa  ma 
flanza.  E  tot  moli  cor  etuta  ma 
spansa.  Efatz  do  uos  ma  d5pne 
ino  seignor.  Eusrént  mo  cors  de  b5 


cor  edamor 
Nauierna  ben  uai  p  uostra  mor. 

Ab  sul  q  uis  castiat  mou   seignor. 

104.  Cant  lautra  dousa  uóta  deruei  nre 
]>ais.  Vizaire  mes  qeu  senta,  dù 
uent  de  padis.  P'  amor  de  la  genta 
uer  cui  eu  sui  en  clis.  Ou  ai  missa 
mententa  emò  corage  asis.  Qe  de 
tota  ptis.  P'  lei  tat  ma  talenta. 

Sol  lo  ioi  qin  psenta.  sos  bels  oilz 
el  clar  uis.  Qe  ia  plus  noni  cosen- 
ta.  mi  degra  auer  cóqis.  No  sai  p 
qeu  uos  menta,  q  de  ren  no  sui  fis. 
Mai  greu  mes  qem  repenta,  qe  una 
ueis  me  dis.  Qel  prò  hom  sa  for- 
tis.  el  maluais  sespauenta. 

Do  donas  ines  uezaire.  q  gran  fai 
liuian  fan.  pò  car  no  son  gaire. 
amat  li  fin  aman.  Mai  ou  nò  aus 
retraire.  mas  zo  q  la  uolian.  Sai 
ben  cu  tranchaire.  adamor  acu. 
Eplus  etrestan.  cu  sera  flns  amairo. 

Dona  q  cuiatz  faire.  de  mi  qi  uos 

ani  tan.  P'  qem  fai  tati   mal   trai- 
re.  ni  morir  de  talan.  Ai  franca 
de  bon  aire,  faites  un  boi  senblà. 
Tals  dot  mou  cor  sesclaire.  qe 
pene  emal  tign.  EnO  dei  auer  dà. 
qeu  nomen  pose  estraire. 

105.  En  abril  qàt  liei  ue'doiar. 
Los  prat  uertz  els  u'giers  fiorir. 
Euei  las  aiguas  esclarzir. 

Et  aug  los  auzels  Chantal. 
Lo  lor  dun  erba  Boria. 
El  dulz  ebant  qel  auselet  cria. 
Mi  fai  mon  ioi  rcnouelar. 


(l.XVIl) 


Eri  aiqels  tèps  ^"i  eu  pensar. 

Cu  si  pogues  damor  iauzir. 

Ali  caualgar  e  ab  ga'nir. 

E  ab  seruir  e  ab  doniar. 

Qi  .laital  mestier  sauria. 

Vdócs  uers  la  mor  seruia. 

E  poiriati  cSqistar 
leu  chant  qi  deuria  plorar. 

Qira  damor  qem  fai  laguiv. 

Mas  ab  chat  me  cug  esbaudir. 

(  lane  mais  no  lauzi  euindar. 

Qom  chates  qi  plorar  deuria. 

l"o  no  desconort  ges  mia. 

Qen  cor  aurai  loc  de  chantar. 
Muli  mi  sab  lo  cor  enblar. 

Qat  pres  cugei  de  sai  uenir. 

Iamais  ner  ior  aueuné  sospir. 

P'  lo  senblat  qeu  laui  far 

Qe  lam  dis  tuta  smaria. 

Qe  fera  la  uostra  mia. 

Bels  amics  p  qem  uol  laisar. 
Ben  si  deuom  meraueillar. 

Qat  eu  la  poc  pre  zeqir. 

<  'il  me  deu  mout  agradir. 

Qat  por  leis  otorn  adrezar. 

Qi  eu  sai  ben  si  eu  la  pdia. 

Qe  ia  mais  ioi  no  auria. 

Ni  hoin  nò  lam  poiria  dar. 

106.  Tuit  cil  qi  amo  ualor. 
Deuon  saber  qe  damor. 
Mou  largeze  gai  solatz. 
Orgoil  &  bumilitatz. 
Pretz  da'masf1)  seruir  honor. 
Cent  tener  ioi  ecortesia. 
Doncs  pos  hom  uè  ben  deuria. 
Cascus  pognar  qi  bó  pz  uol  auer. 
De  fin  amor  leaumen  mantener. 


E  sis  l'ali  Ioli  (,-')  meillor. 
Cui  pretz  cSplitz  asabor. 
Mas  li  fegnedor  maluatz. 
\n  lasfalsas  amistatz. 
Voutas  en  auol  color. 
E  seu  uer  dir  enuolia. 
Aqella  mezeissa  uia. 
Vezen  al  plus  delas  donas  tener. 
Da  qem  sab  mal  car  en  pose  dire  uer, 
E  si  ual  seguns  lerror. 
Las  falsas  el  fegnedor. 
Volgra  fosson  nini  an  latz. 
E  cascus  fos  enganatz. 
El  fins  leials  amador. 
E  las  dópnas  ses  bauzia. 
Mantengueson  drudaria. 
Qe  nus  es  granz  en  amor  auezer. 
Qe  fals  amen  i  poscan  si  ebaer. 
Las  fausas  el  fegnedor. 

Fan  tan  qel  fins  pregador. 
An  pois  dan  en  lor  baraz. 
Qar  tals  es  piars  tornatz.  ' 
Tot  p  doptanza  de  lor. 
Qe  lus  en  lautre  nos  fia. 
E  qi  pzos  recrezia.  (3) 
NO  afin  cor  damar  ni  ferra  uoler. 
Qamors  no  uol  qamics  sedesesper. 
Damor  agreu  cor  mellor. 
Qe  de  re  mais  la  dolor. 
Sen  don  sui  galiatz. 
Et  ab  tot  so  nom  desplatz. 
Nini  fan  li  mal  trait  paor. 
Anz  sapchatz  qeu  amaria. 
Molt  uoluntier  si  sabia. 
Qem  saubes  retener. 
Mas  nai  tals  sazos  cor. 

Qe  greu  trobo  bon  seignor. 
Ni  dOpna  don  sia  amatz. 


fi)  II  eod  ha  propriamente  iamars,  colf  abbreviatura  dell'*  sul  primo  a  e  il  ponto  di  soppressione  sotto  Vt. 

(2)  Prima  ZasTato  scritto  n.li:  sotto  In  prima  asta  dell'*  I  stato  posto    ,,  punto,  e  la  seconda  I  stata  allumata  » 

Maniera  da  diventare  1. 

,3)  //  copista  a  scritto  «  luogo  di  a  un  n,  che  poi  modificò  leggermente  per  ndurlo  ad  a. 


(lxviìi) 


—  7(3 


Totz  sols  ses  autre  pechaz. 

E  seu  ab  franca  dousor. 

Trobes  leial  seignoria. 

Ben  plagra  qaissi  taing  sia. 

Qan  dui  amai)  sa  cordini   dun  uoler. 

Tot  qan  lini  uol  deu  lautre  uoler. 

107.   Leni  platz   enies    ien.  damic   qin  oi  sa- 
ten.  Qab  fin  cor  clar  ualen.  qal  que 
bon  mesfer  aia.  faz  alni  pa'uen.  SabO   ■ 
obre  son  sen.  Sol  qels  eri  ben  escimi. 
iois  ebes  lonue.  P'  q  straig  escoue. 
cuna  ebanson  retraie.  Coin  dap  diz 
pzatz.  qar  molt  sui  gent  pzatz.  Qeu 
chant  emas  solatz. 

R  car  plus  souen.  nò  chan  faz  fallim. 
Qen  tal  dópna  menten.  qi  malegre 
mapaiei.  Donc  die  enoi  men.  Al 
nieu  conoisemen.  Qel  mó  no  a  tan 
gaia.  P'  qem  sa  merce.  Me  sui  raes 
piasse.  Ab  cor  qe  no  estraia.  Erend- 
utz  edatz.  Eseu  ren  die  nifaz.  De  be 
sensi  algrata. 

Per  aitai  couen.  Ili  fis  de  moi  Jìsen. 

Qen  mi  det  dousamè".    baisan  samor  ueraia. 
Emdis  en  rien.  amie  mo  cor  uos  ren. 
E  faz  enzo  qeus  plaia.  Eqa  mi  soue. 
Pel   honor  edel  ben.  ics  nió  cor  no   ses  paia. 
E  mestai  iratz  cabels  placers  onratz. 
Mi  ìitin  samistatz. 

Ges  nomespauen*.  nini  recre  de  iouen. 

I''  fals  brui  de  uni  gen  qi  peza  esglaia. 
E  car  caseiìs  sen.  son  cor  flac  reerezen. 
Cuion  qel  monz  desebaia  enó  séblii  me. 
Qen  sai  ecug  erre.  Qel  segles  qi  qn  braia. 
Xi  enerit  ni  menatz.  es  bus  als  plus  piatz 
Et  auols  als  maluatz. 
sirus  sui  se.s  conten.  qaut  nolme  defen. 


E  tu  chanzos.  uaten.  ni  p  ren  qom  tatraia. 
Not  tarzar  note,  tro  mó  plus  auenen. 
Ncus  qit  donai  ta  plaia.  eqar  ia  malme. 
De  leis  uezer  p  re.  pc  li  qn  dan  nò  ebaia. 
Qe  iai  soi  lazaz.  p  tal  mieiis  beutatz. 
Pretz  &  humilitaz. 

108.  Ce  leis  cui  ani  de  cor  ede  saber. 

Dòpne  segnor  &  aniic  unirai  dir. 

En  ma  chanzon  seil  platz  qeuoi  lauzar. 

Del  menor  reris  damor  son  gran  poder. 

P'  so  car  uenz  prices  ducs  emarqes. 

Contes  ereis  elai  on  sa  cort  es. 

No  sec  razon  mas  plana  uolùtat. 

Ni  ia  nul  téps  noi  aura  dreg  iuiat. 
Tant  es  sotils  qom  no  la  pot  uezer. 

Eeur  tan  tost  qe  re  noi]  pud  fugir. 

E  ter  tan  fori  qe  res  nò  pot  gandir. 

Ab  dart  dacer  don  fai  colp  de  plazer. 

On  nò  ten  prò  auberes  fort  ni  espes. 

Si  lanza  dree  epois  ira  demanes. 

Sagetas  daur  ab  son  are  estezatz. 

Pois  lanzim  dart  deplom  gSI  afilat. 
Corona  daur  porta  pson  deuer. 

Ennuere  mas  la  mi  noi  ferir. 

No  fail  nul  teps  tat  gé"t  sen  sap  azir. 

E  uola  leu  efai  se  nini  temer. 

E  nais  dazaut  qi  ses  ab  ini  en   pres. 

E  qàt  fai  mal  senbla  qe  sia  bes. 

E  uiu  de  gang  edefen  e< bat. 

Mais  imi  garde  paratge  ni  rie1.it. 
Rn  son  palais  lai  on  seuai  iaser. 

An.  V.  portas  cqils  dui  pot  abrir. 

il  rea  pasals  crei  mais  nO  pot  leu  pa'tir. 

Mas  ab  gang  uiueel  qei  pot  remaner. 

E  pueis  ai  boni  pqatre  gras  mout  les. 

Mas  imi  entra  uitan  ni  mal  apres. 

Qab  los  fals  son  elbairi  albergai. 


—  77 


(LXIX) 


Qe  ten  del  mon  plus  de  luna  meitat. 
l'i.i-s  al  peiron  un  ella  Dai  sezer. 

Ann  taulier  tal  c5  sai  deuezir. 

(Jr  negus  lumi  no  sap  tei  ioc  lezir. 

Las  figuras  noi  troba  soli  plazer. 

E  ai  mi!  poinz  mas  gar  q  noi  ades. 

Hom  malaciaus  de  lag  iogarmes  ps. 

E  li  poinz  son  de  ueire  trasgitat. 

E  qin  frain  un  pt  son  ioc  enuidat. 
Aitan  qàt  mars  ni  tra  i"it  tener. 

Ni  soleil  par  si  fai  p  tot  seruir. 

Lo  sus  fai  uiurels  autres  fai  morir. 

Los  uns  ten  bas  els  autres  fai  ualer. 

Pois  ustra  leu  zo  q  g?t  a  promes. 

E  uà  nuda  mas  qan  due  pauc  dor  fres. 

Qe  porta  ceng  etot  sei  parentat. 

Naison  de  foc  de  qe  son  asenblat. 
Al  segon  terz  tain  franeheza  merces. 

El  sobeiran  es  de  tan  gran  rictat. 

Qe  sobrel  celz  essaza  son  regnat. 

109.  Astrucs  es  cel  cui  amors  ten  ioios. 

Camors  es  eaps  detrastotz  autres  be. 

E  p  amor  es  om  gai  ecortes. 

Prancs  egentils  liumils  eorgueillos. 

Aqi  on  tain  enfai  om  meilz  mil  tanz. 

Gran  res  e  totz  edonc  (')  efags  pzanz. 

P'  qeu  ai  mes  tot  mon  cor  enamor. 

E  car  ai  bon  respeig  qem  faza  rie. 

Non  piane  la  fan  qen  trac  ni  la  dolor 
Rie  magra  faig  eben  auenturos. 

Sol  qe  midOz  qi  tan  ual  mi  ualges. 

E  pois  enleis  nófail  neguna  res. 

De  tot  qàt  tain  arie  pz  cabalos. 

Ben  deu  ualer  samors  car  fis  amàs. 

Li  soi  trop  mielz  no  fon  ?seutz  tristaz. 

Don  son  reame  si  cusa  creis  donor. 

E  no  temia  bruc  ni  maluatz  castic. 


Qen  maint  bos  Ines  faz  auzir  sa  lauzor. 

IH).  DOpna  eo  uos  sui  mesagier. 

Et  el  uers  entendres  de  cui. 

E  salut  uos  de  part  colui. 

Qi  uostre  ini  alegre  pais. 

E  sapchatz  ben  dezer  oi  mais. 

Vostri1  mesagiers  nertadiers. 

Srrai  del  uers  qi  qel  uos  chan. 
No  «ii  qals  ses  lo  caualiers. 

Mai  seus  en  pree  ges  nous  enui. 

De  lira  qe  auez  ablui. 

Vos  ciani  merces  no  sia  mais. 

•  'aiiz  p  mamor  nesia  pais. 

Tant  sui  nostra  mics  dreizuriers. 

Re  noi  doptez  car  eus  oman. 
Tant  a  en  uos  sos  còsirrers. 

De  tot  autramor  ne  ilo  fui. 

Nul  autre  uoler  noil  adui. 

Lo  desirs  qel  ten  enpantais. 

Desiran  cuig  morir  selais. 

Qe  pecs  trai  cautre  carseliers. 

Qel  no  mor  mais  languis  euidan. 
Lamors  qel  uens  el  dezirers. 

Lansi  destreg  qe  ses  autrui. 

l'arlautresin  con  seron  dui. 

Cab  si  mezeis  diz  can  sirais. 

Pais  cor  p  qe  mauci  nini  trais. 

Qe  faltz  feras  eqe  leugiers. 

Son  aisi  mauci  desiran. 
Ics  pois  enoios  mal  parliers. 

P'  cui  amor  uai  ses  destrui. 

Noil  toillatz  la  ioi  qel  condili. 

Nul  bon  respec  p  qe  les  gais. 

Anc  pois  nò  ronpet  ni  frais. 

Vostre  pret  qes  de  totz  sobriers. 

NO  comenset  en  lui  engan. 
Qengans  es  ecor  uolatiers. 


I)  /'n  porta  al  disopra  il  segno  orizzontale  di  abbreviatura. 


(l.XX) 


—  78  — 


E  blasmes  don  tot  lo  mon  bruì. 

Damor  pois  sen  fein  ercdui. 

Var  eelui  qi  plus  lies  uerais. 

Qel  no  fai  fcncha  ni  talais. 

Anz  es  liumils  &  leuziers. 

Vas  tot  cui  noli  tengon  dan. 
Sabez  eals  es  lo  reprocMers. 

Qi  sobre  Iaur  li  staing  endui. 

Laraors  qei  se  ioni  es  de  dui. 

Pois  seres  itor  (')  enbiais. 

Et  apres  lo  be  uè  les  mais. 

L'i  fis  iois  qes  uengutz  pmiers. 

Abaissa  lira  euai  falsan. 
Dos  uers  sen  aissi  lam  cóqiers. 

Mas  serai  seus  qe  anc  no  fui. 

Qe  nai  tilt  col  soleil  relui. 

Es  la  genser  qel  mon  se  pais. 

El  meiler  ecil  qi  ual  mais. 

P'  qeu  remir  plus  uolutiers. 

Son  pais  qe  tot  meri  resplan. 
De  sol  lo  bon  pesar  engrais.  ■ 

El  uoler  es  tan  sobranciers. 

Qe  nul  autra  mor  no  reblan. 
Bus  fatz  lo  seus  amics  uerais. 

Tramet  los  uers  els  motz  entiers. 

Mas  noi  li  tramet  pas  ioian. 

tll.  Non  cuigei  mais  ses  comiat  far 
chanzon.  Mas  ar  mauen  mal 
grat  meri  far  parer.  Lo  pensam 
qel  cor  nò  pot  caber.  Tant  men 
adat  cilla  cui  ieu  midon.  P'  qi  eu 
comenz  alei  de  cosiros.  Esi  mos 
chant  nò  es  mout  amoros.  la  né 
repton  (2)  mas  amors  emerce.  Qar 
sini  uolgues  son  portar  bona  fé. 
la  no  sim  fera  mi  dons  tan  estra- 
gna. 


A  penas  sai  qem  sia  mal  ni  bon. 

Tan  son  maritz  eples  de  no  caler. 

Qar  si  eu  del  tot  mi  desesper  damor. 

Ges  p  aitan  nO  iesc  de  sa  preison. 

Qen  ferai  dócs  soffrirai  pensazos. 

E  atendrai  tro  qe  uengal  saizos. 

Qel  desamar  sufreu  tro  bon  merce. 

Enò  dira  sautre  prò  nò  cani  te. 

A  tot  lo  meìs  midonz  qe  mi  remag". 
Ai  fin  amors  ab  pauc  de  guizardon. 

Pograz  mon  cor  en  gran  ioia  tener. 

Sol  qe  feissetz  aleis  cui  ani  saber. 

De  qen  bon  grat  mi  mezeis  labadon. 

E  sa  daitan  nò  uolez  neis  mos  pros. 

Sauals  qe  no  mostratz.  li  qi  es  uos. 

Mas  noi  anez  qe  no  menez  merce. 

Qa  dóc  seran  aiustat  tug  li  be. 

E  sobrar  lan  a  cui  qedez  sofraigna. 
De  mo  dan  cug  amors  qeus  mou  tézó. 

On  plus  uos  die  qan  nerz  midBz  uezer. 

Qades  lauei  ses  uos  aitan  ualer. 

Qe  mais  nocre  mes  oures  araison. 

Pois  auras  frag  son  cors  de  ten  ioios. 

Qe  sa  beutatz  mi  fai  aisi  doptos. 

Cumilitat  chausiment  emerce. 

E  uos  mezeissi  p  pauc  nomescre. 

Qeus  des  orgoil  sius  uol  ensa  cópaga. 
Mas  no  p  qan  en  drec  uos  la  soinon. 

Qal  sieu  seruir  mi  degnes  retener. 

E  sa  lei  platz  qeu  aia  nul  plazer. 

Menbre  li  donc  ebut  li  denon. 

E  si  eu  son  fols  no  fezes  enoios. 

Rendarn  merces  aqom  qem  tol  rasos. 

Qar  sìeu  ab  leis  nò  pose  trobar  m'ee. 

Cui  ani  cuoil  edezir  mais  qere. 

Non  sai  a  cui  de  ma  dolor  mi  piagna. 


112.  De  totz  chaitius  sui  ieu  aice 


qi  plus. 


(1)  Sopra  l'o  c'i  il  segno   ~,  che  non  sarà  lì  di  certo  a  significar  /'n  eie  andrebbe  dopo  ti. 

(2)  Anclie  oiii.  ni  di  sopra  dell'»  i  il  segno    ~  il<<<  andrebbe  sviluppato  in  r,  se  non  fosse  da    i  i     dei     ■    co 
'    '     dt 


Il, XXI) 


A  grati  dolor  esofres  gran  tormen. 

P'  qeu  aolgra  morir  etnia  gen. 

Qe  maucies  pois  tat  sui  espdus. 

i;.'  uiure  mes  marimenz  &  esglais. 

Pois  morta  es  madama  na  alais. 

Mal  pensar  fai  lira  nil  do!  nil  dan. 

Mortz  traitrix  be'  uos  pose  emier  dire. 

Qàt  no  pogues  elmon  meillor  aueire. 
Ini  edeleig  eiouenz  es  pdus. 

Btot  lo  mon  es  tornat  ermien. 

Car  eoms  ereis  emaint  baron  uailè. 

Neran  plus  pros  qàc  no  laui  negus. 

Ez  mil  dópnas  uaillam  pleis  mais. 

Ara  podom  saber  qab  nos  sirais. 

Nostre  signer  qi  la  fes  ualer  tan. 

Caissi  na  tolt  ioi  esolatz  erire. 

E  donat  mais  de  noil  ede  consire. 
Segner  ben  la  deuen  piagner  cascus. 

Qanc  no  fo  boni  uezes  tàt  auine. 

Qal  saliera  mais  tan  bel  captenimg. 

Qe  ual  beutatz  ni  bon  ptz  métaubus. 

Niqe  ual  seri  bonor  ni  solate  gais. 

Genz  acuillir  de  mil  cor  ies  essais. 

Ni  qe  uolon  frac  digs  ni  faig  pzan. 

Segle  doler  de  bon  cor  uos  aire. 

Molt  ualez  pauc  pois  lo  mal  nes  adire. 

113.  Ben  sai  qe  p  sobre  ualer. 

Dei  far  mieil  zo  cai  entalen. 

Cai  pdut  tan  de  bon  plaxer. 

Qe  bona  fei  mi  tornen  adan. 

Cheram  uol  samor  aueire. 

Car  no  uei  mi  don  plus  souen. 

Trait  son  p  bon  entendemen. 

E  car  no  aus  ma  culpa  dire. 

Non  uerais  cor  ma  fait  far  faillim. 
Mas  ma  dona  no  sab  louer. 

Qe  mi  de  tener  ptruan. 


Ni  ies  aissi  noi  pot  saber. 
Seo  no  lo  die  ofai  semblan. 
l'imi  lam  de  cor  eia  desire. 
A  issi  co  eu  sai  finam. 

\ne  hom  nò  trais  tan  grevi  tor n. 

Se  uals  de  tot  li  soi  grazire. 

Seu  ia.  nai  ben  &  de  mal  eissamen. 
liaison  aucheo  no  pose  uezer. 

Tant  bella  ni  tan  géz  parlali. 

Ni  mielz  faza  bon  pretz  ualer. 

P'  <jei  nò  sent  mal  ni  afan. 

Cant  uei  sos  bels  oilz  &  remire. 

La  bella  boche  el  cors  plaizen. 

Deu  qi  la  fez  tàt  auinen. 

Li  met  en  cor  qe  nO  maire. 

Cliei  tot  mor  se  nò  acliausiineii. 
Niu  no  pose  eo  ia  remaner. 

Sen  aissi  mor  plei  amali. 

Ci   pauc  mort  nò  laixei  ebaer. 

Lo  ioni  qem  parti  en  ploran. 

E  pois  del  tot  li  soi  mentire. 

Ses  ual  daitan  sai  qeo  no  men. 

Qel  plor  el  plaug  mi  son  guaren. 

<;im  fan  tan  greti  martire. 

Qa  pauc  lo  cor  dire  desmai  no  fen. 
Plus  no  podez  astro  tener. 

Qeu  noi  lan  main  iointas  denan. 

E  no  sai  coni  eu  puesc  aner. 

Tan  dardit  qe  dèe  li  deman. 
Hai  las  chaitin  qe  sabra  dire. 

Tan  naurai  estat  loniamen. 

Mot  uenrai  denan  lei  temer. 

Et  fin  cor  enai  tal  aire. 

Vorai  lo  mal  &  esmestot  paruen. 

114.  Se  totz  los  gaug  els  bes. 
Elas  finas  lauzors. 
El  digs  el  facs  cortes. 


ILXXIl) 


—  80  — 


De  totas  las  meillors. 

Volgues  deus  tot  cSplir. 

En  una  solameli. 

Saber  cug  ueraraen. 

Qe  cella  cui  desir.  Naiamais   pun  een. 
Emais  de  totas  cs. 

Caps  emirailz  estors. 

Qem  posses  qel  plagues. 

Fazam  uiuve  emorir. 

Mas  plus  ler  auincn. 

Sem  ten  gai  eiauzen. 

CO  plus  mi  fai  laguir.  011  plus  lam  fina- 

men. 
Car  el  mon  nò  es  res  siam  sen  ofouda. 

Qem  pesses  qel  plagues.  no  fos  gaug 

edolzors.  Qo  qe  uol  malazir.  eam 

cels  bonamen.  Qa  son  sei  ben  uoilO. 

Almelz  qe  pot  chausir.  Son  ason 

mandameli. 
En  aissi  ma  cOqes.  esi  noni  ual  amors. 

vaila  ma  bona  fes.  eia  soa  ricors. 
Samors  no  uol  uenir.  el  seu  bel  cors 

plazen.  El  uerai  pz  uailen.  deu  ga- 

rar  de  faillir.  Car  seu  mor  no  ler  gè. 
Gentils  cors  ben  apris.  sobre  tot  ama- 

dors.  Agras  mo  fin  cor  mes.  Ab  un 

pauc  desocors.  Qe  mort  ma  li  sospir. 

euos  p  chausimen.  NO  sobratz  mon 

torni,  ni  uoilatz  falz  auzir.  Cui  er 

mal  se  bem  pren. 
Ma  biatriz  grazir.  uos  fai  atuta  gen. 

Et  entier  euailen.  pz  eqin  uol  uer- 

dir.  Del  bel  senblan  no  men. 

115.  Meraueil  mei  co  ponul  liO  chantar. 
Si  con  eu  faz  p  leu  qin  fai  doler. 
Qe  mas  chanzos  no  pose  apareillar. 
Dos  mot  cai  terz  non  lais  mariz  cader. 


Car  no  soi  lai  on  estai  son  cors  gent. 

Douz  eplaisentier.  qe  mauci  desirat. 

E  noni  pot  morir  plus  fìnanient. 
E  car  no  pose  nulla  ren  tat  amar. 

la  salei  platz  no  deu  mamort  uoler. 

Cane  pose  laui  no  pose  dal  re  pensar. 

Mas  co  pogues  dir  efar  son  plaiser. 

Et  ai  razon  calaus  desconoissent. 

Es  jilus  ualen  p  qeu  nani  mais  lafan. 

De  leo  sofrir  qe  dautra   auer  ioi  gran. 
Las  qeu  nO  aus  mó  mesage  enuoiar. 

NO  ardar  nò  maus  de  lei  uezer. 

E  no  lo  lais  mais  car  uoil  far  cuidar. 

Al  faus  deuins  caillors  ai  mo  esper. 

P'o  desir  mes  ades  plus  coixen. 

El  pensamen  car  no  li  soi  denari. 

Mains  iointas  clins  p  far  lo  seucomà. 

116.  Can  uei  la  fior  sobrel  sambuc. 

Et  au  lo  pie  el  merle  el  gais. 

E  lo  refrim  del  brauairol. 

Ma  dópna  man  plus  qel  no  sol. 

Totz  teps  la  mei  pois  la  conuc. 

Mas   ara  mes  priuatz  emol. 
Ben  me  cuia  piantar  lo  due. 

Chidis  qeu  desamor  milais. 

Non  uol  me  segna  ital  uirol. 

Ancs  lamarai  se  deus  lo  uol. 

Anar  i  pogra  ad  oil  cluc. 

Lo  ioni  cant  son  marit  no  col. 
Per  lei  ma  pian  lo  pel  del  zuc. 

EnO  desir  guera  ni  fais. 

Cant  en  la  plaza  ma  cuiol. 

Tene  mon  meillor  uesin  p  fol. 

Cant  eu  lauei  tot  mabelluc. 

Et  oclei  mai  dun  ratairol. 
E  latem  candì  &  pezuc. 

Eual  tal  qi  sa  preza  mais. 


—  si 


(lxxiii) 


E  negerei  entrun  moiol. 

Qel  be  plus  prira  da  rocairol. 

Ano  11O  uhi  ren  tilt  leu  sembuc. 

E  mania  alci  dune  seirol. 
Cant  me  done  Ianel  daurat. 

Eucra  dos  &  pauca  ren. 

Et  fu  greu  a  en  cortinar. 

Saudis  michel  caramellar. 

Aissi  de  guerra  com  remes. 

Se  no  lanes  deuant  grimar. 
Segner  lautrer  mi  fo  contai 

Qe  tatalan  de  uianes. 

Nos  cuideront  tuit  albergar. 

Eu  los  audi  frances  parlar. 

la  genser  bomes  nO  uerres. 

Et  tot  garcin  de  long  lamar. 
117.  la  (')  nO  cuidei  uezer  camor  mi  destren- 

ges.  Tat  qe  dona  tenges.  del  tot  en 

son  poder.  Qe  contra  lor  orgoil.  fos 

orgoillos  com  soil.  Mas  beutatz 

eiouenz.  el  gentils  cors  plazenz. 

El  gai  dig  plaisenter.  De  mO  bel 

caualer.  Man  fait  p'uat  destrang. 

&   pois  dur  cor  sa  fraig.  Vers  a- 

moi  en  loc  car  sap  melz  sa  dona 

amar.  Cumilz  trop  amoros.  de  to- 

tas  enueios. 
Ma  dùpnam  pot  auer.  qe  nul  autra 

no  ges.  P'o  car  genser  es.  ecar  sab 

mais  ualer.  Caital  es  co  eu  uol. 

qe  ren  noi  met  ni  toil.  Coinda 
gai  plazent.  bella  &  auinent.  Et 
ab  fin  pretz  entier.  esen  cant  la 
mester.  Et  foudat  la  on  tang.  & 
nul  ben  nu  sa  frang.  Cab  dig  & 
ab  Mirar,  se  fai  atot  lauzar.  Etamar. 
mais  mais  al  pros  qi  neon  meilz  razos. 


E  sim  uol  retener,  ni  dar  su  qem  pmes 
Mot  mes  ben  damor  pres. 
Mas  trop  cui  fai  loc  esper. 
Qe  del  desii  mi  doill.  Qem  mostron  soi 

bel  oil.  Et  sa  cava  rizent.  esimdes  s"s 
cors  get.  zo  cap  son  ?seil  cbier.  uc- 
cut  agra  sobrier.  Dauentura  galua- 
ing.  qen  sa  merces  remaing. 
Pois  ini  uolg  autriar.  qen  la  pogues. 
przar.  Et  amar  arescos.  enfeses  mas 
ebanzos.  Eus  lam  las  cóqerer.  &  uai- 
llan  drez  efez.  Qeu  sui  del  tot  cSqi 
caplei  no  pose  tener.  Qen  aissi  men 
destoill.  co  fé  gui  de  si  doil.  Acuì  fo  aui- 
nenz.  La  reine  entres  denz.  Dont  li 
fant  del  uergier.  pdet  &  ensufer.  En- 
ueill  en  plor  en  plang.  P'  lei  en  pens 
en  lang.  Con  pogues  conqistar.  edeus 
co  pot  formar.  Tantas  bellas  faisos. 
Lai  on  merces  nò  fos.  Esolatz  edauer. 
es  lare  enol  fai  res.  Pros  dona  mais 
merces.  &  merces  uol  qerer.  Qe  po- 
is uassal  acoill.  seiner  en  son  capdo- 
il.  NO  les  obedienz  pauc  desforz  fai 
sii  uenz.  Ema  dona  conqer.  Abfin  cor 
uertadier.  lini  don  esclam  frane,  los 
couenz  nul  gazang.  NO  pot  esmeu 
danfar.  &  farase  blasmar.  Si  eu  la 
sers  enpdos.  &  pois  les  mez  datz   bos. 

118.  Aissi  con  es  genser  pascor. 
De  nul  autre  téps  caud  ni  frei. 
De  gresser  meiller  uers  donei. 
P'  alegrar  fins  amadors. 
Mas  mal  aian  ugan  sans  flors. 
Qi  man  tan  de  dan  tengut, 
Qen  sol  un  ioni  man  tolgut. 
Tot  qàt  auia  endos  anz. 


il)  Del  passaggio  a  questo  nuovo  componimento  ci  fa  avvertiti  solo  V  i      m  mento  dell' miniale  del  capoverso. 
i'i. a-  se  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  1",  Voi.  II,  Parte  la.  11 


(lxxiv) 


82 


Conqis  amanz  durs  afanz. 
le  inadóne  cu  &  amors. 

Er  euan  dun  uoler.  tuit  trei. 

Mas  ara  ab  lo  douz  aurei. 

La  rosei  chant  eia  uerdors. 

Lan  remenbrat  qe  sa  ualors. 

Auia  trop  deissendut. 

Car  uolc  so  qe  ai  uolgut. 

P'  enoi  ac  plazers  tans. 

Calei  fos  mas  sol  demans. 
Ai  qels  meron  gaug  &  honors. 

Mas  noi  platz  qe  plus  lo  muntivi. 

E  pois  midonz  uol  qeu  ordei. 

Ben  pot  baisar  pois  il  mafors. 

Aql  sut  tot  en  son  esfors. 

Pois  aissim  trobauen  tut. 

Qeu  lai  tant  son  prez  cregut. 

Qen  anssat  i  aisos  enans. 

E  destarzatz  totz  sos  dans. 
Un  plag  fan  donas  qes  folors. 

Qan  troban  ami  qes  mercei. 

P'o  sai  li  mouon  esfrei. 

El  destregnon  tros  uir  aillors. 

Pois  cauta  loignat  lors  meillors. 

Falz  entendedor  menut. 

Son  cabal  men  retebut. 

Dont  sera  bai  cortes  chans. 

E  in  sort  crims  efol  mazans. 
Eu  nò  fatz  de  totas  clamors. 

Ni  mes  gent  cab  donas  guerci. 

Qar  ges  lo  mal  qeu  die  endei. 

No  lor  es  enoil  ni  paors. 

Qar  seu  dizia  dels  peiors. 

Tost  seria  cognogut. 

Qals  (leu  tornar  en  refut. 

Qa  celui  tain  melz  de  mans. 

On  son  totz  aibs  benestans. 

Leis  qes  decortz  bes  sabors. 


Ai  cor  caia  mercéin  plaidei. 
Car  ges  p  lo  pmier  de  rei. 
Pi, n  fas  mains  &  mais  plors. 


—  83  — 


(lxxv) 


119.  Folquetz  (l)  si  f'o  (le  marsscill- 
la  fils  dun  mèrcader  que 

fn  de  sroiiivn  \-  ac  noni  sei'  am- 

P 

fos.  eqant  lo  paire  morie  sii 
laissei  molt  dauer.  &  ci  entS- 
,1,-t  empretz  &  enualor  emes  se 
aseruir.  &  aucniv  als  ualenz  ho- 
mes  &  abrigar  con  lur.  &  adar.  & 
asernir  &  auenir  &  anar.  efort 
fo  grazitz  &  honratz  p  lo  rei  ri- 
ehart.  ep  lo  bon  corate  raimon 
de  tolosa.  e  p  enbaral  lo  seu  segni- 
or  de  marseilla.  Molt  troua  be 
emolt  chanta  ben.  emolt  fo 
auinenz  hom  de  la  psona.  &  en- 
tendia  se  en  la  moiller  de  son 
sengnior  enbarral.  epregaua 
la.  cfazia  sas  chanzos  della. 
Mas  anc  p  precs  ni  p  chanzos 
noi  poc  trobar  m'ee.  p  qella  li 
fezes  nul  don  endreit  damor. 
p  qe  totz  téps  si  plaing  dam- 
or. ensoas  chanzos.  &  auenc 
si  qe  la  duna  morie.  &  enbarals 
lo  maritz  della  el  segner  de  lui 
qi  tan  li  fazia  donor  el  rei  rich- 
artz  el  bos  coms  raimonz  el 
bons  reis  namfos.  dont  el  per 
tristeza  de  la  dompna.  edels  p'n- 
ceps  q  uos  ai  digtz.  abandon- 
et  lo  mont.  erendet  se  al  orde 
de  sistel.  com  sa  moiller  ecom 
dos  sos  fils  qel  auia.  esi  fo  faiz 
abbas  duna  rica  abbadia  qe 
es  em  proensa.  qe  a  nom  lo  te- 
ródet.  epois  el  fo  faitz  euesqs  de 
toloza.  Elai  el  morie. 


En  folqets   de  marseilla. 

120.  Pos  entrames  me  sui  de  far 
chanzos.  ben  dei  gardar  qe 
fals  moitz  noi  tenda.  Esieu  die 
re  qe  mi  donz  en  grat  prenda,  bé 
men  sera  rendutz  bos  guizerdus. 
U  agra  tort  semus  ehanz  nu  er 
bos.  p  qe  car  il  me  donet  lart  el 
engieng.  eso  qeu  faz  nò  demet 
en  desdeing. 
E  si  tot  mes  de  semblant  orgoi- 
llos.  né  ai  poder  qe  uas  autra 
mentenda.  qel  cor  els  oils  me 
mostron  qe  mi  renda,  tan  mag- 
da  de  sas  bellas  faisos.  eqant 
ieu  men  cug  partir  nomes  pros. 
qel  sieu  amor  nies  denan.  qi  ma 
teing  qem  fai  tornar  uas  leis 
tant  mi  destreing. 
Luing  mes  dels  oils  mas  del  cor 
mes  tan  pres.  cela  p  cui  souen 
plaing  esuspire.  qe  on  plus  nai 
defan  ede  martire,  dobla  lamors 
ecreis  enais  ades.  ecar  soi  sieus 
no  cuig  qe  men  ganes.  esime 
tant  el  sieu  enseignamen.  p  cai 
respeig  qe  naurai  chauzimen. 
Ben  fora  sen  se  de  leis  mi  loiii- 
gnes.  anz  qem  laisses  ab  la  do- 
lor aucire.  mas  amors  uol  qeu 
sia  francs  suffrire.  eia  |>  re  non 
aial  cor  engres.  cane  dieus  no 
fes  nul  hom  qe  ben  ames.  qe 
no  crezes  miels  amor  qe  son  sé. 
p  qe  mauen  afar  son  manda- 
meli. 
Anc  nuils  amanz  p  si  donz  no 

soffi-i.  tan  grieu  dolor  ni  aitai 


,li  La  biografia       Folletto  nel  codice  e  scritta  Mia  <„  rosso 


(I.XXV1) 


—  84  — 


malananza.  p  merceil  prec  qem 
diga  tal  pesanza  se  cor  nò  aqes 
meillur  cu    uas  mi.  p  qe  uengu- 
es  plus  uiatz  ala  fi.  car  ine  mal 
es  morir  al  meu  seniblan.  qe  totz 
tèps  uiurab  pen  &  ab  fan. 
Chanzoneta  uai  ten  ton  dreit 

carni,  lai  amidonz  en  cui  ai  mesp- 
anza.  cdigas  lini  caia  cai  que 
mbranza  de  me  car  lam  senz  e- 
nian  ab  cor  fi.  qanc  p  ma  fé  de  - 
lora  qeu  laui.  nomi  muda  ni 
cambia^mon  talan.  anz  lam 
ades  eia  dopt  elablan. 

Enfolqets  de  marsseilla. 

121.  En  chantan  mauen  amembr- 
ar  zo  qeu  cuig  chantan  ob- 
lidar.  epzo  chant  qoblides  la  do- 
lor el  mal  damor.  car  on  plus 
chan  miels  men  soue.  qen  la  bo- 
cba  nuilla  res  no  aue.  mas  sol 
m'ce.  p  qes  uertatz  esemblable. 
qinz  el  cor  port  dopna  uostra  fa- 
izon.  qem  cliastia  qeu  noni  ma 
razo. 

E  pois  amor  mi  noi  onrar.  tan 

qel  cor  uos  mi  fai  portar,  p  mer- 
ceus  prec  qel  gardes  del  ardor 
qei  ai  paor.  de  uos  mout  maiers 
qe  de  me.  epos  mos  cors  uos  a  du- 
na  dinz  se.  si  mal  liue  pos  dinz 
es  sufirir  lo  coue.  pò  del  cors  fa- 
ig  zo  qe  uos  es  bo.  el  cor  gardatz 
si  con  uostra  maizo. 

Qel  garda  uos  eus  ten  tan  car. 
qel  cors  en  fai  nesci  semblar. 
qel  senz  li  met  len  gieing  eia 
ualor.  Ri  qeu  error.  laisal  cors. 


prezen  qel  rete,  coni  me  parla 
maìtas  ues  se  deue.  qieu  no  sai 
qe.  qem  saludon  enon  aug  re. 
pò  iamais  nuls  boni  noni  ocai- 
zo.  sini  saluda  ueu  mot  no  li  so. 

l'eroi  cors  no  si  deu  clamar,  del 
cor  p  mal  qeil  sapcha  far.  que 
tomat  la  al  plus  onrat  segnor. 
etout  daillor.  on  trobarengan 
eno  fé.    mas  dreigz  torna  a  so 
seignor  a  nose.  p  qeu  no  ere. 
qem  deing  si  merces  noni  mate, 
qeil  entrel  cor  tan  qel  luce  dun 
rie  don.  deing  escoutar.  ma  ue- 
raia  ebanzon. 

E  sellam  deigna  escoutar.  ini- 

donz  merce  degra  trobar.  pò  obs 
mes  cublides  sa  rioor.  eia  lauzor 
qeu  nai  dig  edirai  iaee.  pò  ben 
sai  mos  lauzars  prò  noni  te 
con  qem  mal  me.  qe  lardor  mi 
creis  em  reue.  el  fuec  qil  mon 
sai  qel  creis  abando.  eqi  uni 
mou  mor  en  pauc  de  saizo. 

Morir  puesc  be.  aziman  qieu 

nom  clamdere.  neis  sim  dobla- 
ual  mais  daital  faizo.  con  dob- 
lal  poingz  del  tauler  p  razo. 

Chanzos  de  se.  uas  mon  pes  Uri- 
nai de  part  me. 

Enfolquetz  de  marseilla. 

122.  Molt  ifes  gran  pecbat  amors. 
pos  li  plac  qes  mezes  en  me. 
qe  merce  non  aduitz  ab  se.  ab- 
qez  adolces  mas  de  lors.  camo- 
rs  pt  so  noni  es  desmen.  &  es 
desamor  planameli,  pos  mer- 
ces noi]  pot  far  socors.  p  qeil 


85  — 


(t.xxvii) 


fora  pretz  &  honors.  pos  il  noi  uen- 
zer  totas  res.  sima  aetz  la  uenqes 

niorces. 

Mas  tvop  m'es  aduad  amors  qàt 

amerce  si  des  ano.  pò  mcils  del  nii- 
cls  qe  (ini  ne.  mi  donz  qe  ual  ma- 
is qe  ualors.  en  pot  lieti  far  acor- 
damen.  qe  magier  la  faig  p  un 
cen.  qi  uè  coni  la  neus  eil  eba- 
lors.  zo  es  lablanqez  eil  colois. 
Sa  cordoli  en  leis  semblant  es 

E  canini-  si  acort  ab  nierces.  as 

no  pot  esser  pois  amors.  non  la 
noi  ne  mi  donz  so  ere.  pò  de  midóz 
no  sai  re.  cant  tan  noma  follie 
folors.  qeu  lauzes  dir  moli  pen- 
sameli, mas  cor  ai  qem  cab  del 
ab  sen.  del  ardimeli  qem  tol  pao- 
rs.  pò  espan  fai  la  flors  uenir 
fruig  edamor  zom  pes.  qespan 
la  uenqes  merces. 

Qestiers  no  puese  durar  amors. 

eno  fai  cossi  desceue.  de  mon  cor 
caissi  la  en  se.  qe  te  noni  par  qe 
naiallors.  car  si  beus  esgranz 
eissamen  pogras  emi  caber  le- 
umen.  cos  deuezis  una  granz 
tors.  en  un  pane  mirai]  cu  lar- 
gors.  esmenz  tan  granz  qe  sius 
plagues.  en  car  icaberia  m'ees. 

Sar  nous  uenz  uencutz  soi  a- 
mors  uenzer  nous  puesc  mas 
ab  m'ee.  esentre  tanz  mais  nai 
un  be.  no  uos  er  danz  ni  deshon- 
ors.  cuidatz  uos  dóc  qeus  stia  gè", 
car  mi  fai  plaigner  tan  soueii. 
anz  en  ual  meiiiz  uostra  ualors. 
pò  mais  mi  fora  douzors.  si  la- 


ut  ram  aqe  mi  sui  pres.  mi  ple- 
ies  merceian  merces. 

Mal  mi  son  gardatz  p  no  sen.  caini 
eis  ma  emblat  amors.  arqer  est- 
orti de  sas  dolors.  mac  dir  puesc 
qeu  eis  mi  sui  pres.  pois  qe  nom 
ual  dreigz  ni  merces. 

Xaziman  lo  uostre  soeors.  eden 

totz  téps  uoil  be  aillors.  mas  ai- 
sso nouoil  sapchas  ies  capena 
neis  o  sap  merces. 

Enfolquetz  de  marseilla. 

123.  Si  tot  me  sui  trop  tart  apceu- 
butz.  aisi  con  sei  ca  tot  pdut 
eiura.  qe  mais  no  ioc  agran  bona 
uintura.  mo   dei  tener  car  men 
sui  conogutz.  del  gran  enian  cam- 
ors  uas  me  fazia.  cab  bel  semblà 
ma  tengut  enfadia.  mais  de.  des 
anz  alei  de  mal  deptor.  cassatz 
promet  eie  né  paiaria. 

Ab  bel  semblan  qel  falsamors 

adutz.  satrai  uas  leis  fols  amàz 
esatura,  col  parpaillos  ca  tan  fol- 
la natura,  qel  fer  el  fuec  p  la  cl- 
ardat  qei  lutz.  mas  eu  men  part 
esegrai  autra  uia.  sui  mal  pagatz 
qestiers  nom  en  parria.  esegrai 
laib  de  tot  bo  suffridor.  qe  sira- 
is  fort  si  con  fort  sumilia. 

Pero  nos  cuig  si  bem  sui  irascufz. 
ni  fatz  de  leis  en  eliantant  ma 
rancura,  qeu  diga  ren  qe  non 
semble  mesura.  anz  sapcha  be 
easos  obs  sui  pdutz.  cane  sobre 
fre  nom  uolc  menar  un  dia. 
anz  mi  fes  far  mon  poder  tota  uia. 
&  anc  sempee  chauals  de  gran 


(lxxviii) 


-  80 


nalor.  qil  baurda  trop  souen  cue- 
il  fellonia. 

Fels  for  cu  be  mas  sin  men  retè- 

gutz.  car  qi  a  plus  fort  de  si  desme- 
sura.  fai  gran  foudat  enes  enauGtu'a. 
qe  dun  seu  par  pot  be  esser  uencutz. 
&  ab  plus  freuol  de  si  es  uilania.  p 
cane  noni  plac  ni  platz  sobranza 
ria.  pò  eu  sen  deu  boni  gardar  ho- 
nor.  car  sen  aunitz  no  pretz  mais 
qe  folia. 

Pero  amors  me  sui  eu  recrezutz. 

de  uos  seruir  cui  mais  no  ai  cura, 
caisi  con  hom  preza  laia  penchu- 
ra.  cant  lies  loing  mais  qe  qant 
lies  pretz  uencutz.  presaua  uos 
plus  cant  nous  conoiscia.  esanc 
uos  uolc  meins  nai  qeu  no  uol- 
ria.  caissi  mes  pres  con  al  fol  qe- 
redor.  qe  ditz  eaurs  sos  tot  zo  qel 
tocaria. 

Bel  nazimanz  samors  uos  dest- 

reìgnia.  uos  entotz  téps  eu  uos 
conseillaria.  si  uos  mbres  cant 
eu  nai  de  dolor  ni  cant  de  be  ia 
mais  nous  en  calria. 

En  plus  leial  sap  los  oils  uos 

uezia  aissi  con  fatz  ab  locor  tota 
uia.  zo  qeu  ai  dig  poiria  uer  ua- 
lor.  qeu  qier  conseil  uos  donna. 

Enfolqetz  de  marsseiUn. 

124.     Ben  an  mort  mi  elor.  mei  oill 
galiador.  per  qes  dreigz  qa 
bels  plor.  pos  il  soan  merit.  qeu 
tal  dópnacbauzit.  don  an  faig 
faillimen.  car  qi  trop  pueia  bas 
deissen  pò  ensa  m'ee  meren.  car 
eu  no  crei  qe  merces  aus  faillir. 


lai  on  dieus  uolc  totz  autres  bes 
aissir. 

Mas  ar  conosc  damor.  qe  mos  danz 
lia  sabor.  qe  zo  don  ai  largor.  mi 
fai  pzar  petit,  epoignar  aestrit. 
en  tal  qe  sim  defen.  zo  qe  men  ca- 
uza  uau  fugen.  ezo  qen  fug  eu 
Hau  seguen.  daizo  no  sai  eoissim 
puesca  suffrir  qen  senis  no  pue- 
sc  encauzar  efugir. 

Ar  uiatz  gran  follur.  carditz  sui 

p  paor.  qe  tan  tem'la  dolor,  da- 
mor. qe  ma  saizit.  qe  zom  fai 
plus  ardit.  de  mostrar  mon  ta- 
len.  aleis  qem  fai  ueillar  dur- 
men.  donc  ai  p  paor  ardimeli, 
aissi  con  sei  qestiers  nos  pot  gà- 
dir.  qe  nai  tot  sols  entre  siitf 
cen  ferir. 

Pros  dòpna  cui  ador.  restauratz 
en  ualor.  mi  euostra  lauzor. 
camdui  uem  afreulit.  car  me- 
tes  en  ublitani  qeus   am  fìna- 
men.  car  cels   qo  sabon  uan  di- 
zen,  mal  seruir  fai  amainta 
gen.  ecar  uos  am  tant  qe  dals 
noni  consir.  pert  uos  emi  gar- 
datz  sim  dei  marrir. 

Neus  'coian  p  fior  nouenz  clia- 
tador  mas  pres  de  mo  seignor. 
del  bon  rei  cui  deus  guit.  dara- 
gon  man  partit.  dire  demari- 
men.  p  qieu  clian  tot  forsada- 
men.  mas  al  sieu  plazen  mà- 
damen.  nò  deuon  ges  sei  amie 
cótradir.  cals  enemics  uei  qes 
fai  obezir. 
Mar  san  uastrez  uai  ten  corron 


s? 


(l.XXIXI 


lai  an  raimoti  b'engier  cui  dezir. 
ecar  liei-  bo.  fatz  li  mon  chan  au- 
zir. 
liei  nazimanz  dieus  mi  gart 

do  Faillir  uas  leis  qe  fai  1 1  uas 
me  si  lauzes  dir. 

Enfolquetz  de  mars&eilla. 

125.  Tant  mou  de  corteza  razo. 
mos  chantavs  qe  noi  pue- 
sc  faillir.  enanz  idei  miels  aue- 
nir.  cane  mais  no  fìs  osabes  con. 
qe  lemparritz  nien   somon.  epl- 
agram  fort  qeu  men  giqis.  sii 
mo  suflfris.  mas  pos  il  es  eim    &  ra- 
zis  deiiseignamen.  no  sesehai  cai 
sieu  mandameli  sia  mos  sabers 
flacs  nilenz.  ainz  taing  qes  do- 
ble mos  engienz. 

Esanc  parici  ema  chanzo.  dela- 

uzengier  cui  dieus  air.  aissi  los 
uoill  del  tot  mal  dir.  eia  dieus 
no  qa  lur  pdon.  qar  an  ditz  so 
cane  uers  no  fo.  p  qe  cella  cui  o- 
bezis.  me  relinqis.  ecuia  caillors 
ai  assis  mon  pensamen.  ben  mu- 
er  donc  p  gran  faillimen.  sieu 
pert  zo  qe  ara  finamenz  p  zo 
qe  dizon  qes  nienz. 

Mas  ics  p  tal  noni  abando.  qeu 

ai  be  sempres   auzit  dir  qe  mc- 
soingna  nos  pot  cubrir.  qe  no 
moira  calqe  sazon.  epois  dre- 
igz  uenz  falz  ochaizon.  encar 
er  proat  edeuis.  com  li  sui  fiz. 
caissil  sui  liges  &  aclis.  de  boli 
talen.  qen  leis  amar  an  pres 
conten.  mos  ferms  coratges  e- 
mos  seuz.  cusqecs  cuia  amar 


plus  fori  ni.ii/ 

Esi  nierces  nomen  t < ■  1 1  pi".  > p ■  l'a- 
rai poir  ai  men  partir,  ieu  nò  car 

pres  sui  del  morir,  de  guiza  qe  i 

sobre  bori,  qinz  el  cor  remir. 
sa  faisson.  erema- 
ran  &  eu  languis.  car  ciani  ditz 
qe  il'  >i  il  darà,  zo  qe  lai  qis.  tan 
loniamen.  eies  p  aizo  noni  alien, 
anz  dobla  des  mos  penssamenz 
emoir  aissi  mescladamen. 

Amarailla  doncs  alairo.  pois  uei 
qe  nò  deingna  suffrir.  qe  inz  e- 
mon  cor  la  remir.  esai  qafar  mes 
uoillo  no.  qel  cor  ten  lo  cors  en 
preizon.  &  al  si  destreg  econqis. 
qe  nomes  uis.  qem  des  poder  qe 
men  partis.  enanz  la  ten.  con 
la  posca  uenzer  suifren.  car  loc 
suffrir  emerces  uenz.  lai  on  no 
ual  foiza  ni  gieinz. 

Ea  folquetz.   de  marseilla. 

126.  Amors  merces  no  moira  tà 
souen.  qe  iam  podetz  uiatz  del 
tot  aucire.  car  uiurem  faitz  e 
murir  mesclamen.  &  en  aissim 
dobla  des  mon  martire,  pò  me- 
itz  mortz  uos  sui  hom  eseruire. 
el  seruir  mes  cen  mil  ai  tan  pi' 
bos.  qe  de  nulautra  uer  rics   gui- 
erdos. 

Per  qer  pechatz  amors  so  sabes 

uos.  si  maucies  pos  uas  uos  unni 
aire,  mas  truep  seruir  ten  dan 
maintas  sazos.  qe  son  amie  en 
pt  hom  so  aug  dire,  eus  ai  ser- 
uit  &  ancar  nomen  uire.  ecar 
sabetz  cai  guiardon  en  ten.  ai  p- 


(lxxx) 


—  8S  — 


dut  uos  el  seruir  eissamen. 

Mas  uos  dòpna  cauetz  ualor  ua- 

len.  forsatz  amor  euos  cui  tan  de- 
zire.  nò  ics  p  mi  mas  p  dreit  cha- 
uzimen.  qe  tan  plàignien  uos 
pregon  mei  sospiro,  qel  cor  plo- 
ra cam  uezes  dels  oils  rire.  ep  pa- 
or  qe  nous  semble  noios.  en  ian 
mi  eis  etrac  mal  eni  pdos. 
Anc  nò  cuiei  uostre  cors  orgoillos. 
pogues  en  mi  tan   Ione  dezir  assi- 
re, p  cai  paor  no  fezes  dù  dan  dos. 
si  cuiaua  totz  mos  mal  traitz  deui- 
re.  ai  car  uostroil  no  uezon  mon 
martire,  caissi  nagras  m'ces  si 
donc  nom  men.  lo  douz  esgar 
qem  fai  merces  paruen. 
A  uos  uolgra  mostrar  lo  mal 

qeu  sen.  &  als  autres  celar  &  es- 
condire, cane  nous  poec  dir  m5 
cor  celadamen.  doc  sieu  nò  sai  cu- 
brir  qi  mer  cubrire.  ni  qi  mer 
fls  seu  eis  mi  sui.traire.  qi  se  nò 
sap  celar  nò  es  razos.  qel  celon 
cil  a  cui  nò  es  nul  pros. 
Mas  nazimanz  ditz  qeu  li  fui 

traire  elen  totz  temps  car  eu  mé"- 
fatz  gignos.  car  tot  mò  cor  nò 
retrac  ad  abdos. 
Dòpnal  fin  cor  qeus  ai  nous  sai 
tot  dire.  Mas  zo  qeu  lais  qeu 
nò  die  p  no  sen.  restauratz  ho 
en  bon  entendemen. 

En  folquetz  de  marseilla. 

Vìi.  Chantan  uolgra  mo  ferm  cor 
descubrir.  lai  on  magrops  qe 
fos  saubutz  mos  uers.  mas  p  dr- 
eg  gaug  mes  faillitz  mos  sabers. 


p  cai  paor   qe  noi  pesca  uenir.  cu 
nouel  ioi  en  cui  ai  mespanza. 
uol  qe  mos  chanz  sia  p  leis  aers. 
ecar  li  platz  qieu  enanz  sa  ua- 
lor. emon  chantar  don  ai  gaug 
epaor.  car  sospretz  uol  trop  sa 
ni  lauzador. 
Per  qe  nom  par  qeu  pogues 

deuezir  son  cortes  pretz  qe  tii 
aut  es  aers.  coni  nò  ditz  uer 
qe  nò  semble  plazers.  etrob 
aitan  en  leis  de  ben  adir  que 
sofrachos  men  fai  trop  daen- 
danza.  p  qeu  men  lais  qieu  nò 
die  mos  esps.  con  ia  pogues 
retraire  sa  lauzor.  qe  de  bon 
pretz  atriat  lo  meillor.  edels 
anianz  lo  plus  fin  amador. 
Pero  ren  als  nonai  mas  lo 

dezir.  non  ai  donc  prò  mout 
es  granz  mos  poders.  Si  neis 
daitan  mi  donaua  lezers.  e- 
donc  p  qem  uoil  del  plus  ena- 
tir.  cai-  son  bel  ris  ab  sa  douza 
sembianza,  ma  pais  mos  oils 
tan  magradal  uezers.  mas 
un  conort  nai  qem  mou  de  fol- 
lor.  cades  mes  uis  qem  uoilla 
dar  samor,  sol  uir  iras  me  sos 
oils  plenz  de  douzor. 
Edonc  dòpna  pos  mais  non 

puesc  suffrir.  lo  mal  qieu  trae 
p  uos  matins  esers.  merces  na- 
iatz  qel  mont  nò  es  auers.  q 
senes  uos  me  pogues  en  req- 
uir.  ecar  nous  uei  souen  ai 
gran  doptanza.  qe  uos  mi  fa- 
itz  oblidar  no  chalers.  mas 


Si)    — 


I1AWI  I 


eu  qe  seni  la  pene  la  dolor,  nous 

ublit  qes  anz  itene  noig  eior  los 
oils  el  cor  si  qe  nols  uir  aillov. 
Ane  re  n3  dis  don  no  téps  es  faill- 
ir.  uas  leis  fan  le.s  aturatz  mos 
uolers.  mas  der  enan  no  mitouia 
ti  mera,  qeu  sai  qel  fnecs  sa  bra- 
za  j>  cubrir.  el  dieus  damor  ma 
narrai  de  tal  lanza.  don  nom  ten 
prò  sogornar  ni  iazers.  anz  de- 
sampar  pini  donz  cui  ador.  tal  q 
ma  fag  gran  be  egran t  honor. 
mas  ben  ileu  hom  cambiar  ben 
p  meillor. 

fa  tensori  de  saturnie  edeli 
prebost. 

tóS.  Sanaric  eu'  deman.  qem  dig- 
atz  en  chantan.  dun  caual- 
ier  ualen  qa  preiat  longamé. 
vna  dópna  prezan.  &  il  met  len 
soan.  pueis  preia  nautra  qes 
deuen  samia  eil  dona  ioni  cab 
lei  sia.  p  penre  tot  son  ualer. 
mas  qan  lautra  sap  louer.  ma- 
dail  aqel  mezeis  dia.  li  darà  ioi 
qal  iria.  dengal  pretz  edun  se- 
blan.  son  eschauzetz  aeal  an. 

Prebost  li  fin  aman.  nouan  lo 

cor  camian.  anz  amon  leialmé 
si  tot  si  fan  paruen.  qa  no  aillo- 
rs  preian.  ges  p  tan  nos  part- 
ran.  de  lai  on  an  assis  lor  druda- 
ria,  qar  ges  p  una  fadia.  no  deu 
hom  son  cor  mouer.  anz  aten- 
dal  oesper.  de  leis  qen  car  si  te- 


nia, el  autra  uoil  teigna  uia  qu  nò 
penz  qella  lengan.  pois  er  uengutz 
ason  man. 

Seigner  eu  amai  dan.  sella  qason 

coman.  la  trobat  auinen.  neuira  l  '  i 
son  couen.  p  zo  car  la  mei  Man. 
ben  aura  sen  deft'an.  sa  lei  noua 
qen  grat  lo  retenia,  elais  leis  4 
laucizia  cane  ioni  noil  uolc  prò 
tener,  nil  plae  sos  precs  retener. 
mas  er  qan   ne   qe   uiuria.  mor  t" 
ta  de  ieloria.  ep  als  no  il  uai  ma- 
dan.  mas  qe  no  noi  qe  ben  lan 

Domnab  leugier  telan.  nò  ama 

tan  ni  qan.  prebost  ni  non  ente, 
qe  puesca  uer  gran  sen.  car  ges 
doinnas  no  fan.  so  qom  uol  tr<i 
qe  an  conogut  coni  las  ama  ses 
bauzia.  mas  cella  qa  mors  nO 
lia.  uol  atotz  faire  plazer.  p  qem 
pes  sautre  uenia.  qatressi  lo  colga- 
ria.  &  es  miels  com  moira  aman. 
qa  leis  don  trach  auan. 

Seigner  amor  de  fan.  doinnas  q 

uan  lor  des  eprometen.  qar  qi  de- 
lia breumen.  fai  son  don  aut  e- 
gran  eus  dos  ual  autretan.   com 
t"st  dona  con  cel  com  loignaria. 
pos  sazos  passaria.  qar  dos  non 
pot  tan  ualer.  con  qan  hom  lo  uol 
auer.  euos  tenetz  afollia.  zo  coni 
plus  grazir  deuria,  qe  sen  fai  qan 
donauan.  domna  coni  nauial 
mazan. 

Prebost  li  dur  afan.  eil  grieu  mal 
traich  prezen.  qai  soffert  eil  tor- 
.     meli,  men  serion  plazen.  siili 
prometia  un  gan.  ma  domna 


il    II  cod.  ha  iiiui..:      ■  'n   •    to  un  vestigio  del  punto  rfi      ' 

(.'lasse  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  ^er.  4a,  Voi.  U.  Parte   1». 


12 


(l.XXXll) 


—  Ili)  — 


ohi  disses  tan  p  cuna  uetz  saubes 
qanz  qe  morria  qa  son  mandameli 
iria.  ode  matin  odesser.  car  ab  leis 
uoil  remaner.  p  qesai  qe  mauen- 
ria.  iois  si  damor  lauia.  mas  mi 
art  eleis  eschan  amors  don  imi- 
er  deziran. 

Seigner  daisso  diga]  uer.  na  gui- 
llemia  son  plazer.  de  ben  nauge 
na  maria  de  uentadom  uoil  q  sia.. 
eil  domna  de  mon  ferran.  qelas 
tres  son  ses  engan. 

Prebost  damor  sa  bon  tan.  qeu  na- 
utrei  zo  qen  diran. 

lat&nson  de  gauseliti  faklii:. 
Eden  saueric  de  malico  edenuc. 

120.  Gaucelin  tres  iocs  enamoratz. 
partisc  auos  eanugo.  Ecbas- 
cuns  prendetz  1"  plus  bo.  ellais- 
satz  mi  cai  qeus  uoillatz.  Cuna 
domna  tres  preiardors  edestreing 
la  tan  lur  amors  qe  qan  tuit  trei 
li  son  denan.  aehascun  fai  damor 
semblan.  lun  esgard  amorozame 
lautre  streing  la  man  douzamé 
causigal  pe  rizen.  digatz  acal 
jmeis  aissi  es.  fai  maior  amor  de 
totz  tres. 

Seigner  sauaric  be  sapchatz.  qe 

la  mics  recep  plus  gen  don.  qes 
francharnen  ses  cor  felon.  dels 
bels  oils  plazenz  esgardatz.  del 
coi  meu  aqella  douzors.  p  qes  ce 
tanz  maier  la  mors  ede  laman 
tener  die  tan.  qe  noli  tem  prò 
ni  dan.  qaitals  plazers  eomunal- 
iiien.  fai  dópna  pacuillimen  e- 
del  causigar  non  enten.  cane  la- 


donamor  li  fezes.  ni  deu  pamor 
li   fezes.  nideu  p  amor  esser  pres. 

Gaucelin  uos  dizetz  zo  qeus  platz. 
for  qe  no  mantenete  razon.  qes 
les  gardar  noi  conosc  prò.  ala- 
mie  qe  uos  razonatz.  esel  li  en- 
ten es  folors.  quoill  esganlon 
lui  &  aillors.  entrili  autre  poder 
no  an.  mas  can  la  blanchamas 
ses  gan.  estreing  son  amie  dou- 
zamen.  La  mors   mou  del  cor  edel 
sen.  en  sauarics  car  part  tan  gè 
mantengnal  calsigar  cortes,  del 
pe  qeu  noi  mantenrai  ges. 

Nugo  pueis  lo  meils  me  laiss- 

atz.  manteing  loses  dire  de  no. 
don  die  qel  eausigars  qe  fo.  fa- 
itz  del  pe  fo  fìnamistatz.  eelada 
de  lauzeniadors.  epar  ben  pois 
aitals  socors.  pren  lamics  ri- 
zen  cauzigan.  qe  lamors  fo 
ses  tot  enian.  eqil  tener  do  la- 
man pren.  p  maior  amor  fai 
no  sen.  eden  Gaucelm  nomes 
paruen.  qe  lesgar  p  meillor 
prezes.  si  tan    Com  ditz  danna 
saubes. 

Seigner  uos  qe  lesgar  blasni- 

atz.  dels  oils  elor  plazen  faizo. 
no  sabetz  qe  mesagier   zo.  del  cor 
qel  sia  enuiatz.  qeil  oil  mostro 
als  amadors.  zo  qe  il  rete  el  co- 
rs  paors.  Don  totz  los  plazers 
damor  fan.  einaintas  uetz  ri- 
zen  gaban.  causigal  pe  aniai- 
ta  gen.  domna  ses  autre  ente- 
iliinen.  enngo  mante  faillimen. 
qel  teners  del  man  no  es  res. 


(lxxxiii) 


ni  non  ere  enne  damor  mogues. 

Gaucelin  en  contramor  parlatz. 

vos  el  seigner  de  malleo.  epareis 
ben  ala  tenzo.  qeil  "il   qe  uos  au- 
etz  triatz.  eqe  razonatz  pmeillors. 
an  traitz  mainz  entendedors  elic- 
la domnab  cor  truan.  sim  cau  si- 
gaual  p  un  een.  nO  auria  mon 
cor  iauzen.  edel  man  es  ses  tot 
conten.  qel  estreingners  ual  p 
un  cen.  car  ia  si  al  cor  nò  plag- 
ues.  la  mors  noi  agral  man  tra- 
ili.--. 

Gfaucelm  nencutz  es  del  conten. 
vos  enugo  certanamen.  extoill 
qen  l'assai  iutiamen.  mos  gar- 
dacors  qe  ma  conqes  ena  maria 
"li  bus  pretz  es. 

Segnier  uencutz  no  sui  nien.  & 
al  iutiar  el  ben  paruen.  p  qe 
uoil  qei  si  eissamen.  na  guillt-r- 
ma  de  be'  angues  absos  ditz 
amoros  cortes. 

Gaucelm  tan  ai  razon  ualeii. 

nani  dos  uos  fortz  emi  defen.  esai 
domna  ad  gai  cors  plazen.  en 
i|i-l  iutiaiiienz  fura  mes.  mas 
prò  uei  qe  nia  de  tres. 

la  temo  del  comte  eden  nar- 
naut. 

130.  Amie  narnaut  cent  dópnas 
daut  paratge  uant  oltra 
mar  eson  en  meia  uia  enon 
podon  lai  complir  lai  lur  uiat- 
ge  ni  zai  tornar  p  nulla  re.  qe- 
sia  estiers  puos.  p  un  aitai  co- 
uen.  cun  pet  fassatz  don  mona 
tan  de  uen  qe  las  dópnas  menez 


asaluamen  faretz  lo  non.  qe  sab- 
er  lo  uolria. 

Seigner  en  comz.  ieu  hai  un  tal 

usatge.  qades  mantein  ilOnas  eco- 
rtezia.  si  tot  le  pet  nomi  111011  da- 
gradatge.  ieu  lo  farai,  qe  sieu  no 
lo  fazia.  failliria  uas  dópnas 
malamen.  edig  uos  ben.  qe  si  p 
autramen.  no  podian  uenir  asnl 
uamen.  apres  lo  pet  totz  unii 
conchiaria. 

Ainics  narnaut  uos  parlatz  fol- 

lamen.  p  qe  nauretz  blasme  de 
niainta  gen.  car  anc  passetz  tfit 
bel  cors  couinen.  ab  uent  de  cui 
enterra  de  stima. 

Seignier  en  coms  anz  ual  ma- 
is p  un  een.  qieu  fatz  un  pet. 
qe  se  tant  cors  plazen.  sepdiò. 
p  pet  ensegnamen.  qem  poisc  bi- 
nar qan  concagatz  serria. 

In  temo  de  naemar  ede  mira- 

Hill. 

131.  Miraual  tenzon  granda.  uoil 
qe  fassain  si  uos  sap  bon.  e- 
digatz  mi  ses  faillida.  som  deu 
laissar  p  razon.  si  donz  pus  es 
ueillezida.  ses  neguna  utru- 
ehaizon.  respondetz  doc  0  de  né. 

Naemar  tost  hai  chauzida.  la 

pari  del  prec  edel  pron.  Drutz 
qa  domna  conqezida.  non  deu 
moure  partizon.  qa  des  ual  ma- 
is lagauzida.  qan  dura  lunga 
sazon.  p  qai  qi  nò  ueig  tenzon. 

Miraual  molt  mes  estragna.  dop- 
ila pus  hai  pel  ferrali,  p  qeu  lau 
qab  uos  remaigna.  qamb  dui  se- 


ii.wxn  l 


—    92 


retz  ilun  semblan.  ueils  eueilla 
sa  compagna,  eioues  ab  ioues  uà. 
\>  qeu  ueill  domnei  desiuau. 
Na  esmar  pos  emesclagna.  uol- 

etz  tornar  aostre  chan.  ben  uoill 
sapchom  espagna,  qe  uostra  dSp- 
na  ual  tan.  qe  p  men  se  gazagna 
el  partir  no  aos  ten  dan.  per  qcs 
bona  uiandan. 

la  temo  dea  pe- 
ire gullerm  eden  sordel. 

132.  En  sordel  qe  uos  es  semblan  de 
la  prò  comtessa  prezan  qe  tuit 
ilizon  euan  comdan.  qe  p  samor 
es  sai  uengutz.  qenautz  cuidatz  es- 
ser sos  drutz.  qen  blacas  qes  p  leis 
canutz. 

Peire  guillenn  tol   son  afan  am- 
es  deus  énleis  p  mon  dan.  qeil 
beutatz  qe  las  autras  han.  es  ni- 
entz  el  pretz  es  menutz.  ieu  ebla- 
easz  fosson  pendutz.  anz  qe  nuls 
ifos  auengutz. 

En  sordel  plus  amesuratz  uos 

faitz  damador  qanc  fos  natz.  qe 
sei  comz  uenra  seguratz.  leu  se 
poiria  repentir  qautra  uos  auc  l'i 
uist  seremir.  en  sordel  qius  o  au- 
zes  dir. 

Peire  guillem  aos  deziratz.  alei 

di  une  cui  iois  no  platz.   qel  conz 
es  tan  ben  ensegnatz.  qe  no  leu 
qal  ia  meinz  durmir.  qoin  deu 
zo  celar  ecubriv.  qe  nO  tain  ue- 
zer  ni  auzir. 

En  sordel  anc  mais  amador.  noi- 

uenc  sai  daital  color,  coni  uos  q  , 
lautren  tendidor.  uolon  lo  balz- 
ar i-I  iazer.  euos  rnetetz  en5  cha- 


let, zo  qautres  drutz  uolon  auer. 

Deleis  ani  solatz  &  honor.  peire 

guillem.  esi  damor  i  meschatz  un 
pauc  de  sabor.  p  merce.  enu  p  de- 
uer.  qis  uolgues  agues  tot  la- 
uer.  del  "mon  &   ieu  aiqel  plazer. 

l^i  pot  al  nostre  faig  gaudir. 

en  sordel  pron  sap  descremir 

Peire  guille'm  ieu  sai  suffrir. 
1"  mal  damor  el  ben  grazir. 

la  tenzon  den   Gaucelm  ede 

SOM    COSiil. 

133.  Cozin  ab  uos  uoil  far  tenzon. 
edigatz  mi  sa  uos  er  bon.  cuna 
domnab  bella  faizon.  uos  colgab 
se.  p  tal  razon.  qe  laisses  manen- 
tia. 

En  gaucelm  se  deus  beni  don. 

p  nulla  dòpna  ius  del  tron.  non 
laisserai  afar  mon  pron.  anz  un- 
ii esser  rics  hom  qom  zon.  que 
pecs  ab  cortezia. 

<'"zin  p  domna  ual  hom  mais. 

enes  plus  cortes  eplus  gais.  en 
fai  hom  guerra  &   essaitz  esauia 
dauer  mil  fais.  ala  mort  noil 
ualria. 

la  no  men  faran  col  ni  cais.  en 
gauseran  qieu  p  un  lais.  donc 
qant  eu  ei  emais  qe  del  auer 
men  uest  em  pais.  emeillur 
chascun  dia. 

•  'ozin  be  mal  sabez  chauzir. 

qenanz  uolria  ieu  tenir.  aui- 
ìii-n  domna  senz  uestir.  qe  tot 
laur  ni  largen  del  tyr.  ni  od  del 
rei  dongria. 

Eligauseran.  al  mieu  arbir 


1)  Il  C  ■   miei  'aporia  m  m  o  n, 


93  — 


I  LXXXV) 


maini  home  nauem  nisi  fai- 

1 1  ir.  qan  fai  de  lo  sieu  descusir. 

lo  chauziment  edescarnir,  |>  qi 

< -ti  iium  desfaria. 
'  !ozin  car  os  tant  mal  apres. 

i.i  nù  uolgrerun  taizesses  res. 

qe  p  donmes  hom  meilz  apres 

lauei  uos  lais  qieu  noi  uoil  ges. 

Si   esser  ses  amia. 
En  pauserai!  qant  auretz  mes 

tot  uostrauer  &  uostrarnes.  nò 

aures  de  las  <10in,  is  ges.  eseretz 

ses  amia. 

la  tensori  den  ber- 
aart  eden  elias. 

134.  Nelyas  de  dos  amadors  me 
digatz  qals  ama  plus  fort. 
lus  non  pot  ni  adreg  ni  atort. 
mudar  qe  nO  parie  souen.  de 
sa  domnab  tota  gen.  lautre  no 
parla  nulla  ren  qe  sia.  mas  en 
son  cor  remira  chascundia  pos- 
sali, coni  leis  puesca  seruir  en 
grat.  ara  chauzetz  Io  plns  en 
amorat. 

En  bemart  plus  destreingn  a- 

mors.  lamie  qi  no  ha  nul  conf- 
ort, sen  parlan  nos  dona  eonort. 
de  leis  qam  a  plus  coralmen.  cat 
enpot  parlar  dauinen.  qe  la  pè- 
satz  qi  tostemps  penssaria  am- 
ar pot  el  mas  no  assemblarla. 
qades  parlom  da  qo  qil  uen  ag- 
rat.  ese  ealom  qant  nona  uo- 
lontat. 

Nelyas  temers  ecelars.  au  ma- 

inz  fiz  amics  en  reqitz.  eparlafs 
ha  mainz  iois  delitz.  p  qem  par 
qam  meils  ses  enian.  cel  qi  so 


ini  iauzis  celan.  qe  ben  sabetz. 
qe  res  tant  noill  plairia.  qomse 
de  leis  ses  dan   parlar  podia.  mas 

tant   ama  p  qe  dopta  faillir.  qamors 
uol  gic  del  parlar  en  dir. 
Bemart  sei  uostres  raizonars 

pot  far  del  dreg  tort.  si  auzit  qì- 

eus  hai  lo  piegz  pel  meils  giqit. 
qe  inout  ama  meils  p  semblan.  la 
niics  qe  trai  si  ilmiz  enan  parlan  de- 
leis  lai  on  adreig  li  sia.  mas  la 
pensatz  par  qe  no  sap  qe  sia.  qen 
dreg  damor  deu  hom  de  si  donz  dir. 
qieu  pretz  mais  bel  parlar  qe  Ione 
censir. 

Nelyas  fiz  eferinz  uolers.  fai  sobre 

doptar  la  pensat.  &  amors  hai  tan  fe- 
rm  lassat.  qe  noil  laissa  dir  mal 
ni  be.  de  si  donz  qar  prouetz  saue. 
qe  zo  qom  ditz  p  ben  toma  foillia 
&  en  amor  notz  una  leuiaria.  ma- 
is qe  noi  pot  us  granz  senz  eineii 
dar  p  qes  fiz  serf  esufris  de  par- 
lar. 

En  bemart  molt  es  granz  plazers. 

qant  de  leis  qi  lai  cor  emblat.  pot  p 
tot  dir  sa  uolontat.  ad  honor  de  leis 
ede  se.  epar  meils  qamors  liame. 
sonra  si  donz  enditz  ben  tota  uia. 
qe  sei  pensatz  de  parlar  se  suffria. 
qe  pensanienz  ses  obre  ses  parlar, 
ual  pauc  p  tot  emeinz  en  domne- 
iar. 

la  temo  a  den  symon  eden 
lanfranc. 

135.  Car  es  tant  conoissenz  uos  uo- 
il. segnen  lanfranc  qerer 
damor  qi  en  uoil  apenret  ai 
paor  no  trassaillis  als  prims  cs- 


(i. xxxvi) 


94 


sais.  qal  pzatz  mais  o  ualen  duna 
conqerer.  p  gran  saber.  oqe  peza 
uos  enanz  tant  qe  de  lei*  siatz 
ioios. 

Simon  nò  sui  tals  com  ieu  soil. 

qar  ieu  cugei  ia  p  error  qe  sabers 
gaides  lamador.  mais  ar  daqel 
cuiar  mi  lais.  ear  amor  pais  iois. 
on  granz  senz  nò  pot  caber.  cab 
frane  uoler  dardit  cor  uai  amors 
enantz.  egranz  senz  Ics  contrari- 
os. 

De  uostre  conseil  mi  destoil  seg- 
uen  la  frane  iamais  noi  cor.  qar 
uos  laissatz  sen  p  follor.  ode  folli- 
ardimenz  nais.  ab  granz  es  lais. 
doncs  pos  follatges  nal  poder.  gli- 
eli pot  ualer  nuls  hom  ni  far  be- 
ls  faigz  prezanz.  si  noi    guida 
senz  orazos. 

Polia  noni  platz  ni  la  coil.  ia 

noni  dones  aitai  color,  mas  graz 
senz  noma  tal  saber  onamar. 
ear  mais  iual  iais  ni  non  retra- 
is  qem  uengues  fondatz  apla- 
zer.  anz  die  p  uer.  t'/t  zo  nO  es 
ges  foudatz  granz.  i]i  no  es  senz 
als  amoros. 

Segnen  la  frane  damor  mi  doil. 
enai  pensameli  edolor,  enò  pu- 
esc  uenzer  p  ricor  ni  p  ardimeli 
tant  gran  fais.  anz  mi  creis  les- 
mais  qim  fa  qadadia  doler,  em 
desesp.  p  qe  sei  senz  nomes  gar- 
rantz.  qim  guide  morrai  adestros. 

Amors  uol  qe  cors  damic  broil. 
de  ioi  de  pretz  ede  ualor.  ede 
bel  solatz  chascnn  iorn.  egranz 


ses  les  dos  epantais  esen  uaus. 
dòcs  sius  deu  senz  damor  ualer. 
al  mieu  parer,  partretz  uos  en 
psos  comantz.  p  qes  grantz  senz 
meinz  saboros. 

Na  flors  dels  pretz  esaber.  tem 
en  poder.  iutge  sii  platz  deser 
enanz.  eiacmegrils  qes  gais 
epros. 

Simon  ab  mi  si  deu  tener  al  mi- 
eu parer  na  flors.  esil  nes  acr- 
dantz.  nò  cbal  sen  iacmes.  tem 
ab  ims. 

la  temo  den  vgo 
eden  bertran. 

136.  Digatz  bertran  de  Saint  felis 
lo  qal  tenriatz  p  meillor. 
duna  domna  de  gran  ualor.  co- 
inde cortes  eben  istan.  qanc  nò 
amet  p  nom  de  drudaria  ni  ré 
no  saup  dengan  ni  de  bauzia. 
ara  chauzetz.  ouos  lanes  preg- 
an.  o  qe  prec  uos  euos  am  atre- 
stan. 

Nugo  genz  iocs  sabetz  partitz. 

Si  trobasses  bon  zauzidor.  mas 
eu  uos  farai  tant  donor.  pos  nei 
qe  partetz  ses  engan.  uos  qe  a- 
uetz  de  pregar  maestria,  uoil 
qe  preguetz  qe  foudatz  sembla- 
ria.  sieu  soanes  tan  rie  ioi  ni 
tan  gran,  pos   concise  ben  quo 
ehauzir  don  afan. 

Bertran  ges  nò  auetz  ebauzitz 
aguiza  de  fin  amador.  ear  se- 
gon  iutzamen  damor.  ual  mais 
qe  hom  lanes  pregan.  prese 
de  dona  nò  dura  mas  undia. 
esel  dura   nò   paT  qe  dauer  sia. 


—  95 


(lxxxvii) 


mas  precs  damic  mettiture  uai 
enan.  el  Biens  remai)  j>  qe  non 

ual  ges  tan. 

Nugo  ges  aizo  nò  sconditz.  qe  pre- 
gare nò  aia  sabors.  qe  molt  pre- 
ZMin  bon  donador.  qi  ses  qerre  trai 
don  enan.  enO  cuies  qe  faza  leui- 
aria.  domna  si  qier  amie  ses  tri- 
diaria,  nin  no]  auer  un  fin.  al 
sieu  coman.  qe  maini  pregon 
qe  son  fals  &  truan. 

Beutran  qan  uos  iois  el  eòqeritz 

ab  mal  trag  &   ab  greu  dolor,  ual 
mais  mas  uos  auetz  paor.  qe  pn  - 
gar  no  uos  tenga  dan.  cent  tatz 
pretz  mais  sieu  abhonor  uench- 
ia.  qe  seu  prezes  zo  qe  uencutz 
seria,  qe  non  es  ges  a  dópna  be- 
nis  tan.  qe  fassa  zo  qe  las  meil- 
lors  no  fan. 

Nugo  lo  meus  iois  es  cSplitz 

ses  temer  de  lauzeniador.  euos 
remanretz  en  error.  eprec  uos 
qeus  anes  muzan.  zo  qieu  uo- 
il  bai  ella  zo  qil  uolria.  don  sui 
ben  fols  sai  segle  plus  qeria. 
qe  miels  miuatz  qa  negun  sin 
aman.  qe  puese  rire  qan  lastre 
uan  ploran. 


Peirols  al  mien  conoissimen  ce] 
cuna  noig  i j ►< > t  iazer.  deu  ben 

auer  dostantz  de  iai.  qe  cel  qo  su. 
epois  sen  uai  qel  iazers  ha  pla- 
zers  tals  cen  ses  qi  ben  len  sap  Ira- 
ire,  qinz  esmeller  amaire  qel 
fars  qom  en  cocha  tal  pren. 

Gaucelm  bena  gran  espauen. 

ai  cel  qes  en  autrui  poder.  qi  tra- 
slot una  noig  estai,  de  Ione  aizo 
qe  plus  li  piai,  enon  pot  auer 
son  talen.  ni  sa  uoluutat  taire 
doiics  trai  negus  pechaire.  inz 
en  efern  aitai  turmen. 

Peirols  mout  uos  razonatz  gè. 

estiers  clamor  non  faitz  parer, 
qe  uos  sapchatz  tan  con  ieu  sai. 
dizetz  qom  ab  si  donz  maltrai  ab- 
rassan  ni  baizan  souen.  segon 
lo  mieu  ueiaire.  no  es  cortes  a- 
maire.  cui  tals  mal  traigz  fai 
espauen. 

Gaucelm  a  qi  nò  ha  conten  qa 

dreg  né  puesca  mantener  ses  tai- 
re nò  es  qant  seschai.  bes  es.  qa- 
autre  plazer  li  fai.  eqi  recep  son 
ioi  breumen.  en  abantz  qel  re- 
paire.  a  qel  iois  dont  es  laire. 
li  dura  poissas  loniamen. 


la  tensori  dea 
peirols  eden  gaucelliii. 

137.  Gaucelm  digatz  al  uostre  seu. 
qals  drutz  ha  mais  de  son 
plazer.  cel  qab  sa  bona  dSpna 
iai.  tot  una  nueg  enon  lo  fai 
o  cel  qi  uen  aparlamen  enoi 
alezer  gaire.  mas  qan  duna 
uetz  faire.  &   aqi  meteus  torn- 
aseli. 


la  teiisoii  de  peirols  ede  son,  sc- 
ignor. 

138.  Seigner  qal  penrratz  uos.  de 
doas  domnas  ualenz.  on  re- 
gnon  iois  eiouenz.  egais  telanz 
amoros.  lunauretz  sius  platz. 
tot  leu  &   en  patz.  coinde  de  bon 
aire,  elautra  grieu  etart.  &  ab 
gran  regart.  cil  uen  mal  atraire. 


(i.xxwim 


96 


Peirols  si  tot  sui  cochos.  daisi  ni  de 
chauzimentz.  ia  noni  degrals 
iutiamenz  clamor  faillir  ma  razos. 
diutz  trop  aizinatz.  si  cambia  ui- 
uatz.  per  qel  fiz  amaire.  namals 
una  part  abgieng  &  ab  art  esser 
arditz  laire. 

Seigner  trop  seria  bos  1"  nostro, 
razonamentz.  mas  qan  cliai  la 
ploegel  uentz.  el  fregz  destreing 
los  boissos.  elamics  aten  ason  par- 
lamen  zo  qeil  fai  afaire.  ben  co- 
nosc  ecre.  si  desmantz  liuen.  qiratz 
sen  repaire. 

Peirols  si  drutz  engignos  ben 

espanz  ni  suffrenz.  fai  tant  qa  sa 
guiza  uentz.  los  fols  agachi  dels 
gelos.  adoncs  es  aders  tant  sos 
uolers.  qe  no  les  ueiaire.  liaia 
tant  do  nor.  ni  tant  de  ricor  reis. 
ni  empaire. 

Seigner  p  ma  fé.  mais  uei  marai 
be.  qe  tostemps  mal  traire. 

Peirols  p  ma  fé.  mais  uan  mal 
ses  be.  qe  be  ses  mal  traire. 

la  tensori  den  Guillem  eden  nar- 
rimi. 

139.  Seigner  arnaut  dun  iouen  son 

eduna  beutatz  doas  do  uas. 
mas  rictat  ha  launa  p  un  cen.  ma- 
is qe  lautra  eualor.  epart  uos  un 
plait  damor.  qe  la  ridia  uos  a- 
mara  abautre  qestiers  no  ia.  o- 
lautra  tot  sol  ses  piai,  echauzetz 
qal  amatz  mai. 
En  guillem  en  la  meillor  pren. 

car  sai  qe  mer  plus  honrat.  qez 
•  il  am  mais  la  meitat.  entolo- 


sa  niaiitenen.  qe  mO  ioi  1 1  il  tri- 
pador.  &  am  rics  domneis  sabor. 
qar  sai  qe  miels  mistara.  eplus 
lionratz  mi  sera  esim  puese  es- 
fnrsar  mai  tàt  qe  lautren  geta- 
rai. 

Seigner  atrestan  corren.  uos 

aura  lautres  gittat.  qom  uos  lui. 
esadobat  los  enan  gitra   uos  en. 
p  qeu  autrei  p  meillor.  lo  ab  sol 
un  aniador.  qe  cella  qi  lini  pe- 
nra.  qan  lautres  la  laissara.  no 
sai  dieus  sidonma  fai.  qaissim 
pogues  tener  gai. 

Guillem  sim  fai  espauen  qautr- 
rin  tueilla  sa  mistat.   uos  nai 
ieu  assegurat.  etotz  los  pretz 
engalmen.  no  uoil  domnei  ses 
lauzor.  mon  gè  loian  eprior. 
qe  ia  hom  pretz  no  uolra.  dom- 
na  si  bon  pretz  no  ha.  etuit  li 
pron  pregon  lai.  on  la  meill- 
or domila  stai. 

Segner  adreg  urtiamoli  tieng 

dópnei  p  falsatz.  pos  domna  cor 
meitadat.  ni  en  doas  partz  sente" 
euos  fezetz  gran  follor.  qan  pre- 
zes  al  partidor  qe  aren  piegz 
non  està,  parzoners  qom  en  do- 
na fa.  p  qe  eus  die  qeu  amarai- 
cella  qi  enanz  sols  aurai. 

la  tensori  de  domna  ysàbella 
eden  Elias  cai  rei. 

140.  Nelyas  cairel  del  amor  qieù  euos 
soliam  auer.  uoil  sius  platz 
qem  digatz  louer.  p  qe  lauetz   ca- 
biat  aillor  qe  nostre  chanz  no 
uai  si  coni  solia.  &  ano  uas  uos 


—  97 


Il  A\\[\ì 


imin  sui  saluatz  un  dia.  ni  uos  dar 
mor  Dom  demandetz  anc  tan.  qi- 
eu  n"  fezes  tol  al  uostre  coman. 

Madomneysabella  ualor.  ioi  ep- 

retz  esen  esaber.  solatz  qec  ioni 
mantener,  esieu  en  dizia  Iauzor. 
cmon  Chantal  noi  ditz  i>  drudaria. 
mas  p  honor  epron  qieu  naten- 
dia.  si  con  ioglars  fai  de  dSpna 
prezan.  mas  chascun  ioni  mes 
anada  cabian. 

Nclyas  cadrei  amador.  no  nini  ma- 
is de  aostre  aoler.  qi  cambges 
dSpna  p  auer.  esieu  en  disses  de- 
sonor.  <u  nai  dig  tant  ile  be.  qoin 
noi  creiria.  mas  ben  podetz  dobl- 
ar  uostra  t'olia,  de  mi  uos  die  qa 
des  uau  meillnran.  mas  en  dre- 
ig  uos  nò  ai  eov  ni  talan. 

Domneu  faria  gran  follor.  sistes 
gairen  nostre  poder.  eges  ptal 
noni  desesper.  sans  tot  non  aie 
pron  ni  honor.  uos  remantes 
tals  coni  lagenz  uos  cria.  &  ioti 
irei  uezer  ma  bella  mia.  el  sieu 
gen  cor  graile  ebeti  istan.  que 
noma  cor  menzongier  nitruà. 

Nelias  cairel  fegnedor.  resem- 

blatz  segon  ino  parer,  con  hom 
qis  feing.  de  dol  auer.  de  zo  dot 
■  el  no  sent  dolor,  sim  creziatz 
boli  conseil  uos  daria.  qe  torna- 
ssesz  estar  en  la  badia,  enous 
auzei  ano  mais  dir  mon  semb- 
lan.  mas  pregar  nei  lo  patri- 
archuian. 

Domneysabel  en  refreitor  nò 

estei  anc  mattili  niser.  mas  uos 


nauretz  (')  oi  mais  lezer.  qem  breu 
t8ps  pdretz  la  collor.  estier  mon 
grat  mi  faitz  dir  uilania.  &  ai  inè- 
tit  qen  nò  crei  qel  mond  sia.  dora- 
na  tant  pros  ni  ab  beutat.  tan 
gran  coni  uos  auet.  p  qieu  ihai 
agut  dau. 

Sius  plazia  nelyas  ieu  uolria. 

qem  disesses  qals  es  la  uostramia 
edigatz  Ioni  cuoi  anetz  doptan. 
qeus  en  ualrai  sola  uà  ni  saseta. 

Dopna  uos  menqerretz  de  graut 

follia,  qe  p  razon  samistat  en  p- 
dria.  qe  p  paor  qe  lauzeugier 
ini  fan.  pero  no  ans  descubrir 
n Min  talan. 

la  temon  den  le- 

mozì  eden  bernart  del  uéntadorn. 

141.  Bernart  del  uéntadorn.  del  clia 
uos  sui  sai  (•)  uengutz  assaillir 
car  uos  uei  estar  en  cossir.  n5  pu- 
esc  mudar,  qen  nous  denian  qo- 
us  uà  clamor,  auetz  enges.  ben 
par  qe  nous  cu  uenga  res. 

Lemozin  no  puesc  en  chantan. 
respondre  ni  isai  auenir.  mos 
cors  ini  uol  de  dol  partir,  bels  am- 
ics.  adieu  uos  coman.  qe  mort. 
ma  una  mala  res.  qanc  nò  mi 
ualc  dieus  ni  merces. 

Bernart  sane  uos  fes  bel  seni- 
blan.  enqeraus  pot  esdeuenir 
nos  taing  qom  ab  amor  sazir. 
qan  la  troba  de  son  talan.  pauc 
gazagna  drutz  dira  ples.  qar  p 
un  dol  na  dos  otres. 

Lemozin  mout  fé  grant  engà. 

la  bella  qim  pogren  reqir.  qe 

qan  mi  poc  de  si  aissir.  &  ellain  tur- 


di  Per  via  d'una  rascniaturaj  la  prima  lettera  di  questa  parola  non  si  legge  intiera. 

i_'i  Lungo  l'asta  dell'  *  si  scorge  h<i  piccolo  taglio:  ma  noti  si  p»ò  determinare  se  sìa  un  lapsus  calami  del  copista 
oppure  voglia  significare  l'espansione  della  lettera. 

Classe  pi  scienze  .murali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  1  ',  Voi.  II,  l'arte  la.  lo 


(xc) 


OS 


net  en  soam.  noi  hai  conort  qi  fo- 
rt  nom  pes.  car  o  il  es  conseil  n5 
pres. 
Bernart  totz  hom  deu  auer  da. 
sala  cocha  nò  sap  suffrir.  qa 
inors  si  uol  souen  seruir.  esi  zo 
tenetz  ad  afan.  tot  es  pdut  sac 
reus  promes.  si  eront  pleui- 
das  mil  fes. 

la  tenzon  den  gui- 
senet  eden  raembaut 

142.  En  raembaut  pron  domna 
daut  paratge  belle  plazen. 
araon  p  druclaria.  dui  caualli- 
er.  qi  son  dengal  linatge.  mas 
hìs  ha  prctz  de  gra  cauaillaria. 
e  no  ha  plus  nul  autTe  faig 
ualen.  elautres  ha  totz  bes  en- 
teiramen.  mas  uolpils  es  dig- 
atz  al  uostre  sen.  del  qal  damb 
dos  deu  miels  esser  amia. 
Enguizenet  mout  es  miels 

dagradatge.  al  mieu  semblan 
a  pron  dòpna  complia.  cel  qes 
adregz  plazen  de  bel  estatge. 
larcs  ecortes  esenes  uilania. 
a  qel  uos  die  qe  ual  mais  p  un 
cen.  ala  dópna  el  es  plus  daui- 
nen.  qar  no  es  dreigz  p  suini 
honramen.  deiom  auer  bona 
domnen  baillia. 
Kii  rambaut  cel  qes  dardi!  cor- 

ratge  met  p  si  donz  son  cor  es- 
emhlaria.  qel  enmezes  lauer 
qar  tan  car  gatge  no  pot  metre 
elauzom  ehascun  dia.  Bolan 
])els  colps  ep  lafortimen. 
p  que  dieu  mei]  razer  ab  su- 
■  ors  gen.  lamies  arditz  qe  cel 


qi  uai  fugen.  qe  sol  ableis  ia- 
zer  nò  auzaria. 
Enguizenet  dupnas  han  en  usa- 
tge  cab  gen  seruir.  &  ab  bella 
paria,  conqier  hom  mais  qa 
mie  brau  ni  saluatge.  nò  uo- 
lon  ia  en  labir  compagnia, 
mas  bar  cortes  adreig  &  cono- 
issen  p  qel  laccs  (')  taing  qe  na- 
ia iauzimen.  miels  qe  lard- 
itz  qes  auols  qan  dizen.  que 
combatre  nò  pot  hom  cadadia. 
En  raembautz  ai  tan  gran  pode- 
ratge.  ha  lardimenz  qe  ia  gra 
segnoratge.  nò  conqera  nuls 
liom  p  uolpilatge.  &  alixand- 
ren  trac  p  garentia.  p  qe  ual 
mais  ala  domne  plus  gen 
qe  ani  lardit.  qe  cnbeitatz  dar- 
gen.  diria  hom  qe  len  daua 
talen.  se  lai  maluas  temeros 
retenia. 
Enguizenet  lamies  ses  dreit 

uiatge.  qab  largueza  qel  re- 
is  paris  fazia  hac  elena  el 
trais  de  son  estatge.  qanc  noi 
fes  colp  de  sespaza  forbia.  e- 
dels  amantz  poirra  comtar  ce. 
qi  foron  drut  p  atrestal  couè. 
pqe  dòpna  deu  amar  drut  pla- 
zen. qamors  no  uol  qom  rau- 
be  ni  auzia. 
En  rambaut  tassali  lo  iutiamS 

naicelma  qar  ha  fin  jiretz  ua- 
len. edigatz  qe  li  membre  qom 
gen.  si  fai  en  sems  arditz  ab  cor- 
tezia. 
Enguizenet  &  ieu  aoil  eissamè. 


i      i'  luogo  ilei  primo  e  c/«  stalo  prteti  i  sstigia. 


—  99  — 


IMI' 


nai  cclma  car  ha  fin  pres  aalen. 
edigatz  li  qe  largaeza  esen  acn- 
ill  amore  enoil  platz  ailania. 

In  tensori  dea  blancats  eden  pe- 

ire  nidal. 

t43.  Pi-ire  ridai  pos  Cani  ensems 
tenzon'nous  sia  gveu  sius 
deman  p  cabal.  p  qal  razon  auctz 
sen  tan  uenal.  en  maintz  affars 
qi  nou  tenori  apron.  &  en  trobar 
auetz  saber  eseu  qe  qi  uiu  meils 
en  aitan  long  aton.  meinz  ha  de 
ben.  qe  si  ia  non  fos  natz. 
Blancatz  no  tieng  ges  uostre 

chant  p  bon.  qar  liane  partis 
piai  tan  desconiunal.  qieu  hai 
bon  sen  efln  naturai  en  totz  ai- 
ars  p  qem  par  beni  qi  son.  qe 
sai  messa  mamor  emon  iouen. 
en  la  meillor  &  en  la  plus  naie. 
nò  uoil  pdre  los  garardos  els 
gratz.  qar  qis  recreies  uilas  em- 
aluatz. 
Peire  nidal  ia  la  nostra  razon. 

no  uoil  auer  ab  midonz  qe  tan 
ual.  qeil  uoil  seruir  atotz  iorns 
p  igal.  edelam  piai  qem  fassal 
guizardon.  ed  auos  lais  lo  long 
atendimen  senes  iauzir.  qieu 
uoil  lo  iauzimen.  qen  long  atéd 
ai  uist  p  qe  noni  platz.   maintz 
iois  pdutz.  qanc  us  nò  fon  eob- 
ratz. 
Blacantz  nò  sui  ges  ieu  daital  fa- 

izon.  com  uos   acui  damor  nò  cai. 
gran  iomada  uoil  far  p  bon  ostai. 
elonc  seruir  p  recebre  gran  don. 
nò  es  fis  drutz  qis  cabia  sou  en. 


ni  bona  domna  nella  qil  cossen.  nò 
es  amors.  air/,  es  enianz  proatz. 
shoi  enqerretz  ede  maus  enlaisatz. 

la  tenson  den  bertrant  de  gordon 
ede  peire  raimon. 

144.  Totz  tos  afaires  esnienz.  peire 

raimon  el  senz  frairins.  enò 
ual  dos  anieums.  tos  sabers  mes 
bonas  genz.  etengi  p  desconois 
cenz.  qi  be  ni  honor  ti  fai.  esap- 
chas  qieu  nò  darai  p  nnil  mesti- 
ci- qen  tu  sia  mais,  qar  uengnist 
4>  mi  sai. 
Seigner  flacs  erecrezenz  estatz 
mes  uostres  uezins.  esofrain 
uos  pans  euins.  efail  uos  aur 
&  argen.  el  meus  mestiers  es  ua- 
lenz.  cil  uostre  dig  son  sauai.  esi- 
eu  ia  ren  de  uos  hai.  iamai  en 
home  qi  sia.  amon  ior  nò  t'ailli- 
ria. 
Peire  mal  mauondet  senz  qar 

de  tenzo  uos  eomis.  qel  uostre 
mestiers  es  fiz.  euos  es  bons  epla- 
zentz.  el  uostre  arezamentz.  es 
granz.  eil  chantar  son  gai.  ene- 
gus ioglars  nò  uai  qe  plus  tard 
fezes  fallia.  ni  plus  tost  fezes 
bon  piai. 
Tant  es  lares  eeonoissenz.  qe  tot 
lauer  de  paris  darias  endos  ma- 
tis.  epiai  uos  iois  eiouentz.  sei- 
gner el  uostre  ardiinentz  es  gr- 
antz  on  faitz  maint  assai,  epl' 
frane  de  uos  nò  sai.  esieu  ra  al 
di"  uos  auia.  tot  sabehon  qe 
mentit  nai. 
Veias  del  tafur  dolentz.  qes  cui- 


(xou) 


UH) 


del  qeu  lesqarnis.  eqeil  lauzes  el 
grazis  sos  maluais  captenimenz. 
esano  li  passet  las  dentz  boa  motz 
anegun  ioni  mai.  ia  cella  qeu  am 
nò  bai.  esim  dis  mal  p  feunia.  p- 
don  1"  qar  sen  estrai. 
Chaitiuez  emarrimenz.  es  tot  là 

en  uos  assis.  eqil  uostre  fag  resis 
mentau  ben  emielzimentz.  ben  pa' 
con  es  conoiscentz.  ni  qius  honra 
qel  meschai.  qeus  onre  tant  qem 
despiai.  &  mi  plus  honraria.  adócs 
ipdria  mai. 

la   teiUOS  (le   In  arri 

eden  falconet. 

145.  Falconet  de  guillajmona.  \i  •  ■- 
ueig  en  amorat.  ci  marqes  de 
mon  ferat  fai  peehat  qe  nò  lans 

(bina,  qanc  mais  tan  ben  rosian 
no  uim  pmenar  putan.  ni  mi- 
els  sapeha  la  uia  del  bordel.  etain 
se  ben  la  mal  sana  almezel. 

Nolt  fo  nostra  lanza  bona,  en  ta- 

uvel.  p  mon  grat  nò  fura  al  des- 
barar  i|àt  anauatz  uas  cremoa 
mainz  caualliers  euilanz.  anziz- 
etz  «le  uostras  mans.  pero  pechat 
non  aguest  el  mazel.  qe  t'>tz  pru- 
m's  fugitz  nostre   uedel. 

Falconet  cel  qius  abeta.  nò  fa 

fj  cortes,  ni  la  rauba  del  marqes.  n< 
us  en  còbra  la  boneta.  oi  mais  pot 
uostre  roncis.  anar  plus  leu  pels 
eamis.  eqant  seres  albergat  en  In- 
stai, lanoig  siatz  segurs  de  man- 
iar  mal. 

Non  crei  qeus  don  nius  prome- 
ta taurel  daqest  mes.  ronciner 
ioglars  plaides.  pron  sabetz  de 


la  l'allieta,   se   ia  de   guillem   ivi, 
tin.  trahetz  ebaual  ni  roncin.  iu 
portaretz  armas  de  mon  segnai 
pois  donara  adamdos  p  igal. 

Losegners  de  tartarona.  ueig 

qes  rneilluratz.  bastis  Castel  efo- 
sat  eguerreia  emet  edona,  era- 
uba  ser  ematis  las  estradas  els 
camis.  &  apmes  al  fol  de  galli-' 
an.  lo  palafre  del  prumer  m'- 
cadan. 

L'è  qien  deigna.  guillelmona. 
taurel  psenat.  teingl  marqes 
de  mon  ferat.  ben  li  taing  por- 
tar corona,  qaissi  trais  sa  guer- 
ra sin.  cmn  fetz  rainaltz  esengri 
qab  fianza  destruis  passiian. 
ma  miels  conquis   lempaire 
milan. 

la  ten&os  den  symoa 
eden  Iacnie  grill. 

146.  Segnen  lacme  grils  eus  de- 
man.  ear  aos  ueg  lare  e  ben 
estan.  eqar  p  rie  pretz  sobeiran 
ep  saber  es   mentaubutz  qe  ni<- 
digatz  p  qes  pdutz.  solata  (  dó- 
neis  mal  uolgutz. 

Cobeitatz  qes  uenguda  uan 

nos  ha  tot  bastit  a  qest   '1. 
en  symon  qc  las  dòpnas   bau. 
amor  edomnei  gen  tengutz. 
mas  p  les  cobes  recrezutz.  rics 
drutz  bes  es  abatutz. 

Segnen  iaeme  mout  es  sennatz 
eprimamen  uos  razonatz.  mas 
qar  dizetz  qe  cobeitatz  naiz" 
mogut.  uos  aug  faillir.  qar  to- 
si con  son  ni  mieu  albir.  aii.it 
oplus  ii"l  deuetz  dir. 


lo] 


(xeni) 


la  tensori  den  mie  dela  becek- 
alaria.  eden  Gaueelm  faidils. 

147.  Nuc'de  la  bachalaria.  conseill- 
atz  mal  nostre  sen.  raa  dópna 
ani  finamen.  qe  ditz  qe  no  ma- 
maria,  qamic  a  don  nos  partr- 
ia.  si  nò  p  aitai  couen.  qe  lui 
ames  apiezen.  eqil  iagues  seg°- 
ria.  emi  cola  detamen.  esj  aissi- 
men  iauziria. 

Gaucelm  faidit  ses  fadia.  uos 

'Ina  conseil  auinen.  qe  premiai/ 
zo  qieus  consen.  eplus  sius  có- 
sentia.  cab  suffrir  uenz  hom  tot 
dia.  en  so  maint  paubre  mane. 
pueis  nos  fadia  qi  pren.  qieii 
die  qe  tota  es  mia  qan  damor 
mi  fai  paruen.  esieu  ren  als 
enuezia.  fols  sui  si  lo  conois- 
sia. 

Nugo  senes  drudaria.  esenz 

penre  iauzinien.  uueil  mais 
estar  p  un  cen.  qieu  ia  suffris 
tal  foillia.  qaurre  drut  teincha 
en  bailia.  leis  qieu  am  plus  fi- 
narnen.  del  marit  no  cames 
gen.  gardatz  seu  dautrui  sabia. 
qan  seria  eu    en  ten.  qeu  moris 
de  gelozia.  epegiers  mais  nò 
cug  sia. 

Gaucelin  qi  donmauria.  belle 

ecortez  eplazen.  arescos  tot  sé 
talen.  be  uol  morir  qin  moria 
qeu  die  qe  mi]  tanz  ualria.  qe 
qi  no  agues  nien.  en  aizo  non 
a  conten.  qe  sieu  aitam  be  na- 
uia.  qa  rescos  la  mes  souen. 
tant  de  plazer  li  faria.  quel 


sobre  plus  conqerria. 

Nugo  ges  cu  ii  Ci  creiria.  qeil  pla- 
zer fossen  plazen.  anz  auria  es- 
pauen.  si  tot  al  drut  la  follia,  o- 
en  aissi  remania,  qal  qen  fos  al 
eor  suifren.  qatretal  galiamen. 
fezes  p  sa  leuiaria.  uesmi  p  qieu 
lini  defen.  sols  maura  esals  ni- 
tri»., leis  lais  csa  compaignia. 

Gauselin  faiditz  pane  cnbria. 

drutz  qaissi  leugieiramen.  si  pa- 
rt  de  si  donz  breumen.  enó  esges 
cortesia,  sabetz  qeus  cu  lauzaria. 
qe  lamasses  eissamen  con  il  uos 
iugan  rizen.  &  aguesses  autra 
amia,  don  ehantasses  leialmé. 
cleis  tencsses  tota  uia.  aissi  co 
elaus  tenria. 

Xugo  apaue  n5  cossen.  qe  dre- 
igz  erazos  seria,  efaza  lo  iut- 
zamen  auentador  na  maria, 
on  es  pretz  ecortesia. 

Gaucelin  leis  tene  pualen    el- 

au  qal  sieu  conseil  sia.  mas  el 
aia  eissamen  lo  dalfin  qe  sap 
la  uia  elobra  de  cortesia. 

la  temo  dena  Guill'ma  eden 
lanfranc  cigalla. 

148.  Na  guillelma  maint  caualliei 
arratge.  anan  denueig  pmal 
teps  qe  fazia.  si  plagnian  dal- 
berc  en  lur  lengatge.  auziron 
dui  bar  qc  p  drudaria.  sen  ama- 
uan  uas  lur  dópnas  nu  len.  lus 
sen  tornet  p  seruir  sella  gen.  la- 
utres  nanet  uas  sa  dópna  cor- 
reli, qals  da  qels  dos  fes  miels 
zo  qeil  taignia. 


102 


Avnics  lafranc  miels  cumplic  son 

uiatge.  al  mieu  semblan  cel  qi  tee 
uas  samia,  elautre  fes  ben  mas 
son  fin  corratge.  non  poc  tambe 
saber  si  donz  atria.  con  cil  qel  nic 
denant  sos  oils  pren.  qa  temlul 
la  sos  caualiers  couen.  qeu  ps 
truep  mais  qi  zo  qe  ditz  aten.   q 
qi  en  als  son  corrage  cambia. 
Domila  sius  plas  tot  qan  fes  da- 

gradatge.  lo  caualiers  qe  p  saga- 
illardia  gardals  autres  de  mort. 
ede  dampnage.  cil  mone  damor 
qar  ges  de  cortezia.  no  ha  nuls 
hom  si  damor  noil  deseu.  p  qel 
si  donz  deu  grazir  p  un  cen.  qar 
desliuret  p  samor  de  turmen.  tiì 
cauallier.  qe  se  uista  lauia. 
Lafranc  iamais  non  razones  ìnu- 

zatge  tari  gran  cofes  aqel  qe  tee 
sa  uia.  qe  sapchatz  be  mout  if- 
es  grant  ultratge.  pueis 
bel  seruirs  tan  de  cor  li  moiiia. 
car  nò  seruic  si  donz  primeiramS. 
&  agran  grat  de  leis  eiauzimen. 
jmeis  p  samor  pogra  seruir  s<-- 
uen.  emainz  bos  luecs  qc  faillir 
noil  podia. 
Domna  p  don  uos  qier  sieu  die 

folatge.  quoi  mais  uei  zo  qe  de 
donnas  crezia.  qe  nos  uos  platz 
qautre  pelegrinatge.  fassan  li 
drut  mas  ues  no^  tota  uia.  pò 
cauals  coni  uol  qi  baurt  gerì,   deu 
liom  menar  ab  mesureab  sen. 
mas  car  lo  drutz  eoe  hatz  tan  ina- 
lameli, lur  faill  podere  don  uos 
sobra  feunia. 


Lafranc  eu  die  qe  son  maluatz  usa- 
tge.  degra  laissar  en  aqel  meteis 
dia.  le  caualliers  qe  domna  de  par- 
ratge.  bella  epros  deu  auer  en  ba- 
lilla, qen  son  alberc  seruis  hom 
largameli,  ia  el  noi  fos  mas  chas- 
cuns  razon  pren.  qar  sai  q  ha 
tan  de  recrezemen.  qal  maior  ops 
poders  li  failliria. 
Domna  poder  ai  eu  &  ardimeli, 
no  contra  uos  qeus  uenzes  en 
iazen.  p  qeu  sui  fols  car  ab  uos 
pris  conten.  mas  uencut  uoil 
qe  maiatz  con  qe  sia. 
Lafranc  ai  tan  uos  autrei  eus 

consen.  qe  tant  mi  sen  de  cor  illu- 
dimeli, cab  aitai  gien  con  dona 
si  defen.  mi  defendrial  plus  ar- 
dit  qe  sia. 

la  tensori  dalberl 
eden  aimeric. 

149.  Amics  albert  tenzos  seueo. 
fan  assatz  tuit  li  trobador. 
epartisson  razon  damor.  edals 
qan  lur  platz  eissamen.  mas 
ieu  fas  zo  qanc  hom  no  fez.  té- 
zon  daizo  qi  ies  no  es.  qa  razO 
proni  respondrias.  mas  ame 
uueil  respondatz.  &  er  la  tenzos 
de  non  re. 
Naimeric  pueis  del  dreg  nien. 

mi  uoletz  far  respondedor.  nò  un- 
ii autre  razonador.  mas  mi  me- 
teus  mon  eiscien.  ben  par  qara- 
zon  respondetz.  qi  respon  zo  qc 
res  non  es.  uns  nienz  es  dau- 
tre  compratz  p  qal  nien  don 
mapellatz.  respondrai  cora  eala- 
raime. 


—  103  - 


(xcv) 


Albert  ges  calan  nò  enten.  qel 

respondres  aia  ualor.  ni  mutz  nò 
respon  a  seignor.  emutz  no  ditz 
u'tat  ni  men.  sa  des  eallatz  con 
respondres.  iai  parlei  qeus  ai 
escomes.  nient  anom  doncs  sii 
noraatz.  parleres  malgrat  qe 
naiatz.  onoi  respondretz  mal 
ni  be. 
Naimeric  nuil  essernimen  no- 
us  aug  dir  anz  parlatz  error 
efolia  deu  hom  afolor  respon- 
drc  esaber  asen.  eu  respon  eno 
sai  qe  ses.  consel  qen  cisterna 
ses  mes.  qe  mira  ses  oils  esa 
fatz.  esel  sona  sera  Bonatz.  de 
si  meteus  cals  no  iue. 
Albert  cel  sui  eu  ueramen.  qi 

son  emira  sa  color.  &  aug  la  u  /. 
del  sonador.  pueis  eu  uos  sui 
primeiramen  el  resonz  es  niéz 
som  penz.  doncs  es  uos  enoue 
enoi  ges.  nienz  saissi  respond- 
ratz.  esi  p  tal  uos  razonatz.  In- 
es fols  qi  de  ren  uos  ere. 
Naimeric  dentrecimanien  sa- 

betz  efai  uos  boni  lauzor.  si 
nous  enten  don  li  pluzor.  ni 
uos  mezeus  zo  es  paruen. 
&  es  uos  ental  razon  mes  don 
ieu  issirai  mal  qeus  pes.  euos 
remanretz  essaratz  esi  tot  mi 
matraceiatz.  ieu  uos  respon 
mas  nous  die  q. 
Albert  zo  qeu  uos  die  uers  es 
doncs  die  eu  qei  coue  no  res. 
qar  sun  flum  dun  pont  fort 
gardatz  lueil  uos  diran  qa  des 


anatz  elaiga  cali  cor  si  rete. 
Naimeric  no  es  mais  ni  bes.  ai- 

zii  de  qeus  es  entro  mes.  qatre- 
stam  petit  petit  issegatz.  col  mo- 
linz  qa  roda  de  latz.  qes  mou  tot 
ioni  eno  uai  re. 

latenzoa  de 

Ros/n.  eile  domaci.  H. 

150.  Rotili  digatz  mades  de  cors 
qals  fes  miels  car  es  conois- 
senz.  una  domila  coinde  ualenz. 
a  qi  cu  sai  dos  amadors.  euol  qus 
qeigz  iur  epliua.  enanz  qels 
uoillabse  colgar.  qe  plus  mas 
tener  ebaizar.  noil  faran  eluns 
Sabrina,  el  fag  qe  sagrameli  no- 
il tcn.  lautres  no  lauza 
far  p  re. 

Domna  daitant  sobret  folors. 

eel  qe  son  des   obedienz.  uas  si 
donz  qe  nò  es  pa'uenz.  qamanz 
pueis  lo  destrieng  amorz  dei  ab- 
uoltintat  forciua.  p  qieu  die  qe  se- 
nes  cobrar.  (leu  pdre  la  ioiauc- 
tiua.  de  si  donz  cel  qe  frais  sa   fé, 
e-  lautres  deu  trobar  merce. 

A   ti  n  amie  no  tol  paors  rofln  de 
penre  iauzimenz.  qel  desirs  el 
sobre  talenz.  Lo  destreing  tan  q 
p  clamors.  de  si  donz  nominati- 
uà.  nos  pot  suffrir  ni  capdelar, 
cab  iazer  eremirar.  lamors  co- 
rals  recaliua.  tan  fort  qe  nò 
autz  ni  no  uè.  ni  conois  cant  l'ai 
mal  obe. 

Domna  be  mi  par  granz  erro- 

rs.  damic  pueis  ama  coralméz. 
qe  nuls  gaugz  li  sia  plazenz. 


(Xl  vii 


104  — 


qa  sa  donna  no  si  honors.  qar  nos 
deu  esser  eschiua  pena  p  sa  dorxma 
onrar.  nil  deuers  (*)  p  dreg  agradar. 
sa  leis  no  es  agradiua.  edrutz  can 
aissi  nos  eapte.  deu  pdre  sa  dorana 
esse. 
Rofln  dels  crois  enuazidors.  auniz 
eflacs  erecrezenz.  sapehatz  qe  i'<>n 
launitz  dolenz.  qe  ses  pdet  en  mieg 
del  cors.  mas  larditz  "il  pretz  sa 
uiua  saup  gen  sa  ualor  enanzar. 
can  pretz  tot  zo  qe  il  fon  plus 
car.  niens  qeil  fon  lamors  aiziua. 
edomna  qaital  drat  mescre.  mal 
creira  col  qi  se  recre. 
li'.mua  sapehatz  que  granz  ual- 
ors  fon  del  amie  echauzimenz. 
qel  fes  ganlar  de  faillimen.  espant 
cesi  donz  socors.  ecel  fes  foudat  na- 
diua.  qe  sa  dona  auzet  forzar,  eq 
il  mante  sap  pane  damar,  qamàz 
pueis  sinamors  uiua.  lo  destre- 
ing  ten  sa  dona  eere.  de  tot  qant 
ditz  qaissi  coue. 
Oimais  conosc  ben  qoisi  uà.  ro- 
fln pueis  qeus  aug  encolpar. 
lo  fin  el  caitiu  razonar.  qe  eissa- 
inrn  obra  eaitiua.  fariatz  emidSz 
de  se.  nagnexina  diga  qen  tre. 
!>.■  mi  no  cai  qieu  lo  pliua.  qel  ueren 
podetz  ben  triar.  domna  sius  platz 
emout  inescar,  qe  mi  donz  on  pretz 
sauiua.  naignexina  demant  ab 
se.  na  cobeitoza  de  tot  bc. 


.sane  ab  bona  dona  iac.  p  samor 
uos  donù  poudrel. 
Esi  lous  don  enbraierac.  nelyas 
pbost  lo  estac.  edonc  uos  selle 
panel,  esi  uos  mena  pescar  en 
lac.  grieu  meteres  gost  el  da- 
nesi 

Iamais  no  seretz  bos  siruentz. 
en  claustra  p  portar  prezenz. 
qaustres  cuellas  em  seni  uos.  qe 
selo  brous  era  boillenz.  tost  nauri- 
atz  chautz  los  talos. 

Iamais  nò  bordretz  ab  coutels  ta 

gien  con  sol  far  condarels.  nitra- 
gietz.  no  uos  er  bels  ni  bos.  ni  i. 
nò  eompretz  dels  anels.  sen  clia- 
scuu  det  no  metest  dos. 

(irieu  sabretz  cuzir  (2)  ni  taillar.  spa- 
za  furbir  ni  fren  damar,  ni  no 
es  bos  amonediers.  ni  uous  pc- 
ires  adreig  segnar,  ni  manz 
ioinz  uenir  al  mostiers. 

Maior  pam-  ha  de  pouzar.  qe  den- 
graillar  cel  qi  uos  fier.  eqius  réd 
cncap  uostre  par.  nò  tengatz  la- 
atre  p  entier. 


lo  fils  deu  bertran  del  boni. 

151.  Pos  sai  es  uengutz  cardaillac. 
ilun  nouel  siruentes  uos 
pac.  qe  portes  nelian  rudel.  qe 


ili  .Ve/  nttl.  sttll'w  c'è  I' abbreviatura  tlell't. 
•    /.    prima  letta  ■■  parola  non  si  leso      '  ''"  corr°sa  '"" 


105  - 


APPENDICE  I. 


FoLCHETTO  "8. 

galiador.  girami,  ballozi  (sic),  onero,  gaba- 

dor,  prò  gabatori. 
uiatz.  uediate.  alias,  uolte. 
nei  11  ar.  uegliar. 
il  arme  a.  dormen. 
astiers.  adesso. 
s  incen.  cinquecento. 
e  n  t  r  e.  fra. 
u  L'in,  uengono. 
afreulir.  debile  fari, 
ero  i.  lasso,  stanco. 
ni  arr ir.  corrocciare. 
"gan.  raggiata  (?) 

fai  ne  sci  semblar.  fa  parer  pazzo. 
se  deuer.  senza  deuer. 
mot.  niente, 
ia d'hora  in  la- 
ne is.  ne  manco  si. 

esglais.  pauor  subitus. 

esmais,  attonimento,  stupore. 

manteubus.  prò  mantegus.  mantenuta. 

essais.  assaggio. 

de    bon   cor   uos   aire,    di  buon  cuor   ai 

fuggo- 
no s  a  dire,  n'è  a  dire,  deuoi. 

truan.  infingardo. 

guare  . . . .  riterara. 

che  uem  d'esmai.  d'un  erstudire  (sic). 

e  s  m  e  z. . . .  uerso  tutto. 

astietenere.  intratenere. 


del  dreg  nicn.  del  puro  niente. 

*  calali,  calami". 

esca  mi  in  e  n.  scherni  un  ni 

dentrecimamen.  di  trastullo,  trattenimento 

i  s  sirai,  uscii''. 

essaratz.  serrati'. 

atraciare.  puntare,  motteggiare. 

1  u  i  1.  l'occhii. 

issegatz.  segati 

a  b  ri  il  a.   s'affretta. 
pi  ina.  periura. 
capdelar.  captiuare. 
recaliua.  reaccensi uà . 
e  se  he  uà.  schiua. 
e  n  u  a  z  i  d  o  r  s.  inuaditorc. 
-|-  ai  zi  uà.  facile. 

ni  e  sere,  non  crede. 

p  a  e.  pasco. 

pò  u  del.  poliedro. 

se  11' è  pauel.  sella  et  ualdrappa. 

estac.  è  stato. 
-f-  gi'st.  giusto 
-)-  el  clauest.  il  capesti'". 

siruentz.  semidore. 

claustra.  claustro. 
-\-  austres  cuellas.  altra  èscutella. 

b  r  o  u  s.  brodo. 

los  talos.  li  piedi. 
-\-  bnrdretz.  bordarete,  farete  ricamo. 
-f-  amone diers.  monastiero. 

segnar,  segnar  con  la  lancetta. 

mostiers.  monetario  (sic)  (')• 
-|-  pouzar.  riposare. 


(1)  Prima  pare  t'osse  state  dritto  :  monastiero. 
Classe  m  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Sei'.  1".  Voi.  LI.  Parte  la. 


14 


—  lui;  — 


-\-  engraillar.  brauare, 
brodaria.  ricamo, 
b rodor.  ricamatore. 
condarels.  coltellaio. 
causigal  pe.  premere  pedem. 
lauzeniador.  losengadore. 
enuiatz.  inuidiato. 
in  ti  amen,  iudicio. 
iutiar.  iudicare. 
p  a  r  a  t  g  e.  pompa, 
estiers.  nudius  tertius. 
e  o  u  e  n.  conuento  di  donne, 
gradatge.  di  cuore  spontaneo, 
conchiaria,  sconcacare. 
e  o  n  i  n  e  n.  bello. 

ferrali,  di  colore  di  castagna. 

desman. 

mesclagna.  mescolanza. 

pendii tz.  appicato. 

scremi  r.  sciernir  (?)'. 

seguratz.  assicurato. 

in anenti a.  garontìa. 

a  is  del  tron.  uis  de.  st . . . 

q  u  uni  zon.  come  Bono. 

essait.  assaggio. 

n  icais.  stupido,  ruzzo. 

empais.  è  mi  pasce. 

de s e us ir.  descusare. 

d  e  scarni  r.  smagrire . 

taizesses.  tacessi. 

ni  u  d  a  r.  mutare. 

e  al  om.  curaro  (?). 

delitz.  delegiato. 

g  i  e.  oi/'cRè  yqv. 

giq  u  it.  eseguito. 

1  e  ui  a  r  i  a.  leggerezza. 

trassaillis.  transil. . .  to 

sais.  assagio. 

e  si  ai  s.  esglais,  scandalo,  paura. 


i  a  i  s. 

adestro s.  infelicemente. 
b r oi  1.  bolla. 

persos.  per  li  suoi  commandamenti. 
partit  ioes.  ioco  partito, 
zauzedor.  electore. 
uenchia.  uencesse. 
rauzan.  mutando, 
noialezer.  et  non  ui  ha  otio. 
a  qui  meteus  toni  à   sen.   à   chi   mede- 
simo torna  bene, 
abrassan.  abracciando. 
poissas.  poi. 
enabant.  limanti. 


+  4 

5. 

+  8 
+ 

+ 


aizinatz.  acconciato  accommodato  ('). 

uiuatz.  uiuanda. 

desnantz.  d' i danzi. 

s'aguiza.  vel  sua  foggia. 

plait.  lite. 

qestiers  non  ia..[non   me  sarebbe  già 

bisogno. 
tripador.  ingannador  che  vende  trippe. 
lautren    getarai.    V  altro    ne    getterò 

fuori. 
la'utres  gittat.  l' nitro  è  gittata. 
lui.  egli. 

esadobat.  e  acconcio. 

repaire.  pigli  vendetta,  se  n  ■  repar...  (*) 
3a  persona  — 

aders.  elenato  (3). 

anarai.  hauerò  (4). 

monge  loian  e  prior.  monaco  vi  ha  e 
li  ci  or  (5). 

falsai  falm [>  i 

parzoners.  che  da  ogni  persona 

s  o  1  a  t  q  e  r.  solasso  guero,  spasso. 

patriarchiuian.  patriarcha  oi  ha 

refreitor.  rc.fr attor. 


ìompare  l'altra  mano  [quella  del  discepolo?]    V.  Prefaz.).  Iu  la  distinguo  dalla  prima  per  mezzo   dei 

corsivi. 

(2)  Il  resto  della  parola  è  nascosto  nella  piega  della  cucitura. 

(3)  L'altra  mano  aveva  scritto:  adesso,  ma  non  l'assicuro,  parole  che,  e illati   con  in  tratto  di  io   ira  le 

due;  aderì   e  elenato.  Sicché  chi  scrisse  queste  ultime  dovè  tirare  il  tratto  di  penna  sulla  prima  interpretazione. 

(4)  La  seconda  mano  aveva    critto:  creilo  pr aar  ■    parole,  come  sopra,  cancellate  con  un  tratto  di  penna 

I  .i  ai  di  sopra,  ueir  interlinea,  si  legge:  sonno  delti  frati  che  non  vorrebbono  donna  ne  (?)  ricc...  Il  resto  e  andato 
perduto  nulla  piega  della  cucitura. 


-  m;  - 


lezer.  olio. 
sasel  a  n   assentando. 
-\-       sazir.  s'adira  (M-  salir,  non  me  ricordo 

bene  così  l'interpretasse. 
-|-       aissir.  così  (-)  vel  issir,  certo  issir. 
-\-       tornei-  en so am. pigliarsi  sollicitudine 
6  cura,  soan  per  rumini,  cura. 
car  ••  il  es  conseil  non  pres. 
.•..di a.  fretta,  a  letto  et  alhora  se  prò- 

1  ìse  coda. 
si  ero  ni  pleuidas  in  il  fes. 
11 0  Ipils.  vile. 

,r  ,1  g  ra  da  1  gè.  d'agradimento,  di  piacer. 
gatge.  arra,  rei  stipendio. 


+ 
+ 


Rolan.   (iridi,. io 

pels  colps  >-\    per   Laforl  Linen.  per 

gli  ruìir  <  !  per  In  forsa  et  peso  d\ 
1  d  z  e  v.  iazer  (3). 

anzaria.  ardirei  eri  ardirebbe,  osarei. 
labit.    kabitto,   non  Va/fermo  (>)  vestito 

extcrmrr  legiadro. 
bar.  che  rimi  dir  barone  (•"■). 
auols.  roiiìi ■uno  che  volpis. 
uolpilatge.    truanderia  dirobbo  altri- 

mente,  ni (6) 

e  ob  e it atz.  desiderato,  desideri". 

spaza  forbia.  spada  forbita. 

e ouen. conuento.  conuiene  (7).  conueniente. 


,1)  Questa  parola  è  sovrapposta  alla  prima  interpretazione  data  dall'altro,  la  quale  è  cancellata  con  mi  tratto  di  penna. 

e  diceva:  assentarsi. 

[2)  Questa  parola  e  cancellata  con  un  tratto  di  penna. 

(3)  L'altra  mano  aveva  scritta  una  parola  diversa,  che  non  si  decifra,  pel  tratto  di  penna  che  vi  corre  su. 

,11  Queste  due  parole  son  cancellate  con  un  tratto  di  penna,  e  quelle  che  seguono  sono  scritte  con  altro  inchiostro. 
(5)  Questa  interpretazione  si  legge  al  disopra  d'un' altra  che  la  stessa  mano  aveva  scritta  prima  e  che  è  cancellata.  I.a 
n  ì  1   interpretazione  è  scritta  con  altro  inchiostro,  come  sopra. 
(6    11  resto'é  nascosto  nella  piega  della  cucitura. 
(7)  Ambedue  queste  prime  interpretazioni  sono  cancellate  eolla  penna. 


108  - 


APPENDICE   IL 


—  Aisi  con  Parbres  quo  per  sobre  cargar.  8.  Amerio  pugili.  60. 

—  Amors  jnon  uida  em  semon.  13.  Deude  de  Pradas. 

-  Autrcsi  con  parseuaus  el  temps  qel  uiuia.  17.  Richard,  et.  Berbesill. 

-  Atresi  com  lo  leos  qez  es  tam  fers  etan  gais.  17.  Ricard  Berbezill.  63. 

—  Atresi  con  lolifant  qo  tan  chai  no  poc  leuar.  18.  Richard  de  Bebresil. 

—  Aram  requier  sa  costume  son  us.  26.  Rambal  de  Vaqueras.  65. 

—  Aissi  con  col  ca  estat  senz  seignor.  27.  le  monge  de  montandoli.  91. 

—  Aben  chantar  couen  amars.  28.  Girald.  1. 

+  Ano  enemics  qi  eu  agues.  29.  Nuc  de  Sant  circ.  ex  coniectura  ('). 
--  Aisi  con  la  chandeilla.  39.  Piere  Raiinon  de  Tolosa.  114. 

-  Aisi  con  cel  cania  e  non  es  amat.   11.  Cadenet.  95. 

—  Ara  sabrai  se  ges  de  cortesia.  42.  Arn.  Daniel.  90.  vcl  Girale!.  Loros  ('-). 

—  Ara  non  nei  luzir  solei.  44.  Ventador.  26. 

—  Ano  uas  amor  non  poc  res  contradire.  52.  Arnaut  de  mereuill.  83. 
-f-  Arondeta  de  ton  chantar  maer.  59.  Polchetto.  eertissima  (3). 

—  Aram  conseillat  seignor.  62.  Ventador.  32. 

—  Astruc  es  cel  cui  amor  teli  ioios.  69.  Pons  Capduoil. 

—  Aisi  con  es  gcnser  pascer.  73.  Raiinon  de  Miraual.  72. 


B 


Ben  aia  amor  car  anc  me  fez  chausir.  13.  Deude  de  Prades.  104. 

Bona  dona  duna  ren  qeus  deman.  16.  Bertran.  del.  Poiet. 

Baroli  ihesus  qen  crux  fo  mes.  40.  Peire  Vidal.  29. 

Bona  dompna  un  conseil  uos  deman.  47.  Pistoleta. 

Ben  farà  canzos  plus  souen.  55.  Givi.  Duxell.  127. 

Ben  man  perdut  laiuer  uentador.  61.  Ventador.  32. 

Ben  magrada  la  couinenz  saisos.  65.  Vidal.  [131  (4). 

Ben  sai  qe  per  sobre  ualer.  71.  Pons  de  Capoduill.  certissima. 

Bes  inens  d'amor  per  qeu  damar  mi  lais.  51   ('). 


(1)  Colla  croce  l'Orsini  indica  evidentemente  l'incertezza  dell'attribuzione. 
0)  Il  eod.  3205  a  f.  90b  l'attribuisce  ad  Arnaldo  Daniello. 

(3)  L'Orsini  dovè  essere  in  sullo  prime  incerto  di  tale  attribuzione,  e  pose  perfidia  croce;  più  tardi  trovò  la  via  di  accer- 
tarsene, e  aggiunse:  certissima,  dimenticando  di  cancellar  la  croce 

(4)  Chiudo  tra  parentesi  questo  numero,  perchè  ho  tirato  a  indovinare,  avendo   l'inchiostro  corrosa  affatto  la  cut.. 

(5)  A  l'i"  a  questo  e  al  in- lente  verso  era  stata  messa  prima  la  crocetta,  clic  ora  si  vede  ,ui.,ibt, 


-4-  Cani  et  depori  ioi  domnei  e  soìatz.  10.  Gauselin  Faid.  nel  grande. 

—  Coindas  razos  e  nouellas  plazenz.   11.  Nuc  Brunens.  134. 
('un  hom  es  en  autrui  poder.  45.  Vidal.  38. 

—  Cant  ai  sufert  longamen  grant  affini.  48.  Vidal.  47. 

—  Cant  uei  la  lauzeta  mouer.  CO.  Ventadov.  27. 

—  Conhert  ara  sai  eu  be.  61.  Ventador.  17. 

—  Cant  herbe  uert  e  foila  par.  62.  Ventadov.  29. 

—  Cant  l'autra  dousa  uenca  (sic)  deruer  nostre  pais.  60.  Ventador.  33. 
+  Can  uei  la  fior  sobrel  sambuc.  72.  Folchet.  certissima. 

:    Celeis  cui  ani  decor  e  de  saber.  68.  Inerita,  media  inter  Gauselin  Faidit.  et  Pons  Capduill. 


D 


Des  en  bon  uers  non  pose  faillir.   13.  Pere  Roger.  130. 

Daizo  don  hom  a  longuainen.  50.  Amerio  Piguillan.    11. 

Den  segnamen  el  prezz  e  la  ualor.  51.  Arnaut  de  Miraueil.  83. 

Dompna  de  uos  sui  mesagier.  69.  Sandesder.  76. 

De  tot  chaitius  sui  ieu  aicel  qi  plus.  70.  Pons  de  Capduil.  99. 


E 


En  greu  pantais  ma  tengut  longament.  9.  Aimeric  de  Pugillan.  58. 
En  aisim  pren  com  fai  al  pescador.  15.  Guliel.  Magrem  (sic)  137. 
Er  sespan  la  flors  enuersa.  31.  Rambald  Daurenga. 
En  abril  quant  uei  uerdiar.  66.  Peire  Bremon. 
En  eonsirers  et  esmai.  47.  Ventador.  30. 


-4-  Fonca  nuls  hom  pordura  departea.  54. 


G 


liivu  fera  nuls  hom  faillenza.  33.  Folchet.  19. 
Ges  de  ehantar  non  pren  talen.  64.  Ventador.  29. 


-f-  Iauseli  faidit  eu  uos  deman.  10.  tenzone. 

—  Ies  de  ehantar  nom  fail  cor  ni  raison.  24.  Gui  Duxel. 


—  no  — 

l,i  ii,  ii  oug  hom  qem  camge  mas  chansos.  58.  P (')• 

la  non  cuidei  tiezer  camor  mi  destrenges.  7:!.  Rambald  de  Vacheras.  69. 


Leials  amics  cui  amor  ten  ioios.  23.  Pons  de  Cap.  100.  t-ì- 

Lo  mal  damor  ai  en  ben  tot  apris.  23.  Perdigon.  36. 

Lo  temps  aqneu  non  chant  mais.  27.  media  inter  Girai  de  Borneil  et  lo  Monge  de  Montaudon  I   i 

Lo  gens  temps  de  pascor.  37.  Vidal.  36. 

Lo  gens  cors  onrat.  38.  Gauselin  faidit.  49. 

Luiamen  matreballet  e  malmes.  53.  Amene  de  Pug.  GÌ  (4). 

Lem  plat  e  mes  ien.  damic  qui  noi  saten.  68.  Gauselin  Faidit.    17. 


31 


Manta  gent  mi  mal  raisona.  32.  Pirol.  109. 

Muli  i  fet  gran  pecat  amore.  33.  Polchett.  19. 

Meraueill  mei  com  pò  imi  hom  chantar.  72.  Folchett.  in  magno. 

Mi  donz  sap  far  de  ioi   parer  pesanza.  12.  media  inter  Deudc  de  Pradas  et  Ventador  ('')■ 

Mnlt  acroisset  amoros  acoitandre.  55. 


N 


4-  Nuls  hom  non  sap  que  ses  gauz  ni  dolor. '9.  Aimeric  de  Pugili,   certissima. 

—  Nuls  hom  non  sap  damic  tro  la  perdut.  39.  Nuc.  de.  Santa  Care. 

—  Non  pot  esser  suffert  ni  atendut.  45.  Gulielm  Ademars. 

—  Non  pose  a  dompna  leu  chanzon  faire.  57.  Per  Ramont  de  Tolosa.  114. 

—  Non  cugei  mais  ses  comiat  far  chanzon.  70.  Deude  de  Prades.  103. 
Na  biatrix  del  oilz  et  del  cor  uos  rnir.  10  (6). 


0 


-4-  Per  tin  amor  ses  enian.  26.  media  inter  Gui  Duxell  et  Rambald  de  Vacherà 

+  Per  dan  qidamor  maueigna  non  laserai.  35.  Pirol.   109. 

-4-  Per  gran  franchisa  me  conuien  chantar.  42.  media  inter  Cadenet  et  Girald.  Loros, 

il)  Il  resto  è  nascosto  nella  piega  della  cucitura. 
(2)  L'ultima  cifra  non  si  legge  intera  perchè  nascosta  nella   cucitura. 

(3]  Su  quale  autorità  fonda  lo  sue  congetture?  ACDFlKMNQRV.i,,  attribuiscono  concordemente  ouesta    poesia    a    Bernard 
ile  Ventatlorn. 

(4)  La  seconda  cifra  è  quasi  tutta  serrata  nella  cucitura. 

(5)  Donde  trae  le  sue  congetture?  È  attribuita  a  Ugo  Rruneng  in  tutti  i  codici. 

(G)  Sulle  prime  cinque  panili'  .li  questo  Terso  è  stato  tirato  un  tratto  di  penna;    certamente,    perei JO  non  è  in  realtà 

il  princìpio  d'un  componimento. 


Qiunt  ì'amors  trobet  parti.  34.  Pirol.  121. 


Ili 


Q 


R 


Si  bom  partez  mala  dorapna  eie  uos.  25.  Gui ....  ('). 

Seu  fos  encort  on  om  tengnes  dritura.  37.  Vidal  (2). 

Si  tot  mi  soi  a  tart  apercebut.  50.  Polchett.  22. 

Si  con  li  peis  an  en  laiga  lor  uida.  51.  Ricard.  Berb.  03. 

Sim  destrignis  dumpna  uos  e  amors.  52.  Amai,  de  Miraual.  82. 

Se  tot  los  gaug  els  bes.  71.  Pons  C'apduill.  99. 

Si  ben  sui  loing  e  entre  gent  estrainga.  46.  Pirol  d'Aluerna.  107. 

Tot  mi  cuidei  de  ehansos  far  soffrir.  11.  Gauseli  Faidit ...  (3). 

Tres  enemics  e  dos  mal  seignor  ai.  29.  Nuc.  de.  S.  Care. 

•  Tot  Jan  mi  ten  amor  daital  saison.  36.  media  inter  Viscont.  de  S.  Anton,  et  Pere  Vidal. 
Tot  bom  caiso  blasma  qe  dea  lauzar.  49.  Amerio  Puigillan.  41. 

Tan  mabellis  lamoros  pensameli.  56    Folcii.  21. 
Trop  ai  estat  qe  bon  esper  non  ni.  58.  Perdigon.  64. 
Tant  ai  loniamen  cercai  65.  Vidal.  43. 
■  Tuit  cil  qi  anion  ualor.  67.  Gauselin.  Faidit.  52. 

-  Tot  hom  che  ben  comenza  ben  finis.  56. 

-  Ves  uos  soplei  dompna  primeramen.  35.  lo  vesc.  de  S.  Ant.  64,  nel  Gui  Duxel  {*). 

•  Un  uolers  oltre  cuiat  ses  en  mon  cor  aers.  59.  Folchet. 


Ulva 


(1)  Non  e  possibile  legger  altro,  perchè  l'inchiostro  ha  corrosa  per  lungo  tratto  la  carta.  Ma  probabilissimamente  segun 
Duxel.  13S,  perchè  quella  poesia  si  legge  in  3205  a  f.  138»,  sotto  il  nome  di  Gui  Duxel. 

(2)  Anche  qui  l'inchiostro  ha  rosa  la  carta  e  reso  illeggibile  il  numero  di  due   cifro    che  era  senza  dubbio  37.  leggendosi 
quel  componimento  a  f.  3V>  del  3205. 

(3)  Il  numero  di  due  cifre  non  si  legge  più,  perchè  è  consumato  l'orlo  del  foglio.  Doveva  essere  52.  perchè  la  canzone  -i 

legge  in  3205  a  f.  52a. 

(4)  Le  Vescons  de  san  toltoli»  Efjui  duxel  è  la  rubrica  che  nel  3205,  a  f.  64b,  precede  questo  componimento. 


_    - 


RELAZIONE 


Socio  Guidi,  relatore.  -  .retti,  nella 

.      •        .-_••__       L886,  sulla  He  l  doti  V.  Puntosi,  inti- 

•     •    ;  Sopra  31      h  ani  te  s   kai  Iehn  eia  t( 

l  doti  Pontoni  sopra  alcuni  ni  dello  Slephaail  Tehae- 

lalea.      Ig       sull'esame  critico  dei  vari  :  eoi  tesi      :À  dichiara 

...     :'-. migli      .  .  erra»©.  D 

•  il  trattarlo.  ìnr  dalla  pub- 

blica/ .del  Benfey  sul  Paneiatantra  in  poi,  quasi  tutti  i  d 

libro  di  Calila  e  Diru:.  I  ti      ::  rzione  ap; 

Sreyavh   .  xu     l,      •    ■   ..  Di  croesl  dello 

quella  dell'Aurivillius.  eioè  una  sola  recensione  e  non  la 
della  ve.  -  amina  in  questi  studi  i 

.iti  nelle  Bit.  di  Biblio: 

.  traduzione  italiana  del  ci..  porta  il  titolo:  De 

le  principali  farri  _■  ..che 

idono,  per  cosi  dire,  ad  altrettanti  periodi  della  I  Ho  Sttgarniji   * 

l/..,.-i  .  :e.  la  prima  che  e  rappresentata  dai  codd  Vaticano,  Laurea- 

re la  più  genuina  la  alla  tra 

li  Sin 

.  n  v  buon 

no  di  n. 

|        |  ■    ZtttfMVÌ%  Tfi     y.fl      1/J  f/MtTfi. 

Punton; 


Sopra  alcune  recensioni  dello  Stephanites  kai  Ichnelates. 
Memoria  di  VITTORIO  PUNTONI. 


M  MAS  I 0 

-     pò  deBe  presenti  ricerche  e  n<:  i  adoperati,  Varie  recensioni  dello  Stephar,:- 

!.'.  V.  A.  U.  P.  •>.  L*.  V*.  L.  B.  -§2.  rali.  —  §  3.  Divistone  •: 

|  4.  ]  -  te  racconciai 

estranei  e  insanie  olar   modo    su  testi   arabi  ?   —    §    5.    I  prolegomeni 

rali  da  adoperarsi   nelle    ricerche    sul    testo  detto   Stephaait 
:   primi  VII  capitoli    del   libro:    I    I  lato,  Il  grappo  L«.  V'  è  da  diri 

',.  L*.  V-.  L.  B.  —  g  9.  Il  grappo  A.  U.  'la  G.  L«.  V«.  !..  B.  —  §  10.  Il 

distingue  da  L.  B.  —  g  11.  Schema  lenti  ricci 

',    grappo  L'.  V.  -  §  13.  Esame  del  grappo  A.  U.  P.  -  g  14.  U  si 
A.  P.  —  g  lo.  Esame  particolare  'li  A.  <li  U.  di  P.  —  §  16.  L  e  B  hanno  più  attinenza  con  L-.  V. 
che  n  -  g  17.  E  roppo  I.-.  V*.  G.  -  ;  eiak  del  ■. 

r_    B  !  mto.   —  g  _  interpolato    dei    primi  VII  capitoli.  —  §  21.  Gli  ultimi 

Vili  capitoli  del  libr  "         n   interpolato.  —  g  2 

santo  .  'la  dichiarativa  dell  delle  vari 

|  25.  y  I  26.  ] 

paragonate  tra  loro.  —  g  27.  Li  d 
noi  colla  versione  di  Simeone  -        -   -  ne. 


§   1. 

animo  di  ritessere  la  storia  delle  molteplici  vicende,  alle  quali  ai 

origini   indiane   fino   alle   sue  più 
recen-:  i  occidentali;  prima,  perchè  qo  ia.   alm  'ratti  più 

già  nota,  e  basti  qui  richiamare  alla  memoria  i  lavori   d<     D     - 
del  B  ndo  luogo,  perchè  negli  studiosi,  i  quali  avranno  un  qui 

■  ces  et  Extraits  de  lo.  Biblioth.  du  Jtoi, 
tuie  Calil' 
•     .  —  Th.  1;  Thefl.Einl    I 

■li  Max  MuelPr    - 
e  m  R  ■        rad.  frane,  par   ■  " 

mbridge   1885,  XIII.  eeg.  -  Prima   di 
della  sorte  di  queste  favole  E.  F.  p: 

..  Berlin  1811. 


—   1U  — 

interesse  a  seguirmi  nelle  presenti  ricerche,  è  presupponibile  una  più  che  superficiale 
cognizione  di  tutto  questo  importante  ramo   di  studi  sulla   novellistica.  È   superfluo 
parimente  il  dichiarare,   per  parte  mia.  quali  ragioni   d' indole   generale   m'  abbiano 
indotto  a  intraprendere  un  lavoro  su  una  questione  così  intricata,  qual'  è  quella  che 
sono   per  trattare,    sulle  diverse  forme    assunte   dallo    Stephanites    hai   Icknelates, 
sulla  loro  derivazione,  sui  loro  vicendevoli  rapporti  ;  giacché  è  troppo  ben  riconosciuta 
universalmente  l'importanza  di  siffatti  studi,  esercitati,  è  vero,  con  ardua  e  paziente 
fatica,  ma  non  senza  interessanti  risultati,  su  questi  che  potrebbero  chiamarsi  i  più 
splendidi  prodotti  della  letteratura  popolare.  Occorre  piuttosto  che  io  dichiari  quale 
speciale  importanza  annetta  a  imo  studio  particolare  sulle  recensioni  dello  Stephanites. 
È  noto  come  lo  scopo,   forse  precipuo,  che  si   propongono    i   ricercatori   intorno   alle 
vicende  subite  dal  Libro  di    Calila  e  Divina,  sia  la   ricostruzione   di   queir  antico 
testo  indiano,  ora  perduto,  che  secondo  una  moderna   congettura  (!)   avrebbe  portato 
il   nome  di  Nrpanitigàstram    (Libro  della  condotta  dei  Re),  rappresentatoci   attual- 
mente, da  una  parte  e   pei   soli   primi   cinque  capitoli,   dal  Panciatantra  ;  dall'  altra, 
e  più  completamente,  dalla  versione  araba  e  dalla  più  antica  versione  siriaca  (2),  unici 
rappresentanti  di  un  testo  pehlevico  disgraziatamente  perduto.  Dal  confronto  dell'arabo 
e  del  siriaco  da  una  parte,  coli'  indiano  dall'  altra  (e  non  solo  coll'indiano  del  Pan- 
ciatantra, ma  anche  di  un  grande  numero  di  novelle  appartenute  originariamente  al 
così  detto   Nrpanitigàstram,  poscia  rimaste   disperse  in  altri  scritti  e  specialmente 
nelle  varie  opere  della  letteratura  buddistica)  (3) ,  da  questo  confronto,  dico,  non  sarebbe 
molto  difficile  arguire,  quale  press'  a  poco  fosse  l'insieme  dell'antico  originale  indiano 
che  si  vuol  ricercare.  Ma  poiché  la  versione  araba  condotta  da  '  Abdallah  ben  Almoqaffa1 
sul  pehlevico  è  nella  sua  antica  forma  disgraziatamente  perduta,  e  a  rappresentarla 
stanno  così  le  recensioni  arabe   da  essa  derivate  (4),   come   le   traduzioni  di  essa  in 
altre  lingue,  è  agevole  il  capire,  quale  speciale  importanza  abbia  (insieme  alle  altre 
versioni  (5)  e  precipuamente  a  quella  ebraica  di  Joel  (6)  supplita  dal   Direetorium 
humanae  vitae)  (7)   la  versione  greca  che  nell'anno  circa  1080  d.  C.  compì  Simeone 
Maestro  Antiocheno  figlio  di  Seth  (8),  e  che  è  appunto  conosciuta  sotto  il  nome  di 

(')  Benfey,   Vorretle  XV  ff. 

(2)  Di  questa  importante  versione  siriaca,  acoperta,  com'è  noto,  dal  sig.  Socin  a  Mardìn,  vedi 
la  bella  edizione  curata  dalBickell,  Lpz.  1876.  Va  distinta  dall'altra  versione  siriaca  condotta  sul  testo 
arabo  e  pubblicata  recentemente  dal  Wright,  Oxford-London  1884,  il  quale  ne  aveva  già  dato  un 
saggio  negli  atti  della  Royal  As.  Soc.  of.  G.  Britain  a.  Ireland,  VII  nuova  serie  parte  II:  A  specimen 
of  a  Syriae  translation  of  the  Kalilah  wa  Dimnah. 

(3)  Benfey,  I,  19  ff. 

(4)  Oltre  al  De  Sacy  v.  Studi  sul  testo  arabo   del  libro  di  Calila  e  Dimna  per  Ign.   Guidi, 

Roma  1873. 

(5)  De  Sacy,  Mi-m.  hist.  p.  37  sgg. 

(6)  Pubbl.  dal  Dercnbourg,  Parigi  1881.  Di  essa  ava  già  dato  notizia  e  qualche  estratto  il 
De  Sacy  NE  IX,  1,397  sgg.  —  Sulla  trad.  ebraica  di  Jakob  ben  Elasar  v.  M.  Steinsehneider  in 
Zeitschr.  der  deutsch.  Morg.  Gesellscli.  XXVII.  4  (1873)  s.  553  ff. 

(7)  Bieeetoriirr,!  etc.  ed.  V.  Puntoni.  Pisis  MDCCCLXXXTV. 

(«)  V.  L.  Allatti  de  Symeonum  scriptàs  diatriba,  Parisiis  MDCLXTv",  p.  181-185.  —  P.  184:  «  Legì 
eiusdem,  habeoque  penes  me  narrationem  Tndicam  Tà  xarà  Sreq>aviti]v  xal  'iXr,;>MT>tv  ».  11  nome 
dell'opera  sarebbe  stato,  secondo  questo  cod.,  Gybile  et  Dinne. 


—   115  — 

2xs<pavkì]q  xkì  'l%vrjXaxrfi.  Della  quale  se  possedessimo  proprio  l'originale  quale  uscì 
dalla  penna  di  Simeone,  nessun  problema  avrebbe  potuto  sollevarsi  intorno  ad  essa  : 
che,  salvo  qualche  lieve  divergenza  dall'arabo  introdotta  per  opera  del  traduttore  greco, 
nel  resto  siffatta  traduzione  greca  potrebbe  ritenersi  equivalente  ad  una  recensione 
araba  probabilmente  perduta.  Ma  del  greco  è  successo  quello  stesso  che  dell'  arabo  : 
La  versione  di  Simeone,  come  quella  di  'Abdallah  ben  Almoqaffa-.  si  è  scissa  in  un 
discreto  numero  di  recensioni  lima  diversa  dall'altra,  e  noi  non  siamo  autorizzati  a 
battezzar  l'ima  piuttosto  che  l'altra  per  l'opera  del  traduttore  antiocheno.  Posta  in 
questi  termini,  la  questione  riesce  molto  seria,  ma  non  del  tutto  impossibile  a  risolversi  : 
e  tenuto  conto  delle  varie  recensioni  arabe  che  ci  è  dato  conoscere,  confrontate  tea 
di  loro  le  varie  recensioni  del  testo  greco,  e  queste  con  quelle,  dopo  una  paziente  e 
minuta  ricerca  condotta  periodo  per  periodo  su  tutto  quanto  il  corso  dell'opera,  credo 
di  esser  riuscito  a  stabilirne  un  testo,  che  se  non  è  del  tutto,  come  vedremo*  quello 
di  Simeone,  pur  gli  si  avvicina  più  di  quello  che  non  facciano  tutte  le  recensioni 
attualmente  esistenti,  che  io  fin  qui  ho  potuto  consultare.  L' importanza  dunque  prin- 
cipale di  questi  speciali  studi  sullo  Stephanites  consiste  nel  poter  riacquistare,  attra- 
verso le  varie  recensioni  di  questo  libro,  una  recensione  prototipo  più  vicina  che  non 
tutte  le  altre  all'opera  di  Simeone  di  Seth,  e  che  alla  sua  volta  ci  rappresenta  una 
recensione  araba  probabilmente  perduta  (contingente  prezioso  per  poter  poi  studiare 
proficuamente  la  questione  nel  campo  dell'arabo)  :  senza  contare  il  particolare  interesse 
die  ci  offre  il  vedere  per  quali  vicende  il  libro  sia  passato  nel  suo  trasformarsi  successivo, 
e  per  quali  ragioni  abbia  subito  siffatte  vicende. 

Ognuno  capisce  che  per  condurre  a  termine  siffatto  studio  io  non  poteva  conten- 
tarmi dei  materiali  sin  qui  conosciuti,  e  che  i  miei  sussidi  io  li  dovea  ricavare  per 
la  maggior  parte  da  codici  inediti  o  tuttora  poco  esplorati.  Il  libro  dello  Stephanites 
fu,  com'è  noto,  pubblicato  per  la  prima  volta  da  S.  Gottofr.  Stark  a  Berlino  nel  1697, 
secondo  la  recensione  contenuta  in  un  codice  amburghese  (')  ;  e,  da  questa  prima  edizione, 
poscia  riprodotto  ad  Atene  nel  1851  dal  Typaldos  a  complemento  della  incompleta 
traduzione  del  Hitopadeca  fatta  dal  Galanos  (-').  Alla  mancanza  dei  prolegomeni,  che 
si  verificava  in  questa  prima  edizione,  supplì  nel  1780  P.  P.  Aurivillius,  il  quale 
li  pubblicò  tutti  e  tre  per  la  prima  volta  ad  Upsala,  estraendoli  da  una  recensione 
contenuta  in  un  codice  Upsalense,  dalla  quale  attinse  anche  varianti  pel  testo  sopra 
la  edizione  dello  Stark  (:!).  Ma  siffatte  varianti,  se  tutte  sono  state  prese  in  conside- 
razione dall'  Aurivillius,  ci  mostrano  chiaramente  che  nella  sostanza  la  recensione 
Upsalense  coincide  coli' Amburghese.  Una  recensione  ben  diversa  ci  è  nota  nella  versione 
che  fece  di  questo  libro  il  Possino,  conducendola  sopra  un  codice  allacciano  attualmente 


(')  Specimen  sapientiae  indorimi  veterum,  Id  est,  Liher  ethico-politieus  pervetustus,  dictus 
arabice  àJ^o>^  aJ^IS'  grecae  Zteqxivixrjg  xcà  7/»<^«'n/?,  etc.  Berolini  1697. 

(~)    XtTOTTC.Ó'aaOV    ìj    ìlttl'TGUTUl'TQU    (rt  6VTt'<T£V%0$),    GVyyQttWSlGtt    VTlÒ    TOV    GOCfOV     BtGVOVGCCQUttVOg 

xzé.  dentavi)...  xcà  fit'A.  r.  K.   Ttmt'Mov  xrè.   'E>'  'J9-tjt'«is  1857. 

(3)  Prolegomena  ad  librum  -xf<p.  x.  '//e.  e  cod.  mscr.  hiblioth.  acad.  upsal.,  edita  et  latine 
versa,  dissert.  academ.,  qttam  .  .  .  pubi,  ex  mod.  subm.  Petrus  Pabian.  Aurivillius  etc.  Upsaliae 
JIDCCLXXX.  E  libro  rarissimo:  ho  potuto  trovarne  una  copia  nella  biblioteca  Marciana  di  Venezia. 


—  116  — 
perduto  ('):  in  essa,  oltre  ad  un  testo  alquanto  diverso  da  quello  presentatoci  dalla 
recensione  Amburghese-upsalense,  compaiono  i  tre  prolegomeni  in  una  forma  più 
compiuta  che  non  quella  pubblicata  dall'  Auri villius,  cioè  senza  le  numerose  lacune 
che  deturpano  questa.  Notizia  e  qualche  estratto  di  due  altre  recensioni,  diverse  e 
dall'auiburghese-upsalense  e  dalla  possiniana,  dette,  nel  giornale  di  Benfey  (2)  e  nella 
prefazione  alla  edizione  del  Governo  de'  Regni  (3),  il  prof.  E.  Teza,  dietro  due  codici 
laurenziani,  cioè  il  cod.  14  del  pi.  XI,  e  il  cod.  30  del  pi.  LVII.  Qualche  utile 
estratto  da  alcuni  codici  vaticani  e  da  un  codice  barberiniano  ci  vien  fornito  dal 
prof.  I.  Guidi  nei  suoi  studi  sul  libro  di  Calila  e  Dimna.  Finalmente  io  stesso 
nel  1881  ho  pubblicato  dal  cod.  vai  949  una  silloge  di  favole  dello  Stephanites 
secondo  la  redazione  di  un  prete  Giovanni  Escammatismeno,  dando  nella  prefazione 
brevi  notizie  ed  estratti  di  altri  codici  dello  Stephanites  (4);  e  nel  1884  ho  dato, 
in  appendice  alla  mia  edizione  del  Directorium,  una  ristampa  dei  tre  prolegomeni, 
ma  secondo  una  recensione  ben  diversa  dalla  upsalense,  e  più  di  questa  completa, 
([nella  cioè  contenuta  nei  codd.  Barberino  I,  172  e  Leidense  Vulc.  93,  aggiuntevi 
varianti  estratte  dal  libro  dell' Àurivillius  attualmente  divenuto  rarissimo.  —  Le  recen- 
sioni quindi  che  possiamo  dire  di  conoscer  bene  per  mezzo  di  quanto  è  stato  stampati! 
sin  qui  sullo  Stephanites,  sono  in  sostanza:  1"  la  recensione  amburghese-upsalense  ;  2°  la 
recensione  possiniana;  3°  la  recensione  rappresentataci  dalla  versione  italiana  Del 
Governo  de'  Renai.  Alle  quali,  se  vogliamo,  possiamo  aggiungere  le  traduzioni  slave, 
di  cui  ha  parlato  il  prof.  Teza  nel  Giornale  Napoletano  (5).  Allo  scopo  che  io  mi 
era  proposto  nei  miei  studi,  cioè  di  rintracciare,  almeno  nei  suoi  tratti  più  essenziali. 
la  storia  delle  vicende  subite  dallo  Stephanites.  questi  materiali  non  parendomi  dunque 
del  tutto  sufficienti ,  pensai  bene  di  accrescerli,  tacendo  da  me  stesso  copie  e  colla- 
zioni delle  recensioni,  o  del  tutto  ignote  e  poco  note,  contenute  nei  codici  seguenti  : 

1.  Laur.  LVII,  30. 

2.  Laur.  XI,  14. 

3.  Barber.  I,  172. 

4.  Vatic.  704. 

5.  Vatic,  867. 

6.  Leid.  Bon.  Vulc.  93. 

Di  queste  recensioni  non  do  qui  particolare  notizia,  perchè  quale  sia  la  loro  strut- 
tura e  quale  il  loro  valore,  credo  risulterà  abbastanza  chiaro  da  quanto  su  di  esse 
saio  per  dire  nel  corso  delle  presenti  ricerche  (6).  Più  necessario  è  qui  informare  il  lettore 

(>j  II  Possine  la  pubblicò  in  fine  della  sua  versione  delle  storie  di  Giorgio  Pachyrneres.  I" 
citerò  l'ediz.  'li  Venezia  del  1729,  che  ha  in  margine  i  richiami  a  quella  romana  precedente. 

(2)  Orient  u.  Occident  II,  707  sgg. 

(3)  Del  Governo  de' Regni  sotto  morali  esempi  di  munitili  ragionanti  tra  loro.  Bologna  presso 
G.  Romagnoli  1873.  —  Sull'autore  di  questa  versione  italiana  dello  Stephanites  (ilNutiV)  parlarono 
W.  Pertsch  in  Benfey'  s.  Or.  u.  Oec.  17.,  262  e  il  prof.  Teza  iòid.  Il,  707. 

(4)  V.  Puntoni,  Alcune  favole  dello  Stephanites  etc.  in  Piccolomini  Studi  di  filologia  G  l 
1,29  segg.  Loescher,  Torino  1882. 

(•"■)  Voi.  VI,  novembre  1881  (nuova  seri.)  p.  161   sgg. 

(°)  Quanto  ai  codd.,  nei  quali  siffatte  recensioni  sono  contenute,  non  sarà  discaro  ai  lettori  che 
io  dia  qualche  breve  notizia,  non  del  tutto  inutile  anche  pel  nostro  scoimi.  Pei  laurenziani  rimando, 


—  117  — 

intorno  ad  una  silloge  di  favole  dello  Stephanites  che  si  leggono  in  quello  sti 
collier  vaticano  949,  da  cui  ho  tratto  la  redazione  di  Prete  Giovanni.  A  p.  122  b  di 
questo  codice  troviamo  il  titolo  di  siffatta  silloge  nelle  parole:  cenò  rov  Xsyofiivov 
xvh'kf  '  xià  (h'ini-  •  h.ito  èxó/AlO*  nsQ^aé'ò  laioòg- ttqÒc  TÓi  fiaaili'cc  Xoffoóijì.  'Ex  inr 
ìvdixov  •  ij'  coi  GiK}«tr  •  xià  'Iy_ì  i/.cv  :  Le  favole  sono  in  tutto  17,  e  ci  rappresentano 
schiettamente,  per  quanto  lo  possono  nel  loro  piccolo  numero,  un  testo  greco  proba- 
bilmente perduto,  giacché  per  la  forma  non  hanno  subito  la  sorte  di  quelle  redatte 
da  Prete  Giovanni.  Ecco  l'elenco  di  queste  favole  o  novelle  coi  riscontri  della  ristampa 
ateniese,  o  d'altri  libri,  quando  la  recens.  starkiana  è  insufficiente  : 

1.  L'incanto  per  rubare.  —  Dai  prolegom.  :  v.  la  mia  ediz.  a  p.  318. 

2.  L'eremita  e  il  ladro.  —  Gap.  I:  ed.  Aten.  p.  13. 

3.  Le  scimmie.  —  Cap.  I:  ediz.  Aten.  p.  31. 

4.  //  pittore.  —  Manca  nello  Stark:  cfr.  Directorhmi  p.  99. 

5.  //  lupo  ingordo.  —  Gap.  Ili:  ediz.  Aten.  p.  48. 

6.  La  lepre,  il  topo  e  il  gatto.  —  Cap.  IV  :  ediz.  Aten.  p.  60. 

7.  L'eremita  e  il  becco.  —  Cap.  IV:  ediz.  Aten.  p.  62. 

8.  La  moglie  del  mercante  e  il  ladro.  —  Cap.  TV:  ediz.  Aten.  p.  64. 

9.  Il  dia  colo  v  il  ladro.  —  Cap.  IV:  ediz.  Aten.  p.  64. 

10.  //  legnaiolo  e  la  moglie  infedele.  —  Cap.  IV:  ediz.  Aten.  p.  65. 

11.  //  barro.  —  Cap.  VI:  ediz.  Aten.  p.  77. 

•  ohi','  naturale,  al  Bandini.  Dea-li  altri  il  più  antico  è  il  vatic.  x07  in  pergam.,  con   queste  indica- 
zioni di  tempo  : 

"{-  "Exovg  QTtp^s 

N B:  —  è'rovg  Qtxfid 

[?] 

È  un  cod.  miscellaneo,  disgraziatamente  acefalo,  poiché  il  libro  dello  Stephanites  che  è  il  primo 
a  comparire,  comincia  col  cap.  II,  §  LXX.  (Per  questa  divisione  in  paragrafi  mi  riferisco  alla  tavola 
che  può  vedersi  nel  §  3  di  questa  Memoria).  Poco  più  giù,  dopo  il  f.°  8,  è  mutilo  fé  inserita  nel 
end.  una  serie  di  carte  in  bianco),  e  così  perdiamo  tutto  il  brano  che  va  dal  cap.  HI,  §  LXXXYIII 
fino  al  cap.  IV,  §  C'XII.  Così  il  cod.,  come  la  recensione  lacunosa  che  vi  è  contenuta,  richiamano 
alla  mente  il  laùr.  XI,  14.  —  Il  cod.  vat.  704,  cartac.  misceli,  di  età  più  recente,  è  parimente 
mutilo  per  ciò  che  concerne  lo  Stephanites:  mancano  infatti  le  carte  che  dovevano  contenere  i  seguenti 
brani:  cap.  I,  §  I-§XXVI;  cap.  X,  §  CXXX,  M  fino  alla  fine.  Per  comodo  poi  di  coloro  che  vor- 
ranno studiare  questo  codice,  avvertirò  che  i  suoi  quaderni  sono  legati  male,  e  che  le  pagine  dovreb- 
bero seguirsi  in  questo  ordine  : 

190tó-197£;  182rt-1894;  174a-181i;  198«-205ì. 

Il  cod.  Leid.  Bon.  Vulc.  93,  cartac.  misceli.,  ha  questo  di  particolare,  che  una  buona  parte  di 
novelle  sono  in  esso  scritte  di  una  mano  più  minuta  in  margine  e  in  alcuni  spazi  lasciati  vuoti  per 
figure.  Il  testo  vero  e  proprio  ci  presenterebbe  una  recensione  lacunosa,  press'a  poco  come  lalaur.  XI,  11 
e  vat.  867.—  Per  ultimo  il  cod.  Barber.  I,  172,  cartac.  di  età  abbastanza  recente,  scorrettissimo  nell'orto- 
grafia, presenta  una  recensione  affine  alla  Leidense,  meno  che  le  favole  marginali  di  questa  sono 
state  inserite  nel  testo  nei  punti  stessi  dove  nel  leidense  è  una  chiamata.  La  recensione  barberina 
sembra  dunque  a  prima  giunta  derivare  dalla  leidense.  Nel  cod.  barb.  sono  lasciati  inoltre,  come  nel 
leid.,  degli  spazi  vuoti  per  figure,  alcune  delle  quali  vi  sono  infatti  malamente  abbozzate.  Quanto 
alla  singolare  recensione  contenuta  in  questo  cod.,  come'  nel  leid.,  avremo  occasione  di  parlare  più 
oltre,  verso  la  fine  delle  nostre  ricerche. 


—  118  — 

12.  //  serpe  e  la  cagna.  — ■  Cap.  VI:  ediz.  Aten.  p.  77. 

13.  Il  Re  e  gli  otto  sogni.  —  Cap.  VII:  ediz.  Aten.  p.  78. 

14.  Il  topo  e  la  gatta.  —  Cap.  Vili:  ediz.  Aten.  p.  87. 

1 5.  //  ■pappagallo.  —  Cap.  IX  :  ediz.  Aten.  p.  90. 

16.  /  quattro  viaggiatori.  —  Cap.  XII:  ediz.  Aten.  p.  104. 

17.  L'uomo  ingrato.  —  Cap.  XI:  ediz.  Aten.  p.  101. 

Ma  senza  tener  conto  di  tutte  quelle  recensioni  dello  Stephanites,  delle  quali  io  non 
ho  una  esattissima  cognizione;  che  sarebbero:  1°  quella  rappresentatami  dallo  slavo 
di  cui  v.  sopra  ;  2°  quella  rappresentatami  da  Prete  Giovanni  ;  3°  un'  ultima  rappre- 
sentatami dalla  silloge  sopra  descritta  :  senza  tener  conto  neppure  di  qualche  estratto 
dai  codd.  parigini,  favoritomi  dal  prof.  Teza,  nonché  di  abbondanti  estratti  da  quattro 
codici  oxfordiani  cortesemente  inviatimi  dal  eh.  sig.  G.  R.  Scott;  senza  tener  conto 
dunque  di  tutto  ciò  che  mi  può  bensì  fornire  un'  idea  di  altre  recensioni  del  libro, 
ma  soltanto  fin  qui  un'  idea  approssimativa  e  punto  esatta  :  tutte  quante  le  ricerche 
che  ho  impreso  nel  corso  dei  presenti  studi,  si  basano  quasi  esclusivamente  sui  mate- 
riali offertimi  dalle  recensioni  contenute  nei  seguenti  codici  : 

L1  =  Laur.  LVII,  30. 

V1  =  Vatic.  704. 

U   =  Upsalense  (Aurivillius). 

A   =  Amburghese  (Stark). 

P   =  Allacciano  (Possino). 

G   = Del  Governo  de'  Regni. 

L2  =  Lam.  XI,  14. 

V!  =  Vatic.  867. 

L   =  Leidens.  Bon.  Vulc.  93. 

B   =  Barberino  I,  172. 
Quando  io  ebbi  dapprima  ridotto  nelle  mie  mani  questo   materiale,   suftì  cicute   allo 
scopo  che   mi  proponeva ,  incominciai  tosto  le  mie  ricerche  formulandomi  uettameute 
queste  due  distinte  domande: 

1°  Tra  le  recensioni  greche  che  io  ho  sott'  occhio,  ne  esiste  ima  che  sia  o. 
press'a  poco,  rappresenti  il  prototipo  di  tutte  le  altre,  e  ci  renda  perciò  più  da  vicino 
l'opera  di  Simeone?  E  se  non  esiste,  qual  via  possiamo  tenere  per  ricostruirla? 

2°  Quale  recensione  araba,  o  tuttora  esistente  o  perduta,  ci  vien  rappresentata 
dalla  traduzione  del  maestro  antiocheno? 

Alla  seconda  di  queste  due  questioni  non  ho  potuto  ancora  rispondere,  giacché 
troppo  scarsi  sono  i  materiali  fornitimi  dalle  recensioni  arabe  conosciute,  pochissime 
in  confronto  del  numero  di  quelle  che  ancora  potrebbero  trarsi  alla  luce  :  ho  dunque 
impiegato  tutte  le  mie  cure  per  rispondere  alla  prima,  che  più  si  contiene  nei  limiti 
della  letteratura  greca,  e  per  la  quale  m'è  parso  di  essere  abbastanza  fornito  di  cogni- 
zioni e  di  materiali.  Prima  per  altro  di  dar  principio  alle  mie  ricerche,  sentii  il  bisogno 
di  stabilire  alcuni  criteri  generali,  utili,  anzi  indispensabili,  perchè  quelle  (malgrado 
le  non  piccole  difficoltà  che  ci  presentano)  potessero  procedere  regolarmente  e  riuscire 
ad  im  resultato  attendibile.  Questi  criteri  sono  da  me  brevemente  esposti  nel  seguente 
paragrafo. 


—  119  — 

§  2. 

Per  descrivere  le  successive  trasformazioni  alle  quali  andò  soggetto  il  libro  dello 
Stephanites,  era  naturale  ohe  io  non  mi  limitassi  a  notare  luogo  per  luogo  le  diver- 
genze del  testo  presentateci  dai  diversi  codici,  seguendo  l'ordine  del  libro  stesso.  Siffatto 
lavoro,  cbe  non  differisce  in  sostanza  da  ima  diligente  collazione  delle  varie  recen- 
sioni l'ima  sull'altra,  era  certamente  indispensabile,  ma  soltanto  preparatorio  e  del 
tutto  insufficiente  a  raggiungere  lo  scopo  che  mi  son  proposto  coi  presenti  studi.  E 
dii'at  i  mio  scopo  precipuo  è  quello  di  porre  sott'  occhio  del  lettore  come  un  quadro 
dal  (piale  risulti  per  quali  tramiti  sia  passato  il  libro  dello  Stephanites  prima  di 
giungere  al  punto  in  cui  lo  vediamo  attualmente,  prima  cioè  di  assumere  gli  svariati 
aspetti  sotto  i  quali  esso  ci  si  presenta  nei  codici  che  possediamo.  Evidentemente  con 
ciò  vengo  a  raggiungere  anche  un  secondo  fine,  che  è  quello  di  rintracciare  e  rico- 
struire per  quanto  è  possibile  un'antica  recensione,  dalla  quale  sarebbero  derivate 
gradatamente  quelle  che  possediamo,,  una  recensione  prototipo,  che  non  dovrebbe  esser 
molto  lontana  dalla  versione  di  Simeone  di  Seth,  o  almeno  a  questa  più  vicina  che 
non  alcuna  di  quelle  realmente  esistenti. 

Questo  concetto,  come  ognun  vede,  parte  dal  supposto,  che  le  recensioni  esistenti 
delle  quali  ho  dato  superiormente  (§  1)  l'elenco,  non  debbano  considerarsi  che  come 
altrettante  trasformazioni,  rifacimenti,  e,  se  si  vuole,  corruzioni  di  un'  unica  versione 
originaria  dall'arabo,  quella  di  Simeone  ;  sott'  altre  parole,  che  le  recensioni  esistenti 
abbiano  tra  di  loro  un  vincolo  così  stretto   di  parentela,  che  a   spiegarne  la  forma- 
zione bisogni  ricorrere  ad  un  unico  principio  genetico.  Un  tal  supposto  poi  è  nel  suo 
fondamento  pienamente  accettabile,  perchè  le  recensioni  che   conosciamo,   presentano 
una  forma  esterna  talmente  analoga  da  allontanare  qualsiasi  dubbio  sopra  una  diversa 
loro  provenienza,  sópra  la  derivazione  cioè  da  diverse  versioni  dall'  arabo.    Per  altro 
tutto  ciò  non  è  ammissibile  se  non  dietro  una  riserva  di  qualche  valore,  che  cioè  la 
legge  naturale  che  governerebbe  lo  sviluppo  genetico  del  testo,  da  Simeone  alle  recen- 
sioni attuali,  possa  venire  a  quando  a  quando  perturbata,  o  per  nuova  influenza  eser- 
citata dall'  arabo  o  da  altre  estranee  versioni  sul  testo  greco  in  uno  qualunque   dei 
gradi  del  suo  sviluppo,  oppure  per  uno  scambio  di  elementi  (interpolazioni  ecc.)  da 
una  serie  all'altra  di  codici.  Il  secondo  di  questi  casi,  che  del  resto  si  verifica  comu- 
nemente nella  tradizione  delle   opere  manoscritte,  quanto  specialmente  abbia  valore 
per  lo  Stephanites.  può  di  leggieri  comprendersi  da  chi   tenga  d'occhio  il  carattere 
particolare  di  quest'opera.  Trattasi  di  un  libro  popolare,  molto  ricercato,  molto  letto, 
mi  cui  ognuno  poteva  naturalmente  esercitare  il  proprio  criterio  modificando,  rifacendo, 
mutilando  a  bell'agio  secondo  le  proprie  tendenze,  i   propri   sentimenti:   è   naturale 
quindi  che  in  esso,  come  le  lacune,  le   trasposizioni   ecc.,  così   le   interpolazioni,   le 
note  marginali  (in  un  codice  da  un'  altra  serie  di  codici)  debbano  attendersi  in  mag- 
gior numero  che  altrove.  Ma  una  volta  accettata  una  cotale  riserva,  risulta  evidente 
la  possibilità  che  una  recensione  qualunque,  per  esser  classata  convenevolmente,  non 
debba  considerarsi  come  un  tutto  organico  indissolubile,  ma  come  un  aggregato  risul- 
tante di  parti,  ognima  delle  quali  ha  una  propria  storia  e  perciò  deve  essere  ascritta 
a  un  punto  diverso  della  scala  genetica.  Il  cod.  laur.  L VII,  30,  oltre  al  testo  dello 


—  120  — 

Stephanites,  contiene  anche  due  prolegomeni  :  è  forse  necessario  che  essi  spettino  cosi 
organicamente  al  restante  del  libro  per  modo  che  al  libro  e  ad  essi  debba  assegnarsi  il 
medesimo  grado  genealogico?  Posto  che  essi  in  quella  recensione  sieno  stati  aggiunti 
posteriormente,  la  storia  delle  loro  modificazioni  non  ha  nulla  che  fare  con  quella 
delle  modificazioni  subite  dal  rimanente  del  libro.  E  se  questo  può  dirsi  dei  prole- 
gomeni, potrà  anche  a  buon  dritto  affermarsi  per  una  quantità  di  novelle,  quando  si 
provi  che  esse  sono  state  interpolate.  Per  tali  considerazioni,  credo  innanzi  tutto  neces- 
sario questo  lavoro:  vedere  cioè  dove  debbano  farsi  questi  tagli  in  ciascuna  recensione 
cercando  di  quante  parti  congiunte  insieme  e  provenienti  da  diversa  sorgente  essa 
risulti;  affinchè,  fatte  le  necessarie  distinzioni,  ci  sia  concesso  per  ultimo  di  fissare 
una  tavola  genealogica,  quale  la  desideriamo. 

§  3. 

Perchè  l'esposizione  delle  mie  ricerche  riesca  più  esatta,  e  allo  stesso  tempo  perchè 
sia  possibile  in  ultimo  la  compilazione  di  una  tavola  che  ci  ponga  sott'  occhio  con 
una  serie  di  cifre  le  modificazioni  subite  dal  libro  da  Simeone  fino  alle  forme  sue  più 
recenti  ho  pensato  di  distinguere  tutto  quanto  il  libro  in  paragrafi  adoperando  il  se- 
guente artificio.  Per  mezzo  delle  ricerche  le  quali  ora  andrò  esponendo  ,  ho  rico- 
struito una  recensione  S  prototipo  di  tutte  le  recensioni  da  me  studiate,  e  questa 
recensione,  che  confido  di  dar  presto  alla  luce,  ho  distinto  in  paragrafi  designati  con 
numero  romano.  Questa  distribuzione  in  paragrafi  è  regolata  secondo  il  senso,  in  modo 
che  con  essa  ciascuno  r<u~ji«  del  libro  risulta  alla  sua  volta  come  diviso  in  tanti 
capitoletti,  ognuno  dei  quali  dà  un  senso  compiuto.  Tutte  queste  divisioni  sono  state 
da  me  riportate  dalla  recensione  prototipo  S  su  ciascuna  delle  recensioni  derivate  effet- 
tivamente esistenti,  e  i  paragrafi,  cosi  risultanti,  di  queste  ho  designato  con  cifra  araba. 
Naturalmente  i  numeri  romani  di  S  non  coincidono  sempre  colle  cifre  arabe  di  eia- 
scuna  recensione  derivata  da  S,  sia  perchè  in  S  sono  brani  perduti  in  alcuna  delle  recen- 
sioni derivate,  sia  perchè  in  .queste  sono  aggiunte  o  interpolazioni  posteriori  che  non 
spettano  all'opera  originale  S,  sia  finalmente  perchè  l'ordine  di  alcuni  paragrafi  delle 
recensioni  derivate  ci  si  manifesta  invertito  e  confuso,  quando  si  paragoni  con  quello 
che  risulta  dalla  recensione  prototipo.  Talora  poi  di  un  paragrafo  di  S  non  su 
o  in  tutte  o  in  alcune  delle  recensioni  esistenti  che  una  parte,  o  se  esiste  tutto  quanto, 
è  stato  però  spezzato,  e  le  varie  parti  trasposte:  in  questo  caso  ho  diviso  il  paragrafo 
di  S,  romano,  in  sezioni  designate  con  lettere  A,  B,  C  ecc.,  ad  ognuna  delle  quali 
fa  corrispondenza  una  cifra  araba  delle  recensioni  derivate.  Ne  consegue,  che  dal  con- 
fronto dei  muneri  romani  cogli  arabi  si  acquista  un  concetto  sulle  relazioni  delle  di- 
verse recensioni  tra  loro  e  di  queste  colla  recensione  prototipo;  e  che  quanto  più  la 
numerazione  araba  di  una  recensione  si  uniforma  a  quella  romana  di  S,  tanto  piti 
quella  recensione  è  vicina  all'opera  di  Simeone  e  quindi  meno  corrotta  delle  altre.  — 
Nel  seguente  prospetto  io  do  la  numerazione  progressiva  in  cifra  araba  dei  paragrafi 
nei  quali  va  divisa  la  recensione  A(mburghese).  l'unica  a  stampa:  e  perla  i  (azione 
mi  valgo  della  ristampa  ateniese  del  Typaldos  anziché  dello  Stark  più  raro  e  perciò 
accessibile  agli  studiosi.  Accanto  alla  numerazione  in  cifra  araba  della  ceceri 
sione  A  ho  posto  la  cifra  romana  di  S;  affinchè  m'Ho  stesso  tempo  che  do  la  divisione 


—   121   — 

di  A  in  paragrafi,  il  lettore  acquisti  subito  anche  un'  idea  del  valore  di  A  rispetto 
ad  S,  ed  inoltre  perchè  prenda  cognizione  di  S  stessa,  al  quale  ultimo  scopo  ho 
aggiunto  quei  paragrafi  in  romano  di  S,  che  non  compaiono  in  A.  I  paragrafi  poi 
di  A ,  in  cifra  araba ,  che  non  hanno  riscontro  in  un  numero  romano  e  che  ho  chiuso 
in  parentesi  quadre,  designano  brani  aggiunti  in  A ,  che  non  si  riscontrano  in  S ,  e  che 
debbono  quindi  riguardarsi  come  posteriori  interpolazioni.  Ho  distinto  finalmente,  in 
questo  prospetto,  tutti  quanti  i  paragrafi  di  A,  e  respettivamente  di  S,  in  tanti  gruppi, 
che  ne  comprendono  un  numero  più  o  meno  abbondante;  e  ciascuno  di  questi  gruppi 
ho  designato  con  lettera  latina  maiuscola.  Queste  lettere  maiuscole  vanno  secondo  l'or- 
dine di  S  e  quindi  dei  numeri  romani,  per  modo  che  il  lettore  seguendo  l'ordine  di 
questi  numeri,  e  perciò  delle  lettere  latine  maiuscole,  riesce  ad  acquistare  notizia  della 
recensione  S  ;  seguendo  invece  la  numerazione  araba,  ha  l'ordine  con  cui  si  susseguono 
i  paragrafi  in  A:  e  per  ultimo,  paragonando  le  cifre  arabe  colle  romane  e  colle  let- 
tere maiuscole,  ha  un'  idea  delle  divergenze  di  A  da  S,  e  quindi  del  valore  di  A  ri- 
spetto al  suo  prototipo  S.  Lo  studioso  che  voglia  tenermi  dietro  nelle  ricerche  che 
sono  per  fare,  dovrà  in  primo  luogo  riportare  sul  suo  esemplare  della  ristampa  ate- 
niese la  seguente  divisione  in  paragrafi  con  cifra  araba  di  A,  unendovi  i  numeri  ro- 
mani di  S;  in  secondo  luogo  dividere  i  gruppi  dei  paragrafi,  designando  ciascuno  di 
essi  gruppi  colle  sottoindicate  lettere  maiuscole;  infine  aggiungere  i  numeri  romani 
dei  paragrafi  di  S  che  non  compaiono  in  A ,  e  chiudere  tra  parentesi  quadre  quei  pa- 
ragrafi di  A  che  non  hanno  riscontro  in  un  numero  romano  e  quindi  in  S,  paragrafi 
che  originariamente  non  appartenevano  allo  Stephanites.  Senza  tener  sott'  occhio  un 
testo  dello  Stephanites  munito  di  siffatte  indicazioni  precise,  il  lettore  potrà  ben  farsi 
un'  idea  generale  dei  miei  studi .  ma  non  potrà  acquistarne  una  tanto  adeguata  da 
poter  giudicare  del  valore  di  essi. 


RISTAMPA  ATENIESE  DEL  TYPALDOS 


A 

1 

I 

3,  7 

II  rtòr  'lyd'uìt'  Bc«st'/.ivg. 

2 

II 

8,11 

Aayerai,  lag  sfinoQÓg  zig. 

o 

III.  A 

4.1  S 

Kilt   ó  riQtòxog  avzwv. 

B 

— 

III.  B 

— 

_              _              _              —              — 

— 

IV 

— 

—              —              —              —              — 

C 

4 

V 

1.21 

HavreXel  ó'ì  ànonitt  <i  rcivQog. 

5 

VI 

4,29 

diijye  <ft  nXrjalop  aviov. 

6 

VII 

5,  7 

JlaQtjaav  dì  èxeìae. 

7 

VIII 

5,20 

Aiytna  yùg,  ojg  ni&ijxóg  Tig. 

8 

IX 

5,28 

'ì  tiì  'l/ii^.iTì/i.  "Eyyaiv,  tprjaiv. 

|i 

X 

8,26 

'o  iff  'l/i-i/z-tin^  ev&é(os  dneì.&tói'. 

lo 

XI 

10,21 

Aéyerat  yàg,  (àg  ùXainijS  rtg  iteivojgc-- 

11 

XII 

11.  1 

Totovróv  r<  xtii   ijutì'g. 

12 

XIII 

il.  r> 

I'nì   ih'    ùneXd-óvioS   rriì/.rg  xc.iO.ujie. 

13 

XIV 

11,18 

li  tic.  xc.'t  là  roit'.ÌTc.  Xoyi^ofiévov. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  la,  Voi.  II.  Parte  I1.  16 


—  122  — 
RISTAMPA  ATENIESE  DEL  TYPALDOS. 


14  XV  12,  1  '0  oin'    l/i'i, ■i-é.rtjs  ùntXfhojv  nqóg. 

15  XVI  12,11  kuì  6  fàuni  tovto  ìSiàv  ivftevuif. 

16  XVII.  A  12,16         "Oneq  ìd'ù"  ó  'l/i'ifMati;  ècffróvijoe. 


XVII,  B 


XXIV,  A 


17  XXIV.B  12,21  BovXofiai  ovv  ànoxaxaaxaSijvtti,. 

18  XXIV,  C  12,21  Kc.ì    tu  idi'  (dna   nòe  xuxàv. 


_  [i;;n  [13,17  Etra  rrpo\-  rovroig  ìcpr\  ó  Szerpavixrjs]. 


20  XVIII  13,19  Aéyexai  yàq,  wg  day.ijrfi  rivi   Sé&oxc 

21  XIX  13,25  K«ì  f'e  nò  óitàxsiv  avxòv,  óqù. 

22  XX  1". .".ii  Kurdlu^LÒi-  (fi   trpi  nófav  vvxxóe. 

23  XXI  14,12  Eysq&el;  dà  r>;  ih',;  xatéXvaev. 

24  XXII  15,14  II  (fé  naozQumòs  ti)v  éavxijg. 

25  XXIII  15,24  'Ecpt]  (ft  ó  ùax>ìJì]i  •  JoxeTg. 


[261  —  [16,  1  Eira  tpipti  nqòs  avrò»  è   l/'i,'/..  | 


H  27  XXV  16,  3  Asyetai  yàq,  tàs  xóqaS  ri;. 

28  XXVI  16,12  Aéyexai  yàq,  ws  xvxvos  ne. 

29  XXVII  17,17  Ila  tovto  ovi'  coi  rwif  erprjv. 

30  XXVIII  17,26  ravza  aoi  óii'p.lhoc.  <u  TpiXe. 

31  XXIX  18,   2  liior  yàq   ti?  ioxii   /AoijCpóqoi'. 

32  XXX  19,  8  0  &i  SxeTpavixrjs  tinti-  Et  òvvasai. 

33  XXXI  19,13  Od  pErn  7ioM«s  /ore  ^ue'pas  i/.Vjr. 
31  XXXII  20.21  Aéyerm  yàq  <òg  te  xwi  fopvrjdiw. 

35  XXXIII  21.12  '0   efè   >.tW  fff,  -"K/eiue  <7oy  tò   ini'nlnyiii 

36  XXXIV  22,19  #S-«ìp  ;'«<?  ri?  fefiviotg  nede. 

37  XXXV  22.27  Et  oir  av  ròe  tavqov  ov  q>opì). 

38  XXXVI  23,25  KaxaXafìiòv  ovv  »    l/n/Mai,;. 

39  XXXVII  25,11  ìiyetm  ;•('»■  o>s  **'""'  «?• 
IO  XXXVIII. A      27.11  liSoixa  yovv  xàyiò  ai]. 


XXXVIII,  I! 


|,  ||  XXXIX  li         27,26  "Jxovaov  di  uov  eovo'Cxoixaxu  aoi. 


k"  12  XXXIX.  \  27,31  li -un   yàq.  mg  ir   un    atyiceho. 


I j. . -  |:;  XXXIX, Bl,is      2s.ll  0  yàq  in]  àxovu>p  rov  evvoixàg. 


M  II  XL  28,15  léysxm  yàq,  ùg  è'e  un  :u,y;,   vfjxxui. 

I.-,  xLl  29,  i.        '"  •'    i;/z' .'ì'   .•'  /'<■  ■  "i:.yi-ior  <!  ìéysig. 

li;  \I.II.A  29,27  7'«ùr«  ovv  à ...•  .';,/.'*. .r  <foi,  i'i/«. 


—   12:; 


RISTAMPA  ATENIESE  DEL  TYPALDOS 


IT  XI.II.B  29,29  Hai   ó  ravgog  ■  ov'%  o'vTiog  ùvcaSiSg. 

48  XLIII  30,   3  V.inc  iìaìf/.&sv  ó  zavgog  ngóg. 

\'.i  XLIV  30,   S  lìagiòv  dì  z>;vixavTa  i>  Zxecpavixqg. 

50  XLV  31,  7  Aiyettu  yàg,  ùig  xwes  nOhpeot. 

51  XLVI  31,21  AXXà  xaì  ai,  ti)  novijgiu. 

.")■_'  XLVII  31,23  Aéysxai  yàg,  mg  novrjgóg  zig  àyjjg, 

53  XLVIII  32,22  Aéyexai  yàg,  (òs  xvxvog  tu  tv  tivt. 

."il  XLIX".  A  ".'..  il  Toixóv  ani,  ai  xixvov,  eìgijxa. 

55  XLIX.  B  33,  8  0  dì  viòg  aùxov  ecprj. 

56  XLIX. ('  33.10  TleieMs  dì  ri»  raù,  àneì.3iav. 

57  L  33,22  Eyaì  uìv  yàg  usi  aov  tì)v  y'kiàxxav. 

58  LI  33, 20  Aéyexai  yàg,  alg  s/nnogóg  Ttg. 

59  LII  34,15  Ourtos  £t<   zt!t   <xii  xazuio-yvvdija^. 

60  LUI  34,29  Tovxuiv  dì  'Aiyouiviov  usxul-v. 


61 

LIV 

35,    1 

OvXùig   air.   l'ifij   o   ifiXuaoopog 

62 

LV 

35,  9 

0  ài  paaiXevg  za}  opiXoaóqpm  icpi;. 

63 

LYI 

35,12 

Meni  trjv  xov  xavgov  àvatgcaiv. 

64 

IATI 

35,20 

Il/u'ntig  de  yei'ouei'i/g.  àwixsxo. 

65 

I.  VIII.  A 

36,27 

Tavxa  o  Xétov  axovaag. 

N 

— 

LYIII,B 

— 

—                               —              —              _ 

— 

LIX.A 

— 

—              —              —              —              — 

— 

LIX,  B 

— 

—              —              _.              _              _ 

0 

66 

LX.  A 

37,23 

Taf  yàg  9-àvaxov  ov  àì'doixa. 

67 

LX.B 

37,27 

YnoXaftuìv  de  zig  xiòv  axgaxwxàv. 

68 

I.XI 

39,  5 

nnooizag'tv  ovv  ò  Xéiav. 

69 

LXII 

39,10 

Nvxzòg  de  o  ZzecpavtTijg  TictQaysvófj.evog. 

70 

LXII1 

39,26 

Tore  ó  Sxczpavixi,g  ncgÌÀvriog. 

71 

TXIY 

39,28 

Tij  dì  ènavgiov  6  Xéiav. 

72 

LXV 

40,11 

Aéyexai  yÙQ,  log  ìazgóg  zig. 

73 

LXVI 

40.20 

Ovzojg  ovv  o  notiòv  xià  Xèyoìv. 

74 

LXVII 

41,  ii 

Aàyexai    yàg,  (óg  dito  yvvaìxeg. 

75 

Lxvni 

41,13 

Ov'xaig  ovv  xaì  av,  ai  nguixouàyeige. 

76 

LXIX 

41,17 

Kaì   èarjjxel<ó!h]   èv  ygamrf   ti:  Tìjg  àlxqg. 

77 

LXX 

41,24 

Eiza  xaì   uìd-ig  nugéoTi}  ti»  dixaazrjgiia. 

78 

LXXI 

42,15 

Aéyexai  yàg,  o'jg  legaxàgióg  Tig. 

79 

LXXII 

43,  6 

OvTiog  àga  xceì  vueìg  mia  saite. 

80 

Lxxm 

43,15 

Eira  ó  (fù.óaotfog  cine  '  ZxonrjTÉov. 

81 

LXXIV 

43,20 

'O  dì  BaacXevg  topi]  -"Eyviov  tu  zoictvza. 

82 

LXXY 

43,25 

Aéyexai  yàg.  lag  'év  zivi  yiógoi  zónog  tjv. 

83 

LXXVI 

44,23 

'HxoXovftet  de  aga  ó  xógag~. 

84 

LXXYII 

45,24 

'Idlàv  ovv  ó  xóga'g  tò  TigaySév. 

85 

LXXYIII 

47,13 

Mezà  dt  Tivag  rjfxégag  'éqptj  6  xÓQctg~. 

86 

LXXIX,A 

47,31 

'Eyiò  t>}v  rrgoiriji'  cnot>;o<iu>jv  o'ixijijir. 

87 

LXXIX.B 

48,  7' 

0  de  gù'og  cv9vg  ìJqszo  zì)v  aìxiav. 

88 

LXXX 

48,15 

Mia  tiòi'  •quegùv  èyaì  xaì  xivbs  à'Ù.oi. 

89 

LXXXI 

48,24 

Aéysxai  yàg,  ióg  thjgevxtj;  Tig  è!;rjX&e. 

90 

LXXXII 

49,  6 

Ovxaig  tega  xaì  oi  nXsovéxxat. 

1J4  — 


RISTAMPA  ATENIESE  DEL  TYPALDOS 


ni 

LXXXIII 

49,18 

!I2 

LXXXIV 

50,25 

93 

LXXXV 

51,20 

Ol 

LXXXVI 

52,20 

95 

LXXXVII 

53,  8 

96 

LXXXVIII 

53,29 

97 

LXXXIX 

55.  0 

98 

XC 

55,11 

99 

XCI 

55,15 

100 

xcn 

58,10 

101 

XCIII,  A 

58.1:: 

102 

XiTII.B 

58,21 

in:: 

XCIII.  i' 

58,22 

mi 

XCIV 

58.30 

105 

XCV.A 

HO.  10 

106 

XCV.B 

00.17 

in? 

X( 'VI 

60,23 

108 

Xi'VII.A 

01.17 

109 

\<  VII,B 

61,20 

110 

X( 'VII,  C 

61.21 

111 

XCVII.  D 

01.28 

112 

xcvin.A 

62,  4 

li:! 

Xi' Vili,  B 

02,  0 

114 

XCIX 

02.  0 

115 

C,  A 

02.10 

in; 

C,B 

02,21 

117 

CI 

62,29 

118 

cn 

01.11 

110 

cui 

01.25 

120 

CIV 

01.00 

121 

CV.A 

05.2:: 

122 

CV,B 

05.20. 

1 2:'. 

cv.c 

65,28 

124 

evi 

65,31 

125 

i'\TI,  A 

67,  5 

126 

(VII.B 

07.  7 

127 

CVH.C 

07.  0 

128 

l 'Vili,  A 

67,14 

120 

r\iil.i; 

07.20 

130 

cix 

68,  2 

13] 

ex 

69,  3 

132 

CXI 

00.  7 

133 

cxn 

69,25 

i:;i 

cxrn 

7o.l:; 

i  :::, 

<'\i\.  \ 

70,26 

Oliti»  xaì   ó  fiìg  ovrog  6  ùvunSi];. 
Tavtct  &t,aXoyù£óu£vog  sìiìov  ròv  \èvnv. 
Il  ó'i  /('/mi')]  ìmoXafSovgci  sìnsr. 
Taira  xal  rovroig  naounXrjaia. 
Hotc   •yoiv  ó  y.Óquì-,  ó  fiig. 
'itfóvies  de  ó  xÓQag,  6  ftvg. 
Mera  raira  <fs  ó  lìaaiXsic. 
As'ysrca  yàg,  (Jff  Ij»   rii'i  oqsi. 
EioUsi'  és  6  tiò>>  xoqÙxwv  pcotXsig. 
l'eira  axoioag  ó  JaotXsrg. 
Asysrai  yào.  un   nsrsii'iùr  nnzs  yévog. 
Di'   divarili  ti   Tiòi'  TiTi'ii'ùiv  avttà. 
Kaì   yào   ó   IlaaiXsig.   si  ri/oi. 
Aéyerca  iig  yrore  ùvou^nìa. 
Taira  vjùv  disiijX^ov  dia  ri)v. 
Kaì   uri   ni  divorai   rig  nooosyyiaai. 
Ili'  nXrjoiop  rinìg  ds'vdoov  ini}. 
Kaì   iovtov  ròv  uv&ov  s'/.sèa  vuty. 
Taira   axtiioav  rù   rtòv  7iTitvtiiv. 
Kad-aiQtj&eTaa  ds  >)  yXaì'g  sìne. 
Kaì   yào   rò  nifi   ofle'vvvot   tò   idioo. 
0  ds  paoiXsig  erptj  "Eyvto. 
Kafrà-iSQ   suiy/avifiavrn   xai   urie. 
Asysrai   yàn.   lig  àox.rj^g   qyógaoe. 
Tavxt]v  n]v  naoafJoXiji'  dce^elijy. 
Koivio  oiv  ovuifinov  sì  vai. 
iVwxròff  dì  a!  yXaixsg. 
Asysrai  ya.o.  ws-  eunoQÓg  re  yrjpatóg. 
"AXXog  ds'  rig  rrntoroovutiovXog. 
Aiytiai  yàn,  tóg  àaxijijg  rig  si/s. 
Taira   vuìv  st:inv.   tir.   yvtìiri. 
0   ds   ri]i'   arainsoiv  armi  ffvufìoXsvtXttg. 
0  yào  sicfnoviòv  ov  morsisi. 
Asysrai   yào.  tóg   rs'xrtov   rig. 
l'ai  a':  aot  ò'iiXHov.  ai  ISaaiXsi. 
'()  ds  paaiXevg  rtòv  yXavxiùv. 
0  dì  xrjv  àvaìnsaiv  avtov  <Ti -uior'/.n mi . 
lionato   ovv   ii  xóoai  raìg  y'Aavt'i. 
'  I /.'/.'  sii   rò   àii/aìiir  ttov  nXàaua. 
Asysiai.  lag  ttaxtjTtjg  rig. 
AXXà   rairà  ohi   Stprjv,   là    liaaiXsi. 
I)  u*ì   xiior.i  iusvs  xaravouiusvog. 
kaì  stfi,  noie  tòv  xÓQttxa. 
Aiysrai  yàto,  tóg  òtfig  zig. 
niiio  xàytò  i)ià  rotovrov  xu'kóv. 


CXIV.B 


125  - 


1,'ISTAMPA  ATENIESE  DEL  TYPALhos 


I 


136 

CXIV.C 

71,17 

137 

CXIV,  D 

71.22 

138 

cxv 

72,  2 

139 

(XVI.  A 

72,  6 

140 

CXVI,  B 

74.31 

111 

CXVH 

75,  2 

142 

CXVIII.jA 

76.15 

143 

('XYIII.B 

76,16 

ni 

< 'XVIII,  C 

76.18 

145 

('XIX 

76,22 

146 

('XX 

76,26 

117 

CXXI 

77.  6 

148 

CXXII 

77,24 

ll!t 

CXXI  II 

78,  6 

150 

CXXIV 

78,  9 

151 

cxxv 

78,17 

152 

CXXVI 

83,  1 

153 

OXXVII 

83,12 

154 

CXXVIII 

83,14 

1.-,:, 

('XXIX.  A 

83,19 

156 

('XXIX.  I! 

sii. 23 

157 

< 'XXIX,  e 

83,28 

158 

CXXIX.D 

86,27 

159 

CXXIX.E 

87,  3 

160 

cxxx 

s7.Hi 

161 

CXXXI 

87,21 

162 

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90,  2 

li;:; 

cxxxni,A 

ili»,  5 

101 

(.'XXXIII.  Il 

01,27 

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CXXXIV 

:  11.25 

imi 

CXXXV.A 

94,30 

1(17 

CXXXV.B 

95.    1 

108 

cxxxv.c 

95.15 

16!) 

(XX.XV.D 

95,17 

17u 

( 'XXXV.  E 

95,19 

171 

CXXXV.F 

95,29 

172 

CXXXV,G 

95,30 

173 

CXXXV.H 

96,  5 

174 

cxxxv.i 

96,11» 

175     • 

CXXXV.K 

97.21 

176 

CXXXV.L 

98,  6 

177 

CXXXV.M 

98,20 

178 

cxxxv.x 

98,28 

179 

cxxxv.o 

99,  5 

180 

CXXXV,P 

99,26 

181 

('XXXV.Q 

99,28 

182 

CXXXV.R 

100,  0 

Kaì   av&tg  etnev  n    BaaiXevg. 
kt'.'r   o   BaffiXevg'    kaì    ti  ani.   mtjffiy. 
()  de   BaavXsvg  ttù  cpiXoaócpta  elnev. 
.liytTtii,  tjg  ni   ni&tjxoi. 
F.£  covro  noii)ato  xaì  nXai'i/hò. 
Aéyexai  yàg,  (oc  toxet  Tìnti  Xétav. 
Tttvta   dtijyijaaui^'.   in  ^eXtóyrj. 
Et'  yào  cnìicn  nnttjaio,  xttQÓ'iag. 
Ovxtag  xaì  ni  xcugov  ifttaìtiuii'ot. 
O  de   BaatXn'g  nò  cpiXooómw  ècprj. 
Aéytxca,  nic  ctf&gconóg  xtg. 
Aéyeica  ;•'<('.  (óg  névrig  rie. 
Etra  ì'rfxf  nataci   ij  tovtov  yvi'ij. 
Oiixiog  ripa  xaì   ni   aTttvtfoi'rtg. 
i)  t)'t   BaaiXevg  ciner. 
Aéytxca  yctQ,  <Jc  n  BaaiXevg  ovxog. 
Aéyexai  yÙQ,  ftic  «qqtjv  xaì  Sfocia. 
Ovzta  xaì  ni  xov  ftvtiov  tir]  xvQievovxeg. 
'EQQÉd-r]  ifi  nciXiv,  tòg  àv&Qionóg  tic. 
kai  ani.  ri  ut'Xti.  ni   BaatXtv. 
Ì2c  tavxce  ijxnvatr  n  BaaiXevg. 
kaì  n   BaatXevg  ngòg  avxóv. 
Kai   ii   BaaiXevg  n  iO.tr  ecprj. 
Ture  óè  eìg  aviòv  n]r  uvtjdvxaxiav. 
t>  di-   BaaiXevg  tòt  cpiXoaócpm  tìntr. 
Aéyexai  yào.  mg  éV  ti  fi   rumo. 
0  dì   BaaiXevg  aji  cpiXoaómoi  tìntr. 
BaaiXevg  tu   lì'irtaxiir  t'xtxt/jTn. 
0  ó't   BaaiXevg  tìnti1'   FJ  uh'  av. 
O  óè    BaaiXevg  naXiv  ttò  tpiXoaócpto  tìntr. 
Eìoijtai,  mg  ti'  Tiri   tónta    'hitg   ng. 
'Etp  '  in   tu   t'iXXa  S-t}(tia. 
Aètav  fiV  tic  rtiir  ihj'iitui'   BaaiXevg. 
Mtyiih]  itnv  i)  ivvaaxeia. 
ktù   ónìuaai  est  BovXouca. 
il  i)è  6tòg  t'pi/'   \qi]  lovg  BaaiXeìg. 
I)  ili   O.òg  t'fiy   Jvn   Ttrt'g. 
li.   ti  ytÌQ  t'/ftotìg  rnv  tgnvataaruv 
0  tft   BaaiXevg  htpi/'    Ti»   òvxi   ovótig. 
"F.Ttong   <ff  i'tftj  •  l'io   ór-ri    orilnc. 
kaì   dieXéyovxo  ovriooì  Ttpòg  ùXXrjXovg. 
IlQoatiuiti'  nì'i'  u  BaaiXsvg. 
Oì'g  àxijxoiùg  u  Xéiav  ài'aiQtUijt'ai. 
kaì   Stì  TteQt  rovrav  ncivxuiv. 
1li>!ttv  ovt>  ntdag,   fi  ni  xartjynnni. 
'H  ov/  ÓQtìg  tùv  yvna  Svia. 
Tavxa  rìjg  /iijTQÒg  xov  Xtnvxng. 


■ì-26  - 


s 

A 

S 

RISTAMPA  ATENIESE  DEI  TYPALDOS 

s 

183 

CXXXVIII.A 

101.12 

0  ó'è  BteaiXevg  nò  (pù.oai<p<$  t'f,. 

184 

CXXXVIII.B 

101,16 

Jeì  xòv  BaaiXéa  sveQyeTsìy. 

185 

CXXXIX,  A 

101,27 

Aéyenct  yàg,  (óg  Mtjviài'  ttveg  Xaxxov. 

186 

cxxxix.r. 

103.  5 

Evoav,  ">  BaaiXsì,  tòv  ànoxrsivctvxa. 

187 

CXL 

104,  2 

0  de   BaaiXti'i  Stprt '  "Eyraii: 

188 

CXLI 

104,12 

E'iQijTut  yùn.  u>g  Ttaauoiì  tweg. 

189 

CXLII.  A 

106,28 

'lì  BaeiXevg  einev.  "Eyviazu. 

100 

CXLII.  B 

107,  4 

Uqsc^uci'os  de  nuhiv  u  tpiXóffocpo;. 

101 

CXLITI 

107,11 

AéyEtai  yÌQ-  o>s  Xéttwà  tig  sire. 

192 

(CXLIV,A 
icXLIV,  B 

108,13 

Eira  ó  wiXóffocpog  tirtf    rw    ìitiatXst. 

R 

193 

CXXXVI 

108,17 

'()  de  BaaiXevg  nò  rpiXoffóipta  tffir 

194 

CXXXVII 

108,26 

Aéyerui  yito  o>g  iv  enijui'i   uri    rróXig. 

T 

10.J 

CXLV 

110.  8 

H  (ff  BaaiXevg  nò  cptXoaóqiio  nHr. 

100 

CXLVI 

110,13 

'H.v  h-  rivi   tónm  Aoxrjtqg  ti;. 

107 

CXLVII 

111.   1 

Aéyetai  yàg,  i»;  xóga£  ng. 

U 



C'XLVIII 

— 

—              —             —              —             — 

— 

CXLIX 

— 

—             —             —             —             — 

V 

lo* 

CL 

111.  8 

Tovró  ani   diiifii,!'.  iva  ;iir 

100 

CLI 

111.17 

Taira  tiniòv  o  aoqò*;  èGiyijae. 

[1] 


§  4. 

Comincio  ora  dal  prendere  in  esame  la  seguente  questione:  —  Nelle  recensioni 
attuali  dello  Stephanites  v'ha  nessun  indizio  che  la  versione  araba  (o  meglio,  una 
delle  recensioni  arabe)  o  qualunque  altra  abbia  esercitato  una  nuova  influenza  sulla 
versione  greca,  sia  quando  ancora  questa  mostravasi  nella  sua  forma  originaria,  sia 
nel  corso  delle  sue  molteplici  vicende  ?  Preme  dunque  di  vedere  se  il  testo  greco  nel 
suo  sviluppo  ha  subito  influenze  che  si  potrebbero  chiamare  esterne  per  rispetto  a 
quelle  che  le  recensioni  greche  poterono  esercitare  tra  di  loro;  perchè,  se  tali  ele- 
menti esterni  effettivamente  sussistessero,  occorrerebbe  innanzi  tutto  distinguerli  e 
sceverarli. 

I  fatti  che  ho  raccolto  in  proposito  non  sono  molti  e  nemmeno  assolutamente 
decisivi  :  tuttavia  ho  reputato  indispensabile  sottoporli  all'esame  dello  studioso. 

Nel  primo  capitolo  del  libro,  dopo  che  è  detto  del  mercante  il  quale  esorta  alla 
buona  vita  i  suoi  figli,  narrasi  che  uno  di  questi  si  decise  di  esercitare  la  professione 
del  padre,  e  che  partì  con  un  carro  a  cui  avea  aggiogati  due  buoi.  Per  la  strada  uno 
di  questi  cade  nel  fango,  e  il  giovane  è  costretto  a  soffermarsi  insieme  coi  suoi  per 
liberarlo.  Ma,  continua  il  testo  greco  §  III,  A,  Si'  "jv  vrcéav^  §(av  éfacófisvóg  /.•■ 
xal  àvdsXxófxsvog,  dionea;  xarsXsi<fd-t],  niqairtQm  .ronywijtì'r    in]    Svvàfisvog.   *** 


t;  V:  Sai  navxsXsì  <Svti%e-d-£Ìs  c'mooùt  xià  rjgéfiu  {iitòiauc.  nsSCov  evqi  ■/}.<> tt<jootn 
xià  vàatàSeg,  ti  rp  xdì  filmi-  Siairtófievog .  ov  noXv  òt  io  év  uiain  xaì  rcavv  tiru- 
yj'v!}ié  xuì  tXirrùr!)^  xià  '^q'Saio  roìq  xiouaiv  trjv  yi]r  xaioovaaiiv  xaì  (léya  itrxu- 
a'àm.  Tutte  le  recensioni  greche  che  io  conosco,  hanno  una  lezione  analoga  alla  pre- 
sente, che  ho  tratta  da  L1,  salvo  la  versione  Bel  Governo  de'  Regni,  la  quale,  dove 
io  nel  precedente  testo  greco  ho  segnato  di  asterischi,  aggiunge  una  novella  nella 
seguente  maniera  :  —  «  Laonde  il  primo  fu  mandato  fuora  con  mercatanzia,  il  quale 
tolse  seco  un  carro  carico  di  robe,  tirato  da  due  buoi,  ed  accadde  tra  via,  che  l'un 
de'  buoi  inciampò  e  cadde.  A  che  accorrendo  il  mercatante,  insieme  co'  suoi,  lo  tras- 
sero fuor  del  fango,  nel  quale  era  caduto:  ed  accorgendosi  che  egli  a  gran  pena  si 
traea  dietro  l'un  pie',  e  che  perciò  non  poteva  ire  avanti,  né  quivi  fermarsi;  [§  III,  B1] 
lasciando  un  famiglio  quivi  fino  che  il  bue  guarito  fusse,  egli  si  /ornò  addietro. 
Il  dì  seguente  quel  mercenario,  rincrescendogli  lo  star  quivi,  anch'  ci  se  ne  tornò, 
con  nuova  che  il  bue  era  morto:  ***  [§  IV]  perciocché  ad  un  contadino  che 
quindi  poco  lontano  tagliava  in  un  prato  il  fieno,  un  lupo  sopravegnendò  per  man- 
giarselo, ed  avvicinatoglisi  se, un  che  ei  lo  avesse  veduto,  si  smarrì  oltremodo  di 
paura,  e  presa  la  fuga,  si  era  salvato  in  una  villa  vicina  ad  un  fiume,  ove  arri- 
vato trovò  il  ponte  che  ero  rollo,  e  disse  fra  sé:  «  io  no, io  re  non  so;  che  farò  io  ' 
È  più  sicuro  che  mi  ci  getti  entro.  »  E  così  gittatovisi,  fu  dai  ricini  raccolto  messo 
,, Iorio.  Ed  appoggiandolo  ad  un  muro  fino  che  ei  riprese  i  sensi .  gli  dimandarono 
che  loro  dicesse  che  cosa  gli  fosse  incontrato  di  inule.  .  l  che  egli  rispose,  che  rin- 
graziava Dio  che  per  lo  messo  loro,  l'ureo  salvato.  Ed  in  dicendo  questo,  minò 
il  muro  n  che  ero  appoggiato,  ed  il  sepellì  vivo.  Frattanto  il  bue,  che  fu  detto  es- 
sere stato  lasciato  zoppo,  pian  piano  zoppicando,  si  trovò  in  un  campo  erboso  ed 
acquoso,  ecc.  » .  —  La  recensione  araba  De  Sacy  contiene  questa  stessa  novella  ;  e  ci 
indica  anzi  come  colmare  una  lacuna  che  appare  anche  nella  versione  italiana  (l'ho 
segnata  con  asterischi)  e  per  la  quale  s'introduce  bruscamente  la  novella  senza  far 
sapere  a  che  proposito  sia  citata.  L'arabo  De  Sacy  ci  dice  come  l'uomo  che  riportò 
la  falsa  notizia  della  morte  del  bove,  aggiungesse  anche  :  [§  III ,  B2]  «  Siehe  !  dem 
Menschen,  dessen  Lebenszeit  verstrichen  ist  imd  dessen  Ende  sich  genàhert  hat,  wird 
alle  Miihe  und  Austrengung,  die  er  sich  giebt,  um  das  von  sich  abzuwenden,  wo- 
durch  er  seinen  Untergang  furchtet,  nichts  helfen,  und  oft  zieht  er  sich  gerade  durch 
diese  seine  Miihe  und  Vorsicht  den  Untergang  zu.  Wie  erz&hlt  wird  von  einem  Manu 
u.  s.  w.  »  (').  Che  la  novella  sia  interpolata  nel  Governo  de'  Kegni,  o  meglio  nel  greco 
da  cui  il  Governo  de'  Regni  derivò,  danno  a  sospettare  due  diverse  ragioni:  1°  il  man- 
care essa  in  tutte  le  altre  recensioni  greche  e  precisamente  in  quelle  che,  come  ve- 
dremo, hanno  strettissima  attinenza  col  Governo  de'  Regni,  ad  es.  quella  contenuta 
nel  cod.  laur.  XI,  14;  2°  l'essere  introdotta  in  modo  brusco  e  senza  la  necessaria  pre- 
parazione nel  testo  italiano,  il  che  dà  a  sospettare,  che  trascritta  un  tempo  nel  mar- 
gine la  sola  novella,  senza  introduzione,  passasse  poi  senz'altro  nel  testo.  È  ben  vero 
che,  osservando  come,  ad  es.  nel  cod.  laur.  LVII,  30,  dopo  che  è  detto  che  il  toro 
non  potè  più  andare  avanti,   si   continui   bruscamente   la  narrazione  colle  parole  x«ì 

(!)  Per  comodo  'li  chi  non  ha  pratica  dell'arabo  cito  il  Calila  (recens.  De  Sacy)  nella  versione 
■  li  Wolff:  Bidpai's  Buch  des  Weisen.  Arabische  Erzàhlungen  oerdeutschi  von  Philipp  Woìf.  Stutt- 
gart 1839. 


—   128  — 

jtavteXei  avo%tOùi  xiL,  si  potrebbe  anche  credere  che  si  trattasse  qui  di  una  la- 
cuna in  tutte  le  recensioni  greche  piuttosto  che  di  una  interpolazione  nel  Governo 
de'  Regni,  ed  ammettere  che  il  Governo  de'  Eegni,  presentandoci  nel  resto  la  vera  e 
completa  lezione,  sia  soltanto  lacunoso  nel  punto  sopraindicato  e  da  noi  supplito 
coll'arabo.  Ma  questo  sospetto  appare  infondato  e  svanisce,  credo,  del  tutto,  quando, 
ammesso  pure  che  tea  le  parole  7iqox<oqsTv  /u]  àvvccfisvog  e  xul  navrelnt  debba 
riconoscersi  una  lacuna,  si  restringa  questa  lacuna  soltanto  a  un  corrispondente  gl'eco 
delle  seguenti  parole  del  testo  italiano:  «  lasciando  un  famiglio  quivi  fino  che  il 
bue  guarito  fusse,  egli  si  tornò  addietro.  Il  dì  seguente  quel  mercenario,  rincrescen- 
dogli lo  star  quivi,  anch'  ei  se  ne  tornò,  con  nuova  che  il  bue  era  morto  « .  Il  qual 
tratto  che  appar  più  necessario,  quando  si  consideri  come  una  preparazione  alla 
seguente  novella,  fu  tralasciato  nel  greco  o  per  errore  o  anche  perchè  giudicato  su- 
perfluo. —  Nelle  recensioni  arabe  avviene  un  fatto  analogo  a  questo  che  si  osserva 
nelle  recensioni  greche,  cioè  :  alcune  di  esse  hanno  la  novella  dell'uomo  che  non 
può  sfuggire  alla  morte,  altre  la  tralasciano.  La  raccontano  la  recensione  De  Sacy 
ed  F  (')  in  modo  presso  che  identico;  la  tralasciano  V  ed  M.  Ed  anche  nell'arabo, 
come  nel  greco,  questa  novella  sembra  aggiunta  posteriormente,  poiché  essa  oltre  a 
non  comparire  nelle  recensioni  greche  conosciute,  meno  il  Governo  de'  Regni,  non  si 
legge  nemmeno  nell' Anvdr-i-Suìudli,  e  manca  (secondo  Benfey  I  §  28)  in  tutte  le 
recensioni  sanscrite,  sebbene  la  sua  origine  debba  in  ultima  analisi  ripetersi  dall'India 
(Benfey,  Nachtràgc  s.  529).  —  Ora,  se  dall'esame  del  testo  greco  risulta  che  tal 
novella  probabilmente  fu  interpolata  nel  Governo  de'  Regni,  e  se  interpolata  pure  deve 
tenersi  nelle  recensioni  arabe  F  e  De  Sacy,  par  naturale  dover  concludere  che  il  testo 
greco  provenendo  da  recensioni  arabe  affini  a  V  ed  M  non  ebbe  originariamente  tal 
novella,  e  che  se  essa  si  trova  nel  Governo  de'  Regni,  ciò  debba  ascriversi  ad  un 
motivo  analogo  a  quello  per  cui  essa  si  trova  nell'arabo,  cioè  ad  una  inserzione 
da  altri  testi.  Ciò  tanto  più  ragionevolmente,  in  quanto  che  (come  cercherò  di  mo- 
strare in  altro  studio  su  questo  argomento)  il  gl'eco  mentre  quasi  costantemente  si 
mostra  affine  alle  recensioni  arabe  V  ed  M,  si  scosta  d'altra  parte  moltissimo  dalla 
lezione  di  F  e  De  Sacy.  In  questo  modo  dunque  bisognerebbe  ammettere  come  cosa 
quasi  sicura,  che  allorquando  il  Libro  di  Calila  e  Diurna  era  già  tradotto  in  greco, 
continuarono  ad  influire  sul  trasformarsi  di  questo  testo  greco  elementi  provenienti 
dall'esterno  e  forse  da  testi  arabi.  D'altra  parte  però  una  conclusione  così  decisa  non 
può  accettarsi.  Simeone  stesso  infatti  potrebbe  avere  avuto  notizia  della  natura  asci- 
tizia della  novella,  per  comparire  essa  in  alcune  recensioni  e  non  comparire  in  altre: 
potrebbe  averla  letta,  non  nella  recensione  araba  da  lui  presa  a  base  della  versione 
e  che  doveva  essere  affine  ad  M  e  V,  ma  in  recensioni  quali  F  e  De  Sacy;  potrebbe 
lui  stesso  averla  tradotta,  ma  non  volendola  addirittura  inserire  nel  testo,  averla 
trascritta  nel  margine  o  notata  in  qualche  modo  come  ascitizia  :  così  tal  novella 
sarebbe  scomparsa  in  tutte  le  recensioni  greche,  e  sarebbe  stata  invece  inserita  nel 
prototipo  del  Governo  de'  Regni.  Coll'esame  spassionato  di  questo  fatto  dobbiamo 
concludere,  che  se  per  esso  possiamo  sospettare  una  influenza  posteriormente  eserci- 
tata forse  da  testi  arabi  sul   libro   già    tradotto   in  green,   questa  per  altro  non  può 

(M  Per  le  recens.  F,  V  ed  M  veli  Guidi,  Studi  etc.  p.   I  sgg. 


—  120  — 

decisivamente  provarsi:  cosicché  fa  d'uopo  ricorrere  ad  altri  argomenti.  Ma  prima 
di  passare  a  questa  nuova  ricerea,  vien  fatto  di  domandarci:  Nell'una  o  nell'altra  ipo- 
tesi, che  cioè  la  novella  debbasi  o  no  riportare  alla  versione  di  Simeone,  in  quale 
attinenza  sta  essa  novella  del  testo  greco  colla  stessa  novella  nei  testi  arabi  o  in  ge- 
nere nei  testi  orientali  ?  Ne  conosco  due  recensioni  arabe  diverse  ;  una  più  ampliata 
e,  secondo  Benfey,  molto  probabilmente  posteriore,  conservataci  dalle  recensioni  F  e 
De  Sacy;  l'altra  più  accorciata  e  più  genuina,  rappresentataci  da  Giovanni  da  Capua 
nel  Directorium  humanae  vitae.  Il  testo  greco-italiano  si  accosta  molto  più  a  quest'ul- 
tima; e  ciò  concorda  col  fatto  generale,  che  il  Directorium  spesse  volte  mostra  gran- 
dissima parentela  col  greco,  anche  quando  il  greco  differisce  dalle  lezioni  arabe  cono- 
sciute sin  qui.  Ecco  la  lezione  del  Directorium,  che  il  lettore  potrà  confrontare  coll'arabo 
(o  nel  Wolff ,  o  in  De  Sacy)  e  coll'italiano  del  Governo  de'  Regni  :  —  «  Quoniam 
cimi  exùet  bos  ad  silvam  prò  pascuis,  supervenit  ei  lupus,  et  sequebatur  eum,  ipso 
non  percipiente  ;  doriec  appropinquaret  ad  eum.  Cum  vidisset  eum,  timuit  ;  et  fugiens 
abiit  ad  civitatem  propre  numen  :  quo  cum  pervenisset,  invenit  pontem  fractum  ;  et 
eum  lupus  sequebatur.  Et  ait  in  corde  suo  :  Quid  faciam  ?  Lupus  sequitur  me  :  flumen 
vero  profundum  est,  pons  confractus,  nescio  natare  per  aquam.  Non  est  mihi  melius 
nisi  me  in  flumine  proiicere.  et  homines  me  videntes  forsitan  salvimi  faciant.  Et  cor- 
ruit  in  aquam  ;  videntesque  homines  civitatis  ipsum,  festinaverunt  ei  succurrere  cimi 
viris  qui  salvarent  ipsum.  Et  cum  ipsum  eduxissent  de  mimine  semimortuum,  appo- 
diavit  se  cuidam  parieti;  et  in  ipso  recreato  spiritu,  coepit  narrare  adstantibus  omnia 
quae  sibi  acciderant,  et  a  quibus  Deus  ipsum  liberavit  ;  et  dimi  eis  hoc  narraret. 
paries  cecidit  super  eum,  et  fere  mortuus  est  ».  —  È  ernioso  il  vedere  come  nel  Di- 
rectorium ad  un  uomo  che  non  può  sfuggire  alla  morte  sia  sostituito  un  bove,  il  quale 
è  anche  riprodotto  nelle  figure  dell'antica  versione  tedesca  side  loco  et  anno  prove- 
niente dal  latino  di  Giovanni  da  Capita,  sebbene  il  testo,  malgrado  la  sua  indeci- 
sione, sembri  piuttosto  accennare  ad  un  uomo  :  «  dz  dir  nit  beschech  als  eim  der 
was  gangen  in  einen  wald  umb  holtz  zu  siner  notturfft.  und  was  holtz  erfand,  das 
beducht  in  untouglich  ».  Benfey  pensa  che  se  l'idea  del  bove  è  qui  poco  adattata. 
si  trova  però  in  una  più  stretta  relazione  colle  idee  della  storia  che  fa  come  da  cor- 
nice del  quadro,  che  abbraccia  cioè  le  novelle  secondarie,  e  dalla  quale,  egli  dice, 
evidentemente  la  novella  dell'uomo  che  non  può  sfuggire  alla  morte  si  è  sviluppata  : 
ma  nei  Naehtràge  259  confrontando  l'analoga  narrazione  in  Stan.  Julien.  Avàdanas 
I  93  u.  il  faut  fuir  le  malheur  »  ,  ammette  una  più  diretta  derivazione  della  novella 
dall'India,  e  sembra  rinunciare  all'opinione  che  l'idea  del  bove  si  sia  svolta  prima- 
mente e  sia  stata  poi  sostituita  da  quella  dell'uomo  ('). 

Alla  fine  della  favola  II  leone  e  la  lepre  (cap.  1,  §  XXIX)  il  cod.  laur.  LVII,  30  [2] 
dice  che  la  lepre,  condotto  il  leone  ad  un  pozzo  profondissimo  e  dettogli  di  piegarvisi 
in  modo  che  egli  vide  nell'acqua  e  la  sua  e  l'ombra  della  lepre,  parlò  in  questa 
guisa:  Idov  ó  Xéoov  ó  tì)v  àqTcayrjV  Ttoiìjrfctg  xcà  fisr  avrai  bv  àcpslXév  (ioi  Xayaóv 
vjfoósi'iag  (continua  poi  L1)  ccvim  rag  sv  vdcat  àjxcpoxsQwv  ffxidg,  v<f  wv  6  Isaii 
nlavrftùg  Mqqixfiev  icevròv  sv  tw  vócai,  xcà  ànsTcviyrj.  La  stessa  lezione  presentano 

(')  Su  questa  novella  dell'uomo  che  non  può  sfuggire  alla  morte  v.  Benfey  I,  101;  II.  259. 
Guidi,  Studi  23-24. 

i  Ilasse  di  scienze  morali  ere.  —  Memorie  —  Ser.  t  ',  Voi.  IL  Parte  1".  17 


—  130  — 

le  altre  recensioni  greche,  mena  G.  e  Possino,  i  quali  aggiungono  che  la  lepre  tornò 
a  dar  notizia  della  morte  del  leone  agli  altri  animali  :  «  e  la  lepre  ridendosi,  ischer- 
nendolo  con  varii  motteggi,  ve  lo  volle  vedere  affogare.  Con  la  quale  nuova  ritornatasi 
a'  compagni,  fu  da  tutti  con  grandissima  letizia  accolta  :  e  fattigli  di  molti  doni,  per 
la  libertà  per  lei  loro  ricovrata  ».  Governo  de'Kegni  36.  «  Lepore  cimi  accito  e  latebris 
ductore  salvia  ad  suos  redentibus  ac  magnis  ipsorum  gratulationibus  exceptis  etc.  » . 
Poss.  572.  Nelle  recensioni  arabe  abbiamo  un  caso  analogo  :  il  particolare  del  ritorno 
della  lepre  manca  in  V,  ma  si  trova  in  M,  F  e  De  Sacy  :  *  Darauf  kehrte  der  Hase 
zu  den  Thieren  znrùci  und  erzaalte  ihnen,  was  er  dem  Lowen  angethan  ».  W.  49. 
E  qui  non  possono  farsi  a  mio  parere  che  tre  supposizioni:  o  tal  riscontro  delle  recen- 
sioni greche  colle  arabe  è  puramente  casuale,  il  che  vuol  dire  che  o  per  ampliamento 
nel  Possino-  e  nel  Governo  de'  Regni,  o  per  lacuna  nelle  altre  recensioni  greche  si  venne 
ad  avere  casualmente  nelle  recensioni  greche  un  caso  analogo  a  quello  delle  recensioni 
arabe:  oppure  la  varietà  della  lezione  nel  greco  provenne  dall'opera  di  Simeone  stesso, 
che  trovando  tal  varietà  nell'arabo  la  volle  in  qualche  modo  riprodotta  nel  greco  (il 
che  è  meno  probabile,  come  ognun  vede)  ;  o  finalmente  devesi  ammettere  che  si  tornò 
a  consultare  il  testo  arabo  per  introdurre  modificazioni  nel  greco.  Ma  anche  qui  non 
saprei  decidermi  (anche  scartando,  come  meno  probabile,  la  seconda)  per  la  prima  piut- 
tosto che  per  la  terza  di  queste  supposizioni,  non  sapendo  trovare  fin  qui  verun  argo- 
mento prò  e  contra  per  l'ima  o  per  l'altra  di  esse. 
[•">]  Ugualmente  indecisi,  se  pure  per  ottenere  una  convinzione  qualsiasi  non  ricorriamo 

ad  argomenti  di  altro  genere  (cfr.  il  n.  9),  rimaniamo  sopra  un  altro  punto  che  è  nel 
primo  capitolo  al  §  XLVIII  sgg.  In  im  aspro  rimprovero  che  Calila  muove  a  Dimna 
per  il  suo  falso  operare,  il  primo  fa  conoscere  al  secondo  come  questi  mosso  da 
egoismo  e  da  malvagità  non  voglia  dare  ascolto  alle  parole  di  un  amico,  e  gli  cita 
la  novella  del  norr^òg  xcà  cs%olcicjrixóq.  In  essa  novella,  quando  il  figlio  esorta  il 
padre  a  nascondersi  nell'albero,  questi  gli  ricorda  come  talvolta  gli  ingannatori  sieno 
presi  dalle  loro  stesse  reti,  e  racconta  la  novella  (§  XLVIII)  del  cigno  che  volendo 
uccidere  un  serpe,  il  quale  gli  mangiava  i  tìgli,  gli  mosse  contro  una  rvn<j>p  ma 
questa  dopo  avere  ucciso  il  serpente,  uccise  e  mangiò  anche  i  figli  del  cigno  (su  tutta 
la  favola  v.  Benfey  I,  275).  Secondo  la  numerazione  adottata  nel  nostro  testo  rico- 
struito S,  il  §  XLVII  contiene  la  prima  parte  della  novella  novrjqòc  xcà  ayoicccjuxóg, 
fino  al  punto  cioè  che  il  briccone  prega  il  padre  a  nascondersi  nell'albero  ;  il  §  XLVIII 
contiene  la  novella  xvxvnc  xcà  vt>(i<pr);  il  §  XLIX  contiene  la  seconda  parte  della 
novella  novqqòg  xcà  axoXatftixóg,  e  va  distinto  in  tre  parti  A,  B,  C;  in  A  è  racchiusa 
la  morale  della  favola  del  cigno:  Tavtrjv  ós  (tot  vqv  Ttaoafìokrjv  dts^eirjv,  <•>  rt'xvov, 
Iva  /i';'?",  toc  ò  smf3ovXev(ov  mi  fiera  dcpQOffvvrjg  aXfaxsiat  i  it  olxi'ct  novrjQia: 
in  B  c'è  la  risposta  del  figlio:  ò  àè  viòg  avzoi  tyrf  in]  cpopov,  nàveq,  n]i  rouxvTitv 
ii :qol ;ìd). i]v.  fiàXXov  f)V,  "va  xsqórjcscùfisv  ice  tdXavta:  —  in  C  finalmente  è  racchiuso 
il  resto  cioè  la  conclusione  della  novella.  Ora  il  vat.  704,  l'amb.  e  l'upsal.  non  che 
il  Possino  hanno  ima  lezione  analoga  a  quella  succitata  che  è  del  Laur.  LVI1.  SO; 
ma  il  Laur.  XI,  14  e  il  Governo  de'  Regni  (il  vat.  si;?  è  mutilo  in  questo  luogo) 
mancano  così  di  tutta  la  novella  del  cigno  §  XLVIII,  come  dei  due  seguenti  tratti  A 
e  l'>  del  §  XLIX  che  vi  si  ricollegano.  Il  Leidense  non  ha  lacuna,  ma  evidentemente 
l'aveva  in  origine,  e  deriva  da  ima  recensione  analoga  alla  Laur.  Xf,  14  e  Governo 


—   131  — 

de'  Regni.  Nel  Leidense  infetti  dopo  il  §  XLVII  si  salta  il  §  XLVIII  e  XLIX-A 
e  B,  e  si  passa  al  XL1X-C,  cioè  si  ha  una  lacuna  identica  al  Laxu\  XI,  14  e  G.  ; 
ma  poi  segue  un  piccolo  tratto,  che  non  ha  riscontro  in  L.  LVII  30  e  sembra  inter- 
polato (è  il  u.  55  della  numerazione  speciale  del  Leidense  —  v.  le  tavole  in  fine  :  — 
ttfi  de  im  TtOvriQtp  (ciòuì  ù  natia  avrov  •  ovx  ei7tóv  Gol,  ori  èv  roTg  lo*  (mg  ùoxvoi 
aayì^ev&sTaa  sic);  poi  la  novella  del  cigno  §  XLVIII,  i  due  tratti  A  e  B  di  XLIX. 
poi  di  nuovo  il  C  dello  stesso  paragrafo.  Cosicché  abbiamo: 

XLVII  ¥*Y   'XLIX-C.  [55.  XLVIII.  XLIX-A.  XLIX-B.  2XLIX-C] 

Onde  risulta  abbastanza  chiaramente  che  la  lezione  del  cod.  leid.  proviene  da  una 
lezione  quale  la  Laur.  XI,  14  e  G.,  meno  che,  volendosi  colmare  la  lacuna  che  si 
riscontrava  in  questa  lezione,  la  novella  del  cigno  e  le  successive  parti  del  seguente 
paragrafo  sono  state  inserite  in  un  luogo  che  loro  non  spettava.  Ma  v'ha  di  più:  esa- 
minando più  attentamente  il  cod.  Leid.  noi  troviamo  che  il  §  'XLIX-C  è  stato  can- 
cellato, che  cancellato  è  parimente  il  brano  aggiunto  55,  e  che  i  due  tratti  XLIX-B 
e  2XLIX-C  sono  scritti  da  altra  mano  e  in  carattere  più  minuto  in  uno  degli  spazi 
lasciati  vuoti  per  le  figure:  cosicché,  più  esattamente,  la  lezione  del  cod.  Leid.  è  da 
esprimersi  nella  seguente  maniera  : 

XLVII.  „¥  ('XLIX-C.)  [(55.)XLVIII.  XLIX-A.]  ((XLIX-B.  2XLIX-C)) 

Da  ciò  si  deducono  due  conseguenze  : 

1.  Che  quando  si  volle  colmate  la  lacuna  del  primitivo  testo  affine  ad  L2  e 
G,  uiide  nacque  L,  non  fu  trascritto  XLIX-B  (il  2XLIX-C  era  naturale  che  non  fosse 
trascritto,  perchè  già  esisteva  in  'XLIX-C)  ;  e  si  ebbe  : 

XLVII  „„  XLIX-C.  [55.  XLVIII.  XLIX-A] 

2.  Che  poi  si  giunse  ad  una  lezione  più  vicina  a  quella  del  Laur.  LVII,  30. 
cancellando  'XLIX-C  ed  il  n.  55,  ed  aggiungendo  poi  il  XLIX-B  ed  il  2XLIX-C.  Il 
cod.  Barberino  presenta  una  lezione  uguale  a  quella  del  Laur.  LVII,  30;  ma 
poiché  il  Barberino  deriva,  come  vedremo  in  queste  stesse  ricerche,  da  una  recen- 
sione quale  la  leidense,  tale  regolarità  del  Barberino,  o  meglio,  somiglianza  col 
laur.  LVII,  30,  deriva  da  ciò  che  il  copista  tenne  conto  delle  correzioni  ultime  fatte 
nel  leidense  (o  in  cod.  analogo)  e  riprodusse  il  testo  quale  risultava  dopo  di  esse, 
anziché  riprodurre  la  lezione  anteriore.  Cosicché  resta  stabilito  che  le  nostre  recensioni 
dello  Stephanites  si  dividono  in  due  classi;  delle  quali  una  comprende  i  §§  XLVIII 
e  XLIX-A  e  B,  ossia  la  nov.  del  cigno  e  i  due  tratti  del  seguente  paragrafo  che  le 
si  riferiscono  ;  l'altra  gli  omette.  Quale  delle  due  classi  ci  rappresenta  qui  più  da  vicino 
la  primitiva  versione  di  Simeone  di  Seth?  Si  tratta  qui  di  una  interpolazione  in  L1. 
V.  A.  P.  IL,  oppure  di  ima  lacuna  in  L2.  G.  L.  B?  Questo  non  possiamo  per  ora 
assolutamente  decidere,  poiché  anche  nell'arabo  si  costata  una  tal  divergenza  tra  le 
varie  recensioni,  ed  F.  M.  V.  pongono  la  novella,  mentre  la  omette  la  recensione  desa- 
cyana  congiungendo  le  due  parti  della  novella  novrjQÒg  xaì  axolaOTixóg  nella  seguente 
maniera  :  «  Darauf  gieng  der  Betrùger  zu  seinem  Vater  und  verlangte  von  demselben, 
dass  er  hingehen,  sich  in  dem  Baum  verstecken  und  auf  die  Frage,  wer  das  Geld 


—  132  — 

weggenonmien  habe,  den  ehriichen  Mann  angeben  solle.  Der  Vater  des  Betriigers  gieng 
hin,  usw.  »  Se  la  primitiva  recensione  greca  fosse  stata  lacunosa,  allora  bisognerebbe 
ammettere  colla  posteriore  interpolazione  della  novella  del  cigno  anche  una  influenza 
esercitata  posteriormente  dall'arabo  o  da  altri  testi  estranei  sul  greco;  ma  ciò  non  può 
determinarsi,  e  così  rimaniamo  anche  con  questo  fatto  nel  puro  sospetto  e  niente  più,  che 
tali  influenze  posteriori  del  testo  arabo  o  di  altri  sul  greco  abbiamo  potuto  aver  luogo. 
[4]  Un  altro  fatto  finalmente,  degno  di  nota,  è  la  trasposizione,   od  anche  la  man- 

canza assoluta  in  alcune  recensioni  greche,  del  capitolo  che  è  1'  XImo  in  S  e  in 
Laur.  LVII  30,  e  14mo  nella  recensione  amburghese  pubblicata  da  Stark,  cioè  il  capi- 
tolo del  Re  dei  topi.  Esso  occupa  lo  stesso  posto,  dopo  la  novella  dello  sciacallo  alla 
corte  del  leone,  così  in  Laur.  LVII,  30  come  nel  Governo  de'  Regni  ;  viene  più  giù,  dopo 
la  novella  della  leonessa  e  dell'orso  (cap.  13)  nella  recensione  amburghese,  e  questo 
stesso  luogo  occupa  nel  Possino  (e  in  Upsalens.,  come  sembra)  :  infine,  manca  nel 
Leidense  e  nel  Barberino.  (II  L.  XI,  14  e  il  V.  867  sono  compiuti  alquanto  prima  di 
arrivare  a  questo  capitolo:  il  Vat.  704  è  mutilo).  Il  capitolo  è  molto  accorciato  e 
privo  di  senso,  se  si  confronti  coll'arabo  pubblicato  dal  Noldeke  ('):  per  di  più  non 
trova  corrispondenza  nelle  recensioni  arabe  De  Sacy,  M.  V.  P.  Si  tratta  qui  di  una 
interpolazione  nel  greco  da  qualche  testo  arabo  che  avesse  tal  novella,  oppure  il  sunto 
in  greco  di  tal  novella  è  pervenuto  nello  2-c£<pavCrrjs  per  opera  di  Simeone?  Osservo 
come  ammettendo  la  seconda  ipotesi  mal  si  spiegherebbe,  perchè  tal  capitolo  si  trovi 
collocato  diversamente  nelle  diverse  recensioni.  Questo  dà  piuttosto  indizio  di  inter- 
polazione molto  posteriore,  ed  ha  un  valore  ben  superiore  a  quello  del  fatto  che  il 
capitolo  è  talora  totalmente  soppresso,  perchè  questo  potrebbe  altrimenti  essere  spiegato 
per  la  scipitezza  che  la  novella  nella  sua  redazione  greca  ci  presenta. 

Comunque  sia  di  ciò,  noi  abbiamo  qui  diversi  punti  dello  Jrsgiavìrrjg,  nei  quali 
tutti  si  osserva  il  caso  che  divergenze  nel  campo  del  greco  coincidono  con  divergenze 
nel  campo  dell'arabo.  Presi  ciascuno  separatamente  hanno  ben  poco  valore,  se  forse 
non  si  eccettui  l'ultimo,  elio  sarebbe  alquanto  più  significante  :  ma  raccolti  insieme 
possono  dirci  forse,  che  tal  connivenza  di  divergenze  non  può  esser  del  tutto  casuale. 
E  se  tal  connivenza  non  è  del  tutto  casuale,  bisogna  ammettere,  o  che  i  lettori  del 
testo  greco  sien  tornati  a  consultare  qualche  volta  l'originale  arabo;  oppiu-e  che  Simeone 
stesso  abbia  dato  nella  sua  versione  greca  un  qualche  indizio  di  cotali  divergenze  nel 
campo  dell'arabo.  Ma  la  seconda  di  queste  supposizioni  è  forse  la  meno  probabile, 
e  per  natura  sua,  e  perchè  l'ultimo  fatto  esaminato  tenderebbe  ad  essere  spiegato 
diversamente,  e  perchè  infine  tali  coincidenze  delle  divergenze  nel  greco  colle  divergenze 
nell'arabo  son  poche,  mentre  dovrebbero  essere  in  maggior  numero  nel  caso  che  Simeone 
avesse  avuto  sott'occhio  diverse  recensioni  arabe,  e  avesse  voluto  trasfondere  anche 
una  sola  parte  delle  loro  divergenze  nel  testo  greco.  Resta  dunque  probabile  il  sospetto 
(ma  niente  più  che  il  puro  sospetto)  che  sia  stata  esercitata  sul  testo  greco  una  seconda 
influenza  dal  testo  arabo,  vale  a  dire  che  alcuni  lettori  dello  ìifyavixifi  abbiano 
talora  ricorso  all'originale  arabo  e  dietro  questo  abbiano  modificato  la  versione  derivata. 

i1)  Die  Erzàhlung  voti  Màusekqnig  una  Seine  Ministern.  Ein  Abschnitt  der  Pehlewt-Bear- 
beitung  des  AUindischen  Fùrtenspiegels  von  Th.  Noeldeke,  in  Abhandl.  d.  KSnìgl.  Gesellsch.  der 
IVissenschaften  su  Gòttingen  lx7n.  v.  XXV. 


-  133  — 


Dopo  aver  determinato  colla  precedente  ricerca,  fino  a  qual  punto  possa  aver 
valore  la  supposizione  probabile  di  una  seconda  influenza  esercitata  dal  testo  arabo 
sul  greco,  passiamo  ad  esaminare  le  modificazioni  subite  dal  testo  greco  nel  suo  svol- 
gersi da  un'unica  versione  originaria  in  altrettante  recensioni,  quante  sono  quelle  che 
conosciamo.  Ho  accennato  nel  §  2  di  questa  Memoria,  come  a  voler  classare  convene- 
volmente le  recensioni  dello  Sreyiavforjg,  non  si  possa,  almeno  giudicando  a  priori, 
considerare  ciascuna  di  esse  come  un  tutto  omogeneo,  ma  come  un  qualche  cosa  risul- 
tante di  parti,  ognuna  delle  quali  può  aveajjiibìfco  vicende  diverse.  Conformemente 
a  questo  principio  da  noi  posto,  credo  necessario  farci  prima  un  concetto  della  storia 
dei  tre  prolegomeni  allo  Sncfavi'i^g,  poi  passare  al  testo  vero  e  proprio  ;  indi  esami- 
nare se  i  risultati  a  cui  porta  il  primo  esame  concordano  o  no  con  quelli  del  secondo; 
e  nel  caso  che  sì,  concludere  ad  un'  unica  storia,  ad  un  unico  sviluppo  genetico  di 
tutto  quanto  il  libro;  nel  caso  che  no,  concludere  che  i  prolegomeni  hanno  subito 
ima  vicenda  diversa  da  quella  del  testo,  e  che  il  posto  nel  quale  si  trovano  è  stato, 
almeno  in  alcune  recensioni,  da  essi  occupato  posteriormente. 

Non  tutti  i  codici  dello  1xsyavhr$  hanno  i  prolegomeni:  alcuni  di  essi  poi  non 
ne  hanno  che  una  parte.  Tutti  e  tre  i  prolegomeni  sono  contenuti  nel  Possino,  nel  Leidense, 
nel  Barberino  e  nell'  Upsalense  ;  due  soli  di  essi  (2  e  3)  si  trovano  in  Laur.  LVII,  30  e 
Governo  de' Regni;  mancano  atfatto  tutti  e  tre  nell'amburghese  (v.  Stark,  Praef.  §  25) 
e  nel  Laur.  XI,  14.  (I  codd.  vat.  867  e  vat.  704  sono  mutili).  Ecco  già  un  aggrup- 
pamento fondato  sul  numero  dei  prolegomeni  posseduti  dai  codici:  da  ima  parte 
abbiamo  il  Poss.,  ilLeid.,  ilBarb.,  e  l'Upsal.  ;  dall'altra  il  Laur.  LVII,  30  e  il  Governo 
de' Regni.  Questa  distinzione  è  convalidata  dall'esame  del  testo  di  essi  prolegomeni? 
Prendendo  a  fondamento  la  divisione  in  paragrafi  di  essi  prolegomeni,  quale  si  trova 
nel  Possino,  e  confrontando  paragrafo  per  paragrafo  tra  loro  le  varie  recensioni,  son  giunto 
a  mettere  assieme  la  seguente  tabella  : 


Prolegom.  I. 


p 

L  .  B 

u 

Ll  .  G 

I 

1 

1 

• 

II 

2 

2 

* 

III 

3 

3 

* 

IV 

4 

4 

-* 

V 

5 

5 

* 

VI 

6 

0 

• 

VII 

7 

7 

* 

Vili 

8 

8 

* 

IX 

9 

9 

* 

X 

lo 

10 

* 

—  134  — 
Prolegom.  II. 


p 

L  .  B 

U 

L1  .  G 

I 

1 

1 

1 

II 

2, 

2 

2 

III  a 

8 

* 

3 

»   b 

4 

3 

4 

»    e 

5 

* 

5 

IV 

6 

4 

6 

V 

7 

5 

7 

VI 

8 

6 

8 

VII 

* 

* 

* 

Vili 

* 

* 

* 

' » 

* 

Prolegom.  III. 


p 

L  .  B 

U 

Ll  .  G 

I 

1 

* 

* 

II 

2 

* 

* 

III 

3 

* 

* 

IV  a 

4 

* 

-*■ 

»    b 

5 

1 

1 

V  a 

6 

* 

1 

-    b 

7 

2 

2 

»    e 

8 

* 

■* 

VI  a 

9 

* 

* 

*    b 

10 

3 

3 

VII 

11 

4 

4 

Vili  a 

12 

5 

5 

»    1) 

13 

-O 

6 

IX 

14 

— 

7 

X   a 

15 

— 

8 

»    b 

Hi 

6 

!» 

Dalla  precedente  tavola  si  rileva: 

1.  Che  le  recensioni  più  complete,  quanto  ai  prolegomeni,  sono  rappresentate 
dal  gruppo  P.  L.  B. 

(')  Nel  cod.  Dpsal.  mancano  qui  alcune  carte. 


—  135  — 

2.  Che  i  codd.  L.  B.  costituiscono  un  sol  gruppo. 

3.  Che  i  codd.  Ll  e  G.  costituiscono  pure  un  sol  gruppo. 

4.  Che  grandi  affinità  corrono  tra  U  e  il  gruppo  L1.  6. 

11  primo  ed  il  secondo  di  questi  risultati  non  contrastano  con  quello  ottenuto 
precedentemente,  avuto  riguardo  soltanto  al  numero  dei  prolegomeni  contenuti  nei 
codici  :  il  terzo  ne  è  ima  conferma,  poiché  appunto  si  trovano  affini  per  le  lacune  e 
costituenti  un  sol  gruppo  le  due  recensioni  che  mancano  del  1°  prolegomeno:  il  quarto 
non  contrasta  coli' altro  resultato  se  non  apparentemente,  perchè  se  il  cod.  U  mostra 
affinità  con  G  ed  L1,  tali  affinità  provengono  da  un  periodo  originario,  nel  quale  non 
era  per  anco  soppresso  il  I  prolegomeno,  il  quale  venne  a  mancare  allorquando  G 
ed  L1  da  una  parte  ed  U  dall'altra  si  divisero.  L'affinità  dell'  Upsalense  col  Laur. 
LVII,  30  e  col  Gov.  de'  Eegni,  nei  prolegomeni,  è  confermata  anche  dalla  qualità 
della  lezione  del  testo,  come  ho  potuto  accertarmi  per  un  confronto  del  testo  di  L.  B. 
con  quello  di  U  e  di  L1  :  questi  due  ultimi  infatti  si  trovano  in  stretto  accordo  tra 
loro  e  in  divergenza  coi  primi.  Per  citare  un  esempio  trascriverò  la  fine  del  III 
prolegomeno  (dopo  la  lacuna  colmata  dal  prof.  Teza  in  Benfey's  Or.  u.  Occ.  II,  712) 
nella  recensione  L1  :  il  lettore  poi  potrà  fare  da  sé  il  confronto  tra  questo  brano  ine- 
dito e  quello  analogo  delle  recensioni  leidense  e  barberina  da  me  pubblicate  in  appen- 
dice al  Directorium  (338,  2)  dove  troverà  anche  le  varianti  dell' Upsalense  (design, 
con  A).  Riproduco  la  lezione  di  L1  nella  sua  scorrettezza:  f.  8ò.  ròv  dì  kàxxov  ròv 
§Cov  rovxov  TrliqQsg  sic  xaxiccg  xaì  izovi^oiag  xcà  deivi)g  dtarqtfiPjg  xaì  àncùleiag .  rovg 
de  réaactqeg  sic  oysig  rovg  riaaaqag  ypmovg  rovg  Gvvovvrag  (2a  m.  -  la  la  avvs- 
ffcovvrag?)  t([>  ccv&Qtómp  .otccv  yàq  zig  sf  avrmv  xivrj&sì  xctrà  nrog  ì'ariv  waraq 
u  oytg  à  óàxvwv  xcà  9-avaràv  ròv  uvd-qamov  èv  rrn  (paqiicix«i  avrov  .  òtioioiae  sic 
dì  xcà  rovg  dvo  xlàdovg  n)v  £cd>]v  xaì  ròv  B-àvarov .  rovg  de  dio  fivtag  sic  ròv  [xèv 
j.tvxòv  rrjv  fjfiéqav  ròv  dì  (lékaiva  sic  rrjv  vvxrav  sic  rovg  iff&iovrag  àsvvàag 
(2a  m.  -  la  la  ccevdwg)  xcà  (p&siqovrag  rrjv  £<or)v  roì  dvOqomov  .  oOov  yàq  naqiq- 
Xerai  ',',"*'<>"  ci,  ','/<«>«  xcà  vv'S  ri,  vvxrì  ixXsinsitti  fj  fa>?j  Tur  ùvfrqamov  xcà  ov  vosi- 
ófioiaffòv  xcà  cor  dqaxovra  rò  arófia  roì  ccdov  sic  o  ov  dùvarai  rtg  sic  nccoaÓQcc}iaìv 
ti)  dì  itth  n]v  rcixqàv  yXvxvrrjra  rov  §(ov  rovxov  rrjv  rjdvvovGav  sic  rag  aÌG&rasig 
Tiòv  àv&Qumtùv  xcà  cctìyfiXsiav  ca'ioìg  naqéfovo'av  cenò  rrtg  éuVTtàv  tìoarrìqiag.  Kcaa- 
iiathiir  dì  zttvra  nàvrct  iyoà  fjqéG&rjv  sic  ri]  sfiavrov  nolirdct  sic.  Kcà  fieydXwg 
qycovioàfirjv  eìg  rrjv  àycc&osqysiav  ovcwg  di  avrrjg  svqoo  xaiqòv  awrrjqtag  t/~c  éfiavvov 
TtoXirsCccg  xaì  Griq'§ag  sic  sv  rovroig  vnétìrqexpa  cirro  'IvdCctg  eie  tì]v  %wqav  fiov  . 
yqaxpccg  Ixctvó.  fittila  unto  tv  ti  avràv  VTràqxti  rò  naqòv  fiifìXCov  rò  xaXoi'fievov 
EiXrjXs  xccì  dtiivt  (in  marg.  2a  m.  KiXixi  xcà  difivai)  oneq  ècrìv  roì'  arte/a- 
vlrov  xcà  cI%vi]XaTov  sic. 

Quanto  ho  detto  sui  prolegomeni  può  esser  rappresentato   più   chiaramente   dal 
seguente  schema: 


G1 


—  186  — 

Cioè:  dall'originale  si  ebbe  dapprima  ima  nuova  lezione  per  l'effetto  di  ima  serie  di 
lacune,  quelle  comuni  ad  U.  L1.  G.  ;  e  così  si  ebbe  im  percorso  in  direzione  opposta. 
abd  da  una  parte,  ace  dall'altra.  La  lezione  d  si  distinse  in  due,  in  P  e,  per  fg  e 
per  nuove  lacune,  da  ima  parte  in  L  e  dall'altra  in  B.  La  lezione  e  poi  divenne,  per 
altre  lacune,  U,  e,  precipuamente  per  la  perdita  del  1°  prolegomeno,  L1  e  G. 

§  6. 

Passo  ora  al  vero  e  proprio  testo  dello  Stephanites. 

Un  fondamento  per  la  classificazione  delle  varie  recensioni  di  questo  testo  può 
esser  fornito  dal  confronto,  oltre  che  della  lezione,  anche  della  posizione  diversa  che 
i  capitoli  del  libro  occupano  in  esse.  Questo  confronto  può  farsi  in  modo  perspicuo 
dietro  la  seguente  tabella: 


Titolo 

L1 

V1 

P.A.U. 

G 

L8 

V2 

L 

B 

Storia  di  S.  ed  I.  .  .  . 

1 

I 
II 

"1 

1 

2 

1 
2 

1 

2 

■"2 

1 
2 

1 
2 

Corvo,  damma  ecc.  .  .  . 

III 

3 

3 

3 

3 

3" 

3 

3 

Corvi  e  nottole 

IV 

4 

4 

4 

4 

-4 

4 

4 

Il  cuore  della  scimmia. 

V 

5 

5 

5 

5 

5 

5 

5 

I  disegni  vani 

VI 

6 

(3 

6 

6 

6 

6 

6 

Gli  8  sogni  del  Ee  .  . 

VII 

7 

7 

7 

7 

7 

7 

7 

Topo  e  donnola 

Vili 

8 

8 

* 

* 

* 

((8)) 

[8] 

Ke  e  pappagallo  .... 

IX 

9 

9 

8 

* 

8  + 

n 

H 

Sciacallo  e  leone  .... 

X 

io- 

10 

0 

* 

* 

((io)) 

[10] 

Il  Ee  de'  topi 

XI 

— 

14 

10 

* 

* 

• 

* 

Le  bestie  nella  fossa  .  . 

XII 

— 

11 

11 

* 

•*- 

((11-)) 

[11] 

Il  figlio  del  Ee 

XIII 

— 

12 

12 

• 

+ 

— 

[12] 

Leonessa  ed  orsa.  .  .  . 

XIV 

— 

13 

13 

* 

* 

— 

[13] 

Eremita  ed  ospite  .  .  . 

XV 

— 

15 

14 

* 

• 

— 

[14] 

Osservazioni.  —  Il  coti.  vat.  704  è  mutilo  in  principio  ed  in  fine  (v.  §  1).  —  Il  cod.  vat.  867  e 
mutilo  in  diversi  punti  sul  principio.  —  Il  capitolo  IX  si  presenta  in  due  forme  diverse,  una  di 
rappresentata  dai  codd.  L1.  V1.  P.  A.  U.  G.,  l'altra  da  V2.  L.  B.  —  Il  cod.  leidense  ha  scritti  in 
margine  e  in  carattere  ]iiù  minuto  d'altra  mano  i  capitoli  chiusi  tra  le  pareut.  di  questa  l'orma:  (()); 
si  interrompe  poi  la  scrittura  col  capitolo  11  =  XII. —  Il  cod.  barberino,  che,  come  vedremo,  deriva 
da  una  recensione  quale  la  leidense,  ha  inserito  nel  testo  i  capitoli,  che  nel  leidense  orano  in  mar- 
gine: di  più  à  compiuto  la  narrazione  fino  alla  fine:  ho  chiuso  tra  parentesi  quadro  quei  capitoli 
che  risultano  aggiunti  posteriormente. 


Da  tale  prospetto- possono  intanto  ricavarsi  i  seguenti  dati: 

1.  Le  recensioni  L1.  V1.  P.  A.  U.  costituiscono  un  gruppo  a  se  ili  faccia  ad 
un  altro  gruppo  costituito  dalle  recensioni  G.  Ir.  X-.  L.  P>.:  la  precipua  distinzione 


—  137  — 

tra  i  due  grappi  è  determinata  dal  cap.  Vili,  che  manca  in  G.  L*.  V2.  ed  origina- 
riamente mancava  anche  in  L  e  in  13. 

2.  Riguardo  al  primo  di  questi  gruppi  è  da  osservare,  come  esso  debba  alla 
sua  volta  distìnguersi  in  due  altri  gruppi  secondari,  cioè,  da  ima  parte  L\  e  dall'altra 
1'.  A.  U-.  ;  e  ciò  in  forza  della  differente  collocazione  del  capitolo  XI  II  re  de  topi. 
Quanta  al  V1  non  possiamo  pronunciare  im  giudizio  per  causa  delle  sue  mutilazioni. 

3.  Riguardo  al  secondo  gruppo  G.  L2.  V2.  L.  B.  dobbiamo  considerare  come 
strettamente  collegate  tra  di  loro  le  recensioni  V2.  L.  B,  non  essendo  queste  due  ultime 
se  non  un  ampliamento  (per  interpolazioni)  della  prima,  e  la  loro  comune  natura 
essendo  eziandio  rivelata  dalla  connivenza  della  lezione  nel  cap.  IX  (=  8  -j-.  9  f.  9  f ), 
che  uguale  in  essi  tutti  differisce  da  quella  che  riscontrasi  in  G  e  nel  primo  gruppo 
L1.  V1.  A.  U.  P. 

4.  Può  emettersi  Y  ipotesi,  che  i  codici  del  secondo  gruppo  G.  L2.  V2.  L.  B. 
presentino  ima  recensione  originariamente  uguale  ad  una  quale  quella  di  L2,  cioè 
contenente  i  soli  primi  sette  capitoli;  e  che  poi  si  sia  avuto,  1.  il  greco  del  Governo 
de'  Regni  coli' aggiunta  degli  altri  capitoli,  meno  1'  VIII;  2.  il  V2  (e  quindi  L.  e  B.) 
coli'  agghmta  del  cap.  IX.  Tale  ipotesi  potrà  esser  presa  più  seriamente  in  esame, 
quando  ci  occuperemo  della  lezione  che  presentano  questi  capitoli  nelle  diverse 
recensioni. 

§  7. 

Entrando  a  parlare  della  lezione  offertaci  dalle  varie  recensioni  dello  Ire^cain^. 
ricorre  la  medesima  questione  che  si  è  presentata  quando  abbiamo  classate  le  recen- 
sioni dei  prolegomeni  ;  cioè  :  la  distinzione  delle  diverse  recensioni  presentataci  dalla 
tavola  soprascritta  è  o  no  confermata  dall'  esame  intimo  del  testo  greco?  Effettiva- 
mente, le  recensioni  L1.  V.  P.  A.  U.  formauo  un  gruppo  a  parte  dalle  recensioni 
G.  L2.  V-.  L.  B.?  Le  recensioni  P.  A.  U.,  nelle  quali  il  cap.  XI  si  trova  dopo  il  13, 
sono  poi,  quanto  alla  lezione  del  testo,  in  istretta  connivenza  tra  loro? 

Ma  l'esame  dei  fatti  che  debbono  risolvere  una  tale  questione,  è  intimamente 
connesso  con  quello  stesso  principio  che  abbiamo  esposto  al  §  2,  e  che  ci  ha  fatto 
poi  riguardare  i  prolegomeni  come  qualche  cosa  di  staccato  dal  rimanente  del  libro. 
E  che  non  sia  necessario  infatti  considerare  tutto  quanto  il  testo  dello  Zttyarh^g 
talmente  collegato  da  spiegare  con  un  unico  principio  genetico  le  sue  trasformazioni, 
non  solo  può  sospettarsi  a  priori,  ma  può  rilevarsi  eziandio  da  un  esame  più  accurato 
sulla  precedente  tavola  dei  capitoli.  In  questa,  oltre  ai  dati  superiormente  accennati, 
risulta  assai  manifesta  ima  distinzione  di  tutto  quanto  il  libro  in  due  parti,  la  prima 
comprendente  i  primi  sette  capitoli  (I-VII),  la  seconda  costituita  da  tutti  gli  altri. 
Questa  distinzione  ci  vien  suggerita  da  diverse  considerazioni,  ma  precipuamente  dal- 
l' osservare  come  la  seconda  parte  del  libro  sembri  seguire  leggi  tutt'  affatto  diverse 
dalla  prima:  questa  invero,  se  si  guardi  all'ordine  dei  capitoli,  si  trova  presso  che 
costante  in  tutte  le  recensioni;  l'altra  varia  notevolmente  da  una  all'altra,  e  in  essa 
alcuni  capitoli  o  mancano  o  sono  interpolati  oppure  sono  disposti  diversamente  nelle 
diverse  recensioni  :  la  prima  trova  una  perfetta  corrispondenza  quanto  all'  ordine  dei 
capitoli  nell'originale  arabo,  e  in  sostanza  (se  si  tolga  il  cap.  VII  di  fonte  tibetana) 
Ci.>.     e  di  sci]  ;ze  morali  ecc. —  Memorie — Ser.  4a,  Voi.  II,  Parte  Ia.  18 


—  138  — 

ci  dà  il  vero  e  proprio  Panciatantra  ;  la  seconda  ha  ima  disposizione  di  capitoli  tutto 
affatto  diverso  dalle  recensioni  arabe  conosciute,  e  contiene  anche  un  capitolo  (XI  : 
Il  re  de' topi)  che  generalmente  nelle  recensioni  arabe  non  compare.  Dietro  ciò 
potremmo  anche  aspettarci  che  la  tavola  genealogica  delle  diverse  recensioni  risultante 
dall'esame  di  fatti  attinti  dalla  prima  parte  del  libro,  non  coincida  cou  quella  risul- 
tante dai  fatti  attinti  dalla  seconda  parte  del  libro  stesso,  dove  molti  capitoli  sono 
interpolati  in  varie  recensioni;  e  la  distinzione  tra  le  due  parti  è  quindi  indispen- 
sabile per  poter  acquistare  un  concetto  esatto  della  storia  del  testo,  e  per  non  trovarci 
in  presenza  di  risultati  che  altrimenti  sarebbero  inesplicabili.  Nel  caso  poi  che  la 
tavola  della  prima  parte  presentasse  resultati  analoghi  a  quelli  della  seconda,  tanto 
meglio  ;  esse  potranno  fondersi  in  una\  e  dalla  loro  connivenza  potrà  concludersi,  che 
una  sola  è  la  legge  che  ha  governato  lo  svolgimento  di  tutto  quanto  il  testo  dello 
2rsg>avkr]g.  —  Ma  quello  che  ho  osservato  rispetto  alla  prima  e  alla  seconda  parte 
di  questo  libro,  parmi  si  possa  affermare  anche  per  ciò  che  costituisce  il  vero  testo 
fondamentale,  ossia  la  cornice  del  libro,  e  le  novelle  o  brani  di  qualunque  genere, 
che  vi  sieno  inserite  ;  i  quali  provenendo  da  una  serie  di  codici  diversa  da  quella  che 
dà  la  lezione  del  testo  fondamentale  possono  esser  soggetti  ad  ima  legge  differente,  e 
debbono  perciò  esser  classati  in  una  tavola  genealogica  loro  speciale.  Quindi  è  da  con- 
cludere, che  per  potere  acquistare  un  concetto  giusto  della  storia  dello  Stephanites, 
occorre  tenere  nei  nostri  studi  un  metodo  quale  il  seguente  : 

1.  Fissare  una  tavola  genealogica  delle  recensioni   dello  Stephanites  con  fatti 
ricavati  dal  testo  non  interpolato  dei  primi  VII  capitoli. 

2.  Fissarne  una  seconda  dietro  l'esame  di  fatti  contenuti  nelle  novelle  o  tratti 
interpolati  dei  primi  VII  capitoli. 

3.  Confrontare  le  due  tavole  per  vedere  se  portano  o  no  allo  stesso  resultato. 

4.  Imprender  lo  stesso  lavoro  e  confronto  per  la  seconda  parte  del  libro. 

5.  Confrontare  i  risultati  ottenuti  dall'esame  separato  delle  due  parti  del  libro. 
G.  Vedere  se  il  resultato   finale  '  concorda    coi  resultati   ottenuti  e  dall'esame 

della  tavola  concernente  i  capitoli  e  la  loro  collocazione,  e  dall'esame  intrapreso  sopra 
i  tre  prolegomeni  del  libro. 

Determinate  le  norme    che    debbono    regolare   tutto  quanto   il  lavoro,  comincio 
ad  esaminare  fatti  attinti  da  luoghi  non  interpolati  dei  primi  VII  capitoli. 


§ 


Alcune  corruzioni,  che  si  riscontrano  nelle  recensioni  P.  A.  U.  G.  L2.  V2.  L.  B  (nel 
testo  non  interpolato  dei   primi   VII   capitoli)  dimostrano  chiaramente  come   queste 
formino  una  classe  a  parte  delle  recensioni  L1  e  V. 
[5]  Il  nome  del  Re,  al  quale  il  filosofo  indiano  va  raccontando  parabole  per  tutto 

quanto  il  corso  del  libro,  è  Dabselim  nell'arabo  De  Sacy,  Daislam  in  V,  Dailam 
in  M,  Daislam  in  F.  Nel  greco  di  L1  è  J^akà/j,,  mentre  abbiamo  'A^saoaXèfx 
in  A  .  U,  Abessalomus  in  P,  Abesalon  in  G,  Apsaaì-àp  in  L .  B.  (Resta  indecisa  per 
questo  caso  la  leziono  di  V1  e  V2  mutili  in  questo  luogo.  )  Lo  Starle  notando  la 
differenza  tra  il  Dabselim  del  testo  arabo  e  1'  'Apecatdwn  dell'amburghese  da  lui 
pubblicato,  cercò  di  spiegarsi  la  cosa  in  questa  maniera    {Praef.  §  26):  «  Rex  bic 


—  139  — 
appellato  Abessalomm,  fortasse  Abu  Salci  vel  Ala  Schalom  rectius,  quod  nomen 
videri  idem  potest  cimi  Dabsjelim;  cuius  jussu  lume  librimi  confectimi  esse  supra 
memoratimi  est.  Potest  enim  i  hoc  ex  versione  Ghaldaica  desumtum  esse,  (nani 
in  eam  quoque  juxta  Ecchellensem  liber  noster  versus  est)  in  qua  litera  -\  servire, 
atque  indicare  quasi  Genitivum  casum  solet.  In  Germanica  versione  idem  nominata 
Dysles  » .  Per  noi  naturalmente  l' Aperracdùii  non  può  esser  che  corruzione  di 
JrpaXafi,  corruzione  forse  nata  per  la  facilità  di  sostituire  un  nome  più  noto  ad 
im  più  ignoto  JrjtìaXàn  :  ad  ogni  modo  il  /lìtGulè\i  del  cod.  laur.  LVII,  30  ci 
rappresenta  la  lezione  più  genuina  e  più  vicina  all'arabo  (particolamente  a  V  Daislam 
o  ad  F  Daislam);  e  il  trovare  'AlJtaaa?Mn  o  'A^saaXcàfi  nelle  recensioni  P .  A .  U . 
G  .  L2 .  (V2?)  L  .  B.  ci  induce  a  far  di  queste  una  classe  a  parte  dalle  recensioni  L1. 
(V1?).  —  Quanto  alla  riduzione  di  V2  nella  prima  e  di  V  nella  seconda  di  queste 
classi,  mentre  nel  luogo  discusso  così  V1  come  V2  sono  mutili,  parleranno  altri  fatti. 

Alla  stessa  distinzione  tra  le  due  classi  di  codici  si  arriva  esaminando  un  passo    [6] 
che  si  estende  dal  §  XVII  al  §  XXV.  Ottima  lezione  ci  presenta   in  questo  punto 
il  cod.   laurenziano  LVII,  30,  perchè   fa  esatto    riscontro    all'arabo  nelle   recensioni 
conosciute  De  Sacy,    M .  V .  P.  Il  cod.  laur.  XI,  14    (e  fors' anche    il  vat.    867,  del 
quale  per  altro  non  possiamo  accertare  la  vera  lezione,  perchè  qui  pure,  come  supe- 
riormente,   è  mutilo)    e    il  Gov.    de'  Regni   hanno    una    lacuna,    poiché    omettono  i 
§§  XVII.B-XXIII,  vale  a  dire    tutta  quanta   la  novella   dell'eremita    e  del    ladro, 
colle  novelle  o  favole  incluse.  I  codd.  B  ed  L,  la  recensione  P,  FA.  e  l'U.  contengono 
tali   paragrafi,    ma   fuori   di    posto    e    con    alcune   interpolazioni:    il    che    dimostra 
chiaramente  che  tali  novelle  in  tali   recensioni  sono    state  aggiunte    dopo,  e  che  in 
origine  B  .  L  .  P  .  A  .  U.  non  dovevano  differire  da  L2  e  G.  In  queste  due  recensioni  ' 
si  salta,  cora  ho  detto,  dal  §  XVII-A  al  §  XXIV-A;  di   più  quest'ultimo  paragrafo 
è  leggermente  modificato,  in  quanto  non  vi  si  riscontrano  le  parole  ovtu  xal  tisawòv 
s@Xaipag,    che    in  L1  formano  ima    conclusione   morale    alla   favola    dell'eremita;  e 
dice  invece  semplicemente,    come  nell'italiano   di  G:  —   "E  che    ne  vuoi  fare?  » 
disse    Stephaneto.  —  In  B.  L.  si   passa   parimente    dal  §  XVII-A    al  §  XXIV-A, 
si  osserva  ugualmente   nel  §  XXIV-A  la  modificazione    sopra    indicata;  ma  dopo  il 
§  XXIV-A    non  si  passa   al  XXIV-B,    bensì    in  mezzo    ad  essi    trovansi    inseriti  i 
§§  XVIII-XXIII  e  di  più,  ripetuto,  il  §  XXIV-A,  passati  evidentemente  dal  margine 
nel  testo,  e  fuor  di  posto,  allorquando   per   formare  B  ed  L  si  colmarono  le  lacune 
di  L2  e  G.  Per  B  ed  L  abbiamo  adunque: 

XVII-A  „+  'XXIV-A +    [XVIII  .  XIX  .XX.  XXI  .  XXII  .  XXIII.   2XXIV-A] 
XXIV-B  .  XXV. 

Anche  l'Amburghese  e  il  Possino  provengono  da  una  recensione  quale  L2  e  G;  sal- 
tano dal  §  XVII-A  al  §  XXIV-A,  presentano  la  solita  modificazione  nel  §  XXIV-A 
ed  inseriscono  fuori  di  luogo  i  §§  XVII.  B-XXIII.  Per  altro  la  lezione  dell'Am- 
burghese sembra  peggiore  e  lacunosa  di  fronte  a  quella  del  Possino.  Questi  finisce 
così  il  §  XVII-A,  nel  quale  parla  Ichnelates  (157,  col.  II):  «  Inde  autem  quid 
evenit?  nempe  ut  illi  per  me  conciliati  felices  imperent,  rerumque,  me  exeluso, 
potiantur:  Rege,  cui  curam  exemi  molestissimam,  tam  sibi  utilis  mei  ministerii 
oblito  ;    et   ipsum  illuni    prius    formidatum    adversarium .    postquam   mea   industria 


—  140  — 

sibi  subiectum  habuit,  in  mei  longe  submoti  locimi  ac  dignitatem  promovente  ». 
E  continua  col  XXIV-A:  «  Vide,  inquit  Coronatila;  et  sentire  iam  incipio  non 
prorsns  vana  monuisse  me,  cimi  illa  quae  dudimi  audisti,  aggredì  ad  hoc  negotium 
tibi  paranti  disserueram.  quid  autem  circa  e$  quae  nunc  istant  consili  capis  ;  quidve 
putas  agere?  Volo,  inquit  Vestigator,  in  pristinam  reponi  gratiam,  recuperareque 
dignitatem  interversam^  et  spero  viam  ad  id  aliquam  inventurimi,  tria  facendo  quae 
virimi  pnidentem  agere  convenit,  etc.  ».  L'amburghese  invece  omette  la  domanda  di 
Stephanites  e  fa  che  Ichnelates  prosegua  dal  §  XVII-A  al  §  XXIV-A  non  interrotto 
il  suo  discorso  (ristampa  aten.  p.  12):...  nQoatvtyxmv  ixsmp  ròv  xaitvaTeqrjauvrù 
ftov  r<]  «£/'«  xutù  noXv  ravQor-  |  ftovlo/icu  ovv  tx7ioxccTa0TÌjvoci  xii.  Ma  è  da  notare 
che  sebbene  Amburghese,  Upsalense  e  Possino  concordino  con  Leid.  e  Barb.  in  quanto 
alla  loro  primitiva  lacuna  ed  alla  posteriore  interpolazione  dei  paragrafi  da  prima 
omessi,  ne  differiscono  però  in  quanto  tali  paragrafi  sono  collocati  in  un  posto  diverso 
da  quello  che  occupano  in  L  .  B.  In  queste  due  recensioni  venivano  dopo  il  §  XXIV-A. 
Nel  Possino  e  nell'amburghese-upsalense  invece  seguono  dopo  il  §  XXIV-B,  anzi 
nemmeno  immediatamente  dopo  questo  paragrafo,  poiché  tra  esso  e  la  novella  del- 
l'eremita è  inserito  un  tratto  (il  §  19  della  tavola  data  nel  §  3  di  questa  mem. 
per  riguardo  ad  A),  che  serve  ad  introdurla,  e  che  è  del  seguente  tenore:  (Possino  1.  1.) 
«  Ad  ea  Coronatus  :  Vera  loqueris,  ait,  sed  vide,  ne  ubi  perpetraveris  qtiod  paras, 
i  in  perniciem  lavorasse  te  propriam  sero  intelligas.  multis  enim  paria  machinatis  id  contigit: 
et  tanti  est  quaedam  hic  eius  generis  esempla  memorasse.  Ascetae  cuidam  etc.  » .  —  (Am- 
burghese ;  rist.  at.  1. 1.)  Eira  noòc  vovroig  è'girj  ò  —Ttyavfric-  dhX'liQa,  /ifj  tovto  nM^acti, 
cv  fiXcciUijOi].  Aéysrai  yào,  djg  icffxtjì^  rivi,  xts.  La  novella  degl'eremita  in  A  .  P  .  U  non  è 
dunque  addotta,  come  nell'arabo  e  in  L1,  a  dimostrare  che  mal  capita  colui  che  s' intromette 
negli  affari  che  non  gli  spettano;  ma  sibbene  a  provare  che  chi  tende  insidie  resta 
il  più  delle  volte  preso  coi  suoi  stessi  lacci.  Dopo  la  novella  dell'eremita  verrebbe 
immediatamente  il  §  XXV  ossia  la  novella  del  cigno  e  del  serpente:  ad  evitare 
questo  brusco  passaggio  un  altro  tratto  è  stato  interpolato  nelle  recensioni  A .  P .  U. 
(vedi  il  §  26  della  tavola  succitata),  che  nel  Possino,  159  col.  II,  è  il  seguente: 
«  His  espositis,  concludens  sermonem  Coronatus,  familiariter  conversus  ad  Vestigatorem, 
ait:  Vide  post  haec  esempla  quid  de  te  statuas.  Ego  quidem  male  metuo,  ne  quae 
in  Taurum  te  machinari  significas,  tibi  potissimum  ipsi  noceant.  Illi  statini  Vestigator 
reposuit  :  Non  iverim  inficias,  vera  esse  quae  disisti  :  tamen  et  ego  illud  commemorasse 
me  autunno,  quod  iterimi  affilino  :  Saepe  potentiores  ab  infirmioribus  vinci.  Argumento 
Serpens  et  Cycnus  fnit,  etc.  ».  —  Così  anche  dall'esame  di  questi  paragrafi  risulta 
la  posizione  di  L1  (quanto  a  V1  non  possiamo  affermar  nulla  recisamente  perchè  mutilo) 
di  contro  a  tutte  le  altre  recensioni,  le  quali,  come  si  è  dimostrato,  mettono  capo 
ad  un'unica  recensione  originaria  lacunosa.  Risulta  pure  evidente  la  distinzione  da  farsi 
tra  le  recensioni  L  .  B  ed  A  .  U  .  P. 
[7]  Più  caratteristico  è  il  seguente  esempio,  dal  quale  anche  può  rilevarsi  a  quale 

delle  due  classi  sovradistinte  si  debba  ascrivere  la  recens.  Vat.  704.  Nel  capitolo  II 
le  recens.  P.  A.  U.  L3.  (V2  ?).  G.  hanno  una  lacuna  nei  §§.  LVIII-B  e  LIX-A,  ossia 
manca  in  essi  la  Novella  del  Pittore.  Tale  lacuna  per  altro  non  riscontrasi  nell'arabo 
e  nemmeno  in  Ll  e  V  i  quali  perciò  si  mostrano  migliori  dei  codd.   e  recensioni 


—  141    — 

sopraccennate.  Il  Barb.  e  il  Leitl.  hanno  la  novella,  ma  fuor  di  poeto,  il  che  indica 
che  è  interpolata  e  che  quelle  due  recensioni  derivano  (come  si  è  visto  anche  supe- 
riormente) da  recensioni  lacunose  colmate  dopo  :  nel  B.  e  nel  L.  infatti  abbiamo  che 
dal  §  LVIII-A  si  salta  al  §  LX-A  :  soltanto  dopo  questo,  vengono  i  due  paragrafi 
LVIII-B  e  LIX  contenenti  la  novella.  Do  questa  novella  (perchè  sin  qui  inedita  nella 
sua  forma  greca)  secondo  la  recensione  L1  :  f.  32«.  Aiysrai  yàq  mg  sr  nrt  nòXsi  rjr 
è'finoqóg  ne;  ì'^mr  yvraTxa  rtjxrv  mqaiav  .  ìj  óè  yvrrj  avrov  syt'Xsi  riva  £myqà(foi  . 
più  óè  twv  rjfisqàv  Xs'yst  y  yvrij  rov  éfiTTÓqov  nqòg  ròr  (iot%òv  avrrjg.  ov  óvraGai 
if/jovaacd-cu  sic  ri  sic  Tra  sqxoju'rov  gov  [israirov  sic  nqòg  fis  sic  &smqovGa  avrò 
s'yw  sì-t'qxofiai  nqòg  gs  sic  cirsi'  qxovig  .  sic  ò  óè  sins  ói'va/iai  rovro  noiriticti  sic 
xaì  nàov  svxòXmg  .  xaì  Xafìmr  Givóóra  ÌGròqitGtr  avtrjv  .  sic  xcà  r'jX&sv  /.israprfjg  sic 
nqòg  rijv  (piXovjAsviqv  avrov  vvxTÒg  sic .  i]  óè  ìóovGa  rovror  nsqi-xaqsìg  sic  iysvsro  . 
Xtyej,  oiìr  ó  ^myqacpog  nqòg  aihijr  orar  sXdrjg  sic  (le  n]r  Giróóva  ravnjv  cpmqmvra  sic 
yirmGxs  ori  sym  slj.ll  sic  si'xs  óè  ò  cerilo  aviitg  ò  s'finoqog  óoì>?.Gì'  .  eìffeX&àv  óè  ò 
óovXog  agiva  rjxovGsv  dnsq  GvrsvovXsvGavro  sic  nàvra  .  ànsXitmv  ovv  6  £myqày>og 
fjuà  rwr  iusqoir  ir  tm  naXari'm  ànijXti-sr  v  óovXog  rov  sfinóqov  nqòg  rrjr  nai- 
ÓìGxtjv  rov  £wyqàyov  .  xuì  Xt'ysi  avrij  sqonm  Gè  omog  /ioi  ómGsig  ir,  sic  Giróóvi  sic 
tov  av!)irrog  gov  .  xuì  óiuGvrrófioig  Tavtrjv  Gol  (ft'qo) .  ì)  óè  óovXri  ói  ùxaxiar  .m> 
siysr  dióojxtv  avrm  sic  Tì]r  Giróóra .  xaì  (foqs'Gag  sic  avrrjr  nXS-ev  nqòg  Tipi  xvqi'ar 
avrov  vvxròg  sic  .  i]  óè  tóovGa  ritr  Gir  dora  sóoixsi  sic  ròv  ^wyqdyor  tirai  xaì  eX-9-ovtia 
/ttrà  Gnovó^g  ffvveys'vsTO  avrò)  sic .  ò  óè  s'ìsXOo'ìr  vneGrq>sxptv  zip'  Giróóra  rov 
Lo>yoà(fov  sig  n]r  naióiGxip  .  sX&tòv  óè  xaì  ri  £a>yqdq;og  xaì  Xafiah'  rijr  Givóora  . 
naijXO-tv  nqòg  n]r  (piXovfis'vrjv  rìj  sic  avrìj  sic  vvxrl  xarà  rò  eìoo&wg  sic  .  rj  óè  Xiya 
avrm  sic  ri  ori  Gvrrófioìg  \<niGrqtipag  sv  fuà  sic  vvxrl  xaì  nàie  rovto  .  sic  xuì  ó 
go>yqàqog  àxovaag  sic  rai'ia  nsqiXvnog  ysyorsr  .  xaì  i'yrm  ròr  dóXov  .  xaì  Grqaytìg 
fig  ror  sic  oixor  civrov  .  trvipe  rrjr  naiótGxijv  àytidwg  .  f;  óè  xaO-0/.ioXóyi  Gsr  sic 
avrm  sic  narra .  ò  óè  Xa§mr  ròv  sic  Givóóva  .  xarixavGtr  avn)v  rò  sic  nvqi  sic. 

Un  ultimo  fatto  che  convalida  la  distinzione  di  tutte  le  recensioni  da  noi  prese  [8] 
in  esame  nelle  due  classi  sovraccennate  si  riscontra  nel  capitolo  IV  dei  gufi  e  delle 
/toltole.  Nel  §  CXIV-B  sono  in  L1  e  V  le  seguenti  parole  proferite  dal  corvo  come 
un  voto:  ò  óè  xóqal;  '•  £V%aqiGTm  rm  &sm  nò  vnorà^arri  roì'g  e%&qovg  nàvrag  ino 
rovg  nóóag  Gov  ót'ofiai  óè  xaì  sìg  rò  i'gfjg  rò  ÙGaXevror  rijV  Grjv  fiaGiXet'ar  óiarij- 
qijGai,  xaì  sv  %uqà  xaì  slqip'ij  rovg  vnò  rrjv  GÌjv  (ìaGiXsiar  óiaqvXà^ai.  E  fanno 
riscontro  all'arabo  De  Sacy:  «  Der  Kabe  versetzte:  —  Ich  will  Gott,  der  deinen 
Feind  zu  Grande  verrichtet  hat,  bitten,  dass  er  Dich  lange  an  der  Kegierang  lassen 
mòge  zum  Heil  Deiner"  Unterthanen,  und  dass  er  diesen  Augeiilrahle  zukommen 
lassen  moge  ;  denn  u .  s  .  w.  —  » .  Ora  tali  parole  mancano  assolutamente  in  Amb., 
Ups.,  (il  Possino  è  in  questo  luogo  molto  accorciato)  Laur.  XI,  14,  Vat.  867  (che 
ili  questo  luogo  non  è  mutilo),  in  Gov.  de'  R.  e  finalmente  nel  Barb.  e  nel 
Leidense. 

Frattanto,  dai  fatti  precedentemente  raccolti  ed  esaminati  risulta: 

1 .  Che  le  recensioni  dello  Stephanites  da  noi  studiate  debbono  dividersi  in  due 
grandi  classi,  la  prima  delle  quali  contenente  L1  e  V1  (?),  la  seconda  tutte 
le  altre. 


—  142  — 

2.  Che  tra   le   recensioni    appartenenti    a    questa   seconda   classe    dobbiamo 
distinguere  fin  d'ora  tre  gruppi  che  sono:  A  .  U  .  P.  —  L2 .  V2 .  G.  —  L  .  B. 

§   9- 

Continuo  ora  le  mie  osservazioni  portando    l'esame  su  questa  seconda  classe  (A. 
U  .  P  .  L2 .  V2 .  G  .  L  .  B.)  così  ripartita  in  tre  gruppi. 

La  distinzione  del  gruppo  A  .  U  .  P.  dagli  altri  due  L2 .  V2 .  G.  ed  L  .  B.  è 
confermata  da  alcune  corruzioni  generali  che  si  estendono  solo  ad  ambedue  questi 
gruppi;  e  che  sono  le  seguenti: 

[9]  Un  primo  caso  di  corruzione  nel   gruppo  L2  (V2  ?  è  mutilo  in  questo  luogo)  G . 

L  .  B.,  corruzione  dalla  quale  andrebbero  immuni  i  restanti  codd.  V1  .  L1 ,  A  .  U  .  P.. 
potrebbe  riconoscersi  nella  omissione  della  novella  del  xvxvog  e  della  ii'/ty», 
(§  XLVIII),  che  si  riscontra  nel  1°  di  questi  gruppi.  La  novella  è  inserita  nell'altra 
novi^iK  xcà  Gxot-aOTixóg,  ed  ambedue  son  raccontate  da  Calila  in  un'aspra  rampogna 
che  fa  a  Dimna.  Ma  trattasi  qui  effettivamente  di  una  lacuna  nell'un  dei  gruppi, 
o  piuttosto  di  una  interpolazione  nell'altro?  Noi  abbiamo  esaminato  questo  luogo 
attentamente  poco  sopra  (al  n.  3),  allorquando  abbiamo  dovuto  addurlo  per  la 
questione,  se  il  libro  dello  Stephanites  in  un  grado  qualunque  del  suo  svolgimento 
abbia  subito  nuove  influenze  dall'arabo  o  da  altri  testi  stranieri.  E  "il  vedere  che 
anche  le  recensioni  arabe  si  dividono  qui  in  due  gruppi,  De  Sacy  da  una  parte 
(che  non  contiene  la  novella)  ed  M  .  F  .  V  dall'altra  (che  la  raccontano),  ci  ha  tenuto 
sospesi  nel  decidere  per  l'una  o  per  l'altra  opinione,  se  debbasi  cioè  ammettere  in- 
terpolazione in  un  gruppo  o  lacuna  in  un  altro.  Ora  però,  dopo  alcuni  fatti  che 
abbiamo  già  superiormente  notati  per  la  questione  circa  i  rapporti  dei  diversi  codici 
in  ciò  che  riguarda  il  testo  non  interpolato  dei  primi  VII  capitoli,  possiamo  deciderci 
alquanto  meglio  in  favore  dell'una  piuttosto  che  dell'altra  delle  due  supposizioni. 
Da  ciò  che  abbiamo  veduto  poco  sopra  risulta  infatti,  che  le  recensioni  da  noi  prese 
in  esame  debbono  schierarsi  nella  seguente  maniera  :  da  una  parte  sono  da  porre 
i  codd.  V  .  L1,  dall'altra  i  restanti;  questi  poi  debbono  per  lo  meno  suddividersi 
in  due  gruppi,  A  .  U  .  P.  da  una  parte,  e  dall'altra  L2 .  V2  .  G.  nonché  L  e  B.  Per 
tutto  questo,  ognuno  vede  come  sia  molto  più  probabile  l'ammettere,  che  la  mancanza 
o  la  presenza  della  novella  Kvxrog  xcà  vvi«jir  risulti  da  lacuna  estensibile  a  tutto 
quanto  il  gruppo  L2 .  V2  .  G  .  L  .  B.  (in  questi  due  ultimi  è  stata  aggiunta  posterior- 
mente), piuttosto  che  da  interpolazione  in  V  .  L1  ed  A .  U  .  P.;  ed  invero,  poiché 
V1  ed  L1  formano  un  sol  gruppo  a  parto,  fin  dall'origine,  da  A  .  U  .  P.,  bisognerebbe 
ammettere  (nel  caso  di  interpolazione)  che  casualmente  ambedue  questi  gruppi  avessero 
subite  la  medesima  aggiunta  e  nella  medesima  maniera;  mentre  d'altra  parte  la 
supposizione  che  qui  trattisi  di  una  lacuna  estensibile  a  L2 .  V2 .  G  .  L  .  B,  resta 
convalidata  dal  fatto  generale  delle  corruzioni  e  lacune  abbondanti  elio,  a  distinzione 
da  A  .  U  .  P,  e  quindi  da  V  .  L1,  si  riscontrano  in  quel    secondo  gruppo. 

[IO]  Nel  caso  notevole,   che  ora  son  per  citare,  rilevasi  anche  come  il  vat.  867  trovi 

il  suo  posto  nel  gruppo  stesso  di  L2 .  G  .  L  .  B.  —  Allorquando    nel  III  capitolo  (del 
corvo,    del    topo,    della    damma,    della   testuggine)  il  topo  si    accinge    a   tessere  la 


—  143  — 
narrazione  delle  proprie  vicende,  i  codd.  L1 .  V1 .  A  .  U  .  P.  seguono  un  ordine  regolare 
di  paragrafi,  che  coincide  coli' arabo,  e  che  va  dal  §  LXXIX-A  fino  al  §  LXXX1II  : 
e  nel  LXXIX-A  il  topo  incomincia  la  sua  storia  narrando  com'egli  vivesse  dapprima 
nella  casa  di  un  monaco  e  mangiasse  i  resti    del  cibo,  che  il  monaco  appendeva  in 
alto  dentro  una  cesta  :  e  come  un  giorno  essendo  capitato  in  quella  casa  un  forestiero, 
mentre  questi  parlava,  il  monaco  batteva  le  mani  per  ispaventare  così  lui  come  gli 
altri  topi  :  nel  LXXIX-B  il    forestiero    chiede  il  perchè   di  questo  strepito  che  faceva 
il  monaco,  il  quale   avendo  esposto    la  sua  ragione,    l'altro  continua    dicendo  che  il 
topo  non  può  aver  tanta  baldanza  senza   un  motivo:  ed  introduce  la  novella:  uvx\ 
i]  ym]  <h  '  ceki'av  viva  (jvii/j.a'ii  vòv  xa&aQUSfiévov  tìrjtìafiov  avrrjg  nQÒg  uxad-àqwSxov  : 
nel  LXXX  si  narra  la  prima  metà  di  questa  novella;  nel  LXXXI  la  novella  inserita  del 
cacciatore  e  del  lupo  ;  nel  LXXXII  la  seconda  metà  della  novella  precedente  della  donna 
che  cambia  il  sesamo:  enei  LXXXIII  finalmente  il  forestiero  continua  il  suo  discorso, 
riattaccando:  ovxwgxaì  òfivg  ovxog  ovx avev aìxiagxàv xoiovxwv xaxaxoln^.ìSa  nell'altro 
gruppo  di  codici  L2.V2.G.L.B.  si   riscontra  una  notevole  lacuna:    mancano  cioè 
i  paragrafi  LXXIX-B  .  LXXX  .  LXXXI .  LXXXII  :  il   §  LXXIX-A  è  poi  congiunto 
col  LXXXIII  per  mezzo  di  un  piccolo  brano  inserito,  che  tien  le  veci  di  tutto  quanto 
è  stato    tolto:  ó  òè    £ì'io?  sQmxrfiag    xrpi    aìviav   àvéfia&ev,    wc  Si'    i[iè    ol    xqotoi 
yivovxai,  xaì  eìnev  ò  àvc<t(h]c    ovvog  ó  pvg  xrè.  (L  .  B.).    Cosicché  tutto  quanto  il 
brano  è  ridotto  ad  im  passo   che  è  del    seguente  tenore  nel    Governo  de'  Eegni  75  : 
[LXXIX-A]   *  Molto  volentieri,  disse  il  sorce  :  e  dei    sapere  che  io  da  prima  avevo 
preso  casa  appresso  un  monaco,  e  di  nascosto    mangiavo  tutto    quello  ch'egli  per  sé 
apparecchiava  :  e  satollo  eh'  io  era,  ciò  che  mi  avanzava  distribuiva  a  gli  altri  sorci. 
E  molte  volte    il   monaco    appiccava    alto  in  un    cesto    tutto    il   suo   mangiare,  ed 
allora  io  non  potevo  sfuggire   il  danno  che  da   me  stesso   mi  faceva.  Un  giorno  poi 
tra  gli  altri,  un  certo  forestiere  fu  ricevuto  da  lui,  e  cominciarono  tra  loro  a  ragionare  : 
e  in  ragionando    il  monaco    battea  le    mani  per   ispaventarci  :    [LXXIX-B  .  LXXX  . 
LXXXI .  LXXXII.]  di  che  dimandando  il  forestiere  la  cagione,  intese  che  questo 
rumore  si  facea  per  me,  e  disse:  [LXXXIII]  o  che  sorcio  manigoldo!  come  è  sfac- 
ciato! cerchiamo  un  poco  se  lo  possiamo  prendere,  ecc.  ». 

Nel  capitolo  IV,  dopo  che  il  quinto  consigliere  ha  manifestato  al  re  de' corvi  [11] 
le  ragioni  della  loro  grande  nemicizia  colle  civette,  il  re'  col  §  XCVIII-A  gli  domanda 
parere  intorno  al  da  farsi,  e  quello  risponde  doversi  ricorrere  all'astuzia,  e  col 
§  XCVIII-B  dice:  xqìvco  ovv  avfupéqov  sìvai,  Ttoirjffai  (uj^vip-  xoiavxrjv,  wffneo 
xivèg  è/i ijar incerto  xarc't  xivog  àdxrjx'ov.  Nel  XCIX  poi  raccontasi  la  novella 
dell'eremita  e  dei  ladri,  e  si  termina  nel  C-A  colle  parole  xcà  vavxrjv  aoi  i£eùtov 
zip/  nccQafìoXrpi  'iva  yvyg  mi  il  injjcn]  nsyàla  óvvarcu  Ttoirjtìat,  dette  dal  consigliere 
stesso,  il  quale  nel  D-B  espone  e  propone  il  suo  divisamente.  Questo  ordine  successivo 
dei  paragrafi  è  quello  dell'arabo  e  al  tempo  stesso  delle  recensioni  L'.V'.A.U.P. 
Ma  L2 .  G  (in  V-  deve  anche  qui  lamentarsi  una  lacuna)  mancano  dei  paragrafi 
XCVIII-B  .  XCIX .  C-A,  vale  a  dire  omettono  la  novella  dell'eremita  XCIX,  e  le 
sue  necessarie  introduzione  XCVIII-B  e  conclusione  C-A.  Nel  Leidense  notasi  codesta 
lacuna,  ma  da  altra  mano  è  stata  colmata  in  margine,  dove  sono  riportati  di  scrittura 
minuta  i  §§  XCIX  e  C-A,  omesso  il  XCVIII-B.  La  chiamata  del  testo  al  margine 


—   144  — 

è  per   altro    fuori  di    luogo:    essa   è  posta    avanti  il    XCVIII-A    Cosicché    abbiamo 
dapprima  : 

XC  VII.  XCVIII-A.^  C-B. 
e  quindi  : 

XCVII.  ((Y  .  XCIX  .  C-A)).    XCVIII-A  „,  C-B. 
Il  cod.  Barberino  nasce  dal  Leidense,  perchè  il  tratto  marginale  di  L  è  stato  inserito 
nel  testo  di  B  al  falso  posto    assegnatogli  in  L,  e  perciò  in  B  i  paragrafi  si  succe- 
dono con  quest'ordine:  XCVII .  XCIX  •  C-A  .  XCVIII-A  .  C-B. 
[  1 2]  In  tutto  il  tratto  del  capitolo  IV,  che  va  dal  momento  in  cui  il  corvo  è  trovato 

steso  per  terra  dalle  battiture,  fino  alla  vittoria  completa  dei  corvi  sulle  civette, 
si  osservano  notevoli  lacune  nel  secondo  gruppo  di  codici,  di  fronte  al  gruppo  A. U. 
e  perciò  L1  e  V1,  che  presentano  una  lezione  più  completa  e  più  regolare.  Difatti 
Ll  .  V1 .  A  .  U  .  (diremo  fra  breve  di  P)  presentano  un  ordine  regolare  di  paragrafi, 
che  va  dal  CI  al  CXI.  L'arabo  segue  quest'ordine:  solo  è  da  notare  che  in  DS 
mancano  i  §§  CV-A  e  CVII-C,  ma  quest'ultimo  si  trova  in  M  .  F  .  V.  (Guidi  54): 
«  Quindi  disse  quel  gufo  il  cui  consiglio  era  uccidere  il  corvo:  o  re!  se  non  vuoi 
ucciderlo,  almeno  allontanalo  da  te,  e  tiello  in  conto  di  nemico  temuto  e  non  riposarti 
in  lui  e  nel  suo  parlare,  poiché  egli  è  istruito,  furbo,  ingannatore,  fraudolento  ed 
astuto,  giacché  non  è  venuto  se  non  per  giovare  sé  stesso  e  i  suoi  e  glorificare  il 
suo  re  etc.  ».  —  Il  Possino  differisce  qui  eccezionalmente  da  A  e  da  U,  in  quanto 
compendia  in  poche  parole  tutto  quanto  il  brano  dal  CI  al  CXI,  omettendo  del 
tutto  le  novelle  incluse,  cioè:  //  ladro,  il  vecchio  e  la  moglie  giovane  (CU); 
l'eremita,  il  diavolo  e  il  ladro  (CIV);  l'artefice  e  la  moglie  infedele  (CVI); 
l'eremita  e  il  topo  (CIX).  Tale  omissione  del  Possino  e  la  sua  divergenza  dai 
codd.  confratelli  non  disturba  per  nulla  la  legge  generale  sulle  attinenze  strette  che 
corrono  tra  Amb.,  Upsal.  e  Possino;  poiché  quand'anche  tale  omissione  non  fosse 
opera  del  traduttore  latino,  ma  risalisse  al  cod.  greco  del  quale  egli  si  valse, 
dovrebbesi  in  essa  riconoscere  uno  scadimento  peculiare  di  lezione  in  quel  codice, 
che  forse  potrebbe  esser  cagionato  dalla  conoscenza  di  quelle  recensioni  (l'altro  gruppo) 
nelle  quali  appunto  mancano  tali  novelle  :  ma  non  offrirebbe  argomento  di  identificazione 
tra  Possino  ed  L2.  G  ecc.  Del  resto  il  Possino  stesso  nella  prefazione  ci  fa  sapere 
che,  almeno  di  una  buona  parte  di  cotali  lacune,  l'autore  è  lui  stesso,  che  ha 
giudicato  siffatte  novelle  o  spurie  o  così  indecenti  da  non  doversi  riportare:  -  Itaque 
cum  animadvertissem  auctorem  ipsum  in  morum  censura,  valde  serium  :  Perzoem 
vero  primum  eius  interpretem  in  eius  praefatione  observassem  rigidum  castitatis  fuis- 
se  cultorem:  a  qua  severitate  nec  ipse  graecae  interpretationis  auctor  in  sua  praefatione 
se  abhorrere  demonstrasset,  vix  me  tenebam  quin  suspicarer,  tres  obscoenissimas  et 
peccare  docentes  Fabulas  mala  cuiusdam  nugatoris  intrusas  marni  :  praesertim  cum 
duae  illarum  in  Diss.  4  (che  ò  appunto  il  capitolo  delle  civette  e  dei  gufi)  ad 
propositum  nihil  facerent.  Quare  Mas  inde  sustuli,  irti  et  tertiain  similiter  ÙTcqoadióvvtiov, 
et ineptissimam  ».  —  A  differenza  del  gruppo  L'.V'.A.U.  (Allacciano?),  il  cod. 
L!  e  Q  (il  vat.    867  anche   qui  è    mutilo)    presentano   notevoli    lacune,    in    quanto 

manca lei  §§  CU  .  CHI  .  CIV  .  CV-A  .  CV-B  .  CV-C  .  CVI .  CVII-A  .  CVHI-B  .  CIX. 

CX  ;  che  è  quanto  dire,  press' a  poco,  il  testo  delle  novelle  inserii Ielle  parti  che  ad  esse 


—  145  — 
novello  immediatamente  si  riferiscilo.  Il  Leid.  deriva,  al  solito,  da  una  recensione  quale  la 
laur.  XI 14  o  G.  colmate  in  margine  Le  lacune  e  richiamate  fuor  di  posto.  Il  Laur.  XI  14  ci 
dà  •  CI  CVII-B  .  CVH-C  .  CVIII-A  *  CXI.  11  Leid.  aggiunge  in  margine  d'altra  mano 
e  di  scrittura  minuta  i  *S  CU  .  CHI  .  C1V  .  CV-A,  i  §§  CV-C  .  CVI .  CVII-A  . 
CVII-B  .- C VII-C,  e  quindi  i  §§  CVIII-B  .  CIX  .  CX;  ma,  oltre  che  ne  aggiunge 
alcuni,  dei  quali  non  ci  sarebbe  stato  bisogno,  perchè  c'erano  di  già  (CVII-B . 
CVH-C),  e  ne  omette  sempre  altri  (CV-B),  colloca  poi  fuor  di  posto  con  chiamate 
una  parte  di  queste  aggiunte.  Difatti  colloca  i  CU .  CHI .  CIV .  CV-A  tra  il  CI 
e  il  CVII-B,  mentre  tra  il  CVH-C  e  il  CVIII-A  inserisce  i  CV-C  .  CVI  .  CVH-A  . 
CVII-B  .  CVH-C;  i  paragrafi  poi  CVIII-B  .  CIX  .  CX  sono  regolarmente  collocati  al  loro 
posto  cioè  tra  il  CVIII-A  e  il  CXI.  Abbiamo  dunque:  CI  ((CU  .  CHI .  CIV  .  CV-A)) 
'C V 1 1-B  .  'CVII-C  ((*  .  CV-C .  CVI .  CVII-A  .  '-CVI  1-B .  2CVII-C))  CVIII-A. ((CVIII-B . 
CIX  .  CX))  CXI.  Il  Barberino  ha  inserito  nel  testo  quanto  il  Leid.  aveva  aggiunto 
in  margine:  soltanto  ha  omesso  il  '-'CVII-C;  ed  è  resultato:  CI  [CU  .  CHI .  CIV  . 
CV-A]  'CVII-B  .  CVII-C  [CV-C  .  CVI .  CVII-A  .  2CVII-B]  CVIII-A  [CVIII-B  .  CIX  . 

CX]  CXI. 

Nel  capitolo  VII  (Gli  otto  sogni  del  Re)  trovasi  nel  §  CXXVIII  la  favola  [13] 
della  scimmia,  che  per  raccogliere  una  lenticchia  le  perde  tutte,  ed  è  raccontai 
da  Palarios  (Iblad)  al  Ee,  per  esortarlo  a  non  volersi  occupare  troppo  di  una  sola 
donna,  mentre  ne  possiede  tanto  numero.  Questa  novella  si  trova  in  L1  e  in  V1. 
In  V1  (vedi  Guidi  76)  è  di  l'orma  più  ampliata,  ma  meno  genuina,  poiché  l'arabo 
si  accosta  più  alla  lezione  di  L1.  Ciò  è  confermato  dal  fatto,  che  una  dizione  più 
vicina  a  quella  di  L1  trovasi  in  A.U,  e  quindi  in  P.  Manca  invece  la  novella 
in  L2.V2  (che  qui  non  è  mutilo)  e  in  G.  Nel  Leidense  è  aggiunta  in  margine; 
donde  è  passata  nel  testo,  sotto  la   stessa  forma,  nel  cod.  Barberino. 

Subito  dopo  la  favola  della  scimmia  vengono  (§  CXXIX.A-E)  18  sentenze,  che  [14] 
Palarios  proferisce  alla  presenza  del  Re,  ogni  qual  volta  questi  apre  la  bocca  per 
lagnarsi  della  perdita  di  Palàs  (Iràkht).  L'ordine  di  queste  sentenze  qual'è  in  L1 . 
V  .  A  .  U  .  P  può  ritenersi  il  fondamentale  e  il  migliore  che  ci  presentino  le  recensioni 
greche,  se  si  confrontino  coU' arabo  non  tanto  DS.  che  contiene  soltanto  un  numero 
limitato  di  sentenze  (S),  quanto  anche  M  .  V  .  F,  intorno  ai  quali  vedasi  Guidi  77  sgg. 
Ciascuna  di  esse  studieremo  piti  particolamente  in  altra  nostra  memoria,  quando 
avremo  occasione  di  confrontarle  diligentemente  col  testo  arabo  corrispondente  e  con 
altre  versioni  orientali.  Frattanto  giova  notare,  che  dicontro  a  tanta  abbondanza 
di  sentenze  nei  codd.  greci  sopracitati,  leggesi  invece  in  L2  .  V2 .  G  una  sola  di  esse. 
cioè  la  prima;  che  le  sentenze  2-18  mancanti  in  L2 .  V2  .  G  sono  state  aggiunte  in 
margine  d'altra  mano  più  minuta  in  L,  con  falsa  chiamata  avanti  la  sentenza  1; 
che  finalmente  passato  nel  testo  di  B  quello  che  era  in  margine  di  L,  è  risultato 
per  le  sentenze  del  cod.  B  l'ordine  2-18.  1. 

Mettendo  insieme  i  risultati  parziali  ottenuti  iu  questo  paragrafo  per  l'esame 
dei  fatti  concernenti  la  distinzione  del  gruppo  A .  U .  P  dal  gruppo  L2 .  V2 .  G  e  dall'al- 
tro L.B,  giungiamo  ad  una  conclusione  analoga  a  quella  già  espressa  alla  fine  del 
§  8,  che  cioè,  mentre  dobbiamo  distinguere  innanzi  tutto  due  gruppi  principali,  da 
una  parte  L1 .  V  e  dall'altra  A .  U .  P .  L2 .  V2 .  G .  L  .  B ,  in  questo  secondo  gruppo  sono 
Classe  di  scienze  morali  ecc.    -  Memok.e  —  Ser.  1".  Voi.  II.  Parte  l3.  19 


—  146  — 

pure  da  distinguere  due  classi,  cioè:  A.U.P  e  L2.V2.G.L.B.  In  questa  seconda 
classe  poi  L  e  B  si  distinguono  da  L*.V*.Gr,  in  quanto  quelli  colmano  per  addi- 
zioni successive  le  numerose  lacune  che  si  riscontrano  in  questi.  Il  Barberino  infine 
ci  si  mostra  un  derivato  del  Leidense.  —  Passo  ora  a  studiare  più  attentamente  la 
elasse  L2.V2.G.  L.B,  per  vedere  se  in  effetto  L  e  B  costituiscono  una  sezione  a 
parte  da  L2 .  V2 .  G ,  e  quindi  da  tutto  il  restante  dei  codici. 

§  10. 

I  codd.  L2.V2.G  devono  distinguersi  dai  codd.  B  ed  L  per  alcune  corruzioni 
che  hanno  luogo  nel  campo  della  sezione  L.B,  senz'aver  riscontro  nell'altra.  Esse 
sono  le  seguenti: 

[15]  Al  §  VII  è  detto  nel  cod.  L1:  Uaq^aav  ót   sxetos   avv   zoìg   vii  uvròv   Vcòsg 

óvo,  ò  [lèv  2rey>avÌTr)g,  ò  óè  *Ip>r}Xàzr)g  xaXov[isvoi,  ctfiyózeooù  noixiXoi  xcà  clyyj- 
vovtfTcìToi,  nh)v  oh  ò  'Iyrilcni^  novrjqóg  zig  rjv  zfj  ipvy,]  xcà  itXéov  èyiéfisvog 
zrjg  toìv  7TQayii«ro>v  xazceXrjipsoog.  Con  questa  lezione  concordano  A.  U.  P.  L2.  G  (i  due 
vaticani  V1  V2  son  qui  mutili).  Ma  L  e  B  hanno  nell'ultima  parte  del  periodo  sem- 
plicemente: novrjQÓTSQog  òì  ioi<iwv  o  'IxvrjXàrrjg. 

[16]  Al  §  XIII  nel  soliloquio  che  fa  il  leone,  dopo  avere  inviato  Ichnelate  dal  toro, 

e  temendo  esser  da  lui  tradito,  è  questo  passo  che  riferisco  nella  lezione  di  L1  e  in 
quella  di  L. 

Laur.  LVII  30  Leid.  Bon.  Vulc.  93. 

Ov  oh  yàq  nianhir   ròr  fioraia-  Ov  ófì  yào,  q rat,  nùfTEVeiv  ròr  ì£ov- 

rr";i'    r'ìì    f7r'    tzXsìov    xcciqòv    àvunmc  Gzuaiìv 

7taQE(OQafiév(j),  rj  zy  TzXsovéxzr}  xcà  cinXr}-  nXsovsxTrj  xcà  ani- 

<Tto>  avóqt,   ìi    zcp    ni]   sv  xraoiò  nfoiGTc'c-  ano  sic  uvdqi,  1]  nò  (lèv  èv  xcaqiò  ,TtQtarci- 

aewg    olxi'ag    tickq'  ccvzov   Gvvsqyrj&évTi ,  aiaig   n]r  olxtav  yvcófirjv  xcà  nitìziv  xa- 

rt    nXovzov   xcà    óóìciv   ccijcaotDtrn    xcà  d-ccqàv  ccTroón'ìccrn. 

ring  rotar  ioi;.ò  yào  ' IyviJ.àri^  ex  noi-  6  yàq   ' lyj-i/.tir^g  nXovzov 

Xov  rjàrj  avvszctìzarog  wv   /rqòg    ti]    t'iti^  xcà  óó'ìccr  dgirjqrjfiévog  ri]  i/1% 

rzvXtj  GvvtQQinTO  .  ì'awg  yào  dici  Iorio  ov  "7./,   TTQoGtgrjirrro  •  xcà  òsóoixa   in] 

TiGiag  ixòovXsvGsi  fis  .  ì]  svqoòv  zò  /ifya-  siqàv  zovro  zò 

Xocj  miotici  or  Tono  £wov  ifiov  fieìgov  nj  ixeyaXócfwvov  £mov  [lettovi fiov  xcà  sva&e- 

ovvccfiei  xcà  svad-sviGzsqov,  xovtoj  Ttqoti-  véGzsqov   zr,  Svvccfisi,  cerno  nqoGqvst  xcà 

ovattai  (?)  xcà  avayyeXsì  rà    sfià   s'Xaz-  avayysXelxà  éfià  èXatTW(iaza,xoà£XTOTe 

nuora  ce.  (){,   retti  ring   èxdovXsvtìSl    1101. 

La  lezione  del  leidense  è,  come  ognun  vede,  più  accorciata  o  lacunosa,  e  pos- 
siamo anche  dire  scorretta  (cf.  Xàniaxy  e  la  trasposizione  della  frase  xcù  ì:xion- 
ov  nitizcòg  txóov/.cran  noi)  della  lezione  di  L1.  L'arabo  (cfr.  W.  I  23)  è  ancor  più 
diffuso.  Ora  delle  altre  recensioni  la  sola  B  ci  dà  una  Lezione  identica  ad  L.  Il  vat.  704 
è  mutilo:  A  e  quindi  U  si  avvicina  ad  L1.  Il  Possino  (157,  eoi.  I)  sebbene  non  sia 
traduzione  letterale  né  dell'una  né  dell'altra  recensione,   mostra  tuttavia,  ili  derivare 

dà  un  cod.  quale  L1 ,  piuttosto  che  da  L  o  15.  Anche  L-  ha  una  lezi presso  che 

identica  ad  L1.  11  vat.  867  è  mutilo.  Il  Governo  de- Regni  28-9  va  errato  per  di- 
retto di  interpretazione,  ma  appartiene  lui  pure  alla  classe  di  LV 


—  147  — 

Nel  §  XXIV-C  Ichnelates  parlando  a  Stephanites  e  manifestandogli  il  suo  divi-     [17] 
samento  di  volere  ad  ogni  costo  riacquistare  l'onore  perduto  dacché  il  bove  era  entrato 
nella  corte  del  leone,  dice:  óaXoytcràii^r  ovv  xàyw  sìg  n]v  nqoréqav  fiov  là'ìw  sic, 

XICI  OV%    BVQOV    7T0Q0V    (CTTIIXlll '"«ffl'HfffWC    ìj    [17]    101    Oo/.OÌ  vov    tcivqov    anoxvstvai  •  TOVVO 

yào  fiot  XvtfixeXég,  ì'dwg  xal  tw  Xeovri  (L1).  Le  ultime  parole  i'cftog  xul  tw  Itimi 
manfano  in  B.  L;  ma  si  trovano  in  tutte  le  altre  recensioni  (però  V  V2  son  mutili) 
ed  hanno  riscontro  nell'arabo  DS.  =  W.  37  :  «  Denn  weirn  dieser  nicht  mehr  um  den 
Lowen  ist,  werde  idi  wieder  meinen  vorigen  Rang  behaupten  "kònnen,  und  vielL 
wàre  das  aneli  fi'ir  den  Lòwen  gut,  denn  das,  dass  er  dem  Stier  so  ubermassig  Ehre 
erweist,  kiinne  ihm  mit  der  Zeit  Schande  und  Schade  bringen  ». 

Nella  novella  delle  due  donne  nude  (§  LXVII)  dov'è  detto:    i)  fila   è£  ccvràv     [18] 
òàxi-t  rivi  GvvTV%ov<ta  iii^ìaiiiiw  rrjv  oìxsiav  avrrjg  aìó%vvr]v  neoiexalvipe  .smtfrqa- 
<jH<>«  ó'ì  ì)  ìit'occ  TTQÒg  àvTtjfv  sinsv  •  ovx  «ìoyvvil  yvfivr]  p<xò*C£ovGa;  (L1),  mancano 
per  salto  di  copista  nei  soli  L.  B  le  parole  da  7TSQisxccXv%psv  fino  ad  aìff%vvr]. 

Sulla  fine  del  capitolo  II,  e  terminato  il  racconto  Zikjidìi  iqg   xal  'IxvrjXdxrjg,     [19] 
i  cod  L.  B  hanno:  xal  oviwg  àjioifiatov  rtXog  xwv  s'oycov  ccvrov  ò  'IxvrjXcctrjg  s3s§ccto: 
poi  non  introducono  il  filosofo   a   dire   il   resto,  che  è  anche   in  L1:  <Sxonr]xéov  va 
TOiavru  xrt.  Le  parole  xal  ovxcog  àfioi^aìov  —  fót^aro  mancano  in  tutte  le  altre 
recensioni  greche  come  nell'arabo. 

Nel  capitolo  III,  §  LXXVII,  allorquando  il  sorcio  parla  col  corvo  intorno  all'ami-  [20] 
cizia  che  questi  gli  aveva  proposto,  dice:  «  yào  non  xatoov  àiaatotipug  rag  fjfiexéoag 
tìvvd-rixug,  ovx  àr  ì'yoig  slnstv,  ciig  svocòv  rùv  (ivv  àtìvvsxov  rpià\rpu  roìnov  xaì 
fàiXt'arra  (L1).  Così  tutte  le  allre  recensioni  greche  e  così  press' a  poco  l'arabo  DS.  : 
«  solltest  du  mich  demnoch  betriigen,  so  sage  denn  nicht:  ich  habe  an  der  Maus 
gefunden,  dass  sie  leicht  betriigen  làsst.  »  Ma  L  e  B  erroneamente:  «  yào  tiots  xaiqoi 
àvaOTQt'ipsig  rag  rjfisxéoccg  avvS-rjxag,  ovx  itriiitÓQijTov  sàffrjg  (sic)  fis  .  ò  ó't  xóoa'S 
si'tisv  iv  xovxm  tytig  eìnslv  log  evocar  tov  fivv  dcvvexov  mtcetipsa  ioviov  xal  sdeXéaffa. 

Continuando  nello  stesso  paragrafo,  abbiamo  in  L1  e  così  quasi  in  tutte  le  altre     [21] 
recens.  greche  meno  L.  B:  eira  rrootxvipe  xrjg  lói'ag  xaTccdvaswg  .  ò  ó'ì  xoqcc£  .  vC  [ir] 
xéXsov  i'Stqyti  Ttqòg  fié;  ò  óì  fxvg  sinsv.  In  L.  B  sono  saltate  le  parole  da  ò  xóoa'ì 
fino  a  noòg  in'.  Ma  questo  fatto  non  ha  un  valore  assoluto,  perchè  la  stessa  lacuna, 
senza  essere  in  G,  si  trova  però  in  L2.  V2.  Su  di  che  vedi  più  ampiamente  al  n.  55. 

§  II. 

L'esame  dei  fatti,  che  abbiamo  discussi  nei  §§.  8.  9.  10  ha  portato  ad  una  con- 
clusione, che  può  graficamente  enunciarsi  collo  schema  seguente: 


L-.  V 

(1) 


A.  U.  P 

(2) 

L-.  V».  G  L 

(3)  B 

(4) 


—  14S  — 

Cioè  :  —  la  versione  di  S(imeone  di  Setti)  diramò  dapprima  in  due  recensioni, 
delle  quali  una  rappresentataci  da  L1.  V1,  l'altra  da  a,  che  dette  luogo  da  una  parte  ad 
A.U.P,  dall'altra  a  /?,  da  cui,  in  direzione  opposta,  si  ebbero  L2. V2.G  ed  L.B.  — 
[1  cod.  B  è  sottoposto  ad  L,  in  quanto  abbiamo  traccia  di  dipendenza  di  quello  da 
questo.  —  Da  S  ad  a,  da  «  ai  differenti  tre  gruppi  numerati  (2)  (3)  (4)  siamo 
scesi  per  successive  corruzioni  del  testo:  il  gruppo  (1)  ci  rappresenta  quindi  fino  a 
questo  punto  la  lezione  più  genuina,  perchè  più  vicina  a  quella  di  S. 

Ora  esaminiamo  ciascuno  di  questi  quattro  gruppi  separatamente,  per  tentare 
una  distinzione  anche  tra  i  codd.,  onde  ogni  gruppo  è  costituito,  e  per  mettere  in 
rilievo  alcune  delle  particolarità  peculiari  di  ciascun  codice.  I  fatti  son  tolti,  al  so- 
lito, dai  primi  sette  capitoli  del  testo.  Comincio  dal  gruppo  (1)  che  comprende  L1  e  V1. 

§  12. 

Diffìcile  molto  è  il  determinare  quali  relazioni  intercedano  tra  L'eV;  tanto 
più  che  V1  è  mutilo  in  molte  parti  e  non  offre  campo  a  raccogliere  dati  sufficienti 
a  risolvere  la  questione.  L1  forse  è  meno  discosto  da  S:  V1  ha  sofferto  maggiori  dete- 
rioramenti, specialmente  in  fatto  di  interpolazioni.  Eccone  tre  esempi: 

[22]  Al  §  LXXXXI,  dopo  la  citazione  di  Esiodo:  xaì  yùo  d(i<pi§oXoeqyòg  dvrjQ  axrfii 

naXaisi,  aggiunge  il  solo  V1:  chi  yàq  an)o  àffv/xfiovXog  xar'aviov  7roXt'[iiog. 

[23]  Nello  stesso  paragrafo,  poco  più  oltre,  dopo   la   sentenza:  ò  dì  tò  ofxnor   ur- 

tSvrjctiov  ctTtoxQVTCTmv  xcà  tsvvvrjqmv  dvo  ravva  xeQÓavsì  xaì  xavù  Svo  xqónovg  tòipe- 
hjO-ì)cl£Tcti  ■  ì)  yùo  rvy/urti  xoì  icfsxov  xcà  èri  Ffjì  ìSitn  (pQOvrj/Mxvi  yéyijd-sv  ■  \ 
ù.Torv ■/_■<>)■,  ràv  èm  xft  tirai vyja  (léfii^sav  èx<pevyet:  dopo  questa  sentenza,  dico,  il 
solo  V1  aggiunge  le  parole:  oig  tic,  toh  aotpwv  tìvvaivsl-  o  fis'XXsig  tzoieìv  >a]  too- 
Xeys  •  druiv/wv  yùo  ytXaG &>]<}>] .-  che  appaiono  di  per  sé  stesse  una  interpolazione. 
Alla  fine  della  novella  della  scimmia  e  delle  lenticchie  (  §  CXXVIII)  leggesi 
nel  solo  V1.  JiSoixa  oiv,  a  fÈatìiXtv ,  /n]  noxs  xaì  èrti  Ooì  io  roiovzo  ysv^tìsxai, 
Ihoi.rùr  là  ihhcòi]  sic  xaì  i'ò  fisxafiéXf  me£ó[tsvog  (fVfijSfj  Gol  nUràrai  xtà  ovxwg 
v(Sii:Q>tdi]<sa-  xcà  reti  loirràc  (Cfr.  Guidi  76):  le  quali  parole,  che  non  si  riscon- 
trano in  nessun'  altra  recensione  greca ,  non  trovano  il  loro  corrispondente  neppure 
nei  testi  arabi  conosciuti. 

[25]  Del  resto  anche  L1  non  è  immune  da  siffatte  interpolazioni,  e  noi  troviamo  che 

nel  §.  XCI  sta  scritto  in  L1  :  Taìta  yvwvxsg  Seàc&s  xtà  va  snòfieva  ■  tìxonrjtìaxi 
ovv  Ttùg  òsi  avxovg  noXsfisTv,  Tra  vovvovg  vixrjtìcafisv.  Queste  ultime  parole  tìxo- 
nt^arfr-rixi^oìHi-r  mancano  in  tutte  le  altre  recensioni.  Il  Possino  amplia,  ma  sembra 
riferirsi  sempre  al  pass.)  zavxa-ènófisva  :  (117,  col.  I)  «Agite,  cousulite  in  medium, 
quid  emendando  incommodo,  praecayendis  in  posteram  damnis  similibus,  opportùnum 
factujudicetis,  promite  -.  E  così  pure  L'arabo  DS  =  W.  184  (cfr.  (laidi  ài)  dove  per 
altro  il  discorso  è  posto  in  bocca  non  al  re  ma  ai  suoi  sudditi  :  «  Wir  gehoren  aber 
ganz  dir  an,  o  Konig,  dram  mdgest  du  far  uns  und  fiir  dich  sei  list  besorgt  seyn  :  - 
Cfr.  anche  il  Panciatantra  (Benfey  11.214).  dove  il  re  dice  ai  suoi  ministri:  -  Was 
is1  also  in  dieser  Lage  angemessenerweise  unter  folgenden  sechs  Mitteln  zu  wàhlen  : 
Priede,  Krieg,  Marsch,  Abwarten,  SchùtzbùndnissoderDoppelzùngigkeit?  Dies  iiberlegt 
nini  sugi  rasch  eure  Meinung  ». 


[24] 


—   14!»  — 

§  13. 

Quanto  al  gruppo  (2)  comincio  dal  notare  alcune  corruzioni  generali  che  si  esten- 
dono a  tutti  e  tre  i  codici  ond'  è  costituito;  le  quali  corruzioni  generali  distinguono 
vie  più  il  gruppo  (2)  non  tanto  da  (1)  quanto  da  (3)  e  da  (4).  —  Ecco  esempi  di 
interpolazioni  in  tutti  e  tre  i  cpdd.  A  .  U .  P . 

Al  §  Vili  in  fine  della    favola  della  scimmia  e  il  leguaiolo  è  in  A.U:  Orna     [26] 
xcà  a  e  ;ui:jmc  av  «  rotg  roiovvoig  '/_q(<:  che  manca  nell'arabo  DS.  =  W.  9  e  in  tutte 
le  recensioni  greche,  ma  non  nel  Possino  che  ha,  155  col.  I:   «  nihil  mitius  impendet 
tibi,  si  curiosus  esse  pergis  ». 

Nel  §  X,  quando  Ichnelate  si  è  presentato  al  leone  ed  ha  parlato,  questi  dice  [27] 
(in  L1)  ai  suoi  sudditi:  ó  svtìvvsiàrjzog  xcà  fojytog  dvriQ  àyvoeVcai  noXlàxig  cr/Q1  ",■-" 
òjxiliag  '  xtt&aTcep  tò  vnoxovTtxónevov  ttvo  ,  onótav  tic  (f>wg  è^éqysxM,  àtQioì'  xov 
(plóya  ccTTsqy cifrai.  Così  l'arabo  DS.  =  W.  18  che  finisce  appunto  colle  parole  : 
«  gleichwie  die  unterdrùckte  Feuerflamme  hoch  aufzuloden  strebt  » .  E  così  pure  tutte 
le  recensioni  greche,  meno  A.  U.  P.  Invero  A.  U  aggiungono  :  nuoaTTXrfiiM;  xcà  ovrog 
xainoì'  vvyoàv,  f'x  fióvrjg  vfjg  òfJuXlag  oióg  effit  xaxccórjXog  yìvextu.  E  il  Possino  156 
col.  I  :  »  ita  hunc  quaedam  demum  fortuna  congressus  nostri,  in  notitiam  protulit . 
indignum  profecto,  qui  lateret  » . 

Alla  fine  del  §  XXIX,  dopo  la  favola  del  leone  e  della  lepre,  aggiunge  A  ed  U  :     [28] 
Ovxeo  xch/co  Dccoom  sm  nani  /mi  niaxsvovxa  xòv  xavqov ,  che  il  Possino  160  col.  II 
rende  :   «  Ad  hoc  exemplum  confido  me  quoque  persuasurum  Tauro  quae  illuni  stulte 
credulum  in  exitimn  praecipitent  ».  Tale  aggiunta  manca  così  all'arabo,  come  a  tutte 
le  altro  recensioni  greche,  ed  ha  anche  di  per  sé  l'aspetto  di  una  interpolazione. 

Alla  fine    del  §  XXXII,    dopo   la  novella   dei  tre  pesci,  trovasi  in  A.U  l'ag-     [29] 
giunta  che  segue,  mancante  all'arabo   e   a  tutte  le  altre  recensioni  greche,  meno  il 
Possino:     Ovtoi  xa)  tticc  àvòrpog  nefoexai, rijg  avxov  (irj  nqovomv  tìwxrjQtag.  Possino 
161  col.  I:    «  Similia    patietur  quisquis    denunciato    iudormiens   periculo,  neglexerit 
vel  tempestive  praevertere,  vel  solerter   eludere   insidias   lido  indicio  praecognitas  - . 

Altra  interpolazione  della  stessa  natura  è  nel  §  XL  alla  fine  della  favola  della     [30] 
testuggine  e  delle  due  anitre,  dove  A.U  aggiungono:  xoiavTtx  neiaexai  xoù  ò  <n]  àxovcov 
avT'ò  òniAoirii:  e  il  Possino  164  col.  I:   «  Talis  mina  manet  non  morigerum  recta 
monentibus  » . 

Così  pure  alla   fine   della   novella   del  corvo  e  delle    scimmie  (§  XLV)  A.U:     [31] 
Toiovxov  Si]  xa/xè  xoiavxd  aoi  TcccQuivoìna  óoxsl  elvai.  E  il  Possino  165  col.  I  am- 
pliando :   «  Par  exitus  ne  me  maneat  equidem  vereor.  non  cessabo  tamen  adhuc,  cha- 
'  ritate  provectus  vera  tui,  et  hoc  denunciare,  si  forte  tandem  vel  hoc  postremo  ex  me 
audiendo  exemplo  moveri  ad  salubrem  resipiscentiam  possis  *. 

Oltre  che  per  casi  di  interpolazione,  le  recensioni  A .  U .  P  si  distinguono  da  tutte 
le  altre  per  ima  serie  di  lacune  loro  proprie.  Eccone  tre  esempi: 

Nel  §  X  sono  in  L1  (  e  così  generalmeote    nel    greco)  le  parole:  òsi  yàg  ròv     [32] 
(lèv  (<oy<irra  (fatxoi'isiv  rovg  vtx'  avxóv,  xòv  ót  GToctxtjyòr  xovg  GTQariaixag,  ròv  ó'è 
dg%i£Qéa  xovg  loyiovc  avóqag  xcà  gttovóm'ovc.  Ora  A.  U  mancano  dell'ultimo  passo  : 


—  150  — 

iùi  ó'ì  doxuotcc  -  anovSaiovg;  e  il  Possino  pure  156  col.  II  dice  semplicemente: 
-  Tanti  refert  notos  penitus  Principi  subditos,  Imperatori  milites  esse  ». 

[33]  Mancano  in  A.  U.  P  le  parole  che  dice  Iclinelate  al  §  LXVIII,  dopo   raccon- 

tata la  novella  delle  donne  nude  :  Toiovvog  ovv  xcà  av  oì,  nqMvoixùytiQt,  xcdJtcm.- 
xag,  xcà  tìavvòv  ov  TrtqtffxoTrtTg  £%<iìv  èv  r/~  aaqxì  tiu'ìXorrag,  tira  xctcaroXiiàg  ttciqì- 
gtug'&cu  fiaatXtì  xaì  n)v  roviov  òiairav  iitraxtiQiXtci^ai  (L1).  Questo  brano  si  trova 
press'  a  poco  nella  stessa  forma,  così  nell'arabo  DS  =  W.  128,  come  presso  le  altre 
recensioni  greche. 

[34]  Nel  capitolo  III,  quando  il  topo  tesse  la  storia  delle  proprie  vicende,  e  preci- 

samente alla  fine  del  §  LXXIX-B,  prima  che  venga  introdotta  la  novella  della 
donna  che  cambia  il  sesamo,  è  detto  in  V1.  L1  (e  così  nell'arabo  e  generalmente  nel 
greco):  ò  óè  £évog  eìtcev  •  oixog  o  iivg  uìxìav  riva  t'xet  (così  V1,  ma  L1  aì't^Giv  oi'x 
è 'yti)  ■  è/m  yào  tit'itvijiat  àv-d-QWTtov  tìnóvxoq-  carri  (L1  Stori)  i]  yrvi]  ài' cariai!  uva 
a  in  'illaì tv  (L'  Gvvi]Xt'ìtv)  rò  (L1  ròv)  xalhaqiailtvov  ffyffafiov  (L1  a^daiiitov)  avrrjg 
rroòg  clxa'JcioicSrov  .  ò  óì  (iova%òg  ti'rrtv  •  xaì  rrùg  fjv  torio:  Ma  queste  parole  man- 
cano affatto  in  A.  U.  P. 

Una  terza  classe  di  corruzioni  peculiari  ad  A.  IL  P  sono  le  seguenti  : 

[35]  Nella  favola  della  volpe  e  del  timpano  (§  XI)  è  detto  nella  maggior  parte  delle 

recensioni  (compreso  anche  Prete  Giovanni;  v.  Studi  di  filologia  greca  pubbl.  da 
E.  Piccolomini  I  29  sgy.),  come  una  volpe  affamata,  trovandosi  in  ima  selva .  s'im- 
battesse in  un  timpano,  che  sospeso  ad  un  albero  produceva  rumore;  dal  quale  im- 
paurita la  volpe,  non  osava  appressatisi  ;  ma  vinta  poi  dalla  fame,  credendo  che 
quel  timpano  potesse  apprestarle  una  buona   quantità  di  cibo,  si  avvicinò  ad  esso. 

L1  :  Aiytrai  yàq  mg  àXamr^  rtq  Trttvwffa  xaì  rooifìtv  trci^ijovcla  7tQ0tìxsxv%ì]xsv  tv 
rivi  vXr,  trii:iav<<ì  uvì  (ìtvógoi  d7rrj(OQrjfjtsvci) ,  xaì  tv  t <<ì  virò  rmv  ctvt'itùtv  iitiaxt- 
vtTclU-ai  àXalaynòv  ttoiov/iìvoi  cita  tmv  xXoviov  ■  unto  *]  àXor/rr^  axovcfada  tdtiXiatit 
TTQocifyyi'ffai  •  tira  i  jj  TxeCvrj  xaì  xfj  lìot'itt  fyi  t  ifltìaa  y.at  ti  oXnipt  xovxov,  xcà  tx'/.i- 
tìiàdaCa  /Vitro  TtoXkfi  TitntXvj  xaì  xoiari  arvrr/tTv.  no  fityilffi  rov  rvfiTtavov  i  ttv  oxpiv 
7TiavitihtTcsa.  Così  racconta  pure  l'arabo  De  Sacy  (W.  I,  22:  Er  der  Fuchi  fand  dieselbe 
die  Paucke  sehr  dickleibig,  uud  glaubte  deshalb  sicherlich,  dass  sie  viel  Fett  und  Fleisch 
haben  unisse) ,  quanto  V .  M  .  F  .  Il  cod.  F  (Guidi  26-7)  racconta  «  che  una  volpe 
affamata  venne  in  ima  selva  nella  quale  era  un  timpano  gittato  accanto  ad  un  albero, 
e  tutte  le  volte  che  spirava  vento  i  rami  dell'albero  battevano  questo  timpano,  onde 
dava  un  suono  spaventevole.  Quando  la  volpe  sentì  questo  suono  ne  stette  in  guardia, 
poi  si  fece  alquanto  sopra  al  timpano  per  la  gran  fame  che  aveva  e  pel  desiderio 
di  trovare  qualche  cosa  con  che  saziarsi  :  vide  che  non  si  moveva  uè  faceva  niente, 
onde  gli  avvicinò  e  lo  tkovó  grasso  né  dubitò  che  fosse  pingue  e  di  buona 
carne  » .  Ma  A  .  U  .  P  raccontano  invece  (presentando  con  ciò  una  lezione  più  cor- 
rotta) che  la  volpe  avea  già  trovato  dei  cibi  nella  selva,  e  che  era  stata  costretta 
ad  allontanarsene  per  lo  spaventoso  rumore  di  un  timpano  appeso.  A  =  risi  at.  10, 
Stark  38:  ttoXJmv  yàq  xaì  nintXwv  xqscctwv  hqotbqov  t'.rii lyoroa.  r$  ó'ì-  utyt.'itt 
tOV    tvii  rrc'cvov   xcà    nò    rj%si   TtXavi^ltTcra,   àné<S%exo    roilXWV,  K    il    Possino    157  COI.  I  : 

-  Quam  in  rem  accipe  quid  vulpi  contigorit.  Haec  famelica  praedam  quaerens,  largam 
ex  voto  reperii  in  quadam  sylva:  sed  ne  secure  resceretur  obstabat  fcerribilis  strepito 


—  151  — 
ex  alto  ingruens.  nempe  fcympamnu  quispiam  de  ramo  vieinae  arboris  suspenderat  :  et 
motae  aura  frondes  ad  illud  allisae  fragorem  edebant  alte  resonantem,  et  formidolose 
minacem.  Eo  turbata  misera  vulpes  saginam  ante  oculos  paratam  pinguis  et  copiosao 
ferinae,  pressa  licet  acri  desiderio  edendi,  attingere  non  audebat,  timide  circumspicions, 
sese  contrahens,  et  ad  omnes  impulsus  tympani  (crebri  autem  hi  erant  adspirante  vento) 
totis  artubus  contremiseens  ». 

Nella  favola  della  testuggine  e  delle  due  anitre  (§  XL)  quella  è  da  queste  tra-  [36] 
sportata  in  alto  per  mezzo  di  un  piccolo  legno,  al  quale  sta  attaccata  coi  denti,  e  col 
patto  naturalmente  che  non  parli  in  verona  circostanza.  Passano  degli  uomini,  xal  ìdóvreg 
tr>v  %eXoavr}V  àvr)QTr}(iév7]V,  è&ccv(ia£ov  Xéyovreq'  Vósts  Ts'qag.  (is'yiffTOV,  x^wvtjv  ino 
dio  vnzràv  sv  déoi  gisQOfiévrjv.  E  la  testuggine  non  sa  resistere  alla  tentazione  di  dar 
loro  una  risposta;  che  è  nell'arabo  DS.  =  W.  86  :  «  Gott  moge  eucb  verblenden,  ihr  Men- 
sehen  -  ;  e  nelle  recensioni  greche  generalmente  press'  a  poco  come  nell'  italiano  del 
Governo  de'  Regni  49  :  «  si,  a  vostro  dispetto  » .  Ma  A .  U .  P  fanno  che  invece  la  testug- 
gine, insuperbita,  si  rivolga  alle  anitre  stesse,  invece  che  agli  uomini,  e  dica  loro: 
(Possino  164)  «  En  .  .  .  etiam  vos,  o  Anates,  supervolo".  — :  (A  =  risi  aten.  29, 
Starli  118)  c(iont'otl . . .  Vm«(im  vfiwv. 

Nel  capitolo  III,  quando  il  corvo  persuade  il  topo  a  mutare  la  sua  dimora  [37] 
(§  LXXVIII),  questi  gli  risponde,  in  A.U:-  ^vnnoQivdoiia!  dai . . .  xàyió  •  §ovXofxm 
yào  ròv  tónov  ixsìvov  (quello  indicatogli  dal  corvo)  slósvcct  •  tv' ,  orar  tovvov  sdtìo), 
jtsqi  uviK  aU.ov  óiuywyfjv,  eìg  sxsivov  àntl!}io.  E  così  pure  il  Possino  174  col.  I: 
«  Ait  Mus  :  Ibo  et  ego  perlibenter  tecum.  soleo  enim  non  uni  receptaculo  contidere. 
Sed  me  semper  juvat  duas  saltem  habere  mansiones,  quarum  in  alteram  confugiam,  si 
altera  excludar  *.Ma  la  lezione  genuina,  quella  cioè  più  vicina  all'arabo,  ci  è  man- 
tenuta da  tutte  le  altre  recensioni,  che  fanno  parlare  il  topo  nella  seguente  maniera  : 
avn.Ti)Q:-v(Ji)H(tl  tìot  xrcyo)  •  è )u'gi  Gcc  yào  trp>  èvcav&cc  dlaywyqv,  di*  ctc,  iit/.lio  r,<n 
à(fìjt'éa«a,'>((i  unteci,  off  vòv  tónov  sxsivov  (xaTa)Xrj'i)0[isv  (L1).  Gfr.  1  arabo  DS.  in  \\  . 
158.  Il  cod.  V  (Guidi  49)  è  ancor  più  vicino  al  greco  :  «  Gli  disse  il  topo  :  anch'  io 
vengo  con  te,  poiché  ho  in  uggia  questa  mia  dimora.  E  il  corvo  :  che  cosa  hai  in 
uggia  della  tua  dimora?  Rispose  il  topo:  ho  su  questo  dei  racconti  ecc.  ». 

Nella  novella  della  donna  che  cambia  il  sesamo  dice  il  padrone  di  casa  alla  [38] 
sua  moglie  (§  LXXX):  povXonut  aìioiov  xaXstìm  itvàg  voi  Smtvrfica  tìiv  èpol: 
parole  di  L1  che  coincidono  coli' arabo  DS.  =  W.  161:  «  Ich  will  auf  Morgen  eine 
Gesellschaft  laden,  dass  sie  bei  uns  esse,  dram  liereite  Speise  tur  sie  !  »  :  e  che  si 
trovano  press'  a  poco  nella  stessa  forma  in  tutte  le  recensioni  greche,  meno  A .  U .  P. 
In  queste  difatti  l'invitati  non  saranno  persone  estranee,  ma  lo  stesso  monaco  e  i  suoi 
amici,  che  coni'  è  detto  precedentemente  nella  stessa  novella,  erano  stati  ospitati  per 
quella  notte  dal  padrone  di  casa.  Possino  dice  174  col.  II:  »  Volo  istos,  quos  teeto 
excepimttSj  honestos,  ut  apparet,  viros  convivio  etiam  adhibere  cras  ».  In  A.U  man- 
cano le  parole  xoì  dsmvijo-cu  avv  èfioi,  e  il  nvàg  è  cambiato  in  rovrovg. 

Nella  stessa  novella,  parte  seconda  (§LXXXII),  è  in  A.U  una  corruzione   gra-     [39] 
fica,  che  ha  indotto  in  errore  anche  il  Possino.   Ecco  in  che  consiste.  Nella  novella, 
secondo  tutte   le   recens.   meno  A.U.P,  è  detto   che  la  donna   avendo   scortecciato 
e  preparato  del  sesamo  e  messolo  al  sole  ad  asciugare,  un  cane  passando  lo  corruppe 


—  152  — 

cou  immondizia;  e  che  quindi  la  -donna  ricorse  all'espediente  di  cambiare  il  sesamo 
scortecciato  e  già  preparato  con  sesamo  da  scortecciare  e  preparare.  Il  greco  L1  (e 
press'  a  poco  gli  altri  codd.,  meno  A .  U .  P)  dà  una  lezione,  che  espone  il  fatto  tanto 
succintamente  da  renderlo  appena  intelligibile  :  Kafraoiaaaa  de  tov  a/jaafiov  rjnXia- 
(Jtv  aviòv  èv  T(ò  rjXCai  tov  ^tjQav-d-ijvai,  xal  ccnijX&sv  slg  lótuv  SovXeCav.  xarà  avy- 
xvqi'ccv  Jì  iXxhàv  tic,  xvoav  ovQTjtì" èv  avito  ■  ìò uva a  óì  ruvio  rj  yvvrj  *{ldiXv-/J}>j  iur 
(Tifite/ior,  xal  X  a  /?o  va  a  tovtov  xarrjXXa^sr  avi  òr  TTQÒg  àxa  It  dotar  ov. 
Le  ultime  parole,  come  ognun  vede,  non  sono  molto  chiare,  e  la  conclusione  della 
novella  resta,  nel  testo  greco,  alquanto  insipida  e  senza  senso.  Come  debbano  esse 
interpetrarsi,  ce  lo  dice  l'arabo  DS.=W.  164,  e  il  testo  stesso  del  Panciatantra,  che 
qui  trascrivo  nella  traduzione  del  Benfey  II,  176  :  «  Sie". . .  weichte  die  in  Hause  befind- 
lichen  Sesamkorner  in  weichem  Wasser  auf,  "  enthiilste  sie  mid  setzte  sie  in  die  Sonne. 
Mittlerweile,  wàhrend  sie  mit  der  Hausarbeit  beschaftigt  war,  liess  ein  Hund  mitten 
in  die  Sesamkorner  sein  Wasser  ab.  Als  sie  das  sah,  dachte  sie  :  «  Ah  !  Da  sieh  einer 
die  Tiicke  des  feindlichen  Schicksals,  dass  es  selbst  diese  Sesamkorner  ungeniessbar 
gemacht  hat.  So  will  ich  denn  mit  ihnen  in  irgendem  Haus  gehn  und  mir  uuaus- 
gehulste  tur  ausgehiilste  ausbitten!  Diesen  Tauseh  wild  alle  Welt  eingehn  ».  Sie  legte 
sie  darauf  in  eine  Wanne,  ging  von  Haus  zu  Haus  undsagte:  «  Nehmt  ausgehiilste 
Sesamkorner  tur  unausgehiilste  !  »  So  trat  sie  denn  auch  in  ein  Haus,  in  welches  ich 
gegangen  war,  ura  zu  betteln.  Auch  hier  bot  sie  mit  den  friiher  angegebenen  Worten 
ihren  Sesam  zum  Untausch  an.  Da  nahm  die  Horrin  dieses  Hauses  voli  Freude  die 
ausgehulsten  Korner  fur  nicht  ausgehiilste  an.  Und  nachdem  dies  so  geschehn  war,  kam 
ihr  Mann  hinzu.  Dieser  sagte  zu  ihr  :  «  Liebe  !  Was  ist  das"?  »  Sie  erzahlte  :  «  Ich  habe 
zurecht  gemachte  ausgehiilste  Sesamkorner  fur  unausgehiilste  eingetauscht  ».  Darauf 
iiberlegte  dieser  und  sagte  dann:  «  Wem  haben  diese  Sesamkorner  gehort?  »  Da  sagte 
ihr .  Sohn  Kàinandaki  :  «  Der  Mutter  Sàndilì  » .  Da  sagte  er  :  «  Die  ist  sehr  schlau 
und  im  Handel  geschickt.  Darum  miissen  diese  Sesarnkorner  weggeworfen  werden.  Denn: 
Nicht  umsonst  hat  Mutter  Sondili  erìthMste  Sesamkorner  fur  unenthulste  a 
boten:  sie  hatte  sicher  ihten  Grand  ».  —  Da  questo  tratto  si  capisce  come  L1,  seb- 
bene racconti  il  fatto  concisamente,  tuttavia  si  tenga  fedele  al  prototipo  arabo  per 
la  sostanza,  e  perciò  rappresenti  molto  probabilmente  la  versione  stessa  di  Simeone. 
Ma  A.U.P  offrono  una  lezione  notevolmente  deteriorata.  La  parola  (fisT)rjXXa^e 
cambiò  (detta  della  donna  che  va  a  cambiare  il  suo  sesamo  scortecciato  con  sesamo 
non  scortecciato),  corrottasi,  passò  sotto  la  forma  di  un  ì-'iti'i?  in  A..JJ:  xal  Xupovaa 
in  (irt  xtxaDaotankvov  oqffafiov,  t/tiì;-  tmù  iuv  xty.ulhcoiatiiiov  èmGqg.  E  il  Pos- 
sila» 174  col.  II  tradusse  in  questo  modo  ed  ampliò:  «  Quo  animadverso  foemina, 
pollutum  urina  cibimi  abjecit ,  escludi  autem  se  tempore  seutieus,  ne  alimi  Sesa- 
mum  ablueret,  quod  quantitate  necessaria  pridie  parato  adjungeret.  e  cista  deprom- 
|ii  mi  mensuram  eius  priori  parem;  immundam,  ut  erat,  frugem,  antea  mund 
admixcuit;  [haec  secum  mussitans:  En  quam  espe  |  175  col.  I  |  diat,  quidquid  vir 
meus  contra  disputet,  repositum  servare  aliquid  in  crastinum.  nempe  uisi  ciani  ilio, 
ut  soleo,  providissem  partem  aliquam  sesami  purgati,  uiliil  haberem  quod  ventili 
eonvictum  convivis  hodie  apponerem.  mine  cuìn  salterà  pars  ad  manum  aliqua  sit 
sesami  mundati,  minore  incommodo  ei  adjungi  pars  alia  non  purgata  poterit.  Modus 


est  ridelicet  in  rebus;  et  minia  et  nulla  providentia  pariter  in  vitto  sunt].  Quae  illa 
duui  et  ageret  et  dieeret  sapiente!  et  morate,  vix  tamen  vitavit  temerarium  judi- 
cium  eujusdam,  qui  eam  videns  facere  quod  dixi,  quam,  inquit,  causam  habet  ista 
mulier  fruges  mundas  impuris  admiscendi  ?  »  Il  testo  greco  era  appena  intelligibile, 
allorquando  ancora  non  era  corrotto  1'  rjXlags  in  fyuSe  ;  una  volta  poi  avvenuta  questa 
corruzione,  bisognava  fantasticarvi  sopra  e  ritessere  una  nuova  storia,  come  ba  fatto 
il  Possino,  per  cavarne  un  costrutto.  Insomma  resta  provato  che  anche  qui  A.U.P 
ci  danni»  una  lezione  più  corrotta  che  non  quella  delle  altre  recensioni  greche  ;  e  con 
ciò  resta  confermata  la  separazione  del  gruppo  A.U.P  da  tutti  gli  altri,  cioè  il  (1), 
il  (3)  ed  il  (4). 

§  14. 

Per  quello  che  riguarda  le  attinenze  scambievoli  tra  ciascuna  recensione  di  questo 
stesso  gruppo  (2)  =  A .  U .  P  ,  abbiamo  una  serie  di  fatti,  dai  quali  può  ricavarsi  che 
l'Upsalense  ci  presenta  una  lezione  meno  corrotta  che  non  sia  quella  di  A  e  di  P, 
vale  a  dire  che  corruzioni  speciali  ad  A.  P,  che  non  hanno  riscontro  in  U,  determi- 
nano a  classare  a  parte  il  gruppo  A.P  di  faccia  ad  U.  Si  avrebbe  dunque: 


U  A.P 


I  fatti  che  ci  inducono  a  questa  classificazione  sono  i  seguenti: 
Nel  capitolo  I,  §  IX,  dopo  che  Stephanites  ha  sconsigliato  Ichnelates  dalle  sue  [40] 
mire  ambiziose,  di  presentarsi  alla  corte  del  re,  e  gli  ha  narrato  a  ciò  la  favola  della 
scimmia  e  il  legnaiolo,  risponde  Ichnelate  nell'arabo  DS.  =  W.  9:  «  Was  du  da  gesagt 
hast,  lasst  sich  horen,  alleili  du  musst  wissen,  das  nicht  Jeder,  welcher  sich  Konigen 
nahert,  sich  bloss  seines  Bauches  wegen  denselben  nàhert,  sondern  auch,  um  seinen 
Freund  zu  erfreuen,  und  seinen  Feind  zu  iinterdrucken  » .  Differiscono  in  questo  tratto 
A.P  da  U  e  da  tutte  le  altre  recensioni  greche,  poiché  queste,  compreso  U,  hanno 
una  lezione  alquanto  più.  vicina  al  testo  arabo.  Difatti  abbiam  in  A:  "Eyvwv .  .  .  . 
ansq  [tot  ugovreivag  ■  cìll'ìaDi  un  xcà  dófyg  è(puafrca  Set,  evqiQaivovarjg  /(tv  rovg 
tpCXovg,  àviwtìrjs  Sì  rovg  è%&Qovg.  —  P.  115  col.  I:  «  jam  noveram  quae  mones  .  sed 
et  illud  scias  velina:  esse  tamen  praeclarum  attollere  aliquando  animum  ab  humili- 
tate  status  sui,  audereque  aspirare  ad  gloriam,  cuius  qui  fiunt  compotes,  et  amicis 
gaudium ,  et  iuvidis  maerorem  de  se  creant  :  quo  quid  praestabilius  ac  maius  ?  » 
Invece  abbiamo  in  L1  (e  così  in  U.  Cfr.  Amivillius  p.  44)  :  eyvmv  uneq  nqoéreivag ■ 
à'/.X' Ta !)i  wg  oì>  nàg  ò  nctoo-fyyi^wv  Toìg  §adi).f vai  Sia  piar  arrarà/.^v  ngótìsiGi 
[seines  Bauches  wegen)  ,  aXX' Saviv  ore  Só'^ijc  èqnépevog ,  evtpqaivovrjg  /tir  rovg 
olxeiovg  ipiXovg,  àvi(ó<Srjg  Sì   rovg  £%d-oovg. 

Una  notevole  lacuna  in  A .  P  trovasi  nella  favola  dei  tre  pesci  (§  XXXII) .  A  :  [41] 
'0  fjièv  ovv  (tvvsToaTCCTog  Tovreov  (cioè  rùv  ìx$v<oi)  «,««  r«j>  àxovoai  rmv  zoiovtwv 
(le  parole  dette  dai  pescatori)  à/rsS^ui^s  tfjg  XCfivrjg  nqòg  ròv  naqaQQkovrtt  iroxa- 
!«'»■■  oi  Sì  XoatoX  Svo,  àfieXr'jffavxeg  i /];  èavxmv  tìmfqqtag,  TrqotfexaQTéqrjtìuv. 
"Omo  ìóoòv  ò  yjztov  è%é<pq(ov  1%0-vg  fiere ■peXrj&rj  t.il  tv,  tov  Séovxog  dpXeìpiy,  xcà 
elnt  rtgòg  savTÓv,  xrè.  Il  Possino  1G1  col.  I  ha  veramente  :  «  Secundus  moras  adirne 
Ci.j     i  ze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II,  Farlo  Ia.  20 


—  154  — 

in  loco  traxit,  quarndam  voluptatem  sequens  :  quod  jam  expeditis  retilms  a  dorsi  ne- 
gotium  Piscatores  agere  ferreque  lacunam  coeperant.  Time  ille  vel  sero  sapiens,  in- 
tercluso jam  exitu  in  flumeri,  mortuum  simulans,  resupinus  fluitavit,  successu  stra- 
tagematis  non  infausto  ».  Ma  abbiamo  qui  una  parafrasi  piuttosto  che  una  tradu- 
zione, e  il  codice  allacciano,  che  non  doveva  differir  molto  da  A,  molto  probabil- 
mente era  qui  deturpato  dalla  medesima  lacuna.  Questa  invece  è  colmata  in  tutte 
le  recensioni  greche,  compreso  U,  che  inserisce  un  tratto  del  seguente  tenore:  oi  //ir 
àfaeìg  ì]X!>ov  {xcà)  <fQ«y!i'ò  (cod.  <pQay[tòv)  xòv  /itTa'^v  tov  XtfivrjòCov  xcà  tov  tto- 
ra/tov  nóqov  xaTwyj'Qcoaav.  Anche  in  G.  38  leggesi  :  «  I  pescatori  tornando,  chiusero 
con  una  siepe  il  buco,  onde  dal  lago  si  passava  nel  fiume  » .  Perfino  Prete  Giovanni 
Vili  ha:  oi  Sì  cdiiìc  n)v  iitraiì'  tov  ttotcciiov  xcà  / /~c  h'iivìfi  dt'oòov  (fQci^KVTf; 
xaxéxleiaav  )]6rt  zovg  ìyOvuz.  avrovc  aayì^tvaai.  E  l'arabo  DS.  =  W.  54:  «  Als  er 
aber  ihre  Absicht  erkannt,  wollte  er  auch  durch  den  Kanal  eintritten,  allein  die 
Fischer  hatten  tini  verstopt.  Da  sprach  der  Fisch  bei  sich  selbst,  usw». 

[42]  Alla  fine  del  §  LVIII-A  ha  il  cod.  L1:  et  óè  ///}  tovto  nomasi,  ovx  tya  ttqÒc 

riva  xcnacpvyeìr,  all'  ìj  ttqoì  xrjv  {tov  &sov)  £vtìnXa%viav  tov  è^excc^oìTo;  xctodfac 
xcà  vi-<fQovc.  E  così  pure  U  e  le  altre  recensioni  greche,  meno  A.  P.  Difatti  in  A  leg- 
gesi :  ti  ,'(»}  Tiqng  ròv  rei  nàvxa.  §Xéizovxu  tov  &eoì  ó<p&cc[ióv:  e  in  Possino,  simil- 
mente, 168  col.  I:  «  nunc  restat  tanta  fortunae  saevitia  exercitis,  testem  invocare 
Dei  cuncta  intime  pervidentem  oculum  » . 

[43]  Nel  §  LX-B  ha  il  cod.  L1:  "va  ri  //*  di'  ivòg  ógpg    ofifiaxog;   ovx  oia'/a.  wg 

rjjf.Traì  (à  rwv  èad-Xàv  tpoevec  eìtìi,  xaxù  xrjv  noirfi iv  ;  (Om.  I.  XV  203)  àkk  oow, 
ok  Trina-;,  xarcì  tov  nqoffrjxxp  (Salmi  XIII  3)  s^éxXivav  afta,  rftosim&rjtìav.  La 
citazione  di  Omero  e  dei  salmi  non  ha  naturalmente  riscontro  nella  versione  araba, 
ma  è  probabilmente  da  attribuirsi  a  Simeone  di  Seth,  poiché  trovasi  cosi  nei  codd. 
del  grappo  (1)  come  in  quelli  dei  gruppi  (3)  e  (4):  per  lo  meno  è  molto  antica. 
Quanto  al  gruppo  (2)  trovasi  la  citazione  in  U  ;  ma  A  omette  la  citazione  dei  salmi. 
P  ambedue  :  A  e  P  dunque  si  trovano  daccordo  contro  U  nel  tralasciare  la  citazione 
seconda.  Il  Possino  168  col.  II  traduce  liberamente  nella  seguente  maniera  :  -  Altero 
nimirum,  o  Domina,  me  etiamnum  intueris  oculo ,  cui  calumniosa  praeiudicia  gras- 
santis  in  nostrum  exitium  invidiae  ,  caliginem  offundemnt.  Tu  vero  vide,  an  non  di- 
gnum  potius  fnerit  ista  aetatis  et  nobilitatis  auctoritate,  periclitantium  causis  totani 
et  liberam  aequae  mensis  aciem  advertere,  circiunspicereque  omnem  in  partem  cun- 
cta, ac  nullum  vestigium  negligere  indagandae  veritatis.  Eei,  heu!  hodie  omnium  exo- 
sissimae,  quam  ut  impune,  sic  passim,  omnes  aversantur ,  omnes  libere  oppugnant: 
Kege,  qui  unus  posset  absistere,  connivente  :  dum  prae  nimia  facilitate,  ac  benigni- 
la) ia  ostentandae  studio,  nullum  in  maìum  pronum  comminando  deterrete;  neminem 
compertum  nefflecti  officii,  castigare  obiurgando  sustinete  ». 

[44]  Nel  §  LXXXIII  leggesi  in  L1  e  generalmente:   xcù   ó',arreo  u)  òXiyov  iSwq  ov 

dvvccrca  xòv  olxelov  rónov  ijyovv  rrjv  d-àlctCtìccv  xaxaXapsTv,  dvifiàfisvov  vnò  <////•> 
ctéoog  x«ì  vf,  yft  ìi^jduoitnnr,  ii'iuo  xià  ò  in]  svnogwv  nXovxov  xuxaXafieìv  àiperùv  ov 
Svvaxca.  Tutto  questo  tratto  è  ridotto    brevemente  in  A  alle  seguenti  parole:  [xcù 

ifivrja&rjv  Mg  xk'/.Òk  sì'qtjxsv  ò  eìnmv ]  ori   n',  òXiyov  vJwo  udvvctxov  /òr   oìxsìov 

TÒnov,o  ètìxi   n]v   9-dXcexxcev  xaxaXa^sìr.   11   Possino  ha   157  col.  1:    -  Inopes  aquae 


—  155  — 

rivali  tenue  illud  liquoris  filum  aon  perferant  ad  mare.  Flumen  plenum  sic  oportet, 
ut  ad  Oceanum  pertiugat  ». 

Nel  §  LXXX1V  ha  L' :  èjral  ovósfiia  véo\f)ig  èv  ti?  fiiy  iffxì  ti}  tmv  <pCXov  avv-  [iól 
(<r/.i<<  napófioiog  .  i'yvwv  yùo  eymyt  Sia  Ttelqccg,  mg  ov  Sei  tur  èyécpQova  nXefova  èv 
tv)  (ii'o)  rit'ìv  ccqxovvtcov  èmCrjteìv.  Nel  codice  A  è  una  notevole  lacuna:  il  copista 
del  prototipo  da  cui  A  derivò,  omise  le  parole  èatì  11]  Tmv  tpCXmv  -  tmv  àqxovvtav: 
causa  della  lacuna  la  ripetizione  della  stessa  parola  §Ujt  in  due  punti  diversi  dello 
stesso  periodo.  Iu  A  dunque  il  passo  surriferito  ha  assunto  la  seguente  forma  :  sTtsita 
ih'  ovfisfiicc  tt'oéig  èffrìv  èv  ròì  t3i<<i  mg  iù  àqxovvta  èmfcrjtsìv  (la  corruzione  ha  fatto 
modificare  poi  il  cmv  dqxovvcmv  in  r«  àqypvvtct,  per  ricavarne  un  senso).  Il  Possino 
175  col.  H  rivela  lo  stesso  guasto  nel  cod.  allacciano:  *  Piane  summum  vitae  bo- 
li uni.  voluptas  maxima,  in  moderandis  immensis  desideriis  est  sita».  Ma  U  e  così 
tutte  le  altre  recensioni  greche  presentano  una  lezione  analoga  a  quella  di  Ll. 

Un'altra  corruzione  singolare,  che  riscontrasi  nei  soli  A  e  P,  è  questa.  Al  [46] 
§  LXXXV  dice  il  cod.  L1:  Aéyevca  yàq,  mg  rama  iati  tmv  aXkmv  ùaraTunequ , 
io  tov  vétpovg  GxtaG/ia,  xaì  rj  Tmv  (io%\)-rjqmv  cfilia,  xts.  Il  tò  rov  vétpovg  Oxiuana 
ha  riscontro  nell'arabo  DS.  =  W.  172  :  «  die  schwarze  Wolke,  welche  in  Sonne  auf- 
steigt  ».  Ma  in  A  il  vétpovg  fu  corrotto  in  véov ,  lo  tìxiafffia  fu  per  conseguenza 
tramutato  in  un  <pgóri0ua  ;  e  ne  venne  fuori  un  rò  tov  véov  fpqóvrjfia,  che  da  Pos- 
sine 176  col.  1  fu  tradotto:  «  animus  adolescentis  ».  U  e  tutte  le  altre  recensioni 
stanno  con  L1. 

Nel  capitolo  III,  quando  al  topo,  al  corvo  e  alla  testuggine  sopraggiunge  la  [47] 
gazella,  è  detto  in  L1  (§  LXXXVI)  :  Tavta  xcà  xà  tovtoig  ixaoanhjaiu  Xéyovtog 
coi'  xóoaxoc  ,  óooxàg  11;  iiifivm  nuQsyévsxo-'  rjv  ìóiòv  i>  xóoul;  ènì  óéviorp  è ^éntvt , 
xaì  r]  fskmvr,  ii'j  vòati  TvsqisxaXvqid'r},  xul  ò  fivg  v7t£iGrjh{r£V  tic  xataàvGiv  .  rj  ó'ì 
ókiyoffTov  [leTàXccfioÌGa  vóatog  i'Gxi  nsQCdsiXog ,  tvlltv  xàxsld-sv  tovg  otp&aXfiovg 
TtQtGrot'ifovGa.  Queste  ultime  parole  ij  dì  oXiyotìtov  -  7tsqixftQé(povo'a  mancano  affatto 
in  A  e  in  P  (176  col.  I).  Si  trovano  invece  in  U  e  in  tutte  le  recensioni  greche. 
Dal  vedere  che  tali  parole  mancano  anche  nell'arabo  DS.  =  W.  194,  potrebbe  credersi 
che  esse  fossero  interpolate  nel  greco,  e  che  perciò  la  lezione  più  genuina  ci  venisse 
qui  rappresentata  da  A  e  da  P.  Ma  tale  argomento  è  illusorio:  perchè  quelle  parole, 
se  non  si  trovano  nell'arabo  DS.,  dovevano  però  trovarsi  nel  prototipo,  onde  il  greco 
derivò  :  ed  invero  esse  hanno  pieno  riscontro  nel  corrispondente  passo  della  versione 
ebraica  di  Joel  e  nel  Birectorium  umanae  vitae.  Joel  dice  (Derenbourg  51  sg.): 
»  Pendant  que  le  corbeau  parlait  ainsi,  parvint  un  cerf.  Terriflés,  l'amphibie  se  glis.-a, 
dans  l'eau,  la  souris  se  cacha  dans  un  trou  et  le  courbeau  monta  sur  un  arbre.  Le 
cerf  toucha  à  l'eau,  bui  un  peto  et  s'arréta  anxieux  » .  E  Giovanni  da  Capua  H-r- 
H'v,  p.  141)  traduce  :  «  Et  factum  est  dum  loqueretur  corvus,  ecce  supervenit  ei 
cervus  ;  et  timentes,  submersit  se  testudo  in  aquam,  et  nius  ingressus  est  caver- . 
nani  suam,  et  volans  corvus  posuit  se  arbore.  Cumque  venisset  cervus  ad  aquam 
bibit  aliquantulum,  et  stabat  timidus.».  Non  v'ha  dubbio  dunque  ,  che  trattisi  piut- 
tosto di  una  lacuna  in  A.  P,  che  di  una  interpolazione  in  tutte  le  altre  recensioni 
greche. 


—  156  — 

§  15. 

Classato  così  il  cod.  U  a  parte  e  di  contro  alle  due  recensioni  A.  P,  accennerò 
come  ciascuna  di  queste  tre  recensioni  si  sia  poi  individuata  per  una  serie  di  pecu- 
liari lezioni  o  meglio  di  corruzioni  ;  e  citerò  a  questo  proposito  alcuni  esempi. 

[48]  Nella  favola  delle  anitre  e  della  testuggine  (§  XL)  è  una  corruzione  in  U  cau- 

sata da  lacuna.  Dice  L1  e  con  lui  le  altre  recens.  greche:  xal  XapovGai  al  vrjrTcei 
£vXov  uTtevd-VGfiévov  STtSTQstpav  ravrij  óaxeh'  rò  fiétìov  cahov  ,  xal  avXXafiovaai 
txcititq  tÒ  tov  1-iXov  ccxqov,  ijoav  stg  diga  di'avrov  rijr  ysXévrjV.  In  U  invece  delle 
parole  %vXov  ànsvd-vtì^évov -ccxgov,  è  scritto:  ^vXàqiov  /ttxoòy  t'ig  xa!}*  sig  àn'  dxgwv 
to'  £vXov.  CH  óì  •/fkaj}')]  xoaruh'  sic  dia  fisti ov  xrè.  (Aurivillius  46). 

[49]  Nel  §  CXXIX-G  è  una  lacuna    notevole    nel  cod.  A.  Dice  l'Upsalense  e  con 

lui  P  e  tutte  le  altre  recens.  greche:  Kaì  ò  BaaiXsvg  ngòg  avróv  IIìqìXvtiÓì  sì/m 
i^;  i-vvova  retrive  (ioti  yvraixog,  w  HayXdois  .  Kal  ò  IlayX.doiog  •  /ivo  àv&QU7rovg  ót? 
kvTTSÌoD-at,  tov  tcoqvov  xal  tov  /</}  dya&oeQyrjdavTd  noie,  firjàè  iivrjuovsvaavi  a 
rrjv  èdxKcrjv  rjfJkéQtxv  .  Kaì  ò  BaGiXevg  '  sàv  lóto  r/;r  IltXceóu,  ovx  svi  iiéXXti  fioi 
TTfQi'  Tirog  .  Kaì  ò  IlayXdoiog  •  di'»  dvii-QcÓTlovg  òsi  ftlj  Xvnsitìd-ai ,  tòv  rò  dya'Jòv 
noiovvxa  xal  tòv  /uy  d/iaon'jdai'id  rcore .  Ma  A  ha  la  seguente  lezione  :  xal  ó  Ba- 
ffiXsvg  iToòg  ccvzóv  ■  IIsQiXimóg  slfii  rìjg  svvoixfidvrjg  fiov  yvvaixóg,  o>  TlaXdqis  .  xal 
ò  Ualdoiog  ■  óvo  av&Qwnovg  ov  òsi  XvTrsìtf&tzi,  lòv  dya!)orroiòr  xal  tòv  ovÓs'ttotì 
àiutorijGavia.  La  causa  della  lacuna  in  A  deve  cercarsi  nella  ripetizione  delle  pa- 
role xal  ò  JlaÀuoiog  in  due  punti  differenti  :  il  copista  saltò  da  uno  all'altro  di  questi. 
Quanto  alle  peculiarità  del  Possino,  molte  cose  sarebbero  da  osservare  ;  ma  que- 
ste più  si  riferiscono  al  traduttore,  che  non  seppe  o  non  volle  esser  fedele  al  testo,  di 
quello  che  al  codice  allacciano,  del  quale  il  traduttore  si  valse.  Abbiamo  già  avuto 
occasione  di  notare  poco  sopra,  come  il  Possino  nella  prefazione  all'opera  sua  avverta 
lui  stesso  di  aver  lasciato  da  parte  alcune  novelle  o  favole,  o  come  poco  decenti,  o 
come  affatto  insignificanti.  Ma  le  modificazioni  che  esso  introdusse,  non  si  riducono 
soltanto  a  questo  :  egli  modificò  ancora  per  altre  ragioni,  come  si  rileva  dal  seguente 
brano  della  prefazione,  che  stimo  opportuno  riferii-  qui  per  intiero,  onde  il  lettore  si 
faccia  un  giusto  concetto  di  quel  che  valga  l'opera  possiniana.  Il  Possino  scrive  : 
«  Graecum  interpretem ,  etsi  ejus  facundiam  laudo ,  et  beneficium  praedico,  non  ile- 
cesse  duxi  sequi ,  quoties  haud  contemnendis  indiciis  deprehendebam  ab  archetypo 
eum  esemplari  deflectere.  Veluti  cum  Philosophos  apud  Iudos  memorai,  quales  ab 
auctoribus  optimis  habemus  illic  consuevisse  nominali  vocabulo  tali,  cui  graecum 
Gymnosophista  respondeat,  quod  latini  quoque  veteres  usurparunt ,  ubi  de  Indis  sa- 
pientiam  profitentibus  incidit  mentio;  cum  e  libris  canonicis  testimonia,  et  versus 
Homerici  aut  Graecorum  vatum  aliorum  citari,  et  recitari  verbatim  facit  ab  Auctore 
inillum  christianissimi ,  aut  notitiae  graecarum  litterarum  characterem  praeferente  : 
cum  praeterea  dimidiate  quaedam  exprimit  ;  et  ita  obscure  ut  Apolline  Lector  indi- 
ge.it  :  cum  Parabolarum  membra  vini  significandi  praecipuam  continentia  luxat  aut 
supprimit.  quae  omnia  nos  ex  scopo  scriptoris  toto  contestili  indicato  in  sententiam 
intelligibilem,  et  proposito  eongruam  supplendo,  aut  mutando  panca,  formavimus.  Raro 
tanien  id  factum,  et  tantum  ubi  summa  necessitas  compulit.  Pleraque,  ex  Gracco,  ut 


—  157  — 

jacent,  expressimus.  Suspicabanmr  etiam  magnani  partem  istorum  mcomraodorum  . 
non  ipsi  Symeoni  Sethi,  sed  Exscriptoribus  Merpretationifl  eius  imputandum  :  qui  li- 
centiam  sibi  sumpserint,  mutilandi,  interpolandi  inferciendique  sua;  qualis  ausi  non 
rara  extant  in  aliis  quoque  libris  esempla  ».  Ampliamenti  notevoli  nella  versione  del 
Possine,  se  ne  possono  trovare  ad  ogni  tratto  ;  e  nei  luoghi  che  abbiamo  avuto  oc- 
casione di  citare,  il  lettore  li  avrà  già  avvertiti.  Si  è  già  visto  anche,  come,  resosi 
il  testo  greco  inintelligibile  per  una  corruzione  qualsiasi,  il  Possino  abbia  talora  rites- 
suto di  suo  tutta  quanta  la  narrazione,  in  modo  da  darle  un  andamento  tutto  diverso  ; 
e  riscontrisi  a  questo  proposito  la  novella  della  donna  che  cambia  il  sesamo  ,  della 
quale  abbiamo  parlato  poco  sopra.  Qui  mi  limito  a  notare  alcuni  casi  di  divergenza 
curiosa  del  Possino  da  tutte  le  altre  recensioni  greche  e  dall'arabo,  in  alcuni  dei 
quali  può  restar  anche  dubbio,  se  della  corruzione  debbasi  far  carico  al  Possino, 
oppine  al  cod.  allacciano,  da  cui  egli  attinse. 

Nella  favola  della  scimmia  e  del  legnaiuolo  (§  Vili)  dice  l'arabo  DS.  =  W.  8-0     [50] 
(e  con  lui  tutte  le  recens.  greche,  compreso  Prete  Giovanni)  :  «  Da  kamen  seine  Hoden 
in  die  Spalte  zu  hangen,  und  er  zog  den  vordern  Keil  heraus  und  die  Spalte  klaffte 
zusammen  -.  Ma  Possino  155  col.  I:   «  quando  ecce  discendentibus  latius  segmentis, 
fragmen  quoddam  acutìssimum  curiosali  se  genitalibus  infixit  ». 

L'arabo  continua  nella  stessa  favola  :  *  Da  fiel  er  in  Ohnmuth.  Nach  einiger  [51] 
Zeit  kam  der  Zimmermann,  und  wie  er  den  Affen  an  seiner  Stàtte  sah,  nahte  er  sich 
demselben  und  schlug  ihn  tiichtig  durch.  Die  Schlage  aber,  die  er  von  den  Zim- 
mermann erhielt,  verursachteu  ihm  nodi  àrgere  Schmerzen,  als  ihm  das  zusammen- 
klaffende  Stiick  Holz  verursachte  ».  Le  recensioni  greche  non  specificano  tanto,  ma 
dicono  semplicemente  :  xal  tov  ztxiovog  xarcdafióvcog,  svifMOQ^S-rj  xà  fuyioza  (L1)- 
Solo  il  Possino  1. 1.  aggiunge  qualche  cosa  di  più  :  «  Respectans  ad  sonimi  Faber. 
molestum  interpellatorem  operis  plagis  contusum,  calce  proeul  abiecit  » . 

Al  §  XX1V-C  dice  Ichnelate  in  L1  :  ó  Xéav  oloc  avxov  ìytyórti  tovg  lomovg  [52] 
7isQi(fQOvr]<fccs  .  alla  ài'  l'|  nQayiidiwr  ò  fìatiilsìg  Ttequpqovsttai  xaì  xa&aiQstxai  •  (1) 
">  !",  7.'ì',a')a[  T0'$  TTQoaqóovii  rw  xmjw,  all'  trita  Set  ccvtìxrjQtug  xivòg  iialuxf- 
£sa&ai,  xal  trDa  dtt  xolaxtiag  d-QatìvvsoS-ai  •  (2)  xal  xò  (irj  ixavàv  xul  avvtxav 
evtioqeìv  V7trjxócov  xaì  oìxa'wv  ovjifiovl(tìv  •  (3)  xal  xò  GxaGtaQtiv  xovg  in  avxov  ■  (4) 
xa]  xò  i)xiàattai  xaìg  àlòyoig  òosì-tair  •  (5)  xaì  rò  vrteìxstv  un  1)vhm-(C>)  ttqoc  tov- 
roig,  xal  xaTg  rwv  xaiowv  tttrapolaìc.  Così  press' a  poco  tutte  le  recensioni  greche, 
meno  il  Possino.  Per  giudicare  della  sua  lezione  mi  parto  dal  prototipo  arabo;  e 
riferisco  la  lezione  di  DS.  =  W.  38  sgg.,  chiudendo  tra  parentesi  quadre  ciò  che  v'è 
in  più,  paragonata  col  greco.  «  Durch  sechs  Dinge  macht  sich  ein  Konig  Feinde 
und  verdirbt  seine  Sache  :  [durch  Yerkennung  seiner  Leute,  durch  Burgerkrieg  den 
er  aufkommen  lasst,  durch  Leidenschaften,  denen  er  ergeben,  durch  Harte  und  Grau- 
samkeit,  durch  Muthlosigkeit  in  Ungliickszeit,  durch  verkehrte  Handlungsweise.]  (I) 
Erstlich  also,  wenn  er  verkennt  dienigen  unter  seiuen  Dienern,  welche  rechtlich  und 
aufrichtig  mit  ihm  meinen,  so  wie  die  seiner  Beamten ,  welche  Einsicht  und  Muth 
besitzen  und  ihm  in  Treue  ergeben  sind,  und  sich  nicht  bemuht  Manner  zu  suchen,  welche 
genannte  Eigenschaften  haben  .  (II)  Zweitens,  wenn  seine  Unterthanen  unter  einander 
in  Krieg  gerathen.  (Ili)  Drittens,  wenn  er  sich  von  Leidenschaften  beherschen  lasst,  wie 


—  158  — 

von  der  Liebe  zu  Weiberu  oder  Knaben,  von  der  zum  Spiel,  zum  Trunk,  zur  Jagd 
nini  was  dem  ahnlich  ist.  (IV)  Viertens,  wenn  er  iu  ungestiinier  Harte  seine  Zunge 
gleich  Schmahungen  ausstossen  iind  seine  Hand  gleich  Gewaltthat  ausiiben  litsst.  wo 
es  gar  nicht  am  Platze  ist.  (V)  Fiinftens,  wenn  er  zur  Ungliickszeit ,  bei  Seuchen, 
bei  Ungersnoth,  bei  feindlichen  Einfiillen  und  dergleichen,  gleich  alle  Fassung  ver- 
liert.  (VI)  Sechstens  endlich,  wenn  seine  Handlungsweise  eine  verkehrte  ist,  so  dass 
er  streng  ist,  wo  er  mild,  und  mild,  wo  er  streng  seyn  solite  ».  Cfr.  Dìrectorium  56. 
È  evidente  che  nel  greco,  che  faccio  qui  rappresentare  da  L\  si  trovano  le  stesse 
sentenze  che  nell'arabo,  meno  che  è  messa  nel  greco  al  1°  posto  quella  che  nell'arabo 
viene  da  ultimo.  Designando  con  numeri  romani  le  sentenze  arabe  e  disponendole  in 
ordine  successivo,  le  sentenze  del  greco  numerate  per  cifra  araba  possono  a  quelle 
riferirsi  nella  seguente  maniera  : 

I.  II.  III.  IV.  V.  VI. 

6  12  3  4  5 

La  peculiarità  del  Possino  consiste  in  ciò  che  egli  riduce  la  sentenza  I  (=6  di  L') 
a  due  sentenze,  e  riduce  le  sentenze  III  e  IV  (=  2  e  3  di  L1)  ad  ima  sola.  Pos- 
sino 158  col.  I  :  «  Sex  autem  errata  regum  sunt ,  quibus  auctoritatem  perdunt ,  et 
gladios  rebellium  in  se  acuunt  :  Fri  mimi  est  ibi  resolvi  in  lenitatem  flaccidam,  ubi 
austera  severitate  opus  fuerat.  Secundum  in  contrarium  extremum  peccans  ;  ibi  se 
ferocem  et  implacidum  praebere,  ubi  mausuetudinem,  et  speciem  clementiae  affectari 
res  poscebat.  Tertium,  non  dare  ipsos  operam.  ut  eruditiorum,  prudentium.  fidonmi  sem- 
per  apud  se  consiliarioram  copiam  habeant.  Qrmrtum,  permittere  digladiari  inter  se 
subditos  ac  in  factiones  scindi.  Quintum  non  moderari  aifectibus,  sed  cupiditate,  libi- 
dine, ac  praesertim  ira  eiferri  se  sinere.  Sextum  denique.  non  invigilare  jugiter  iu- 
tentos  eos  in  contingere  plerumque  solitas  mutationes  temporiuu  ;  et  adversum  casus 
omnes,  quotquot  existere  quavis  conversione  possint,  non  ex  longo  providisse  idonea 
praesidia,  parataque  ad  manum  tenere  ». 

D>3]  La  favola  della  pulce  e  del  pidocchio  (§  XXXIV)  è  introdotta  nel  greco  (e  così 

nell'arabo  DS.  =  W.  58  da  una  sentenza  che  in  L1  è  del  seguente  tenore:  (§  XXXI II): 
ityi-nti  y«o,  log  si/tsq  fff  Sfrctywy^ffsi  eie,  tu]  rrooitoov  vfjV  suveov  TVKfTsvffm  (Tcn  i- 
qìccv,  tiqìv  ij  r/;'i'  xovxov  òuc!/taiv  yrwc,  iva  nrj  zccvtov  ii  7id-9-rjg  nv>  i  i]e  y&siQÓc. 
Ma  Possino  161  col.  II  introduce  la  favola  in  una  maniera  diversa,  e  quella  sen- 
tenza pone  al  fine  di  essa  :  «  veruni  quod  per  se  non  potest ,  per  alios  faciet  ;  aut 
de  industria  concitans  inde  populimi ,  aut  occasionem  rebellionis  praebens  .  odiosuro 
te  reddendo.  sicut  aliquando  pulex...  ».  Segue  la  favola;  poi  si  conclude:  «  In  summa 
sic  colligo:  peregrinanti  per  ignotam  regionem  certissimis  pignoribus  debere  constare 
de  fide  ac  sincera  benevolentia  ejus  cui  se  ductandum  tradit  -. 

[51]  Al  §  XXVI  è  nel  greco  (L1  e  le  altre  recens.)  la  comparazione  seguente  :  ovrooc 

/  rhovtxi ixi]  yi(óinl  imnvi.m  nt  r>vu:r i oófiat i  TCSQlércXsl^S,  TtOCQÓ/lOlóv  ri  mx&ÓVTCt 
mìe  <<(j goffi  tu/Jaaiac'  cuzivac  atìTiaOzòv  nyovfievcu  n)  èinxu&nfSxhca  totg  rwg  irtt- 
(paiag  (i .  v.  mancano  in  A)  av&sffiv,  ov  tzqotsqov  ca/i'ai avrai  nqìv  j;  ffvfifivévroùv 
KÒr  ifv'/.Uov    anonviyàffiv.    Ma  il  Possino  162  col.  II  singolarmente  fa  che  le  api 


—  15!)  — 

sieno  vittime  o  di  uccelli  rapaci  o  di  un  peso  che  cada  loro  addosso  :  «  passi  quod 
apiculas  imprudentes  perdit  :  quae  dum  mordicus  inhaerent  dulcibus  flosculis,  volu- 
crum  rapacium  praeda  riiiiit,  aut  superlapso  forte  pondere,  in  compiesti  intemperanter 
amatae  voluptatis  opprimiuitur  ». 

§  16. 

Resta  da  portare  il  nostro  esame  sui  gruppi  (3)  e  (4),  vale  a  dire  sulle  versioni 
IA  V*.  G  ed  L.  B.  Prima  però  di  parlare  con  specialità  di  ognuno  di  questi  gruppi, 
è  da  fare  qualche  osservazione  sulle  attinenze  che  vigono  tra  l'uno  e  l'altro  di  essi. 
Abbiamo  fin  qui  notato  che  L.  B  derivano,  in  ultima  analisi,  dal  gruppo  IA 
Y-.  G,  e  se  non  precisamente  da  questi  codici,  almeno  da  codici  molto  somiglianti. 
La  divergenza  tra  il  gruppo  (3)  e  il  (4)  sta  principalmente  in  ciò,  che  le  numerose 
lacune  che  si  riscontrano  in  L'-.  V2.  G,  sono  in  queste  recensioni  rimaste  incolmate, 
mentre  altra  mano  le  ha  colmate,  o  bene  o  male,  tutte  quante  in  L  donde  poi  pas- 
sarono in  B.  Ora  si  domanda  :  se  L  (e  quindi  B  che  è  suo  derivato)  provenne  da 
una  più  antica  recensione,  che  attualmente  ci  viene  in  complesso  rappresentata  dal 
gruppo  Ir.  V2.  G,  quale  di  questi  tre  codici  ci  rappresenta  più  da  vicino  il  proto- 
tipo di  L.  B?  Noi  non  abbiamo  ancora  parlato  delle  divergenze  che  sussistono  tra 
questi  tre  codici,  ma  ognun  capisce  da  se,  come  nella  loro  somiglianza  debbano  avere 
del  resto  anche  delle  particolarità  loro  proprie,  per  le  quali  ognuno  di  essi  ha  un'esi- 
stenza a  parte  e  individuale.  Si  domanda  adunque  a  quale  di  quei  tre  codici  o  re- 
censioni si  accosti  di  più  il  prototipo  di  L.  B. 

Un  fatto  da  me  osservato  nel  capitolo  III  può  dare  una  risposta  abbastanza  [55] 
attendibile  a  questa  domanda.  Quando  nel  §  LXXVII  il  topo  sta  per  uscir  fuori  del 
suo  buco ,  dietro  le  persuasioni  del  corvo  ,  è  detto  nel  cod.  L1  :  èira  nqosxvxpt  Tiéc 
ISiccc  xaraòi'Gttog  .  ò  óì  x<>occ%  '  ti  tu]  rt'/.tov  £%éq%si  rroòc  tu'  :  ò  ót  fivg  einfi  xrì. 
Così  ha  pure,  oltre  il  primo  gruppo  L1.  V1,  anche  il  2°,  compreso  il  Possino  173 
col.  II,  che  traduce  :  «  His  dictis  ,  ad  os  cavi  sui  Mus  accessit,  et  caput  dumtaxat 
foras  protulit.  Tum  Corvus  :  injuriam  mihi  facis  ,  ait .  qui  nondum  videare  metum 
mei  deponere.  quin  tu  totus  ad  me  prodis  ?  aut  quid  times  post  tam  sinceras  espres- 
siones  meae  tibi  addictae  voluntatis  ?  Ad  ea  Mus  haec  respondit  etc.  »  Ma  del  terzo 
gruppo  IA  V2.  G  il  solo  G  ha  questa  lezione,  74:  —  E  detto  fatto  corse  entro  la  sua 
terra.  «  E  perchè,  disse  il  corvo,  non  esci  un  poco  a  me  ?  »  A  cui  rispose  il  sorce  ecc.  — 
I  codd.  IA  V2  mancano  della  interrogazione  del  corvo  (cfr.  n.  21)  ed  hanno:  Etra 
TtQos'xvxps  (jiQoxvipag  V2)  n];  ISCag  xaxadvdsai;  xaì  tirrtv.  Ora  la  lezione  lacunosa 
si  ritrova  tal  quale  in  L.  B  :  segno  evidente  che  il  gruppo  (3)  deve  scindersi  in  due 
sezioni,  G  da  una  parte  ed  IA  V8  dall'  altra  ;  e  che  il  prototipo  di  L.  B  ci  vien  rap- 
presentato, non  già  da  G,  ma  sibbene  da  IA  V!.  Insomma  invece  di  avere  : 

x  ■'" 

si  ha  : 


'-.  G 

.); 

! 

L 
B 

| 

r 

L-  Vs 

L 

B 

—  160  — 

Dal  quale  schema  apparirebbe  a  prima  giunta  che  Ir.  V-  ed  L.  B  fossero  tra  loro 
più  affini  che  non  G  con  L2.  V2.  Ma  ciò  devesi  intendere  soltanto  per  quel  che 
riguarda  il  fondo  del  testo  ;  poiché,  quando  in  L.  B  furono  colmate  le  lacune,  ag- 
giunti i  prolegomeni,  e,  in  certo  modo,  rifusa  quasi  completamente  la  recensione,  essi, 
nel  loro  complesso,  vennero  a  rappresentare  una  recensione  che  non  ha  in  apparenza 
nessun  rapporto  colle  recensioni  G  ed  L2.  V2. 

§  17. 

Considerando  ora  più  specialmente  il  gruppo  G.  Ir.  V2,  ripeto  che  in  forza  del 
fatto  esaminato  precedentemente,  esso  devesi  scindere  in  due  sezioni ,  G  ed  L2.  V2  ; 
e  su  G  in  particolare  faccio  alcune  osservazioni,  le  quali  hanno  il  valore  medesimo 
di  quelle  fatte  a  proposito  di  P  nel  gruppo  (2)  ;  cioè,  debbono  per  una  buona  parte 
essere  intese  riguardo  al  traduttore  piuttosto  che  al  codice ,  sul  quale  il  traduttore 
condusse  l'opera  sua. 

[56]  Nel  §  II.  abbiamo  nel  greco  (L1):  Aéystcu  yàq  mg  e/.in:oQÓg  ne  rroXvoX^og  av 

xcà  fii'ov  67trj£T«vov  xcerà  trjv  noiraiv  (Esiodo  op.  31)  svtioqwv  xrs.  L '  irrrjfzccrov  è 
divenuto  nella  penna  del  traduttore  italiano  niente  meno  che  Epitteto.  G.  16:  «  A 
me  è  stato  altre  volte  raccontato,  che  e'  fu  un  ricchissimo  mercante,  il  quale  avendo 
bisogno,  secondo  eh'  e'  disse  il  Poeta,  della  vita  di  Epitteto  ;  etc.  » . 

[57]  Poco  più  giù  nello  stesso  paragrafo  è  detto  nel  greco  (L1)  :  ó  év  n»  §ìcì  àva- 

aroecjóiievog  Tpuòr  astrai  Troctyiicirinr,  aùrcipxovc  nsoiovffi'ag,  xcà  Só!;)lc  Ttaoù  <xv&qw- 
ttoic1  xcà  s7iiTV%iag  xmv  UTTOTttjuavofiévwv  exiìas  ring  óixaioig  ccynlrtòr.  L'ultima  di 
queste  tre  cose  è  così  designata  in  arabo  DS.  =  W.  2  :  «  und  Schiitze  die  er  mitneh- 
men  kann  in  das  Jenseits  ».  Il  traduttore  italiano  16-17  pare  non  abbia  capito, 
poiché  dice  :  «  o  figliuoli,  chiunque  travaglia  in  questa  vita  di  tre  cose  ha  mestieri  : 
di  abbondante  facoltà,  di  gloria  appo  gli  uomini,  e  di  buona  fortuna  in  conservare 
della  roba  quietamente  acquistata*. 

[58]  Parimente    nello    stesso    paragrafo  è  la  similitudine    seguente  :  si  yàq  xcà   rag 

ócmc'cictg  tXcr/jacag  rroitnca,  ai  imyivofiévrjg  rnvcoig  rivòg  tcqog'ó rjxyg,  laica  ozt 
xcà  uncug  avzov  ò  nXovTog  txvaX(ù9rj<S£rai  '  xa&ànsQ  rò  ariani,  otti-q  xca  ci 
fxixoòv  xcà  iòg  %rovg  fiszaóióófievov  óarrcaùica.  L'arabo  ci  dichiara  il  valore  della 
parola  ariani  e  ci  fa  capir  meglio  la  similitudine  :  «  wer  weiter  sein  Geld  hinlegt 
und  es  nieht  zu  Nutzen  anzulegen  versteht ,  dem  wird  es  ,  wenn  er  gleich  immer 
nur  wenig  davon  ausgibt.  doch  scimeli  ausgehen,  gleichwie  das  Augenpulver,  wenn 
gleich  immer  nur  einige  Stàubchen  \~<m  demselben  auf  den  Stift  genommen  werden, 
dodi  schnell  ausgeht  ».  Male  quindi  traduce  il  Governo  de'  lì,  17:  «  che  se  anco 
farà  le  spese  a  minuto,  e  non  vi  aggiunga,  ei  consumerà  il  tutto  ;  siccome  L'ai 
;i   poco  a  poco  frustandosi,  si  riduce  a  nulla  -. 

[59]  Un  grave  errore  di  traduzione  leggesi  anche  a  p.  20  nella  novella  della  scim- 

mia e  il  legnaiuolo  (§  VIII):  «  Perciò  che  e' si  racconta  die  una  simia,  reggendo 
un  legnaiolo  che  fendea  un  legno  con  due  cogni,  cavandone  uno  e  ponendovi  l'altro. 
e  passando  quivi  un  cavaliere,  ne  menò  seco  il  legnaiolo  per  fargli  un  servizio  ». 
11  cavaliere  non  è  nel  greco,  se  non  come  similitudine.  L'  :  AsysTai  yàg  •  :ii'>i^ 
ii:  ìtiàv   rt'xzova  £i>Xa  a/Coitu  naXoiq  àvoìv,  ';>  iòv  è'rce  àcpaiqeVv  xcà  .njirrta  vov 


—  Ili]  — 

s'rSQOV,    xaì     lovrov      i  a  oh  il  a  i  m  a  a  g    iijf  1.110    ttVÓQt,    oic  'hit    ma  yotfav  ó 
tt'xzwv  ansar] [it](fsv  tot  Ifvkov,  xit. 

A  p.  21  troviamo  in  G  :   «  0  pur  uou    sai  tu,  che  il  cane  del  montanaro  gli     [60] 
fa  carezze  fino  a  tanto  che  gli  dà  del  pane  ?  »    TI  testo  greco  (§  IX)  ha  invece  :  si 
ovx  oialhc  ròv  xvva  n»   n  ronfio  aaivovra,  xts  (L1).  Il  traduttore  ha  evidentemente 
confusi)  in  ovQectov  codn  con  oqsiog  =  Sqeirós  peri,  a  montagna. 

Un'  aggiunta    notevole  trovasi  in  G   a  pag.  27  :   »    E  non    solo    contentarsi    di     [(il] 
quelli  che  hanno  intorno  a  sé,  ed  a  questi  attendere,  ina  anco  di  vicino,  di  lontano. 
a  quelli  che  sono,  e  chiamare  a  se  i  prudenti  e  di  scienza  ornati  ;  e  di  questi  pa- 
rimente  fare  stima  molto  maggiore  non  tanto  per  loro  utile  quanto  per  proprio  » . 
Queste  ultime  parole  non  hanno  riscontro  nel  greco  (§  X). 

Nella  favola  della  volpo  affamata  (§  XI)  non  si  fa  in  G   menzione  del  timpano     [62] 
nominato  in  tutte  le  recensioni  greche,  ma  soltanto  si  parla  di  «  alberi,  i  quali  mossi 
dal  vento,  facevano  co'  rami  un  gran  rumore  »   (p.  28). 

In  fine  del  §  XX VII,  le  parole  o  Sì)  xaì  ÒQtéaag  ó  xó^a^  àirìjXXuyij  rov  otpsas    [63] 
(L1)  che  si  trovano  in  tutte  le  recens.  greche  ed  hanno  riscontro  nell'arabo  DS.  =W.  44, 
mancano  in  G  p.  34. 

Nella  fine  della  favola  La  lepre  e  il  leone  (§  XXIX)  dice  il  greco  semplice-  [64] 
mente:  vy>'  àv  ò  Xs'oov  nXavrj&sìg  SQQiipsv  savròv  èv  tm  vóan,  xa<  ànsnviyr^  (L1). 
Ma  G  36  amplia  nella  seguente  maniera  :  «  dalla  quale  ingannato,  molto  iracondo 
vi  si  lanciò  per  vendicarsene  :  e  trovatosi  in  fondo  ,  ne  cosa  trovando ,  e  gridando 
..  aiuto,  aiuto,  che  io  mi  affogo  »  e  la  lepre  ridendosi,  ischernendolo  con  varii  mot- 
teggi, ve  lo  volle  vedere  affogare  ». 

Al   §  XXXI  è  detto   nel   greco:  ov  òsi  yào  oìlrs    ròv  vnrjxaov  i i]v  nqòg  iovg     [65] 
dsaitòrag  svvotav  avyxaXvnrsiv,  ovts  xts.  Manca  il  corrispondente  di  queste  parole 
in  G  37. 

Un'  ampia  lacuna  in  G  notasi  nel  paragrafo  XXXIII,  poiché  manca  in  G  40  il  {,^2 
corrispondente  di  tutto  quanto  il  seguente  brano  del  greco  :  xaì  tao  nqòg  rovroig 
sìScòg  ùk  xgsirrav  èv  vrr^xóoig  xaì  (fiXoig  èxùvòg  èanv  ò  TÌtg  svvoiag  àvrinoioiifisvog 
xaì  /ir  xait'yioi'  xaì  àjioxovTTiOìv  n]v  svvoiav  ■  sv  ó'ì  roTg  tgyotg  nàXiv  fìsXriov  san 
io  ayad-fjV  syttv  ànòftaaw  •  èv  òt  roìg  inaCvoig  av!)ig  ò  Ttaqù  rmv  aya&àv  aióowv 
OqvXXoijisvog  inaivog-èv  óè  roìg  rfysfiòffiv  ò  in]  1 1]  oìrjasi  xaì  vnsqrfpavia  èxóióovg 
savròv  •  èv  ói  roìg  nXovafoig  ò  (ir)  vnò  rov  noXXov  fióyd-ov  aws^ò/isvòg  rs  xaì  nt- 
HG.rioti; -rag  •  èv  óè  roìg  (pi'Xoig  ò  (irj  àvdsqifcav  (L1). 

Al  §  XXXVI,  G  traduce  (43)  :   «  uno  de'  suoi  amici  fidatissimo  e  virtuosissimo     [67] 
m'avvisò  che  il  leone  ha  avuto  a  dire  ad  uno  de'  suoi,  di  trovarsi  di  mala  voglia 
t,er  a  neri  i  esal  fato  tanto  ».  Ma  il  greco  ha:  eìtte  yào  [tot  rig  tàv  maroràroìv  aìmo 
xaì   àXrjif-àv,  mg  ò  Xs'oov    jHovXsrai   as  qaytìv  olà   rò  XinavOìpai    xaì    nayvvO^vai 
xaì   óyxoo&rjvai. 

Più  giù  nello  stesso  paragrafo,  dove  si  parla  delle  api  che  rimangono  chiuse  nei  [68] 
fiori  della  ninfea.  G  non  è  meno  singolare  del  Possino  nel  tradurre  ;  dice  infatti  (44): 
-  e  mi  è  intervenuto  ciò  che  avvenne  già  alle  sciocche  api,  che  si  pensano  che  faccia 
molto  per  loro  il  sedere  su' fiori  della  ninfea;  da' quali  non  si  lievano  anzi  che  abbiano 
finito  di  bere  tutto  il  veleno  che  è  sulle  foglie;  col  quale  quid  sì  strangolano  ». 
i 'lasse  di  scienze  mokai  i  ■■>■'■■  -  Memorie  —  Sor.  1'.  Voi.  II.  l'arte  la.  '-'1 


-  1(52  — 

[69]  Al  §  LX-B  dice  il  greco:  rf  óì  /.irjTtjQ  tov  Xs'ovrog  eirce  •  ovx  olóag,  m    Ixvi.Xàta, 

oGu  sìgydffw  Stiva:  ò  dì  slnsv  •  ò  àsirà  sQya^ó(isvog  xil.  (L1).  <i.  61  dà,  per  omis- 
sione delle  parole  <>  dì  slnsv,  tutto  quanto  il  discorso  alla  madre  del  leone:  «  A  cui 
la  madre:  «  non  sai  tu,  Ichnilate,  quanti  mali  hai  commesso?  Colui  che  un  eccesso 
abbia  fatto,  non  è  benevolo  ad  alcuno,  nò  meno  ritinta  le  future  calamità  » . 

[70]  Nel  cap.  IV,  §  LXXXX,  dice  6  86  :  «  Perciò  che  e'  si  racconta  che  in  un  certo 

monte  fu  già  un  arboro  molto  alto  e  frondoso,  sopra  il  quale  abitavano  mille  corvi. 
de' quali  era  un  solo  conio  d'indi  non  mollo  lontano  ».  Ma  il  greco,  invece  delle 
ultime  parole,  ha:  sv  rp  xÓQtxxeg  diijyov  yiXioi,  àv   rJQX£  xóqcc%  tic. 

[71]  Nello  stesso  paragrafo,  quando  parlano  i  consiglieri  del  re  de'  corvi,  G  confonde 

insieme  il  discorso  del  4°  consigliere  con  quello  del  5",  in  questa  maniera  (90)  : 
«  E  però  e'  bisogna  armarsi  di  pazienza  e  di  arme  per  la  guerra,  '  perciò  che  essi 
sono  di  noi  più  potenti.  E  chi  non  conosce  se  stesso,  ecc.  » .  Cosicché  appaiono  quat- 
tro discorsi  pronunciati  da  quattro  consiglieri,  sebbene  G  stesso  a  p.  88  avesse  detto 
che  i  consiglieri  eran  cinque. 

[72]  Nel  capo  IV,  §  CXVI,  ha  G  108-4:   «  A  che  persuasa  la  scimia.  montò  a  ca- 

vallo della  testuggine,  la  quale  si  mise  in  mare;  nel  quale  levatosi  un  poco  d'onda^ 
si  fermò,  pensando  di  far  annegare  la  scimmia  ».  Ma  il  greco  (L1)  :  ntia^tig  ovv  i> 
niìhfè  ènéfliq  tÌjc  %sX<àvr]g,  xaì  èytQtio  naq  '  avxrfi  sv  rw  TtsXdyst  .  (is'ffov  ài  ti]c 
d-aXdfXtìrjg  ysvofisvrj  ,"(7m;  xià  SisXoyl^sto  sv  éounij  ncòg    xatanovritìsi  tòv  ntihrjxa. 

[73]  Nel  capo  VI,  §  CXX,  è  detto  nel  greco  (L1)  :  nXX' tuixag  ixsCvy  to>  àvÓQÌ  rm 

àfivvXwg  ovroog  tò  iit'Xi  xaì  io  §ovrsiqov  xaxayvGavTi  Ma  G106:  k  E  ti  assomigli 
a  colui,  che  mise  insieme  il  mulino  ed  il  butiro  ».  —  -  Il  traduttore  confuse  il 
micie  col  nudino:  il  testo  ha  \iéh  ».  Teza,  Avv.  XXII. 

Si  potrebbero  aggiungere  altri  e  numerosi  esempi;  ma  credo  che  i  sopracitati 
basteranno  a  procacciare  un'  idea  esatta  di  quel  che  sia  la  traduzione  italiana  dello 
Stephanites:  certo  nessuno  penserebbe  ad  incolpare  di  tanti  errori  il  codice  greco  su 
cui  il  traduttore  lavorò,  anziché  il  traduttore  stesso. 

§  18. 

Quanto  al  gruppo  (4),  contenente  L  e  B,  abbiamo  già  veduto  in  che  relazione 
esso  stia  con  gli  altri,  e  in  che  relazione  stia  B  per  rispetto  ad  L.  Il  gruppo  L.  B 
proviene  da  una  recensione  analoga  a  quelle  rappresentateci  dal  gruppo  (3)  cioè  Ls. 
V2.  G;  più  precisamente  il  prototipo  di  L.B  deve  cercarsi  in  una  recensione  più 
vicina  a  Ir.  V2  che  non  a  (i.  11  cod.  B  poi  ci  è  apparso  fin  qui  come  un  derivato 
di  L;  la  loro  differenza  non  consiste  se  non  in  questo,  (dir  in  L  le  numerose  lacune 
provenienti  dal  suo  prototipo  sono  colmate  in  margine  e  d'altra  mano:  in  lì  esse  sono 
[74]  colmate  nel  testo,  che  è  tracciato  tutto  da  uno  stesso  copista.  Il  cod.  li  poi  si  distingue 
da  L  anche  per  alcune  notevoli  scorrezioni,  delle  quali  noto  qui  una  soltanto,  che  si 
trova  nel  §  LXXXIV.  Sono  in  L  le  parole:  olà  [rama  <ivv  uh ijimfri  ròv  (iiov 
SQTjHixòv  dvtaXXa^dfisvog  un'  iv  oìxrjiiecGtv  olxsìv  .  stypv  db  xaì  (piXrjv  '.'<"|  tìtsqav, 
rjtig  xiì.;  ma  in  1!  sono  saltate  tutte  quelle  i  he  io  bo  chiuso  dentro  parentesi 
quadre. 


Iti:',   — 

§   H». 

Cosicché  riassumendo  brevemente  i  resultati,  ai  quali  siamo  giunti  esaminando 
fatti  tolti  dal  testo  non  interpolato  dei  primi  VII  capitoli,  possiamo  dire,  clic  la 
storia  di  esso  testo  andò  soggetta  alle  seguenti  vicende: 

La  versione  di  Simeone  di  Seth  si  scisse  dapprima  in  due  recensioni  a  e  fi; 
la  scissione  fu  eausata  da  una  serie  di  corruzioni  che    si    propagarono  in  fi.    Da    a 

proi lero  V1   ed   L1.  Invece  fi  si  diramò  in  due  altre  recensioni  che  furono  y  e  <?: 

y  produsse,  da  una  parte  il  cod.  U,  dall'altra  i  codd.  A.  P:  da  à  derivarono  L'\  V". 
Gr.  Da  una  recensione  molto  simile  ad  L2.  V-  derivò  L,  da   cui    inline  si    ebbe   B. 

i  uà  più  accurata  descrizione  di  queste  vicende  daremo  più  oltre,  quando  anche 
potremo  accompagnarla  da  una  tavola  che  ne  sia  l'espressione  grafica  corrispondente. 
Frattanto  passo  ad  esaminare  succintamente  alcune  particolarità  relative  a  favole 
o  novelle  interpolate  in  qualche  serie  di  codici  (sempre  nei  primi  VII  capitoli),  pel- 
le quali,  come  si  è  dimostrato  al  principio  di  questa  memoria,  dobbiamo  aspettarci 
una  legge  genetica  ben  diversa  da  quella  che  governa  lo  sviluppo  del  testo  non  interpolato. 

§  20. 

Le  novelle  e  i  luoghi  interpolati  nei  primi  VII  capitoli  sono: 
1  )  nel  gruppo  A.  U.  P.  L.  B. 
L'eremita  e  il  ladro  {colli'  favole  inserite)  §  XV1T-B  —  XXIII  [ni  6] 
2)  nel  gruppo  L.  13. 

//  cigno,  §  XLVII1  [n.  3.  9] 

//  pittore:  §  LVI1I-B  —  LIX  [n.  7] 

L'eremita  e  i  ladri,  §  XCVIII-B  —  C-A  [n.  11] 

Il  ladro,  il  vecchio  e  la  moglie  giovane,  §  CU  [n.  12] 

L'eremita,  il  diavolo  e  il  Indro,  §  CHI  —  CV-A  [n.  12] 

L'artefice  e  la  moglie  infedele.  §  CV-C  —  CVII-A  [n.  12] 

L'eremita  e  il  topo,  §  CVIII-B  —  CX  [n.  12] 

La  scimmia  e  le  lenticchie,  %  CXXVIII  [n.  13] 

Le  sentenze  di  Palarios,  §  CXX1X-C  [n.  14] 
Le  vicende  subite  dal  testo  di  queste  favole  e  sentenze  introdottesi  posteriormente 
nei  codd.  A.  U.  P.  L.  B.  non  hanno  nulla  che  fare  con  quelle  subite  dal  testo  rima- 
nente di  tutti  e  sette  i  primi  capitoli;  quindi  per  esse  non  vale  la  classificazione 
che  siamo  andati  determinando  finora.  A  conferma  di  quanto  diciamo,  può  citarsi  il 
seguente  esempio,  dal  quale  emerge  che  il  testo  di  ima  novella  interpolata  in  L.  B 
si  trova  in  peculiare  accordo  con  quello  di  V1  ;  mentre  per  il  restante  del  testo  pos- 
siamo affermare  che  il  gruppo  L.  B  e  il  cod.  V1  formano,  per  dir  così,  gli  anelli 
estremi  della  catena. 

La  novella  del  pittore  è  interpolata  e  messa  fuori  di  posto  in  L.  B  (cfr.  n.  7).     U-U 
Difatti  l'ordine  dei  paragrafi  in  questi  due  codici  è:  LVIII-A.  *  *  *  LX-A.  [LV1II- 
B.  LIX-iV.  LIX-B].  LX-B.  Il  §  LIX-B  non  ha  riscontro  nelle  altre  recensioni  greche, 
ineii.i  che  in  V.   704  :    Tavra    ditl-iwv  ì>   lyjif/.tii  itc  rraù^  irjv  kscavav   tcjil  ai  rf,  •  a 


—  164  — 

xvQia  fiov,  òi'xaióv  fdci  7/-r  {3a(tiXixriv  cov  fuyaitiònju  in)  maitvtiv  ,  unsq 
dxr.xoag  xar'tuov  •  Trt'cpt'xe  ydo  tot  xaì  rù  ìpsvdrì  vfj  dXrj&si'a  TtttQOfioiova-9-ai  (poi 
si  continua  con  un  piccolo  avanzo  del  §  LX-A,  ed  al  §  LX-B  :  èyd  dì  ov  (psióofiai 
èfiavTÒv  dia  ti)v  voi  ftccaiXt'ù>g  «qétìxsiav  xiì-).  Il  vat.  704  però  offre  questo  di  no- 
tevole, che  omette  del  tutto  il  §  LX-A,  che  è  anticipato  nel  Barberino.  L'arabo  DS. 
parrebbe  avere  un  qualche  cosa  che  corrispondesse  a  questo  paragrafo  LIX-B,  cosic- 
ché mentre  la  lezione  di  B.  L  si  allontana  dall'originale  per  la  trasposizione  della 
novella,  offrirebbe  per  altro  nella  novella  stessa  un  piccolo  passo  perduto  nelle  altre 
recensioni  meno  V.  L'arabo  DS.  =  W.  112  così  continua  dopo  la  novella  al  §  LIX-B: 
»  Dieses  Beispiel,  setzte  Dimna  hinzu,  habe  ich  erzahlt,  in  der  Absicht,  den  Kònig 
(nel  greco  è  messa  invece  la  leonessa)  zu  vermogen,  dass  es  nicht  voreilig  in  mei- 
uer  Sache  handle  nud  nichts  thue  in  Ungewissheit.  (LX-A)  Ich  habe  aber  dieses 
nicht  gesagt  aus  Schauer  vor  dem  Tode,  denn  wenn  einer  vor  demselbeu  schauert,  der 
wixd  ihm  nicht  entgehen,  und  alle  lebende  Wesen  miissen  ja  sterben.  Nein  !  hatte 
ich  undert  Leben  nud  wiisste  ich,  dass  der  Konig  gefallen  hatte  sie  zu  Grund  zu 
richten  so  wiirde  ich  mieli  ihm  dazu  mit  aller  Bereitwilligkeit  ergeben  ».  Qualun- 
que giudizio  però  si  porti  sopra  questo  fatto  della  speciale  attinenza  dell'  arabo  col 
testo  L.  B,  resta  stabilito  che  il  testo  della  novella  del  pittore  interpolata  in  L.  B 
ha  una  notevole  affinità  col  testo  del  Vat.  704  ;  il  che  esce  fuori,  com'è  naturali', 
dalle  leggi  precedentemente  determinate  circa  lo  sviluppo  delle  altre  parti  non  in- 
terpolate del  testo. 

§  21. 

Passo  ora  ad  esaminare  gli  ultimi  Vili  capitoli.  Anche  per  questi  bisogna  far 
distinzione  tra  testo  interpolato  e  testo  non  interpolato  ;  e  necessario  dunque  vedere 
innanzi  tutto,  quali  novelle  o  brani  sieuo  stati  posteriormente  aggiunti  negli  ultimi 
Vili  capitoli  di  ciascuna  recensione. 

Se  si  tenga  sott'occhio  la  tavola  dei  capitoli  dello  Stephanites,  che  abbiamo  trac- 
ciata al  §  6,  scorgesi  subito  che  interpolati  debbono  ritenersi  in  L.  lì  i  capitoli  8. 
10.  11-14  (=VIII.  X.  XII-XV  di  L1)  cioè  tutti  quanti  gli  ultimi  8  capitoli  meno 
il  <)  (=  IX  di  L1)  che  era  già  nel  prototipo  di  L.  B.  e  il  capitolo  XI  di  L1,  //  re 
dei  Topi,  che  manca  del  tutto  in  L.  B.  Cotali  interpolazioni  coincidono  con  tante  la- 
cune in  L2  e  V2  ;  e  questo  fatto  ci  fa  presentire  che  la  legge  che  governa  lo  svi- 
luppo del  testo  negli  ultimi  8  capitoli  sarà  quella  stessa  che  abbiamo  determinato 
per  il  testo  dei  primi.  È  noto  infatti,  che  per  questi,  ogni  qualvolta  si  aveva  una 
interpolazione  in  L.  B,  essa  coincideva  con  una  lacuna  in  L2.  V2.  G;  ossia  sotto  al- 
tre parole,  che  il  prototipo  di  L.  B  andava  cercato  in  ima  recensione  attualmente  rap- 
presentataci dal  gruppo  L'.  V-.  (i.  Quello  che  fa  a  prima  giunta  meraviglia  negli  ul- 
timi 8  capitoli,  si  è  il  vedere  come  G  si  stacchi  da  V-  e  da  L2  per  la  sua  singo- 
lare compiutezza  ;  perchè  mentre  in  V2.  L2  si  desidera  presso  che  tutta  la  seconda 
parte  del  libro  (in  V2  è  solo  il  capo  8°),  in  G  invece  si  trova  tutta  quanta,  non  escluso 
[76]  lo  stesso  capitolo  del  re  de'Topi  che  manca  in  L.  B.  Del  capitolo  IX  (Ile  <•  pappa- 
gallo) v'ha  due  recensioni  diverse,  una  più  accorciata,  l'altra  più  ampia  :  la  prima 
è  rappresentata  da  L.  Be  anche  da  Va  (L!   non  ha  questo  capitolo)  ;  parrebbe  quindi 


—  165  — 

che  anche  G  dovesse  contenere  il  capitolo  in  questa  stessa  recensione;  ma  G  invece 
dà  il  capitolo  nella  recensione  più  ampia  e  quale  la  presentano  gli  altri  codici  L'. 
V.  A.  U.  P.  —  Per  altro,  questi  fatti  che  a  prima  giunta  sorprendono,  non  sono 
che  una  conferma  di  quanto  abbiamo  veduto  al  n.  55,  quando  abbiamo  esaminato  le 
ittinenze  che  corrono  tra  il  gruppo  L2.  V2.  G  ed  L.  B.  in  quella  occasione  abbiamo 
fatto  vedere  come  il  gruppo  L2.  V2.  G  dovesse  scindersi  in  due  sezioni,  G  ed  L-.  V'-'. 
e  come  il  prototipo  di  L.  B  dovesse  cercarsi  piuttosto  in  L2.  V-  che  in  G.  Il  cod.  L 
ci  rappresenta  una  recensione  anteriore  a  quella  rappresentataci  da  V2.  In  V-  il  cap. 
IX  (Re  e  pappagallo)  è  evidentemente  aggiunto,  poiché  esso  si  trova  qui  in  forma 
compendiata:  da  V2  derivò  L,  colmate  marginalmente  da  un'altra  serie  di  codici  tutte 
Le  lacune  (meno  il  capitolo  del  re  de'  topi),  e  da  L,  inserite  le  aggiunte  marginali 
nel  testo,  provenne  B. 

Resta  una  questione  da  fare  ed  è  questa:  Delle  due  recensioni  L!  (e  quindi  V-') 
e  G,  quale  ci  rappresenta  più  da  vicino  la  recensione-stipite  di  tutto  quanto  il  gruppo 
1/-.  Y-\  G4?  Da  una  recensione  come  G  si  passò  forse  ad  L2  (e  quindi  a  V*)  per  la 
sottrazione  di  tutta  quanta  la  seconda  parte  del  libro,  oppure  da  L2  si  passò  a  G, 
interpolando  nel  prototipo  di  G  tutto  ciò  che  mancava  ad  L2  cioè  gli  ultimi  setti,' 
capitoli  (T  VILI  manca)  ?  La  questione  è  in  questo  luogo  interessante,  perchè  appunto 
trattasi  qui  di  determinare  quali  passi  degli  ultimi  8  capitoli  del  libro  sieno  interpolati. 

Io  credo  che  negli  ultimi  7  capitoli  di  G  delibasi  vedere  un'ampia  aggiunta  fatta 
sopra  una  recensione  come  L2,  che  sarebbe  appunto  il  codice  che  può  darci  un'  idea 
del  prototipo  da  cui  derivò  tutto  quanto  il  gruppo  L2.  V2.  G.  L'argomento  su  cui 
mi  appoggio  per  sostenere  questa  tesi,  è  il  seguente  :  —  Il  testo  degli  ultimi  sette 
capitoli  in  G  ha  notevoli  attinenze  con  una  recensione  quale  L'  e  perciò  V,  men- 
tre notevolmente  differisce  dalle  recensioni  A.  U.  P,  e  da  quella  interpolata  di  L.  B. 
Difatti:  In  primo  luogo,  la  disposizione  dei  capitoli  in  G  è  tale  quale  si  riscontra 
in  L1,  poiché  la  favola  del  re  dei  topi  vien  dopo  quella  dello  sciacallo  e  del  leone 
(crr.  la  tavola)  :  nelle  recens.  A.  U.  P.  essa  vien  dopo  quella  della  leonessa  e  l'orsa  ; 
in  L.  B  manca  del  tutto.  Inoltre,  nel  cap.  XII  (Le  bestie  nella  fossa  e  l'orefice)  è  C77J 
una  notevole  interpolazione  dopo  il  §  CXXXVIII-A  peculiare  a  G  e  ad  L1  (V1  è  mu- 
tilo); dico  interpolazione,  poiché  il  luogo  non  ha  riscontro  nell'arabo,  ha  di  per  se 
stesso  il  carattere  di  un  brano  inserito,  non  avendo  nulla  che  fare  col  resto;  e  per 
di  più  sappiamo  che  proviene  dal  1°  prolegomeno  (V  capitolo  del  Possino).  Esso  suona 
così  nel  Governo  de'  R.  136-7  :  -  per  otto  maniere  di  virtù  si  conosce  l'uom  pru- 
dente. La  prima  è  la  mansuetudine  e  la  benignità.  La  seconda  nel  conoscere  in  che 
stima  egli  sia  e  nel  conservare  la  riputaziene.  Terzo,  nell'obedire  al  principe,  e  fare 
il  suo  volere.  Quarto  nello  scoprire  i  suoi  segreti  ad  amici  buoni  e  fedeli.  Quinto, 
nel  conversare  nelle  corti  dei  re  con  prudenza  e  con  adulazione,  e  col  blandire  del 
re  e  de'  suoi.  Sesto,  nell'occultare  i  suoi  segreti  ad  uomini  scellerati.  Settimo,  nell'a- 
steuersi  colla  lingua  di  non  dir  mal  d'alcuno,  o  cosa  che  porti  danno  altrui.  Ottavo, 
nel  noli  rispondere  a  cosa  che  non  è  dimandata.  E  chi  ha  queste  otto  virtù  appa- 
recchia e  a  sé  ed  ai  posteri  suoi  molti  beni,  e  sarà  superiore  ad  ogni  persecuzione  ».  — 
Nell'ultimo  capitolo.  XV.  manca  in  A.  U.  P  ed  anche  in  L.  B  la  favola  del  falco-  [78] 
niere  (§  CXLVHI-CXLIX)  che    si    trova    invece    in  G  e  in  L1  (V1  è  mutilo  anche 


—  166  — 

in  questo  luogo).   Essa  tavola  è  in  G   148  del  seguente  tenore:  —  E  reggendol'un 

altro  corvo,  gli  disse  :  «  o  pazzo,  a  che  ti  giova  questa  tua  vana  fatica  ?  e'  ti  è  in- 
tervenuto il  caso  dello  sciocco  falconiere.  Il  quale  tenendo  in  mano  il  suo  spar- 
gere, ne  vide  un  altro,  che  volava  ;  e  parendogli  maggior  del  suo,  lasciatolo,  fu  die- 
tro a  quello  che  volava.  Il  quale  non  potendo  prendere,  perde  anco  quello  che  avea. 
come  hai  fatto  tu  ineschino  -.  —  La  recensione  G  ha  in  capo  due  prolegomeni,  il 
2°  e  il  3°,  precisamente  come  il  cod.  L1,  e  non  come  le  altre  recensioni,  che  gli  hanno 
tutti  e  tre  o  punti  :  di  più  la  lezione  del  cod.  L1  coincide  con  G,  come  può  rica- 
varsi dalla  tavola  dei  paragrafi  dei  prolegomeni  tracciata  in  principio  di  questa  mi 
moria.  —  Questo  latto  di  un  accordo  singolare  di  G  con  L1  (e  lors'anco  con  V.  clic 
per  altro  è  mutilo),  mentre  G  discorda  poi  da  A.  U.  P.  e  da  L.  B  (le  recensioni  in- 
termedie E2.  V-  son  qui  generalmente  lacunose),  parla  abbastanza  chiaro.  Esso  con- 
trasta colle  leggi  genealogiche  fissate  pei  primi  sette  capitoli  :  il  che  vuol  dire,  che 
il  testo  degli  ultimi  sette  capitoli  iu  G  ha  avuto  un'altra  storia,  ha  subito  altre  vi- 
cende, ossia  è  stato  aggiunto  posteriormente.  Dopo  che  il  gruppo  L2.  Y-.  <;  si  era 
staccato  da  tutto  quanto  il  gruppo  più  comprensivo  A.  U.  P.  E2.  V2.  G.  L.  B,  le 
modificazioni  che  potevano  avvenire  in  L2.  V2.  G  non  potevano  essere  che  corruzioni 
individuali  :  questo  osserviamo  infatti  per  L;  e  Y2.  che  arrivarono  a  perdere  tutta 
quanta  la  seconda  parte  del  libro  :  ma  in  G  troviamo  invece  tali  connivenze  col  gruppo 
diversissimo  L1.  V1,  che  non  possono  esser  casuali.  Nemmeno  può  ammettersi  che  il 
gruppo  L1.  V  abbia  influito  posteriormente  in  G  in  modo  da  modificarlo  tirandolo 
alla  propria  somiglianza  ;  poiché  le  connivenze  tra  G  ed  L1.  V  sono  di  earatti  re  gì  - 
nerale,  implicano  perfino  l'ordine  dei  capitoli  e  l'aggiunta  di  due  prolegomeni.  E  ne- 
cessario dunque  supporre,  nello  stato  attuale  delle  cose,  che  il  prototipo  del  gruppo 
E2.  V2.  G  debba,  cercarsi  in  una  recensione  molto  simile  ad  L\  priva  cioè  della  se- 
conda parte  del  libro,  ammettendo  che  in  V2  il  capitolo  compendiato  IX  sia  stato 
aggiunto  posteriormente,  e  che  aggiunti  posteriormente  nel  greco  di  G  delibano  ri- 
guardarsi tutti  quanti  i  sette  ultimi  capitoli,  poiché  il  primo,  cioè  ITI  II.  fu  omesso. 

§  22. 

11  testo  non  interpolato  degli  ultimi  otto  capitoli  si  riduce  dunque  a  tutto  ciò 
che  troviamo  di  testo  nei  codd.  V1.  E1.  A.  U.  P  ed  anche,  se  vogliamo,  il  cap.   IX 
quanto  a  Y2.  L.  B.  Dai  fatti  raccolti  su  questo  campo  dobbiamo    dunque  aspe 
una  legge  genetica  identica  a  quella  dedotta  dal  testo  non  interpol  ito  dei  primi 
capitoli:  a  meno  che  tutta  quanta  la  seconda  parte  dello    Ztsyuvhrfi  e  in  tutte  le 
recensioni  non  abbia  vissuto  fino  ad  un  certo    periodo  una  wu  affatto  indipendente. 
E  i  fatti  (sebben  pochi  se  ne  possan   raccogliere)  dimostrano    realmente  che.  >■• 
testo  non  interpolato  dei  primi  sette  capitoli,  come  quello,  pure  non  interpolato,  degli 
ultimi  otto,  sono  sottoposti  alla  medesima  legge  :  e  quindi  può  concludersi  ad  un'unità 
di  sviluppo  di  tutto  quanto  il  libro  per  tutte  quelle  parti  che  non  sono  un'aggiunta 
posteriore  e  che   noi   abbiamo  indicate.  —  Il  gruppo  L1.  V.  A.  E.  V.  si  distingue  da 
V2  (E2  è  lacunoso.  G  <■  interpolato)  e  da   1,.   B  per  il  capitolo  IX.  poiché  Le  prime 

di  questo  recensioni  danno  di  questo  capitolo   una    redazione  più  I rpleta,  mi  atre  iu 

V'2.  E.  B  si  trova  più  raccorciato.  —  Il  gruppo  A.  I'.   I'  si  distingue  poi  da   1.    Y 


—  167  — 

oli     ìhè  per  La  disposizione  diversa  del  capitolo  il  Re  de' topi,  anche  per  una  serie 
di  peculiari  corruzioni,  delle  quali  ecco  un  saggio: 

Alla  tine  del  cap.  Vili  (Il  topo  e  il  gatto)  dopo  il  §  (JXXX1.  le  recens.  A.  U.  P     [79] 
ungono  una  morale  detta  dal   filosofo,  la  quale  non  ha  riscontro  nell'arabo.  A.  U  : 
Ovxmg  «re.  elnsv  ó  (piXÓGotpog,  Svo  {-/Unni  èv  TteQitìzàtìei  ;itr  (jihnniia  •  avwreqoi 
\v  xtvSvviov  y;yintii:c.  sv   lì]   TtQOTéqa  7tai.iv  dia/xévovOiv  £%d-Qq.  P.  186  col.  II: 

-  Fabula  docet,  (ìuxas  esse  ac  tidei  sublectae  amicitias,  quas  utilitas,  et  necessitas 
conglutinant,  genio  et  natura  reluctante  » . 

l'n  tatto    analogo    si   ripete   alla   line    del   capo  X  (Lo  sciacallo  e  il  leone),     [80] 
§  t'XXXV-K:  la  morale  aggiunta  da  A.  U.  P  non  ha  riscontro  nell'arabo,  e  non  si 
trova  in   L1  (V  è  mutilo).  -  A.  U  :   Ovva  del  tovg  fiaffiksìg  ittici  qsipsiv  Tcqòg  avrovg 
tovg  éavzàv  (ptXovg,  o'vg  ààixcog    note   èdiw^àv   vs  xcà    drriGÓfiifiav.  P.   191   col.  I: 

-  Restitutus  inde  thos  est  in  pristinae  fastigium  dignitatis,  ingenti  et  honoris  et 
gratiae  angmento:  talique  exemplo  declaratum ,  posse  interdum  recte  Reges  inniti 
securos  reconciliare  prius  a  se  vexatorum  benevolentìam  ».  Il  gruppo  L.  B  ha  pure 
una  morale  di  questo  genere:  Ovtcù  òet  zòv  vovvsyr^  xcà  cto'ufooia  tipàv  xaì  svsq- 
yfTsìv  tòv  tiityia  D-évta  7vuq'  uvtov.  Ma  in  L.  B  il  capitolo  (come  in  generale  tutta 
la  2a  parte  del  libro)  è  interpolato:  quindi  il  parallelismo  in  questo  luogo  non  prova 
nulla. 

§  23. 

Restano  i  passi  interpolati;  che  sono  di  due  specie,  1°  le  aggiunte  in  G,  2°  le 
aggiunte  in  L  e  quindi  in  B.  Quanto  alle  prime  abbiamo  veduto  quale  sia  la  loro 
fonte  :  esse  provengono  da  una  recensione  che  ci  è  rappresentata  attualmente  dal 
gruppo  L1.  V1.  Quanto  alle  aggiunte  in  L.  B  non  è  difficile  dimostrare  che  esse  pro- 
vengono da  una  recensione  affine  a  quelle  del  gruppo  A.  U.  P.  —  Manca  in  fatti  in  [SH 
L.  B  (cfr.  n.  77)  come  in  A.  U.  P  l'interpolazione  del  passo  concernente  le  otto  virtù, 
che  si  legge  in  L1  al  principio  del -capitolo  XII.  —  Manca  parimente  in  L.  B  come  [s-] 
in  A.  U.  P  (cfr.  n.  78)  la  favola  del  falconiere,  che  è  in  L1  e  in  G,  nel  cap.  XV.  — 
A  questi  due  argomenti  si  può  aggiungere,  che  i  prolegomeni  messi  in  capo  al  gruppo 
L.  B  son  tre  come  nel  Possino,  e  l'ordine  dei  loro  paragrafi  (v.  la  tavola)  coincide 
([nasi  esattamente.  Solo  è  da  notare  che  in  L.  B  il  capitolo  del  Re  de'  topi  (XI) 
non  si  legge  (il  che  forse  può  far  sospettare  che  esso  sia  interpolato  in  A.  U.  P  e 
fuor  di  posto)  :  e  il  capitolo  X  Lo  sciacallo  e  il  leone  è  molto  accorciato.  —  Chi 
ricorda  quanto  abbiamo  osservato  poco  sopra,  quando  abbiamo  parlato  delle  interpo- 
lazioni nei  primi  sette  capitoli,  saprà  che  in  una  novella  interpolata  in  L.  B,  la  no- 
vella del  pittore,  abbiamo  trovato  una  stretta  attinenza  tra  L.  B  e  V.  Ciò  che  ab- 
biamo invece  determinato  ora  per  gli  ultimi  otto  capitoli,  non  coincide  con  siffatta 
conclusione,  poiché  il  testo  interpolato  di  questi  si  avvicina  più  al  2°  gruppo  =  A. 
U.  P,  che  non  al  primo  L1.  V1.  Questa  contradizione  può  spiegarsi  in  diversa  ma- 
niera :  o  il  testo  interpolato  degli  ultimi  capitoli  in  L.  B  non  è  stato  attinto  dalla 
issa  fonte,  che  il  testo  delle  interpolazioni  nei  primi  sette  capitoli  :  oppure,  nella 
i  onnivenza  di  V1  con  L.  B  nella  novella  del  pittore  può  scorgersi  una  influenza 
esercitata  da  L.  B  su  V,  tanto  più  che  V,  come  abbiamo  veduto,  omette  il  §  LX-A 
che  è  spostato  in  L.  B,  cosa  che  fa  sospettare  una  derivazione  di  V  da  L.  B  in  que- 
sto punto. 


168 


S  24. 


Comunque  sia  di  ciò,  è  certo,  che  non  tenendo  conto  di  piccole  difficoltà  (pro- 
venienti dallo  scambio  di  lezioni  parziali  da  una  serie  all'altra  di  codici  per  via  di 
note  marginali),  una  stessa  legge  genetica  governa  lo  sviluppo  di  tutto  quanto  il  testo 
non  interpolato  dello  Stephanites  ;  e  del  testo  interpolato  sappiamo  in  generale  indi- 
care la  provenienza.  Ora  non  abbiamo  altro  da  fare,  che  riassumere  in  una  conclu- 
sione generale  tutti  quanti  i  resultati  ottenuti  nel  corso  di  queste  ricerche,  rifacendo 
per  via  sintetica  tutta  quella  via  che  abbiamo  percorsa  con  un'analisi  paziente  e  mi- 
nuta. A  questo  scopo  sarà  opportuno  che  il  lettore  tenga  sott' occhio  la  tavola  qui  ap- 
presso, nella  quale  ho  disegnato  graficamente  lo  svolgimento  genealogico  del  testo  dello 
Stephanites.  e  alla  quale  mi  riporto  colle  parole  che  ora  sono  per  dire. 

In  essa  tavola  ho  espresso  per  mezzo  di  linee  semplici  le  derivazioni  di  un  co- 
dice da  un  altro  per  via  di  lacune  o  di  corruzioni  :  ho  espresso  invece  con  linee  pun- 
teggiate le  interpolazioni.  I  numeri  che  si  trovano  nelle  linee  di  derivazione  (liner 
semplici  e  punteggiate)  rimandano  alla  numerazione  marginale  progressiva  dei  fatti 
che  abbiamo  esaminati  e  sui  quali  ci  siamo  fondati  per  costruire  la  presente  tavola. 
In  essi  dunque  riposa  la  ragione,  per  cui  da  una  recensione  qualsiasi  vengono  a  stac- 
carsi successivamente  le  sue  derivate.  L'ordine  di  esse  recensioni  è  il  seguente  : 

Si  ebbe  dapprima  una  recensione  S,  che  era  immune  da  tutte  le  corruzioni  se- 
gnate dai  numeri  che  si  veggono  nella  tavola  :•  questa  recensione  S  era  vicinissima 
alla  traduzione  di  Simeone  di  Seth,  sebbene,  come  vedremo,  non  fosse  una  cosa  stessa 
con  quella.  Da  S  derivano  due  recensioni  diverse,  una  che  chiamo  «,  l'altra  che 
chiamo  fi,  ambedue  perdute  :  la  recensione  fi  soffrì  minori  deterioramenti  che  non  a, 
e  dette  luogo  da  una  parte  al  cod.  L1  per  la  corruzione  indicata  al  u.  25,  e  dal- 
l'altra per  i  un.  22-24  al  cod.  V1,  che  ci  è  arrivato  in  istato  di  fortissima  mutila- 
zione. I  codd.  L1  e  V  costituiscono  la.  Ia  classe.  Ma  a  andò  soggetta  a  due  grandi 
serie  di  corruzioni:  per  una  di  esse,  indicata  coi  un.  9-14.  a  divenne  y  ;  per  l'altra, 
indicata  dai  un.  26-39,  79-80,  essa  divenne  d.  In  t)  furono  interpolati  alcuni  luoghi 
da  x,  recensione  incognita  che  non  saprei  ben  definire  ;  e  queste  interpolazioni  furono 
fatte  per  colmare  alcune  lacune  che  <J  aveva  ereditate  da  «  (cfr.  tra  i  nn.  5-8  quelli 
dove  trattasi  di  una  lacuua  in  a).  La  recensione  ó  poi  si  scisse  in  due,  cioè:  in  U 
per  il  n.  48,  e  in  0  per  i  un.  40-47  :  da  &  derivarono,  da  una  parte,  n.  49,  A,  e 
dall'altra,  nn.  50-54,  P.  Di  questi  tre  codici,  U,  A  e  il  greco  di  P,  il  cod.  A  perde 
affatto  i  prolegomeni,  U  ebbe  a  soffrire  nei  prolegomeni  stessi  fortissime  lacune. 
Quanto  alla  recensione  y.  essa  per  i  nn.  56-73  divenne  G,  e  pel  n.  55  divenne  f. 
Ma  a  formare  G  concorsero  interpolazioni  di  testo  proveniente  da  codici  della  la  elasse, 
e  che  sono  provate  dai  nn.  77-78  :  furono  aggiunti  a  G  i  due  prolegomeni,  che  sono 
in  L1,  cioè  il  (2)  e  il  (3),  ed  inoltre  gli  ultimi  sette  capitoli  (omesso  il  cap.  Vili). 
poiché  gli  ultimi  otto  capitoli  del  testo  erano  andati  perduti  così  in  G  come  in  t-. 
La  recensione  s  passò  in  L2  e  in  ?  ;  f  si  formò  principalmente  per  l'aggiunta  (n.  76) 
di  un  compendio  del  capitolo  IX  //  re  <•  il  papp ^agallo,  che  passò  in  quella  forma 
uelle  recensioni  dipendenti  da  f.  Due  di  queste  recensioni  sono:  V-.  che  contiene 
appunto  il  cap.  IX  nella  forma  sopraindicata,  e  la  recensione  ri  sulla  quale  è  necessario 
trattenerci  un  poco.  Nel  cod.  B  e  nel  cod.  L  (che  sono  derivati  da  rj)  v'  ha  una  introduzione 


—  169  — 


CO  - 


Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II,  Parte  Ia. 


22 


—  170  — 

che  manca  iu  tutte  le  altre  recensioni  ;  introduzione  che  quando  pubblicherò  il  testo 
dello  2reg>avh  qg  darò  per  intiero.  In  essa,  tra  le  altre,  sono  anche  queste  parole  : 
Mv^ixi)  /ììfiXog,  ff  Ivdixìfi  Gotfiu*. 

Il()OtìtVt%i}H(SK,    7TQÒg   TTeQGlXìjV    naiSsiav. 
ìiiarg.  dùg  Alviyjiano ó  w  g  sic^  GVVTSVVOVtìa  rag  7TQCt^fig. 

' H  sic  /isTa^Xrjd-sTaa,  TTQÒg  yXùzrav  tmv  'EXh'p'wr. 
'££  (tQccftixov,  xcà  fiaqpaQfóóovg  v&lov  sic. 
Jlagà  tov  Gocpov,  svóó^ov  xal  fxsyàXov. 
Tov  xal  afilla  sic^  xal  (ityòg  Cixeh'ag. 
marg.  'JraXias       Kahifioi'ag  Tf,  nqiyxvnog  rrcxaXiag. 

OvOttìq  svQixàg,  còg  yiaiGrixovg  xoìg  nàm. 
Tovto  ótóioxs,  nqòg  r,(i«g  zò  fìi(ì).iuv. 
SìtìTtsq  ó(OQTj/j,a,  óióaGxali'ag  Tritai. 
Evyevfjg  Evys'viog,  ò  tftg  TlavÓQiiov:  -j- 
Parrebbe  a  prima  giunta,  che  qui  si  trattasse  di  una  nuova  traduzione  dello  Stepha- 
nites  condotta  sull'arabo  per  opera  di  questo  insigne  personaggio,  cui  si  accenna  alla 
metà  del  soprascritto  brano  ;  ma  in  realtà  chi  esamini  i  due  codici  L  e  B  non  tarderà 
ad  accorgersi,  che  qui  non  si  tratta  di  una  nuova  traduzione,  ma  del  raffazzonamento 
di  un  materiale  già  vecchio,  di  quel  materiale  cioè  che  ancor  sussisteva  della  versione 
di  Simeone  di  Seth.  Certo  poi  non  sarà  stato  il  principe  stesso  che  si  sarà  messo  al 
lavoro  ;  poiché,  se  è  detto  che  egli  ne  fu  l'autore,  ciò  vai  quanto  dire  (chi  intenda 
il  linguaggio  del  tempo  e  ponga  mente  a  casi  molto  analoghi),  che  e'  fu  l'ordinatore 
di  esso  lavoro,  colui  che  lo  commise  e  per  cui  ordine  fu  eseguito.  Ma  questa  recen- 
sione, che  chiameremo    Eugeniana,  in  che  cosa  consiste  ?  Deve  ritenersi    per  recen- 
sione eugeniana    quella  contenuta  nel  cod.  Barberino  ?  Non  pare  ;  perchè  questa  stessa 
prefazione  trovasi  nel  Leidense,    della  stessa  mano    del  testo  ;  e    nel  cod.    Leidense 
sono  di  seconda  mano  così  quasi  tutta  la  seconda  parte  del   libro  (lo   Stephanites  è 
qui  interrotto  coi  capitolo  XII  Le  bestie  nella  fossa  e  l'orefice),  come  una  gran  parte 
delle  novelle  e  favole  dei  primi  sette    capitoli.  Parrebbe  pertanto  che  la  recensione 
eugeniana  ci  sia  rappresentata  dal   cod.  Leidense,  tolte  tutte   le  aggiunte  posteriori, 
che  sono  di  altra  mano  ;  ma  in  questo   caso  il   lavoro  del   principe  italiano  sarebbe 
ridotto    all'  avere    aggiunto  i  tre  prolegomeni    in  principio  e  quella    prefazione    che 
abbiamo  nominata,  ad  una  recensione  già  nota  e   della  quale  vediamo  il   rappresen- 
tante nel    cod.  Y.2.  Comunque  sia  di  ciò.   io  riconosco  questa   recensione   eugeniana 
appunto  nella  recensione  /,  che  da  y  ricevè  i  suoi  prolegomeni  e  la  prefazione,  e  si 
andò  deteriorando  per  le  scorrezioni  nn.   15-21.  Da  essa  provennero  L  e  B.  Il  cod.  B 
ci  presenta,  a  differenza  di  L,  la  corruzione  n.  74  ;  B  inserisce  nel  testo  tutte  quelle 
aggiunte  marginali  che  si  riscontrano  in  L,  delle  quali  abbiamo  parlato  più  volte  e 
che  provengono  da  un  cod.  della  2a  classe  (nn.  81,  82).  Ciononostante,  trovansi  dei 
rapporti  tra  L.  B  e  V  (n.  75),  ma  non  so  se  in  questo  caso  abbia  V  esercitatola 
sua  influenza  su  L.  B,  o  viceversa.  Quanto  ai  rapporti  tra  L  e  B,  il  cod.  B  deriva 
effettivamente  da  L  ?  Può  obiettarsi  che  il  cod.  L  tronca  le  sue  addizioni  marginali 
bruscamente  al  cap.  XII  ;  ma  come  può  darsi  che  B  derivi  da  un  codice  molto  affine 
ad  L,  ma  più  compililo,    così  può    ammettersi  che  B  derivi,  se  non    proprio  da  L, 


—  171   — 

almeno  da  un  codice  della  stessa  forma  e  compiutezza  'li  L,  avendo  potuto  I!  com- 
pletarsi attingendo  da  altra  sorgente.  Ad  ogni  modo  n  sta  ferma  la  grandissima  atti- 
nenza che  riscontrasi  tra  L  e  B.  —  Riassumendo  :  i  derivati  di  «  devono  dividersi 
in  tre  classi  :  La  11  classe,  che  contiene  U-A.  P;  la  Ili  classe,  che  contiene  G-L2.V8  ; 
la  IV  classe,  che  contiene  L.  B. 

La  classificazione  dei  codd.  dello  Stephanites,  che  or  ora  ho  compiuta,  potrà  esser 
leggiermente  modificata  nei  particolari  ;  ma  nei  suoi  tratti  fondamentali  credo  che 
resterà  in  quella  forma,  qualunque  nuovo  codice  dello  Stephanites  venga  ad  aggiun- 
gersi. Iu  sostanza  la  legge  di  svolgimento,  che  ha  subito  tutto  quanto  il  libro  dello 
Stephanites  può  ridursi  a  tre  fatti  :  corruzioni,  lacune  e  interpolazioni.  Le  corruzioni 
successive  fanno  diramare  un  sol  codice  in  un  numero  indefinito  di  codici  tutti  diversi; 
e  tali  corruzioni  non  sono  un  fatto  speciale  che  si  osservi  nel  solo  libro  dello  Stephanites. 
Quello  che  v'  ha  di  peculiare  nello  svolgimento  del  testo  di  questo  libro  si  è  che  le 
lacune  stesse  sono  soggette  ad  una  legge,  che  trova  la  sua  ragione  nella  natura  del  libro 
stesso.  Se  si  osservano  le  lacune,  che  da  una  recensione  più  ampia  rappresentataci 
dalle  classi  I  e  II,  ci  han  fatto  passare  ad  una  recensione  più  accorciata  come  nella 
classe  III,  è  facile  scorgere,  come  esse  sieno  procurate  a  bella  posta  per  tagliar  di 
mezzo  novelle  e  favole  che  o  presentano  carattere  osceno  (per  es.  le  novelle:  Il  pit- 
tore, §  LVIII.B  -LIX  ;  Il  ladro  il  vecchio  e  la  moglie  giovane,  §  CU;  L'artefice  e 
la  moglie  infedele,,  §  CV.C  -CVII.A),  oppure  mettono  iu  iscena  eremiti  (per  es.  le 
novelle  :  L'eremita  e  il  ladro,  colle  favole  incluse,  §  XVII.B  -  XXIII  ;  L'eremita  e 
i  ladri,  §  XCVIII.B  -  C.A  ;  L'eremi  la.  il  diavolo  e  il  ladro,  §  CIII-CV.A;  L'ere- 
mi in  e  il  topo,  §  CVIII.B-CX).  Certo  molte  lacune  possono  dipendere  dalla  solleci- 
tudine del  copista  (per  esempio  :  Il  cigno,  §  XLVIII  ;  La  scimmia  e  le  lenticchie, 
§  CXXVIII),  o  dalla  noia  di  un  lettore  (per  es.  il  lungo  tratto  contenente  le  sentenze 
di  Palarios,  §  CXXIX.  C)  ;  ma  principalmente  pare  a  me  di  scorgere  in  esse  la  mano 
monacale  che  taglia  tutto  ciò  che  può  in  qualche  maniera  offendere  la  religione  o  la 
morale.  —  Da  questa  serie  di  recensioni  lacunose  se  ne  sviluppa  naturalmente  una 
quarta,  allorquando  si  tenta  di  restituire  il  libro  alla  pristina  forma,  e  le  interpola- 
zioni da  altre  serie  di  codici  si  vanno  accumulando  l'ima  sull'  altra,  senza  prendere 
sempre  il  posto  conveniente  che  loro  si  apparterrebbe. 

Fatti  notevoli  che  contrastino  alla  legge  da  me  posta  sullo  svolgimento  del  libro, 
non  credo  possano  trovarsi  :  un  piccolissimo  numero  di  varianti  non  trova  a  prima 
giunta  una  spiegazione  in  quella  legge  ;  ma  esse  sono  insignificanti,  come  potrà  vedere 
chi  si  darà  la  pena  di  studiare  le  collazioni  che  porrò  in  fine  alla  mia  edizione  ;  e 
d'  altra  parte  non  è  escluso  il  caso  che,  per  annotazioni  marginali,  qualche  lezione 
possa  esser  passata  da  una  serie  di  codici  ad  un  altra.  Il  che,  coni'  è  evidente,  non 
disturba  per  nulla  la  legge  più  generale  posta  sul  fondamento  del  maggior  numero 
dei  fatti,  e  dei  fatti  più  significanti. 


Occasionalmente  mi  si  permettano  due  parole  sulla  versione  slava  dello  Stepha- 
nites pubblicata  dal  prof.  Danic'ic'  nel  2°  volume  delle  Starine  (U  Zagrebu  1870), 
della  quale  ha  dato  notizia  il    prof.    Teza  nel  giornale  napoletano    novembre    1881, 


—  172  — 

p.  101  sgg.  Essa  ci  attesta  l'esistenza  di  un  originale  greco  appartenente  alla  III  classi; 
(L2.  V2.  6)  e  più  precisamente  una  recensione  intermedia  tra  G  ed  Ir.  V2.  Non 
avendo  potuto  consultare  da  me  stesso  il  testo  slavo  in  tutte  le  sue  particolarità, 
rimetto  ad  altra  volta  un  giudizio  più  determinato  sul  posto  che  occupa  questa  recen- 
sione in  mezzo  alle  altre,  limitandomi  ora  a  porla  nella  III  classe  dei  codici  da  me 
studiati.  Di  tanto  potrà  convincersi  il  lettore,  esaminando  le  lacune  che  lo  slavo  ci 
presenta,  se  si  confronti  col  testo  amburghese  ;  lacune  che  il  prof.  Teza  (1.  e.  170-171) 
va  enumerando  in  questa  guisa  sopra  il  testo  Starkiano  nella  edizione  berlinese  : 
i  Dalla  pag.  2  si  procede  ordinatamente  fino  alla  48  e  qui  d'un  salto  passiamo  alla  60 
(Dan.  p.  272,  15)  :  e  perdiamo  la  novella  dell'  Fremita  con  tutti  i  racconti  che  vi 
si  racchiudono.  Mancano  le  pag.  114,  6-116,  12  e  120,  3-122,  17  (Dan.  p.  279,  21  e 
280,  3)  e  la  novella  dell'  Alcione:  le  pag.  134,1  8-138,7  (Dan.  p.  281,  31)  e  la 
novella  del  Cigno  :  le  pag.  206,1  -  210,19  (Dan.  pag.  291,  20),  con  la  novella  del- 
l' Ospite  e  con  quella  del  Lupo  :  le  pag.  248,  6  -  252,  1  (Dan.  p.  295,  3  ab  inf.)  :  le 
pag.  252,1  8-266,  13  (Dan.  p.  296,  7)  con  le  novelle  dell'  Elefante  e  della  Lepre 
e  scoiattolo  :  le  pag.  270,  2-270,  21  (Dan.  p.  296,  21)  e  la  novella  dell'  Ascetico  :  le 
pag.  278,  16-292,  9  (Dan.  p.  297,  12)  e  le  novelle  del  Mercante -,  dell' Eremita,  del 
Fabro:  le  pag.  294,  17-302,  19  (Dau.  297,  27)  e  la  novella  dell'  Eremita  :  le  pag. 
326,  15-334,3  (Dan.  300,  27)  e  la  nov.  dell'amo:  le  pag.  364,6-364,  14  e  366, 
5-378,  17  (Dan.  304,  5  ab  inf.)  e  la  novella  delle  Lenticchie:  le  pag.  380,  6-394,  3 
(Dan.  374,  tilt.)  cioè- il  capo  Vili  dello  Stari::  le  pag.  402,  21-408,  11  e  410,  10- 
412,7  (Dan.  306,  13  e  306,  25):  le  pag.  434,6-434,15  e  436,2-436,  15  (Dan. 
309,  11,  14):  le  pag.  438,2-438,  6  (Dan.  309,  17):  le  pag.  438,  1-438,  10  (Dau. 
309,  23)  e  le  pagine  442,  1-472,  19  (Dan.  309,  9  ab  inf.)  cioè  i  libri  XI.  XII  e 
XIII.  Il  libro  chiude  con  la  pagina  480  {all'  wg  dàvvarov  statìccv  x«ì  naQsTSov)  e 
non  tocca  quindi  il  libro  XV0.  »  Il  capitolo  del  re  de'  Topi  viene,  nello  Slavo,  nello 
stesso  ordine  che  è  nel  Governo  dei  Eegni  e  in  L\  a  differenza  di  A.  U.  P. 

§  26. 

Le  seguenti  tavole  indicano  numericamente  tutte  quante  le  vicende  principali 
subite  dal  testo  greco,  dal  supposto  S  (versione  molto  vicina  a  quella  di  Simeone 
di  Seth)  fino  al  codice  barberino.  Quanto  al  valore  della  numerazione  in  cifra  romana 
ad  araba,  vegga  il  lettore  quanto  abbiamo  esposto  superiormente  al  §  3.  In  calce 
poi  a  queste  tavole  ho  creduto  utile  metter  dei  richiami  alla  numerazione  progressiva 
dei  luoghi  trattati  uel  corso  delle  nostre  ricerche.  I  segui  convenzionali  adoperati 
suno  i  seguenti  : 

—  mutilazione  del  cod. 

.  .  .  mutilazione  parziale  di  un  §. 

lacuna  generale. 

*  *  *  lacuna  parziale  in  un  $. 

[     ]  interpolazioni. 

((     ))  aggiunte  marginali. 

(     )  |)n ss i  del  testo  cancellati  posteriormente. 


17:: 


V  A  .  U  L" 


Capitolo  Primo 


V 


I 

I 

— 

II 

2 

— 

III.  A 

3 

— 

»     B 

# 

— 

IV 

* 

— 

V 

4 

— 

VI 

5 

— 

VII 

6 

— 

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7 



IX 

8 

— 

X 

9 

— 

XI 

10 

— 

XII 

11 

— 

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12 

— 

XIV 

13 

— 

XV 

li 

— 

XVI 

15 

— 

XVII,  A 

16 

— 

»     B 

17 

— 

XVIII 

18 

— 

XIX 

19 

— 

XX 

20 

— 

XXI 

21 

— 

xxn 

22 

— 

xxm 

23 

— 

XXIV,  A 

24 

— 

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25 

— 

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20 

— 

•XXV 

27 

— 

XXVI 

28 

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XXVII 

29 

2 

XXVIII 

30 

3 

XXIX 

31 

4 

XXX 
XXXI 

32 
33 

5 
6 

XXXII 

34 

7 

XXXIII 

35 

8 

XXXIV 

36 

9 

1 

1 

— 

I 

1 

2 

2 

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7 

— 

7 

7 

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8 

9 

9 

— 

9 

9 

10 

10 

— 

10 

10 

11 

11 

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11 

11 

12 

12 

— 

12 

12 

13 

13 

— 

13 

13 

14 

14 

— 

14 

14 

15 

15 

— 

15 

15 

16 

16 

— 

16 

16 

# 

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[19] 

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29 

29 

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30 

30 

30 

23 

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31 

31 

31 

24 

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32 

32 

32 

25 

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33 

33 

33 

26 

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34 

34 

34 

27 

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35 

35 

35 

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36 

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29 

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37 

37 

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(i)  A.  U.  [20] .  -  {-)  A.  U.  19. 


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A  .  U 


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XXXV 
XXXVI 
XXXVII 

XXXVIII,  A 
B 

XXXIX,  A 
B 

XL 
XLI 
XLII,  A 
»      B 
XLIII 
XLIV 
XLV 
XLVI 

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XLV  III 
XLIX,  A 

»       B 

»       C 
L 
LI 
LII 
LUI 
LIV 


37 
38 
39 

40 

[42] 
+11  [43] 

44 
[45] 
[46] 

47 

48 

49 

50 

51 

52 

53 

54 

55 

50 

57 

58 

59 

00 

01 


10 
11 
12 
13 

* 

[15] 
+ 14  [16] 

17 
[18] 
[19] 

20 

21 

22 

23 

24 

25 

26 

27 

28 

29 

30 

31 


34 


37 

30 

— 

38 

31 

— 

39 

32 

— 

40 

33 

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* 

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[42] 

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34 

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35 

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49 

38 

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52 

11 

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53 

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54 

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55 

* 

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50 

42 

— 

57 

43 

— 

58 

44 

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59 

45 

— 

60 

40 

— 

61 

47 

— 

38 

38 

39 

39 

40 

40 

41 

11 

* 

* 

[43] 

[43] 

+  42  [44] 

+ 42  [44] 

45 

45 

[40 

[46] 

[47] 

[47] 

48 

48 

49 

49 

50 

50 

51 

51 

52 

52 

53 

53 

[56] 

54 

[57] 

55 

((58)) 

56 

54)  (i)  ((59)) 

57 

00 

58 

61 

59 

62 

00 

63 

01 

04 

62 

LV 
LVI 

LVII 
LVIII,  A 

»       B 
I.1X.  A 

»     B 
LX,  A 
»     B 
LXI 
LXII 
LXIII 


62 

03 
04 
65 

00 

07 

08 
09 
70 
71 

72 


35 
30 
37 
38 
39 
40 
41 

* 

42 
13 
44 


Capitolo  Secondo 

02 
63 

04 
05 


66 
67 

08 
09 

7o 


48 

— 

49 

— 

50 

— 

51 

— 

* 

— 

* 

— 

* 

— 

52 

— 

53 

— 

54 

— 

55 

— 

56 

— 

65 

60 

07 

08 
[70] 
[71] 
[72] 

09 

73 

74 

75 

70 


03 
01 
05. 
66 

[68] 

[09] 
[70] 

07 

71 

72 

7:: 

71 


(')  L.  (55). 


—  175 


LXIV 

LXY 

LXVI 

LXVH 

1, XVIII 

LXIX 

I.XX 

I.XXI 

LXXII 

I.  XXIII 


73 

71 
75 
76 
77 
78 
79 
80 
81 
82 


V 

46 
47 
48 
49 
50 
51 
52 
53 
54 
55 


A  .  U 

71 
72 
73 
74 
75 
76 
77 
78 
79 
80 


Capitolo  Terzi 


\- 


57 



58 

— 

59 

— 

60 

— 

61 

— 

62 

— 

63 

-1 

01 

2 

65 

3 

60 

4 

LXXIV 

83 

50 

81 

LXXV 

84 

57 

82 

LXXVI 

85 

58 

83 

LXXVII 

86 

59 

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L  XX  VIII 

87 

60 

85 

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88 

61 

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89 

62 

87 

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90 

63 

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LXXXI 

91 

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89 

LXXXII 

92 

65 

90 

LXXXIII 

93 

60 

91 

LXXXIV 

94 

07 

92 

LXXXV 

95 

68 

93 

LXXXVI 

96 

69 

94 

LXXXVII 

97 

70 

95 

LXXXYIII 

98 

71 

96 

(17 
68 
69 

70 
71 
72 


Capitolò  Quarto 


LXXXIX 

99 

72 

07 

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100 

73 

98 

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101 

74 

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102 

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103 

76 

101 

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104 

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73 

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12 

94 

75 

13 

95 

70 

14 

96 

77 

15- 

97 

78 

98 

79 

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80 

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81 

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91 
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93 
94 
95 
96 


99 

97 

100 

98 

101 

99 

102 

100 

103 

101 

104 

102 

105 

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—  176  — 


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B 
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CV,  A 

»     B 

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CVII,  A 
«  B 
»      C 

CVIII,  A 
.-      B 

CIX 

ex 

CXI 
CXII 
CXIII 
CXIV,  A 

»  B 
»  C 
»   D 


104 

105 
106 
107 
108 
109 
110 
111 
112 
113 
111 
115 
110 

r 

117 
118 
110 
120 
121 
122 
123 
124 
125 
12G 
127 
128 
120 
130 
131 
132 
133 


[82] 
[83] 
[84] 
[85] 

(78)  [86] 

(79)  [87] 
88 

89 
***90 

01 

92 

03 

94 

95 

90 

97 

98 

99 
100 
101 
102 
103 
104 
105 
106 
107 
108 
109 
110 
111 
112 
113 
114 
115 


105 
106 
107 
108 
109 
110 
111 
112 
***113 
111 
115 
110 
117 
118 
119 
120 
121 
122 
123 
121 
125 
120 
127 
128 
129 
130 
131 
132 
133 
131 

135 

* 

136 

137 


84 
85 
86 
87 


88 
89 


90 
91 
92 


93 
94 
95 
96 

# 

97 


•16 
17 
18 

* 

19 


((108)) 
((109)) 
((HO)) 
((111))(» 

114 

115 

118 

* 

((116)) 
«117)) 

119 

120 
«121» 
«122» 
«123» 
«124» 

# 

«127» 
«128» 
«129» 

125  «130» 

126  «131» 
132 

((133» 
«134» 
«135» 

136 

137 

138 

139 
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140 
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[106] 
[107] 
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111 

112 

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117 
[118] 
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[120] 
[121] 

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[124] 

[125] 

[126] 

122  [127] 

123  [*] 

128 
[129] 
[130] 
[131] 

132 

133 

134 

135 

# 

136 
[137] 


cxv 

CXVI,  A 
»   B 


134 

135 

[138] 


Capitolo  Quinto 

no   I   138 

117  139 

118  no 


98 

20 

99 

21 

* 

* 

142 

138 

143 

139 

«MI)) 

[140] 

(')  L  «112»  «113».  -  («)  B  [110]. 


17' 


CX  VII 
C'XYIII;  A 


[139] 

[140] 

136  [141] 

137 


119 
120 
121 
1 22 


A  .  U 

11) 
142 
1 13 
144 


L-' 


\- 


* 

# 

* 

# 

1(111 

22 

101 

23 

((145)) 

Minili 

147 
148 


[141] 

[142] 

1  13 

1  11 


CXIX 

cxx 

CXXI 

CXXII 

cxxin 


142 
143 
114 
145 
146 


Capitolo  Sesto 

123  145 

124  1 16 

125  147 

126  148 

127  11!» 


102 

24 

103 

25 

104 

26 

105 

•27 

106 

28 

149 
L50 
151 
152 
153 


145 
146 
147 
148 
149 


CX  XIV 

cxxv 

CXXVI 
(XXVII 
CXXVIII 
CXXIX.  A 
B 

»     e 

»       D 

i»        E 


147 
148 
149 
150 
151 
152 
153 
154 
155 
156 


Capitolo  Settimo 

128  150 

129  151 

130  152 

131  153 

132  1 5 1 

133  155 

134  156 

135  157 

136  158 

137  159 


107 

29 

108 

30 

109 

31 

110 

32 

* 

* 

111 

33 

112 

34 

* 

# 

113 

35 

* 

* 

154 
155 
156 
157 

((158)) 
159 
161 

((160)) 
162 

((163)) 


150 
151 
152 
153 

[154] 
155 
157 

[156] 
158 
159 


CXXX 
(XXXI 


157 
158 


Capitolo  Ottavo 

138  160 

139  161 


((164)) 
((165)) 


[160] 
[161] 


cxxxn 

159 

CXXX  111.  A 

160 

»         B 

161 

140 
141 
142 


Capitolo  Nono 


162 
163 
164 


166  4; 

167  4 


162  + 

163| 


CXXX1V  162 

CXXXY.  A  163 

»         B  164 


Capitolo  Decimo 

143  105 

144  16(3 

145  107 


((168)) 
((169)) 


[164] 
[165] 


i  i        :    di  sci en/.]   morali  ecc.  -  Memorie  —  Ser.  la,  Voi.  II.  Farli   1° 


178 


v 


A  .  U 


V2 


CXXXVI 

•  'XXXVII 


CXXXVIII.  A 

1) 

B 

(XXXIX. 

A 

» 

B 

CXL 
CXLI 


cxxxv.c 

l65 

146 

168 

D 

166 

147 

169 

E 

167 

148 

17ii 

F 

168 

149 

171 

G 

169 

150 

172 

.H 

170 

151 

173 

I 

171 

152 

174  + 

K 

17'2 

153 

175 

L 

173 

154- 

176 

M 

174 

— 

177 

N 

175 

— 

178 

0 

176 

— 

179 

P 

177 

— 

180 

Q 

178 

— 

181 

R 

179 

— 

182 

* 

# 

* 

* 

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* 

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*■ 

* 

* 

* 

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* 

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* 

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((170)) 

* 

((171)) 

# 

((172)) 

# 

((173)) 

* 

((174)) 

# 

((175))  + 
((176)) 

* 

dlTTii  \ 


Capitolo  Undecimo  (=XIV  Amlmrgh.) 


180 
181 


193 
194 


Capitolo  Dodicesimo  (=XI  Amburgh.) 


182  (1) 
184 
1 85 
186 


183 
184 
!  85 
186 


((178)) 
((179)) 
((180)) 


Capitolo  Tredicesimo  (=XII  Amlmrgh.) 


187 
188 


187 
188 


<X1.II.  A 

189 

»   B 

191 

CXL  IH 

192 

CXI. IV,  A 

# 

Capitolo  Quattordicesimo  (=  XIII  Amburgh.) 


189 
190 
191 

192  + 


190 


*  # 

#  * 

*  * 

#  * 


B 

[160] 
[167]. 

[168] 
[169] 

[170] 

* 

[171] 

* 

[J72] 
[173] 


[174] 
[175] 
[176] 
[177] 


[178] 
[179] 


[180] 

[181] 
[182] 
[183] 
[181] 


(i)  L"  183. 


17;l  — 


L1 


V 


A  .  U 


L2 


Capitolo  Quindicesimo 


CXLV 

193 

CXLV! 

194 

CXLV  II 

195 

CXI.  Vili 

100 

CXLIX 

197 

CL 

198 

CLI 

199 

195 
196 

197 


198 

199 


*     * 


[185] 
[186] 
[187] 


[188] 
[189] 


1  =  5.  II  =  55,  56,  57,  58,  83.  ILT-V  =  1.  VII  =  15.  VITI  =  26,  50,  51,  59.  IX  =  40,  60. 
X  =  27,  32,  61.  XI  =  35,  62.  XIII  =  16.  XVII-XXV  =  6.  XXIV  C  =  17,  52.  XXVI  =  54.  XXVLT  = 
63.  XXIX  =  2,  28,  64.  XXXI  =  65.  XXXII  =  29,  41.  XXXIII-XXXIV  =  53.  XXXIII  =  6G. 
XXXVI  =  67,  OS.  XXXVLTI-XLIII  =  84.  XL  =  30,  36,  48.  XLV  =  31.  XLVII-XLIX  =  3,  9. 
XI.VII  =  18.  LVIH-LX  =  7.  LYLU  A  =  42.  LLX  =  75.  LX  B  =  43,  69.  LXVLlI  =  33.  LXXLU  = 
19.  LXXVII  =  20,  21,  55.  LXXVLTI  =  37.  LXXIX-LXXXIII  =  10.  LXXIX  B  =  34.  LXXX  =  38. 
LXXXII  =  39.  LXXXIII  =  44.  LXXXIV  =  74.  LXXXV  =  46.  LXXXVI  =  47.  XC  =  70,  71. 
XCI  =  22,  25.  XC'III-XCVII  =  85.  XCV1TI-XCIX  =  11.  CI-CXI  =  12.  CIV  A  =  8.  CXVI- 
(XVIII  =  86.  CXVI  =  72.  CXX  =  73.  CXXVIII  =  13,  24.  CXXIX  A-E  =  14.  CXXIX  C  =  49. 
CXXXI  =  79.  CXXXII-CXXXIII  =  76.  CXXXV  R  =  80.  CXXXYM  XXX VII  =  4.  CXXXVIII  = 
77.  81.  CXLVn-CL  =  78,  82. 


§   27. 


Con  queste  nostre  ricerche  possiamo  dire  di  esser  giunti  a  due  resultati  abba- 
stanza interessanti  ;  cioè  : 

1°  abbiamo  rintracciato  la  via  percorsa  dal  testo  greco  nel  suo  successivo  deviare 
dall'originale  di  Simeone  di  Seth. 

2°  ci  siamo  avvicinati  più  dappresso  alla  versione  stessa  di  Simeone,  giungendo 
ad  S,  prototipo  di  tutte  quante  le  recensioni  da  me  studiate. 

Sorge  ora  un'  ultima  questione,  non  meno  importante  di  tutte  le  altre  che  ab- 
biamo trattate,  ed  è  la  seguente  :  —  È  un  fatto,  che  lo  scopo  precipuo  che  ci  siamo 
proposti  nel  ricostruire  la  versione  di  Simeone  di  Seth,  si  è  quello  di  riavere  nelle 
mani  un  rappresentante  di  ima  recensione  araba  perduta,  utile  a  conoscersi  in  uno 
studio  ulteriore  per  una  edizione  critica  del  testo  arabo  di  'Abdallah  ben  Almoqafta . 
Noi  siamo  giunti  ad  S  ;  ma  S ,  per  quanto  vicina  alla  versione  di  Simeone,  non  deve 
confondersi  con  essa.  Per  apprezzare  quindi  il  valore  dello  Stephanites  pervenutoci, 
in  quanto  rappresenta  una  recensione  araba  perduta,  è  necessario  vedere  quali  atti- 
nenze corrano  tra  la  versione  vera  e  propria  di  Simeone  e  questo  nostro  Stephanites 
ricostruito.  Ci  rappresenta  questo  del  tutto  l'opera  di  Simeone?  oppure  esso  ha  già 
subito  delle  corruzioni  che  si  sono  poi  propagate  in  tutti  i  suoi  derivati?  Ecco  la 
questione  che  si  deve  risolvere. 


—  ISO  — 
Io  non  credo  che  nemmeno  la  ricostruzione  nostra  del  libro  rappresenti  del  tutto 
la  versione  di  Simeone  di  Seth  ;  ed  ecco  per  quali  osservazioni. 

[83]  Nel  cap.  I,  §  II,  a  me  pare  di  scorgere  una  notevole  corruzione  comune  a  tutte 

le  recensioni  da  noi  studiate.  Il  mercante  volendo  incitare  i  figli  al  lavoro  fa  ad  essi 
questo  discorso:  w  réxva,  ó  iv  r<ò  tìiin  avtt0rosq;ó[isvog  tqiùv  òùicu  nqayiiàxwv, 
av tàoxovg  Tctotovaiccc,  xcà  dó^rfi  nctoà  cìvd-Qiónoic,  xcà  snitv%Cag  rwr  aTto-cafiisvo- 
iifiiov  sxsttìs  roTg  Sixaioig  cìyalhùr  •  ravrce  ói  rqicc  ovx  ctXXcag  èmytvsTttC  rivi,  sì 
ni  ye  olà  TtGGÓ-Qwr,  Toi'  ts  ìtuxtÙgU-cci  ttXovtov  ótxcci'ov,  svnÓQOV  re  xcà  ei'Xóyoi'. 
xcà  coi'  rà  smxxrftèvxu  xcdùg  oìxovofisTv  xcà  tfiel-àysiv,  sha  xcà  rò  fisradiSóvai 
lùv  ènixrijVtiTwv  roìg  ósofis'voig,  otisq  XvGireX.eT  iv  zi}  {isXXovarj  ptonip  [su  xcà 
mi  èxxUveiv  rà  smaviipaivovia  avfimm para  o<fov  rò  xarà  6iva\uv\  Il  testo  arabo 
Dg_  __  -yy.  2  (e,  come  pare,  M.  F.  V)  differisce  qui  notevolmente  dal  greco.  Le  quattro 
cose,  per  mezzo  delle  quali  le  tre,  onde  ogni  uomo  ha  bisogno,  si  acquistano,  son  così 
esposte  nell'arabo  DS.:  «  Die  vier  Dinge  aber  deren  er  bedarf,  um  diese  eirei  zu 
erreichen,  sind  :  einmal,  dass  er  sich  sein  Vermogen  auf  rechtliche  Art  erwerbe  ; 
dass  er  sodann  seinem  erworbenen  Gut  wohl  vorstehe  ;  dass  er  temer  es  zum  Nutzen 
anlege,  und  endlich,  dass  er  dasselbe,  wie  zu  eigener  Lebensfristung,  so  zum  wohl 
imd  Dani  Anderer  verwende  ;  so  wird  dann  hoher  Gewinn  ihm  in  andern  Leben  zu 
Theil  werden  ».  Chi  confronti  il  greco  coli' arabo,  non  tarda  ad  accorgersi  che  il  greco 
ha  tralasciato  la  3a  delle  cose  dette  dall'arabo,  e  ne  ha  aggiunta  una  4a  in  ultimo, 
che  nell'arabo  non  ha  riscontro. 

Ar.     1     .     2     .     :'.     .     4     .     *   . 
Gr.     1.2  «.3.4, 

E  che  qui  si  tratti  di  una  corruzione  nel  campo  del  greco  rilevasi  dal  passo  che 
segue  nel  greco  e  nell'arabo,  dal  quale  risulta  che  il  greco  dovè  avere  in  origine 
nel  passo  surriferito  una  lezione  migliore.  Di  ognuna  delle  quattro  cose  sopracitai;' 
dimostrasi  la  necessità  :  ora,  nel  testo  greco,  non  è  più  fatta  menzione  della  4a  cosa 
che  non  ha  riscontro  nell'arabo,  mentre  in  una  locuzione  certamente  lacunosa  si  al- 
lude alla  3a  che  nel  greco  è  andata  perduta. 

[84]  Nel  capitolo  I  e  precisamente  nel    dialogo    tra  Ichnelate   e  il  bove,  quando    il 

primo  cerca  di  ingannare  il  secondo,  calunniandogli  il  leone,  è  narrata  da  Ichnelate 
la  favola  dell'alcione,  con  entro  quella  delle  due  anitre  e  la  testuggine.  Queste  fa- 
vole per  altro  sono  mal  collocate.  11  cod.  L1.  e  con  lui  tutte  le  altre  recensioni 
greche  meno  L2  e  G  (V2  è  mutilo),  presenta  il  seguente  ordine  :  Vien  dapprima  il 
§  XXXVIII,  A,  nel  quale  il  bove  esprime  i  suoi  timori  e  dice  di  essere  apparec- 
chiato a  resistere  vivamente  contro  il  leone,  quando  questi  lo  assalti  ;  e  Ichnelate  lo 
riprende  esortandolo  a  ricorrere  piuttosto  all'astuzia.  Il  §  XXXVIII,  B  manca  e 
corrisponde  all'arabo  DS.  =  W.  83  :  «Wie  magst  du  daher  dich  messeli  mit  dem 
Lowen  der  so  kiihn  und  stark  ist?  Wer  aber  seinen  Feind  ob  seiner  Schwache  gering 
jchàtzt,  dem  wird  begegnen,  was  dem  Herrn  des  Meeres  durch  den  Eisvogel  begegnet 
ist.  _  Wie  war  das?  fragte  Schenzeba.  Da  erzàhlte  Dimna  folgendermassen  :  —  »  Invece 
di  questa  introduzione  alla  favola  dell'  alcione,  il  greco  mette  il  §  XXXIX,  B  vale 
a  dire  ciò  che  serve  ad  introdurre  la  inserita  favola  della  testuggine  e  delle  anitre  : 
ma  cambia  il  "'  rf,g  %sXmvr,g  iu  rò  tftg  veqaWog.  Tale  introduzione  spostata  non  ha 


—  181  — 
naturalmente  nulla  che  fare  colla  morale  della  favola  dell'alcione.  Segue  il  XXXIX.  A. 
ossia  la  prima  parte  della  favola  dell'alcione  ;  poi  il  XXXIX,  B  {bis)  introduzione 
alla  novella  della  testuggine,  che  viene  immediatamente  dopo  al  §  XL  :  la  seconda 
parte  della  novella  dell'alcione  è  al  §  XLI,  colla  sua  conclusione  nel  §  XL1I,  A.  — 
Si  aveva  dunque  dapprima  : 

XXXVI 11.  A  .  XXXVIII,  B  .  XXXIX,  A  .  XXXIX,  B  .  XL  .  XLI .  XLII,  A  .  XL11.  B. 
Si  volle  togliere  la  favola  dell'alcione  contenuta  nel  §  XXXIX,  A  e  §  XLI  : 
allora  bisognò  omettere  anche  l'introduzione  XXXVIII.  B  e  la  conclusione  XLII.  A  : 
cosicché  si  ebbe  : 

XXXVIII,  A  *   *  *  XXXIX,  B  .  XL  *   *   *  XLII,  B. 

cioè,  dopo  il  XXXVIII,  A,  che  è  una  parte  del  dialogo  tra  il  bove  e  Ichnelate.  La 
novella  della  testuggine  §  XL,  colla  sua  introduzione  §  XXXIX,  B.  Quando  nuova- 
mente si  volle  riferire  la  favola  dell'alcione,  una  parte  di  essa  fu  mal  collocata  tra 
la  introduzione  alla  favola  della  testuggine  (§  XXXIX,  B)  e  la  favola  stessa  (§  XL)  : 
poiché  tra  questi  due  paragrafi  furono  inseriti  i  §§  XXXIX,  A  (cioè  la  prima 
parte  della  favola  dell'alcione)  e,  di  nuovo,  XXXIX,  B.  I  §§  XLI  e  XLII,  A  torna- 
rono al  loro  posto  ;  il  §  XXXVIII,  B  andò  del  tutto  perduto.  —  Tutte  queste  vi- 
cende erano  già  avvenute  nel  prototipo  di  tutte  quante  le  recensioni  greche  che  co- 
nosciamo. I  codd.  della  III  classe  però  continuarono  il  guasto,  in  quanto  di  nuovo 
soppressero  la  novella  dell'alcione  ;  cosicché  da  : 

XXXVIII,  A  *  *  *     »  XXXIX,  B    [XXXIX,  A.    2  XXXIX,  B]  XL. 
[XLI  .  XLII,  A].  XLII,  B. 
che  rappresenta  la  corruzione^  già  avvenuta  in  S  ,  si  ebbe  in  G  e  in  L2  (V-  è  mutilo)  : 
XXXVIII,  A  *   *   *  XXXIX,  B  *   *   *  XL  *  *  *  XLII,  B. 

Fatti    analoghi    credo    di  poter  riconoscere  nella  lacuna  che  il  cod.  L1  ci  pre-     [8-r>] 
senta    dei  §§  XCIII,  B  —  XCVIL  A,  e  nella   trasposizione  nello  stesso   codice   dei     [86] 
§§   CXVI,  B  —  CXVIII,  B.  Ma   nella   tavola   contenuta   nel   precedente   paragrafo 
sono  indicati  chiaramente  ambedue  questi  casi,  e  lo  studioso  potrà  confrontando  far- 
sene da  sé  stesso  un'idea. 

Del  resto,  se  lo  Stephanites  così  ricostruito  non  è  proprio  uguale  alla  versione 
stessa  di  Simeone  di  Seth,  ce  la  rappresenta  però  molto  da  vicino,  cosicché  ci  è  le- 
cito affermare  che  questo  S  può  far  bene  le  veci  di  quella  recensione  araba,  su  cui 
Simeone  di  Seth  lavorò,  ogni  qualvolta  noi  vorremo  studiare  lo  svolgimento  del 
testo  arabo,  profittando  anche  dei  suoi  derivati. 

§  28. 

Risultando  da  tutte  quante  le  ricerche  accumulate  in  questa  Memoria,  che  i 
codici  della  I  classe  sono  quelli  che  più  da  vicino  ci  rappresentano  (almeno  riguardo 
all'ordine  delle  novelle  e  alla  compiutezza)  l'opera  di  Simeone,  è  naturale  che  per 
una  edizione  dello  Stephanites  noi  dobbiamo  presceglierli  sopra  tutti  gli  altri.  Di- 
sgraziatamente ne  ho  alle  mani  due  soli  L1  e  V.  e  di  questi  V1  è  oltremodo  mutilo. 


—  182  — 

Ma  già  mi  è  noto  che  e  tra  i  colici  Oxfordiani  e  tra  i  codici  Parigini  (senza  ac- 
cennare ad  altri)  esistono  recensioni  analoghe  alla  Laurenziana  LVII  30  ;  su  queste 
dunque  sto  facendo  attualmente  uno  studio  (e  pei  codd.  Oxfordiani  mi  aiuta  con 
somma  cortesia  il  sig.  G.  R.  Scott),  affine  di  potermene  in  seguito  valere  per  la  edi- 
zione che  sto  fino  da  qualche  tempo  apparecchiando. 

Prima  di  chiudere  voglio  notare  come  la  presente  ricerca,  oltre  ad  essere  im- 
portante di  per  sé,  schiuda  poi  l'adito  ad  un'altra,  non  meno  importante,  che  po- 
trebbe imprendersi  sulle  varie  recensioni  del  testo  arabo.  Nello  Stephanites  ricostruito 
noi  possediamo  una  recensione  araba  perduta  :  che  posto  occupa  questa  recensione 
in  mezzo  alle  altre  del  testo  arabo?  Quali  sono  i  vicendevoli  rapporti  tra  queste,  e 
quale  quello  tra  queste  e  l'originario  testo  di  Abdallah  ?  Non  ho  deposto  la  spe- 
ranza di  potere  un  giorno  rispondere  anche  a  tali  domande  :  ma  fino  ad  ora  mi  manca 
presso  che  tutto  il  materiale  opportuno,  sepolto  per  la  maggior  parte  nelle  biblio- 
teche ;  e  se  risponderò,  certo  sarà  non  tra  breve.  Cosicché  non  posso  non  esprimere 
fin  d'ora  il  mio  vivissimo  desiderio,  che  altri,  con  più  agio  e  con  più  tempo  a  sua, 
disposizione,  collazionando  e  copiando  le  varie  recensioni  del  libro  di  Calila,  para- 
gonandole tutte  tra  loro  e  coi  testi  affini,  derivati  e  paralleli,  possa  prevenirmi  in 
una  siffatta  ricerca,  che  non  è  di  piccol  momento  per  avvicinarci  sempre  più,  com'è 
desiderio,  alle  origini  indiane  di  questo  libro. 


—  L83 


RELAZIONE 

Letta  dal  Socio  Schupper,  relatore,  a  nome  anche  del  Socio  Serafini,  nella 
seduta  del  17  gennaio  1SS6  sulla  Memoria  del  sig.  Luigi  Chiappelli, 
intitolata  :  Glosse  d'Irnerio  e  della  sua  scuola. 


«  Avendo  preso  in  esame  il  lavoro  del  sig.  avv.  Luigi  Chiappelli,  intitolato  :  Glosse 
d'Irnerio  e  della  sua  scuola,  (ratte  dal  manoscritto  capitolare  pistoiese  dell' Aut  he  li- 
ti cura,  crediamo  che  la  sua  pubblicazione  possa  realmente  giovare  per  la  storia  del 
diritto  romano  nel!  età  dei  glossatori,  specie  per  giudicare  della  parte  che  ciascuno 
di  essi  prese  al  movimento  scientifico  del  suo  tempo. 

«  Proponiamo  perciò  l' inserzione  della  Memoria  del  sig.  Chiappelli  negli  Atti 
accademici  - . 


—  184 


Glosse  d'  Irnerio  e  della  sua  scuola 

tratte  dal  manoscritto  capitolare  pistoiese  dell' Authen ti cum 

con  una  introduzione  storica  dell'  aw,  LUIGI  GHIAPPELLI 


S  O  M  M  ARIO 

INTRODUZIONE 

PARTE  I. 

Gap.  1.  Descrizione   del    manoscritto  capitolare   pistoiese   AeWAuthenticum.  Sua  epoca.  Glosse 

contenutevi. 

Cap.  2.  Esame  delle  più  antiche  glosse  contenute  nel  manoscritto  pistoiese  AeWAuthenticum. 
Loro  specie.  A  quali  glossatori  appartengono.  Loro  sigle.  Furine  delle  citazioni  delle  fonti. 
Fonti  di  queste  glosse.  Loro  importanza  per  la  storia  dell'attività  scientifica  dei  glossa- 
tori. Rapporti  delle  glosse  pistoiesi  all'Authenticum  eolla  precedente  letteratura  giuridica. 
Rapporti  di  queste  glosse  colla  glossa  dell'Accursio.  Osservazioni  sul  valore  di  questa. 
In  quale  epoca,  e  in  qual  luogo  furono  raccolte  queste  glosse  pistoiesi.  Chi  ne  fu  il  rac- 
coglitore? Il  manoscritto  pistoiese  AeWAuthenticum  ha  rapporti  di  affinità  cogli  altri 
codici  AeWAuthenticum  glossati,  e  ricordati  dal  Savigny? 

Gap.  3.  Criteri  seguiti  nella  presente  edizione. 

PARTE  II. 

Edizione  delle  antiche  glosse  aWAuthenticum  contenute  nel  manoscritto  pistoiese. 

1  "  Glosse  d' Irnerio. 

•1"  Glosse  di  Bulgaro. 

:',"  Glosse  di  Martino. 

I"  Glosse  di  Iacopo. 

5°  Glosse  di  Ugo. 

il"  Glosse  di  Rogerio. 

7"  GÌ  «se  di  Alberico. 

8°  Glosse  di   Piacentino. 

9°  Glosse  di  Giovanni  Bassiano. 

Hi"  Glosse  di  Pillio. 

1 1"  Glosse  di  <  lipriano. 

APPENDI!  I 

Serie  delle  Novelle  contenute  nel  manoscritto  pistoiese  AeWAuthenticum. 


—    li 


INTRODUZIONE 


Per  ottenere  un  sicuro  progresso  negli  studi  intorno  all' '  Authenticum,  occorrerebbe 
in  primo  luogo,  che  l'opera  cominciata  dal  Sayigny,  cioè  l'esame  della  distribuzioni' 
delle  Novelle  nei  manoscritti,  e  1'  esame  del  contenuto  di  questi  fosse  esteso  a  tutti 
i  più  autorevoli  fra  di  loro,  dei  quali  si  dovrebbero  indagare  i  rapporti  di  filiazione  ('). 
In  secondo  luogo  sarebbe  necessario,  conosciuti  tutti  i  codici  deWAntheiiticum^  di  clas- 
sificare tutte  le  glosse  che  si  conservano,  onde  ottenere  una  idea  precisa  intorno  all'  inda- 
gine scientifica  dei  dottori  medioevali  sopra  questa  parte  delle  fonti  dell'  antico  diritto. 

Questi  pensieri  m'incitarono  a  pubblicare  la  presente  edizione  di  alcune  antiche 
glossi'  all'Autentico,  che  si  leggono  nel  manoscritto  capitolare  del  duomo  di  Pistoia, 
del  quale  se  non  affatto  sconosciuto  fino  ad  oggi  (2),  almeno  non  convenientemente  fu 
apprezzato  il  valore  che  esso  ha  per  la  critica  del  testo,  e  per  la  storia  dei  glossatori. 
In  appendice  a  questa  edizione  abbiamo  esposta  la  serie  delle  Novelle,  secondo  la  distri- 
buzione che  hanno  nel  manoscritto  in  esame. 

A  preparare  questa  edizione  di  glosse  dell'età  irneriana  ci  ha  indotti  anche  un'altra 
osservazione.  Quantunque  sopra  1'  attività  scientifica  dei  glossatori  iu  un  breve  periodo 
di  tempo  sia  apparsa  una  letteratura  assai  estesa,  ricca  di  nuove  vedute,  e  di  più  giusti 
apprezzamenti  sul  valore  di  quelli  antichi  dottori,  pure  da  molto  tempo  si  è  trascu- 
rato di  aumentare  il  materiale  scientifico,  pubblicando  testi  inediti  appartenenti  a  quella 
epoca.  Dopo  la  edizione  del  glossario  dei  primi  interpetri  bolognesi  fatta  dal  Savignv. 
poco  cammino  si  è  fatto  sopra  questa  via. 

Per  studiare  convenientemente  il  nostro  glossario,  1'  abbiamo  posto  in  raffronto  colla 
letteratura  prebolognese,  colle  altre  glosse  del  tempo,  ed  anche  colle  opere  posteriori. 
Gran  numero  di  analogie  con  altre  antiche  scritture  non  ci  è  stato  possibile  di  porre 
in  luce,  ma  accenniamo  a  questa  parte  non  molto  fruttuosa  dell'  opera  nostra,  perchè, 
almeno  da  questo  punto  di  vista,  non  venga  mosso  rimprovero  di  manchevolezza  al 
nostro  lavoro. 

Porre  in  rapporto  queste  glosse  colla  compilazione  acc  'rsiana  è  stata  una  delle 
nostre  principali  cure,  e  le  -osservazioni  che  abbiamo  potute  fare  in  proposito,  crediamo 
possano  avere  qualche  importanza.  Prattanto  abbiamo  fiducia  che  anche  questo  glos- 
sario potrà  servire  di  base  a  nuovi  studi  circa  il  metodo  tenuto  dall'  Accursio  nella 
compilazione  della  Glossa  Magna,  e  intorno  al  suo  valore  scientifico. 

(')  Ancora  di  molti  manoscritti  dell'  Autentico  non  si  conosce  il  contenuto  ;  fra  gli  altri  ci 
piace  di  nominarne  uno  non  adoperato  fin  qui,  il  quale  si  conserva  nella  biblioteca  ili  Wurzburg. 

(2)  Di  questo  manoscritto  abbiamo  già  data  una  breve  notizia  in  una  Memoria  pubblicata 
nell'Archivio  Giuridico  (a.  1885,  voi.  XXXIV,  fase.  3-4,  voi.  XXXV,  fase.  1-2),  intitolata:  Gli  antichi 
manoscritti  giurìdici  di  l}ixtoia,  nella  quale  promettemmo  di  curare  una  edizione  delle  antiche 
glosse  di  questo  codice  pistoiese. 

Classe  di      ;.;      ;    «orali  ecc.  -    Memorie  —  Scr.  la.  Voi.  II.  Parte  la.  ■  -I 


—  186  - 

Soltanto  ci  duole  di  non  avere  potuto  corrispondere  in  questa  parte  del  nostro 
studio  a  tutte  le  esigenze  della  sana  critica  storica,  poiché  non  ci  è  stato  possibile 
confrontare  il  glossario  raccolto  colle  più  antiche  edizioni  della  glossa  accursiana 
(sec.  XV),  con  quelle  cioè  incorrotte,  e  che  conservano  la  genuina  lezione.  Perciò  abbiamo 
dovuto  fare  uso  della  edizione  di  Venezia  del  1584,  servendoci  sussidiariamente  anche 
della  edizione  veneta  dell'anno  1569.  Pure  anche  di  esse  abbiamo  tenuto  conto  colle 
maggiori  cautele,  per  non  incorrere  in  errori,  nei  quali  facilmente  si  può  cadere  con- 
sultando con  poco  discernimento  le  edizioni  della  glossa  pubblicate  nel  secolo  XVI. 
Pistoia,  1885. 

Avv.  Luigi  Chiappelli 


PARTE  PRIMA 


Capitolò  1. 

Descrizione  del  manoscritto  capitolare  pistoiesi'  dell'Authenticum, 
e  sua  epoca.  Glosse  (ire  vi  sono  contenute. 

Il  manoscritto,  dal  quale  abbiamo  estratte  le  glosse  che  ora  diamo  alle  stampe, 
fa  parte  dell'  archivio  capitolare  del  duomo  di  Pistoia.  Pochissimo  sappiamo  circa  la 
sua  provenienza,  poiché  soltanto  nell'ultima  pergamena  che  serve  di  coperta  si  legge 
il  seguente  ricordo; 

<4/  1493 
Dominus  Hieronymus   Zenonius  Canonicità 
donanti  hunc  librum  Sacristie  sancii  Zeno- 

nis  prò  remedio  unirne  sue. 

Dalla  indole  delle  glosse  che  vi  si  conservano,  possiamo  invece  argomentare  sicura- 
mente, come  esso  provenne  dalla  vicina  scuola  bolognese,  e  in  seguito  per  la  ricordata 
donazione  passò  a  far  parte  della  libreria  di  S.  Zeno,  annessa  al  capitolo  del  duomo  di  Pi- 
stoia, insieme  ad  altri  manoscritti  giuridici,  che  già  appartennero  al  medesimo  donatore. 

L'antica  legatura  a  tavole  e  cuoio  porta  la  intitolazione  liber  Autenticorurn,  scritta 
certamente  nel  secolo  XIV.  Secondo  l'antica  numerazione  dell'archivio  capitolare  il 
codice  aveva  le  seguenti  indicazioni  E.  4.  2  :  secondo  la  nuova  porta  il  numero  1 03 
della  rammentata  libreria. 

Le  prime  due  pergamene  le  quali  servono  di  coperta  a  questo  manoscritto,  appar- 
tenevano ad  un  altro  codice  contenente  opere  di  antichi  giuristi  di  non  poco  valore: 
dalla  grafìa  e  dal  contenuto  si  deve  concludere  che  queste  scritture  sono  state  copiate 
da  un  amanuense  della  prima  metà  del  secolo  XIII.  Questi  due  fogli  comprendono, 


—  187  — 

1"  un  frammento  di  un  commentario  anonimo  aiil'Arbor  actionum  dol  Bassiano. 
2°  diverse  Quaestiones  disputate,  alle  quali  è  preposta  la  rubrica. 

Liei  pili  iit  dinerse  qicestiones  disputa/e  (1). 

Esse  -  cominciano  colle  seguenti  parole: 

la  Titius .  concessit .  p  .  seruitutem  tigni  immittendi 

2a  Desevant  fratres  .  qui  eos  nomine 

3a  Cura  causa  inter  titium  et  meuium  clericos  uerteretur  commissa  est  ado- 
mino .  papa 

4a  Queritur  anremota  appellatione  in  rescripto  domini  pape 

5a  Mortilo  pontifice  betheleé 

6a  Cautum  est  legibus  ut  soluendo  pupillo  sine  tutoris  auctoritate 

7a  Titius  fecit  iniuriam  Sempronio 

8a  Cum  quidam  mercator  duo  inuolucra  de  ultramontibus  afferret 

9a  Rex  francorum  cumlongo  tempore  guerram  habuisset  cum  rege  anglie 

10a  Gaifredus   promisit  se  soluturum  pecuniam   mercato ribus  in  proximo  foro 

dereno 

Verosimilmente  queste  Quaestiones  sono  o  nella  totalità,  o  almeno  in  gran  parte 
opera  di  Azone.  E  difatti  di  giureconsulti  posteriori  ad  esso  non  è  fatta  menzione,  mentre 
in  un  luogo  è  riferito  il  parere  del  Bassiano.  Inoltre  la  prima  Quaestio  porta  la  sigla  Az., 
la  quale  è  ripetuta  verso  il  fine  della  seconda.  In  vari  luoghi  viene  riportata  l' opinione 
di  quel  dottore  colle  espressioni  dicit  A:-.  (Quaest.  3a) ,  hauc  questionerà  denuntiat 
Az.  (Quaest.  fla)  :  né  fra  queste  scritture  apparisce  differenza  alcuna  di  dettato,  o  di 
trattazione.  Del  resto  sappiamo  che  anche  oggi  esistono  altre  raccolte  di  Quaestiones 
di  questo  giureconsulto,  fra  le  quali  peraltro  il  Savigny  (2)  non  ricorda  questa  pisto- 
iese, rimasta  sconosciuta  fino  ad  oggi. 

L' ultima  pergamena  che  copre  il  manoscritto  contiene  una  così  detta  Formata 
exceptionis  scritta  nel  secolo  XIV,  le  rubriche  dei  titoli  dell' Authenticwm,  ed  il  ricordo 
che  abbiamo  sopra  riferito,  parlando  della  provenienza  di  questo  codice. 

Il  manoscritto,  racchiuso  fra  queste  pergamene,  del  quale  è  necessario  ora  dare 
notizia,  è  membranaceo,  e  misura  37  centimetri  di  altezza,  e  22  di  larghezza.  Peraltro 
originariamente  doveva  essere  più  alto  e  più  largo,  poiché  i  fregi  delle  miniature,  e 
le  glosse  non  di  rado  rimangono  in  tronco,  e  talvolta  s  incontrano  nel  testo  alcuni  segni 
di  richiamo,  i  quali  si  riferivano  a  glosse,  che  ora  non  si  leggono  più  nel  manoscritto. 
Esso  è  assai  guasto  nelle  prime  carte,  del  resto  è  in  buono  stato  di  conservazione.  Si 
compone  di  carte  71  anticamente  numerate,  ed  è  scritto  con  carattere  minuscolo  cor- 
sivo del  principio  del  secolo  XIII.  Il  testo  è  diviso  in  due  colonne,  comprendenti  cia- 
scuna cinquantacinque  linee:  onde  fossero  tracciate  regolarmente,  l'amanuense  ha  fatti > 
uso  del  compasso,  del  quale  si  scorgono  i  fori  nel  margine.  Le  linee  poi  sono  state 
fatte  mediante  uno  strumento  a  taglio,  e  l' inchiostro  adoprato  dall'amanuense  è  di  colore 

(l)  Il  seguito  di  queste  Quaestiones  si  trova  nel  manoscritto  n.  92  dello  stesso  archivio  capi- 
tolare, in  una  pergamena  che  serve  di  coperta  al  Liber  sententiaaum  di  Pier  Lombardo. 

('-)  Savigny,  Storia  del  diritto  romano  uri  medioevo.  Traduz.  di  E.  Bollati,  v.  2.  n.  257. 


—  188  — 

molto  intenso.  Per  tutte  le  già  ricordate  caratteristiche,  come  per  quelle  che  presenta 
la  grafia  ('),  noi  riteniamo  che  senza  alcun  dubbio  si  possa  far  rimontare  questo  mano- 
scrittto  al  principio  del  secolo  XIII,  se  non  forse  alla  fine  del  secolo  precedente  ('-). 

Di  ciò  siamo  resi  ancor  più  persuasi  dalla  antichità  delle  miniature,  le  quali  sono 
collocate  al  principio  di  ciascuna  Novella  dell'Autentico.  La  prima  fra  queste  minia- 
ture, nella  quale  sono  figurati  uomini  in  forme  e  situazioni  stranissime,  è  incompleta  ; 
le  altre  rappresentano  figure,  o  animali  leggendari,  o  simbolici  di  forme  fantastiche, 
i  quali  terminano  spesso  in  lunghi  fregi,  che  si  distendono  negli  spaziosi  margini  del 
manoscritto.  Le  rubriche  dei  titoli  delle  Novelle  nel  testo,  e  le  rubriche  dei  capitoli 
collocate  in  margine,  sono  scritte  a  minio:  per  le  iniziali  è  stato  invece  adoperato  pro- 
miscuamente il  rosso  e  il  turchino. 

Questo  manoscritto  contiene  il  testo  AeUl' Authenlicum  ('■).  il  quale  è  notevolissimo 
perchè  il  testo  è  assai  corretto,  onde  è  da  deplorare  che  non  ne  sia  stato  tenuto  conto 
nelle  recenti  edizioni.  Nella  appendice  a  questa  Memoria  per  comodità  degli  studiosi 
abbiamo  riferita  la  serie  delle  Novelle  secondo  questo  manoscritto  pistoiese. 

Nei  margini  di  questo  codice  si  distinguono  quattro  specie  di  glosse.  La  prima 
è  scritta  dal  medesimo  amanuense,  al  quale  è  dovuto  il  testo;  difatti  vi  si  osservano 
eguaglianza  d' inchiostro,  e  di  grafia,  e  le  iniziali  sono  spesso  disegnate  e  colorite,  come 
quelle  che  si  vedono  nell'Autentico. 

Queste  glosse  sono  interlineari,  e  marginali:  alcune  sono  anonime  (4);  altre,  e  sono 
più  numerose,  portano  le  sigle  d' Irnerio,  e  di  alcuni  fra  i  suoi  primi  seguaci  fino  a 
Cipriano  da  Firenze.  Di  queste  ultime  immite  della  sigla,  come  quelle  che  servono 
a  determinare  maggiormente  il  valore  scientifico  di  ciascun  glossatore,  diamo  alla  luce 
il  testo  nella  presente  edizione. 

La  seconda  specie  di  glosse,  che  occupa  la  maggior  parte  dei  margini,  è  l' appa- 
rato accursiano,  al  quale  si  possono  riconnettere  alcune  brevi  glosse  interlineari,  con- 
sistenti nella  spiegazione  di  qualche  parola  usata  nel  testo,  giacché  in  generale  portano 
la  sigla  dell'Accursio  (Ac).  Tanto  queste   brevi   glosse,  quanto  la  Glossa  Accursiana 


(')  Così  è  notevole,  1°  la  rigatura  fatta  a  taglio.  2°  la  misura  delle  linee  presa  col  compasso, 
3°  la  larghezza  dell'interlinea,  4°  il  modo  irregolare  di  aggruppamento  delle  parole,  5°  la  mancanza 
del  segno  di  divisione,  allorché  una  parola  in  fine  alla  linea  resta  spezzata. 

C2)  Che  questo  manoscritto  appartenga  alla  prima  metà  del  secolo  XIII.  lo  hanno  giudicato  anche 
i  sigg.  Gaetano  Milanesi,  e  prof.  Cesare  Paoli,  ai  quali  inviai  un  lucido  di  un  passo  del  manoscritto. 

(3)  Lo  Zaccaria  [Bibliotheca  Pistoriensis,  P.  I,  p.  2-1),  conobbe  per  primo  questo  manoscritto, 
ma  ne  indicò  il  titolo,  senza  neppure  descriverlo.  Neanche  il  Bfuhme  {Iter  Italicum,  v.  2,p.  116)  ne 
fece  oggetto  di  studi  speciali:  soltanto  affermò  che  è  uno  dei  più  antichi  ed  autorevoli  dell'Autentico, 
non  facendo  alcuna  osservazione  intorno  alle  glosse  che  vi  si  conservano.  Nessuna  menzione  di  questo 
codice  si  trova  nel  Savigny  (Op.  cit.  2,  80);  fu  ricordato  mila  edizione  berlinese  doli,,  Scimeli  (1880-83), 
ma  non  apparisce  che  sia  stato  finora  usufruito  per  quella  edizione.  Noi  ne  abbiamo  già  data  una 
breve  notizia  nella  Memoria  intitolata.  Gli  antichi  manoscritti  giuridici  di  Pistoia,  pubblicata  nel- 
l'Archivio Giuridico  (anno  1885,  v.  XXXIV.  e  XXXV i. 

(4)  Queste  glosse  anonime  sono  contemporanee  a  quelle  aventi  la  sigla,  e  provengono  dal  mede- 
simo amanuense.  Vi  si  vedono  citate  le  opinioni  di  Martino  (M.i,  di  Albori,,,  (Al.),  e  ,li  Cipriano  (Cy.). 
Del  resto  la  maggior  parte  di  queste  glosse  anonime  consisto  in  citazioni  di  luoghi  paralleli  dolio 
altre   fonti  ilo!   giure. 


—  18SI  — 

provengono  da  un  amanuense  posteriore  ili  iui  secolo  all'amanuense  del  testo:  difatti 
sono  scritte  in  carattere  gotico,  e  con  un  inchiostro  di  peggiore  qualità,  il  quale  è  ingial- 
lito cui  tempo.  Che  le  glosse  le  quali  diamo  qui  alla  luce  sieno  dovute  a  un  copista 
più  antico,  oltreché  dalla  l'orma  della  scrittura,  e  dal  colore  dell' iuchiostro,  si  può  dedurre 
anche  dal  fatto,  che  esse  sono  situate  parallelamente  al  passo  del  testo  illustrato,  cosicché 
1'  apparato  dell'Accursio  in  non  pochi  luoghi  viene  per  tal  modo  interrotto.  Non  di  rado 
si  scorge  ancora,  che  nei  margini  del  manoscritto  sono  stati  cancellati  i  fregi  delle 
antiche  glosse  e  del  testo,  per  trascrivervi  sopra  la  Glossa  Magna. 

Una  terza  specie  di  glosse  comprende  alcuni  commenti  di  un  canonista  :  essi  sono 
stati  inseriti  nel  manoscritto  da  im  amanuense  del  secolo  XIV. 

La  quarta  ed  ultima  classe  di  glosse  comprende  diversi  commenti  trascritti  da 
due  nuovi  amanuensi  del  secolo  XIV;  in  queste  glosse  sono  citati  soltanto  i  pareri 
di  Azone  e  dell'Accursio,  ed  alcune  di  esse  sono  contrassegnate  dalle  seguenti  sigle, 
od.  e  yy. 

Scendendo  ora  a  parlare  delle  glosse  che  prendiamo  in  esame,  ossia  delle  più  antiche 
immite  di  sigle,  non  possiamo  affermare  che  tutte  vedano  per  la  prima  volta  la  luce. 
Poiché  alcune,  ma  sono  pochissime,  si  trovano  riprodotte  già  nella  Glossa  Accursiana, 
o  nel  glossario  edito  dal  Savigny  ('):  pur  non  ostante  ci  è  sembrato  opportuno  di  intro- 
durre nella  nostra  edizione  anche  queste,  poiché  nel  manoscritto  pistoiese  presentano 
non  poche  varianti,  degne  di  qualche  attenzione. 

Capitolo  II. 

Esame  delle  antiche  glosse 
contenute  nel  manoscritto  pistoiese  dell'Au  llien  licum. 

Le  glosse  che  prendiamo  in  esame,  tanto  per  il  loro  contenuto,  quanto  anche  per 
la  forma  possono  essere  distinte  in  tre  classi.  Alcune  sono  interlineari,  d' indole  lessi- 
cografica, o  illustrative  di  un  termine  del  testo,  e  queste  sono  assai  rare  :  altre,  e  sono 
marginali,  riferiscono  le  citazioni  di  luoghi  paralleli,  contrari,  o  illustrativi  del  testo, 
desunti  dal  corpo  del  diritto  civile,  o  dalle  fonti  del  giure  canonico.  Queste  glosse  sono 
molto  numerose  :  ma  copiose  alla  pari  di  queste,  e  di  molto  maggiore  importanza  sono  le 
glosse  che  comprendono  un  vero  commento  giuridico,  esponendo  antinomie,  controversie, 
etimologie,  o  interpetrando  il  testo.  Queste  sono  collegate  al  tasto  mediante  un  doppio 
segno  di  richiamo,  che  talvolta  manca  per  l' incuria  dell'  amanuense. 

Nel  manoscritto  pistoiese  dell'Autentico,  e  quindi  nella  edizione  presente,  sono  rac- 
colte glosse  d'Irnerio,  di  Bulgaro,  di  Martino,  di  Jacopo,  di  Ugo,  di  Rogerio,  di  Albe- 
rico, del  Piacentino,  del  Bassiano,  del  Fillio  e  di  Cipriano  ;  però  questi  commenti  appar- 
tengono tanto  all'  ima,  quanto  all'  altra  delle  due  opposte  scuole   dei  glossatori,  sì  ai 

(!)  Nelle  note  alla  presente  edizione  abbiamo  indicate  quelle  glosse  che  formano  già  parte  della 
Glossa  Magna,  o  della  raccolta  del  Savigny.  Non  ci  è  sembrato  opportuno  omettere  la  pubblicazione 
di  quelle  glosse,  anche  perchè  altrimenti  non  avremmo  data  una  idea  adeguata  del  contenuto  del  ms. 
pistoiese.  Inoltre  il  porle  in  rapporto  colla  Glossa  Magmi  dà  lungo  a  delle  utili  osservazioni,  che  espor- 
remo nel  seguente  capitolo. 


—  190  — 

Bulgariani  che  ai  Martiniani.  Non  già  che  tutte  le  glosse  da  noi  qui  pubblicate  pro- 
vengano direttamente  dalla  penna  dei  glossatori,  ai  quali  sono  riferite,  poiché  alcune 
di  esse  ci  sembrano  opera  dei  loro  discepoli  (').  che  raccoglievano  le  opinioni  dei 
famosi  legisti. 

Le  sigle  colle  quali  sono  contrassegnate  le  glosse  che  prendiamo  ad  esaminare  hanno 
Le  forme  seguenti; 


Imerio. 
Bulgaro. 
Martino. 
Jacopo. 
.        Ugo. 

A.  —  Al.  —  a.  — 
P.  —  p.  —  piac. 
Iob.  —  Io  .  b.      . 

al. 

Alberico. 

B.  -  -  b 
M.  —  m.  . 
Iac.  —  la. 
V.     .     .     . 

Piacentino 

Bassiano. 

Pillio. 

Cy.  -  -  Cypr.  .     . 

Cipriano. 

R.  -  -  r.  — 

rog.      . 

Rogerio. 

Queste  sigle  corrispondono  perfettamente  con  quelle  dal  Savigny  (2)  indicate  per 
ciascuno  dei  glossatori.  Peraltro  non  vogliamo  trascurare  ima  particolarità,  che  ci  è" 
offerta  dal  manoscritto  pistoiese.  Mentre  il  Savigny  (3)  in  seguito  all'  esame  di  nume- 
rosi codici  contenenti  antiche  glosse  ha  affermato,  che  la  sigla  d' Irnerio  si  vede  ora 
in  principio,  ora  in  fine  delle  glosse  sue,  laddove  gli  altri  glos.-atori  sogliono  apporre 
le  loro  sigle  sempre  alla  fine,  invece  in  questo  manoscritto  sovente  le  sigle  dei  glos- 
satori sono  collocate  al  principio  dei  commenti.  Anzi  è  notevole  che  tale  cosa  diviene 
regola  costante,  allorché  queste  medesime  glosse  consistono  nella  citazione  di  un  passo 
delle  fonti.  Alcune  volte  perfino  si  trova  la  sigla  posta  a  principio,  e  ripetuta  alla  fine 
del  commento. 

Passando  ora  ad  esaminare  il  contenuto  delle  glosse  che  diamo  alla  luce,  e  inco- 
minciando la  nostra  indagine  dalla  forma  delle  citazioni  delle  fonti  seguita  nei  testi 
che  ri  occupano,  ci  preme  di  rilevare  anzi  tutto  che  le  citazioni  dal  Corpus  ìuris  non 
hanno  tutte  le  medesime  caratteristiche  :  tanto  vi  si  trovano  esempi  di  citazioni  nelle 
quali  sono  ricordate  la  fonte,  e  il  titolo,  e  riferite  le  prime  parole  della  legge  (4),  quanto 
esempi  di  allegazioni  nelle  quali  alle  prime  parole  della  legge  è  sostituito  il  numero 
di  essa.  Riguardo  alle  Novelle  devono  distinguersi  pure  due  forme  di  citazioni:  in  una 
di  esse  vengono  indicati  il  numero  della  collazione  ed  il  titolo  della  Novella,  e  nell'  altra 
riferisconsi  il  titolo  della  Novella,  e  le  prime  parole  del  passo  al  quale  ricorre  l' inter- 
petre  per  il  commento.  Le  citazioni  poi  del  Decreto  sono  fatte  mediante  l' indicazione 
del  numero  della  distinzione,  e  delle  prime  parole  del  capitolo,  oppure  col  ricordare 
il  numero  della  causa  e  della  quaestio,  e  le  prime  parole  del  capitolo. 

Anche  da  queste  osservazioni  è  lecito  dedurre,  quanto  è  difficile  potere  stabilire 
dei  canoni  circa  alla  forma  delle  citazioni  (Ielle  fonti  nella  letteratura  giuridica  medioevale. 

(')  Vedi  la  glossa  di  Alberico,  n.  72.  —  Glosse  di  Cipriano,  n.  15  in  fine,  e  n.  •">(!.  —  Forse 
e  anche  opera  di  qualche  discepolo  la  glossa  da  noi  posta  sotto  il  nome  di  Bulgaro,  n.  3. 

l'-'i  Savigny.    op.  cit.  2,  35P. 
i  Savigny,    op.  cit.  2,  30. 

l'i  È  noto  nini!'  questo  era  il  modo  abituale  per  i  glossatori  di  fare  citazioni.  (Landsberg,  /)<<■ 
Glosse  des  Accursius  io,,/  ihre  Lehre  vom  Eigenthum,  p.  46.  —  Stintzing,  Oeschichte  der  pop 
Literatur  des  ramiseli     kanonischen  Rechts  in  DeutscMand,  p.  92). 


—  191  — 

Le  fonti  di  questo  glosse  sono  tutte  lo  partì  ieìl'Authentieum,  le  Istituzioni,  le 
tre  parti  del  Digesto,  il  Codice,  compresivi  gli  ultimi  tre  libri,  il  Decreto  di  Graziano, 
e  1'  Epitome  di  Giuliano.  Dal  prospetto  seguente  il  lettore  scorgerà  quali  sono  le  fonti 
di  ciascun  legista,  secondo  le  glosse  da  noi  prese  in  esame  : 

Glosse  d'Irnerio.  (Fonti.  —  Autentico.  Codice). 

Glosse  di  Bulgaro.  (Fonti.  —  Autentico.  Codice) 

Glosse  di  Martino.  (Fonti.  —  Autentico.  Digesto). 

Glosse  di  Jacopo.  (Fonti.  —  Digesto). 

Glosse  di  Ugo.  (Fonti.  —  Digesto). 

Glosse  di  Kogerio.  (Fonti.  —  Autentico.  Codice.  Digesto.  Tres  libri.  Decreto  'li 
Graziano)  (')• 

Glosse  di  Alberico.  (Fonti.  —  Autentico.  Digesto.  Codice.  Tres  libri.  Decreto  (-). 
Epitome  Juliani  (:i).  [Novella]). 

Glosse  del  Piacentino.  (Fonti.  —  Autentico.  Digesto.  Codice.  Decreto)  ('). 

Glosse  del  Bassiano.  (Fonti.  —  Autentico.  Digesto). 

Glosse  del  Pillio.  (Fonti.  —  Autentico.  Digesto.  Codice). 

Glosse  di  Cipriano.  (Fonti.  —  Autentico.  Digesto.  Codice.  Tres  libri.  Decreto. 
Istituzioni.  Epitome  Juliani.  [Novella]  (5).  La  Novella  24.  raramente  citata  nel 
medioevo)  ((i). 

Fra  le  fonti  adoprate  da  questi  glossatori  attirano  in  modo  principale  la  nostra 
attenzione  il  Decreto,  e  1'  Epitome  di  Giuliano. 

Quanto  al  Decreto  osserviamo,  come  le  glosse  del  manoscritto  pistoiese  rendono 
ancor  più  verosimile,  che  anche  i  primi  glossatori  non  restarono  estranei  allo  studio 
di  quelle  leggi,  sulle  quali  una  altra  classe  di  giureconsulti,  i  canonisti,  poco  tempo 


(')  Quantunque  sembri  che  la  citazione  contenuta  nella  glossa  di  Kogerio,  n.  lb'9  (Infra,  decret. 
libro.  IIIL).  si  riferisca  piuttosto  alle  Decretali  che  al  Decreto,  pure  devesi  ritenere  che  sia  relativa 
a  questo  ultimo,  perché  la  glossa  è  anteriore  al  1234,  che  è  l'anno  della  pubblicazione  delle  Decre- 
tali. Anche  qui  come  in  molti  altri  casi  l'amanuensi  ha  commesso  uno  dei  soliti  errori  di  copia.  — 
Le  altre  citazioni  del  Decreto,  che  si  trovano  nei  commenti  di  Rogerio,  si  hanno  alle  glosse  seguenti  ; 
Glosse  di  Rogerio,  n.  123,  175,  183. 

(«)  Glosse  di  Alberico,  n.  36,  237,  238,  239,  24(5. 

(3)  Glosse  di  Alberico,  ri.  9  (Juliani,  Epit.  const.  Vili.  Ediz.  Hànel),  n.  17  (Juliani,  Epit. 
const.  XXX.  e.  CV.),  n.  114  (Juliani,  Epit.  const.  LXVI.  e.  CCXXVIII.),  n.  270.  —  L'Epitome  è  citata 
sempre  col  nome  di  Novella. 

(4)  Glosse  del  Piacentino,  n.  8,  9.  10,  11,  28. 

(■'■)  Glosse  di  Cipriano,  n.  24  (Juliani,  Epit.  const.  LXVI.  e.  CCXXXVI.).  n.  15  (Juliani.  Epit. 
const.  LI\  .).  —  Benché  in  altre  glosse  l'Epitome  di  Giuliano  non  venga  espressamente  citata,  pure 
se  ne  scorge  una  manifesta  influenza.  Difatti  oltre  qualche  passo  evidentemente  inspirato  dall'  opera 
di  Giuliano,  vi  si  trovano  perfino  dei  luoghi  letteralmente  trascritti  dalla  sua  Epitome.  Vedi  nelle 
Glosse  di  Cipriano,  n.  19  (Juliani,  Epit.  const.  LXVII.  e.  CCXLIIL  prin.),  n.  33  (Juliani.  Epit. 
const.  LXXTV.  e.  CCLXX.),  n.  34  (Juliani,  Epit.  const.  LXXV.  e.  CCLXXX.),  n.  3(5  (Juliani,  Epit. 
const.  LXXXIII.  e.  CCCXXIV.),  n.  39  (Juliani,  Epit.  const.  LXXXLTI.  e.  CCCXXV.),  n.  16  (Ju- 
liani, Epit.  const.  C.  e.  CCCLXI.j. 

(6)  Questa  Novella  è  collocata  fra  le  non  glossate.  —  Landsberg,  Ueber  die  Entstehung  der 
Regel,  Qmcquid  non  agn-osci!  Glossa,  nec  agnoscit  forum,  p.  20).  —  Savigny,  Beytr.  z.  Gesch.  d. 
Novellentext,  Zeitschr.  f.  gesch.  Rechtswiss.  II,  105).  —  Vedi  glosse  di  Cipriano,  n.  3  e  4. 


—  192  — 

dopo  fondò  i  suoi  vigorosi  attacchi  contro  i  dottori  imperialisti.  La  necessità  dello  studio 
delle  leggi  canoniche  era  già  sentita  dagli  interpetri  del  diritto  romano,  avanti  che  la 
lotta  apertamente  incominciasse  fra  queste  due  classi  di  legisti.  Relativamente  a  Eogerio 
devesi  ricordare,  che  Giovanni  d'Andrea  contradicendo  alle  opinioni  da  altri  espresse, 
non  lo  collocava  fra  gli  antichi  canonisti,  e  che  il  Savigny  (')  affermò  non  avere  egli 
scritta  alcuna  glossa  alle  decretali. 

L'  esame  da  noi  fatto  non  contradice  a  quelle  asserzioni,  ma  da  esso  resulta  che 
Rogerio  conosceva  le  fonti  del  girne  canonico,  e  se  ne  valeva  nella  sua  indagine  scientifica. 

Maggiore  importanza  storica  hanno  secondo  noi  le  citazioni  dall'  Epitome  di  Giu- 
liano, e  l' uso  di  essa.  È  ormai  noto  che  quella  scrittura  servi  largamente  ai  legisti 
dell'.età  preholognese,  e  che  la  sua  influenza  andò  col  sorgere  della  scuola  irneriana 
decadendo,  fino  al  punto  che  l'Accursio  stesso  non  conobhe  1'  opera  di  Giuliano  ('-'). 
E  ancor  dubbio  che  ne  facesse  uso  Irnerio  (3);  è  certo  invece  che  ebbero  conoscenza 
dell'Epitome,  Ugolino,  Alberico,  il  Piacentino  ('),  il  Bassiano,  l'autore  delle  glosse 
all'opera  di  Vacario  (5),  TJguccione,  e  Odofredo  (,;).  Forse  anche,  non  ostante  i  dubbi 
del  Savigny  ("),  Azone  possedette  quella  antica  fonte.  A  questi  giureconsulti  adunque 
aggiungiamo  Cipriano,  e  rechiamo  nuove  conferme  quanto  all'  uso  che  Alberico  dovette 
fare  della  ricordata  Epitome.  È  degno  di  nota,  che,  nelle  glosse  delle  quali  ci  occupiamo, 
questi  due  giureconsulti  riferiscono  interi  passi  di  quella  fonte,  i  quali  possono  giovare 
anche  alla  revisione  di  questo  testo;  anzi  talvolta  Cipriano  li  riporta  letteralmente,  senza 
citare  la  fonte  onde  li  ha  tratti.  Ciò  corrisponde  al  costume  spes  o  praticato  dai  glos- 
satori di  non  indicare  le  fonti  ;  onde  per  chi  studia  le  sorgenti  delle  loro  scritture,  è 
necessario  frequentemente  di  allargare  le  proprio  indagini  oltre  l' angusta  cerchia  delle 
citazioni  che  vi  si  trovano.  In  ogni  modo  i  due  ricordati  legisti  hanno  adoprato  il  testo 
di  Giuliano  soltanto  come  fonte  sussidiaria  per  l' interpetrazione  dell'Autentico,  ma  in 
modo  da  mostrarne  una  conoscenza  diretta.  Sono,  si  può  dire,  le  ultime  traccie  di  ima 
gloriosa  influenza  che  Giuliano  aveva  esercitata  nella  letteratura  giuridica  del  medio- 
evo. Questo  fatto  serve  a  collegare  sempre  di  più  colla  scuola  dei  glossatori,  la  scienza 
giuridica  prebolognese,  poiché  nelle  prime  epoche  di  quella  scuola  si  ritrovano  le  traccio 
del  materiale  scientifico  del  quale  si  erano  precedentemente  giovati  gli  studiosi. 

Assai  rare  sono  le  citazioni  dalla  letteratura  giuridica  bolognese,  che  incontriamo 
in  queste  glosse.  In  quelle  di  Bulgaro,  o  forse  dei  suoi  scolari,  è  ricordato  Ugo;  questi 
alloga  un  parere  di  Martino;  Rogerio  si  riferisce  al  proprio  apparato  sopra  l'Autentico, 

(')  Savigny,  op.  cit.  v.  2,  p.  110. 

(2)  Haenel,  Epitome  Novellarum  Juìiani.  Introduz.  p.  XLV.  —  Ciò  era  creduti'  verosimile  anche 
dal  Biener  (Geschichte  :l<,i'  Novellen  Justinian's,  p.  302),  quantunque  almeno  cinquantaquattro  sieim 
i  lunghi  della  Glossa  Magna,  nei  quali  sono  fatte  allegazioni  da  Ixiuliaii".  Mi  fatti  quasi  tutte  quelle 
citazioni  debbono  attribuirsi,  a  Alberico,  e  ad  Azone. 

(3)  Il  Biener  (op.  cit.  p.  209)  ritiene  verosimile,  ma  non  ancora  provate,  questo  uso  di  Giuliano 
per  parte  d' Irnerio. 

f4)  Savigny,  op.  cit.  y.  2,  p.   1  l-'i  e  seg.  —  Piacentino.  Summa  in  Cod.  I.  1   e  I,  5. 

(5)  Wenck,  Magister  Vacarius,  p.  2  Hi  not.  152,  e  p.  139. 

(6)  Biener,  op.  cit.  p.  302. 

(")  Savigny,  op.  cit.  v.  I,  p.  Timi.  n.  li.  —  contro  Haenel.  Introd.  cit.  p.  XLV.  —  Biener, 

op.  cit.  p.  302. 


—  193  — 
chiamandolo  liber  R(ogerii).  Alberico  cita  Cipriano,  Ugo.  Jacopo,  e  il  liber  #(ogerii), 
e  Cipriano  infine  ricorda  alcune  decisioni  del  Piacentino,  e  di  Bulgaro. 

Esaminando  anche  più  addentro  il  contenuto  delle  glosse  da  noi  raccolte,  ci  duole  di 
dover  dire,  che  sventuratamente  non  è  possibile  determinare  con  sicurezza  il  valore  intrin- 
seco di  tutte,  poiché  La  copia  che  uè  abbiamo  è  piena  di  errori,  dovuti  alla  fretta  di 
un  amanuense  molto  negligente.  Ciò  non  ostante  il  glossario  presente  può  giovare,  tanto 
per  una  più  completa  storia  dei  dogmi  della  scienza  giuridica,  quanto  per  meglio  porre 
in  chiaro  Le  qualità  scientifiche  di  ciascun  interpetre,  cui  esse  appartengono.  Peraltro 
una  vera  storia  dei  dogmi  del  diritto,  dell'  influenza  di  ciascun  glossatore,  e  del  metodo 
tenuto  nella  compilazione  della  Glossa  Accursiana,  non  potrà  mai  essere  dettata,  fin  tanto 
che  non  verranno  pubblicate  tutte  le  glosse  pre-accursiane  che  ancora  si  conservano. 

Alle  scarse  notizie  sopra  Irnerio  e  la  sua  attività  scientifica,  le  quali  ci  sono  offerte 
dalla  compilazione  dell'Accursio,  dalla  letteratura  giuridica  bolognese,  e  dal  glossali- 
raccolto  dal  Savigny,  poco  aggiungono  le  glosse  da  noi  trovate  nel  manoscritto  pisto- 
iese. Le  prime  due  consistono  in  un  sommario  relativo  al  contenuto  del  capitolo  XXI 
della  Novella  De  nuptiis,  che  quasi  alla  lettera  fu  riprodotto  dal  Bartolo;  le  altre  non 
sono  altro  che  citazioni  di  luoghi  paralleli  tratti  dalle  fonti.  Esse  non  ci  rivelano  il 
valore  che  certamente  ebbe  Irnerio  nel  commento  delle  leggi,  ma  danno  una  conferma 
della  estesa  conoscenza  che  egli  possedeva  delle  varie  parti  delle  fonti. 

Troviamo  invece  maggior  larghezza  di  commento  nelle  glosse  di  Bulgaro,  le  quali 
hanno  non  poca  importanza.  Assai  al  di  sotto  di  queste  stanno  le  glosse  che  pubbli- 
chiamo di  Martino,  di  Ugo,  e  di  Jacopo:  quasi  tutte  quelle  di  Martino  conservano  la 
forma  degli  scolii  usati  comunemente  nella  età  prebolognese,  nei  quali  veniva  formulato 
il  principio  giuridico  contemplato  nel  testo.  È  ancora  notevole  che  nel  nostro  glossario 
le  opinioni  di  Ugo  sono  ricordate  e  discusse  dagli  altri  interpetri,  mentre,  dal  non 
vedere  citate  le  decisioni  di  quel  glossatore,  il  Savigny  aveva  dedotto,  che  le  sue  glosse 
fissero  di  minor  valore  scientifico  di  quelle  appartenenti  agli  altri  primi  seguaci  d' Irnerio. 

Il  giudizio  generalmente  espresso  dagli  storici  intorno  a  Eogerio  è  assai  sfavore 
vole,  poiché  ordinariamente  si  ripete,  che  egli  non  era  un  giurista  di  primo  ordine, 
e  che  mancando  di  originalità  di  pensiero,  d'  ordinario  raccoglieva  le  opinioni  dei  prin- 
cipali maestri;  soltanto  per  questa  caratteristica  i  suoi  commenti  acquistarono  un  valor,' 
storico  (').  Le  glosse  di  Eogerio  che  abbiamo  raccolte  invece  sono  poco,  o  punto  inspi- 
rate alle  opere  altrui,  e  perciò  giovano  a  valutare  convenientemente  la  sua  importanza 
scientifica.  Molta  •  profondità  di  pensiero,  e  molto  acume  d' interpetre  esse  non  pongono 
in  luce,  poiché  molti  fra  i  suoi  commenti  hanno  contenuto  grammaticale;  più-  non  ostante 
è  notevole  la  varietà  della  loro  indole.  Difatti  talvolta  riferiscono  citazioni  di  testi, 
altra  volta  formulano  regole  di  diritto,  o  riguardano  la  critica  del  testo  oppure  di- 
scutono la  sua  pratica  applicabilità  (-).  Infine  sono  numerose  anche  le  glosse  intor- 
petrative  del  significato  giuridico  delle  fonti.  Questi  commenti  di  Rogerio  perciò  acqui- 
stano nello  stato  attuale  degli  studi  una  notevole  importanza,  tanto  più  che  le  sue  glosse 
furono  pressoché  trascurate  dall'Accursio  nella  compilazione  del  suo  apparato. 

(!)  Landsberg,  Die  Glosse  des  Accursius  etc,  p.  18, 

P-)  Glosse  di  Rogerio,  n.  18  e  20. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  1',  Voi.  II.  Parte  Ia.  25 


—  194  — 

Anche  le  glosse  del  Piacentino  e  del  Bassiano,  quantunque  non  sieno  numerose, 
né  molto  estese,  e  sebbene  le  opinioni  del  Bassiano  sieno  frequentemente  citate  nella 
Glossa  Accursiana,  hanno  qualche  valore,  poiché  se  ne  conserva  un  numero  ristrettis- 
simo (').  Al  contrario  notevoli  sono  per  il  numero,  per  1'  estensione,  e  per  la  ricchezza 
del  commento  le  glosse  di  Alberico,  che  abbiamo  potute  raccogliere  dal  manoscritto 
in  esame. 

Uno  dei  glossatori  meno  apprezzati  fino  ad  oggi  è  stato  Cipriano  (2),  e  la  ragione 
probabilmente  si  è,  che  delle  sue  opere  raramente  è  fatta  menzione  nella  Glossa  Magna. 
Anzi  è  assai  strano  questo  fatto  che  l'Accursio  poco  valutasse  l' opera  di  im  suo  con- 
cittadino, così  famoso  fra  gli  antichi  interpetri,  da  essere  additato  come  uno  dei  pre- 
cursori dell'Accursio.  Le  glosse  di  Cipriano  da  noi  raccolte  meritano  tutta  l' attenzione 
degli  studiosi,  poiché  sono  le  più  estese  fra  quelle  contenute  nel  manoscritto  pistoiese. 
Inoltre  sono  notevoli  per  il  numero  delle  fonti  alle  quali  attinge  il  legista,  per  il  valore 
scientifico  e  pratico  del  commento,  e  perchè  giovano  ad  una  più  piena  conoscenza  dell'uso 
dell'  Epitome  di  Giuliano  dm-ante  la  scuola  irneriana.  Non  ostante  questi  pregi  delle 
sue  glosse,  riteniamo  ben  fondata  l' asserzione  del  Savigny  (3),  che  cioè  egli  non  sia 
stato  un  precursore  dell'  Accursio  nel  compilare  un  apparato,  dove  fossero  condensate 
le  glosse  degli  anteriori  legisti.  Le  asserzioni  in  contrario  di  vari  antichi  scrittori  man- 
cano di  qualunque  fondamento  reale  (4). 

Osservando  in  generale  il  glossario  raccolto  possiamo  dire,  che  molti  fra  i  commenti 
che  lo  compongono  sono  d' indole  pratica,  e  che  perciò  i  glossatori  non  debbono  essere 
considerati  soltanto  come  teorici.  Vi  mancano  quasi  assolutamente  le  glosse,  non  rare 
nella  età  prebolognese  (5),  relative  alle  varianti  della  lezione  del  testo. 

Non  ostante  la  negligenza  dell'  amanuense  del  testo,  per  la  quale  non  poche  glosse 
sono  diventate  incomprensibili,  e  la  insufficienza  di  alcuni  commenti,  crediamo  che  questo 
glossario  abbia  una  assai  notevole  importanza  per  la  storia  della  scienza  del  diritto 
romano  nelT  età  dei  glossatori,  tanto  più  che  l'Autentico  fu  la  fonte  meno  studiata  da 
essi  fra  i  testi  componenti  il  Corpus  iurisJ  e  che  la  compilazione  accursiana  in  questa 
parte  è  straordinariamente  ristretta. 

Le  glosse  fino  a  qui  esaminate  appartengono  al  secolo  aureo  della  nostra  lettera- 
tura giuridica  medioevale  ;  pure  paragonandole  alle  scritture  del  periodo  prebolognese, 
si  vede  chiaro  come  vi  rimangono  ancora  dei  vestigi  dell'  antico  metodo  di  trattazione 
del  diritto. 

È  certamente  un  punto  molto  oscuro,  siccome  scrive  il  Landsberg  (6),  quello  di 


(')  Savigny,  op,  cit.,  v.  2,  p.  134.  —  Landsberg,  Die  Glosse  des  Aecursius  rie,  p.  20. 
(2)  Vedi  Landsberg,  Die  Glosse  d.  Aecursius,  p.  21.  —  Anche  il  citato  scritture  giudicando  delle 
sue  glosse  finora  conosciute,  lo  addita  come  un  interpetre  di  secondo  ordine. 
I  :)  Savigny.  op.  cit.,  v.  2,  p.  189. 

(4)  Villani,  De  origine  civitatis  Florentiae,  lib.  2,  e.  8.  —  Raffaele  Volterrano,  Commentarli 
urbani,  lib.  21.  —  Panciroli,  De  ciarli  leg.  interp.,  lib.  2,  e.  29.  —  Weiss,  ffistoria  litter.  novella, -ih,', 
p.  35.  —  Biener,  op.  cit.,  p.  287. 

(5)  Vedi  la  nostra  edizione  della  Glossa  Pistoiese  al  Codice  Giustinianeo,  glosse  critiche.  (Memoria 
stampata  dalla  R.  Accademia  di  Scienze  .li  'l'orino.   Issò). 

((1)   Landsberg.   Dir   Glosse  <lrs  .[rcwsius,  p.   11 


—  195  — 

sapere  in  qual  modo  si  collegano  la  scuola  dei  glossatori,  e  la  scienza  giuridica  pre- 
bolognese; ma  intanto  ci  sembra  di  potere  osservare  che  in  queste  glosse,  come  del 
resto  anche  in  non  poche  fra  quelle  riunite  nella  compilazione  accursiana,  si  rinvengono 
delle  forme  di  commento  più  vetuste.  In  queste  specie  di  glosse  che  attengono  ancora 
all'antico  modo  di  commentare  le  fonti,  si  possono  riunire,  1°  gli  scolii  o  regole  di 
diritto  tratte  dal  testo,  alle  quali  è  preposta  la  parola  Nola  (');  2°  le  citazioni  di  luoghi 
paralleli  delle  fonti  (2)  ;  3°  le  etimologie,  e  le  definizioni  per  la  trasmissione  delle  quali 
specialmente  si  conservarono  nelle  scuole  del  medioevo  i  principali  concetti  giuridici  (3)  ; 
4°  le  spiegazioni  grammaticali  del  testo  che  fan  fede  dell'  antico  connubio  dell'  insegna- 
mento del  giure  colle  arti  liberali  (4).  Queste  quattro  forme  di  commento  sono  antichis- 
sime, e  spesso  adoprate  nella  glossa  torinese,  e  nella  ricordata  glossa  pistoiese  al  Codice  ; 
la  loro  persistenza,  secondo  noi,  è  un  argomento  di  più  che  convince  della  continuità 
della  tradizione  scientifica  sopra  il  diritto  romano  durante  1'  età  di  mezzo. 

Per  tal  modo  si  scopre  un  legame  fra  1'  antica  letteratura  giuridica  prebolognese, 
e  la  scuola  irneriana.  Anche  alcune  espressioni  poco  tempo  indietro  riguardate  quali 
caratteristiche  delle  sole  opere  prebolognesi,  si  notano  in  questo  glossario  ;  come  la  deno- 
minazione di  legis  capitula  (5)  data  ai  testi  del  diritto  romano,  la  menzione  della  fal- 
cidia (6)  come  parte  di  diritto  nella  successione.  Anche  l' uso  di  Giuliano  ravvicina 
queste  glosse  alla  letteratura  pre-irneriana. 

Accanto  a  questi  vestigi  dell'  antica  trattazione  del  diritto,  in  questo  glossario  tro- 
viamo anche  le  nuove  forme  della  glossa  che  resero  celebre  la  scuola  di  Bologna,  cioè 
l' indagine  piena,  e  penetrativa  del  testo,  la  sua  acuta  analisi,  non  dipendente  più  da 
reliquie  di  antico  sapere,  ma  dalle  nuove  forze  intellettuali. 

In  esse  vi  è  l' uso  di  tutte  le  principali  fonti  del  diritto  classico  ;  vi  sono  contrap- 
posti e  spiegati  i  testi  discordanti  ("),  vi  si  osserva  un  intelligente  ravvicinamento  di 
tutti  i  passi  che  fra  loro  hanno  qualche  rapporto,  e  invece  dell'  uso  continuo  delle  note 
definizioni  vi  si  trova  una  casuistica  assai  minuta,  e  una  deduzione  sana  delle  regole 
generali  per  i  dettagli  della  vita  del  giure. 

Un'altra  indagine,  e  forse  la  più  importante,  si  presenta  ora   alla  nostra  mente 


(')  Questi  sonlii  si  trovano  nel  presente  glossario  specialmente  fra  le  glosse  di  Martino,  di  Ugo, 
di  Alberico,  del  Piacentino,  e  del  Pillio. 

(?)  Questa  forma  di  glossa  è  comune  nelle  glosse  d' Irnerio,  di  Rogerio,  di  Alberico,  e  di  Pia- 
centino, da  noi  raccolte. 

(3)  Quanto  alle  etimologie  si  ha  un  esempio  india  glossa  n.  26,  del  Piacentino.  Intorno  alla  tra- 
smissione delle  antiche  definizioni  di  diritto  vedi  la  nostra  Memoria  :  La  Glossa  Pistoiese  ai  Codice 
Giustinianeo,  1885,  cap.  2,  prin.,  e  vedi  in  essa  l'edizione  degli  scolii,  e  delle  glosse  interpetrative.  — 
Fittine,  Zar  Geschichte  der  Rechtswissenschafl  im  Mittelalter,  1885,  p.  148,  e  segg. 

{*)  Quest'ultima  forma  di  commento  si  trova  frequentemente  nelle  glosse  di  Rogerio.  Vedi  intorno 
ad  essa:  Chiappelli,  La  Glossa  Pistoiese  al  Codice  Giustinianeo.  Glosse  interpetrative.—  Conrat, 
Die  Epitome  Evactis  Regibus,  p.  CCLI,  segg.  —  Fitting,  Zac  Geschichte  dee  Rechtswissenschaft 
im  Mittelalter,  p.  25  e  segg. 

(5)  Glosse  d' Irnerio,  n.  1.  —  Glosse  del  Piacentino,  n.  27. 

'(")  Glosse  di  Bulgaro,  n.  1, 

C)  Glosse  di  Rogerio,  n.  182.  —  Glosse  di  Alberico,  n.  32,  103.  173,  203.  —  Glosse  di  Pillio, 
n.  5.  —  Glosse  di  Cipriano,  n.  7  e  08. 


—  196  — 

a  proposito  di  queste  glosse  all'Autentico.  Quali  rapporti  intercedono  fra  esse,  e  la  Glossa 
Accursiana?  Dai  testi  qui  raccolti  può  trarsi  qualche  argomento  per  meglio  giudicare 
del  modo,  onde  l'Accursio  compilò  il  suo  grandioso  apparato?  Come,  ed  in  qual  pro- 
porzione si  giovò  dei  communti  che  per  la  prima  volta  diamo  alla  luce?  Queste  inda- 
gini ci  portano  a  emettere  qualche  considerazione  sopra  1'  antica,  e  variamente  risoluta 
disputa  intorno  al  valore  scientifico  dell'opera  d'Accursio,  contro  la  quale  fino  al  Savigny 
si  erano  fatte  delle  critiche  acerbe,  ed  arditissime.  Oggi  possiamo  dire  prevalente  una 
soluzione  media,  per  la  quale,  più-  riconoscendosi  alcuni  gravi  difetti  della  Glossa  Magna, 
se  ne  dà  un  giudizio  assai  favorevole,  tenuto  conto  della  difficoltà  dell'  impresa,  e  della 
sua  utilità  pratica,  e  storica.  Vediamo  ora  se  questo  nuovo  materiale  da  noi  raccolto 
può  giovare  in  proposito  a  formulare  un  giudizio  più  sicuro. 

È  ormai  reso  indubitato  per  le  dotte,  e  accurate  ricerche  del  Biener  ('),  del 
Savigny  (2),  e  del  Landsberg  (:i),  che  l'Accursio  si  fermò  a  raccogliere  con  speciale 
diligenza  le  glosse  dei  bulgariani,  a  confronto  di  quelle  dei  seguaci  di  Martino.  E  in 
specie  fondò  la  sua  compilazione  indirettamente  sopra  i  commenti  di  Bulgaro,  e  diret- 
tamente sopra  quelli  del  Bassiano,  e  di  Azone  (4).  In  modo  secondario  tenne  conto 
delle  opinioni  di  Alberico  (fi):  meno  ancora  ricordò  le  decisioni  di  Martino,  del  Piacen- 
tino, e  di  Bogerio,  raramente  poi  quelle  d'Irnerio,  d'Ugo,  di  Jacopo,  di  Fillio,  e  di 
Cipriano  (,;).  Inoltre  l'Accursio  trascurò  quasi  tutte  le  glosse  interlineari,  che  spesso 
consistevano  in  spiegazioni  grammaticali  del  testo;  tal  cosa  se  non  fu  un  danno  per 
la  pratica,  giacché  dopo  un  secolo  dalla  loro  composizione  dovevauo  avere  poca  utilità, 
fu  una  perdita  per  la  storia.  Da  questo  riassunto  si  scorge  come  i  giuristi  dei  quali 
abbiamo  raccolte  le  glosse  sono  fra  i  più  trascurati  dall'Accursio,  e  quindi  tanto  più 
importante  è  il  contenuto  di  questi  nuovi  testi. 

Che  queste  glosse  da  noi  edite  sieno  state  vedute,  esaminate  dall'Accursio,  e  che 
egli  se  ne  sia  giovato,  quantunque  in  generale  non  le  abbia  trascritte  nel  suo  appa- 
rato, è  cosa  sulla  quale  non  può  sorgere  dubbio.  Alcune  fra  queste  le  ha  copiate  let- 
teralmente ;  a  ltre  gli  han  servito  di  modello,  o  gli  hau  fornito  qualche  elemento  da 
rendere  più  completo  il  suo  commento.  Dalla  nostra  edizione  e  dalle  note  che  vi  abbiamo 
apposte  vedrà  da  se  il  lettore  i  rapporti  che  intercedono  fra  questo  glossario  e  la  Glossa 
Accursiana:  ivi  abbiamo  distinti  quei  commenti  i  quali  sono  stati  riprodotti  alla  let- 
tera (7),  da  quelli  che  sono  stati  parafrasati  dall'Accursio,  o  dei  quali  qualche  elemento 
è  passato  nella  Glossa  Magna.  Le  glosse  che  hanno  servito  all'Accursio  sono  in  gran 

(')  Biener,  Gesrh.  der  Novell,  l".'T 

(8)  Savigny,  op.  cit.,  v.  2,  p.  .'Ino,  ,.  segg. 

{'■)  Landsberg,  Die  Glosse  d.  Aceunius,  p.  18,  20,  21,  58,  90,  202,  203. 

(')  Schrader,  Prodromus  Corporis  iuris  civilis,  p.  231   e  237. 

(')  Landsberg,  op.  cit.,  p.  203.  —  Il  contrario,  ma  a  senso  nostro  senza  fondamento,  è  ritenute 
dal  Biener,  (op.  cit.,  p.  297),  secondo  il  qual"  Alberico  sarebbe  citato  copiosamente  dall'Accursio. 

(c)  Biener,  Gesch.  .1.  Novell,  p.  298  e  3eg     -  Savigny,  op.  cit.,  2,  380.  -  Landsberg,  Di  ■  G 
l.  Accursius,  p.  18,  L'I.  202,  203. 

P)  Lo  Schrader  (Prodromus  Corp.  Jur.  Oiv.,  p.  242)  affermò  mi  poco  troppo  recisamente,  che 
fra  la  Glossa  di  Accursio  e  le  glosse  precedenti  esiste  soltanto  questo  rapporto,  che  cioè  per  le  più 
esso  ne  riferì  sellanti,  il  senso,  niiesd.  giudizio  almeno  in  parte  deve  essere  modificato,  per  la  com- 
parazione da.  imi  l'atta  fra  quell'apparato  ~-  ir  glosse  tratte  dal  manoscritto  pistoiese  dell'Autentico. 


—  197  — 

mimerò;  dal  presente  glossario  resulta  che  l'Accursio  si  giovò  principalmente  dei  com- 
menti ili  Jacopo,  4i  Rogerio,  e  di  Alberico;  poco  riprodusse  delle  glosse  degli  altri 
giureconsulti  ;  anzi  delle  glosse  di  Cipriano,  quantunque  molto  estese  ed  importanti 
uon  ha  tatto  alcun  uso.  Ma  quasi  sempre  invano  si  cerca  nell'opera  accursiana  la  sigla 
dell' interporre  cui  le  glosse  sono  state  prese;  e  ditatti,  riferendoci  sempre  al  glossario 
raccolto  uel  manoscritto  pistoiese,  neppure  una  volta  si  trova  la  sigla  d' Irnerio  e  di 
Ugo  per  le  glosse  passate  poi  nell'apparato  dell'  Accursio.  Invece  facendo  uso  dell'unica 
glossa  di  Bulgaro,  suo  prediletto  giureconsulto,  ha  mantenuta  l' antica  sigla:  così  una 
sola,  volta  è  conservata  la  sigla  di  Jacopo. 

Delle  glosse  di  Rogerio,  come  abbiamo  detto,  l'Accursio  ha  fatto  largo  uso,  difatti 
alcune  sono  letteralmente  trascritte,  altre  imitate,  e  soltanto  due  volte  ha  riferito  a 
Rogerio  la  paternità.  Quello  che  abbiamo  detto  di  Rogerio  può  ripetersi  per  le  glosse 
di  Alberico,  del  quale  è  fatta  menzione  tre  volte  ;  nessun  ricordo  poi  è  fatto  del  Pia- 
centino,  il  legista  inviso  all'Accursio.  Adunque  si  può  concludere  in  generale,  che  quan- 
tunque abbia  profittato  anche  dei  commenti  dei  seguaci  di  Martino,  contrario  alla  loro 
scuola,  ba  trascurato  di  ricordare  i  loro  autori  ('). 

Queste  osservazioni  fondate  sull'  esame  di  questo  nuovo  materiale  storico  compro- 
vano la  verità  della  censura,  di  parzialità  mossa  già  da  molto  tempo  contro  l'Accursio. 
Era  naturale  cbe  in  una  opera  monumentale  come  la  sua  dovessero  passare  inosservate 
non  poche  dottrine  formulate  dai  vecchi  legisti  (-);  male  invece  s' intende,  se  non  pen- 
sando a  rivalità  di  scuola,  come  venga  taciuto  il  nome  di  giureconsulti  insigni,  le  cui  opere 
giovarono  alla  compilazione  del  grandioso  apparato,  mentre  a  profusione  vi  si  trovano 
ricordati  i  nomi  del  Bassiano,  e  di  Azone.  Sta  in  fatto  che  alcuni  autori  pose  assolu- 
tamente da  parte;  per  altri  a  lui  sgraditi  non  sempre  mise  in  luce  il  lato  migliore 
delle  loro  dottrine  (3),  o  introdusse  nelle  altrui  interpetrazioni  alcune  modificazioni  così 
gravi  da  danneggiare  la  fama  dei  loro  autori.  È  ormai  noto  lo  sfavore  col  quale  trat- 
tava le  glosse  del  Piacentino,  che  talvolta  sformava  in  guisa  da  renderle  ridicolo. 

Per  effetto  adunque  dell'  opera  dell'Accursio  forse  alcuui  giuristi  furono  tenuti  in 
poco  conto,  cbe  erano  degni  di  alto  nome,  e  fra  questi  ricordiamo  Cipriano  (4):  per 
questa  causa  potè  affermare  il  Laudsberg  (5)  che  i  commenti  di  Rogerio  sono  rarissimi 
nella  Glossa  Accursiana.  mentre  il  presente  glossario  fa  prova  dell'uso  assai  esteso  delle 
sue  chiose.  Un'  altra  conseguenza  che  discende  dalla  indagine  fino  a  qui  fatta  si  è,  che 
1'  opera  originale  dell'Accursio  deve  essere  racchiusa  in  confini  molto  più  ristretti  di 
quello  che  può  apparire  dall'esclusivo  esame  della  sua  compilazione.  Perciò  siamo  indotti 


(l)  Tutto  queste  osservazioni  potrebbero  essere  ripetute  anche  a  proposito  delle  antiche  p;los.-.e 
raccolte  «lai  Savigny  (op.  cit.,  v.  3).  Egli  stesso  che  le  pose  a  confronto  colla  Glossa  Accursiana  (op. 
cit,  i'.  380),  intravide  il  metodo  clic  realmente  era  stato  seguito  dall'Accursio.  Anche  lo  Schrader 
{Prodr.  Corp.  Jur.  Giv.,  p.  '_':;!)  osserva  che  nella  Glossa  Magna  raramente  vi  è  traccia  delle  glosse 
ili  Martino,  che  si  leggono  uri  .MS.  delle  Istituzioni  {Jus.  civ.  lat.,  33)  die  si  conserva  a  Monaco  (CXVI), 

(-)  Wenck,  Magister   Vacarius,  p    150. 

(3)  Landsberg.  Die  Glosse  d.  Accursius,  p.  5-1.  —  Claussen,  Denuo  edendae  Accwsianae  Olossae 
Specimen,  ffalae,  p.  XJVJLU. 

i'i  Landsberg,  />.  Glosse  d.  Accursius,  p.  21. 

(5)  Landsberg,  //.  Glosse  d.  Accursius,  p.  18. 


—  198  — 

a  non  accettare  senza  riserva  tutte  le  giustificazioni  che  a  proposito  del  lavoro  gigan- 
tesco dell'Accursio  hanno  fatto  il  Sanguinetti  ('),  ed  il  Landsherg  (2).  Quella  opera 
accanto  a  grandi  pregi  contiene  grandi  difetti  (3),  fra  i  quali  principalissimi  sono  la 
poca  originalità  del  pensiero  (4),  e  la  parzialità  nel  giovarsi  della  precedente  lettera- 
tura giuridica.  Si  ricordi  che  la  gran  fama  della  quale  godette,  per  non  piccola  parte 
fu  dovuta  alla  deficienza  generale  di  originalità  scientifica  del  secolo  durante  il  quale 
apparve.  Anzi  i  giureconsulti,  anche  di  poco  posteriori,  i  quali  si  elevarono  al  di  sopra 
della  cultura  generale,  come  il  Bellapertica  (5),  Gino  da  Pistoia  (6),  il  Bartolo,  e  il 
Cuiacio  (7)  non  ristettero  dal  porre  in  luce  i  difetti  di  quel  colossale  apparato.  Ad 
una  vera  e  propria  polemica  dettero  origine  gli  umanisti  del  secolo  seguente,  che  è 
importantissima  per  la  storia  scientifica  del  giure  (8). 

Per  le  precedenti  osservazioni  si  scorge  chiaramente,  come  per  giudicare  con  sicu- 
rezza sopra  la  parte  che  ciascun  legista  prese  nel  movimento  scientifico  dell'  età  dei 
glossatori,  non  basta  l' esame  esclusivo  della  Glossa  Accursiana.  Essa  deve  essere  posta 
continuamente  in  rapporto  colle  antiche  glosse  conservateci  dai  manoscritti:  quindi 
sarebbe  utilissimo  che  tutti  quei  commenti  fossero  dati  alla  luce,  onde  conoscere  le 
fonti  della  compilazione  dell'  Accursio  (9). 

Le  indagini  che  necessariamente  debbono  essere  compiute  intorno  alla  patria, 
all'  epoca,  e  all'  autore  di  qualunque  antica  scrittura,  nel  caso  presente  sono  di  facile 
soluzione.  Come  i  caratteri  della  scrittura  provano  che  il  manoscritto  è  di  origine  ita- 
liana, così  la  qualità  delle  glosse  contenutevi  dimostra  che  questa  raccolta  proviene 
da  Bologna  mater,  et  magistra  legum. 

Siccome  poi  i  più  recenti  interpetri,  le  cui  glosse  si  leggono  in  questo  glossario. 

Ci  Sanguinetti,  Accursio.  Bologna  1879,  p.  42  e  segg. 

('-')  Landsberg,  D.  Glosse  d.  Accursius,  §  4°.  —  Vedi  anche  Berriat-Saint-Prix,  Histoire  du  droit 
limitimi.  Paris  1821,  p.  297  e  seg. 

(3)  Haenel,  Dissentiones  Dominorum  etc.  Lipsiae  1834.  p.  IV. 

i1)  Bethmann-Hollweg,  lice  Civilprozess  des  gemeinen  Rechts  ,,i  gesckichtlicher  Entwicklung. 
Sechster  Band.  Erste  Abtheilung,  p.  11. 

(5)  Bellapertica,  Com.  in  Dig.,  leg.  4,  16.  Dig.  44,  4;  hoc  interdictum.  Dig.  43,2;  In  inter- 
dici;*. Dig.  43,  1;  Alt.  Dig.  43,  4.  —  Terrasson,  Hist.  de  la  jurisp.  Romaine,  p.  447-456.  —  Warnkonig, 
Com.  iur.  priv.  Rem.,  Introd.  1,  87. 

(6)  Cino,  Com.  in  Cocl.  sin  autem.  Cod.  3,  1;  ad  haec.  Cod.  7.40;  certuni.  Cod.  6,  15;  edicto 
divi.  Cod.  6,  ::::-.  quoniam  avus.  Cod.  8.  45.  --  Vedi  il  nostro  libro,  Vita  e  opere  giuridiche  di  Ci 
Pistoia,  1881.  p.  178  e  segg.  —  Baldo.  Super  Feudis.  un  apud  iudicem. 

l"l  Cuiacio,  in  lib.  3,  Pauli  mi  alici.-,  ad  1.  14,  iureiurandì  ;  lil>.  7,  respon.  Papin.;  ad  1.  57, 
de  tisu/c;  lib.  9,  id.;  ad  1.  58,  de  cond.  un/.:  lib.  20,  quacst.  Papin.;  ad  1.  72.  de  leg.  2:  lib.  13, 
resp.  ni.-,  ad  1.  15,  §.  fructus;  ad  1.  fole. 

isi  Vedi  la  nostra  Memoria:  La  polemica  contro  ilegisti  dei  secoli  XIV,  XV,  e  XVI  (Archivio 
Giuridico,  a.  1881.  XXVI,  f.  IV).  —  Di  Rabelais  sono  note  alcune  accuse  lanciate  contro  l'Accursio 
(Pantagruel,  cap.  5,  lib.  2,  Ediz.  Jacob.):  per  altro  potrebbesi  citare  qualche  altro  luogo  finora  non 
osservato,  ove  sono  ripetute  simili  accuse.  Vedi  a  modo  d'esempio  il  cap.  X,  lib.  2,  ove  le  sue  opi- 
nioni sono  dette  asottes  et  desraisonnables  raisons,  et  ineptes  opinions». 

P)  Questo  desiderio  era  stato  già  espresso  dal  Savigny  (op.  cit..  2.  380).   Quando   quest"  voto 
sarà  soddisfatto   sarà  possibile   giudicare  del  valore  dei  glossatori,  del  metodo  tenuto  dall'Accursio 
nell'opera  sua,  e  del  pensiero  originale  che  vi  dove  avere  espresso.  —  Claussen,  Demw  eden.  A 
Glos.  spec,  p,  \ Villi. 


—  199  — 

hanno  vissuto  fino  alla  fine  del  secolo  XII,  è  necessario  dedurre,  ciò  che  abbiamo  già 
provato  per  mezzo  di  altri  argomenti,  tanto  che  questo  codice  deve  rimontare  o  agli 
estremi  anni  del  secolo  XII  o  tutto  al  più  al  principio  del  secolo  seguente,  quanto 
anche  che  questa  raccolta  di  glosse  deve  presso  a  poco  attribuirsi  alla  medesima  epoca. 
Tale  raccolta  peraltro  dovette  precedere  di  qualche  anno  la  copiatura  del  manoscritto. 
Difatti  se  è  facile  persuadersi  per  il  numero  delle  glosse  di  Rogerio,  di  Alberico,  e 
di  Cipriano,  che  questa  raccolta  fu  preparata  da  un  loro  scolare,  giacche  quei  tre  legisti 
fiorirono  contemporaneamente  verso  la  fine  del  secolo  XII,  è  facile  altresì  intendere 
come  il  manoscritto  pistoiese  non  provenne  direttamente  dall'  opera  di  imo  studioso, 
ma  da  un  amanuense  di  professione.  Ciò  è  dato  argomentare  dalla  mancanza  di  pre- 
cisione che  si  riscontra  principalmente  nella  riproduzione  delle  glosse.  Ed  infatti  non 
è  cosa  strana  il  trovarvi  delle  ripetizioni  di  glosse  ('),  errori  grossolani  (-'),  e  gravi 
lacune.  Perciò  in  alcuni  luoghi  l' intelligenza  dei  testi  da  noi  raccolti  è  dubbia,  e  in 
altri  l' interpetrazione  è  anche  impossibile;  ed  è  questo  il  motivo  per  il  quale  il  più 
delle  volte  ci  siamo  astenuti  da  ricostruire  il  testo.  Da  queste  osservazioni  ne  discende 
la  conseguenza,  che  il  manoscritto  pistoiese  ha  ricevute  le  sue  glosse  da  un  codice 
anteriore,  del  quale  manca  oggi  ogni  traccia. 

Un'  ultima  domanda  resta  a  proporsi  ;  a  quale  classe  cioè  di  manoscritti  glossati 
dell'Autentico  appartiene  il  codice  pistoiese?  Il  Savigny  (3)  ricorda  cinque  manoscritti, 
ove  sono  contenute  glosse  dei  medesimi  interpetri,  dei  quali  sono  conservati  i  commenti 
nel  pistoiese,  cioè  il  MS.  viennese  Jur.  civ.  19,  i  Monacensi  Augustani  14.  e.  44,  il  MS. 
Monacense  di  Frisinga,  e  il  MS.  parigino  4429.  Quest'ultimo  peraltro  è  quello  che  mag- 
giormente ha  analogia  con  quello  in  esame,  poiché  comprende  glosse  di  tutti  i  giuristi 
dei  quali  pubblichiamo  i  commenti.  Il  Biener  (4)  osservò  come  i  cinque  già  ricordati 
manoscritti  hanno  un  legame  di  affinità,  e  come  in  essi  si  leggono  presso  a  poco  le  me- 
desime glosse.  Il  contrario  si  osserva  nel  manoscritto  pistoiese,  il  quale,  salve  rare  ecce- 
zioni, comprende  glosse  che  non  si  trovano  negli  altri  codici,  e  neppure  nel  parigino  4429. 

Però  il  pistoiese  appartiene  ad  un'  altra  classe  di  manoscritti  glossati  dell'Auten- 
tico (5) ,  e  presenta  ima  maggiore  ricchezza  di  commento,  per  cui  crediamo  di  aver 
l'atta  cosa  non  disutile,  rendendone  conto  agli  studiosi  dell'  antica  letteratura  giuridica. 

(')  Glusse  (li  Cipriano,  n.  9  e  11;  10  e  12;  42  e  43;  48  e  49;  (il   e  02  e  56  e  57. 

(2)  E  inutile  che  citiamo  qui  i  gravi  errori  grammaticali  e  di  grafia  che  s'incontrano  in  queste 
glosse,  poiché  sono  assai  numerosi,  e  il  lettore  facilmente  può  verificare  da  sé  nella  edizione  del  ti  ito 
la  verità  della  nostra  asserzione. 

(3)  Savigny,  op.  cit,  v.  IH,  ediz.  delle  glosse. 

(4)  Biener,  Gcsch.  d.  Novell,  p.  280. 

(5)  Questa  osservazione  desunta  dal  numero  e  dalla  qualità  delle  glosse  del  manoscritto  pisto- 
iese, confrontato  col  parigino  4429,  trae  una  conferma  anche  dall'esame  del  contenuto  del  testo,  cioè 
dalla  comparazione  delle  Novelle  in  essi  trascritte.  Difatti  manca  nel  codice  pistoiese  la  Nov.  59, 
e  vi  sono  comprese  le  Nov.  110,  e  03  la  quale  non  è  glossata:  in  questo  è  differente  il  suo  contenuto 
da  quello  del  ricordato  manoscritto  che  si  conserva  a  Parigi  (Savigny,  Beytrag  sur  Geschichte  des 
Lateinischen  Novellente.vtes  etc.  Zeitschrift  fiir  geschichtl.  Kechtswissenschaft,  1810,  seconda  parte, 
p.  100  e  segg.).  Circa  la  distribuzione  delle  Novelle  nei  due  manoscritti  non  abbiamo  potuto  isti- 
tuire un  paragone,  poiché  non  conosciamo  l'ordine  di  esse  secondo  il  parigino:  quanto  al  pistoiese 
il  lettore  potrà  consultare  l'appendice  alla  presente  edizione. 


—  200  — 

Criteri  seguiti  nella  presente  edizione. 

Abbiamo  creduto  opportuno,  piuttosto  che  pubblicare  la  raccolta  delle  glosse  secondo 
l' ordine  che  esse  hanno  nel  manoscritto  pistoiese,  riordinarle  e  classarle  sotto  il  nome 
di  ciascuno  degli  antichi  legisti  dai  quali  provengono.  Così  più  agevole  sarà  per  lo 
studioso  la  indagine  sul  valore  scientifico  di  ciascun  giureconsulto,  e  l' apprezzamento 
del  metodo  seguito  da  ognuno  di  essi  nel  commento/ 

La  presente  edizione  riproduce  esattamente  il  testo  che  abbiamo  avuto  sott'  occhio, 
con  tutte  le  imperfezioni  che  ha  :  con  tutti  gli  errori  grammaticali  e  ortografici,  e  le 
arbitrarie  unioni  di  diverse  parole,  e  con  tutte  le  lacune  che  presenta.  Il  manoscritto 
è  molto  inesatta  stante  l'incuria  del  suo  amanuense:  perciò  molti  luoghi  di  queste 
glosse  snno  inintelligibili,  poiché  anche  intere  parole  sono  state  omesse.  Di  tal  fatto  ci 
ha  resi  persuasi  sempre  ili  più  il  paragone  che  abbiamo  instituito  fra  queste  glosse  e  i 
luoghi  corrispondenti  della  Glossa  Accursiana,  nei  quali  esse  sono  state  o  completamente 
o  sommariamente  riprodotte. 

Ciò  non  ostante  raramente  abbiamo  corretto  fra  parentesi  il  testo  errato:  le  cor- 
rezioni che  vi  si  osservano  sono  poche,  e  le  abbiamo  poste  soltanto  là  dove  era  chiara, 
e  sicura  la  vera  lezione  originaria  del  testo.  Dove  la  migliore  dizione  è  offerta  dalla 
Glossa  Accursiana  o  da  passi  corrispondenti  del  glossario  del  Savigny,  abbiamo  sup- 
plito in  nota,  11  completare  queste  glosse,  e  renderle  intelligibili  ove  non  lo  sono,  poteva 
a  buon  dritto  essere  giudicata  cosa  arbitraria,  e  poteva  condurre  non  di  rado  a  svi- 
sare il  vero  concetto  del  giureconsulto.  Perciò  ce  ne  siamo  astenuti;  e  gli  studiosi 
più  profondi  conoscitori  della  letteratura  irneriana,  o  in  seguito  a  comparazione  fatta 
del  testo  pistoiese  con  altri  manoscritti  che  riferiscano  queste  glosse,  i  quali  non  devono 
probabilmente  mancare,  potranno  con  maggior  sicurezza  ricondurre  alla  vera  lezione 
i  commenti  che  pubblichiamo. 

Inoltre  nei  luoghi  ove  il  manoscritto  non  è  più  leggibile  o  per  abrasione,  o  per 
qualunque  altra  causa,  abbiamo  collocata  ima  linea  di  puntolini,  corrispondente  in  esten- 
sione al  passo  non  decifrato. 

Nella  edizione  di  queste  glosse  in  primo  luogo  abbiamo  indicata  la  pagina  del 
manoscritto,  nella  quale  esse  sono  disposte.  Quindi  precedentemente  al  loro  testo  abbiamo 
riportati  i  numeri  della  collazione,  del  titolo,  e  della  novella,  il  principio  della  rubrica, 
e  le  prime  parole  del  capo-verso  al  quale  la  glossa  si  riferisce  :  non  abbiamo  mancato 
di  trascrivere  anche  le  parole  del  testo,  le  quali  sono  dalla  glossa  medesima  illustrate, 
allora  che  per  im  segno  di  richiamo  del  manoscritto  è  stato  possibile  riferire  ima  glossa 
ad  una  determinata  espressione  del  testo.  In  caso  di  mancanza  di  quel  richiamo,  ci 
siamo  limitati  a  citare  il  principio  del  capo-verso  al  quale  è  relativa  la  glossa,  oppure 
a  riportare  con  un  interrogativo  quelle  parole  del  testo,  egualmente  commentate  nell'appa- 
rato dell'Accursio. 

Tanto  per  il  parag di  questo  glossario  colla  Glossa  Magna,  quanto  ancora  per  le 

citazioni  dei  luoghi  dell' Auihenticum,  abbiamo  l'atto  uso  della  edizione  veneta  ili  quel 
testo  del  1584,  e  sussidiariamente  della  edizione  di  Venezia  del  1569,  le  quali  due  stampe 
(•diitengono  anche  la  glossa  dell'Accursio.  Infine  abbiamo  assegnato  a  ciascuna  glossa  un 
numero  progressivo,  perchè  le  citazioni  da  questa  raccolta  riescano  semplici,  e  brevi. 


—  201  — 
In  calce  m1  testo  delle  glosse  si  distinguono  duo  specie  di  note;  la  prima,  con- 
trassegnata da  lettore  greche,  serve  alla  critica  del  testo,  quale  si  può  dedurre  dalla 
Glossa  Accursiana,  dal  glossario  del  Savigny,  o  dall'  esame  del  manoscritto.  La  seconda. 
cui  servono  di  richiamo  i  numeri  arabici,  indica  i  luoghi  paralleli,  eguali,  o  analoghi, 
contenuti  nell'opera  dell'Accursio,  nella  raccolta  di  glosse  fatta  dal  Savigny,  o  nelle 
altre  opere  giuridiche  medioevali. 


PARTE  SECONDA 

Edizione  delle  glosse  all'  A  u  then  ticum 
contenute  nel  manoscritto  pistoiese. 

Glosse  d'  Irnerio 

f.  23  r.  —  (Auth.  Coli.  IV,  tit.  1,  Nov.  22.    —    De  nuptiis.  II ine  nos  alia.  —  v.  lex  a. 
nobis). 
1) ....  Id   est  .  capitulum  .  XXXI  .  (a)  Mulier  que  secundas  nuptias   contraxit  .  quem   ad   modum 
fìlli  sui  successionemeapitur  .  tam  extestamento  tum  in  eodem  capite  .  et  de  fratris  succes- 
sione .  y  .  0) 
(Ibid.  —  v.  nostrani  constitutionem). 
2) ....    Quoniam  mater  ueniens   ad  successionem  flliorum  cum  illorum  fratribus  .  et  accipiens  uirilem 
portionem  .  propter  testamento  .  ab  intestato   enim   uirilem   portionem   solius  usus  .  scilicet  . 
accipiens  et  hoc  per  istam  ultimam  constitutionem  .  y  .  ('). 

f.  30  r.  —  (Coli.   V,  tit.  4,  Nov.  49.    —    De  iis  qui  ingred.  ad  appetì.  —  Illud  etiam 
iudicavimus). 
3) ....  y.  Cod.  de  fide  instrumentorum  .  comparationes  .  (-). 

f.  34  r.  _  Coli.  VI.  tit.  3,  Nov.  74.  —    Quii.  mod.  natu.  filli  etc.  —  Sed  igitur  licentia. 
in  fine). 
4) ....  y.  Cod.  de  naturalibus  liberis. 

f.  42  r.  —  (Coli.  VII,  tit.  1,  Nov.  89.  —  Quii.  mod.  natu.  effic.  sui.  —  Et  quoniam  varie). 
5) ....  y.  Supra  .  (Cod.  ?)  de  naturalibus  .  liberis  .  Communi  .  (Communium  ?). 

f.  43  r.  —  (Ibid.  —  Si  quis  autem  defunctus). 
6) ....  y.  Supra  .  detrihente. 

f.  44.  —  (Ibid.  —  Ultima  si  quidem). 
7) ....  y.  Cod.  deincestis  nuptiis. 

f.  46  r.  —  (Coli.   VII,  tit.  9,  Nov.  84.    -  •    De  aequal.  dot.  etc.  —  pria.). 
8) ....  y.  Supra  .  const .  de  nuptiis  .  leg  .  VILI  (b). 

f.  47  r.  —  (Coli.   VII,  tit.  11,  Nov.  99.  —  De  duoli,  reis  prom.  —  prin.). 
9) ....  y.    Supra  .  defideius  (3). 

(a)  L'indicazione  del  numero  è  erronea,  poiché  si  riferisce  la  glossa  al  cap.  XXV  di  questa  medesima  novella. 

(b)  Cap.  Vili. 


(1)  Queste  due  glosse  insieme  unite  hanno  una  somiglianza  notevolissima  colla  rubrica  del  cap.  XXV  di  questa  costitu- 
zione, la  quale  rubrìca  porta  la  sigla  del  Bartolo. 

(2)  Eguale  in  Glossa  Accursiana  ibid.:  ma  vi  è  omessa  la  sigla  d*  Irnerio. 

(3)  Vedi:  Glo.  Accur.  ibid.:  v.  electìme.  Vi  è  omessa  la  sigla  d' Irnerio. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  l-\  Voi.  II,  l'arte  I".  26 


202  — 


Glosse  di  Bulgaro 

f.  27  r.  —  {Coli.  V,  tit.  3.  Nov.  18.  —  De  iureiur.  a  mor.  praest.  —  Sancimus.  v.  et 
alia  similia). 
])....  Quid  igitur  erit  siiuraucrit  .  se  dumtaxat  duos  aureos  habere  .  curri  centrai  haberet  (?) 
heredes  quidem  agent  adquartam  inquantumpossunt  fraudavi  nisi  excausa  ingratitudinis  .  se- 
cundum .  b  .  la  .  uero  asserit  eos  nonposse  agere  .  et  hoc  taliargumento  .  siipse  testate  nomina- 
tini  uetuisset  ne  falcidialo  haberent  .  nunquid  poterit  habere  .  minime  .  sed  illud  autem  .  loqui- 
tur  .  inquarta  que  debetur  iure  institutionis  .  non  inea  que  debetur  iure  naturae  .  secundum  b  . 

f.  44  r.  —  {Coli.  VII,  tit.2,  Nov.  90.  —  Et  quoniam  scimus  dudum.  v.  gestis  perlatis). 
2) ....  Ad  probandam  aeritatem  faeti  .  uel  instrumenti  .  postulatis  testibus  qui  sunt  alibi  desti- 
nati .  littigatores  .  uel  procuratees  ut(i?)  depositionibus  .  id  est .  attestati. mibus  (a)  subutrius- 
que  partis  presentia  factis  .  Siuolunt  interesse  .  etqui  producit  .  et  aduersus  quem  .  res  ad- 
priorem  iudicem  refferatur  .  sciente  eo  qui  producit .  quod  si  ab  initio  cognouerit .  uel  didi- 
cerit  postea  testificata  .  non  babebit  ulterius  lieentiam  uti  testium  productione,  nec  si  diuina 
inssio  preceperit .  Siuero  neque  per  se  .  quia  forte  abfuerit  .  neque  per  aliquem  aduocatorum 
suorum  .  testificationem  cognouerit .  neque  perdispntatìonem  aduerse  partis  .  lieentiam  habei 
«  dieta  testium  »  etiam  productione  uti  .  Sed  et  quarta  .  sacramento  abeo  dando  quod  neque 
subtraxerit .  neque  percontatus  est  attestatìones  .  neque  per  dolum  .  neque  per  artem  quartam 
producttonem  fieri  petit  .  Sed  quia  nonualuit  primitus  uti  denuntiatis  testimoniis  .  ei  uero 
contea  quem  fit  produdtio  testium  .  nullatenus  nocet  interfuisse  producioni  partis  aduerse  . 
Sed  poterit  obesse  Siinterfuit  suarum  producioni  .  posset  .  Scilicet  .  forsitam  (»)  et  sic  propter 
usum  intelligi  .  ut  depositionibus  sub  utriusque  partis  presentia  factis  .  id  est  .  sacramentis 
publice  factis  .  Sed  parte  .  uel  partibus  testificatorum  ignwis  .  res  adpriorem  iudicem  refe- 
ratur  .  B.(') 

f  51.  —  {Coli.   Vili,  tit.  L'i,  Nov.  112).  —  De  litig.  et  de  etc.  —  Ideoque  sancimus  ». 
rem  vendicare). 

3)  ....  Debitore    possidente    quinondum    tradiderat    eam  emptori  .  Vt    Supra  .  de  fìdeius  .  et   hec 

secundum  .  V  .  Vel  forte  etiam  emptore  possidente  .  et  ita  biccorrigitur  quoddictum  est .  Supra  . 
defideius  .  et  hoc  secundum  .  b  .  ('•). 
f.  57.  —  {Coli.  IX,  tit.  S.  Nov.  119.  —  Ut  sponsalitia  larg.  etc.  -    Aliud  ad  hoc  capitulum). 

4)  ....  Qui  tamen  nonsit  dominus  .  posset  enim   dominus  et  possidere  mala  fide  .  ut  siui .  uel  metu 

emit  ubis  ..  (//)  Quodui  emit  alii  tradidit  nondenegabitur  hec  longi  temporis  prescriptio 
secundo  emptori .  Exmala  fide  prioris  .  prescriptio  quia  non  innuitur  .  prescribere  reni  .  sed 
repellere  preteias  acciones  .  Ut  Cod.  quod  metus  cau.  1.  Ili  et  Ut.  ar.  Cod.  decensi .  et  .  per 
1.  Ult.  —  Ex  hoc  corrigitur .  quod  scientia  domini  scientis  rem  suam  alienari  non  preiu- 
dicat  ei  nisipost  decennium  sed  sipresens  esset  siquidem  iuris  putauit  ius  suum  ubique  durare. 
nonnocet  ei  si  sit  minus  peritus  uidetur  ius  suum  statini  amittere  ut  sit  alius  nocerent  in- 
scientia  .  aliud  inpresentia  .  B  . 

Glosse  di  Martino 

f.  12.  r.  —  {Coli.  II,  tit.  S,   Nov.  10).  —  De  refersnd.  etc.  —    Gum  "Ins.  in  fine. 
1)  ....  m.  Multitudo  honemsa  (numerosa)  nihil  habet  honestum. 


(«)  Liber  iuris  fiorentinus.  (Edi?..  Colimi.)  VI.  38,  4. 

\b)  Qui  il  testo  è  mancante  di  due  lettere  per  eausa  di  una  abrasione,  che  vi  e  stata  fatta, 


HI  luliani.  Epitome  (Ediz.  Hanel.  const.  IAXXIII.  e.  825). 

(2)  Vedi  trio.  Accur.  ibid.  :  v.  rcudicare.  Ma  la  redazione  nella  Glossa     tacursiaiu  è  alquanto  differente  da  quella  del  ms. 
pistoiese.  Vi  è  conserrata  la  sigla  B,  ma  invece  di  quella  di  Ugo  iVi  ha  la  sigla  Ir.  (Irverio.) 


—    203  — 

f.  16.   -  (Coli.  Ili,  tit.  I.  Non.  17.  —  De  mand.  prin.  —  Ex  libris  antiquis). 

2)  ....  Sicut  et  cimi  episcopo  cognoscit   supra  facto  amministratoris  .  ut  .  supra  .  ludici  .  sinesuf . 

fiant .  Siquis .  Supra  .  ut  .  iudices .  m. 
f.  19.  —  (Coli.  li',  hi.  I.  Nov.  22.  —  De  nuptiis.  —  prin). 

3)  ....  in.  Matrimonio(a)  si  (sic?)  —  forte  honesta   ut    uideantnr   humano    generi   introducere    tm- 

mortalitatem  (l). 
f.  41  r.  -  {Coli.   VII.  tit.  U  Nov.  89.  —  Quii.  nat.  ef  —'prin.). 
•1)  ....  —  Malum  esse  fugiendum  .  bonum  inueniendum  .  m. 
f.  42.  —  Ubai.  —  Si  quis  igitur  fuerit). 

5)  ....  Modos  oblationis  curio  perquam(os)  naturales  tiimt  leghimi,  m. 

f.  48.  —  (Coli.  Vili,  tit.  1,  Nov.  100.  —  De  temp.  non  sol.  pec.  —  v.  quinijui'itiiittnt  Imbauli). 

6)  ....  Scilicet .  annos.     M. 

f.  66  r.  —  oli.  IX,  tit.  fì,  Nov.  123.  —  De  sanctis.  episc.  etc.  —  Si  qua  mulier). 

7)  ....  ni.  Monachos  proprias  res  possidere. 

f.  69.  —  (Coli.  IX.  tit.  17,  Non.  134.  —  Necessanum  vero). 

8)  ....  ff.  ut  . .  ci.  monia..  .  M  (2). 

Glosse  di  Jacopo 

f.  33  r.  —  (Coli.  V,  tit.24,  Nov.  09.  —   Ut  omnes  obed.  ind.  etc.  —   Sì  igitur  fuerint 
ambo.  v.  rebus  compleatur). 

1)  ....  Scilicet .  simandauit  .  Vel  ratum  habuerit  (a)  alioquin  nontenetur  .  Vt  ft'.  quodui   aut .  ciani. 

1.  deuique  .  et  hoc  .    secundum  Jae.  (3). 
f.  34.  —  (Ibid.  —  Arripiat  autern.  v.  nisi  forte). 

2)  ....  dixi  causam  non  esse  traendani .  adalienam  (b)  prouintiani,  nec  ad  liane  felicissimam  eivita- 

tem.  Iac.  (4). 

f.  38.  —  (Coli.  VI,  tit.  8,  Noe.  70.  —  Apud  quos  oporteat  causas  etc.  —  Rem  cagno- 
scentes.  v.  in  omnia). 

3)  ....  loca  .  la. 

(Ibid.  —  v.  distendente^  ?). 

4)  ....  legeui .  la. 

(Ibid.  —  v.  ea  quae). 

5)  ....  loca  .  la. 

f.  44  r.  —  (Coli.  VII,  tit.  2,  Nov.  90.  -  De  testibus.  —  Et  quoniam  scimus.  v.  non  editis.). 
H)  ....  Scilicet  .  atestibus    tirbanis  .  id   est  .  non  debent   testes    urbani .  improuintiis   remitti  adte- 
stificandum.  la  ('>). 
f.  67.  —  (Coli.  IX,  tit.  6,  Nov.  123.  —  De  sanctis  .  episc.  —  Si  monachus  reliquerit). 
7)  ....  his  licet  succedat  successionis  tamen    nullam    habet  petitionem    prope   sed    prius  monaste- 
riuiii  mule  exuit.  la. 

Glosse  di  Ugo. 

f.  29  r.  —  (Coli.   V,  tit.  10,  Nov.  55.  —  Ut  de  caet.  commut.  eccl.  etc.  —  in  fine). 
1)  ....  Venerabilia  loca  inter  se  perpetuimi  cinphyteusin  celebrare.  V.  (6). 

(«)  "  habuit  n  in  Glo.  Accur.  il)id.  v.  FA  rie  absentis. 
(4)  "  aliam  ,  In  Glo.  Accur.  ibid. 


(1)  Glo.  Torinese  alle  Istit.  (Ediz.  di  Bollati,  Appendice  al/a  Storia  D.  lì.  nel  Medioevo  del  Savigny  v.  Ili,  p.  58)  f.  4.  5:!. 
§  1.  De  patr.  pot.  (v.  sive  matrimonium).  *  Matriinoniinn  enim  sic  est  honestuin  ut  uideatur  in  genus  lmmannm  ìmmortalitatem 
introducere  «. 

(2)  Questa  citazione  è  evidentemenftr  erronea,  e  non  sappiamo  a  qual  testo  sia  riferibile. 

13)  Simile  in  parte  in  Glo.  Accur.  v.  Et  de  absentis:  ma  von  vi  è  riportata  la  sigla  di  Jacopo. 

(4)  Simile  in  parte  in  Glo.  Accur.  ibid.  :  ed  è  senza  la  ^igla  di  Jacopo. 

15)  La  Glossa  Accursiana  in  questo  punto  e  una  copia  della  presente  gk.ssa  di  Jacopo,  e  ne  riferisce  la  sigla  (Glo.  Accur.  ibid.). 

(61  Qualche  elemento  di  questa  glossa  è  nella  GÌ.  Accur.  v.  ad  invicem,  ina  vi  manca  la  sigla  di  Ugo. 


—  204  — 

f.  37  r.  —  {Coli.   VI,  tit.  7,  Nov.  78.  —  Ut   liber.   de    caet.   aur.  etc.  —  sei  conscri- 
ptione). 

2)  ....  Nuiihabenti  uxorem  legitimam  .  ncque  filioslegitimos.  V. 

f.  56  r.  —  {Coli.  IX,  tit.  1.  Nov.  118.  —  De   haered.  ab  intest.  ven.  etc.  —  Si    igitur 
defunctus). 

3)  ....  Primi  gradus  .  uidelicet  cum  patre  et  matre  .  alios  autem  ascendentes  excludent .  secundum 

martinum  .  Vel  aliter  uocantuf  cum  ascendentibus  prosimi  gradus  .  h  .  id  est .  cum  his  qui 
Mint  proximi  Lngradu  dicuntur  .  quos  nemo  precedit.  Ut  ff.  de  uulgari  sub .  ex  duobus . 
Mortuo  ergo  patre  et  matre  .  auus  et  auia  proximi  dicuntur.  Idem  in  aliis  ;  et  sic  fratres 
non  excludunt  aliquem  ascendentium  .  secundum  .  V.  ('). 

Glosse  di  Rogerio 

f.  3  r.  —  {Coli.  I,  tit.  3,  Nov.  3.  —  Ut  deter.  sit  num.  etc.  —  prin.  v.  iis). 

1)  ....  scilicet .  locis  .  uenerabilibus.  E.  (2)  {interlineare). 

f.  9.  —  {Coli.  IL  tit.  1,  Nov.  7.  —  De  non.  alien,  etc.  —  in  fine). 

2)  ....  Scilicet .  dantis  .  scilicet  .  ut   bonus    asuo    patrimonio    auferret  .  etecclesiamque   conferret  . 

qui  se  ecclesie  consulere  .  buius  rei  honor  se  decore  fingebat.  R. 
{Coli.  II,  tit.  2,  Nov.  8.  —  Ut  iud  sine  etc.  —  v.  tempore). 

3)  ....  Scilicet .  nuper  .  R  (3)  {interi.). 

f.  9  r.  —  (Ibid.  —  prin.  Cogitatio  igitur .  v.  prò  ipso). 
1)  ....  Quod  ipse  contraxit .  ut   daret    administrationem    danti .  aut  promittenti .  R. 

{Ibid.  —  v.  delictum). 
5)  ....  Id  est .  delictimpunitatem  .  R. 

{Ibid.  —  v .  praestent). 
0  ....  Id  est .  preferuntur  .  nel  presunt.  R. 

{Ibid.)  -  v.  hinc?) 

7)  ....  Occasione  accepta.  R.  (4). 

{Ibid.  —  v.  confusio). 

8)  ....  precedunt .  etpresumuntur  fieri .  R. 

(Ibid.  —  Haec  autem  omnia  apud.  v.  ne  praestet). 

9)  ....  Scilicet .  quod  occasione  suifragii  dat .  R. 

(Ibid.  —  v.  maximum). 

10)  ....  Quod  antiquitus  darisolebat .  R. 

(Ibid.  —  Illud  tamen  decernimus  .  v.  IlluJ).  (rettifica  —  Haec  autem .  v.  UH). 

11)  ....  Scilicet .  amministrationem  suscipienti  .  R.  (5). 

(Ibid.  —  v.  officiis). 

12)  ....  Scilicel .  uicarii .  et  iudicis  .  R.  (6). 

(Ibid.  —  v.  nominando). 

13)  ....  Scilicet .  uno  .  id  est .  comes  .  frigie  .  pacatiane  tantum  inorietur  .  R. 

(Ibid.  —  v.  administrationem). 

14)  ....  acomite  sic  denuntiatum  I.'. 

f.  IO  r.  —  (Ibid.  —  Quod  autem  primitus). 

15)  ....  Quid  ergo  sic  destinantur .  Inuincula  perpresidem  redacti  sunnmiin  peiiculum   Bubstinebunt 

aprincipe  etqui  buius  mudi  eispreccjita  dederant  .  in  XXX  .  libraa  .  auri  mulctetnr  (entnr?).  K. 

(1)  -Il  Savigny  {Storia  del  II.  /,'.  ,te!  .Vediamo,  voL  111,  |>.  3S7)  ha  pubblicata    parzialmente    i|iu-»t.i    ^Ins^.i,  ma  ha  trovata 
nel  tu s.  Parigino  44'J9  una  redazione  assai  differente  da  quella  elle  pubblichiamo  noi. 
V2)  Eguale  in  Glo.  Accur.  loc.  cit.  Non  riferisce  la  sigla  di  Rogerio. 

(3)  Eguale  in  parte  in  Glo.  Accur.  ibid.  Non  riferisce  la  sigla  di  Kogerio. 

(4)  Eguale  in  parte  in  Glo.  Accur.  ibid.  :  ma  senza  sigla  di  Kogerio. 

(5)  Eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.  Jlaec  olitevi,  v.  itti:  senza  sigla  di  Kogerio. 

(6)  cimile  in  parte  in  Glo.  Accur.  ibid.  :  senza  >ij;la  di  Kogerio. 


—  205  — 

t.  12.  —  {Coli.  II.  tit.  4,  Nov.  0.  —  Ut  eccl.  rom.  etc.  —  v.  laesionem). 

16)  ....  Cum  habeanl  accionem  inrem.  R. 

17)  ....  Iti  est.  rei  proprie  annuissi,  meni  .  1*.  ('). 

(Ibid.  —  in  fine). 

18)  ....  liane  non  habere  mallet  rog(erius?)  est  quippe  italicis  urbibus  penitus  inutilis.  E. 

f.  13  r.  —  {Coli.  III,  tit.  1.  Nov.  14.  —  De  lenon.  —  in  fine). 

19)  ....  In  libro  rog.  casta  a. ma.. 

f.  14  r.  —  {Coli.  Ili,  tit.  2,  Nov.  15.  —  De  defen.  eiv.  —  prin). 

20)  ....  Quidam  liane  inutilem  sed  non  recte  iudieant.  E.  (*). 

f.  15.  —  {Ibid.  —  v.  actorum). 

21)  ....  publicorum.  E.  {interi.). 

{Ibid.  —  Ius  iurandum  vero). 

22)  ....  r.  Cod.  t(it.)  e  (ad.)  1.  mi. 

{Ibid.  —  Et  ac/i  apud.  v.  lurisdiclione). 

23)  ....  Scilicet  .  ordinaria  .  ut   causa   criminalis  .  et   liberali»  .  et    de    alimentorum    transaceione 

cognitio  .  et  deminoris   lapsi  restitutione  .  et   de    eius    predii    alienatioiie  .  uel    suppositione 
examen.  E. 
f.  15  r.  —  {Et  si  cadere,  v.  decretis). 

24)  ....  Quis  uero  furat  ut  confirmentur  immunere.  E. 

f.  19  r.  —  {Coli.  IV,  tit.  1,  Nov.  22.  —  De  nuptiis.  —  prin.  Unum  itaque). 

25)  ....  r.  Infra  .  deiure  .  in  .  amor  .  Inprin. 

f.  20.  —  {Ibid.  —  Si  vero  decretum). 
2G)  ....  r.  ff.  deiur  .  do  .  simuli  .  Ult. 
{Ibid.  —  Deportatio  tamen). 

27)  ....  r.  ff.  de  penis.  1.  H. 

28)  ....  r.  ff.  ad.  1.  ini.  pecula.  1.  III. 

29)  ....  r.  Cod.  de  donat.  inter  uirum  .  et  uxorem  •  Ees. 

30)  ....  r.  Cod.  de  repudi.  1.  I. 

f.  21.  —  {Ibid.  —  Soluto  igitur  matrimonio.  —  in  fine). 

31)  ....  r.  Cod.  debonis  .  quecumopor  .  p.  Siautem. 

32)  ....  ff.  depubli .  etuec  .  Imperai 

f.  21.  r.  —  {Ibid.  —  Primae  si  quidem  .  v.  alios). 

33)  ....  Supra  numeratos.  E. 

{Ibid.  —  Sed  quod  sancitum  .  v.   Vindicabunt). 

34)  ....  Si  patris  qui  hec  alienauit,  hereditatem  agnoscant.  E. 

{Ibid.  —   Venient  autem  talia  .  v.  nuptiis). 

35)  ....  Scilicet .  ex  secundis  nuptiis  .  aliis.  E. 

{Ibid.  —  v.  illi). 

36)  ....  Scilicet .  mortili  filii  liberi.  E.  {interi). 

f.  22.  —  {Ibid.  —  v.    .    .    .    ). 

37)  ....  —  (S)Icuti   omnium    filiorum    equaliter    sunt    parentes  .  taliitaque    ordine   mortalitatis  illis 

premorientibus  equaliter  succedunt  .  sic  praedictis  lucri  distribuendi    inter    liberos  adimitur 
eis  arbitrami.  E. 
{Ibid.  —  Et  super  iis  .  v.  cum  eis). 

38)  ....  id  est  .  superstitibus.  E.  (3)  {interi.). 

(Ibid.  —  v.  filio). 

39)  ....  Scilicet  .  acciderit.  E.  {interi.). 


(1)  Eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.:  senza  sigla  di  Rogerio. 

(2)  Questa  glossa  fu  già   pubblicata  dal  Savigny  {Storia  del  D.  R.  nel  Medioevo,  v.  Ili,  p.  420) ,  che  la  trasse  dal  ms. 
Monacense  Augustano.  14. 

(3)  Uguale  in  Glo.  Accuv.  ibid.:  senza  sigla  di  Rogerio. 


—  206  — 

(Ibid.  —  v.  ad  pietatem). 

40)  ....  Scilicet  .  parentibus  exibendam.  E.  ('). 

41)  ....  licet  in  modice  sit  promissum.  E. 

(Ibid.  —  Quia  vero  haetenus.  v.  quod  plus.). 

42)  ....  Scilicet  .  datum  .  quoinodo   uitrico  .  quam  fllios  (a)  habet  ilio  (b)  qui    minorai!    portionem 

babuit.  E.  (2). 
(Ibid.  —  v.  optimum). 

43)  ....  Id  est.  inspici  debet  quodplusest.  R. 

(Ibid.  —  v.  eam). 

44)  ....  Scilicet .  que  tempore  mortis  est.  E. 

(Ibid.  —  v.  quod). 

45)  ....  Id  est .  quod  Alio  sit  datum.  R. 

(Ibid.  —  Quia  vero  lucra,  v.  frequentiam). 
Ili)  ....  frequentius  enim  morte  quam  diuortio  soluitur  matrimonium.  E.  (3). 
(Ibid.  —  v.  punii.). 

47)  ....  eius  cuius  culpa  (e)  matrimonium  .  dissoluatur  (d).  E.  (4). 

(Ibid.  —  v.  causa). 

48)  ....  Scilicet .  diuortii.  E.  (5)  (interi). 

40)  ....  Scilicet .  eius  cuius  culpa  matrimoniom  dissoluitur.  E. 
f.  22.  r.  —  (Ibid.  —  Si  vero  solum.  v.  eum). 

50)  ....  usumfructuin.  E.  (6)  (interi.). 

(Ibid.  —  Eiusdem  quoque,  v.  principi*). 

51)  ....  Alexandri.  E,  (')  (interi). 

(Ibid.  —  v.  illud). 

52)  ....  Scilicet .  preceptum.  E.  (8)  (interi). 

(Ibid.  —  Si  autem  tutelam.  v.  mulierem). 

53)  ....  Que  comtempto  iure  ni  .  conuolauit  ad  seeunda  uota.  E. 

(Ibid.  —  v.  pestifere). 

54)  ....  Id  est .  ius  .  iuraiidum  .  contempnea(atV)  .  et  defunctì    memoriali]    et    caritatem  filiorum.    R. 

f.  23.  —  (Ibid.  —  Quae  vero  nunc  sequitur.  v.  praesentia). 

55)  ....  Id  est .  decreta.  E.  (interi). 

(Ibid.  —  v.  existentcs). 
50)  ....  Tantomodo.  E.  (interi). 

(Ibid.  —  v.  iurare  sacramintum). 

57)  ....  Scilicet.  ut  (e)  ad  secundas  nonuenirent  (/')  nuptias .  prediete  mulieres.  E.  (s'). 

(Ibid.  —  v.  quod  Dcuìiì). 

58)  ....  propter  periurium.  E. 


(«)  "  filiifs  n  (Glo.  Accur.  ibid.).  Dopo  la  parola  «  ritrito  «  la  Glossa  aggiunge  -  vel  novercae 

(i)  La  parola  «  ille  »  è  omessa  nella  Glossa  Aecursiana.  ibid. 

(e)  *  prò  culpa  causa  ».  Glo.  Accur.  ibid.  v.  procacitalem. 

i"'l  -  dissoluitur  n.  Glo.  Accur.  ibid.  v.  procacità 

i-i  -  ut  *  omette  la  Glo.  Accur.  v.  hoc  iurare. 

(/)  u  venire  n  in  Glo.  Accur.  v.  hoc  iurare. 


(1)  Eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.  senza  sigla  di  Rogerio. 

(2)  Quasi  eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.:  colla  sigla  di  Rogerio. 

(3)  Questa  glossa  è  inserita  e  amplificata  in  Glo.  Accus.  ibid.  v.  Sane  ani  i  sigla  di  Rogorio. 
ili  Eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.  v.  procacitatem  :  senza  sigla  di  Rogerio. 

15)  Vedi  Glo.  Accur.  ibid.:  senza  sigla  di  Rogerio. 

l'i!  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  illum:  senza  sigla  di  Rogerio. 

(7)  Eguale  in  parte  in  Glo.  Accur.  ibid:  senza  sigla  di  Rogerio. 

(8)  Eguale  in  parte  in  Glo.  Accur.  v.  pro'Cij'is  :  senza  sigla  di  Rogerio. 

(9)  Eguale  in  parte  in  Glo.  Accur.  v.  hoc  iurare  :  senza  sigla  di  Rogerio 


—  207  — 

(Ibid.  —  i    aufei  entes). 
59)  ....  Scilicet  .  ne  olterius  iurenl  non  nupturas  esse  K.  (>). 
(in)  ....  Iil  est .  ius  .  Iil .  est .  perceptio  aero  est  admissa.  Et. 

61)  ....  r.  ff.  de  legat.  IH  .  Nondn  .  contea. 

62)  ....  tt'.  de  condici  etde  .  Quotiens  .  contea. 

[limi.       v.  defunctì). 
68)  ....  Id  est.  duo   inconuenientia    sequuntur  .  alterum  inalio  casu  .  alterum   inalio  .  sienim  iubeal 
air  ne  mulier  nubat.et  lex  custodiat  hoc . proamaritudine  est.iterum    siuoluerit    aubere  et 
accipere  quod  relictum  est.   scelus  est  R, 
(Ibid.  —  v.  fluctuantem). 
i.li  ...  Scilicet .  testatus.  R.  (interi.). 

65)  ....  Scilicet  .  coniugem.  R. 

66)  ....  Mulierem  uaccillantem.  R. 

67)  ....  l'I  est  .  legitimam.  R. 

(Ibid.  —  v.  nubendi  i. 

68)  ....  Scilicet  .  conditionibus  .  scilicet  .  percipiendi    legatum   .  etsic    inuiduitate    morandi   .  nel 

adsecundauota  ueniendi  etsiclegato  carere.  R. 
(Ibid.  —  v.  relictum  est). 

69)  ....  Ealege  nenubat.  R.  (*)  {mtcrì.). 

(Ibid.  —   Unde  sancimus  v.  prohibuerit). 

70)  ....  Scilicet .  prohibuerit .  ad  aliud  uenire  matrimonimi].  R.  (3). 

(Ibid.  —  v.  et  post)  . 

71)  ....  Quoniam  ad  secundas  nuptias  sit  conuolata.  R. 

72)  ....  r.  ff.  decondict .  etde  .  Cumitaque  .  p  .  metile. 

73)  ....  r.  ff.  de  Ver .  Insulam. 

(Ibid.  —  >'.  hoc  quod). 

74)  ...  Scilicet .  ypothecam  rerum  percipientes  predictum  legatum.  R.  (*). 

(Ibid.  —  v.  duri  quod). 
7",)  ....  Scilicet .  uolumus.  R.  (5)  (interi.). 

(Vini.   —    r.  nini  nule). 
7ii)  ....  Iuratoria.  R.  (6)  (interi.). 

il  In  il.  —  o.  hypothecis). 

77)  ....  Tacitis  R,  C)  (interi). 

(Ibid.  —  v.  aliud). 

78)  ....  Seilicet .  apecunia  nu.  (a)  R,  (s)  (interi.). 

(Ibid.  —  v.  restituì). 

79)  ....  Precipimus  .  R.  (interi.). 

(Ibid.  —  v.  medeatur  partem). 

80)  ....  Id  est .  res  arciat .  R. 

81)  ....  Id  est .  restituat  quod  diminutum  fuerit.  R. 

(Ibid.  —  v.  usuris). 

82)  ....  Restituantur  peccunie  legate.  R. 

(a)  «  numeratine  »  in  Glo.  Accur.  ibid. 


(11  Quasi  eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.:  senza  sigla  di  Rogerio. 

(2)  Quasi  eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.  :  senza  sigla  di  Rogerio. 

(3)  Eguale  in  parte  in  Glo.  Accurr.  v.  marìliim  :  dopo  la  glossa  sopra   edita  la   Glossa  Accnrsiana  riferisce  un  comple- 
mi'nto,  e  vi  appone  la  sigla  di  Rogerio. 

(4)  Eguale  in  parte  in  Glo.  Accur.  v.  dniiins:  senza  sigla  di  Rogerio. 

(5)  Eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.:  senza  sigla  di  Rogerio. 

(6)  Eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.  :  senza  sigla  di  Rogerio. 

(7)  Eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.:  senza  sigla  di  Rogerio. 

(S)  Eguale  in  parie  in  Glo.  Accur.  ibid.  :  senza  sigla  di  Rogerio. 


—  208  — 

(Ibid.  —  v.  indicando). 

83)  ....  Iti  est  .  usurarum  perceptarum  augmento.  lì. 

84)  ....  persona  relictum  capiens.  R. 

(Ibid.  —  v.  centesimae). 

85)  ....  scilicet .  in  rem  suam.  R.  (interi). 

(Ibid.  —  v.  fideimsorem  dare). 

86)  ....  derestìtuendo  legato  eumfructibus  si  ad  secundum  itum  fuerit  matrimonium.  R. 

87)  ....  r.    ff.  dere  .  uen  .  Siquis  hac. 

(Ibid.  —  v.  vindicetur). 

88)  ....  Qui  hoc  relictum  soluat.  R.  (interi.). 

f.  23.  r.  —  (Ibid.  —  v.  habeat). 

89)  ....  Scilicet .  legatarius.  R.  f1)  (interi). 

(Ibid.  —  v.  conditionem). 

90)  ....  Scilicet  .  ne  secundas  .  ineat  .  miptias  R.  (•)  (interi). 

(Ibid.  —  Et  quia  parum.  r.  accipiens). 

91)  ....  Scilicet .  sit .  R.  (interi.). 

(Ibid.  —  v.  mairi). 

92)  ....  Id  est .  admatris  utilitatem  .  R.  (3). 

(Ibid.  —  v.  tenere). 

93)  ....  Scilicet .  de  usuris  (a)  uel  de  cautiuiiilms  .  R.  (interi). 

(Ibid.  —  ».  Ilinc  nos  alia). 

94)  ....  existentibus  flliis  .  R.  (interi.). 

(Ibid.  —  v.  post  haec). 

95)  ....  Id  est .  post  liane  legem  .  R.  (4); 

(Ibid.  —  v.  necesse). 

96)  ....  nos  qualiter  eisuccedatur  dispoti.e  .  R. 

(Ibid.  —  v.  substantiam). 

97)  ....  futurani  .  R. 

(Ibid.  —  v.  correctione). 

98)  ....  Quiaindimidiam  partem  vocabatur  mater  pertertulianum  cum    sole  sorores  superaxant   de- 

functo  non  etiam  fratres.  R. 
f.  26.  —  (Coli  IV,  tit.  18,  Nov.  39.  —  De  restii  et  ea  etc.  —  prin.  v.  eas  expendisse). 

99)  ....  Cum  forte  dos  inestimatadiceretur  .  R.  (5). 

(Ibid.  —  v.  non  existentibus). 

100)  ....  Id  est .  premortuo  fratri  .  R. 

(Ibid.  —  v.  praeceperat  ei). 

101)  ....  Id  est  .  superstiti  .  R,  («). 

(Ibid.  —  v.  satis faci  in). 

102)  ....  Id  est .  restitutio  ut  perceperat  (preceperat  ?)  deranctus  .  R. 

(Ibid.  —  v.  restituti.onem). 

103)  ....  Id  est  .  per  substitutionem  Reliquisse  .  R. 

(Ibid.  —  Quamobrem  praesentem.  v.  excipere). 

104)  ....  Scilicet .  concediti!!  .  R.  (interi). 


(a)  Qui  per  lo  spazio  *li  tre  lettere    il    testo   ò   quasi   inintelligibile ,  cosicché   diamo  come  molto  incerta  la  lezione 
»  usu/ris  n. 


(1)  Eguale  in  Glo.  AcCUr.  ibid.:  senza  sigla  di  Rogerio. 

(2)  Simile  in  Glo.  Accur.  ibid.:  v.  suo  tali  condilioM:  senza  sigla  di  Rogerio. 

(:tl  Eguale  in  parte  in  tìlo.  Accurr.  ibid.  v.  conscriptum  est  malti:  senza  sigla  di  Rogerio. 

(4)  Eguaio  in  Glo.  Accur.  ibid.  :  senza  sigla  di  Rogerio. 

(5)  In  parte  simile  al  Glo.  Accur.  ibid.:  senza  sigla  di  Rogerio. 

(6)  Eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.  :  senza  sigla  di  Rogerio. 


—  2H9  — 

f.  2ti.  r.  —  (Ibid.  —  Unum  siquidem  .  v.  hunc). 

105)  ....  Scilicet  uirum  .  R.  ('). 

{Ibid.  —  ».  eo). 

106)  ...  Scilicet  .  uno  .  R.  {interi). 

{Ibid.  —  v.  concupiscenti"'  ) 
L07)  ....  Scilicet .  dicebat .  R.  {interi.). 

f.  27.  r.  —  (CWZ.   K,  tò.  5,  Nov.48.  —  Z)e  ìiircm,-  etc  —  prin.v.et  in  hòc  aèquiescmt). 
L08)  ....  Scilicet .  ut  sint  heredes .  sicut  testator  disposuit .  R.  (2). 
100)  ....  r.  ff.  de  legat .  I .  filius  .  diuus. 
110)  ....  r.  Cod.  de  non  numerata .  pc.  Generaliter. 
Ili)  ....  r.  ff.  de  leg  .  Ili .  cumpater  .  et  1 .  Vlt . 
112)  ....  r.  ff'.  T.de  leg  .  filius  .  fa  . 

{Coli.   V,  tit.  2,  Nov.  47.  —   Ut  praep.  et,-.  -  prin.). 
11:'.)  ....  r.  Cod.  de  liberis  .  le  .  Aurelius  .  Eumque. 
Ili)  ....  r.  Cod.  de  iur  .  deli .  Quidam. 
11.">)  ....  r.  ff.  de  aministrat .  t .  eum  queritur. 
1 1C)  ....  r.  Infra  .  de  bonis  .  lib  .  nonabsur  .  (Dig  .  de  bonis  .  lib  .  nam  absurdum  ?i 

117)  ....  r.  Supra  .  deher  .  et  fai  .  Nonautem. 

118)  ....  r.  ff.  sipars  .  her  .  pet .  permitten. 

f.  30  r.  —  Coli.   V,  tit.  4,  Nov.  49.  —  De  iis  qui  ingred.  etc.  —  prin.). 
1  loi  ....  r.  Infra  .  de  appellat .  in  .  VHI .  coli. 

f.  32.  —  {Coli.   V,  tit.  16.  Noe.  61.  —  Ut  imrnob.  ante  etc  —  in  fine). 

120)  ....  Inlibro  .  R  .  nouerit .  forte  alienationem  secuudum  adhiberis  consenstim  .  R, 

f.  35.  —  {Coli.  VI,  tit.  3,  Nov.  74.  —  Quib.  mod.  etc—  Quoniam  autem  iriterpellationibus). 

121)  ....  r.  Cod.  de  iure  delibera .  Cumque. 

122)  ....  r.  Cod.  de  nupt.  caligato. 

f.  35  r.  —  (Coli.   VI,  tit.  1,  Nov.  72.  —   Ut  qui  oblici,  etc.  —  in  /ine). 

123)  ....  r.  Infra  decret .  VE  .  q.  I .  Quiaperi. 

124)  ....  r.  Cod.  deagrico.et  contra .  contra .  quem  ad. 

125)  ....  r.  ff.  de  acquir  .  pos  .  Quodmeo  .  Si. 

f.  36.  r.  —  (Coli.   VI,  tit.  2,  Nov.   73.  —  De  instr.  caut.  —  in  fine.  v.  respublicn). 

126)  ....  Ita  inlibro.  R.  (interi.). 

f.  37.  —  (Coli.   VI,  tit.  7,  Nov.  73.  —   Ut  liber.  de  caet.  etc  —  prin.  v.  discernentes). 

127)  ....  Inlibro  R  .  discernente. 

f.  37  r.  —  (Si  quis  autem  libertam,  v.  cuiuslibet). 

128)  ....  Ergo  et  senator  libertam  uxorem  habere  poterit .  R. 

(Ibid.  —  v.  observationem). 
1201  ....  Scilicet .  et .  R. 

(Ibid.   —  v.  pristinum). 
130)  ....  Sincopa.  R.  (3). 

(Ibid.  —  v.  liberati). 
131 1  ....  postulatione  .  R. 

(Ibid.  —  v.  et  haec  appellatio). 

132)  ...  Quiautem  ciuis  romanus  non  fuerat .  cuius  (cives'r)  romanus  appellari  possit  postea  quam  in 

ciuitate  romana  habitauerit .  (Ut .  Supra  .  de  statu  .  ho  .  Inurbe  .  Vt  Dig  .  de  statu  hominum  . 
In  orbe  ?)  R. 

(Ibid.  —  v.  subiectorum). 

133)  ....  Scilicet .  quiaduene  fuerant .  R. 

(  1  )  Eguale  in  (rio.  Accur.  ibid.  :  senza  sigla  di  Rogerio. 

(2)  Eguale  in  parte  in  Glo.  Acuir,  ibid.:  senza  sigla  di  Kogerio. 

(3)  Vedi  Glo.  Accur.  ibid.:  senza  sigla  di  Rogei'io. 

Classe  di  scienze  .morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4*.  Voi.  II.  Parte  la.  27 


—  210  — 

(Ibid.  —  v.  peregrini). 

134)  ....  Id  est .  aduene  .  R.  (interi.). 

135)  ....  r.  Cod.  de  iure  .  liberor. 

(Ihid.  —  v.  die). 

136)  ....  Scilicet.ius  romane  ciuitatìs  .  I!.  ('). 

(Ihid.  —  v.  subiectus  donauit). 

137)  ....  Quasifacto  auxilio .  E. 

(Ibid.  —  occasionem). 

138)  ....  Scilicet . regenerationem .  B.  {'mirri.). 

f.  38.  —  (Coli.   VI,  tit.  8.  Nov.  79.  —  Apud  quos  op.  etc.  —  v.  qui  Idem  . 

139)  ....  Scilicet .  conuentionalem  .  lì. 

(Ibid.  —  v.  proferre). 

140)  ....  Episcopus  monachimi  adsuum  aocet  examen  .  R. 

(Ibid.  —  ».  repelletur). 

141)  ....  Scilicet .  tempus  .  protempore  .  R. 

p.  39  r.  _  (Coli.  VI,  tit.  11,  Nov.82.  —  De  iudic.  etc.  -  Nullo  quoque). 

142)  ....  r.  Cod.  quor  .  appellat .  non  recip  .  li  .  (1.  I?). 

143)  ....  r.  Cod.  nelieeat .  iimna  eademque  causa. 

(Ibid.  —  His  qui  causas  .  curabunt). 
Ili)  ....  Scilicet .  eligantur .  R. 

1'.  40.  —  (Ibid.  —  Omnis  autem.v.legem). 

145)  ....  priorem.  Vt.  Infra,  coli.  VHI.Vt.cumdeappellat.  co.  et  (Cod.  ?)t.  delegibus  .  et  const. 

leges  .  et  constitutiones  .  R  (2). 
f.  40  r.  —  Coli.  VI,  Ut.  13.  nov.  84.  —  De  consang.  —  prin.  v.  fratribus). 

146)  ....  r.  Id  est .  attinent  .  E. 

(Ibid.  —  v.  vwra). 
117)  ....  Scilicet .  habentibus  .  R. 
(Ibid.  —  ».  hoc  ipso). 

148)  ....  Scilicet .  quod  fratres  sunt  .  R. 

149)  ....  Supra .  ammonet .  R.  Supra  .  habentibus .  lì. 

150)  ....  Supra  .  Qui  fratres  dant .  R.  Supra  .  uiri  .  R. 

f.  41.  r.  —  (Coli.   VI,  tit.  17.  Noe.  88.  —  De  deposito.  —  prin.  v.  ilh\ 

151)  ....  depositores  .  R. 

(Ibid.  —  v.  conditionibus). 

152)  ....  Indepoitendo  dictis  .  R. 

(Ibid.  —  v.  vii  ). 

153)  ....  Contea  depositarmi!)  .  R. 

(Ibid.  —  v.  depositum). 
Ioli  ....  depositi  accioni  (a)  ueluti  illudne  ei  compensatio  obitiatur .  R.  (3). 
i ////',/.     -  /■.  compellatur). 

155)  ....  Scilicet .  depositarius  .  R.  (interi.). 

(Ibid.  —  v.  mandatis). 

156)  ....  Principum  .  lì. 

f.  43.  —  (Coli.   VII,  tit.  1,  Nov.  89.  —  Quii),  mod.  etc.  —  Gencraliter  autem). 

157)  ....  r.  ff.  de  his  quisui.  1.  ult. 


(«1  "  actione  »  in  Olo.  Aerar,  v.  data  sunt. 


ili  In  parte  eguale  in  ilio.  Accur.  ibid.:  sensa  sigla  'li  Kogerio. 
(2)  In  Vitrle  situilo  in  Grlo.  accorr,  ibid::  senza  sigla  'li  Rogerio. 
;i  \"h  Ciò.  Accorr,  v.  data  sunt:  senza  sigla  'li  li' 


—  211  — 

f.  13  r.  --  {Ibid.       Sì  auis  autem  defunctus  .  co  liuge) 

158)  ....  Qua   esistente  .  consuetudinem    adconcubinam    habere    omni  modo    interdicitur  .  Ld [uè 

extalis  concubine  coniunctione  nati  .  huius  legis  beneficio  sunl  omnino  .anturi.  E. 
f.   1 1.  —  {Ibid.  -     ni  /ine). 

159)  ....  r.  Cod.  quando  .  mulier  .  tu  .  offi  .  fun.  1.  alt 

L60)  ....  r.  Cod.  qui  petant  .  tu  .  1.  alt. 

L61)  ....  r.  il',  deconfi  .  tut.  1.  alt. 

f.  t5  r.   -  (Coli  VII,  tit.   6,  Nov.  HI.  --  Ut  sine  prohib .  etc.  -  m  fine.  u.  aliquae). 

162)  ....  Scilicei  .  mulieres.  E.  (')  {interi). 

f.  16  r.  —  {Coli  VII,  tit.  9,  Xor.  97.  {De  aeqml  .  dot.  etc.  -  Eoe  igitur). 

163)  ....  i'.  Cod.  de  [>act.  con.  tam.  1.  Exmort. 

i.   17.  —  {Ibid.  —  Quia  vero  et). 

164)  ....  r.  t-'"il.  detesti  .  1.  I. 

L65)  ....  r.  Cod.  denonnumera  .  pe  .  Generaliter. 

f.  17  r.  —  {Ibid.  —  IH  mi  quoque  sanorrì 
L66)  ■■■■  i'.  Supra  .  Ut  imno  .  ante  .  nupt.  do  .  Id  est. 

167)  ....  r.  ff.  de  stata  li.  1.  pennlt. 

168)  ...  r.  ff-  de  erudii  .  instit  .  mulier.  I. 

f.  50  r.  —  {Coli.   Vili.  Hi.  li'.  Xor.  ni).  Haec  const.  etc.  -  {prin.). 

169)  ....  r.     Infra  .  decret.  libro  .  mi  .  contea. 

f.  55.  —  {Coli.   Vili.  tit.  18,  Xor.  li;.  —  ri  Uceat  matn  etc.  —  Quia  vero plurimas. 

r )■ 

170)  ....  Scilicet.ut    exhoe  p  {a)        appareat    iuste    etante  aecusationem.    Ut    sic    hoc    nonueteres. 

Otquidain  praue  sentiunt .  tollat  leges.  Sed  secundum  illas  ut  amepotius  exponatur  acertis.  1.'. 
f.  .'.li.  —  {Ibid.  —  His  quoque  etiam) 

171)  ....  r.  ff.  ad.  leg.  lui.  de  aduli.  Marito. 

f.  58  r.  —  {Coli.  IX,  tit.  3,  Xov.  120.  —  De  alien  .  et  emph.  etc.  —  Ea  vero  7  e».'  ab). 

172)  ....  r.  ff.  leg.  IH.  Ut  cornuta. 

{Ibid.  —  Si  vero  quis  a 
17:'.)  ....  r.  ff.  locati  .  quero.  Inter. 

f.  60.  r.  _  {Coli.  IX.  Ut.  11.  Xor.  i::i.  —  De  eccles.  tit.  —  Si  autem  legatum). 
1711  ....  r.  ff.  ad  leg.  tale.  1.  I,  contea.  Soluti.,  illa  teahitur  ad  istani. 

f.  64.  —  {Coli.  IX.  tit.  6.  Xor.  123.  -  De  sanctis  .  epis.  -  prin.). 
17.",)  ....  r.  Infra  .  decret  .  XXV  .  q.  Ult.  e.  pennlt. 

f_  g5  r.  _  (ibid.  —  Presbiteros  autem  diaconos  .  v.  Presbiteros). 

176)  ....  Scilicet .  qui  non  sint  rectores  loci  uenerabiles.  Ut  .  supra  .  de  ecclesia  .  ti .  Interdici.  I.'. 

177)  ....  r.  Cod.  de  episcopis  .  Cumleges  .  presbiteri. 

f.  66.  r.  —  {Ibid.  —  Omnibus  autem  laicis  .  v.  archiatri 

178)  ....  Id.  est  .  libro  .  rog.  archiatris. 

f.  68.  {Coli.  IX.  tit.  17.  Xor.  131.  —  Ut.  nulli  imi.  lic.  —  Nulli  vero  Uceat). 

179)  ....  r.  Cod.  quesit .  lon.  con.  1.  II. 

180)  ....  r.  ff.  delegibus  etconstit.  Quodnon. 

f.  69.  {Ibid.  —  Si  quando  vero  .  v.  ir, ir). 
181 1  ....  Posita  .  Supra  .  Ut  .  lieeat  matei  et  mi.  qniauero.  I.'.  (2) 
1  Ibid.  —  Quia  vero  aliqux  I. 
1    .,..  Infra  .  desanctis  episcopis  .  Siq.ua  .  .'..idra  .  Solutio  .  Ufi    corrigit  istam  .  Vel    hicloqùitur 
.  uni   iniiiti-  (us?)  quis  un. misteri  uni  intrat.   E. 

[a]  Probabilmente  la  lezione  del  testo  è   incompleta  od  «rata,  poiché  il  suo  significato  re  ta  oscuro. 


(li  Eguale  in  Glo.  Accllr.  ibid.:  senza  sigla  di  Rogerio. 

ei|  Eguale  in  parte  in  Glo.  Accnr.  ibid.  :  senza  sigla  di  Rogerio 


—  212  — 

(Ibid.  —  Si  quis  vero  accusatasi. 

183)  ....  r.  Infra  .  decretis  .  XXXI  .  q.  1.  Illud. 

{Ibid.  —  Quia  vero  nos  .  v.  fures). 

184)  ....  Inhac  causa  intelligi.  E. 

f.  69.  —  (Ibid.  —  v.  leyalibus). 

185)  ....  Id.  est .  legis  iulie.  E. 
180)  ....  r.  Cod.  depen.  depor. 

f.  70.  (Coli.  IX.  tit.  15,  Nov.  132.  —  De  interi,  roti.  huer.). 

187)  ....  r.  Cod.  de  .  hereticis  .  1.  Cuncti. 

188)  ....  r.  Cod.  de  .  episcopis  .  et  cler.  Conuenticnla. 


Glosse  di  Alberico 

f.  9.  r.  —  (Coli.  II,  tit.  2,  Nov.  8.—  Ut  iudices  sine  quo  .  etc.  —  Illud  tamen  .  v.asianae). 

I  )  ....  a.  Scilicet .  prouintie  .  (interi.)  ('). 

(Ibid.  —  Eos  autem  qui). 

2)  ....  a.  Infra  .  ius  .  iurandum    quod  prestatili'  (2). 

3)  ....  a.  Infra  .  scriptum  exemplar  .  huius. 

(Ibid.  —  Necessitateci  habente). 

II  ....  a.  Cod.  ut  omnes  .  tarn   ciuiles  .  qu-.ini    militare(s)  iudice(s)   post   administratorem    (admini- 

strationem)  (3). 

f.  10.  r.  —  (Ibid.  —  Quod  autem  primitus). 
5)  ....  a.  Infra  .  Ut .  omnes  .  obed  .  iudic. 
0)  ....  a.  Supra  .  e(od  .  tit .  ?)  Volumus. 

f.  11.  —  (Ibid.  —  infine). 

7)  ....  a.  Cod.  ut  omnes  tam  ciuiles  .  quain  militares  iudices  .  post  .  deposita™. 

8)  ....  a.  Supra  .  eod.  (tit.).  Volumus. 

f.  12.  -  (Coli.  II.  tit.  4,  Nov.  9.  —   Ut  Uccie.  Rom.  eh:  -  prin.). 

9)  ....  a.  Infra  .  nouell.  presens  constitu  .  iubet  (*). 

lui  ....  a.  Infra  .  constit .  quod  medicamta  (medicamenta)  morbis  .  incoi]  .  Vili  (5). 

11)  ....  a.  Infra,  eod.  (tit).  Quod. 

(Ibid.  —  v.  propaganda-m). 

12)  ....  Id  est  .  extendendam  .  a. 

f.   12.  r.  —  (Coli  II,  tit.  5,  Nov.  10.  —  De  re  fere,,..  —  in  fine). 

13)  ....  a.  Supra  .  ut  determinatus  sit .  num  .  clericorum. 

(Coli.  II.  tit.  7,  Nov.  12.  —  De  ine  et.  nef.  nupt.  —  Ut  hoc  quidem  .  e.  dissolvi). 

14)  ....  a.  Scilicet  .  ante  .  legem  istalli  (6). 

f.  13.  (Coli.  Ili,  tit.  1,  Nov.  14.  —  De  lenon.  —  prin.  n.  humana). 
l"i|  ....  Id  est.  abilia  (labilia)  et  proni  .(prona)  (a)  a.  ("')  (interi.), 

f   15.  —  (Coli.  Ili,  /il.  :'.  Nov.  i5.  —  De  defen  .  civit  .  —  lusiurandum  vero). 

16)  ....  a.  ff.  de  officio  .  procon  .  Solet  . 

17)  ....  a.  Infra  .  nouellis  .  test .  atque  .  (8). 

(a)  "  Id  est  .  labilia  et  prona .  «  in  Glo.  Accorr,  ibicì. 


(1)  In  parte  eguale  in  Glo.  Accur  v.  ita  nuncupari:  senza  sigla  di  Alberico. 

(2)  Vedi  Glo.  Accur.  v.  epentesi  senza  sigla  di  Alberico. 

(3)  In  parte  eguale  in  Glo.  Accur.  v.  priore!  co/isti/  ■ttionei  :  senza  sigla  di  Alberico. 

(4)  Iitlimìi.  —  Epitome  Novell,  const.  Vili. 

(5)  Coli.  Vili,  tit,  12.  Nov.  111. 

(0)  Eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.:  senza  sigla  di  Alberico. 
(7)  Eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.:  senza  sigla  di  Alberico. 
isi  Tuliant  —  Epitome  Novell,  const.  XXX.. ■.  VX. 


—  218  — 

18)  ....  a.  Infra,  ut  t'ratri  .  filio  successiti  .  Illud. 

19)  ....  Apud  defensorem  testamenta  insinuar!  .  a. 

f.  15  r.  —  (Ibid.  Et  si  cadere  .  e  Audient  quoque). 

20)  ....  a.  Supra  .  scriptum  .  esemplar  huiusmodi  .  dominicq  ('). 

21)  ....  a.  Avdient  et  eriroina. 

22)  ....  a.  ff.  de  offitio  .  procon  .  Siquid  .  (*). 

23)  ....  a.  Cod.  e  (od.  tit.)  defensores  .  (2). 

(Ibid.  —  in  fine). 

24)  ....  a.  e  (od.  tit.).  Indefensoribus. 

•_'ò)  ....  a.  Supra  .  de  non  alien  .  aut  pcrmut .  ce  .  Neque. 

(Coli.  Ili,  tit-  3,  Noe.  16.  —  De  mens.  ord.  cler.  —  prin.). 

26)  ...  a.  Supra  .  ut  determinatus  sit .  num  .  clerici  (elericorum)  (3). 

f.  io.  —  (Coli.  Ili,  tit.  4,  Nov.  17.  —  De  mani.  prin.  —  Deinde  competerà,  v.  forma- 
rum). 

27)  ....  a.  Scilieet .  fatiendarum  .  uel  sternendarura  . 

28)  ....  a.  Infra  .  no  .  Siquis  crimen  . 

29)  ....  a.  Infra  .  ut  omnes  obediant  iudicibus. 

(Ibid.  —  Sei  etiam  .  v.  emolumenti). 

30)  ....  a.  Scilieet  .  bonis  .  (4). 

f.  16.  r.  —  (Ibid.  —  Sed  etiam). 

31)  ....  a.  Supra  .  Ut  iudi  .  sino  quoquo  sufragio. 

32)  ....  hic  Squittir  dehis  qui  ad  ecclesias  .  confugiunt  .  et  iudiciali  se  formidant  .  presentare  eon- 

spectui  .  quibus    fides    publica   prestanda   est .  et  hocinferior   littera   uidetur  mu(tare  ?).  se- 
cundum  .  al  . 
(Ibid.  —  Non  permittas  itaque  curialibus). 

33)  ...  a.  Cod  .  de  fundo  .  rei  .  priv  .  Quieumque  . 

f.  19.  r.  —  (Coli.  IV,  tit.  1,  Nov.  22.  —  De  nuptiis:  —  Duo  igitur  haec.  v.  disposuerit). 

34)  ....  a.  ScUicet .  forte  .  sidexerit  (dixerit)  (a)  uir  .  nolo    uxorem   meam  amittere  proprietatem  do- 

nationis  propter  nuptias  .  et  si  transierat  (it)  ad  secundas  nuptias  .  uel  contra  (5). 

35)  ...  a.  Infra  .  e(od.  tit.).  Siuero  .  solum. 

(Ibid.  —  Distrahuntur  itaque). 

36)  ....  a.  Infra  .  decret  .  e  .  XXXIII .  0  .  I  .  C  .  Siquidem. 

(Ibid.  —  Sed  et  captivitatis). 

37)  ....  a.  ff.  de  repudiis  .  Uxores. 

f.  20.  —  (Ibid.  —  Sed  et  captivitatis). 

38)  ....  a.  Infra  .  Ut  liceat  matri  .  et  auie  .  predictis. 

(Ibid.  —  Deportatio  tamen). 

39)  ....  a.  ff.  qui  sine  .  inanu  .  ad  .  li.  Senio. 

10)  ....  a.  Cod.  de  ex  positis  .  infan.  1.  I. 

11)  ....  a.  ff.  proderelicto  .  1.  Ult.  contra. 

f.  20  r.  —  (Ibid.  —   Si  cero  altero). 

42)  ....  a.  Infra  e(od.  tit.).  Prope. 

43)  ....  a.  Cod.  de  repu  .  Consensu. 

(Ibid.  —  Sic  itaque  matrimonia). 

44)  ....  a.  Infra  .  de  exiben  .  et  in  .  reis  .  quum. 

(ni  «  cticat  »  Glo.  Accur.  v.  ave  rìr. 


(1)  Ir.  parte  eguale  in  Glo.  Aceur.  v.  consti! itlum  :  senza  sigla  di  Alberico. 

(2)  Vedi  Glo.  Accur.  v.  viilteiit  :  senza  sigla  di  Alberico. 

(31  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  legem  scripsivms  :  senza  sigla  di  Alberico. 

(4)  Simile  in  Glo.  Accurr.  ibid  :  senza  sigla  di  Alberico. 

(5)  Eguale  in  parte  in  Glo.  Accur.  v.  sìve  l'ir:  senza  sigla  di  Alberico. 


—  214  — 

45)  ....  a.  hoc  innouatur  .  Infra  .  ut  lice(at)  matri  .  et  auie  .  Quia  uero. 

46)  ....  a.  Infra  .  Ut  nulli  .  Imi.  lic.  Ult. 

(Iòid.  —  v.  minorem). 

47)  ....  a.  Scilicet .  substantiam  liabens('). 

(Iòid.  —  V.  («lime  ut  quantum). 

48)  ....  a.  Scilicet .  tantum  dampnificabit  (a),  l-'i 

49)  ....  a.  ff.  de  Verb.  Sign.  Subsignatum  (3). 

50)  ....  a.  ff.  de  collat.  bonor.  Cum.  (3). 

(Iòid.  —  v.  rausis). 

51)  ....  a.  Scilicet  .  netemere   matrimonium  .  dissoluatur   cautio  prestatur  .  immo    de    quarta  pre- 

standa  cauentur  .  sidiuortium  sino  causa  fiat. 

52)  ....  a.  Infra  .  colla  .  no  .  1.  Ult.  (ò). 

53)  ....  a.  Infra  .  innouatur  hoc  .  Infra  .  Ut   liceat   ni  atri  .  et  auie.  Quia  .  uero  .  id  est  .  reparatur. 

Infra  .  Ut  fratrum  tilii.  Ult. 
f.  21.  —  (Iòid.  Soluto  igitur). 

54)  ....  a.  Cod.  deoperis  li.  Ut.  Ult, 

(Ibid.  —  v.  extraneos). 

55)  ....  a.  Scilicet.  eos  filios  .  licet  (e)  exanteriori(e)  matrimonio  .  Ut .  Infra .  eod  .  Nec  illum  .  Cod  . 

de  .1 .  e.n.  Siquis  .  etl .  hac  .  edic  .  Infra  .  fil .  et .  1 .  generaliter  .  Infra  fil .  Nu  . . .  (d)  autem  nisi 
expressim  transponant  inalios  .  presumitur  conseruare  .  eistalia  iura  transponere  autem  possimi 
preter  dotem  .  et  propter  nuptias  .  donationis  quam  coguntur  conseruare  liberis  .  et  sisecundas 
nuptias  contraxerint  .  Ut  .  Infra  .  neque  uirum  (4)  quod  portionem  autem  proprietatis  habe- 
bunt  pronumero  liberorum  siad  secundas  nuptias  nontransierat .  Ut .  Infra .  Ut .  fratriis  filii. 

(Iòid.   —  defluirli   tiiiiijiiinit). 

56)  ....  Scilicet .  filii  quinonextiterant .  ingratus  (ingrati?).  l't    uel    patris  .  quodmagis    littere    con- 

sonat .  s»  (5). 
f.  21  r.  —  (Iòni.  —  Primae  si  quidem.  v.  coheredes  eim  ?  ) 

57)  ....  a.  Scilicet  .  coheredes  mulieris  (6). 

{iòid.  —   Venìent  autem  talia.  v.  non  recte). 

58)  ....  a.  Nani  impubcribus  praescriptio .  XXX  .  annorum  .  non  incipit  curere  .  sed   tantum   puberi- 

bus  .  Ut .  de  .  praescript  .  XXX  .  annorum  .  1.  III. 

f.   22.   —   Iòid.   —    Qìlia    reni   liire>>. 

59)  ....  a.  Supra .  eod  .  Sic  itaque. 

(ili)  ....  a.  Cod.de  repudiis  .  1 . Ult.  ("). 

f.  22.  r.  (Iòid.  —  Non  tamen  permittimus). 

61)  ....  a.  Cod.  de  nupt .  Curate  (s). 

62)  ....  a.  ff.  ad  municipa  .  filii  (8). 

f.  23.  —  (Iòid.  —  Que  vero  nunc). 
r,:;i  ....  a.  Il',  de  end.  et  <lenimi  .  heres  incus. 


(ll\  "  ihlìil,ri[ìcobillir  n   in  (Ho.  Accur.  ibid. 

(li)  Questo  è  una  rara  citazione  delle  Novelle,  fatta  mediante  l' Indicazione  del  numero  della  (Mita/ione  (Collatio  nona) 
della  Novella. 

(e)  u  /,,.,/   „  omette  la  Glo.  Accur.  v.  extraneoS  <",  ■  ■ 

[d]  l'er  lo  spazio  ili  tre  [ettere  M  passa  del  testo  è  qui  indecifrabile  per  cansa  ili  una   ibra 


(1)  Eguale  in  parte  in  Clio.  Accnr.  ibid.:  senza  si^ht  ili  Alberico. 

il'i  Eguale  in  (ilo.  Accnr.  ibid.:  senza  sigla  di  Alberico. 

Ili)  Vedi  per  ambe  in  Glo.  Accur.  v.  pura  debitis'.  :  senza  sigla  di  Alberico. 

(4)  In  parte  simile  in  Glo.  Accur.  v.  extraneos  omnes  :  senza  sigla  di  Alberico. 

:.i  Suini.,  ni  Glo.  Accur.  ibid.  Fra  dm'  opposi.,  opinioni  l'Accursio  accoglie  la  decisione  di  Alberico,  senza  nominarlo, 

(G)  Eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.:  senza  sigla  di  Alberico. 

(7)  Eguale   in   Glo.   Accur.   V.  COfiStìiutiO  '.   sin/i   sigla   ili    Alberico. 

osi  Vidi  (ilo.  Accur.  v.  fu,  (unavi     senza  sigla  di  Alberico, 


—  215  — 

64)  ....  a.  Cod.  de  episco  .  aud  .  di    creai  io 
65]  ....  a.  Cod.  de  pri  .  agen  .  in  re  .  Multi*. 
t>6)  ....  a.  Cod.  de  communia  .  deleg  .1.1. 

67)  ....  a  .Cod.  do  donat .  ante  .  nup  .  Cuin  no  . 

f.  23.  r.  —  (Ibid.  —  Hinc  non  alia). 

68)  ...  a.  Supra  .  de  negligen.(a)  seruo  .  nu  .  (ì)  Cum  igitur  .  (')■   • 

69)  ....  a.  toc  innouat  .  Supra  de  non  .  eligendis  .  seruo  .  IH  .  Cum  igitror. 

I.  26.  {Coli.  IV.  tit.  13,  Nov.  33.  —  Nuli.  crea,  agi:  etc. 

70)  ....  a,  Ethodie  quoque  interest .  nam  sitestator  rogauit  heredem  siumi  .  sidecederet   Bine   liberis 

restituere  quod  super  est  exhereditate  .  quartam  tantum  institutionis    cogitar  restituere  .  Ut 
Infra  .  coli .  Vili .  t .  de  restit.  Siuero  simpliciter  hereditatem  restituere  rogetur .  dodrantem 
débet  restituere .  quadrantem  nero  sibi  retinere  potest .  Ut .  Cod  .adtiv  .  et  t .  ad  leg.falc. 
(Ibid.  —  v.  modis  omnibus). 
71  )  ....  a.  Creditoribus  tana  priuatis  .  quam  militibus  .  nontamen  omnibus  debitoribus  .  quondam  ina- 
grìcolis  tantum  locura  habent .  a  (2). 

72)  ....  a.  hinc  conitiunt  quidam  liane    legem   generalem   esse   inomnibus  tam  rusticis  quain  aliis  . 

licet  initio  specialiter  in  agricolis  loquatur  .  Ut  .  Cy  .  sed  Al  .  entra, 
f.  26  r.  —  Coli.  IV,  tit.  23,  Nov.  44.  —  De  tabell.  etc.  —  prin.). 

73)  ....  a.  ff.  de  donat  .  Inter  uirum  .  et  Uxorem  .  hec  rati"  . 

(Ibid.  —   V.   et  tubuli',-. a. 
711  ....  Aliter  inlibro  .  al .  tabularli. 

f.  27  r.  —  (Coli.   V,  tit.  3,  Nov.  48.  —  De  iureiur.  a  mar.  praest.  etc.  —  prin.). 
7.5)  ....  a.  ff.  do  usucap.  heredes  (3). 
70)  ....  a.  Infra .  de  his  qui  ingredi  .  adappell .  (3). 

f.  28.  —  Coli.   V,  tit.  C.  Nov.  51.  —  Scen.  non  sol.  etc). 
77)  ....  a.  Infra .  de  act .  e  .  XXVII .  cap  .  Si. 
781  ....  a.  ff.  prò  de  leg  .  I .  Siquis  .  Siquis. 

f.  28  r.  —  (Coli.   V,  tit.  7,  Nov.  52.  —   Ut  non  fiant  pignor.  etc.  —  in  fine.). 

79)  ....  a.  Cod.  de  quadrien . pre .  1 .  Ult .  (4). 

(Coli.  V.l'it.  8,  Nov.  53.—  Da  eaikil.  et  introd.  reis.  etc.   -  TUudquoque,  o.  fideiussione). 

80)  ...    a.  uel    iuratoria    cautione  .  nel  nuda  promissione    prò    qualitate    persone  .  Nam    possessor 

rei  immobilis  non  cogitur  satis  dare  iuditio  sisti .  sed  tantum  cauere  .  alii  uero  debent  satis- 
dare  sipossunt .  sivero  dixerint  senon  posse  satisdare .  tunc  apud  iudicem  aquo  causa  exami- 
nanda  est .  sanctis  prepositis  euangeliis .  per  sacramentum  hoc  ipsum  affirmant  .  et  sic  iura- 
toriam  cautionem  exponant .  nisi  sint  clerici  qui  non  conpelluntur  iurare  iuditio  sisti  uel 
extraneos  fideiussores  dare  .  sed  uicariis  fideiussoribus  contea  dantur  .  quamuis  tamen  stìpu- 
lationum  solempnis  cautela  uallauerint .  aut  oautioni .  et  professioni  proprie  .  ac  facilitatimi 
suarum  obligationibus  committantur  .  Ut .  Infra ..  instit.  de  sat.  et  ff.  qui  satisdare  .  sciendum  . 
et  Infra  .  de  litig.  et  Infra  .  Ut  nulli .  Iud.  lic.  habere  lo.  ser.  et  Cod.  depisc.  et  cler.  Cum- 
clericis  et  1.  omnes  quibus  ubique  .  et  Infra,  de  sanctis  ep.  Si  quis  aufeni  pri.  Al.  (5). 

81)  ....  a.  hoc  innouatur  .  Infra  .  Ut  omnes  obedi .  iudi  .  sec  .  quosdam. 

82)  ....  a.  Infra  deexecutoribus  .  et .  qui .  con  . 

83)  ....  a.  Infra .  de  medio  .  litis .  non  .  (ieri .  sacras  .  formàs. 


(a)  u  non  eligendo  »  in  Glo.  Accur.  v.  lex. 

(b)  «  seno  nu.  »  omette  la  Glo.  Accur.  v.  lex. 


(1)  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  lex  :  senza  sigla  di  Alberico.  —  Si  riferisce   alla   Auth.  Coli.  I,  tit.  2,  Nov.  2,  il  cui  titolo 
è  qui  errato. 

(21  Questa  glossa  è  già  pubblicata  dal  Savigny  {Storili  di'/  ÌK  /.'.  nel  iui'i/ioito.  v.  Ili,  p.  +27)  secondo  il  ms.  Parigino,  n.  4429. 

(3)  \'di  in  Glo.  Accur.  \.  s.'iiza  sigla  di  Alberico. 

14)  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  constihUio  :  senza  sigla  di  Alberico. 

(5)  Vedi  i-lìv.  Accur.  ibid.  \    pei  tsiotie:  senza  sigla  di  Alberico 


—  210  — 

f.  29.  —  Si  vero  seme! .  v.  declarati). 

84)  ....  a.  LI  est  .  petita  .  (a)  uel   quod   melius   probati  .  negotio    sumatim    esaminato  .  Ut  Cod. 

quor.  appell.  non  .  eius  .  et  debonis  .  ac  .  pos  .  Cumproponas  ('). 

85)  ....  a.  —  Id  est .  certifacti  .  Ut  .  Cod.  de  bonis  .  ano  .  Iud.  pos.  1.  Ult. 

(Ibid.  —  v.  debiti). 

86)  ....  a.  forsan  .  uel  .  sacramento  actoris  .  Ut  .  Infra  .  decoll. 

(Ibid.  —  v.  occurrerit  eie.). 

87)  ....  a.  Cod.  de  bis.  qui .  ad  .  ec  .  con  .  qui. 

(Ibid.  —  optimum  quoque). 

88)  ....  a.  rt'.  de  net.  empt.  Credito. 

89)  ....  a.  Cod.  de  inofficioso  testa  .  omnimodo. 

f.  29  r.  —  (Coli.   V,  l'I.  9,  Nov.  54.  —  Const.  quae  ex  adscript.  etc.  —  in  prin.). 

90)  ....  a.  Cod.  de  infantibus  .  Expositus. 

91)  ....  a.  Cod.  de  agricolis  .  et  cen  .  Nediutius. 

(Ibid.  —  Quia  igitur). 

92)  ....  a.  Supra .  ecclesiasticum  .  re  .  alie  .'(2). 

(Ibid.  —  in  fine.  Excipimus  edam). 

93)  ....  a.  Infra  .  de  al.  empiii,  hoc  uero. 

94)  ....  a.  Infra  .  de  eccl  .  immo  .  rerum  .  Ult .  (3). 

(Coli.   V,  Ut.  Il,  Nov.  56.  —  Ut  ea  quae  voc.  etc.  —  Rubr.  v.  super). 

95)  ....  a.  Id  est  .  supra  clericorum  ordinationibus. 

(Coli.   V,  tit.  4,  nov.  49.  —  De  his  qui  ingr.  ad  app.  —  prin.  v.  personam). 

96)  ....  a.  Scilicet  .  suam  propriam  .  uel  .  promittens  iuditio   sisti   .   uel    procuratoris    scilicet    quod 

inalia  notauimus  closula  (4). 
(Ibid.  —  v.  firmam). 

97)  ....  a.  Id  est  .  firmantes  personam  procuratoris  sui  iniuditio  periudicatum  solili  .  satisdationis 

solenpnes  clausolas  .  Ut  infra  insidi  de  satisdationibus. 
f.  30  r.  —  (Ibid.  —  v.  biennii). 

98)  ....  a.  Id  est .  spatii. 

(Ibid.  —  Quid  ergo  in  fine.  v.  monstraverint.). 

99)  ....  a.  Scilicet  .  siex  ipsa  rerum  ueritate  .  et   non    ex    circumuentione  .  nec   exteinpore   quodam 

uoluerint  sententias  Armari  .  Ut  .  supra  .  eod.  t(it.). 
(Ibid.  —  Quia  igitur  nos.  v.  nulli). 
Imi)  ....  a.  Causacontentionis  litigare  .  Vel   aliter  .  hoc  .  scilicet  .  sacramentimi   nulli    concedentes  . 
id  .  est .  remittentes. 

f.  31  r.  —  (Coli.  V,  tit.  45,  Nov.  60.  —   Ut  def.  seu  firn.  eor.  ete.  —  Illud  etiam  recte. 
v.  coram  ipsis). 
lui)  ....  a.  Scilicet  .  agitantur  cause  (5)  (interi.). 

(Ibid.  —  v.  tvrrore  imminente). 
102)  ....  Scilicet  .  ut  teneri  et  cugi  possint    testinionium    ferro  .  Vel    aliter  .   Ut    uerberibus    subiti 
possint  .  suorum    uoces    falsitate  uel   fraude    non   carere   perspexerint  iudiees  .  Ut  .  Cod.  de 
testibus  .  1.  nullum  .  et .  Infra  .  detestibus  .  Nos  .  a  .  (6). 
(Ibid.  —  v.     .     .     . 
103)  ...  Solatio  .  ibi  loquitur   deiudice    ordinario    delegato  .  lue  vero   deeo   delegato    quinon  eral 

(a)  -  peliti  »  in  Glo.  Accur.  ibid. 


(1)  Vedi  (ilo.  Accur.  Ibid.:  senza  sigla  di  Alberico. 

I-M  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  dalxd  ter:  *en^a  sigla  di  Alberico. 

(3)  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  etùm  priori  :  sen/.a  ^-igla  di  Alberico. 

il)  Vedi  Glo.  Accur.  v.  et  personam  faciestes:  s.Mi/.a  sigla  di  Alberico 

|5)  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  administratoribns :  senza  sigla  di  Alberico. 

ini  Eguale  in  parte  alla  Glo.  Arcui-,  v   teslìbus'.  senza  sigla  di   Ubei 


—  217  — 

ordinarius  .  et  hoc  posi  dici  perverba  illa  (")  •  scilicet  .  alios  autem  omnes  (b) .  quinullarn  am- 
ministrationeiD  habent  .  nel  hoc  (e)  corrigit  illam  sccundum  V  (d)  uel  aliter  .  hic  non  prohibe- 
retar  (e)  delegati  (/')  delegare  prorsus  .  sed  non  possunt  (q)  litis  .  con(testationem)  (h).  audire 
tantum  .  et  rursus  immedio  semel  .  Infine  omnia  .  et  hoc  secundum  .  la  .  Al.  ('). 
{Coli.   V,  tit.  16,  Nov.  61.  —  Ut  immob.  ante  nupt.  etc.  —  prin.). 
lui)  ....  a.  Infra  .  dequalitate  dotis.  Ult. 

f.  33.  —  (Coli.  V,  ut.  22,  Nov.  67.  —  Ut  nuli.  fabr.  etc.  —  in  fine). 
L05)  ...  a.  Infra  .  de  al  .  Infra  .  coli.  Vini  .  1. 

f.  33  r.  (Coli.   V,  tit.  24,  Non.  60.  —  Ut  omn.  obed.  iud.  etc.  —  prin.) 

106)  ....  a.  Cod.  de  consti .  pec .  adiuo. 

(Ibid.  —  Si  igitur  fuerint .  v.  ex  iussione). 

107)  ....  a.  Scilicet  .  rei  quicouvenitur  .  non    actoris  .  nani    actor    ex    iussione    imperiali    potest    tra- 

here  .  reum  inaliam  prouintiam  .  Ut  Cod.  de  iuris  dit.  omni .  I(ud?).  lucri  .  et  t.  dedilat  .  Si 
quando  .  et  supra  .  de  .  etintroduc  .  (2). 

f  35.  _  Coli  VI,  tit.  3.  Nov.  74.  —  Quib.  mod.  natu  etc.  —  Quoniam  autem  in  in- 
terpellationibus). 

108)  ....  a.  Supra  de  nupt.  Si  quis  autem. 

109)  ....  a.  Supra  .  de  exibendis  .  et  intro.  Ult. 

110)  ....  a.  Infra  .  Ut  liceat  .  matcr  .  et  a(uie).  Quia. 

f.  35.  r.  —  (Coli.  VI,  tit.  1,  Nov.  72.—  Ut  Mi  qui  obi.  etc.  —  Quod  si  quis.  e.  utilitatem  ?). 
Ili)  ....  a.  Scilicet  .  sibi  parandam  .  Infra  .  inser  .  0  (3). 

112)  ....  a.  ff.  de  reb  .  cor  .  quisunt  .  sub  .  non  fit  centra. 

(Ibid.  —  Quoniam  autem). 

113)  ....  a.  de  amm.  t.  1.  Tutor  .  qui  rep. 

f.  gè.  _  (Coli.  VI,  tit.  2,  Nov.  73.  —  De  insti:  caut.  —  Si  quis  igitur.  v.  testes  dicant.). 
1 1  1)  ....  Iil  est  .  testiflcationes  .  id  est  testimonia  .  sic  exiberi  oportet  .  ut  dicant  testes  .  quod  subpre- 
sentia  sua  .  uel  susceptum  est  depositimi  .  nel  quod  depositarius  suscepisse  se  consoripserit  . 
Ut  .  Infra  .  nouell.  quia  adominio  depositum  caute  dari  potest  .  Al  .  (4). 

(Ibid.  —  Sed  et  si  quis). 

115)  ....  a.  Cod.  qui  potiores  in  pignore  .  hab  .  Scripturas. 

(Ibid.  —  v.  cuispiam). 

116)  ....  a.  Scilicet .  rei  seucontractus  (5). 

(Ibid.  —  v.  subscriptionibus). 

117)  ....  a.  Silitteratì  fuerint  («). 

(Ibid.  —  v.  alii  quidam). 

118)  ....  a.  Scilicet  .  illiterati  .  Ut .  Infra  .  eod.  oportet  .  (7). 

(a)  *  quae  h'c  suiU  *  aggiunge  la  Glossa  Accur.  v.  midiaiìt  cmsam. 

(4)  «  etc.  e  aggiunge  la  Glo.  Accur.  v.  midiant  causante  e  omette  le  parole  »  qui  nullam  admmistrationem  habent  ■ 
(e)  a  kaec  »  in  Glo.  Accur.  v.  audiant  cmsam. 
(d)  u  Ir.  «  in  Glo.  Accur.  v.  mdiant  cansam. 
le)  «  prokibetur  »  in  Glo.  Accur.  v.  audiant  causavi. 
(/)  u  delegato  n  in  Glo.  Accur.  v.  audiant  cansam. 
{</)  "  posse  n  in  Glo.  Accur.  v.  audiant  cansam. 
/     *  litem  contestatam  «  in  Glo.  Accur.  v.  audiant  causam. 


Il)  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  audiant  causam:  senza  sigla  di  Alberico. 
{2\  Vedi  Glo.  Accur.  v.  privilegio  :  senza  sigla  di  Alberico. 

(3)  in  patte  eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.:  è  ricordato  ivi  Alberico,  ma  nella  parte  qui  n"ii  contenuta  della  giusti.  Pei"  è 
necessario  concludere  o  che  l'Accursio  riprodusse  a  modo  suo  il  concetto  di  Alberico,  o  che  questa  glossa  che  qui  pubblichiamo 
è  incompleta. 

(4)  Mitmi.  —  Epitome.  Const.  LXVI,  e.  228.  «  Testimonia  autem  sic  exliiberi  oportet,  ut  dicant  testes,  quod  sub  prac- 
sentia  sua  vel  susceptum  est  depositum,  vel  quod  depositarius  se  suscepisse  conscripsit  ». 

(5Ì  In  parte  eguale  in  Glo.  Accur.  ibid.  :  senza  sigla  di  Alberico. 
(61  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  atlestentur  :  senza  sigla  di  Alberico. 
(7)  Eguale  in  parte  in  Glo.  Accur.  v.  lesti/icentur:  senza  sigla  di  Alberico. 

1  '],  ISSB  ni  SCIENZE  morali  ecc.  —  Memorie  —  Srr.  la.  Voi.  II.  l'arte  I.  28 


—  218  — 

(Ibid.  —  v.  exammatione). 

1 19)  ....  a.  Incomparatione. 

120)  ....  a.  Cod.  de  testibus  .  1.  Iurisiurandi. 

121)  ....  a.  Supra  .  de  her.  et  falc. 

122)  ....  a.  ff.  de  probationibus  .  Census. 

123)  ....  a.  Cod.  de  Ade  instru  .  Coinparationes. 

f.  36  r.  —  (Ibid.  —  In  his  vero). 

124)  ....  a.  Cod.  t(it.)  eod.  Coinparationes. 

125)  ....  a.  Supra  .  de  his  .  qui  ingre  .  ad  appella  .  Illud. 

126)  ....  a.  Cod.  de  iure  .  deli  .  1.  Ult. 

(Ibid.  —  Haec  autem  v.  scripsimus.). 

127)  ....  a.  Scilicet,  facere  (a)  omnibus  suis  subiectis  (b)  (') 

(Ibid.  —  v.  ut  omnibus). 

128)  ....  In  libro  .  al  .  omnibus. 

f.  37.  —  (Coli.  VI,  tit.  :,  Nov.  78.  —  Ut  lib.  de  caet.  aur.  etc.  —  prin.). 

129)  ....  a.  Cod.  de  .  latina  liberta  .  toll.  (-'). 

130)  ....  a.  Cod.  de  .  delitia  .  liber  .  toll.  (3). 

(Ibid.  —  v.  discernentes). 

131)  ....  a.  In  libro  Eog.  discernente. 

f.  37  r.  —  (Ibid.  —  Propterea  saneimus.  v.  licei). 

132)  ....  a.  Id  est .  de  numtiare  ita  .  scilicet,  ut  fìat  manumittendus  latinus  nel  deditìtìus. 

(Ibid.  —  Si  quis  autem  libertam). 

133)  ....  a.  Supra  .  de  triente  .  et  se. 

134)  ....  a.  Infra  .  "  de  gradibus  eog.  "  instit. 

135)  ....  a.  Supra  .  de  triente  et  se  .  Ult. 

loti)  ....  a.  Cod.  de  comparato!  .  urb  .  romae  .  pianile. 

(Ibid.  —  in  fine  v.  indigens  auctoritatè). 
137)  ....  Quoniam  liberti  non  solebant  facile  restituì  natalibus  .  nisi  consentìente  patrono  .  et  eius  filio. 
Ut  .  ff .  denaturali  (r)  resti  .  Interdum  .  et  1.  Nec  .  et  1.  patrono  .  al  (4). 

f.  38.  —  (Coli.   17.  tit.  8.  Xov.  79.  —  Apud  gros.  opor.  etc.  —  o.  eius  fiat). 
138 In  libro  .  al  .  ei  (interi.). 

(Coli.   VI,  tit.  9,  Non.  80.  —  De  quaest.  —  v.  liberaverint). 

139)  ....  a.  sese. 

f.  38  r.  —  (Ibid.  —  Super  hoc  autem). 

140)  ....  a.  Supra  .  quomodo  oportet  .  e  .  ador  .  (5). 

141)  ....  a.  Infra  .  de  coli .  Super  .  (5). 

f.  39  r.  —  (Coli.   VI,  tit.  II,  No».  82.  —  De  indie,  et  ut  nuli.  etc.  —  Ilio  custodiendo 
».  nostrorum). 
1 12)  ....  a.  Scilicet  .  in  regi')  eivitate  forte  constitutorum 

(Ibid.  —  ».  deputare  [dclegaverint]). 
143)  ....  a.  Id  est  .  delegare. 

(Ibid.  —  v.  causas). 
1 1 1  ....  a.  Scilicet  .  forsan  apnd  se  iam    agitatas  .  Ut  .  Supra  .  Ut  defunctis  .  seu  .  lun  .  eorum  .  UH. 
et  in  .  I. 

(a)  «  quoti  facùmt  manifesta  *  in  Glo.  Accur.  ibid. 

(/.)   »  subditis  »  in  tìlo.  Aci-ur.  ibid. 

Ir)  «  natalibus  n  in  Glo.  Accur.  v.  occasionem. 


(1)  Simile  in  Glo.  Accur.  ibid.  senza  sigla  di  Alberico. 

(2)  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  exclusimus;  senza  sigla  di  Alberico. 

(3)  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  liberavimuss  senza  Bigia  di  Alberico. 

(4)  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  occasione»),;  senza  sigla  di  Alborico. 

(5)  Vedi  Glo.  Accur.  v.  cinr/ulum;  senza  sigla  di  Alberico. 


—  219  — 

(Ibid.  —  Nullo  quoque). 

145)  ....  Appellationes  apedaneis  inter  duoa  tantum  menses  intimandis(as)  adquos  appellantnr.  a. 

146)  ....  a.  Cod.  de  pedaneis  .  I(udicibua).  1.  III. 

147)  ....  a.  Cod.  de  temporibus  appell.  Tempora  fatai. 

148)  ....  a.  Cod.  de  magia  trat.  con.  1.  peault. 
1 19)  ....  a.  ff.  ad  municip.  1.  Imperator. 

150)  ....  a.  Infra  .  de  coli.  Iubemua  .  adhoc. 

(Ibid.  —  v.  curabunt). 

151)  ....  Resarciri  (')• 

f.  40.  —  (Ibid.  —  in  fine). 

152)  ....  a.  Infra  in  medio  litis  .  non  .  sacras. 

(Coli.   VI,  tit.  12,  Xor.  83.  —  Ut  cler.  ap.  episc.  —  prin.  v.  propter  causaé). 

153)  ....  a.  forte    aceionis    iiiiiirianim    que    intenditur  .  ex  leg r  .  in  qua    episcopua   iudes(x)  esse 

prohibetur  quia  sobrinu.s  .  prior  uè  sobrinus  vel  cognatus  est  actori. 
I  Ibid.  —  v.  propter  quondam). 

154)  ....  a.  forte  piante  episcopatum    eius   lites(is?)  aduocatua   fuerit  .  Ut  .  ff.  «le  iuris  .  dict  .  o(mn.) 

I(ud.)  .  pretor  .  et  Cod.  depostulando  .  quisquis  .  al. 
f.  40  r.  —  Coli.   VI,  tit.  13,  Nov.  84.  —  De  aonsang.  —  ».  legitimis). 

155)  ....  Quoniam  uterini  fratres  uocantur    cura    conaanguineis  fratribus  ad  successionem    premortili 

fratris.  Ut .  Cod.  de  legi  .  ber  .  Al.  (2). 
(Ibid.  —  v.  aliqui). 

156)  ....  In  libro  rog.  aliquid. 

f.  41  r.  (Coli.   VI,  tit.  IT,  Nov.  88.  —  De  depo.). 

157)  ....  a.  Supra  .  de  mandat .  prin. 

f.  42.  (Coli.  VII,  tit.  1,  Nov.  80.  —  Quib.  mod.  natur.  etc.  —  Si  quisigitur  fuerit) 

158)  ....  a.  Infra  eod.  (tit).  Siuero. 

159)  ....  a.  Cod.  de  episcopis  .  nulli. 

160)  ....  a.  ff.  de  censibus  .  forma. 

f.  42  r.  (Ibid.  —  Si  quii  autem  legitimos). 

161)  ....  a.  Sapra  .  de  trihente  .  et  se. 

(Ibid.  —  De  naturalibua  itaque). 

162)  ....  a.  Cod  .  t(it.)  .  e(od.)  .  «lini  . 

f.  43.  (Ibid.  —  Generali  ter  autem  in  ). 

163)  ....  a.  Cod  .  de  testamentaria  .  man.  1.  Ult. 

f.  43.  r.  —  (Ibid.  —  Si  vero  effusa.  Si  quis  igitur  habens). 

164)  ....  a.  ff.  deagno  .  liberis  .  Siquis  . 

165)  ....  a.  ff.  Cod  .  eod  .  t.  (it). 

f.  44.  (Ibid.  in  fine). 

166)  ....  a.  Cod.  de  eonfir.  t.  1.  Ult.  (3). 

167)  ....  dictum  est  supra  qualiter  naturales  filii  efficiuntur  legittimi .  quoti  quandoque  solet  negari . 

scilicet  eos  factos  esse  legittimos  .  hoc  autem  testibus  intenlum  probari  solet  .  Inde  sumpta 
ce  isione  .  generaliter  detestibus  .  ponit  .  Vel  aliter  .  dictum  est  defide  .  et  cautela  instrumen- 
torum  publica(o)rum  .  uel  priuat(o)rum  .  quo  speciea  probationis  sunt  .  Nino    colligitur  .  simi- 
liter  detestibus  .  qui  et  ipsi  species  probationis  sunt  adnectit  .  Al  . 
(Coli.   VII,  tit.  5,  Nov.  90.  —  De  test .  —  v  ■  iìirenimus  .). 

168)  ....  moris  erat  ut  testatores   litterarum  ignari  .  uel  scribere    prepediti  .  salti(e)m    marni  propria 

uenerabile  signum  proponere(nt)  .  ut  conici  potest  deiure  deliberargli  .  in  .  Cod.  1.  ult.  Al.  Ci. 


(1)  Simile  in  Glo.  Accur.  v.  curare:  senza  sigla  di  Alberico. 

(2)  Eguale  in  Già.  Accnx.  iòidi  senza  sigla  di  Alberico. 

[3l  Vedi  Glo.  Aconr.  v.  qmbttsdam  constiiutioìàbus:  senza  sigla  di  Alberico. 
(4)  Quasi  eguale  in  Glo.  Accnr.  v.  venerabile:  senza  sigla  di  Alberico. 


—  220  — 

(Ibid.  —  Sancimus  miteni  .  v.  derogatione). 
100)  ....  Exceptìone  que  opponitur  testìbus  .  ut  eomm  fidei  derogetiir  .  Nani  quidam  repelluntur  ate- 
stimonio iudicis  oilitio  .  quidam  exceptìone  opposita  .  Al. 
(Ibid.  —  v.  militiae). 

170)  ....  Quidam  dicunt  istud  .  aut .  prò  .  et  .  accipiendum  .  et  testerà  ni.si  hec  omnia  ineo  adsint  re- 

raovendum  .  argumentum  sumentes  exabutroque  .  Alii  antera  ex  disiunctivo  modo  accipinnt  . 
et  exutroque  .  id  est  .  si  non  testimonium  proutraque  parte  ferat  accipii  .  Al. 
(Ibid.  —  Et  licci  dudum  .  v.  mani  festam). 

171)  ....  Alio  modo  .  uelutì  siper  famam  consentìentem  .  nani  et  consentiens  fama  confirmat fidem  rei 

dequa  agitur  .  et  sinon  interfuerunt  solutioni  .  uel  confessioni  creditoris  .  dicentìs   pecuniali! 
sibi  fuisse  solutam  .  uel  causam  testes  .  facere  manifestato,  cum  eorum  uita  ostenditur  incul- 
pabilis  .  et  moderata  .  quod  fi(eri?)  debet  Side  ea   dubitetur  .  Ut  .  supra  .  Cod.  t(it.)  .  et  ff.  de 
questionibus  .  deminore  .  etale  .  Al.  ('). 
f.  44  r.  —  (Ibid.  —  v.  deposuit  ?  ). 

172)  ....  a.  Id  est  .  qui  (a)  mercede  accepta  auero  debitore  .  confessus  est  impresentia  testium  et  ta- 

bularii  .  se  debere  .  dicendo  se  ticium  .  (//)  cum  esset  gaius  (e)  decessit  .  ticius  nero  .  (</)  exa- 
ctus  est  debitum  .  (e)  quasi  ase  confessimi  .  id  est  .  (/')  inconfessione  dednetum  .  quod  abalin 
quodam  .  id  .  est  .  agaio  inconfessione  deduetum  fuerat  (2). 
(Ibid.  —  Quia  vero  multi,  v.  maxime). 

173)  ....  Una  tantum  dilatione  adtestes  producendos  tributa  .  Nani  licet  tot  testes  producanttur  .tan- 

tum non    nisi    semel    inpecuniariis    causis  .  dilatio  est   tribuenda.Ut.ff.de  t'eri is  .  1.  Ora- 
tionem  .  et  I.  ult.  Nec  illud  .  perhoc  corrigitur  .  secundum  .  al. 
(Ibid.  —  Et  quoniam  scimus). 

174)  ....  a.  Infra  .  de  sanctis  .  e  .  Siquis  episcopus. 

(Ibid.  —  v.  propter  editionem). 

175)  ....  a.  facta  prius  renuntiatione  testium  non  producendorum  .  Ut  .  supra  .  eod.  quia  vero  (3). 

f.  45  r.  —(Coli.  VII,  tit.  3,  Nov.  91.  —  Ut  exact.  dot.  eie  —  prin.  secundae  essent). 
170)  ....  a.  scilicet .  ypothece  .  (interi.). 

f.  46  r.  —(Coli.  VII.  tit.  0.  Nov.  07.  —  De  aequal.  dot.  etc.  —  Aliud  quoque). 

177)  ....  a.  Cod.  quipotiores  .  impy  .  habeantur  .  1.  Ult. 

178)  ....  Infra    depriuile  .  do  .  her  .  manichii  (mulieribus) .  uel  .  Nonprestando(is)  (4). 

f.  47.  —  (Ibid.  —  Ilis  consequens  est). 

179)  ....  a.  Infra  .  t  .  de  cessione  honorum. 

180)  ....  a.  Cod.  qui  potiores  inpi  .  1.  Iicet. 

181)  ....  a.  ff.  qui  potiores  inpi  .  1  .  Inter  dum  .  et  1.  hii. 

182)  ....  a.  Supra  .  eod.  Quia. 

(Ibid.  —  v.  priores). 
18?>)  ....  a.  Id  est .  pociores). 

(Ibid.  —  Hic  consequens .  Quia  vero  et  huiusmodi). 

184)  ....  a.  Supra  .  exiben  .  et  hit  .  reis. 

185)  ....  a.  (.'oli.  qui  poti  .  inpy.l.  Ult. 


((/)  «  aliqiiis  *  in  Glo.  Accur.  v.  deposuit. 

(//)  «  rerum  deiìtorum  »  aggiunge  la  Glo.  Accur.  v.  deposuit. 

l'I  «  et  iste  n  aggiunge  la  Glo.  Accur.  v.  deposuit. 

\d)  *  verus  debitor  v  Glo.  Accur.  v.  deposuit. 

(e)  "  debitum  «  omette  la  Glo.  Accur.  v.  deposuit,  e  aggiunge  »  quia  eritatis  *. 

(/ 1  Invece  di  «  id  est  r>  la  Glo.  Accorr,  v.  deposuit  ha  -  e'  n. 


(1J  Eguale  in  parte  in  Glo  .  Accur  .  v.  causam  :  sonza  sigla  di  Alberico. 

iji  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  deposuit:  vi  e  la  sigla  di  Alberico. 

(8)    N'di  Glo.  Accur.  ibid:  senza  ^i^ìa  di  Alberici'. 

(4)  Vedi  (ilo.  Accur.  \  :  senza  sigla  di  Alberico. 


—  221  — 

f,  .17  ,-.  _  {Ibid.  —  Tllui  quoque  .  v.  dotem  |. 

186)  ....  Scilicet .  paruam  .  al . 

{Coli.  VII.  tìt.  il.  Nov.  <■)',)■  —  De  duob.  seis  promit.  —  prin.). 

187)  ....  a.  Cod.  de  fideius  ius  etmanda. 

(Coli  Vili,  tìt.  1,  Nov.  100.  —  De  temp.  non  sol.  pec.  -  prin.). 

188)  ....  a. 'Cod.  denon  mini''  .  pe  .  Incontractibus  (')• 

1'.  18.   -  {Ibid.  —  Si  ergo  annis.v.  vel). 

189)  ....  a.  prò  id  est .  [interi). 

{Ibid.  —  in  fine). 

190)  ....  a.  Cod.  ne  des  tata  dettine  .  post  .V.  quen  .  Simater. 

191)  ....  a.  Cod.  denuptiis  .  Sancimus. 

[Ibid.  —  v.  coniuncta  ). 

192)  ....  a.  Scilicet .  marito  maiori  .nel  minori  (2). 

{Ibid.  —  v.  et  decimo). 

193)  ....  a.  Id  est  .  per  .  XIIII  .  annos. 

{Ibid.  —  ».  aetate). 

194)  ....  a.  Scilicet .  sua  et  non  fratris  .  cui  successerat  .  et  (a)  e..s(ex  cuius?)  persona  iudicio  dedote 

conueniebatur  .  scripserat  eniin  pater  se  dotem  accepisse. 

195)  ....  a.  Cod.  dedote  cauta  non  .  I.  Ult. 

f.  48  r.  —  {Coli.   VII,  Ut.  5,  Nov.  93.  -   De  appellai  v.  ex  conscripto). 

196)  ....  madxime  .  sec  .  Al.  {interi.) 

f.  49  r.  —  {Coli  Vili  tìt.  8,  Nov.  107.  —  De  test,  imper.  etc.  —  Nos  igitur  .  v.  primum). 

197)  ....  Id  est .  dispositiones  .  a. 

{Ibid.  —  v.  sub  eius  subscriptione). 

198)  ....  Id  est  .  scripturam  .  a. 

{Ibid.  —  v.  dispositi  onemì). 

199)  ....  Etultimam  uoluntatem  .  al  (3). 

f.  50.  {Coli.  Vili,  tìt.  9,  Nov.  10S.  —  De  rest.  —  v.  occasiones). 

200)  ....  al.  Scilicet .  legum  condendarum  .  a. 

f.  51.  —  {Coli  Vili,  tìt.  13.  Nov.  112.  —  De  litig.  etc.  —  Ad  e.ccliulenclas  v.  decimam). 

201)  ....  Forte  tertia  (4)  nec  excedat  triginta  et  sex  aureos  .  Ut .  Supra  .  de  excut.  incoll.  VII .  Vel  ali- 

ter  prestabit  decimam  partem    quantitatis   comprehense    inlibello  .  licet  excaedat  triginta  et 
sex  aureos  .  ethoc  cumlis  contestata  est  .  lite  enim  noncontestata  .  cautio  nondebet  excedere- 
quantitatem  triginta  et  sex  aureorum  .  Ut  Supra  .  de  executoribus  .  Al  .  (4). 
{Ibid.  —  v.  partem). 

202)  ....  Sitamen  reus  amplius  seexpendisse  iurauerit .  Indice  prius  taxante  .  et  hoc.  recipiat .  Ut  Supra  . 

de  exhi  .  et  .  intro  .  reis  .  Quia  vero  .  Al. 

f.  51  r.  —  {Ibid.  —  Omnem  vero  .  Si  vero  apitd  iudicem). 

203)  ....  Innovata  hic  quoddicitur  .  Ut  Supra  .  de  exhiben  .  et  intro  .  reis  .  Sincro  .  A. 

f.  54.  —  {Coli.   Vili,  tit.  16,  Nov.  115.  —  Ut  cum  de  appell.   corjno  .  etc.  —  in  fine). 

204)  ....  a.  Infra  .  inst  .  de  accionibus  .  deconsti. 

f.  55.  {Coli  Vili,  tit.  18,  Noe.  117.  —  Ut  liceat  mot.  et  an.  etc.  —  Ilio  indubitanter). 

205)  ....  a.  hoc  innouat  .  Supra  .  de  nup  .  Sicitaque  . 

{Ibid.  —  Quia  vero  plurimas). 

206)  ....  a.  Infra  .  utnulli  indie  .  liceat. 

(<()  Qui  il  testo  contiene  varie  correzioni  che  lo  rendono  intelligibile  per  lo  spazio  di  aldine  lettere. 
{l'i  «  decima  „  in  Glo.  Accur.  ibid. 


(1)  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  sancita:  senza  sigla  di  Alberico. 
(■1)  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  contra  matrem:  senza  sigla  di  Alberico, 
(t!)  Simile  in  Glo.  Accur.  ibid.:  ivi  è  attribuita  al  »  liber  R(ogerii)  n. 
|4I    Vedi   Glo.  Accur.  ibid:  senza  sigla  di   Alberico. 


—  222  — 

f.  55  r.  —  (Ibid.  —  Si  autem  filios  non  habuerit  ex  eodem). 

207)  ....  a.  Infra  utnulli  indie  .  Quiavero  .  contea. 

208)  ....  a.  Infra  .  de  sanctis  .  e  .  Siuero. 

f_  56  r.  —  Coli.  IX,  tit.  Nov.  118.  —  De  ber.  ab  .  int.  ven.ete.  —  Ex  bis  autem  .   v. 
tutelae). 

209)  ....  id  est  .  honus  .  a. 

f.  57  r.  —  Coli.  IX,  tit.  3,  Nov.  120.  —  De  alien,  et  empii,  etc.  —  rulr.  v.  locis). 

210)  ....  Scilieet  .  religiosi»  .  a. 

{Ilici.  —  Sancimus  igitur  .  Si  vero  quaedam  sunt). 

211)  ....  a.  Cod.  de  sacro  .  sanctis  .  ec.  hoc  innouatur  ('). 

212)  ....  a.  Supra  .  de  .  non  .  al  .  ant  permut.  siquis  autem  (2). 

213)  ....  Infra  .  cod.  t(it.)  quecumque. 

(Ibid.  —  r.  in  tertia  parte). 

214)  ....  Li  est.  tertia  pars  pensionimi  que  exhabitationibus  adhuc  stantibus  colligebatur  .  prestetur 

nomine  pensionis  abinitio  emphiteoseos  .  due  nero  partes  pensionum  remittantur  .  et  hoc  per- 
penditur  .  exhis  .  scilieet .  ut   enphiteosis  procedat  .  intertiam    partem   pensionum  .  scilieet . 
remittendam  .  id  est  .  tertia  pars  pensionum  que  colligebatur  durantibus  edifìciis  remittatur  . 
duo  vero  prestentur  .  et  hoc  secundum  la  .  a  .  (3). 
(Ibid.  —  v.  ex  adiectis). 

215)  ....  ili  est  .  sieius  refectione  aliquid  adatur  antique  pensioni  .  eius  quod  additum   est  .  medietas 

prestetur  uenabili  (venerabili)  domui  .  alia  medietas  ei  remittatur  .  qui  inenphiteusin  accepit . 
integra  uero  antiqua  pensio  ei  prestetur  .  a. 
f.  58  r.  —  (Ibid.  —  Hoc  vero  iubemus.  Ea  vero  quae). 
210)  ....  a.  Supra  .  de  .  non  .  al  .  aut  permu  .  Quiavero. 
a.  Cod.  de  .  sacro  .  san  .  ecc.  Sancimus. 

(Ibid.  —  Si  vero  quis). 
a.  Supra  .  de  .  non  .al.,  aut  permut.  Scire. 

(Ibid.  —  Sanctissimas  vero  ecclesias). 
a.  Cod.  dereb  .  alienis  .  non  alien  .  1.  Ult. 
a.  Infra  .  de  ecclesia  .  ti  .  Siautem  armale  .  —  Infra  .  Cod.  de  sacro  .  s.  ec.  iubemus. 

f.  60.  —  (Coli.  IX,  tit.  14,  Nov.  131.  —  De  eccle.  tit.  —  prin.). 
a.  Supra.  Ut  romana  ecclesia  .  cent  .  ann  .  habeat .  pre.  (4), 

(Ibid.  —  Si  quis  in  nomine). 
a.  Cod.  de  episcopis  .  Siquis  ad. 

f.  60  r.  —  (Ibid.  —  Si  autem  haeres.  v.  vacante). 
quod  (a)  forte  locumhabet .  eum  heres  que  adpias  causas  relictasunt  ab  initio  sponte  adim- 
plere  noluit .  sienim  sponte  testatori.»  aoluntati  abinitio   paruisset    falcidiam  habere    posset. 
Ut  ff.  ad  1.  fai.  1.  1.  adeos.  a.  p). 

224)  ....  a.  ff.  decon.  et  demon.  Sicui. 

(Ibid.  —  Interdicimus  autem.  Si  quis  autem  episcopus). 

225)  ....  a.  Cod.  de  episc.  et  cler.  Siquis  presbiter. 
220)  ....  a.  Cod.  de  saems.  eci'le.  (.ienerali. 

f.  61  r.  —  (Coli.  IX,  tit.  11,  Nov.  128.  -    De  collat.  —  prin.  Et  in  hoc.  v.  mitti). 
227)  ....  a.  Scilieet  oporteat. 


I   i      7  tilt  *  in  G'.o.  Accur.  v.  Falcìdia. 


217) 
218) 

219) 

220) 

221) 
222) 
223) 


(1)  Vedi  Olo.  Accur.  Si  vero  aliqms.  v.  domorum;  sen2a  sigla  'li  Alberico. 

(2)  Vncii  Glo.  Accur.  ibid.:  senza  sigla  'li  Alberico. 
(:[)  Vedi  Glo.  Accur.  ibid:  senza  sigla  di  Alberico. 

(4)  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  sacerdotum:  senza  sigla  di  Alberico. 

(5)  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  Falcidia:  è  attribuita  ivi  questa  glossa  a  Rogerio,  e  ad  Alberico. 


—  223  — 

[Ibid.  -     's'<«  autem  aliquando). 

228)  ....  a.  Cod.  d ini  agro  de  serto  1.  1.  q.ui  utilia.qui  fundos .  quiperpo. 

(Ibid.  —  v.  enlhecis). 

229)  ....  M  esl  .  penu  .  seri  suppellectile  .  a. 

(Ibid.  —  Eos  autem). 

230)  ....  a.  -Cod  .  de  .  episcopali .  au  .  Jubemus  ('). 

f.  62. 

231)  ....  a.  ff.  de  .  decret .  abordi .  faeien  .  quod  p). 

232)  ....  a.  ff.  de  numeri .  et  hone  .  Ut  gradatila  (2). 

f.  64  r.  —  (Coli.  IX,  tit.  6,  Noi).  123.  —  De  sanctis  ep.  —  prin.). 

233)  ....  a.  Supra.de  eccle  .  ti  .  Interdicimus. 

(Ibid.  —  Alium  autem  fieri). 

234)  ...  a.  Cod .  de  .  excusatio  .  Volontarie  .  1 . 1 .  contea  .  et  1.  II,  et  1.  III. 

235)  ....  a.  Cod.  de  quisponte  munera.p.  1.  II.  III. 

236)  ....  a.  Supra  de  heredib.  et  fale.  contea. 

f.  65.  —  (Ibid.  —  Omnibus  autem). 

237)  ....  a.  Infra  .  de  .  cr  .  ca  .  II .  Q  .  I .  e  .  nemo  .  ep. 

238)  ....  a.  Infra  .  cr  .  ca  .  XI .  Q .  Ili .  Si  ep  .  for. 

239)  ....  a.  Infra,  decr.  di  XXXVI .  e . nonliceat. 

240)  ....  a.  Supra  .  eod .  Ininitìo. 

211)  ....  a.  Supra  .  eod  .  Ininitìo  .  t. 

212)  ....  Supra.de  monachis  .  Siquisant. 
243)  ....  a.  Infra  .  eod .  contea  .  Siraonachus. 

f.  65  r.  —  (Ibid.  Si  quis  oratorii.  v.  regulari). 
211)  ....  LI  est .  ecclesiastico  .  a. 

(Ibid.  —  Si  quis  vero  sanctissimorum). 

245)  ....  a.  Supra  .  de  manda  .  princi. 

246)  ....  Infra  .  decr. .  II .  ca  .  Q  .  V  .  cap.  Siquis  putaverit. 

f.  66.  —  (Ibid.  —  Si  quis  episcopus). 
217)  ....  a.  ff.  (lo  indie.  Ut  semel. 
248)  ....  a.  Supra.de  testibus .  Quum  etìam. 
219)  ....  a.  Supra  .  Ut .  differe  .  I .  infi  .  t .  et  inp  .  col. 

f.  66  r.  —  (Si  qua  mulier). 

250)  ....  a.  ff.  de  coli.  1.  II.  portio  .  re. 

251)  ....  a.  Supra .  ut .  nulli .  Iud.  liceat .  lociseraut .  contea. 

f.  67.  —  (Ibid.  —  Si  monachus  reliquerit). 

252)  ....  a.  Supra  .  de  monachis  .  Sivero  .  Siquis  autem. 

(Ibid.  —  Si  quis  rapuerit). 

253)  ....  a.  Supra  .  quo  .  opor  .  contea. 

254)  ....  a.  Supra  .  Ut .  nulli .  indi .  Sivero. 

255)  ....  a.  Supra.de  eccle  .  ti .  Siquis  autem. 

256)  ....  a.  Supra  .  Ut .  cum  de  .  appell .  co  .  Siquisdep. 

(Coli.  IX,  tit.  41,  Noi\  159.  —  De  rest.  fideicom.  —  rubi:  v.  nomine). 

257)  ....  a.  Cod  .  de  Ver  .  si .  Suggestioni. 

f.  67  r.  —  (Ibid.  —  Si  enim  et  ipsi  filios). 

258)  ....  a.  ff.  de  legat .  I .  Siffliusf.  Cum  erit. 

f.  68.  —  (Coli.  IX,  tit.  17,  Noo.  13 4.  Ut  nulli  iud.  etc.  —  prin.). 

259)  ....  Supra  .  de  coli .  adhec  .  et .  prohibemus. 

260)  ....  a.  Supra  .  demandat .  princi .  Uhul. 


(1)  Eguale  in  Glo.  Accur.  v.  exiyere  eos:  senza  sigla  di  Alberico. 

(2)  Eguale  in  parte  in  Glo.  Accur.  v.  denominane  eos:  senza  sigla  di  Alberico. 


224  

261)  ....  a.  Supra  .  de  coli .  adheo  .  et .  Iubemus. 

262)  ....  a.- Cod  .  de  curiosis  .  1 . 1. 

f.  68  r.  —  (Ibid.  —  Quoniam  vero  contingit). 

263)  ....  a.  Supra .  Ut  nonfiant  pignorationes  ('). 

264)  ....  a.  Supra .  deman  .  prin  .  Ulud  .  oportet  (2). 

(Ibid.  —  v.  contro). 

265)  ....  facta  dico  .  a. 

{Ibid.  —  Si  vero  quis). 

266)  ....  a.  ff.  depenis  .  absentem. 

267)  ....  a.  Cod.  derequir  .  reis  .  1 .  Ult. 

268)  ....  a.  Cod.  deaccusat .  1 .  absentem. 

269)  ....  a.  Supra  .  Ut  omnès  obe  .  Indi .  II. 

(Ibid.  —  v.  suo  periculo). 

270)  ....  Id  est .  eius  .  quisuscepit  publicas  litteras.  Vel  eius  quimandavit.  Ut .  Infra  .  novell .  t  (it.)  e 

(od.),  a .  (3). 
(Ibid.  —  Et  hoc  vero  iubemus .  v.  accipiat). 

271)  ....  Scilicet .  iussionem  nostrani .  Al .  (4). 

272)  ....  a.  Supra  .  demandat .  prin  .  deinde. 

273)  ....  a.  ff .  ad  veli .  seri  .  con  .  Siproaliquo. 

f.  69.  —  (Ibid.  —  Necessarium  vero.) 

274)  ....  a.  Supra .  de  litigiosis  .  adexclu. 

275)  ....  a.  ff .  de  .  custo  .  reor  .  diuus. 

276)  ....  a.  Supra  ut  liceat  raatri  et  auie,  quiavero  (5). 

(Ibid.  —  Si  quando  vero.  v.  si  dotalia). 

277)  ....  Id  est  .  sidos  data  non  fuerit.  Al. 

(Ibid.  —  Quia  vero  aliqui.  v.  legem). 

278)  ....  a.  Supra .  ut  liceat  inatri.  quia. 

279)  ....  a.  Supra.  ut  liceat  matri  etauie.  Quiavero. 

280)  ....  a.  Cod.  deincestis  nuptiis.  Siquis. 

281)  ....  a.  Infra  .  derap.  mul.  que  nu. 

(Ibid.  —  Si  quis  vero  accusatus). 

282)  ....  a.  Cod.  ad.  1.  iul.  deadult.  Siquis  (6). 

283)  ....  a.  Infra  .  de  sanctis  .  e  Siquis  rapii. 

284)  ....  a.  Supra  .  Ut  liceat  ma  .  et  a  .  quiauero  (6). 

285)  ....  a.'  Supra  .  de  eccle  .  ti .  Siquis  in  sua  do. 

(Ibid.  —  Quia  vero  nos). 

286)  ....  a.  Supra  .  demandat  .  prin  .  Coges  .  coli.  III. 

287)  ....  a.  Cod.  defugitivis  .  Sifugitivi. 

f.  69  r.  —  (Ibid.  —  in  fine). 

288)  ....  a.  ff.  depenis  .  1 .  Capitalium. 

289)  ....  a.  Cod.  ad  .  1 .  iul .  maie  .  (7). 

(Coli.  VI  tit.  15,  Nov.  86.  —  Ut  diffe.  ind.  etc.  —  prin.). 

290)  ....  a.  Infra .  de  sanctis  epi.  Siuero. 

291)  ....  a.  Supra  .  de  exhiben  .  et  intro  .  contea. 

ih  Villi  filo.  Aerar,  v.  coinprekexdere:  senza  sigla  di  Alberico. 
l-'l  Vedi  < ilo.  Aerar,  v.  hominilus:  Bensa  sigla  ili  Alberico. 

(!)  Qui  il  Glossatore  evidentemente  si  riferisce  ad  un  passo   dell'Epitome   di  Giuliano;    ma    non   siamo    riasciti  a    ice 
prime  il  luogo,  causa  forse  l'erroneità  dell'indicazione  data  dall'inesperto  amanuense. 
(I)  Eguale  in  Glo.  Accur.  ibid:  colla  sigla  Al. 

(5)  Vedi  Glo.  Aecur.  Si  quando  v.  lege:  senza  sigla  di  Alberico 

(6)  Eguale  in  Giù.  Aecur.  v.  turpiter  conversalus  ;  senza  sigla  di  Alberico. 
17)  Vidi  l'i"  Ai'iur.  %•.  /-'/■-;  senza  sigla  di  Alberico, 


—  225  — 

292)  ....  ii.  il',  dcrecept.  Sed  si. contea. 

(Ibid.  —  v.  dissolvant). 

293)  ....  Scilicet .  sine  scriptnra .  Al. 

294)  ....  a.  Cod.  de  indie,  placnit. 

[Ibid.  —  Si  quis  vero  existimans). 

295)  ....  a.  Snpra  .  utìudices  sinequoquo  soffira. 

296)  ...    ii.  ff.  de  iniuriis  .  Necmagisteat. 

297)  ....  a.  ff.  de  iuius  uoc.  1.  II. 

f.  71  r.  —  (Coli.  IT,  tit.  8,  Nov.  125.  —  Ut  iudic.  non.  expect.  ctc). 

298)  ....  a.  Supra  .  iusiur.  quod  praestatur  abhis. 

299)  ....  a.  ff.  de  .  re  .  iudi .  duo  .  et  1.  Inter. 

300)  ....  a.  Cod.  quando  .  prouo  .  non  est  necesse  .  1.  ITU. 

Glosse  del  Piacentino 

f.  11.  —  (Coli.  Il,  tit.  2,  Nov.  8.  —  Ut  iud.  sine  quo.suf.  —  in  fine). 

1 Infra,  hec  constitutio  .  interp  .  prior .  corat .  dehis  quiingred.  p. 

f.  12  r.  —  (Coli.  II.  tit.  5,  Nov.  10.  —  De  referen.  sac.  pai.  —  in  fine). 

2)  ....  ff.  deuerb  .  obli .  Continuus  .  Cumquis  .  p. 

f.  19  r.  —  (Coli.  IV,  tit.  1,  Nov.  22.  —  De  uupt.  —  prin.). 

3)  ....  Infra  .  instit .  ad  .  1 .  Inprin  .  p. 

(Ibid.  —  Distrahuntur  itaque .  in  fine). 

4)  ....  p.  Post  trihennhvm  cohire  non  poterit. 

f.  21.  —  (Ibid.  —  Si  quis  enim  ex  eis). 

5)  ....  ff.  de  bonis  .  lib  .  communium  .  p. 

(Ibid.  —  Primae  si  quidern  nuptiae). 

6)  ....  ff.  exquibus  .  caus  .  Infra  .  Uxores  .  p. 

f.  21  r.  —  (Ibid.  —  Si  vero  expectet). 

7)  ....  p.  (a)  piena  uiri  etmulieris  nonseruata  affeetum  priorùm  liberoium. 

f.  22.  —  (Ibid.  —  Optime  vero  nobis). 

8)  ....  Infra .  curo  de  .  appell .  cogno  .  p.  Siue  igitur  .  p. 

9)  ....  Infra  .  decret .  XXVII .  Quifinera  .  p. 

1 0)  ....  Infra  .  decret .  LX  .  di .  Siquis  par  .  p. 

11)  ....  Infra  .  decret .  di .  L.  domino  facto  .  p. 

(Ibid.  —  Et  hoc  decernens). 

12)  ....  Cod.  desecundis  nuptiis  .  1 .  penult .  p. 

f.  31  r.  —  (Coli   V,  tit.  15,  Nov.  60.  —  Ut  def.  seu  fan.  etc.  —  prin.). 

13)  ....  Cod.  de  episcopis  .  et  clericis  .  presbiteri .  p. 

14)  ....  Infra  .  dee  .  1 .  di .  Quiasanetitas  .  p. 

(Ibid.  —  illum  etiam  recte). 

15)  ....  Cod.  depaganis  .  Ult.  p. 

(Coli.  V,  tit.  16,  Nov.  61.  —  Ut  immob.  ante  nupt.  —  prin.). 

16)  ....  p.  Permissa  est.etin  rem  accio  mulieri  protali  donatione. 

f.  42  r.  —  (Coli.   VII,  tit.  1,  Nov.  89.  —  Quib.  rnod.  natii,  etc.  —  Et  quoniam  varie). 

17)  ....  ff.  siomissa  .  causa  .  test .  etsinontotam. 

f.  44  r.  —  (Coli.  VII,  tit.  2,  Nov.  90.  —  De  test.  —  Et  quoniam  scimus). 

18)  ....  p.  Cod.  de  .  rebus  .  creditis  .  1 .  penult. 

f.  48.  —  (Coli.  Vili,  tit.  1,  Nov.  100.  —  De  temp.  non  sol.  pec.  etc). 

19)  ....  Inhoc  autein  triasunt  specialia  .  primum  quod  exceptio    non    numerate    dotis   tollitur   minori 

tempore  quam  sit  biennium  .  puta  siperraensem  duraverit  matrimonium  .  exinde  enim  currit 

(a)  Le  prime  parole  di  questo  seolio  per  causa  <\i  abrasione  sono  rese  illegibili. 

Ci  \^f  di  scienze  M'irai  i  ecc.  —  Memorie      Ser.  K  Voi.  II.  Parte  1". 


—  220  — 

unus  .  secundum  quod  ultra  biennium  durat  exceptio  .  puta  sipost  biennium  soluatur  matri- 
raoniiun  ;  tertìum  quod  hoc  graduili  tempus  minori  nec  seruatur  ipso  iure  illesus.  aliter  cnim 
nonrestitueretur  .  recuudura  .  P. 

f.  54.  —  (Coli.  Vili,  tit.  16,  Nov.  Ilo.  —  Ut  cum  de  appell.  cagno  .  etc.  —  Ilaec  autem 
disposuimus). 

20)  ....  piac.  Cod.  de  prescri .  XXX  .  annoi- .  sicut .  cum. 

21)  ....  piac.  Cod.  de  anna  .  eicep  .  1 .  penult. 

22)  ....  piac.  Cod.  de  iur  .  deliber .  Scimus.  donec. 

23)  ....  piac.  ff.  quando  accio  .  depecu  .  ami .  1 .  II. 
21)  ....  piac.  ff.  deeollus  .  deteg.  1 .  II  ('). 

f.  50.  —  (Coli.  IX,  tit.  7,  Nov.  134.  —   Ut  litig.  "ir.  in  etc.  —  prin.). 

25)  ....  Istmi .  ar  .  contra  eos  qui  dicunt    quodactor    debet    carere  .  contea    eos  quidieunt .  quod  actor 

debet  cadere  .  a  .  causa  .  ut  Cod.  de  iur.  propter  .  n  .  (propter  .  calunni?) .  L  .  II  .  Quod  siactor  . 
ipso  iure  .  quod  nonplacet.  P. 

f.  66  r.  —  (Coli.  IX,  tit.  6,  Nov.  123.  —  De  sanctis .  ep .  etc.  —  Iubemus  igitur  .  v.  ar- 
chimandritam). 

26)  ....  Mandros  .  grece  .  latine  .  auriga  .  inde  abbas  .  dicitur  mandra .  quiaregit   monachos  .  archiman- 

drita non  dicitur  quianonsolum  monachos  .  sed  etalios  regit  abbates  .  ut  potè  princeps  .  P. 
f.  68.  —  (Coli.  IX,  tit.  IT,  Nov.  131.  —  Ut  nulli  imi  etc.  —  prin.). 

27)  ....  Plura  capitala  perse  spectanda. 

f.  71  r.  —  (Coli.  IX,  tit.  25,  Nov.  143.  —  De  rap.  inni,  eie.) 

28)  ...  Infra  .  decret .  XXII .  Siquis  ep.  p. 

29)  ...  Cod.  de  nupt.  Et  si.  contra.  p. 

Glosse  di  Giovanni  Bassiano. 

f.  51  r.  —  (Coli.   Vili,  tit.  13,  Nov.  1/2.—  De  litig.  et  de  dee.  etc.  Omnem  vero.  v.  et 
.si  hoc  minime  fecerit). 

1)  ....  hic  queritur .  ntrum  exnecessitate  debeant  istatria   edicta    proponi .  dicunt  quidam  quod  sic. 

aliter  enim  sententiam  forre  nonpoterit .  LU  .  sed  Iob.  dicit  quod  non  .  Immo  nonpoterit .  ubieius 
appareat  contumatia  etiatn  uno  .  e(dicto?) .  proposito  .  poterit .  ferre  sententiam  .  hoc  .  enim  . 
scilicet.ut  tribus  .  e(dictis?) .  absens  uocetar  inductum  est .  ut  sipostea  nonuenerit .  eius  ap- 
pareat ■  •  oiitum atia  .  Ut .  ff.  de  re  iudic.  1.  contumatia  .  ubiergo  hoc  certuni  est .  non  oportet 
amplius  procedere  .  nani  in  iiicertis  .  non  incertis  .  locus  est  coniuncturis.  Ut  supra  .  IIII 
coli.  VI .  (8).  contra  .  derestitutionibus  .  et  eaque  .  pa.  Ult.  et  ff.  de  .  Ver.  Obi.  contimius .  Item  . 
secundum  .  Iob. 
f.  7i  r,  _  (Coli.  IX,  tit.  8,  Nov.  125.  —  Ut  iud.  non  exp.  etc.  —  v.  mudare). 

2)  ....  .Supra  .  ut .  nulli .  iud.  hoc  nero  in.  Sed  hic  intelligas  .  cumliqueat  ei  decausa  .  cum  nero  du- 

bitili .  adire  principerà  .  secundum  .  Io.  b. 

Glosse  del  Pillio 

f.  16  r.  —  (Coli.  Ili,  tit.  4,  Nov.  17.  —  De  mand.  prin.  —  Neque  occasione). 
1)  ....  Infra  .  scenicas  .  nonsolum  .  fideins  .  non  prest    pi. 

f.  22.  —  (Coli.  IV,  tit.  1,  Nov.  22.  —  De  nupt.  —  Quia  vero  lucra). 
21  ....  Cod.  de  secundis  nuptiis .  Quum  .  p.  ult.  pi. 

3)  ....  Infra . nequeuir . quod . ex  dote.niud.  pi. 


1 1 1  Vedi  Glo,    V''  un.  v.  .  ■■!'.' ■'     igla  de]  Piacontino. 

(2)  Questa  citazione  è  importante  perchè  m  riferisce   alla  Nov.  75,  la  a.uale  dal    Savigny  (B 

Novellextexles  -  i»  Zeitschrift  f.  gesch.  Recltswiss.  p.  II)   è  collocata  fra  le  non  glos  ate.  In  I  i   i  lai  e  n  ni    la 

i.ilt.r...  il  Landsberg  (Ueber  d.  Entstehmg  cler  Reyet  Q    ■       ■  ■         Bonn.  I  80,  p.  20), 


—  227  — 

•1)  ....  Cod.  de  repudiis .  consensu.  Siuero  .  e<  1.  Iubemus .  pi. 

f.  35  r.  —  (Coli.  VI,  tit.  I.  Nov.  72.  —  Ut  Hi  qui  obi.  etc.  —  Quoniam  autem.  v.  plus  est). 

5)  ....  Scilicet , condistinguit .  quantum  sit   ergo  corrigit.que  ff.  de  amministrat.  tut.  1.  Ita  autem. 

continentui- .  pi. 
f.  42.  —  (l'oli.   VII,  tit.  t.  Nov.  8'9.  —  Quìi.  mod.  nata.  eff.  etc.  —  Si  quii  igitur. 

6)  ....  Villàs  etuicus  persoluere  tributa  civitatis .  pi. 

C.  53.  _  (Coli.  Vili,  tit.  16,  Nov.  115.  —  Cum  de   appetì,  cogno.etc.  Alia,/  quoque. 
v.  se  libero  tamerì). 

7)  ....  Plusigitui  inhoc  casu  iuris  habent .  constante  luxuria  .  contraillud  supra  derestitutione  .  etea- 

que  parit .  in  .  XI .  in  .  infine  .  pi. 

f.  69  r.  —  (Coli.   VI,  lil-  J.'>,  Nov.  86.    —    Ut  dijf.    iud.    audire  etc.    —    Si  quii  vero 
existimans). 

8)  ....  pi.  ff.  si  seruit .  pop.  act. 

9)  ....  pi.  Cod.  do  euict.  siue  poss. 

Glosse  di  Cipriano 

f.  12  r.  —  (Coli.  II,  tit.  7,  Nov.  12.  —  De  ine.  et  nef.  nup.  =  Et  hoc  quidem). 

1)  ....  Initio    ascendentibus    usque   adtercium  graduili   primo   defertur .  ut .  Infra  .  ut  nulli  iudicum 

Ult .  descendentibus  .  et  novent  istmi .  Ut  Infra  .  i .  ergo.  Cy. 
f.  15.  —  (Coli.  Ili,  tit.  2,  Nov.  15.  —  De  def.  cip.  —  Deinde  eosqui). 

2)  ....  Nonergo  potest  nuberè  et  possidere  .  quia  et  imperii  est .  et  iuris  dictionis  magistratura  im- 

perii .  ut  ff  admuni .  Ea  .  Cy. 

f.  15  r.  —  (Coli.  Ili,  tit.  3,  Nov.  16.  —  De  men.  orci.  elee). 

3)  ....  Species  constitutionum  .  quibus  quimittitur .  adprouinciam  regendam .  monetar  (a)  quidest  (b) 

eum  oporteat  agore  .  et  aquibus  abstinere  .  ut .  Infra  .  depretorie  pysidic  .  infine  .  e  costit.  Cy.  (')• 

4)  ....  I .  de  inscriptionibus  secundum  quem  modum  rogant  (regant)  administrationem .  ut .  Infra  do 

pretorie  pysidic  .  Infine  .  C  .  Cy.  (2). 
f.  19  r.  —  (Coli.  IV,  tit.  1.  Nov.  22.  —  De  nupt.  —  Nuptias  itaque  .  ».  augmento). 

5)  ....  Preter  quam  inter  eos   quimaximis    dignitatibus  sunt  decorati .  Ut .  Infra  .  ut  liceat  raatri  et 

auiae  .  Quia  uero  dudum  .  Cy. 
f.  20.  —  (Ibicl.  --  v.    .     .    ). 

6)  ....  Scilicet.  si  dehis  qui  cum  eis  manumissisunt  nullus  exisse  non  potuisset  aut  quoniam  ot  ipsi 

liberti  essent  doside  detrudentur    itaque    filii    post  manumissionoin.  Nani  inservitutem  licet 
ingenui  sintnati.  Cy. 
f.  20  r.  —  (Ibicl.  —  Sic.  itaque  matrimonia). 

7)  ....  Quiavero  comgit  ipsa  por  illam.  Ut  fratris  filii.  Ult.  Cy. 

f.  27  r.  —  (Coli.  V,  tit.  3,  Nov.  48.  —  De  iureiur.  a  mor.  etc.  —  Sancimus  igitur  v. 
mensuram  ?). 

8)  ....  Quod  hic  demensura  idem  est  et  sisine  ullo  iure  iurando    exstimauit   quanti  emptum  smini. 

Ut .  ff .  delegatis .  II .  Cum    pater  .  pater   quifilio  .  arg  .  contra  .  est .  Ut .  ff .  «le    legat .  II .  lege  . 
Titia  .  Gaius  .  et  1.  Ult .  II  -  Cy. 
(Ibid.  —  v.  simili o). 
11 1    ...  Certuni  (Ceterum).  cessante  agone  .  et  laboriosam  (a)  quisitione  .  siqnid  contractus  ajmd  here- 
deni  invernatili-  .  abillo  reetissime  partialiter  prestatili- .  Cy  .  (e). 

(<■)  »  moiieretur  »  Ediz.  Savigny  (Storta  del  D.  R.  nel  Medioevo  v.  Ili,  r.  -MS  ;  dal  ras.  Pirig.  4420). 

(li)  "  est  r,  omette  Savigny  (op.  cit.  v.  Ili,  p.  448;  dal  ins.  Parig.  4420). 

(e)  Questa  glossa  può  correggersi  con  quella  eguale  che  si  trova  poco  più  sotto,  e  che  ne  è  una  ripetizione. 


(1)  Questa  citazione  *  Infra  de  pretore  pusìdìe  »  si  riferisce  alla  Nov.  24  che  è  fra  quelle  non  glossate,  ma  sempli- 
cemente citate  nel  Medioevo  (Savigny,  Beytrag  sur  Gesclrìchlc  dei-  Lateìnischen  NuceilenlexU's  -  in  Zeitschrift  fur  gesch.  Rechts- 
wiss,  parto  II,  p.  105).  Questa  glossa  è  edita  dal  Savigny  (Storia  del  D.  II.  nel  Medioevo,  v.  Ili,  p.  44S). 

(2)  Aneli.1  questa  glossa  cita  la  non  glossata  Nov    24  (Savigny,  Storia  nel  D.  II.  nel  Medioevo,  v.  Ili,  p.  448). 


—  228  — 

(Ibìd.   —  v.  quaerere). 

10)  ....  Nondefunctum  et  searguant  deperiurio  .  curo  enim  est  idem  et  defunctus  et  heres  .Ut .  Supra  . 

e  (od.  tit.)  Cy.  (a). 

11)  ....  Ceterum  cessante  agone  .  et  laboriosa  inquisitione   siquid   subtractum    apud  coheredem  inue- 

niatur .  abalio  rectissime  partialiter  prestatur.  Cy. 

12)  ....  Nec    defunctum    sed    ipsos    arguant   deperiurio    est  .  cuna  idem  defunctus  .  et  heres  .  Ut  .  e 

(od.  tit.).  Cy. 

f.  29.  —  (Coli.   V,  tit.  8,  Nov.  53.  —  De  exliib.et  in.reis  etc.  —  v.pronihilo). 

13)  ....  hoc  verum  proincommodo  intelligentes  quidam  interpretantur  curo,  liane  observationem  factain 

contestationem  noninterriunpere  .  Ego  autem  contra  quiaquod  lue  dicitur  pronichilo  esse  quod 
adhoe  dicitur  utpertalem  litis  contestationem  non  impediantui  iudicem  refutare  .  Antiquitas 
ceterum  sicut  insuperiori  paragrapho  .  Illud  significatur  post  litis  contestationem  nonpoteral 
refutari  potest  mine  presidibus  obitiatur  prescriptio  nonpotes't .  Ut .  Cod.  depre  .  XXX  .  an  . 
Manifeste  exprimitur  rnteromptam  prescriptionem  sipostulatio  iniudieium  fuerit  deducta  con- 
uentio  .  1.  Sicum  iurem  hec  autem  omnia  colligere  potest  exuerbis  eiusdem  constitutionis  ei 
cui  consonat  .  Inde  dicens  expostulatione  deposita  et  per  excurem  (executorem?)  insecuta 
conuentione  interrumpi  prescriptionem  et  hodie  apud  consulem  .  Ut .  ff .  dedilat .  1 . 1.  Cy. 
f.  31.  —  (Coli.   V,  tit.  15,  Nov.  60.  —  Ut  de},  seu  fan.  etc.  —  princ). 

11)  ....  Siuero  neque  intulit   iuiuriam    inutiliter   nec    eo   mortuo    exequos   prohibuit   licet  uertentes 
afunere  tenuit .  uel  aliter  illos  molestiis  exercuerit .  noncadit  abaccione  nonpatitur  has  penas  .  si 
post  Villi  dies  suas  permittitur  acciones  exercere  .  ut .  Infra .  cumdeap  .  co  .  Meminiraus.  Cy. 
f.  31  r.  —  (Ihid.  —  pria.). 

15)  ....  Quisunt  inconstantinopolitana  civitate  .  Infra  .  novell .  (>)  cum  innuitur  .  loqui  de  aliis  .  t .  (vel?) 
decreditoribus  quimorientibus  debitoribus  suis  imminent .  cap  .  II .  de  aliis  enim  qui  nonsunt 
inciuitate  de  auclientibus  causis  exprincipis  iussione  faciunt .  Infra  .  e  (od.  tit.).  alios  .  Cy  .  Ar. 
quod  maioripositus  dignitate  magis  puniatur  fidelinquat .  Ut  liic  similiter  .  Ut .  ar  .  contra  . 
Ut  Cod.  depag.  1.  Ult.  p. 
f.  32.  —  (Coli.   V,  tit.  16,  Nov.  (il.  —  Ut  immob.  ante  niipt.  etc.  in  fine). 

1G)  ....  prò  hoc  dicit .  quiarepetit  sanctita  (sancita?)  dedote  que  dicebant  ex  frequenti  consensi! .  non 
ledebatur  et  simulici-  consensit .  tamen  non  ledebatur.  Set  ego  credo  quod  ex  vero  consensu 
dicetur  hic  ledendam  .  in  .  dote  sicut  in  propter  nuptias  donationibus.  Cy. 

f.  33  r.  —  (Coli.  V,  tit.  24.  Nov.  69.  —  Ut  omnes  obed.  iud.  —  Si  igitur  faerint 
v.  civitatem). 

17)  ....  Et  si  fuerit  contractus  ante  quam  preses  sit  aditus  .  remittendus  est  ad  smini  presidem  .  nec 

dandum  est  responsum  .  Ut .  supra  .  demand  .  prin  .  deinde.  Cy. 
(Ibid.  —  v.  ex  privilegio). 

18)  ....  Impetratione  prcstita  .  Ut .  Infra  .  e  (od.  tit.) .  arripiat .  secus  sine  impetratione  exeonstitutione 

impertìtum  .  Ut .  Cod .  Siquando  impera .  inter  pup.  Aut  forte  per  liane.  Cy. 
f.  35.  —  (Coli.  VI,  tit.  ■'!.  Nov.   74.  —  Quìi .  mod .  nat .  etc.  in  fine  .  v.  $i  quid  autem). 

19)  ....  dixit  ubimatrimonium  sine  dotaliura  constitutione  contrahitur  adhibendam   sollepoitatem  su- 

pradictamea  .  autem  nonseruata  non  erunt  filli  legitimi  set  uaturales.it  Ime  est  quoddicit.  Cy.  (-). 
f.  36.  —  (Coli.   VI,  tit.  5,  Nov.   73.   -  -   De  instr.  caut.  etc.   —    Sed  et  si  quis.  v.  sub- 
scriptionibus). 

20)  ....  Priuatum  non  ita  sit  publieum  .  uel .  Ut .  Infra  .  de  equalitate  dot .  Quiauero  .  et  ff .  de  proba!  . 

1.  Census  .  et  monu  .  et  Cod.  de  testibus  .  Nolumus.  Cy. 
f.  36  r.  —  (Ibid.  —  Si  vero  moriantur .  v.  si  quidem). 

21)  ....  Post  quam  sit  fìdes  scripture  .  secus  si  producatur  noxuiua  preferatur  scripture .  id  est.  seri- 

jitura  adcollationem  adducatur.  Cy. 

[a)  Questa  glossa  poco  più  sotto  è  ripetuta  con  podio  modificazioni. 


U)  luliani,  Epitome  court.  LI]. 

mile  in  Giuli  ino,  !■'>  Home,    ■  osi    LXVII,  e.  248  prin. 


220  — 

fa  ,\  vero  .  ».  iti  que  dudum). 

22)  ....  Inueniat  tam  ininatit.  ipsius  peiquem  instrumentum    conscriptum  esl  .  quam   cui  mentiu  pe- 

cuniae  .  scilicet .  si  nonabsint  Cy. 

23)  ....  U  est .  aduoeantur  instrumenta  aliaeiusdeni  tabellionis  qui  hoc  compleuit .  et  alia  instrumenta 

mquibus  idem  est  es  subscripserunt  aut  etiam  ipsi  contraentes.  Cy. 

24)  ....  Si  instrumentorum  imperitus  litterarum    l'acero   uoluerit  necessarius  est .  tabularius  siinillo . 

t(estes) .  snnt .  set   et   testes   nominus  .  V .  scientes  imperitum  litterarum  .  et  abeo  cogniti .  et 
postquam  imperitus  nel  sanctam  crucem  fecerit.uel  paucas  litteras  unus  exhisdem .  V . testi- 
bus  proeo  subscribidebebant .  quod  etpresentìbus  eis  .  et  imperitu(m).    cognoscentìbus    omnia 
prncesserunt .  (a)  Cy.  ('). 
f.  37.  —  (Coli.   VI,  tit.  7,  Nov.  78.  —  Ut  iib.  de  caet.  aur.  etc.  —  prin). 

25)  ....  Olim  sicdicebatur  .  Abi .  Aiote  ciuem  romanum  secundum  morein  quiritum.  Cy. 

f.  37  r.  —  (Ibid.  —  prin.     .     .     .     ?). 

26)  ....  hocest  operas  officiales  (officinales?).  que  enimubi  plurimum    dicuntur  obsequiales .  quumenim 

consistunt  inartissimo  .  ut  ff.  de  cond.  indeb.  Si  non  sors  .  Libertus  .  infine.  Cy. 
f.  38.  —  (Coli.  VI,  tit.  9,  Nov.  80.  —  De  quaest.  —  v.  unde  venerunt). 

27)  ....  Eesultantes  contra  dominos  .  et  agentes  .  et  proponentes  aliquas  causascontra  eos.  Cy. 

(Ibid.  —  v.  et  egentes  eis). 

28)  ....  Quia  iuter  se  litem  habent,  et  ne  uenerint    ad  dominum  .  ut  supplicent  ei .  et  litigent  supra 

eo  .  Cy. 
(Ibid.  —  v.  quae  insta). 
20)  ....  Iudicantes .  Cy  (interi.). 

(Ibid.  —  v.  multi  ludo). 

30)  ....  LI  est .  similitudo  (multitudo)  rusticorum  uener.t   adhanc    civitatem   nolens   agere  contra  do- 

minum. Cy. 

(Ibid.  —  v.  qui  secundum). 

31)  ....  Id  est .  secundum  ordinem  collegiorum  litigantium  quilitigant  persindicum.  Cy. 

(Ibid.  —  v.  sit  adueniens). 

32)  ....  sint  agricole.  Cy.  (interi). 

f.  33  r.  —  (Ibid.  —  Si  vero  vitae  occasione). 

33)  ....  Id  est  .  sidominirusticorum   institerint  .  id  est .  neglexerint    agricolas    adeos    uenientes  .  etin- 

terse  litigantes  .  cito   remittere  .  aut  etiam  iudiees  cognoscentes  inter  agricolas  .  etJominum  . 
uelinter  agricolam  et  alium  ,  contra  quem  litìgandum  uenit  agri(cola) .  distulerint  inter  eos 
indicare  .  tunc  questor  partes  coram  se  deducat .  sine  formali  prescriptione  (').  Cy. 
f.  39.  —  (Coli.   VI,  tit.  10,  Nov.  81.  —  Const.  quae  dign.  etc.  —  v.  liberare  valens). 

34)  ....  Sunt    autem    hec    queliberant    acui-ia  .  patritiatus  .  consulatus  .  et  quiconsularibus  honorantur 

codicillis  .  dignitas  magistrimilitum  .  dignitas  prefectorum  pretorio  .  siue  sit  prefectus  orientìs  . 
siue  illirici .  uel  urbis patronus  fisci .  dignitas  principato  agentium  inrebus  .  digni- 
tas praeterea  eius  .  quiest  factus  spectabilis  uir  prosimi  sacri  scrinii .  et  sacrarum  epistola- 
rum  .  necnonsacriscrinii  libellorum  .  et  sacrarum  cognitionum  .  et  dispositionum  .  hec  liberant 
lìlium  a  patria  potestate  .  Ut .  Cod.  uel  de  decurion  .  1 .  ult.  Nemine  .  et  monachatus.  Cy.  (2j. 
f.  43  r.  —  (Coli.  VII,  tit.  1,  Nov.  89.  —  Quib.  mod.  nat.  eff.  etc.  —  Discreti!  igitur. 
v.  intestatis  parentibus). 

35)  ....  Alimentorum  autem  appellatone  et  nedum  aduictum    necessaria  .  sed  et  uestiarium  et  habi- 

tationem  constat  contineri .  ut  if.  dealim .  leg.  1.  ult.  et  penult.  Cy. 

(a)  Per  le  correzioni  del  testo  di  questa  glossa  vedi  Giuliano,  Epitome  const.  LXVI,  e.  23G. 


Il)  luliani,  Epitome,  const.  LXVI,  e.  236.  «  Si  instrumentum  litterarum  impeiihis  componere  maluerit,  necessarius  erit 
tabularius,  si  in  ilio  loco  tabularti  sunt,  sed  et  testes  non  minus  quinque  scientes  imperitum  litterarum,  et  ab  eo  cogniti,  et 
postquam  imperitus  vel  sanctam  crucem  fecerit,  vel  paucas  litteras,  unus  exhisdem  quinque  testibus  prò  eo  subscribat  ;  omnea 
antera  quinque  testes  subscrilwve  aebent,  quod  et  presentibus  eis  e»  c.-.giiM-centibU9  imperitum,  omnia  processerunt  ». 

IJ)  luliani.  Epìtome  con-t.  I.XXV,  ■■.  -Jso. 


—  230  — 

f,  44.  _  [Coli.  VII,  lil.  2,  Nov.  90.  —  De  test.  —  Et  licei  dudum.  0.  solutae). 
36j  ....  Sed  nec  tabulario(rum)  presentia  sola  sufficit .  nisi  testes  rogati  quoque  subscripserint  et  ipsa 
participalis  persona  .  silitteras  sciat  suas  depositiones  .  perscripturas  .  declarauerit.  Cy.  (a).  ('). 
f.  44  r.  —  (Ibid.  —  Ncque  igitur  ?). 

37)  ....  Quidam  etiam  fiderà  licet  forte  pauper  quiomnibus  superioribus  preponitur .  ut  hic  dicitur  ut 

supra .  deheredibus  .  et  t'acuita  (falc?) .  p.  buie  nobis.  Cy. 
(Ibid.  —  Quia  vero  multi,  v.  adversantes  ?). 

38)  ....  Ex  quo    adversario    conice    tuo  .  inspicere    licere    attestationes  .  et  ei  aiudice    dandas  .  Ut .  ei 

Infra  .  e  .  dicitur  .  hoc  exhoc  Cy. 

39)  ....  Lì.  est .  et  bis  quideduxit .  concludens    probationes    suas    in    his    quos    produxit   renuntiauit 

productioni  testium.  Cy.  (2). 
(Ibid.  Et  quoniam  scimus  .  v.  in  pecuniariis  quaestionibus). 

40)  ....  hoc  in  omnibus  tara   ciuilibus    quam   ciiminalibus  indistincte  decreta  exigunt .  Ut .  Indecret. 

C.  V.  Q.  H.  Kelatum.  Cy. 

f.  47  r.  —  (Coli.   VII.  tit.  9,  Nov.  97.  —  De  acquai,  dot.  in  fine). 
11)  ....  Qui  sic  esset  minor  restitueretur  .  et  huic  collige  .  exquo  possit  mulier  mouere  accionem.de- 
dote  contra  mariti  (maritum) .  uergenteni  .  ad  .  inopiam  .  sed    dig.  ex  ali»  tempore  initium  ac- 
cipiat .  Ut .  ff .  soluto  .  matrimonio  sicut  constante.  Cy. 

42)  ....  Id  est .  magne   quantitatis  sit .  et    non    apatre    data  , sed  abauo  .  qui   non    sit    stipulata  sibi 

reddi .  Cy. 

43)  ....  Scilicet .  simpla  .  etmagne  quantitatis  sit  .  non  apatre  data  .  siabalio  qui  non  sit  stipulata  sibi 

reddi.  Cy.  (3). 

f.  48.  —  (Coli.   VIII.  tit.  1,  Nov.  100.  —  De  temp.  non  sol.  etc.  —    Si  ergo  annis.  v. 
annos  a  tempore). 

44)  ....  Id  est .  abetate  nubili .  ergo  sifuerit  masculinus  .  primum  quidem  etunum  solum  annum  habebit 

dequadriennio  .  infra  restitutionem  implorabit .  eius  enimetas  nubilis  est .  XIIII .  annorum  .  et 
Infra  XII .  annorum  restituì  debet  currentem  post  quartumdecimum  habebit  unum  annum 
dequadriennio  .  Sivero  fuerit  femina  .  cumeis  .  etas  nubilis  sit  annorum  .  XII. et  Infra  .  XH  annos 
sit  restituenda  .  post  suam  etatem  nubilem  currentes  .  necusque  ad  suamlegittimam  porrige- 
ivtur  restitutio.XII.enim  .et  Xn.faciunt  .XXHII.p.  Ego  antera  credo  quod  iustinianus 
dieit  hic  etatem  nubilem  .  XV  .  annorum  licet  pubertas  sit  masculi .  XIHI .  et  femine  .  XII . 
l"t  sic  post .  XV  .  annum  queri  possit .  infra  .  XXVII .  annum  .  et  sic  habet  XII .  annos  dequa- 
driennio  .  etmulier  similiter .  utriuscme  enim  statuit  etatem  nubilem  esse  -  XV  .  annorum  .  licet 
eorum  pubertas  sit  inmare  XIIII .  infemina  .  XII .  cura  .  dicat  novimus  eos  inillo  .  submascu- 
lino  comprensos  est .  et  femininus  .  quod  moris  est  eius  .  (  ly. 
f.  48  r.  —  (Coli.   VII,  tit.  5,  Nov.  93.  —  De  appell.  prin.). 

ir,)  ....  Si  quis  appellauerit .  etappellatione  introducta  .  apud  prefectum  pretorio  .  uel  alium  quemuis 
iudicem  compromissarios  arbitros  elegit .  cura  aduersario  suo  non  sit  exclusus  interim  ad  ap- 
pellatorium  iudicium  .  quamuis  biennium  fuerit  transactum  .  quod  si  postquam  acompromis- 
sario  recessus  .  est  biennium  transierit  dicimus  priorem  calculum  finnumesse  .  et  appellato- 
riuni  iudicem  non  exe(rce)ri  cetera  uult  iura  que  deprouocatione  proposita  sunt  insuo  robore 
il  11  rare  .  Cy. 

f.   IH  r.  —  (Coli.   VIII,  tit.  8.  107.  —  De  test,  imper.  etc.  prin.). 

-40)  ....  Siuelit  instituere  excertisuntiis  .  sine  non  instituere  .  sed  res  aliquas  legando  relinquere  .  siuelil 


(«)  he  correzioni  al  testo  possono  farsi  eoli'  Epitome  di  Giuliano  noi  citila,  e  della  quale  è  riferito  l'eguale  lasse  della 
censi.  LXXXIII,  e.  324. 


(1)  Vedi  Giuliano,  Epitome  const.  LXXXIII,  e.  H24.  "  Sed  nec  talralarievuin  praesentia  sola  suffioit,    ni-;    testes  quoque 

rogati  subseripsorint,  et  ipsa  prineipalis  persona,  si  lilteras  seiat,  suas  depositiones  per  scripluram  ileelaravevil    -, 
(1)  Ha  qualche  analogia  con  Giuliano,  Epitome,  const.  1AXX11I,  e.  825. 
(:ì)  Questa  glossa  non  e  che  la  ripetizione  della  precedei  I  ioni 


-  281  — 

instìtuere  .  sed  res  aliquas  legando  relinquerc  .  siuelit  instituere  tantum  cxcertis  uerbis  omnes- 
tili.is  ani  qaosdam    qui  litteras  scit.et  scribere   potest .  Et  volucrit .  ctiam   extraneis    inhac 
ultima  uoluntate    adaliquid   largunur .  lice  omnia  obseruet  sollepmnia .  dumtamen  nulli  filio- 
rum  nuntiis  (untiis  ?)  legitima  relinquatur .  Cy.  ('). 
(Iòid.  —  Et  si  quidem,  v.  sed  rursus). 

17)  ....  Dixi'quod  successiuum  VII .  dirinolle  priorem  ualere  rumpitur  prior .  sicrursus   siuult  aliam 

fouere.et  bac  secunda  rumpitur . prior  dummodo  sequens  fit  perfectum.  Cy. 
f.  50.  —  (Coli.   Vili,  tit.  10,  Nov.  109.  —  De  priv.  dot.  etc.  —  pi-in.) 

18)  ....  Id  est .  agendo  prodote  prefertur  eunctis  creditoribus  inipothecis  .  prodonatione  autem  propter 

nuptias  .  quamuis  inboais  marti  (mariti)  habeat  tacitas  sicut  prodote  .  tamen  ius  comniune 
sortietur  .  eum  eunctis  ypothecis  inbonis  mariti  precedentibus  ut  qui  prior  tempore  pntior  sit 
iure  .  preter  quam  si  fnerint  creditores  nauem  fabricare  procurantes  .  aut  reparare  aut  donium 
edificare  .  aut ..(«)..  m(agrum)  .  aut  aliquid  horum  .  his  enim  mulier  prodonatione  propter 
nuptias  .  post  ponitur  licet  prior  facta  fuerit  donatio  .  et  ideo  ceperunt  prius  bonamariti  uni- 
lieri  ypothece  supposita  .  Ut .  Cy.  (-). 

f.  50  r.  —  (Iòid.  v.  In  donationibus  autem  propter). 
10)  ....  Id  est .  agendo  prodote  prefertur  ceteris  creditoribus  in  ypothecis  prodonatione  autem  .  propter . 
nuptias  .  donationibus  .  quamuis  inbonis  mariti  babeat  tacitas  ypothecas  sicut  dedote  tamen 
ius  comniune  sotientur  cum  ceteris  ypothecis  inbonis  mariti  precedentibus  ut  quid  prior  sit 
iure  propter  quam  si  fuerint  creditores  nauemfabricare  procurantes  aut  reparare  aut  domimi 
edificare  aut  agrum  emere  aut  aliquis  horum  his  enim  mulier  precedens  ypothecas  prò  do- 
nationibus .  propter  .  nuptias  .  post  ponitur  licet  prior  fuerit  factadonatio  et  ideo  ceperunt  bona 
mariti  mulieri  primo  esse  .  ypothece  supposita  .  Ut .  Supra  .  de  equalitate  .  do  .  his  .  Cy. 

f.  51.  —  (Coli.  Vili,  tit.  12,  Nov.  111.  —  ffaec  const.  inno). 

50)  ....  haec  enim  perpredicta  nonreuocabatur  nisitricennali .  annalibus  enim  etbiennalibus  .  et  trieen- 

nalibus  .  et  quattuor  .  et  quinque  .  et  deceni  et  uiginti  annorum    prescriptionibus   nonderoga- 
batur  .  set  et  contra  ecclesiam  integre  seruabantur .  Interior  autem  .  t.  (titulus?)  decclesiastìcis 
titulis  solam  decem  et  uiginti .  et  triginta  tollit .  ceteris  uero  ut  diximus  integris  seruatis  .  Cy. 
(Ihid.  —  v.  triennio  vim  roburque). 

51)  ...  liei'  constitutio  permittit  usucapionem  inrebus  ecclesiasticis  nisi  sacre  sint .  Ut  ff.deusucap. 

Usucap  .  quamuis  publice  pupilli  romani. Item  ciuitatum  nonusueapiantur .  Ut  eadem  lege 
deusucap .  Unde  deterioris  conditionis  uidetur  ecclesia  quam  piuitas.  Cy. 

f.  51  r.  —  (Coli.   Vili.  tit.  13,  Nov.  112.  —  De  litig.  —  excludendas  .  et  Causas  vero 
quae). 

52)  ....  Scilicet .  nemine  eorum  abapparitore  uocato  nisi  nec  subscriptione  huius  modi  faeiendam  nec 

fideiussionem  aut  cautionem  istam  exponendam  immo  nec  libellum  porrigendum  esse  .  existimo 
quod  falsnm  est .  libellus  enim  exnecessitate  debet  porrigi .  Ut  Supra  .  deiudicibus  .  oportet .  Cy. 
(Ibid.  Omnem  vero  .  v.  aliis  autem  omnibus). 

53)  ....  Nonsolum    ordinariis    iudiciis    quieximperiali    iussione  iudicant  permisimus  proponere  edicta 

licet  nonsint  ordinarli .  Cy. 
(Ibid.  —  v.  Si  vero). 

54)  ....  Ime  usque  ubilis    contestata  erat .  modo    quidiuris  sit  ubilis    contestata    nonerat .  etaccionem 

deseruit .  Cy. 
f.  52  r.  —  (Coli.   Vili.  tit.  16,  Nov.  115.  —  Ut  cum  de  appetì.  —  prin.). 

55)  ....  Cum  autem  dicat  eos  qui  cum  ipso  filli  uenturi    erant   exereere  suas  accioues   contra  prohi- 

bentem  .  delata  est  ergo  hereditas  fisco  linde  ille  affectus  est  dampno  .  nel  dicanius    nonesse 

(a)  Per  lo  spazio  di  tre  lettere  il  manoscritto  ha,  una  lacuna,  ma  il  testo  facilmente  si  restituisce    mediante  il  confronto 
culla  glossa  che  seguo. 


(1)  Vedi  Giuliano.  Epìtome,  const.  C.  e.  361. 

i'2)  Questa  glossa  è  ripetuta  nella  seguente:  anche  il  confronto  di  queste  due  glosse,    che   dovrebbero   essere  eguali,  di- 
mostra quale  fosse  la  negligenza  del  copisti,  il  quale  ha  deformata  rum  glossa  e  l'altra. 


—  232  — 

delatam  fisco  hereditatem  quia  factum   fratris  non  nocet  fratti. set  forte   per  preoeptioneni 

aliquid  erat  habiturus .  et  istius  dampnj  monuit  accionem  habebit .  Cy. 
(Ibid.  —  Aliud  quoque  capitulum.  v.  testamento). 

■50)  ....  Iure  perfecto  nam  inminus  perfecto .  siue  legando  siue  «istituendo .  ei  debitam  porrectìonem 
dederint  seruabitur  intereos  uoluntas  minus  solempnis  .  asciente  litteras  .  cum  predici»  sol- 
lempnitate  facta .  Ut  supra .  detestamentis  .  inpri .  Cy.  uel  loquitur  hoc  enim  extraneos  intcr 
liberos  constituit .  ceterum  si  inter  solos  hereditatem  suam  disposuerit .  siimi  filio  aliquid 
detitulo  relinquerat  alios  instituerit  licet  intestamento  minus  perfecto  filius  tamen  nonprorsus 
preteritus  testamentum  nonsubuertet  sed  aget  adsupplementum  .  Ut .  Sup  .  tit .  ilio  .  et  1 .  Ut 
liceat .  matri .  etauie  .  Inprin  .  contra. 
f.  53.  —  (Ibid.  —  v.  portionem). 

5?)  ....  Bxtraneis  interliberos  institutis  ;  ceterum  siinter   solos  filios  hereditatem   suam   disposuerit; 
siue  infilio  aliquid  quoquo  titulo  reliquerit .  alios  instituerit  ;  licet  in  testamento  minus  per- 
fecto filius  non  pror(s)us  preteritus  testamentum  non   subuertit  .  sed  agit  ad  supplementum. 
Ut  S.  de  testamentis  .  in  p.  Cy. 
(Ibid.  —  v.  se  libero). 

58)  ....  Nonseruo  permatrimouium  .  est  enim  turpius  matrimonium  cumseruo   contrahere  .  quippe  ina- 

trimonium  cumuoto  perpetuitatis  contrahitur  .  quod  nonfaeit  stuprimi .  siergo  permatrimonium 
senio  iungantur  .  exhereditari  poterit .  Cy. 

f.  53  r.  —  (Ibid.  —  Si  quis  de  praedictis  ....). 

59)  ....  B.  et  p.  dicunt  tunc  liberis  imponi  neeessitatem  instituendi  parentes .  cumiure  communi  testan- 

tur  .  Secus  similitarri .  Ut  Cod.  demilit.  test.  Siafratre  .  ergo  (n)  contra  .  Cy.  (')  moribus  etlegibus 
est  institutum  .  utrum  fìlli  sunt  eius  etatis  .  ut  sibi  nonpossuut  faeere  testamentum  ;  pareli  s 
eorum  faciant .  Ut  ff.  de  pu  .  sub  .  1 .  II  .  Ergo  sicut  pupillus  sitestamentum  faeere  possunt 
compellitur  matrem  auiam  heredes  instituere  .  uel  exheredare  ;  itaet  pater  debet  faciendo  ei 
inbonis  ipsius  filii .  Ut  autem  instituat .  aut  exheredet  easdem  porsonas  quas  filius  cogeretur  . 
etsic  nonualebit  testamentum  factum  filio  inbonis  ipsius  filii .  Nec  perirne  deficiet  testamen- 
tum patris  .  filii  enim  testamentum  sequela  est  paterni  testamenti  ;  nec  sequela  sublata  fol- 
li-tur principale.  Nec  obloquitur  quoduiium  est  testamentum  nec  unum  patris  puta  ipsius 
proparte  rumpitur  .  Ut  if.  de  inofficioso  .  testa  .  papin  .  Set  nec  .  Sed  nec  conuerso  .  Ut .  Infra  . 
instit .  de  .  pu  .  sub  .  ar  .  contra  .  ff .  de  inoffi  .  testa  .  papin  .  sed  nec.  Hec  constitutio  uitiat  so- 
lam  .  institutionem  in  ipso  iure  .  quod  olim  fiebat  perambages  querele.  Sicut  ergo  mater  in- 
puberis  filii  testamentum  nonex  pugnabat  perquerelam  ;  sic  nec  preteritione  matris  uel  auiae 
facta  intestatio  filii  sequelari  hodie  irritantur  secunde  tabule  .  cui  respondetur  quod  dicitm 
deinofficcioso  testamento  .  in  .  ff .  1 .  papin  .  Sed  .  nec  uerum  est  quod  mater  nondicebat  testa- 
mento filii  inofficiosum  quod  abona  patris  .  sed  quod  abona  filii  nonuetatur .  potest  etiam  dici- 
quod  ibiloquitur  detestamento  mili .  needebeat  ibi  esse  cyrographum  .  Cy. 
f.  54.  —  (Ibid.  —  lustum  autem  perspeximus  .  v.  nullam  vini). 

60)  ....  Scilicet .  (b)  statini    nullam    uimhabent .  (e)  ergo  statini  utrum  (d)  ipso   iure  .  Sienim  irritan- 

duni  esse  (e)  perquerelam  .  Ut  quidam  dicunt .  ergo  ante  sententiam  superquerelam  (/)  latam 
uim  haberet  sicut  contractus  minoris  antequam  restituatur  efficaciter  tenet .  Sed  lue  dicitur 
statini  nullam  uim  habere  .  Ergo  statini  irritum  .  Cy  (!). 


i ..)  -  ego  r,  in  ediz.  Savigny  (Storia  del  D.  R.  nel  Medioevo,  v.  3,  p.  3871. 
(4)  "  Si  »  in  ediz.  Savigny  (Storia  del  D.  II.  nel  Medioevo,  v.  3,  p.  440). 
I ■■)  »  habet  »  in  ediz.  Savigny  (op.  cit.  loc.  tit.). 

(d)  u  irritum  n  in  ediz.  Savigny  (op.  cit.  loc.  cit.). 

(e)  «  esset  r  in  ediz.  Savigny  (op.  cit.  loc.  cit.). 

(f)  *  querela  «  in  ediz.  Savigny  (op.  cit.  loc.  cit.). 


(1)  Kino  a  questo  punto  la  glossa  In  odila  dal  Savigny  (Storia  dei  D.  lì.  nel    ''       evo,  v.  8,    p.  887.    Me.   P&rig.  442i. 
Us.  Mon.ic.  August.  14) 

(2)  Quc  la   ;l>>    a  è   itala  già  pubblicata  i  il  Savigny  (Storia  ilei  !>■  ffi.  1 1  '  V  ■<  oevo,  v.  HI,  r-  449,  ms.  Monac.  \"±.  111. 


—  28:5  — 

{Ibid.  —  v.  legatis  videlicet). 
61  i  ....  Quod  hicdicitur  iure  institutionis  aliquid  relinquendum  hoc  uerum  est  uttestamentum  facil 
extraneum  interfilios  heredem  instituit .  Siautem  pater  testamentum  etinter  solos  filios  here- 
ditatein  suam  disposuit  .  Si  uni  filio  uel  modicum  quocumque  titulo  reliqucrit  .  alios  insti- 
tuerit  imminus  perfecto  testamento  filius  nonproriis  prestatur  (non  prorsna  preterite?)  te- 
stamentum non  subuertit  sed  ad  suplementum  tantum  agit.Ut.Supra.de  testamento  inp. 
Voluinus .  Cy  .  (l). 

{Ibid.  -). 
62)  ....  Quod  Ine  dicitur  iure  testationis  aliquid  delinquendum  hoc  uerum  est  ubitestamentuin  non 
facit .  etextraneum  intcr  filio(s)  heredem  instiiuit .  siautem  testamentum  pater  nonfecit .  etinter 
solos  filios  hereditatem  suam  disposuit  .  siuni  filio  .  uel  modicum  quocumque  titulo  reliquc- 
ìit.  alios  instituerit  minus  perfecto  testamento  .  filius  nonprorsus  preteritus  .  testamentum  non 
subuertit  sed  ad  supplementum  tantum  agit .  Ut  Supra  .  detestamento  hip.  Volumus  .  Cy  .  (2). 

f.  54  r.  —  (Coli.    Vili,  tit.  18,  Nov.  117.  —  Ut  liceat  mairi  etc.  —  Ad  hoc  autem  et 
illud .  v.  perspeximus). 
;  ;i  ....  Nonhabens  filios  legitimos  qui  enim  habet  legitimos  naturalibus  nequaqnam  post  legitimum 
prestare  .  nisi  duobus  modis  aut  percuriam  .  aut  perconferctionem  dotalium  .  Ut  Supra  .  t.  II. 
quibus  modis  .  nat .  sui  effi  .  Generali  .  Cy. 

{Ibid.  -). 
i31)  ....  Ut  Supra.de  exibend  .  et    intro  .  Ult .  coli .  V .  quum  .  dat   hec    constitutio    quartam    mulieri 
indote  siue  siue  siue  sit  sine  causa  repudiata  sive  sit  maritus  mortuus  cum  distinctio(ne)  hic 
posila .  Cy. 

{Ibid.  —  {Quia  vero  legem.  v.  celebratas). 

65)  ....  Quem    oportet   mulierem    probare    legitimis    modis  .  ut  quibus  .  mod  .  nat .  eff .  leg  .  quondam 

autem  .  Cy. 
{Ibid.  —  Quia  vero  dudum.  v.  Uxorem  autem). 

66)  ....  Inopem    existentem  .  Ut  Supra .  deexibendis  et  intro  .  Ult .  hic  distinguit  utrumsit  inops  .  uel 

non  .  sicut  nec  .  Infra  .  ut  nulli  (ind.)  li  .  lo  .  ser  .  Si  quando  .  Cy. 
{Ibid.  —  v.  eius). 
ii7)  ....  Dum  tamen  hoc  casu  prohac  parte  .  subiaceat  cseditoribus    hereditariis  .  tamquam   heres  suis 
enim  rebus  creditoribus  mariti  nonsubiacentibus  .  Ut  Supra  .  deexiben  .  et  intro  .  Ult.  Cy. 
f.  55.  —  {Ibid.  —  Causas  autem  prò  quibus.  v.  passura). 
68)  ....  Corrigitur  ut  infra  nulli .  iu  .  si  quando  .  Cy. 

f.  59.  —  {Coli.  IX,  tit.  7,  Nov.  124.  —  Ut  litig.  iurent.  etc.  —  prm). 
'59)  ....  Prestat  ergo  hoc  iuramentum  .  bis  unde  argumentum  sumipotest  quod  ex  hoc  sacramentimi  . 
etin  causa  addimentum  .  decalumpuia  .  sit  sacramentum  .  et  incausa  appellationis  sit  prestan- 
dum  sed  nonprincipale  .  quiaidem  est .  negotium  .  Ut .  Cod  .  de  appell .  eos  .  satis  enim  possit 
esse  .  quod  primo  indici  nondedisset .  sed  huic  daret .  et  ideo  hoc  solum  additanientum  pre- 
statur .  ar .  etiam  est .  ff .  de  dampno  infec  ,  Qui  bona  .  si  quis  .  Cy. 
{Ibid.  —  Si  quis  autem  ex  litigatoribus). 

70)  ....  ex  his  colligitur  quod  hoc  ius  iurandum  tam  in  cuiuslibet  (ciuilibus?).  quam  incriminalibus 

prestatur  per  quod  innuitur  quod  et  sacramentum  calumpnic  eius  pars  est  et  in  criminalibus 
prestetur .  Cy. 

f.  60  r.  -  (Coli  IX,  tit.  14,  Nov.  131.  -  De  eccle.  tit.  —  v.    .    .    .  ). 

71)  ....  Omnis  clecicus  aut  est  rector  aut  testate  decedit .  aut  intestatus .  tectores  libere   testante. 

intestibus  ante  quesitis  uel  post  quam  usque  ad  quartum  gradum  .  et  in  his  rebus  enim  le- 
gitirao  successores  accipient .  si  intestati    decesserint .  uero  deficientibus  legittimis  .  et  testa- 
ti) Parte  di  questa  glossa  alquanto  modificata  si  legge  anche  nel  foglio  52  r.  del  ras.  Pistoiese,  come  abbiamo  già  mo- 
strato, e  nel  foglio  53,  cioè  ai  numeri  56  e  57. 

(2)  Questa  glossa  parzialmente  già  l'abbiamo  pubblicata  dai  fogli  51  e  52  del  ms.  Pistoiese  (n.  56  e  57),  ed  interamente 
è  contenuta  nella  glossa  precedente.  Peraltro  sono  numerose  le  varianti  che  presentano,  e  provano  sempre  di  più  la  scorrettezza 
dell'amanuense.  Questa  seconda  glossa  è  più  corretta  della  prima,  e  serve  assai  alla  restituzione  del  testo  originario  di  essa. 

Classe  di  stanze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II.  l'arte  1\  '." 


—  234  — 

mento  concondito  .  inomnibus  tam  ante  quam  post .  quoquo  modo  succodot  ecclesia  .  Qui  au- 
tem  amministrauit  libere  testantur .  et  inhis  que  ante  dicatum  .  et  inhis  quepost  quocumque 
modo  adeum  peruenerint .  dura  tamen  perueniunt  exrebus  ecclesiae  .  inomnibus  inquibus 
libere  testantur  .  legitimos  suecessores  accipient .  si  intestatis  decesserint  legittimi  deficienti- 
bus  .  et  testamento  noncondicto  inomnibus  succedet  ecclesia  .  hec  uera  sit  (sunt)  in  bisqui 
perseverant  inclericatu  .  quienim  adsecularem  conuersationem  remeauit .  omnes  eius  res  ec- 
clesie illi  competunt  exiure  .  regularium  autem  romanorum  etmonacborum  eque  est  conditio 
ut  illìs  succedat  tota  ecclesia  .  Cy. 

f.  66  r.  —  (Coli.  IX,  tit.  6,  Xov.  123.  —  De  sanctis  .  episc.  etc.  —  in  fine). 
72 1  ....  Utrumque  igitur  oportet  quod  sielerici  nel  diaconisse  fiant  et  perseuerant  (ent)  ineadem  uita  . 
et  ad  pia(s)  opares  (operas)  expendant  uel  relinquant  bec  dieta  sunt .  inbisquisunt  clerici 
nel  diaconisse  .  sed  inhis  qui  monasterium  uel  asi(sterium'r')  ingrediuntur  tibi  (ubi?)  absolute 
et  ibi  a  principio  ingrediuntur  sunt  res  .  asisterii  uel  monasteri! .  et  hoc  est  quod  subdit  in 
personis  .  et  ideo  .  Cy. 

(Ih ai.    -). 

73)  ....  Id  est .  neque  prò  ingressu   mouasterii  neque    exeoquod    fiat  clericus  aut  assisteria .  aut  dia- 
conessa .  Cy. 
{Ibid.  -). 
7  II  ....  nontamen  testabitnr .  perillud  aut  ingressi  monasteria.se  et  sua  deducant .  dum  ergo  nec  te- 
stata quippe  et  amicus  arbiter  diuidit  inter  aliquos  non  uidetur  sed  pat .  . .  Cy. 
f.  67.  -  (Ibid.  -). 
7ì)  ....  Exhis  collige  laieumfilium  .  licet  inpotestate  patris  monachi  constitutum  posse   testamentum 
tacere  .  sed  hoc  intellign  .  si  quid  alienum  habuerat  .  non  apatre  enim  ad  bue  .  sunt  patris  . 
Ut .  Supra  .  e  (od.  tit.).  Siqua  mulier  .  nec  ergo  inhis  testabitur  .  Cy. 
76)  ...  Exhoc  collige  etiam  sidereliquid  (t)  monasterium  .  honore  et  quere  aliam  et  succedere  non  de- 
sinere  esse  sua  antequam  mittatur  inmonasterium  abepiscopo  .  ar  .  est .  Ut .  Infra .  decre  XVIII . 
e.  1.  Cy. 
(Ibid.  -). 
77 1  ....  Consensum  abbatis  sui  nani  absque  consensi;  non  liceret .  Cy. 

f.  68  r.  —  (Ibid.  —  Coli.  IX,  tit.  17,  Nov.  134.  —  Ut  nulli  iud.  etc.  —  prin.). 

78)  ....  Quadam  sunt .  quibus  secundum  leges  :  interdicitur  appellatio  .  ut .  Cod .  quorum  appellatorum 

(appellationes) .  non  recip  .  1 .  II .  Cy. 

79)  ....  Punitili'  autem  iudex  qui  nonsusenpit .  XXX  .  pò  .  ciuil .  Ut .  Cod  .  de  appell .  Qmim  .  Cypr.  ('). 

(Ibid.  -). 
(So  ....  Aliud  (a)  cuilibet .  ex  traneo  (b)  dicit  (e)  quod  inolimi  casu  intercessionis  est  hoc  uerum  .  ut  ipso 
iure  sittuta  qualitercumque  .  prò  cuicumque  (d)  intercedat .  ut  (e)  hoc  probetur  .  excipitur  (/') 
inomnibus  casibus  (g)  in  quibus  olim  non  iuuabatur  per  uelleianum  .  nec  (k)  hodie  iuuatur  .  (i) 
ipso  iuuatur  (k)  ipso  iure.  Cy.  (2). 
(Ibid.  -). 
■li  ....  Cy.  Cod.  in  quib  .  e  .  r  .  n  .  n  .  1 .  Ult. 

(a)  «  aut  n  in  ediz.  Savigny,  Storia  del  D.  R,  nel  Medioevo,  v.  Ili,  p.  4n:ì). 

(/-)  "  />.  «  aggiunge  l'ediz,  Savigny  (op.  cit.  lue.  cit.). 

(e)  "   Pia,  «  aggiunge  l'ediz.  Savigny  (op.  cit.  lue.  cit.). 

[d)  u  prò  cuicumque  *  omette  L'ediz.  Savigny  (op.  cit.  loc.  cit.). 

[é)  *  Risi  «  in  luogo  di  "  ut  n  in  ediz.  Savigny  (op.  cit.  loc.  cit.). 

(/)  -  excìpere  *  in  ediz.  Savigny  (op.  cit.  loc.  cit.) 

il  -  cau&ìs  t,  in  ediz.  Savigny  (op.  cit.  loc.  cit.). 

(À)  u  negue  *  ediz.  Savigny  (op.  cit.  loc.  cit.). 

(/)  "  iwoetur  «  ediz.  Savigny  (op.  cit.  loc.  cit.). 

(/■)  u  ipso  idratici-  *  omette  Tedi/..  Savigny  (op.  cit.  loc.  cit.) 


di  Vedi  Glo.  Accur,  \.    udicesi  Benza  sigla  di  Cipriano. 

(2)  Pubblicata  dal  Savigny  {Storia  dei  D.  R.  nel  Medioevo,  v.  IIF,  p.  433,  ms,  Parig.  4429). 


—  235  — 


APPENDICE. 
Serie  delle  Novelle  contenute  nel  manoscritto  pistoiese  dell'  Authenticum. 


Quantunque  non  fosse  nostro  intendimento  di  esaminare  il  testo  dell'  Authenticum, 
secondo  la  lezione  offerta  da  questo  manoscritto,  pure  seguendo  i  suggerimenti  dati 
dal  Saviguy  in  proposito ,  crediamo  che  possa  essere  utile  per  gli  studi  relativi  al- 
l'Autentico, indicare  quali  Novelle  sono  contenute  nel  nostro  codice,  quale  è  la  loro 
distribuzione,  e  quali  sono  rimaste  prive  di  glossa.  Riportiamo  quindi  per  ciascuna 
Novella  le  indicazioni  date  dal  manoscritto,  aggiungendovi  anche  le  relative  indica- 
zioni secondo  la  edizione  di  Lipsia  del  1872,  poiché  quella  berlinese  dello  Schoell 
è  ancora  in  corso  di  stampa. 


Coli.  I. 

CN.  I.  De  hered.  I.  (Ediz.  lipsiense  Const.  1. 

Coli.  I,  tit.  1,  Nov.  1). 

CN.  II.  De  non  elig.  C.  I .  I .  (2.  1 .  2  .  —  2). 

CN.  HI.  Ut  det.  sit.  Const.  Ili  (3.  I.  3.  —  3). 

CN.  UH.  De  fìdeius.  C.  IDI  (-1.1.4.—  1). 

CN.  V.  De  mon.  C.  Quinta  (5.  I.  5.  —  5). 

CN.  VI.  Quo  .  op.  (6. 1.  6.  —  6). 

Coli.  II. 

CN.    I.  De  non  al.  (7.  IL  1.  -7). 

Cost.  H.  Ut    rad.    sine    (8.  II.  2.  3.  —  8). 

Cost.  III.  De  ante  XIIII .  kal.         id. 

Cost.  UH.  Dat.  bilis.  uiee.  iil. 

Cost.  V.  Iusiur .  quod.  id. 

Cost.  VI.  Ut  eccl.  rom.  (N.  0.  II.  4). 

Cost.  VII.  De  ref.  (10.  H.  5.  -  10). 

Cost.  VIII.  De  incesi  et  (12  IL  6.  — 12). 

Coli.  III. 

Cost.  I.         De  lenon.  (14.  ID.  1.  -  1-1). 
Cost.  DI.        De  priv.  arch.  (non  glossata)  (N.  11). 
Cost.  III.       De    arni,    (non    glossata )  (N.  21. 
Cost.  21). 


Cost.  IIII.  De  op.  nov.  (non   glossata)  (66. 

15.  —  63). 

Cost.  V.  De  pret.  (C.  13.  N.  13). 

Cost.  VI.  De  def.  (15.  HI.  2.  -  15). 

Cost.  VII.  De  meiis.  (16.  DI.  3.  -  16). 

Cost.  Vili.  De  mand.  (17.  III.  4.  -  17). 

Cost.  IX.  Da  trién.  (18.  IH.  5.  —  18). 

Cont.  X.  De  fil.  (19.  m.  6.—  19). 

Cont.  XI.  De  unni.  (20.  ni.  7.  —  20). 

Coli.  mi. 

De  nupt.  (22.IVM.-2l', 
De  appell.  (N.  23.  IV.  2). 

De  cons.  (34.  IV.::. -105). 
Ut  nuli.  (N.  33.  IV.  4). 
Nuli.  cred.  (N.  34.  IV.  5). 
De  rest.  (41.  IV.  6.  —  39) 
De  tabell.  (45.  IV.  7.—  11). 


Coli   V. 

I.  De  eccl.  ini.  (46.46.  V.  1.  —  40). 

II.  De  iuviur.  (47.  V.  2.  —  48). 
m.  Ut  ip.  nat.  (48.  V.  :'..  —  47). 
mi.  Ut  seen.  (50.  V.  4  — 51). 

V.        Ut  non  fiant.  (51.  V.  5.  —  52). 


Cont. 

I. 

Cu 

IL 

Cont. 

III. 

Cost. 

un. 

Cost. 

V. 

Cost. 

VI. 

Cost. 

vn. 

Cost. 
Cost. 

Cost. 

Cost. 
Cost. 


236  — 


Cost.  VI.  De  exib.  (53.  V.  6.  —  53). 

Cost.  VII.  Const.  que.  (54.  V.  7.  —  54). 

Cost.  VITI.  Ut  de  cet.  (55.  V.  8.  -  55). 

Cost.  IX.  Ut  ea  que  .  (56.  V.  9.  —  56). 

Cost.  X.  Ut  cler.  (57.  V.  10.  —  57). 

Cost.  XI.  De  his  qui  .  (58.  V.  11.  —  49). 

Cost.  Xn.  Ut  in  priv.  (59.  V.  12.  -  58). 

Cost.  XEI.  Ut  def.  (61.  V.  13.  —  60). 

Cost.  Xin.  Ut  iium.  (62.  V.  14.  —  61). 

Cost.  XV.  Ut  facte  (68.  V.  16.  —  66). 

Cost,  XVI.  Ut  nuli.  fab.  C.LHI(69.  V.  17.  - 

XL. 

Cost.  XVn.  Ut  ab  ili.  C.  XVII.  (71.  V.  18.  - 

XLim 

Cost.  XVin.  Ut  ord.  pref.  XL.  Vie. (72.  V.  19.— 70). 

XLH 
Cost.  XVniI.  Ut  omn.  C.  C.  XLIIII.  (73.  V.  20.  - 

69). 


67). 


71) 


Cost.  I. 


Cost. 
Cost. 
Cost, 
Cost. 

Cost. 

Cost. 
Cost. 
Cost. 
Cost, 
Cost. 
Cost. 
Cost. 
Coni 


II. 
III. 

mi. 

v. 

vi. 

VII. 

vm. 

IX. 

x. 

XI. 

XII. 

XIII. 

xim 


Cont. 

I. 

Cn. 

II. 

Olì. 

m. 

Cn. 

mi. 

Cn. 

V. 

Ciì. 

VI. 

Cn. 

VII. 

Ciì. 

VIII. 

cn. 

IX. 

dì. 

X. 

Coli.  VI. 

Quib.  mod.  C.  XLVIII.  (74.  VI.  1  - 

74). 
Ut  hi  qui.  (75.  VI.  2.  -  72). 
De  instr.  (76.  VI.  3.  —  73). 
Hec  const.  (77.  VI.  4.  -  76). 
Ut  non  lux.  (78.  VI.  5.  —  77). 
Ut.  liber.  (79.  VI.  6.—  78). 

LII 
Apud  quos.  LHII.  (80.  VI.  7.  -  79). 
De  quest.  C.  L.  V.  (81.  VI.  7.  -  80). 
Const.  que.  (82.  VI.  9. —  81). 
De  iud.  (83.  VI.  10. —  82). 
Ut  cler.  (84.  VI.  11.-83). 
De  cons.  (85.  VI.  12.  —  84). 
De  ar.  (86.  VI.  13.  —  85). 
De  dep.  (88.  VI.  14.  -  88). 

Coli.  VII. 

Quib.  mod.  (89.  VII.  1.  -  sui 

De  test.  (90.  VH.  2.  —  90). 

De  inni.  (91.  VU.  3.  —  92). 

Ut  sine  (92.  VU.  4.  -  04). 

Ut  exact.  (93.  VII.  5.  -  91). 

De  amm.  (94.  VH.  6.  -  95). 

De  execut,  (95.  VII.  7.  —  96). 

De  qnal.  dot.  (96.  VII.  8.  —  97). 

De  ras  (97.  VU.  9.  -99). 

De  temp.  non  (98.  VII.  10.  -  100). 


Coli.   Vili. 

Ciì.      I.  Neque  vir.  (99.  Vm.  1.  —  98). 

Cons.  IL  De  appell.  (100.  Vili.  2.  —  93). 

Cons.  m.  De  don.  a  cur.  (C.  101.  —  N.  107). 

Cont.  im.  De  test,  (102.  VITI.  3.  —  N.  107). 

Cont.  V.  De  restii  (103.  M.  4.  —  108). 

Cons.  VI.  De  priv.  dot.  (104.  Vili.  5.  -  109). 

Cons.  VII.  De  usur.  (105.  Vili.  0.  —  110). 

Cons.  Vm.  hec  const,  (106.  VIE.  7.  -  111). 

Cons.  IX.  De  litig.  (108.  VHI.  8.  —  112). 

Cont.  X.  Ut  neque.  (109.  Vili.  9.  —  116). 

Cost.  XI.  Ut  div.  ius.  (110.  Vin.  10.  —  114). 

Cont.  Xn.  In  med.  lit.  (111.  VHI.  11.  -  113). 

Cost.  Xffl.  Ut  cum  de  (112.  VHI.  12.  —  115). 
Cost.  Xml.  Ut  lic.  mat.  (113.  Vili.  13.  —  117). 

Con.  vini. 

Cost.  I.         De  her.  ab.  (114.  IX.  1.  -  118). 
Cont.  IL        Ut  spon.  (115.  IX.  2.  -  119). 
Cont.  m.      De  alien.  (116.  IX.  3.  —  120). 
Cont,  mi.    Ut  litig.  (118.  IX.  5.  —  121). 
Cost.  V.        Quom.  op.  (C.  119.  -  N.  130). 
Cost,  VI.       De  eecl.  tit.  (120.  IX.  6  —  131). 
Cost.  VH.     Ut  frat.  (121.  IX.  7.  —  127). 
Cost.  Vm.    De  collat.  (133.  IX.  14.  -  128). 
Cost.  Villi.  De  renov.  vie.  pontif.  (non  glossate) 

(Imp.  Iust.  Edictum  8  const,  122). 
Cost.  IX.       De  sam.  (non  glossata).  (C.  123.  — 

N.  129). 
Cost.  X.        Ut  decet.  (non  glossata).  (C.  124.  - 

N.  Ili). 
Cost.  XI.       Ut  hic.  heb.  (non  glossata).  (C.  125. 

N.  146). 
Cost,  Xn.     De  rei.  pub.  (non  glossata).  (C.  126. 

—  N.  147). 
Cost.  Xm.    De  sanct.  ep.  (134.  IX.  15.  -  123). 
Cn.    Xnn.  De  rest.  (127.  IX.  8.  -  159). 
Cri.     XV.      Ut  nuli.  imi.  (128.  IX.  9.  —  134). 
Cri.     XVI.     Ut  diff.  iud.  (129.  IX.  10. -86). 
Cn.     XVII.   De  us.  naut.  (130.  IX.  11.  —  106). 
Cn.     XVm.  De  int.  coli.  (131.  IX.  12.  —  132). 
dì.    XVnn.  Quom.opo.  (glossata  nel  sic.  XIV). 

(C.  107.  —  N.  133). 
Gii.    XX.      De  rapi  (132.  LX.  13.  —  143). 
dì.    XXI.    Ut  iud.   non   (senza   glossa  Accnr., 
ma  con  antica    glossa).  (117.  IX. 
4.  -  125). 


—  237 


RELAZIONE 

Letta  dal  Socio  Pigorini,  relatore,  a  nome  anche  del  Socio  Capellini,  nella 
seduta  del  16  maggio  1886,  sopra  la  Memoria  del  prof.  Stefano  de  Ste- 
fani, intitolata  :  Notule  storiche  delle  scoperte  paletnologiche  fatte 
nel  comune  di  Breonio-  Veronese. 

«  Il  comune  di  Breonio  nella  provincia  di  Verona  ha  pei  paletnologi  particolare 
importanza  a  motivo  delle  molte  scoperte  fattevi  di  antichità  primitive,  e  per  le  quali 
è  dimostrato  che  ivi  si  fabbricarono  colla  selce  piromaca  utensili  ed  armi  dalla  età 
della  pietra  fino  a  giorni  molto  vicini,  cioè  circa  al  secolo  VII  di  Roma.  In  conse- 
guenza di  ciò  le  stazioni  che  in  quel  territorio  rappresentano  l'età  della  pietra  sono 
numerosissime,  e  talora,  massime  le  meno  antiche,  contengono  oggetti  di  tipi  mai  ve- 
duti altrove  in  Europa,  che  alcuni  furono  indotti  a  credere  di- moderna  fattura. 

«  Il  De  Stefani  è  quegli  al  quale  si  devono  le  più  importanti  fra  le  menzionate 
scoperte,  avendo  per  vari  anni  praticato  colà  esso  stesso  le  ricerche.  Nella  Memoria 
che  ora  esaminiamo  espone  la  storia  delle  esplorazioni  eseguite,  indica  il  metodo  al 
quale  si  attenne,  mette  in  evidenza  tutte  le  cautele  avute  nell' accertare  ogni  più  mi- 
nuto particolare  delle  singole  scoperte.  La  narrazione  è  genuina,  completa,  corredata 
delle  citazioni  opportune  ;  a  cui  inoltre  sono  aggiunte  la  esatta  descrizione  del  terri- 
torio e  della  configurazione  dei  punti  esplorati,  non  che  la  carta  topografica  delle  varie 
stazioni  antiche  rinvenute,  indicate   con  segni  differenti   secondo  l'età  cui  rimontano. 

k  II  lavoro  del  De  Stefani  è  di  notevole  utilità  pei  paletnologi,  e  la  Commis- 
sione  propone  che  sia  inserito  negli  Atti  dell'Accademia  ». 


—  238  — 


Notizie  storiche  delle  scoperte  paletnologie 

fatte  nel  Comune  di  Breonio-Veronese. 

Memoria  di  STEFANO  DE  STEFANI. 

(Con  una  tavola) 


Inauguravasi  in  Verona  nel  giorno  20  febbraio  1876  una  prima  esposizione  pre- 
istorica veronese  con  un  dotto  discorso  del  compianto  mio  predecessore  ed  amico  eav. 
P.  P.  Martinati  ('),  nel  quale  (pag.  29  e  nota  48)  si  accennò  alle  scoperte  già  fatte 
in  quei  giorni  a  Sant'  Anna  del  Paedo,  frazione  del  Comune  di  Breonio,  dal  sac. 
don  Luigi  Butto,  maestro  comunale  in  quel  villaggio,  di  oggetti  litici,  cioè  «  freccio, 
coltelli,  giavellotti,  con  rozzi  cocci,  ed  ossa  di  bruii,  avanzo  di  pasti  ».  Tali  sco- 
perte mostravano  la  molta  importanza  dei  depositi  giacenti  in  grotte  o  ripari  naturali 
o  dall'arte  scavati.  Seppi  più  tardi  dallo  stesso  don  Buffo,  e  dalle  mie  guide  A.  Vi- 
viani  e  G.  Batt.  Marconi  die  egli  aveva  ammaestrate,  che  il  dott.  Eugenio  Largajolli 
durante  alcuni  mesi  dell'anno  1874,  nei  quali  trovavasi  medico  condotto  nel  comune 
di  Breonio  con  residenza  nel  paese  e  frazione  di  Sant'  Anna,  erasi  ivi  occupato  di 
ricerche  preistoriche,  raccogliendo  qua  e  là  arnesi  e  stromenti  di  selce  ed  avanzi  di 
scheletri  umani,  che,  a  quanto  si  crede   «  mandava  a  Trento  e  forse  a  Vienna  » . 

Di  queste  prime  ricerche  nulla,  per  quanto  io  mi  sappia,  fu  pubblicato  ;  e  sono 
poi  dispiacente  di  dover  dichiarare,  che  rimasero  senza  risposta  le  ripetute  preghiere 
da  me  indirizzate  al  Largajolli  per  averne  notizia.  Essendomi  peraltro  recato,  nel 
novembre  dell'anno  1883,  espressamente  a  visitare  il  Museo  Civico  di  Trento,  ho  po- 
tuto verificare,  che  una  raccolta  esiste  nelle  vetrine,  di  selci  ed  oggetti  preistorici  pro- 
venienti dalla  stazione,  o  grande  riparo  delle  Scalucce  sotto  Molina  nelle  alture  di 
Breonio.  Seppi  inoltre  che  altra  collezione  di  avanzi  simili  della  menzionata  località 
trovavasi  nei  magazzini  del  detto  Museo.  Ad  ogni  modo  tuttociò  è  ben  poca  cosa  in 
confronto  di  quanto  io  mi  aspettava,  e  di  quanto  asserivano  od  almeno  sospettavano. 
che  il  medico  Largajolli  avesse  asportato  da  quei  luoghi. 

Dopo  ciò  il  Martinati,  che  a  buon  diritto  fu  proclamato  il  «  fondatore  della 
paletnologia  veronese  »  ,  ed  alla  cui  iniziativa  ed  alacrità  dovevasi  la  prima  esposi- 
zione preistorica  di  Verona,  chiese  ed  ottenne  che  una  somma  di  circa  lire  mille  fosse 
dal  Municipio  di  Verona  assegnata  al  Museo  Civico  per  procedere,  mediante  scavi,  alla 
ricerca  degli  antichissimi  avanzi  dell'umana  industria  esistenti  negli  indicati  luoghi. 

(i)  Martinati,  Storia  della  paletnologia  veronese.  Verona  187G.  Estr.  dagli  Atti  dell'Accad.  'li 
^griciil. ili  Verona,  Voi.  LUI. 


'—  230  — 

A  lui  quindi  anche  il  merito  di  aver  aperta  la  via  alle  importanti  scoperte  di  selci 
lavorate,  in  tanta  copia  sparse  Ira  quelle  rupi  che  alla  parte  occidentale  dei  monti 
Lessini  appartengono. 

Tali  scavi  furono  con  buon  successo  eseguiti  nei  mesi  di  aprilo,  maggio  e  giugno 
dell'anno  l'876  nella  stazione  di  Scalucce,  iu  Val  Cesara  sotto  Molina,  e  precisa- 
mente n idi' angolo  meridionale  del  grande  riparo  sotto  roccia,  e  fruttarono,  allora, 
la  interessante  e  copiosa  raccolta  che  si  conserva  nel  Museo  Veronese  e  della  quale 
in  altro  lavoro  dovrò  occuparmi.  Il  merito  di  tali  ricerche  va  attribuito  al  Martinati, 
al  prof.  Goiran,  ed  al  cav.  A.  Bertoldi  conservatori  allora  del  Museo,  e  per  la  intel- 
ligente ed  assidua  sorveglianza,  al  lodato  maestro  don  Buffo. 

Io  visitai  per  la  prima  volta  quella  pittoresca  regione,  nell'autunno  dell'anno  1878. 
Mi  accompagnavano  alcuni  carissimi  amici,  e  fra  questi  il  compianto  prof.  Gaetano  Pel- 
legrini al  quale  dobbiamo  la  importante  scoperta  della  nota  officina  preistorica  di 
Rivoli  veronese,  situata  sulla  destra  dell'Adige,  il  cui  materiale  litico  trova  general- 
mente riscontro  con  quello  della  ricordata  stazione  delle  Scalucce  sulla  sinistra  dello 
stesso  fiume. 

Da  Molina  (frazione  di  Breonio)  ricca  di  copiose  sorgenti,  che  da  secoli  volgono 
ruote  di  mulini  terragni,  discendendo  per  difficili  e  talvolta  aspri  sentieri  nella  dire- 
zione nord-est,  dopo  aver  veduti  i  ripari  cosi  detti  delle  Litere  nel  Vajo  Vacca  rote, 
il  mio  compagno  ed  io  ci  siamo  inoltrati  nel  Vajo  di  Cà  ole  per,  vero  arniajo  di  sta- 
zioni litiche,  per  fermarci  brevemente  ad  altro  ampio  riparo  chiamato  i  Covoloai,  in 
parte  soltanto  e  con  poco  successo  esplorato. 

A  breve  distanza,  e  proseguendo  nella  stessa  direzione  verso  la  contrada  di  Zi- 
velongo,  o  dei  Zivelonghi,  ci  siamo  fermati  ad  esaminare  la  imponente  tettoja,  o  ri- 
paro, che  fu  denominato  delle  Scalucce. 

Là  un  vecchio  ottuagenario  della  contrada,  volle  narrarci  antiche  tradizioni  e 
leggende;  di  spiriti  e  di  apparizioni  fantastiche,  di  tesori  nascosti;  di  frequenti  rin- 
venimenti di  avanzi  di  scheletri  umani;  di  assassini  e  romiti,  che  in  tempi  molto 
lontani  avrebbero  abitato  quegli  antri,  tane,  covi  o  ripari,  da  noi  comunemente  chia- 
mati Covali  ('). 

Non  potemmo  allora  fare  che  alcuni  assaggi  nel  banco  esterno  rimaneggiato  e  nel 
piano  interno  del  riparo  delle  Scalucce,  i  quali  ci  fruttarono  pochi  esemplari  di  selci 
lavorate,  cioè  cuspidi  di  freccia,  giavellotti,  e  coltelli  dei  tipi  cornimi  della  collezione 
prima  del  Museo  Veronese. 

Da  quel  giorno  sorse  in  me  vivissimo  il  desiderio  di  intraprendere  colà  e  nei 
dintorni  nuove  ricerche  convinto,  com'  era,  che  esse  avrebbero  condotto  ad  altre  e  forse 
più  interessanti  scoperte.  Senonchè  non  potendo  allora  contare  sopra  il  concorso,  ne 
del  Governo,  né  del  Municipio;  recatomi  nel  25  maggio  1881  a  Sant'Anna  per  diri- 
gere gli  scavi  nel  Campo  del  Paraiso  (Paradiso)  presso  Breonio,  dove  erano  stati 
trovati  in  copia  fibule,  bronzi  ed  altri  oggetti  delle  prime  età  del  ferro  (2)  pregai  il 

(')  Certo  da  Cavo  o  Covo.  Così  si  chiamano  in  molti  luoghi  del  Veneto  le  tane,  gli  antri,  le 
piccole  grotte  che  possono  servire  di  rifugio  all'uomo  ed  agli  animali. 

(*)  De  Stefani,  Sopra  molti  e  diversi  oggetti  di  alta  antichità  ecc.  Est.  dal  voi.  VII,  serie  V. 
Atti  del  R.  Istituto  Veneto,  1881. 


—  24D  —• 

citato  don  Buffo  di  intraprendere,  a  mie  spese,  qualche  ricerca  negli  altri  covrii  o 
ripari  inesplorati  di  quei  dintorni.  Una  sua  lettera  dell'  11  giugno,  dello  stesso  anno, 
mi  annunziava,  *  che  in  Val  Cesara  presso  la  stazione  in  parte  esplorata  delle  Sca- 
lucce,  cioè  sotto  la  contrada  di  Cà  de  per  (')  era  stato  così  fortunato  da  scoprire  «  fino 
dai  primi  colpi  di  zappa,  ossa  di  animali,  armi  di  selce  alcune  delle  quali  di 
nuovo  tipo  » .  Colla  stessa  lettera  mi  mostrava  anche  in  rozzi  contorni  le  strane  forme 
di  alcune  di  queste  selci. 

Recatomi  tosto  sul  luogo,  ho  potuto  convincermi,  che  sei  piccole  grotte,  a  breve 
distanza  l'ima  dall'altra,  prossime  ad  un  corso  d'acqua  purissima,  che  scaturisce  dal 
fondo  di  un'  ampia  caverna  detta  della  Zuana  (Giovanna),  davano  a  quel  luogo  tutto 
l'aspetto  di  un  villaggio  preistorico  al  quale  si  convenne  di  dare  il  nome  di  Stazioni' 
Sotto  Cà  de  per,  serbando  così  quello  della  sovrastante  contrada. 

Animato  dal  buon  successo,  feci  pur  eseguire  allora,  a  mie  spese,  altri  scavi 
nella  stazione  all'aperto  sul  ciglione  destro  del  Vajo  Campostrin  (2)  dove  io  stesso, 
colle  mie  mani,  anche  assenti  le  guide,  raccolsi  nel  1882,  oggetti  di  selce  di  tipi  non 
veduti  ancora  né  là  né  altrove. 

Ma  prima  di  interrompere  il  corso  delle  mie  ricerche,  non  mancai  di  ordinare 
e  diligere  qualche  scavo  anche  nella  Stazione  della  Fontanella  posta  nel  Vajo  della 
Marchiora  in  prossimità  ad  una  fonte  perenne:  piccolo  antro  che  mi  fornì  fin  d'al- 
lora pregevoli  e  rari  esemplari  di  selci  lavorate.  E  finalmente  innanzi  di  partire  da 
Sant'Anna  feci  alcuni  assaggi  altresì  nella  stazione  che  chiamasi  Covolo  della  Cam- 
pana nel  Vajo  della  Marchiora,  pittoresco  aggregato  di  antri  e  celle,  talora  comu- 
nicanti, che  offrono  comodo  rifugio  ai  pastori  ed  ai  boscaiuoli,  ma  che  si  mostrò  rela- 
tivamente il  più  povero  di  selci  lavorate.  Ciò  si  spiega  anche  pel  fatto,  che  nell'in- 
terno degli  ambienti  diversi  manca  il  terriccio,  e  che  il  banco  esterno  per  franamento, 
evidentemente  antico,  venne  travolto  nel  fondo  del  sottoposto  burrone.  Così  si  chiuse 
la  prima  campagna  de'  miei  fortunati  scavi,  intrapresi  nei  mesi  di  giugno,  luglio  ed 
agosto  dell'anno  1881. 

Nel  settembre  dello  stesso  anno  doveva  adunarsi  in  Venezia  il  terzo  Congresso 
geografico  internazionale.  Desideroso  di  richiamare  l'attenzione  di  alcuni  illustri  paletno- 
logi, che  dovevano  intervenirvi,  sopra  le  importanti  scoperte  preistoriche  veronesi,  e 
di  avere  da  loro  un  giudizio  ed  un  appoggio  morale,  mi  determinai  di  prendervi  parte. 
Portai  meco  la  grande  carta  topografica  della  provincia  di  Verona,  nella  quale  erano 
indicati  i  vari  luoghi  dove  si  raccolsero  oggetti  di  archeologia  preromana,  e  presentai 
audio  oggetti  di  bronzo  del  Campo  del  Paraiso  e  gli  arnesi  litici  più  curiosi  o  rari 
fino  allora  scavati  nelle  grotte  di  Breouio. 

Nella  seduta  17  settembre  del  Gruppo  IV,  mi  fu  gentilmente  accordato  di  fare 
in  argomento  una  breve  comunicazione  (3) ,  la  quale  diede  origine  al  seguente  voto 
della  Sezione,  confermato  poi  dall'Assemblea  generale  due  giorni  appresso:  -  11  Con- 
«  gresso  geografico  internazionale  udita  la  comunicazione  dol  cav.  Stefano  de  Stei  mi 


n 


f1)  Nel  dialetto  così  detto  Cimbro  per  equivale  orso.  Cà  ili  pèr=  Casa  dell'Orso. 
(8)   Vajo  o  Vaggi  chiamano  nel  dialetto  veronese,  quelle  fenditure  e  crepacci  più  o  meno  pro- 
fondi e  larghi  (burroni)  che  convogliano  le  acque  dei  monti  nei  sottostanti  torrenti. 
(3)  Terzo  Congr.  geog.  internaz.  tenuto  a  Venezia  1881.  Voi.  I.  pag.  '218. 


241  — 

-  sopra  gli  oggetti  litici  ili  forme  singolari  rinvenuti  a  l  mt'Anna  d'Alfaedo,  in  pro- 
li \inria  di  Verona,  esprime  il  voto,  che  il  Ministero  della  Pubblica  Estrazione  faccia 
«da  esso  eseguire  scavi  sistematici  nel  luogo  della,  scoperta,  per  accertare  il  modo 
.  di  giacitura  degli  oggetti  medesimi  ». 

E  qui  in  omaggio  alla  verità  apro  una,  parentesi  per  dichiarare:  che  dopo  la 
seduta,  un  collega  presente  mi  aveva  avvertito,  che  un  dotto  paletnologo  italiano  ed 
mi  non  meno  valente  antropologo  francese  avevano  espresso  qualche  dubbio  sopra  l'an- 
tichità e  l'autenticità  di  talune  di  quelle  selei  singolari,  molte  delle  quali  erano 
anche  state  in  posto  da  me  raccolte  in  varie  stazioni,  in  terreno  vergine,  come  si  suol 
dire,  od  alla  presenza  di  curiosi  e  di  testimoni  autorevoli. 

Se  nessun  dubbio  in  me  poteva  sorgere  sopra  la  fedeltà  delle  due  guide,  o  per 
dir  meglio  scavatori  pratici,  che  lavoravano  a  due  lire  al  giorno,  con  tutto  ciò  per  lunga 
.  sperienza,  era  i^ià  esperto  delle  insidie  e  dei  lacci  sovente  tesi  ad  uomini  di  scienza 
da  maligni  od  ambiziosi  rivali.  Ma  io  non  era,  e  non  sono  che  un  fortunato  caccia- 
tore di  anticaglie,  un  pioniere  della  scienza  novella  in  costruzione,  senza  ambizioni 
e  senza  scopo  di  lucro,  e  per  questo  non  poteva  destare  invidie.  A  Breonio,  a  Sant'Anna. 
ad  Erbezzo  e  Chiesanuova  nessuno  sa  lavorar  selci  e  non  ne  avrebbero  avuto  l'inte- 
resse lavorando,  come  dissi,  a  giornata.  Certo  mi  abile  artefice,  anche  senz'  essere  un 
Benvenuto  Cellini,  avrebbe  potuto,  non  dico  imitare,  ma  anche  creare  nuove  forme  più 
liane  e  di  lavoro  finito,  ma  come  preparare  e  nascondere  tanta  suppellettile,  in  luoghi 
diversi  e  taluni  quasi  inaccessibili,  in  terreno  intatto  ed  a  profondità  diverse? 

E  come  procurarsi  le  stoviglie  antiche,  i  cocci  e  le  anse,  i  martelli  levigati,  le 
pietre  da  focolare  e  da  mola  e  finalmente  gli  antichi  scheletri  umani  interrati  con 
funebri  ricordi  di  squisito  lavoro,  e  tanta  congerie  di  ossa  di  bruti  ed  avanzi  di  pasti? 
Tuttociò  senza  che  alcuno  se  ne  avvedesse  ?  Ad  ogni  modo  tale  dubbio  per  me  disgu- 
stoso, mi  indusse  a  moltiplicare  le  cautele  per  guisa  da  esagerare,  dirò  così,  in  fatto 
di  sorveglianza  occulta  e  palese,  tanto  da  suscitarne  talvolta  il  giusto  risentimento 
delle  mie  guide  e  scavatori. 

Mio  tiglio  Vincenzo,  pittore,  che  aveva  assistito  per  un  autunno  intero  agli  scavi 
del  suo  maestro  di  scienze  naturali  il  prof.  G.  Pellegrini  nella  officina  e  stazione 
litica  di  Rivoli,  scelse  S.  Anna  per  recarsi  a  fare  alcuni  studi  d'arte,  e  potè  cosi  per 
un  mese  e  mezzo  vegliare,  non  sospetto,  e  stare  in  orecchi  senza  che  per  questo  sor- 
gesse in  lui  alcun  dubbio  di  mistificazioni. 

Io  mi  recava  sovente  sul  luogo  degli  scavi,  il  più  delle  volte  inatteso,  ed  in  mia 
assenza,  anche  dopo  la  partenza  di  don  Buffo  da  Sant'  Anna,  il  sig.  Michele  Moran- 
dini  sindaco  del  Comune,  il  segretario,  il  geometra  Pietro  Arieti,  non  solo  tenevano 
conto  di  ogni  particolare  e  delle  ore  di  lavoro,  ma  visitavano  anche  i  luoghi  più  peri- 
colosi, com'è  à  dire  il  Covalo  del  Folco  o  dell'Orso,  dove  io  non  avrei  potuto  accedere 
senza  grave  pericolo.  E  per  non  tacere  di  testimonianze  autorevoli  che  potrei  citare, 
come  quelle  che  furono  talora  presenti  a  questi  fortunati  rinvenimenti,  noterò  anche 
di  aver  più  volte  condotti  sui  luoghi  ufficiali  del  nostro  esercito,  i  quali  assistevano 
per  ore  ai  lavori  di  scavo,  e  passavano  poi  in  rivista  gli  oggetti  che  io  portava  nella 
mia  stanza  per  ordinarli  e  prenderne  nota. 

Chiudo  l'ingrata  parentesi,  dichiarando:  com'io  avessi  già  serbato  in  ogni  stazione 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  1',  Voi.  II,  l'arte  1  '.  :''l 


—  242  — 

un  pezzo  di  terreno  intatto,  ed  invocato  replicatamento  dalla  Direzione  generale  delle 
Antichità  con  molto  calore  in  lettere  ufficiali  e  private,  la  presenza,  almeno  tempo- 
raria,  di  uno  specialista  sul  luogo,  per  poter  constatare  la  verità  dei  fatti,  ed  attin- 
gere da  esso  nuovi  lumi  e  consigli.  Essendo  state  infruttuose  le  mie  sollecitazioni,  per 
finire  il  lavoro  della  relazione  di  tali  scavi,  e  per  evitare  il  pericolo  che  altri  oggetti  fossero 
sottratti  alle  mie  indagini,  e  menomare  così  l'importanza  della  raccolta,  anche  quei  tratti 
di  terreno  non  manomesso   furono  con  buon  frutto    interamente   esplorati  nel  1884. 

Se  io  avessi  per  caso  ignorato  il  dubbio  insorto  in  quei  due  eh.  professori  al  con- 
gresso di  Venezia,  non  avrei  forse  condotto  le  cose  con  tanto  scrupolo  e  rigore,  ond'è 
il  caso  di  ripetere  il  noto  adagio:  tutto  il  male  non  ridir  per  nuocere;  e  perciò 
mi  professo  loro  grato  e  riconoscente. 

Dopo  il  voto  del  Congresso  geografico  feci  nuove  pratiche  perchè  mi  fossero  dal 
Ministero  conceduti  i  mezzi  indispensabili  per  proseguire  gli  scavi,  ma  senza  fratto  ; 
causa  le  allegate  strettezze  del  bilancio.  Finalmente  nel  giugno  del  1882  mi  sono 
deciso  di  inviare  alla  Direzione  generale  un  atlante  di  N.  IX  tavole,  nelle  quali 
erano  disegnati  i  più  interessanti  e  curiosi  stromenti  litici  fino  allora  raccolti,  accom- 
pagnando i  disegni  con  una  sommaria  relazione  preliminare,  che  pregai,  ed  ottenni, 
mi  venisse  assieme  alle  tavole  ritornata  senza  darne  conto  nelle  Notizie  degli  scavi. 

Questo  desiderio  aveva  sua  ragione  dal  fatto,  che  io  aveva  in  animo  di  pubbli- 
care una  relazione  colle  tavole  a  lavoro  compiuto,  e  dal  timore  che  cultori  ed  ama- 
tori di  tali  studi,  udita  1'  importanza  dei  rinvenimenti,  venissero  sul  luogo  a  fare 
ricerche  per  loro  couto  portando  via  oggetti  rari,  che  avrebbero  menomato  il  valore 
materiale  e  scientifico  della  raccolta  e  della  relazione.  Con  questo  scopo  feci  prose- 
guire a  mie  spese  gli  scavi  anche  nel!  anno  1882,  nell'interesse  di  questi  studi,  e 
mi  sia  lecito  dire  anche  per  contagiosa  gelosia  di  mestiere  che  il  timore  di  ima 
invasione  mi  aveva  destata. 

Tali  ricerche,  da  me  dirette  e  personalmente  vegliate,  intraprese  dm-ante  i  mesi 
di  agosto  e  settembre  nella  stazione  allo  scoperto  chiamata  dal  luogo  Cengio  Gam- 
postrin,  ed  in  quella  della  Fontanella,  solo  in  parte  prima  esplorate,  mi  fornirono 
fra  molti  materiali  nuovi  oggetti  litici  di  rare  forme.  Questi  li  raccolsi  io  stesso  sul 
luogo,  assenti  i  miei  scavatori  e  rassomigliano  a  croci,  a  fiocine  o  pettini,  a  tri- 
denti ecc.  ecc. 

Adunatosi  in  Verona  nel  settembre  il  convegno  dei  membri  della  Società  geologica 
italiana,  l'intera  colleziono  esposta  nella  mia  casa  fu  visitata  da  alcuni  di  quei  dotti 
con  vivo  interesse  ed  ammirazione;  e  fra  questi  tengo  a  ricordare  gl'illustri  Capellini, 
Guiscardi  e  Scarabelli,  l'ultimo  dei  quali  notava  con  compiacenza  alcune  selci  per 
forma  e  per  tecnica  di  lavoro  rispondenti  ad  altre  da  Ini  scoperte  uell'Imolese.  Nes- 
suno mosse  dubbio  sopra  l'autenticità  di  quelle  selci  con  ogni  cura  esaminate,  ed  io 
fui  ben  lieto  che  tale  occasione  mi  fosse  offerta  per  avere  un  giudizio  da  persone 
lotto  ogni  riguardo  stimate  e   competentissime  in  silì'atto  genere  di  studi. 

Mandai  allora  l'intera  collezione  litica  delle  stazioni  di  Breonio  e  Sant'Anna  a 
Roma,  ove  venne  del  pari  apprezzata,  sicché  mi  sono  deciso  più  tardi  di  cederla  per 
quel  i'.  Museo  preistorico,  rifiutando  lusinghiere  offerte  e  proposte  che  mi  furono  Tutti1 
dall'e  lei'" 


—  243  — 

Ottenuto  finalmente  un  sussidio  dal  governo  per  le  ricerche  paletnologiche  uel 
colmino  di  Breonio,  ho  dovuto  impiegarne  una  parte  nelle  esplorazioni  di  alcuni  ripo- 
stigli e  stazioni  drlla  prima  età  del  ferro.  L'altra  parte  destinai  alle  stazioni  litiche. 
(Ili  scavi  fatti  da  me  eseguire  nella  parte  meridionale  ancora  inesplorata  del  granilo 
riparo  dello  Scalucce  presso  Molina,  furono  coronati  dal  più  fortunato  succe  30  avendo 
scoperti  e  -cavati  vari  sepolcri  dell'età  della  pietra  dai  quali  usci  una  svariala  e 
copiosa  suppellettile  funeraria,  che  forma  il  più  interessante  gruppo  della  raccolta 
veronese  oggi  esistente  nel  .Museo  Preistorico  in   Roma. 

Appresso  le  mie  guide,  animate  vie  più  da  così  inattesi  rinvenimenti,  prosegui- 
rono qua  e  là  le  ricerche,  quando  per  mio  conto  a  giornata  colla  vigilanza  del  sindaco 
del  luogo,  e  talvolta  anche  a  tutto  loro  rischio.  Per  tali  ricerche  si  rinvennero  nel  1884, 
altri  molti  e  non  meno  rari  oggetti  di  selce  i  quali  giacevano  nei  Covoli  del  Sabbion 
e  del  Falco  e  in  quello  dell'  Orso.  Anche  questa  seconda  collezione,  la  quale  per 
novità  e  varietà  di  forme  non  è  la  meno  pregevole,  meritava  di  essere  aggiunta  al 
materiale  preistorico  veronese  nel  Museo  Preistorico  in  Roma,  e  così  avvenne.  Non 
potendola  conservare  in  Verona  non  doveva  almeno  uscire  dall'Italia.  Ed  è  noto  (') 
che  i  mezzi  pecuniari  per  acquistare  la  collezione  stessa  furono  forniti  al  detto  Muse, 
dal  generoso  straniero  conte  coirmi.  Carlo  Landberg. 

Le  cose  come  ognun  vede,  erano  bene  avviate.  Io  poteva  contare  sulla  somma  e-  1 
ricevuta  per  proseguire  e  compiere  le  mie  felici  esplorazioni,  ed  aveva  già  approntata, 
la  relazione:  Sopra  gli  scuri  falli  nelle  antichissime  capanne  di  pi, 'ira  tiri  monte 
Lo/fa  a  Sant'Anna  del  Fan/o  (2),  quando  un  disgustoso  incidente  venne  a  turbare 
il  sereno  orizzonte  dei  miei  studi  e  delle  mie  scoperte. 

Fra  i  vari  oggetti  scavati  nel  novembre  1884,  nel  Cavolo  dell'  Orso,  presso 
Sant'Anna  del  Faedo,  e  precisamente  nel  Vaio  dei  Falconi,  era  un  arnese  colossale 
di  selce  piromaca  scheggiato,  foggiato  a  cuspide  triangolare  con  gambo  ed  alette,  die 
il  prof.  Pigoriui  ha  illustrato  nel  Bullettino  di  paletnologia  italiana  (À).  Di  questo 
mirabile  ed  unico  arnese  io  avevo  fatto  fare  parecchi  modelli  in  gesso,  non  bene  riusciti 
per  regalare  ad  alcuni  amici  e  cultori  di  questi  studi.  Avendone  inviato  un  esemplare 
al  Museo  di  Saint-Germain  en  Laye,  aggiungendovi  in  rozzi  contorni  anche  il  disegno 
di  altri  arnesi  litici  provenienti  dalle  grotte  dello  stesso  comune  di  Breonio:  il 
prof.  Gabriele  de  Mortillet,  con  sua  lettera  del  31  marzo  1885  mi  rispondeva  :  che 
aveva  ricevuto  tutto  a  dovere,  ma  che  «  disgraziatamente  non  poteva  collocate  il  mio 
«  modello  nelle  sue  raccolte,  avendo  il  convincimento  che  quel  pezzo  era  falso  - . 
Chiudeva  la  sua  lettera  dichiarandosi  «  dispiacente  di  dover  disingannarmi  per  tal  modo, 
-  ma.  nell'interesse  della  scienza  e  del  mio,  creder  suo  dovere  di  dirmi  la  verità  » . 

Comprenderà  il  lettore  che  per  poco  ci  sarebbe  stato  da  perder  la  testa,  se  le 
precauzioni  da  me  prese,  come  già  dissi,  non  fossero  state  portate  fino  all'  esagera- 
zione. Ad  ogni  modo  occorrevano  nuove  testimonianze  autorevoli  ed  imparziali.  Presi 
i  dovuti  concerti  col  prof.  Pigorini  il  quale  non  poteva  assumere  la  parte  di  giudice 
perchè  con  me  compromesso,  almeno  in    parte,  pensai  che  ci  voleva  un  uomo    sotto 

C)  Rendic.  della  r.  Accademia  dei  Lincei,  ser.  4a,  voi.  I,  pag.  65. 

(2)  Memoria  con  3  tav.  Estratta  dagli  Atti  dell'Accad.  d'Agricol.  ecc.  Verona  voi.  LXTT,  ser.  3a. 

(3)  Ann.  XI,  tav.  IV. 


—  244  — 

ogni  riguardo  rispettabile,  al  quale  affidare  il  grave  e  delicato  incarico  di  istituire 
un  vero  processo  pel  trionfo  della  verità.  Non  era  il  caso  del  qtutero  hominem  perchè 
l'uomo  c'era,  tutti  ne  dovranno  convenire,  nella  persona  di  quella  perla  di  galantuomo 
e  di  scienziato  che  era  il  proi  Gaetano  Chierici  dai  paletnologi  italiani  e  stranieri 
vivamente  compianto.  Egli  venne  da  me  nell'aprile  dello  scorso  anno  (1885).e  poster- 
gando (com'egli  scrisse)  l'amicizia  per  l'onore  di  comuni  studi,  vi  rappresentò  la 
parie  del  più  sonerò  inquisitore  (').  Passò  in  esame  primieramente  tutte  le  selci 
degli  scavi  di  Breonio  raccolte  dall'anno  1876  fino  allora,  esposte  nel  Museo  di  Verona 
che  sorpassano  il  migliaio,  ed  altre  parecchie  centinaia  destinate  al  Museo  Preistorico 
di  Roma  che  erano  ancora  presso  di  me.  —  Osservò  le  selci,  le  schegge,  ed  i  rifiuti  ; 
martelli  e  palle  forate  di  pietra,  macine  granitiche  e  trachitiche,  e  fondi  di  focolare  ; 
poi  gran  quantità  di  cocci  e  di  anse;  fusaiuole  piccole  e  grandi  di  terra  cotta;  pun- 
teruoli e  stromenti  d'osso  ;  corna  di  cervi ,  avanzi  di  pasti  della  fauna  vivente  : 
e  finalmente  oggetti  funerali,  ed  avanzi  di  scheletri  umani.  In  omaggio  alla  verità 
sedetti  anch'io  sul  banco  degli  accusati  mettendo  a  disposizione  del  prof.  Chierici,  note 
e  disegni  e  la  mia  corrispondenza  privata  ed  ufficiale  sopra  questi  scavi.  Egli  sotto- 
pose a  lungo  e  scrupoloso  interrogatorio,  ed  a  vicendevoli  confronti  la  guida  Angelo 
Vlviani  ed  il  suo  compagno  Giov.  Batt.  Marconi,  ed  a-  testimoniare  il  sig.  Pietro 
Arieti  ex  furiere  del  genio,  che  in  mia  assenza  specialmente  con  quell'onorevole  Sin- 
daco vegliava  ai  lavori  di  scavo.  Da  ultimo  potò  udire  anche  l'egregio  sig.  Gustavo 
Bonetti  sottotenente  del  68°  regg.  di  fanteria  che  col  suo  capitano  sig.  G.  B.  Sotta- 
mino ebbero  per  circa  un  mese  l'opportunità  di  vedere  giorno  per  giorno  a  loro  piaci  re 
tanto  gli  scavi,  quanto  i  diversi  materiali  che  vi  si  estraevano. 

Fatalmente  il  Chierici  non  poteva  recarsi  con  me  sul  luogo  delle  scoperte.  Il 
tempo  era  burrascoso  ;  nessun  scavo  era  in  corso,  e  dopo  tutto  bisognava  disporre 
almeno  di  quattro  giorni,  ed  egli  doveva  trovarsi  inesorabilmente  al  suo  posto  di 
professore  di  filosofia  nel  r.  Liceo  di  Reggio-Emilia,  e  partì  escludendo  ogni  dubbio 
di  mistificazione. 

Ma  io  insisteva  perchè  anche  il  prof.  Pigorini  venisse  sul  luogo,  ed  egli  lilial- 
mente venne  (così  l'avesse  fatto  prima!)  e  fu  nel  ■Hi  agosto  1885. 

Non  è  mio  compito  riferire  minutamente  l'esito  fortunato  delle  sue  ricerche  nei 
monti  di  Sant'Anna  del  Faedo.  Percorse  e  visitò  gran  parte  delle  stazioni  litiche  e 
dell'età  del  ferro  esplorate:  altre  in  corso  di  esplorazione;  raccolse  in  posto  sotto  i 
suoi  occhi  e  colle  sue  mani  anche  oggetti  litici  di  strane  forme.  Fu  a  contatto  colle 
autorità  del  luogo,  colle  guide,  cogli  escavatori,  col  geometra  sig.  Arieti,  e  da  ultimo 
si  stese  un  errimi, ■  e  dichi  razione  del  Sindaco  sig.  M.  Morandini,  firmato  da  parecchi 
testimoni  degni  di  tutta  fede  comprovante  anche  la  autenticità  delle  precedenti  sco- 
perte l'atte  da  Don  Luigi  Buffo  sotto  la  direzione  del  prof.  A.  Goiran  e  da  me  in 
quelle  stazioni. 

Dichiarazioni  consimili  mi  avevano  inoltre  rilasciate  in  iscritto  lo  stesso 
prof.  Coiran  direttore  degli  scavi  del  L876,  ed  il  dott.  Giuseppe  Alberti  chimico  e 
naturalista,  scopritore  di  alcune  palafitte    della,  rivieni   veronese    lei   La.^j  di   Carda. 

('i  Bullett.  .1.  Paletnol.  il  diana,  ami.  XI,  pag.  13  - 


—  245  — 

il  quale  aveva  avuta  L'opportunità  ili  vedere  ed  esaminare,  non  solo  il  materiale  che 
esisteva  nel  Museo  di  Verona,  ma  anche  gran  parte  di  quello  chea!  Museo  Preistorico 
di  Roma  doveva  i    eri  spedito. 

A  sua  volta  anche  il  prof.  Francesco  Dal  Fabbro  che  assistette  agli  scavi  del 
prof.  Pellegrini  a  Rivoli,  e  che  disegnò  così  abilmente  quegli  oggetti  nelle  tavole  che 

a» pagnano  la    Memoria  del  Pellegrini,  invitato  più  volte  da  me  ad  esaminare  le 

selci  che  mano  mano  io  raccoglieva,  lui,  uomo  esperto  in  argomento,  diligente  e  coscien- 
zioso, escludeva  qualunque  sospetto  di  falsificazioni  anche  parziali. 

Insomma  l'esimio  prof.  Pigorini  partiva  da  sant'Anna  colle  sue  note,  coi  suoi 
documenti,  colle  sue  selci  ed  accessori  come  l'uomo  più  felice  della  terra  dopo  aver 
scritto  una  cartolina  postale  al  prof.  G.  De  Mortillet,  che  chiudeva  col  motto:  -  Veni. 
vidi,  vici  " 

Io  rimaneva  sul  luogo  per  proseguire  per  conto  dell'Accademia  di  agricoltura  di 
Verona  le  mie  fortunate  ricerche  nelle  antichissime  capanne  di  ■pietra  del  monte 
/.n//'".  contento  che  il  risultato  delle  inchieste  del  Chierici  e  dello  stesso  Pigorini 
avesse  superalo  la  mia  aspettazione.  —  Ma  del  pari  soddisfatto  non  volle  mostrarsi  il 
De  Mortillet,  e  l'articolo  stampato  nel  giornale  ì'Eomme  (')  col  titolo:  Faux  Pa- 
léoethnologiques  sia  là  ad  attestarlo.  L'umile  scrivente  ed  il  suo  benevolo  amico  di 
Roma,  non  possono  certo  essergli  grati  e  riconoscenti,  né  in  nome  della  scienza  co- 
smopolita, nò  per  quanto  loro  riguarda  personalmente. 

Difatto  il  Pigorini,  certo  del  fatto  suo,  non  tardò  a  pubblicare  sopra  tale  disgu- 
stoso argomento  una  nobile  protesta  sei  e  ali  fica  sul  giornale  l'Opinione  di  Roma  del 
18  settembre  (2).  Fu  riprodotta  nel  Bollettino  di  paletnologia  italiana  (3),  e  fa  per 
così  dire  seguito  ad  un  importante  articolo  del  Chierici  suR' ascia  In  mi  In  di  pietra 
ili  Italia,  ove  è  riferita  ed  esaminata  l'insorta  controversia  sopra  l'autenticità  delle 
scoperte  in  Breonio. 

Ma  il  De  Mortillet  non  sembra  disposto  a  ricredersi,  poiché  nel  giornale 
l'Homme  (  ')  dopo  aver  per  sommi  capi  riprodotta  la  protesta  del  Pigorini,  conchiude  : 

-  J'ai  toujours  dit  que  Breonio  est  ime  localité  fort   intéressante,    qui  a  fourni   des 

-  pièces  nombreuses  et  excellentes.  Mais  j'ai  ajouté  et  je  maintiens  qu'on  a  mele  à 
«  ces  pièces  des  objets  faux,  et  quii  importe  grandement  de  séparer  l'ivraie  du 
«  bon  grain  - . 

Ignoro  ciò  che  sarà  per  dire  il  prof.  Pigorini  sopra  tale  argomento.  Non  sarò 
così  ingenuo,  né  così  ottimista  per  credere  che  anche  le  selci  di  Breonio  non  possano 
in  un  tempo  più  o  meno  remoto,  venire  falsificate  e  poste  in  commercio  o  per  incen- 
tivo di  lucro  o  per  altre  cause  o  scopi  accennati  dal  De  Mortillet  che  fino  al  pre- 
sente da  noi  non  esistono.  Questo  solo  devo  per  coscienza  e  per  intimo  convincimento 
affermare,  d'accordo  in  ciò  col  mio  collega  prof.  A.  Goiran  che  mi  ha  preceduto  in 
queste  ricerche,  che  mistificazione  parziale  non  possiamo  ammettere:  le  selci  fino  ad  ora  da 
noi  raccolte  nei  ripari  e  nelle  grotte  di  Breonio  e  disposte  nei  Musei  di  Verona,  di 

(')  1885,  10  settembre,  n.  17. 

•i  '."i     XI.  pag.  171. 

(3)  Bull,  di  paletn.  ital.  ami.  XI,  pag.  134. 

(*)  1885,  10  novembre,  N.  21,  p.  663. 


—  246  — 

Roma  e  di  Torino,  al  quale  pure  ne  è  toccata  una  serie,  nonché  qualche  centinaio 
che  conservo  ancora  presso  di  me,  o  sono  tutte  falsificate,  od  appartengono  tutte  col 
resto  del  materiale,  alla  remota  antichità  che  comprende  coli' età  neolitica  anche 
quella  del  bronzo  e  del  ferro.  Ciò  si  verifica  nelle  antichissime  capanne  di  pietra  del 
monte  Lotta,  il  cui  periodo  si  chiude  colle  fibule  di  bronzo  e  di  ferro  del  tipo  la 
Tene,  colle  draniine  massiliesi  e  con  qualche  asse  onciale  col  Giano  Bifronte. 

Ma  prima  di  chiudere  questo  capitolo  un  altro  particolare  merita  di  essere  re- 
gistrato nella  storia  di  questi  scavi.  Il  comune  di  Breonio,  quantunque  posto  sul  ci- 
glione sinistro  della  celebre  valle  dell'Adige,  appartiene  al  distretto  di  san  Pietro 
iu  Cariano,  del  quale  è  regio  ispettore  degli  scavi  l'avv.  cav.  Ettore  Scipione  Righi 
che  si  occupa  con  molto  studio  ed  amore  specialmente  d'arte  e  di  archeologia  clas- 
sica. Ma  poiché  il  mio  erudito  Collega  non  poteva  per  le  sue  gravi  e  molteplici 
occupazioni  attendere  ad  un  lavoro  così  lungo  e  penoso,  che  pel  corso  di  alcuni  anni 
richiedeva  sul  luogo  degli  scavi  la  presenza  dell'ispettore  per  settimane  e  mesi,  così 
di  buon  grado  acconsentiva  che  le  incominciate  ricerche  fossero  da  me  proseguite. 
Ora  anche  il  Righi  con  molta  mia  soddisfazione  trovò  utile  e  conveniente  di  venire 
a  Breonio  e  sant'Anna  nei  giorni  15  e  16  del  settembre  (1885).  Visitò  accurata- 
mente le  stazioni  del  monte  Lotta  e  quelle  del  Campostrin;  esaminò  il  materiale  ar- 
cheologico già  scavato  e  che  si  stava  scavando,  e  fatta  levare  alla  sua  presenza  per 
alcuni  metri  la  zolla  erbosa,  in  quest'ultima  stazione,  sotto  un  terreno  vergine  e 
compatto  attraversato  da  radici  di  piante  alpine  potè  raccogliere  colle  sue  mani  alla 
profondità  di  circa  cent.  30  un  pezzo  di  sega  di  selce  lungo  cent.  12,  piano  sopra 
una  superficie  ed  a  costa  rilevata  nel  mezzo  dell'altra,  a  taglienti  rettilinei  dentati 
a  fini  ritocchi,  come  sono  la  più  parie  delle  seghe  di  selce  delle  palafitte  del  Garda 
e  del  Mincio,  ed  a  pochi  palmi  ed  allo  stesso  livello  anche  una  di  quelle  selci  fog- 
giate a  croce,  particolari  di  queste  stazioni,  alcune  delle  quali  potevano  forse  essere 
adoperate  come  cuspidi  di  freccia.  Ciò  valse  a  confermare  anche  il  Righi  nel  giudizio 
per  altre  ragioni  già  emesso,  che  cioè  non  si  potessero  ammettere  uè  mistificazióni, 
né  frodi  nei  materiali  colà  fino  ad  ora  raccolti,  sotto  gli  occhi  di  tanti  testimoni  e 
con  tante  cautele. 

Topografia.  Lungo  il  lembo  settentrionale  della  provincia  veronese,  al  contine 
del  Trentino,  circoscritto  dai  comuni  di  Erbezzo,  Gre/zana.  Prun.  Marano,  Fumane. 
Dolce,  trovasi  l'alpestre  conni, /e  di  Breonio  che  presenta  presso  a  poco  la  figura  di 
un  triangolo  rettangolo,  di  cui  uno  dei  cateti  viene  determinato  dal  versante  di  sera 
dalla  vallata  coerenziata  del  territorio  di  Erbezzo.  comprendente  le  contrade  deno- 
minate: Selvaveechia,  Vaitene,  Provalo  e  Ronconi;  presso  la  base  trovatisi  le  con- 
trade di  Pissolana,  Molina,  G-orgwsello,  Zivelongo  e  Cona;  e  l'ipotenusa  viene  de- 
scritta dalla  linea  Breonio,  Coste,  Prelà,  trovandosi  quasi  al  centro  nella  parte  infe- 
riore sant'Anna  d'Alfaedo  <o  del  Faedo  ed  in  quella  superiore  le  Fosse. 

Il  detto  Comune,  la  cui  istituzione  data  dal  principio  di  questo  secolo,  risulta 
dalle  frazioni  Breonio  e  sant'Anna  d'Alfaedo,  la  prima  delle  quali,  anteriormente 
alla  costituzione  del  medesimo,  faceva  parte  del  Comune  di  Dolce,  e  l'altra  di  quella 
di  Erbezzo.  La  vasta  superficie  sulla  quale  si  distendono  le  due  fra/ioni,  che  ammonta 


—  247  — 
complessivamente  a  CMlom.  q.  38,74;  la  loro  costituzione  topografica  ed  altimetrica 
molto  accidentata  ne  consigliarono  la  fusione  in  un  solo  comune  colla  residenza  muni- 
cipale in  sant'Anna,  dove  attualmente  si  trova  fino  dall'aprile  18(57. 

La  frazione  sant'Anna  ha  le  sue  comunicazioni  tra  le  contrade  Coste,  Fosse  e 
sant'Anna  mediante  una  eccellente  strada  carrozzabile,  facente  capo  a  mezzodì  al  con- 
fine del  comune  di  Prun,  mentre  dalla  parte  del  settentrione  la  strada  stessa  s'ar- 
resta alla  contrada  Fosse,  alle  radici  del  monte  Costarella,  il  cui  versante  meridionale 
confina  col  Trentino. 

Un'altra  strada  che  ha  principio  alla  contrada  Vallene  serve  a  congiungere  le 
contrade  di  Provalo  e  Ronconi.  Altre  di  minore  importanza,  più  o  meno  carreggiabili 
si  prestano  ad  unire  le  suddette  contrade  nonché  quelle  di  Cona  e  di  Zivelongo, 
mentre  viottoli  e  sentieri  mulattieri  e  pedonali  servono  a  legare  le  suddette  linee  di 

comunicazione. 

La  frazione  di  Breonio  possiede  la  sola  strada  carreggiabile  in  manutenzione,  che 
partendo  dalla  contrada  Fosse  mette  capo  al  confine  del  comune  di  Fumane.  Un'altra 
strada  discretamente  carreggiabile  congiunge  Breonio  con  Molina,  mentre  un'altra, 
alquanto  difficile  pel  carreggio,  lo  unisce  alle  contrade  di  Zivelongo  e  quindi  con 
Cona  e  sant'Anna. 

A  questi  brevi  cenni  tratti  per  maggior  precisione  dagli  Atti  del  Consiglio  Pro- 
vinciale di  Verona  (<),  ho  stimato  necessario  aggiungere  la  carta  topografica  del  co- 
mune di  Breonio  nella  scala  di  '/«M0  colle  indicazioni  altimetriche  e  delle  diverse 
stazioni  da  me  fino  ad  ora  esplorate  e  delle  quali  in  separato  lavoro  dovrò  in  se- 
guito parlare  (2). 

Geologia  del  paese.  Per  le  notizie  geologiche  di  queste  regioni  che  possono 
interessare  anche  il  paletnologo,  cedo  la  parola  all'amico  cav.  Nicolis  al  quale  dob- 
biamo la  carta  geologica  della  nostra  provincia  da  tanto  tempo  desiderata,  che  come 
sempre,  mi  fu  cortese  anche  di  questi  cenni  che  fedelmente  riporto: 

L'altipiano  di  Breonio  è  lo  spartiacque  del  contrafforte  che  divide  la  valle  d'Adige 
dagli  alti  confluenti  della  Valpantena;  Marchiora,  Lindo,  Falconi,  ecc.  e  nel  quale 
cominciano  le  prime  incisioni  della  profondamente  scolpita  valle  di  Fumane  che  più 
a  sud  la  divide. 

È  grande  l'interesse  geologico  di  questo  territorio  poiché  la  pila  di  strati  di  cui 
viene  formato  è  profondamente  incisa  e  largamente  posta  a  nudo  dalle  forze  esogene. 
Ove  la  successione  stratigrafica  offre  sezioni  più  potenti  come  in  vai  Marchiora  ad 
est  di  Campostrin  e  Busa  ecc.  si  risconti-ano  in  basso  i  calcari  grigi,  compatti,  lia- 
sici  a  Lithiotis  problematica  Gumb,  seguiti  superiormente  dalle  grandi  masse  Dog- 
geriane  delle  ooliti  gialle  gremite  di  strati  di  Pentacriniti  di  Rhynconella  Clessii 
Lep.  ecc.  cui  formano  tetto  i  calcari  rossi  ammonitici  rappresentanti  i  piani  di  Klaus, 
l'Oxfordiano,  Kimmeridiano  Titonico  rosso  ed  a  facies  cretacea.  Sovraincombono  le 
assise  della  creta  inferiore,  e  sull'estensione  superficiale  delle   maggiori    aree   affiora 

l'j  Anno  IV,  2870,  pag.  049  e  seg. 

(2)  Nella  annessa  carta  topografica  le  stazioni  litiche  in  n.  di  11  sono  distinto  da  quelle  con 
bronzi  dell'età  del  ferro,  in  numero  di  7,  mediante  sot'iii  particolari. 


—  248  — 

la  creta  media  marnosa  e  selcifera,  a  (  hondriles,  la  quale  nelle  lievi  alture  del  monte 
Loffa  e  dove  si  adagia  il  paese  di  Breonio  è  sepolta  dalla  creta  superiore  Seno- 
niana  a  Stenonia  tubercolata  di  Frane,  ricca  di  Ananchytes  ecc. 

Su  questo  territorio  così  istruttivo  restarono  anche  rispettati  dall'abrasione  lembi 
di  terziari  antichi  intersecati  da  formazioni  vulcaniche.  Sono  Brecce  basaltiche  e 
Tufe  basaltiche  intercalate  fra  i  sedimenti  dell'eocene  inferiore  e  medio,  i  quali  of- 
frono vestigia  organiche  caratteristiche  specialmente  al  monte  S.  Giovanni  e  tino  ai 
pressi  di  Breonio. 

Al  Paraiso  specialmente  in  un  calcare    grigio  è  annidata  una  bella    fauna    del 

Parisiano. 

Tenuto  conto  che  gli  strati  pendono  a  sud-ovest  circa  gradi  10,  e  che  l'ondu- 
lazione dell'altipiano  di  Breonio  è  minima,  la  citata  serie  stratigrafica  è  facilmente 
riconoscibile  dalle  roccie  che  son  poste  a  nudo  ed  incise. 

Quanto  alle  poche  varietà  di  selce  piromaca  o  pietra  focaia  della  quale  sono 
formati  gli  arnesi  e  stromenti  raccolti  sul  luogo,  credo  indubbiamente  ch'esse  appar- 
tengono a  quelle  che  giacciono  fra  le  roccie  calcari  o  fra  i  banchi  della  creta  infe- 
feriore  e  specialmente  del  cosi  detto  marmo  maiolica,  quando  stratificate  e  quando 
in  grandi  geodi  od  arnioni  che  presentano  sovente  le  forme  più  bizzarre,  da  simulale 
talora  avanzi  di  colossali  mammiferi  di  razza  scomparsa. 

Cronologia  ed  etnografia.  Sarebbe  questo  il  luogo  di  aggiungere  qualche  notizia 
sopra  le  origini  dei  popoli  che  nei  tempi  preistorici  e  protostorici  aiutarono  queste 
regioni.  Ma  se  le  origini  italiche,  in  onta  agli  studi  indefessi  e  profondi  di  tanti 
eletti  indegni,  si  avvolgono  ancora  nella  notte  dei  tempi,  lo  stesso  fatalmente  deve 
ripetersi  riguardo  a  quelle  delle  famiglie  preromane  dei  nostri  retici  monti.  Si  citano 
sempre  gli  indispensabili  Aborigeni,  Autoctoni,  ed  Lai i geni,  per  discendere  agli 
Arusnati  della  nostra  celebre  Valpolicella,  non  meno  che  gli  Etruschi,  Galli,  Reti, 
Euganei .  Eaeti,  ecc.  ma  senza  nessun  accertamento  od  accordo  di  successione 
cronologica. 

Gli  attuali  abitanti  di  sant'Anna  d'Alfaedo  o  del  Paedo,  che  soltanto  dal  prin- 
cipio di  questo  secolo,  come  ho  notato,  furono  aggregati  al  comune  di  Breonio, 
mentre  prima  appartenevano  a  quello  di  Erbèzzo;  si  credono  figli  dei  cosidetti  Cimbri. 
Quelli  di  Breonio  invece  di  origine  gallica.  Merita  forse  notare  il  l'atto  che  una 
certa  demarcazione  si  osserva  nella  carta  topografica  annessa  fra  le  stazioni  litiche 
in  numero  di  undici,  e  quelle  dell'età  del  ferro  miste  in  numero  di  sette,  essendo 
ipielle  della  pura  età  della  pietra  sparse  nella  regione  nord-est,  cioè  verso  il  Tren- 
tino ed  il  Veneto,  mentre  le  miste  di  avanzi  anche  di  bronzi  e  di  l'erri  Gallo-EI ru- 
schi sono  allineate  per  così  dire  verso  il  sud-ovest,  cioè  verso  la  valle  del  Po,, 
la  Lombardia  e  la  Svizzera. 

Attendiamo  quindi  che  ulteriori  scoperte  e  studi  coordinati  ci  porgano  argomento 
di  procedere  con  minore  incertezza  nei  nostri  criteri,  i  quali  mancano  talvol  a  di  un 
solido  fondamento  anche  per  tempi  meno  remoti,  e  clic  pur  si  chiamano  sturici. 

Quanto  ;i  me,  umile  pioniere  di  questi  studi,  se  il  tempo  ed  i  mezzi  Don  mi 
vengono  meno,  mi  sono  proposto  di  pubblicare  in  separata   Memoria    la    descrizione 


—  249  — 

delle  singole  stazioni  litiche  di  Breonio,  e  1'  atlante  illustrato  dei  più  rari  ed  inte- 
ressanti arnesi  di  selce  in  essa  scavati  e  che  destano  l'ammirazione  di  quanti  ebbero 
l'opportunità  di  vederli  nei  citati  Musei  di  Verona  e  di  Roma. 


APPENDICE 

Le  bozze  di  stampa  del  presente  lavoro  mi  giunsero  il  giorno  6  settembre  a 
Sant'Anna  d' Alfaedo  sede  del  Municipio  di  Breonio. 

Era  con  me  fino  dal  giorno  31  agosto  il  collega  E.  Ispettore  prof.  Pompeo  Ca- 
stelfranco, venuto  sul  luogo  espressamente  per  visitare  le  varie  stazioni  di  questa  re- 
gione, e  farsi  un  chiaro  concetto  di  esse. 

Fu  questa  una  fortunata  combinazione,  che  mi  permette  di  poter  aggiungere  a 
questo  scritto  anche  il  suo  autorevole  parere  sopra  queste  scoperte,  che  per  la  loro 
stranezza,  avevano  destato  in  qualche  paletnologo  ed  in  me  stesso  dubbi  e  sospetti. 

Come  nello  scorso  anno  il  Pigorini,  così  in  questo  ho  messo  il  prof.  Castelfranco 
alla  testa  dei  miei  scavatori,  lasciandolo  interamente  padrone  del  campo.  Egli  lavorò 
da  mane  a  sera  indefessamente  come  un  negro,  scavò  una  intera  capanna  del  monte 
Loffa,  visitò  e  fece  ricerche  nelle  diverse  stazioni,  ed  ottenne  per  fortuna  risultati  più 
che  soddisfacenti ,  come  il  lettore  potrà  convincersi  dalla  presente  dichiarazione  ,  che 
egli  spontaneamente  mi  rilasciava  prima  di  partire,  invitandomi  a  pubblicarla. 
*  Sant'Anna  d' Alfaedo  8  settembre  1886. 
«  In  questi  giorni  (dal  31  agosto  all' 8  settembre  1886)  ho  percorse  le  varie  sta- 
li zioni  del  comune  di  Breonio,  fatte  conoscere  dal  mio  collega  cav.  Stefano  de  Stefani. 
«  Ho  visitato  accuratamente  il  covolo  di  Cà  de  Per,    la  grotta  della  Zuana,  il  gran 
«  ri-paro  alle  Scalucce,  i  covoli  del  Sabbio/i,  della  Fontanella  e  della  Campana,  il 
«  Campo  del  Paraiso  e  i  dossi  di  Zivelongo  ;  ho  dato  un'occhiata  ai  covoli  dei  Ca- 
«  merini  e  della  roba;  ho  fatto  scavi  all'officina  di  Campostrino,  alle  Capanne  del 
«  Loffa,  alle  Scalucce;  ho  interrogato  le  autorità  e  le  notabilità  del  paese  e  gli  sca- 
«  vatori.  Da  tutto  il  complesso  dell'interrogatorio,  delle  escursioni  e  degli  scavi,  porto 
«  meco  la  convinzione  che  le  scoperte  del  benemerito  de  Stefani  sono  di  straordinaria 
«  importanza  paletnologia.  Ho  cavato  colle  mie  proprie  mani  ed  ho  veduto  scavare  da 
«  terreno  vergine  alcune  forme  strane,  che,  dapprima,  mi  avevano  sorpreso  e  fra  queste 
«  alcune  crocette,  un  pettine  (?),  selci  a  tre  punte  e  cuspidi  a  quattro   alette  ecc. 
«  Oltre  queste  forme  insolite,  s'intende  che  rinvenni  numerosissime  le  solite  forme  di 
»  coltellini,  sgorbie,  azze,  scalpelli,  selci-ovolari,  cuspidi  di  lancia  e  di  freccia,  ecc. 
-  Non  ho  ora  più  il  minimo  dubbio,  ed  è  per  me  un  compiacimento  ed  una  soddisfa- 
«  zione  il  poter  concorrere  colla  mia  povera  testimonianza,  e  questa  nuova  conquista 
«  della  paletnologia  italiana. 

u  Pompeo  Castelfranco 
«  R.  Ispettore  degli  Scavi  e  Monumenti  <T  antichità 
«  per  la  provincia  di  Milano  » 


Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  K  Voi.  II,  Parte  la  32 


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—  251  — 


Il  fenomeno  sensibile  e  la  percezione  esteriore 
ossia  i  fondamenti  del  Realismo. 

(Parte  prima). 
Memoria  del  Socio  LUIGI  FERRI 

letta  nella  seduta  del  19  giugno  1881. 


Che  noi  conosciamo  le  cose  esteriori  per  mezzo  dei  sensi,  che  senza  i  sensi  il 
mondo  tìsico  non  esista  per  noi,  che  intìne  senza  il  loro  aiuto  non  si  comprenda  nemmeno 
l'esistenza  e  lo  sviluppo  della  conoscenza  umana,  la  quale  nei  suoi  primordi  è  tutta 
sensitiva  o  per  lo  meno  involta  nelle  sensazioni,  sono  proposizioni  ammesse  dalla  ragion 
comune  degli  uomini  e  consentite  dalla  universalità  dei  filosofi  d'accordo  con  essa,  finché 
si  tratta  di  usare  im  linguaggio  conforme  all'esercizio  spontaneo  e  volgare  della  facoltà 
di  conoscere.  Ma  questo  accordo  cessa  dal  momento  che  si  domanda  quale  è  il  valore 
delle  conoscenze  che  dobbiamo  ai  sensi,  in  qual  modo  si  formano,  qual  parte  vi  ha  il 
soggetto  e  quale  l'oggetto  ;  se  i  termini  delle  nostre  sensazioni,  ossia  i  fenomeni  sen- 
sibili ,  esistono  in  sé  come  ci  appariscono  ,  ovvero  se  ci  appariscono  soltanto  in  un 
modo  relativo  a  noi.  Allora  colla  riflessione  filosofica  nascono  il  dubbio  e  la  critica. 
La  cieca  adesione  alla  supposta  identità  di  ciò  che  è  percepito  con  ciò  che  è,  di  ciò 
che  esiste  per  noi  con  ciò  che  esiste  in  sé,  non  è  più  possibile  ;  la  questione  della  rela- 
tività della  conoscenza  è  posta  e  deve  essere  risoluta.  Un  grande  contrasto  è  apparso 
allo  spirito,  quello  cioè  fra  il  mondo  fenomenico  e  il  mondo  reale,  e  lo  sforzo  per  com- 
porlo risponde  al  bisogno  di  filosofare  sorto  appunto  dalla  coscienza  impressionata  da 
questa  grande  novità.  E  di  fatto,  caduta  quella  fede  primitiva  nell'assoluta  realità  dei 
fenomeni  sensibili  che  si  chiama  il  Realismo  naturale,  le  discussioni  filosofiche  vi 
hanno  sostituito  un  Idealismo,  nel  quale  la  realtà  esteriore  svapora  in  concetti  e 
forme  subbiettive  di  senso  e  di  pensiero,  o  un  Realismo  il  cui  valore  dipende  da  quello 
della  percezione,  dagli  elementi  e  dalle  condizioni  che  vi  si  comprendono,  dal  modo 
con  cui  il  soggetto  è  congiunto  coli' oggetto. 

Questa  questione  della  percezione  esteriore,  pel  gran  numero  delle  sue  attinenze, 
interviene  in  tutte  l'altre  relative  alla  natura  e  alle  leggi  della  umana  cognizione, 
e  si  può  riguardare  come  centrale  e  dominante,  oggi  sopratutto  che  gli  sforzi  dei  cam- 
pioni più  illustri  delle  varie  scuole  intendono  da  ogni  parte  al  suo  scioglimento.  Nò 
la  cosa  farà  maraviglia  per  poco  si  consideri  quanto  profondamente  nella  distinzione 
del  di  dentro  e  del  di  fuori,  del  soggetto  e  dell'oggetto  è  implicata  quella  dello  spirito 
e  della  materia,  e  che  se  nel  loro  nesso  si  fonda  la  significazione  idealistica  o  rea- 
listica della  conoscenza,  d'altra  parte  nello  studio  delle  funzioni  che  concorrono  alla 
percezione  esteriore  si  presenta  non  meno   necessariamente  la  questione  di  sapere  se 


—  252  — 
bastano  i  sensi  e  i  loro  dati  per  conseguirla,  o  se  vi  contribuiscono,  come  condizioni 
preambolo  o  concomitanti,  i  processi  e  le  forme  proprie  dello  spirito  senziente  e  in- 
telligente, in  guisa  da  non  potere  riguardar  l'esperienza  come  puro  effetto  delle  forze 
esteriori.  In  breve,  tutti  i  grandi  sistemi  filosofici  moderni,  Empirismo  e  Razionalismo 
critico  od  ontologico.  Realismo  e  Idealismo,  Spiritualismo  e  Materialismo  gravitano 
per  così  dire  verso  la  questione  della  percezione  come  verso  un  centro  comune. 

Non  è  mia  intenzione  di  percorrere  tutta  la  estensione  di  questo  vasto  campo. 
Non  ne  trascurerò  nessuna  parte,  ma  farò  di  una  sola  lo  scopo  principale  del  mio  lavoro, 
applicando  alle  altre  una  indagine  proporzionata  alle  relazioni  che  sostengono  con  essa. 
Il  problema  a  cui  rivolgerò  specialmente  la  mia  attenzione  è  quello  del  fenomeno  sensi- 
bile, o  esterno,  che  chiamerò  semplicemente  il  fenomeno,  e  del  quale  mi  sforzerò  di  sta- 
bilire la  natura  e  le  attinenze  colla  forza  o  energia  di  cui  è  la  manifestazione,  al  fine  di 
contribuire  alla  dimostrazione  di  un  Dinamismo  metafisico,  o  Monismo  ontologico  della 
forza,  a  cui  gli  studi  filosofici  e  scientifici  odierni  mi  sembrano  da  ogni  banda  confluire. 

I  filosofi  antichi,  segnatamente  Platone  e  Aristotele,  hanno  accuratamente  distinto 
il  sensibile  dalla  sensazione,  e,  senza  disgiungerli,  il  che  sarebbe  impossibile  e  assurdo, 
ne  hanno  nondimeno  notato  le  differenze;  e  benché  le  loro  speculazioni  su  questo  punto 
non  siano  complete  ne  coerenti  sempre  e  in  tutto,  e  non  prevengano  le  ricerche  cri- 
tiche fisiologiche  e  psicologiche  dei  moderni,  esse  hanno  nondimeno  determinato  il  carat- 
tere del  fenomeno  con  una  sicurezza  d'intuizione  e  rettitudine  di  dialettica  propria  di 
una  dottrina  più  sintetica  e  obbiettiva  che  analitica  e  subiettiva,  mentre  le  scuole 
dei  nuovi  tempi,  improntate  da  un  carattere  opposto,  ne  hanno  ridotto  generalmente 
la  natura,  con  recisa  e  assoluta  ripartizione,  a  un  modo  del  soggetto  o  dell'oggetto. 

Mentre  presso  dei  due  maggiori  pensatori  della  Grecia,  il  fenomeno  è  qualcosa  di 
reale  che  dipende  dall'  uno  e  dall'  altro  termine  e  pone  l'uno  in  comunicazione  con 
l' altro  mediante  una  sintesi  naturale  immediata  ,  la  filosofia  moderna ,  spezzando 
questa  unità  vera  si  è  svincolata  dall'opposizione  degli  elementi  contrari  che  vi  sono 
compresi,  sostituendovi  la  falsa  unità  di  un  fenomeno  allatto  soggettivo  od  oggettivo 
nella  sua  essenza;  per  cui  o  dal  soggetto  non  è  stata  capace  di  varcare  all'oggetto, 
o  1'  oggetto  condensato,  a  così  dire,  nei  fatti  di  estensione  e  di  moto  è  apparso  loto 
coelo,  nonché  diverso,  diviso  dal  pensiero,  e  il  dualismo  è  sembrato  divenire  inevi- 
tabile e  irresolubile. 

Prima  dunque  di  accingerci  direttamente  allo  studio  della  questione  attingendo 
all'  analisi  psicologica  e  ai  risultati  delle  scienze  positive ,  domandiamo  alla  storia 
quale  è  stato  1'  andamento  del  pensiero  filosofico  circa  questo  importante  problema , 
contiamo  le  principali  soluzioni  che  ha  ricevute,  notiamo  le  differenze  che  le  dividono 
e  le  ragioni  su  cui  si  fondano,  onde  dai  loro  stessi  conflitti  pigliar  le  mosse  per  ri- 
costruire il  concetto  del  fenomeno  e  la  dottrina  della  percezione.  Cominciamo  dalla 
filosofìa  greca. 

I.  La  filosofìa  greca  prima  di  Pia  Ione. 

Atomisti  -  Vi  sono  nella  filosofia  greca  tre  soluzioni  principali  della  questione 
che  ci  siamo  proposta;  1°  il  soggettivismo  individualistico  di  Protagora,  derivato 
dalla  dottrina  di  Eraclito  sul    moto  universale  della  materia  e  dalle  sue  conseguenze 


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sul  rapporto  della  sensazione  col  sensibile  ;  2U  1'  oggettivismo  di  Democrito  e  di 
Epicuro  ;  3°  quello  di  Platone  e  di  Aristotele  ;  4°  lo  scetticismo  della  scuola 
che  s'intitola  appunto  dalla  scepsi  e  dei  loro  seguaci,  i  platonici  e  aristotelici 
immediati  o  remoti.  Rendiamoci  conto  del  significato  di  queste  dottrine.  Le  altre 
scuole  greche  o  non  hanno  trattato  espressamente  il  problema  della  percezione  e 
per  la  insufficienza  delle  loro  idee  rudimentali  in  Psicologia ,  non  offrono  sotto 
questo  rispetto ,  un  interesse  sufficiente  come  sono  generalmente  le  presocratiche 
salvo  L'atomistica;  o  non  fauno  che  modificare  più  o  meno  leggermente  l'insegnamento 
dei  fondatori,  o  lo  allargano  unendolo,  in  certi  confini,  a  dottrine  di  altra  provenienza 
come  fa  appunto  F  eccleticismo  di  parecchi  Alessandrini,  o  finalmente  attenuano  ed 
estenuano  teorie  già  esistenti  sul  medesimo  soggetto  ,  e  questo  sarebbe  il  caso  della 
scuola  stoica,  che  sulla  questione  della  percezione  non  sembra  differire  dalla  peri- 
patetica, se  non  per  l'indebolimento  del  concetto  della  esperienza. 

E  noto  che  i  sofisti  hanno  non  poco  contribuito  a  mettere  in  luce  il  carattere 
relativo  delle  sensazioni  e  dei  fenomeni  sensibili  e  più  generalmente  della  conoscenza; 
ma  quegli  che  vi  ha  concorso  sopra  gli  altri  è  Protagora,  del  quale,  come  tutti  sanno 
è  la  celebre  sentenza:  che  l'uomo  è  la  misura  di  tutte  le  cose,  di  quelle  che  sono, 
come  sono,  e  di  quelle  che  non  sono,  come  non  sono  (').  La  sua  adesione  alle  idee 
di  Eraclito  sul  moto  o  flusso  universale  dell'essere  lo  condusse  a  una  dottrina  della  cono- 
scenza il  cui  carattere  è  non  soltanto  la  soggettività  e  la  relatività,  ma  una  fenomena- 
lità affatto  individuale.  Egli  non  ammetteva  la  possibilità  di  qualsiasi  affermazione 
al  di  là  delle  sensazioni  di  ciascuno  e  di  ciò  che  contengano  nel  momento  in  cui  si 
provano,  cosicché  la  scienza  diveniva,  dal  suo  punto  di  vista,  impossibile,  e  una  sola 
verità  soprastava  alla  instabilità  di  tutte  le  altre;  e  cioè  che  tutto  è  instabile  (2);  punto 
di  vista  vicinissimo  a  quello  dei  Pirroniani  e  degli  Scettici  greci  del  periodo  poste- 
riore, i  quali,  fra  i  motivi  di  sospendere  il  giudizio,  comprendevano  essenzialmente  la 
relatività  delle  percezioni  sensibili  e  distinguendo  i  fenomeni  dalle  cose  in  sé,  da  essi 
dichiarate  inaccessibili ,  differivano  da  Protagora  in  questo  solo  :  che  egli  professava 


(')  lli'wxiav  xQr]ui'd(0f  ftÌTQoi'  ó  (<i'9qu)ttos  rajv  (lèv  ovriav  wg  lari,  rUv  Si  jxij  ovruìf  ws-  ovx 
tarli'. 

C2)  Il  prof.  Peipers  nelle  sue  Untersuchungen  uler  das  System  Platos  Lipsia  1874  (p.  47) 
mette  in  dubbio  la  connessione  storica  della  dottrina  di  Protagora  con  quella  di  Eraclito  parendogli 
che  la  prima  non  sia  altro  che  un  sensismo  le  cui  conseguenze  coincidono  con  quelle  del  flusso  uni- 
versale Eracliteo  nell1  ordine  della  conoscenza ,  sensa  derivarne  direttamente.  —  Certo  è  per  altro 
che  la  maggior  parte  dei  critici  e  degli  storici  si  attengono  al  concetto  che  di  Protagora  ci  porge 
Platone  nel  Teeteto  e  l'interpretano  nel  senso  della  connessione  suddetta  (Vedi  il  Bitter,  lo  Zeller, 
il  Prantl,  e  ultimamente  il  Siebeek  nel  primo  volume  della  sua  Storia  della  Psicologia  (prima  parte, 
pag.  157  e  seguenti).  Non  è  poi  inutile  l'avvertire  che  Sesto  Empirico  nelle  sue  Ipotifosi  conferma 
Platone.  Al  capo  XXXII  del  libro  primo  egli  distinguendo  la  Scepsi  dalla  dottrina  di  Protagora  e 
dopo  averne  spiegato  il  principio  espresso  nella  celebre  forinola  che  Platone  riferisce  nel  Teeteto, 
determina  il  dogmatismo  protagoreo  col  flusso  continuo  della  materia  e  l' incessante  vicenda  del 
moto.  Il  Peipers,  mette  pure  in  dubbio  l'estremo  individualismo  della  dottrina  sensistica  di  Prota- 
gora. Esso  sarebbe  solo  una  conseguenza  estrema  impostagli  dalla  dialettica  di  Platone.  Per  altro 
anche  su  questo  punto  Sesto  Empirico  conferma  l' esposizione  dell'  autore  del   Teeteto. 


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la  certezza  assoluta  del  moto  universale,  mentre  essi  ricusavano  qualunque  specie  di 
dogmatismo  (Sesto  Empirico,  Ipotiposi  Perroniane  Capitolo  32). 

La  dottrina  della  scuola  atomistica  è  più  particolareggiata  e  più  istruttiva  delle 
precedenti  per  la  questione  che  ci  occupa.  Secondo  Democrito  emanano  dalle  cose  sen- 
sibili degli  effluvi  di  atomi  che  fanno  impressione  sull'anima,  composta  essa  pure  di 
atomi,  e  la  penetrano,  cosicché  si  ritrova  in  questa  dottrina  la  massima  generale  della 
filosofia  presocratica  secondo  la  quale  la  conoscenza  non  è  possibile  che  dal  simile 
al  simile  (').  La  percezione  visiva  particolarmente  proviene,  secondo  Democrito,  da 
effluvi  fatti  ad  immagine  delle  cose  e  che  egli  chiamava  sìSala,  simulacri.  Tuttavia 
i  sensi  dai  quali  derivano  generalmente  le  nostre  cognizioni  non  bastano  a  rivelarci 
la  vera  sostanza  dei  corpi  che  occorre  domandare  alla  ragione.  Incapaci  di  penetrare 
fino  agli  àtomi  che  costituiscono  la  realtà  quale  esiste  in  sé,  i  sensi  ci  permettono 
soltanto  di  comunicare  coi  corpi  in  un  modo  relativo,  mentre  spetta  alla  riflessione  ra- 
zionale il  procurarci  una  nozione  obbiettiva  degli  elementi  invisibili  e  intangibili  da 
cui  risultano  i  fenomeni.  Quindi  nelle  cose  corporee  una  distinzione  che  corrisponde 
a  ciò  che  i  moderni  chiameranno  le  qualità  primarie  e  secondarie.  Poiché  mentre  De- 
mocrito attribuisce  agli  atomi  il  peso,  la  durezza  e  la  densità,  considera  come  stati 
del  soggetto  senziente  modificato  il  sapore ,  il  colore  e  la  sensazione  della  temperatura, 
con  questo  riserbo  per  altro  che  tali  qualità  hanno  una  base  obbiettiva  nella  figura , 
posizione  ,  quantità  e  ordine  degli  atomi  (-). 

Questa  teoria  dalla  quale  han  preso  generalmente  le  mosse  quelle  che  sono  state 
escogitate  dalle  scuole  materialiste,  ha  in  sostanza  un  carattere  essenzialmente  fisico 
e  si  cura  appena  del  lato  psichico  della  questione,  notando  la  differenza  che  passa 
fra  la  conoscenza  delle  cose  esterne  limitata  dal  senso  e  quella  che  è  dovuta  all'in- 
telletto. Aggiungasi  pure  che  essa  rende  conto  della  verità  e  dell'errore  delle  sensa- 
zioni ammettendo  un  rapporto  normale  o  anormale  nel  commercio  dell'anima  colle 
cose  esteriori  e  nell'influsso  loro  scambievole.  Diversamente  dal  punto  di  vista  nega- 
tivo di  Protagora  e  da  quello  universalmente  sospensivo  degli  scettici,  la  dottrina  di 
Democrito  assegna  alla  percezione  sensitiva  im  valore  che  dipende  dalla  regolarità  delle 
sue  condizioni  e  dalla  costanza  dei  fenomeni  percepiti  (3). 

(')  Questa  massima  è  ricordata  da  Aristotele  nel  1.  del  De  anima     ed   espressa  in  quei    versi 

di  Empedocle: 

rulfì   uèv  yàg  yuluv  SniónafÀSf,  vduii   ó'vthop. 

.li.'ifQi  tfaìdéga  Stuv,  drag  nvgì  nvg  atdrjXov  eccetera. 

(-')  Aristotele  nel  ln  dei  Metafìsici  parlando  di  Leucippo  e  Democrito  Tanrec;  (<tìr:«<)  fisvtot 
rgeìs  etvai  ìéyovei,  a/ìj/ni  <f  X("  '"i"'  x">  »'£<?"'  '  cfiagiégeiv  yàg  (fieni  rò  or  (natio)  xià  ctiaS-eyg 
xiù  TQonjj  /uòvo)',  rotino;-  &è  <>  (lèv  §vctuòg  a/i^ut;  ìoxiv,  >';  (fé  à'mlhyì]  r«fl£  ',  (fé  iootiì'j  fUoig.  Ànst. 
Metaj.li.  I,  985  b,  ed.  Bonito  Bonnae  1848. 

(3)  I  seguenti  passi  del  libro  del  Siebeck  sulla  storia  della  Psicologia  forniranno  qualche  schia- 
rimento sulla  dottrina  di  Democrito  intorno  alla  conoscenza  sensibile  e  ai  suo  oggetti. 

u  Anche  per  Democrito  la  sensazione  si  spiega  essenzialmente  considerando  che  certe  parti  delle 

cose  esterne  entrano  in  immediato  contati U'organo  del  senso Alla  produzione  della  sensaz 

occorre  in  prima  linea  una  certa  forza  dell'impressione  (Teofrasto  de  sensu  et  sensili)  la  quale  di- 
pende dalla  densità  delle  partì  prementi.  I  scusi  sono  valichi  per  lui  essenzialmente  come  pi  t 
Eraclito  e  per  Empedocle.  I'      mzi  1.    nella  costituzione  dell'occhio  è  la  finalità  umida  e  spugnosa 


—  255  — 

Notiamo  in  tino  a  compimento  di  questi  rapidi  cenni  l'importanza  della  nozione 
di  spazio,  e  il  valore  obbiettivo  di  che  essa  è  fornita  in  questa  dottrina.  Poiché  non 
solo  i  corpi  sono  percepiti  ed  esistono  nello  spazio,  ma  la  loro  composizione  e  le  dif- 
ferenze della  loro  leggerezza  e  della  loro  gravezza,  in  altre  parole  la  loro  densità  e 
rarità  si  spiegano  mediante  di  esso  ,  cioè  per  gli  intervalli  che  intercedono  fra  le 
particelle  di  cui  sono  formati.  Grande  o  piccolo,  interstizio  di  atomi  o  contenente  dei 
mondi,  lo  spazio  nella  dottrina  di  Democrito  e  di  tutta  la  scuola  Atomistica  ha  un 
significato  ontologico  ,  è  reale  ;  senonchè  questo  vuoto  che  gli  atomi  e  i  corpi  occu- 
pano, e  che  dividono  in  apparenza,  non  si  conosce  nella  sua  verità  che  dall'intelletto 
solo  capace  di  comprenderne  l'essenza  una,  infinita,  eterna,  immutabile. 

Nessuna  differenza  veramente  sostanziale  separa  la  dottrina  di  Democrito  da 
quella  di  Epicuro  e  di  Lucrezio,  e  generalmente  da  quella  degli  Epicurei.  Come  l'antico 
fondatore  dell'atomismo  essi  ammettono  che  i  nostri  sensi  non  sono  tocchi  diretta- 
mente dagli  oggetti,  ma  dalle  immagini  loro.  Anche  per  essi  le  sensazioni,  da  cui 
dipende  la  conoscenza  dei  corpi,  sono  relative  ;  i  colori  per  es.  non  esistono  nelle 
cose  vedute,  ma  si  generano  per  certi  ordinamenti  delle  loro  parti  e  posizioni  per 
rispetto  alla  vista  ;  cosicché  la  percezione  sensitiva  non  ci  offre  che  un  mondo  feno- 
menale, mentre  il  solo  pensiero  conosce  il  mondo  obbiettivo,  il  mondo  in  sé,  cioè 
quello  degli  atomi  con  le  proprietà  fondamentali  della  estensione,  della  figura,  della 
durezza,  dell'ordine  e  del  moto  col  vuoto  immenso  che  li  contiene  ('). 

Vi  sono  dunque  tre  tesi  principali  alle  quali  si  possono  ridurre  le  dottrine  di 
Democrito  e  degli    atomisti    della   sua   scuola   intorno    alla    conoscenza    delle    cose 

delle  suo  parti;  nell'orecchio  egli  vede  semplicemente  un  canale  per  la  penetrazione  dell'aria 
nell'interno  del  corpo.  D'altra  parte  non  si  può  disconoscere  in  lui  uno  sforzo  diretto  a  intendere  le  di- 
verse classi  di  sensazioni  mediante  un  certo  riferimento  alla  speciale  costituzione  degli  organi  sin- 
goli. L'  essenziale  nel  processo  della  sensazione  è  il  trasporto  della  impressione  esterna  all'  anima 
mediante  la  dilatazione  della  medesima  in  tutto  l'interno  del  corpo,  (Ibidem).  Quindi  la  impossibilità, 
secondo  Democrito,  di  una  trasmissione  perfettamente  fedele  in  conseguenza  della  cooperazione  e 
mediazione  degli  elementi  che  intervengono  fra  il  soggetto  e  l'oggetto....  ».  Democrito  distingue  negli 
oggetti  qualità  soggettive  e  oggettive  (riassumo  il  resto  del  passo)  qi  antunque  non  lo  designi  con 
questi  nomi  moderni  e  non  tenga  sempre  presente  questa  distinzione  nello  sviluppo  della  sua  teoria 
della  sensazione,  come  per  esempio  allorquando  rappresenta  la  visione  come  uno  specchiamento  del- 
l'oggetto nell'occhio  mediante  le  immagini.  Più  coerente  coi  principi  del  suo  atomismo  è  la  spie- 
gazione che  dà  del  tono,  il  quale  è  un  flusso  ((>evfia)  di  atomi  che,  movendo  dall'  oggetto,  pone 
in  moto  gli  atomi  dell'aria  e  si  spinge  a  traverso  il  corpo  sino  all'anima. 

Separando  le  qualità  dei  corpi  che  dai  moderni  furono  dette  primarie  e  secondarie,  Democrito 
attribuisce  in  proprio  agli  atomi  peso  durezza  e  densità.  Il  peso  per  esempio,  in  quanto  differisce 
dalla  leggerezza,  è  un  divario  nella  obbiettiva  posizione  degli  atomi  e  nel  loro  rapporto  al  vuoto  che  fra 
essi  si  trova.  Invece  trattandosi  di  proprietà  che  possono  valere  soltanto  per  uuo  stato  del  soggetto 
modificato,  egli  nomina  il  sapore,  il  colore  e  la  sensazione  della  temperatura.  Per  altro  anche  a 
queste  qualità  subbiettive  corrisponde  qualche  qualità  obbiettiva  per  la  forma  ,  posizione  e  ordine 
degli  atomi  delle  cose  che  operano  su  di  noi,  quantunque  nella  percezione  stessa  questi  rapporti 
come  tali,  non  vengono  appresi. 

(Vedi  Geschichte  der  Psy  citologie  von  D.  Hermann  Siebeck  professor  an  der  Universitat  Basel, 
erster  Theil,  erste  Abtheilung:  Die  Psychologie  vor  Aristotelcs  p.  109-130). 

(')  Per  più  particolari  sull'epicureismo  vedere  la  Filosofia  dei  Greci,  di  Edoardo  Zeller,  terza 
parte,  prima  sezione;  ed  Enrico  Ritter,  Filosofia  antica. 


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esteriori;  la  prima  è  la  mediazione  dei  simulacri  o  immagini  fra  i  corpi  in  sé  e  i 
nostri  sensi  ;  la  seconda  è  la  relatività  delle  nostre  percezioni  sensitive  e  la  necessità 
del  pensiero  pel  concepimento  delle  sostanze  corporee  quali  sono  in  sé;  la  terza  è  la 
divisione  delle  proprietà  fisiche  che  in  linguaggio  moderno  si  direbbero  subbiettive 
e  obbiettive,  dipendenti  e  indipendenti  dai  sensi. 

La  prima  di  queste  tesi  fu  del  tutto  abbandonata,  benché  ricevesse  coll'ipotesi 
nell'emissione  un  momentaneo  appoggio  dalla  fisica.  Le  due  altre  sono  di  gran  lunga 
le  più  importanti  e  rappresentano  nella  teoria  della  percezione,  o  piuttosto  nella  sua 
parte  ontologica,  un  acquisto  imperituro  sotto  im  certo  rispetto,  in  quanto  che  la 
fisica,  considerata  come  studio  analitico  dei  fenomeni  e  separata  dalla  indagine  delle 
loro  cause  e  sostanze,  ossia  dalla  metafisica,  ci  rappresenta  necessariamente  i  corpi 
come  complessi  di  atomi  estesi  e  mobili,  figurati,  duri,  indivisibili  e  impenetrabili. 

II.  Platone. 

Ma  affrettiamoci  ad  esporre  la  teoria  di  Platone  su  questo  medesimo  soggetto. 
Essa  si  collega  naturalmente  con  le  sue  dottrine  della  conoscenza  e  dell'essere. 

Il  filosofo  ateniese  è  il  primo  fra  i  greci  dei  quali  ci  sono  pervenuti  gli  scritti, 
che  abbia  trattato  con  precisione  e  ampiezza  la  psicologia.  Egli  non  solo  distingue 
le  parti  dell'anima  in  razionale  e  irrazionale,  le  descrive  e  ne  discorre  le  attinenze 
col  corpo  in  modo  sintetico  nel  Timeo,  ma  nel  libro  sesto  e  nel  settimo  della  Repub- 
blica, traccia  un  quadro  delle  potenze  conoscitive  (dwàfiEig)  in  cui  l'ordine  sogget- 
tivo e  l'oggettivo  si  corrispondono  in  modo  simmetrico  (:).  Disposti  gerarchicamente  fra  i 
due  estremi  dell'ignoranza  e  dell'intellezione  pura  da  un  lato,  del  non  ente  e  del  puro  ente 
dall'altro,  i  termini  delle  due  serie  vanno  dal  minimo  al  massimo  del  conoscere  e  dell'es- 
sere e  viceversa.  Nella  realtà  ci  è  l'intelligibile  e  il  visibile  o  sensibile  (rò  votjtóv-tò 
oqutóv-xò  altìS-rjzóv),  il  mondo  dell'essenza  e  del  vero  essere  (ovaia,  tò  ovroog  bv)  e 
quello  del  fenomeno  o  dell'apparente  (va  yaivòftevov,  tò  óuxovr)  e  ciascuna  di  queste 
parti  si  divide  in  due  ;  sono  nella  prima  le  idee  (sVóy)  e  gli  oggetti  matematici  (tu 
lAu&rjiiuvixà);  nella  seconda  che  si  immedesima  con  le  cose  generate  o  con  la  gene- 
razione (ytito'is)  sono  le  piante,  gli  animali,  le  opere  tutte  della  natura  e  dell'  in- 
dustria (tpvru,  fwa,  axsvaatu)  come  pure  le  immagini  reali  (slxóvsg)  quali  sono  le 
ombre  (ffxua)  o  le  apparenze  di  cose  specchiate  nelle  acque  (tu  iv  totg  rateai  tpav- 
tàa/xaTa).  Medesimamente  due  sono  le  divisoni  della  conoscenza,  e  cioè  la  funzione 
che  ha  per  oggetto  il  fenomeno  e  l'apparenza  reale  e  quella  che  si  riferisce  all'essere 
sostanzialo  delle  cose,  la  dosa  ((J7i£«)  e  la  noesi  (vórfiig),  in  altri  termini,  la  cono- 
scenza sensitiva  o  fenomenale  e  l'intellettiva,  e  mentre  la  prima  comprende,  oltre  la 
sua  base  che  è  la  sensazione  (aiaS-rjitig),  la  fode  o  adesione  (mavig)  e  la  funzione 
rappresentativa  e  opinativa  (eìxcasia);  la  seconda  abbraccia  il  pensiero  discorsivo  (óiàvoia) 
e  il  pensiero  intuitivo,  ossia  la  scienza  in  senso  assoluto  (sntaiijt^). 


(')  Cf.  Untersuchuncjen  ùber  das  system  Platos  gefuhrt  von  David  Peipers.  Leipzig.  1874,  e 
Ontologia  Platonica  ad  notionum  torminorumque  historiam  symbola  scripsit  Dr.  David  Peipers. 
Lipsiae  1883. 


—  257  — 

Il  posto  (li  quella  specie  di  conoscenza  che  i  moderni  chiamano  percezione 
fiore  nel  quadro  platonico  non  è  dubbio.  Esso  è  nella  #«£«,  e  dal  dialogo  il  Teeteto, 
nel  quale  essa  è  ampiamente  descritto  e  discussa,  risulta  che  ha  per  elementi  sog- 
gettivi: 1°  l'impressione  dell'oggetto  (o  agente)  esterno;  2°  la  sensazione  corrispon- 
dente (cua&TjGic);  3°  l'attività  dell'essere  senziente  che  alla  passione  dell'anima 
(.Tallitine)  aggiunge  il  giudizio  empirico  o  opinione  {do^àtsiv,  ào£a);  4"  la  fede 
(.riaiu)  o  adesione;  la  quale  può  essere  compresa  in  un  opinare  (tfo£a£etr)  imme- 
diato o  mediato,  senza  discorso  o  con  discorso  (<ttià  Xóyov),  e  nondimeno  rimanere 
nella  cerchia  della  facoltà  conoscitiva  dell'apparenza  sensibile  e  coincidere  con  la  verità 
fenomenica,  essere  opinione  vera,  senza  perciò  confondersi  con  la  scienza  o  intellezione 
o  pensiero  noetico. 

Il  conservare  esattamente  l'ordine  nel  quale  Platone,  nel  detto  luogo  della 
Repubblica,  enumera  e  dispone  gerarchicamente  le  funzioni  conoscitive  è  cosa  di 
molta  importanza  per  che  voglia  stabilire  con  qualche  sicurezza  il  rapporto  della  per- 
cezione e  dei  suoi  aspetti,  quali  i  moderni  gì' intendono,  con  ciò  che  vi  ha  di  più 
o  meno  equivalente  nella  psicologia  platonica,  stante  la  gran  differenza  delle  espres- 
sioni e  delle  analisi  ;  e  appunto  per  questa  ragione  occorre  avvertire  che  la  fede 
(m'cfTic)  è  collocata  da  Platone  al  disopra  della  rappresentazione  conghietturale  (sìxaaia), 
precisamente  al  modo  stesso  che  le  realtà  fenomenali  degli  oggetti  esterni  a  cui  ade- 
risce la  prima  sono  poste  al  disopra  delle  loro  ombre,  e  dei  loro  riverberi,  a  cui  si 
attiene  la  seconda. 

Non  v'è  per  Platone  sapere  in  senso  stretto  e  per  conseguenza  esercizio  di  un'in- 
telligenza che  si  renda  piena  ragione  delle  cose,  senza  riferimento  consapevole  dei 
fenomeni  alle  idee  o  senza  ritorno  da  queste  a  quelli;  quindi  la  conoscenza  delle 
apparenze  sensibili,  anche  retta,  anche  accompagnata  da  discorso,  e  coincidente  col 
vero,  non  è  parte  della  scienza,  né  quindi  della  funzione  intellettiva  propriamente 
detta,  non  appartiene  alla  intelligenza  discorsiva,  né  alla  intuitiva  (');  di  guisa  che 
la  percezione  intellettiva  dei  moderni,  quella  cioè  che  applica  le  categorie  di  sostanza  e 
di  causa  alle  cose  sensibili,  non  avrebbe  il  suo  esatto  correspettivo  né  in  quella  parte 
del  conoscere  platonico  onde  è  esclusa  l'idea,  né  in  quella  dalla  quale  è  segregata  l'appa- 
renza. La  percezione  intellettiva  non  sarebbe  per  Platone  la  pura  intellezione  (rójjtftg) 
che  ha  per  oggetto  il  puro  essere,  ma  il  pensiero  che  afferra  il  rapporto  fra  il  feno- 
meno e  l'idea,  fra  i  sensibili  percepiti  e  il  lóro  tipo  ontologico,  base  del  giudizio  com- 
parativo, imo  stato  insomma  di  mente  che  partecipa  della  dóga  fiera  Xóyov  e  della 
diàvola,  un  processo  che  va  da  una  forma  dell'opinione  a  una  forma  della  scienza. 
Ma  non  insistiamo  di  più  sopra  un  problema  che  Platone  non  si  è  proposto  espli- 
citamente e  stiamo  nella  sfera  della  percezione  sensitiva,  di  quella  stessa  che  gli  espo- 
sitori e  critici  tedeschi  chiamano  Sianliche  Wahrnehmung  e  vediamone  la  natura  e 
il  risultato. 

La  dotta-ina  di  Platone,  come    quella  dei  greci  in  generale,  sul  problema   della 

(')  E  pure  l'opinione  dello  Zeller  che  la  &6ta  àhj^  e  la  o°ó£«  fiera  Xóyov  siano  escluse  dalla 
sfera  dell'  iniat^fxtj  —  Vedi  pagine  493-494  della  seconda  parte,  prima  sezione,  della  Philosophie 
der  Griechen,  3*  edizione  e  note  ibidi  m. 

1 1]  isse  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4",  Voi.  II,  Parti   1  -'  33 


—  258  — 

percezione,  salvo  gli  scettici,  esclude  il  punto  di  vista  critico  che  è  proprio  dei 
moderni.  Essa  è  dogmatica,  cioè  riposa  sulla  affermazione  di  un  nesso  positivo  fra  la 
conoscenza  e  l'essere,  nesso,  che  essa  determina  colla  distinzione  e  partecipazione 
del  sensibile  (afotìijróv)  e  dell'intelligibile  (vorpóv),  di  ciò  che  esiste  pei  sensi  e  di 
quello  che  è  per  sé  (rò  xuV •'  avrà),  del   fenomeno  e  dell'idea  (slóog). 

Il  significato  ontologico  della  idea  platonica  non  deve  far  credere  che  Platone 
fosse  un  idealista  secondo  il  concetto  moderno  della  parola,  cioè  secondo  la  dottrina 
che  nega  la  realtà  esterna  del  mondo  sensibile  affermando  solo  la  realtà  soprasensibile. 

Per  formarsi  un  concetto  chiaro  della  teoria  platonica  a  questo  riguardo,  occorre 
precisare  la  natura  del  fenomeno  o  del  sensibile  oggetto  della  sensazione  e  della 
fede  compresa  nella  dóga  o  facoltà  conoscitiva  dell'apparente.  Ora  il  fenomeno  non 
è  per  Platone  un'illusione  soggettiva,  ma  il  riverbero  dell'idea,  la  sua  apparenza,  e 
quest'apparenza  è  reale.  Vediamone  le  prove.  Vi  sono,  ha  egli  detto  nel  Timeo,  due 
cose  da  distinguere  :  ciò  che  sempre  è  e  non  ha  genesi,  e  ciò  che  sempre  si  genera 
e  non  è  giammai;  l'uno  accessibile  al  pensiero  imito  a  ragione  e  immutabile  ;  l'altro 
conseguibile  per  l'opinione  (óó'Sa)  unita  a  sensazione  irrazionale,  soggetto  alla  gene- 
razione e  alla  morte  e  non  esistente  realmente  mai  (')•  Ma  questa  opposizione  famosa 
che  si  ritrova  in  tutti  i  dialoghi  metafisici  di  Platone  e  che  signoreggia  tutto  il 
suo  sistema,  non  è  quella  dell'essere  e  del  nulla.  Il  fenomeno  per  lui  non  è  il  non- 
essere  assoluto,  ma  il  non-essere  relativo,  il  non-essere  che  esiste  per  partecipazione 
alla  vera  realtà  dell'idea,  al  rò  ori  Mg  or,  a  ciò  che  è  essenzialmente.  Il  fenomeno 
è  la  medesima  cosa  che  la  generazione  (yévsaig).  Esso  è  pure  l'apparente  (óoxovr) 
ed  apparisce  nella  sensazione  alla  dó§a,  facoltà  conoscitiva  dell'apparenza.  È  infine 
il  sensibile. 

Platone  si  è  occupato  nel  lineo  del  processo  proprio  di  ciascuno  dei  cinque 
sensi  e  ne  ha  descritto  i  particolari  fisici  con  più  minutezza  assai  che  non  si  creda 
generalmente  (2).  Ma  non  sono  questi  ricordi  di  una  fisiologia  antiquata  e  sovente  fan- 
tastica che  ci  interessano  in  questo  luogo,  mentre  ci  preme  di  conoscere  il  suo  pen- 
siero sui  punti  essenziali  della  teoria  generale  della  percezione  ;  uno  dei  quali,  anzi  il 
più  importante  per  la  metafisica,  è  la  natura  del  fenomeno  o  del  sensibile. 

A  questo  scopo  dividiamo  la  questione  in  due  parti  e  domandiamoci  quali  sono 
le  condizioni  fondamentali  del  fenomeno  nell'ordine  della  conoscenza  sensitiva,  e  quali 
quelle  da  cui  dipende  nell'ordine  ontologico  anteriore  alla  percezione  ;  poiché  Platone 

(!)  "Eanv  avi'  J/;  xat'  èfirjv  óóìav  itQwxov  iiai^stsov  ràdi -il  xò  6v  fièy  ufi.  yéveaw  <fì  or* 
evov  xaì  ri  rò  yiyvófisvov  (ààv  àei,  ÒV  éi  oviénore.  tò  fiìv  dij,  vojjtfei  iifrà  Xóyov  nsqiXrjnxòv ,  un 
■/.ara  taira  òv.  rò  ef  av  dofj  per'  alad-qaems  dXóyov ,  doSaaxàv ,  yiyvópevov  xal  ànoM/Aevov,  orno; 
tfè  ov&énoxe  ov.  Platonis  dialogi  Timaeus  V,  28,  D-B  ex  recog.  Hermanni  Voi.  IV,  p.  332  Lipsiae 
Teubner  1852. 

(2)  Il  progresso,  dice  il  pTof.  Siebeck  nel  1°  volume  della  sua  Storia  della  Psicologia,  com- 
piuto dalla  psicologia  della  sensazione  pressi.  Platone  censisti-  essenzialmente  in  questo  :  che  le  partì 
rispettive  del  fattore  obbiettivo  e  del  subbiettivo  non  sono  soltanto  pit  chiaramente  distinte  ma 
, con  più  speciale  ricerca  determinate  in  quello  che  hanno  di  proprio.  Plat non  si  sforza  sol- 
tanto ili  dimostrare  che  ad  ogni  specie  di  sensazione  corrisponde  una  specifica  maniera  di  movimento 
psichico  ''"ine  un  modo  particolare  ili  influssi,  >■ -t. tì mv.  ma  i  tndia  pure  di  rappresentarne,  al  pò  - 
sibilo  senza  lacuna,  1"  sviluppo  nella  continuità  dei  suoi  singoli  staili.  —    Siebeck,  voi.  cit.  p.  212' 


—  259  — 

ne  ammette  la  esistenza  in  queste  due  sfere,  ce  lo  mostra  al  principio  della  creazione 
che  si  agita  caoticamente  nella  materia  da  cui  è  inseparabile,  lo  segue  nell'ordina- 
mento successivo  a  cui  lo  sottopone  l'efficacia  delle  idee  e  la  potenza  del  bene.  In 
altri  termini  il  fenomeno  si  presenta  presso  Platone  con  la  sensazione,  come  suo 
usciti!  immediato  e  connesso,  e  quindi  come  tatto  relativo  alla  psiche,  ma  anche  come 
anteriore  ai  senzienti  particolari,  agli  animali  cioè  e  all'uomo,  e  quindi  come  elemento 
dell'essere  e  parte  ontologica  del  mondo.  Come  si  conciliano  questi  due  aspetti  che 
sembrano  contraddittori,  o  sono  essi  e  fino  a  qual  punto  inconciliabili  ?  Platone  ha 
egli  avuto  del  fenomeno  una  idea  coerente,  e  costante,  e  quale  è  dessa  ? 

Notiamo  prima  di  tutto  che  Platone  ha  tenuto  questo  procedimento  come  risulta 
da  tutto  il  Teeteto.  Egli  ha  applicato  la  sua  dialettica  a  circoscrivere  esattamente  il 
calore  e  descrivere  con  precisione  il  contenuto  della  percezione  sensitiva,  discutendo 
il  sensismo  di  Protagora  e  mostrandone  il  nesso  con  la  dottrina  eraclitea  del  moto 
e  flusso  universale.  Il  sensibile  si  distingue  profondamente  dalla  cosa  in  sé  come  la 
sensazione  dalla  scienza  ;  tale  è  certamente  la  conclusione  finale  alla  quale  egli  mira 
ed  arriva.  Ma  l'analisi  della  conoscenza  sensitiva  che  è,  per  così  dire,  la  premessa 
del  suo  ragionamento,  contiene  alla  sua  volta  una  determinazione  dell'attinenza  che 
passa  fra  la  sensazione  e  il  suo  oggetto  immediato,  ossia  il  sensibile,  sulla  quale  ci 
occorre  di  fermare  particolarmente  l'attenzione. 

Il  sensibile  e  la  sensazione  nascono,  ad  un  parto  e  sempre  appaiati,  dal  con- 
corso e  influsso  reciproco  di  due  cose  in  movimento,  di  cui  l'ima  è  agente  e  l'altra 
paziente,  e  come  nascono  insieme,  così  diminuiscono  e  crescono,  si  alterano  e  muoiono 
insieme.  Suscettivi  o  no  di  ricevere  sempre  nomi  appropriati,  i  termini  delle  due 
serie  parallele  e  congiunte  sono,  per  altro,  sempre  distinti,  poiché  unitamente  alle 
visioni,  alle  audizioni,  agli  odoramenti,  toccamenti  e  gustazioni  vi  sono  i  colori,  le 
voci-,  gli  odori,  il  caldo  e  il  freddo,  i  sapori.  Inoltre  mentre  nell'una  e  nell'  altra 
schiera  si  notano  classi  diverse,  havvi  per  ognuna  delle  due  una  natura  specifica 
unica  come  vi  sono  proprietà  comuni  ad  entrambe.  Poiché  da  una  parte  tutte  le 
sensazioni  sono  passioni  o  modi  passivi  e  mutazioni,  e  dall'altra  tutti  i  sensibili  sono 
moventi  in  moto  e  apparenze  di  essere,  non  esseri  veri  o  in  sé,  e  come  la  sensazione 
si  determina  e  distingue  pel  suo  sentito,  così  il  sentito  per  la  sensazione  e  nella  sen- 
sazione, di  guisa  che  l'uno  e  l'altra  sono  relativi,  e  lo  sono  scambievolmente  pel 
nesso  che  li  annoda,  come  lo  sono  rispettivamente  alle  singole  classi  a  cui  si  rife- 
riscono per  la  condizione  di  universale  mobilità  che  avvolge  il  sensibile  e  il  senziente. 

Il  sensibile  è  dunque  un'essenza  intermedia  ('),  che  non  è  nò  il  soggetto  né  l'og- 
getto in  sé,  ma  che  dipende  dal  divenire  dei  due  ed  è  non  già  un'  apparenza  fissa, 
ma  mutevole  e  mossa  in  ogni  istante  al  pari  delle  sue  condizioni  fra  le  quali  prin- 
cipalissime  sono  lo  stato  degli  organi  sensitivi  e  l'operare  dei  corpi  sentiti  o  degli 
elementi  loro,   essendo  costante  dottrina  di  Platone  che  la  cosa  sensibile  è  ora  grande, 

(')  Ecco  un  passo  decisivo  del  Teeteto  (154  a)  ove  il  sensibile  è  spiegato  coli'  incontro  di  due 
movimenti,  del  soggetto  cioè  e  dell'  oggetto  ed  è  definito  per  un  risultato  intermedio  di  entrambi  : 
Kai  rhuiv  oi'rw  jiélttvie  xul  Xevxòv  xaì  ónovv  «Mo  XQtòftct  ex  xrjg  ti qog §oXì,g  xiài*  òputhiov  ngik  xrpi 
nooatptovauii  (pagai*  ipuvehm  yeyeprjjj,évov,  x<à  o  <fi]  èxciaroy  riveli  qiapsp  /£<«,(<«,  osta  rò  nQoojàMoì' 
or  te  xò  rrQoa§u).Xriu£vov  hax«i,  àXXù  petccl-v  ri  txiiaxio  'iSiov  yeyoi'óg. 


—  260  — 

ora  piccola,  ora  pesante,  ora  leggiera,  ora  bella  ora  brutta,  sempre  diventa  e  nou 
mai  è  stabilmente. 

In  questa  relatività,  mutevolezza  e  contraddizione  del  fenomeno  consiste  per 
Platone  la  sua  opposizione  all'idea,  mentre  dalla  imitazione  (fiCfnnaig)  e  partecipazione 
(lu'Vi-Ztc)  dell'idea  dipende  la  sua  forma  determinata  e  tutto  ciò  per  cui  è  parvenza 
conoscibile  della  rispettiva  essenza. 

Chiaro  apparisce  da  questi  concetti  che  il  fenomeno  nella  percezione  platonica 
non  è  né  un  puro  modo  soggettivo,  né  una  illusione,  e  molto  meno  un  nulla,  quan- 
tunque sia  chiamato  non-ente  per  riguardo  all'ente  vero  del  quale  è  la  parvenza  reale. 
Ma  a  meglio  mostrare  in  che  senso  e  fino  a  qual  punto  il  fenomeno,  secondo  la 
mente  di  Platone,  abbia  valore  di  realtà,  occorre  parlare  delle  sue  cause  fisiche  e 
connetterle  coi  principi  dell'essere  e  del  conoscere  secondo  le  attinenze  che  questi 
e  quelle  hanno  nel  sistema  e  nella  genesi  delle  cose  descritta  nel  Timeo.  Poiché  se 
i  fenomeni  corporei  appariscono  al  senso  sotto  la  condizione  dell'incontro  e  influsso 
reciproco  del  senziente  fornito  di  organi  e  dell'agente  esterno,  la  esistenza  di  questi 
deve  precedere  e  determinare  le  sensazioni  e  i  termini  loro  immediati.  E  di  fatti  Pla- 
tone distingue  accuratamente  negli  oggetti  sensibili  le  qualità  loro  relative  al  senso, 
quelle  che  i  moderni  chiameranno  secondarie,  da  quelle  che  esistono  anteriormente 
alle  sensazioni  e  costituiscono  la  natura  dei  corpi  ;  i  quali,  come  è  noto,  si  spartiscono 
tutti  nelle  classi  dei  quattro  elementi,  fuoco,  aria,  acqua  e  terra.  Or  bene  che  cosa 
sono  questi  corpi  elementari  dei  quali  si  compongono  tutti  gli  altri  corpi,  e  quali  ne 
sono  le  qualità  essenziali?  Ridotti  alle  loro  particelle  essi  sono,  secondo  il  filosofo 
ateniese,  piccoli  tetraedri,  ottaedri,  icosaedri  e  cubi,  volumi  formati  da  superficie  a 
figura  diversa  e  diversamente  mobili,  di  guisa  che,  per  quanto  dipende  dalla  loro 
natura,  il  mondo  fisico  ha  una  base  geometrico-meccanica.  Ma  penetriamo  più  avanti 
fino  ai  principi  della  loro  genesi,  poiché  essi  sono  generabili  e  finiti.  Due  sono  questi 
principi,  uno  è  la  materia  e  l'altro  è  l'idea.  Dall'imo  tengono  la  estensione  o  gran- 
dezza, la  mobilità  irregolare  e  ima  formazione  rudimentale  e  incerta;  dall'altro  la  loro 
figura  definitiva  e  il  loro  movimento    regolare    conformati  alle  ragioni    geometriche. 

Effettivamente  descrivendosi  nel  Timeo  la  generazione  del  cosmo  si  richiedono 
come  necessarie  a  spiegarla  quelle  tre  cose  che  furon  dette  impropriamente  la  trinità 
platonica,  e  sono  :  1°  l'esemplare  (tò  nreodJdy^a),  ossia  l'idea,  sussistente  in  sé, 
principio  eterno  di  ordine  e  di  stabilità  ;  2°  il  generato  (rè  ysyovóg),  esistente  per 
l'idea  e  fatto  a  sua  immagine;  3°  il  luogo  della  generazione  (')■  Ora  quest'ultimo,  che 
è  assomigliato  alla  madre,  è  non  solo  il  luogo  (rÓ7roc)  di  ogni  genesi  del  sensibile 
{altìdrjTÒv)  o  visibile  (ÒqcctÓv),  la  natura  ricevente  (deponevi)  <fvaii)  o  ricevitrice 
({'ìtuóoxi]),  non  solo  è  la  quantità  suscettiva  dei  contrari,  cioè  del  piccolo  e  del 
grande  (fis'ya  xcà  fiixQÓv),  esistenza  interminata  (ocTteigov)  e  informe  [àuoQifov)  caratteri 
che  la  identificherebbero  unicamente  con  lo  spazio  degli  atomisti,  ma  è  anche  principio  di 
moto  e  di  divisione  caotica;  natura  strana  e  oscura  non  accessibile  direttamente  al  senso, 
ma  conoscibile  indirettamente  e  con  una  specie  di  ragionamento  spmio  (XoyiouM  vivi 

(>)'/>  d'avi'  rea  naQÓvTL  %QTJ  yévtj  $t,avorj8rjvttt,  tQi/ird,  tò  jj.hv  yiiyvójJLevov,  tò  cf  it>  co  ytyvetai, 
rò  eP  odsv  àcpofiiovfifvov  cpvtiai  co  yiyvóji.èvov ,  xcà  àrj  xcà  nQoatixùaia  nciinti  ni  (lèv  óf/ousiov 
(IijtqL,  ni  cf  '  oBev  nc.rQÌ,  ci'ji'  ilf   iiau^v  tovuov  cpvaiv  èxyóvco.  Timeo,  50,  C-D. 


—  261  — 
vóBrjì),  contrapposta  perpetuamente  al]  idea  e  condizione  necessaria  delle  sue  parvenze  (l). 

Questo  terzo  principio  del  Timeo  platonico,  alveo  materno  della  generazione,  è  dunque 
sede  eterna  di  estensione  e  di  moto,  mentre  dal  principio  intelligente  che  Platone 
assomiglia  al  padre  deriva  la  regolarità  della  l'orma  e  del  moto  che  appartengono  al 
figlio.  Questo  dualismo  di  principi  chiaramente  significato  nel  Timeo,  ai  sa,  non  è  ammesso 
da  tutti  gli  storici  e  interpreti  come  l'espressione  vera  del  pensiero  più  profondo  di 
Platone.  Sono  note  principalmente  le  difficoltà  che  riguardano  l'interpretazione  della 
materia  quale  è  presentata  nel  dialogo  suddetto  e  la  sua  conciliazione  con  le  idee 
dell'acro  e  del  non-ente  (opposti  all'imo  e  all'ente)  che  nel  Sofista  e  nel  Parmenide 
sono  il  principio  di  differenza  da  cui  si  rende  possibile  la  distinzione  delle  idee  e 
il  loro  ordine  dialettico.  Secondo  l'interpretazione  panteistica  del  sistema,  la  materia 
del  Timeo  o  non  sarebbe  che  l'espressione  popolare  di  ima  materia  ideale  eterna 
condizione  e  principio  delle  cose  corporee  o  esprimerebbe  la  fenomenalità  universale  e 
perpetua  della  medesima.  In  ogni  modo,  qualunque  sia  l'interpretazione  adottata,  la 
dualistica  cioè  o  la  panteistica,  è  certo  che  per  Platone  l'estensione  e  il  moto  sono 
inseparabili  dalla  materia;  nel  primo  caso  sono  inerenti  alla  sua  natura  considerata 
come  uno  dei  due  principi  coeterni  del  mondo;  nel  secondo  sono  obbiettivi,  ma  di 
una  obbiettività  fenomenica  e  dipendente  dalla  realità  assoluta  dell'idea. 

Ma  a  chi  finalmente  apparirebbe  questa  fenomenalità  obbiettiva  insieme  con  1 
qualità  corporee  che  alla  grandezza  e  al  moto  si  aggiungono  nelle  cose  sensibili? 
Come  esisterebbe  senza  il  senso  che  certo  non  è  nelle  idee  ?  Senza  pretendere  di  to- 
gliere affatto  l'oscurità  che  avvolge  questa  parte  del  sistema  platonico,  di  attribuire 
alla  materia-spazio  di  Platone  un  nesso  più  e  meglio  determinato  cogli  altri  principi  del 
suo  sistema,  di  quello  che  realmente  apparisca,  crediamo  di  poter  dire  che  il  concetto 
platonico  dell'anima  del  mondo  ben  ponderato  dimostra  nel  suo  autore  un  mirabile  sforzo 
dialettico  per  conseguire  la  unità  del  sistema,  e  che  se  questo  concetto  non  ne  elimina 
la  contraddizione  nell'ordine  ontologico,  la  risolve  almeno  in  quello  della  conoscenza. 

Platone  spiegando  la  creazione  ci  rappresenta  il  mondo  come  formato  da  Dio 
di  un'anima  e  di  un  corpo;  l'anima  è  fatta  prima  e  il  corpo  dopo;  l'ima  principio  di 
moto  e  di  vita  per  l'altro,  è  il  lato  dinamico  e  vitale  del  gran  tutto  del  quale  il 
corpo  è  il  lato  geometrico  e  meccanico.  Partecipe  della  idea  e  della  materia  per  la 
sua  natura  (come  risulta  dal  processo  di  genesi  mitologicamente  figurato  nel  Timeo) 
V  anima  cosmica  adempie  un  ufficio  intermedio  che  armonizza  negli  enti  particolari 
l'unità  del  tipo  ideale  e  le  divisioni  dello  spazio.  Le  proporzioni  matematiche  domi- 
nano per  essa  nella  costituzione  del  cosmo,  il  quale,  pel  suo  intervento,  è  divino,  cioè 
congiunto  alle  idee  ed  è  anzi  per  la  conseguente  perfezione,  chiamato  un  Dio. 

(')  &tò  drj xijy  xov  ysyovóxog  ógaroi  xul  nàvxmg  ale8rjxov  firjxéqa  xal  vnoioxrjv  P?"  '/>,•'■  !",n 
rh'oa,  in'^e  nvg  ui]re  vduiQ  Xéyw/uev,  (irjxs  oaa  ix  xovxtav  /xrjxt  iS  (>>v  xavxa  yéyovsv  ÙM  àvóqaxov 
eidóg  n  xal  uuoQcpov,  nuvd(Xsg,  fisxttì.afi^àvov  &é  (InoQÙxitxi'c  n$  zov~  voìjiov  xtd  dvoahoxoxttxov 
avxò  Xéyovxeg  ov  ipavaó/Àsdu.         Timeo  51,  B. 

Il  passo  in  cui  la  materia  è  maggiormente  confusa  collo  spazio  è  il  seguente  :  xqLxov  de  iti 
yévog  ov  rò  xijg  xoiQcig  usi,  opSogiìv  ov  nqoadixói-tei'ov,  edgay  de  nugixnv  'oaa  ìi/ei  yéveaiv  nuaiv, 
ca'zò  de  fiex'  ùvaiaBrjaiag  ànxóv  Xoyia^w  xtvi  yóda  (tóyig  moxóv,  naòg  o  drj  xal  òveipo7ioìovtuei'  jSAs- 

■novxeg Ibidem  52,  B.  Per  ciò  cbe  riguarda  il  Timeo  cfr.  Etudes  sur  le  Timée  de  Platon  par. 

Th.  Henri  Martin.  Paris  1841. 


e 


—  262  — 

Ora  è  dea  notarsi  che  la  unione  di  quest'anima  universale  col  mondo  da  essa 
penetrato  e  avvolto  in  ogni  tempo  e  per  ogni  dove,  rende  perpetuamente  coesistenti 
il  corpo  del  mondo  e  la  sensibilità  di  cui  l'anima  stessa  è  fornita.  Poiché  ad  essa  ap- 
partiene YttUtdrjfftg  e  la  <W£«,  la  facoltà  del  senso  e  quella  dell'apparenza  e  opinione.  E 
come  le  anime  tutte  partecipano  della  natura  di  quest'anima  generale  e  ne  derivano 
e  i  corpi  tutti  tengono  dell'essenza  del  corpo  totale  del  mondo  e  ne  derivano,  così,  per 
la  congiunzione  di  tutte  le  anime  con  tutti  i  corpi,  tutti  i  fenomeni  corporei  hanno 
relazione  alla  sensibilità  cosmica  considerata  sia  nella  sua  unità,  sia  nella  sua  mol- 
tiplicità,  e  si  concilia  la  obbiettività  dei  sensibili  colla  loro  relatività  al  senso,  e 
finalmente  la  obbiettività  fenomenale  della  materia-spazio  indirettamente  apprensibile 
al  senso  tanto  dell'anima  cosmica  quanto  delle  anime  singole  risale  fino  ai  primordi 
del  mondo,  cioè  fino  alla  apparizione  dell'anima. 

Tale  è  delineata  a  brevi  tratti  la  parte  della  dottrina  platonica  che  risguarda 
la  percezione.  Non  aggiungerò  che  poche  parole  sulla  relazione  che  il  tempo  sostiene 
con  lo  spazio.  La  nozione  del  tempo  è  da  Platone  subordinata  a  quella  della  mate- 
ria-spazio e  del  mondo  ed  è  collegata  con  le  condizioni  del  sensibile.  Imperocché 
il  sensibile,  per  ciò  stesso  che  è  il  generato  e  il  generabile,  perciò  che  è  nn  divenire 
perpetuo,  contiene  le  divisioni  del  tempo;  è,  è  stato,  e  sarà  ;  si  collega  col  moto,  è 
numerabile  e  misurabile;  apparisce  col  mondo,  dura  perpetuo  con  esso,  è  l'immagine 
mobile  dell'immobile  eternità  ('). 

Ili.  Aristotele. 

Anche  Aristotele  è  dogmatico.  Ammettendo  come  data  la  distinzione  e  comuni- 
cazione del  senso  e  del  sensibile,  egli  ne  analizza  il  risultato  e  le  condizioni. 

Per  descrivere  e  ordinare  le  funzioni  dei  sensi  egli  move  dai  sensibili,  ossia  dai 
dati  dei  cinque  sensi,  li  classifica  secondo  i  loro  caratteri  e  1'  ufficio  che  adempiono 
nella  conoscenza  sensitiva,  poi  considerando  ognuno  dei  sensi  esamina  il  rapporto  che 
lo  unisce  ai  sensibili  sotto  il  doppio  riguardo  della  potenza  e  dell'atto,  determina  le 
condizioni  dell'esercizio  di  ciascuno  e  di  tutti,  e  le_  ricerca  sia  nel  principio  senziente 
e  nell'organo,  sia  nell'agente  esterno,  sia  nel  mezzo  materiale  pel  quale  l'impulso  si 
tragitta  dall'uno  all'altro,  e  finalmente  rifacendo  la  sintesi  dalla  quale  si  è  mosso,  esprime 
in  forinole  compendiose  la  natura  del  sentire  e  del  senso,  abbraccia  la  pluralità  e 
l'unità  delle  sue  funzioni. 

I  sensibili  (ne  aìtì&rjrti),  ossia  oggetti  dei  sensi  (ni  txvTixdfievcc),  si  dividono, 
secondo  Aristotele,  in  tre  classi,  due  delle  quali  sono  di  sensibili  per  sé  (*«.'/ 5  avxà)  e 
una  di  sensibili  per  accidente  (x«ni  tìv[i§a^xóg).  I  sensibili  per  sé  si  dividono,  alla 
lor  volta,  in  propri  e  comuni.  Sono  propri  (ì'òia)  quelli  che  appartengono  a  ciascun 
senso  in  particolare  come  il  colore  alla  visione,  il  suono  all'udito,  il  sapore  al  gusto  ; 
sono  comuni  (xotrei)  quelli  che  appartengono  a  tutti ,  come  il  moto  e  il  riposo,  il  nu- 
mero e  la  figura.  Lima  e  l'altra  classe  di  questi  sensibili  sono  sensibili  per  sé,  perchè 
dipendono  direttamente  dall'esercizio  dei  sensi  e  sono  essenzialmente  contenuti  nelle 

(')  Sullo  spazio  in  Platone   cf.  F.  Mnsei.  Le  Forme  dell' Intuizione. 


—  2(33  — 

sensazioni;  i  sensibili  per  accidente  invece  sono  fatti  che  non  derivano  dai  sensi  ma  sono 
associati  alle  sensazioni  come  il  giudizio:  il  color  bianco  ili  cui  ho  la  sensazione  è  il 
tìglio  di  Diare. 

I  sensibili  propri  si  ricavano  dunque  dalle  sensazioni  dei  cinque  sensi,  e  sono 
il  visibile,  l'udibile,  l'odorabile,  il  gustabilo,  il  tangibile,  che  nell'atto  della  sensa- 
zione  diventano  i  sentiti  corrispondenti,  ossia  il  colore,  il  suono,  l'odore,  il  sapore, 
il  caldo,  il  freddo,  il  secco,  l'umido,  il  ruvido,  il  liscio  e  le  altre  qualità  tattili. 

I  sensibili  comuni  sono  la  grandezza  (fiéye&og),  la  figura  (oyj]"«),  il  moto  (xinou). 
la  quiete  (aiàffte),  il  numero  (<coi.'/itóc). 

In  che  relazione  stanno  fra  loro  i  sensibili  comuni  coi  propri ,  e  in  che  dipen- 
denza gli  uni  e  gli  altri  dall'agente  esterno  e  dal  soggetto  senziente?  In  altri  ter- 
mini come  si  produce  la  sensazione  ,  che  valore  ha  il  fenomeno  sensibile  ad  essa 
unito?  In  che  modo  le  sensazioni  e  i  fenomeni  sensibili  si  collegano  per  formare  la 
percezione  sensitiva  dell'oggetto  esterno?  ^Rispondiamo  a  queste  questioni  colla  dot- 
trina di  Aristotele  desunta  dal  secondo  libro,  dai  primi  capitoli  del  terzo  del  De  anima 
e  da  qualche  passo  del  De  sensu  et  sensili. 

Cominciamo  dallo  stato  del  senziente  e  dall'  importanza  data  da  Aristotele  alla 
passività.  Avvertiamo  con  lui  che  la  facoltà  di  sentire  non  si  move  da  sé  a  sentire 
e  che  a  recarla  all'atto  è  necessario  un  agente  esteriore  (')•  Così  avviene  che  il  com- 
bustibile non  abbruci  senza  il  comburente;  di  guisa  che  il  sentire  è  un  patire  (2),  la 
sensazione  è  movimento,  e  come  tutto  ciò  che  patisce  e  si  move  ,  è  sotto  l'influsso  di 
un  agente. 

La  sensazione  è  dunque  modo  passivo  ma  è  anche  in  qualche  guisa  alterazione 
(óUut'wou),  cioè  modificazione  per  cui  il  senziente  diventa  altro  da  quel  che  era  (3). 
Ma  che  cosa  diventa  egli?  Alcuni,  dice  Aristotele,  alludendo  principalmente  ai  filosofi 
della  .Ionia,  pensano  che  il  simile  patisca  dal  simile  (4),  e  ciò  è  vero  in  un  senso  e 
in  un  altro  no;  perchè  il  senziente  è  dissimile  dall'agente  mentre  patisce,  ma  quando 
ha  p'atito  gli  è  simile  (5).  L'  agente  essendo  esso  stesso  in  atto ,  riduce  alla  stessa 
condizione  la  potenza  sensitiva  (6).  Quest'atto  peraltro  non  è  importato,  a  così  dire  ; 
ma  eccitato  nel  principio  sensitivo,  il  quale  è  in  potenza  ciò  che  il  sensibile  è  già 
in  atto,  e  si  assimila  ad  esso  dopo  averne  subito  l'azione  (7).  Ma  in  che  cosa  con- 
siste precisamente  questa  somiglianza,  quali  ne  sono  le  condizioni  esterne  ed  interne, 
in  che  modo  vi  concorrono  gli  atti  del  senziente  e  del  sentito,  che  parte  vi  ha  il  corpo 

(!)  Jìjlov  ovv  ori  rò  eàa»i]rixòv  ovx  eonv  èvegyeiq,  t'dXà  &vvdfiei  iióvovàiò  xa&àneg  rò  xavaròv 
oiì  xatetut   avrò  *«#'  avrò  àvev  xov  xavaxixov  (nsgi  it>v%fjs  £,  V.) 

(2)  Tò  yàg  aìa&uvea&tu  nda/eu'  ri  iaii.  —  'fftf'  aie&tjoig  iv  nò  xivùa'&uL  re  v.cà  mioxeiv 
aviiialret,  xa&aneg  sigerai  •  (Ibidem  p,  V).  —  Iliivra  óè  7ióo%a  xaì  xiveùca  vita  roi  7ioir,xixoi  xaì 
èvsgyeìa  ovxos  (Ibidem). 

(:!)    Il  uèr  yàg  aìodìjoig  àXXoiioaig  rig  slvai  efoxff  (Ibidem  p,  IV). 

(4)  tpaai  de  riveg  xaì  rò  b\uoiov  ino  rov  óftoiov  nùaytiv  (Ibidem). 

(")  .ho  iati  jxèv  (Ss  ino  rov  ófioiov  nàaxei,  tari  <fè  die  ina  àvofioiov,  xa&dneg  e'inofie v  •  nitayn 
uèf  yàg  rò  àvótioiov  òv  nenov&òg  de  ó/toióv  èan  (Ibidem  jS,  \). 

(6)   Tò  noiovv  olov  avrò  èvegyeict,  roiovrov  èxeìvo  noieì  dvvàfiei  òv  (Ibidem  e.  XI). 

(i)  Tò  <T  aìaSrjnxòv  dirtiuii  èazìv  olov  rò  ttio&rjxòv  qtfr]  èvre).exeia.  xa&àneg  sigerai  •  mio  %  ti 
uìv  ovv  ov/  ouoiov  òv,  nsnovdòs  à'  (ó/ioiwiai  xaì  tariv  olov  èxeìvo  (Ibidem  r,  e.  II). 


—  2(34  — 

del  soggetto  che  sente  e  l'ambiente  pel  quale  si  trasmette  l'azione  dell'agente  ?  —  Ri- 
petiamo prima  di  tutto  quella  formola  aristotelica  della  percezione  sensitiva  che  tutti 
conoscono,  e  alla  quale  è  stata  troppo  generalmente  limitata  la  dottrina  dello  Stagi- 
rita  intorno  ad  essa,  benché  l'importanza  ne  sia  fondamentale  e  che  bene  scrutata  e 
collegata  con  altre  manifesti  un  profondo  significato.  Il  senso,  dice  questa  formola,  è 
il  principio  ricettivo  delle  forme  sensibili  senza  la  materia,  come  la  cera  riceve 
l'impronta  dell'anello  senza  il  ferro  e  l'oro  di  cui  è  fatto;  nella  medesima  guisa, 
soggiunge  Aristotele,  il  senso  è  reso  passivo  dagli  oggetti  che  hau  colore,  sapore 
o  suono;  non  patisce  cioè  conformemente  all'essenza  o  definizione  loro,  ma  secondo 
una  certa  qualità  di  ciascuno  e  il  rapporto  che  sostengono  con  esso  (').  Dalla 
somiglianza  prodotta  fra  il  senso  in  atto  e  l'agente  é  dunque  esclusa  la  materia  (vks), 
la  sussistenza,  l'essere  (rò  shai)  e  non  la  forma  (si'óoc);  in  questa  e  non  in  quella  si 
deve  cercare  il  fondamento  per  cui  il  senziente  diventa  simile  al  sentito;  ma  di  che 
forma  si  tratta?  Della  forma  in  quanto  sensibile  [altìd-rjTÒv  eidos),  in  quanto  cioè  si  comu- 
nica al  senso  e  si  manifesta  nella  sensazione,  e  non  della  forma  dell'oggetto  in  sé. 
ossia  dell'oggetto  come  sussistente  senza  l'azione  sul  senso;  distinzione  importante, 
poiché  se  l'oggetto,  considerato  nella  sua  essenza,  è  composto  di  materia  e  di  forma, 
e  l'unione  loro  corrispondente  a  quella  della  potenza  e  dell'energia  o  atto,  costituisce 
la  sostanzialità  dell'ente  individuo,  non  si  saprebbe,  senza  di  essa  distinzione,  né  giu- 
stificare la  formola  suddetta,  né  conciliarla  con  quelle  altre  colle  quali  Aristotele  la 
determina  e  svolge.  Poiché  se  il  ricevimento  delle  forme  che  avviene  nella  passività 
sensitiva  è  di  forme  costitutive  della  realità  sostanziale,  abbiamo  per  conseguenza 
l'assurdo,  del  resto  gratuito,  di  prestare  ad  Aristotele  l'opinione  che  una  parte  della 
sostanza  individuale  passi  nel  senziente  e  un'altra  rimanga  nell'agente,  e  per  di  più 
abbiamo  una  vera  identità  di  essere  da  lui  esclusa,  invece  di  una  certa  somiglianza 
da  lui  affermata.  Se  invece  il  ricevimento  è  di  forme  puramente  sensibili,  1'  energia 
dell'agente  non  si  può  trovare  nella  sensazione  come  è  in  sé  nella  causa  esterna,  cioè  quale 
costitutivo  del  suo  essere,  ma  solo  in  modo  proporzionato,  relativo  e  sensibile.  E  di 
fatto  l'azione  dell'essere  sentito  si  comunica  col  moto,  e  la  sensazione  stessa  è  se- 
condo Aristotele  movimento  dell'anima  per  mezzo  del  corpo  (2),  in  causa  dell'intima 
unione  che  vincola  organo  e  anima  nel  sentire  (3).  Così  avviene  che  come  in  generale 
l'atto  dell'agente  e  del  movente  si  genera  nel  paziente ,  così  anche  1'  atto  del  sensi- 
bile è  con  la  corrispondente  passività  nel  principio  sensitivo  (4).  Ma  vi  è  sotto  la 
doppia   condizione   1°  di   essere   mescolato   con   quello   del   senziente  stesso  e  2°  di 

(')  KnO-óì-ov  de  ncQÌ  nàa>]<;  itia&ijatwg  dei  %u6eìv  ori  tj  tuèi'  a'ia&qais  imi  rò  ifexrixnr  riàv 
ala&ìjTwy  elSwv  avsv  rfjg  SXrjs,  o'iov  6  xr/gòs  roti  tfcixrvXiov  ih'ev  tov  giói'jqov  xaì  tov  xqvgov  dfyercu 
aijfiewi',  XttujSiivti  de  rò  %qvo"ovv  >j  rò  yjtXxovr  tsijuiìov ',  «W  ov%  ;}  ynvaòg  rj  yii'Àxiig.  ouo'uds  de  xuì 
>']  tdoOijOii;  txàoiov  ino  roò  f/wroc  %Q(3utt  ij  %vuòv  rj  ipócpov  nita^ei,  ÙXX  '  ovx  >j  txuaiov  èxsivuv 
héyeiut  ,  ùXX  '  >j  Totovcfi,  xuì  xuiù  tòi>  Xóyov  (Ibidem  j9,  e.  XII). 

(2)    Il  de  ii.eyoiA.ivrj  a'fodrjGi;  xìvtjgìs  itg,  dia  tov  aiótiiaog,  ri/c  tpvyijg  èau.  De  Sonino,  capir.  I. 

(:l)  Enei  de  ovts  rfjg  ipv/ijg  ìdiov  tò  afodàveodcti ,  otite  tov  aoiuatog,  cpavegòv  (Jj  ours  irjs 
ipvjfijs  in  ud&og  iiftor,  ovx * «i/iv/ov  BMuit  diluii»'  aledccvsaSai.  (Ibidem,  ibid.). 

(')    "  }'"(.'  l">>  noiijnxov  xu'i  xlvrjTlxoi   ivépyeia  iv  t»  ntta%0VTi liyyiyviiui     -De.  capnl' 

del  libro  III (òaneo  yÙQ  ij  noi?]oig  xaì  rj  nàfrriGi;  ir  nò  nao/ovri,  xuì.  ovx  èt>  età 

nomini,  ni  no  xuì   ij  roi''  alodrjToi  èvÉQyeiu  èf  nò  aiotìrjtixàì  (Ibidem,  ibid.). 


—  265  — 
tenere  con  esso  ima  eerta  proporzione.  E  tanto  è  vero  che  gli  eccessi  del  moto  gua- 
stano la  sensazione  o  la  impediscono  allatto,  mentre  un'  azione  troppo  debole  non  basta  a 
produrla  (')•  E  quanto  all'altra  condizione,  essa  è  una  conseguenza  della  potenza  del 
senziente  che  l'agente  esterno  modifica  bensì  operando  su  di  esso,  ma  non  rende  pas- 
sivo senza  renderlo  nello  stesso  tempo  attivo,  e  questo  miscuglio  dei  due  atti  è  cos'i  intimo 
che  di  due  se  ne  fa  imo  solo,  ed  è  una  delle  formole  costanti  di  Aristotele:  che  del  sensi- 
bile e  della  sensazione  vi  è  un  solo  e  medesimo  atto,  abbenchè  quanto  all'essere  (o 
esistenza  sostanziale)  le  due  cose  differiscano  (2).  E  affinchè  non  si  dubiti  del  modo 
in  cui  l'intende,  egli  applicandola  più  volte  ai  sensibili  propri ,  ha  cura  di  ben  distin- 
guere,  in  questa  unificazione,  l'atto  che  oggi  direbbesi  soggettivo  da  quello  che  oggi 
domanderebbesi  oggettivo,  e  che  può  esistere  fuori  del  senso,  e  per  maggior  chiarezza 
avverte  che  la  lingua  greca  non  si  presta  sempre  a  questa  distinzione,  benché  nel  fatto 
sia  sempre  possibile.  E  così  soggiunge  egli,  altro  è  l'audizione  (axovais)  atto  del- 
l'udire, e  altro  la  sonorazione,  (ipó^tìig)  atto  del  sonare;  altro  la  visione  {<'(jwtu) 
atto  della  vista  (óìpswg)  e  altro  l'atto  senza  nome  (àv<xvv(iov)  dell'avente  colore  o 
(colorazione).  Ora  è  di  questi  due  atti  del  senziente  e  del  sensibile  che  si  forma  un 
atto  solo,  talmente  che  le  due  parti  di  cui  si  compone,  come  udito  e  suono  in  atto  si 
conservano  o  si  corrompono  insieme,  mentre  la  medesima  necessità  non  colpisce  le 
potenze  rispettive. 

Più  risoluti  sulla  questione  della  relatività  di  quei  sensibili  che  lo  Stagirita 
chiama  propri,  i  filosofi  naturalisti  della  Ionia,  detti  da  lui  fisiologi,  come  si  è  visto, 
si  erano  pronunciati  per  la  completa  soggettività  dei  medesimi,  affermando  che  i  colori 
non  esistono  senza  la  vista,  nò  i  sapori  senza  il  gusto.  Ad  Aristotele  questa  tesi 
sembra  troppo  assoluta  ed  esser  vera  in  parte  e  in  parte  falsa  ;  vera  cioè,  se  si  tratta 
del  suono,  del  colore,  del  sapore,  dell'odore  ecc.  in  atto,  nel  qual  caso  sono  insepa- 
rabili dalla  sensazione,  dal  modo  attuale  del  senziente,  falsa  se  l'energia  degli  oggetti 
sensibili  non  si  considera  come  procedente  da  una  potenza  che  può  esistere  senza  il 
modo  medesimo  ;  per  il  che  la  sensazione,  a  guisa  di  una  sinfonia,  è  un  rapporto  di 
proporzione.  L'esempio  vale  per  tutte.  Di  fatto  la  sinfonia  essendo  certa  voce  che 
sotto  certo  riguardo  (come  suono)  si  unifica  colla  rispettiva  sensazione  dell'udito,  e, 
sotto  altro  riguardo,  se  ne  distingue,  la  sua  proporzione  si  ritrova  nell'una  come 
nell'altra. 

Finalmente,  onde  conservare  alla  dottrina  di  Aristotele  il  suo  proprio  carattere  e 
non  oltrepassarne  i  termini  precisi,  avvertiamo  collo  Zeller  (3a  edizione  della  Filo- 
sofia dei  Greci,  pag.  535  del  volume  consacrato  ad  Aristotele,)  e  col  Prantl  (citato 

(!)  Kaì  etcì  xovxo  xaì  <p(itiqn  txaaxov  vnegfìttXXov,  xaì  rò  ócv  x«ì  io  pagi,  irp>  axorpr . . .  »; 
ì.óyov  uvòs  ovtoi  tìjs  <tiaHi)aeu>i  (Ibidem,  ibid.).  '//  d'i  aiat)>joig  ó  Xóyog  .  vntgpt'Moi'xa  <fè  ìj  hmeì  >'j 
tpdetgei  (Ibid.  ibid.). 

(2)  '//  <Jf   tov  «iot)i]Tov    èi'égyiuc    xcù    tì^    aladqoews,   r)  avzij    fisv    tari,    xcà    fiia-xò  <fè  sivai 

avTccìg    ov    uivini'  .  Xtyio  (Cf  ,    olov  xpócpos  ò  xax  '  èvzgyeiav  ,  xiù    àxoi)  >]  xat  '  ivégyeiav  • oxctv 

<J"  èvegyg  tò  Svvafievov  àxovew,  xcù.  ipocpij  rà  tfvva/zevov  ipócpelv ,  xóxt  >)  xax  '  èvégyeiav  axorj  afia 
yivetat,  xaì  6  xat  '  ivégyeiav  ipócpos  (Ibidem,  ibid.). 

'Enei  cfè  aia  fie'v  ìaxiv  èvégyeta  >]  tov  aìadrjxov  xaì  mi  «i'ijSijtixov.  tu  <fi  twctt  étegov,  uvayxrt 
Sua  (pfreigeodai  xcù  aió^eadat  tijv  olino  leyouévijv  àxorjv  xaì  tpócpov,  xaì  /v/iòv  éij,  xcù  yuan',  xat 
rù  ìi'k't.r  òfxoloìs  (Ibidem,  il 

i  Ilasse  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Sur.  1  ',  \  ul.  II,  l'arte  la  3 1 


—  2<3J  — 

dallo  Zeller)  che  la  relatività  del  sensibile,  quale  Aristotile  l'ha  intesa,  non  deriva 
da  un'azione  reciproca  ma  da  un  semplice  concorso  dei  due  atti  dell'oggetto  esterno 
e  del  senziente  o  sensorio. 

La  relatività  dei  sensibili  propri  è  dunque  una  tesi  accertata  dalla  psicologia 
aristotelica.  Essa  risulta  dall'analisi  di  luoghi  così  numerosi  come  decisivi  del  Trat- 
tato dell' dai  ma,  e  se  dalle  diligenti  indagini  degli  storici  e  degli  interpreti  dello 
Stagirita  si  può  rilevare  qualche  passo  delle  Categorie  che  la  metta  in  forse,  sem- 
brando attribuire  ai  sensibili  suddetti  un  carattere  interamente  oggettivo,  la  difficoltà 
si  dilegua  notando  il  doppio  senso  (')  in  che  Aristotele  piglia  la  sensazione  e  il 
sensibile,  cioè  come  atto  e  come  potenza  (2). 

Se  noi  avessimo  intenzione  di  fare  un'esposizione  completa  di  tutta  la  teoria  di 
Aristotele  intorno  alla  facoltà  sensitiva,  ci  converrebbe  distinguere  i  sensi  il  cui 
esercizio  dipende  da  un  contatto  immediato  coli' oggetto,  da  quelli  il  cui  contatto  coi 
sensibili  è  mediato  e  si  fa  per  l'interposizione  di  un  mezzo  materiale,  come  l'aria  per 
l'udito  e  l'acqua  pel  gusto,  e  l'ufficio  di  questi  ambienti  pei  quali  passa  il  moto,  a 
cui  è  legato  il  contenuto  della  sensazione,  confermerebbe  la  relatività  delle  perce- 
zioni  sensibili  secondo  il  filosofo  greco.  I  particolari  che  a  questo  riguardo  si  racco- 
glierebbero intorno  alla  vista  e  al  suo  rapporto  col  trasparente  e  col  colore  potrebbero 
essere  interessanti,  ma  ci  allontanerebbero  dal  nostro  scopo  che  è  di  precisare  il 
rapporto  che  secondo  Aristotele,  il  fenomeno  sensibile  quale  è  nel  senziente  in  atto, 
ha  con  la  sua  causa  esterna,  che  differenza  passa  a  questo  riguardo,  fra  le  parti  di 
cui  si  compone  e  qual  vincolo  le  collega,  o,  come  oggi  si  direbbe,  quali  di  esse  sono 
subbiettive  e  quali  obbiettive  e  in  che  modo,  e  come  si  uniscono  e  ordinano  per  costi- 
tuire l'unità  della  cognizione  o  percezione  sensitiva. 

Per  far  ciò  noi  dobbiamo  seguire  di  nuovo  il  filo  portoci  dallo  Stagirita  mede- 
simo movendo  come  sopra  dall'oggetto  al  soggetto.  Nella  cosa  sentita  vi  sono  i  sen- 
sibili propri  e  i  sensibili  comuni  che  abbiamo  poc'  anzi  distinti,  e  che  abbiamo 
definiti  ed  enumerati.  Un  oggetto  esterno  ha  grandezza,  figura,  numero  di  parti,  è 
in  moto  o  in  riposo,  e  tutto  ciò  si  combina  con  le  qualità  visibili  e  tattili,  coi 
suoni,  odori,  sapori  che  sono  particolari  ai  cinque  sensi,  e  se  ne  forma  un  tutto, 
un'unità  percepita  sensibilmente.  Abbiamo  veduto  che  propri  o  comuni  questi  sen- 
sibili sono  sensibili  per  sé.  Cadono  dunque  i  comuni  secondo  lo  Stagirita,  direttamente 

(')  fìixtòv  yicg  t]  ùxorj,  xni  dirròi>  u  ipócpog .  ò  d' avròs  lóyos  xal  i;ii  imv  «ìXiav  aladrjoeiop 
y.iù   uìadrjzwv  (,Tf pt  V",/'%"   r  II). 

('-)  Lo  Zeller  al  quale  nulla  sfugge  di  ciò  che  può  servire  a  precisare  ogni  parte  del  sistema 
aristotelico,  rileva  un  passo  delle  Cateijurir  nel  quale  dopo  aver  pusta  la  posteriorità  della  sensazione 
alla  sua  causa  esterna  si  soggiunge  che  l'abolizione  del  sensibile  ha  per  conseguenza  l'abolizione 
della  sensazione  e  non  viceversa,  che  distruggendo  l'animale  si  distruggerà  la  sensazione,  ma  vi 
sarà  il  sensibile  come  corpo,  caldo,  dolce,  amaro,  e  gli  altri  sensibili  tutti  (aio6rjTÒi>  cTè  cateti,  oiov 
dàuci,  thniiàr  yXvxv,  nixoòv,  xnl   i&ÌXtt  nacc  èatlv  aiafh]ttt  —   Cat.  e.  71 

Ter  tutto  ciò  che  risguarda  la  teoria  aristotelica  della  sensazione  e  dei  sensi,  cf.  Die  Erkennt- 
'.heorie  des  Aristoteles  roti  Dr.  Friedr.  Ferdinand  Rampe,  Leipzig  1870—  Diepsyi  : 
Aristotele^  insbesondere  seine  Lehre  vom  Nov;  noiqnxó;  von  Dr.  Franz  Brentano,  Mainz,  1867.-- 
Essai  sur  la  psychologie  d'Aristote  par  A.  Ed.  Chaignet.  Paris,  1883.  —  Barthélemy  Saint-Hil 
Psychologie  d'Aristote  Paris  1846. 


—  267  — 

nel  senso  e  non  abbisognano  di  un'  operazione  mentale  per  essere  conosciuti  ;  ma 
come  stanno  nei  sensi  coi  propri?  Se  sono  comuni,  appartengono  dunque  a  tutti 
i  sensi,  e,  se  non  tatti,  certamente  la  maggior  parte  appariscono  insieme  ad  ogni 
classe  «li  sensazioni,  o  così  di  fatto  l'intende  Aristotele,  e  lo  confermano  i  suoi  inter- 
preti più' autorevoli  e  diretti,  Simplicio,  Filopono,  Temistio.  Ma  apparendo  tutti  o 
quasi  tutti  nell'esercizio  di  ogni  senso,  si  domanda  se  sono  uniti  ai  sensibili  propri 
per  vincolo  intrinseco  od  estrinseco.  Questo  punto  merita  discussione. 

Da  una  parte  Aristotele  afferma  nel  capo  1°  del  primo  libro  del  De  Anima  che 
dei  sensibili  comuni  abbiamo  una  sensazione  comune  e  punto  accidentale  (ràv  óì 
xoiviiv  ìr'yniif-y  uì'rsthi  m  xowrjv)  e  che  tale  sensazione  non  è  propria  (ovx  uqcc  s<tvlv 
Idia)  non  è  il  modo  di  un  senso  particolare  ;  d'altra  parte  asserisce  ivi  stesso  che  dei 
sensibili  comuni  abbiamo  con  ciascuno  dei  cinque  sensi  il  sentimento  per  accidente 
(xoiroìv,  wv  ixàtìzrj  ttltìOiqCei  al&avófieS-a  xcerà  tf^ttjSfjS^xóg).  Sono  adunque  i  sensibili 
comuni  a  un  tempo  sensibili  per  se  e  sensibili  per  accidente,  secondo  che  si  consi- 
derano  come  oggetti  diretti  di  un  senso  comune,  e  come  oggetti  indiretti  dei  cinque 
•ensi,  ossia  come  uniti  ai  sensibili  propri.  Ma  quale  è  infine  precisamente  questa 
unione  ?  Il  Trendelemburg,  svolgendo  il  pensiero  di  Aristotele,  e  dichiarando  Simplicio, 
distingue  nella  conoscenza  sensibile  tre  specie  del  legame  chiamato  per  accidente, 
o  per  aggiunto  (xaià  avfji^s^tjxóg),  e  cioè:  1°  associazione  per  reminiscenza  e  indu- 
zione come  nell'esempio  aristotelico  del  figlio  di  Diave  il  cui  ricordo  è  associato  alla 
percezione  di  una  forma  bianca  ;  2°  associazione  di  un  sensibile  proprio  con  un  altro 
appartenente  a  senso  diverso  ;  3°  implicazione  del  sensibile  comune  nel  proprio,  come 
il  moto  o  la  grandezza  nel  colore.  I  due  primi  modi  di  unione  sono  estrinseci  ;  il 
t  irzo  è  intrinseco  ed  è  quello  che,  secondo  il  commentatore  tedesco,  congiunge  il 
sensibile  comune  col  proprio.  Le  due  prime  distinzioni  combinano  effettivamente  con 
le  forinole  applicate  da  Aristotele,  in  più  passi  del  De  Anima,  all'  associazione  dei 
sensibili  propri  di  diversa  specie,  e  a  quella  dei  giudizi  estranei  alle  sensazioni 
e  die  sensazioni  stesse  ;  hanno  per  guarentigia  diretta  il  testo  stesso  di  Aristotele. 
La  terza  ha  per  base  il  rapporto  degli  altri  sensi  col  senso  comune  ed  è  la  sola  che 
può  spiegare  il  vincolo  dei  sensibili  comuni  coi  propri.  E  di  fatto  per  la  corrispon- 
denza e  unione  del  soggetto  coli' oggetto  che  domina  in  tutta  la  dottrina  aristotelica 
della  conoscenza,  il  senso  comune  come  i  sensi  particolari  ha  il  suo  oggetto,  perchè 
non  vi  è  sensazione  senza  sentito,  e  questo  oggetto  non  può  essere  pel  senso  comune 
che  il  sensibile  comune.  D'altra  parte  per  la 'medesima  legge  di  corrispondenza  i 
sensibili  propri  compongono  nell'oggetto  un  tutto  mediante  i  sensibili  comuni  che  a 
loro  servono,  come  a  dire,  di  sostrato  e  di  base,  costituendo  una  forma  individua  nella 
materia,  al  modo  stesso  che  nel  soggetto  le  sensazioni  corrispettive  sono  combinate 
dalla  funzione  sintetica  del  senso  comune ,  comparate  e  giudicate  da  questo  senso 
unico. 

Volendo  per  una  spiegazione  più  precisa  seguire  la  chiosa  di  Simplicio,  si  dovrebbe 
intendere  che  i  sensibili  comuni,  quantunque  operanti  coi  propri,  dall'oggetto  di  cui 
sono  le  determinazioni,  sul  soggetto,  operano  nondimeno  e  si  manifestano  come  indi- 
rettamente, e  quasi  condotti  dai  propri  che  agiscono  principalmente  (iiQorjYovfiavwg); 
ma  con  ciò  le  questioni  che  si  sono  affacciate  alla  filosofia  moderna  su  questa  parte 


—  268  — 

del  problema  della  conoscenza  non  die  essere  sciolte,  non  sono  nemmeno  presentite, 
e  il  dogmatismo  dell'aristotelico  Simplicio  produce  precisamente  come  mezzo  di  spie- 
gazione del  conoscimento  dei  sensibili  comuni  un  argomento  che  servirà  a  Berkeley 
per  negarne  l'oggettività.  E  neppure  si  appagherebbe  la  critica  filosofica  della  solu- 
zione data  da  Filopono  alla  domanda  come  mai  i  sensibili  comuni  destinati  a  dive- 
nire il  fondamento  delle  scienze  matematiche  possano  essere  suscettivi  di  una  cono- 
scenza più  esatta  che  non  siano  i  sensibili  propri  i  quali  per  altro  sono  dal  mede- 
simo Aristotele  considerati  esenti  da  errore  perchè  immediatamente  sentiti  ?  Poiché  il 
dire,  come  fa  Filopono,  che  ciò  accade  perchè  gli  uni  sono  più  di  frequente  appresi  degli 
altri,  non  approda  a  nulla,  dal  momento  che  quelli  sono  percepiti  dopo  di  questi,  e 
per  mezzo  di  questi,  dal  momento  che  la  parte  più  relativa  della  percezione  s'inter- 
pone fra  la  parte  più  oggettiva  e  lo  spirito.  Ma  è  inutile  insistere  sopra  una  lacuna 
che  non  poteva  essere  colmata  senza  uno  studio  particolareggiato  della  origine  delle 
idee  e  che  era  riserbato  alla  filosofia  moderna. 

Contentiamoci  di  rilevare  il  rapporto  intrinseco  che  i  sensibili  propri  hanno  coi 
comuni  nel  dogmatismo  di  Aristotele.  La  sua  rapida  analisi  ha  constatato  che  la 
grandezza  (estensione),  la  figura,  il  numero,  il  moto,  la  unirli'  sono  implicati  nei 
sensibili  che  oggi  si  chiamerebbero  le  qualità  seconde  dei  corpi  e  che  si  rivelano  a 
noi  per  mezzo  di  queste.  Aggiungiamo  finalmente,  per  nulla  ommettere,  che  nel 
primo  capitolo  del  terzo  libro  del  De  Anima,  egli  indica  sommariamente  una  ridu- 
zione del  conoscimento  dei  sensibili  comuni  a  notizie  procurate  dal  moto.  La  figura, 
dice  egli,  è  una  certa  grandezza  ;  la  figura  si  rileva  dal  moto  e  quindi  anche  la  gran- 
dezza ;  la  quiete  si  conosce  per  la  negazione  del  moto  ;  il  numero  per  la  negazione 
del  continuo,  per  la  sua  divisione,  e  per  la  distinzione  delle  parti  contenute  nell'oggetto 
sensibile. 

Non  è  neppure  indifferente  che  Aristotele  abbia  notato  l'unità  come  condizione 
che  s'aggiunge  ai  sensibili  nel  funzionare  di  tutti  i  sensi  (').  Questa  aggiunta  è  anzi 
capitale  per  ben  intendere  la  sua  teoria  del  senso  comune  il  quale  è  essenzialmente 
una  funzione  unificatrice  dei  sensi  e  combinatrice  dei  sensibili.  Ma  quello  che  a  noi 
più  importa  nella  trattazione  del  presente  argomento  è  l'obbiettività  dei  sensibili 
comuni  stabilita  dalla  loro  medesimezza  colle  determinazioni  costitutive  dei  corpi,  e 
dal  moto  prodotto  della  loro  energia  e  dal  veicolo  intermedio  fra  la  forma  loro  attuosa 
e  l'impronta  di  questa  nel  senziente.  Il  moto  nella  percezione  sensitiva  di  Aristotele 
spiega  col  suo  ordine  e  qualità  la  composizione  sensibile  dell'oggetto,  la  sua  appa- 
renza normale  e  le  sue  deviazioni  fenomenali,  la  fedeltà  e  l'illusione  del  senso,  a 
seconda  della  disposizione  che  incontra  nel  sensorio  e  delle  condizioni  ambienti  in 
cui  si  produce  ;  colla  sua  proporzionalità  si  costituisce  e  mantiene  la  sensazione,  col- 
l'eccesso  si  guasta  e  si  perde. 

Sul  moto  a  cui  ineriscono  e  per  cui  si  collegano  col  senziente  si  fonda  dunque 
presso  Aristotele  l'obbiettività  dei  sensibili  comuni;  per  esso  si  ricongiunge  la  teoria 
psicologica  della  percezione  con  la  dottrina  fisica  della  materia  e  del  mondo  corporeo. 

(')  Nel  1°  capitolo  del  terzo  librò  .De  Anima  Aristotele  <<  ige  l'uno  iù  Sv  ai  sensibili  co- 
muni enumerati  in  altri  luoghi  del  medesimo  e  nell'opuscolo    Sul   senso  e  sul  semibile  (Capo  I). 


—  269  — 

Per  lo  scopo  che  ci  sia .-  ebbero    inutili    ulteriori  particolari  sulla 

dottrina  aristotelica  dei  cinque  scusi  e  del  loro  rapporto  col  senso  comune.  Il  nostro 
intento  era  di  chiarire  la  natura  del  fenomeno    sensibile    secondo  lo  Stagirita    onde 
(issarne  La  relazione  col  concetto  che  n'ebbe  Platone  e  con  le  forme  ulteriori  clic  il 
fenomeno  tìsico  assunse  nello  sviluppo  moderno  della  teoria  della  percezione  del  mondo 
esterno.  Poche  parole  aggiungeremo  sullo  spazio  e  sul   tempo,  questi  due  contenenti 
di  tutti  «li  esseri  e  di  tutti  i  fatti  secondo  l'intuizione  comune  degli  uomini.  Aristotele 
non  se  ne  occupa    veramente  di  proposito  che  nella  Fisica  ;  li  comprende    nelle  sue 
indagini  sulle  categorie  dell'essere  nella  Metafisica  ;  vi  accenna  nei  suoi  scritti  psico- 
logici, ma  non  ne  fa  un  oggetto  speciale  di  studio  nella  psicologia,  come  i  moderni 
trattano    dell'origine    delle   idee,  e  sopra   tutto    dopo  la  critica  di   Kant.    Noteremo 
adunque  soltanto    che  lo  spazio  e  il  tempo    hanno  per  lui  una  esistenza   obbiettiva, 
quantunque  dipendente  dalla  categoria  della  relazione.  Poiché  l'imo  è  il  luogo  (rónog), 
ossia,  come  egli  stesso  lo  spiega,  il  limite  del  corpo  limitante  in  rapporto  al  corpo 
limitato,  e  l'altro  è  il  numero  del  moto  in  quanto  numerabile  secondo  la  successione. 
Tutto  ciò  che  potremmo  aggiungere  circa  il  modo  col  quale  il  filosofo  greco  accenna 
alle  condizioni  della  conoscenza  del  tempo  ricorrendo  alla    memoria  e  al  senso  uni- 
ficatore o  comune,  a  nulla  gioverebbe  pel  nostro  proposito.  Ci  basti  osservare  che  il 
pensiero  di  Aristotele  intorno  a  questa  cognizione  suppone  la  sua  dottrina  sulla  per- 
cezione dei  sensibili  comuni  e  sul  rapporto  loro  coi  sensibili  propri  nelle  sensazioni  ; 
la  obbiettività   dell'ima  è  legata  con  quella  dell'altra  e  tutt'  e  due  con  quella  delle 
categorie  dell'essere,  che  per  Aristotele  sono  leggi  universali  del  moto  e  abbracciano 
tutto  ciò  che  esiste.  Il  tempo  si  compone   in  sostanza  di  due  sensibili  comuni,  moto  e 
numero  ;  lo  spazio  o  il  luogo    dipende   dal   rapporto  di  due  limiti,  i  quali    alla  lor 
volta  suppongono  la  grandezza  o  estensione  insieme  col  suo  moto  o  riposo,  tre  sensi- 
bili cornimi  anch'essi. 

La  differenza  che  separa  Platone  da  Aristotole  circa  la  natura  e  la  cognizione 
dello  spazio,  come  si  vede  è  grandissima.  Per  l'imo  lo  spazio,  non  si  differenzia  essen- 
zialmente dalla  materia,  questo  enigma  del  grande  e  del  piccolo,  questa  natura  inde- 
terminata e  interminata  che  è  il  ricettacolo  e  come  la  nutrice  della  generazione  e 
di  ogni  generabile.  Lo  spazio  per  Platone  si  unifica  col  principio  opposto  e  coeterno 
all'idea,  è  uno  dei  termini  necessari  del  suo  dualismo;  è  una  delle  due  faccie  dell'uni- 
versale esistenza.  Per  Aristotele  esso  scende  al  grado  infimo  di  limite  delle  grandezze 
o  estensioni  contenenti;  è  inseparabile  dal  corpo  totale  del  mondo  e  dai  corpi  che 
vi  sono  contenuti;  ha  una  esistenza  obbiettivamente  relativa.  I  due  filosofi  si  avvi- 
cinano invece  nel  modo  d'intendere  il  tempo,  concependolo  ambedue  come  misura  del 
moto  e  fondato  in  esso.  Ma  rimane  fra  loro  questa  grande  differenza  :  che  per  l'uno 
lo  spazio  è  la  condizione  del  fenomeno,  mentre  per  l'altro  ne  è  soltanto  una  relazione. 

Si  attiene  anche  più  direttamente  al  nostro  scopo  di  paragonarli  circa  il  modo 
di  intendere  il  sensibile  e  la  sua  percezione. 

Per  l'uno  e  per  l'altro  la  sensazione  dipende  dal  rapporto  di  im  agente  e  di 
un  paziente.  La  prima  condizione  della  percezione  sensitiva  è  la  passività  del  sen- 
ziente. L'uno  e  l'altro  ammettono  nondimeno  la  partecipazione  attiva  del  principio 
senziente    all'effetto    prodotto,  ossia   alla   cognizione  del  sensibile,    benché   in  forma 


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diversa,  essendo  per  Platone  necessario  alla  conoscenza  sensibile  il  concorso  dell'intel- 
ligenza a  cui  appartiene  il  giudizio,  e  manifestandosi  per  Aristotele  l'energia  nella 
sensazione  stessa  provocata  bensì  dal  difuori  e  preceduta  da  passività,  ina  procedente 
dal  di  dentro,  mentre  poi  si  attribuisce  da  lui  il  giudizio  ai  singoli  sensi  e  persino 
il  sentimento  delle  proprie  sensazioni.  Per  l'uno  e  per  l'altro  la  sensazione  per  se 
stessa  non  inganna  e  la  sua  rettitudine  dipende  dalla  normalità  delle  sue  condizioni 
interne  ed  esterne  e  dal  rapporto  nel  quale  si  genera.  La  sensazione  stessa  è  rapporto. 
Può  errare  invece  la  facoltà  di  giudicare  nelV  interpretarla.  Poiché  la  veracità  della 
sensazione  risguarda  il  sensibile  e  non  l'intelligibile. 

Ma  mentre  per  Aristotele  l'intelligibile  si  ricava    dal    sensibile  per  astrazione, 
per  fiatone  il  sensibile  non  lo  contiene,  ma  ne  è  soltanto  la  parvenza  e  la  parteci- 
pazione. Il  valore  del  fenomeno  sensibile  è  grandemente  diverso  presso  i  due  filosofi, 
in  causa  della  trascendenza    dell'idea    dell'uno  e  della   immanenza  della  forma  del- 
l'altro; il  fenomeno  di  Platone  è  un'apparenza  del  vero  essere  che  apparisce  ai  sensi 
nello  spazio-materia,  e  quello  di  Aristotele  è  l'aspetto  di  una  forma  reale  che  tiene 
la  sua  obbiettività  dai  sensibili   cornimi  e  la  sua    subbiettività  dai  sensibili    propri, 
dalla  cui  combinazione  e  dal  cui  ordine  risulta  mediante  il  moto.  Il  quale  del  rima- 
nente produce  la  sensazione  e  la  determina  presso  l'uno  e  l'altro  filosofo  con  un  dive- 
nire   opposto  alla    intellezione  e  all'idea    dell'uno,  al  concetto  e  alla  forma  astratta 
dell'altro.  La  relatività  dei  sensi,  delle  sensazioni  e  del  sensibile  è  dunque  ima  verità 
ammessa  da  entrambi  e  risultante  dai  principi  generali  e  dalle  analisi  speciali  della 
Im-o   psicologia.    Da    ambe  le  parti  si  distingue  la  cosa  in  sé  da    quello    che  è  per 
rispetto  a  noi,  quantunque  la  relatività  del  sensibile    aristotelico  consista   nell'unifi- 
cazione della  sensazione  in  atto  e  del  sensibile  in  atto,  mentre  quella  attribuita  dal 
suo  maestro  al  sensibile  è  un  risultato    del    concorso    di    due  reciproche  azioni.  La 
differenza  è  sottile.  E  sostanzialmente  convengono  nell' ammettere  l'unità  del  fenomeno, 
nel  ridurne  la  natura  all'unico  concetto  di  qualità  intermedia  fra  il  soggetto  e  l'oggetto, 
e  cioè  nel   riconoscervi    due    diverse    specie  di  elementi,  gli  uni    propri    dei  singoli 
sensi  e  gli  altri  obbiettivi,  fondamento  empirico  delle  cognizioni  matematiche  e  geo- 
metriche, collegati  col  moto  e  conosciuti  con  esso.  Di  guisa  che  nell'uno  e  nell'altro 
tiene  il  posto  principale  nella  conoscenza  del  mondo  sensibile  l'elemento  geometrico- 
meccanico,  come  essenza  della  obbiettività  del  fenomeno,  e  ha  pure  la  sua  importanza 
l'elemento    dinamico,  ma  con    immenso    divario  per  l'uno  e  per   l'altro  ;  imperocché 
per  Platone  è  il  risultato  ipotetico  del  connubio  dell'idea  colla  materia-spazio,  insi- 
nuato nella  fenomenalità  tìsica  totale  o  corpo  del  mondo,  sotto  il  nome  di  anima,  e 
diviso  fra  gli  enti  colle  individuazioni  dell'anima  stessa  e  della  vita,  mentre  per  Ari- 
stotele, i  due  principi  da  cui    tutto    deriva,    materia  e  forma,  sono  l'uno  potenza  e 
l'altro  atto,  ed  essendo  uniti  dal  moto,  o  divenire,  per  cui  l'ima  si  determina  nell'altro 
e  trova  nell'altro  il  suo  fine,  tutto,  nel  sistema  Aristotelico,  è  informato  dal  Dinamismo. 
Tali  sono  le  somiglianze,  tali  le  differenze  principali  dei  due  sommi  pensatori  del- 
l'antichità greca  intorno  a  una  questione  tanto  importante,  dalla  cui  soluzione  pendono 
oggi  le  sorti  della  filosofia,  con  una  coscienza  che  essi  non  cimerò  dello  stretto  vin- 
colo che  lo  collega  col  problema  generale  delle  condizioni  originarie  della  cognizione. 
La  mancanza  di  questa  coscienza,  non  lui   impedito   che  essi  consacrassero  gravi   e 


—  271  — 
immortali  .-ludi  alla  dottrina  della  conoscenza,  ma  non  ha  permesso  eh  enei 

loro  sistemi  l'ufficio  critico  e  limitativo  che  esercita  oggi  sulla  metafisica.  Ne  derivò 

che  ammessa  la  relatività  della  conoscenza    nell'ordine    sensibile,  trascorressero  non- 
dimeno a  un    dogmatismo    assoluto   circa    l'essenza    delle    cose  e  le    forze 
dello  spirito  nella  costruzione  ideale  del  mondo. 

IV.  Stnioi  ed  Epicurei. 

Non  tessendo  qui  una  storia  della  filosofia,  e  neppure  una  cronaca  della  questione 
speciale  che  ci  occupa,  non  abbiamo  bisogno  di  trattenerci  a  riprodurre  tutti  i  fram- 
menti degli  scrittori  greci  che  possono  informarci  sulla  dottrina   stoica    della  perce- 
zione, sul  posto  che  aveva  nella  loro  teoria  generale  della  conoscenza  e  sul  valore  da 
essi  attribuito  al  sensibile.    In   generale  la  filosofia   speculativa  degli  stoici  è  molto 
inferiore  alla  loro  filosofia  pratica.  Ci  basteranno  alcuni  cenni.  Al  sensibile  {ahsd-rpói  ) 
di  Aristotele  e  Platone,  si  aggiunge  nella  loro  terminologia  il  rappresentabile  (<par- 
iutìTÓv),  e  alle  sensazioni  («iV .7, V.-r.-)  si  uniscono  le  rappresentazioni  {(partati Cai)  che 
ne  derivano  e  sono   dovute    all'azione  di  quello.  La  rappresentazione  è  una  passione 
{rr.ihK)  che  si  genera   nell'anima  e  che  rivela  se    stessa  e  l'agente  (')  essa  è  pure 
un'impressione  (rinatile)  secondo  Zenone,  e  Cleante  suo  discepolo  la  paragona  all'im- 
pronta di  un  sigillo.  Ma  non  ostante  questa  ampliamone    della  passività   che    dalla 
sensazione  passerebbe  alla  rappresentazione,  essi  ammettevano  la  necessità  dell'azione 
dell'anima  nella  conoscenza  delle    cose    esterne,  e  aderivano  a  un  realismo  naturale 
immediato  che  uno  sviluppo  ulteriore  del  pensiero  doveva  correggere.  Facevano  come 
è  noto,  equazione  fra  il  corporeo  e  il  reale,  e,  in  pari  tempo,  tenevano  fosse  infusa 
nella  materia  estesa  e  palpabile  inseparabilmente  la  forza  (róvog).  L'anima  stessa  è 
per  loro  un  corpo;  di  guisa  che  l'agente  e  il  paziente    nella   percezione  sono   della 
stessa  natura.  Eispondevano  cosi  all'antica  difficoltà  di  concepire  il  commercio  di  due 
nature  diverse  e  si  conformavano  al  noto  principio  delle  vecchie  scuole  che  solo  il  simile 
può  conoscere  il  simile,  in  altri  termini  che  un  rapporto  di  somiglianza  è  necessario 
per  ispiegare  il  rapporto  fra  il  soggetto  e  l'oggetto.  Per  altro  questo  monismo  mate- 
rialistico sopprimendo  la  differenza  fra  l'interno  e  l'esterno,  se  nel  fatto  riusciva,  come 
s'è  detto,  a  un  realismo  naturale  o  immediato,  non  aveva  punto  per  conseguenza  neces- 
saria di  sopprimere  il  problema  della  natura  del  fenomeno  e  del  suo  legame  col  sog- 
getto e  l'oggetto.  E  ben  lo  compresero  Epicuro  e  i  suoi  seguaci,  i  quali  nella  specu- 
lazione sulla  natura    ebbero    idee    assai  più  giuste  e  vicine   ai   principi  della  fisica 
moderna  che  non  facessero  gli  aristotelici  e  gli  stoici.  Svolgimento  di  quella  di  Demo- 
crito e  degli  atomisti    della  Ionia  la  loro  dottrina    distingue    nettamente    l'esistenza 
delle  cose  in  sé  da  quella  delle    cose    quali    appariscono  ai  sensi  e  professa  aperta- 
mente la  relatività  delle  rappresentazioni  sensibili.  Le  cose  in  sé  sono  gli  atomi  invi- 
sibili,   impalpabili,  in  una   parola,    inaccessibili  ai  sensi,  estesi    per   altro,    solidi  e 

(')  <l>(!i'r(tal(c  . .  .  .nc'titog  ir  rjì  ifiv/rj  yivófievov,  ivSsixvifiEvov  éavróre  xaì  ro  nsrrottjxóg  (Neme- 
siano  De  Natura  Hominis  citato  dallo  Zeller  pag.  71  della  Philosophie  der  Griechen  in  ihrer  gè- 
schichtlichen  Entwickeluncj  dargestellet  von  DT  Ed.  Zeller.  Terza  parte,  prima  sezione,  3a  edizione, 
Lipsia  1880. 


—  272  — 

figurati,  mobili  o  in  moto  nello  spazio  o  vuoto  immenso,  eterno  eom'essi;  noi  non 
percepiamo  questi  elementi,  ma  i  risultati  delle  loro  composizioni  e  delle  azioni  loro 
su  di  noi,  e  neppure  siamo  in  contatto  diretto  cogli  oggetti  che  se  ne  formano,  ma 
soltanto  colle  immagini  loro  o  idoli,  dei  quali  un'immensa  quantità  scorre  projettata 
dagli  oggetti  stessi  e  comunica  rappresentazioni  diverse  ai  diversi  individui. 

Ma  non  insistiamo  maggiormente;  questi  cenni  possono  bastare  a  rammentare 
che  la  parte  geometrico-meccanica  dei  fenomeni  sensibili  è  immedesimata  dal  mate- 
rialismo epicureo  con  la  realtà  in  sé  mediante  gli  atomi,  e  che  la  parte  dinamica 
del  reale  è  un  presupposto  del  moto  delle  loro  particelle  insecabili  piuttosto  che  una 
conseguenza  chiara  di  principi  espliciti,  un  punto  determinato  e  spiegato  filosofica- 
mente della  loro  dottrina  ('). 

Non  è  possibile  di  esporre,  nemmeno  rapidamente,  il  pensiero  greco  sopra  una  delle 
maggiori  questioni  della  filosofia,  senza  tener  conto  della  scuola  alessandrina.  Attin- 
giamone dunque  sommariamente  la  dottrina  circa  alla  percezione  esteriore,  al  fenomeno 
sensibile  e  alle  sue  condizioni  negli  scritti  del  suo  più  grande  rappresentante,  cioè 
di  Plotino.  Dovremmo  terminare  questa  parte  del  nostro  studio  con  qualche  cenno  sui 
dieci  motivi  dell'  epoche  o  sospensione  del  giudizio  ammessi  dai  primi  scettici  e 
rinforzati  di  nuove  indagini  dai  posteriori.  Il  modo  con  cui  i  dubbi  degli  imi  e 
degli  altri  lasciarono  irresoluto  o  risolsero  negativamente  il  problema  della  cono- 
scenza riguarda  la  storia  generale  della  filosofia  piuttosto  che  quella  della  percezione, 
e  potrà,  del  rimanente,  essere  richiamato  come  antecedente  delle  dottrine  scettiche 
moderne  intorno  ad  essa. 

V.  Plotino. 

Non  si  trova  veramente  in  Plotino  circa  il  fenomeno  e  i  suoi  nessi  coi  principi 
dell'essere  un  pensiero  nuovo,  ma  uno  sviluppo  rilevante  della  dottrina  platonica,  un 
significato  più  determinato  e  deciso  dei  concetti  di  Platone.  Egli  è  per  altro  un 
ingegno  potente,  e  non  ostante  l'indirizzo  mistico,  l'abuso  della  immaginazione  e 
l'audacia  dogmatica  che  rendono  soventi  strano  il  suo  panteismo  omanatistico,  non 
mancano  nelle  sue  Enneadi  le  osservazioni  psicologiche,  e  la  quarta  contiene  nei  libri 
IV  e  VI  indagini  importanti  sulla  questione  che  ci  occupa.  D'altra  parte,  Plotino  e 
generalmente  la  scuola,  della  quale  è  il  capo,  non  sono,  è  noto,  talmente  addetti  a 
Platone  da  trascurare  le  speculazioni  del  suo  grande  discepolo.  Il  loro  scopo  è  anzi 
di  fondere  insieme  le  due  dottrine  facendo,  per  così  dire,  della  prima  lo  stampo  in 
cui  la  seconda  è  rifusa.  Cosicché  non  reca  maraviglia  di  ritrovare  nelle  Enneadi  del 
celebre  neoplatonico  non  poca  parte  della  teoria  aristotelica  dei  sensi.  Plotino  distingue 
nella  sensazione  la  passione  e  la  cognizione,  l'ima  è  ricevimento  della  forma  sensibile 
(fioQtpr/),  l'altra  apprendimento  di  questa  forma;  l'ima  è  omogenea  al  corpo,  e  non 
appartiene  all'anima,  incapace  di  passività,  ed  essenzialmente  attiva.  Tra  l'anima  e 
l'oggetto  sensibile  interviene  adunque  l'organo,  che  divide  la  sua  passione  col  motore 

(')  Vedi  sugli  Stoici  e  gli  Epicurei  .■  segnati mte    sulla    loro    dottrina    della    cognizione  1  i 

Zeller,  il  Ritter  e  lo  Schwegler  nella  loro  Storia  della  Filosi, /la  greca. 


—  273  — 

esterno  e  a  cui  appartiene  la  sensazione  in  quanto  è  passiono  non  in  quanto  è  cono- 
scenza o  forma  conosciuta,  cosa  propria  dell'anima  {Enneade  IV,  libro  quarto,  XXIII). 
Avverso  alla  emissione  dei  fantasmi  della  scuola  epicurea  e  al  loro  ufficio  intermedio 
fra  l'oggetto  e  il  soggetto,  Plotino  osserva  che  ammettendo  questa  mediazione  si  sosti- 
tuiscono nella  percezione  alle  cose  le  loro  vestigia  e  ombre.  Altro  è  la  passione, 
altro  la  sensazione  o  conoscenza  della  passione.  Eminentemente  attiva  l'anima  domina 
colla  sua  energia  gli  oggetti,  li  percepisce  colla  vista  a  distanza  come  se  la  sensa- 
ione  avvenisse  nel  luogo  stesso  ove  sono  (ibidem  libro  sesto,  I).  Non  v'ha  dubbio, 
Plotino  ha  un  alto  ma  esagerato  concetto  della  energia  dell'anima.  Come  la  psiche 
universale  opera  tutto  e  sempre  nel  gran  mondo,  così  la  parte  che  ne  appartiene 
all'uomo  fa  tutto  nel  suo  microcosmo.  Ma  questo  ingrandimento  smisurato  della  sua 
attività  lungi  dall'essere  favorevole  al  valore  della  percezione  e  assicurare  la  realtà 
obbiettiva  la  mette  in  forse,  ed  è  lecito  chiedersi  con  che  frutto  Plotino  ha  tanto 
combattuto  gli  idoli  intermedi  degli  epicurei,  dal  momento  che  per  altra  via  chiude 
all'anima  la  comunicazione  diretta  coli'  oggetto.  Poiché  come  mai  sarebbe  possibile 
questa  comunicazione  senza  la  passività  che  egli  trasferisce  totalmente  da  essa  all'or- 
gano, senza  qualche  trasmissione  della  forza  esterna  all'interna  ?  Su  questo  punto  il 
grande  Alessandrino  si  allontana  non  solo  da  Aristotele  ma  anche  da  Platone,  e  la  sua 
opinione  cade  nel  difetto  di  tutti  i  sistemi  che  non  riconoscono  nella  sensazione  il 
carattere  irreducibile  di  passività  che  porta  con  sé  la  pressione  e  la  violenza  esterna. 
Del  resto  la  teoria  di  Plotino  riproduce  sul  fenomeno  sensibile  i  concetti  di  Platone 
accentuando  con  maggior  forza  le  sue  relazioni  con  la  materia-spazio  che  ne  è  il 
ricettacolo  e  con  le  idee  di  cui  è  l'apparizione  o  la  parvenza.  Su  questi  punti  capi- 
tali del  sistema  platonico,  Plotino  spiega  un  lusso  di  illustrazioni  che  attestano  la 
doppia  qualità  del  suo  ingegno  filosofico,  e  poetico,  ma  non  fanno  fare  un  passo  di 
più  alla  questione.  La  materia  già  tanto  maltrattata  da  Platone  rimane  per  lui  iden- 
tica allo  spazio,  e  riceve  dal  mistico  seguace  del  divino  filosofo  nuova  carica  di 
maledizioni.  Essa  è  non  solo  informe  e  simile  a  un'ombra,  un  vero  noti-ente,  ma  è 
anche  cattiva,  deforme,  mendace,  non  riceve  che  cose  mendaci  simili  ad  essa.  Mentre 
si  può  dire  che  il  corpo  patisce,  essa  è  impassibile  e  incorporea  come  la  quantità 
vuota  e  indeterminata.  Ma  che  cosa  sono  i  corpi  stessi  ?  Simulacri  che  appariscono 
in  un  simulacro  universale,  fantasmi  senza  vera  realtà,  ombre  incerte  e  fuggevoli  di  una 
esistenza  che  appartiene  soltanto  agli  eterni  esemplari.  Le  sensazioni  di  cui  sono  gli 
oggetti  non  sono  esse  stesse  altro  che  sogni  dell'anima,  e  sogno  è  tutta  la  sua  vita 
sensibile.  Infine  il  solo  modo  possibile  di  comprendere  l'attinenza  del  fenomeno  con 
la  materia  è  di  illustrarla  con  la  similitudine  adoperata  da  Platone,  e  cioè  di  para- 
gonar la  materia  allo  specchio  che  riverbera  l'immagine,  senza  esserne  né  alterato, 
né  modificato,  che  sembra  ricevere  con  esse  qualche  realtà,  ma  che  in  effetto  nulla 
riceve,  per  la  natura  negativa  dell'  apparenza  che  vi  si  projetta  senza  lasciarvi 
traccia. 

Plotino  dedica  ima  lunga  discussione  al  concetto  del  tempo  che  oppone  all'eter- 
nità, collegandolo  col  moto  e  coll'anima  universale,  e  definendolo  :  vita  dell'anima 
(tyvyìfi  £oorjv)  nel  movimento  transitorio  (ev  xivrjVei  fisTa§aTix?j)  da  un  modo  della 
sua  esistenza  a  un  altro  (è'S  ciXkov  eie  aXkov  /Jtor),  definizione  nella  quale  risalta  la 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II,  Parte  la  35 


—  274  — 

interiorità  del  tempo  di  rimpetto  alla  esteriorità  dello  spazio-materia  e  che,  come  fu 
avvertito  dal  Vacherot,  fa  pensare,  a  malgrado  della  immmensa  distanza  e  diversità 
dei  due  momenti  storici,  a  una  somiglianza  fra  le  forme  kantiane  della  sensibilità 
e  questi  oggetti  della  speculazione  plotiniana. 

Ma  dopo  tutto,  il  sistema  di  Plotino  non  aggiunge  un  concetto  di  più  ai  già 
notati  sulla  essenza  del  fenomeno  e  sulle  sue  attinenze  coli' essere  in  se  nella  storia 
della  filosofia  greca.  Questi  concetti  sono  essenzialmente  tre:  il  platonico,  l'aristote- 
lico, l'atomistico.  11  primo  e  il  secondo  ammettono  la  relatività  del  sensibile  e  la 
sua  differenza  dall'essere  in  sé,  quantunque  intendano  l'essere  in  sé  o  la  realtà  che 
è  principio  del  fenomeno  in  modo  assai  diverso,  e  quindi  anche  differiscano  profon- 
damente nel  determinare  il  vincolo  dell'uno  con  l'altro.  Pel  platonismo  il  fenomeno 
sensibile  è  ima  parvenza  della  realtà  trascendente  nel  senso,  suscettiva  di  una  doppia 
spiegazione  (mimesi  e  metessi)  in  causa  della  doppia  forma  di  soluzione  che  il  pro- 
blema dell'origine  degli  esseri  ha  ricevuto  negli  scritti  di  Platone  (  Timeo  e  Dialoghi 
metafisici).  Per  Aristotile  il  fenomeno  sensibile  è  il  risultato  relativo  degli  atti  del 
soggetto  e  dell'oggetto,  ossia  del  senziente  e  del  sentito  ed  è  spiegabile  colla  distin- 
zione e  unione  di  due  potenze  che  rispettivamente  lo  contengono  come  virtuale,  avanti 
che  le  loro  energie  lo  rendano,  unendosi,  attuale.  Per  l'atomismo  il  fenomeno  sensibile 
è  pure  legato  al  senso  e  relativo  ;  esso  dipende  dalla  emissione  dei  simulacri,  condi- 
zione della  sua  relatività  e  della  sua  distinzione  dalla  cosa  in  sé.  In  ognuno  di 
questi  concetti  le  parti  che  si  possono  chiamare  geometrico-meccaniche  del  sensibile 
sono  considerate  come  obbiettive,  indipendenti  dal  senso  e  dipendenti  dalla  natura 
dei  corpi  e  della  materia,  sia  che  questa  si  consideri  come  estensione  e  quantità  inde- 
terminata, o  luogo  delle  apparenze  mobili  (platonismo),  sia  che  si  rappresenti  come 
potenza  le  cui  determinazioni  prime  e  perpetue  comprendono  la  quantità  continua  e 
discreta  col  moto  (aristotelismo)  ;  sia  infine  che  questo  principio  unico  nel  platonismo 
e  nell'aristotelismo  si  divida  nei  due  opposti  e  coeterni  di  uno  spazio  unico  assoluto 
e  di  una  pluralità  infinita  di  molecole  indivisibili  o  atomi. 

Tutti  gli  altri  concetti  si  riducono  a  questi;  anteriori  li  preparano,  posteriori  li 
modificano;  quelli  (come  l'eleatico  e  l'eracliteo)  concorrono  a  formarli;  questi  (come 
lo  stoico  e  il  plotiniano)  ad  attenuarli  o  ad  esagerarli.  Al  di  fuori  di  essi  non  ne 
appare  alcuno  nuovo  e  originale  ;  per  trovarlo  bisogna  varcare  il  rimanente  dell'anti- 
chità, il  medio  evo  e  la  rinascenza  e  giungere  alla  filosofia  moderna.  Essi  sono  dogma- 
tici, cioè  stabiliti  da  un  punto  di  veduta  essenziamente  ontologico  ;  la  distinzione  del 
sensibile  e  della  cosa  in  sé  è  in  essi  un  presupposto  che  regola  l'analisi  delle  condi- 
zioni della  sensazione  e  della  conoscenza. 

In  questa  posizione,  il  fenomeno  è  una  sintesi  di  fatti  parte  subbiettivi  e  parte 
obbiettivi,  per  cui  la  sua  essenza  e  composizione  corrisponde  al  realismo  naturale; 
esso  vi  è  determinato  come  qualcosa  di  intermedio  fra  il  didentro  e  il  difuori,  costi- 
tuisce un  vincolo  diretto  e  di  natura  fra  il  senziente  e  il  sentito;  e  per  cui  non 
può  farsi  luogo  al  dubbio  circa  il  passaggio  dall'uno  all'altro.  Vi  manca  per  altro 
l'esame  particolareggiato  della  idea  di  causa  e  del  rapporto  causale  necessario  a  dar 
conferma  riflessa  alla  fede  volgare  o  a  compire  l'opera  del  senso  coli' ufficio  della 
ragione.  Vi    manca  l'analisi   particolare    delle   nozioni  di  estensione  e  di  resistenza, 


—  275  — 

elementi  essenziali  dell'aspetto  obbiettivo  del  fenomeno.  Vi  manca  l'ipotesi  clic  tutto 
il  fenomeno  possa  provenire  dal  senso  e  dal  senziente  e  l'analisi  dei  fatti  condotta 
in  questa  supposizione,  la  quale  è  pur  necessaria  onde  riuscire  per  eliminazione  a 
una  dimostrazione  filosofica  della  distinzione  e  dell'unione  del  subiettivo  e  dell'obbiet- 
tivo nel  fenomeno  e  nella  percezione. 

Questo  compito  del  pensiero  moderno  fu  preparato  senza  dubbio  dalla  sofìstica  e 
dalla  scettica  greca.  La  prima  distruggendo  le  illusioni  del  realismo  naturale,  la 
feconda,  opponendo  gli  uni  agli  altri  i  sistemi,  i  loro  principi,  i  loro  risultati,  ne 
trassero  conseguenze  contrarie  all'esistenza  di  un  criterio  assoluto  del  vero,  e  questo 
doppio  lavoro  serviva  la  causa  del  fenomenismo  nella  misura  che  combatteva  e  distrug- 
geva il  dogmatismo.  La  filosofia  moderna  rifarà  in  modo  definitivo  l'unità  del  feno- 
meno  dopo  averla  spezzata  e  fatti  moni  vani  tentativi  per  ridurla  esclusivamente 
ad  una  delle  sue  parti. 


—  276 


Degli  usi  civici  e  altri  diritti  del  comune  di  Apricena. 
Memoria  del  Socio  FRANCESCO  SCHUPFER 

letta  nella  seduta  del  1G  gennaio  1887 


SOMMARIO 


1.  Ragione  di  questo  studio.  —  2.  Origine  disputata  degli  usi  civici.  Opinione  del  Lombardi.  — 
3.  I  beni  comunali  dei  Romani.  Loro  specie.  —  4.  Si  discorre  particolarmente  dei  communio. 
11  diritto  del  comune  e  il  diritto  dei  privati  su  queste  terre.  —  5.  Loro  trattamento  giuridico.  — 
6.  La  marca  germanica.  —  7.  I  documenti  medievali  ricordano  spesso  gli  antichi  communio,  e 
la  nuova  proprietà  comunale  dei  Germanici.  Molti  usi  civici  si  riannodano  alla  primitiva  collet- 
tività. Opinione  del  D'Andrea  e  del  De  Luca.  —  8.  Limitazioni  risguardanti  1'  uso  dulia  proprietà 
privata.  Il  concetto  degli  usi  civici  vuol  essere  esteso  anche  ad  esse.  Opinione  del  De  Luca.  — 
9.  Il  privilegio  come  causa  d'origine  degli  usi  civici.  Il  diploma  di  Federigo  II  per  Apricena, 
e  le  successive  conferme.  —  10.  Il  re  non  poteva  infeudare  alcuna  terra  soggetta  agli  usi  civici, 
senza  che  questi  s'intendessero  eccettuati.  —  11.  L'esercizio  era  legato  alla  qualità  di  citta- 
dino.—12.  Diversità  degli  usi  civici.  —  13.  Gli  usi  di  Apricena.  —  14.  Carattere  necessario  del- 
l'uso civico.  —  15.  Proibizione  delle  defemae.  —  16.  Il  mercato.  —  1 7.  Altri  privilegi  e  grazie  accor- 
dati ad  Apricena.—  18.  Le  usurpazioni  feudali.  Prammatiche  di  Ferdinando  I  e  Carlo  V  dirette 
a  frenarle.  —  19.  Liti  che  ne  derivarono.  Il  comune  di  Apricena  e  i  signori  di  S.  Meandro. — 
20.  Una  transazione.  —  21.  Altra  lite  tra  il  comune  di  Apricena  e  i  signori  di  Castel  Pagano.— 
22.  I  pascoli  di  Civitate.  —  23.  Gli  usi  civici  negli  ultimi  secoli.  La  loro  abolizione. 

1.  Credo  di  far  cosa  utile  pubblicando  alcune  notizie  e  documenti  relativi  agli 
usi  civici  e  altri  diritti  della  terra  di  Apricena  in  Capitanata. 

La  teoria  dei  tura  civitatis  è  certo  una  delle  più  interessanti  del  nostro  diritto 
medievale;  ma  non  può  dirsi  che  1'  argomento  sia  stato  ancora  trattato  in  modo  esau- 
riente. Qualche  cosa,  per  vero  dire,  s'  è  fatto:  ricordiamo  alcuni  studi  del  Rinaldi  ('), 
del  Lombardi  (2),  del  Cassami  (3),  del  Regnoli  (4)  e  di  C.  Del  Greco  (5);  tra  i  vecchi 

(')  Rinaldi,  Dei  demani  comunali  e  degli  usi  civici,  nell'  Archivio  giuridico  1877  XVILT.  3; 
Delle  prove  del  demanio  e  degli  usi  civici,  urli' Archivio  giuridico  1878  XX.  1-2. 

(2)  Lombardi,  Delle  origini  e  delle  vicende  degli  usi  civici  nelle  provincie  meridionali,  Na- 
poli 1882.  Cfr.  il  nostro  cenno  critico  nella  Nuova  Antologia  1882  fase.  XIII.  1  luglio. 

(3)  Cassani,  Le  Partecipante  di  Cento  e  Pieve.  Brano  di  storia  del  diritto  medio-evale,  Bolo- 
gna 1877;  Risposta  all'anonimo  autore  delle  due  Partecipante  di  Cento  e  Pieve,  Bologna  1877; 
Sul!'  origine  ed  essenza  giuridica  delle  Partecipante  di  Cento  e  Pieve.  Dialoghi  due,  Bologna  1878; 
Le  Partecipante  nelle  Romagne,  Bologna  1886. 

(4)  Regnoli,  Dei  diritti  del  comune  di  Medicina  sul  patrimonio  medicinese.  Esposizione  di 
fatto  e  'li  ragione  pel  comune  ili  Medicina  nclla'sua  causa  contro  la  Partecipanza,  Bologna  1872; 
Documenti  nella  causa  fra  il  Comune  e  la  Partecipanta  di  Medicina,  Bologna  1872;  Sullo  scio- 
glimento della  Partecipanta.  Memoria  del  municipio  di  Medicina  ai  ministri  di  Grazia  e  Giustizia 
e  dell' Interno.  Bologna  1882;  Partecipanta  di  Medicina  contro  Bernardi,  Paglia  ed  altri,  Bolo- 
gna 1883;  Note  dopo  la  discussione  in  causa  Partecipanta  di  Medicina  contro  Bernardi,  Paglia 
e  altri,  Bologna  1883. 

lr')  Del  Greco,  Dei  demanii  nelle  provincie  meridionali  d'Italia,  Vasto  1885. 


—  277  — 
potranno  consultarsi  le  opero  di  De  Franchis,  De  Afflictis,  Capobianco,  Novario, 
Tubboli,  Covarruvio,  De  Luca  e  altri.  Nondimeno  è  certo  che  resta  ancora  molto 
da  fare;  e  forse  non  può  farsi,  senza  un  maggior  corredo  di  documenti  che  non  sia 
quello  di  cui  momentaneamente  disponiamo  (').  E  sarebbe  uno  studio  molto  ampio.  Natu- 
ralmente quando  diciamo  Usi  civici,  il  pensiero  ricorre  a  quelli  delle  provincie  napo- 
letane; ma  non  sono  i  soli,  e  possono  trovarsi  col  nome  di  Parteciparne  o  Ademprin 
o  Pensionatico  anche  altrove.  Si  tratta  di  una  istituzione  che  si  estende  da  un  capo 
all'  altro  della  penisola,  e  che  ha  avuto,  più  che  non  abbia  oggigiorno,  la  sua  parte 
d' importanza  economica. 

2.  Sulla  loro  origine  si  è  disputato  e  si  disputa  tuttavia.  Più  degli  altri  si  ac- 
costa al  vero  il  Lombardi,  che  la  ricollega  agli  antichi  ordinamenti  municipali  dei 
romani;  ma  del  resto  crediamo  che  neppure  la  sua  dimostrazione  possa  accettarsi 
senza  più  e  abbisogni,  per  lo  meno,  di  essere  completata.  Il  municipio  romano,  dice 
il  Lombardi  ,  aveva  già  una  proprietà  pubblica,  composta  di  seminati,  còlti,  boschi, 
pascoli,  monti,  acque  e  simili;  e  se  una  parte  formava  la  rendita  del  popolo  come 
corpo  morale,  un'  altra  costituiva  un  semplice  godimento  dei  cives.  Il  Lombardi  con- 
tinua osservando,  che  più  tardi,  abbattuto  V  impero,  il  municipio  si  trasforma  in  co- 
mune, e  i  bona  reipublicae,  detti  bona  communio,,  servono  all'  uso  di  tutta  1'  uni- 
versitas  incolarum.  L'  autore  dice,  che  questa  è  la  prima  idea  del  demanio  comu- 
nale e  dei  iara  civitatis  ;  e  gli  stessi  Principi  dovettero  riconoscere  questi  diritti 
e  rispettarli.  In  sostanza  non  si  tratterebbe  di  una  concessione  o  tolleranza,  come 
pensava  V.  Lomonaco  (2);  ma  di  un  diritto  esistente   da  sé,  assoluto  e   inviolabile. 

TI  Lombardi  è  in  gran  parte  nel  vero  :  soltanto  ci  pare  che  egli  non  distingua 
bene,  come  avrebbe  dovuto,  la  diversa  qualità  delle  terre  su  cui  questi  usi  cadevano  ; 
e  anche  attribuisce  agli  ordinamenti  municipali  romani  più  importanza  che  forse  non 
ebbero.  Certamente  la  parte  del  suo  libro,  che  risguarda  il  risorgimento  dei  comuni 
medievali,  non  è  quale  potrebbe  desiderarsi  secondo  lo  stato  ultimo  della  scienza  : 
ad  ogni  modo  egli  non  sospetta  né  anche  che  i  detti  usi,  se  per  una  parte  si  rianno- 
dano al  vecchio  municipio  romano,  per  l'altra  possano  aver  trovato,  per  lo  meno, 
un  potentissimo  aiuto  nel  nuovo  concetto  della  proprietà  barbarica  ;  mentre  alcuni, 
sia  pure  in  via  eccezionale,  non  hanno  altro  fondamento  che  il  privilegio. 

3.  Noi  lasciamo  per  un  momento  da  banda  le  eccezioni.  Certamente  gli  antichi 
beni  comunali  sono  sopravvissuti  alla  distruzione  del  municipio.  Noi  stessi,  in  altra 
occasione  abbiamo   ricordato   come  gli   agrimensori  e  altri   scrittori  di  cose   agrarie, 


(')  Quelli  che  pubblico  mi  sono  stati  gentilmente  comunicati  dal  signor  Carlo  Luigi  Torelli  di 
Apriecna,  giovane  studiosissimo  delle  cose  patrie  ;  e  tranne  quello  di  re  Alfonso,  già  edito  dal  Para- 
glia,  eredo  sien  tutti  inediti.  Io  stesso  li  ho  collazionati  sugli  originali  ;  ma  i  due  ultimi  presentano 
delle  lacune.  Ci  sono  grossi  strappi;  e  dove  ci  sono,  non  fu  assolutamente  possibile  di  ristabilire  il 
testo  con  sicurezza.  Io  penso  che  quando  le  ricostruzioni  non  sono  sicure,  è  meglio  non  farle;  certo, 
è  inutile  il  farle.  Del  resto  anche  il  doc.  pubblicato  dal  Faraglia  è  stato  collazionato  sull'originale 
e  qua  e  là  corretto. 

(2)  Il  Lomonaco  nei  suoi  Studi  storico-legali  sul  sistema  delle  azioni  possessorie,  riteneva 
che  fossero  diritti  facoltativi  o  sia  concessi  o  tollerati  per  lunga  pezza  per  consenso  espresso  o  tacito 
dei  baroni  o  altri  possessori  di  fondi. 


—  278  — 
Frontino,   Agenxo  Urbico,   Siculo  Flacco,  Igino  ecc.  presentino  più  esempi  di 
coteste  proprietà  comunali  dei  tempi  romani,  che  si  trovano  poi   anche  nei  tempi  di 
mezzo,  quasi  con  gli  stessi  nomi  e  con  le  stesse  discipline. 

È  una  condizione  di  cose  interessantissima,  che  meriterebbe  un  esame  molto  più 
attento  di  quello  che  possiamo  istituir  qui.  Recentemente  se  n  è  occupato  il  Brugi. 
parlando  Dei  pascoli  accessori  a  pia  fondi  alienati  secondo  i  libri  degli  agrimen- 
sori romani  commentati  col  Digesto  ;  ma  crediamo  che  cotesto  studio  suo,  per  quanto 
d'  altronde  pregevolissimo,  e  che  si  potrà  leggere  con  profitto,  come  tutte  le  cose  del 
Brugi  ('),  abbia  un  piccolo  vizio  d'origine:  l'aver  cioè  voluto  commentare  i  libri  degli 
agrimensori  relativi  ai  communalia.  vale  a  dire  a  un  rapporto  di  diritto  pubblico, 
con  un  frammento  di  Scevola  relativo  a  un  rapporto  di  mero  diritto  privato. 

Naturalmente,  volendo  accennare  qui,  almeno  di  passata,  a  questi  beni  comunali 
dell'  antica   Roma,  bisognerà  che  distinguiamo  (2). 

I  pascoli  e  boschi,  di  cui  è  menzione  nelle  fonti,  venivano  talvolta  assegnati  alla 
persona  della  colonia  come  tale;  e  in  proposito  può  vedersi  Frontinus,  De  contine 
agror.,  ed.  Lachmann  p.  17.  1-18,  2;  19,  4.  5;  54,  20  segg.,  e  Hyginus,  De  limit. 
constil.  p.  197,  20  segg.  Anche  il  e.  82  della  Lex  Colon.  Genct.  si  riferisce  ad  agri, 
silvae  ecc.,  assegnati  alla  persona  stessa  della  colonia.  Questi  pascoli  si  dicevano 
silva  et  pascila  coloniae,  come  a  dire  Iuliae,  Angus  tao  Concordiae  ecc.;  e  costituivano 
una  specie  di  manomorta:  il  comune  non  poteva  affatto  alienarli  (3),  e  doveano  servire 
agli  usi  dell'  universale. 

Altri  boschi  e  pascoli  si  consideravano  anche  come  appartenenti  al  comune,  ma, 
a  differenza  di  quelli  ricordati  ora,  anziché  alla  persona  stessa  del  comune,  si  tro- 
vano concessi  ai  comunisti.  In  proposito  può  vedersi  Frontino  :  De  locis  publicis. 
Sturi  autem  loca  publica  haec  quae  inscribuniur  ut  silvae  et  pascua  publica  Au- 
gustinorum,  haec  videntwr  nominibus  data  (4).  Igino  ricorda  i  compascua  -publica 
luliensium  (5).  In  realtà  la  concessione  s'indirizzava  non  alla  colonia,  ma  ai  colonisti, 
per  es.  agli  Augusti  ni  Lucoferonenses  (c)  ai  Iulienses  {').  e  i  fondi  si  registravano  così: 
compascua  publica  Augustinorum,  luliensium  ecc.  Insieme  c'era  questo  di  notevole, 
che  la  cittadinanza  o  1'  ordo  potevano  disporne  a  piacimento.  Lo  dice  Frontino,  De 
conlr.  agror.  p.  54,  17-20  :  in  continuazione  al  passo  di  cui  più  sopra  abbiamo  rife- 
rito le  parole:  haec  videntur  nominibus  dot,,;  quae  etiam  vendere  possunt.  Infatti 
accadde  più  volte  che  un  monte  o  bosco  venisse  diviso  e  assegnato  particolarmente 
alle  terre   della   pianura   come   una  loro  pertinenza  (s).  Altre  volte  però   erano   dati 


(!)  Il  lavoro  del  Brugi  fu  pubblicato  nell'  Archivio  giuridico  XXXVII.  1-2.  Del  resto  si  veda 
la  breve  nota  critica  che  appunto  su  cotesto  lavoro  abbiamo  dettato  nella  Nuova  Antologia  -1887 
fase,  del  16  gennaio. 

(2)  La  distinzione  è  stata  fatta  già  dal  Uldokff,  Gromatische  Institutionen  p.  395  segg. 

(3)  Front.  De  contr.  agr.  p.  18,  1  s.  e  p.  54,20  s.  ;  Hygin.  De  limit.  const.  p.  197,  20. 

(4)  Frontinus,  De  controv.  agror.  p.  54,17-19. 

(5)  Hyginus,  De  limit.  const.  p.  202,  3. 

(°)  Frontinus,  De  controv.  agror.  p.  40,  le. 

P)  Hyginus,  De  limit.  const.  p.  202.  3. 

(8)  Frontinus,  De  contr.  agr.  p.  15,  1-4  ;  Hyginus,  De  limit.  const.  p.  204,  1-3. 


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in  enfiteusi  o  locati,  e  gli  stessi  comunisti,  che  volevano  pascolarvi  i  loro  greggi  o  far 
Legna,  pagavano  un  canone,  per  quanto  esiguo.  Igino,  De  limit.  const.  p.  202,  2-1 
ha  questo:  Haec  benefici»  coloniae  habent...  et  vectigal  quamvis  eanguum  praestant. 

Infine  alcuni  boschi  e  pascoli  aveano  la  speciale  destinazione,  che  i  singoli  pos- 
sessori delle  terre  divise  dovessero  usarne  in  comune  per  i  loro  armenti,  e  son  quelli 
che  le  fonti  chiamano,  communio,,  communalia  (}),  communiones  (2),  prò  indiviso  (3), 
e  compascua  (4),  quantunque  questo  nome  si  adoperasse  in  un  significato  anche  più 
generale. 

4.  Ora  noi  non  ci  mettiamo  dubbio,  che  il  diritto  eminente  della  colonia  restasse 
anche  in  questi  casi.  I  communio,,  quali  noi  li  raffiguriamo,  non  costituivano  un 
mero  rapporto  di  diritto  privato,  ma  un  rapporto  che  ha  un  carattere  pubblico. 
Intanto  essi  non  avevano  il  loro  fondamento  nella  volontà  di  chicchessia,  ma  nella 
assegnazione,  verificatasi  al  momento  in  cui  una  parte  del  territorio  era  stata  divisa; 
e  1'  assegnazione,  destinando  alcune  terre  al  pascolo  0  alcune  selve  in  comune,  non 
può  avere,  né  ha  inteso  di  attribuirle  ai  privati.  Il  privato  doveva  aver  solo  un 
diritto  sovra  di  esse,  e  vedremo  subito  quale  fosse  ;  ma  le  terre  erano  considerate  come 
pubbliche,  e  lo  dice  Siculo  Flacco,  De  conci,  agror.  p.  152,  12-14  :  Quorunclam 
etiam  vicinorum  aliquas  siloas  quasi  publicas...  esse  comperi m us. 

Certamente  il  diritto  dei  comunisti  non  era  la  proprietà.  Per  vero  dire  Frontino, 
De  controv.  p.  15,  5.6  parla  di  una  pascuorum  proprietas  pertinens  ad  fundos  sed 
in  comune.  E  anche  Igino,  De  limit.  const.  p.  201,  13-18  lasciò  scritto  :  Multis  colo- 
niis  immanitas  agri  vicit  adsignationem,  et  cum  plus  terme  quam  datum  erat  su- 
peresset  (5),  proximis  possessoribus  datimi  est  in  commune  nomine  compascuorum. 
Haec  in  forma  similiter  comprehensa  ostendemus,  haec  amplius  quam  acceptas  acce- 
peruntj  sed  ut  in  commune  haberent. 

Senonchè  non  si  trattava  di  una  vera  proprietà;  e  crediamo  che  appunto  perciò 
gli  agrimensori,  che  pur  conoscono  la  differenza  tra  la  proprietà  sul  fondo  italico  e 
la  possessio  sul  fondo  provinciale  (B),  quando  parlano  delle  controversie  relative  ai 
pascoli  non  distinguono  più  un  suolo  dall'  altro. 


(!)  Frontinus,  De  controv.  agror.  p.  15,  7  ;  48,  24  ;  Agennus  Urbicus  in  Front,  p.  15. 

(2)  Si  veda  la  Tal.  Veleiat.  col.  3  hn.  54  :  Fundum  Solonianum  cum  communionibus  qui  est 
in  Veleiate,  e  col.  4  Un.  84  :  Fundum  Antonianum,  Collianum,  Valerianum,  Cornelianum  cum 
communionibus.  Una  iscrizione  nel  G.  I.  L.  IX.  1455,  2, 47  ha  questo  :  Fundorum  Bassiani  et  Vale- 
riani,  Caesiani,  Pliniani  cum  saltibus  duodecim  ;  un'  altra  nel  C.  L  L.  X,  1,  407,  5  :  Fundus  Fusia- 
nus  e(um)  sal[tibus).  Nel  medio  evo  ricorrono  press'  a  poco  le  stesse  formule  p.  e.  :  Cod.  dipi,  sardo 
I.  40  a.  1130:  cum  omnibus  suis  pertinentiis  et  cum  usibus  tam  de  silvis  quam  et  de  pascuis  et 
aquis.  Ci  permettiamo  di  rimandare  in  proposito  al  nostro  studio  sul! 'Allodio  n.  8  nel  Digesto  italiano. 

(3)  Frontinus  ,  De  controv.  agror.  p.  15,  7.  48,  24. 

(4)  Frontinus,  De  contr.  agr.  p.  15,  6  ;  Siculus  Flaccus,  De  condic.  agror.  p.  157,  9;  Htginus, 
De  limit.  const.  p.  201,  12,  16. 

(5)  Tacito  nella  Germania  e.  26,  parlando  delle  condizioni  degli  antichi  popoli  germanici  aveva 
detto  :  Agri  prò  numero  cultorum  ab  universis  in  vices  occupantur....  arva  per  annos  mutant,  et 
superest  ager,  nec  enim  cum  ubertate  et  amplitudine  soli  labore  contendunt. 

(6)  Frontino,  De  controv.  agror.  p.  35,  13-17. 


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Veramente,  più  che  d'una  proprietà,  si  trattava  di  un  diritto  frazionario  di  osmi  e 
specialmente  di  un  diritto  d'  usare  in  un  determinato  modo  di  mia  terra  pubblica. 
Già  Cicerone,  Top.  3  aveva  osservato  :  Si  compascuus  est  ager  ius  est  compascoli/; 
uè  più  né  meno.  Anche  Festus  nota  che  il  compascuus  ager  era  relictus  ad  pascen- 
dum  communiter  vicinis.'E  Isidoro  nelle  Orig.  11,  23:  Compascuus  ager  dietim  qui 
a  divisoribus  agrorum  relictus  est  ad  pascendum  communiter  vicinis.  Il  carattere 
che  campeggia  è  sempre  quello  della  servitù.  Né  i  gromatici,  in  fondo  in  fondo,  la 
pensavano  diversamente.  Quello  stesso  Frontino,  che  pur  aveva  parlato  di  una  certa 
proprietà  dei  pascoli,  osserva:  Relieta  sunt  et  multa  loca  quae  veteranis  data  non 
sunt...  haec  fere  pascua  certis  personis  data  sunt  depascenda  ime  cum  agri  ad- 
signati  sunt  (')•  L'  unico  vero  diritto,  che  i  singoli  colonisti  vi  avevano,  era  quello 
del  pascolo.  Lo  stesso  può  vedersi  in  Siculo  Flacco,  De  comi,  agror.  p.  152,12-15: 
Quorundam  etiam  vicinorum  aliquas  silvas  quasi  publicas,  immo  proprias  quasi 
riciuorum  esse  comperimus,  nec  quemquam  in  eis  cedendi  pascendique  ius  habere 
nisi  vicinos  quorum  sint.  Siculo  Flacco  accenna  chiaramente  all'  indole  di  queste 
terre,  in  cui  il  diritto  del  comune  e  quello  dei  singoli  vicini,  per  così  dire,  s' intreccia- 
vano :  parevano  quasi  publicae  ;  ma  insieme  parevano  propriae  quasi  vicinorum  : 
in  realtà  i  vicini  non  ne  aveano  la  proprietà,  e  tutto  il  loro  diritto  si  risolveva  in 
quel  ius  cedendi  pascendique. 

Anzi  non  si  trattava  neppure  di  un  diritto,  che  spettasse  alla  persona,  ma  alla 
terra.  L'  assegnazione  era  fatta  in  rem  ;  e  il  pascolo  competeva  veramente  ai  fondi 
vicini  o  adiacenti.  Frontino,  De  controv.  agror.  p.  15,4.5  dice:  est  et pascuorum 
proprietas  pertinens  ad  fundos;  e  Igino,  De  limit.  const.  p.  202,  1.2:  multis  locis 
quae  in  adsignatione  sunt  concessa,  ex  his  compascua  fundi  acceperunt.  Ricordiamo 
anche  il  fundum  Soloniammi,  Antonianum,  Collianum,  Valerio  mi, a.  Comelianum 
cum  communionibus  (2);  il  fundum  Bassianum,  Valerianum,  Caesianum,  Plinianum 
cum  sallibus  (3)  ;  il  Fusianum  parimenti  cum  saltibus  (4).  Il  diritto  di  pascolo  era 
attaccato  alla  terra  e  ne  seguiva  le  sorti. 

Del  resto  era  un  diritto  esclusivo.  Nessun  altro,  all'  infuori  dei  possessori  delle 
terre  divise,  avrebbe  potuto  usare  dei  communia  ;  e  se  pur  ne  usava,  faceva  cosa  in- 
giusta. Siculo  Flacco,  De  condic.  agror.  p.  152,  14.15  nota  che  nessuno  aveva 
diritto  di  legnarvi  e  pascolare  se  non  i  vicini,  a  cui  appartenevano  ;  ma  d'  altronde 
risulta  da  Frontino,  De  contr.  agror.  p.  48,  25. 26,  che  molti  haec  pascua  per  potenti \am 
invaserunt  et  colimi.  Lo  stesso  può  vedersi  in  Agenno  Urbico  p.  15,27.28. 

5.  Così  anche  l'ordinamento  giuridico  doveva  riuscire  diverso,  che  se  si  f»^c 
trattato  di  un  condominio  privato,  quale  p.  e.  lo  raffigura  Scevola  nella  L.  20,  §  1  D. 
si  seru.  vind.  8.  5,  che  si  è  appunto  tirata  in  campo  per  commentare  i  passi  dei 
gromatici. 

Noi  consideriamo  particolarmente  due  cose.  Una  risguarda  la  questione  di  sapere 
se  il  pascolo  potesse   dividersi  per  volontà   dei  titolari,   o  almeno   ricevere  un'  altra 

(')  Frontinus,  De  controv.  aijror.  p.  48.  21-25. 
(*)  Tab.   Veleiat.  3,  54  ;  4,  84. 
(3)  C.  I.  L.  IX.  1455,  2,  47. 
(*)  C-  I.  L.  X.  1.407,5. 


—  281  — 

destinazione;  ed  è  certo  che  essa  dovea  risolversi  diversamente  in  un  caso  e  nell'altro. 

Data  ima  comunione,  come  quella  a  cui  accenna  Scevola,  non  e'  è  il  benché  menomo 
dubbio,  che  i  proprietari  potessero  sciorla  e  anche  cambiare  la  destinazione  del  ter- 
ritorio comune,  a  piacimento.  Il  caso,  che  egli  suppone,  è  questo:  che  più  possidenti 
abbiano  comperato  un  bosco  per  usarne  come  di  pascolo  comune  ;  ed  è  chiaro  che  si 
tratta  qui  di  un  mero  rapporto  di  diritto  privato,  in  cui  la  sola  volontà  delle  parti 
ha  dato  alla  terra  una  speciale  destinazione,  e  come  1'  ha  data  così  può  toglierla.  Ila 
ciò  non  si  verifica  coi  communia.  Noi  non  dobbiamo  dimenticare  che  il  bosco  o  pa- 
scolo erano  terre  che  conservavano  un  certo  carattere  pubblico,  e  che  avevano  rice- 
vuto la  loro  speciale  destinazione  dalla  adsignalio.  Perciò  anche  si  iscrivevano  nelle 
mappe  in  questa  loro  qualità  (');  e  d'altronde  sappiamo  che  il  terreno  doveva  rima- 
nere quale  lo  presentava  la  forum  :  che  se  pure  il  compascuo  o  il  bosco  comune 
avesse  subito  qualche  alterazione,  si  avrebbe  dovuto,  e  si  cercava  veramente,  di  ricon- 
durvelo  (-).  Ad  ogni  modo,  se  il  diritto  dei  possessori  era  quello  di  pascolare,  e  non 
altro,  non  si  capisce  proprio  come  avrebbero  potuto  mutare  la  destinazione  del  pascolo, 
e  molto  meno  dividersi  le  terre,  senza  sconfinare  dal  loro  diritto.  In  fine  nota  Lumi. 
De  cond.  agro),  p.  120,  12-18,  che  i  compascua  erano  rispettati  perfino  nelle  nuove 
divisioni,  al  pari  dei  luoghi  sacri,  delle  acque  o  delle  fonti  pubbliche:  Illudi,  vero 
observandunij  quod  semper  auctores  divisionum  sanxerunt  uti...  siqua  compascua, 
quamvis  agri  dwlderentur,,  ex  omnibus  eiusdem  condicionis  essent  cuius  ante  fuis- 
scnl.  Se  pure  qualche  alterazione  accadde,  fu  certamente  per  abuso.  Noi  abbiamo 
già  ricordato  in  proposito  un  passo  di  Frontino,  De  contr.  agror.  p.  48,  25  segg-., 
dove  si  parla  di  molti  pascoli  invasi  per  potcntlam,  e  delle  questioni,  a  cui  avean 
dato  luogo  ;  ma  noi  non  possiamo  tener  conto  di  coteste  usurpazioni.  L'  unica  que- 
stione, che  e'  interessa,  è  la  questione  giuridica. 

L'  altro  punto  risguarda  l'alienazione  delle  terre  divise  partecipi  del  compascuo. 
Si  tratta  di  sapere,  se  il  compratore  della  terra  divisa  acquistasse  o  no  il  diritto  di 
partecipare  al  pascolo  ?  e  anche  questa  questione  verrà  risolta  diversamente  secondo 
il  criterio  da  cui  si  parte.  A  giudicarne  coi  meri  criteri  privati,  è  certo  che  tutto 
dipendeva  dalla  volontà  dei  contraenti,  come  dice  Scevola.  Il  giureconsulto  ha 
pienamente  ragione,  quando  osserva  che.  alienando  uno  il  fondo  che  tiene  in  sua  esclu- 
siva proprietà,  quella  del  compascuo  passerà  o  non  passerà  al  compratore  secondo  la 
volontà  del  venditore  ;  ma  se  si  tratta  di  una  assegnazione,  come  è  il  caso  coi  com- 
minila o  communalla,  la  cosa  è  diversa.  Il  diritto  di  pascolare  o  legnare  era  inerente 
al  fondo  già  in  forza  dell'assegnazione,  e  il  compratore  della  terra  divisa  ne  acqui- 
stava, senz'  altro,  il  diritto  di  parteciparvi.  La  cosa  qui  ha  un  cotale  carattere  di 
necessità,  che  manca  assolutamente  nell'  altro  caso. 

6.  Tali  ci  si  presentano  i  communia.  Dall'  altra  parte  la  marca  germanica  (chia- 
miamola così,  sebbene  il  nome  appartenga  ad  un  periodo  posteriore)  non  era  gran 
fatto  diversa.  Non  staremo  qui  a  ripetere  ciò  che  abbiamo  cercato  di  dimostrare  in 
altra  occasione,  che  la  prima  forma,  con  cui  la  proprietà  immobiliare  si  è  presentata 

(')  Su  codeste  iscrizioni  può  vedersi  Hyginus,  De  cond.  agro)',  p.  116,  25.  26. 

(2)  Frontinus,  De  controv.  agror.  p.  55,  11  ;  Hyginus,  De  getter,  controv.  p.  132,  4. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II,  Parte  1  '  36 


—  282  — 

anche  tra  i  Germanici,  è  quella  della  proprietà  collettiva  del  villaggio,  che  cede 
un  po'  alla  volta  il  campo  alla  proprietà  collettiva  della  famiglia,  e  da  ultimo  alla 
proprietà  privata  individuale  ;  e  nondimeno,  anche  in  questa  fase,  conserva  molto  della 
antica  collettività.  A  differenza  della  proprietà  romana,  come  si  trova  nel  suo  ultimo 
svolgimento,  essa  era  una  proprietà  più  umana  :  non  era  istituita  soltanto  nell'  inte- 
resse dell'  individuo,  per  garantirgli  il  godimento  dei  frutti  del  suo  lavoro  ,  ma  lo  era 
eziandio  nell'  interesse  della  società,  per  garantirne  la  durata  e  1'  azione  utile.  Certo  è: 
nel  periodo  barbarico  1'  elemento  sociale  non  si  è  ancora  perduto  :  la  comunione  ori- 
ginaria non  si  è  sciolta  del  tutto  ;  e  ha  ragione  il  Laveleye  dove  dice,  che  fu  solo 
in  conseguenza  di  un'  ultima  evoluzione,  talvolta  molto  lunga,  che  la  proprietà  si  è 
costituita  definitivamente,  ed  è  arrivata  ad  essere  quel  diritto  assoluto,  sovrano,  per- 
sonale, quale  è  definito  dal  nostro  codice  ('). 

Un  rimasuglio  della  antica  collettività  sono  i  così  detti  beni  pubblici,  e  le  pos- 
sessioni rimaste  in  proprietà  comune  dei  vicini,  anche  dopo  introdotta  la  proprietà 
privata.  Anzi,  ho  osservato  altra  volta  (2),  che  appunto  in  quei  tempi,  col  sussidio 
di  più  ricche  fonti,  possiamo  penetrare  anche  più  addentro  nella  vita  di  cotesti  orga- 
nismi. Le  terre  pubbliche,  servivano  generalmente  al  pascolo,  e  venivano  locate  verso 
la  corresponsione  di  un  canone  detto  escatico,  erbatico^  glandatico  ecc.  Invece  i  beni 
comuni  potevano  usarsi  da  tutti  gli  accomunati,  senza  pagamento  di  canone,  per  le 
terre  che  possedevano  ;  ma  qualche  volta  se  ne  trova  anche  assegnata  una  porzione 
a  titolo  precario  o  beneficiario,  che  voglia  dirsi.  Nondimeno  anche  in  questo  caso  il 
comune  conservava  il  suo  diritto  sugli  appezzamenti,  e  poteva,  quando  che  fosse, 
reclamarli  e  tornarli  a  spartire  come  meglio  credesse.  Che  se  nel  frattempo  il  bene- 
ficiato (chiamiamolo  così)  poteva  vendere  la  terra  che  gli  era  stata  concessa,  non  era 
propriamente  il  diritto  che  vendeva,  ma  solo  1'  esercizio  :  il  diritto  restava  attaccato 
alla  famiglia  originaria  ;  ed  era  questa  famiglia,  e  non  il  nuovo  acquirente,  che 
aveva  diritto  di  essere  contemplato  nella  nuova  ripartizione.  L'aquirente  poteva  solo 
premunirsi,  obbligando  il  venditore  a  cedergli  la  terra  che  gli  fosse  toccata  (3). 

7.  In  realtà  gli  antichi  communio,  e  la  nuova  proprietà  comunale  dei  Germanici 
si  trovano  ricordati  nei  documenti  di  questi  tempi  quando  coi  soliti  nomi  romani, 
quando  con  altri  prettamente  germanici.  Da  un  lato  abbiamo  i  pascua  publica  ubi 
publica  ammalia  consueta  sunt  pabulare,  e  dall'  altro  i  beni  comuni.  Questi  si  tro- 
vano indicati  con  vari  nomi  :  pascua  communia,  silvae  communes,  campora  commu- 
nalia  o  communalia  semplicemente,  communitates,  vicinalia  o  vicanalia,  prò  indiviso, 
tutti  nomi  romani  ;  o  anche  terre  de  fuvadia  o  fivvaida  o  figvadi».  nomi  barbarici, 
che  però  indicavano  pure  le  terre  comuni  destinate  al  pascolo  del  bestiame.  Qua  e  là 
è  fatta  parola  di  moates  e  silvae  arimannorum  o  armannorum  (J). 

(')  Abbiamo  svolto  abbastanza  ampiamente  questo  concetto  nel  nostro  lavoro  L'Allodio.  Studi 
sulla  proprietà  dei  secoli  barbarici,  Torino  1886;  e  anche  nel  Digesto  italiano. 

C-)  Allodio  n.  G. 

(:)  Per  tutto  ciò  può  vedersi  il  mio  Allodio  n.  10,  dove  però  è  da  leggersi  appezzamento  in 
luogo  di  apprezzamento. 

(')  Nel  mio  studio  sugli  Aldi  liti  e  romani  n.  60a  ho  citato  molti  documenti  in  prova  della  esi- 
stenza di  queste  terre  pubbliche  e  comunali  che  le  fonti  distinguono  molto  nettamente. 


—  283  — 

Ora,  non  e'  è  dubbio  ebe  quegli  usi  civici,  che  si  esercitavano  sui  beni  comuni, 
aveano  per  origine  la  primitiva  collettività.  Né  questa  idea  era  sfuggita  agli  antichi. 
Francesco  D'  Andrea  ha  una  bellissima  pagina  in  proposito.  Egli  dice  :  Nullo  modo 
praetendi  posse  esse  praeiudicatum  primaevo  il/i  iuri ,  quod  antequam  oppidum  con- 
cederetur-,  erat  penes  omnes  cives,  ut  agris  illis  uterentur  in  comunem  ipsorum 
utilitatem  prò  omnibus  iis,  quae  ad  humanae  vitae  usimi  sunt  necessaria.  Nam  cum 
priitmm  ex  communi  gentium  iure  fuerunt  institutae  certe  Urbes  et  Villae,  quae 
alio  vocabulo  a  uostris  doctoribus  appellaniur  eollegia  iuris  gentium,  fuerunt  illis 
termini  impositi,  quibus  distinguerentur  agri  ad  unamquamque  civitatem  peri 
tes.  Omne  illud  territori  uni,  quod  intra  eosdem  limiles  erat  comprehensum,  censeba- 
tur  (ixsiijiialum  eiusdem  urbis  Inibii ai 'nribus,  ut  eo  uterentur  in  communem  orniti  uni 
Utilitatem...  Ius  istud,  quod  uniuscuiusque  universitatis  civibus  competiti  ni  agro 
publico  utantur,  est  proprium  eiusdem  universitatis,  iure  naturali,  adeo  ut  nec  per 
regetn  ei  talli  possit....  linde  cum  rex  concedit  alieni  oppidum  cum  suis  iuribus, 
pralis,  nemoribus,  pascuis  etc,  ut  vulgo  concedi  solent;  quantumvis  dicere  velle- 
mus  dominiwm  illorum  esse  translatum  in  baronem...  non  ideo  tamen  praetendi 
posset,  Priacipem  ex  ea  concessione  voltasse  derogare  in  ri  civium  super  listimi 
territoriis,  cum  semper  concessio  intelligenda  sii,  salvo  iure  alterius. 

Né  altrimenti  la  pensava  il  De  Loca.  Anch'  egli  risale  alle  medesime  origini 
isteriche  e  la  intuizione  non  è  meno  giusta;  né  le  conseguenze,  a  cui  arriva,  sono 
diverse.  Egli  dice  nel  disc.  42  intorno  alle  servitù:  Antiquitus  attento  iure  natu- 
rali,  seu  gentium  primaevo,  cognita  non  erant  dominia,  sed  omnia  erant  communia, 
et  penes  populum,  qui  postmodum  eius  iura  in  Principem,  seu  Domi  un  ni ,  tran- 
stulit  tamquam  in  Iìeipublicae  adminislratorem  seu  maritimi,  unde  propterea  resul- 
tant  huiusmodi  usum  inducentia.  Primo  nempe,  quod  facta  concessione  alicuius 
iuris,  intettigitur  in  eo,  quod  excedit  proprium  usum,  cum  improbabile  sii  populum 
cum  huiusmodi  concessione  voluisse  privare  se  eo  usu,  sine  quo  ri  nere  min.  jiosset. 
Secundo,  quia  si  Princeps  seu  Dominus  reputatur  tanquam  maritus  possidens 
huiusmodi  iura  tanquam  dotem  sibi  a  republica  dalam,  ferve  tenetur  onera  matri- 
moni^ atque  ex  dotis  fructibus  alimenta  necessaria  praebere  uxori,  quae  consistere 
dicuntur  in  populi  protectione,  defeusione,  recta  administralione,  et  ut  elementis 
necessariis  non  priventur,  neque  inermem  et  infelicem  vitam  ducere  cogantur...  Et 
in  tertio  demum,  quia  si  Princeps  vel  Dominus  inferior  a  Principe  causuni  habens 
huiusmodi  bona  et  iura  possidet  ex  concessione  et  liberalitale  populi,  manifestarli 
commuterei  ingratiludinem  donatori  denegando  necessaria. 

8.  C  è  però  qualcosa  nelle  vecchie  consuetudini  barbariche,  che  non  e'  è  in  quelle 
dei  Romani,  e  che  pure  deve  interessare  altamente  chiunque  si  faccia  a  studiali'  1<> 
sviluppo  degli  usi  civici. 

Vo'  dire  le  molte  limitazioni  risguardanti  V  uso  della  proprietà  privata.  Erano 
diritti  di  pascolo,  legnatico,  caccia,  pesca  ecc.  che  potevano  esercitarsi,  in  questi  tempi, 
anche  sulle  terre  divise,  e  nuovamente  come  una  conseguenza  della  originaria  comu- 
nione della  terra.  Noi  fermiamo  in  particolare  la  nostra  attenzione  sul  diritto  di 
pascolo  e  su  quello  di  legnare.  Il  pascolo  sui  fondi  dei  privati  è  antico  ;  e  ne  fanno 


—  284  — 

parola  la  legge  visigota  (>),  la  langobarda  (2),  e  i  Capitolari  (3);  al  diritto  di  far  legna 
nei  boschi  dei  privati  accenna  la  legge  dei  Burgundi  (4).  Per  ciò  che  risguarda  il 
diritto  di  pascolo,  il  proprietario  non  poteva  impedirlo  ;  ma  nessuno  poteva  esercitarlo  se 
non  dopo  raccolti  i  frutti.  Altrimenti  si  doveva  risarcire  il  danno  e  anche  pagare  una 
pena  ;  ma  se  il  fieno  o  le  derrate  fossero  state  raccolte,  nessun  proprietario  doveva 
arrogarsi  più  terra  di  quanta  poteva  difendere  con  la  sua  chiusura  ;  e  se  avesse  osato 
di  scacciare  gli  animali  dalle  stoppie  o  dal  pascolo,  doveva  comporli  in  octogild. 
Quant'  è  al  diritto  di  far  legna  nei  boschi  privati,  ognuno,  che  non  ne  aveva  di  pro- 
pri, poteva  esercitarlo,  e  il  padrone  del  bosco  non  poteva  impedirlo  ;  ma  era  ristretto 
ai  legni  giacenti  e  agli  alberi  non  fruttiferi  :  altri  alberi  non  si  potevano  abbattere  (5). 

Tutto  ciò  si  trova  riprodotto  negli  usi  civici  intesi  largamente  ;  perchè  non  cre- 
diamo che  si  possa  restringerne  il  concetto  ai  soli  demani,  come  fanno  alcuni,  p.  e. 
il  Lombardi  p.  60,  ma  debba  allargarsi  anche  a  que'  diritti,  massimamente  di  pascolo, 
che  si  esercitavano,  in  certe  stagioni,  sui  fondi  privati.  Non  è  vero  cioè,  che  a  diffe- 
renza degli  altri  usi,  che  certamente  aveano  un  carattere  pubblico,  essi  si  fondassero 
sulla  volontà  dei  proprietari  e  sulla  natura  aperta  dei  fondi,  e  quindi  potessero  ces- 
sare non  tosto  i  proprietari  avessero  chiuso  i  loro  fondi  con  siepi,  fossi,  muri  o  altri- 
menti, qualunque  fosse  il  motivo  che  ve  li  aveva  indotti. 

Certamente  in  origine  non  si  trattava  di  una  semplice  tolleranza,  ma  di  un  di- 
ritto che  spettava  al  comune,  dipendente  anch'  esso  dalla  originaria  collettività  delle 
terre  ;  il  che  non  toglie  che  i  proprietari  pretendessero  poi  di  usare  ad  libitum  dei 
lori»  beni  e  chiuderli  e  convertirli  ad  usi  diversi.  Naturalmente  il  primitivo  concetto 
della  proprietà  barbarica  si  venne  alterando  col  tempo,  massimamente  sotto  la  in- 
fluenza del  diritto  romano,  e  certi  usi,  che  il  comune  aveva  esercitato  come  un  suo 
diritto,  finirono  dai  giureconsulti  romanizzanti  coli'  essere,  più  o  meno,  considerati  come 
semplici  tolleranze,  dipendenti  dal  beneplacito  del  proprietario. 

Il  cardinal  De  Luca  era  uno  di  questi  ;  e  alcuni  suoi  discorsi  tendono  vera- 
mente a  dimostrare,  che,  salvo  i  casi  in  cui  la  comunità  possedesse  i  pascoli  iure 
domimi,  il  proprietario  della  terra  non  doveva  intendersi  ristretto  alla  sola  coltura 
e  ai  frutti  industriali,  ma  doveva  usarne  con  una  certa  latitudine,  e  anche  conver- 
tirla ad  uso  diverso,  e  all'uopo  chiuderla  con  •muro,  siepe  o  fosso,  senza  che  i  cit- 
tadini avessero  diritto  di  impedirlo.  Infatti  leggo  in  un  suo  discorso  :  Quae...  con- 
suetudo  non  dici/ar  importare  formale  ius  sei'  formulati  serrit/'tem  iuris  pasce/idi, 
sed  soìitm  libertatem  sa'  naturalem  facultatem  ut  (hit malia  civium  depasci  pos- 
tilli in  ieri  -/'torio  aperto  et  campestri,  a  segetibus  non  impedito,  et  quod  vulgo 
comunale  seu  alibi  demaniale  dicitw...  Haec  autem  facultas  competere  dicitur  ea 
natura  campestri  et  aperta  agrorwm,  tanquam  ex  cessante  rnurornm  rei  sepiitm 
ani  fovearum    impedimento  .   et  consequenter  non  tribuit  ius   cìvibus  et  incolis 


(')  Lex  Wis.  Vili.  3,  9. 12;  4,  26  ;  5,  5. 

(2)  Ed.  Eoth.  358. 

(3)  Capit.  Ilarist.  a.  779,  e.  17,  Bor.  I.  40;  Carni.  Ludov.  II  in  Baluz.  II.  1294. 
l'i  Lex.  Ut/,:,.  XXVEU.  1-3. 

(  i  Per  tutto  ci.',  si  veda  il  nostro  Allodio  n.  30. 


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impediendì  dominos  ne  eorum  bonis  prò  libito  utantur  ataue  ad  divermm  usum 
convertant  ('). 

Nondimeno  il  De  Luca  riconosce  che  questa  libertà  o  facoltà  del  comune  non 
dipendeva  affetto  dal  beneplacito  del  proprietario:  egli  era  ancora  ben  lontano  dal 
pensare  che  fosse  una  semplice  tolleranza  ;  e  la  riannoda  ad  una  consuetudine  pres- 
soché ani  versali-,  di  cui  non  sa  spiegarsi  le  origini,  ma  che  crede  dover  fondarsi  nel 
diritto  e  nella  ragion  naturale.  Egli  dice  che  si  tratta  di  una  facullas  ex  quavam 

FORTE    r.\m-ltSAU  CONSUETUDINE    INNIXA    Hill   8BU   RATIOM   NATURALI,    per   qitaìiì    CWtÒUS 

imi:  miro  concediti»-  post  secatas  segetes  seu  recollectos  fructus...  pascila  indeter- 
minate sumere  in  universo  patrio  territorio  campestri  et  aperto,  tanqiiam  ex  ces- 
sante impedimento  murorum  vcl  sepium  denotantium  fundum   ad  pasqua  destina- 
timi non  esse,  sed  ad  aliquem  meliorem  colturam  (-).  Lo  stesso  cardinale,  combat- 
tendo la  teoria,  che  li  considerava  dal  punto  di  vista  delle  servita  private,  dice  che 
spettavano   piuttosto   ai   cittadini   ex   iure   civico  et  naturali,  e  che   si   trattava  di 
una  consuetudine  quodammodo  necessaria  ne  cives  et  incolae  inermem  vitam  ducant. 
Il  De  Luca  non  ha  capito  bene  quali  ne  fossero  le  origini  storiche  ;  ma  questo  ha 
capito,  che  il  carattere  che  vi  campeggia  non  è  privato,  ma  pubblico,  e  anzi  spiega 
con  esso  certe  restrizioni  sia  del  proprietario  della  cosa  e  sia  del  comune,  che  altri- 
menti non  si  capirebbero.  Egli,  pur  sostenendo   che   il  proprietario  poteva  chiudere 
le  proprie  terre,  dice  che  non  poteva  farlo  se  non  nel  caso  che  ci  fosse   una  immu- 
tai io  notabilis  e  proveniente  da  giusto  motivo  di  convertire  la  cosa  in  altro  uso  più 
proficuo  e  affatto  diverso,  come   a   dire   piantarvi   un   vigneto   o   arboreto,  che   era 
anche  1'  opinione   del   Covarruvio  (;i),  che  in   queste   materie  si   considerava  come 
maestro;  ma  non  poteva  chiuderle  a  capriccio,  al  solo  scopo  di  fare  una  bandita  o 
defensa  delle   erbe   naturali,  che  non  poteva  assolutamente  fare  praeter  moderatimi 
usum  e  solo  pei  propri  animali  (4). 

Quanto  a  noi,  non  ci  mettiamo  dubbio  che  codesta  facultas,  avvalorata  da  una 
consuetudine  pressoché  universale,  fosse  un  diritto  riservato  di  dominio,  che  il  comune 
aveva  esercitato  insieme  agli  altri  su  tutte  le  terre,  e  che  per  una  ragione  pubblica, 
continuò  a  esercitare  anche  durante  la  nuova  fase  della  proprietà  privata  individuale. 
Pm-  ammettendo  che  la  terra  rimanesse  a  una  data  famiglia,  esso  la  volle  vincolata 
a  quella  condizione  :  anzi,  non  esitiamo  a  dire  che  se  ci  fu  tolleranza,  fu  da  parte 
del  comune,  che  permise  lo  svolgersi  della  proprietà  privata,  e  non  da  parte  dei  pro- 
prietari, che  lasciarono  al  comune  il  diritto  di  pascolare  nelle  terre  aperte,  che  non 
avrebbero  potuto  impedire.  Ciò  significa,  che  non  si  tratta  di  un  uso  che  i  proprie- 
tari abbiano,  come  che  sia,  tollerato,  ma  di  un  uso  a  cui  i  comuni  non  hanno  mai 
rinunciato.  Il  nome  stesso  di  comunali  e  demaniali,  che  per  testimonianza  del  De 
Luca,  si  dava  ai  tenitori  aperti  e  campestri  non  impediti  dalle  messi,  accenna  alla 
antica  collettività. 


(')  De  Luca,  De  servit.  disc.  37. 

(2)  De  Luca,  De  servit.  disc.  38. 

(3)  Covarruvio,  Practicarum  e.  37  n.  4. 

(4)  De  Luca.  De  servit.  ■'ù- 


—  286  — 

9.  Del  resto,  dicendo  che  la  origine  degli  usi  civici  vuol  essere  cercata  nella 
collettività,  non  intendiamo  di  escludere  che  possa  anche  appoggiarsi  più  particolar- 
mente ad  un  privilegio.  Soltanto  crediamo  che  bisogna  andare  molto  cauti  per  non 
confondere  i  veri  privilegi  con  ciò,  che,  per  avventura,  potrebbe  essere  un  semplice 
riconoscimento  o  conferma  di  un  diritto,  o  consuetudine  preesistente. 

Infatti  ci  sono  diplomi,  i  quali  hanno  veramente  tutta  1'  aria  di  un  privilegio, 
e  potremmo  ricordare  quello  che  Federigo  II  accordò  nel  1230  alla  terra  di  Apricena; 
ma  molti  non  sono  veri  e  propri  privilegi.  Basterà  ricordare  come  persino  la  proprietà 
privata  allodiale  non  abbonisse  di  domandare  il  riconoscimento  alla  potestà  sovrana: 
figuriamoci  poi  un  semplice  diritto  d'  uso  riservato  a  un  comune. 

Noi  dicemmo  altra  volta,  che  il  dominio  eminente,  che  si  credeva  spettare  al  Re 
su  tutte  le  terre,  spiega  le  molte  conferme  e  corroborazioni  di  possessi,  che  si  trovano 
fatte  da  parte  sua,  e  che  i  privati  volontieri  domandavano.  Aggiungo  ora,  che  il 
principio  può  trovarsi  espresso  in  un  diploma  di  Carlomagno  per  Farfa:  un  mona- 
stero, che  usò  spesso  di  domandare  al  Re  la  conferma  de' suoi  possedimenti,  e  non 
solo  di  quelli  che  aveva  ricevuto  dalla  potestà  pubblica,  ma  anche  dai  privati. 
Il  documento  testé  ricordato  è  molto  notevole  per  il  suo  preambolo.  Carlomagno 
dice  :  Si  ea  quae  a  Deum  timentibus  hominibus  locis  venerabilibus  addita  vel 
condonata  sunt  nostro  munimine  confirmamus,  regimi  consuetudine;*!  exeucemis, 
et  id  in  postmodum  iure  firmissimo  mansurum  esse  volumics.  Chiaro  è  :  il  Re  si 
arrogava  veramente  il  diritto  di  confermare  anche  i  beni  che  i  privati  avevano  con- 
ferito al  monastero,  e  credeva,  facendo  ciò,  di  esercitare  ima  regia  consuetudo,  e 
la  proprietà  stessa  ne  otteneva  im  carattere  di  stabilità,  che  altrimenti  non  avrebbe 
avuto  :  quind'  innanzi  nessim  duca  o  gastaldo  o  altro  dei  fedeli  discorrenti  pel  Regno 
avrebbe  potuto  molestarla  ;  lo  stesso  Carlomagno  aggiunge  :'  Seti  hoc  nostrae  aucto- 
ritatis  donum  orni  tempore  iure  possideant  firmissimo  (').  Medesimamente  Lodovico 
il  Pio,  confermando  i  beni  al  monastero  di  Farfa,  ricorda  le  res  quas  devoti  iiomi- 
nes  ac  devotae  feminae  prò  salute  animar  um  suarum  praedicto  monasterio  solemni 
donatione  contulerant  (-).  Anche  un'  altra  conferma  di  Lotario  si  riferisce  a  tutti  i 
beni,  sia  che  il  monastero  li  tenesse  ex  rnunificentia  regum  règinarumque,  ducum, 
eastaldorum,  vel  ex  collatis  populi  sive  caeterorum  fidelium  largitate.  vel  etiam 
monachorum  qui  in  eodem  monasterio,  suas  animas  salvare  cupientes,  intraverunt 
et  ibidem  res  suas  delegaverunt  (3).  La  conferma  reale  li  abbracciava  tutti.  In  altri 
diplomi  non  si  tratta  neanche  di  monasteri,  ma  di  privati.  Uno  dell'  anno  781  ricorda 
xmpraeceptum  di  Liutprando,  che  confermava  a  certo  Pando  e  a'  suoi  figliuoli  la  sostanza 
di  Gutta  loro  zia  :  continebat  qualiter  substantia  cuiusdam  Guttae  confirmaverat 
in  eis.  Lo  stesso  Pando  asseriva  quod  de  suis  parentibus  fuisset,  e  mostrava  il  detto 
precetto  qui  confirmaverat  de  substantia...  Guttae  amiitae  eorum  (4).  Altri  esempi 
possono  vedersi  nel  mio  Allodio  n.  24  e  in  Muratori,  Antiq.  Hai.  IV.  13. 15. 17  ;  I.  731. 


(')  Reg.  Farf.  IL  134.  a.  776. 
(2)  Eeg.  Farf.  H  242  a.  820. 
P)  Reg.  Farf.  II.  282  a.  840. 
(4)  Reg.  Farf.  II.  135  a.  781. 


—  287  — 

Per  tornare  al  diploma  di  Federigo  TI  por  Apricena,  e  anche  alle  ulteriori  con- 
ferme sue,  non  e'  è  dubbio  eh'  esso  si  presenta  come  un  privilegio.  Federigo  II  dico 
elio  intendeva  di  premiare  la  pura  fede  e  devozione  sincera  che  gli  uomini  di  Apri- 
cena  gli  avevano  dimostrato  in  varie  occasioni,  e  i  servigi  che  gli  aveano  reso,  e  che 
certamente,  gli  renderanno  anche  più  in  seguito.  Ricorda  particolarmente  che,  ogni 
qual  volta  era  stato  in  Apricena,  tutti  aveano  fatto  a  gara  per  far  piacere  a  lui  e  a 
quelli  della  sua  famiglia  con  affetto  ed  ilare  volto;  e  perciò  avea  pensato  di  am- 
pliare la  detta  terra  con  degni  benefizi.  Più  tardi  il  diploma  fu  riconosciuto  da 
Carlo  II.  Gli  uomini  di  Apricena,  temevano  che  potesse  andare  in  dimenticanza  o  per 
un  caso  qualunque  perdersi,  e  presentandolo  al  Principe,  lo  avean  pregato  di  farne 
far  copia  e  autenticarla.  Lo  stesso  Carlo  parla  di  grazie  contenute  nel  privilegio  di 
Federigo.  Ciò  avvenne  nel  1305.  Regnando  la  regina  Giovanna  ne  fu  fatta  ima  nuova 
trascrizione  nel  1368,  perchè  le  lettere  di  Carlo  II  si  erano  nel  frattempo  smarrite.  La 
Regina  dice  che,  aderendo  alle  istanze  del  vescovo  di  Lucerà,  avea  fatto  cercare  nel- 
1'  archivio  reale,  dove  quelle  lettere  si  trovarono  registrate,  e  le  avea  fatte  copiare 
e  munire  del  suo  sigillo.  Nel  1446,  regnando  Alfonso,  gli  uomini  di  Apricena  ne 
chiedono  per  maggior  cautela  la  conferma,  e  il  Re  considerando  i  meriti  di  singolare 
devozione  e  fede  dei  detti  uomini,  non  esita  a  confermarli  nel  modo  con  cui  fino  allora 
ne  avevano  usato.  Egli  dichiara  che  la  detta  conferma  debba  essere  ferma  e  stabile 
e  non  patire  diminuzione  di  sorta  in  nessun  tempo.  Neil'  anno  1496  troviamo  alcuni 
capitoli  e  grazie  di  Ferdinando  II.  La  terra  di  Apricena  aveva,  tra  le  altre,  doman- 
dato la  conferma  di  tutti  i  privilegi,  usi  e  consuetudini  che  aveva  avuto  già  in  antico, 
e  ricordava  particolarmente  come  per  antiquissimi  privilegii  et  consuetudine  fosse 
stata  in  possesso  di  pascolare  e  legnare  nei  territori  di  s.  Meandro,  Civitate  e  Castel 
Pacano.  Una  nuova  conferma  di  Ferdinando  il  cattolico  è  dell'anno  1507;  un'altra 

O 

del  viceré  Carlo  di  Lanoy  dell'  anno  1522.  Insomma  sembra  veramente  che  la  fonte 
prima  degli  usi  di  Apricena,  più  che  un'antica  consuetudine,  sia  il  diploma  di  Fede- 
rigo II  :  è  ad  esso  che  gli  uomini  di  Apricena  si  appoggiano  continuamente  :  ad  ogni 
modo  è  certo  che  la  origine  di  alcuni  usi  civici  può  risalire  ad  un  privilegio.  Ciò 
vale  in  ispecie  di  quelli,  che  venivano  esercitati  sulle  terre  pubbliche,  a  differenza 
delle  terre  comuni:  una  distinzione  che  molti  non  avvertono;  ma  che  non  è  meno 
effettiva.  I  documenti  distinguono  veramente  i  pascua  publica  dai  comunalia,  e  può 
vedersi  in  proposito  il  Regesto  farfense  III..  300.  404.  I  primi,  appartenenti  alla  corte 
regia  o  ducale,  erano  destinati  al  pascolo  degli  animali  della  corte:  ubi  publica 
animalia  consueta  suut  pabulare  ;  né  altri  avrebbe  potuto  mandarvi  i  propri  se  non 
verso  certe  responsioni,  dette  escatico,  erbatico,  glandatico  ecc.  (');  mentre  invece  le 
fiwadie,  se  pur  appartenevano  al  villaggio,  erano  destinate  ai  comunisti,  senza  obbligo 
di  pagare  nulla.  Ricordiamo  le  parole  dei  documenti  :  pascua  publica  in  contrapposi- 
zione ai  communes  pascua  hoc  est  fiwaidas. 

Ora,  poteva  accadere  che  il  re  o  il  duca  accordassero  a  taluno  il  diritto  di  pasco- 
lare i  propri  animali  nei  boschi  pubblici  con  esenzione  da  qualunque  responsione;  e 
ne  abbiamo  un  esempio  in  un  diploma  langobardo  di  Teodicio  duca  di  Spoleto  pel 

(')  Si  vede  anche  Troya  G.  D.  L.  VI.  877.  a.  767;  971  a.  772. 


—  288  — 

monastero  di  Farfa.  Egli  dice:  Licentiam  tribuimus  amodo  quafy 'ii/is  jumenta  de  Mo- 
naslerlo...  hoc  est  turmae  decem  debeant  aestivo  tempore  comuniter  cum  iumentis 
publicis  reatinis  pabulare  ubi  per  gualdos  pvblicos  quo  consueta  sunt  ipso,  ambulare. 
E  subito  dopo  :  Similiter  et  duo  mìllia  pecora  de  suprascripto  Monasterio  cum 
nostris  peculiis  publicis  reatinis  comuniter  ornai  tempore  debeant  pabulare  in  Monte 
Calvo  et  Rivo  Curvo  postquam  exinde  iumenta  exierint,  ita  ut  ipsa  iumenta  vel 
peculia  Monasterii  praefati,  ut  diximus,  amodo  in  suprascriptis  gualdis  vel  mon- 
tibus  cum  nostris  iumentis  publicis  sive  peculiis  absque  aliqua  datione  securius  de- 
beant pabulare  (').  Lo  stesso  fa  Ee  Desiderio.  Egli  conferma  alcune  corti  al  Mona- 
stero di  Pai  fa,  e  tra  le  altre  dice:  De  omnibus  autem  animalibus ,  quae  in  supra- 
scriptis finibus  Reatinis  habentur  aut  in  antea  nutrientur3  ita  definimus  ut  per 
pascua  publica  omni  tempore  ambulent  et  nutriantur  sine  ornili  dato  aul  herbatico 
vel  exatico,  et  nullam  molestiam  neque  in  ponte  neque  in  via  publica  neque  in 
qualicumque  loco  patianlur,  sed  semper  illibata  ambulent  ubi  publica  animalia  con- 
sueta sunt  ambulare  (2).  Citiamo  anche  una  carta,  con  cui  1'  imperatore  Lodovico  II 
conferma  al  Monastero  di  Farfa  il  possesso  di  tutti  i  suoi  beni.  Quant'  è  ai  pascoli 
osserva:  Nec  non  de  omnibus  animalibus  monasterii  in  finibus  ducatus  spoletani, 
ita  definimus  atque  iubemus,  ut  in  pasqua  purlica  omni  tempore  debeant  pabulare 
vel  nutrire,,  sive  Mae  videlicet  et  de  hominibus  eorum,  sine  omni  datico,  castalda- 
tico,  aescaiico,  herbatico  vel  glandatico.  Et  nullam  molestiam  neque  in  ponte  neque  in 
via  neque  in  qualicumque  loco  patiardur.  Sed  semper  illibata  ipsorum  animalia  am- 
bulent ubi  et  publica  animalia  consueta  sunt  pabulare  (3). 

Ora,  nulla  osta  acche  lo  stesso  diritto  di  pascolare  nelle  terre  e  nei  boschi  pnl>- 
blici  fosse  accordato  anche  ad  un  comune.  In  questo  caso  si  trattava  veramente  di 
un  privilegio;  ma  crediamo  fossero  casi  eccezionali:  la  regola  è  pur  sempre  quella 
accennata  più  sopra,  che  gli  usi  civici  hanno  la  loro  radice  nell'  antica  proprietà  col- 
lettiva. Soltanto  così  essi  hanno  potuto  diventare  una  consuetudine  pressoché  univer- 
sale :  sulla  base  di  un  semplice  privilegio  non  lo  avrebbero  potuto  di  certo. 

10.  Del  resto,  qualunque  ne  fosse  1'  origine,  s'  intendeva  che  il  re  non  potesse 
infeudare  la  terra  su  cui  si  esercitavano  senza  che  s' intendessero  eccettuati,  e  ciò 
non  ostante  la  forinola  amplissima  che  avesse  adoperato  nel  concederla  :  cum  monti- 
bus  planis  pascuis  ecc.,  se  anche  fosse  detto  che  la  concessione  era  fatta  liberamente. 
Questa  parola  cioè  non  comprendeva  mai  1'  onere  naturale  inerente  alla  cosa  stessa  ; 
e  i  terrazzani  avrebbero  nondimeno  conservato  il  diritto  di  provvedere  alle  loro  como- 
dità. Il  De  Luca,  De  servii,  disc.  42,  lo  avverte  :  Etiamsi  baroni  'per  Principem 
expresse  concessum  esset  feudum  liberum  et  exemptum  ab  omni  onere  et  servitute 
adirne  tamen  intclligiiur  exccplus  iste  usus,  qui  non  importat  servitufem  sed  onus 
intrinsecum  et  connaturale.  Né  altrimenti  dice  il  Novario,  De  gravam.  vassall. 
Tom.  Ili  grav.  77,  che  la  concessione,  quantunque  fosse  detta  libera  ed  esente  da 
qualunque  onere  di  servitù,  pure  non  poteva  escludere  quella  che  veniva  ex  natura 


(')  Troya,  C.  D.  L.  VI.  877  a.  767. 

(2)  Troya,  C.  D.  L.  VI.  971  e.  a.  772. 

(3)  Eeg.  Farf.  300  a.  857.  m.  p.  6.  Lo  stesso  nel  Bog.  Parf.  404  a.  967,  ILI.  p.  113. 


—  28!»  — 
rei  et  vieta  naturali,  e  aggiunge:  tali  motto  ut  sententia  deelarans  Mas  lièeras  a 
servitale,  minimi-  comprchendat  usura  civium,  qui  non  iure  servitulis  sed  viclus 
petitur.  Per  la  stessa  ragione  neppure  la  garantì»  per  la   evizione   poteva  compren- 
dere 1'  uso  civico  (')■ 

I  giureconsulti  andavano  tant'  oltre,  da  riconoscere  che  i  terrazzani,  impediti  nel- 
1'  esercizio  dei  loro  usi,  avrebbero  potuto  resistere  di  fatto  ;  e  se  pure  fosse  stata 
minacciata  una  pena,  non  avrebbero  avuto  obbligo  di  pagarla  (-'). 

11.  L'uso  stesso  dipendeva  dalla  qualità  di  cittadino.  Tutti  i  diplomi  che  ne 
fanno  parola  contengono  questa  limitazione.  Nel  nostro  Allodio  n.  7  abbiamo  già 
detto  che  una  delle  condizioni  della  .partecipazione  ai  beni  comuni  era  questa  :  che 
l' individuo  fosse  accolto  nella  comunione  ;  e  anche  gli  scrittori  non  mancano  di  accen- 
narvi. 11  Novario  (:))  dice,  che  era  un  ius  dependens  a  civitate  ;  ma  del  resto  com- 
peteva tanto  ai  cittadini  naturali,  quanto  a  quelli  che  vi  erano  stati  recepii  in  tales, 
purché  avessero  abitato  almeno  10  anni  nel  comune. 

12.  Non  vorremmo  però  asserire  che  questi  usi  civici  fossero  da  per  tutto  gli 
stessi.  In  generale  si  può  dir  questo,  che  erano  diritti  d'uso  che,  in  base  ad  una 
antica  consuetudine  o  di  uno  speciale  privilegio,  spettavano  agli  accomunati  sui  de- 
mani comunali  e  anche  sulle  terre  divise  del  comune,  dove  più  dove  meno,  ma  gene- 
ralmente entro  certi  limiti.  Le  fonti  ricordano  il  diritto  di  pascolare  e  raccogliere 
erbe,  ghiande,  spighe,  quello  di  attinger  acqua,  pernottare,  farsi  il  ricovero,  tagliar 
leena,  cuocere  la  calce  e  anche  seminare.  Fra  tutti,  il  principale  era  certamente  il 
diritto  di  pascolo,  che  secondo  il  Kicci  (4)  comprendeva  il  ius  aquandì,  pernoctandi, 
faeiendi  tugurium  et  Ugnanti  i  ;  ma  che  altri  più  esattamente  distinguono  dal  ius  li- 
gnandi.  Infatti  il  privilegio  di  Federigo  II  per  Apricena,  e  anche  altri,  ne  parlano 
separatamente:  ut  in  tenimentis  eie.  ufi  passini  libere  pascuis...  et  quod  Uceat 
eisdem  fldelibus  nostris  in  tenimentis  terrarum  ipsarum  libere  Ugna  incidere.  Lo 
stesso  risulta  anche  dal  Kovito.  Egli  dice  nei  Consilia  lib.  II  e.  7:  Università^ 
praetendens  ius  pascendi  et  lignandi  ultra  usum  in  demanialibus  baroni  debet 
ostendere  privilegium  vel  praescriptionem  quae  vim  privilegii  habeat,  scilicei  im- 
memo rabi  lem. 

13.  Gli  uomini  di  Apricena  esercitavano  i  loro  diritti  nei  tenimenti  di  Civitate, 
Castel  Pagano  e  s.  Nicandro,  e  già  secondo  il  diploma  di  Federigo  potevano  usare 
liberamente  dei  pascoli  pei  loro  animali,  senza  pagare  la  fida  o  altro,  e  tagliare  libe- 
ramente la  legna  nei  tenimenti  di  dette  terre  per  loro  uso  e  vantaggio.  Il  diploma 
però  eccettuava  le  difese  o  bandite  regie,  ove  nessuno  doveva  entrare  per  le  dette 
utilità  (doc.  1). 

Altri  diplomi  specificano  anche  meglio  la  natura  di  questi  diritti,  o  ne  aggiun- 
gono di  nuovi. 


(')  De  Luca,  De  fauci,  disc.  65. 
(2)  Novario,  De  gravam.  vassall.  Tom.  I.  grav.  32. 
P)  Novario,  De  t/ravam.  vassall.  Toni.  I.  grav.  32.  38. 

(4j  Ricci,  Praxis  civilis  III.  e.  4:  Cum  iure  pascendi  includitur  ius  aquandi,  pernoc 
faeiendi  tugurium  et  lignandi. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II,  Parte  la  37 


—  290  — 

1  capitoli  di  Ferdinando  II  notano  come  gli  uomini  della  terra  di  Apricena  fos- 
sero per  antiquissimi  privilegi  et  consuetudine...  in  possessione  de  pasculare  con 
li  (ninniti)  ci  tagliar  legna  de  dì  et  de  nocte  in  lo  terreno  de  Sancto  Meandro,  de 
Civitate  ci  Castel  pagano  (doc.  4);  il  diploma  del  Delanoy  ricorda  la  consuetudine 
aquandi,  paseulandi,  spieandi,  glandandi  ci  lignamina  incidendi  nei  medesimi  ter- 
ritori (doc.  6);  più  tardi  è  accennato  il  ius pascendi  eorum  ammalia,  aquandi,  glan- 
dandi et  spicaii.il/  dies  noctesque,  ac  faciendi  casellas,  mmalras,  paliaria  et  griptas, 
ne  incidendi  Ugna  fruttifera  et  infructifera  tam  a  ramis  quam  a  radicibus  (doc.  7). 
Come  si  vede,  quanto  più  si  progredisce  nei  tempi  e  tanto  più  questi  usi  vengono  specifi- 
candosi :  noi  siamo  oramai  abbastanza  lontani  dalla  semplicità  del  diploma  fridericiano. 

14.  Una  cosa  che  sembra  comune  era,  che  l'uso  doveva  avere  un  carattere  di 
necessità:  era  un  iisus  necessarius  ;  e  se  da  un  lato  abbracciava  tutte  le  cose  che 
occorrevano  al  vitto,  dall'  altro  doveva  essere  moderato. 

Re  Federigo  nel  suo  diploma  per  Apricena  osservava,  che  gli  uomini  della  terra 
potevano  usare  dei  pascoli  prò  animalibus  suis,  e  parimente  potevano  tagliar  legna 
ad  usimi  et  utilitatem  eorum  (doc.  1).  Né  altrimenti  il  diploma  di  Andrea  Carata 
osserva  che  potevano  pascolare,  legnare,  acquare  ad  omnem  usum  utilitatem  et  com- 
modum  il  irle  miirersitatis  et  homi  aum  terre  Proci  ne  et  ipsorum  animalium  ;  e  dice 
pure  che  ne  potevano  usare  e  godere  tam  prò  eorum  usis  quam  prò  mercantiis, 
d /uni  predicta  ammalia  tenerentur  per  eos  ad  societatem  et  partem  cum  aliis  (doc.  7). 
Appunto  perchè  Y  uso  doveva  abbracciare  tutte  le  cose  occorrenti  al  vitto,  si  capisce, 
clic  avendo  taluno  degli  animali,  ma  non  avendo  frumento  e  vino,  poteva  tenere  gli 
animali  nel  demanio,  e  colla  loro  industria,  anche  vendendola  ad  estranei,  comperare 
il  frumento  e  il  vino  che  non  aveva.  Si  legge  questo  in  De  Franchis,  Decisiones 
S.  1'.  C.  Decis.  489  :  Respectu  omnium  necessariorum  prò  victu  hominis,  ita  ut  si 
habeam  ammalia,  et  deficit  mihi  frumentum  vel  vinum,  possum  tenere  in  demanio 
ammalia  ce  quorum  industria,  edam  vendendo  exteris,  possim  emere  frumentum 

ci    rnrnn. 

Ad  ogni  modo  1'  uso  s' intendeva  ristretto  al  bisogno  degli  accomunati.  Un  docu- 
mento di  Apricena  dell'anno  1542,  parlando  appunto  di  questi  diritti  di  pascolare  e 
legnare,  che  competevano  agli  uomini  della  terra,  vi  aggiunge:  ad  us/nu  dumtaxat 
ipsorum;  e  anche  è  detto  che  il  comune  e  gli  uomini  di  Apricena  possano  bensì  te- 
nervi i  loro  animali  di  qualunque  specie:  porci,  vacche  e  cavalli  e  anche  altri,  tam, 
prò  />x/'  <l /de  universitalis  et  hominum,  quam  prò  eorum  mereantiis,  etiam  si 
esseri  ammalia  quae  tenerentur  ad  soccidam,  sai  ad  partem;  e  parimenti  vi  pos- 
sano ghiandare,  spicare,  acquare,  pernottare,  tagliar  legna,  anche  da  frutto  e  persino 
alle  radici,  e  far  caselle  e  tuguri  a  vantaggio  comodità  e  benefizio  della  detta  terra  ; 
ma  insieme  si  soggiunge:  Ila  lumen  quod  dieta  universitas  ci  homines  etiam  par- 
ticularès  non  possint  nec  valeant  ilici"  territoria,  pascua,  glandes,  spieas  et  ufi" 
■  ',,-inn  i/ira...  alteri  rendere,  locare  nec  affittare,  sed  tantum  deservire  debeant 
prò  usu  dictorum  universitalis  et  hominum  et  curimi  animalium  (doc.  8).  Medesi- 
mamente è  detto  in  un'altra  carta  del  1542  che  gli  uomini  del  comune  potevano 
pascolare,  acquare,  pernottare  e  fare  anche  altro,  ma  prò  eorum  usu  tantum  et  eorum 
animalibus,  e  anche:  cum  eorum  tantum  utilitatibus  (doc.  9). 


—  291  — 
Né  la  giurisprudenza  la  pensava  diversamente.  Lo  Jacovetti,  Add.  ad  gra- 
vane 31,  dice  chiaro,  che  doveva  esercitarsi  moderatamente  prò  usu  domus  et  fami- 
Uae;  e  il  Rovito,  Consilia  iib.  II  e.  7  cit.  aggiunge,  che  se  un  comune  pretendevi 
di  avere  il  diritto  di  pascolare  o  legnare  anche  ultra  usum,  doveva  mostrarne  il  pri- 
vilegio oppure  la  prescrizione  immemorabile  che  ne  faceva  le  veci.  In  particolare  osserva 
il  Novario,  De  vassall.  grav.  Tom.  I.  grav.  38,  che  nessuno  avrebbe  potuto  cederlo 
ad  altri;  e  il  De  Luca  De  servit.  disc.  40,  che  non  si  poteva  neppure  pigliai-  a 
socrida  gli  animali  di  persine  non  partecipi  della  cittadinanza,  ponendovi  solo  la  pro- 
pria industria  e  custodia.  Perciò  anche  si  solevano  eleggere  dei  periti,  i  quali  arbi- 
travano, la  parola  è  del  Novario,  De  gravam.  vassall.  Tom.  I.  grav.  38,  quanti 
animali,  avuto  riguardo  al  numero  totale  di  essi  e  alla  estensione  del  demanio,  po- 
tevano comodamente  pascolarvi,  lasciando  elio  il  proprietario  fidasse  per  il  resto  anche 
altri  animali  di  estranei,  fino  alla  sufficienza  dell'  erba. 

15.  D'altronde  chi  possedeva  la  terra  non  aveva  il  diritto  di  praticarvi  defensae, 
o  bannitae,  o  foreste,  che  voglian  dirsi,  ossia  chiuderle  in  tutto  o  in  parte.  Questo 
significato  della  defensa  può  vedersi  in  De  Rosa,  Civìt.  Decret.  Praxis  e.  10  n.  57. 
Certo  non  era  una  cosa  che  si  presumesse.  Anzi  in  dubbio  si  presumeva  il  diritto  del 
comune  di  pascolare  le  erbe,  e  raccoglier  le  ghiande  e  le  spighe  :  per  avere  una  defema 
bisognava  che  il  barone  ne  mostrasse  un  privilegio,  che  del  resto  non  avrebbe  dovuto  accor- 
darsi se  non  ex  tasta  et  rationabili  causa,  altrimenti  i  cittadini  erano  mantenuti 
nel  possesso  del  pascolo  (').  Se  però  lo  aveva,  poteva  chiudere  veramente  la  terra  a 
tutti  gli  animali  che  volessero  entrarvi  senza  il  suo  permesso,  sotto  pena  di  pagare 
la  diffida,  e  farneli  cacciare  se  volevano  entrarvi,  o  pegnorarli  se  vi  erano  entrati  {-). 

16.  Un  diritto  speciale,  diverso  da  quelli  che  abbiamo  considerato  finora,  era  quello 
del  mercato.  Era  nuovamente  un  diritto  molto  ambito  nei  tempi  di  mezzo.  Già  i  capi- 
tolari accennano  di  frequente  ai  mercati,  che  erano  settimanali  ed  annui,  o  come  anche 
dicevansi  parziali  e  generali,  e  si  tenevano  comunemente  nei  giorni  di  qualche  santo 
o  nelle  domeniche,  a  motivo  che  a  coteste  solennità  accorreva  più  popolo  e  i  merca- 
danti  vi  trovavano  maggior  tornaconto  nell'esporre  le  loro  merci.  Anzi  quest'uso  era 
talmente  radicato,  che  ne  la  riprovazione  de'  santi  padri  (3),  né  le  minacele  dei  con- 
cili o  delle  leggi  (4)  valsero  a  porvi  rimedio.  Alcuni  poi  godevano  speciali  immunità. 

Il 'diploma  di  Federigo  II,  che  aveva  accordato  alla  università  e  agli  uomini  di 
Apricena  gli  usi  civici  nei  tenimenti  di  Civitate,  Castel  Pagano  e  S.  Nicandro,  accorda 
loro  de  superhabmdanti  grafia  anche  il  diritto  di  tener  mercato  ogni  mercoledì,  e 
dichiara  esenti  ed  immuni  da  ogni  plateatico  tutti  coloro  che  vi  andassero  o  ne  tor- 
nassero con  le  loro  merci.  Le  parole  del  diploma  sono  queste:  De  superhabmdanti 
gratta  nostra  concedentes  eisdem  ut  de  ce t ero  in  ipsa  terra  Preci  ne  nundine  fieri 
debeaat  singulis  diebus  mercurii  iiniuscuiusque  ebdomade,  ita  videlieet  quod  omnes 
venientes  et  redeuntes  ibidem  cum  mercimoniis  et  rebus  suis  emendo  et  vendendo 
per  totani  diem  mercurii  tamen  ab  omni  plateatico  sint  liberi  et  immunes  (doc.  1). 

(')  Novario,  De  ijravam.   Vassall.  Tom.  I.  grav.  32  ;  De  Rosa,  1.  e. 

(*)  De  Rosa  1.  e. 

(3)  S.  Basilio  Eegul.  fusius  disput.  reg.  "29.  40. 

(*)  Caroli  M.  leg.  lang.  e.  140. 


—  292  — 

Più  tardi  il  comune,  oltre  il  mercato  settimanale,  ebbe  anche  la  sua  fiera.  Carlo  Vili. 
nei  brevi  giorni  che  tenne  il  regno,  mirando,  come  dice,  a  sollevare  la  terra  di  Ami- 
cena  dallo  stato  di  depressione  in  cui  per  varie  cause  si  trovava,  concesse  che  potesse 
ogni  anno  nella  festa  dei  santi  Filippo  e  Giacomo  tenere  un  mercato  generale  di  cose 
venderecce  nel  luogo  che  le  paresse  più  opportuno.  Il  detto  mercato  avrebbe  durato 
8  giorni,  cominciando  il  primo  di  maggio,  ma  doveva  farsi  senza  pregiudizio  della 
Curia  e  dei  vicini.  Dall'altra  parte  doveva  essere  franco  ed  esente  da  ogni  vettigale, 
gabella  e  ogni  altro  diritto  e  servitù.  Carlo  Vili  concedeva  eziandio  che  la  università  e 
gli  uomini  di  Apricena  potessero  ordinare  e  fare  un  Mastro  mercato  a  loro  beneplacito, 
e  ordinava  a  tutti  i  suoi  ufficiali  e  sudditi  di  rispettare  il  presente  privilegio  sotto  pena 
di  mille  ducati  (doc.  3).  Ma  il  breve  regno  di  Carlo  impedì  ch'esso  avesse  effetto. 

Certo  è,  la  università  di  Apricena  manifestava  un  anno  dopo  a  Ferdinando  II 
ciime  da  lungo  tempo  avesse  avuto  desiderio  di  avere  una  fiera  per  suo  commodo, 
e  faceva  istanza  per  averla.  Essa  sarebbe  cominciata  alla  metà  di  maggio  e  sarebbe 
durata  otto  giorni,  nel  qual  termine  si  avrebbe  potuto  vendere  e  comperare  senza  paga- 
mento di  qualsiasi  gabella.  Si  domandò  pure  che  la  terra  potesse  eleggere  uno  de'  suoi 
uomini  per  Mastro  mercato,  il  quale  avrebbe  conosciuto  in  quel  tempo  di  tutte  le 
eause  sì  civili  che  criminali,  che  fossero  occorse  in  detta  fiera,  senza  contraddizione  per 
parte  del  signore  della  terra.  Il  Ee  rispose  che  concedeva  la  fiera  franca  per  tutto  il 
tempo  richiesto,  ma  senza  pregiudizio  dei  diritti  del  barone.  Anche  la  elezione  del 
Mastro  mercato  doveva  farsi  dalla  università  col  consenso  del  barone  ;  e  ad  ogni  modo 
le  cause  criminali  doveano  essere  di  sua  esclusiva  competenza  (doc.  4). 

17.  Il  citato  diploma  di  Ferdinando  II  contiene  anche  altri  privilegi  e  grazie, 
che  crediamo  prezzo  d'opera  di  ricordare  brevemente.  La  terra  d' Apricena  comincia 
dal  supplicare  il  re  a  volerle  perdonare  tutte  le  offese  che  gli  avesse  fatto  e  anche 
ogni  altro  errore  e  delitto,  e  rirnetteria  nello  stato  pristino  come  era  prima  che 
venissero  i  francesi;  e  il  Re  approva.  Domanda  pure  la  conferma  di  tutti  i  privi- 
legi, capitoli,  usi  e  consuetudini,  che  erano  stati  anticamente  in  detta  terra;  e  il 
Re  approva  anche  questo,  ma  vuole  che  debbano  esercitarsi  senza  pregiudizio  del 
barone  del  luogo.  La  terra  ricorda  particolarmente  la  cabella  del  malodiaaro  et  ih'! 
•In, -'io  con  soi  membri  et  ragione,  che  il  comune  aveva  sempre  avuto  per  sua  sid>- 
ven liane,  e  domanda  che  Sua  Maestà  si  degni  di  confermarla  sì  che  ne  possa  usare 
e  godere  come  aveva  fatto  per  il  passato,  atteso  che  se  ne  soleva  subvenire  in  le 
occurentie  sue  et  fare  parte  de  li  pagamenti  fiscali;  e  il  Re  accorda,  ma  nuova- 
mente senza  pregiudizio  del  barone.  Un'  altra  grazia  che  gli  uomini  del  comune  do- 
mandano è  quella  di  poter  creare  e  fare  cittadini  ad  arbitrio  e  volontà  loro  tutti  quelli 
che  volessero  venire  ad  abitare  nella  loro  terra  e  che  fossero  trattati  come  cittadini, 
senza  che  i  signori  e  officiali  della  terra  potessero  contraddirvi;  e  ricordano  parti- 
colarmente come  nei  tempi  passati  e'  eran  stati  Schiavoni,  Albanesi  e  altri,  che 
avrebbero  voluto  farsi  cittadini  di  Apricena,  ed  essi  li  avrebbero  accettati,  ma  i 
signori  della  terra  ne  li  aveano  impediti.  Il  Re  accorda  anche  questo;  ma  vuole  riservato 
il  consenso  del  barone.  Altri  provvedimenti  hanno  un  carattere  meramente  transitorio, 
e  trovano  la  loro  spiegazione  nella  recente  invasione  francese.  Ne  notiamo  due  che 
l;imm  una  speciale  importanza. 


—  293  — 

Uno  risguarda  certi  atti  processuali  compiti  in  quel  frattempo  nella  corte  degli 
ufficiali  francesi,  che  non  aveauo  giurisdizione  nel  regno:  il  Re  riconosce  che  non 
s'abbiano  a  invalidare  ex  eo  quod  fuerunt  confecta  tempore  Regis  Francie  publici 
invasori^  huìns  Regni. 

L'altro  si  riferisce  agli  animali  presi  per  diritto  di  guerra.  Gli  uomini  della 
terra  di  Apricena  ne  aveano  perduto  molti  ,  sì  grossi  che  minuti,  per  la  somma 
di  circa  10000  ducati,  ma  ne  aveano  comperato  altri  di  quelli  predati  nei  luoghi  vi- 
cini, e  domandavano  che  il  Re  si  degnasse  di  aver  considerazione  e  far  compensa- 
zione di  quelli  che  avevan  perduti  con  gli  altri  che  avean  comperato,  sicché  ognuno 
restasse  nei  termini  in  cui  si  trovava  e  non  potesse  essere  costretto  da  alcuno  a  re- 
stituirli. Il  Re  rispondeva:  Placet  regiae  Maiestati  in  animalibus  caplis  iure  belli. 
(«Ine.  4). 

18.  Del  resto  i  privilegi  e  le  conferme  non  erano  sempre  uno  schermo  sicuro 
contro  le  usurpazioni  della  feudalità.  Anche  la  terra  di  Apricena  ha  avuto  i  suoi 
signorotti.  Il  documento  dei  capitali  et  grafie  di  Ferdinando  II  fa  già  parola  di  un 
barone  della  terra,  e  ricorda  anche  alcuni  suoi  diritti.  Il  Re  pur  accordando  questa 
o  quella  grazia  al  comune,  vi  appone  frequenti  volte  la  clausola  sine  praeiudicio  iu- 
rium  baronis.  La  conferma  degli  usi  e  consuetudini  della  terra,  quella  della  gabella 
del  malodenaro  e  del  dazio,  la  concessione  della  fiera  franca,  infine  il  diritto,  che  si 
riconosce  nel  comune,  di  accordare  la  cittadinanza  anche  ad  estranei,  sono  vincolati 
a  questa  condizione.  Anzi  è  detto  espressamente  che  la  concessione  della  cittadinanza 
ad  .estranei  dovesse  farsi  col  consenso  del  barone,  e  parimenti  il  barone  doveva  accon- 
sentire alla  elezione  del  Mastro  mercato;  e  delle  cose  criminali  doveva  conoscere 
lui  solo  anche  in  tempo  di  fiera  (doc.  4).  Nello  stesso  documento  gli  uomini  della 
terra  pregavano  il  Re  di  concederli  et  darli  per  vassalli  al  magnifico  signor  An- 
drea di  Capua,  che  il  comune  molto  desiderava  ;  e  il  Re  prometteva  di  farlo  (doc.  4), 
e  pochi  anni  dopo  troviamo  ricordato  questo  Andrea  df  Capua  duca  di  Termoli  come 
signore  utile  di  detta  università  (doc.  5).  Ma  anche  i  baroni  circostanti,  special- 
mente quelli  di  S.  Meandro  e  Castel  Pagano,  non  mancarono  a  più  riprese  di  usur- 
pare i  diritti  del  comune  (doc.  4.  7.  8.  9).  Così  la  storia  di  Apricena  ha  pure  la  sua 
pagina  di  lotte  feudali,  come  del  resto  l'hanno  avuta,  in  varie  proporzioni,  anche  altri 
comuni  del  regno,  specie  nel  periodo  che  va  dalla  morte  di  Roberto  fino  ad  Alfonso 
di  Aragona,  che  è  il  periodo  della  maggiore  anarchia.  Fu  in  questi  tempi  che  anche 
gli  usi  civici  si  assottigliarono  di  fronte  alle  nuove  difese  e  foreste  che  i  baroni 
erano  venuti  stabilendo  nei  loro  feudi  anche  con  la  concessione  del  Re.  Natural- 
mente la  prepotenza  feudale  andò  di  pari  passo  con  la  debolezza  della  corona: 
quanto  più  il  Re  era  impotente  o  distratto,  e  tanto  più  i  feudatari  crescevano  in  bal- 
danza a  detrimento  della  libertà  e  dei  diritti  delle  plebi,  anche  consacrati  dall'uso. 
È  stato  da  per  tutto  così.  Nondimeno  sotto  gli  Aragonesi  le  cose  mutano.  Già  Fer- 
dinando 1  nel  1483  pubblicò  una  sua  prammatica,  la  quale,  pur  riconoscendo  le  an- 
tiche defensae  o  forestae,  volle  soppresse  le  nuove,  non  ostante  che  ci  fosse  stata  di 
mezzo  ima  concessione  regia,  rimettendo  le  città  e  terre  del  regno  nel  diritto,  che 
avevano  avuto  prima,  di  usare  liberamente  dei  pascoli  e  dei  boschi,  e  anche  di  rac- 
cogliere le  spighe  e  attinger    ""qua   e  altro   come  s'era  praticato  in  antico.  Insieme 


—  294  — 

abolì  i  diritti  proibitivi  delle  osterie  (').  Si  può  dire  che  questa  prammatica  inaugu- 
rasse un  nuovo  ordine  di  cose:  certamente  essa  consacrava  solennemente  i  diritti  dei 
cittadini,  che  in  sostanza  erano  quelli  della  libertà;  e  la  legislazione  continuò  poi 
sempre  per  questa  via.  Altre  prammatiche  di  Carlo  V  confermano  quella  di  Ferdi- 
nando ;  anzi  proibiscono  anche  altri  diritti  baronali,  oltre  quelli  delle  osterie  (2),  e  di- 
chiarano che  la  clausola  cum  angariis,  perangariis,  furnis,  tapeiis  ecc.,  se  più-  fosse 
stata  apposta  in  qualche  concessione,  doveva  intendersi  come  cosa  di  pura  forma,  e 
non  importare  alcuna  nuova  angaria  o  perangaria  o  difesa  nuova,  o  diritto  di  proi- 
bire i  forni  degli  altri,  i  tapeti,  i  mulini  e  simili  che  si  conteneva  in  detta  clausola  ( •'). 
Un'altra  prammatica  torna  ancora  una  volta  sull'argomento  delle  difese  o  chiusure,  e 
dichiara  che  i  baroni  o  altri  signori  utili  non  potessero  farne  nelle  terre  o  nei  boschi 
dei  comuni,  senza  il  consenso  dei  vassalli  e  vicini,  che  vi  avessero  per  avventura 
una  comunione  o  qualche  diritto  ;  e,  occorrendo,  voleva  che  i  suoi  ufficiali  vi  provve- 
dessero sommariamente  de  iuslitia  (4). 

19.  Nel  fatto  la  legge  non  bastava  sempre,  e  bisognava  ricorrere  veramente  al 
braccio  della  giustizia.  Le  liti  dei  comuni  napoletani  coi  baroni  del  regno  sono  nume- 
rossime:  si  può  dire,  che  ogni  comune  ne  abbia  avute.  Per  Apricena  se  n'ha  la 
prova  nei  documenti  che  pubblichiamo.  Il  diploma  del  1496  ne  contiene  già  qualche 
cenno.  La  università  ricordava  che  alcuni  cittadini  e  uomini  della  terra,  che  pel  pas- 
sato aveano  avuto  case,  vigne  e  altre  cose  stabili  nelle  castella,  terre  e  luoghi  circo- 
stanti, e  segnatamente  nella  terra  di  S.  Meandro,  ne  erano  stati  spogliati  dai  baroni 
e  signori  di  detta  terra,  che  le  aveano  date  ad  altri  loro  servitori.  Ciò  era  avvenuto 
de  facto  senza  alcun  ordine  di  ragione;  e  la  università  supplicava  il  Re,  perchè 
si  degnasse  concedere  che  dicti  patroni  de  le  robe  predicte,  facendo  constare  sum- 
mariamente  al  viceré  de  la  provinlia  o  ad  altri  officiali,  essendo  state  le  loro, 
con  licentia  de  quitti  se  possano  propriamente  repigliare  le  robe  loro  non  obstantc 
quitti  tenendo  le  havessero  possedute  longo  tempo.  Il  Re  rispondeva  :  Placet  Regine 
Maiestati  quod  scribatur  Viceregi  seu  alio  regio  officiali,  qui  auditis  partibus  re- 
stituere  faciat  dieta  bona,  que  sibi  consliterint  ad  eos  spedare  (doc.  4). 

Insieme  si  osservava  che  la  università  per  lunghissimo  tempo  era  stata  in  pos- 
sessione de  pasculare  con  li  animali  et  tagliar  legna  de  dì  et  de  nocte  in  lo  ter- 
reno de  Sancto  Meandro,  de  dottate  et  Castello  Pagano,  ma  da  poco  tempo  in  qua 
certo  Gian  Paolo  de  la  Marra  signore  di  S.  Meandro  la  molestava.  Soggiunge  anzi, 
che  con  sue  calumniose  astitele  aveva  ottenuto  dal  Sacro  Consiglio  una  sentenza  in  suo 
favore,  che  proibiva  agli  uomini  della  terra  di  pasculare  et  usare  nei  terreni  di  S.  Ni- 
candro,  come  avean  fatto  prima.  Il  comune  ne  reclamò,  e  pendeva  ancora  la  causa  di 
revisione,  quando  si  volse  alla  sacra  Maestà  di  Ferdinando  II,  perchè  si  degnasse  con- 
cedere, che  li  homini  predicti  siano  in  quella  possessione  corno  erano  ante  motam 
litem,  non  obstante  lo  mandato  alloro  furto  de  parendo,  perchè  il  detto  Giampaolo 


(')  È  la  prammatica  prima  De  salario  del  11  die.  1  183. 

(2)  Pramm.  14  de  baronibvs. 

(3)  Pramm.  10  de  baronibus. 
(')  Pramm.  11  de  baronibus. 


—  29;>  — 

aveva  ottenuto  quella  sentenza  iniquamente  et  per  subornatione  de  testimoni.  Fer- 
dinando II  vi  appose  veramente  il  suo  Placet  (Doc.  4). 

20.  Su  queste  usurpazioni   dei   signori  di  S.  Nicaudro  abbiamo  anche  maggiori 
particolari.  Noi  sappiamo  che  la  lite  era  stata  tra  il  comune  di  Apricena  e  i  magni- 
fici Giampaolo  di  Marra  e  Cornelia  di  Marra  sua  moglie,  signori  utili  di  S.  Meandro  ; 
e  die  l'aveano  mossa  gli  Apricenesi  davanti  al  sacro  r.  Consiglio  por  turbato  possesso 
dei  loro  usi.  11  documento  dice:  super  turbata  possessione  cimi  eorum  animalibus 
spieandi,  pascuiandi,  a  quandi,  casellas  facieudi,  lignamina  incidendi,  pernoctandi 
ih-  die  et  mete  et  alia  facieudi  in   territorio    diete  terre   S.   Meandri.  Erano 
i  soliti  usi  civici  che  la  terra  di  Apricena  aveva  esercitato  da  lungo  tempo,  e  che  i 
signori  di  S.  Nicandro  tentavano  d'impedire.  Il  sacro  r.  Consiglio  dichiarò  che  la  uni- 
versità e  gli  uomini  di  Apricena  erano  veramente  in  possessione ...  pascila  herbarum 
cura  eorum  animalibus  sumendi  in  territorio  diete  terre  S.  Meandri ...  nec  non  Ugna 
arida  fruclnm  non  afferentia  incidendi,  etiam  radicifus,  Ugna  autem  viridia  fru- 
clum  afferentia  quoad  ramos  tantum...  ad  usum  dumtaxat  ipsorum;  ma   d'altra 
parte  doveano  rispettare  la  defensa  di  Camarda,  né  potevano  esercitare  il  loro  diritto 
che  di  giorno,  de  die  tantum;  e  non  si    ammetteva  che  fossero  in  possessione,  seu 
quasi,  casellas  faeie,idi  nec  de  die  nec  de  mete,  glandandi,  spicandique  eorum 
ammalia  in  dieta  territorio.  In  sostanza  il  sacro  r.  Consiglio  dette  ragione  ai  signori 
di  S.  Nicandro,  e  li  mandò  assolti.  Il  comune  ne  reclamò.  Alla  sua  volta  il  signor  An- 
tonello, succeduto  nella  signoria  di  S.  Nicandro  per  causa  di  cessione  fattagli  dai  prin- 
cipi del  regno,  instava  perchè  la  sentenza  fosse  mandata  ad  effetto.  Il  sacro  r.  Con- 
siglio dichiarò  veramente  che  dovesse  eseguirsi  ;  ma  il  comune  interpose  reclamo  anche 
da  questo  decreto.  Intanto,  morto  Antonello,  gli  era  succeduto  Giovanni  Alfonso  suo 
tìglio,  e  anch' egli  supplicò  perchè  si  desse  esecuzione  alla  sentenza.  Furono  nuovamente 
sentite  le  parti:  il  comune  non  mancò  di  presentare  le  sue  opposizioni;  senonchè  il 
sacro  r.  Consiglio  tornò  a  ordinare  che  si  desse  esecuzione  alla  sentenza,  e  dopo  ese- 
guita, si  sarebbe  proceduto  in  causa  di  revisione.  Il  comune  tornò  a  reclamare  ;  e  si 
dice  che  presentasse  un  suo  memoriale,  in  cui  pretendeva  di  esser  in  possesso  dei  detti 
diritti  ex  nova  causa  et  novis  iuribus  aequisitis  post  dictam  assertam  sententiam, 
et  maxime  ex  privilegio  quondam  serenissimi  regis  Ferdinandi  secundi.  In  sostanza 
domandava  che  si  soprassedesse  dall'esecuzione. 

Giunte  però  le  cose  a  questo  punto,  si  interposero  alcuni  amici  comuni,  e  si  venne 
ad  una  transazione,  salvo  il  consenso  del  Re,  per  quanto  fosse  necessario.  Una  parte  del 
territorio  di  S.  Nicandro  doveva  restar  affatto  libera  al  signore  feudale,  con  facoltà 
di  disporne  a  piacimento;  ma,  quanto  all'altra,  cioè  dire  i  territori  di  Perrosa  e  di 
Rocca,  si  riconosceva,  senza  più,  che  il  comune  di  Apricena  aveva  il  diritto  di  pasco- 
larvi i  suoi  animali  di  ogni  genere,  porci,  buoi,  cavalli  e  altri  sia  per  uso  del  comune 
stesso  e  de'  suoi  uomini,  come  anche  per  la  loro  mercanzia,  nonostante  che  fossero 
animali  che  si  tenevano  a  soccida  o  in  parte,  e  sì  di  giorno  come  di  notte;  e  così 
pure  di  ghiaudare,  spicare,  acquare,  pernottare,  tagliar  legna  d'ogni  genere,  che  por- 
tasse frutto  o  no,  ai  rami  e  alle  radici,  e  anche  far  caselle,  mandrie,  e  tuguri,  e  grotte,  e 
cripte,  e  ogni  altra  cosa  che  potesse  giovare  al  comune.  Soltanto  si  aggiunse  questa 
restrizione:  che   né  il  comune  né  alcun  uomo  particolare  di  esso  potesse  vendere  ad 


—  206  — 

altri  o  locare  o  affittare  i  detti  diritti,  dovendo  essi  servire  esclusivamente  per  uso  del 
comune  stesso  e  de'  suoi  uomini  e  animali.  Il  signor  di  S.  Nicandro  cedette  anche 
per  fustem  ogni  diritto,  che  gli  competeva  sui  detti  territori  e  sulle  loro  ragioni,  non 
riservandosi  nulla,  tranne  il  dominio  e  la  giurisdizione  e  cognizione  delle  cause  civili 
e-  criminali,  secondo  la  forma  de'  suoi  privilegi.  Insieme  diceva  che  costituiva  il  comune 
e  gli  uomini  della  terra  di  Apricena  'procuratori,  si  che  i  territori  ceduti  rimanessero 
pel  detto  uso  presso  di  essi,  franchi  liberi  ed  esenti  da  ogni  pagamento  e  servitù  ;  né 
egli  doveva  aver  diritto  di  fidarvi  animali,  di  nessuna  specie,  né  mandaceli  a  pasco- 
lare, e  neppure  concedere  ad  altri  la  facoltà  di  pascolare,  acquare,  pernottare,  tagliar 
legna,  ghiandare,  spicare,  far  caselle  o  altro,  se  anche  si  fosse  trattato  di  animali  suoi. 
Prometteva  eziandio  di  difenderli  ed  (intestare  contro  tutti,  e  rispondere  della  evizione 
in  confronto  di  chicchessia,  prendendo  la  causa  sopra  di  sé.  Dall'altra  parte  Bartolo- 
meo de'  Contuli  sindaco  generale  di  Apricena  cedette,  rinunciò  e  rifiutò  al  signor  di 
S.  Nicandro  il  residuo  di  quel  territorio  in  perpetuo,  insieme  con  ogni  diritto  ed  azione 
spettante  al  comune,  ponendolo  in  luogo  e  vece  del  comune  stesso,  e  anch'egli  costituen- 
dolo procuratore,  in  guisa  che  potesse  disporne  come  gli  paresse  e  piacesse,  non  altrimenti 
che  di  cosa  propria,  franca  e  libera.  Eiconosceva  anche  che  potesse  fidare  animali  nella 
de  fé  usa  di  Camarda;  e  gli  uomini  di  Apricena  si  obbligavano  a  non  cacciarli  da  quel 
demanio.  Infine  ambe  le  parti  promettevano  scambievolmente,  che  non  avrebbero  man- 
dato o  tenuto  i  loro  animali  nei  territori  dell'altro  ;  e  se  pure  fosse  avvenuto  ciò,  si 
riservavano  il  diritto  di  intercettarli  prò  fidales  ed  esigere  il  ius  diffide.  Soltanto 
doveano  essere  eccettuati  gli  animali  del  feudatario,  pei  quali  cessava  la  pena  della 
diffida.  Il  sindaco  si  obbligò  pel  comune  e  gli  uomini  della  terra  di  Apricena  e  loro 
eredi  e  successori  ;  dall'altra  parte  il  signor  di  S.  Nicandro  si  obbligò  per  sé  ed  eredi  e 
successori:  inoltre  dichiararono  di  obbligare  tutti  i  loro  beni  mobili  e  stabili,  burgen- 
satici  e  feudali,  presenti  e  futuri,  anche  sotto  pena  di  2000  ducati  (Doc.  8).  La 
transazione  è  avvenuta  nel  1525,  e  Andrea  Caraffa  luogotenente  generale  del  Eegno 
vi  interpose  il  regio  assenso,  che  doveva  esser  valido  per  tutti  i  tempi  ;  soltanto  inten- 
deva che  fossero  salvi  e  riservati  la  fedeltà  al  Re,  il  servizio  feudale,  l'adoa  e  tutti 
gli  altri  diritti  appartenenti,  sia  al  Re  sia  ad  altra  persona  qualunque  (Doc.  7).  A 
maggior  cautela  ne  fu  fatto  rogare  uno  stromento  pubblico  da  Francesco  de'  Angeli  giu- 
dice a'  contratti  e  da  Pietro  Basso  notaro  (Doc.  8). 

21.  Alcuni  anni  dopo  il  comune  di  Apricena  era  in  lite  col  magnifico  Pardo  Pappa- 
coda  signore  utile  di  Castel  Pagano.  Il  documento,  che  ne  parla,  porta  la  data  del 
14  marzo  1542,  e  fu  rogato  nel  bosco  stesso  di  Castel  Pagano,  coli'  intervento  di 
Bernardino  de  Roccia  di  S.  Severo  giudice  a'  contratti  e  di  Martino  Cianfarra  di  Lama 
pubblico  notaro.  Essi  erano  venuti  colà  dietro  invito  di  Lorenzo  Cavalieri  di  Tramonte 
e  Donato  Piccoli  sindaci  generali  di  Apricena,  e  Francesco  di  Russio,  Giovanni  di 
Tardiolo  e  Silverio  di  Annechino  eletti  del  reggimento  e  consiglio  di  detta  terra.  In- 
sieme con  essi  erano  il  provvido  uomo  Dominico  Gagliardo  di  Napoli  regius  porta  ius 
et  comrnissarius  ad  infrascripta  specialiter  deputatus  per  sacrum  r.  Consilium,  il 
quale  presentò  loro  certe  lettere  esecutorie  del  Consiglio  stesso  spedite  alcun  tempo 
prima  ad  istanza  del  comune  di  Apricena. 

Queste  lettere  ci  mostrano  nuovamente  le  franchigie  comunali  alle  prese  con  la 


—  2'.»7  — 

prepotenza  feudale;  ma  insieme  fan  fede  della  ringagliardita  azione  dello  Stato,  che 
sapeva,  occorrendo,  tener  testa  anche  ai  feudatari. 

Il  magnifico  Pardo  Pappacoda,  signore  utile  di  Castel  Pagano  aveva  fatto  pre- 
sentare un  memoriale  in  cui  asseriva  che  il  detto  territorio  era  libero  ed  esente  da 
qualunque  servitù,  e  si  opponeva  a  che  gli  uomini  del  comune  di  Apricena  vi  entras- 
sero ad  pasculandum,  glundandum  et  arbores  incidendum  senza  sua  licenza.  11  me- 
moriale venne  intimato  al  comune  di  Apricena;  il  quale,  a  sua  volta,  presentò  una 
petizione  allegando  di  essere  da  antichissimo  tempo  in  possesso  pacifico  e  continuato 
pascila  sumendi,  aquandi  et  pemoctandi  omnia  et  quecumque  eorum  ammalia  et  in 
omni  tempore,  ac  Ugnici  incìdendi  in  territorio  castri  Pagani,  absgue  aliqua  solutione 
et  fida.  11  comune  presentò  anche  un  suo  privilegio.  Il  sacro  r.  Consiglio  provvide  a 
che  si  assumessero  informazioni  per  conoscere  quale  delle  due  parti  dovesse  conservarsi 
nel  possesso  durante  la  pendenza  della  lite.  Infine  si  tenne  conto  del  privilegio  e  si 
riconobbe  il  diritto  del  comune  di  pascolare,  legnare,  raccor  spighe,  ghiande  e  pernot- 
tare tutti  i  suoi  animali  di  qualunque  specie  nel  territorio  di  Castel  Pagano,  ma  con 
alcune  riserve;  perchè 

1°  dovevano  esserne  eccettuate  le  defense; 

2°  dovevano  esercitare  quel  loro  diritto  di  giorno,  e  non  pernottare  nel  terri- 
torio o  farvi  case  o  tuguri; 

3°  doveano  tagliare  soltanto  la  legna  arida,  e  non  anche  la  verde  che  port;   se 
frutto. 

Il  connine  non  vi  si  acquetò. 

Ammetteva  la  esenzione  delle  defense.  ma  quanto  al  resto  pretendeva  di  essere, 
da  tempi  antichissimi,  nel  pacifico  possesso  di  pascolare,  acquare,  pernottare  e  ghian- 
daia i  propri  animali  in  tutto  il  territorio,  e  anche  tagliare  le  piante  fruttifere  ,  in 
omni  tempore  libere  et  sine  aliqua  solutione;  e  anzi  vi  tenevano  stamberghe  e  tu- 
guri per  comodo  degli  animali  e  dei  custodi,  massimamente  per  passarvi  la  notte. 
Nel  detto  territorio  c'erano  pure  alcune  pescine  di  acqua,  sì  antiche  che  moderne,  fattevi 
dai  cittadini  di  Apricena,  per  comodità  dei  loro  animali,  quando  pascolavano  e  pernot- 
tavano nel  detto  territorio.  Il  comune  aveva  anche  presentato  dei  testimoni;  e  questi 
aveano  veramente  e  ampiamente  confermato  il  possesso,  antico  e  nuovo,  tenuto  conti- 
nuatamente da  esso. 

Il  feudatario  s'ingegnò  di  rispondere;  ma  invano. 

Il  12  die.  1541  il  sacro  real  Consiglio  fece  questo  decreto,  sopra  relazione  del 
magn.  Dr.  Giovan  Francesco  Branda  r.  consigliere  e  commissario  della  causa,  che  i_clL 
uomini  di  Apricena  si  dovessero  conservare  nel  possesso  di  pascolare,  pernottare  e  fare 
tutto  ciò  che  stava  detto  nel  memoriale,  senza  danno  del  giudizio  possessorio  o  pe- 
ntono ordinario. 

Il  magn.  sig.  Pardo  reclamò  ;  ma  siccome  era  stata  prestata  la  fideiussione  pel 
caso  della  ritrattazione  del  decreto,  come  si  usava  allora,  e  d'altronde  il  comune  instava 
perchè  fosse  eseguito,  il  sacro  Consiglio  mandò  a  dire  al  magn.  Sigismondo  Pignutelli 
balio  e  tutore  del  Pardo  e  all'egregio  Marco  Russo  suo  attore  e  procuratore,  che 
vi  ottemperassero,  e  altrimenti  si  sarebbe  proceduto  contro  essi  alla  spedizione  delle 
lettere  esecutorie. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II,  Parte  la  :> 


—  298  — 

Ci  furono  nuovamente  reclami  da  parte  del  Pardo;  ma  il  sacro  Collegio  de- 
cretò il  28  gen.  1542  che  si  dovesse  dare  esecuzione  al  suo  primo  decreto,  nullita- 
tibus  et  aliis  oppositis  non  obstantibus. 

11  Pardo  mise  innanzi  nuove  obbiezioni,  per  certe  costruzioni  fatte  nel  detto 
territorio  e  anche  per  la  vendita  dell'acqua.  Si  discussero  e  si  udirono  gli  avvocati 
da  ambe  le  parti  ;  e  sebbene  il  reclamo  del  Pardo  fosse  trovato  giusto  quanto  alla 
vendita,  nel  resto  si  confermarono  i  decreti  precedenti.  Ciò  avvenne  il  13  febbr.  1542. 
Gli  uomini  del  comune  dovevano  poter  pascolare,  acquare,  pernottare  e  fare  anche 
altro;  ma  1°  dovevano  rispettare  le  defense,  2°  non  potevano  fare  cisterne  e  piscine 
che  per  uso  loro  e  dei  loro  animali.  Insieme  però  ingiungeva  al  magn.  Sigismondo 
Pignatelli  tutore  del  Pardo  di  far  fine  in  perpetuo  alla  lite  sub  formidabili  pena,  la- 
sciando che  quei  di  Apricena  usassero  liberamente  del  loro  diritto;  e  anche  si  ordinava 
a  tutti  gli  ufficiali  del  regno,  maggiori  e  minori,  comunali  e  baronali,  di  prestare  la 
loro  assistenza  per  la  esecuzione  del  decreto,  sotto  pena  di  mille  ducati  d'oro.  Questa 
era  l'esecutoria  portata  dal  s.  Consiglio  in  favore  del  Comune. 

Il  doc.  continua  dicendo  che  il  Gagliardo  regio  porterius  e  commissario  special- 
mente deputato  dal  sacro  Consiglio  per  la  conservazione  dei  diritti  del  comune  e  degli 
uomini  di  Apricena,  pose  i  sindaci  generali  e  gli  eletti  del  reggimento  e  consiglio 
della  detta  terra  in  possesso  corporale,  vacuo  ed  espedito  dei  loro  diritti.  L'immis- 
sione in  possesso  è  fatta  secondo  l'antiche  forme  :  consigliando  eisdem  ramos  arborum, 
manipulum  herbarum  et  auriento  aquam  a  quadam  piscina  que  dicitur  Antonii  de 
Compara  de  eadem  terra,  ipsam  tradendo  in  manibus  eorumdem ,  iiixta  formam 
continentiam  et  tenorem  retroscriptarum  exequutorialium  litterarum,  stando  morando 
et  deambulando  per  dictum  territorium  et  nemus  et  alioè  actus  f adendo,  que  vere 
realis  et  corporalis  assignationis  denolant  et  inducimi.  Lo  stesso  Gagliardo  richiese 
il  notaio  Martino  Cianfarra  di  scrivere  la  relazione  di  tutto  ciò  sul  dorso  delle  dette 
lettere  esecutoriali;  e  anche  se  ne  rogò  pubblico  strumento  prò  certitudinc  sacri 
r.  consilii  et  cauthela  diete  universitatis  et  hominum  (Doc.  9). 

22.  Quanto  al  diritto  d'uso  civico  che  Federigo  aveva  concesso  ad  Apricena 
sulle  terre  di  Civitate,  sappiamo  che  fu  anch'esso  contrastato  e  dalla  Camera  Som- 
maria rivendicato.  Il  Fraccacreta,  nel  suo  Teatro  della  Bornia  Voi.  Ili  p.  183, 
ricorda  appunto  un  diploma,  da  cui  rilevasi  come  in  sul  cadere  del  secolo  XVI  il 
comune  di  Apricena  fosse  turbato  nei  suoi  diritti  su  quelle  terre.  Iniziatasi  la  eausa 
presso  la  Camera  Sommaria,  questa  decretò,  che  i  cittadini  di  Apricena  desistes- 
sero dagli  usi  delle  selve  di  Civitate:  che  se  credessero  di  avervi  diritto,  ne  faces- 
sero richiamo.  Allora  essi  produssero  i  privilegi  di  Federigo  II  e  di  Alfonso  I,  mo- 
strando come  fin  ab  antico  fossero  stati  nel  diritto  di  pascolare,  attinger  acqua  e 
tagliar  legna  per  loro  uso  e  senza  alcuna  gravezza  nei  boschi  e  pascoli  di  Civitate, 
e  fu  ordinato  veramente  che  potessero  anche  quinci  innanzi  servirsi  di  que'  pascoli 
giusta  i  termini  dei  citati  privilegi.  La  sentenza  della  Camera  porta  la  data  del 
li  marzo  2a  indizione  1569. 

■±-\.  Da  quel  tempo  son  passati  meglio  di  tre  secoli,  e  non  sappiamo  se  gli  uomini  di 
Apricena  abbiano  avuto  a  sostenere  altre  lotte  coi  signorotti  delle  terre  vicine.  Pro- 
babilmente la  feudalità    avrà  continuato  per  la  sua  via  anche  qui,  come  altrove.    11 


—  299  — 

Novario,  Coli.  su.p.  pragm.  Coli.  36  lui  in  proposito:  Barones  Proregum  temporibus 
non  solum  e  demanialibus  feudi  vassallos  penitus  arcebant,  nullo  Mi*  concesso  pa- 
scerteli iure,  veruni  et  demanialia  Uaiversitatis,  aul  sub  colore  feudalitaHs  aut  alio 
quovis praetextu,  lune  etsiex  investitura  titulum  non  habeant,  iure  tamen praescripto 
retinere  praetendunt.    La  feudalità   non  avoa  mutato  costume  :  quale  era  stata  in 
origine,  e  tale  continuò.  Una  sete  inestinguibile,  dice  il  Barrio,  ed  una  inesausta  ava- 
rizia la  spingeva  ad  usurpare  le  selve,  le  balze,  le  terre,  i  pascoli,  i  fiumi,  la  caccia, 
tutti  insomma  i  diritti  dei  popoli.  Lo  stesso  Barrio  paragona  quei  regoli  ai  lestrigoni 
campani;  altri  li  chiama  lupi  rapaci.  Nondimeno  è  un  fatto  che  la  feudalità,  combattuta 
in  varie  guise  dal  potere  centrale,  venne  via  via  indebolendosi  fino  al  giorno  in  cui 
l'onda  della  rivoluzione  la  travolse.  Ma  anche  gli  antichi  usi  civici  non  ebbero  sorte 
migliore.  Già  sullo  scorcio  del  secolo  passato  possiamo  notare  una  tendenza  decisamente 
avversa  ai  beni  demaniali  dei  comuni.  Pier  Leopoldo  di  Toscana  voleva  che  fossero 
venduti  in  piccoli  lotti  e  dati  in  colonia  perpetua  sulla  base  del  reddito  degli  ultimi 
10  o  20  anni  (')  ;  e  parimenti  sotto    Ferdinando    IV  abbiamo  il   primo  esempio   di 
quotizzazione  dei  demani  napoletani.  Una  Prammatica  del  1792  traccia  alcune  norme 
per  la  conservazione  dei  boschi  e  luoghi  macchiosi,  ma  del  resto  avrebbe  voluto  che 
i  demani  dell'università  destinati  al  pascolo  fossero  divisi  tra  i  possessori    degli  ar- 
menti, gli  altri  tra  i  cittadini    poveri  (2).  Alcuni  anni  dopo  la  legge  ,  che   abolì   la 
feudalità  nel  regno  di  Napoli  (2  Agosto  1806),  prescriveva,  è  vero,  che  le  popolazioni 
dovessero   conservare  gli  usi  civici  e  tutti  i  diritti  che  possedevano  sui  demani  ;  ma 
metteva  già  in  vista  un'altra  legge,  che  avrebbe  ordinata  e  regolata  la  divisione  delle 
terre  demaniali.  Infatti  essa  non  si  fece  attendere.  Fu  il  colpo  di  grazia  per  gli  usi 
civici;  e  nondimeno,  anche  in  questo  momento  estremo,  si  può  dire  che  riuscissero  ad 
imporsi.  Noi  ritorniamo  alla  osservazione,  fatta  sul  principio  di  questo  discorso,  che 
l'uso  civico  non  era  una  semplice  tolleranza,  ma  formava  parte  del  ius  civitatis  del 
cittadino:  data  questa  sua  intima  natura,  si  capisce  che  non  poteva  abolirsi  senza  com- 
penso ;  e  fu  decretato  veramente  che  la  ripartizione  dei  demani  si  sarebbe  fatta  tra 
i  cittadini,  qualunque  ne  fosse  1'  età  o  il  sesso  (3).  Quelli  poi,  a  cui  fossero  toccati, 
doveano  possederli  come  proprietà  libera  (4);  sicché  immense  distese  di  terreni  sareb- 
bero state  ridonate  alla  circolazione.  Né  importa  se  anche  l'operazione  procede  molto 
lentamente  e  non  dette  sinora  i  vantaggi  che  se  n'  erano  sperati:  gli  usi  civici,  dove 
ancora  esistono,  nel  Napoletano  o  altrove,  sono  destinati  a  sparire  in  omaggio  ai  nuovi 
principi  economici  (5).  Eppure  c'era  qualcosa  in  essi  e  nella  vecchia  proprietà  medioevale, 

(i)  Decreti  2  Giugno  1777  e  28  Agosto  1778. 

(2)  Pramra.  24  de  administratione  universitatum  23  febbr.  1792  in  Giustiniani,  Nuova  collez. 
delle  pramm.  I.  p.  303. 

(3)  Si  vedano  la  legge  1  settembre  1806,  e  i  decreti  8  giugno  1807  e  10  marzo  1810,  che 
stabiliscono  le  regole  per  la  divisione. 

(4)  Legge  1  settembre  1806. 

(5)  Sappiamo,  per  ciò  che  riguarda  Apricena,  che  ancora  sul  principio  del  nostro  secolo  il 
comune  di  S.  Nicandro,  dichiarando  nulla  la  transazione  dell'anno  1525,  siccome  fatta  senza  il  suo 
consenso,  pretese  gli  usi  civici  e  colonici  anche  sui  quattro  territori  ceduti  (la  Perrosa,  la  Rocca, 
Maccluarotonda  e  Piano  de' Cerri).' Ma  il  comune  di  Apricena  replicò  acconciamente,  che  quando 
pure  si  volesse  avere  per  nulla  la  seguita  transazione,  si    dovrebbe    ritornare    allo    stato    primiero, 


—  300  — 

ohe  nulla  ha  ancora  sostituito.  L'uso  civico  del  pascolo  alimentava  certamente  la  pie- 
ri  ila  industria  degli  animali,  e  quello  di  legnare  assicurava,  se  non  altro,  il  fuoco  ai 
bisognosi  e  la  materia  prima  per  gli  strumenti  rurali:  in  generale  c'erano  usi  civici 
che  riguardavano  lo  stretto  uso  personale  necessario  al  mantenimento  dei  cittadini. 
Richiamiamo  ancora  una  volta  le  parole  dei  vecchi  giureconsulti,  che  li  consideravano 
come  elementi,  necessari  dei  popoli  ne  iuermem  et  infelicem  vitata  ducere  cogantur  ('). 
Il  NovAKio,  De  gravam.  vassall.  Tom.  Ili  grav.  77  ha  una  parola  anche  più  inci- 
siva là  dove  dice,  che  l'uso  civico  si  domandava  iure  victus. 


allorché  i  diritti  suoi  erano  attivi  e  permanenti  sull'intero  territorio  di  S.  Meandro,  e  che  quindi, 
sciolta  la  promiscuità,  gli  spetterehbe  un  proporzionato  compenso.  Era  si  accesa  l'animosità  tra  le 
parti  che  fu  mestieri  rimettere  l'accordo  al  r.  commissario  B.  Zurlo,  il  quale  con  ordinanza  del 
IO  luglio  1810  da  Lucerà  dichiarò  sciolto  l'antico  patto  di  transazione  ed  assegnò  ad  Apricena  in 
libera  proprietà  la  Macchiarotonda  e  la  Selva  della  Rocca  incorporando  la  Perrosa  e  il  Piano  dei 
Cerri  al  tenimento  di  S.  Nicandro.  D'allora  in  poi  non  mancarono  i  proprietari  di  S.  Nicandro  e 
il'Apricena  stessa  di  resiringere  sempre  più  l'uso  civico  su  quei  tenimenti;  i  primi  usurpando  gran 
parte  di  Selva  della  Rocca;  i  secondi  dichiarando  chiusi  quei  parchi,  che  prima  formavano  un 
demanio  aperto  agli  Apricenesi  tutti  ed  alla  poveraglia  massimamente.  Di  tutta  la  Selva  della 
Ri  ca  non  appartiene  ora  ad  Apricena  che  ettari  301,  are  98,  eentiare  41.  Dalla  quale  estensione 
si  sono  staccate  nel  1884  quote  338,  di  cui  241  di  prima  classe  e  di  are  60  ciascuna,  07  di  seconda 
e  di  are  80  ciascuna,  30  di  terza  e  di  un  ettaro  ciascuna.  L'anno  appresso  furono  queste  quote  distri- 
buite a  sorte  tra  le  famiglie  povere  del  paese,  restando  al  comune  la  parte  non  divisa  di  ettari  09, 
a.  96,  e.  49.  Quant'è  alle  terre  di  Castel  Pagano,  sappiamo  di  molte  usurpazioni  commesse  special- 
mente da  quei  di  S.  Marco  in  Lamis,  contro  i  quali  ancor  pende  la  lite.  Tantoché  di  quel  vastis- 
simo feudo  appena  circa  530  ettari  gode  ora  il  comune  di  Apricena,  e  questi  medesimi  cosi  irrego- 
larmente frastagliati  dalle  colture  degli  usurpatori,  che  formano  delle  zone  appena  pascolabili  per 
mancanza  di  ampiezza  e  di  libero  accesso. 

(')  M.  Freccia,  De  subf.  lib.  II.  auctli.  46;  Capobianco,  Pramm.  II.  de  baronibus;  De  Luca 
/),■  servii,  disc.  42. 


301  — 


DOCUMENTI 


I. 


La  regina  Giovanna  I  fa  trascrivere  un  privilegio  ili  re  Carlo  II,  il  quale  ne  conferma  un  altro,  che 
Federigo  II  concesse  nel  1230  ad  Apricena,  riguardante  gli  usi  civici  sopra  Caste]  Pagano, 
S.  Meandro  e  Civitate.  —  Dato  in  Napoli  12  luglio  1368. 

II. 

Re  Alfonso  d'Aragona  fa  trascrivere  e  conferma  il  medesimo  privilegio  «li  Federigo  II  per  Apricena,  — 
Dato  in  Napoli  5  febbraio   1446. 

III. 

Re  Carlo  VIII  concede  ad  Apricena  di  tenere  ogni  anno  una  fiera  nella  festa  dei  ss.  Filippo  e  Gia- 
como e  per  altri  sette  giorni.  —   Dato  in  Napoli  10  aprile  1495. 

IV. 

Autentica  trascrizione  di  dieci  capitoli  di  Ferdinando  II  d'Aragona  concessi  ad  Apricena  e  da  Fede- 
ri'., Ili  confermati.  —  Dato  in  Lucerà  13  nov.  1496. 

V. 

Ferdinando  il  cattolico  conferma  ad  Apricena  i  privilegi  concessi  dai  predecessori.  —  Dato  in  Napoli 
27  marzo  1507. 

VI. 

Carlo  di  Lanoy  viceré  e  luogotenente  nel  Regno  per  la  corte  di  Spagna  conferma  ad  Apricena  gli  usi 
civici  sui  territori  di  Castel  Pagano.  S.  Nicandro  e  Civitate.  —  Dato  in  Lucerà  8  dicembre  1 522. 

VII. 

Andrea  Caraffa  luogotenente  generale  del  Regno  concede  il  regio  assenso  ad  una  transazione  tra  il 
comune  di  Apricena  ed  Alfonso  Picciolo  su  gli  usi  civici  nel  territorio  di  S.  Nicandro.  -•  Dato 
in  Napoli  26  settembre  1525. 

vni. 

Il  notaro  Pietro  Basso  redige  in  fonila  pubblica  lo  strumento  di  transazione  e  concordia  conchiusa 
tra  il  comune  di  Apricena  e  Giovanni  Alfonso  Picciolo,  signore  di  S.  Nicandro.  —  Dato  in  Napoli 
25  gennaio  1542. 

IX. 

Domenico  Gagliardo  commissario  del  sacro  r.  Consiglio  immette  i  sindaci  generali  e  gli  eletti  del 
reggimento  e  consiglio  di  Apricena  nel  possesso  degli  usi  civici  sul  territorio  di  Castel  Pagano.  — 
Dato  nel  bosco  di  Castel  Pagano  14  marzo  1542. 


—  302  — 


Giovanna  I  fa  trascrivere  un  privilegio  di  re  Carlo  II,  il  quale  ne  conferma  un  altro 
che  Federigo  II  concesse  nel  1230  ad  Apricena,  riguardante  gli  usi  civici  sopra 
Castel  Pagano,  S.  Meandro  e  Ci  vitate.  —  Dato  in  Napoli  12  luglio  1368. 

Iohanna  Dei  gratia  Regina  Jerusalem  et  Sicilie  Ducatus  Apulie  et  Principatus  Capile  Provintie 
et  Forcalquerii  ac  Pedimontis  Comitissa.  Universis  presente»  literas  inspecturis  tam  presentibus  quain 
futuris.  Que  prò  nostroruni  fidelium  cautela  petuntur  ad  rei  geste  memoriali!  audientia  benigna  reci- 
pimus  et  executione  rationabili  promovemus.  Sane  prò  parte  venerabilis  patris  J.  Episcopi  Lucermi 
consiliari!  et  fidelis  nostri  dilecti  fuit  Maiestati  nostre  nuper  expositum  Quod  dare  memorie  Dominus 
Carolns  Secundus  l'ex  Illustrissimus  Jerusalem  et  Sicilie  proavus  noster  et  Dominus  Eeverendus 
quasdam  patentes  literas  cum  inserta  forma  quarundam  literarum  Illustris  Friderici  Imperatoris  Roma- 
norum  Jerusalem  et  Sicilie  Regis  concessit  hominibus  terre  Precine  de  provintia  capitinate  vassallis 
maioris  Ecclesie  Lucerinensis,  que  quidem  litere  sicut  idem  episeopus  asseruit  casualiter  sunt  amisse. 
Sed  cum  intersit  eiusdem  Episcopi  habere  prefatas  literas  in  scriptis  ad  sui  testimonium  et  cautelarli 
culmini  nostro  supplicava  attentius  ut  perquiri  mandaremus  Registra  que  in  archivo  nostro  servantur 
diefasque  literas  sibi  tribui  secundum  iustitiam  dignaremus.  Nos  autem  huiusmodi  supplicationibus 
annuentes  perquisitis  prefatis  Eegistris  nostris  Regalibus  que  in  prefato  archivo  nostro  servantur.  invente 
fuerunt  diete  litere  ibidem  registrate,  quarum  tenor,  sicut  inde  assumptus  est,  dinoscitur  esse  talis:  — 
Carolus  Secundus  Dei  gratia  Rex  Hierusalem  et  Sicilie  Ducatus  Apulie  et  Principatus  Capue  Provintie 
et  Forcalquerii  Comes.  Universis  presentes  literas  inspecturis  tam  presentibus  quam  futuris.  Currentis 
evi  spatia  et  temporum  alternata  varietas  sic  omnia  sursum  deorsumque  comiscent  et  variant  sic  memo- 
riam  Immane  fragilitatis  oblicterant  quod  munimentis  novis  expedit  recensere  preterita  et  in  presentem 
notitiam  artifìtiali  quadam  industria  renovare  :  per  seculi  quidera  longevi  curricula  nec  etas  testibus 
nec  actibus  iiitegritas  nec  fldes  suffragari  potest  commode  documentis.  Sane  prò  parte  Universitatis 
hominum  terre  Precine  nostrorum  fidelium  nostre  fuit  nuper  expositum  Maiestati.  Quod  quondam  Fre- 
dericus  Imperator,  ante  tempore  depositionis  ipsius,  considerans  puram  fldem  et  devotionem  sinceram 
quam  tunc  homines  diete  terre  erga  eum  semper  habuerant  et  habebant,  attendens  quoque  fidelia  satis 
et  grata  servitia  que  ei  prestiterant  et  que  de  bono  in  melius  exhibere  poterant  in  futurum,  et  sp<'- 
cialiter  quod  quoties  placebat  eidem  quondam  Frederico  ire  atque  morali  in  terra  ipsa  Precine  uni- 
versi et  singuli  eiusdem  terre  affectuose  ac  satis  ylariter  non  solum  ei  veruni  et  omnibus  de  sua  familia 
nmltimodis  obsequiis  piacere  studebant,  ac  volens  propterea  dietos  homines  et  terram  ipsam  Precine 
que  grata  ei  residebat  dignis  beneficiis  ampliare,  hominibus  ipsis  heredibus  et  successoribus  suis  in 
perpetuimi  quasdam  indulxit  gratias  que  in  privilegio  elicti  quondam  Frederici  cereo  sigillo  munito 
eisdem  hominibus  inde  indulto  plenius  et  seriosius  continentur.  Itaque  prò  parte  dictorum  hominum 
terre  Precine  fuit  nobis  devotius  supplieatum,  ut  cum  privilegium  ipsum  propter  diuturnitatem  tem- 
poris  oblicterari  posse  de  facili  reformident  vel  aliquo  alio  casu  perdi,  eiusdem  privilegii  seriem,  né 
dictarum  gratiarum  memoria  propterea  pereat,  exemplari  et  auetenticari  sub  bulla  aurea  impressa  Maie- 
statis  nostre  Typario,  cum  id  sibi  dicti  homines  prò  se  heredibus  et  successoribus  suis  accommodatuni 
reputent,  benignius  dignaremur.  Nos  igitur  eorumdem  hominum  in  hoc  supplicationibus  inclinati,  pri- 
vilegium ipsum  quod  ostensum  est  in  Curia  coram  nobis,  quodve  in  prima  eius  figura  per  appensionem 
dicti  Sigilli  cere  albe  prefati  quondam  Imperatoris  fuisse  prima  fatie  apparebat,  non  abolitimi  nec 
abrasimi  nec  vitiatum  in  aliqua  parte  sui,  de  verbo  ad  verbum  nichil  addito  vel  mutato  esemplari 
et  prò  futura  celsitudine  presentibus  auctencticari  iussimus  seriose.  Cuius  tenor  per  omnia  talis  est.  — 
«  Fredericus  Dei  gratia  Roinanorum  imperator  semper  Augustus  Hierusalem  et  Sicilie  Rex.  Si  ad  flde- 
«  lium  nostrorum  devocionem  dirigimus  aciem  mentis  nostre,  ac  cornili  servitia  dignis  ivtribncionihus 
«  prevenimus,  augetur  in  eis  devotio  fidei  et  tam  ipsos  quam  alios  ad  obsequia  gratiora  per  libera- 
ti Litatis  exemplum  ferventius  animamus.  Universis  igitur  fidelibus  nostris  tam  presentibus  quam  futuris 


—  303  — 

-  volumus  esse  notum  Quod  nos  attendentes  puram  ti. Imi  et  devotionem  sincerar/i  quam  universi  homines 
«precine  fideles  nostri  semper  habuerunt  ethabenterga  nostre  celsitudinem  maiestatis.  Actendentes 
a  quoque  fidelia  satis  e1  grata  servitia  que  culmini  nostro  hactenns  exhibuerunt  et  quo  de  bono  in 
«melina  exhibere  poterint  in  futurum  et  specialiter  quod  quotìens  placidi  eicellentie  nostre  ire  atqne 
"inoravi  in  terra  ipsa  precine  universi  et  singuli  eiusdem  terre  affectuose  ac  satis  ylaritei  non  solum 
anobis  veruni  .etiam  omnibus  de  familia  nostra  piacere mnltimodis  obsequiis  stndnerunt.  volentes  etiam 
aeos  et  terram  ipsam  que  grata  nostre  residet  maiestati  dignis  benefitiis  ampliare  de  munificentie 
u  nostre  gratia  concedimus  eis  heredibus  et  successoribus  suis  in  perpetuum  ut  in  tenimentis  Civitatis 
a  Castelli  pagani  et  Saneti  Nicandri  uti  possint  libere  pascuis  prò  animalibus  suis  sine  affidatura  et 
a  iure  aliquo  esolvendo.  Et  quod  liceat  eisdem  fidelibus  nostris  in  tenimentis  terrarum  ipsarum  libere 
a  ligna  incidere  et  habere  ad  usuili  et  utilitatem  eorum,  preterquam  in  defensis  nostris  quas  neminem 
«  ingredi  volumus  prò  utilitatibus    antedictis.   De  superhabundauti  gratia  nostra  eoncedentes  eisdem 
«  ut  de  cetero  in  ipsa  terra  precine  nundine  fieri  debeant  singulis  diebus  mercurii  uniuseuiusque  ebdo- 
«  inaile  ita  videlicet  quod  omnes  venientes  et  rcdeuntes  ibidem  cum  mercimoniis  et  rebus  suis  emendo 
u  et  vcnicndo  (*)   per  totnm  dieni  mercurii  tamen  ab  ornili  plateatico   sint   liberi  et  immunes,  salvo 
a  in  omnibus  mandato  et  ordinacione  nostra.  Ad  huius  autem  concessionis  nostre  memoriam  et  robur 
a  perpetuo  valiturum  presens  privileginm  per  manns  Alberti  de  Cathànià  notarii  et  fidelis  nostri  fieri 
a  et  sigillo  Maiestatis  nostre  iussimus  communiri.  Anno  mense  et  indictione  subscriptis.  Datum  pre- 
«  cine  Anno  dominice  mcarnacionis  Millesimo  Ducentesimo  Tricesimo  mense  marcii  tertìe  Inditionis 
u  imperante  Domino  nostro  Frederico  Dei  gracia  invietissimo  romanorum  imperatore  semper  Augusto 
..  Jerushalem  et  Sicilie  Rege  Anno  imperii  eius  decimo  Regni  Jerusbalem  quinto  (2),  Regni  vero  Sicilie 
a  secundo  (3)  feliciter.  Amen».  In  cuius  rei  testimonium  futuram  memoriam  et  predi ctorum  hominum 
terre  Precine  ac  heredum  et  successorum  eorum  cautelam,  presentes  nostras  literas  eis  exemplum  fieri 
et  aurea  bulla  nostre  Maiestatis  impressa  typario  iussimus  communiri.  Datum  Neap.  per  Bartholomeum 
de  Capua  Militem  Logothetam  et  prothonotarium  Regni  Sicilie.  Anno  Domini  millesimo  trecentesimo 
quinto  die  decimo  Ianuarii  tertìe  Indictionis,  Regnorum  nostrorum  anno  vicesimo  primo.  —  In  cuius 
rei  testimonium  presentes  literas  exemplum  fieri  et  pendenti  Maiestatis  nostre  Sigillo  iussimus  com- 
muniri. Datum  Neap.  per  nobilem  Thomam  de  Bufalis  de  Messana  Militem  magne  nostre  Curie  Magnum 
Rationalém  Locumteneivtem  prothonotarium  Regni  Sicilie  Consiliarium  et  fidelem  nostrum  dilectum. 
Anno  Domini  millesimo  ccclxviii  die  xn  Iulii  sexte  Indictionis,  Regnorum  nostrorum  anno  xxvi. 


II. 

Alfonso  d'Aragona  fa  trascrivere  e  conferma  il  medesimo  privilegio  di  Federigo  II 
per  Apricena.  —  Dato  in  Napoli  5  febbraio  1446. 

Alfonsus  dei  gratia  rex  Aragonum  Sicilie  citra  et  ultra  farum  Valencie  Hierusalem  Hungarie 
Maioricarum  Sardinie  et  Corsice  Comes  Barchinone  Dux  Athenarum  et  Neopatrie  ac  etiam  Comes 
Rossilionis  et  Ceritanie.  Universis  et  singulis  presentes  litteras  inspecturis  tam  presentibus  quam  futuris. 
Que  per  nostros  predecessores  indulta  sunt  licet  per  se  valida  sint  ad  uberius  tamen  robur  nostre  pcr- 
sepe  validacionis  illuminine  roboramus.  Sane  nuper  prò  parte  universitatis  et  hominum  Terre  precine 
de  provincia  Capitanate  fidelium  nostrorum  dilectorum  fuit  Maiestati  nostre  presentatum  quoddam  pri- 
vilegium  in  sui  propria  forma  Serenissimi  Regis  Friderici  tenoris  sequentis.  —  Fridericus  dei  gratia  Ro- 
manorum imperator  etc.  (  V.  il  doc.  dell'anno  1230.  Ne  riportiamo  soltanto  le  note  cronologiche  :  Anno 
Imperii  eius  decimo,  Regni  Jerushalem  quarto,  Regni  vero  Sicilie  tricesimo  secundo  feliciter.  Amen).  — 
Et  subinde  prò  eorumdem  universitatis  et  hominum  parte  fuit  Maiestati  nostre  humilius  supplicatali 
ut  nini  ipsi  universitas  et  homines  a  tempore  concessionis  dictarum  graciarum  expressarum  in  preinserto 
privilegio  ipsis  graciis  usi  fuerunt  et  in  earum    possessione   et   usu    impresentiarum   existunt  pieno 

(1)  La  pergamena  seconda  ha:  vendendo. 

(21  La  pergamena  seconda  ha:  quarto. 

(3)  La  pergamena  seconda:  tricesimo  secundo. 


—  304  — 

iure  dignaremus  eisdem  hominibus  ad  uberi orom  eatitelam  ipsas  gracias  et  contenta  quclibet  in  eodem 
privilegio  nec  minus  ipsum  privilegium  confirmare  Kos  igitur  attendentes  merita  [sincjularis  |de]vo- 
cionis  et  fidei  dictorum  universitatis  et  hominum  nec  minus  ad  aliquorum  nobilitisi  servitorum  nostrorum 
humiles  intercessus  einsmqdi  supplicacionibus  inclinati  tenore  presentium  iam  dictis  Universitati  et 
hominibus  prefate  terre  precine  predictas  gracias  et  [imujnitates  contentas  in  preinserto  privilegio 
nec  non  ipsum  privilegium  co  videlieet  modo  quo  illis  usi  fuerunt  bactenus  et  in  earum  possessione 
persistunt  et  sint  proni  ad  eos  vigore  prefate  concessionis  melius  spectant  confirmamus  ratificamus 
et  ap[probamus  nost]reque  confirmacionis  ratificaeionis  et  approbacionis  munimine  roboramus  volentes 
et  declarantes  [quod]  presens  confirmatio  firma  stabilisque  sit  prefatis  supplicantibus  ae  utilis  et  realis 
nec  ullum  diminucionis  incomodum  ullo  [umquam  tem]pore  quomodolibet  patiatur.  Quapropter  viro 
magnifico  magistro  iustitiario  Eegni  huius  et  magno  camerario  eorumque  locatenentibus  vieemgeren- 
tilms  quoque  nostris  et  cunctis  universis  et  singulis  offìtialibus  et  subditis  nostris  mfaioribus  et  mi]no- 
ribus  tara  presentibus  quam  futuris  de  certa  nostra  scientia  damus  strictius  in  mandati»  quatenus  forma 
presentium  per  eos  et  quemlibet  eorum  diligente!  aetenta  illam  predietis  universitati  et  hominibus 
terre  precine  omni  futuro  tempore  pure  et  bono  [animo  teneant  et]  observent  tenerique  et  observari 
faciant  per  quoscumque.  In  quorum  testimonium  presentes  [fierij  iussimus  [magno  Maiestatis]  nostra 
(Sigillo  impendenti  munite.  Datura  in  castello  novo  neapolis  die  quinto  mensis  februarii  [quinta  indi- 
tione]  Anno  a  nativitate  Domini  Millesimo  ccccxxxxvi  Eegnique  nostri  Sicilie  citra  farum  anno 
undecimo  Aliorum  vero  regnorum  nostrorum  anno  tricesimo.  —  I>ex  Alfonsus.  —  Dominus  rex  man- 
davit  milii  Johanni  Olzina. 

111. 

Carlo  Vili  concede  ad  Apricena  di  tenere  ogni  anno  una  fiera  nella  festa  de'  ss.  Filippo 
e  Giacomo  e  per  altri  sette  giorni.  —  Dato  in  Napoli  10  aprile  1495. 

Carolus  Dei  grafia  Rex  Francie  Hierusalem  et  Sicilie  Universis  et  singulis  presentium  seriem 
inspecturis  tam  presentibus  quam  futuris.  Nundinarum  concessio  petentibus  consuevit  esse  protìgua, 
quia  dum  vendendi  emendique  eomertiuni  in  Illis  multifarie  geritur  Civibus  inibì  et  Coucursu  eon- 
fluentium  fit  per  consequens  fructuosa.  Sane  ad  supplicis  petitionis  instantiam  universitatis  et  hominum 
Terre  precine,  provintie  Capitanate,  nostrorum  fidelium,  humiliter  Maiestati  nostre  facte,  eisdem  Uni- 
versitati et  hominibus  quorum  status  pristinus  ex  emergentibus  variis  multifarie  depressus  ingemuit 
ut  ex  presenti  nostra  grafia  sicut  verisimiliter,  presumi  supponitur,  auctore  domino  in  melius  refor- 
metur,  Tenore  presentium  de  certa  nostra  scientia  indulgemus,  quod  in  dieta  Terra  silicet  in  loco 
eis  beneviso,  singulis  annis  in  festo  Sanctorum  apostolorum  philippi  et  Jacobi  durante  per  octo  dies, 
unum  videlieet  festum  huiusmodi  precedentem  et  septem  immediate  sequentes,  die  ipsius  festi  in  octavo 
computato  Celebrentur  Nundine  rerum  venalium  generales,  Itaque  nundine  ipse  a  primo  die  maii 
cuiuslibet  anni  incipiantur  et  fiant  in  Terra  et  loco  predietis  et  per  totum  diem  septimum  mensis 
predicti  sint  in  dieta  Terra  firmiter  durature.  Dum  modo  fiant  absque  preiuditio  Curiae  Nostrae  et 
vicir.orum  quas  quidem  nundinas  modo  premisso  faciendas  francas  esse  volumus  et  exemptas  ab  omni 
onere  vectigalis,  cabelle  et  cuiuslibet  alterius  dirictus  et  servitutis.  Concedentes  eisdem  universitati 
et  hominibus  diete  Terre  precine  quod  dictis  annis  singulis  possint  et  valeant  in  predietis  nundinis 
ordinare  et  facere  magistrum  nundinarum  predietarum  ad  eorum  libitum  voluntatis.  Mandantes  uni- 
versis et  singulis  officialibus,  cabellotis,  et  subditis  nostris.  maioribus  et  minoribus,  quocumque  nomine 
titolo,  auctoritate  et  potestate  ac  Jurisdictione  preheminentia  et  dignitate  fungentibus  eorumque  loca- 
tenentibus, et  substitutis,  et  omnibus  aliis  ad  qnos  spectet,  quatenus  forma  presentium  diligenter  attenta. 
Ulani  i]isi  et  quilibet  eorum  teneant  firmiter  et  observent  tenerique  et  observari  faciant  atque  mandent 
Juxta  sui  seriem  pleniorem:  Et  Contrarium  non  faciant,  per  quanto  gratiam  nostrani  canini  habent 
Iram  et  Indignationein  ac  penam  mille  ducatorum  cupiunt  evitare;  In  quorum  Testimonium  presentes 
fieri  fecimus  nostroque  magno  Impernienti  Sigillo  munitas.  Datum  in  Castello  nostro  Caimano  Neapolis 
die  decimo  aprilis  anno  a  nativitate  domini  mcccclxxxxv:  Regni  nostri  francie  anno  duodecimo 
Hierusalem  et  Sicilie  primo.  —  Charles.  —  Estyene  de  Vesc  grant  canberlans. 


—  SOS 


IV. 


Autentica  trascrizione  di  dieci  capitoli  da  Ferdinando  II  d'Aragona  concessi  ad  Apri* 
cena  e  da  Federigo  III  confermati.  —  Dato  in  Lucerà  13  nov.  1496. 

Hoc  est  transunrptum  bene  et  fideliter  somptem  a  Regesiria  Serenìssimi, rum  Regimi  Ferdinand] 
i  riunii  ei  Federici  per  me  Ioanncm  de  anrnego  Potentissimi  et  Serenissimi  et  catholici  Domini  n-.stri 
Perdinandi  Dei  gratis  Aragonum  et  utriusque  Sicilie  Regis  etc.  Scribam  precedente  Mandato  Tenoris 
sequentis.  De  mandata  Regio.  Ex  previsione  facta  per  Magniflcum  Thomam  de  Malferito  a.  i.  doetorem 
et  Regiam  cancellariam  Regentem.  Mandetnr  Detentoribus  Regestrorom  Serenissimorum  Regum  Fer- 
dinandi  secondi  et  Federici  Ben  seribis  Regestri  sue  M[aiestatis]  quatemus  dent,  tradant  et  liberent 
Sindicis  l'niversitatis  terre  Procine  transumptum  autenticum  certornm  capitulorum  per  dictum  regem 
Perdinandnm  secundum   ipsi   anrversitati   e  meessorum   in  numero  decem,  nec  non  et  confixmationis 

eornmdem  per  [dominum]  regem  Federicum  facto  satisfa  . .  de  suis  laboribus  et  salario  condecen 

....  per  Malferitum  Regentem  Cancellariam  vigesimo  serpiamo  [die]  Mensis  Marcii  anno  millesimo 
(luingentesimo  septimo,  Neapoli.  P.  Lazarus  de  exea  Locumteneiis  protonotarii. —  Capitoli  et  Grafie 
se  domandano  per  la  Università  et  Immini  de  la  Terra  de  la  Procina  a  la  Maiestà  del  Signor  Re  Don 
Ferrando  secondo  per  la  divina  grafia  Re  de  Sicilia,  Hierusalem  etc.  Iraprimis  se  supplica  che  la  Maestà 
prefata  se  digne  perdonare  et  fare  remissione  de  omne  offensa  fosse  facta  per  dieta  università  et  homini 
de  quella  contra  sua  Maestà,  et  ancora  de  omne  altro  errore  et  delieto  fosse  commisso  per  dicti  homini 
tanto  generalmente  quanto  in  specie  et  qualitercumque  contra  qualsevoglia  persona,  Ita  che  de  quilli 
babiano  generale  indulto  et  remissione  de  la  prefata  Maestà,  etiam  si  essent  crimina  Lese  Maiestatis, 
ita  che  sieno  nel  pristino  statu  corno  erano  nanfe  che  venessero  li  trancisi  in  quest'i  Regno,  placet 
regie  m.uestati.  Item  supplica  dieta  Università  che  se  digne  sua  Maestà  confirmarri  tucti  Pri- 
vilegii,  capiteli,  usu  et  consuetudine,  quali  sono  stati  antiquamente  in  dieta  Terra,  et  che  quelli  se 
possano  usufruire  et  gaudere  eo  modo,  corno  hanno  facto  per  li  tempi  passati  quando  hanno  regnato 
li  altri  Retroprincipi  in  questo  Regno,  placet  r.  m.t'  sine  tamen  preiudicio  baronis.  Item 
supplica  dieta  Università,  acteso  che  epsa  bave  la  cabella  del  Malodinaro  et  del  Dacio  con  sui 
membri  et  ragione,  quale  sempre  è  stato  de  dieta  Università,  et  da  quelle  percepute  tucte  intrate  et 
fructi  per  sua  subventione  che  la  prefata  Maestà  se  digne  confirmarcela,  che  se  la  possa  usare  et  gau- 
dere dieta  università  si  corno  ha  facto  de  continuo  per  li  tempi  passati,  acteso  che  le  intrate  de  dieta 
cabella  se  sole  la  terra  subvenire  in  le  occurrentie  sue  et  fare  parte  de  li  pagamenti  fiscali,  placet 
r.  m.t'  sine  preiudicio  baronis.  Item  supplica  dieta  università  acteso  che  per  antiqnissimi  pri- 
vilegii  et  consuetudine  li  homini  de  dieta  terra  sono  stati  in  possessione  de  pascolare  con  li  ani- 
mali et  tagliare  legna  de  dì  et  de  nocte  in  lo  terreno  de  Saneto  Meandro,  de  Cavitate  et  Castello 
pagano,  ne  la  quale  possessione  sono  stati  per  longissima  tempora  sine  contradictione,  et  da  poco  tempo 
in  qua  per  Joan  Paulo  de  la  Marra  li  fo  molestato  in  Sacro  Consilio  et  con  sue  calumniose  astucie 
hebe  sententìa  in  suo  favore,  ne  la  quale  dicti  homini  foro  probibiti  pascolare  et  usare  in  li  terreni 
de  Sancto  Nicandro,  in  quello  modo  conio  t'accano  prima,  de  la  qua!  Sententìa  fo  reclamato  et  pendet 
causa  revisionis,  se  supplica  dieta  Maestà  se  digne  concedere  che  li  homini  predirti  siano  in  quella 
possessione  corno  erano  ante  motam  litem,  non  obstante  lo  mandato  alloro  facto  de  parendo,  acteso 
che  dieta  . Sententìa  fo  obtenuta  per  dicto  Joan  Paulo  iniquamente  et  per  subornatone  de  testimoni!, 
conio  se  demonstrava  in  causa  Revisionis,  qual  pende  al  presente,  placet  r.  m.t1  Item  se  supplica 
per  la  dieta  Università  et  homini  de  quella  considerato  die  de  la  Sententìa  predicta  ne  fo  reclamato 
et  la  revisione  fo  commessa  per  la  felice  memoria  del  S.  Re  Alfonso  secondo  ad  M.  Antonio  de  Ale- 
xandre et  eo  vidente  fo  prosecuta  dieta  Revisione  in  parte  et  esaminati  testimoni],  et  de  poi  che  ven- 
nero li  francesi  in  questo  Regno  li  homini  predicti  hanno  prosecuto  lo  processi!  cominciato  et  esami- 
nati inulti  testimonii  con  grande  spese  et  interesse  de  la  prefata  Università,  che  dicto  processo  con 
tutti  li  altri  acri  faeti  tanto  in  tempo  de  la  felice  memoria  del  predetto  Re  Alfonso  quanto  in  tempo 
de  li  trancisi  resteno  validi  et  firmi  ad  ipsa  università,  licet  siano  stati  facti  in  corte  de  li  offi- 
ciali francisi   quali  non   havevanno   iurisdictione   in   questo   Regno,  placet  r.  m.ti  qcod  acta  non 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II,  Parte  1  »  39 


—  306  — 

INVAI. IHKNTIR    EX    EO    QIOI)    FUERUNT    CONFECTA    TEMPORE    REGIS     FRANCIE     PUBLICI     INVASORI*     HI  US 

regni.  Item  supplicando  pete  dieta  Università  che  si  per  vostra  Maestà  (non?)  se  havesse  ;nl 
concedere  o  far  gratia  ad  Barone  de  la  Terra  predetta  rie  la  Procina,  che  quella  se  digne  conce- 
derli et  darli  per  vassalli  al  M.''°  S.  Andrea  de  Capua,  qual  dieta  Università  multo  lo  desidera,  placet 
r.  maikstati.  Item  se  supplica  che  acteso  nel  tempo  de  la  guerra  proxime  passata  li  homeni  de 
la  'Ima  predicta  de  la  Precina  hanno  perduti  in  preda  tanti  animali  minuti  et  grossi  che  so  in  suniiua 
de  ducati  decemilia  vcl  circa,  et  de  poi  ne  hanno  comparato  de  altri  de  quilli  sono  stati  depredati 
da  li  lochi  convicini,  et  al  presente  sono  in  poter  loro,  che  dieta  Maestà  se  digne  aver  consideratione 
et  far  compensatione  de  quilli  hanno  perduti  con  li  altri  se  hanno  comparati  ita  che  omne  uno  reste 
in  quillo  termine  corno  se  trova  al  presente  et  che  non  possano  essere  constricti  per  alcuna  persona 
che  pretendesse  essere  stato  patrone  de  li  animali  ad  deverli  restituire,  placet  r.  m.t'  in  anima- 
i.ims  captis  iure  belli.  Item  supplica  dieta  Università  acteso  che  longo  tempo  have  havuto 
desiderio  havere  in  dieta  terra  una  feria  per  suo  commodo  et  prò  heneficio  sua  Maestà  se  digne  con- 
cederei] che  li  nomini  de  dieta  terra  possano  fare  dieta  feria  che  hahia  ad  durare  octo  iorni  conien- 
zando  ila  la  metà  de  Maio,  durante  el  termine  de  ceto  d'i  ne  la  quale  se  possa  vendere  et  comparare 
senza  pagamento  de  ninne  natura  de  cahella,  et  che  la  terra  [possa]  eligere  uno  de  li  nomini  sui  per 
Mastro  mercato,  quale  per  In  .lieto  tempo  habia  ad  eognoseere  de  tucte  cause  occurrente  in  dieta  feria, 
tanto  civile  quanto  criminale,  senza  contradictione  de  quillo  fosse  Signore  de  dieta  terra,  regia  [maiestas 
i  on]cedit  dictas  nundinas  dicto  tempore  francas  sine  tamen  preiudicio  IURIUM  BARON1S,  ET  QUOD 
Il magistri  mercati  fiat  per  dictam  universitatem  CL'M  CONSENSI'  baronis  qui  he  causis  [cri- 
minali |bus  tamen  cognoscat.  Item  supplica  dieta  università,  considerato  che  [alejunì  citatini  et  homini 
de  dieta  terra,  che  per  li  tempi  passati  hanno  avute  case  vigne  et  altre  robe  stabile  ne  le  castella 
terre  et  lochi  circunst[anti]  et  signanter  a  la  terra  de  sancto  Nicandro,  et  per  ipsi  Signori  et  Baroni 
de  diete  Terre  li  sono  stato  levate  et  tolte  de  facto  senza  alcuno  ordine  de  ragione,  et'quilli  deinde 
hanno  eonferute  et  doliate  ad  altri  loro  servitori,  [che]  V.  M.u  se  digne  concedere  che  dicti  Patroni 
de  le  robe  predicte  facendo  constare  sumniariamente  al  viceré  de  la  pmvintia  o  ad  altri  officiali,  essendo 
state  le  loro,  con  licentia  de  quilli  se  possano  propriamente  repigliare  le  robe  loro,  non  obstante 
quilli    tenendo    le    havessero    possedute    longo    tempo,    placet    regie   maiestati   quod   scribati  r 

VICEREGI    SEI!    ALIO    REGIO    OFFICIALI,    QUI    AUDITIS    PARTIBUS    RESTITUERE    FACIAT    DICTA    BONA    Ql  E 

si  m  i'o.nstiterint  ad  eos  spectare.  Item  supplica  dieta  Università  et  homini,  considerato  che 
per  li  tempi  passati  altre  persune,  corno  sono  Sclavoni,  Albanisi  et  altri  Italiani  se  hanno  voluto 
ture  citatini  in  dieta  terra,  et  per  loro  se  hanno  voluto  acceptare,  et  per  quilli  so  stati  Signori 
in  Ella  terra  per  alcuni  respecti  pmhibiri.  se  supplica  che  V.  M.ta  se  digne  concedere  che  li 
homini  de  dieta  terra  possano  creare  et  fare  citatini  ad  arbitrio  et  voluntà  loro  tucti  quelli 
volessero  venire  ad  habitare  in  la  Terra  predicta,  et  che  siano  traetati  conio  citatini,  et  che  ad  questo 
non  e  li  possa  contradire  per  quelli  fossero  signori  et  officiali  de  dieta  Terra,  placet  r.  m.t'  cdm 
consenso  baronis.  Expedita  fuerunt  presentia  capitula  in  castello  eivitatis  Nueerie  die  xvi  Au- 
gusti Millesimo  quadringentesimo  nonagesimo  sexto.  Rex  Ferdinandus.  Andreas  de  Capua.  Dominus 
Rex  mandavit  inibì  Dionysio  Asmundo.  Capituli  et  grafie  se  domandano  per  la  Università  et  homini 
de  la  Terra  de  la  Procina  a  la  M.  del  Signor  Re  don  Federico  per  la  divina  gratia  Re  de  Sicilia. 
Hierusalem  etc.  Imprimis  se  supplica  la  M.,a  prefata  se  digne  conflrmare  et  de  novo  concedere  tucti 
et  singuli  privilegi!,  capituli  et  grafie,  immunitate,  usu  et  consuetudine,  quali  sono  stati  antiquamente 
in  dieta  Terra  in  quillo  modo  hanno  facto  per  lo  passato  in  tempo  de  li  Retroprineipi  de  questn  l'egiin 
de  la  prefata  Maestà,  et  maxime  de  li  capituli  et  confirmatione  de  la  dieta  Università  et  homini  con- 
cessi  et   facta  per  la  felice  memoria  del   Signor   Re   Fernando    secando,  regia  m.tas  confir.mat 

l  PRADICTA    CAPITULA    ET   GRATIAS    II'XTA     IPSORUM    ET     IPSARUM     CONTINENTIAM    ET    TENOREM.     Expe- 

ditum  fuit  presens  capitulum  in  nostris  castris  felicibus  contra  caietam  xinu  Novemhris  Millesimo 
quadringentesimo  nonogesimo  sexto.  Rex  Federicus  f.  diazgarlon  prò  pasquasio  garlon.  Antonius  rota 
prò  Magno  cani.0  Antonius  de  Ianuario.  Dominus  Rex  mandavit  mihi  vito  Pisanello.  Et  ut  premissis 
manti  aliena  scriptis  6des  indiihia  adhibeatur  lice  nianu  propria  scrfbendo  ìiieuin  quo  litoi  in  chiu- 
dendis  publicis  instrnmentis  hic  apposui  sigillimi.  Nnnc  constat  de  rassis  ubi  legitur:  quilli,  item, 
creine,  terra.  —  Pasquale  l'etrone.  —  Frane.  Petronelo. 


—  307  — 


V. 


Ferdinando  il  cattolico  conferma  ad  Apricena  i  privilegi  concessi  dai  predecessori.  — 
Dato  in  Napoli  27  marzo  1507. 

Nos  Perdinandus  Dei  gratia  Rex  Aragonum  Sicilie  cifra  et  ultra  farum  hierusalera  Valentie  Maio- 
ricaruin  Sardinie  e1  corsiee  comes  Barellinone  Dux  Athenarmn  et  Neopatrio,  ac  etiam  Comes  Ki  rilionis 
ei  ceritanie  Marehioque  Oristanni  et  Goceani.  Universis  et  singnlis  presentium  seriem  inspecturis  tam 
presentibus  quam  futuris.  confirmationis  Regie  auctoritas  antiquis  juribus  non  soluni  robur  adijcit, 
veruni  etiam  Regalis  Miinifieentie  dignum  atque  honestum  testimoniuni  perbibet  dum  subditi  ipsi  ad 
Regem  tanquam  supremum  dominimi  prò  confinnandis  eorura  juribus  suppliciter  reeurrunt,  et  L'ex 
tpse  liuinilibus  honestisque  eorum  petitionibus  non  minus  iuste  quam  liberaliter  annuii  et  ipsis  sub- 
ditis  eorum  .Tura  benigne  gratioseque  confirmant.  Sane  nuper  prò  parte  hominuni  terre  Procine  pro- 
vintie  Capitanate  fuit  Maiestati  nostre  reverenter  et  liuiniliter  expositum  quemadmodum  universitas 
ipsa  et  illius  Incole  ex  concessionibus,  privilegiis,  capitulis  et  aliis  provisionibus  Serenissimorum  Regimi 
Domus  Aragonie  predecessorum  nostrorum  in  hoc  Regno  memorie  recolende  et  precipue  Ferdinand! 
secundi  nepotis  nostri  habuerunt  et  habent  nonnullas  gratias  et  prerogativas  prout  in  ipsis  concessio- 
nibus privilegiis  et  provisionibus  hec  et  alia  latius  et  seriosius  asseruntur  contineri.  fuitquc  deinde 
prò  ipsorum  hominum  et  nniversitatis  Procine  parte  nobis  humiliter  supplicatimi  ut  eadem  omnia  con- 
firmare et  de  novo  concedere  de  nostri  solita  benigniate  dignaremur.  Xos  vero  eideni  supplicatami 
benigne  annuere  volentes,  habentes  respectum  ad  sincere  devotionis  et  fidei  affectum  dictorum  suppli- 
cantium,  necnon  ad  grata  plurimuni  grandia  et  accepta  servitia  per  ili.  Andream  de  Capua  ducem 
Termularum  diete  nniversitatis  utilem  dominum  nobis  et  corone  nostre  prestata,  queve  prestat  ad  presens 
et  prestiturum  speramus  de  bono  semper  in  melius  continuatione  laudabili,  tenore  presentium  nostrarum 
Literarum  omnes  prerogativas  et  alias  quasvis  gratias  per  dictos  Reges  predecessores  nostros  diete 
Universitati  et  illius  hoininibus  cuiicessas  iuxta  tenoreni  et  coiitinentiaiii  dictorum  privilegiorum,  capi- 
tulorum  et  aliarum  suarum  scripturarum,  quatenus  tamen  in  eorum  possessione  hactenus  extiterunt 
et  impresentiarum  existunt  Laudamus,  approbamus,  ratificanius  et  confirmamus  ac  quatenus  opus  est 
de  novo  concedimus,  nostreque  liuiusmodi  Laudationis,  approbationis,  ratiflcationis,  cenfirmationis  muni- 
mine  et  presidio  roboramus  et  validamus.  Volentes  et  decernentes  expresse  quod  presens  nostra  con- 
firmatio  sit  et  esse  debeat  eisdem  supplicantibus  mine  et  olimi  futuro  tempore  semper  stabilis,  realis 
et  firma,  nullumque  sentiat  diminutionis  obiectum,  dubietatis  involucrum  aut  noxe  alterius  detrimentum. 
Sed  in  suo  semper  robore  et  firmitate  persistat,  fidelitate  tamen  nostra  ceterisque  nostris  et  alterius 
cuiusvis  juribus  semper  salvis  et  penitus  reservatis.  Quapropter  serenissime  Ioanne  Regine  castelle 
Legionis  Granate  Principi  Gerunde  Archiducisse  Austrie  Ducisseque  Burgundie  filie  primogenite  nostre 

carissime,  generalique  Gubernatrici  in Regnis  nostris.  àc  post  felices  et  longevos  dies 

nostros  immediate  heredi  et  legitime  successori  intentum  nostrum  aperientes  sub  paterne  benedictionis 

obtentu,  Mandamus  111.  Magno  huius  Regni  camerario  eiusque us  et  Rationabilibus  camere 

nostre  Sommarie  eorumque  Locatenfentibus  e)t  Substitutis  ceterisque  offlcialibus  et  Subditis  nostris 
maioribus  et  minoribus  quocumque  nomine  nuncupatis,  officioque,  auctoritate  et  potestate  fungentibus 

ad   q em   presentes  spectabunt  presentibus  et  futuris.  Quatenus  forma  presentium  per  eos 

(et)  unumquemque  ipsorum  diligenter  actenta  Ulani  eisdem  Universitari  et hominibus  teneant  firmiter 
et  observent  tenerique  et  observari  faeiant  inviolabiliter  per  quos  decet.  et  contrarium  non  faciant 
per  quanto  dieta  serenissima  Regina  nobis  morena  gerere  cupit.  ceteris  vero  gratiam  nostram  caram 
habent  et  penam  ducatoruni  mille  eupiunt  non  subire.  In  quorum  fidem  presentes  fieri  iussimus  magno 
Maiestatis  nostre  pendenti  sigillo  munitas.  Datura  in  castello  novo  Neapoiis  xxvn  Marcii.  Anno  a 
nativitate  Domini  Millesimo  quingentesimo  septimo.  Regnorum  vero  nostrorum  videlicet  Sicilie  ultra 
farum  anno  quadragesimo,  Aragonum  et  aliorum  vigesimonono,  Sicilie  autem  cifra  farum  et  hieru- 
salern quinto.  —  Perdinandus.  —  Jo.  Baptista  Pinelli  consiliator  generalis,  Michael  de  Affitto  Iocum- 
tenens  magistri  camerarii.  —  V.  Augustinus  R.  —  Dominus  Rex  mandavit  milii  Micbaeli  Perez. 


—  308    — 


VI. 


Carlo  di  Lanoy  viceré  e  luogotenente  nel  Regno  per  la  corte  di  Spagna  conferma 
ad  Apricena  gli  usi  civici  sui  territori  di  Castel  Pagano,  S.  Nicandro  e  Civitate.  — 
Dato  in  Lucerà  8  dicembre  1522. 

CAROLUS  divina  favente  clementia  clectus  Romanorum  imperato!  semper  augustus  Rex  Ger- 
manie etc.  Ioanna  mater  et  idem  Carolus  eius  filiua  eadem  gratia  Reges  Castelle  Aragonum  ntriusque 
Sicilie  hierusàlem  hungarie  dalraatie  croacie  etc. 

CAROLUS  Delanoy  Miles  ordinis  aurei  velleris  cesaree  et  catliolice  maiestatis  in  presenti  Regno 
vicerèx  locumtenens  et  capitaneus  grandi*  Doininus  de  Sanzelles  ac  prefate  Maiestatis  camerarius  et 
magnus  scutifcr  ecc.  Universis  et  singulis  presencium  seriem  inspecturis  tam  presentìbus  quam  faturis: 
licei  adiectione  plenirudo  non  egeat  nec  firmitatem  exigat  quod  est  firnimn.  confirmatur  tamen  interdum 
quod  robur  obtinet  non  quod  necessitas  id  exponat,  sed  ut  eonfirmitatis  sincera  benignitas  appareat 
et  rei  geste  abundantioris  cautele  robur  accedat.  Sane  prò  parte  Universitatis  et  bominum  terre  Pro- 
cine provintie  Capitanate  Regiorum  fidelium  dilectorum  fuit  nobis  expositum  quemadmodum  univer- 
sitas  et  homines  prefati  ob  servitia  prestita  per  eos  Serenissimis  predecessoribus  regibus  buius  regni 
et  presertim  Serenissime  Domus  Aragonee  nullis  ipsorum  parcendo  periculis  sumptibus  et  laboribus 
qui  prò  fidelitate  serranda  innumerabilia  dampna  passi  fuerunt  obtinuerint  a  dictis  serenissimis  Regibus 
et  presertim  diete  domus  Aragonee  et  alias  predecessoribus  regibus  felicis  recordationis  privilegia  eapi- 
tula  et  alias  scripturas  quarumdam  gratiarum  francbiciarum  prerogativarum  inimunitatum  rituum  con- 
suetudinum  et  observantiarum,  et  signanter  coinunitatem  aquandi  pasculandi  spieandi  glandandi  et 
lignamina  incidendi  in  territoriis  S.  Meandri  Oivitatis  et  castelli  pagani  et  omnium  aliarum  rerum 
ipsius  universitatis  et  hominum,  de  quibus  omnibus  obtinuerunt  privilegium  contirmationis  catholice 
Maiestatis  felicis  recordationis  prout  hactenus  in  possessionem  extiterunt  et  in  presentiarum  existunt 
Propterea  pio  ipsorum  parte  fuit  nobis  supplicatum  quatenus  caes.  et  cath.  Maiestatum  nomine  eisdem 
universitati  et  hominibus  privilegium  prefatum  prefate  cathòliee  Maiestatis  felicis  recordationis  con- 
tirmationis gratiarum  et  rerum  ]irefatarum,  juxta  contiiientiam  dicti  privilegia  diete  contirmationis  catbo- 
Iice  Maiestatis,  si  et  prò  ut  hactenus  in  possessionem  extiterunt  et  in  presentiarum  existunt  confirmare 
ratificare  approbare  et  quatenus  opus  est  de  novo  concedere  dignaremus.  Nos  itaque  supplicationibus 
ipsorum  benigne  inclinati,  prò  consideratione  quoque  sincere  devotionis  et  fìdei  terre  prefate  ac  uni- 
versitatis et  hominum  ipsius  propter  que  in  iis  et  longe  maioribus  exauditionis  gratiam  merentur.  Tenore 
presencium  de  certa  nostra  scientia  deliberate  et  consulto  ae  ex  gratia  speciali  prefatarum  Maiestatum 
nomine  ei&eta  terre  ac  universitati  et  hominibus  ipsius  privilegium  prefatum  catholice  Maiestatis  felicis 
recordationis  gratiarum  et  rerum  prefatarum  iuxta  dicti  privilegii  contirmationis  prefate  catholice  Maie- 
statis enntinentia  et  tenorem,  ac  si  et  prò  ut  haetenufi  in  possessionem  extiterunt  et  in  presentiarum 
existunt  confirmamns,  approbamus,  ratificamus  et  emologamus  ac  quatenus  opus  est  de  novo  concedimus 
regieque  ac  nostre  et  prefatarum  Maiestatum  nomine  contirmationis  et  nove  concessioni.»;  mammine  robo- 
ramus  et  valiilamus.  Et  ut  premissa  illuni  quem  volumus  sorciantur  effectum  mandanius  magno  huius 
Regni  camerario  silique  locumtenenti  presidentìbus  et  Rationalibus  Regie  camere  sumarie  illustri  et 
huius  Regni  prothonotario  eiusque  viceprothonotario  ac  deputatis  in  sacro  Regio  Consilio  Sancte  Giare 
illustri  quoque  dicti  regni  magistro  Iustitiario  Regentibus  et  ludicibus  magne  curie  vicarie.  Illustribus 
quoque  speetabilibus  magnifieis  nobilibusque  viris   quibuscumque   baronibua    gubernatoribus  audito- 

ribus magistris  portulania  dohanariis  fandicheriis  magistris  nundinarum  universitatibus  cete- 

risque  officialibus  et  persoms  tocius  regni  et  presertim  provincie  capitanate  tam  demanialium  quam 

baronum  omnibusque  aliis  quibus  spectabiles  presentes  pervenerìnl eorum  locumtenen- 

tibus  et  substitutis  quatenus  forma  ]iresencium  per  eos  et  unumqueraque  ipsorum  diligenter  actenta 
illa  prefatis  universitati  et  hominibus  in  omnibus  et  per  omnia  ad  ungueni  et  inviolaluliler  observent 
observarique  faeiant  per  qme  dece!  iuxta  ipsarum  serie  plemter  [fidelitajte  tamen  Regia  Etegiisque 
aliis  el   euinsliljet  alterius  iuribns  semper  salvis  et   reservati^  Kl   enntrarium  non  faeiant   prò  quanto 


—  369  — 

gratiam  prefatarum  Maiestatum  caram  habent  et  penai»  ducatorum  mille  cupiunt  editare.  In  quorum 
fidem  presentes  fieri  fecimus  magno  catholicae  Maiestatis  inpendenti  sigillo  munitas,  cimi  prefatarum 

Maiestatum  sigillnm  nondum  sit  expeditum.  Datum  in  «vitate  Lucori. •  di stavo  mensis  Decembris 

Millesimo  quingentesirao  vicesimo  secondo.  —  Don  Charles  de  Lanoy.  —  JoSVedus  presidens  et  viec- 
protho.  Hieronimus  locumtenens  magistrì  camerarii.  V,  De  Colle  R.  —  Dominus  Vicerex  mandavi! 
milii  Antonio  Beronio. 


VII. 

Andrea  Caraffa  luogotenente  generale  del  Regno  concede  il  regio  assenso  ad  una 
transazione  tra  il  comune  di  Apricena  ed  Alfonso  Picciolo  su  gli  usi  civici  nel 
territorio  di  S.  Meandro.  —  Dato  in  Napoli  26  settembre  1525. 

(  IAROLUS  divina  favente  clementia  Imperator  semper  Augustus  Rex  Germanie  etc.  Joanna  mater 
et  idem  Carolus  eius  filius  eadem  grafia  Reges  Castelli  Aragonum  utriusqne  Sicilie,  Hierusalem, 
Ungane,  Dalmatie,  Croatie  etc.  —  Andreas  Carrapha  Comes  Sancte  Severine  et  Caes.  et  catini. 
Maiestatum  in  presenti  Regno  locumtenens  generalis  etc.  Universis  et  singulis  presentium  seriem 
inspegturis  tam  presentibns  quam  faturis  subiectorum  regio-rum  conbenientiis  ex  affectu  benigne  cari- 
tatis  actendimus,  quo  fit  ut  ipsorum  petitionibus  assensum  Regium  faciloni  benignius  prebeamus.  Sane 
prò  parte  Magnifici  viri  Joannis  Alfonsus  Piccioli  alias  de  Herrice  utilis  dominus  terre  Sancti  Nicandri 
provintìe  Capitanate  et  egregii  notarii  Barfholomei  de  Contulis,  Sindici  et  procuratoris  universitatis 
et  hominum  terre  Procine  Regiorum  fidelium  dilecturum  ftrit  riobis  expositum  quemadmodum  ver- 
teretur  lite  et  controversia  inter  partes  ipsas  super  juribus  et  possessione  pascendi  eorum  animalia, 
aquandi,  glandandi  et  spicandi  dies  noctesque,  ac  faciendi  casellas,  mandras,  paliaria  et  griptas,  ac 
incidendi  ligna  fructilera  et  infructifera  tam  a  ramis  quam  a  radicibus  super  toto  territorio  diete  terre 
S.  Nicandri  ad  omnem  usimi  utilitatem  et  commodum  diete  universitatis  et  hominum  terre  Procine 
et  ipsorum  animalium,  et  e  converso  dictus  magnificus  Joannes  Alfonsus  pretendebat  in  contrarimi! 
videlicet  quod  solummodo  licuisset  predictis  univeisitati  et  hominibus  de  die  tantum  pascere  eorum 
animalia  et  incidere  ligna  arida  et  virida  arborum  infructiferorum  et  ramos  tantum  arborum  fructi- 
ferorum  super  qua  lite  preteritis  temporibus  lata  fuit  quedam  sententia  et  interpositum  decretimi  per 
sacrimi  Regium  Consilium,  fuit  per  dictam  universitateni  et  homines  reclamatum  prout  apparet  per 
acta.  Noviter  vero  devenerunt  ad  concordiam  et  transactionem  quod  dictus  Magnificus  Joannes  Alfonsus 
in  recompensam  dicti  iuris  quod  pretendebat  habere  prefata  universitas  super  dicto  territorio  consi- 
gnabit  et  cedet  diete  universitati  et  hominibus  diete  terre  Procine  prò  infrascripto  usu  tantum,  rema- 
nente in  omnibus  et  per  omnia  dominio  et  proprietate  ac  iurisdicione  dicti  territorii,  et  infrascripte 
partis  ipsius  territorii  prò  dicto  Magnifico  Joaiine  Alfonso  Quandam  partem  dicti  territorii  sancti 
Nicandri  consistentem  in  infrascriptis  territoriis  videlicet  territurium  de  Perrosa,  demanium  Camardè 
et  territorium  Rocce,  confinanda  per  Magnifieiim  Anibalem  de  Capua  et  prefatum  Magnificum  Ioannem 
Alfniisum.  quibus  tenimentis  et  territoriis,  eonfinandis  ut  supra,  dicti  universitas  et  homines  ac  par- 
ticulares  possint  uti  et  gaudere,  in  ipsisque  eorum  animalia  pasculare  cuiuscumque  qualitatis  et  in 
quibuscumque  consistentia,  tam  prò  eorum  usis  quam  prò  mercantiis,  etiam  perdicta  animalia  tene- 
rentur  per  eos  ad  societatem  et  partem  cum  aliis,  cum  potestate  in  illis  pasculandi,  glandandi,  .spi- 
candi, aquandi  dies  noctesque,  ac  casellas,  mandras,  palearia  et  griptas,  ac  ligna  arborum  fructiferoruni 
et  infructiferorum  tam  a  pedibus  quam  a  ramis,  viridis  et  ....  ad  omnem  u.sum  utilitatem  et  comodimi 
ipsius  universitatis  et  hominum  et  ipsorum  animalium,  incidendi  ut  supra.  Et  e  converso  dictus  sin- 
dicus  et  procurator  cedet  et  renunciabit  prefato  Magnifico  Joanni  Alfonso  omnia  jura  omnesque  actiones 
eisdem  competentes  et  competentia  super  residuo  dicti  territorii.  De  qua  quidem  transactione  et  con- 
cordia prò  cautela  ipsarum  partium  celebrabitur  publicum  instrumentum.  In  quo  quidem  lustramento 
prefatus  Magnificus  Joannes  Alfonsus  prò  obsen'antia  concordie  prefate  et  etiam  prò  evictione  dictorum 
territoriornm  et  tenimentorum  cedendorum  et  concedendomi  ut  supra  obligaverunt  omnia  ipsius  bona 
mobilia  et  stabilia  burgensatica  et  feudalia  presenzia  et  futura.  Propterea  prò  ipsorum  parte  fuit  nobis 


—  310  — 

supplicatimi  quatenus  Ces.  et  Catho.  Maiestatum  nomine  tara  diete  concordie  et  cessioni  territori]  et 
diete  conflnationi  et  declarationi  faciende  in  dictis  territoriis  per  dietum  Magnificum  Annibalem  de 
Capila  et  prefatum  Magniflcum  Joannem  Alfonsum  ut  supra,  quani  etiam  diete  obligationi  dictorum 
bonorum  feudalium  faciende  per  dietum  Magnificimi  Joannem  Alfonsum  prò  observantia  diete  concordie 
et  prò  evictione  ut  supra  assentire  et  consentire  Regiumque  assensum  eonsensum  pariter  et  benepla- 
citum  interponere  et  prestare  dignaremur.  Nos  itaque  supplicationibus  ipsorum  benigne  inclinati  prò 
consideratone  quoque  sincere  devotionis  et  fidei  ipsorum  supplicantium  propter  quem  iis  et  longe 
Maioribus  exauditionis  gratiam  promerentur  :  Tenore  presentium  de  certa  nostra  scientia  deliberate 
et  consulto  ac  grafia  spetiali  et  prefatarum  Maiestatum  nomine.  Tarn  diete  concordie  et  cessioni  ter- 
ritorii  et  diete  confinationi  et  (decla)rationi  faciende  in  dictis  territoriis  per  dietum  magnificum  Ani- 
baleni  de  Capua  et  prefatum  Magnificum  Joannem  Alfonsum  ut  supra,  quam  etiam  diete  obligationi 
dictorum  bonorum  feudalium  faciende  per  dietum  Magnificum  Joannem  Alfonsum  prò  observantia  diete 
concordie  et  prò  evictione  ut  supra  quatenus  tamen  rito  recteque  processerint  partes,  que  tanguntur, 
veris  quidem  existentibus  prenarratis,  naturaque  feudi  in  aliquo  non  mutata  non  obstante  quod  super 
bonis  feudalibus  proeessisse  noseatur.  Assentimus  et  consentimus  ex  grafia  Regiumque  assensum  eon- 
sensum pariter  et  beneplacitum  interponinms  et  prcstamus  volentes  et  declarantes  expresse  de  eadem 
scientia  eerta  nostra  quod  presens  regius  assensus  consensus  et  beneplacitus  sit  et  esse  debeat  prefatis 
partibus  semper  et  canni  futuro  tempore  stabilis  realia  fruetuosus  et  firnius  nullumque  dubietatis 
obiectum,  aut  noxe  alterius  detrimentum  pertimescat,  sed  in  suo  semper  robore  et  efficacia  persistat, 
fidelitate  tamen  regia  feudali  quoque  servitio  et  adoha  regiisque  aliis  et  cuiuslibet  alterius  iuribus 
semper  salvis  et  reservatis.  In  quorum  fidem  presentes  fieri  feeimus.  Magno  Ces.  et  Cath.  Maiestatum 
pendenti  sigillo  munitas.  Datum  in  eivitate  Neapolis  die  vicesimo  sexto  septembris  millesimo  quin- 
gentesimo  vicesimo  quinto.  —  Andreas  Carrapba  eomes  S.  Severine,  locumtenens  generalis.  —  Ioffredus 
presidens  et  vieeprotho.  Coronatus  prò  magistro  Camerario.  V.  De  Colle  R.  —  Dominus  Locumtenens 
generalis  nuindavit  mihi  Jo.  Antonio  Salernitano. 


Vili. 

Il  notaio  Pietro  Basso  redige  in  forma  pubblica  lo  strumento  di  transazione  e  concordia 
conchiusa  tra  il  comune  di  Apricena  e  Giovanni  Alfonso  Picciolo,  signore  di 
S.  Meandro.  —  Dato  in  Napoli  25  gennaio  1542. 

In  nomine  Domini  nostri  yesu  ebristi,  Anno  a  Nativitate  eiusdem  Millesimo  quingentesimo  qua- 
tragesimo  seeundo  Regnantibus  Potentissimo  CArolo  quinto  divina  favonte  clementia  romanorum  impe- 
ratore semper  Augusto  rege  Germanie,  et  Ioanna  de  aragonia  niatre  eodemque  CArolo  eius  Alio  pri- 
mogenito eadem  grafia  regibus  eastelle  aragonmn  utriusque  sieilie  Jerusalem  ungane  dalmatie 
Croatieque  etc,  regnoruin  vero  eorum  in  hoc  Regno  Sicilie  cifra  farum  anno  vicesimo  sesto,  imperij 
vero  duodecimo,  felieiter  amen.  Die  vicesimo  quinto  mensis  Januarij  quintedecime  indictionis  neapoli: 
Nos  Joannes  franciscus  di'  angelis  di-  neapoli  Regius  ad  contractus  Judex,  nomine  quo  fatear  in  infra- 
scripto  contraetu  prò  judice  ad  contractus  a  subscriptis  partibus  fuisse  vocatus,  sed  loco  et  vice  quondam 
Joannis  baptiste  romani  de  neapoli  ad  contractus  judicis  premortili  qui  in  ipso  subscripto  contraetu 
prò  judice  ad  contractus  interfuit,  vigore  et  auctoritate  quarundam  Regiarum  litterarum  mihi  de  eius 
subscribendo  loco  et  vice  quorundam  ad  contractus  iudicum  premortuorum  et  in  antea  decedentium 
ciuieessaruiii,  prout  in  domini  regis  litteris  continetur:  Petrus  bassus  de  prefata  eivitate  neapolis  publicus 
ubilibet  per  totum  predictum  regnum  sieilie  Regia  auctoritate  notarius  nomino  quo  fatear  in  subscripto 
contraetu  tempore  celebrationis  ipsius  prò  notano  publico  interfuisse,  rogato  a  subscriptis  partibus 
contrahentibus  sed  loco  et  vice  quondam  notarii  petri  thummuli  de  neapoli  premortui,  qui  in  ipso 
subscripto  contraetu  prò  notano  publico  a  dictis  subscriptis  partibus  rogatus  interfuit,  rigore  et  aucto- 
ritate quarumdam  regiarum  litterarum  de  assuinendis  qiiibuseumque  contractibus  in  publicorum  forniain 
qualitercumque  notariorum  premortuorum  et  in  antea  decedentium,  predictarum  sub  data  in  eivitate 


—  311  —  ' 

ncapoli  sub  Anno  domini  Millesimo  quingentesimo  tricesimo  Die  vicesimo  mensis  maii,  subscriptionc 
illastrissimi  et  eicellentìssimi  domini  pompéi  cardinalis  colnmpne  sancte  romane  ecclesie  vicecancel- 

larii  et  in  j)rcsenti  regim  loeumtenentis  generalis  et  sigillo  pendenti  prefatarum  cesaxearom  et  catho- 
licavum  maiestatnm  aliisque  debitis  Bolemnitatibus  roboratarnm  mihi  propteréa  concessarum,  ettestes 
subscripti  qui  in  ipso  subscripto  contractu  prò  testibus  interfuerunt  tempore  celebrationis  ipsius,  pro- 
senti scripto- publico  declaramus  notum  facimus  et  testamur:  Quod  predicto  die,  adhiens  nostrani  pre- 
sentiam  Magniflcus  leonardus  vicius  di  terra  Apricene  provintie  capitanate,  Agens  diete  universitatis 
et  hominum  diete  terre,  ut  ilixit  et  asseruit  corani  nobis,  olim  inter  dictam  universitatem  et  homines, 
mediante  egregio  viro  bariholomeo  de  Contulis  de  eadem  terra  tunc  generali  sindico  diete  universi- 
tatis et  hominum  ex  una,  et  Magnificimi  Joannem  Alfonsum  piziolum  alias  de  henrico  de  neapoli  atìlem 
dominumterre  S.Nicandri  de  eadem  provintia  capitanate  partibns  ex  altera,  factum  et  firmatum  fuisse 
quendam  contractum  transactionis  et  concordie  de  lite  mota  per  dictam  universitatem  et  homines  diete 
terre  Apricene  contra  quosdam  Magnificos  Joannem  paolum  de  marra  et  eorneliam  de  marra  coniuges 
tunc  similiter  dominos  dieti  castri  sancti  Nicandri  in  sacro  Regio  Consilio  super  turbata  possessione 
nini  eorum  animalibus  spicandi  pascendi  aquandi  glandandi  casellas  faciendi  lignamina  incidendi  per- 
noctandi  de  die  et  de  nocte  et  alia  faciendi  in  territorio  diete  terre  S.  Nicandri,  prout  in  quodam  instru- 
mento seu  contractu  facto  seu  fieri  rogato  sub  anno  domini  Millesimo  quingentesimo  vicesimo  quinto 
olim  die  vicesimo  sexto  mensis  septembris  quartedecime  indietionis  neapoli  scripto  per  manus  dirti 
quondam  notarij  petri  tliumuli  bec  et  alia  dixere  latius  apparerò,  Et  antequam  dictum  instrumentum 
transactionis  et  concordie  in  publica  forma  redigeretur  prefatus  quondam  notarius  petrus  thumulus, 
sicut  domino  placuit,  suum  diem  clausisse  estremimi.  Et  quia  interest  ipsorum  universitatis  et  hominum 
diete  terre  Apricene  dictum  instrumentum  transactionis  et  concordie  in  publicam  formam  habere,  ea 
propter  dominus  Leonardus  ipse  dicto  nomine  me  prefatum  notarium  petrum  bassum  tanquam  habentem 
potestatem  a  dieta  Cesarea  Majestate  rehassumendi  omnes  et  quoscunque   contractus  quornmeunque 

notariorum  premortuorum  et  in  antea  deeedentium  fieri requisivit et  perquisitis 

prò  memoria,  scedis,  notis  et  pròthocollis  dicti  quondam  petri  thumuli,  que  conservantur  penes  Hospi- 
tale  Sancte  Marie  incurabilium  civitatis  neapolis,  dicto  quoque  instrumento  diete  transactionis  et  con- 
cordie per  me  invento,  virtute  potestatìs  mihi  per  cesaream  majestatem  concesse,  contractum  predichila 
Assumere  et  in  pubblica  forma  reddigere  debuissemus.  Cuius  requisitioni  et  precibus  devote  annuentes, 
quia  offitium  nostrum  publicum  est  illudque  nomini  denegare  possumus  nec  debemus,  Et  quia  justa 
petebat  et  justa  petentibus  non  est  denegandus  assensus,  ideo  ad  requisitionis  instantiam  dicti  domini 
Leonardi  dicto  nomine  dictum  contractum  transactionis  et  concordie  inter  scedas  notas  et  prothocolla 
dicti  quondam  notarij  petri  tliumuli  perquisivimus,  dictum  contractum  transactionis  et  concordie  inve- 
nimus  in  quodam  fasciculo  ipsius  notarij  petri  tliumuli  :  Quo  quidem  contractu  transactionis  et  con- 
cordie per  nos  requisito  et  invento  ut  supra,  vigore  et  auctoritate  dictarum  regiarum  litterarum  et 
ex  potestate  mihi  per  dictam  Cesaream  Majestatem  concessa,  contractum  ipsum  assimilisi  et  in  pre- 
sentem  publicam  formam  reddegi.  Cuius  quidem  contractus  transactionis  et  concordie  tenor  de  verbo 
ad  verbum  sequitur  et  est  talis:  —  Die  vicesimo  sexto  mensis  septembris  quartedecime  indietionis 
Millesimo  quingentesimo  vicesimo  quinto  neapoli,  quod  predicto  die  in  nostri  presentia  constitutis 
Magnifico  domino  Joanne  Alfonso  piziolo  alias  de  errico  de  neapoli  utili  domino  terre  sancti  nicandri 
provintie  capitanate,  filio  primogenito  legitimo  et  naturali  ae  herede  quondam  Magn.ci  Antonelli  piczioli 
de  neapoli.  Agente  ad  infrascripta  omnia  per  se  eiusque  heredibus  et  successoribus  universalibus  et 
particularibus  quibuseunque  ex  una  parte,  et  Egregio  viro  notario  Bartholomeo  de  contulis  de  terra 
Apricene  eiusdem  provintie,  generali  sindico  universitatis  et  hominum  diete  terre  Apricene  prò  pre- 
senti anno,  ae  etiam  procuratore  signanter  ad  infrascripta  diete  universitatis  et  hominum  prout  de 
eius  procuratione  et  potestate  nobis  prefatis  judici  notario  et  infrascrittis  testibus  piene  constitit  et 
constai,  ac  ipse  notarius  Bartholomeus  plenariam  fidem  facit  per  quodam  publicum  sue  procurationis 
instrumentum  exinde  fieri  rogatum  in  presenti  anno  1525  die  quinto  presentis  mensis  septembris  quar- 
tedecime indietionis  in  dieta  terra  Apricene  scriptum  per  manus  egregii  notarij  bartholomei  de  obscuris 
de  terra  Serre  Capriole  vidimus  latius  contineri,  agente  similiter  ad  infrascripta  omnia  sindicario  et 
procuratorio  nomine  et  prò  parte  dictorum  universitatis  et  hominum  diete  terre  Apricene  et  prò  eorum 
heredibus  et  successoribus  universalibus  et  particularibus  quibuscunque  ex  parte  altera  :  Prefate  vero 


—  312  — 

partes  et  guelibet  ipsajrum  nominibus  quibus  supra  sponte  asseruerunt  pariter  corani  nobis,  olirò  per 
dictoa  universitatem  et  homines  diete  terre  Apricene  motam  fuisse  litem  contra  quondam  magnifìeos 
Joannem  pauhnn  de  marra  et  corneliam  de  marra  eonjuges,  tunc  utiles  dominos  dicti  Castri  S.  Nicandri, 
in  saero  E.  Consilio  super  turbata  possessione  cum  eorum  Animalibus  spicandi,  paseendi,  aquandi, 
glandandi,  casellas  faeiendi,  lignamina  incidendi,  pemoctandi  de  die  et  de  nocte  et  alia  faeiendi  in 
territorio  diete  terre  S.  Nicandri,  prout  in  supplicatione  desuper  porreeta  per  dietos  universitatem 
et  bomines  diete  terre  Apricene  dixerunt  latius  contineri:  formatoque  proeessu  tandem  servatis  de 
jure  servandis,  fuisse  per  dictum  Sacruni  Consilium  promulgatam  diffinitivam  sententiam,  in  effectu 

deelarando  universitatem  et  homines  diete  terre  Apricene  esse  in  possessione pascila  herbarum 

euni  eorum  Animalibus  sumendi  in  territorio  diete  terre  S.  Nicandri,  in  quo  ineluduntur  territoria 
quo  dicuntur  henia  penosa  Bocha  et  lauri,  de  die  tantum,  excepta  defensa  Camarde.  Nec  non  ligna 
arida  ....  fructum  non  afferentia  incidendi  etiam  radicitus,  ligna  autem  viridia  fructum  afferentia 
quoad  ramos  tantum  . .  gne  faeiendo  ad  usum  duntaxat  ipsorum:  Et  quod  dicti  Ioannes  paulus  et  domimi 

Cornelia  tunc  et  infuturum turbantibus  et  molestantibus  faeiendo  diete  universitati  et  bomi- 

nibus  terre  Apricene  in  dicto  territorio  ....  ad  predicta  et  per  eandem  sententiam  declaratum  fuisse 
dictam  Universitatem  et  homines  Apricene  non  esse  in  possessione  seu  quasi  per(noctand)i,  casellas 
faeiendi  nec  de  die  nec  de  nocte,  glandandi  spicandique  eorum  anomalia  in  dicto  territorio,  absolvendo 
et  liberando  propterea  dietos  eonjuges  ab  impeticione  diete  universitatis  et  hominum  ipsius  terre  Apri- 
cene, prout  in  dieta  sententia  dixerunt  latius  contineri.  A  qua  quidem  sententi»  fuisse  prò  parte  uni- 
versitatis et  hominum  diete  terre  Apricene  reclamatimi  in  eodem  Sacro  E.0  Consilio,  et  commissa  causa 
reclamationis  seu  revisionis,  ac  ipsa  pendente  et  succedente  dicto  quondam  domino  Antonello  in  dicto 
Castro  S.  Nicandri  ex  causa  Cessionis  sibi  facte  per  retroprincipes  huius  regni,  fuisse  per  dictum  quondam 
doininuin  Antonellum  instatimi  prò  executione  diete  sententie,  et  per  dictum  sacrum  consilium  fuisse 
postmodum  provisum  et  declaratum,  referente  Magnifico  Jeanne  baptista  brancatio  regio  consiliario 
et  cause  commissario,  dictam  sententiam  latam  inandandam  esse  et  mandali  debere  debite  exequtioiii 
justa  ipsius  Contineiitiaiii  et  tenorem:  Et  per  dictam  universitatem  a  dicto  decreto  similiter  fuisse 
n  riamatimi.  Et  demuin  succedente  dicto  domino  Joanne  Alfonso  filio  dicti  quondam  domini  Antonelli 
in  dicto  castello,  per  eum  fuisse  supplicatimi  prò  exequtione  diete  sententie  et  decreti  in  dicto  sacro 
concilio.  Et  commissa  causa  magnifico  Nicolao  mayorana,  faetis  hinc  inde  provisionibus  et  responsio- 
uibus  ac  oppositionibus  prò  parte  dictarum  universitatis  et  hominum,  per  dictum  sacrum  consilium. 
referente  predicto  Magnifico  Domino  Nicolao  mayorana  commissario,  fuisse  interpositum  aliud  decretimi 
quod  dieta  sententia  et  dictum  decretum  similiter  manderete  debite  exequeioni,  Et  quod  facta  dieta 
exequeione  eum  effectu  procederetur  in  causa  reyisionis  ad  Actus  incumbentes  et  ad  illius  expedicionem: 
a  quo  ultimo  decreto  similiter  prò  parte  dictorum  universitatis  et  hominum  Terre  Apricene  fuisse 
ivrlamatum  mediante  memoriali  expedito  per  sacrum  collaterale  consilium  superi-emissione  dicti  decreti, 
pretendentes  dictam  sententiam  et  decretum  minime  debuisse  nec  deberi  exequeioni  mandare,  Imnio 
universitatem  ipsani  et  homines  fuisse  etesse  in  possessione  dictorum  iurium  ex  nova  causa  et  novis 
iuribus  acquisiti*  post  dictam  assertam  sententiam,  et  Maxime  ex  privilegio  eorum  quondam  serenis- 
simi regis  ferdinandi  seeundi,  et  ex  nonnullis  rationibus  iuribus  et  caussis  ex  quibus  dieta  universitas 
et  homines  pretendebant  prout  pretendunt  dictam  sententiam  decretimi  et  mandatimi  de  parendo  indo 
subsequtum  non  obstare  iuribus  eiusdem  universitatis  tain  super  petitorio  quam  possessorio:  dicto 
Lamie  Alfonso  pretendente  ipsis  non  obstantibus  sententiam  et  decreta  debere  exequtioiii  demandari: 
Quibus  omnibus  sic  assertis,  nolentes  partes  ipse  et  quelibet  [psarum  nominibus  quibus  supra  de  pre- 

dictis  amplius  litigare  i per  anfractus  iudiciarioe  pertransire,  cum  dubius  foret  litìs  eventus,  imnio 

v.deiites  finem  impnnere  ac  pascere  sumptibus  laboribus  et  expensis,  que  in  litigiis  et  litigantibus 
oecurrere  solent,  comuniuni  amicorum  interveniente  tractatu,  Ad  infrascriptas  transaf  ioiiem  conventionem 
paetum  et  concordiam.  Regio  assensi!  si  et  quatenus  opus  est  desuper  obtento  et  impetrato  per  memo- 
riale expeditum,  sponte  et  volontarie  devenerunt.  videlicet  quod  ipse  doiiiinus  Joannes  Alfoiisus  sponte 
predicto  die  corani  nobis  non  vi  dolo  etc  prò  evidenti  utilitate  et  comodo  ipsius  Domini  Joannis  Alfonsi, 
ut  dixit  tain  respectu  diete  litis  quam  etiam  prò  liberatione  dicti  residui  totius  territori]  diete  terre 
saneti  Meandri,  que  liberato,  est  maximum  comodum  et  utilitas  tam  ipsius  domini  Joannis  Alfonsi 
quam  dictorum  universitatis  et  hominum  diete  terre  Sancti  Nicandri,  ex  causa  infrascripte  cessioni- 


—  313  — 

In 
faciende  per  dictum  notaram  bartholomeaui  nomine  quo  saprà  super  alio  territorio  diete  terre 

Nicandri,  dedit  tradidit,  cessit  et  renunciavit  et  per  fustem  iure  proprio  el  in  perpetuimi  prò  usu 
infrascripto  assignavit  eidem  notano  bartholomeo nomine  et  prò  parte  diete  universi- 
tatis et  hominum  diete  tene  Apricene  et  prò  eius  heredibus  et  successoribus  imperpetnum  infrascripta 
territoria  diete  terre  santi  nieandri  .sic  vulgariter  nuncupata  videlieet  lo  tcnimcnto  de  porrosa,  item 

; de  la  defensa  de  Camarda,  esclusa 

tainen  dieta  defensa,  item  lo  tenimento  de  la  rocha 


ipsi  universitas  et  homities  etiam  particulares  et  singulares  presentes  et  futuri  diete  terre  Apricene 
per  se  ipsos  eorumque  heredes  et  successores  eorum  ammalia  porcina,  bacchia  et  equina  et  quecumque 
alia  ammalia  cuiuscumque  generis  tam  prò  usu  diete  universitaria  et  hominum  quam  prò  eorum  mer- 
cantile etiam  si  essent  ammalia  que  tencrentur  ad  soccidam  seu  ad  partem   per   dictam  univer- 

sitatem  et  homines  ipsius  terre  tam  de  die  quam  de  nocte  et dieta  ammalia  pascere  herbas, 

ghindare,  spicare,  aquare,  pernoctare,  ligna  incidere  fructum  afferentia  et  non  afferentia  radicitus  et 
ad  ramos,  casellas  tacere  et  mandras  tuguria  et  grittas  et  omnia  quecumque  alia  tacere  et  fieri  facere 
et  olirne  opus  utilitatem  eomoditatem  et  benefitium  coiuoduni  et  arbitrium  dictorum  universitatis  et 
hominum  tene  Apricene  eorumque  heredum  et  successorum  imperpetuum.  Ita  tamen  quod  dieta  uni- 
versitas et  homines  etiam  particulares  non  possint  nec  valeant  dieta  territoria,  pascua,  glandes,  spicas 
et  alia  eorum  iura  ut  supra  concessa  et  espressa  alteri  vendere  locare  nec  affittare,  sed  tantum  deser- 
vire debeant  prò  usu  dictorum  universitatis  et  hominum  et  eorum  animalium  ut  supra.  Cedens  quo 
ad  predieta  omne  ius  sibi  competens  super  dictis  territoriis  et  eorum  iuribus,  niliil  sibi  reservando 
nisi  tantum  dominium  iurisditionem  et  prpprietatem  ae  iurisditionem  et  cognitionem  causarum  civilium 
et  erimiiialium  iusta  formata  suorum  privilègiomm  Ponens  et  costituens  dictos  universitatem  et  homines 
diete  terre  Apricene  procuratores,  itaque  dieta  territoria  ut  supra  consigliata  et  cessa  prò  caussa  pre- 
dieta  remaneant  et  remanere  debeant  prò  dicto  usu  penes  dietos  universitatem  et  homines  diete  terre 
Apricene  franca,  libera  et  exempta  ab  omnibus  et  quibuscumque  solutionibus  et  servitutibus,  et  in 
eis  non  possit  nec  valeat  prefatus  magnifìcus  Joamies  Alfonsus  fidare,  quia  sic  ex  speciali  pacto  pro- 
misit  in  eiusdem  territoriis  ut  supra  concessis  non  fidare  ammalia  quecunque,  nec  ad  pasculandum 
intromittere,  nec  facultatem  pascendi,  aquandi  et  pernoctandi,  ligna  ineidendi,  glandandi,  spicandi, 
casellas  faciendi,  nec  ius  aliquod  alteri  concedere  etiam  si  essent  ammalia  ipsius  domini  Joamns  Alfonsi 
quia  sic  etc:  et  cimi  tali  conditione  et  pacto  quod  dicti  universitas  et  homines  diete  terre  Apricene 
non  possint  nec  valeant  ammalia  fidata  et  fidanda  per  dictum  ioannum  alfonsum  et  suos  heredes  et 
successores  in  terra  predicta  santi  Nicandri  succedentes  in  dieta  defensa  Camarde  eicere  a  dicto  demanio 
et  etiam  aliis  quibuscumque  animalibus  que  pascerent  in  dieta  defensia,  et  hoc  in  dicto  demanio  tantum 
et  non  in  aliis  tenimentis  ut  supra  concessis.  Et  ex  causa  huiusmodi  concessionis  et  cessionis  pre- 
fatus dominus  Joamies  Alfonsus  promisit  et  convenit  dieta  territoria  ut  supra  consigliata  cimi  iuribus 
et  pertinentiis  illoruni  in  iudicio  et  extra  eisdem  universitati  et  hominibus  diete  terre  Apricene  et 
eorum  heredibus  et  successoribus  in  perpetuimi  defendere  et  antestare  ac  de  evictione  teneri  genera- 
liter  et  specialiter  ab  omnibus  et  quibuseunque  hominibus  omnibusque  partibus  communitate  collegio 
et  personis  aliis  ecclesiasticis  vel  secularibus  publicis  vel  privatis,  ius  tantum  sive  causam  vel  actionem 
habentibus  seu  habere  pretendentibus  super  eis  vel  aliqua  parte  ipsorum  quatenus  et  quando  fuerit 
oportunum,  omnemque  litem  questionem  causam  molestiam  seu  controversiani  que  eisdem  universitati 
et  hominibus  moverentur  teneamur  ipse  dominus  Joamies  Alfonsus  et  eius  heredes  et  successores  iuste 
ipsas  assumere.  Cum  tali  pacto  ad  dictam  defensionem  teneamur  donec  dietimi  castrimi  fuerit  in  dominio 
temptum  et  possessum  per  dominum  Joanneni  Alfonsum  et  eius  heredes  et  successores  universales  et 

particulares et  in  tali  casu  presens  contractus  habeatur  prò  non  facto.  Et 

versa  vice  prefatus  notarius  bartholomeus  nomine  qua  supra  ex  causa  dictanim  transactionis  conven- 
tionis  pacti  concordie  cessionis  et  consignationis  cessit  renunciavit  refutavit  transtulit  eidem  domino 
Joanni  Alfonso  ibidem  presenti  omne  ius  omnemque  actionem  dictis  universitati  et  hominibus  com- 
petens et  competentes  in  et  super  toto  et  integro  residuo  dicti  territorii  S.  Nieandri,  tam  in  possessorio 
quam  in  petitorio,  non  obstante  quod  per  dictam  sententiam  S.  Regii  Consilij  fuisset  aliter  declaratum 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4\Vol.  II.  Parte  1*  -IO 


—  314  — 

e1  ■  I.  flì ni t tini,  tam  ex  causa  contentorum  in  dieta  supplicatione  et  etiam  in  dieta  sententia,  quam 
virtute  possessionis  antique  consuetudinis  privilegiorum  titulorum  tam  pretensorum  ante  sententiam 
prcdiotain  quam  post  et  aliter  quomodocumque  et  qualitercunque,  et  ex  causis  et  rationibus  quibus- 
eunque  cogniti*  ve]  incognitis  opinatìs  Tel  inopinatìs,  absque  supplicationibus  processibus  sententiis 
privilegiis  et  signanter  dicto  privilegio  dicti  regis  ferdinandi  secundi  titulis  et  consuetudinibus,  dictus 
procurator  cessit  refutavit  et  transtulit  ac  ornai  j uri  quomodolibet  ex  lite  predicta  competenti  renun- 
tiando  donec  transactio  remanebit  firma,  cassans  processum  et  acta  predicta,  Ponens  eundem  domiimm 
Joannem  Alfonsum  in  locum  vicem  domiuium  et  privilegium  diete  universitatis  et  hominum  diete  terre 
Apricene  et  constituens  euin  procuratorem,  quoniam  nullum  jus  nullamque  actionem  prefatus  notarius 
bartholomeus  quo  supra  nomine  super  dicto  residuo  dicti  territorij  ae  eius  juribus  et  possessione  dictis 
universitari  et  hominibus  aut  alteri  cuieunque  persone  retinuit  seu  quomodolibet  reservavit,  ita  quod 
libere  liceat  eidem  domino  Joanni  Alfonso  de  dicto  residuo  territorij  tacere  et  disponere  prò  ipsius 

à ini  Joannis  Alfonsi  et  suorum   heredum  et  successorum   arbitrio  voluntatis   tamquam  de  re  sua 

propria  franca  et  libera  et  insuper  ex  causa  huiusmodi  transationis  prefate  partes  et  quelibet  ipsarum 
nomihibus  quibus  supra  promiserunt  et  convenerunt  una  pars  videlicet  alteri  et  altera  alteri  parti 
in  dictis  territoriis  ut  supra  bine  inde  cessis  et  refutatis  ac  confirmandis  et  per  suos  fines  terminandis 
per  dictum  dominum  Anibalem  et  dominum  Joannem  Alfonsum  se  et  eorum  animalia  de  cetero  non 
intromittere,  itaque  universitas  et  homines  diete  terre  apricene  non  possint  nec  valeant  eorum  animalia 
intromittere  nec  tenere  in  (lieto  residuo  dicti  territorij  S.  Nicandri  ut  supra  refutato  per  ipsum  pro- 
curatorem eidem  domino  Joanni  Alfonso  excedendo  dictos  confines  et  terminos,  et  quandocumque  eorum 
animalia  in  eis  intercepta  fuerint,  sint  in  pena  diffide;  et  quod  predictus  dominus  Joannes  Alfonsus 
nec  alij  possint  cum  eorum  animalibus  latrare  stare,  nec  pascua  sumere  in  dictis  territoriis  cessis 
eidem  universitari  per  dietimi  dominum  Joannem  Alfonsum  ut  supra  dictos  confines  et  terminos  exec- 
dendo  preter  dicto  demanio  modo  quo  supra:  Et  casn  quo  excesscrint  dictos  fines  et  intraverint  in 
dictis  teniinentis  ut  supra  cessis,  quod  licitimi  sit  eisdem  universitari  et  hominibus  animalia  ipsa  prò 
diffidatis  intercipere  et  jus  difide  petere  et  consequi  corani  officiali  et  capitanici  diete  tene  santi  Nicandri, 
exceptis  tamen  Animalibus  dirti  domini  Joannis  Alfonsi  prò  quibus  non  teneatur  ad  penam  diffide. 
Et  promiserunt  et  convenerunt  ambe  partes  ipse  et  quelibet  ipsarum  nominibus  quibus  supra  sollenmi 
stipulatìone  legitime  interveniente,  una  pars  videlicet  alteri  et  altera  alteri  parti,  transationem  còn- 
ventionem  pactum  concordiam  cessiones  et  renuneiaeiones  predictas  factas  modo  premisso  et  omnia 

predicta et  omni  futuro  tempore  habere  et  tenere  ratas  conratas  et  firmas  ac 

rata  conrata  et  firma 


promisit  dictus  notarius  bartholomeus  curare  et  facere    .  . 

et  consignatio  dictorum 

confiniuiii  modo  quo  supra,  quod  dieta  universitas  et  homines  diete  terre  apricene  per  instrumentum 
publicum  ratificabunt  confirmabunt  et  que  principaliter  promittent  omnia  et  singula  in  presenti  con- 

ventione  contenta prò  quilibuslibet  omnibus  et  eorum  singulis  firmiter  per  ambas 

partes  ipsas  nominibus  quibus  supra  et  quelibet  ipsarum  earumque  et  cuiuslibet  ipsarum  heredes  et 
successores  attendente*  prout  ad  unainquamque  ipsarum  partium  spectat  et  pertinet.  Ambe  partes  ipse 
et  quelibet  ipsarum  nominibus  antedictis  sponte  obligaverunt  videlicet  dominus  notarius  bartholomeus 
se  ipsum  quo  supra  nomine  ac  universitatem  et  homines  diete  terre  apricene  eorumque  heredes  et 
successores,  et  prefatus  dominus  Joannes  Alfonsus  se  eiusque  heredes  successoresque,  eorumdemque 
universitatis  et  hominum  terre  apricene  et  prefati  domini  Joannis  Alfonsi  bona  omnia  mobilia  et  sta- 
bbia burgensatica  et  pheudalia  presentia  et  futura,  Kegio  et  Reginali  beneplacito  et  assensu  desupei 
obtento  et  impetrato,  una  pars  videlicet  alteri  et  altera  alteri  parti,  Sub  pena  et  ad  penam  ducatorum 
duorum  Millium  Medietate.  Unde  ad  Futuram  rei  memoriam  et  prefate  universitatis  et  hominum  diete 
terre  apricene  e1  eorum  heredum  et  successorum  certitudinem  et  cautelam  ac  plenam  fiden  assumptum 
est  hoc  presens  publicum  instrumentum  per  inanimi  mei  notarij  subscripti  signo  meo  solite  signatum 
subscripturaque  subscriptione  mei  qui  supra  judicis  ei  nostrum  subscriptorum  testium  subscriptionibus 


—  315  — 

roboratom,  quod  soripsi  et  inpresenti  publica  forma  assimilisi  vigore  dictarum  Rcgiarum  littcrarum 
mihi  untavi.,  Potrò  Basso  ut  predicitur  concessarum  el  vice  «lieti  quondam  notarij  pétri  rhumuli  I 
prefatus  Petrus  bassus  de  ueapoli  publicue  ut  supra  notarius  qui  piemissis  omnibus  rogatus  interrili 
ipsumque  meo  solito  et  consueto  signo  signavi  ac  abrasi  supra  et  emendavi  ubi  legitur  in  dominio 
et  alibi  ubi  ubi  legitur  contractus,  quod  accidit  non  viti.,  aliquo,  sed  errore  scribendi,  ideo  prò  authen- 
tico  et  valido  perpetuo  ab  omnibus  habeatur.  —  Vi  è  il  mongramma  del  Notavo  Pietro  Basso. 
t  Ego  qui  supra  ad  contractus  index  Joannes  Franciscus  de  Angelis  suis  propriis  manibus.  -  t  Ego 
Hanibal  pulciis  prò  teste  interfui  maini  propria.  —  t  Ego  Jacobus  Bartolus  de  robertis  testis  interfui 
et  me  subscripsi.  —  Segue  un  altro  testimonio,  di  evi  non  si  pud  decifrare  il  nome.  —  Presentibus: 
Iudice  Ji.annc  baptista  romano.  —  Ex.te  domino  Annibale  de  Capua.  —  Domino  Thomasio  de  Sini- 
scaliha  u.  i.  d.  —  Ext0  domino  Antonius  Briparino  de  Neciis.  —  Domino  Francesco  de  Afflitto  u. 
i.  d.  —  R.do  domino  Abbate  Jeanne  Antonio  vaxallo.  —  Magnifico  Jacobo  vaxallo.  —  Nobili  Nicolao 
Maria  de  Constantio  de  aversa.  —  Nobili  Anibale  pulsis  de  Néapoli.  —  Nobili  Adamiano  Campa- 
nile. _  Nobili  Joanne  Benedicto  de  Robertis  de  Manfredonia.  —  Nobili  Joazino  Cemmino  de  Néa- 
poli. —  Nobili  Jaeobutio  de  Consilio.  —  Eliseo  de  Marinis  de  Monteleone.  —  Dominico  de  Petro 
Martino  de  sopino  et  Francisco  de  Ayeta  de  tramunto. 


IX. 

Domenico  Gagliardo  commissario  del  sacro  regio  consiglio  immette  i  sindaci  generali 
e  gli  eletti  del  reggimento  e  consiglio  di  Apricena  nel  possesso  degli  usi  civici 
sul  territorio  di  Castel  Pagano.  —  Dato  nel  bosco  di  Castel  Pagano  14  marzo  1542. 

In  Nomine  Domini  yhesu  christi  Amen.  Anno  a  nativitate  ipsius  millesimo  quingentesimo  qua- 
dragesimo secundo.  Eegnantibus  serenissimis  et  illustrissimis  ac  catholicis  dominis  nostris  Carolo  de 
austria  divina  sibi  favente  clementia  quinto  Romanorum  imperatore   semper  augusto,  Et  Joanna  de 
aragonia  marre  Eodemque  carolo  eius  primogenito  eadem  gratia  Regibus  gei-manie  castelle  aragonufn, 
utxiusque  Sicilie,  hyerusalem,  huius  vero  regni  Sicilie  citra   farum  Anno  Vigesimo   septimo   felicitei 
Amen:  Die  quarto  decimo  mensis  martii  quinte  decime  indictionis:  In  nemore  castri  pagani provintie 
Capitanate.  Nos  Bernardinus  de  roccia  de  sancto  severo  diete  provintie  ad  contractus  index;  Martinus 
Ciampharra  de  terra  lame  provintie  aprutii  publicus  ubilibet  per  totum  prefatum  regnum  regia  aucto- 
ritate  Notarius  et  Testes  subscripti  ad  hec  specialiter  habiti  rogati  et  vocati,  Presenti  scripto  publico 
declaramus  notum  facimus  et  testamur  quod  predicto  die  nobis  predictis  iudici  notario  et  subscriptis 
testibus  personaliter  accersitis  ad  nemus  predictum  ad  requisitionem  et  preces  nobis  factas  prò  parte 
laurentii  Cavalerii  de  tramonto  et  Donati  piccoli  generalium  sindicorum,  nec  non  i'rancisci  de  russi.. 
Joannis  de  Tardiolo  et  sylverii  de  annecebino  electorum  regiminis  et  consilii  terre  precine,  et   nobis 
ibidem  existentibus,  providus  vir  ioannes  dominicus  gagliardus  de  neapoli,  Regius  Porterius  et  com- 
missarius  ad  mfrascripta  specialiter  deputatus  per  sacrum  regium  consilium  ibidem  corani  nobis,  cxliibuit 
et  presentavi!  quasdam  exequuteiales  litteras  eiusdem  sacri  Regii  Consilii  sibi  directas  in  pi  agami  ino 
scriptos,  magno  pendenti  regni  predicti  sigillo  munitas,  tenoris  et  continentie  subsequentis  :  —  Carolus 
quintus,  divina  favente  Clementia  Romanorum  Imperate  semper  Augustus,  Rex  germanie,  Joanna  mater, 
et  idem  Carolus  eius  filius  Reges  Castelle   aragonum,  utxiusque   Sicilie,  Ungarie,  Dalmatie,  Croatie, 
Dominus  Petrus  de  tholedo  marchio  ville  franche,   predictarum   cesar,  et  cactholicarum   maiestatum 
in  presenti  regno  vice  rex,  locumtenens  et  Capitanius  generalis,  Regiis  Porteriis  nostri  sacri  Regi  con- 
silii insolidum  significamus,  qualiter  dièbus   non   longe  decursis   fuit  ad  instantiam   universitatis  et 
hominum  terre  aprecine  a  sachro  Regio  Consilio  expeditum  mandateli  tenoris  sequentis:  De  mandato 
Regis,  ex  previsione  facta  per  dietimi  excellentissimum  consilium,  regiis  porteriis  insolidum  signifi- 
cata, prò  lente  magnifici  pardi  pappe  code  fuit  oblatum  memoriale  super  eo  videlicet  quod  ipse,  tamquam 
utilis  dominus  Castri  pagani  possidens  Castrum  predictum  inliabitatuin.  Oniversitas  et  honiines  terre 
aprecine  nolebat  introyre  territorium  «lieti  Castri  ad  pasculandum  glandandum  et  àrbores  incidendum; 


—  316  — 

petiit  propterea  declarari  eisdem  non  lìcere  introyre  dietimi  territorinra  sine  licentia  ipsius  Magnifici 
Pardi  et  territorium  predietum  esse  liberimi  et  exemptum  a  quacumque  servitute:  Quo  memoriali  inti- 
mato oniversitati  et  hominibus  terre  aprecine  fuit  prò  ipsorum  parte  oblata  petitio  allegando  ab  anti- 
quissimis  temporibus  fuisse  et  esse  in  antiqua  pacifica  et  continuata  poxessione  pascua  sumendi.  aquandi 
et  pernoctandi  omnia  et  quccunque  eorum  ammalia  et  in  omni  tempore,  ac  lignia  incidendi  in  ter- 
ritorio Castri  pagani,  absque  aliqua  solutione  et  fida;  et  factis  in  dieta  causa  nonnullis  replicationibus 

et presentato  certo  privilegio  fuit  tandem  per  decretum  sacri  Regij  Consilii  pro- 

visum  quod  caperete  informatìo  de  m estionis  allegato  prò  parte  hominum  terre  aprecine 

ad  effectum  providendi  que  partium  lite  pendente  fuerit  conservanda  in  possessione Verum 

prò  int volens  dieta  Universitas  uti  iure  pasculandi  et  lignia  incidendi iurta  verba 

privilegi  in  processu  deducti:  quo  decreto  intimato  et  factis  certis  responsionibus  fuit  prò  parte  .  . 

spicandi,  glandandi  et  pernoctandi  omnia  et  quecumque  ani- 

iii  dia  in  territorio  Castri  Pagani  et  lignia  incidendi responsionem 

prò  parte  ilicti  magnifici  pardi  fuit  facta  replicatio  quo  decretum  est 

exceptis   defensis   et  de 

die  tantum  nec  possint  pernoctare  casellas  facere glandare  vel  spicare   et  tantum 

lignia  arida  incidendi  non  autem  viridia  fructum  afferentia Postmodum  vero 

prò  parte  ....  universitatis  et  hominum  diete  terre  fuit articulatim  quod  dieta  univer 

sitas  ab  antiquissimis  temporibus  fuit  in  pacifica  poxessione   pascua  sumendi,  aquandi,  pernoctandi 

et  glandandi  eorum  ammalia  in  toto  territorio  castri  pagani  exceptis  defensis  et  demanio 

fructifera   incidendi  in  omni  tempore  libere 

et  sine  aliqua  solutione,  et  sunt  que  in  antiqua  et  pacifica  poxessione  prò  comoditate  animalium  et 

custodum  et  maxime  prò  pernoctatione  faciendi  in  dicto  territorio  Piellaria  (!)  casellas 

sine  aliqua  solutione  et  quod  in  eodem  territorio  apparent  nonnulle  peseine,  tam  antique  quam  moderne. 
aque  facte  per  cives  diete  terre  apricene  prò  comoditate  animalium  ipsorum  pascua  sumentium  et  per- 

noctantium  in  dicto  territorio tis  testibus  prò  parte  universitatis  et  facta  publicacione, 

fuit  prò  parte  diete  universitatis  presentata  petitio  in  qua  dicebatur  quod  per  testes  examinatos  prò 
parte  ipsius  universitatis  pienissime  apparebat  fuisse  verificatam  tam  antiquam  quam  recentem  el  coi  - 
tinuatam  poxessionem  ipsius  universitatis  et  civium  ipsius  tene  pascua  sumendi,  aquandi.  pernoctandi, 
lignia  fructifera  et  infructifera  incidendi,  casellas,  tyguria  et  terratas  ac  piscinas  faciendi,  spicandi 

et  glandandi,  propterea  fuit  petitum  debere universitatem  conservari  in  dieta  poxessione 

predietorum:  Et  factis  aliquibus  responsionibus  ac  concessa dicto  magnifico  pardo 

et  postmodum  prò  eius  parte  petito  beneficio  et  per  decretum  sacri  consilii  non  concesso,  fuit  .  .  . 
sub  die  duo  decimo  mensis  decembris  interpositum  decretum  tenoris  sequentis:  Die  duode- 
cimo mensis  decembris  millesimo  quiugentesimo  quadragesimo  primo  Neapoli:  in  causa  magnifici  pardi 
pappacode  cum  universitate  terre  apricene,  facta  relatione  in  dicto  sacro  regio  Consilio  per  magnifieum 
utriusque  iuris  doctorem  dominum  Joannem  franciscum  braneiam  regioni  consiliarium  et  cause  com- 
missarium,  Decreto  ipsius  sacri  regii  consilii  provisum  est  quod  predicta  universitas  et  homines  ipsius 

conscrvontur  in  poxessione  pasculandi pernoctandi  et  alia  faciendi,  prout  in  memoriali 

cuiiiparitionibus  et  articulis  continetur,  cifra  preiudicium  iudieii  poxessorii  ordinarli  et  petitorii  boe 
suuin.  Joannes  franciscus  branda,  Cesar  guerra  prò  segretario.  A  quo .  decreto  licet  prò  parte  magni- 
fici pardi  fuisse  reclamatimi,  tamen  quia  fuit  prestata  fideiubxio  in  casu  retractationis  dieti  decreti, 
iuxta  stillini  et  observanciam  dicti  saeri  consilii,  et  prò  parte  diete  universitatis  fuit  sepe  in  eodem 

sacro  Consilio  instatum  prò  cxequtione  dicti  decreti dietimi  sacrum  eonsilium  debite 

providere  liarum  serie  mandetur  magnifico  sigismundio  pignatello  balio  et  tutore  dieti  magnifici  pardi 

ac  egregio  Marco  Eusso  eius  actori  et  procuratori  quatenus  dicto  Decreto  parere  et 

alias  per  dietimi  sacrimi  eonsilium  procedetti!  cantra  ipsos  ad  expeditionem  litterarum 

exequutorialium  et  ad  alia,  ut  iuris  est.  Datimi  neapoli  die  duodecimo  ianuarii  1542  hyeronimus  scu- 

trinus  presidens,  ioannes  franciscus  brancia intimato  dietis  magnìfico  sigisrmvndo 

pignatello  et  egregio  marco  russo,  fuerimt  adversns  illud  per  dietimi  magnificimi  sigismundimi  non- 
nulla opposita,  ac  etiam  adversus  dictum  premsertum  decretum  fuit  ]ier  dietimi  magnifieum  sigismunduin 
nullitatibus,  et  tandem,  factis  in  causa  [psa  hinc  inde  aliquibus  replicationibus,  fuit 


—  317  — 

per  dietimi  sacrarti  regimo  consiliari]  Bervati  servandis  interpositum  alind  decretum  tenoris  sequerrfis: 
die  rigesirno  octaro  ianuarii  millesimo  quingentesimo  quadragesimo  secando  Neapoli,  fada  relaeione 
m  sacro  regio  Consilio  per  magnificum  utriusque  irms  doctorem  ioannem  frarteisetmi  branciam  regioni 

coneiliaTÌnm  -t  cause  comissarium,  decreto  ipsins   acri  regii  consilii  proróuBi  esl  q I  decretum  latrun 

per  sacrerò  regioni  consilinm  die  duodecimo  deccinbris  1541  mandetur  debite  exequutioni  nullital ilm - 

et  aliis  oppositis  non  obstantibuE  declar possint   taceri-   contenta  in  dicto  decreto  cum 

snis  anhnalibus  tantum  et  quod  possinl  facere  in  toto  territorio hoc  suum:  franciscus 

branda,  Cesar  guerra  prò  segretario.  Qnod  decretum  est  die  vigesimo egregio  mare.. 

russo  deinde  faetis  pre  parte  magnifiei  pardi  oretenus  aliquibus   oppesitìonibus   super  construeth 

in  dicto  territorio  pio  vendichine  aque  ipsarum  et  ipsis  discussi*  et  auditis  magnifici* 

advoeatis  ambaruni fudt  factum  alimi  decretum  tenoris  sequentis:  die  tertio  decimo 

meneis  februarii  millesimo  quingentesimo  quadragesimo  secundo,  facta  relatione  in  sacro  Consilio  per 

magnificimi  utriusque  inris  doctorem  ioannem  franciscum  branciam decreto  fpsius  sacri 

Consilia  provisum  est  quod  lite  de  venditione  ipsarum  aquarum 

cisternas  seti  piscinas  prò  eorurn  usu  tantum  et  eorum  animalium  et  quod  non 


prout  in  decretis  ipsis  continetur  cum  eorum  tantum  utilitatibus 

exceptìs  tamen  defensis per  dictum  sacrum  consiliurn  interpositum  mandando  dicto 

magnifico  sigismundo  pignatello  balio  et  tutori  dieti  magnifici  pardi  pappaeode  ceteris  aliis  quibus- 

cumque  sub  formidabili  pena  ut  finem  in  perp et  homines  predicte  terre  apricene  posse 

in  dicto  territorio  castri  pagani,  exceptis  tamen  (defensis),  cum  propriis  animalibns  pasculare,  aquare, 
pernoctare,  alia  facere  prout  in  dictis  pieinsertis  decretis  continetur,  servata  forma  supradictorum  prein- 

sertorum  decretorum,  et  taliter  vos  in  hoc  gerendo  quod  predieta  preinserta  decreta 

smini  sortiantur  effectum  ;  mandantes  propterea  universis  et  singulis  offitialibus  regni  huius,  ntaioribns 
et  minoribns,  quocunque  nomine  nuncupatis,  quibusvis  titulis,  auctoritate,  potestate  et  dignitate  fun- 

o-entibus comunalibus  atque  baronum,  quatenus  in  premissis  et  circha  ea  per  nos 

exequendis  et  que  necessaria  fuerint  pareant.  obediant.  et  assistant,  prestentque  et  prestari  faciant  per 
quos  decet  omne  auxilium  et  favorem  necessarium  prout  fuerint  a  nobis  requisiti  Ita  quod  predieta 
omnia,  sine  impedimento  aliquo  exequi  valeatis,  et  quicquid  per  vos  exequutum  fuerit  in  pede  pre- 
sentium  rescribatis,  et  contrarium  non  faciant  omnes  supradicti  offitiales  prò  quanto  gratiam  regiam 
ebaram  habent  penamque  auri  ducatorum  mille  cupiunt  evitare:  In  quorum  fidem  presentes  fieri  fecimus 
magno  predictarum  cesar,  et  catholicarum  maiestatum  sigillo  pendente  munitas.  Datimi  in  castro  novo 
neapolis  die  ultimo  niensis  februarii  millesimo  quingentesimo  quadragesimo  secundo.  Don  Pedro  de 
Toledo,  Joannes  franciscus  branda.  Dominus  vicerex  locumtenens  generalis  mandavit  mihi  bernardino 

martirano.  vidit  marsialis presidens  solvat  tarenos  xn  Saltinus  prò  tassatore  in  iustitia 

locumtenentie  f.  xm  sol.  man.  Ex  esequtoria  decreti  lati  in  sacro  regio  Consilio  in  favorem  univer- 
sitatis  et  hominum  terre  apricene  contra  magnificum  pardum  pappaeode  super  iure  pasculandi  aquandi 
et  Ugna  incidendi  in  territorio  castri  pagani  in  forma.  —  Die  decimo  quarto  mensis  martii  quinte 
decime  indictionis  millesimo  quingentesimo  quadragesimo  secundo  in  nemore  castri  pagani  provintie 
capitanate,  in  mei  subscripti  iudicis  notarii  et  testium  subseriptionibus.  Joannes  dominicus  gagliardus 
de  neapoli  regius  porterius  sacri  regii  consilii  et  comissarius  specialiter  deputatus  per  dictum  sacrum 
consiliurn  prò  conservatione  iurium  universitatis  et  hominum  terre  apricene  posuit  et  indixit  generales 
sindicos  et  eleetos  regiminis  et  consilii  diete  terre  in  corporalem  va(cuam)  et  expeditam  poxessionem 
retroscriptoram  iurium,  consignando  eidem  ramos  arborum,  manipulum  herbarum  et  auriento  aquam 
a  quadam  piscina  que  dicitur  Antonii  de  compara  de  eadem  terra,  ipsam  traddendo  in  manibus  eorumdem, 
iuxta  formam  continentiam  et  tenorem  retroscriptarum  exequutorialium  litterarum,  stando  molando 
et  deambulando  per  dictum  territorium  et  nemus  et  alios  actus  faciendo,  que  vere  realis  et  corporalis 
assignationis  denotant  et  inducunt.  prò  conservatione  omnium  iurium  retroscriptorum  et  ipsis  universitati 


—  318  — 

rt  hominibus  spectantium  iuxta  oarumdem  litterarum  et  decretorum  desuper  interpositorum  con- 
tinentia,  pacifico  et  quiete  et  nemine  opponente  seu  contradicente.  Requirens  me  notarium  martinum 
ciampharram  de  terra  lame  provintic  aprutii  ut  de  supradictis  presenterà  relationem  facerem  in  dorso 
retroscriptarum  exequutorialium  littorarum,  ad  cuius  requisitionem  presentem  relationem  propria  maini 
scripsi  et  meo  solito  signo  signavi,  presentibus  Bernardino  de  rocia  de  sancto  severo  ad  contractus 
iudice  et  notano  antonello  gualterio  nicandrense,  Marcho  de  rocia  de  sancto  severo,  ioanne  .... 
.  .  .  ,  .  herede  de  supino  et  compluribus  aliis  testibus  reservatis  apponendis  in  istrumento  per  me 
conficiendo,  de  quo  rogatus  fui  tam  prò  parte  diete  universitatis  et  bominum  quam  prò  parte    .  .  . 

ut   supra  quibus  quidem  commissionalibus  litteris 

per  ipsum  ioannem  dominicum  regium  posterium   et  eommissarium 

et  obbedire  ac 

ipsam  exequi  corani  nobis  virtute  diete  sue  concessionis sindicos  et  electos  prò   .  .  . 

.  .  .  iurium  diete  universitari  et  hominibus  diete  terre  spectantium  in  corporalem  vacuimi  pacificum 

et  expeditum  poxessum  iuris  pasculandi  et  omnia dicto  territorio exequutoria- 

libus  litteris  particulariter  contenta,  ut  superius  est  expressum,  quia  requisitione  facta  et  ea  postniodum 
consigliata  dietis  sindicis  et  electis  nomine  predicto   omnibusqhe   aliis  et  singulis  sic  ut  premittitur 

corani  nobis  ' factas  et  gestas,  statini  dicti  ioannes  dominicus  porterius  et  commissarius  et 

sindici  et  electi  nomine  diete  universitatis  et  hominum  nos  predictos  iudicem  notarium  et  testem  requi- 
siverunt  quatenus  prò  certitudine  dicti  sacri  r.  consilii  et  cauthela  diete  universitatis  et  bominum  pub- 
blicuni  conficere  deberemus  instrumentum.  Nos  enim  eonsiderantes  quod  officium  nostrum  est  publicum 
et  nomini  denegare  possumus  ncque  debemus  presertim  in  bis  que  honestatem  sapiunt  et  requirunt. 
ad  futuram  perpetuamque  rei  memoriam  certitudinem  et  eauthelam  tam  dicti  sacri  regii  consilii  quam 
diete  universitatis  et  hominum  et  eorum  et  cuiuslibet  eorumdem  hereduni  et  successorum  de  premissis 
omnibus  et  singulis  hoc  presens  publicum  conficiendum  duximus  instrumentum,  prout  confectum  est 
scriptum  per  manus  meas  ipsius  notarii  supradictd  signo  meo  solito  signatura  mei  qui  supra  iudicis 
et  nostrum  subscriptorum  testimi!  subscriptionibus  roboratuin.  Quod  scripsi  ego  Martinus  publicus  ut 
supra  notarius  qui  premissis  omnibus  et  singulis  rogatus  ac  requisitus  interrai  ipsuraque  meo  solito 
et  consueto  signo  signavi.  —  Segue  a  destra  il  monogramma  del  notaro;  a  sinistra:  Ego  Bernardinus 
de  Rocia  de  Sancto  Severio  ad  contractus  Iudex  ad  predicta  omnia  interfui  et  me  subscripsi.  — 
t  Notarius  Antonius  Gualterius  nicandrensis  prò  teste  interfuit.  —  t  Io  Marco  de  Rocia  de  Sancto 
Severio  fui  presente.  —  Io  mastro  nardo  de  Bonis  de  pectorane  fui  presente  e  se  soscrise.  —  Ego 
Cesar  de  Pizacano  de  terra  maiori  aromatanensi  hic  tester.  —  Ego  Baldassare  Canpanilius  de  Tra- 
monto prò  teste  interfui.  —  Ego fui  presens  ut  supra.  —  Ego  Alfoncsus 

Pallucius  sanseverinus  testis  interfui.  —  Joannes  Matteo  de  solasanto  de  nepi  fui  presente  e  ad  fede 
li"  supscripto. 


—  319  — 


INDICE  DEL  VOL.  IL0  —  SERIE  4." 


Classe  di  scienze  morali  storiche  e  filologiche 


Parte  prima  —  Jlemorie. 

De  Lollis.  Il  Consoni  ere  prò  natale  0  (Cod.  Vat.  3208) Pag.  4 

Puntoni.  Sopra  alcune  recensioni  dello  Stephanites  hai  Ichnelates    »  113 
Chiappelli.   Glosse  d'Irnerio  e  della  sua  scuola,  traile  dal  manoscritto  capito- 
lare pistoiese  dell' Authenticum »  184 

De  Stefani.  Notizie  storiche  delle  scoperte  palei  no  logiche  fatte  nel  comune  di 

Zirconio-  Veronese  (Con  una  tavola) »  238 

Ferri.  Il  fenomeno  sensibile  e  la  percezione  esteriore   ossia  i  fondamenti  del 

Realismo  (Parte  prima) »  251 

Schupfer.  Degli  usi  civici  e  altri  diritti  del  comune  di  Apricena.    ...»  276 

Parte  seconda  —  Notizie  degli  Scavi. 

Fiorelli.  Notizie  degli  scavi.   Gennaio  1886       »  3 

Id.             »                         »        Febbraio  (Con  una  tavola) »  31 

Id.           »                     »      Marzo »  65 

Id.           -                     »      Aprile »  107 

Id.          »                    »      Maggio »  141 

Id.            »                       »       Giugno  (Con  due  tavole) »  175 

Id.           »                     »       Luglio     . "  213 

Id.          »                    »      Agosto »  247 

Id.          »                    »      Settembre »  285 

Id.           »                     »       Ottobre »  339 

Id.          »                    »      Novembre »  409 

Id.           »                     »      Dicembre »  443 


■  > 


PARTE  SECONDA 


NOTIZIE    DEGLI    SCAVI 


•'lasse  di  scienze  .murai. i  ecc.  —  Memorie  —  Sei-.  I".  Voi.  II. 


NOTIZIE  DEGLI  SCAVI 


(tENNAIO     1886 

Regione  X.  (  Vendici  ) 

I.  Cividate  Alpino  —  Nota  dell'  ispettore  cao.  Pietro  da  Ponte. 
Per  cortesia  del  sig.  Stefano  Vielmi  di  Cividate  Alpino  in  vai  Camonica  (Vanni, mì), 
potei  avere  notizia  di  una  recente  scoperta  colà  avvenuta.  Mentre  facevasi  uno  sterro 
per  gettare  le  fondamenta  di  un  muro,  si  incontrò  un  pavimento  a  mosaico,  a  piano 
inclinato,  orientato  da  est  ad  ovest.  La  parte  messa  in  luce  misurava  circa  m.  2,00, 
ed  era  composta  di  opera  tessellata  a  marmi  bianco  e  nero,  ed  ornata,  nel  senso  lon- 
gitudinale, da  ima  greca.  Alcuni  pezzi  di  colonna  che  quivi  furono  trovati,  con  una 
base  al  proprio  posto,  accennano  ad  un  portico,  che  doveva  ornare  il  sacello  dedicato 
a  Giove,  come  è  provato  da  questa  iscrizione  importantissima  a  belle  lettere,  incisa 
in  un  cippo  lungo  m.  0,50.  e  del  diametro  di  m.  0,30  : 

I  O  M 
I  V  R 
D  C  S 
È  manifesto  che  l'appellativo  IVR,  dato  a  Giove  Ottimo  Massimo,  si  completi  in 
IVRARIO,  che  trova  riscontro  nel  titolo  scoperto  in  Roma  nell'isola  Tiberina,  ripro- 
dotto nel  voi.  VI  del  C.  I.  L.  n.  379. 

Il  sig.  Vielmi  ricordò  che  poco  lungi  dal  luogo  dello  scavo,  fu  pure  scoperto 
non  sono  molti  anni,  un  busto  muliebre  marmoreo  ;  e  anteriormente  una  lapide  iscritta, 
murata  poi  nella  chiesa  parrocchiale  del  paese. 

IL  Brescia  ■ —  Lo  stesso  ispettore  riferì,  che  tra  alcuni  oggetti  acquistati 
nell'ottobre  scorso  pel  civico  Museo  di  Brescia,  e  provenienti  dal  territorio  bresciano 
trovasi  una  tavoletta  di  bronzo,  di  forma  triangolare  larg.  m.  0,27  con  margini  a 
listelli  sagomati,  che  probabilmente  era  il  fastigio  di  ima  tavola  di  patronato.  Vi  è 
inciso   in  caratteri  poco  regolari,  e  senza  la  stretta  ragione  di  simmetria  : 

IVNI   QVIET 
T  ■  PVBLICI  •  PARDALI 


—  4   — 

III.  Sermide  —  H  sig.  prof.  Mantovani  annunziò  essere  stato  scoperto  nel 
podere  Loghino  presso  Sermide,  nel  territorio  mantovano,  un  tegolone  col  bollo: 

C • COR ■ POL 
A  s.  Martino  in  Spino  nel  comune  medesimo,  si  trovarono  alcune  monete  imperiali  di 
bronzo  ;  e  due  fittili,  cioè  un  vasetto  ed  un'  olla,  notevoli  per  essere   stati  congiunti 
tra  loro  con  un  filo  di  bronzo  attortigliato  a  spirale,  che  dall'orlo  superiore  dell'  olla 
passava  pel  vasetto,  e  terminava  in  una  specie  di  bottone. 

Regione  XI.  {Transpadana) 

IV.  TalaniOlia  in  Valtellina  —  L'ispettore  degli  scavi  in  Sondrio  sac, 
prof.  Antonio  Maffei  seppe,  che  nei  lavori  per  l'ampliamento  del  cimitero  in  Ta- 
lamona,  mandamento  di  Morbegno,  erano  stati  rimessi  a  luce  molti  antichi  oggetti; 
e  si  affrettò  a  chiederne  esatte  informazioni  al  sig.  ing.  Clemente  Talenti,  che  aveva 
assistito  allo  scavo,  e  che  non  mancò  di  dare  al  sig.  ispettore  le  dilucidazioni  richieste. 

Da  una  lettera  del  predetto  sig.  ing.  Valenti ,  edita  nel  giornale  l' Eco  della 
Provi aci a  di  Sondrio  (anno  V,  n.  1,  7  genn.  188(3).  ed  indirizzata  al  prof.  Maffei, 
risulta  che  le  scoperte  avvennero  nello  scorso  anno,  e  che  furono  raccolti  primieramente 
molti  cocci  fittili,  ed  alcuni  vasi  intieri;  una  fiala  di  vetro;  coltelli  ed  anelletti  di 
ferro,  ed  un  pezzo  di  cucchiaio  di  bronzo. 

Recatosi  l'ing.  Valenti  sul  luogo,  e  fatte  allargare  le  indagini,  riconobbe  clic  vi 
si  celava  un  vetusto  sepolcreto,  come  veniva  dimostrato  dalla  terra  fina  e  nera,  dai 
carboni  e  dalle  ossa  umane  che  si  scoprivano. 

Le  quali  scoperte  avvenivano  alla  profondità  di  chea  im  metro  dal  suolo,  e  gli 
oca-etti  si  trovavano    disseminati   luncro    una  stessa  linea,  dall'alto  al  basso;  ed  in 

DO 

modo  che  i  più  leggieri  erano  nel  punto  più  basso,  come  se  vi  fossero  stati  spinti 
da  qualche  forza;  il  che  fece  ritenere,  che  il  sepolcreto  avesse  risentito  i  danni  di 
ima  frana,  cagionata  dall'  impeto  del  vicino  torrente  Roncaiola. 

Soggiungeva  il  sig.  ing.  Valenti  nella  sua  lettera,  che  i  frammenti  fittili  rive- 
lano varie  forme  e  varia  tecnica,  essendovi  per  quanto  si  può  desumere  dalle  notizie 
date,  utensili  di  bucchero  italico  lavorati  a  mano,  e  vasi  a  vernice  corallina.  Donde 
nasce  vivissimo  desiderio,  che  il  materiale  raccolto  per  lo  zelo  del  sig.  Valenti,  e 
destinato  alla  collezione  archeologica  di  Sondrio,  sia  esaminato  da  qualche  dotto,  il 
quale  sia  iu  grado  di  determinarne  a  pieno  il  valore  storico  ed  artistico;  massime 
riferendosi  la  scoperta  a  quella  valle  di  cui,  per  ciò  che  spetta  all'archeologia,  pochis- 
simo si  conosce. 

V.  Bogno  —  L'  ingegnere  G.  Quaglia  fece  sapere,  dietro  richiesta  dell'  ispet- 
tore iu  Como  can.  V.  Barelli ,  che  iu  Bogno  ,  paese  posto  tra  Besozzo  e  le  sponde 
orientali  del  lago  Verbano,  e  precisamente  nel  fondo  Chiosctto,  furono  rimesse  in  luci- 
alcune  tombe  romane  a  cassa,  composte  di  embrici,  e  contenenti  urne  cinerarie  e  pic- 
coli vasi,  che  per  la  pressione  si  erano  infranti.  Le  tombe  erano  contornate  di  ciottoli 
messi  a  difesa,  e  da  terriccio  nerastro,  fra  cui  erano  pezzetti  di  carboni  e  di  ossa, 
indizio  della  cremazione  effettuata  sul   posto. 


—  5  — 

VI.  Caronno-Glliringkello  —  Lo  stesso  sig.  ingegnere  riferì,  che  nel  po- 
dere denominati)  Papa,  nel  comune  di  Caronno  già  pieve  dell"  antico  Seprio,  pago 
del  territorio  mediolaneuse  (C.  /.  L.  V.  p.  601),  furono  scoperte  a  mezzo  metro  sotto 
il  piano  della  brughiera  due  urne,  alte  m.  0,33,  diam.  nella  bocca  m.  0,30,  e  nella 
massima  espansione  m.  0,37,  coperte  da  mattoni  e  contornate  dai  soliti  ciottoli  e  da 
terra  nericcia,  avanzo  del  rogo.  In  una  di  esse  era  una  piccola  cuspide  di  lancia. 

Nella  medesima  località  si  rinvennero,  anni  sono,  altre  tombe,  alcune  delle  quali 
in  cassette  rettangolari,  la  cui  suppellettile  fu  distrutta  dai  lavoranti. 

VII.  Milano  —  Il  sig.  ispettore  prof.  Pompeo  Castelfranco  diede  comunica- 
zione di  una  scoperta  di  bronzi  antichi,  avvenuta  entro  la  città  di  Milano,  scoperta 
che  a  suo  credere  potrà  dare  occasione  a  ricerche  utilissime,  per  lo  studio  della  storia 
vetustissima  del  luogo. 

Questi  bronzi,  che  vennero  in  mano  del  sig.  iug.  Camelli,  il  quale  gentilmente 
li  fece  esaminare  dal  sig.  ispettore,  sono  per  la  loro  forma  oggetti  di  tipo  comune, 
e  che  trovano  riscontro  in  altri  rinvenuti  nel  territorio  limitrofo.  Ma  acquistano  rara 
importanza,  a  giudizio  del  sig.  prof.  Castelfranco,  per  la  remota  età  a  cui  debbono 
essere  riferiti.  Sono  due  fìbule  e  sei  anelli.  La  prima  fibula,  rotta  ora  in  più  pezzi, 
pesava  chea  176  grammi,  ed  è  simile  ad  altre  rinvenute  nel  Lodigiano  (cfr.  Bull,  di 
Paletn.  it.  ann.  IX,  tav.  VIII,  fig.  1  ).  La  seconda  im  poco  più  piccola,  del  peso  di 
grammi  41,  trova  pure  riscontro  in  altre  del  territorio  di  Lodi  (o.  e.  tav.  VIII,  fìg.  2). 
Degli  anelli,  cinque  sono  a  nodi  ;  il  più  leggiero  del  peso  di  15  grammi,  ed  il  più 
pesante  di  gr.  29  ;  uno  a  sette  nodi,  due  ne  hanno  otto,  e  due  nove  ;  e  questi  sono 
i  più  pesanti.  Corrispondono  pel  tipo  ai  bronzi  già  citati  del  Lodigiano  (V.  Bull,  di 
Paletn.  ann.  IX,  tav.  VIII,  fìg.  11).  Il  sesto  anello,  di  un  tipo  sconosciuto,  del  peso  di 
grammi  24,  è  a  sezione  lenticolare  biconvessa,  con  cerchietti  incavati  a  scopo  orna- 
mentale. 

Furono  questi  oggetti  trovati  alla  profondità  di  m.  2,50,  in  terra  gialla  vergine, 
nel  giardino  cortile  deU'ospedale  di  sant'Antonino,  entro  la  cinta  attuale  dei  bastioni, 
vicino  al  Naviglio  (antico  fossato  della  lega  lombarda  del  XII  secolo),  a  chea  m.  400 
dall'  antico  rnuro  romano,  e  sul  prolungamento  di  una  delle  più  antiche  arterie  della 
città,  corrispondente  ad  una  porta  antichissima.  Parrebbe  che  la  scoperta  non  debba 
considerarsi  come  isolata,  e  che  in  quel  sito  si  celi  un  vetusto  sepolcreto;  perchè  a 
qualche  metro  di  distanza  dal  sito  ove  si  raccolsero  i  bronzi,  si  incontrò  una  specie 
di  ciotola  fìttile,  contenente  residui  di  antica  cremazione.  Ciotola  e  ossa  combuste 
andarono  infrante  e  disperse  dall'operaio,  per  avidità  del  solito  tesoro. 

È  da  sperare  che  regolari  indagini  saranno  eseguite,  e  che  frutteranno  copioso  ma- 
teriale per  lo  studio. 

Regione  VII.  (Etruria) 

Vili.  Sarzaiia  —  L'  ispettore  sig.  Paolo  Podestà  riferì,  che  demolendosi  un 
vecchio  muro  in  una  villa  del  marchese  Giacomo  Gropallo,  situata  nell'estremità 
sud-est  del  circuito  interno  dell'antica  Limi,  si  rinvenne  un  'epigrafe  latina    scolpita 


—  6  — 

su  lastra  marmorea,  la  quale  era  stata  adoperata  come  materiale  di  costruzione. 
La  lapide  misura  m.  0,26  X  0,27  X  0,07,  ed  appartiene  alla  gente  Tet/ia,  ricordata  in 
altre  epigrafi  lunensi  (cfr.  Promis,  Antichità  di  Limi  n.  3,  36,  41). 

hTE   TT   I   O 

demosthenI 

j/IC  ■  DECVRIONES 
bLONIQ^LVNENSES 

VoREM  •  AVGVSTA 
ATVITVM  •  PRIMVM 
IJEDERVNT 

IX.  Monte  San  Pietro  —  (Frazione  del  comune  di  Fabbro  in  provincia 
di  Perugia).  Annessa  ad  una  fattoria  che  domina  una  ventina  di  piccoli  predi,  sparsi 
qua  e  là  sul  monte  san  Pietro  Aquaeortus,  è  ima  chiesetta  del  sec.  XVI,  rifabbricata 
sulle  rovine  di  altra  chiesa  medioevale,  o  sopra  i  ruderi  di  qualche  tempietto  pagano  ; 
innanzi  alla  quale  chiesetta  trovasi  un  cippo  di  pietra  locale,  che  reca  l'iscrizione 
seguente,  la  cui  lezione  desumo  da  un  calco  cartaceo  : 

H  E  R  C  V  L  I 

S  A  L  V  T  A  R  I 

TI    CLAVDIVS 

DENTO  •  AVG 

LIB  •  V  •  S  •  L  •  M 
Si  ebbero  queste  notizie  ed  il  calco  dal  sig.  G.  C.  Valenzauo,  vice  segretario 
del  Ministero  dell'Istruzione,  al  quale  bisogna  esser  grati  per  aver  fatta  conoscere 
un'epigrafe,  di  cui  niente  finora  si  sapeva.  Il  cognome  Beato,  che  ricorre  poche  sole 
volte  nelle  iscrizioni  latine  d'Italia  (cfr.  C.  I.  L.  V,  n.  3775,  4175),  si  incontra  una 
sola  volta  nelle  iscrizioni  spagnuole  (ib.  II,  n.  3896) ,  una  volta  nelle  iscrizioni 
della   Pannonia  (ib.    III,   4252),  ed   una   volta  nelle  africane  (ib.  Vili,  n.  7117). 

X.  Orvieto  ■ —  Furono  proseguiti  gli  scavi  nella  necropoli  volsiniese  in 
contrada  Gannicella ,  e  ne  fu  compilato  il  giornale  che  segue  dal  sig.  ingegnere 
R.  Mancini. 

10-31  decembre  1885.  Alla  profondità  di  circa  m.  7.00,  si  seoprì  una  tomba 
arcaica,  orientata  ad  ovest,  intatta,  scavata  entro  un  masso  di  tufo,  con  la  volta  a 
botte,  dell'altezza  di  m.  1,75,  mentre  le  spalle  sono  alte  m.  0.50.  La  camera  misura 
m.  2,60X2,00.  Conserva  tre  banchine  all'intorno  ;  ed  in  quella  di  fondo,  alta  m.  0, 20 
più  delle  altre,  era  deposto  un  solo  cadavere  incombusto.  La  porta  che  misura  m.  1,25  X  0,60, 
ha  l'architrave  lievemente  tagliato  ad  arco.  Di  oggetti  sparsi  nella  terra  si  raccolsero  : 
Ferro.  Una  lancia  lunga  m.  0.46.  Un  coltello  lungo  m.  0,18.  —  Fittili  dipinti.  Due 
boccali  rotti  (oenochoe),  con  linee  orizzontali  rossastre  nel  corpo.  Boccale  più  piccolo. 
Due  piattini  con  linee  rossastre.  —  Bucchero  italico.  Undici  vasi  e  tazze  di  più 
forme  e  grandezze,  in  parte  rotte.  — ■  Cocci  ordì  miri.  Grande  olla  senza  manichi, 
alta  m.  0,47,  diametro  dell'orificio  ni.  0,23. 

Altra  tomba,  dello  stile  della   necropoli  nord,  venne  a    luce    presso    quella  ora 


descritta.  Non  vi  si  trovarono,  die  alcuni  resti  di  una  tazzina  fìttile  a  figure  nere, 
e  frammenti  di  bucchero  con  rilievi;  e  ciò  per  essere  stata  quella  tomba  derubata  in 
varie  epoche. 

Altra  tomba  a  monte  ed  in  linea  di  quella  ora  descritta,  si  rinvenne  alla  pro- 
fondità di  m.  5,00  circa,  con  orientazione  ad  ovest.  È  composta  di  grandi  blocchi 
di  tufo  ;  si  riconobbe  non  essere  stata  mai  violata.  È  dello  stile  più  antico,  e  sembra 
che  vi  fossero  stati  deposti  tre  cadaveri  incombusti  e  due  combusti.  Misura  all'interno 
m.  2,65X2,10X2,50.  La  porta  è  di  m.  1,62X0,61.  Di  oggetti,  dei  quali  non  si 
potè  conoscere  il  primitivo  posto,  perchè  varie  volte  andarono  a  galla  sull'acqua  in- 
filtrata dalla  volta,  si  raccolsero  :  Argento.  Due  spia-ali  semplici  del  diam.  di  m.  0,02 
ciascuna,  non  che  frammenti  di  altre  due  spirali  più  grandi.  —  Vetro.  Frammenti 
di  globetto  per  collana.  —  Bromo.  Frammenti  di  quattro  fibule  semplici,  delle  quali 
una  grande  con  ambra  infilata.  Catino  semplice,  rotto,  del  diam.  di  0,28,  con  un 
pezzo  di  cuoio  tutt'ora  attaccato  sull'orlo  esterno.  Altro  mezzano  del  diam.  di  0,22. 
Altro  più  piccolo,  rotto,  di  m.  0,17.  Tazzina  ad  alto  manico  di  diam.  0,09.  Boccaletto 
alto  m.  0,19.  —  Terracotta.  Dieci  fusaruole  di  varia  grandezza,  —  Ferro.  Frammenti 
di  un  candelabro  e  di  due  spiedi.  Lancia  lunga  m.  0,22.  —  Fittili  dipinti  di  arte 
locale.  Tre  tazze  a  calice  ad  alto  piede,  in  parte  rotte,  con  strisce  nell'orlo  e  nel 
corpo  di  colore  rossastro.  Quattro  boccali  (oenochoe)  di  varie  grandezze,  in  parte  rotti. 
Piccolo  lacrimatoio  alto  m.  0,08.  —  Bucchero  etrusco  ed  italico.  Quarantasette  vasi 
di  varie  forme  e  dimensioni,  alcuni  dei  quali  sono  rotti.  —  Fittili  ordinari.  Due 
grandi  olle  senza  manichi,  di  forma  sferica,  una  delle  quali  in  frammenti.  Vuoisi  av- 
vertire, che  nella  banchina  destra,  a  metà  circa  del  cadavere  ivi  collocato,  rinven- 
nesi  una  piccola  rete  di  filo  di  cuoio,  che  si  riconobbe  fosse  stata  ripiegata,  mante- 
nendo le  dimensioni  di  m.  0,30  X  0,22.  Andò  perduta  non  .appena  l'aria  incominciò 
a  penetrare  nella  tomba,   e  solo  im  piccolissimo  pezzo  ne  rimase  intatto. 

Seguì  poi  la  scoperta  di  altra  tomba  arcaica,  che  trovasi  in  linea  con  le  pre- 
cedenti, orientata  ad  ovest.  Fu  depredata  varie  volte  ;  e  rinvennesi  piena  di  terra  ed 
in  parte  distrutta. 

Alla  precedente  fece  seguito  altra  tomba  identica,  riconosciuta  integra,  orientata 
anch'essa  ad  ovest,  come  le  sopra  descritte.  Le  dimensioni  interne  misurano  m.  2,00 
X  2,70  X  2,75.  Aveva  una  sola  banchina  di  fronte,  ove  era  deposto  un  solo  cadavere 
incombusto.  La  porta,  alta  m.  1,70X0,65,  ha  l'architrave  in  piano.  Di  oggetti  vi  si 
raccolsero:  —  Ferro.  Coltello  di  forma  comune,  lungo  m.  0,25.  —  Bronzo.  Un  pezzo 
di  aes  rude.  —  Fittili  dipinti.  Tre  boccali  (oenochoe)  di  più  grandezze,  con  striscie 
orizzontali,  rossastre  nel  corpo.  Due  tazze  come  sopra.  Tre  piccoli  lacrimatoi.  —  Buc- 
chero etrusco  od  italico.  Cinque  vasi  di  varie  forme  e  dimensioni. 

1-24  gennaio  1886.  A  poca  profondità  dal  suolo,  sì  riconobbe  una  traccia  di 
tomba  ad  una  camera,  totalmente  distrutta.  Sparsi  nella  terra  si  trovarono:  Oro.  Due 
semplici  spirali;  diam.  m.  0,08  ciascuna.  —  Fittili  dipinti.  Frammenti  di  ima  pic- 
cola tazzina  senza  figure.  —  Terracotta.  Due  fuseruole: 

Alla  distanza  di  circa  20  metri  dalla  suddetta,  verso  ovest,  si  trovò  una  tomba 
a  cassa,  le  pareti  della  quale  erano  costituite  da  piccoli  e  rozzi  tufi,  senza  cemento. 
Misura  m.  2,20X1,50X3,00.  Era  stata  già  esplorata,  e  si  trovò  ripiena  di  tufi,  con 


resti  di  cadaveri.  Tre  di  tali  tufi  dovevano  appartenere    all'  architrave    della    porta, 
leggeudovisi  lettere  etnische  del  titolo  funebre.  In  due  che  combaciano  si  vede  : 

^VVMASSN^l/l^iwi 

nel  terzo  frammento  rimane: 

Gli  oggetti  raccolti  furono:  Oro.  Due  anelli  semplici  da  dito,  del  diam.  di  0,012 
ciascuno.  —  Argento.  Due  anelletti  semplici.  —  Bronzo.  Sette  pendenti  semplici,  cir- 
colari. Otto  pezzi  di  aes  rade.  Armilla  semplice  del  diam.  di  m.  0,09.  Strigale  lunga 
m.  0,23.  Specchio  non  graffito,  del  diam.  0,13.  Frammenti  di  due  altri  specchi  con 
graffiti.  —  Osso.  Manico  di  specchio  in  due  pezzi,  lungo  m.  0,09.  —  Terracotta. 
Sette  fuseruole  di  varie  grandezze.  Quattro  pesi  o  piombi  piramidali.  —  FU  Hli  ordinari. 
Olla  a  due  manichi,  non  che  quindici  vasetti  e  piattini  di  varie  forme  e  grandezze. 

XI.  Civita  Castellana  —  Il  sindaco  di  Civita  Castellana  riferì  al  Mini- 
stero, che  in  contrada  Celle,  a  non  molta  distanza  dalla  città,  il  sig.  Giuseppe  Gemma 
nel  piantare  una  vigna  trovò  vari  frammenti  di  sculture  fittili,  che  si  riferiscono  alla 
decorazione  di  un  piccolo  edificio  sacro. 

Begione  VI.  {Umbria) 

XII.  Isola  di  Fano  (Comune  di  Fossombrone)  —  Nel  sito  medesimo  ove 
avvenne  la  scoperta  della  bellissima  statuetta  di  bronzo  di  stile  arcaico,  ritenuta  rap- 
presentanza del  dio  Vertunno,  e  descritta  dal  prof.  Milani  nelle  Notizie  del  1884,  (ser.  3a, 
voi.  XIII,  p.  620,  tav.  I),  fu  scoperta  un'  altra  statuetta  pure  di  bronzo,  di  perfetta 
conservazione,  coperta  di  quella  patina  che  in  generale  hanno  i  bronzi  rimasti  sott'  acqua, 
come  quelli  della  stipe  votiva  di  Vicarello;  donde  riceve  nuova  conferma  la  supposi- 
zione del  marchese  Broli  (Bull.  Inst.  1875,  p.  75,  sq.),  che  cioè  in  quella  contrada 
presso  l' Isola  di  Fano,  lungo  il  torrente  Tarrugo,  fosse  stato  il  culto  di  qualche  sor- 
gente salutare,  alla  cui  stipe  votiva  dovevano  appartenere  i  due  bronzi  recuperati  in 
questi  ultimi  tempi,  e  gli  altri  scoperti  nel  decennio  precedente. 

Il  nuovo  oggetto  alto  m.  0,15,  compreso  il  perno  per  l'impiombatila,  rappresenta 
un  Frcole  tutto  nudo,  che  alza  il  braccio  destro,  stringendo  la  clava  nodosa.  Lo  stile, 
sebbene  un  poco  trascurato,  rivela  la  stessa  officina  donde  uscì  il  Vertunno,  massime 
se  si  confronta  il  modo  con  cui  sono  eseguiti  gli  occhi.  La  statuetta  fu  aggiunta  alla 
pubblica  raccolta  Oliveriana  di  Pesaro. 

XIII.  Spoleto  —  Il  sig.  Giuseppe  Sordini  ha  fatto  sapere,  che  in  occasione 
degli  scavi  intrapresi  innanzi  il  palazzo  comunale  di  Spoleto,  e  precisamente  dal  lato 
di  mezzogiorno,  è  stato  scoperto  a  m.  2,65  di  profondità  un  grande  e  ben  conservato 
mosaico,  a  tasselli  bianchi  e  neri.  Sembra  che  la  parte  scoperta  non  sia  che  la  cor- 
nice di  un  grande  mosaico,  il  quale  non  può  misurale  meno  di  m.  20,00  ili  lato.  Si 
veggono  per  ora  semplici  ed  eleganti  ornati  geometrici,  e  fogliami  di  molta  vaghezza. 
Si  è  trovata  anche  una  mozza  statuetta  in  terra  cotta,  di  buon  lavoro,  ed  una  tavoletta 
in  marmo  bianco,    che   porta    scolpita  in  una  faccia  un  Satiro    seduto,   nel!  altra  un 


—  9  — 

cavallo  marino.  Si  raccolsero  pure  vari  frammenti  marmorei,  di  bronzo,  di  intonachi 
e  di  vetri.  Presso  all'  edificio  che  ora  si  sta  scavando,  ne  è  un  altro  mezzo  nascosto 
da  dirute  fabbriche,  assai  grandioso  nelle  sue  proporzioni. 

Neil'  ultima  settimana  di  novembre,  si  rinvenne  un  idoletto  di  bronzo  rozzissimo, 
mancante  di  una  mezza  gamba  ;  alcuni  pezzi  di  osso  lavorati,  a  forma  di  manico;  un 
tronco  di  colonna  scanalata  di  travertino,  del  diametro  di  circa  un  metro  ;  varii  grossi 
pezzi  di  colonne  simili,  ma  di  marmo  bianco;  un  frammento  di  ornato  architettonico 
in  pietra  bianca  ;  alcuni  pezzi  di  bronzo  ossidato  ,  irriconoscibili  ;  molti  frammenti 
di  vetro  e  di  stoviglie. 

Si  potè  poi  riconoscere,  che  il  musaico  si  estende  verso  levante  con  ricchezza  e 
varietà  di  disegni,  e  che  formava  il  pavimento  di  un  vasto  peristilio,  a  cui  apparten- 
gono le  colonne  sopra  riferite.  Per  mezzo  di  un  foro  si  potè  precisare  la  lunghezza 
del  fregio  di  un  intercolunnio,  nella  misura  di  m.  3,30  circa.  Il  muro  maestro  del- 
l'edificio è  formato  esclusivamente  di  grandi  e  belle  pietre  diligentemente  commesse, 
e  rivestite  di  intonaco  dipinto  ad  encausto.  Molti  frammenti  di  questo  intonaco  pre- 
sentano traccie  di  decorazioni  pittoriche  di  molta  finezza.  Insieme  a  molti  vetri,  sonosi 
raccolte  tavolette  di  marmo,  di  vario  colore;  un  pettine  di  avorio  con  ornati  e  fregi: 
una  rotella  d'avorio  e  frammenti  di  bronzo.  Tra  alcuni  materiali  fu  pure  riconosciuti! 
i  resti  di  un  vaso,  tagliato  in  un  pezzo  di  roccia  basaltica. 

XIV.  Terni  —  L' ispettore  sig.  marchese  Giovanni  Eroli  di  Narni  riferì  al 
Ministero,  intorno  alle  scoperte  di  antichità  avvenute  di  recente  presso  Terni  ;  per  le 
quali  è  molto  a  dolere,  che  le  autorità  del  luogo  non  abbiano  prese  tutte  quelle  cure 
che  si  sarebbero  richieste.  Queste  scoperte  avvennero  in  occasione  dei  lavori  per  la 
nuova  fabbrica  detta  l'Acciaieria,  nel  luogo  già  denominato  s.  Agnese  e  s.  Paolo. 
perchè  sotto  il  titolo  di  questi  due  santi  sorgevan  quivi,  sopra  assai  antiche  rovine, 
due  monisteri,  presso  la  via  privinciale  della  Valneriua,  distante  da  Terni  due  chilo- 
metri circa,  e  dal  fiume  Nera  circa  duecento  metri.  Per  quanto  al  sopra  ricordato 
sig.  ispettore  riuscì  di  sapere,  in  quella  contrada  ove  si  estendeva  la  necropoli  del- 
l'antica Interaniaa  Nahars,  si  scoprirono  numerose  tombe:  altre  ad  umazione,  con- 
sistenti in  fosse  semplici  e  povere,  ovvero  in  fosse  recinte  e  coperte  di  lastre  di  cal- 
care ;  altre  poi  a  cremazione,  consistenti  in  urne  fittili,  entro  le  quali  erano  stati  de- 
posti gli  avanzi  del  rogo.  Come  ognun  vede,  queste  scarse  notizie  fauno  crescere  il 
rammarico  per  la  mancanza  di  persona  esperta  nel  tempo  dello  scavo,  quando  avreb- 
bero potuto  essere  raccolti  documenti  preziosi,  per  trattare  con  migliori  aiuti  le  que- 
stioni difficili  sui  rapporti  vetustissimi  che  corsero  tra  le  genti  italiche  ;  massime  rife- 
rendosi queste  scoperte  ad  un  sito  dell'Umbria,  ove  finora  poco  si  conosce  del  periodo 
più  remoto,  in  confronto  del  molto  che  se  ne  raccolse  nella  prossima  Etruria.  Debbo 
quindi  limitarmi  ad  accennare  i  pochi  oggetti,  che  da  queste  opere  malamente  ese- 
guite si  recuperarono,  dei  quali  una  parte  passò  nella  biblioteca  del  comune  di  Terni, 
essendo  stati  acquistati  dal  direttore  della  biblioteca  stessa  sig.  Ettore  Sconocchia  : 
altri  passarono  nel  Museo  preistorico  di  Roma,  per  compra  che  ne  fece  da  un  mer- 
cante il  direttore  del  Museo  medesimo;  altri  finalmente  vennero  comperati  dal  sig. 
marchese  Eroli,  al  quale  devo  esser  grato  di  queste  comunicazioni. 

Classe  di  scienze  morali  eco.  —  Memorie  —  Ser.  4a.  Voi.  II.  2 


—   10  — 

Questi  oggetti  sono  :  circa  settanta  fibule  di  bronzo  di  varia  forma  e  grandezza,  più 
o  meno  conservate  ;  alcune  semplici,  altre  a  figure  geometriche  graffite,  con  ornamenti 
di  osso  o  di  bronzo  nell'estremità  dell'arco,  o  pendenti  dagli  ardiglioni.  Alcune,  mas- 
sime per  il  piatto  in  cui  terminano,  ricordano  quelle  scoperte  nel  sepolcreto  vetustis- 
simo delle  Arcatelle,  nella  necropoli  tarquiuiese  dei  Monterozzi  ;  una  poi  è  similissima 
a  quella  trovata  nelle  tombe  a  pozzo  del  sepolcreto  di  Vetulonia ,  che  è  riprodotta 
nelle  Notizie  dell'anno  1885,  tav.  IV,  fìg.  19  ;  altre  ricordano  i  tipi  riprodotti  dal 
Gonestabile  nel  libro  Sopra  due  dischi  di  bronzo  dittico  italici  (tav.  VII,  fig.  1,  3,  6; 
tav.  Vili,  fig.  5)  ;  altre  finalmente  ripetono  il  tipo  descritto  dal  eh.  Helbig,  nel  suo 
recente  lavoro  Sopra  la  provenienza  degli  Etruschi,  edito  negli  Annali  del  1884 
(Mommi.  1884,  tav.  Ili,  fig.  19). 

Seguono  varie  armille  di  bronzo ,  alcune  grandi ,  firmate  a  lamina  ripiegata  e 
tonda,  vuote  nelT  interno  ;  altre  più  piccole,  di  forma  diversa,  per  lo  più  a  fettuccia 
od  a  cilindro  di  sottilissimo  filo.  Alcune  sono  prive  di  ornamenti  ;  altre  sono  abbellite 
con  impressioni  di  cerchi  concentrici,  o  a  graffiti  di  linee  parallele. 

Non  mancarono  le  lancie  pure  di  bronzo;  alcune  semplici,  col  cannello  per  l'im- 
manicatura,  altre  coli' elsa,  alla  quale  doveva  essere  attaccata  l' impugnatura  di  legno 
o  di  osso. 

Meritano  poi  di  essere  ricordate  delle  rotelle,  col  foro  nel  centro,  credute  orna- 
menti 'di  aghi  crinali  (Notizie  1882,  tav.  IH,  n.  7),  e  coltelli  -  rasoi  lunati.  Uno  di 
essi  conserva  bulinature  a  dente  nella  parte  interna  del  taglio,  ed  il  segno  M  ,  come 
altri  oggetti  simili. 

Si  ebbero  pendaglietti  di  bronzo,  uno  dei  quali  ricorda  quello  trovato  nel  ripostiglio 
della  Tolfa  (Notizie  1880,  ser.  3a,  voi.  V,  p.  374,  fig.  5),  salvo  che  nel  mezzo  è  minore  il 
numero  dei  raggi;  ed  un  disco  del  diam.  di  mill.  114,  con  buco  nel  mezzo,  circon- 
dato da  cinque  cerchi  concentrici  di  buchi  minori,  oggetto  che  il  eh.  Eroli  dice  simile, 
quantunque  di  minori  proporzioni,  a  quello  edito  da  Lindenschmit  (AltertMmer  an- 
tere/' Heidnischer  Yorzeit.  Mainz  1870,  voi.  I,  tav.  7;  voi.  II,  tav.  8).  Ricorda  poi 
delle  coppe  di  bronzo,  altre  semplici ,  altre  coli'  orlo  spianato  e  tutto  punteggiato  a 
linee  verticali;  finalmente  descrive  una  lastra  di  m.  0,12  X  0,10,  ornata  con  punteg- 
giature a  sbalzo,  formanti  nel  mezzo  due  linee  quadrate,  entro  cui  corre  un  ordine 
di  punti  meno  piccoli,  ed  intorno  all'orlo  due  linee  simili,  occupando  lo  spazio  inter- 
medio un  ordine  di  rozzi  animali  a  punteggiature  a  sbalzo,  i  quali  somigliano  a  delle 
informi  anitre.  Non  mancarono  pezzi  di  aes  nule. 

In  ferro  si  ebbero  lancie  e  pugnali;  ed  in  terracotta  furono  salvate  solo  alcune 
fusaiuole,  e  dei  cilindri  a  doppia  copocchia,  con  impressione  delle  linee  a  croce  da  ambo 
i  lati.  È  da  dolore  che  nessun  vaso  ossuario  o  di  corredo  sia  stato  salvato;  ma  non 
mancheranno  le  premure  dell'  amministrazione  pubblica ,  per  rintracciare  quelli  che 
reputati  di  poco  conto  da  gente  imperita,  furono  venduti  fuori  di  città,  secondo  venni' 
riferito  al  Ministero  dal  sig.  ispettore  Eroli. 

Sembra  che  nella  contrada  stessa,  ove  fu  scoperto  questo  sepolcreto  di  età  pre- 
romana, sieno  state  rimesse  a  luce  anche  tombe  di  età  romana.  Lo  dimostrerebbe  que- 
sta notizia,  avuta  pure  dall'ispettore  Eroli-. 

u-  Un   pezzo  di  marmo  bianco,  lungo  ni.  0,52,  alto  ni.  0,14.  e  dolio   spessore  di 


—  li- 
ni. 0,06,  fu  trovato  a  poca  distanza  dal  sito  ove  si  rinvennero  i  bronzi  sopra  accen- 
nati. Vi  è  incisa  la  iscrizione  seguente,  che  fu   edita   nello   scorso  anno  iwll' Annun- 
iiatore  Umbro-Sabino  : 

D  M 

MASVRAE  I  VL I AE  > 
IVSTINAE  >  QJ/AE  VI  > 
XIT  >  MECVM  >  ANNIS  > 
XXXV>M>IIH>DIEB>XI> 
IVLIVS  I  V  L  I  A  N  V  S  > 
CONI  VGI  INCOM 
PARABILI 

L' angolo  inferiore  del  marmo,  tagliato  a  cornice,  lascia  supporre  che  fosse  stato 
prima  adoperato  in  ornato  architettonico  di  qualche  edificio  ». 

L' ispettore  ingegnere  Benedetto  Faustini  riferì  poi,  che  presso  Terni,  lungo  la 
strada  provinciale  che  conduce  a  Narni,  e  poco  lungi  dal  torrente  detto  Stroncone, 
nella  proprietà  del  sig.  march.  Francesco  Cinconi,  si  è  rinvenuto  un  nucleo  di  mu- 
ratura, avanzo  probabile  di  un  monumento  sepolcrale  del  primo  secolo  dell'impero. 
In  prossimità  si  scavarono  alcuni  pezzi  di  marmo  statuario  semplicemente  squadrati. 
e  due  intagliati.  Il  primo  pare  una  parte  angolare  del  basamento  del  sepolcro,  e  consta 
di  una  gola  dritta  e  di  un  toro.  Il  secondo  è  la  parte  soprastante  alla  cornice,  ed 
ha  scolpite  due  candeliere  a  volute,  che  ornavano  le  facce  del  pilastro  d' angolo  del 
sepolcro. 

Regione  I.  {Latium  et  Campai/in) 

XV.  Roma  —  Nota  del  prof.  eomm.  R.  Lanciani. 

Hai  in  ae  IL  È  stato  condotto  a  termine  lo  scavo  del  mosaico  a  chiaroscuro,  con 

rappresentanze  atletiche,  incominciato  a  scoprire  tre  mesi  or  sono  nel  vestibolo  della 

casa  degli  Anni  al  Celio,  entro  il  perimetro  della  villa   Casali  :  la  rappresentanza   è 

divisa  in  due  gruppi.  Il  gruppo  a  destra  è  composto  di  un  pugillatore  ignudo,  in  atto 

di  tergersi  il  sudore,  e  di  un  lanista  con  la  ferula  nelle  mani,  il  quale  dice  al  vinto 

campione  : 

A -LAPO-  NI 

VIC-TVS-ES 

Il  gruppo  a  sinistra  rappresenta  un  secondo  lanista,  che  consegna  al  fortunato  atleta 
la  palma  della  vittoria.  Tanto  i  due  lanisti  quanto  il  vincitore,  hanno  in  capo  una  corona 
vittata.  Tra  l'ultima  figura  a  sinistra  e  la  parete  della  stanza,  corre  la  leggenda: 

A  •  MEL 
AT-TI 
CV 
Neil'  istessa  villa  Casali  è  stato  messo  in  disparte  un  chiusino  di  chiavica,  ricavato 
da  ima  antica  lastra  marmorea:  1'  epigrafe  che  vi  si  legge  trovasi  riprodotta  nel  C.  I.  L.  VI, 
n.  8641. 


—  12  — 

Negli  scavi  per  le  fondamenta  dell'  ospedale  militare  in  villa  Casali,  è  stata  sco- 
perta una  lapide  sepolcrale,  in  lastra  scorniciata  di  marmo. 


L  •   VALERIVS  •   HALYS 

VALERIAE  •  SVCCESSAE 
CONIVGI  •  OPTIMAE  •  ET 
P  •   SVILLIO  •   HALO  •  FILIO  ■ 

CARISSIMO  •  FECIT  •  ITEMQ_i 
"l^^SVILLIO  •  PHILADELPHOET- 
s>iXLIAE    •   HALINE  •  ET  • 

/'aleìUAE  ■  HALINE  •  FILIS 
pOSf\ERlSQWE  ■  EORVM  ■ 

Neil'  istesso  luogo  un  bollo  rotondo  : 

EXPRASINIAE  QVADRATILL  OP  DOLA  FLAV 
MAXIM  GALLICA  •  ET  VETER  CoS 

grappolo 

Regione  II-  V.  Nei  lavori  di  sistemazione  della  via  Tasso  presso  la  Scala  Santa 
prosegue  la  scoperta  della  caserma  degli  Equiti  Singolari,  e  quella  della  strada  che 
le  corre  dinanzi.  Si  è  trovato  il  muro  di  cinta  ed  il  termine  dell'aula  contenente  i 
piedistalli,  ed  ora  incominciano  ad  apparire  celle,  con  pareti  del  secolo  III,  rozzamente 
intonacate  e  dipinte.  Sono  poi  tornati  in  luce  questi  altri  titoli,  che  continuano  la  serie 
delle  epigrafi  edite  nello  scorso  mese  (Notizie  1885,  ser.  4!\  voi.  I,  p.  698). 

5.  Piccolo  cippo  scorniciato,  scoperto  nelT  angolo  nord-ovest  dell'  aula  grande,  con 
la  patera  e  1'  urceo  sui  fianchi,  e  con  la  dedicazione  che  segue  : 


e    D  A    F 
M  E  N  M  A 

N  H  I  AE 
AVRELIVS 

PLACIDVS 
VSL-L-M 


6.  Ara,  marmorea,  alta  m.  0,70,  con  la  dedicazione: 


MA  R  T  I 
SANCTO 

SACRVM 


—  13  — 
7.  Cippo,  alto  db.  0.74,  che  ha  in  fronte: 


I-OM-IVNONIMINERVAE 
MARTIVICTORIAE-HERCVLI 
FORTVNAE  MERCVRIO  FELICITATI 
FATISSALVTI-CAMPESTRIBVS  sic 
SILVANO  •  APOLLINI  ■  DIANAE 
EPHONAE  MATRIBVS- SVLEVIS  • 
ET  GENIO  ■  SINGVLARIVM  ■  AVGVSTI 
CETERISQVE  •  DIS  •  IMMORTALIBVS 
VETERANI  MISSI  •  HONESTA  MISSIONE 
EX  EODEM  NVMERO-AB-lMP 
TRAIANO  HADRIANO  ■  AVGPP 
CAMERINOETNIGROCoS  a.  138 
VIÌTlDVS  •  IANV  ARIAS  •  QVI    MILI 

TARE    •    COEPERVK   •    PISONE  •  ET  •  BOLANO    •  COS 

L     •     L     •     M    •     V     •     S 


111 


Nel  lato  destro  a  caratteri  minutissimi: 

M  ■  DECIMIVS  •  PROCVLVS  •  EX  DVPL  ■  FL  ■  SIRMI 
T  ■  FLAVIV    S  •  MARTIALIS  •  EX  ■  DVPL  ■  VL  OESCI 
P  •  AELIVS     S  •  CANDIDVS  •  EX  •  SIGNT  •  FL  ■  SIRNl 
M  •  VLPIVS  •  PVDENS  EX  ARMOR  CVST  FL  SIRIVl 
MVLPIVS     QJINTVS  •  FL    SIRMI 
P  •  AELIVS   NASO   ■  VL  OESCI 

8.  Lastrina  marmorea,  di  m.  0,15  x  0,15. 

NOREIAE 
SACRVM 

it.  Lastrina  di  bigio,  di  m.  0,23X0,16,  securiclata  con    quattro    t'ori    pei  chiodi 
in  sugli  angoli: 

P- AELIVS -LONGINVS- 
7    LEG  •  I  •  MINERVIAE 
TABVLA • POSVl     EX 
hOSTENSVM  •    DEO 
RVM  •   POSITVM    ~ 
V-  Idvs  OCTOBRES 

10.  Cippo  con  cornice  e  pulvini,  e  con  quattro  colonnine  tortili  sugli  spigoli.  Nel 


—  14  — 

fregio,  sulla  fronte,  simpulo,  patera,  e  bucranio.  Nel  fianco  s.  figura  di  Giove  con  1'  asta 
ed  il  fulmine;  nel  fianco  d.  figura  di  Marte  barbato  con  la  lancia  e  lo  scudo. 

In  fronte: 
VOTO  ■  SVSCEPTOSACR- 
[OVl  -OPTIMO    MAX-  SOLI 

DlVlNOMARTIMERCVR 
HERCVLI  •  APOLLIN  SILVAN 
ET  •  DlS  •  OMNIBVS  •  ET  •  GENIO  • 
IMP  •  HADRIANI  •  AVG  •  ET 
GENIO  •  SINGVLARIVM 
M-VLPIVS-TERTIVS-ClVES 
TRI  BO  C  VS  •  CL  ■  ARA -MISS  VS 
HONEST  •  MISSION  •  EX  ■  NVMER 
EQ^SING  •  AVG  •  VTFF-  ID  ■  I ANVAR 
ASPRENATEH  ET  LIBONE  •  CoS  a.  128 
VOT  •  SOLVIT  •  LIBENS  ■  MERITO 


Nel  lato  posteriore: 
VOTOSVSCEPTO-SACR- 
IVN-VICTORIAE-FORTVN 
FÉ  LI  CITATI -MINERVAE 
CAMPESTRIB  •  FATls  •  SALVT 
ET-OMNIBVS-  DEABVS  -ET 
GENIO-  IMP  •  HADRIANI 
AVG  ET  GENIO  SINGVLAR 
M- VLPIVS  •  TERTIVS-  ClVES 
TRIBOCVS  CL-ARA-MISSVS 
HONEST  MISSION  EX  NVME 
RO -EQ^SING  AVG- Vili -IDIAN 
ASPRENATE -IT- ET -LIBONE  CoS 
VOTVM  •  SOLVIT  •  LIBENS  •  MER 


a.  128 


11.  Cippo  alto  m.  0,28,  con  timpano  ornato  di  due  maschere  sceniche,  a   i I" 

li  antefisse,  e  rilievo  rappresentante  un  animale  incerto,  che  divora  una  testa  di  ariete  : 


CAMPE  STRIB  VS 
M  -VLPIVS 
VEGETVS • DEC • F 
EXSINGVLARIBAVG 
VOTO-  POSVITLAETV 
LIBENS -MERITO  PRO 
S  E  ■  E  T  •  S  V I S 


L5 


12.  Cippo  alto  m.  0,75  : 


IO  •  M  •  IVNONI  •  MINERVAE 
MARTI  •  VICTORIAE  •  HERCVL 

MERCVRIO   FELICITATI 
SALVTI-FATISCAMPESTRIBVS 
SILVANO-  ÀPOLLINIDEANAE 
EPONAE  MATRIBVS  SVLEIS 
ET  •  GENIO  •  SING  ■       AVG 
MVLPIVS  •  FESTVS  •  S-  DECPRlN 
EQ_-  SING  •  AVG 
V     ■     S      •      L      •      M 

13.  Piccolo  cippo,  col  simpulo  e  la  patera  sui  lati: 


I      •     O     •     M  ■ 
P   •   AE  L  I  VS 

C  E  L  S  V  S 
E  Q_V  E  S  •  S  I  N 
AVG-  T  VR- 
VLP-AGRIPPIN 

V  •  S  •  L   •  M 


14.  Simile,  col  simpulo  e  la  patera,  alto  m.  0,90: 

I  •  O  •  M 
EX-  VISO 
C-  IVLIVS 
CERTVS • > 
LEG-XIII-GEM 

PRIMVS 
HASTATVS- 
POSTERIOR 
V-  S    •    L -M- 

15.  Cippo  simile: 


I  O  V  I 
DOLICHE  NO 

PRO  SALVTE  -"N 
EQ_SING  •  AVG 
Q_-  MARC1VS 
ARTEMIDORVS 
MEDICVS  •  CAS 
TRORVM-ARAM 
POSVIT 


—  16  — 
Hi.  Simile,  liscio,  alto  m.  0,35: 

I   O  V    1 

M-VLPIVS 
MARTIALIS 
EQ-SIN-  A  Ve 
T  •  VRBANI 
V • S • L • M- 

17.  Simile,  liscio,  di  travertino,  alto  m.  0,86: 

PETIGANVS 

PLACIDVS 
TO VT AT I 
MEDVR1NI 
VOTVM-  SOL 
VET • ANNI 
VERSARIVM 

18.  Simile,  di  travertino,  alto  m.  0,66,  lettere  rubricate: 

M-VLPIVS 

BITVS 
EQ^S-AVG 
APOLLINI 

V  •  L  •  P 

L9.  Cippo  alto  m.   1.15  : 

(fronte) 
I  O  V  I  •  O  i  i  i  ivi  O 
MAXIMO  •  IVNONI 
MINERVAE  MARTI 
VICTORIAE  •  HERCVLI 
FORTVNAE   ■   MERCVRIO 

FELICITATI  •  SALVT1S  •  FATls 
CAMPESTRIBVS  •  SILVANO 
APOLLINI  •  DIANAE  •  EPONAE 
MATRIBVS  •  SVLEVIS  •  ET 
GENIO  •  SING  ■  AVG 
CETFRISQ_-   Dls    •    IMMORTALIB 

VETERANI . MISSI 

HONESTA    MISSIONE    EX    EODEM 
NVMERO    •    AB    •    IMP    ■   TRAIANO 
HADRIANO-AVG-        P    •    F 
L-AFLIO-CAESARE-TI-ET-P-COELIO'BALBINO-COS 
L     •     1.     •     V    •     M    •    S 


—  17  — 
(lato  sinistro) 

/NT  •  MILIT  •  ORFITO  ■  ET  PRISCINO  OS     a.  1 10 
-IONESTA  MISSIONE     ■ 


v  s 
/  s 

M  •  V  /  S 

IVI  •  VLPI  V  S 
M ■ VLPI V  S 
M ■ VLP I  V  S 
M • VLP I V  S 
C  •  I  VLIV  S 
M • VLP I V  S 
TI  CLAVDIVS 
T  FLAVIV  S 
M- VLP  I  V  S 
M • VLP I V  S 
M • VLP I V  S 
C  •  IVLIV  S 
M- VLPI V S 
M  • VLP I V  S 
M-  VLP  I  V  S 
M- VLPI V  S 
M- VLP  I  V  S 


TACITV  S 
EQJ/ESTE  R 
MARC V       S 

V  I  ATO        R 

l'RISCV      s 

uovi  ncialIs 
SAC s 

V  I  C  T  O  R 
N  I  C  E  N  V     S 

L VCI A  N V  S 
D AS I V  S 

QVINTV      S 

V  I  C  T  O  R 
EQ_VESTE  R 
M  A  RCV  S 
SIMILI  S 
L  I  C  1  N  I  V  S 
SATVRNINVS 
BAGORV     S 


Vili 

IDVS 

IAN 


ARM 

AST 
SIG 

ARM 

SIG 

SIG 


Può  essere  che  il  cognome  dell'  undicesima  linea  dica  ingenvs  in  luogo  di  nicenvs 


(lato  destro) 
MISSI  •  HONESTA  MISSIONE 


TI-  CLAVDIVS 

L      •  VALERIVS 

P   •  AELIV       S 

T     •  CLAVDIVS 

7-    •    CLAVDIVS 

M  •  VLPIV       S 

M  •  VLPIV 

C   •  IVLIV 

M  •  VLPIV 

M  •  VLPIV 

M  •  VLPIV 

C   •  IVLIV 

M  •  VLPIV 

L    •    ATTIV 

C    •  BARBIV 

M  •  VLPIV 

M  •  VLPIV 

T    •    FLAVIV    S 

M  •  VLPIV       S 

M  •  VLPIV       S 


s 
s 

s 
s 
s 
s 
s 
s 
s 
s 
s 


L  V  P  I  O 

FEST V  S 

S  VR  1  O 

PROCVLV  S 
QVARTV  S 
TITVLLV  S 
DOMITIV  S 
T  V  T  O  R 

FLAVO         S 

valentInvs 

C  A  P  I  T  O 
F I RM V  S 

VE  R  V  S 

I  N  G  E  N  V 
ROMVLV 
D  ASI  V 
MVCAPO 
PRAESEN 
SECVNDVS 
MARTIALIS 


SIG 


TAB 
OPV 

ARC 
SIC 

SIC 

SIG 


Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4",  \  "1.  IL 


—  18  — 

20.  Cippo  simile,  pulvirtato,  alto  m.  0,80  : 

I  O  M 

IVNONI  •  MINERVAE 
MARTI- VICTORIAE-  HERCVLI 
FORTVNAE ■ MERCVRIO 
FELICITATI-SALVTIS-FATIS  sic 
CAMPESTRIBVS-  SILVANO 
APOLLINI  DIANAEEPONAE 
MATRIBVS  SVLEVIS  CETERISQVE 
DIS  IMMORTALIBVS 
GENIO  •  NVMERI  ■  EO_;  SING  ■  AVG 
P  AELIVS-LVCIVS-7-LEG-vTl-GEMINAE 
V     •      S      •      L     ■      L   ■      M 

21.  Simile,  con  l'uroeo  e  la  patera,  alto  m.  0,79: 

IOVI    •    IVNONI 
SOLI    •    L VN  AE 

HERCVLI •   MINERVA 
MARTI     •     MERCVRIO 

CAMPESTRIBVS 
TERRAE  .  CAELO 
MARI  •  NEPTVNO 
MATRIBVS  •  SVLEIS 

GENIO     •     IMI1 
M   ■   VLP  I  VS    •    NONIVS 
VETERANVS     •     AVG 
CIVES     ■     NEMENS 

V    ■    S    •    L    •    M 

22.  Simile,  alto  m.  0.70.  Punti  incerti: 

I  •  O  •  MIVNONIMINERVAE 
MARTI  •  VICTORIAE  •  HERCVLI 
FORTVNAE  •  MERCVRIO  ■  FELICITATI  •  FATIS 
SALVTI  •  CAMPESTRIBVS-  SILVANO  ■  APOLLINI 
DIANAE  •  EPONAE  •  MATRIBVS  •  SVLEVIS  •  ET 
GENIO  •  SINGVLARIVM  ■  AVG  ■  CETERISQ^  DIS 
IMMORTALIBVS  •  VETERANI  ■  MISSI  •  HONESTA 

MISSIONE  •  EX  •  EODEM  •  NVMERO  ■  AB 
1MP  •  TITO  •  AELIO  ■  ANTONINO  ■  AVG  •  PIO  •  P  •  P 
TITO  ■  AELIO  •  ANTONINO  ■  M  ■  AVRELIO 

CAESARE   •   COS  a.  140 

QVI  •  MILITARE  •  COEPERVNT  •  VERGILIANO 
ET  •  MESSALLA  ■  COS  ■  CELSINVS  •  INGENVS  SING  a.  1 1  "> 
VLPIVS  •  REPENTINVS  •  HAST  TI  ■  IVLIVS  CLEMEN 
VOTO    SOLVERVNT  •  ANIMO    LIBENTI 


—  19 
23.  Simile,  alto  m.  0,76  : 


a.  108 


(fronte) 

[.    O    •    M    •    IVNON1 
MINERVAE    •    MARTI 
VICTORIAE   ■  MERCVRIO 
FELICITATI  ■  SALVTI  ■  FATIS 
CAMPESTRIBVS-SILVANO  APOL  ,  LI 
DIANAE  ■  EPONAE  ■  ET  ■  GENIO  ! 
SINGVLARIVM  •  AVG  ■  VETER 
MISSI  •  HONESTA  ■  MISSIONE 
EX  •  EODEM  •  NVMERO  ■  AB  •  IMP 

HADRIANO  •  AVG 
PPLLMV-S 
PONTI  ANO  •  ET  ■  ATILI  ANO-OS  a.  1 3? 

Q_V  I     MILITARE 
COEPERVNT 
GALLO • ET • BRADVA ■ OS 

(lato  sinistro) 
M  •  VLPIVS  •  APRILIS  •  EX  ■  ASTIL 
M  •  VLPIVS  •  VICTOR  ■  EX  ■  LIBRA 
P  •  AELIVS  •  RESTITVTVS 
M  •  VLP  •  NIGER  •  EX  ■  ASTI 
M  •  VLP  •  FIRMVS  •  EX  ■  SIGNIF 
P  •  AELIVS  •  ANTONINVS 
M  •  VLPIVS  •EMERITVS- EX -SIG1NF 

P-AEL-AN  NlVS 

M  •  VLPIVS  •  INGENVS  ■  EX ■  SIGNIF 

(lato  destro) 
M  •  VLP  •  VALERIVS 
M • VLP • DEXTER 
M  •  VLP  ■  VICTOR 
M  •  VLP  •  ALPICVS  •  EX  ■  TABLI 
M • VLP • SATVRNINVS 
M  ■  VLP  •  TITVS  •  EX  ■  ASTI 
M • VLP ■ DEXTER ■ EX ■ ARM 
1TEM  •  EX  •  CAVSA 
P  •  AEL  •  VALENS 
T  •  FLAVIVS  BIZENS 


24.  Simile,  alto  m.  0,80 


-  20 


(fronte) 


I-OMIVNONI 
MINER  •  MARTI  •  VICTORI 
MERCVR  •  FELICIT  ■  SALVTI 
FATIS-CAMPESTRI  •  SILVANO 
APOLLINI  •  DIANAE  •  EPONAE  •  ET 
GENIO  ■  SINGVLARI VM  ■  AVG  •  VETE 
RANI  •  MISSI  •  HONESTA  ■  MISSION 
EX  •  EODEM  ■  NVMERO  •  AB  •  IMP 
TRAIANO  •  HADRIANO  ■  AVG  •  P  ■  P 

L    •    L    ■    M    •    V    •    S 
L-CAEIONIO    COMMODO 
SEX -CIVICA  POMPEIANO 
QVI    ■    MIL    •    COEPERVNT 
PALMA   •   ET  ■  TVLLO  ■       CoS         a.  109 

(lato  sinistro) 

ex • ARMOR 
M  •  VLP  •  SATVRNIN  RAETVS 
P  •  AEL  •  T  VTO  R 

M  •  VLPI   •      ANNI  V  S 

M  •  VLP     •      M  ARC  V  S 

M  •  VLP  •  VALENS  •  EX  •  TAB  LIF 
M- VLP     •      BASS V  S 

P  •  AEL  •  ROM  ANI  V  S 
M  ■  VLP  MACEDO  ■  EX  •  ASTIL 
M    VLP  PIV  S 

(lato  destro) 

MVLP-SECVNDVS-EXARM 
M  •  VLP  SVCCESSV  S 
T  •  FLA  -CRESCE  S 
T  •  FLA- APVLEIVS  •  EX  -SING 
P  •  AELI  •  MAXIM  V  S 
M  •  VLP  •  PVDENS  •  EX-  SIGN 
C  •  VALE  ■  LONGV  S 
M- VLP-MAVETVS  •  EX  •  SIGN 
M  •  VLP  CLAVDIV     S 


—  21 


25.  Simile,  alto  m.  1,30  : 


MARTI  ■  SANCTISSIMO  ■  ET 
GENIO  •  IMPTAELI  ■  HADRIANI 
ANTONINI  •  AVG  ■  PlI  •  P  •  P  ■  ET 
AVRELIO  •  CAES  •  VETER  •  MISSI 
HONESTA  •  MISSIONE  •  EX  •  N  •  SING 
AVG  •  QVI  •  MILITARE  •  COEPERVNT 
IMP  •  HADRIANO  ■  II  ■  COS  •  QVOR 
NOMINA  •  IN  •  LATERIB  •  INSCRIP  ■  SVtf 
LAETI  •  LIBENTES  •  POSVER  •  STATVA 
MARMOREA  ■  CVM  •  SVA  •  BASI 
TORQVATO-  ET  •  HERODE  •  COS 
IDIB  •  MART  •  SVB  •  PETRONIO 
MAMERTINO  •  ET  •  GAVIO  •  MAXIMO 
PR  •  PR  •  ET  TATTIO  MAXIMO  ■  TRIB 
ET  •  CENTVRION  •  EXERCITATOR 
FL  •  INGENVOIVLIO-CERTO'VLP-AGRIPPA 
PONTIO  •  MAXIMO  ■  MISSI  •  PRID  •  NONAS 
IANVAR 


a.  118 


a.  143 


P 
P 
P 
P 
P 
P 
M 
P 
P 
P 
C 
P 
P 
P 
TI 


(lato  sinistro) 
AELIVS       VETTIVS 


AELI VS 
AELIVS 
AELIVS 
AELIVS 
AELIVS 
VLPI VS 
AELIVS 
AELIVS 
AELIVS 
I  VLI V  S 
AELIVS 
AELIVS 
AELIVS 


SECVNDVS 

SATVRNINVS 

TVENDVS  ■  SIC 

VICTOR 

LVCIVS 

MARCELLINVSARC 

INGENVS 

SILVANVS 

VIATOR 

FINITVS 

DEXTER 

TAVRINVS-SIG 

BITVS     •     TVB 


CLAVDIVS     IVSTVS 


SIG 


—  22 


(lato  destro) 

P' 

AELIVS  VALENS  •  DEC  ■  F  •  EX  ■  N 

ECLj  SING  ■  AVG 

p 

■  AELIVS  • 

DASIVS    ■    ARC 

?• 

AELIVS 

PERPETVS 

p 

AELIVS 

S  E  R  E  N  V     S 

p 

AELIVS 

R  O  M  A  N  V  S 

p 

AELIVS 

S  VCCESSVS  -SIC 

p 

AELIVS 

AVGVSTALIS 

T 

FLAVIVS 

V   A   L  E   R  I  V  S 

P 

AELIVS 

GENIALI  S 

C 

■  IVLIV  S 

MARCELLINVS  •  SIG 

P' 

AELIVS  • 

PEREGRINVS  •  AST 

P 

AELIVS 

VALENS 

C 

•  IVLIV  S 

L AT IN VS    ■ ARC 

T 

•  FLAVIVS 

MARCELLVS 

P 

AELIVS 

M AXIM VS 

Regione  VI.  Dinanzi  alla  fronte  del  Ninfeo  degli  orti  Sallustiani,  ed  alla  pro- 
fondità di  18  metri  sotto  il  piano  del  nuovo  quartiere,  è  stata  ritrovata  una  statua 
marmorea  acefala,  di  stile  imitante  l'arcaico,  alta  sino  alla  frattura  del  collo  m.  1,39. 
Esprime  una  figura  di  giovinetta,  vestita  di  tunica  e  chitone,  con  le  gambe  e  le  braccia 
in  attitudine  perfettamente  simmetrica.  La  tunica  ha  pieghe  verticali  parallele  :  i  lembi 
del  chitone  sono  sollevati  dalla  fanciulla,  con  graziosa  movenza  delle  braccia  e  delle 
mani.  La  fanciulla  inoltre  è  alata.  L'insieme  di  questa  rara  opera  d'arte  è  piacevole, 
ma  la  esecuzione  non  ne  è  perfetta. 

Regione  XIII.  Quasi  nel  centro  della  piazza  dell'  Emporio,  a  profondità  che  variano 
dai  m.  1,20  a  m.  5,45,  sono  stati  ritrovati  due  magnifici  blocchi  di  africano,  uno  dei 
quali  con  le  sigle  rubricate  : 

i...  xim 

Si  raccolsero  inoltre  cinque  blocchi  di  cipollino,  e  dodici  metri  cubi  di  scaglioni  di 
giallo  e  di  serpentino.  Si  è  contemporaneamente  messo  in  chiaro,  che  il  rettangolo 
dell'  Emporio  non  ha  pavimento  o  lastricato  di  sorta,  ma  che  era  invece  piazza  o  area 
sterrata. 

Prati  ili  Castello.  Nel  costruirsi  la  fogna  di  una  nuova  strada  sulla  linea  di  pro- 
lungamento dell'  asse  di  Castel  s.  Angelo,  e  a  cinquecento  metri  incirca  dallo  spigolo 
del  bastione  settentrionale,  è  stato  ritrovato  un  gruppo  di  fabbriche  del  primo  secolo 
dell'  impero,  costruite  in  cortina  neroniana  di  straordinaria  perfezione. 

Il  gruppo  comprende  una  fila  di  stanze  (nove,  sino  ad  ora),  larghe  ciascun;!  m.  3,50, 
addossate  ad  una  piscina,  ossia  ad  un  ambiente  rettangolo  rivestito  di  signino,  e  luugo 
circa  30  metri.  Questo  ricettacolo  è  pieno  di  ossa  umane,  tino  alla  altezza  di  in.  1,80 
dal  piano  del  pavimento.  Non  è  possibile  stabilire  d'onde  provenga  questa  massa  enorme 
di  scheletri,  e  se  l'ossuario  abbia  avuto  origine  inseguito  di  qualche  epidemia,  o  in 
seguito  di  fazioni  di  guerra  combattute  nella  zona  del  Castello. 

L' edificio,  connesso  forse  con  i  giardini  neroniani,   era   sontuosamente   decorato. 


—  2A  — 
Le  scale  hanno  gradini  marmorei:  i  pavimenti  sono  di  mosaico  policromo:  gli  intonachi 
finissimi,  conservano  tracce  di  affreschi  alia  pompeiana.  Ma  l'abbondanza  delle  acque 
di  filtrazione  rende  impossibile  ogni  seria  ricerca. 

Via  Latina.  Facendosi  nuovi  scassati  nella  vigna  Aquari,  è  stato  ritrovato  un 
cippo  di  travertino,  largo  00  cent,  con  l'iscrizione: 

A- FOLVI    AL 

PAMPHILI 
IN  AGR-P  XVI 
IN  FRONT  •  PXII 

Presso  l' imbocco  della  cava  di  pozzolana  di  Lorenzo  Belardi,  nella  tenuta  di  Arco 
Travertino,  ed  a  breve  distanza  dalla  basilica  di  s.  Stefano,  al  III  miglio  di  via  Latina. 
sono  stati  scoperti  in  suolo  di  scarico  questi  due  titoletti  sepolcrali  : 


a)  D    •    M    •    S 

ANNIAE  •  ANTONIN 
AE  ■  FILIAE  •  FECERVNT 
APP  •  ANNIVS  •  EPAPH 
RODITVS  •  ET  •  HERE 
NNIA  •  FELICLA- 
PARENTES 


b)        D  M 

CAESIAE • BLASTE 
NLQ_VAN-IIII-M-IIL 
DXXV    VAL  •  VENE 
RIA-ET-BASILISOS 
PARENTES  ■  FIL  •  DVL  ■  F 


Via  Nomata  no.  Dal  colombario   di  villa  Patrizi,   descritto  nelle  Notizie  dello 
scorso  decembre  (ser.  4a,  voi.  I,  p.  702),  provengono  le  due  lapidi  seguenti: 


a)  Stele    marmorea    con    antetisse , 
alta  m.  0,75,  larga  0,45 
C  •  VIRT 


/7RB 
AIL  ■ 

/iX  •  AN 
M- 


b)  Lastra  semplice,  di  0,57  X  0,34 

SEX  •  GR^ 

O  •  TI  •  STAT  •  AVG 

7  IVSTI  •  L  •  VI  •  RI  •  VS 

IVLI-A-NVSGN-APV 

SI- VS-  CE  •  LERI-NVS 

C-  POM-  PI  •  LI  •  VS-FO 

R  •  TV  •  NA  •  TVS  •  H  •  B  •  M  •  F 


N I  •  P  R( 

MIL  •  CHC\ 

7-MESSIAN 

ANN  •  Villi-  v   /iX-ANlTs 

XXVII  •  AMICO -B 

FECIT 
CARANTIVS  •  POS 

T  V  M  Y~X V  S 

H|         |S 

Via  Salaria.  Demolendosi  il  casino  di  una  vigna  già  del  principe  Torlonia,  fuori 
la  porta  Salaria  a  sinistra,  daUa  parte  cioè  che  guarda  la  villa  Borghese,  sono  stati 
ritrovati  i  due  marmi  che  seguono.  Non  saprei  dire  se  le  iscrizioni  sieno  inedite,  perchè 
ignoro  se  i  due  marmi  fossero  impiegati  come  materiali  di  costruzione,  o  come  mate- 
riali di  decorazione  nel  casino  distrutto. 

a)  Sarcofago  marmoreo,  lungo  m.  2,10.  Sugli  angoli,  coppie  di  figure  virili  togate, 
stanti  sopra  suggesti:  seguono  due  specchi  baccellati.  Nel  mezzo,  cavaliere  col  cavallo 
riccamente  bardato,  e  addestrato  da  una  figura  virile,  che  regge  nella  sinistra  un'  insegna 


—  24  — 

militare.  Dietro  il  cavallo,    figura   giovanile  muliebre  tunicata,  con  attributo  incerto 
nella  destra.  L' iscrizione  è  quasi  illegibile  ;  a  me  è  sembrato  che  dica  : 

VT PALLADI  PARTVM  FLEVERE  CAMENAE 

FLEVERVNT  POPVLI  QVOS  CONTINET  OSTIA  Dll 
IVLIVS  NICEPHORVS  PATER  INFELIX  FECIT 

b)  Piccolo  cippo  marmoreo: 

D  M 

MARCIO  •    HERODE 

MARCIVS 
ASCLEPIODORVS 
FRATRI- RARISSIMO 

(Autemnae).  Ordinandosi  gli  spalti  dinanzi  la  fronte  del  forte  di  Antemne,  sulla 
via  Salaria  nel  ciglio  stesso  del  monte,  dalla  parte  del  confluente  dell' Aniene  col  Tevere, 
si  vengono  discoprendo  avanzi  di  edilìzi,  costruiti  nel  reticolato  proprio  degli  ultimi 
tempi  della  republica,  e  risarciti  nei  primi  due  secoli  dell'  impero.  La  parte  più  note- 
vole del  gruppo  è  ima  piscina,  o  ricettacolo  di  acque  piovane,  divisa  in  tre  gallerie 
longitudinali,  col  muro  di  perimetro  rinforzato  da  speroni.  Nelle  terre  di  scarico  sono 
stati  trovati  frammenti  di  cornici  marmoree,  lastrine  da  pavimento  in  giallo,  portasanta 
e  palombino,  un  frammento  di  mattone  con  bollo  rettangolare:  c/sr,  ed  altro  in  cui 
si  legge: 


SIC 


Via  Tiburtina.  Mi  recai  ad  esaminare  le  antiche  cave  di  travertino,  aperte  nell'  età 
romana  nella  tenuta  del  Barco,  presso  le  Acque  Albule. 

Vi  conduceva  una  grande  strada  o  diverticolo,  che  staccandosi  dalla  Tiburtina 
all'  altezza  dell'  odierno  stabilimento  delle  Albule,  corre  in  linea  retta  sino  al  luogo 
delle  cave  stesse.  La  strada  è  in  uso  tuttora,  e  va  al  casale  del  Barco  :  è  fiancheggiata 
da  un  mino  di  cinta,  fabbricato  due  o  tre  secoli  or  sono,  con  i  poligoni  basai  tini  dell'antico 
selciato.  Benché  questo  indizio  abbia  grande  valore,  perchè  la  silice  non  si  trova  in 
queste  contrade,  non  mancano  altri  documenti  per  confermare  e  l' antichità  e  l' impor- 
tanza di  questa  strada.  Innanzi  tutto,  essa  è  fiancheggiata  da  sepolcri  e  da  mausolei 
nobilissimi,  del  quale  il  maggiore  si  è  quello  su  cui  sono  piantate  le  fondamenta  della 
torre  del  Barco.  Il  mausoleo  è  intatto  sino  all'altezza  del  primo  piano,  ed  è  costruito 
con  blocchi  di  travertino  assai  grandi,  ed  egregiamente  commessi.  Altri  sepolcri  di  minore 
importanza  si  veggono  sui  margini  del  diverticolo,  nel  tratto  che  discende  verso  il  ponte 
Lucano.  Parallelamente  alla  strada,  e  distante  m.  12,00  dal  suo  margine,  corre  un 
acquedotto,  che  quantunque  non  presenti  una  caratteristica  spiccata  di  antichità,  pure 
non  esito  ad  attribuire  al  periodo  romano,  quando  le  cave  erano  in  pieno  esercizio. 
L' importanza  dell'  acquedotto  consiste  sopra  tutto  nella  sua  portata,  che  è  pari  a  quella 
della  Marcia.  Ma  ciò  che  merita  la  maggiore  considerazione  in  tutto  questo  gruppo 
è  la  cava  istessa  romana,  dalla  quale  sono  stati  estratti  oltre  a  cinque  milioni  e  mezzo 


di  metri  cubi  di  travertino,  conforme  può  dedursi  dalla  misura  del  vuoto,  tra  le  due 
opposte  pareti  verticali,  ha  cava  rimase  abbandonata  dalla  caduta  dell'impero,  sino 
ai  giorni  nostri,  nei  quali  da  egregi  ingegneri  è  stata  riattivata.  Di  questo  dato  cro- 
nologico danno  prova  le  incrostazioni  calcari,  formate  sopra  la  cava  del  Bareo  dalle 
Acque  Albule,  che  nelle  prime  incursioni  dei  barbari,  uscite  dal  corso  in  cui  i  Romani 
le  avevano  inalveate,  si  diffusero  per  la  campagna.  Dalla  cava  del  Barco  provengono 
i  travertini  del  Colosseo  e  del  teatro  di  Marcello,  delle  Septa,  dei  ponti  e  dei  tanti 
altri  editici  lapidei  dell'antica  città. 

Via  Ostie  use.  Sul  fianco  sinistro  della  via  Ostiense,  circa  duecento  metri  prima 
dell'ottavo  termine  chilometrico,  nella  tenuta  del  Torraccio,  riserva  il  Prato  Verde, 
esiste  un  tumulo  o  poggio  di  forma  conica,  alto  circa  4  metri  sul  piano  di  campagna, 
del  quale  aveva  da  lungo  tempo  sospettato  l'origine  artificiale,  e  desiderata  la 
esplorazione.  Il  voto  è  stato  esaudito,  in  seguito  di  uno  scavo  clandestino  quivi 
eseguito.  11  cono  trae  origine  dalla  rovina  di  un  grandioso  sepolcro,  del  quale 
rimane  il  solo  ipogèo.  Questo  è  di  forma  quadrata,  con  quattro  arcosolì,  ed  è  costruito 
in  reticolato  degli  ultimi  anni  della  republica  o  dei  primi  dell'  impero.  Quando  ho  fatto 
sospendere  1'  abusiva  escavazione,  essa  era  già  arrivata  al  livello  delle  acque  sorgive: 
perciò  non  saprei  dire  se  la  spogliazione  completa  del  monumento,  da  me  constatata, 
sia  opera  dei  tempi  scorsi,  ovvero  sia  stata  compiuta  in  questi  ultimi  giorni. 

XVI.  Ostia  —  Lo  scavo  compiuto  nei  mesi  di  dicembre  e  gennaio  abbraccia 
un'  area  lunga  ottantasei  metri,  larga  venticinque  ;  ed  ha  richiesto  il  taglio  ed  il  tra- 
sporto agli  scarichi  di  seimila  e  quattrocento  metri  cubi  cri  terra.  E  tornata  in  luce 
una  bella  ed  ampia  strada,  fiancheggiata  ad  oriente  da  un  edificio  laterizio  di  carat- 
tere pubblico,  che  non  ho  ancora  avuto  agio  di  esplorare:  ad  occidente  da  un  altro 
edificio  di  opera  quadrata,  la  cui  disposizione  si  avvicina  a  quella  caratteristica  delle 
Horrea.  Tutto  il  gruppo  è  orientato  con  l' asse  del  Teatro  e  del  Foro,  e  presenta  un 
aspetto  grandioso,  e  simmetrico  con  i  gruppi  vicini. 

Fra  gli  oggetti  ricuperati  nel  corso  degli  scavi,  sono  specialmente  notevoli  :  una 
testa  marmorea  muliebre,  grande  al  vero,  con  acconciatura  di  tipo  arcaico  :  un  busto- 
ritratto  di  fanciullo,  di  eccellente  artificio  e  conservazione:  due  gentili  figurine  di  bronzo, 
esprimenti  genietti  alati  :  parecchie  centinaia  di  monete  :  e  la  consueta  messe  di  uten- 
sili domestici  in  bronzo,  in  osso,  in  terracotta.  Seguono  alcuni  frammenti  epigrafici: 

1.  In  lastra  di  marmo: 

n/MENT- 
DR.MEJV 
S.BASCA 

2.  In  scheggie  di  anfore: 

a)  CVIVCVNT.N         l'i    ANNGENIAlS        c)    M  e  FVSCI 

XVII.  Ariccia  —  Avendo  il  prof.  Barnabei  esaminato  il  tesoretto  di  denari  di 
argento  rinvenuto  negli  orti  di  proprietà  Chigi  attraversati  dall' Appia,  presso  Ariccia, 
del  quale  si  diede  l'annuncio  sommario  nelle  Notizie  dello  scorso  ottobre  (ser.  4a,  voi.  I. 
p.603),  riconobbe  che  il  ripostiglio  si  componeva  di  213  pezzi,  quasi  tutti  appartenenti 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Sei.  -la.  Voi.  II. 


—  26  — 

agli  imperatori  Ottone  I,  II  e  III  (962-1002).  Due  soli  erano  di  Arduino  (1002-1004, 
1007-1014),  uno  del  re  Sassone  Aethelred  (978-1016).  uno  finalmente  della  zecca  di 
Limoges,  col  noto  tipo  di  Odone  re  di  Francia. 

XVIII.  Civita  Lavinia  —  Nel  terreno  del  sig.  Ambasciatore  d'  Inghilterra  si 
è  posta  allo  scoperto  1'  ala  estiva  del  portico,  che  fronteggia  1'  edificio  descritto  nelle 
antecedenti  relazioni.  L'  ala  è  interamente  chiusa  dalla  parte  di  mezzogiorno,  con  parete 
continua  di  opera  reticolata,  e  guarda  la  tramontana  diretta.  Il  portico  si  compone  di 
pilastri  rettangoli,  dai  quali  sporgono  mezze  colonne  di  opera  reticolata  assai  perfetta. 
L'ambulacro  interno  è  largo  circa  tre  metri,  e  lungo  circa  venticinque.  Nello  scavo 
si  vengono  raccogliendo  frammenti,  appartenenti  alla  bella  schiera  di  cavalli  marmorei, 
trovata  sul  principio  del  decorso  anno.  Fra  gli  oggetti  dell'  uso  domestico,  che  si  rin- 
vengono in  una  certa  copia,  è  notevole  una  coppa  integra  di  vetro,  a  fondo  purpureo 
con  fogliami  bianchi  ed  azzurri,  a  rilievo. 

Il  sig.  ispettore  cav.  A.  Strutt  riferi,  che  il  sig.  Clemente  Rossi  nel  suo  podere 
vocabolo  s.  Pietro,  scoprì  un  frammento  di  lastra  marmorea  larga  m.  0,45,  adoperata 
per  scolo  di  acqua  in  una  conduttura  sotto  il  pavimento  di  antica  fabbrica.  Nella  faccia 
inferiore  questa  lastra  conserva  il  seguente  frammento  epigrafico,  di  cui  l' ispettore 
stesso  ebbe  la  cortesia  di  procurassi  un  calco. 


BIONÀM*l€TTGo 

YCAYOGPevAAen/ 

TAT6PCJNnÀT€  PÀC 
11OICX€YÀTOAOIC0IA 

pwNGPenTA repoN 

Sicilia 

XIX.  Siracusa  —  Nota  del  comm.  Francesco  Cavallari. 

Alcuni  contadini  lavorando  le  loro  terre  in  vicinanza  dell'  anfiteatro,  incontravano 
ostacoli  al  progredii-  dell'  aratro  a  causa  di  grandi  massi  di  pietra.  Recatomi  sul  luogo, 
verificai  che  tra  i  massi  trovati,  esistevano  tronchi  di  colonne  del  diametro  di  m.  0,60 
circa,  unitamente  a  vari  frammenti  di  pezzi  di  tufo  intagliati,  che  furono  tosto  tra- 
sportati dentro  il  recinto  dell'  anfiteatro. 

Avendo  latte  altre  ricerche,  ebbi  la  fortuna  di  trovare  un  simulacro  di  un  leone, 
a  trenta  metri  distante  dal  luogo  ove,  tra  il  1833  ed  il  1834,  scoprii  la  bellissima  testa 
di  Giove,  che  ora  è  nel  Museo  nazionale.  Questo  luogo  corrisponde  a  nord-est  dell'  anfi- 
teatro ;  e  sebbene  1'  esistenza  dei  tronchi  di  colonne  lascino  supporre,  che  1'  antiteatro 
fosse  decorato  nella  parte  esterna  da  portici,  pure  quei  ruderi  e  quella  scultura  non 
accennano  ad  opere  di  età  romana,  ma  ad  età  anteriore.  11  Leone  supera  hi  lunghezza 
di  mei  1  circa,  è  scolpito  in  tufo  finissimo,  e  dalle  parti  conservate  si  conosce  essere 
stato  perfetto  lavoro  di  buonissimi)  stile.  Manca  una  parte  della  testa,  ma  se  ne  rico- 
nósce la  bocca,  la  posizione  degli  occhi  e  parte  della  criniera;  mancano  pure  le  quattro 


—  27  — 
zampo,  ed  appariscono  sul  lato  e  nel  capo  le  offese  prodotte  dall'aratro.  Pare  che  l'ani- 
male fosse  stato  rappresentato  dritto,  e  minaccioso. 

Sardinia 

XX.  TliaiTOS  —  Nello  scorso  anno,  essendosi  intrapreso  il  rilievo  topogra- 
fico dell'antica  necropoli  di  Tharros  nel  comune  di  Cabras,  circondario  di  Oristano, 
In  creduto  opportuno  di  eseguire  nella  necropoli  stessa  alcune  indagini,  scegliendo 
<iuel  sito  ove  meno  pareva  avessero  apportato  danno  i  precedenti  ricercatori  di  anti- 
chità, i  quali  avendo  sempre  scavato  pel  solo  fine  di  rimetter  fuori  gli  oggetti,  di- 
strussero molti  di  quegli  elementi  che  giovano  tanto  al  progredire  della  scienza.  Gli 
scavi  nella  zona  determinata  dal  R.  Commissario  e  dal  direttore  del  Museo  di  Cagliari, 
furono  diretti  dal  soprastante  Filippo  Nissardi ,  che  diede  prova  del  maggior  zelo, 
esaminando  le  cose  con  la  voluta  diligenza,  e  compilando  il  giornale  che  segue  : 

5  giugno  -  A  nord  di  Torre  vecchia,  ed  a  poca  distanza  da  questo  sito,  si 
aprirono  tre  trincee,  cominciando  dalle  roccie  che  stanno  sulla  sponda  del  mare,  nelle 
quali  si  notavano  traccie  di  antichi  loculi.  Si  scoperse  tosto  un  lastrone  rettangolare, 
di  m.  0,80  X  0,65  X  0,20,  poggiato  orizzontalmente  sulla  roccia,  con  gli  interstizi 
chiusi  da  argilla  plastica. 

Smosso  questo  lastrone,  si  trovò  un  leggiero  strato  di  altra  argilla,  e  quindi 
un'urna  di  forma  cubica,  in  pietra  calcare,  rozzamente  lavorata,  avente  un  vano  di 
m.  0,21  X  0,37  X  0,21,  ed  incassata  in  un  foro  praticato  nella  roccia,  il  quale  misu- 
rava m.  0,55  X  0,45  X  0,40,  corrispondendo  alle  dimensioni  esterne  dell'urna  predetta, 
che  apparve  ripiena  di  argilla.  Tolta  questa  con  cautela,  sebbene  un  poco  difficilmente, 
subito  sotto  si  trovarono  le  ossa  imiane  combuste,  mescolate  con  terra,  ed  in  mezzo 
a  queste  un  oggetto  di  bronzo,  abbastanza  consumato  dall'ossido,  avente  la  forma  di 
corona  coi  bordi  lavorati  a  giorno,  simili  ai  merli  di  una  torre.  Alla  parte  opposta 
poi  si  raccolse  il  manico  di  una  situla  di  bronzo,  avente  nel  mezzo  un  anello,  a  cui 
è  unita  ima  catenina  di  lunghe  maglie,  formate  di  filo  dello  stesso  metallo,  che  va 
a  finire  ad  un  altro  anello,  un  poco  più  grande   del  primo,  e  parimenti  di  bronzo. 

(3  detto  -  Si  continuò  lo  scavo  nelle  medesime  trincee,  in  linea  prospiciente  il 
mare,  e  si  trovarono  diversi  loculi  coperti  di  lastroni  calcari  come  il  primo,  otturati  di 
argilla,  e  contenenti  urne  fittili  di  forme  comuni,  e  ripiene  di  ossa  combuste.  Non 
vi  si  rinvenne  dentro  alcun  oggetto. 

7  detto  -  Si  aprì  una  nuova  trincea  in  una  delle  parti  violate  della  necropoli, 
e  ciò  per  accertare  se  nelle  zone  di  terreno  che  parevano  non  essere  state  smosse,  si 
potesse  trovare  qualche  tomba  lasciata  immune  dai  primi  depredatori.  Si  scoprì  una 
tomba  violata,  a  poca  profondità  dal  suolo. 

8  detto  -  Si  proseguì  lo  scavo  fino  ad  incontrare  la  roccia,  e  si  trovarono  le  solite 
urne,  entro  loculi,  disposte  in  fila  e  piuttosto  ordinate,  coperte  con  lastroni  di  cal- 
care, due  dei  quali  sormontati  da  rispettivo  dado  in  pietra  lavorata,  che  costituir 
doveva  la  base  od  il  zoccolo  del  monumeuto,  che  quivi  doveva  sorgere.  Neil'  interno 
delle  rune,  alcune  delle  quali  si  estrassero  intiere,  niente  altro  si  trovò  che  ossa 
combuste. 


—  28  — 
lu  una  nuova  trincea  si  scoprirono   diverse  tombe  scavate  nella  roccia,  e  si  die 
mano  a  sterrarle. 

9  detto  -  Proseguendo  le  esplorazioni  delle  tombe  sopra  accennate,  si  trovarono 
violate,  e  prive  di  qualunque  oggetto. 

10  detto  -  Fu  allargato  lo  scavo,  eoli' apertura  di  nuove  trincee,  trasversali  alle 
prime,  e  coli' approfondire  di  più  le  trincee  già  incominciate. 

11-13  detto  -  Si  giunse  colle  indagini  fino  alla  profondità  della  roccia,  ed  oltre 
alle  solite  urne,  si  trovò  una  sepoltura  costruita  con  embrici,  nella  quale  era  ima  mo- 
neta di  bronzo  di  medio  modulo,  appartenente,  a  quanto  pare,  ad  Antonino  Pio;  e 
nelle  trincee  delle  tombe  violate  fu  raccolto  un  anello  di  argento  in  forma  di  staffa, 
ed  un  piccolo  orecchino  pure  di  argento  di  forma  semplice.  Si  raccolse  parimenti  una 
piccola  moneta  punica  di  bronzo,  con  la  testa  di  Astarte  e  la  protome  di  cavallo,  og- 
getti tutti  che  sfuggirono  ai  primi  violatori.  Meritano  di  essere  ricordate  due  pietre, 
alte  ciascuna  m.  0,30,  in  forma  di  piccole  are. 

16  detto  -  Furono  iniziate  due  altre  trincee  accanto  alle  ultime,  per  meglio  de- 
terminare la  zona  da  esplorare,  lasciando  da  parte  quelle,  ove  sarebbe  stata  vana  ogni 
speranza  di  trovamenti. 

Si  giunse  fino  alla  profondità  della  roccia,  nella  quale  non  pare  sia  stata  prati- 
cata opera  alcuna,  a  causa  delle  sua  pessima  qualità;  e  ciò  fece  ritenere  che  oltre 
quel  punto,  né  tombe  con  camera,  né  semplici  sepolture  si  potessero  incontrare. 

Fu  tentato  un  nuovo  saggio  nella  parte  superiore,  ove  la  roccia  appare  alla  su- 
perficie ;  e  quivi  si  scopri  una  sepoltura  o  loculo,  scavato  nel  masso  abbastanza  super- 
ficialmente, di  forma  quadrangolare  fino  alla  profondità  di  m.  0,10,  e  quindi  oblungo. 
Accanto  fu  scoperto  altro  sepolcro,  tutto  rettangolare.  Sgombrata  la  terra,  che  pel- 
le molte  radici  dava  segno  che  il  luogo  fosse  intatto,  si  incontrarono  alla  profondità 
di  m.  0,15  i  resti  dello  scheletro,  che  argomentando  dalla  suppellettile  funebre,  pare 
sia  stato  di  una  giovine  donna.  A  m.  0,65  dalla  testa,  nella  posizione  delle  braccia 
si  rinvennero  due  braccialetti  di  oro  massiccio,  formati  da  un  grosso  filo,  il  quale  va 
assottigliandosi  da  ambo  le  estremità,  che  ripiegandosi  l'una  siili'  altra  formano  due 
nodi  a  scorrere,  permettendo  così  che  il  braccialetto  si  possa  allargare  o  stringere 
a  talento.  Nella  posizione  del  collo,  si  trovò  poscia  una  medaglia  formata  da  sottile 
lamina  di  oro,  nella  quale  è  impressa  a  stampa  una  Cibele  seduta  su  di  un  leone: 
diametralmente  opposte  ha  due  anse,  formate  da  un  filo  dello  stesso  metallo,  schiac- 
ciato e  saldato  nella  parte  opposta  della  medaglia.  Non  avendovi  trovato  alcun  og- 
getto unito,  e  neppur  altro  avanzo,  credo  si  debba  ritenere  che  la  medaglia  dovesse 
stare  da  sola,  aderente  al  collo  per  mezzo  di  un  nastro.  Nella  posizione  dei  piedi,  si 
trovarono  deposti  l'uno  sull'altro  due  piccoli  dischi  o  crotali  di  bronzo,  uno  un  poco 
più  grande  dell'altro.  Più  innanzi  ancora,  e  proprio  presso  il  piede  destro,  si  raccolse 
uno  specchio  di  argento  col  manico  dello  stesso  metallo,  del  diametro  di  m.  0.13;  e 
sotto  a  questo  un  denaro  di  oro  di  Vespasiano  con  la  leggenda  imp.  caes.  Vespa- 
sianiiS  .1".'/.  (testa  di  Vespasiano  a  sin.;  e  sul  rov.  nell'eserg.  cos  viti;  l'impera- 
tore stante  a  sin.  con  asta  nella  destra  e  parazonio  o  scettro  nella  sin.,  coronato  da 
una  Vittoria  alata  con  palma).  Sotto  il  medesimo  specchio,  si  raccolsero  pure  minu- 
tissimi pezzi  di  un  vasetto  di  vetro.  Verso  il  piede  sinistro  poi  stava  un  braccialetto, 


■>ll  — 


formato  di  tanti  pezzi  di  lignite  (?),  lavorata  come  spicchi  di  un  arancio.  Circa  dieci 
di  questi  pezzi  erano  intieri  ed  aderenti  fra  loro  ;  gli  altri ,  che  (ormavano  la  metà 
del  braccialetto  medesimo,  per  quanta  cura  siasi  posta  nel  levarli,  si  tolsero  in  fram- 
menti minutissimi.  Finalmente,  poco  lungi,  verso  il  piede  sinistro  giacevano  tre  mo- 
nete, una  un  gran  bronzo  di  Erennia  Etruscilla,  l'altra  un  piccolo  bronzo  di  Trobo- 
niano  Gallo,  la  terza  finalmente  una  monetina  di  argento  di  Vibio  Volusiano.  Da 
questo  stesso  lato  e  sempre  ai  piedi,  si  trovarono  due  gemme,  l'ima  emisferica  di 
agata  bianca,  l'altra  ovoidale  di  vetro  azzurro.  Nel  passare  poi  al  crivello  la  terra, 
sf  salvarono  due  piccoli  ornamenti  di  argento,  che  forse  appartengono  alla  decorazione 
della  cornice  dello  specchio,  ed  una  statuettiua  di  avorio,  rappresentante  una  donna 
ignuda  in  piedi  (Venere?),  con  le  mammelle  e  gli  occhi  di  argento,  alta  mill.  39, 
mutilata  nelle  gambe  per  corruzione  dell'avorio  stesso,  e  mancante  di  una  parte  del 

braccio  destro. 

17  detto  -  Si  scopri  l'altra  sepoltura  attigua,  e  levati  gli  strati  di  terra,  si  trovò 
lo  scheletro  ben  conservato.  Giaceva  col  capo  volto  a  destra  e  con  le  mani  giunte; 
mentre  le  coscie  e  le  gambe  si  stendevano  sopra  uno  strato  di  calce  viva,  indurita, 
che  dai  lombi  veniva  in  giù.  Del  cranio  non  rimasero  che  pochi  avanzi;  così  pure 
della  parte  addominale.  In  direzione  del  gomito  destro,  stavano  l'uno  sulT  altro  due 
dischi  o  crotali  in  bronzo,  ed  in  direzione  delle  mani  un  anello,  di  fattura  simile  a 
quella  dei  braccialetti  dell'altra  tomba,  cioè  formato  con  massiccio  filo  di  oro,  avente 
ima  gemma  di  pasta  bianca  in  forma  di  un  piccolo  globo,  forato  e  girevole  in  se 
stesso  in  uno  dei  capi  del  filo  metallico,  che  va  ad  allacciarsi  a  spira.  Vicino  alla 
•  tibia  destra  era  una  verga  quadrangolare  di  vetro  attortigliato,  terminante  alquanto 
in  punta,  della  lunghezza  di  m.  0,16.  Per  ultimo  nella  direzione  del  piede  sinistro. 
si  raccolse  un  medio  bronzo  di  Faustina  iuniore,  avente  nel  rovescio  la  Fecondità  ;  e 
quindi  tra  la  terra  e  la  calce,  sopra  cui  giaceva  il  cadavere,  un  crotalo  o  disco  di 
bronzo. 

Proseguiti  gli  scavi  attorno  e  vicino  a  queste  tombe,  uull'altro  fu  incontrato  che 
un  loculo  contenente  un  vaso  fittile,  che  andò  in  frantumi  e  che  conteneva  ossa  combuste. 

18  detto  -  Si  continuò  lo  scavo  nelle  stesse  trincee,  senza  risultato  veruno.  Si 
sa  di  certo,  che  i  primi  violatori  della  necropoli  di  Tharros  furono  quelli,  che  tolsero 
e  distrussero  i  pezzi  squadrati  dei  monumenti  superstiti,  avidi  solo  della  pietra  lavo- 
rata, e  trascurando  affatto  o  poco  curando  le  cose  sottostanti.  Gli  altri  che  seguirono, 
andarono  alla  ricerca  del  solo  oro;  e  tutto  il  resto  che  incontrarono  sconvolsero  e  gua- 
starono. Quelli  finalmente  che  vennero  terzi,  per  raccogliere  le  spighe  sopra  un  campo 
mietuto,  trascurarono  le  ricerche  superficiali,  uè  si  fermarono  presso  le  tombe  che 
trovarono  scoperchiate;  così  avvenne  che  le  due  tombe  descritte  vennero  risparmiate. 

19  detto  -  Si  continuarono  le  trincee  nella  parte  bassa  della  necropoli,  colla  spe- 
ranza di  trovare  altre  sepolture  non  violate  ;  ed  alla  profondità  di  m.  1,60,  si  incontrò 
uno  strato  di  carbone  sopra  uno  strato  di  argilla  e  sabbia,  fusa  per  azione  del  calore 
intenso;  e  poco  lungi  una  grossa  urna  in  terracotta  a  quattro  anse,  coperta  da  un 
piatto  fittile,  in  forma  di  patera,  simile  a  quelle  che  si  scoprono  d'ordinario  nelle 
tombe  cartaginesi.  Dentro  l'urna  si  trovarono  solo  le  ossa  combuste;  e  poiché  l'urna 
medesima,  quando  venne  adoperata  per  contenere  i  resti  del  rogo,  era  guasta  nel  fondo, 


—  30  — 

venne  questo  supplito  con  un  piattino  in  terracotta,  simile  in  tutto  a  quello  che  serri 
di  coperchio. 

Internamente,  nell'urna,  niente  altro  si  trovò  che  le  ossa;  esternamente  poi  si 
trovò  altro  piattino,  simile  agli  accennati,  più  mi  pentolino  ed  un'ansa. 

20  detto  -  Si  aprirono  due  piccole  trincee  per  meglio  riconoscere  i  limiti  della 
necropoli,  e  si  incontrarono  due  sepolture  già  depredate  ;  e  varie  urne  in  terra  cotta, 
alla  profondità  di  m.  1,60,  in  frammenti  a  causa  della  grande  pressione  della  terra 
soprastante.  Non  contenevano  niente  altro  che  ossa  combuste.  Nell'ultima  trincea,  che 
più  si  allontanava  dal  centro  della  necropoli,  si  trovò  un  muro  a  cemento,  dello  spes- 
sore di  m.  0,50;  ed  ivi  presso  una  sepoltura,  con  pochi  avanzi  di  ossa  e  con  vari 
chiodi  in  ferro,  ed  un  medio  bronzo  appartenente  a  Nerone.  Il  tutto  era  coperto  da 
un  lastrone  di  calcare. 

Nella  medesima  trincea,  a  m.  3,40  dal  detto  muro,  ed  alla  profondità  di  m.  1,60. 
si  trovò  un'  altra  delle  solite  urne  frammentata,  per  la  pressione  della  terra,  e  piena 
di  ossa  combuste,  e  priva  di  qualunque  altro  oggetto.  Due  piccoli  pentolini  in  terra- 
cotta ordinaria  ed  una  moneta  di  Augusto,  si  raccolsero  superficialmente  nella  trincea 
medesima. 

Con    questo   piccolo   scavo  si   sono   determinati   i   limiti,   che   la   necropoli   sud 
aveva  in  questa  parte.  Si   è  riconosciuto  pure,  come  nei  punti  eentrali  di   essa  poca 
speranza  resti  di  tombe  inviolate,  e  che  solo  qualche  oggetto  smarritovi  dai  precedenti 
scavatori  sia  dato  di  raccogliervi. 
Roma,  21  febbraio  1886. 

Il  Direttore  gen.  delle  Antichità  e  Belle  arti 
FlORELLI 


—  31  — 


FEBBRAIO 


Regione  Vili.  {Cispadana) 

I.  Forlì  —  Nota  dell'  ispettore  avv.  cao.  A.  Santarelli,  sopra  una 
shcione  preistorica  scoperta  a    Villanova. 

Alcuni  pochi  frammenti  di  vasi,  datimi  a  vedere  nel  novembre  scorso  dal  mio 
scavatore  Primo  Martini,  mi  posero  sulle  tracce  di  un'  altra  stazione  preistorica  nel 
Forlivese. 

La  medesima  si  mostra  in  un  predio  della  parrocchiale  di  Schiavonìa,  posto  in 
Villanova  a  circa  2  chil.  da  Forlì,  a  sinistra  della  via  Emilia  andando  a  Faenza,  fra 
due  antichi  corsi  d'  acqua,  la  Cava,  e  la  Cerchia. 

Appena  ebbi  quegl'  indizi,  mi  vi  recai  per  opportuni  assaggi.  I  coloni  mi  narra- 
rono, che  in  alcuni  punti  lavorando  la  terra  con  l' aratro,  venivano  all'aperto  in  pas- 
sato fondi  'li  pignatte,  e  pezzi  di  vasi  rozzi;  e  che  a  poca  profondità  si  trova  un 
terreno  nero,  parte  del  quale  va  affiorando,  come  constatai  a  colpo  d'occhio  sulle  zolle 
nude.  Inoltre  messomi  io  stesso  a  girare  pei  campi  indicatimi,  ebbi  a  raccogliere 
diverse  schegge  di  selce  venute  alla  superficie,  ed  altre  me  ne  consegnarono  i   detti 

coloni. 

Questi  mi  parvero  più  che  bastevoli  segni  per  aprire  con  fondamento  ima  qualche 
trincea;  ed  ottenuta  licenza  dal  possessore  del  fondo  sig.  Don  Tito  Giunchedi,  che 
con  isqiùsita  gentilezza  mi  permise  anche  di  ritenere  ciò  che  trovossi  ad  incremento 
del  patrio  Museo,  mi  accinsi  al  lavoro,  prendendo  ad  esplorarare  due  zone  di  terreno 
che  non  erano  seminate. 

Nel  primo  giorno  non  fui  fortunato  ;  perchè  tranne  l'incontro  alla  profondità  di 
cent.  50  di  piccole  chiazze  di  terra  nera,  e  qualche  raro  coccio,  non  mi  avvenni  in 
cose  degne  di  rimarco.  Ma  nel  giorno  appresso,  in  altra  più  ampia  trincea  mi  apparve, 
sempre  alla  stessa  profondità  di  50  cent.,  una  macchia  nera  rotonda,  del  diametro  di 
m.  1,20,  che  non  potei  non  giudicare  tosto  una  buca  di  capanna. 

Distante  dalla  medesima  20  cent,  era  un  residuo  di  focolare  in  piano,  di  figura 
rettangola,  lungo  m.  1,  largo  m.  0,70,  un  poco  scomposto  nella  superficie. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  IL  5 


s 


—  32  — 

Mi  diedi  a  vuotare  la  cavità,  e  la  trovai  di  forma  concoide  e  profonda  cent.  80. 
Erano  nella  medesima  diversi  pezzi  di  vasi  rozzi  fatti  a  mano  di  varia  grandezza, 
qualche  osso  di  bruti,  diversi  ciottoli  semisferici  di  selce,  un  così  detto  peso  da  te- 
lajo,  un  vezzo  di  collana  sferico  di  argilla,  nuclei  di  terra  cotta,  e  in  fondo,  molto 
carbone.  Allargai  allora  lo  scavo  per  vedere  se  mi  si  mostrassero  tracce  di  pali,  che 
avrebbero  dovuto  distinguersi  benissimo,  per  essere  il  nero  della  buca  circoscritto  net- 
tamente, e  circondato  da  terreno  biancastro  :  ma  per  quante  diligenze  usassi,  non  mi 
fu  dato  d'incontrarne  di  sorta. 

L'aver  poi  trovata  la  superficie  del  deposito  nero  quasi  spianata  a  livello,  mi  fece 
certo  che  la  lavorazione  agricola  aveva  guastate  le  parti  superiori. 

Rilevai  la  pianta  della  località,  ed  apersi  altre  trincee  nei  detti  due  cantieri. 
Con  diversi  uomini  ed  il  mio  scavatore  vi  lavorai  tre  giorni  nel  novembre,  e  tre  nel 
decembre,  ed  ebbi  la  ventura  di  scuoprire  altre  undici  buche  rotonde  ed  ovali,  tutte  ben 
determinate  come  macchie  isolate,  a  distanze  varie  le  ime  dalle  altre,  tutte  alla  piccola 
profondità  di  circa  50  cent,  dal  piano  di  campagna,  e  sempre  prive  di  vestigia  di  pali. 

Eccederei  i  limiti  di  questa  pubblicazione,  se  descrivessi  ad  ima  ad  ima  le  diverse 
cavità  coi  singoli  oggetti  avuti,  e  il  punto  della  loro  giacitura.  Però  la  scoperta 
molto  interessante  per  la  paletnologia  del  Forlivese,  merita  a  mio  avviso  una  speciale 
dettagliata  memoria  corredata  di  tavole  ;  il  che  mi  riserbo  di  fare  quando  nella  sta- 
gione propizia  potrò  ripigliare  gli  scavi.  Mi  basti  qui  di  accennare,  che  tre  di  queste 
cavità  erano  molto  grandi,  e  due  di  esse  avevano  stratificazioni,  ripetute  a  distanza, 
di  terra  cotta,  che  seguivano  l'andatura  concoide  delle  medesime,  con  interposizione 
di  terreno  nero,  cocci,  ed  ossa.  Di  queste  due,  sebbene  mi  spingessi  giù  quasi  3  metri, 
non  mi  fu  dato  toccare  il  fondo,  attesa  una  forte  infiltrazione  d'  acqua  ;  ed  avendo 
molto  in  basso  trovato  in  ciascuna  avanzi  di  vasi,  a  collo  ristretto  a  forma  di  cine- 
rarii,  sebbene  si  riducessero  in  briecioli  per  l'umidità,  sospettai  di  capanne-sepolcri 
come  a  Campeggine  ;  ma  pel  crescere  delle  acque  dovetti  intralasciare  il  lavoro,  e 
rimanere  col  dubbio. 

Per  dischiudermi  però  la  via  ad  una  conclusione,  sulla  probabile  età  da  assegnare 
a  questa  seconda  stazione  da  me  scoperta  nel  territorio  di  Forlì,  indicherò  gli  oggetti 
trovati,  con  qualche  richiamo  comparativo,  cominciando  da  alcune  note- negative. 

Mancano  del  tutto  le  anse  canaliculate  e  ad  anello  robusto,  che  trovai  abbon- 
danti nella  stazione  di  Vecchiazzano. 

Meno  due,  tutti  i  frammenti  di  vasi  rozzi  sono  privi  di  cordoni. 

Non  si  riscontrano  sugli  orli  quelle  intaccature,  clic  ornano  tanti  vasi  della  sta- 
zione sumentovata  :  solo  in  un  pezzo  è  una  leggera  reminiscenza. 

Mancano  pure  le  fusajole  rozze  a  forma  schiacciata,  e  le  voluminose   biconiche. 

Pochi  sono  i  vasi  a  fondo  piatto  e  senza  risalto:  invece,  diversi  hanno  il  piede 
formato  a  zoccolo  alto,  a  guisa  di  due  coni  che  s'incontrano:  sono  d'impasto  grosso- 
lano, ma  abbastanza  depurato,  cotti  a  fuoco  aperti  ed  ingabbiati. 

Prevalgono  i  vasi  fini  di  terra  nera,  o  rossastra,  verniciati  iu  nero,  di  buona  col- 
tura e  in  buon  niunero.  lavorati  con  la  ruota. 

Tanto  i  rozzi,  che  i  tini,  sono  forniti  di  appendici  di  ogni  forma,  a  mandorla. 
ad  orecchio  di  gatto,  tubercolari,  e  sferiche  schiacciate. 


—  33  — 

Segnalo  poi  specialmente  : 

1.  Fittili.  Frammento  di  grande  tazza  di  terra  nera,  a  labbro  molto  piegato  in 
fuori,  fatta  a  mano  con  aiuto  forse  di  una  sagoma,  lisciata  con  la  stecca,  ad  alto 
gambo  rotondo  vuoto  nell'interno,  e  mancante  di  piede  per  rottura,  ma  che  evidente- 
mente finiva  a  tuba.  Era  in  pezzi  e  potei  ricomporla  per  due  terzi.  Ha  un  diametro 
di  cent.  26  :  quello  del  gambo  è  di  cent.  5.  Lo  spessore  delle  pareti  varia  dai  li) 
ai  12  mill.  Nella  parte  esteriore  ha  striature  ottenute  con  punta  ottusa,  convergenti 
alla  base.  Questa  tazza,  sebbene  con  forma  più  aggraziata,  richiama  quelle  consimili 
di  Este,  Bazzano  e  Bologna. 

2.  Frammento  di  altra  tazza  più  piccola,  di  terra  nerastra,  eseguita  forse  al 
tornio  e  fornita  anch'essa  di  labbro  espanso,  con  tre  solcature  concentriche  nell'interno. 
Le  pareti  sono  grosse  mill.  5,  manca  del  gambo   alto,  ma   sembra  ne  fosse  munita, 

3.  Frammento  di  altra  tazza  o  coppa  di  terra  bruna  verniciata  in  nero,  fatta  al 
tornio  e  con  segni  di  essere  stata  esposta  a  fuoco  potente.  Ha  il  diametro  di  cent.  21, 
labbro  inclinato  in  fuori,  e  zoccolo  basso,  vuoto  al  di  sotto. 

4.  Parecchi  fondi  consimili  di  tazze  nere  fine,  che  hanno  riscontro  con  stoviglie 
di  Marzabotto  e  Sanpolo  d'  Enza. 

5.  Frammenti  di  ciotole  nerastre  e  rossastre  a  labbro  rientrante,  di  terre  ben 
purgate  :  ne  ebbi  diversi  esemplari.  Cf.  Castelfranco,  /  Merlotitt  tav.  XII,  n.  1,  2, 
3,  5,  e  tav.  XIII,  n.  9,  11,  12. 

6.  Frammento  di  tazza  nera  finissima  quasi  lucida,  con  ansa  a  nastro  che  nasce 
a  metà  circa  del  ventre,  e  va  a  terminare  verticalmente  sul  labbro  sottile  e  ritto. 
È  fatta  alla  ruota.  Di  questi  manichi  gentili  si  trovano  esempi,  fra  altri,  in  vasi  di 
Yetulonia.  Cf.  Notizie  1885,  tav.  annessa,  n.  4,  5,  11,  12. 

7.  Frammento  di  tazza  nera  di  bucchero  con  ornati,  di  forma  semisferica  rien- 
trante ai  due  terzi  superiori,  indi  col  labbro  un  poco  piegato  all'  infuori.  Nella  zona 
più  alta  è  una  fila  di  serpentelli  :  segue  poi  ima  solcatura  circolare,  indi  dei  solchi 
verticali  equidistanti,  il  tutto  ottenuto  ad  impressione.  Cf.  Crespellani,  Del  sepolcreto 
ed  altri  monunumenti  scoperti  presso  Bazzano,  tav.  Ili,  n.  2. 

8.  Frammenti  di  altre  tazze  o  vasi  sferici,  di  terra  color  cenere  purgata  e  forte. 
Sono  fatti  al  tornio,  ed  hanno  fondo  con  zoccolo  come  al  n.  3. 

9.  Frammento  di  vaso  conico  di  terra  brunastra,  mal  depimita,  con  ingabbiatura 
grigia,  a  labbro  dritto  ingrossato.  È  alto  cent.  10,  con  pareti  varie  dai  mill.  12  ai  15. 
Misurata  la  curvatura,  doveva  aver  un  diametro  alla  bocca  di  cent.  30  :  pare  fatto 
a  mano  e  cotto  a  fuoco  libero  :  è  ornato  di  cordoni   esternamente. 

10.  Molte  anse  semielittiche  assottigliate  nella  curvatura,  rialzata  con  garbo  verso 
l'orlo  del  vaso.  Ve  ne  sono  di  terra  nera,  e  di  terra  rossa,  e  si  richiamano  a  quelle 
di  vasi  di  Villanova,  ed  altri  di  detto  periodo.  Cf.  Bull,  di  Pai.  it.  Strenna  1876  ; 
tav.  I,  n.  14  ;  tav.  II,  n.  14. 

11.  Vasetti  rozzi  di  terra  bruna,  fatti  a  mano  e  solo  essicati,  senza  piede  e 
senz'  anse,  forniti  di  quattro  bitorzoli  equidistanti  e  a  labbro  volto  all'  interno.  Sono 
alti  mill.  30,  e  del  diametro  di  mill.  35.  Cf.  Coppi,  Terram.  di  Gorzano  tav.  LIX,  n.  2. 

12.  Vasetti  conici  di  terra  scura  fatti  a  mano,  con  anse  sul  margine,  alti  cent.  4, 
larghi  cent.  5.  Se  ne  trovano  in  molti  fondi  di  capanne  e  terramare. 


—  34  — 

13.  Vasettino  di  terra  impura,  solo  essicato.  alto  mill.  27,  largo  mill.  22,  for- 
nito di  ausa  laterale.  Ne  esiste  un  gran  umilerò  uel  Museo  d'  Imola,  trovati  uella 
grotta  del  Re  Tiberio  dal  eh.  Searabelli,  e  se  n'  ebbero  pur  molti  dalle  marne  mo- 
denesi. 

14.  Altro  di  terra  nera  fina  a  labbro  rientrante,  di  forma  schiacciata,  alto  solo 

mill.  20,  largo  mill.  38. 

15.  Grande  appendice  di  vaso  nero  di  bucchero,  lisciata  con  la  stecca,  a  forma 
di  ferro  di  cavallo.  Questa  specie  di  ausa,  o  di  presa,  si  trova  pure  in  un  vaso  di 
Bazzane  Cf-  Crespellani  1.  e.  tav.  II,  n.  5. 

16.  Coperchi  a  forma  conica,  che  dovevano  posare  sulle  appendici  puntute  dei 
vasi,  di  terra  rosso-pallido,  impura,  fatti  a  mano  e  cotti  a  fuoco  aperto.  Ne  raccolsi 
due  esemplari  quasi  completi,  e  frammenti  di  altri  due.  Sono  forniti  alla  sommità 
di  im  anello  per  passarvi  il  dito,  alti  dal  più  al  meno  cent.  11,  col  diametro  di 
cent.  13.  Rappresentano  una  novità  per  le  nostre  stazioni,  e  richiamano  quello 
trovato  nella  necropoli  di  Tolentino.  Cf.  Notizie  1883,  tav.  annessa,  n.  18. 

17.  Ansa  cornuta  a  cornetti  tronchi  con  testa  piatta.  Riproduce  quella  della  ter- 
ramara  di  Gorzano.  Cf.  Coppi  1.  e.  tav.  LXI,  n.  1. 

Frammento  di  altra  ansa,  di  terra  poco  fina,  a  cornetti  puntuti  ma  brevi. 

18.  Due  appendici  di  vasi  portanti  cornetti  rudimentali,  come  se  ne  ebbero  dalla 
terramara  di  Gorzano.  Cf.  Coppi  1.  e.  tav.  XXIII,  n.  2. 

19.  Cilindri  a  due  capocchie,  privi  di  ornati,  di  terra  nerastra,  ben  cotti  ;  sono 
comuni  nelle  necropoli  bolognesi  ed  in  altre  di  questo  periodo. 

20.  Pareti  di  vasi  grandissimi,  che  crederei  dolii,  forniti  di  due  cordoni  spianati, 
fatti  a  mano  e  con  aiuto  di  ima  sagoma.  Sono  di  terra  rossa  tanto  nell'  interno  che 
nell'  esterno,  ma  la  zona  di  mezzo  si  mostra  mal  cotta  e  poco  depurata.  Lo  spessore 
è  di  cent.  2  ;  e  dalla  curvatnra  si  arguisce,  che  questi  vasi  dovevano  avere  un  dia- 
metro di  m.  0,70.  Esse  furono  raccolte  nel  fondo  di  una  di  quelle  buche,  fra  stoviglie 

più  fine. 

21.  Frammento  di  vaso  sferico  di  terra  fina  gialliccia,  ben  cotta  e  fatto  al  tornio. 
Serba  avanzi  dipinti  a  color  arancio,  di  fascie  dritte  ed  ondulate,  e  d'un  ornato  che 
somiglia  a  quello  detto  covrimi  appresso.  Sotto  al  medesimo  è  colorito  iu  nero  un  p 
arcaico  fra  due  punti  -  ?  :  Disgraziatamente  ai  lati  della  detta  lettera,  il  vaso  vien  meno, 
e  uon  è  quindi  dato  vedere  se  ne  precedessero,  o  seguissero  altre.  Mentre  le  vestigia 
degli  ornati  sono  languidissime  ed  appena  riconoscibili,  questi  ultimi  segni  invece 
sono  resistenti,  e  ben  chiari.  Fu  raccolto  in  ima  delle  buche  più  grandi,  e  molto  giù, 
fra  vasi  e  stoviglie  rozze. 

Se  veramente,  come  mi  sembra,  si  è  voluto  tracciare  un  p,  esso  troverebbe  ri- 
scontro esatto  per  forma  e  grandezza,  con  quelli  d'iscrizioni  falische,  e  il  vaso  dovrebbe 
quindi  ritenersi  importato.  Cf.  Garrucci,  Di  ss, 'ri  mi  odi  archeologiche  di  vario  argomento 
tav.  IV,  n.  3,  tav.  VI,  n.  3,  5. 

22.  Parecchie  così  dette  fusajaole,  avute  in  vari  punti  delle  buche,  tutte  d'arte 
gentile,  diverse  ornate,  alcune  piccolissime,  tanto  da  dover  giudicare,  come  sospettò 
fino  dal  1877  il  eh.  Pigorini,  che  servissero  da  testa  per  aghi  crinali,  o  come  cre- 
dono altri  archeologi,  da  fermagli  per  vesti. 


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23.  Tre  piramidi  quadrangolari  coniche,  con  buco  passante  verso  la  sommità,  di 
terra  impura  e  mal  cotta. 

24.  Molti  nuclei  di  terra  cotta,  con  imposte  di  canne  e  rami. 

25.  Selce.  Due  frecce  complete,  e  il  frammento  di  una  terza.  La  prima  è  di  color 
biancastro  con  venature  più  chiare,  triangolare  e  peduncolata,  lavorata  a  fini  ritocchi: 
altezza  min.  60,  larghezza  alla  base  mill.  23.  La  seconda  mancante  della  punta  è 
di  selce  rosea,  eseguita  pure  a  ritocchi  abbastanza  fini.  Ha  forma  triangolare  ed 
alette.  Doveva  misurare  in  altezza  mill.  25,  ed  è  larga  mill.  20.  Esse  furono  raccolte 
alla  superficie  delle  buche,  insieme  a  2  coltellini  e  3  raschiatoi.  Il  frammento  della  terza 
è  color  rosso  cupo  :  è  peduncolata  e  lavorata  più  rozzamente  delle  altre.  Fu  trovata 
a  fior  di  terra  insieme  ad  una  trentina  di  schegge  indeterminabili,  che  attestano  però 
la  lavorazione  in  luogo. 

Ciottoli  semisferici  silicei,  alcuni  con  tracce  di  colpi  ricevuti  per  cavarne  stru- 
menti. Furono  raccolti  quasi  tutti  nelT  interno  delle  buche. 

26.  Due  coti  da  affilare,  con  segni  d'uso.  Sono  di  arenaria  dura,  ed  hanno  forma 
quadrangolare. 

27.  Bronzo.  Arco  di  fibula  lamellare,  lungo  mill.  58,  con  due  sporgenze  laterali 
puntute  circa  a  metà,  con  avanzo  d' impostatura  dell'  ardiglione  e  bottone  schiacciato 
all'  estremità.  Trovato  entro  una  buca. 

Ardiglione  di  altra  fibula,  raccolto  in  altra  buca. 
Pochi  altri  pezzetti  indecifrabili. 

28.  Ferro.  Oggetto  crociforme  arcuato,  trovato  entro  una  buca. 

Quattro  verghette  cilindriche  molto  ossidate,  alte  dagli  8  ai  10  cent.,  e  puntute 
da  un  lato.  Pare  abbiamo  potuto  servire  per  lance.  Erano  in  diverse  buche.  Anello 
che  si  direbbe  da  dito  ;  un  pezzo  di  larga  lama  di  coltello,  molto  ossidata  ;  diversi 
pezzi  di  scorie,  tutti  oggetti  trovati  alla  superficie  di  una  buca. 

29.  Osso  lavorato.  Una  spatola  ricavata  da  costa  di  bestia,  con  punta  ridotta 
tondeggiante  a  mezzo  di  strumento  tagliente,  e  con  un  foro  ottenuto  con  trapano,  dalla 
parte  opposta  ;  altra  costa  ridotta  a  punta  acuta. 

30.  Fauna.  Mandibole  di  bue,  cavallo,  capretto,  pecora,  maiale,  cane,  ed  ossa  di 
questi  stessi  animali,  i  quali  sono  però  scarsamente  rappresentati. 

Dall'  insieme  di  questi  fatti,  e  più  dalle  note  raccolte  che,  come  dissi,  mi  ripro- 
metto di  pubblicare  a  suo  tempo,  parmi  poter  dedurre  che  si  tratti  di  una  stazione 
preistorica  della  la  età  del  ferro,  tenuta  da  gente,  che  discendendo  da  quella  dei 
fondi  di  capanne,  ne  serbava  ancora  il  modo  d'abitare,  e  qualche  resto  d'industria. 

Regione  VII.  (Etruria) 

II.  Sarzana  —  L' ispettore  P.  Podestà,  per  informazioni  avute  dal  sig.  mar- 
chese Giacomo  Gropallo,  fece  sapere  al  Ministero,  che  nell'anno  decorso,  nel  territorio 
di  Limi  e  precisamente  nella  villa  del  predetto  sig.  marchese,  la  quale  sorge  in  ima  parte 
dell'  area  dell'antica  città,  ove  fu  scoperta  tra  i  materiali  di  vecchie  fabbriche  l' epi- 
grafe edita  nel  fascicolo  del  mese  scorso  (p.  5),  furono  rimesse  a  luce  due  altre  iscri- 
zioni latine.  La  prima  è  scolpita  su  di  im  paralellepipedo  marmoreo,  delle  dimensioni 


—  36  — 

di  m.  0,27  X  0,18  X  0,13,  scorniciato,  fuorché  superiormente,  con  gli  angoli  smussati 
per  far  servire  il  marmo  come  semplice  materiale  di  fabbrica.  Nel  centro  è  un  foro 
destinato  a  reggere  qualche  grappa  metallica.  L' iscrizione  dice  : 

xfcLAVDIO  DRVSÌ\ 
F  •  CAESARI   AVGVSTO 
GERMANICO  •  PONTIF 

MAXSIMO 

La  seconda  è  frammento  cristiano,  e  forse  faceva  parte  di  qualche  altare  del- 
l'antica chiesa  di  s.  Marco,  che  sorgeva  in  quella  località,  e  della  quale  anche  ai 
tempi  nostri  restava  qualche  rudere.  È  incisa  in  due  linee  sul  listello  di  un  lastrone 
massiccio  di  marmo  bianco,  delle  dimensioni  di  m.  0,34  X  0,25  X  0,10;  e  dice: 

fc  E  M  A  R  I  E\ 


pSTOLI  CO  +  AD 


Fu  pure  scoperta  gran  parte  di  figura  femminile  in  marmo,  avente  in  una  mano 
un' coniglio,  nell'altra  un  fascio  d'erbe;  ed  un  leone  marmoreo  di  bello  stile,  grande 
al  vero  e  quasi  intatto.  Si  recuperarono  finalmente  tronchi  e  basi  di  colonne,  ed  altri 
frammenti  architettonici. 

III.  Orvieto  —  Giornale  degli  scavi  della  necropoli  volsiniese  in  con- 
trada Cannicella,  sotto  la  rape  meridionale  di  Orvieto,  redatto  dall'  big. 
R.  Mancini. 

25  genn.  -  21  febbraio.  —  Cominciatisi  gli  scavi  nel  terreno  di  proprietà  del 
sig.  G.  B.  Onori,  in  contrada  Caiiaicella,  fecesi  la  scoperta  di  ima  tomba  arcaica  ad 
una  camera,  a  m.  4,00  di  profondità,  dello  stile  identico  alle  altre  già  scoperte,  con 
orientazione  a  sud.  La  porta  di  m.  0,85  X  1,15  ha  l'architrave  in  piano,  mancante 
in  parte  dal  lato  destro,  con  l'inscrizione  incisa  : 

...?3TfllO<fl>llvvl 
Y03 

Per  avere  la  tomba  subite  varie  depredazioni,  non  vi  si  rinvennero  che  i  seguenti 
oggetti:  Bronzo.  Fibula  semplice  lunga  0,05,  rotta.  —  Bucchero  etrusco.  Pochi  fram- 
menti di  vasi  e  tazze. 

Di  fronte  alla  porta  della  suddescritta  tomba,  a  circa  m.  1,00  di  distanza,  a 
valle,  venne  a  luce  una  piccola  tomba  vergine  a  cassa,  di  rozzi  tufi  senza  cemento. 
di  m.  0,86  X  0,71  X  0,54,  avente  sopra  il  coperchio  un  cippo  di  tufo  a  colonna,  di 
forma  leggermente  piramidale,  mancante  in  parte,  ed  in  ispecie  del  capitello. 

La  sua  lunghezza  è  di  m.  1,10  X  0,38,  0,35,  ed  ha  l' iscrizione  scolpita  verti- 
calmente, rivolta  verso  la  tomba  precedentemente  indicata: 

flwjzp^gwK] 

Ivi  si  raccolsero  i  seguenti  oggetti,  senza  potervi  riconoscere  traccia  alcuna  di 
cadaveri.  —  Ferro.  Alcuni  frammenti  di  molle,   di  un  candelabro,  non  che  di  alari. 


•  > 


J7  — 


Bronzo.  Piccola  titilla  con  manico,  alta  m.  0,155;  diametro  della  bocca  m.  0,14.". 
con  entro  alcuni  frammenti  di  giunco.  Sopra  di  essa  era  deposta  una  rete  di  cuoio, 
a  grandi  maglie,  per  caccia:  solamente  pochi  frammenti  se  ne  raccolsero.  Boccaletto 
con  alto  manico,  alto  0.19.  —  Fittili  dipinti  di  arte  locate  o  corinzia.  Tazzina  a  due 
manichi,  diametro  0.15,  con  strisce  nerastre  sul  corpo.  Vasetto  senza  manichi,  del 
diametro  di  ni.  0,11  con  strisele  nerastre,  come  sopra. —  Bucchero  italico  ed  etrusco. 
Sette  vasetti  e  tazze  di  più  forme  e  grandezze.  —  Cocci  ordinari.  Due  olle  mezzane 
con  coperchio  dipinto,  a  semplici  linee  rossastre,  concentriche. 

Sulla  medesima  linea  e  livello,  a  m.  0,72  verso  est,  si  scoprì  altra  tomba  a  cassa, 
vergine,  delle  dimensioni  di  m.  1,05  X  0,39  X  0,55.  Sopra  il  coperchio,  come  nell'altra 
descritta,  era  basato  un  cippo  di  tufo,  a  forma  di  colonna,  decorato  di  capitello,  alto 
ni.  0.39.  della  misura  totale  di  m.  1,29  X  0,30  X  0,36,  con  l'iscrizione  verticale 
seguente  : 

V?3TmOMfl<3A 

VWS 

.  Di  oggetti  si  raccolsero  :  Ferro.  Frammenti  di  due  piccolissimi  alari.  —  Bucchero 
ri, ■uscii  ed  italico.  Dieci  vasi  e  tazze  di  piccole  dimensioni,  in  parte  rotte.  Semina 
che  in  questa  tomba  fosse  stato  deposto  un  solo  cadavere  di  bambino,  come  da  fram- 
menti incombusti  trovati. 

Sulla  stessa  linea  a  m.  0,22  verso  est,  fu  rinvenuta  altra  tomba  a  cassa,  vergine, 
delle  dimensioni  di  m.  0,50  X  0,50  X  0,45.  Come  le  altre  ora  descritte,  era  piazzato 
sopra  il  coperchio  un  cippo  di  tufo  a  forma  di  colonna,  col  capitello  decorato  come 
il  precedente,  di  m.  1,31  X  0,31  X  0,31,  e  con  l'iscrizione  scolpita  in  senso  verticale 

*AMV?3T3)3<fH 

Di  oggetti  si  raccolsero:  Bronzo.  Due  aghi  per  maglia,  lunghi  il  primo  m.  0,085, 
il  secondo  0,07.  —  Ferro.  Piccola  lancia  a  foglia,  lunga  0,135.  Frammenti  di  molle, 
di  alari  e  di  un  coltello.  —  Fittili  dipinti  ili  arte  locale  o  corinzia.  Tazzina  a  linee 
orizzontali  nerastre,  sul  corpo,  diametro  0,08,  altezza  0,05.  —  Cocci  ordinari.  Due  pic- 
coli orci  senza  manico,  del  medesimo  stile,  ciascuno  dell'altezza  di  m.  0,12,  diametro 
0,10.  —  Bucchero  italico  ed  etrusco.  Undici  vasi  di  differenti  forme  e  grandezze.  Sembra 
che  in  questa  tomba  fossero  stati  deposti  due  bambini  incombusti. 

A  metri  0,  56,  sempre  sulT  istessa  linea  ed  orientazione,  seguì  la  scoperta  di 
altra  tomba  a  cassa,  vergine,  delle  dimensioni  di  0,62  X  0,55  X  0,47.  Anch'  essa 
sopra  la  copertura,  aveva  piazzato  il  consueto  cippo  di  tufo,  a  colonna,  però  mancante 
del  capitello.  Misura  m.  1,14  X  0,34  X  0,28.  L' iscrizione  scolpitavi  verticalmente, 
si  trova  situata  nel  senso  opposto  alle  altre: 

UAVkvbKÉ>AV\y$ 

Di  suppellettile  funebre,  non  vi  si  riscontrò  che  qualche  frammento  di  bucchero 
italico  ed  etrusco,  di  poco  valore. 

Fuori  di  posto,  e  quasi  paralella  alla  tomba  a  cassa  dianzi  descritta,  si  scoprì  altra 
tomba  a  cassa,  vergine,  delle  dimensioni  di  m.  0,67  X  0.40,  X  0,55.  Era  mancante  del 
rispettivo  cippo  come  le  precedenti.  Degli  oggetti  estratti  si  notano  :  Ferro.  Due  spiedi 


—  38  — 

lunghi  0,67  ciascuno.  Frammento  di  un  candelabro.  Lancia  rotta,  lunga  0,50,  con  anello 
di  bronzo,  ove  veniva  incastrata  l'asta  di  legno.  Frammenti  di  piccoli  alari.  —  Fittili 
dipinti  di  arte  locale  o  corinzia.  Una  tazzina  a  due  manichi,  con  linee  nerastre  con- 
centriche. —  Bucchero  italico  ed  etrusco.  Ventuno  vasi  e  tazze  di  più  forme  e  di- 
mensioni. 

È  molto  probabile,  che  tutto  1'  anzidetto  travamento  avesse  appartenuto  ad  una 
medesima  famiglia. 

IV.  Cerveteri  —  Nota  del  sig.  Luigi  Borsari. 

Facendosi  uno  scassato  nella  vigna  del  sig.  Francesco  Rosati  segretario  comu- 
nale, nel  fondo  denominato  Vignacela,  a  brevissima  distanza  dall'odierno  paese,  sul- 
l' estremo  lembo  occidentale  della  lunga  lacinia  di  tufo,  sulla  quale  sorgeva  l' antica 
Caere,  avvenne  la  scoperta  di  un  ripostiglio  di  fittili  votivi,  dedicati  a  qualche  divi- 
nità salutare,  il  cui  tempio  doveva  sorgere  in  quelle  vicinanze.  Gli  oggetti  raccolti, 
che  sommano  a  parecchie  migliaia,  furono  scoperti  a  m.  1,15  circa  di  profondità  sotto 
il  piano  di  campagna,  sparsi  e  misti  alla  terra  vegetale.  Consistono  tutti  in  ex-voto 
pregevoli  per  la  loro  conservazione,  e  moltissimi  poi  per  la  buona  arte  con  cui  ven- 
nero eseguiti,  e  rappresentano  varie  parti  del  corpo  umano,  mentre  i  più  riproducono 
il  noto  tipo  della  Fortuna,  della  Giunone  Lucina,  o  per  meglio  dire  della  divinità 
KourotrophoSj  raffigurata  sempre  seduta  e  recante  il  fanciullo  sulle  ginocchia. 
Altri  fittili  riproducono  vari  animali,  ed  in  maggior  quantità  colombe  o  piccioni,  buoi 
vacche,  vitelli. 

Escono  dall'  ordinario  alquante  statuette  di  Minerva  egidarmata,  di  stile  arcaico, 
portante  alto  elmo  in  testa,  e  scudo  nella  sinistra  mano;  varie  figure  di  personaggi 
suonanti  strumenti  diversi,  quali  la  tibia,  la  doppia  tibia  e  la  lira.  Sono  bellissime 
due  sculture,  l'ima  di  un  Satiro  che  suona  la  doppia  tibia,  1'  altra  di  Priapo,  seduto, 
con  volto  sorridente. 

Per  eleganza  di  forme  va  pure  notata  una  figurina  di  donna  velata  e  seduta, 
colle  mani  giunte,  poggiate  sulle  ginocchia  ;  ed  altra  ritraente  una  giovane  con  lunga 
veste  a  pieghe,  inginocchiata.  Di  assai  buon  lavoro  sono  alcune  teste  grandi  al  natu- 
rale, che  ritengono  del  tipo  romano,  e  che  credo  esprimano  dei  ritratti.  Di  tipo  arcaico 
sono  due  teste,  pure  grandi  al  vero,  e  ciò  risulta  dalla  sorridente  espressione  che  ne 
traspare,  dalle  linee  angolari  del  volto,  e  dalla  foggia  di  accomodare  i  capelli.  Di  non 
minore  importanza  sono  varie  teste  femminili,  benissimo  modellate,  ornate  di  stefane, 
collane  ed  orecchini;  fittili  indubbiamente  di  artefici  etruschi,  come  ne  fanno  fede  e 
il  carattere  loro  e  la  fedele  imitazione  dell'  orificeria,  che  in  moltissime  tombe  di 
Corneto,  Orvieto  e  di  vari  altri  luoghi  deH'Etruria  si  va  discoprendo. 

Del  tutto  nuova,  se  mal  non  mi  appongo,  è  una  terra  cotta,  pure  votiva,  alta 
m.  0,15,  nella  quale  è  rappresentata  a  bassorilievo  ima  scena  di  sacrifizio.  Sotto  un 
albero  carico  di  grosse  frutta,  è  posta  un'  ara  quadrata  su  cui  arde  il  fuoco.  Alla 
destra  di  chi  guarda  è  il  sacerdote  velato,  con  patera  nella  destra  mano,  in  atto  di 
sacrificare;  alla  sinistra  è  l'auleta  suonante  doppia  tibia. 

Il  vasellame,  pure  votivo,  è  una  scrupolosa  imitazione  di  tutto  quello  usato  dagli 
antichi,  riprodotto  in  piccolissime,  ma  pm  sempre  eleganti  proporzioni.  Sonvi  tuttavia 


—  39  — 

anche  frammenti  di  vasi  di  ordinaria  grandezza,  e  nel  fondo  di  uno  di  questi  ho  letto 

le  seguenti  lettere  graffite: 

•23I0A////// 

Dietro  uno  stampo,  pure  fittile,  per  formare  piccole  testine  votive,  è  tracciata 
collo  stecco,  nella  creta  ancora  molle,  la  leggenda 

C3mV\/ 
•23lr1IMA 

Moltissime  sono  le  lucerne,  ed  alcune  di  forme  originali  e  bizzarre. 

Fra  tutti  questi  oggetti,  era  una  piccola  statuetta  di  piombo,  rappresentante 
Ercole,  colla  pelle  leonina  avvolta  al  sinistro  braccio. 

Ho  accennato  in  principio  alla  probabilità,  che  la  descritta  stipe  sacra  votiva 
dovesse  spettare  a  divinità  salutare,  che  presso  il  luogo  dello  scoprimento  avesse  avuto 
il  suo  tempio.  Ciò  avrebbe  conferma  da  quanto  mi  fu  asserito  da  persona  che  fu 
presente  allo  scavo,  che  cioè  lì  accanto  fu  riconosciuto  un  muro  formato  in  un  taglio 
netto  e  verticale,  nella  rupe  tufacea,  il  quale  scendeva  tanto  sotterra,  che  fece  deporre 
il  pensiero  di  scoprirne  la  fine. 

Panni  infine  non  fuori  di  luogo  il  ricordare  una  scoperta  analoga  avvenuta  nel  1829, 
anch'essa  ad  occidente  del  territorio  ceretano,  consistente,  secondo  il  Nibby  che  la 
descrive  (A, /"//si  della  carta  dei  dintorni  di  Roma  voi.  I,  p.  349  sg.),  in  «  centi- 
naia e  centinaia  di  teste,  braccia,  gambe  ecc.  di  terra  cotta,  da  appendersi,  a  titolo 
di  voto,  alla  divinità  principale,  la  quale  sembra  essere  stata  muliebre  « . 

Regione  V.  (Picenum) 

V.  San  Ginesio —  Reiasione  dell'  ispettore  conte  A.  Silveri-Gentiloni. 

Verso  la  fine  del  marzo  1884  mi  furono  offerti  in  vendita  alcuni  bronzi,  prege- 
volissimi per  la  loro  rarità  e  conservazione,  cioè  :  Un  elmo  di  bronzo  fuso,  con  belli 
ornati  a  graffiti.  Due  manichi  di  anfora  fusi,  e  poi  cesellati  ad  alto  rilievo.  Una  ma- 
niglia di  situla,  con  statuine  fuse  e  cesellate.  Un  grande  manico  di  vaso  ordinario. 
privo  di  ornamenti. 

Chieste  informazioni  sulla  provenienza  di  questi  oggetti,  seppi  che  erano  stati 
scoperti  nel  territorio  del  comune  di  s.  Ginesio,  capoluogo  di  mandamento  di  questa 
provincia,  situato  in  alto  colle,  tra  il  fiume  Chiento  ed  il  Fiastra,  a  distanza  di  circa 
15  chilometri  da  Tolentino.  Tale  circostanza  li  rendeva  per  me  più  importanti,  perchè 
mostravano  relazione  con  i  bronzi  arcaici  trovati  in  Tolentino  ;  e  quindi  senza  indugio 
feci  pratiche  per  conoscere  la  precisa  località  del  loro  scoprimento,  col  proposito  di 
farvi  un'  esplorazione.  Mentre  mi  occupavo  di  tali  ricerche,  fui  avvisato  dal  sig.  sin- 
daco di  s.  Ginesio,  che  gli  oggetti  medesimi  erano  stati  scavati  furtivamente  nella 
proprietà  comunale,  e  che  desiderando  il  Municipio  di  conservarli  per  decoro  del  pae^e. 
mi  pregava  a  ricuperarli  e  tenerli  per  suo  conto.  Appresi  questa  notizia  con  molto 
piacere  ;  perchè  con  essa  non  solo  veniva  tolto  ogni  dubbio  sulla  provenienza  di  tanto 
pregevoli  cose,  ma  perchè  mi  si  presentava  pure  un'  occasione  favorevole  per  fare 
qualche  utile  ricerca  nel  luogo,  dove  il  rinvenimento  era  avvenuto.  Mi   recai  quindi 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  ■'.*■,  Voi.  II.  ,; 


—  40  — 

subito  a  s.  Ginesio,  ed  interrogate  le  persone  che  avevano  trovati  gli  oggetti,  con  la 
gentile  cooperazione  del  sig.  sindaco  cav.  Aristide  Morichelli  e  del  segretario  comu- 
nale, sig.  dott.  Alfonso  Leopardi,  seppi  che  nell'ottobre  del  1883  un  tal  Scarpini 
selciatore,  mentre  eseguiva  l'estrazione  della  pietra  arenaria  in  un  podere  del  comune, 
posto  alla  distanza  di  circa  150  m.  dalla  porta  principale  del  paese,  detta  dei  Cap- 
puccini, urtò  in  un  oggetto  resistente  e  scoprì,  conficcato  nel  terreno  (testuali  parole 
dell'  operaio)   «  un  angeletto  di  metallo  verde  » . 

La  speranza  d'impossessarsi  di  un  capo  di  gran  valore,  gli  fece  subito  eseguire 
uno  scavo  intorno  alla  statuina  ;  e  vide  con  sua  sorpresa  che  era  attaccata,  formando 
il  manico,  ad  im  «  brocchetto  di  rame  che  avea  la  bocca  a  tre  spizzi  » .  Scoperto  il 
vaso,  gli  balenò  nella  mente  l'idea  di  avere  trovato  il  tesoro  ;  e  quindi  senza  riguardo 
di  sorta,  si  mise  a  dar  giù  colpi  alla  cieca  rompendo  il  *  brocchetto  »  per  raccogliere 
l'oro  in  esso  contenuto.  Ma  ben  presto  restò  deluso,  non  trovandovi  il  bene  deside- 
rato, e  rimanendogli  solo,  coi  frammenti  del  vaso,  il  manico,  che  per  la  sua  solidità 
avea  resistito  a  quelle  offese.  Non  contento  dei  danni  fatti,  proseguì  a  scavare  allar- 
gando la  fossa;  e  rinvenne  altro  vaso  di  bronzo,  che  dalla  descrizione  fattami  com- 
presi trattarsi  di  una  situla  con  ornamenti  a  sbalzo.  In  vicinanza  di  quella  trovò 
anche  la  parte  superiore  di  uno  scheletro  umano,  compreso  il  cranio,  che  era  cinto 
da  un  cerchio  d'argento.  A  questo  punto  per  timore  di  essere  scoperto,  sospese  il 
lavoro  ;  o  riempita  la  fossa  con  la  stessa  terra  da  lui  estratta,  portò  seco  gli  oggetti 
rinvenuti,  che  dopo  qualche  giorno  spedì  a  Roma  ad  un  suo  amico,  per  effettuarne  la 
vendita.  In  seguito  ebbe  avviso  che  erano  stati  venduti  ad  un  antiquario,  il  quale 
alla  sua  volta  li  aveva  rivenduti  a  persona  che  non  seppe  indicare. 

Premendomi  assai  di  conoscere  dove  questi  bronzi  fossero  andati  a  finire,  feci 
molte  e  molte  ricerche,  e  giunsi  finalmente  a  sapere  che  per  mezzo  di  un  negoziante 
di  antichità  erano  stati  comperati  pel  Museo  di  Karlsruhe,  dove  già  si  trovavano 
esposti,  ottimamente  restaurati.  Rivoltomi  allora  alla  somma  gentilezza  del  conserva- 
tore di  quel  Museo,  prof.  E.  Wagner,  al  quale  rendo  pubblicamente  le  più  vive  grazie, 
potei  avere  da  lui  i  disegni  degli  oggetti,  e  tutte  le  informazioni  che  mi  erano  ne- 
cessarie  per  completare  queste  notizie. 

Avvenne  intanto  che,  per  la  facilità  con  cui  aveva  venduti  gli  oggetti,  e  per 
l'utile  che  ne  trasse,  si  sentì  lo  Scarpini  incoraggiato  a  riprendere  lo  scavo.  E  quindi 
si  rimise  all'  opera  verso  la  metà  del  marzo,  facendosi  aiutare  da  uno  stradino  comu- 
nale addetto  a  quella  contrada. 

Come  è  facile  comprendere,  in  questo  secondo  scavo  fu  tutta  manomessa  la  tomba; 
e  molti  oggetti  e  vasi  pregevolissimi  vennero  rovinati  o  distrutti.  Volle  peraltro  la 
buona  fortuna,  che  tutto  ciò  che  si  potò  salvare  da  quest'opera  vandalica,  pervenisse 
nello  mio  mani;  e  così,  conosciuta  la  cosa  dalle  autorità  locali,  poterono  queste,  tu- 
telando i  proprii  diritti,  tutelare  per  conto  del  comune  gli  oggetti  recuperati  in  questa 
seconda  esplorazione. 

Adunque,  raccolte  tutte  queste  notizie,  condotti  con  me  coloro  che  prima  scava- 
rono, mi  recai  sul  luogo  della  scoperta,  desiderando  di  accertare  meglio  le  cose,  e 
mettere  insieme,  se  fosse  stato  possibile,  tutti  gli  altri  dati  dei  quali  si  giova  lo  studio. 

Feci  quindi  riaprire  la  fossa,  ed  estrarre  tutta  terra  rimaneggiata;  e  con  l'aiuto 


—  41  — 

delle  informazioni  dei  primi  esploratori,  che  erano  presentì  al  lavoro,  e  con  ciò  che 
potei  osservare  io  stesso  nei  punti  della  tomba  che  trovai  ancora  intatti,  credo  di 
poter  ora  dare  sopra  il  ricco  sepolcro  di  s.  Ginesio  le  indicazioni  seguenti. 

La  tomba  scavata  nella  terra  vergine,  era  formata  da  una  semplice  fossa  qua- 
drata, della  lunghezza  di  m.  3,00  per  ogni  lato;  il  cui  piano  trova  vasi  a  circa  4  m. 
di  profondità  dal  livello  attuale  del  suolo. 

E  se  il  manico  del  primo  vaso  fu  trovato  a  soli  m.  0,70  di  profondità,  devesi 
tener  presente,  che  per  i  lavori  di  una  prossima  strada  provinciale,  erasi  già  esportata 
da  quel  posto  grande  quantità  di  terra  per  l'altezza  di  tre  metri.  Nel  centro  della 
fossa,  sulla  nuda  terra,  di  natura  arenaria,  era  uno  scheletro  umano  incombusto,  in 
posizione  supina,  coi  piedi  rivolti  a  mezzogiorno;  il  quale  scheletro,  come  sempre  si 
verifica  nelle  tombe  della  necropoli  di  Tolentino,  era  contornato  verso  il  capo  ed  ai 
piedi  da  gruppi  di  vasi,  da  varie  armi  e  da  altri  oggetti;  ed  aveva  il  cranio  cinto 
da  un  cerchio  di  filo  d'  argento.  Posso  assiemare,  che  i  vasi  erano  tutti  di  bronzo  o 
di  rame.  Ciò  viene  provato  dalle  dichiarazioni  dei  primi  scavatori,  i  quali  in  risposta 
alle  mie  domande,  nel  modo  il  più  esplicito  risposero  sempre,  di  non  aver  visto  vasi 
di  terra  cotta;  e  viene  confermato  dalle  mie  ricerche  fatte  sulla  terra,  che  si  trovò 
affatto  priva  di  qualunque  frammento  di  fittili. 

Alla  destra  del  cranio  fu  scoperto  l'orcio,  che  qui  si  riproduce  nella  fig.  A.  e 
fu  trovata  altresì  la  situla  riprodotta  nella  figura  B,  oggetti  che  ambedue  si  trovano 
nel  Museo  di  Karlsruhe. 

fisr.  B 


fig.  A 


'wìn  a  fa  bài  ■  S'-._^  M^'  iv^i 

J"Li.1--'  ,|"*T  *',  ■H";n>         .""^     )  \     '  ■■  ,    '-    iii 


tSSÈ) 


42  — 


Unitamente  a  questi  due  oggetti,  alla   destra  del  cranio  era  una   tazza,    di    cui 
si  salvarono  soltanto  due  pezzi  di  un  piccolo  manico. 

Per  quello  che  si 
riferisce  alla  giacitura 
di  questi  utensili,  potei 
accertarmene  io  stesso, 
avendo  ritrovato  al  suo 
posto  ima  parte  del  cra- 
nio ancora  intatta  ;  e 
vicino  ad  essa  un  piede 
di  vaso  di  bronzo,  cioè 
q  nello  che  vedesi  dise- 
gnato nel!  orcio  sud- 
detto. Tale  piede  era 
riunito  al  vaso  con  sal- 
datura; e  quindi  si  com- 
prende come  dissalda- 
tosi ,  fu  lasciato  nel 
terreno,  che  non  fu  com- 
pletamente rimosso  dal 
primo  scavatore  Scar- 
pini, il  quale  lasciò  pur 
la  maniglia  della  situla 
(tav.  I,  fig.  1),  che  fu 
estratta  dalla  terra  nel 
secondo  scavo.  Per  tale 
incuria  ed  ignoranza 
dei  ricercatori,  i  due 
vasi  posseduti  dal  Mu- 
seo di  Karlsruhe  sono 
incompleti  ,  uno  cioè 
mancante  del  piede, l'al- 
tro del  manico,  oggetti 
che  sono  ora  presso  il 
connine  di  s.  Ginesio. 
L'orcio  (oinochoe). 
di  forma  elegantissima, 
alto  m.  0,277,  è  forse 
uno  dei  pili  belli  che  in 
questo  genere  la  terra 
abbia  restituito.  È  or- 
nato nella  parte  supe- 
riore del  ventre  da  ima  fascia  (fig.  C)  che  rappresenta  una  lotta  di  animali,  condotta 
a  sbalzo  ed  a  graffito. 


—  43  — 

11  piede  e  l'orlo  della  bocca  sono  riccamente  lavorati,  con  ornamenti  ottenuti 
dalla  fusione,  e  poi  ritoccati  col  bulino. 

La  parte  per  altro  che  merita  maggiore  considerazione  è  il  manico,  formato  con 
molta  maestria  da  una  piccola  statua  ignuda  di  stile  arcaico,  che  punta  i  piedi  sopra 
una  palnietta,  fiancheggiata  da  arieti  coricati,  e  riposa  colla  testa  fra  le  code  di  due 
leoni,  sdraiati  sull'orificio  del  vaso.  Come  vien  dimostrato  dal  disegno,  orci  o  boccali 
simili,  sebbene  di  minor  pregio  artistico,  furono  rinvenuti  in  duna,  in  Capua  ed  in 
Tolentino  (cfr.  Bull.  Lisi.  1874,  p.  242;  Annali  1880,  p.  223). 

La  situla,  adorna  di  bellissimi  ornati,  e  nella  parte  superiore  del  collo  e  nella 
base,  come  rilevasi  dal  disegno  che  è  stato  aggiunto  (fig.  B),  merita  speciale  consi- 
derazione per  il  suo  manico,  che  era  sfuggito  alle  prime  ricerche  dello  Scarpini,  e  che 
in  uno  stato  di  perfettissima  conservazione,  è  ora  posseduto  dal  Muuicipio  di  s.  Gi- 
nesio,  come  sopra  si  è  detto. 

È  formato  da  due  aste  a  semicerchio,  di  bronzo  fuso,  ornate  da  quattro  file  di  glo- 
betti  in  tutta  la  lunghezza,  e  terminanti  con  un  gancio  guarnito  alle  estremità  con  bottoni 
di  fiori  (rosa),  di  pasta  vitrea  rossa.  Le  aste  sono  innestate,  con  molta  maestria  e  capric- 
cio; in  due  statuine  rappresentanti  Tritoni  barbati,  che  hanno  le  braccia  alzate,  e  ten- 
gono un  pesce  in  ciascuna  mano.  Le  gambe  dei  Tritoni  finiscono  in  serpenti,  intrecciati 
in  modo  da  formare  due  occhi,  dove  entrano  i  ganci  delle  maniglie  (tav.  I,  fig.  1). 

Che  il  manico  appartenga  alla  situla,  è  cosa  fuori  di  ogni  dubbio  ;  prima  di  tutto 
essendosi  trovato  nel  sito  istesso  ove  la  situla  fu  tolta  ;  in  secondo  luogo  corrispon- 
dendo al  diametro  dell'  orificio  ;  finalmente  essendo  rimasti  nell'  orificio  stesso  della 
situla,  come  mi  faceva  notare  1'  egregio  conservatore  del  Museo  di  Karlsruhe,  i  per- 
netti  di  ferro,  simili  a  quelli  esistenti  in  prossimità  del  pube  nei  Tritoni,  dei  ma- 
nichi. Se  abbisognassero  altre  prove,  si  potrebbe  anche  dire  che  nessun  altro  vaso, 
trovato  nella  tomba,  può  adattarsi  a  questo  ricco  ed  originale  manico,  il  quale,  come 
si  può  rilevare  dai  disegni,  completa  in  modo  veramente  splendido  la  situla,  e  ne 
forma  un  monumento  d' arte  sorprendente  della  metallotecnica  antica. 

La  tazza,  che  come  ho  accennato  di  sopra,  giaceva  alla  destra  del  cranio,  accanto 
all'orcio  ed  alla  situla,  fu  quasi  tutta  perduta  ;  e  si  salvarono  i  soli  pezzi  del  manico 
qui  disegnati  (fig.  D),  che  ci  richiamano  alla  mente  la  forma  dello  scyphus. 

Il  cerchio  poi  di  filo  di  argento,  che 

J-\    contornava  il  cranio,  era  vuoto  internamente, 
,7   e  all'esterno  aveva  un  diametro  di  circa  mil- 
limetri tre.  Sembra  che  fosse    stato    assai 
semplice,  privo  di  qualunque  ornamento,  e 
che  avesse  avuto  il  peso  di  circa  33  grammi. 
^z^:.:^^  Questo  potei  raccogliere  da  un  orefice,  che 

' '":'""  lo  comprò  a  peso    di    metallo,  e    che    per 

ignoranza  lo  fuse  nel  crogiuolo. 

Verso  i  piedi  dello  scheletro,  dalla 
parte  sinistra,  era  posato  un  elmo  ;  ed  accanto  un  altro  gruppo  di  vasi  di  bronzo,  che 
avrebbero  costituito  un  vero  tesoro  archeologico,  se  la  pesante  mano  di  inesperti  sca- 
vatori non  li  avesse  tutti  malmenati,  e  parte  interamente  distrutti. 


—  44  — 

La  casside  o  galea  (tav.  I,  fig.  2)  di  bronzo  fuso,  poi  cesellato  e  graffito,  di 
forma  ovale  e  conica  verso  la  punta,  ha  l'altezza  di  m.  0,21,  ed  il  diametro  medio 
di  m.  0,20.  Nella  sua  parte  posteriore  è  fornita  di  piccola  visiera,  lateralmente  di 
guanciali  a  sbalzo  ;  e  nella  punta,  di  un  pometto  dove  s' innestava  il  cimiero  che  ora 
è  distrutto.  Essa  trovasi  in  buono  stato,  ed  è  anche  pregevole  per  la  bellissima  pa- 
tina verde  che  tutta  la  ricopre.  La  parte  inferiore  è  ornata  alla  estremità,  di  im  cor- 
done ben  rilevato,  ottenuto  dalla  fusione,  e  maggiormente  impresso  con  ritocchi  a 
bulino.  Sopra  questo  cordone,  tutto  intorno  gira  ima  fascia  leggiera,  formata  da  finis- 
simo e  vago  intreccio  di  meandri  a  graffito  ;  ed  una  fascia  simile  è  ripetuta  pure 
leggiermente  in  giro,  in  alto  sulla  coppa,  nel  punto  dove  comincia  la  parte  conica,  che 
è  guarnita  sino  al  puntale  con  altre  linee  sottilissime  di  graffiti,  rappresentanti  un 
rosone  fatto  coli'  intreccio  di  varie  linee  curve.  Nessun  elmo  antico,  per  quanto  io  mi 
sappia,  può  competere  con  questo  di  s.  Ginesio,  per  finitezza  ed  eleganza. 

Due  se  ne  conservano  nel  Museo  civico  di  Bologna  ;  ed  uno  è  in  Roma  nel  Gre- 
goriano, il  quale  per  altro  mostra  un  lavoro  di  scadente  imitazione.  Un  terzo  è  nel 
Museo  di  Lodi,  e  fu  illustrato  dal  prof.  Castelfranco  (')•  Finalmente  uno  smaglian- 
tissimo, quantunque  un  poco  inferiore  per  arte,  ebbi  occasione  di  esaminare  nel  Museo 
comunale  di  Pesaro,  dove  trovasi  sino  dal  1759;  nel  qual  tempo  fu  donato  al  fon- 
datore del  Museo  stesso,  cioè  al  benemerito  Annibale  degli  Abbati  Olivieri,  dal  conte 
Paris  Palletta  di  Macerata.  Questi,  con  lettera  che  si  conserva  nella  biblioteca  pesa- 
rese e  che  non  trascurai  di  leggere,  dichiarò  al  suo  amico  degli  Abbati  Olivieri,  che 
il  detto  elmo  era  stato  trovato  da  un  contadino,  insieme  ad  altri  bronzi  che  non  de- 
scriveva, ma  che  pure  mandava  in  dono,  soggiungendo  poi  essere  stata  recuperata 
una  parte  di  un  vaso,  che  prima  allo  stesso  archeologo  pesarese  egli  aveva  mandato, 
la  qual  nuova  parte  era  posseduta  da  un  tal  canonico  Costa  di  Macerata,  che  in  nessun 
modo  l'avrebbe  ceduta. 

Con  la  scorta  di  queste  indicazioni  volli  accuratamente  esaminare  gli  oggetti  del 
Museo,  per  vedere  se  mi  fosse  stato  possibile  riconoscere  il  vaso,  di  cui  nella  lettera 
del  conte  maceratese  si  faceva  parola,  e  mi  parve  di  riconoscerlo  in  ima  grande  anfora 
o  idria,  mancante  circa  della  metà,  con  manichi  orizzontali,  muniti  nelle  estremità  con 

una  protome  di  cavallo,  simile  a  quelle  dei  vasi  di 
Tolentino.  Il  che,  nella  mancanza  di  maggiori  do- 
cumenti, mi  pare  bastante  a  provare  il  rapporto 
di  origine  tra  questi  bronzi  del  Museo  di  Pesaro 
e  queste  antichità  del  territorio  maceratese,  sco- 
perte ora  in  Tolentino  o  nel  prossimo  s.  Ginesio. 
Vicino  all'elmo,  come  fu  accennato,  fu  scoperto 
altro  gruppo  di  vasi.  Vi  era  una  grande  olla,  press'  a 
poco  uguale  a  quelle  comuni  di  terracotta,  alta  cen- 
timetri 45,  con  il  diametro  di  centimetri  50  nel 
ventre,  e  cent.  35  nella  bocca.  È  composta,  come 
vedesi  dal  disegno  che  qui  la  rappresenta  (fig.  E), 


fig.  E. 


(')  Bullctt.  di  Paletnologia  anno  IX  1883,  p.  106. 


—  45  — 
da  duo  lastre  di  rame,  tirate  a  martello  e  riunite  con  chiodetti  ribattuti.  La  lastra 
inferiore  comprende  il  fondo  concavo,  simile  ai  nostri  caldai  ;  quella  superiore,  la  bocca 
con  labbro  Bporgente,  eguale  a  quello  delle  olle  comuni.  Solo  differisce  da  queste  nel 
ventre,  che  invece  di  essere  conico  e  rigonfio  verso  il  centro,  è  cilindrico,  e  si  restringe 
in  alto,  in  prossimità  della  bocca. 

Viene  quindi  un  grande  recipiente  a  forma  di  cuccuma  (tìg.  F),  fornito  di  gramle 
manico,  elegantemente  rialzato,  e  girato  a  collo  di  oca,  in  una  sagoma  che  è  comune 


fi*.  H 


flff.  6 


fig.  P 


\wsm 

\ 


\  \%  i.::\.         Mi 

mf    fa 


a  vasi  rinvenuti  a  Bologna,  Marzabotto  e  Tolentino.  Tuttavolta  il  nostro  si 
distingue  per  un  anello  triangolare,  attaccatovi  internamente  nella  parte  su- 
periore, forse  per  reggere  con  più  comodità  l'utensile,  quando  fosse  stato  pieno 
di  liquido.  La  sua  altezza,  compreso  il  manico  è  di  m.  0,38,  ed  il  diametro 
massimo,  verso  il  fondo,  di  m.  0,22. 

Un'  anfora  a  ventre  rigonfio  verso  la  bocca,  ha  il  labbro  sporgente,  dovi- 
ziosamente ornato  di  ovoli  fatti  a  cesello,  ed  è  fornita  di  manici  semiorizzon- 
tali, fissati  su  piastre  ovali  concave,  terminanti  a  punta,  in  modo  da  aderire 
esattamente  per  mezzo  di  saldature  alle  pareti  del  vaso.  Sono  di  alto  rilievo, 
ritoccati  a  cesello,  e  rappresentano  maschere  barbate,  come  vedesi  in  uno  di 
essi  che  è  riprodotto  a  metà  del  vero  nella  fig.  G-. 

Vi  erano  altri  vasi  di  forme  diverse,  cioè  scodelle,  catini  e  caldai  con 
manichi  di  ferro;  ma  tutti  furono  guasti,  in  modo  da  renderne  impossibile 
ogni  tentativo  di  ricomposizione.  Tra  i  frammenti  ho  notato  pure  una  parte 
del  fondo  di  im  colatoio,  di  cui   non   mi   è   riuscito    di   ritrovare    il   manico. 

Presso  il  femore  destro  dello  scheletro,  fu  rinvenuta  una  spada  di  ferro  (fig.  H), 
ben  conservata,  lunga  m.  0,70,  compreso  il  codolo,  che  è  privo  di  impugnatura, 
la  quale  si  sarà  distrutta,  perchè  formata  di  materia  corruttibile.  Altrettanto 


46 


.11 


dicasi  per  la  guaina,  che  non  esiste  più,  ma  che  dovea  esserci  ;  trovandosi  in  ottima 
conservazione  la  lama  biconvessa  a  due  tagli,  di  forma  speciale  per  essere  adoperata 
di  punta.  Essa  è  larga  m.  0,04  vicino  al  codolo  ;  e  va  restringendosi  gradatamente 
sino  alla  punta  ('). 

Dalla  parte  nord,  nell'angolo  destro  della  fossa,  che  non  era  stato  esplorato,  tro- 
vai una  cuspide  di  lancia  ed  un  giavellotto  di  ferro. 

La  lancia  (fìg.  I)  lunga  m.  0,51  compreso  il  cannone,  ha  la  forma  a  foglia 
d' olivo ,  con  alta  costa  nel  centro.  Il  giavellotto  (fig.  K),  di  forma  romboidale, 
rammenta  quelli  rappresentati  nelle  figure  greche  dei  fittili  e   dei   bassorilievi.   Nel- 

„     ,  1'  angolo   opposto  rinvenni,   tutti  riuniti,  sette    coltelli 

fig.  I  .        . 

di  varia  grandezza,  tutti  della  forma  che  qui  si  ri- 
produce (fig.  L).  Finalmente  negli  angoli  verso  i  piedi, 
furono  raccolti  frammenti  di  ferro  di  varie  forme;  e 
diverse  asticelle  con  punte,  che  credo  sieno  i  resti  di 
un  candelabro.  Questo  è  quanto  riguarda  l' importante 
scoperta  della  ricchissima  tomba  di  s.  Ginesio,  la  quale 
a  molto  più  utili  conclusioni  certamente  ci  avrebbe 
condotti,  se  fosse  stato  possibile  di  esplorarla  regolar- 
mente. Non  pertanto  non  è  poca  fortuna,  che  tutto  non 
sia  stato  perduto  o  smarrito. 

Compiute  le  sopradette  esplorazioni  del  sepolcro, 
feci  eseguire  intorno  ad  esso,  in  diversi  punti  e  distanze, 
alcuni  scavi,  col  proposito  di  vedere  se  trattavasi  di  una 
tomba  isolata,  ovvero  si  trovassero  vicino  altri  segni, 
che  dessero  prova  esser  quivi  stato  un  sepolcreto.  Ed 
in  ogni  parte  all'intorno  si  rinvennero  indizi  di  tombe, 
tutte  però  manomesse;  e  furono  raccolti  tra  la  terra 
sconvolta,  gran  copia  di  frammenti  di  vasi  rozzi  fatti 
a  mano,  di  terra  rossastra  all'esterno  e  nerastra  internamente,  simili  a  quelli  della 
necropoli  di  Tolentino.  Eecuperai  un  piccolo  coperchio  di  terra  nerastra,  fatto  a  mano 

(fig.  M)  ;  ed  in  mezzo  a  molti  pezzetti  di  bronzo  insignificanti, 
raccolsi  un  pendaglietto  a  forma  di  mandorla  (fig.  N),  e  un 
pezzo  di  fibula  a  navicella  con  pometti  laterali,  come  le  tante 
scoperte  nel  territorio  di  Tolentino  ed  altrove  (cfr.  Bull,  di 
Pai.  il.  anno  III,  tav.  VI,  fig.  2,  15). 

La  ristrettezza  del  tempo  non  mi  permise  di  fare    uno 
scavo  regolare  ed  esteso;  però  nell'insieme  ebbi  prove   suffi- 
cienti per  ritenere,  che  in  quella  località  esiste    un    interes- 
sante sepolcreto,  che  merita  d'essere  accuratamente  esplorato 
a  vantaggio  degli  studi  dell'  antica  storia  picena. 

Altra  importante  scoperta  ebbi  occasione  di  fare  nella  mia  dimora  a  s.  Ginesio; 
ed  è  bene  che  qui  se  ne  dica. 


(')  Spade  simili  si  scoprirono  nel  Bolognese  ed  in  altre  parti;  cfr.  Gozzadini,  Dì    uà    ani 
sepolcreto  a  Ceretoìo  nel  Bolognese  p.  20. 


—  47  — 

Poco  prima  della  mia  partenza,  il  sig.  .Sindaco  cav.  Morichelli  mi  mostrò  vari 
oggetti,  rinvenuti  nell'agosto  1883  in  un  suo  podere  a  ponente  della  città,  ed  alla 
distanza  di  circa  400  metri  dall'abitato.  Questi  oggetti  Sono: 

a)  Varii  pezzi  di  un  ricco  oggetto  spiralifonne,  adoperato  forse  per  ornamento 
del  petto,  simili  in  molte  parti  a  quelli  trovati  nell'Apulia,  e  descritti  dal  eh.  Ange- 
lucci  (Gli  oggetti  spiraliformi  in  Italia,  e  specialmente  nell'  Apatia.  Torino  1876); 
e  che  per  il  modo  di  ornare  piastrine  di  rame,  con  anellini  e  bullette,  richiamano  alla 
mente  alcuni  bronzi  di  Corneto  Tarquinia.  In  alcuni  restano  dei  globuli  di  pasta  vitrea. 

b)  Due  piccoli  pendagli  a  forma  di  campana,  molto  simili  ad  altri  scoperti  nella 
necropoli  di  Villanova. 

e)  Due  collane  di  ambra;  una  a  pezzetti  grossolanamente  lavorati,  l'altra  a 
globuli  arrotondati  in  modo  assai  imperfetto. 

d)  Due  grossi  acini  di  ambra,  infilati  in  cerchi  di  bronzo,  simili  ai  tanti  che 
restituirono  gli  scavi  delle  necropoli  picene,  e  segnatamente  quelle  di  Offida  e  di 
Montelpare. 

e)  Una  collana  di  tubetti  di  bronzo,  formati  con  ima  laminetta  attortigliata  a 
spira,  ed  intramezzati  da  globuli  a  barilotto. 

/')  Due  denti  di  cinghiale  legati  con  filo  di  rame,  simili  a  quelli  trovati  nella 
necropoli  di  Tolentino. 

g)  Due  grandi  fibule,  della  forma  detta  a  sanguisuga,  notevoli  per  la  lunghezza 
della  staila,  formata  di  tre  sezioni,  introdotte  nel  filo  di  bronzo  con  cui  è  fatto  l'ardi- 
glione. La  sezione  centi-ale,  di  ambra,  pare  che  raffiguri  im  rozzo  scarabeo  ;  le  sezioni 
laterali  sono  di  osso  di  cervo,  ed  hanno  forma  conica  semplice. 

Riconoscendo  l'importanza  di  queste  cose,  volli  fare  una  esplorazione  sul  luogo 
ove  si  erano  scoperte;  e  quivi  osservando  la  superficie  del  terreno,  trovai  sparsi  in 
ogni  parte  rottami  dei  soliti  vasi  rozzissimi,  nerastri  all'interno,  e  rossastri  esterna- 
mente. Fatto  quindi  aprire  un  piccolo  scavo  di  circa  tre  metri  quadrati,  alla  profon- 
dità di  soli  m.  0,60  si  incontrò  ima  tomba  in  parte  sconvolta,  a  causa  delle  ordinarie 
lavorazioni  agricole.  Nel  piano  di  essa  rimaneva  uno  scheletro  umano  incombusto, 
sufficientemente  conservato,  intomo  a  cui  erano  dei  soliti  vasi  rozzi,  intatti  nel  fondo, 
e  frantumati  verso  la  bocca  ;  il  che  prova  che  i  ferri  dell'agricoltore  li  avevano  toccati 
superiormente  ed  offesi. 

Esaminata  con  cura  la  terra  che  ricopriva  lo  scheletro,  vi  trovai  alcuni  acini  di 
ambra  rossa  ;  parte  di  una  collana  ;  alcune  fibule  di  bronzo  ad  arco  semplice  ;  salta- 
leoni e  pendagli  spiraliformi,  simili  a  quelli  già  descritti. 

Ciò  fu  sufficiente  per  provare  che  in  quella  contrada,  ove  gli  oggetti  posseduti 
dal  cav.  Morichelli  si  scoprirono,  si  estende  un  altro  sepolcreto,  che  sarà  certo  esplo- 
rato con  le  maggiori  cautele  che  si  possono  desiderare,  secondo  che  ne  assicura  l'amore 
che  hanno  per  la  conservazione  delle  memorie  patrie,  ed  il  proprietario  sopra  ricor- 
dato ed  altri  egregi  signori  che  quivi  pure  posseggono,  e  che  sono  devotissimi  alla 
tutela  delle  memorie  patrie. 

Lasciando  le  molte  considerazioni  che  il  pregio  della  scoperta  mi  suggerisce, 
non  posso  non  ricordare  come  gli  studii  sull'antico  Piceno  sieno  così  arricchiti  colla 
notizia  di  im  centro  italico,  di  cui  nulla  per  lo  innanzi  si  conosceva.  Bastano   poi  i 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II.  7 


—  48  — 

disegni  qui  dati  per  mostrare  la  stretta  relazione  che  corre  tra  i  bronzi  di  s.  Ginesio 
e  quelli  di  Capua  e  di  duna,  illustrati  dal  eh.  Helbig  (Ann.  List.  1880,  p.  223). 
il  quale  dimostrò  con  validi  argomenti  non  doversi  queste  opere  attribuire  agli  Etru- 
schi, come  vari  dotti  per  lo  innanzi  avevano  sostenuto  ;  ma  essere  prodotti  della  me- 
tallotecnica  greca,  importati  dal  commercio  dei  Calcidesi  in  varie  regioni  della  nostra 
penisola.  Kestano  però  sempre  le  difficoltà  in  quella  pai-te  del  tema,  che  riguarda  la 
via  per  cui  questi  oggetti  di  arte  calcidese  fossero  passati  nel  Piceno,  tenendo  per 
fermo,  che  il  loro  commercio  in  Italia  fosse  partito  da  duna  o  da  Neapolis  ;  donde 
se  era  facile  ehe  si  istituissero  i  rapporti  con  le  città  della  Campania,  non  era  age- 
vole lo  istituirli  colle  genti  del  versante  adriatico,  al  di  là  degli  Appennini.  In  mezzo 
alle  quali  difficoltà,  e  nella  mancanza  di  ogni  ritrovamento  di  cose  simili,  massime 
di  ciste  a  cordoni  nel  territorio  intermedio,  si  affaccia  alla  mente  il  pensiero,  che 
questo  commercio  dei  bronzi  greci  sulle  coste  adriatiche  e  nelle  regioni  dell'  Apulia 
e  del  Piceno,  fosse  stato  esercitato  per  mezzo  dei  Tarantini,  i  quali  avrebbero  trovato 
il  loro  profitto  risalendo  il  corso  dei  fiumi,  e  penetrando  nell'interno  del  paese,  dove 
colla  vendita  dei  bronzi  e  di  altri  generi,  avrebbero  potuto  acquistare  la  lana,  per 
l'industria  delle  tintorie,  nella  quale  colle  sue  porpore  Taranto  fu  tanto  famosa. 

Se  non  che,  quantunque  a  conferma  di  questa  tesi  possa  essere  ricordato  il  fatto. 
che  ciste  a  cordoni  come  quella  del  territorio  cmnano,  come  quelle  di  Tolentino  e  del 
bolognese,  si  trovarono  anche  nella  Japigia,  e  nella  stessa  Taranto  (cfr.  Helbig. 
Bull.  1881,  p.  193;  Dos  homerìsche  Epos  p.  34),  forse  potrebbe  essere  ardire  lo  stesso 
enunciare  questo  mio  sospetto,  in  materia  che  ha  tuttavia  bisogno  di  valide  prove  ;  e 
quindi  chiudo  il  mio  dire  augurandomi,  che  nuove  e  regolari  esplorazioni  dieno  ulte- 
riori ed  ottimi  argomenti,  per  ritessere  la  storia  antichissima  di  questa  regione  Picena, 
così  ricca  di  cose  antiche  e  così  poco  finora  studiata. 

VI.  AsCOli-PiceilO  —  L'ispettore  doti.  Giulio  Gabrielli  riferì,  che  nell'amplia- 
mento di  un'  apertura  ad  arco,  tra  la  navata  destra  longitudinale  e  quella  traversa 
del  duomo  di  Ascoli,  fu  riconosciuto  tra  i  materiali  di  fabbrica  un  masso  rettangolare 
in  travertino,  alto  m.  0,50,  largo  m.  0,73,  rotto  a  destra,  su  cui  è  incisa  la  seguente 
iscrizione  : 

C  ■  FVNDANIVS  CI/. 

BATO 

SEX  V I K 

VIVOS    •    FECIT/ 

La  pietra  sarà  rimossa,  per  essere  conservata  nella  raccolta  epigrafica  istituita 
nel  palazzo  del  Municipio. 

Regione  I.   (Latium  et  Campania) 

VII.  Roma.  —  Note  del  comm.  R.  Lanciani. 

Regione  II-  V.  —  Presso  l'angolo  formato  dalla  via  Tasso  con  la  via  della  Scala 
Santa,  alla  profondità  di  circa  4  metri,  è  stato  scoperto  un  simulacro  marmoreo  di 
Bacco,  di  singolare  bellezza  e  di  buona  conservazione.  La  figura,  di  proporzione  quasi 


—  49  — 

al  vero,  insiste  sulla  gamba  sinistra,  ed  ha  la  parte  inferiore  velata  da  ima  clamide, 
il  cui  lembo  è  raccolto  sull'avambraccio  sinistro.  L' acconciatura  del  capo  è  quasi 
muliebre,  e  i  capelli  sono  stretti  da  una  corona  di  edera.  Il  braccio  destro  e  la  mano 
sinistra  sono  distaccati:  l'uno  e  l'altra  erano  stati  restaurati  ed  impenniti  ab  antico. 

Questa  statua,  di  proprietà  del  comm.  Marami,  apparterrebbe  topograficamente, 
alle  «  castra  voterà  »   degli  Equiti  Singolari. 

Dai  detti  alloggiamenti  degli  equites  singulares  provengono  queste  altee  epigrafi 

Cippo  marmoreo,  alto  m.  1,05. 


(lato  destro) 


SVBVRANO  •  ET  •  MARCELLO  COS[  a.  104 

•  P  R I S  C  V  S  TRAIA  NENSESBAETASIVS  »< 

FREQVEN    S 


10 


15 


20 


25 


30 


M 

M 

M 

M 

M 

C 

M 

P 

P 

M 

M 

M 

M 

M 

M 

C 

M 

M 

M 

M 

M 

M 

P 

M 

M 

M 

M 

M 

M 

M 

M 

M 


ARRAD 

VLP 

VLP 

VLP 

VLP 

IVL 

VLP 

AEL 

AEL 

VLP 

VLP 

VLP 

VLP 

VLP 

VLP 

IVL 

VLP 

VLP 

VLP 

VLP 

VLP 

VLP 

AEL 

VLP 

VLP 

VLP 

VLP 

VLP 

VLP 

VLP 

VLP 

VLP 


LVPV  S 

TERTIV  S 
SANCTV  S 
AVFIDIANVS 

firmInv    S 

FLAVINV  S 
MERCATO  R 

prImv      S 

OPTATV       S  TRAI 
VERECVNDVS 
DASMENVS 
DAS1V         S 
SINGVLARIS 
CRESCEN  S    TRAI 
CRESCEN  SFL-SIR 
AMABILI    S 
CRESCEN  S 
CLARV       S 
VELO  X 

OPTATV  S 
PASTV  S 
ANTONIVS 
FIDELI  S 
MARTIALIS 
MERCATOR 
AGRIPP  A 
GALLI  O 
AGILI  S 
RIPANV  S 
ARRVNTIVS 


ANENSIS  •  BAETASIVS 


ANENSIS 
MI 


BAETASIVS 


—  50  — 


(lato 

sinistro) 

DIVO  •  TRAIANO  •  V  ■  C« 

M  •  VL  P 

I V  L  I V         S 

M-VLP 

DOLVCIVS 

M  ■  VLP 

CLEMEN S 

M  •  VLP 

marInv  s 

Q_OCT 

MARCIANVS 

M  ■  VLP 

Ianvariv  s 

M-VLP 

ISAVRICV   S 

MCOCC 

VICTO       R 

MCOCC 

FLAVO       S 

M-VLP 

PROCVLV  S 

ClVL 

INGENV    S 

M-VLP 

CALVENTIVS 

M-VLP 

MASS         A 

M-VLP 

IVSTV         S 

M-VLP 

CASSIV      S 

M-VLP 

VRSVLV    S 

a.  103 


10 


15 


(fronte) 

lOVi • OPTVMO • MAXIMO 
IVNONI-MINERVAE 
MARTI  •  VICTORIAE  ■   HERCVLl 
FORTVNAE    ■    MERCVRIO 
FELICITATI-   SALVTI •   FATlS 
CAMPESTRIBVS    •    SILVANO 
APOLLINI  •  DIANAE  • EPONAE 
MATRIBVS    •    SVLEVIS  •   ET 

GENIO  •  S I N  G  ■  A  V  G 
VETERANI      •     MISSI 
HONESTA    •     MISSIONE 
EX  •  EODEM   •    NVMERO  ■  AB 
IMP  •  TRAIANO  •  H ADRIANO  •  AVG  •  P  ■  F 
C  •  SERIO  •  AVGVRlNO  ■  C  •  TREBIO 
SERGIANO-COS-L-L-M-V-S 


Regio  ne  IV.  —  Sottofondandosi  il  palazzo  della  signora  Hickson  Pield,  sull'angolo 
delle  vie  Merulana  e  Sette  Sale,  sono  stati  ritrovati  molti  frammenti  di  sculture,  murati 
come  materiale  da  costruzione.  Notevole  assai  è  la  figura  di  un  mostricciattolo,  acco- 
vacciato, col  ventre  adiposo,  che  quasi  nasconde  le  gambe,  corte  e  distorte.  La  faccia  è 
appena  riconoscibile  ;  ma  sembra  esprimere  un  tipo  faunesco.  Il  simulacro  è  alto  circa 
80  centimetri,  ed  è  scolpito  in  marmo  di  Carrara.  Nell'istesso  luogo,  sono  stati  ri- 
trovati avanzi  di  un  elegantissimo  candelabro  marmoreo,  con  la  base  o  piedistallo 
triangolare,  e  con  gentili  figure  di  chimere  sugli  spigoli. 


—  51  — 

lìc<li mie  V.  ■ —  Nelle  fondazioni  per  il  cosidetto  «  panificio  militare  »  sulla  via 
Principe  Amedeo,  a  considerevole  profondità  sotto  il  livello  moderno,  è  stato  scoperto 
un  sepolcro  a  capanna,  formato  di  tegoli  trapezoidi  di  fattura  etnisca,  dipinti  ester- 
namente a  colori  vivacissimi  ed  a  scomparto  geometrico.  Le  fascie  sono  alternatamente 
rosse  e  nere;  il  fondo  è  Manco. 

Nell'istesso  luogo  sono  stati  raccolti  due  canali  da  tetto,  lunghi  m.  0,90,  e  messi 
a  combaciare  in  modo  da  formare  un  cilindro  conico,  del  diametro  massimo  di  m.  0,20. 
Vi  era  deposto  il  cadavere  di  un  infante,  come  può  dedursi  da  alcuni  ossicini  minu- 
tissimi, frammisti  all'argilla  che  riempiva  il  cilindro. 

Regione  IX.  —  Sul  lato  orientale  della  nuova  via  Nazionale,  dicontro  al  fianco 
della  Cancelleria,  e  sul  confine  delle  proprietà  Villa  e  Morosi,  alla  profondità  di  m.  4 
sotto  il  ciglio  del  marciapiede,  è  stata  scoperta  ima  colonna  colossale  di  granito  bigio, 
di  m.  1,10  di  diametro,  e  di  lunghezza  non  ancora  determinata. 

Regione  X.  —  1  lavori  che  si  eseguiscono  al  piede  dell'angolo  NE  del  Palatino, 
fra  s.  M.  Liberatrice  e  s.  Teodoro,  per  la  costruzione  del  nuovo  ingresso  agli  scavi 
e  monumenti  del  Palatino  stesso  e  del  Foro,  hanno  dato  luogo  al  riconoscimento  di 
talune  linee  topografiche,  per  mezzo  delle  quali  riesce  più  facile  e  più  sicuro  lo  studio 
dell'antica  zona  velabrense,  compresa  fra  la  parte  inferiore  del  clivo  della  Vittoria, 
ed  il  quartiere  del  vico  Tusco.  Per  dire  Jl  vero,  gli  scavi  non  apprendono  'alcun  che 
di  nuovo  agli  studiosi,  poiché  1'  andamento  del  clivo  della  Vittoria,  lungo  la  fronte 
settentrionale  del  Palatino,  era  noto  appieno  e  dalla  icnografia  marmorea  severiana, 
e  dalle  memorie  che  si  hanno  degli  scavi  quivi  stesso  eseguiti,  trentaquattro  anni  or 
sono  dalla  Corona  di  Russia.  Ma  gli  scavi  attuali,  oltre  al  sostituire  il  monumento 
stesso,  nel  suo  stato  più  o  meno  completo  di  conservazione,  a  quei  semplici  docu- 
menti grafici  ed  a  quelle  memorie,  non  sempre  dettate  con  accuratezza,  hanno  rivelato 
e  rivelano  particolari  abbastanza  notevoli.  Questi  particolari  si  riferiscono  a  tutti  tre 
i  periodi  della  istoria  romana  :  al  reale,  al  repubblicano  e  all'  imperiale.  Al  periodo 
reale  appartengono  gli  scarpellamenti  grandiosi  della  rupe  palatina  (cappellaccio  ver- 
dognolo) fatti,  e  per  aumentare  le  difese  del  colle,  e  per  rendere  più  agevole  l'accesso 
alla  «  porta  del  Fiume  »  o  romanula.  Al  periodo  medesimo  credo  appartenga  ima 
rete  di  cunicoli,  e  pozzi,  e  ricettacoli,  scavati  nella  rupe  anzidetta,  a  profondità  che 
variano  dai  due  ai  dodici  metri.  Questo  sistema  d'allacciamento,  sta  in  relazione  idraulica 
col  gruppo  delle  sorgenti  di  Giutuma. 

Al  periodo  repubblicano  appartengono  le  pareti  sull'imo  e  l'altro  fianco  del  clivo 
della  Vittoria,  che  sono  costruite  o  in  opera  quadrata,  o  in  opera  incerta,  o  in  opera 
reticolata  senza  legamenti  di  mattone.  Al  medesimo  credo  appartenga  pure  il  chia- 
vicene, che  segue  la  pendenza  del  clivo  e  che  è  in  parte  scavato  nella  roccia,  in  parte 
costruito  con  grossi  macigni  di  sperone.  I  ruderi  del  tempo  imperiale  non  presentano 
importanza  speciale. 

Egli  è  impossibile  descrivere  minutamente  ogni  cosa,  perchè  gli  scavi  sono  ap- 
pena in  sull'incominciare,  e  perchè  la  descrizione  tornerebbe  poco  intelligibile  senza 
ima  pianta,  che  dimostri  non  solo  la  giacitura  e  la  disposizione  dei  ruderi,  ma  anche 
la  diversa  qualità  e  l'epoca  della  loro  struttura.  Si  possono  ricordare  due  cose  sole: 
primieramente  la  scoperta  del  selciato  del  Clivo  della    Vittoria    dietro    la    chiesa    di 


—  52  — 

s.  Teodoro,  a  circa  60  metri  di  distanza  dal  sito  approssimativo  della  porta  Roma- 
nula:  in  secondo  luogo  la  scoperta  dell'andamento  approssimativo  delle  mura  anti- 
chissime del  Palatino,  nel  tratto  compreso  fra  l'angolo  che  guarda  il  Velabro  e  l'angolo 
che  guarda  il  Foro. 

Regione  XI V.  —  Nel  punto  più  alto  della  ex-villa  Sciarra  al  Gianicolo,  a  poca 
distanza  dall'antico  cancello  della  villetta  Spada,  sono  stati  scoperti:  a)  un  mura- 
gliene ornato  di  nicchie  a  simiglianza  di  un  ninfeo  ;  b)  lo  speco  sotterraneo  dell'acque- 
dotto Traiano,  largo  m.  1,  alto  m.  1,90;  e)  ima  antica  strada,  perfettamente  conser- 
vata, larga  m.  4,  lunga,   nel   tratto  scoperto,  m.  24;  d)  un  masso  di  marmo  con  le 

sigle  di  cava: 

VSIIIICAS 

M 

Prati  di  Castello.  Nelle  fondazioni  della  prima  caserma  di  fanteria  ad  oriente 
di  quella  degli  allievi  carabinieri,  si  vengono  discoprendo  ambulacri  sotterranei,  con 
pareti  di  opera  reticolata,  coperti  a  volta  a  tutto  sesto.  Gli  ambulacri  larghi  m.  4, 
sono  orientati  approssimativamente  sull'asse  del  Mausoleo  d' Adriano,  e  si  credono 
lunghi  più  centinaia  di  metri.  L'alluvione  delle  acque  sorgive  rende  impossibile  ogni 
indagine. 

Via  Ardeatina.  Nella  cava  di  pozzolana  e  di  tufa,  aperta  di  recente  nella  vigna 

già  di  Pietro  Carpignoli,  sull'angolo  della  via  Ardeatina  col  diverticolo  che  conduce 

al  circo  di  Eomulo,  è  stato  ritrovato  un  cippo  marmoreo  di  buona  fattura,  alto  m.  1,10, 

ornato  di  eleganti  scomiciamenti,  ed  in  ottimo    stato    di    conservazione.    Il    cippo    è 

piantato    sopra  un  fondamento  di  tegolozza,    nel   mezzo    di    un'  area   non  fabbricata. 

L'iscrizione  dice: 

DIANAE  « 

SACRVM- 

RVTILIAQj? 

POLLITTA  ■ 

CL-   FEM- 

Il  sottosuolo  dell'area,  nel  mezzo  della  quale  è  piantato  il  piedistallo,  è  occupato 
da  una  vastissima  piscina,  le  cui  gallerie,  alte  m.  1,60,  larghe  m.  1,  intonacate  di 
signino  e  scavate  nel  cappellaccio,  si  intersecano  ad  angolo  retto.  Non  mi  è  stato 
possibile  toglierne  la  pianta  esatta,  poiché  gli  spechi  sono  ingombri  di  terra  fino  al 
nascimento  della  volta. 

Via  Nomentana.  a)  Scavandosi  per  le  fondamenta  di  una  casa  di  proprietà  Buffo, 
nell'area  della  villa  già  Patrizi,  è  stato  scoperto  im  colombario,  con  le  pareti  esterne 
di  cortina  arruotata,  perfettissima.  La  cella  interna,  completamente  devastata  ab  an- 
tico, serba  tracce  di  pitture  murali  a  fondo  bianco,  e  di  pavimento  a  mosaico  assai 
elegante.  Presso  lo  spigolo  nord-est  del  colombario,  sta  murato  in  opera  im  grosso 
cippo  di  travertino,  alto  m.  1,65,  grosso  e  largo  m.  0,64,  con  rozza  scorniciatura,  e 
con  l'epigrafe  : 

M  ■  SALLVVIO 

NARCISSO 

BROCHIANO 


—  53  — 

Ampliate  le  esplorazioni,  vi  sono  stati  raccolti  parecchi  frammenti  che  apparten- 
gono alla  decorazione  del  sepolcro  ed  alla  suppellettile  funebre,  ossia  :  riquadri  di  mo- 
saico a  cinque  colori,  con  tessere  di  quattro  millimetri;  pezzi  di  intonaco  dipinti; 
lucerne  finissime  della  fabbrica  di  Strobilo;  fregi  di  terracotta  ecc.  Sono  state  pari- 
mente ritrovate,  fuori  di  posto,  le  seguenti  due  lapidi: 

1)  Stele  marmorea,  alta  m.  1,50,  con  timpano  ed  antefisse: 

T  •  PVPVLEIVS 

TF-  SERG 
RESTITVTVS 
CVRIB  •  SABINIS 
MIL-COHOU'VRB 

>.   SEVERI 
M1L  •  AN  •  XXII 
VIX-ANXLTPI 

2)  Simile,  terminata  a  semicerchio  : 

D  v  M 
ANTONIAE 

POLLAE 
EVTYCHVS 

FECIT 
B       •        M 

b)  Nell'area  della  stessa  villa  Patrizi,  costruendosi  un  monastero  di  suore  fran- 
cesi, nel  primo  isolato  a  destra  di  chi  esce  dalla  porta  Pia,  è  stato  incominciato  a 
scoprire  un  gruppo  sepolcrale  di  molta  importanza,  rinchiuso  da  ima  parete  comime. 
lunga  in  fronte  diciotto  metri,  ed  accessibile  per  mezzo  di  una  unica  porta,  larga 
m.  1,40  ed  ornata  da  ima  coppia  di  pilastrini  laterizi.  La  parete  è  di  maniera  «  mas- 
senziana  »  a  strati  di  tufa  e  tegolozza.  Al  suo  piede  corre  il  selciato  di  ima  strada 
(che  non  è  certamente  la  Nomentana),  e  sotto  il  selciato  si  dirama  in  vario  senso 
ima  fitta  rete  di  chiaviche,  coperte  a  capanna,  con  chiusini  di  travertino.  Quanto  alle 
celle  sepolcrali  interne,  si  sa  che  serbano  iscrizioni  al  posto,  ma  conviene  attendere 
ancora  alcuni  giorni  per  discendere  a  tanta  profondità  senza    rischio. 

Fu  poi  scoperta  ima  delle  celle  sepolcrali  interne,  con  le  iscrizioni  seguenti,  af- 
fisse nella  parete  a  sinistra  dell'ingresso: 

1)  D       ■       M  2)  D  M 

VLPIA  •  HICETIS  P  VITELLIO 

MVLPIO-EVHOD  DIADVMENO 

LIBERTO  CLAVDIAEPI 

BENE-MERENTI-F-  CHARIS  e  CO 

IVGIBENEME 
RENTI 

c)  Nella  villa  medesima,  e  nel  taglio  della  prima  via  a  d.  della  Nomentana  mo- 
derna, incominciano  ad  apparire  belli  e  grandiosi  avanzi  di  un   fabbricato  del  primo 


—  54  — 

secolo  dell'  impero,  delineato  alla  meglio  nella  pianta  del  Bufalini.  Le  mura,  grosse 
oltre  nu  metro,  sono  di  reticolato,  senza  fascie  e  legature  di  mattoni.  Ho  veduto  sco- 
prire due  pareti  parallele,  e  distanti  fra  loro  m.  1,40.  L'  intervallo  è  occupato  da  ima 
scala  di  travertino,  che  discende  a  latomie  scavate  nel  cappellaccio,  ed  impraticabili 
a  causa  delle  frane. 

Nelle  terre  di  scarico  sono  stati  riti-ovati  brani  d' intonaco  a  polvere  di  manno, 
con  dipinti  ornamentali  finissimi,  lumeggiati  in  oro,  e  frammenti  d'  una  grossa  colonna 
di  sette  basi. 

d)  Sulla  sponda  sinistra  dell' Aniene,  prima  di  giungere  al  ponte  ,  costruendosi 
ima  grande  fabbrica  di  laterizi,  sono  stati  scoperti  alcuni  sepolcri  a  capanna.  Ignoro 
che  cosa  contenessero. 

e)  Sulla  sponda  opposta ,  al  di  là  del  ponte  Nomentano ,  essendosi  aperta  ima 
cava  di  prestito,  al  piede  del  così  detto  Monte  Sacro,  e  precisamente  dietro  l'osteria 
di  Filippo  Averardi,  sono  state  messe  in  luce  le  fondamenta  di  im  mausoleo,  in  opera 
a  sacco,  di  m.  5  X  5  X  5,  le  quali  piantano  sul  banco  marnoso  di  color  giallo  vivace. 
Dietro  il  mausoleo  si  sta  discoprendo  im  fabbricato  considerevole,  di  buon  laterizio, 
con  pavimenti  a  spiga,  di  mattoncini.  Il  modo  col  quale  procedono  i  lavori,  a  taglio 
verticale,  rende  impossibile  ogni  rilievo.  Nulla  potrei  dire  intorno  agli  oggetti  che  si 
credono  riti-ovati  in  questo  scavo. 

Via  Salaria.  Il  cav.  Bertone  ha  posto  mano  al  disterro  completo  del  mausoleo 
di  Lucilio  ;  ma  stante  la  grande  altezza  del  terrapieno ,  il  lavoro  procede  lentamente. 
Circa  la  quarta  parte  della  periferia  del  sepolcro  è  oggi  visibile:  è  stato  anche  lasciato 
in  piedi,  e  molto  opportunamente,  imo  dei  colombai  fabbricati  nel  secondo  secolo  a 
ridosso  ed  a  contatto  del  monumento  ;  la  risega  della  fondazione  di  questo  colombaio, 
sta  all'  altezza  di  circa  due  metri  sul  piano  del  mausoleo.  Fra  le  tene  di  scarico  gia- 
ceva ima  stele  di  travertino,  con  l' iscrizione  : 

Q_-  AFRIVS 
CELER  •  FEC 
SIBI  •  ET  •  SVIS 
POSTERISCL: 
EOR  • 

Inf-pivIna-p 

IV 

Via  Tiburtina.  Il  giorno  23  corrente  ho  compiuta  la  ispezione  dei  terreni  attra- 
versati dalla  Tiburtina ,  fino  al  Portonaccio ,  ed  ho  preso  nota  delle  scoperte  che 
Eseguono. 

a)  Neil'  area  della  stazione  pel  tramway  di  Tivoli,  si  sta  sterrando  un  vasto 
ipogèo  di  sepolcro,  con  mura  di  reticolato,  e  volta  lunettata  a  schifo,  ornata  di  ele- 
ganti rilievi  a  stucco.  L'  ipogèo  è  lungo  m.  9,90  ;  la  larghezza  non  può  essere  ancora 
determinata.  Il  piano  superiore  all'  ipogèo,  ha  pavimento  di  mattoni  a  spiga. 

Aderente  a  questo  mausoleo  è  un  muro  costruito  con  grandi  blocchi  di  peperino, 
legati  insieme  con  sbranche  a  coda  di  rondine.  I  blocchi  debbono  aver  servito  ad  altri 
usi,  prima  di  esser  murati  in  questa  parete,  perchè  alcuni  fra  essi  sono  sagomati. 


—  55  — 

ò)  Neil'  angolo  estremo  del  camposanto ,  riservato  al  seppellimento  dei  Giudei, 
sono  stati  ritrovati  alcuni  cassettoni,  in  capo  ai  quali  erano  murate  le  lapidi  seguenti  : 

1)  D  (*  M  2)        e       D  Mtó 

(sic)  CAPVRNIA   •  NESTORI  FRATRI    QVI  VI  • 

EDO  NE-  LICI  SIT  ANNIS  XXII  •  MESIBVS 

N  I  O  C  A  R  P  I  VI  •  DIEBVS  XV  •  RESTV  • 

O  N  I   •  MARI  TVS  FRATERETCOLLEGIVS 

TO-BENE-M  BENEMERENTI- FECERVNT- 
ERENTI  FECIT 
Q_V  I  •  V I  X  I  T  ■ 
AN-NIS-L-X- 

c)  Nelle  fondamenta  della  Cappella  di  Propaganda,  presso  il  cenobio  dei  Cap- 
puccini, a  piedi  della  scala  che  conduce  al  «  Pincetto  » ,  è  stato  ritrovato  un  copioso 
deposito  di  maioliche  dei  secoli  XVI  e  XVII,  vasi,  orciuoli,  tazze,  piatti  ecc. 

Vili.  Castello  di  Lunghezza  —  Rapporto  del  sig.  Luigi  Borsari. 

Recatomi,  secondo  gli  ordini  del  Ministero,  a  visitare  gli  scavi  nei  pressi  dell'an- 
tico castello  di  Lunghesso  sulla  sponda  sinistra  dell' Aniene,  dove  in  occasione  dei 
lavori  per  la  strada  ferrata  Eoma-Sulmona  erano  state  scoperte  alcune  tombe,  trovai 
degno  di  nota  ciò  che  segue. 

Fu  aperta  ima  trincea,  profonda  circa  m.  13,00  e  larga  m.  6,00,  in  ima  colli- 
netta al  chilometro  13,500  della  nuova  linea.  Nel  pimto  ove  maggiore  è  1'  elevazioni' 
della  collinetta  stessa,  a  poca  profondità  dal  piano  di  campagna,  si  incontrarono  delle 
tombe,  senza  copertura  di  sorta,  tagliate  nel  tufo,  della  forma  dei  cassettoni  rettan- 
golari, quali  più  quali  meno  profonde,  lunghe  in  media  m.  2,00,  larghe  m.  0,50. 
Altre  tombe  trovaronsi  in  più  basso  strato,  naturalmente  meglio  difese  dalla  terra 
superiore.  Queste  erano  quasi  tutte  chiuse  da  lastroni  di  tufo  o  di  peperino;  alcune 
soltanto  erano  coperte  con  pezzi  di  marmo,  che  riconobbi  frammenti  architettonici  tolti 
da  monumenti  romani.  Le  tombe,  in  numero  di  dodici  circa,  contenevano  maggiore 
o  minor  numero  di  cadaveri  secondo  la  profondità.  In  ima  ne  furono  contati  17,  de- 
posti 1'  uno  sopra  1'  altro.  In  tutte  se  ne  contarono  cùca  un'  ottantina. 

Gli  oggetti  della  suppellettile  funebre  sono  scarsissimi;  due  fibule  da  cavallo, 
ima  delle  quali  in  ferro,  F  altra  in  bronzo  ;  un  anello  di  bronzo  ossidato  ;  un  falcetto 
di  ferro,  lungo  m.  0,52,  compresa  la  parte  del  manico;  finalmente  ima  chiave  dello 
stesso  metallo,  lunga  m.  0,10. 

In  una  tomba  si  scoprì  imo  scheletro,  che  aveva  presso  il  cranio  ima  tazzina  a 
due  anse,  larga  m.  0,10,  lunga  m.  0.05,  degna  di  nota  per  la  sua  copertura  a  vernice 
piombifera,  usata  con  mescolanza  di  terra  bianca  di  Verona;  il  quale  oggetto,  dovendo 
essere  classificato  tra  le  mezze  maioliche,  ci  dimostra  da  per  sé  1'  età  medievale  a 
cui  le  tombe  si  riferiscono.  In  altra  tomba  fu  trovato  in  frammenti  un  orcio  fittile . 
di  cui  un  solo  pezzo  si  potè  recuperare,  e  che  per  la  vernice  vitrea  e  gli  abbellimenti 
a  strisce  di  manganese  ed  a  pennellate  di  ossido  di  rame,  va  classificato  anch'i-  o 
tra  le  stoviglie  dell'  età  di  mezzo. 

ClaS    .  [ENZE  MORALI  CCC.      -  MEMORIE  —  Sc-X.    La,  Voi.  IL  8 


—  56  — 

Tutto  porta  a  credere,  che  il  sepolcreto  sia  stato  di  ima  colonia  o  di  una  do- 
iiiusculta  medievale  dell'  agro  romano,  che  avrebbe  avuta  la  sua  sede  nei  pressi  del 
castello  di  Lunghezza,  ricordato  col  nome  di  Castellani  Longezzae  nel  1074,  e  di 
' "ust rum  Longitiae  nel  1203  (cfr.  Nibby,  Analisi  t.  II,  p.  276  sg.) 

IX.  Ostia  —  Rapporto  del  comm.  R.  Lanciani. 

Avendo  posto  mano  ad  alcuni  restauri  urgenti  nelT  ambulacro  centrale  del  Teatro 
Ostiense,  ho  fatto  muovere  e  raddrizzare  nel  debito  luogo  dieci  piedistalli  marmorei, 
i  quali  erano  stati  adoperati  come  materiale  da  costruzione  nel  secolo  IV  dell'era  vol- 
gare, e  messi  imo  sull'altro  a  rinforzo  di  un  arco  fatiscente,  conforme  è  dichiarato  nelle 
Notizie  1880,  ser.  3a,  voi.  VI,  p.  470.  Il  primo  piedestallo,  alto  m.  1,50,  largo  0,75, 
grosso  0,52,  porta  questa  iscrizione: 

M    •    I  V  N  I  O    •    M    •    F    •    P  AL 

F  A  V  S  T  O 
DECVRIONI • ADLECTO 
FLAMINI  •  DIVI  •  TITI  •  DVVMVIRO 
MERCATORI  ■  FRVMENTARIO 
Q_-  AERARI  •  FLAMINI  •  ROMAE 
ET  ■  AVG  •  PATRONO  ■  CORj) 
CVRATORVM-NAVIVM-MARINARkto 
DOMINI  •  NAVIVM  ■  AFRARVM 
VNIVERSARVM  ITEM 
SARDO RV  M 
L  D  D  D       •       P 

Nel  fianco  si  legge  la  data  della  dedicazione,  che  è  del  19  settembre  173,  già  rife- 
rita nelle  Notizie  citate,  p.  478,  n.  11  : 

dedicatali!  KAL  'OCTOBRES 

Severo.  ejT  •  P  O  M  P  E I A  N  O  II  COS 

Cura  «7JENTIBVS-P  AVFIDIO 

JVO-M  CLODIO  FORTVN/ 

'/DENTE  •  L  TADIO  ■  FEL 

|  XV 

Il  secondo  piedistallo,  alto  m.  1,50,  largo  m.  0,71,  grosso  m.  0,51,  ha  l'iscrizione: 
C  •   VETVRIO   •   C  •  F  •  TESTIO 

AMANDO 


Q_-    R   ■    PATRON    O       ET 


DEFENSORI  •  V  ■  CORPORVM 
LENVNCVLARIOR  •  OSTIENS 
VNIVERSI  •  NAVIGIARII  •  CORPOR 
QVINQVE  •  OB  INSIGNEM  EIVS 

IN ^NDIS-SE-T-IN  TVENDIS 

EXIMIAMDILIGENTIAM-DIGNISSIMo 

«TQVE  •  ABSTINENTISSIMO  •  VIRO 

ob  MERITA  •  EIVS  • 

OrcÌQ  CORPORIS  ■  SPLENDEDISSIMI  ■  CODICiR.  • 

L  •   D  •  D  ■  D   •  P  ■ 


Nel  fianco   si   legge   la   data   dell'  anno   147,  cria  riferita  nelle   Notizie   citate, 


"so 


p.  478,  n.  12  : 

DED  Annio  Largo 

VRAstina  Messalina     COs 
Il  terzo  piedistallo,  alto  m.  1,53,  largo  0,71,  grosso  m.  0,57,  reca  la  leggenda  : 

Q_-    A  E  R  O  N   I  O 

A  N  T  I  OCHO- 

SE  VI R   •  AVGVST  • 
ET  •  Q_-  Q^j  EIVSDEM  ■ 

ordin  is  •  Idem. 

OLOlCORP  •  MENSOR 
FRVM  •  ADIVTORVM 

OSTIESIVM- 
ANINIA  ■  ANTHIS  • 

CONIVNX- 

L  •  D      D      D  •  P 

Il  quarto  piedistallo,  ornato  di  eleganti  bassorilievi  figurati ,  al  disopra  della 
scorniciatura,  che  inquadra  le  leggende,  è  stato  per  inala  sorte  martellato  in  modo,  clic 
solo  può  distinguersi  la  data  incisa  sul  fianco.  In  questa  ricorre  1'  illustre  nome  di 
Nasennio  Marcello  : 

DEDICAI"  •  III  •  K  -IANVAR 

Q_'  SERVILIO  ■  PVDENTE  •  L  ■  FVFIDIO  •  POLIONE  •  G'S  SÌC 

fi"   VIRIS  •  Qj  Q_-  C  ■  NASENNIO  •  MARCELLO  •  ET  •  M  ■  LOLLIO  •  PAVLINO 

(Sperone  o  rostro  di  nave,  a  testa  di  cigno) 
Nel  quinto,  spezzato  a  metà,  si  legge  : 

SEX • PVBLICIO 

SEX  •  FIL  •  COLL 

M    A    I    O    R    I 

eqvo-pvblico-exornaTo 

o  n  r vRin 

Nel  sesto  rimangono  soltanto  le  sigle  L  •  D  •  D  •  il.  p. 
Gli  altri  quattro  sono  anepigrafi. 

X.  AlbaiIO-Laziale  —  Nel  giardino  della  villa  Boncompagni- Ludo  visi  in 
Albano,  fu  scoperto  un  cippo  con  l' incavo  per  gli  avanzi  del  rogo,  adorno  di  sculture 
a  festoncini,  e  con  1'  iscrizione  : 

Dls   •  MANIBVS 

CLAVDIAE  •  AGIDIAE 

prefericolo  S  O  R  O  R  I  patera 

PHYLACIS  •  AVGVST  •  L 

VIXITANNIS  •  XVIIII 


—  58  — 

Fu  pure  trovato  un  piccolo  busto  marmoreo  raffigurante  una  giovinetta,  forse  la 
Claudia  Agidia,  a  cui  il  monumento  era  stato  posto. 

XI.  Anzio  —  Nota  del  comm.  E.  Lanciaci. 

Costruendosi  dal  cav.  Pietro  Ionni  il  nuovo  albergo  sulla  spiaggia  di  levante, 
presso  la  base  del  »  molettone  Pamfili  » ,  sono  stati  ritrovati  molti  sepolcri  a  casset- 
tone ed  a  capanna,  dei  secoli  III  e  IV  :  un'  antenna  di  nave,  lunga  oltre  ai  6  metri, 
e  queste  due  lapidi  in  lastra  marmorea  : 


<s 


a) 

ANTONINA  ">  f-|       M 

MARITO  •  %>C 

AMPHIONI  DVL  FIRMINA  -  COIXFVG 

CISSIMO  B-M-F-hERENtfVS 
BENEMERENTI  SATVRNVS 

FECIT 

Nelle  fondamenta  per  la  villetta  Mengarini,  sul  ciglio  della  rupe,  fra  la  villa 
Sindiei  ed  il  cancello  Borghese,  e  sul  confine  preciso  dei  territori  di  Anzio  e  Nettuno, 
sono  stati  rinvenuti  avanzi  di  un  elegante  edificio  romano ,  con  pavimenti  marmorei 
elegantissimi,  brani  di  intonaco  dipinti  ecc.  Si  è  poi  incominciato  a  scoprire  un  simu- 
lacro di  Mercurio,  in  marmo  greco,  a  due  terzi  del  vero,  che  è  una  delle  più  gentili 
e  piacevoli  sculture  tornate  in  luce  da  questa  spiaggia,  così  feconda  in  opere  d'  arte 
della  scuola  greco-romana  del  II  secolo  dell'  impero.  Sono  già  state  raccolte  :  la  testa, 
intatta,  bellissima,  con  i  capelli  stretti  dalla  fascia,  e  con  le  piccole  ali  caratteristi- 
che del  messaggero  dei  numi  ;  la  gamba  sinistra ,  ed  il  braccio  pure  sinistro ,  con 
un' asticciuola  (caduceo?)  nella  mano.  La  scoperta  del  rimanente  è  quasi  sicura,  poiché 
i  movimenti  di  terra  sono  appena  sulT  incominciare. 

Torre  di  Astura.  Può  essere  qui  ricordato  il  rinvenimento  fortuito  di  im  depo- 
sito di  anfore  nella  marina  di  Astura ,  a  circa  cinquanta  metri  dalla  spiaggia,  ed  a 
pochi  metri  di  profondità.  Le  anfore  presentano  tutte  mirabili  incrostazioni  di  zoofiti, 
e  di  mano  in  mano  che  i  pescatori  le  raccolgono,  sono  acquistate  dal  principe  Bor- 
ghese e  dal  cav.  Sindici.  Si  tratta  evidentemente  di  ima  nave  frumentaria  colà  nau- 
fragata. 

XII.  Pompei  —  Relazione  del  prof.  A.  Sooliano. 

Continuandosi  il  disterro  del  piano  inferiore  della  casa  detta  di  Giuseppe  II, 
n.  39,  Is.  2,  Reg.  Vili,  di  cui  si  disse  nella  relazione  precedente  (cfr.  Notizie  1885, 
ser.  4a,  voi.  1,  p.  709),  nel  lapillo  che  ricopriva  la  scoria  sulla  quale  è  costruito  il  Foro 
triangolare,  si  rinvenne  il  giorno  26  febbraio,  il  torso  di  una  statuetta  virile  di  marmo, 
di  forme  assai  giovanili.  Dalla  spalla  di-,  fortemente  rialzata,  si  argomenta  che  quel 
braccio  dovesse  probabilmente  poggiare  sili  capo,  mentre  il  deltoide  della  spalla  sin., 
abbastanza  accentuato,  e  quel  poco  che  avanza  del  braccio  sin.,  assai  aderente  al  lato, 
mostrano  che  con  questo  braccio  la  statuetta  si  appoggiasse  al  tronco  di  sostegno,  del 
quale  è  im  avanzo  presso  1'  anca  sin.  Dallo  sfìancheggio  poi  si  deduce,  che  la  statuetta 


—  59  — 

dovesse  insistere  sul  piede  dr.  Sicché  le  forme  svelte  e  delicate,  e  tutta  la  posa,  fareb- 
bero pensare  ad  una  piccola  statua  di  Apollo.  La  sua  altezza  massima  è  di  m.  0,41. 
e  l'esecuzione  n'  è  buona.  Non  mi  pare  improbabile,  che  possa  essere  stato  un  donario 
del  tempio  greco  soprastante,  e  colà  trasportato. 

Nel  medesimo  sito  tornarono  a  luce  il  24,  alcuni  tronchi  di  colonne  di  tufo,  delle 
quali  mi  riserbo  di  parlare,  quando  saranno  messi  interamente  a  luce  gli  altri  pezzi 
architettonici,  che  ancor  giacciono  mezzo  sepolti. 

In  una  stanza  a  dr.  del  viridario  della  casa  n.  7,  Is.  2;  Reg.  V,  si  rinvenne  il 
giorno  12:  lerracotta.  Una  scodella  rotta.  E  il  giorno  15:  Bromo.  Un  sextans. 
Terracotta.  Due  anfore  anepigrafi.  In  una  stanzetta  poi  della  casa  con  1'  ingresso  dal 
secondo  vano  sul  lato  occidentale  della  medesima  Isola  e  Regione,  si  raccolse  nel  me- 
desimo giorno  12  :  Ferro.  Alcuni  frammenti. 

Dagli  operai  addetti  alla  nettezza  furon  consegnate  le  seguenti  monete  di  bronzo: 
Nel  giorno  8,  un  sesterzio  sconservato  di  Claudio,  col  tipo  della  spes  augusta.  Nel 
giorno  16,  un  dupondio  di  Claudio,  col  tipo  della  libertas  augusta.  E  nel  giorno  26 
ima  moneta  imperiale  corrosa. 

Regione  III.  (Lucania  et  Bruttiì) 

XIII.  Monteleone  di  Calabria  —  Nelle  Notizie  dello  scorso  anno,  sei.  4a, 
voi.  I,  a  p.  608,  fu  edita  un'  iscrizione  latina,  comprata  sul  mercato  antiquario  di  Napoli 
pel  Museo  Nazionale,  la  quale,  secondo  le  informazioni  allora  avute,  si  disse  rinvenuta 
in  una  contrada  del  comune  di  Arena,  nella  provincia  di  Catanzaro.  Ora  il  sig.  ispettore 
degli  scavi  in  Nicotera,  dottor  Diego  Corso,  ha  fatto  conoscere  che  quella  lapide  fu 
invece  scoperta  nel  territorio  di  Monteleone,  e  precisamente  nelle  adiacenze  della  fra- 
zione di   Vena  superiore. 

XIV.  Reggio  di  Calabria  —  Nota  del  can.  A.  M.  Di  Lorenzo  Vice- 
Direttore  del  Museo  di  Reggio. 

1.  Il  nostro  marmo  latino,  che  ricorda  il  testamento  onde  Tiberio  Berveno  (?)  Sabino 
legava  ai  Municipi  Reggini  Iuliensi  parecchie  statuette  argentee,  pitture  su  tavola, 
codici  membranacei  ed  altra  preziosa  suppellettile,  da  collocarsi  parte  nel  Pritaneo 
reggino,  parte  nel  tempio  dell'  Apollo  Maggiore  ;  marmo  che  nel  passato  secolo  vede- 
vasi  affisso  in  una  cantonata  di  piazza  del  Duomo ,  e  che  poscia  spari  fra  le  rovine 
del  1783,  era  stato  rinvenuto,  come  dietro  al  Politi  (1618)  accenna  il  Molisani , 
e  il  Mommsen  ricorda  (C.  /.  L.  X,  p.  4,  n.  6),  presso  due  diruti  edifici  semicirco- 
lari, dietro  le  colmate  del  castello  di  Reggio  :  Ad  duo  diruta  aedi  fida  post  maioris 
arcis  valium  (Mommsen).  Duo  Ma  diruta  acdificia  in  hemicycli  formam  (aveva 
scritto  il  Morisani),  unum  ad  Caesiam  rergens,  alterava  ad  Africam,  cantra  posita 
ri  su, ti  tu- . . .  Ibique  si  novae  effossiones  ex  proposito  fierent . . .  enei  pretiosa  anti- 
quitatis  monumenta  quovis  pignone  decertarem  ('). 

Questa  località,  che  doveva  essere  meno  ingombra  ai  tempi  del  Morisani,  si  riempì 

(')  Inscriptiones  Reginae  etc.  pag.  267. 


—  60  — 

di  catapecchie  dopo  i  tremuoti  dell'  83  ;  e  de'  due  sopra  notati  emicicli,  quel  di  mon- 
tagna è  oggi  sparito  sotto  le  case  Palumbo  e  Calabro  sulla  via  Baracche,  di  fronte 
alla  chiesa  del  Carmine  Vecchio,  dove  l' antica  muraglia  si  lascia  appena  scorgere 
esternamente  nella  base  di  casa  Palumbo  e  nel  vicoletto  d'accanto.  Internamente  la 
rivedremo  fra  poco. 

L'  altro  emiciclo  della  parte  di  marina ,  opposto  al  precedente ,  dura  tuttavia 
sgombro  ;  ed  è  qui  che  abbiamo  praticate  posatamente  le  nostre  ricerche,  avendoci  il 
proprietario  sig.  Antonio  Vilardi  concesso ,  con  nobile  prova  di  patrio  rispetto ,  ogni 
facoltà  di  distruggere  le  piantagioni  che  v'  erano,  per  farvi  tutte  le  esplorazioni  che 
avremmo  credute  del  caso. 

Dal  mezzo  di  questo  emiciclo  a  quello  dell'emiciclo  opposto,  corrono  un  settan- 
tadue metri,  e  lo  spazio  intermedio  è  oggi  diviso  tra  casette,  orti  e  viuzze.  Nel  quale 
intervallo  ci  si  dice  essersi  fatti,  molti  anni  or  sono,  degli  scavi  per  conto  di  forastieri  ; 
pei  quali  scavi  si  ebbero  de'  soliti  nostri  minuti  cimelii ,  ma  si  distrussero  insieme 
delle  sotterranee  muraglie  di  grossi  mattoni,  cosa  che  tornerà  certo  di  nocumento  a 
future  possibili  esplorazioni. 

La  nmraglia  dell'  emiciclo  sul  quale  si  appuntano  oggi  le  nostre  ricerche ,  sus- 
siste tuttavia  per  un  giro  che  forma  quasi  un  semicircolo.  Il  diametro,  preso  dagli 
estremi  interni  della  muraglia,  è  di  scarsi  quindici  metri.  Ma  giova  descrivere  più 
specificatamente  1'  aspetto  di  questi  ruderi,  come  si  presentavano  avanti  della  nostra 
esplorazione. 

2.  Dall'angolo  australe  del  largo  del  castello,  una  via  ineguale  e  tortuosa  mena 
alla  contrada  Baracche.  Accanto  a  questa  via,  dal  lato  del  Vantano .,  in  un  cotal 
punto  che  rimane  libero  fra  due  picciole  case,  il  vuoto  finisce  in  ima  stecconata,  donde 
si  può  affacciare  sulla  corte  del  nostro  emiciclo,  che  giace  da  quattro  a  cinque  metri 
più  in  basso.  Tale  orto  o  cortile,  è  circoscritto  da  una  parte  dalla  muraglia  dell'emi- 
ciclo, e  dall' altra  da  talune  casette;  di  guisa  che  tutta  la  corte  viene  costituita  dal 
detto  semicircolo  e  da  un'altra  area  irregolare,  una  volta  e  mezzo  più  grande.  Vi  si 
accede  per  una  porticina,  posta  su  d'un  chiassuolo  chiuso  ed  abitato  da  caprai. 

La  muraglia  dell'  emiciclo  corre  internamente  ruvida  ed  ineguale ,  da  mostrar 
chiaramente  che  già  da  tempo  ne  fu  tolta  l' incrostatura  o  di  marmo,  o  d'altro  che 
fosse.  Il  che  suggeriva  al  Morisani  (luogo  cit.)  il  sospetto,  che  fossero  questi  gli  avanzi 
dell'  Apollo  Maggiore,  ricordato  nel  marmo  sopraccennato  del  testamento. 

Una  delle  case  che  limitano  la  corte,  si  appoggia  in  un  punto  ad  un  nucleo  in- 
forme di  solida  muraglia  antica,  il  quale  risponde  a  un  dipresso  sopra  l'asse  che 
congiungerebbe  i  due  emicicli. 

Ed  ora  che  abbiamo  accennato  alla  scrostatimi  del  nostro  emiciclo  di  marina, 
possiam  soggiungere,  che  avendo  visitato  l'opposto  di  montagna,  nei  sotterranei  della 
casa  Palumbo,  lo  abbiamo  trovato  ancor  esso  già  spoglio  dell'  interna  rivestitura.  La 
muraglia  d'  ambo  gli  emicicli  è  formata  dell'  identica  e  forte  costruzione  di  opus 
incertum. 

Or  venendo  all' esplorazione  sotterranea  del  nostro  emiciclo  di  marina,  eccone 
per  ordine  logico  i  risultati. 

3.  La  muraglia  del  recinto  abbiam  trovato,  che  si  profonda  quasi  quattro  metri 


—  GÌ  — 

sotto  il  livello  della  corto;  sicché  stremata  (come  al  presente  si  trova)  di  uon  sap- 
piamo quanto  della  sua  parte  superiore,  misura  in  tutto  un  otto  metri  di  altezza.  Il 
suo  fondamento  poggia  sopra  un  naturale  deposito  di  sabbie  sciolte.  Or  proprio  al 
basso  estremo  della  fondazione,  ci  venne  discoverto  di  che  natura  si  fosse  il  rivesti- 
mento interno  di  questo  edifìcio  ;  e  constava  come  di  una  controparete  di  grossi  mat- 
toni, saldissimamente  murati  fra  loro  e  con  la  muraglia.  Di  codesti  mattoni  riman- 
gono soltanto  tre  suoli  nel  giro  da  noi  esplorato.  Essi  non  portano  bollo.  Li  abbiamo 
lasciati  intatti,  estraendone  un  solo  per  campione  ed  esame. 

Altra  cosa  rilevantissima  ci  diedero  gli  scavi  fuori  del  diametro  dell'  emiciclo. 
Accanto  a  queir  informe  rudero  del  centro ,  dal  suo  lato  di  mezzodì ,  da  due  a  tre 
metri  di  profondità  sotto  il  livello  della  corte,  fu  trovato  lo  sbocco,  o  F  imboccatura 
che  fosse  di  un  aquidotto,  presso  della  quale  viene  a  morire  il  fondamento  di  quel 
cotal  nucleo  d' informe  rudero  che  abbiamo  cenuato  di  sopra,  mentre  le  sostruzioni 
dell'  aquidotto  vanno  molto  più  profondo,  come  vedremo. 

Quest'  aquidotto  è  largo  87  cent.,  poggia  ad  angolo  nonnaie  siili'  orlo  di  ima  lunga 
e  solida  muraglia  laterizia,  la  quale  è  formata  ancor  essa  di  quei  grossi  mattoni  del 
rivestimento,  e  corre  quasi  parallela  al  diametro  dell'emiciclo,  di  guisa  che  lo  sbocco 
dell' aquidotto  guarda  il  fondo  di  esso  emiciclo.  Dopo  però  un  brevissimo  tratto,  l'asse 
dell'  aquidotto  si  ripiega,  con  un  angolo  molto  aperto  verso  mezzodì ,  per  guisa  che 
accenna  di  mettersi  fuori  della  linea,  che  segnerebbe  il  prolungamento  della  muraglia 
dell'  emiciclo. 

Anche  laterizie  sono  le  pareti  dell' aquidotto,  le  quali  sussistono  allo  sbocco  per 
pochi  decimetri  di  altezza.  Essendo  distrutto  il  vertice,  ignoriamo  qua!  ne  fosse  stata 
la  struttura,  e  per  non  iscalzare  le  case  vicine,  non  si  potò  tener  dietro  alla  facile 
traccia  dell'aquidotto. 

E  per  la  stessa  ragione  non  abbiam  potuto  vedere  quanto  si  prolunghi  il  muro 
rettilineo,  su  cui  poggia  la  bocca  dell'  aquidotto.  Ne  abbiam  potuto  esplorare  solo  im 
tre  metri  di  lunghezza.  Fortunatamente  un  mattone  di  questo  muro  portava  il  bollo  ; 
e  1'  abbiamo  estratto  per  mezzo  degli  scalpelli,  lasciando  intatto  il  rimanente.  Il  bollo 
è  /,/AIKPATHI.  L'angolo  del  mattone,  che  dovea  rappresentare  il  principio  del  nome, 
•  appare  riportato  da  un  somigliante  pezzo  e  saldato  a  crudo. 

Il  detto  muro  laterizio,  a  im  metro  e  più  della  sua  profondità  viene  rafforzato 
da  un  altro  muro,  come  dicono  di  risega  :  innanzi  del  quale  facendo  im  profondo  saggio 
tra  le  sabbie  disciolte,  non  ne  abbiamo  potuto  raggiungere  la  base,  e  bisognò  desi- 
stere per  non  mettere  a  pericolo  i  lavoratori,  dovendosi  agire  tra  sabbie  sciolte  e  in 
un  ristrettissimo  cono. 

E  aggiungiamo  alla  perfine,  come  poco  di  sotto  la  bocca  dell'aquidotto,  s' incon- 
trarono le  tracce  di  un  battuto  di  calce,  il  quale  protendevasi  per  dentro  1'  emiciclo  ; 
donde  il  nostro  sospetto  che  questo  aquidotto  fosse  un  emissario.  Ne  abbiamo  trovato 
mal  conservato  il  suolo,  ed  anche  per  la  brevità  del  tratto  scoperto  non  abbiam  po- 
tuto esaminarne  la  pendenza. 

Or  tutto  raffrontando,  siamo  quasi  indotti  ad  ammettere  che  i  due  emicicli  ap- 
partenessero allo  stesso  edificio,  formando  le  testate  di  ima  prolungatissima  ellissi, 
avente  1'  asse  maggiore  di  72  metri,  e  il  minore  che  non  raggiungeva  forse   il   terzo 


—  62  — 
di  questa  lunghezza.  La  destinazione  idraulica  ce  la  dicono  l' aquidotto,  e  l' interno 
rivestimento  laterizio  del  recinto. 

E  qui  ci  affrettiamo  di  riferirci  all'  aquidotto  greco,  di  cui  abbiamo  parlato  nelle 
Notizie  del  1883,  ser.  3a,  voi.  XI,  p.  538.  Queir  aquidotto  noi  lo  abbiamo  seguito  fin 
sotto  la  colmata,  che  segue  all'  orto  del  sig.  Giovanni  Morisani,  a  sinistra  del  valloncino 
Orangi.  Or  è  da  aggiungersi,  che  in  quest'ultima  località  l'aquidotto  accenna  bene  di 
voler  dirigersi  alla  volta  del  nostro  serbatoio  ellittico,  e  che  dall'ultimo  punto  colà  esplo- 
rato infino  alla  testata  di  montagna  di  esso  serbatoio,  non  corrono  che  un  220  metri. 
Le  ricerche  future  diranno  il  resto.  Per  ora  siamo  contenti  di  aver  potuto  aggiungere 
questo  importantissimo  frammento,  alla  carta  topografica  delle  antiche  acque  reggine. 

4.  Ed  oltre  a  ciò  abbiamo  delle  ragioni  da  congetturare,  che  fin  da'  tempi  ro- 
mani, cessato  il  primitivo  uso  di  quel  nostro  edificio,  e  demolite  per  ragioni  di  pas- 
saggio o  d'  altro  le  pareti  lunghe  dell'  ellissi,  i  superstiti  emicicli  delle  testate  ven- 
nero adibiti  ad  altri  usi,  e  probabilmente  sacri.  Ed  ecco  infatti  1'  ultima  scoperta  di 
epoca  seriore,  che  ne  han  data  gli  scavi  del  nostro  emiciclo.  Verso  il  mezzo  del 
diametro  furono  messi  a  nudo  due  pilastri  quadri,  da  ciascuna  delle  cui  facce  sporge- 
vano i  contropilastrini.  La  grossezza  del  pilastro  è  di  circa  un  metro.  Per  quanto  ricor- 
diamo, la  luce  intermedia  era  tanta,  che  se  mai  avessero  sostenuto  un  arco,  resterebbe 
da'  due  lati  il  giusto  spazio  per  altri  due  archi,  che  s' intestassero  cogli  estremi  del- 
l' emiciclo  conservato.  I  pilastri  rinvenuti  sussistevano  per  un  metro  scarso  di  altezza. 
Eran  d' opera  laterizia  ;  ma  di  molto  sottili  mattoncini  e  poco  salda  era  la  muratura. 
Alla  base  i  mattoni  erano  acconciamente  smussi  per  le  modanature  ;  ma  l' intonaco  non 
più  sussisteva. 

Dal  lato  interno  di  imo  de'  pilastri  suddetti,  abbiamo  trovato  imo  scheletro  umano, 
e  con  esso  tre  monete  conglutinate  insieme  per  via  dell' ossido.  Due,  eh' eran  di  rame. 
quasi  interamente  distrutte;  la  terza,  d'argento,  è  dell'imperatore  Probo. 

I  mattoncini  de'  pilastri  non  portavano  bollo.  Ma  i  rottami  laterizi  trovati  quivi 
presso,  e  forse  appartenuti  al  tetto  di  questo  edilìzio  posticcio,  ci  hanno  fornito  i 
bolli  seguenti: 

a)  Qj.  C£  sopra  parecchi  tegoli.  Bollo  rettangolare  in  grandi  lettere,  dentro 
cartello  ansato.  Lo  stesso  bollo  in  caratteri  minuti,  fu  trovato  sopra  un  manico  di 
anfora.  E  qui  soggiungiamo  che  altre  anse  con  1"  identico  bollo,  le  abbiamo  anche  rin- 
venute in  ima  cisterna  conica  del  Conservatorio  di  s.  Gaetano. 

b)  \  Monogramma  improntato  su  d'  un  tegolo. 

e)  Altri  tegoli  portavano  per  bollo  ima  palmetta,  di  due  diverse  dimensioni 
nei  varii  esemplari. 

d)  Un  tegolo  infine  recava  ima  R,  condotta  sul  crudo  con  la  pimta  del  dito. 

Finite  le  esplorazioni,  e  dovendo  riconsegnare  il  locale  al  proprietario,  abbiamo 
ricoperto  del  cavaticcio  tutte  le  sotterranee  costruzioni  sopra  descritte.  Allorquando 
con  l'allargarsi  la  città  da  quel  lato,  verrà  distrutto  quel  labirinto  di' casupole,  potrà 
bene  seguirsi  la  traccia  dell' aquidotto ,  ed  esplorando  l' intervallo  fra' due  emicicli, 
si  caverà  forse  luce  migliore  intorno  a  questa  contrada  dell'antica  pianta   dì  Reggio. 

5.  Avendo  le  piogge  del  passato  dicembre  rovesciato  un  muro  di  sostegno  presso 
l'Asilo  d'Infanzia,   cioè  ima   trentina   di   metri  a  libeccio   de' noti  scavi   Taraschi  e 


—  63  — 

Balilla,    rimase  scoperta  ima  delle  nostre  solite  cisterne  coniche,   che   misurava  fare 
metri  incirca  ili  diametro  alla  base.  Esplorandola,  vi  trovammo  di  più  notevole: 

Quattro  scheletri  umani,  de' quali  abbiam  potuto  conservare  tre  teschi  intatti. 

Una  l'accia  di  leone  di  terracotta,  che  dalla  l'orma  ili  apertura  della  bocca  dimo- 
stra, di  aver  servito  per  getto  di  acqua  di  una  fontana  campestre. 

Del  vasellame  rozzo  da  cucina,  intero  o  frammentato,  tra  cui  ima  pelvi  a  forma 
di  canestro,  che  misura  12  centina,  di  altezza,  e  27  di  diametro  al  labbro;  parecchi 
recipienti  a  cono  tronco,  di  sezione  orizzontale  ellittica,  ed  orlo  piano  al  labbro,  di 
dimensione  poco  varia  fra  loro,  misurando  in  media  22  centim.  di  altezza,  20  e  13 
centim.  ai  due  diametri  della  base,  37  e  29  centim.  ai  diametri  dell'  orlo  superiore. 

Parecchi  frammenti  di  battuto,  formato  di  coccio  grossolanamente  pesto,  avente 
delle  stellette  di  musaico  ad  uguali  distanze,  cioè  di  un  decimetro  tra  l'ima  e  l'altra,  in 
ogni  direzione.  Tali  stelle  o  crocette  son  forniate  ciascuna  di  cinque  tasselli  silicei, 
di  un  centimetro  in  quadro;  di  color  grigio  il  centrale,  bianchi  i  quattro  laterali. 

Due  pezzi  di  tegolo  con  questi  frammenti  di  bollo  a  grosse  lettere  d'  incavo  : 
a)     '//ftQAJ/l  b)        /k 

E  finalmente  un'  ansa  rodia  col  bollo  rettangolare  tmin0IOY  c'ie  ™Pono^e 
precisamente  a  quella  trovata  in  Taranto  (Cf.  Notizie  1885,  ser.  4a,  voi.  I,  p.  435-8); 
mentre  quelle  del  Dumont  (Inscript.  ceroni,  de  Grece,  p.  78,  n.  115-119)  hanno  lo 
stesso  eponimo,  ma  mesi  differenti. 

6.  Fu  nei  mesi  precedenti,  che  avevamo  un'  altra  scoperta  nella  rada  a  destra 
della  città,  a  un  60  metri  dal  lido,  e  circa  m.  250  a  nord  de' noti  scavi  Griso- La- 
boccetta.  In  tal  sito  adunque  della  rada  il  sig.  Travia  Domenico,  nel  cavare  le  fon- 
damenta per  ima  sua  casa  sul  prolungamento  del  Corso  Marina,  rinveniva  da  quattro 
a  cinque  metri  di  profondità  dal  livello  stradale  due  rocchi  di  colossale  colonna,  che 
giacevano  rovesciati  1'  un  presso  1'  altro.  Il  maggiore  di  essi  misura  un  metro  e  mezzo 
di  lunghezza,  con  diametro  di  m.  1,40  da  un  capo,  e  m.  1,30  dall'altro.  Il  secondo 
l'usto  più  breve,  ha  m.  0,68  di  altezza,  con  diametro  di  m.  1,20  da  un  capo,  e  m.  1,12 
dall'  altro.  Come  si  vede,  se  i  due  pezzi  appartenevano  alla  stessa  colonna ,  essi  non 
erano  consecutivi.  La  materia  è  un  calcare,  di  cui  ci  si  dice  esistere  delle  rocce  nel 
territorio  di  Messina;  ed  è  più  compatto  del  calcare  delle  cave  siracusane,  chiamato 
presso  di  noi  pietra  di  Siraeicsa  o  semplicemente  Siracusa,  e  del  quale  si  fa  molto 
uso  nelle  fabbriche,  per  pilastri,  stipiti,  medaglioni,  mensole  ecc. 

Abbiamo  allargato  al  possibile  lo  scavo,  in  cerca  di  altri  somiglianti  fusti;  ma 
non  se  ne  sono  rinvenuti.  Invece  son  venute  fuori  delle  minute  anticaglie,  come  una 
borchietta  di  rame  dorato,  di  2  centim.  di  larghezza,  con  chiodetto  per  peduncolo; 
qualche  concolina  a  vernice  nera;  qualche  figurina  o  mascheretta  cretacea,  non  dissi- 
mile da  quelle  de' depositi  della  superiore  regione  Griso  -Laboccetta,  Asilo  e  Taraschi 
e  Barilla. 

Dobbiam  pertanto  soggiungere,  come  di  sopra  di  essi  fusti  correva  un  piano  di 
massi  parallelepipedi  di  tufo,  già  incontrati  dal  proprietario  anche  più  in  dentro. 
nel  cavare  un  pozzo.  Inoltre  una  decina  di  metri  a  libeccio  del  sito  delle  colonne, 
sporgeva  sul  terreno  un  avanzo  informe  di  fabbrica,  che   fu   testé   distrutto.  Doveva 


—  04  — 

appartenere  ad  epoca  seriore,  giacché  non  discendeva  sotto  il  livello  dell'antico  sito,  dove 
i  fusti  giacevano.  11  luogo  non  è  sottostante  ad  alcun  vallone;  e  perciò  il  deposito 
di  oltre  a  quattro  metri,  che  involse  dapprima  quei  fusti  e  poi  li  seppellì  sì  profondo, 
accenna  da  sé  a  un  lento  e  graduale  trasporto  di  molti  secoli,  che  ha  dovuto  anche 
allontanare  proporzionatamente  la  sponda.  È  anche  da  notare,  che  nel  cavare  le  fon- 
damenta della  casa  che  fu  da  poco  fabbricata  nel!  angolo  di  levante  della  stessa  isola, 
e  quindi  a  poca  distanza  dai  fusti  sotterrati,  furono  incontrati  e  distrutti  avanzi  gran- 
diosi di  solidissima  fabbrica ,  di  cui  un  tratto  è  tuttora  visibile  nella  contigua  via 
traversa,  e  può  esplorarsi. 

Da  tutto  ciò  pare  potersi  congetturare,  che  quei  fusti  colà  giacessero  da  epoca 
preromana;  sia  che  non  fossero  per  anche  usati,  ma  rimasti  sullo  scalo  dopo  essere 
stati  lavorati  alle  cave  originali  di  Sicilia  ;  sia  che  appartenessero  al  prostilo  del  vicino 
edificio  di  levante,  rovesciati  per  tremuoto  o  altra  causa,  nell'area  esterna  del  fab- 
bricato. 

I  due  sopradescritti  fusti  furono  acquistati  ed  estratti  a  spese  del  comune, 
ed  abbiam  curato  (cortesemente  coadiuvati  dal  sig.  Cimato  Antonio)  che  venissero 
sollevati  1'  uno  siili'  altro,  collocandoli  in  buona  vista,  presso  il  luogo  stesso  del  rin- 
venimento ,  su  d' ima  stretta  zona  di  terreno  libero,  tra  il  detto  Corso  Marina  e  la 
linea  della  ferrovia  Reggio  -  Castrocucco. 

Poco  lungi  dalla  stessa  località,  cioè  un  centinaio  di  metri  a  ponente -libeccio, 
sulla  stessa  linea  del  Corso  Marina,  scavando  il  terreno,  il  sig.  Labate  Domenico  pel- 
le fondamenta   di  una  sua  casa ,    trovò   parecchie   tazzette  e  lucerne  fittili   de'  nostri 

AFP 

soliti  moduli;  im'ansa  col  bollo  (J)l;  un  fondo  di  tazzetta  aretina  con  la  marca    OI  . 

I  quali  cimelii ,  per  intromessa  del  sig.  avv.  Giuseppe  Caminiti ,  furono  dal  proprie- 
tario gentilmente  donati  al  patrio  Museo. 

Contemporaneamente  veniva  a  questo  regalata  dal  sig.  Moschella  Giuseppe. 
un'  ansa  trovata  presso  la  città,  col  bollo  rettangolare  P.  ci  a  mi  in*  n  leggenda  retro- 
grada: *ViaVA>Dq. 

XV.  Fossato  Calabro  —  Un'  altra  ansa  con  bollo  rettangolare  EKPHHOY  . 
in  lettere  ben  rilevate,  venne  portata  al  Museo  civico  di  Reggio  dalla  contrada  Sa- 
line,  eh' è  la  regione  marittima  di  là  del  Capo  dell'Arme  {Leucopetra),  appartenente 
al  comune  di  Fossato  Calabro  già  Montebello. 

Roma,  21  marzo  188t>. 

Il  Direttore  gen.  delle  Antichità  e  Belle  urti 
FlORELU 


Alti  de" Lincei. Mera  C]  s>   mor.eci  Serie4*Vo]  II. 


Notizie  Scavi  -  Febbraio  l886.Tav.  I. 


r-,,,1 


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'  "■ 


BRONZI     DI    SAN     C1NESIO 


—  65  — 


M  A  R  Z  O 


Regione  X  {Vene Uà) 

I.  Concordia  —  Nota  dell'  ispettore  avv.  cav.  Dario  Bertolini. 

Ad  occidente  di  Concordia  ed  alla  distanza  di  circa  300  metri  dal  ponte  romano. 
i  fratelli  sigg.  Borriero,  sulla  fine  dell'anno  1884,  fecero  uno  scavo  lungo  il  lato 
meridionale  della  via  Annia,  donde  ritrassero  alcuni  massi  rettangolari  di  pietra 
d'Istria.  Venuta  la  stagione  dei  lavori  campestri,  dimisero  lo  scavo  e  lo  ripresero 
nello  scorso  gennaio.  Nuovi  massi  rettangolari  ne  furono  il  prodotto,  i  quali  però  si 
mostrarono  disposti  in  un  parallelogrammo,  lungo  il  margine  della  strada,  interse- 
cato normalmente  da  altri  massi,  che  lo  suddividevano  in  parallelogrammi  minori. 
La  prima  idea  che  presentava  tale  costruzione  in  quel  sito,  era  quella  di  una  platea 
su  cui  poggiassero  le  tombe  di  qualche  famiglia.  Ed  il  procedere  dello  scavo  rese 
più  probabile  l'ipotesi.  Una  tomba  della  forma  di  quelle  del  sepolcreto,  cioè  con  co- 
perchio a  tetto,  lavorato  però  assai  rozzamente,  giaceva  a  un  lato  del  parallelo- 
gramma longitudinale,  come  se  vi  fosse  stata  rovesciata.  I  fratelli  Borriero  cortese- 
mente mi  fecero  tosto  avvertito  della  scoperta,  aggiungendo  elio  sulla  faccia  della 
tomba  era  lor  parso  di  vedere  alcune  lettere,  che  per  l'ora  e  la  posizione  non  si 
erano  potute  rilevare.  L'epigrafe,  accuratamente  letta,  dice: 

D  M 

T  DESTICIO    SALIVS 
TIO  LIB 

Non  si  vede  più  la  orizzontale  del  secondo  L  di  Sallustio.  Questa  nuova  epi- 
grafe concordiese  offre  riscontro  con  quella  trovata  nel  secolo  scorso  in  Industria  di 
Po,  dedicata  a  Minerva  per  la  salute  di  alcuni  membri  della  famiglia  Desticia; 
lapide  che  andò  ben  presto  perduta.  Il  Zaccaria,  il  quale  l'ha  pel  primo,  se  non 
isbaglio,  pubblicata  nella  Storia  letteraria  d'Italia,  voi.  II,  p.  525,  aveva  dato  nei 
vv.  4  e  5  SALTVS  ET,  e  così  fu  sempre  riferita  dopo  di  lui  dagli  altri  tutti.  Solo 
il  Mommsen,  accogliendola  nel  voi.  V  del  C.  I.  L.  in  luogo  di  quelle  parole  mise 
SAL/VS/I.  avvertendo  che  fu  indotto  a  correggere  in  tal  guisa  il  SALTVS  |  ET, 
Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II.  '.» 


—  06  — 

perchè  appare  avere    il    figlio    dedotto  il  nome  dalla  madre  (C.  I.  L.  V,  7473).  Il 
suo  ragionamento  ha  piena  conferma  nella  nostra  lapide. 

Tra  i  vari  massi  estratti  dallo  scavo,  imo  porta  in  un  canto  la  sigla  H,  che 
io  non  saprei  altrimenti  spiegare,  che  come  uno  di  quei  segni  messi  talvolta  dal  qua- 
dratario,  per  indicare  il  proprio  nome  o  la  destinazione  del  masso  (cfr.  P.  L.  Bruzza, 
Sopra  ì  segni  incisi  nei  massi  delle  mura  antichissime  di  Roma,  Annali  Inst.  187(5). 

II.  Este  —  Nota  del  direttore  del  Museo  civico,  prof.  Alessandro 
Prosdocimi. 

Essendosi  iniziati  i  lavori  di  sterro  per  il  nuovo  foro  boario,  nella  vasta  area 
chiusa  dalle  mura  del  castello  marchionale  estense,  nell'abbassarsi  parte  del  declivio 
della  piccola  eminenza  sulla  quale  sorge  il  maschio,  si  sono  scoperti  molti  pilastri 
costrutti  in  pezzi  di  trachite,  di  varia  grandezza,  tagliati  regolarmente  a  scalpello, 
tra  i  quali  si  vedono  posti  in  opera,  qua  e  là,  grandi  mattoni  romani.  Detti  pilastri 
hanno  forma  quadrata  di  m.  1,32  per  lato,  distanti  l'uno  dall'altro  m.  2,46;  e  non 
temo  di  errare  attribuendoli  alle  prime  costruzioni  del  palazzo  marchionale,  innal- 
zato, unitamente  al  castello,  tra  il  1000  ed  il  1050  da  Alberto  Azzo  fondatore  della 
prosapia  Estense. 

In  prossimità  di  uno  dei  detti  pilastri,  alla  profondità  di  m.  1,35,  fu  scoperta 
una  lapide  sepolcrale  romana  in  marmo  rosso  di  Verona,  alta  m.  0,93,  larga  m.  0,01, 
dello  spessore  di  m.  0,18,  la  quale  fu  trasportata  nel  Museo.  Dentro  ima  cornice  sago- 
mata porta  la  seguente  iscrizione: 

M  •  HERENNIO 

CHRESTO 
EPIDIA  DO 
NATA  POSVIT- 
Fu  poi  recuperato  un  altro  frammento  epigrafico,  in  marmo  bianco  veronese.  È 
alto  m.  0,70,  largo  m.  0,55,  dello  spessore  di  m.  0,15,  e  conserva: 

VDIC 
SEST 
PROCVI 
IiR 

irmiv 

FELICIDE 
IBIET-S 
Anche  questo  frammento  fu  aggiunto  alla  raccolta  pubblica. 

In  questi  ultimi  tempi  il  Museo  si  è  pure  arricchito  di  due  nuove  epigrafi  ro- 
mane, donate  dal  sig.  Piasenti  Giovanni.  La  prima  incisa  in  ima  lastra  di  macigno, 
alta  m.  0,76,  larga  m.  0,30,  dello  spessore  di  m.  0,10,  dice: 

A 

BALB 

IN-FP   XII 
IN-AP-XX 


—  67  — 
La  seconda,  in  una  stela  sepolcrale,  pure  in  lastra    di  macigno,  superiormente 
terminata  a  curva  come  la  precedente,  di  m.  1,03X0,33X0,10,  reca: 

LOC 

SEP 

CLVSI 

Tutti  e  duo  questi  titoli  furono  sterrati  in  prossimità  di  Este,  nel  sobborgo  detto 
del  Cristo,    nella  località  Serraglio   Widmann. 

Altra  lapide  sepolcrale  fu  nello  scorso  gennaio  disotterrata  nella  contrada  S.  Ste- 
fano. È  in  pietra  di  Costoza,  e  vi  si  legge: 

Q_ACVTIVS      , 
RVFIO 

Regione  Vili   {Cispadana) 

III.  Bologna  —  Relazione  del  E.  Commissario  conte  Gozzadini,  sopra 
gli  scavi  fatti  eseguire  dal  Governo  in  s.  Polo,  ed  intorno  alla  scoperta 
di  un  nuovo  sepolcro  nell'area  dell'Arsenale  militare. 

Il  Ministero  della  Pubblica  Istruzione  volle  incaricarmi  anche  nello  scorso  anno 
di  far  eseguire  le  esplorazioni  nella  necropoli  Felsinea,  in  quella  parte  che  ora  è 
podere  s.  Polo,  del  sig.  Arnoaldi  Veli. 

Cominciai  pertanto  coli' aprire  in  autunno  ima  trincera  di  m.  19  X  6,  nel  punto 
a  cui  pervennero  gli  scavi  nel  1884,  assistendo  continuamente  l'esperto  e  diligentis- 
simo  sig.  dott.  Cesare  Ruga,  al  quale  rendo  pubbliche  grazie  per  la  sua  intelligente 

cooperazione. 

Come  nelle  precedenti  esplorazioni,  si  rinvenne  un  primo  strato  di  sepolcri  ro- 
mani, così  contigui  che  ce  n'eran  diciotto  nell'area  sopraindicata,  e  la  loro  profondità 
totale  oscillava  tra  m.  1,65  e  m.  2,  pressoché  solita:  uno  solo  arrivava  a  m.  2,20. 
Sei  secondo  il  rito  della  semplice  umazione,  gli  altri  dodici  secondo  il  rito  della 
cremazione,  allora  prevalente. 

I  cadaveri,  non  inceneriti,  erano  stati  deposti  entro  casse  di  legno,  di  cui  si  tro- 
varono vestigia,  e  quasi  sempre  in  posto  i  chiodi  di  ferro  che  ne  unirono  le  tavole. 
Due  scheletri  avevano  la  mano  destra  sulle  pelvi,  e  la  sinistra  presso  il  femore  s., 
uno  la  destra  sul  petto  e  la  sinistra  presso  il  femore  s.,  uno  la  destra  presso  il  fe- 
more d.,  e  la  sinistra  sulle  pelvi:  uno  le  mani  incrociate  sul  petto,  e  un  altro  sulle 
pelvi;  e  questo  colle  gambe  rattratte,  quasi  stesse  rannicchiato.  Ciò  è  un  fatto  ul- 
teriore comprovante,  che  da  tale  posizione  non  si  può  arguire,  come  qualcuno  ha  vo- 
luto, che  il  cadavere  sia  di  un'epoca  antichissima,  anzi  proprio  della  stirpe  ligure.  ^ 
I  tre  scheletri  di  adulti  che  si  poterono  misurare,  avevano  l'uguale  lunghezza  di 
m.  1,55,  ed  essi  e  gli  altri  erano  orientati  col  capo.  Ai  quattro  angoli  interni  della 
cassa  (solo  ima  volta  agli  esterni),  come  negli  altri  sepolcri  romani  della  nostra  ne- 
cropoli, stavan  ritti  quattro  vasetti  d'argilla  rossastra,  vuoti,  costantemente  della  stessa 
forma,  senza  anse,  fascia  alta  in  cima,  poi  rigonfi,  e  dal  mezzo  in  giù  concavo-rientranti. 


—  68  — 

onde  finiscono  quasi  a  punta;  adatti  più  ad  essere  fissati  nella  terra  smossa  o 
nelle  ceneri,  che  a  star  ritti  sopra  un  piano  solido.  Però  in  uno  di  questi  sepolcri 
i  vasetti  erano  due  soltanto,  presso  le  spalle  dello  scheletro.  Quasi  sempre  fu  trovata 
la  moneta  pel  passaggio  acheronteo,  o  sotto  o  presso  la  testa,  o  all'imo  o  all'altro 
fianco:  fuori  della  cassa  a  destra  nel  sepolcro,  ov'eran  fuori  anche  i  quattro  vasetti: 
ma  non  fu  rinvenuta  mai  e  non  ci  sarà  stata  la  lucerna,  trovata  costantemente  nei 
sepolcri  a  incinerazione. 

Di  tutte  le  monete  di  piccolo  modulo,  tolte  da  questi  sepolcri  e  da  quelli  a  in- 
cinerazione, due  sole  ho  potuto  determinare  e  non  facilmente,  per  esser  guaste  dal- 
l'ossido, o  per  esser  logore  in  antico.  Una  è  di  Adriano,  che  imperò  dall'anno  117 
al  138  dell'  e.  v.  (HÀDR.IÀNVS  AVGVSTVS.  Suo  busto  laureato  a  d.  —  R.  SÀLVS 
ÀVGVSTI  COSIII-S-C.  La  Salute  in  piedi  a  s.,  nudrendo  un  serpe  attortigliato  ad 
un  altare,  e  tenendo  uno  scettro.  Cfr.  Cohen  voi.  II,  pag.  242,  n.  1108). 

L'altra  è  di  Giulia  Domna,  moglie  di  Settimio  Severo,  il  quale  imperò  dall'anno 
193  al  211  dell' e.  v.  (IVLIA  PIA  FELIX  AVG.  Testa  di  Giulia  a  d.  S.  C.  —  7?. 
PIETAS  AVG.  Figura  della  Pietà  velata  in  piedi,  rivolta  a  s.,  in  atto  di  porre  un 
grano  d'incenso  sopra  un'ara  accesa.  Cfr.  Cohen  voi.  Ili,  pag.  351). 

È  per  ciò  dimostrato,  che  i  sepolcri  di  cui  ragiono  sono  posteriori  all'anno  211 
dell' e.  v. 

Di  particolarità  individuali  ho  da  notare  due  sole.  Una  è  che  presso  le  calcagna 
di  due  scheletri  erano  alquante  bullette  di  ferro,  come  quelle  di  cui  si  muniscono 
anche  adesso  le  calzature  grossolane;  talché  si  può  dedurre,  che  quei  due  furono  se- 
polti con  le  scarpe  nei  piedi.  L'altra  particolarità  è,  che  attorno  al  cubito,  presso  la 
mano  d'uno  scheletro,  trovaronsi  otto  piccoli  parallelogrammi,  lunghi  mill.  27,  larghi 
mill.  14,  grossi  mill.  8  nei  punti  salienti,  perocché  in  una  delle  faccie  sono  scana- 
lati longitudinalmente,  mentre  la  faccia  opposta  non  è  neanche  levigata.  Sono  di  giaietto, 
che  dicesi  anche  giavasm  o  ambra  abbruciata,  sostanza  bituminosa,  solida  e  di  un 
nero  lucido,  adoperata  anche  adesso  per  farne  monili,  braccialetti  e  bottoni  da  lutto. 
Si  imita  col  vetro  per  gli  stessi  usi,  conservando  all'imitazione  il  nome  francese  del 
prodotto  naturale,  jais  o  jaìct.  Sì  che  per  l'uso  continuato,  per  avere  trovato  quei 
pezzi  attorno  all'estremità  d'un  cubito  di  scheletro,  e  per  avere  uniformemente  due  fori 
nei  lati  minori,  che  potevan  servire  ad  allacciare  gli  otto  pezzi,  credo  probabilissimo 
che  formassero  un  braccialetto.  Un  egregio  geologo  ritiene,  che  si  abbiano  a  trovare 
amigdale  di  giaietto  in  mezzo  alle  nostre  ligniti  di  Livergnano,  di  Yarignana  e  di 
Monte  Aoloue. 

I  sepolcri  di  cadaveri  combusti  erano  dodici,  come  ho  detto,  e  alla  stessa  pro- 
fondità di  quelli  contenenti  gli  scheletri.  Otto  formati  da  semplici  fosse,  larghe  da 
m.  0,50  a  m.  0,70,  lunghe  da  m.  0,95  a  m.  1,15,  sempre  orientate  con  uno  dei 
lati  minori,  ed  una  aveva  le  pareti  arrossate  e  cotte  da  fuoco,  sì  che  dovette  ser- 
vire anche  da  ustrino.  Talvolta  i  residui  del  rogo  trovavansi  deposti  senz'altro  nella 
terra,  e  formanti  uno  strato  alto  da  15  a  30  cent,;  una  volta  sola  coperti  da  lastra 
sottile  di  marmo  bianco.  In  quattro  di  questi  sepolcri,  i  residui  del  rogo  erano  cir- 
condati da  file  di  mattoni  sovrapposti  a  secco,  che  formavano  come  casse,  larghe  da 
05  a  75  cent,,  lunghe  da  m.  0,85  a  m.  1,10,  alte  da  m.  0,45  a  m.  0.72.  Una  sola 


—  GO- 
di  queste  casse  aveva  i  mattoni  collegati  da  cemento,  che  della  pozzolana  ha  il  co- 
lore, e  la  qualità  di  resistere  pert'ettemente  all'  umidità.    Ce  n'  erano  tre  coperte  da 
una  base  di  stela  etnisca,  da  una  lastra  sottile  di  marmo,  da  tre  pezzi  di  lastre  pur 
di  marmo:  le  quali  coperture  erano  sotterrate  solo  m.  1,25. 

La  moneta  e  la  lucerna  erano  sempre  in  mezzo  ai  residui  del  rogo,  tranne  che 
in  un  sepolcro  la  lucerna  era  da  un  lato.  Una  sola  delle  lucerne  è  di  forma  non  co- 
mune, cioè  convessa  sopra  e  sotto,  tutta  bernoccoluta  da  sembrare  una  pigna,  e  con 
piccolo  manico  nel  mezzo.  Altre  due  hanno  la  marca  del  rìgido:  VIBIANI. 

Fu  scoperto  un  secondo  ustrino,  con  pochi  residui  di  carboni,  ma  che  non  aveva 
servito  da  sepolcro;  e  un  piccolo  cippo  di  marmo  bianco  saccaroide  a  colonnetta  ra- 
stremata, alto  in  tutto  m.  0,35:  la  base  circolare  è  relativamente  molto  larga,  avendo 
il  diametro  di  m.  0,32,  onde  credo  che  questo  piccolo  cippo  dovesse  star  tutto  sopra 
terra. 

Nella  stessa  trincera,  sotto  ai  diciotto  sepolcri  romani,  e  orientati  nello  stesso 
modo,  ce  n'erano  sette  etruschi,  in  uno  strato  notevolmente  più  basso,  assai  più 
grandi,  e  divisi  da  pareti  di  terra  vergine  dello  spessore  di  uno  a  due  metri.  N'era 
varia  la  profondità,  poiché  da  m.  3,85  scendeva  fino  a  m.  6,20.  La  quale  grande 
profondità,  io  credo,  deve  aver  avuto  lo  scopo  di  meglio  proteggere  da  violazioni  i 
cari  avanzi  del  morto,  cui  la  ricca  suppellettile  funeraria  metteva  in  pericolo.  Onde 
per  contro  i  Romani,  che  non  ponevano  nei  sepolcri  altri  oggetti  che  vasettini  di 
rozza  argilla,  una  lucerna  d'argilla,  e  una  moneta  di  bronzo  equivalente  al  nostro 
soldo,  coprivano  di  poca  terra  i  cadaveri,  e  quantunque  poca,  auguravano  che  a  loro 
fosse  lieve. 

Ma  neanche  la  grande  profondità  d'oltre  sei  metri,  o  almeno  d'oltre  cinque  e 
mezzo,  come  forse  sarà  stata  all'epoca  assai  lontana  del  seppellimento,  neanche  quella 
grande  profondità  oppose  valido  ostacolo  ai  violatori  e  ladri  nostri  predecessori,  della 
cui  rapacità  è  rimasto  segno  indubitato  in  tutti,  o  quasi,  i  sepolcri  etruschi  della 
necropoli  felsinea.  Onde  noi  profanatori  di  seconda  mano,  ma  per  scopo  scientifico, 
ci  troviamo  più  o  meno  delusi  nell'  avida  nostra  aspettazione,  quando  li  mettiamo 
nuovamente  sossopra,  e  imprechiamo  agli  antichi  spogliatoli  che  ci  prevennero. 

Dirò  partitamente  d'ogni  sepolcro,  secondo  che  apparve  nel  rifrustarlo. 

1.  Uno  dei  più  grandi,  avendo  3  metri  di  lato  e  6  di  profondità  :  col  rito  della 
semplice  lunazione.  Non  vi  si  trovarono  oggetti  né  frammenti,  come  si  rinvengono  di 
solito  in  diversi  strati,  onde  diede  a  sperare  che  non  fosse  stato  frugato  :  ma  fu  una 
speranza  vana,  poiché  scopertone  il  fondo,  si  trovarono  soltanto  i  seguenti  pochi  og- 
getti sparsi  qua  e  là,  non  corrispondenti  di  gran  lunga  all'ampiezza  del  sepolcro  : 
Oro.  Grani  di  polvere  d'oro.  —  Argento.  Fibulina  minuscola  ad  arpa,  incompleta.  — 
Bronzo.  Tre  piedini  circolari  di  mobile,  che  hanno  serpeggiante  la  sommità  della 
calza,  nella  quale  sono  molti  residui  di  legno,  con  in  mezzo  un  avanzo  di  spimtone. 
Tre  anelli  piatti  (diametro  estemo  mill.  32),  con  residuo  di  spuntone,  quasi  ad  an- 
golo retto.  Gancio  triangolare,  formato  da  due  zampe  di  uccello,  che  posano  su  pic- 
cola base.  Altro  gancio  piccolo,  semplice.  Piastrina  ellissoide,  con  le  estremità  rial- 
zate e  foggiate  a  globetto  :  pressovi  due  chiodi  ribaditi,  che  dovevano  fissare  la  pia- 
strina in  un  oggetto  di  cuoio.  Otto  chiodini  a  capocchia  poco    convessa.    Due    pezzi 


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di  aes-vude:  uno  proprio  rozzo  ed  informe,  l'altro  di  poca  grossezza,  ha  due  faccie 
piane,  e  due  lati  ad  angolo  retto,  nei  quali  è  la  bava  di  fusione.  Orecchino  (?)  a 
forma  di  gancio.  —  Ferro.  Frammenti  di  due  cuspidi  di  lance,  compresa  la  gorbia. 
Frammento  di  gancio.  —  Osso.  Due  dadi  quadrilunghi,  disuguali.  Altro  dado  cubico.  — 
Fittili.  Ciotoletta  a  vernice  nera.  Frammenti  di  due  kylikes  dipinte  a  figure.  Fram- 
menti di  vasetto  dipinto  a  figure.  Frammenti  di  kantaro  dipinto  a  figure.  Ossa  umane 
spezzate,  sparse  qua  e  là. 

2.  Largo  m.  2,10  Xm.  3,85,  profondo  m.  4,60,  a  semplice  umazione.  Presto  si 
manifestò  la  violazione  antica,  poiché  a  m.  2,50  si  cominciò  a  rinvenire  dei  fram- 
menti e  degli  oggetti,  ch'erano  stati  buttati  insieme  con  la  terra  nella  fossa,  per 
riempirla,  dopo  l'antico  frugamento,  perciò  invece  di  enumerare  gli  oggetti  secondo 
la  materia  loro,  li  indicherò  secondo  lo  strato  in  cui  si  trovarono. 

A  m.  2,50,  sparsi  qua  e  là:  Fibula  d'argento  a  coda  di  rondine.  Frammenti 
di  fibula  di  bronzo,  come  la  precedente.  Frammenti  di  fibula  di  filo  di  bronzo.  Pezzo 
di  aes-rude.  Frammento  di  vaso  rozzo,  bruno.  Frammento  di  vaso  dipinto  a  figure. 
Scaglie  e  base  di  stela  etnisca. 

A  m.  4,20  :  Cocci  di  dolii  bruni,  etruschi.  Cocci  di  piattellini  giallognoli.  Cocci 
di  ciotoletta  rossastra.  Pezzi  di  manichi  di  vasi  rozzi  d'argilla  bruna.  Parecchie  ossa 
umane  e  pezzi  di  cranio  di  adulto,  sparsi,  con  insieme  delle  ossicine  di  bambino. 
Non  è  nuovo,  ma  è  raro,  di  trovare  in  sepolcri  etruschi  gli  scheletri  d'un  adulto  e 
d'un  bambino. 

A  m.  4,60,  ossia  nel  piano  del  sepolcro:  Dischetto  di  lastra  d'oro  del  diametro 
di  5  mill.  Nella  parte  anteriore  ha  in  giro  una  fascia  incisa,  e  nel  mezzo  un  orna- 
mento di  finissimo  lavoro  in  cavo,  non  molto  differente  da  un  I?  con  appendici  at- 
torno. Nella  parte  posteriore  si  vede  un  dischetto,  non  perfettamente  regolare,  grande 
la  metà  dell'anteriore,  e  circondato  da  una  materia  che  par  cuoio,  la  quale  appare 
anche  a  traverso  di  un  piccolo  foro  centrale.  Questo  minor  dischetto  sporgente,  servì 
a  ribadire  e  tener  fisso  l'altro  nella  materia  che  par  cuoio.  Sarebbe  un  rimasuglio  di 
ricco  calzare  tirrenico?  Piccola  fibula,  lunga  3  cent,,  ad  arpa,  d'argento,  dorato  presso 
la  molla  :  perfettamente  conservata.  Traccie  di  bronzo  ossidato,  formanti  una  piastrina, 
lunga  20  cent.,  larga  10.  Due  pezzetti  d'osso  lavorato.  Frammenti  di  tazza  a  ver- 
nice nera,  con  manichi  orizzontali.  Balsamario  fittile  con  orificio  a  disco,  pitturato 
di  linee  nere,  che  formano  rombi  su  fondo  rosso.  Molti  pezzi  d'una  kelebe,  in  cui 
sono  resti  di  cinque,  almeno,  grandi  e  belle  figure  rossastre  su  fondo  bruno.  Devono 
essere  di  deità,  poiché  si  vedono  altrettanti  scettri.  Una,  per  la  vezzosa  e  diademata 
acconciatila,  e  perchè  tiene  in  mano  un  pomo,  sembra  esser  Venere.  Un  caduceo 
accenna  a  figura  di  Mercurio.  Ciottolo  di  selce  piromaca.  Residui  evidentissimi  delle 
tavole  che  formarono  la  cassa  mortuaria,  rimescolati  ab  antico. 

Tutti  questi  oggetti  erano  sparsi  disordinatamente  nel  piano  del  sepolcro  dai 
primi  violatori,  i  quali  probabilmente  sazii  del  bottino  fatto  ai  lati  o  presso  il  capo 
del  morto,  e  reputando  che  nulla  ci  fosse  più  da  rubare,  lasciarono  inesplorato  il 
tratto  di  un  metro,  dai  piedi  all'estrema  parete  del  sepolcro.  Ciò  risultava  dalla  di- 
perse  condizioni  della  terra,  poiché  si  vedeva  che  la  riapertura  del  sepolcro  era  stala 
fatta  con  taglio  obliquo,  il  quale  lasciava  fuori  una    striscia,  larga  un    metro,   della 


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fossa  primitiva;  e  là  dove  era  stato  frugato,  la  terra  non  era  compatta  e  franava 
sovente,  e  c'erano  frammischiati  dei  frammenti  fìttili  e  di  bronzo.  Mentre  nella  striscia 
estrema,  la  terra  era  compatta  e  non  frammezzata  da  alcun  frammento  di  oggetti. 
Inoltre  le  cose  trovate  nel  fondo  di  quella  striscia,  anziché  disordinate,  erano  tutte 
collocate  in  buon  assetto,  l'ima  presso  l'altra,  così  come  è  supponibile  lo  fossero  ori- 
ginariamente dai  par-enti  o  dagli  amici  dell'estinto. 

Nel  piano  del  sepolcro  non  frugato  anticamente  :  Patera  di  bronzo  del  diametro 
di  m.  0,20.  Altra  patera  di  bronzo  del  diametro  di  m.  0,75,  ch'era  vicina  alla  grande, 
e  conteneva  cinque  pezzetti  d'osso  quadrilunghi,  lavorati,  e  un  piccolo  disco  parimente 
d'osso.  Piedino  di  mobile,  di  bronzo,  di  forma  tubulare,  con  entrovi  residui  di  legno 
e  a  base  rientrante.  Tre  zampe  leonine  di  bronzo  assai  bene  modellate,  ognuna  delle 
quali  posa  sopra  un  globetto  pure  di  bronzo,  ed  ha  in  principio  una  grossa  lamina 
orizzontale  ed  una  verticale,  che  formano  quasi  un  L.  Erano  ancora  disposti  a  trian- 
golo, con  vicino  dei  residui  di  legno  e  dei  frammenti  di  laminetta  di  bronzo;  onde 
si  può  dedurre  che  sull'angolo  interno  degli  L  posava  una  cista  di  legno,  rivestita 
di  laminetta  di  bronzo,  come  altre  ciste  della  nostra  necropoli.  E  questa  cista  do- 
veva essere  fissata  negli  L,  mediante  le  quattro  cavigliette  orizzontali  sussistenti  negli 
stessi  L,  che  sono  lunghe  9  ìnill.,  e  determinano  la  grossezza  della  parete  della  cista, 
tra  legno  e  laminetta.  Di  più,  nella  lamina  orizzontale  degli  L  c'è  uno  spuntone 
verticale,  lungo  23  mill.,  che  doveva  internarsi  nello  spessore  della  cista  e  renderla 
più  stabile.  Manico  di  bronzo,  consistente  in  un  grosso  tubo  ornato  di  astragalo  e 
d'un  disco  in  cima,  dell'altezza  di  mill.  36  e  del  diam.  di  mill.  38.  Nell'interno 
del  tubo  rimangono  residui  di  legno,  ossia,  probabilmente,  del  coperchio  della  cista 
sopraddetta,  che  avrà  avuto  questo  manico.  Piccolo  disco  o  bottone,  di  osso.  Cornice 
di  legno  quadrangolare  totalmente  carbonizzata,  ma  che  si  distingueva  benissimo  prima 
che  il  contatto  dell'aria  la  dissolvesse.  Aveva  i  lati  di  m.  0,44  X  0,46  ;  i  regoli  gròssi 
mill.  21,  larghi  cent.  5,  con  nel  mezzo  una  striscia  di  bronzo  larga  mill.  14,  ricor- 
rente, incastonata,  ornata  e  fissata  da  chiodini  di  bronzo  a  capocchia,  disposti  rego- 
larmente a  distanza  di  35  mill.  Nei  quattro  angoli  della  striscia  erano  due  fibulette 
d'argento,  tutte  otto  uguali,  del  tipo  della  Certosa,  lunghe  due  soli  centimetri  ;  prive 
della  staffa  e  della  spilla,  di  cui  si  vedeva  però  quelche  traccia  nella  terra.  Oenochoe 
nera,  collocata  orizzontalmente  fra  due  unguentari  o  alabastri. 

3.  Largo  m.  1,70X3,20,  a  semplice  umazione.  A  m.  2  fu  rinvenuta  ima  mezza 
stela,  e  più  in  basso  l'altra  metà,  ossia  la  base.  Totalmente  è  alta  m.  0,92:  non 
d'altro  ornata  che  di  tre  scanalature,  che  seguono  le  curve  della  stela.  Ciò  annun- 
ciava la  devastazione  che  vi  si  verificò  quasi  completamente. 

Nel  piano  del  sepolcro  non  c'era,  che  frammenti  di  bronzo  e  di  piombo.  Questi 
erano  a  guisa  di  scorie,  come  se  ne  trovarono  negli  scavi  precedenti,  e  si  potevano 
attribuire  ad  avvenuta  fusione  nel  rogo,  finché  trovaronsi  nei  sepolcri  a  ustione  ;  ma 
non  in  questo  e  in  altro  a  umazione. 

Vi  si  raccolsero  poi  :  Pezzi  di  un  piattellino  d'argilla  giallognola ,  e  di  vasi  fit- 
tili rozzi.  Altri  pezzi  di  ima  tazza  nera  verniciata,  e  di  ima  kylix.  Un  pentolino 
rozzo,  bruno,  con  due  manichi.  Cinque  asticelle  di   ferro,  a  guisa  di  chiodi. 

Sembrava  che   di  tutta  l'antica   suppellettile,    non    fossero    rimasti   che   questi 


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miseri  rimasugli  ;  quando  frugando  in  un  angolo,  si  trovò  un  aryballo  di  bronzo,  alto 
m.  0,195,  largo  m.  0,185,  che  forse  deve  la  sua  buona  conservazione  all'esser  stato 
deposto  inclinato,  anziché  ritto,  poiché  la  sua  forma  sferoidale  faceva  così   maggior 
contrasto  alla  pressione  della  terra. 

4.  Largo  m.  2,30  X  4,  profondo  m.  6,20,  a  umazione.  A  m.  2,  brutto  indizio, 
fu  rinvenuta  una  rozza  stela,  circolare  nella  parte  che  doveva  stare  sopra  terra.  Poi 
dall'indizio  si  passò  subito  alla  certezza  di  antica  violazione,  giacché  da  m.  2  in  giù,  fu 
un  continuo  rinvenimento  di  pezzi  di  vasi  rozzi,  di  dolio  etrusco,  di  piattellini  di 
argilla  giallastra,  e  di  un  vasetto  a  vernice  nera  con  dipintovi  un  delfino,  d'un  pezzo 
di  piombo  informe,  quasi  scoria,  d'un  piccolo  frammento  di  stela,  in  cui  è  porzione 
d'un  cavallo  e  del  suo  cavaliere,  e  di  frammenti  di  fibule. 

A  m.  3,20  una  parte  di  rhython,  e  via  via  di  seguito,  molte  parti  di  grande  anfora  ; 
dei  quali  due  vasi  si  trovò  il  rimanente  in  fondo  al  sepolcro,  a  m.  6,20,   ossia  tre 
metri  più  giù,  insieme  con  gli  oggetti  seguenti  sparsi  qua  e  là  :  —  Oro.  Presso  il  luogo 
ove  doveva  essere  lo  scheletro,  del  quale   non    era  rimasto  che    un  omero,    si  sten- 
deva una  striscia  di  materia  carbonizzata,  lunga  m.  1,10,  ma  con  due  interruzioni, 
larga  m.  0,20  e  dello  spessore  di  m.  0.04,  sopra    la    quale    e    tramezzo  alla  quale 
erano  spesse  traccie  d'oro,  sia  in  pezzetti  grandicelli    di  foglia,    sia    in  fili    che    si 
•  estendevano  anche  sopra  e  sotto  l'omero.  Codesti  fili  sono    di    una   materia   tessile, 
coperti  da  striscette  di  sottilissima  lamina  d'oro  attorcigliata   a  sphale,    e  bastereb- 
bero per  far  conoscere  a  qual  grado  di  perfezione  erano  pervenuti    gli    Etruschi    in 
lavori  di  questa  sorta.  Se  quelle  foglie  e  quei  fili  d'oro  fossero    circoscritti    origina- 
riamente in  quella  striscia,  o  se  coprissero  il  cadavere,    poi  rimosso    quasi   tutto    e 
disperso,  non  si  può  dire.  —  Bronzo.  Tre  basi  circolari  (diametro  esterno  mill.  44), 
che  potrebbero  essere  porzioni  di  piedi  di  candelabro.  Quattro  dei  soliti  piedini    di 
mobile,  circolari,  con  la  sommità  della  calza  serpeggiante,  e  con  entro  molti  residui 
di  legno.  Dal  rinvenirne  spesso  quattro  o  tre  con  residui  di  legno  nei  sepolcri,  par- 
rebbe si  potesse  dedurre  l'usanza  di  deporre  nelle  fosse  ima  mensa    o  altro    mollile 
consimile,  forse  per  collocarvi  sopra    cibi   o    donarli.  Due   piccoli    dischi    (diametro 
35  mill.)   con  avanzo  di  perno  da  ribattere,   simili    a    borchie  di  elmo.  Tre  oggetti 
uguali  che  hanno  lontana  rassomiglianza  a  doppie  carrucole,  ma  che    certo    non    lo 
sono.  Troppo  ci  vorrebbe    a    darne    una    idea  esatta.  Sono  massicci  e  rigidi,  lunghi 
35  mill.,  con  22  mill.  di  diametro.  Hanno  due  profonde  scanalature  costeggiate  da 
tre  tondini  saglienti,  e  all'estremità  deU'asse  un  globetto:   onde  la  lontana  rassomi- 
glianza a  doppie  carrucole.  Ma  ciò  che  rende  anche  più    incomprensibili    questi  tre 
oggetti  finamente  lavorati,  è  che  ciascuno  ha  in  tutta  la  sua  lunghezza  un  profondo 
incavo,    o    dente.    Due    caviglie    lunghe   11  cent,  con  capocchia  massiccia,  uguali  a 
quelle  che  si  trovano  con  attorno  due  dischi,  e  che  certamente  dovevan  essere  perni 
di  bisellio.  Piccolo  manico  girevole,  semisferoidale,  con  piastrina    ch'era    inchiodata 
sopra  un  coperchio  di  legno  carbonizzato.  Quattro  anelli  (diametro  esterno  22  mill.) 
con  tracce  di  legno.  Piccolo  pezzo  di  aes-rude.  Parte  di  fibula  a  coda  di  rondine.  — 
Fèrro.  Quattro  grossi  chiodi  lunghi  4  cent.  Quattro  anelli  (diametro  esterno  mill.  -".lì 
con  piccole  porzioni  di  lamina,  in  un  punto,  fissa  da  chiodo  ribadito.  Pezzi  di  larga 
cuspide    di    lancia    e   gorbia,    con   costa    mediana    molto    rilevata:    l'ossido    vi    tiene 


<Ó 


aderente  un  grosso  strato  di  legno.  Due  pezzi  di  lama  di  spada,  larga  7  cent,  con  costa 
mediana  rilevata.  Ciascuno  è  lungo  14  cent.,  ed  ha  aderente  un  grosso  strato  di 
legno  da  ambedue  le  parti,  che  forse  non  è  avanzo  del  fodero.  —  Osso.  Due  anelli 
piatti  (diametro  esterno  mill.  23).  Tre  tubetti  con  un  foro  nella  parete,  lunghi  2  cent, 
(diametro  esterno  inill.  23).  Pezzo  di  lamina  appartenente  ad  una  cassettimi  (pyxis): 
in  un  orlo  sono  incise  quattro  lineette  divergenti  a  ventaglio,  con  un  circolo  e  un 
punto  centrale  in  ciascima  sommità.  Due  dadi  quadrilunghi.  —  Pasta  ri/rea.  Sei  di  quei 
dischetti,  convessi  da  un  lato  e  dall'altro,  concavi  nel  mezzo,  che  per  trovarsi  di  solito 
insieme  con  dadi,  sono  creduti  tessere  da  segnar  punti  :  questi  sei  sono  verdi.  Altri  sei 
dischetti  della  stessa  foggia,  ma  bianchi.  Altri  nove,  turchini.  Altri  cinque  azzurri, 
con  contorno  bianco  e  con  in  mezzo  una  stella  parimente  bianca.  —  Alabastro.  Un 
unguentario.  —  Fittili.  Pezzi  di  skyphos  nero.  Pezzi  di  piccolo  kantharo,  a  figure  rosse 
su  fondo  nero.  Pezzi  di  kylice  figurata.  Rhyton  a  testa  di  ariete,  e  dipinto  a  figure 
rosse  su  fondo  nero.  Grandissima  anfora  a  volute,  con  figure  rosse  su  fondo  nero, 
alte  fino  a  28  cent.,  che  rappresentano  un  combattimento  di  Amazzoni  e  di  giovani 
Greci.  Le  quattro  Amazzoni,  abbigliate  nel  solito  modo,  sono  armate  di  pelta,  d'arco, 
di  ascia.  I  tre  giovani  Greci,  in  parte  nudi,  sono  armati  di  spada,  di  lancia,  di  scure. 
Il  combattimento  è  molto  animato,  le  figure  intrecciate  in  atteggiamenti  assai  varii 
e  bene  espressi.  C'è  inoltre  una  donna  tutta  avvolta  nel  manto,  e  come  spettatrice. 
È  rara  particolarità  che  nella  parte  piana  delle  grandi  volute,  sovrastante  alla  bocca 
dell'anfora,  sono  dipinte  due  grandi  teste  di  Mercurio  e  di  Vulcano,  egregiamente 
disegnate  e  piene  di  vita.  Questa  magnifica  anfora,  e  la  grande  capacità  del  sepolcro 
fan  credere,  che  la  suppellettile  sarà  stata  copiosa  e  ricca. 

5.  Largo  m.  2,15  X  m.  2,80,  profondo  m.  4,10  a  combustione  (?).  Anche  in 
questo  furono  rinvenuti: 

A  m.  2,10:  Uno  spillo  di  bronzo,  appartenente  ad  una  fibula.  Frammenti  di 
vaso  rozzo  d'argilla  rossa;  di  ima  grossa  ansa  di  un  cratere;  pezzi  di  uno  skifo  e 
resti  di  ossa  di  bruto. 

Tra  i  ni.  3  e  3,20:  Nel  mezzo  del  sepolcro  molte  lastre  sottili  di  macigno, 
due  delle  quali  lavorate  da  un  lato;  le  altre  rozze  e  irregolari,  accatastate.  Si  cre- 
dette coprissero  una  cista,  com'è  solito;  ma  poi  fu  constatato,  ch'erano  state  gettate 
là  alla  rinfusa  insieme  con  diversi  cocci.  Non  c'era  vestigio  di  scheletro,  ma  solo 
qualche  chiazza  di  residui  organici  carbonizzati,  che  fan  supporre  la  cremazione  del 
cadavere. 

Quasi  al  fondo  in  due  angoli,  sfuggiti,  come  qualcun  altro  all'antica  spoglia- 
zione, erano  rimasti  questi  oggetti: 

A  m.  4  nell'angolo  nord-ovest:  Pignattino  rozzo,  con  ause  verticali.  Anfora 
tirrenica,  in  pezzi,  con  figure  grandi,  rossastre,  su  fondo  nero.  Da  un  canto  è  Giove 
barbato,  seduto  sopra  scanno,  con  scettro  nella  sinistra  e  patera  nella  destra,  ch'egli 
sporge.  Di  contro,  è  ugualmente  seduta  Giunone,  che  tiene  anch'essa  lo  scettro,  e  la 
patera  nella  stessa  guisa.  In  mezzo  a  loro  una  figura  femminile,  ad  ali  spiegate, 
(Ebe,  oppure  Iside  gamostolos)  più.  alta  e  sovrastante  alle  altre  due,  con  lunga 
veste  e  chitone,  la  quale  versa  da  un  prochas  del  liquido  nella  patera  di  Giunone. 
Credo  sia  un  soggetto  vasculare  raro,  rappresentante  le  nozze  di  Giove  e  di  Giunone 
Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II.  10 


—  74  — 

(cfr.  Welcher,  Divinità  riunite  nell'Olimpo,  Arra.  Instit.  1861,  p.  294;  Helbig, 
Le  nozze  di  Giove  e  di  Giunone  1864,  p.  276).  Nel  lato  opposto  del  vaso,  un 
giovane  col  manto  che  lascia  scoperte  le  spalle  e  le  braccia,  di  contro  al  quale 
un  palestrita,  involto  nelle  vesti  fino  al  mento;  dietro  a  questo,  una  figura  barbata 
con  baculo.  ' 

Nell'angolo  sud-est.  Piccola  fibula  d'argento  ad  arpa,  ben  conservata,  con  astuccio  che 
finisce  in  una  semisfera.  Altra  fibula  d'argento,  di  mezzana  grandezza,  con  astuccio,  altresì 
ben  conservata.  In  ciascuna  estremità  dell'arco  sono  infilate  due  grosse  e  larghe  sezioni 
d'arco,  anch'esse  d'argento,  ben  cesellate,  che  hanno  due  solchi  fiancheggiati  da  tre  cerchi 
sporgenti  e  convergenti.  Nella  parte  mediana  dell'arco,  è  parimente  infilato  un  leon- 
cino accovacciato,  d'ambra,  intagliato  finamente  di  tutto  tondo  e  perfettamente  con- 
servato. Questa  fibula  singolarissima  va  considerata  come  un  vero  gioiello.  Undici 
puntine  minuscole  di  bronzo,  ch'erano  infisse  in  una  striscetta  di  tessuto,  lunga  3 
cent.,  che  svanì  al  contatto  dell'aria.  Tre  asticine  di  ferro,  a  guisa  di  chiodi.  Due 
sezioni  cuneiformi  di  grosso  cilindro  d'ambra,  che  avranno  ornato  l'arco  d'una  fibula. 

6.  Largo  m.  2,25  X  m.  3,  profondo  m.  4,55  a  combustione.  Quivi  pure  si  co- 
minciò, fra  i  tre  e  i  quattro  metri,  a  trovare  pezzi  di  patere,  oinochoe,  kylikes,  kelebi. 
Nel  piano  del  sepolcro  un  cumulo  di  ossa  carbonizzate  e  di  ceneri,  residui  del  rogo, 
che  formavano  un  quadrato  di  m.  0,35  di  lato.  C'erano  inoltre:  —  Bronzo.  Sette  chio- 
dini a  capocchia  convessa.  Frammento  di  fibula.  —  Ferro.  Quattro  uncini  con  spun- 
tone, lunghi  43  mill.,  da  infiggere  nell'interno  dei  sepolcri  per  appendervi  suppellet- 
tili funeree:  ne  trovai  infissi  nelle  pareti  dei  sepolcri  a  Marzabotto. —  Osso.  Tre 
dadi  quadrilunghi.  Hanno  di  particolare,  che  nelle  due  testate  è  ripetuto  il  numero 
uno,  e  quindi  manca  il  due:  e  quell'uno  è  espresso  con  circoli  concentrici,  grandi 
tre  volte  più  degli  altri  circoli  numerici.  Inoltre,  il  lato  corrispondente  al  numero 
sei,  nel  quale  dovrebb'  essere  il  cinque,  è  privo  di  numero  originariamente,  poiché 
quel  lato  è  rozzo  e  non  fu  mai  appianato.  Corto  cilindro  o  anello,  con  listello  spor- 
gente in  una  delle  estremità,  lungo  15  mill.,  e  il  diametro  maggiore  è  di  25  mill. — 
Pasta  vitrea.  Sei  dischetti  concavo-convessi,  bianchi,  da  segnar  punti.  Altri  sei  tur- 
chini. Altri  sei  parimente  turchini,  ma  con  cinque  piccoli  dischi  bianchi,  in  croce  di 
s.  Andrea,  nella  parte  convessa.  Quello  di  mezzo  è  grande  il  doppio  degli  altri.  — 
Al'ihastron.  Un  unguentario.  —  Fittili.  Pezzi  di  due  patere,  e  di  due  piccoli  kan- 
tari  a  vernice  nera.  Altri  di  vasetto  a  vernice  bruna,  e  di  altro  vasetto  bruno,  dipinto 
di  fogliami  rossastri  e  di  tre  teste  di  civetta.  Eesidui  di  un  poculum,  dipinto  a  rombi 
rossi  su  fondo  nero.  Frammenti  di  oinochoe  e  di  kilice  a  vernice  nera.  Pezzi  di  altra 
kilice  dipinta  nell'interno,  e  con  gran  copia  di  figure  rosse  su  fondo  nero,  nell'esterno, 
assai  bene  disegnate  ed  in  vario  atteggiamento  nei  nudi  :  senza  che  per  altro,  da  ciò 
che  rimane,  si  possa  desumere  il  soggetto  delle  pitture.  Pezzi  della  grande  anfora 
a  volute,  trovata  per  la  maggior  parte  nel  quinto  sepolcro.  Altri  rottami  appartengono  a 
kelebi  figurate.  In  alcuni  si  vedono  due  eavalli  stanti,  con  giovine  nudo,  e  due  ea- 
valli alati  guidati  alla  corsa  da  figura  che  sta  su  una  biga.  Nei  frammenti  di  altre 
sette  figure  è  notevole  quella  d'un  uomo  nudo,  almeno  nella  parte  superiore,  che  ha 
lungo  ciuffo  di  barba  nel  mento,  e  l'elmo  senza  gronda,  in  capo:  sorregge  con  la 
destra  alzata  una  patera  capovolta,  nella  quale  fissa  lo  sguardo.  È  pur  notevole  una 


—  75  — 

graziosissima  testolina  di  donna  con  berretto,  che  guarda  intonsamente  la  luna  fal- 
cata. Tutto  il  dipinto  di  questa  kelebe  è  disegnato  con  verità,  naturalezza  e  insieme 
finitezza.  —  Materie  organiche.  Zanna  di  maiale  o  cinghiale.  Gusci  d'ovo  frammisti 
a  terra. 

7.  Largo  m.  2,20  X  m.  3,  profondo  noi.  5,50,  a  umazione.  Con  la  solita  disillu- 
sione fu  scoperta,  a  m.  2,  parte  di  una  stela  larga  m.  0,75,  contornata  dalla  con- 
sueta spirale  corrimi-dietro.  Una  delle  faccie  è  divisa  in  due  compartimenti:  nell'in- 
feriore è  una  sfinge  alata,  con  la  testa  volta  totalmente  indietro  :  del  compartimento 
superiore  non  è  rimasto,  se  non  poco  più  delle  quattro  zampe  di  un  cavallo  e  di  un 
piede  del  cavaliere  che  lo  inforcava. 

Nell'altra  faccia  della  stela  è  la  metà  inferiore  di  un  guerriero  (il  quale  doveva 
occupare  tutta  quella  faccia),  in  atto  d'inoltrarsi  energicamente.  Egli  è  coperto,  quasi 
fino  ai  ginocchi,  da  grande  scudo  rotondo,  alquanto  più  largo  di  lui,  e  tutto  occupato 
da  una  specie  di  stella  geometrica,  incisa. 

Più  giù  della  stela  si  trovarono  frammenti  di  vasi  dipinti,  e  in  ispecie  d'un 
kratere. 

A  m.  4,10  ima  vanga  o  zappa  di  ferro,  hen  conservata  e  di  ima  foggia  partico- 
lare. È  larga  nel  tagliente  24  cent,  ed  alta  poco  più,  ossia  25  cent.  I  suoi  lati  hanno 
una  rastremazione  mediocre  fino  oltre  la  metà,  punto  che  chiamerò  A-A.  Da  quel  punto 
alla  sommità,  i  lati  sono  più  inclinati  e  convergono  fino  alla  cima,  che  è  una  punta 
ottusa.  In  complesso  tale  strumento  si  può  dire  triangolare,  poiché  i  due  angoli  nei 
punti  A-A  sono  molto  aperti  e  poco  sporgenti.  Ma  questa  vanga  o  zappa  non  è  solo 
notevole  per  la  sua  forma  quasi  triangolare  ;  ma  lo  è  anche  pel  modo  col  quale  doveva 
esservi  inserito  il  bastone  o  manico.  Dal  taglio  fino  ai  punti  A-A,  la  vanga,  o  zappa, 
è  massiccia;  ma  da  quei  punti  fino  alla  cima  è  divisa  in  due  pareti  divergenti,  tra 
le  quali  s'incastrava  il  bastone  o  manico,  che  sarà  stato  largo  in  fondo  quanto  è  larga 
la  parte  superiore  della  vanga,  e  tenutovi  fisso  da  tre  caviglie  ribadite  che  vi  riman- 
gono ancora,  una  in  cima,  le  altre  due  poco  sopra  i  punti  A-A. 

Ora  non  è  punto  probabile,  che  codesto  istnmiento  agricolo  sia  stato  deposto  ori- 
ginariamente nel  sepolcro  entro  il  quale  fu  rinvenuto,  non  solo  perchè  non  ne  furono 
trovati  mai  negli  scavi  antecedenti,  ma  perchè  è  un  oggetto  troppo  diverso  da  quelli 
che  sogliono  formare  la  suppellettile  sepolcrale.  Invece  è  molto  probabile,  ch'esso  abbia 
servito  agli  antichi  violatori  per  riaprire  il  sepolcro,  e  che  sia  rimasto  fra  la  terra 
nel  gettarvela  dentro  di  nuovo. 

Perciò  io  credo,  che  se  si  potesse  accertare  a  qual' epoca  e  a  qual  gente  sia  da 
riferire  questa  vanga  o  zappa,  si  avrebbe  anche  un  indizio  non  lieve  dell'essere  stati 
o  i  Galli  o  i  Romani  i  violatori,  giacché  per  le  ragioni  addotte  altrove,  fu  o  l'ima 
o  l'altra  di  queste  genti. 

Seguendo  questa  idea  ho  cercato  di  andarne  in  fine,  ma  non  m'  è  riuscito  che 
per  una  parte;  e  ad  esaurire  l'altra  avrei  dovuto  tardar  troppo  a  presentare  questa 
relazione. 

La  vanga  (bipalium)  e  la  zappa  (rustrum)  degli  antichi  Romani,  erano  simili 
a  quelle  d'oggidì  e  molto  differenti  dallo  strumento  di  cui  do  conto,  come  ci  fa  ve- 
dere il  Rich  con   due  figure   del   suo   dizionario.    Ciò   non  ostante   ho  interrogato  il 


—  76  — 

eh.  sig.  prof.  De  Petra,  direttore  del  Museo  nazionale  di  Napoli,  il  quale  ha  assi- 
curato che  nulla  di  simile  a  codesto  strumento  è  in  quel  ricchissimo  Museo.  Ho  inter- 
rogato anche  il  chiar.  cav.  Buggero,  direttore  degli  scavi  di  Pompei,  circa  alle  colle- 
zioni quivi  conservate   e   ne  trascrivo   la  risposta  :   « il  medesimo  posso   affer- 

«  marie  io,  che  da  gran  tempo  ho  raccolti  e  messi  in  ordine  a  Pompei  gli  antichi 
«  istrumenti  delle  diverse  arti,  con  intenzione  di  pubblicarli,  cominciando  da  quelli 
«  spettanti  all'agricoltura,  i  cui  disegni  sono  già  pronti. 

«  Le  zappe  son  proprio  come  le  nostre  moderne,  differiscono  alquanto  le  vanghe, 
«  ma  né  le  une,  né  le  altre,  rendono  neppur  lontanamente  l'immagine  di  questa  lama 
«  dritta  e  piatta,  con  quell'acconcio  modo  di  attaccare  il  manico,  come  rilevo  chia- 
«  ramente  dal  suo  schizzo  » . 

Sembra  pertanto  che  si  possa  escludere  assolutamente  l'appartenenza  del  nostro 
strumento  agricolo  ai  Romani  antichi,  e  quindi,  secondo  la  mia  idea,  ritenere  che  i 
violatori  della  necropoli  felsinea  non  siano  stati  i  Romani. 

Resterebbe  a  conoscere  se  tale  raro  strumento  sia  di  foggia  e  d'appartenenza  gal- 
lica, la  qual  cosa  non  ho  avuto  agio  di  verificare.  Se  fosse  gallico,  accerterebbe,  a 
parer  mio,  che  i  violatori  dei  nostri  sepolcri  furono  i  Galli,  come  ho  congetturato 
valendomi  di  ragionamenti,  e  dell'aver  scavato  una  fibula  gallica  presso  d'un  sepol- 
cro etrusco  sconvolto,  e  mai  avanzi  romani  presso  a  tali  manomessioni  (cf.  Noti:ie 
seti  1884,  ser.  4-\  voi.  I). 

A  m.  3,50:  —  Bronzo.  Fibula  a  coda  di  rondine.  Oenochoe  perfettamente  conservata, 
del  diametro  m.  0,12.  Due  anellini.  Un  pezzo  di  aes-rude.  —  Ferro.  Frammento 
di  lama  di  coltello.  —  Osso.  Tre  sezioni  uguali  di  cilindro,  incise  a  zone;  quella 
di  mezzo  è  più  larga,  con  in  giro  dei  cerchiellini  :  altezza  mill.  16,  diametro  mill.  8. 
Piccolo  disco.  —  Fillili.  Mezza  fusaiuola  ;  pezzo  di  piccolo  kratere  dipinto  ;  pezzi 
di  kilice  dipinta  ;  frammento  di  grande  vaso  dipinto  ;  frammenti  di  grandissimo  kra- 
tere dipinto.  Da  un  pezzo  grande  dell'orlo  si  trae  con  certezza,  che  la  bocca  di  questo 
vaso  aveva  il  diametro,  grandissimo,  di  59  cent.  Alcuni  pochi  frammenti  mostrano 
porzioni  di  figure  femminili  di  grandezza  straordinaria,  e  dipinte  molto  finamente.  Nes- 
sun avanzo  di  cadavere  limato  o  cremato,  segno  della  barbarie  degli  antichi  violatori 
che  dispersero  tutte  le  ossa  dello  scheletro  :  e  dico  scheletro,  perchè  furono  trovati  pezzi 
della  cassa  mortuaria  di  legno,  lunghi  da  29  a  67  cent.,  e  si  è  veduto  che  nella 
cassa  di  legno  si  ponevano  costantemente  i  cadaveri  non  cremati,  e  mai  i  cremati. 

La  neve  e  il  ghiaccio  fecero  sospendere  gli  scavi. 

Continuandosi  a  scavare  per  fondamenta  di  nuove  costruzioni  nell'arsenale  militare 
di  Bologna,  un  muratore  si  imbattè  in  un  sepolcro  del  periodo  di  Villanova.  Non  tenne 
conto  alcuno  dell'ossuario,  ma  ne  constatò  l'esistenza,  sicché  il  sepolcro  era  a  crema- 
zione. Egli  vi  raccolse  i seguenti  oggetti,  che  ho  potuto  ricuperare  pel  Museo:  Armilla 
di  bronzo  diverga  cilindrica  massiccia,  con  le  estremità  ornate.  Due  piccolissime  ar- 
mille  di  verga  cilindrica,  sottile,  di  bronzo.  Piccola  armilla  di  lamina  grossa,  di  bronzo, 
a  estremità  rastremata.  Due  fibule  di  bronzo,  massiccie  e  corpulenti.  Fibula  incom- 
pleta, di  forma  consimile  alla  suddetta,  ma  non  massiccia.  Gran  parte  di  fibula  di 
lamina  di  bronzo,  di  forma  romboidale,  con  gli  angoli  laterali  molto  sporgenti,  e  attra- 
versata da  fascia  ornata  di  dischi  impressi  con  punzone.  Ago  crinale  incompleto,  con 


due  branche  in  cima  e  con  grosse  porlo  di  vetro  azzurro,  ornate  di  circoli  concentrici, 
gialli.  Auriscalpium  (?)  di  bronzo,  incompleto.  Sega  di  bronzo,  fatta  a  lamina  di  col- 
tello, rastremata  da  capo  a  fondo,  con  due  fori  per  fissarla  in  un  manico.  È  distorta 
e  rotta  intenzionalmente  in  tre  pezzi,  la  cui  lunghezza  totale  è  di  m.  0,12.  Oggetto  da 
suono,  di  bronzo,  a  sezione  di  campana,  della  solita  grandezza,  ma  tutto  ornato  a 
punzone  in  ambe  le  faccie,  cioè  da  due  fascie  che  girano  attorno,  gremite  di  serpen- 
telli intrecciati  e  di  puntini  in  rilievo  su  fondo  striato.  È  per  ciò  imo  dei  più  ornati 
e  leggiadri  bronzi  di  tal  genere.  Oggetto  elegante  di  ambra,  della  forma  di  quella 
specie  di  nottolini  usati  dai  zoccolanti  per  abbottonare  la  cocolla.  Ha  un  foro  nel  mezzo. 

IV.  Marzabotto  —  Nota  dello  stesso  li.  Commissario  conte  G.  Goz- 

ZADINI. 

Scavandosi,  per  ridurre  a  vigneto,  im  colle  del  podere  Rodella,  nel  comune  di 
Marzabotto,  parecchia  di  Sperticano,  a  ottanta  metri  dal  fiume  Reno,  il  proprietario 
Tuguuoli  s'imbattè  in  alcuni  sepolcri  etruschi,  alla  profondità  di  m.  0,40.  Erano  si- 
tuati pressoché  in  faccia,  un  pò  più  a  monte  da  sud  a  nord,  alla  necropoli  di  Mar- 
zabotto. Tutti  a  semplice  umazione  ;  ma  in  due  solo  furono  raccolti  degli  oggetti.  Cioè, 
iu  un  sepolcro,  di  qua  e  di  là  dallo  scheletro,  due  leoncini  di  bronzo,  accovacciati, 
lunghi  m.  0,04  £.  Hanno  la  bocca  aperta  e  sono  di  maniera  etnisca,  arcaica.  Sotto 
alle  zampe  anteriori  ed  alle  posteriori,  è  un  piano  liscio  che  dà  indizio  di  saldatura 
sopra  qualche  utensile.  Dall'altro  sepolcro  furono  tratti  questi  oggetti: 

Una  grande  conca  o  lebète  di  bronzo,  in  frammenti,  il  cui  orlo  ridotto  in  sette 
pezzi,  ha  circa  41  cent,  di  diametro.  Due  manichi  di  verga  di  bronzo,  che  va  rastre- 
mandosi dal  mezzo  all'estremità.  Hanno  la  forma  di  due  terzi  di  circolo,  del  diametro 
di  m.  0,10,  e  le  estremità  piegate  in  dentro  ad  angolo.  Queste  dovevano  essere  insi- 
nuate e  girare  in  due  mezzi  tubetti  massicci  di  bronzo,  trovativi  insieme,  e  della  lun- 
ghezza di  m.  0,07,  ornati  di  un  listello  nel  mezzo  e  ai  capi.  Questi  mezzi  tubetti 
saranno  stati  saldati  presso  all'orlo  della  conca,  e  perciò  ne  secondano  la  curva.  Altri 
due  manichi  girevoli  come  i  sopradetti,  ma  più  piccoli,  ed  altri  due  mezzi  tubetti 
simili  ai  precedenti,  ma  più  piccoli,  avranno  appartenuto  ad  una  conca  di  minor  gran- 
dezza della  prima. 

Tre  piedini  (?)  circolari  di  bronzo,  con  foro  centrale,  in  imo  dei  quali  è  rimasto 
il  chiodo.  Sembrano  piedini  di  mobile,  benché  non  sieno  uguali  a  quelli  frastagliati 
attorno,  che  si  scoprono  frequentemente.  Due  soli  e  piccoli  frammenti  fittili  furono 
raccolti  con  i  bronzi.  Sembrano  frammenti  di  piattini,  il  cui  orlo  è  a  vernice  nera, 
lucida  e  il  principio  del  piano,  giallo  con  linee  nere  che  girano  intorno.  Nello  stesso 
sepolcro  c'erano  dei  vasi  fittili,  ma  non  se  tenne  conto  alcuno.  Ho  comprato  pel  civico 
Museo  i  descritti  oggetti,  specialmente  perchè  attestano  ima  stazione  etnisca  a  Sper- 
ticano, fino  ad  ora  ignota. 

V.  Forlì  —  Nota  dell'ispettore  aov.  cav.  A.  Santarelli,  sopra  nuove 
scoperte  avvenute  nella  città  e  suburbio. 

Nella  casa  Grandi  di  Forlì,  posta  nel  rione  Mazzini  e  precisamente  presso  la 
piazza  Garibaldi,   fra  materiali   ricavati   dalla   demolizione   di   vecchi   ambienti,  ho 


—  78  — 

trovato  la  parte  superiore  di  un  cippo  di  calcare  con  acroterii,  recante  in  mezzo,  chiusa 
in  cornice,  un'  iscrizione  latina,  della  quale  rimangono  i  soli  primi  quattro  versi.  È  il 
titolo  stesso  che  fu  edito  dal  Muratori  (Thes.  inser.  lai.  p.  MCLXXVIII  n.  10,  con 
la  indicazione  Romae  in  vinea  Cardinalis  Carpensis,  ex  Ligot'io.  Trovasi  riprodotta 
nel  voi.  VI  del  Corpus,  n.  20206: 

DIS    M  A  N I B 

C-IVLIO-  PIO-F 

VIX  •  AN  N  •  V 
MIX  •  D  ■  XXVII 
MERCVRIVS 

PATER 
INFELICISSIMVS 

Il  sig.  ing.  Ernesto  Manuzzi  nell' eseguire  in  un  suo  magazzino,  posto  in  Piazzetta 
Castello,  due  fosse  rotonde  da  grano,  alla  profondità  di  m.  4  ha  incontrato  del  mate- 
riale romano  di  scarico,  in  mezzo  a  terreno  nerastro.  Nella  tangente  del  giro  di  una 
di  queste  fosse,  e  precisamente  di  quella  che  confina  con  la  corte  di  sua  casa,  si  è 
manifestato  un  muro  composto  di  ciottoli  fluviatili  e  tegole  romane,  che  giunge  alla 
profondità  ricordata.  Non  potei  constatare  la  sua  lunghezza,  perchè  va  sotto  alle  case, 
e  neppure  il  suo  spessore  in  modo  positivo,  essendo  sul  medesimo  piantate  muraglie 
moderne:  ma  mi  sembra  potergli  assegnare  la  grossezza  di  m.  1,50. 

Le  storie  locali  vogliono,  che  ivi  fosse  imo  dei  castelli  che  formarono  il  primo 
nucleo  di  Forlì  antico;  ed  il  nome  che  serba  ancora  la  contrada  di  Castello,  aiuta 
il  supposto.  Fintanto  però  che  non  avvengano  altre  scoperte,  non  azzarderei  di  ritenere 
questo  muro  come  parte  di  un  castello  romano,  anche  pel  modo  ond'  è  costrutto  :  al 
momento  penserei  piuttosto,  che  fosse  una  diga  per  difendere  l'abitato  dal  ramo  del 
fiume  Montone  che  correva  poco  al  di  là,  per  passare  poi  sotto  al  distrutto  ponte  romano 
detto  dei  Morattini.  E  che  questo  fiume  ,  fosse  pericoloso,  lo  prova  il  vedere  gli  strati 
superiori  del  terreno,  in  cui  sono  state  cavate  le  fosse,  composto  per  m.  1,20  di  sabbia 
portata  in  più  volte  dalle  alluvioni.  Ad  ogni  modo  la  presenza  di  un  manufatto  di 
quell'età,  che  va  giù  4  metri,  e  con  molti  fittili  del  tempo,  non  è  senza  interesse 
per  la  nostra  storia,  ed  è  bene  sia  ricordato  a  lume  di  scoperte  future,  in  quella  plaga 
che  è  delle  più  antiche  della  città. 

In  un  fondo  di  proprietà  del  sig.  Ercole  Bovelacci  posto  in  Vecchiazzano,  e  desi- 
gnato col  nome  di  Pazienza,  i  coloni  lavoratori  si  avvennero  in  materiali  da  piancito  di 
terracotta,  consistenti  in  esagoni,  mezzi  esagoni,  e  rombi.  Erano  giù  m.  1,50  insieme 
a  resti  di  fabbrica  sconvolti.  I  pezzi  sono  a  colori  naturali  bruno,  rosso,  e  bianchiccio. 
Molti  di  essi  hanno  un  buco  rotondo  in  mezzo,  che  doveva  contenere  una  pietruzza, 
o  una  pasta  colorata:  ma  non  avendo  io  trovato  segno  né  dell'una  né  dell'altra,  e 
neppure  vestigia  di  calce,  devo  pensare  che  si  tratti  di  materiale  solo  preparato  pel, 
lavoro.  Vedrò  a  stagione  migliore  di  fare  ampliare  gli  scavi,  essendosi  notata  anche 
la  presenza  di  grossi  massi  di  tufo  calcare.  Intanto  ottenni  il  dono  di  quegli  avanzi 
per  la  nostra  raccolta  cittadina. 

Da  Villa  Pievequinta.  in  un  fondo  Triossi,  ebbi   una  pietra  gemmaria  di  agata 


—  7i>  — 

biancastra,  con  figura  incisa  di  Giovo,  che  ai  piedi  ha  l'aquila  e  nella  destra  mia  pic- 
cola Vittoria.  11  diametro  maggiore  della  pietra  è  di  mm.  13.  Fu  acquistata  pel  Museo. 

Nella  cava  per  mattoni  della  fornace  Damino,  fuori  della  Barriera  Vittorio  Ema- 
nuele, furono  trovati  alla  profondità  di  m.  3  :  —  Ferro.  Un  pugnale  molto  ossidato.  — 
Bronzo.  Un  anellino  con  castone  per  la  gemma  perduta;  il  collo  di  mi  vasetto.  — 
Fittili.  Un  fondo  di  lucerna  col  bollo  VIBIANI. 

Dall'altra  cava  della  fornace  Hoffmann  presso  Porta  Eavaldino,  già  nota  per  trova- 
menti  ili  anticaglie  galliche  e  romane,  alla  profondità  di  m.  2,50  ebbi  :• —  Fittili.  Fram- 
menti di  vasetti  aretini  con  ornati,  uno  de'  quali  ha  il  bollo  rettangolo  L-  C-  ;  altri 
di  terra  rossa  fina,  con  croce  granita  sotto  al  fondo  esterno  ;  due  lucerne  monolicni  senza 
manico,  una  con  disco  disadorno  e  con  bollo  nel  fondo  DEO .'///////,  l'altra  anepigrafe 
e  senza  disco.  —  Pietra.  Fondo  di  piccolo  vaso  di  pietra  oliare  a  pareti  dritte,  a 
forma  di  bicchiere.  —  Marmo.  Frammenti  di  cornice  ornata.  —  Vetro.  Avanzi  di 
vasi  a  colori  giallo  e  bleu.  —  Bromo.  Un  pezzo  di  fusione  informe,  del  peso  di 
ettogr.  3.  —  Ferro.  Chiodi  e  lastrine  indeterminabili.  —  Osso.  Stili  da  scrivere. 

VI.  Bertilioro  —  Lo  stesso  ispettore  comunica,  che  in  villa  s.  Croce  in  un 
l'ondo  del  conte  senatore  Giovanni  Guarirli,  alla  profondità  di  m.  1  fra  materiali  ro- 
mani fu  trovato  dai  coloni  lavoratori  un  torello  di  bronzo,  di  eccellente  modellatura, 
e  di  ottimo  getto.  Disgraziatamente  manca  delle  gambe  e  di  parte  della  coda,  che 
girando  ad  arco,  si  posava  sul  dorso.  Sul  collo  è  un  piccolo  rialzo  quadrato  con  foro 
in  mezzo,  che  pare  dovesse  aver  l'officio  di  reggere  il  giogo.  È  lungo  mill.  70,  ed 
alto  mill.  50.  Ho  fatto  acquisto  del  cimelio  pel  Museo  cittadino. 

Regione  VII  {Etruria) 

VII.  Chiusi  —  Nota  del  sig.  ispettore  avv.  Pietro  Nardi-Dei. 

Nella  località  di  Monte  Venere,  nel  comune  di  Chiusi,  in  un  podere  omonimo 
del  sig.  cav.  Giovanni  Paolozzi,  alla  metà  di  una  collina  volta  a  sud-ovest,  fu  for- 
tuitamente rinvenuto  nello  scavare  una  fossa  per  lo  scolo  delle  acque,  im  pavimento 
a  mosaico,  delle  dimensioni  di  m.  6,00X4,00.  La  sezione  centrale  di  questo  pavi- 
mento, di  centimetri  quadrati  59,  parimenti  a  mosaico  policromo,  rappresenta  ima 
doppia  caccia.  Superiormente,  quella  a  tre  cervi,  fatta  da  un  solo  cacciatore  armato 
di  lancia;  inferiormente,  l'altra  ad  un  cinghiale,  per  opera  di  due  cacciatori,  de'quali 
uno  è  armato  di  bipenne,  l'altro  di  lancia,  in  atto  di  ferire  l'animale  di  fronte.  Questo 
quadro  è  benissimo  conservato,  tranne  ima  recente  scalfitura,  ed  una  corrosione  in  un 
angolo,  prodotte  dalla  percossa  del  piccone.  Detto  quadro  è  stato  diligentemente 
staccato  e  trasportato  dal  proprietario  nel  suo  Museo  privato,  e  lo  ritengo  impor- 
tante per  gli  scavi  di  Chiusi,  poiché  è  il  primo  che  vi  sia  stato  scoperto.  Il  mosaico 
circostante  al  quadro,  che  è  composto  a  tasselli  regolari  policromi,  rimane  ancora  sul 
posto  non  potendosi  estrarlo.  Da  un  lato  del  descritto  pavimento,  che  doveva  servire 
ad  un  tablino  o  ad  un  bagno,  è  stato  scoperto  un  pozzo  di  regolare  costruzione,  ro- 
tondo, intonacato  di  forte  calcestruzzo,  col  suo  condotto  formato  di  tegoli.  Il  pozzo 


—  80  — 

è  del  diametro  di  m.  3,00  circa  e  profondo  m.  5.00.  Nella  escavazione  del  medesimo 
vi  sono  stati  raccolti  un  quinario  della  gente  Titia,  qualche  frammento  di  vaso 
fittile  dipinto,  e  di  vetro,  e  nel  fondo  una  bellissima  mano  muliebre,  al  natu- 
rale, in  bronzo,  troncata  al  polso.  Nel  terreno  contiguo,  sono  stati  rinvenuti  alcuni 
frammenti  della  testa  e  del  manto  della  statua,  a  cui  la  mano  doveva  appartenere. 

Regione  I.  {Latium  et  Campania) 

Vili.  Roma  —  Note  del  comm.  Lanoiani. 

Regione  XI.  —  Nella  piazza  della  Bocca  della  Verità,  è  stata  rinvenuta  la  parte 
inferiore  di  un  cippo  rettangolo  marmoreo,  con  il  seguente  brano  di  iscrizione: 

M 

QVl\bns  ■  ex  |S  •  C • 


COIRELICET- 
DONVM-DEDIT 

Regione  XIV.  —  Demolendosi  l'estremità  nord  del  muraglione  che  sostruiva  il 
giardino  della  Farnesina,  sul  confine  con  il  giardino  già  annesso  al  monastero  di 
s.  Giacomo  in  Settimiana,  sono  stati  tolti  dal  posto  e  trasportati  ai  magazzini  delle 
Terme  diocleziane  i  due  cippi  terminali  del  Tevere,  C.  I.  L.  voi.  VI,  n.  1235  f 
e  1239  f ,  appartenenti,  il  primo,  alla  terminazione  di  Gallo  e  Censorino,  il  se- 
condo, a  quella  di  Tiberio  Giulio  Feroce,  curatore  sotto  Traiano.  Insieme  a  questi 
è  stato  trasportato  alle  Terme  un  altro  cippo,  che  non  oserei  dire  inedito,  ma  che  è 
impossibile  riscontrare  nel  Corjrus,  perchè  le  lacune  del  testo  cadono  appunto  sulle 
sigle  o  sulle  cifre  caratteristiche.  Il  travertino  è  alto  m.  1,60,  largo  m.  0,76,  grosso 
m.  0,35. 

C  •   MARCH  c •  I 

CENSOR..." 

OASINIVS GALLVS 

COS 

EX-S-C  

R  ■  R  •  PROX  •  CIPPVS 

Via  Nomentana.  Nella  villa  Patrizi  si  incomincia  a  scoprire  un  edilizio,  pro- 
babilmente sepolcrale,  a  grandi  massi  di  tufa  rossastro.  Quivi  dappresso  sono  state 
ritrovate  due  lapidi.  La  prima,  incisa  su  d'ima  stele  di  travertino  tagliata  a  semi- 
cerchio, dice: 

M-VALERI  -M-F 

APOLONI 
INFR-       P  •  XII 
IN  AGR  •  P-  XIIX 


—  81  — 

La  seconda,  incisa  in  lastra  di  marmo  : 

D  M 

CN  ■  DOMITIVS  •  HELIVS 
SE  VIVO  •  FECIT  •  SIBI  •  DOMI 
TIAE  •  HELPIDI  •  ET  •  DOMITIAE 
CALPVRNIAE  FELICITATI- 
FIL  ■  ET  •  CALPVRNIAE  •  NICE 
CONIVGI  •  ET  •  LIBERTIS  •  LI 
BERTABVSQVE  -POST  MEIS 

In  altra  escavazione  nella  villa  medesima,  è  tornata  in  luce  una  grossa  colonna 
di  sette-basi,  spezzata  in  più  frammenti,  che  si  vengono  ricongiungendo  per  cura 
del  eh.  proprietario. 

Via  Portuense.  Nei  lavori  di  sterro  che  si  eseguiscono  sulla  destra  della  Por- 
fcuense,  al  piede  delle  colline  di  Monteverde,  nel  tratto  compreso  fra  la  odierna  «  fer- 
mata »  del  ponte  s.  Paolo  e  l'antica  stazione  di  Civitavecchia,  sono  avvenute  le  se- 
guenti scoperte. 

Presso  il  cancello  d'ingresso  alla  cava  di  tufo  di  Lorenzo  Jacobini,  è  stato  sco- 
perto il  selciato  della  via  Portuense,  fiancheggiato  da  colombai  del  secolo  I.  Uno 
di  questi,  non  ancora  esplorato,  ha  le  pareti  esterne  di  cortina  così  perfetta,  ohe  la 
grossezza  degli  strati  di  cemento  non  arriva  a  due  millimetri.  Gli  angoli  sono  deco- 
rati  con  pilastri,  le  cui  modanature  sono  intagliate  in  mattone  con  arte  squisita.  Nulla 
è  stato  rinvenuto  sino  ad  ora,  perchè  gli  scavi  non  haimo  raggiunto  la  profondità 
necessaria;  ma  non  mancano  gli  indizi  dell'esistenza  di  una  ricca  suppellettile  fu- 
nebre, lungo  l'intera  linea  di  quegli  ipogei. 

Gli  oggetti  messi  in  disparte  dalla  nostra  guardia,  sono:  due  pezzi  di  colonna 
tortile  in  terracotta;  tre  cinerari  fittili  col  loro  coperchio:  un  piede  di  statua  mu- 
liebre marmorea;  base  e  capitello  di  pilastro  marmoreo  scanalato,  ed  alcuni  fram- 
menti di  tazze  aretine  con  ornati  a  rilievo. 

Via  Prenestina.  Nei  disterri  per  la  ferrovia  Koma-Sulmona,  presso  la  Torre 
do'  Schiavi,  è  stato  rinvenuto  un  sepolcro  a  cassettone,  con  le  sponde  di  muro  e  co- 
pertura a  capanna.  Presso  il  cranio  del  defunto  era  collocata  una  lapiduccia  mar- 
morea, del  seguente  tenore: 

D      •        M   • 

PARDO  •  FILIO- 
BENEMERENTI-         sic 
LEA-  MATER- 
PIA- FECIT -VIX- 
ANN    •      XXVII 
L'avello  era  posto  in  comunicazione  con  la  superficie  (antica)  del  suolo,  mediante 
quattro  tubi  di  coccio  con  l'orificio  superiore  protetto  da  una  grata. 

Via  Tiburtina.  Nei  lavori  di  ordinamento  del  camposanto  de'  Giudei  al  Porto- 
naccio,  sono  tornate  in  luce  le  seguenti  lapidi,  appartenenti  ad  altrettanti  sepolcri  a 
cassettone,  con  le  sponde  di  muro  e  copertura  di  tegolo  ni  a  capanna. 

Classi:  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  IL  11 


Lastra  di  m.  0,39  X  0,30  ; 


Simile  di  m.  0,45  X  0,28  : 


—  82  — 

a     D     cs     M     » 
OPTATO • SER- 

Sabini -DiGtf- 

VIATOR  •  FRATR 
VlX  •  AN  •  XL- 

D  M 

ANTONIVS    CVR 
CVRINVS  •  FT  ANTO  sic 

NIA  HÉRO'lS-ANT°N 
CVRCVRINO  FlLIO 
sic         BFNÉMÉRÉNTI   QVI 
VIXIT  AN  VI  ■  MVIIII 
DIEB  XV 

Fronte  di  sarcofago  marmoreo,  con  cartello  scorniciato  fra  due  coppie  di  delfini, 
trovata  nelle  fondamenta  dell'ipogeo  di  Propaganda,  alla  base  del  Pincetto; 

D  M 


IVLIAE 

M  A  TR 

ON  AE 

FECIT 

IVLIVS 

POMPE 

IANVSET  SERVI 

LIA  FAVSTINA  LIB 

IX.  Ostia  —  Tolta  dal  posto  la  base  di  Quinto  Petronio  Meliore  (Notìzie  1880, 
ser.  3a,  voi.  VI,  p.  477),  murata  tumultuariamente  nell'ambulacro  del  teatro  ,  si  è 
letta  nel  fianco  sinistro  questa  pregevole  memoria  : 

DED  -  III-  NON  •  FEB- 
L  •  EGGIO  •  MARVLLO  ■  CN  •  PAPIRIO 


AELIANO  •  CoS' 
LOCVS  ATSIGN  •  PER-  C-NASENN 
M  ARCELLVM  •  CVR  •  PP  •  OPER  •  PVB 

La  scoperta  del  quartiere  commerciale  fra  il  Teatro  ed  il  Tempio  di  Vulcano 
prosegue  regolarmente,  a  ragione  di  40  metri  quadrati  al  giorno,  senza  dar  luogo  a 
ritrovamenti  notevoli,  come  del  resto  era  da  attendersi  in  un  quartiere  esclusiva- 
monte  composto  di  magazzini. 


—  83  — 

Più-  tuttavia  meritano  di  esser  segnalati  i  seguenti  frammenti  epigrafici,  il  primo 
specialmente,  che  sembra  appartenere  ad  una  colonna  dei  fasti  coloniali: 


fR   •   ll/j 
AED  •  I 
PR  •  IP 
AED/7 
FAL["~ 

\V 

il   I    V    s 

\         x 

\ N   V    S 
\vVGG  •  CoS 

DED/c 
SE  Ver 
AVG  •  Cos 

Seguono  alcuni  frammenti  di  titoli  sepolcrali: 

LIB-STEPHANVS 

LIAE-VENERINA/// 


5ENE 


MERENTI 


RENTI-F 

VIXIT-M 

ANNOS-X 

DIEBVS  ■  X 
dia     ntn 


Sono  stati  ritrovati  pure  :  un  frammento  di  cornice  di  bronzo  massiccio,  con  fu- 
saraole,  spicchi  d'aglio,  ovolo,  dentello  e  greca,  di  eccellente  lavoro  ;  un'asta  di  can- 
delabro di  bronzo  assai  elegante;  un'antefissa  fittile  con  la  nave  di  Cibele;  e  circa 
dugento  monete  da  esaminarsi. 


Regione  IV.  (Samnium  et  Sabina) 

Note  del  prof.  cav.  A.  de  Nino  sopra  nuove  scoperte  nel  territorio 
dei  Mani. 

X.  Casanova  e  Porciano  —  Pei  movimenti  di  terra,  nei  lavori  della  strada 
ferrata  tra  Celano  e  Paterno,  a  circa  sei  chilometri  dallo  stesso  Celano,  e  proprio 
nella  contrada  Casanova,  dove  esiste  un  grande  fabbricato  dei  sigg.  Jatosti,  si  è  sco- 
perta una  necropoli.  Le  tombe  manomesse  prima  della  visita  che  vi  feci  secondo  le 
istruzioni  del  Ministero,  furono  sette  od  otto. 

In  alcune  non  si  rinvenne  nulla;  in  altre  vasi  frammentati  ed  oggetti,  che  con 
lodevole  pensiero  furono  conservati  dal  sig.  ing.  Donato  Avico.  Questi  sono:  coppa 
aretina  senza  bollo,  e  im  po'  rotta  nei  margini  ;  urceolo  di  creta  a  forma  di  pera,  con 
bozzetta  in  mezzo  alla  base;  cuspide  di  lancia  di  ferro,  lunga  0,15;  tre  catenelle  di 
bronzo,  a  doppia  maglia,  pendenti  ad  anello,  e  frammento  di  vasetto  pure  di  bronzo,  con 
residui  di  materiali  combusti  ;  fondo  di  lucerna  fìttile  con  bollo  incavato  :  L  •  MVNPHILE 

Fatti  eseguire  da  me  alcuni  scavi  nello  stesso  luogo,  presente  il  ricordato  sig.  inge- 
gnere, si  scopersero  dodici  tombe,  tutte  ad  inumazione.  Erano  formate  così:  nel  fondo 
tegoloni  ;  lateralmente,  muretti  a  calce  con  pezzi  di  tegoloni  ;  per  copertura  tegoloni 
interi,  disposti  a  due  pioventi;  nella  congiuntura  dei  due  pioventi,  coppi.  In  media 
i  due  pioventi  si  elevavano  di  m.  0,42  dalla  impostatura  dei  muretti  medesimi.  I  tego- 
loni, lunghi  m.  055,  larghi  0,43,  non  avevano  bolli;  solamente  impressioni  digitali  di 


—  84  — 

curve  e  linee  spezzate.  Gli  scheletri  erano  vólti  coi  piedi  a  nord  o  ad  est,  cioè  tutti 
presso  a  poco  verso  la  contrada  Poreiano. 

La  prima  tomba  aveva  la  direzione  nord-sud  :  lunga  m.  2,  larga  m.  0,43  da  capo, 
m.  0,36  da  piedi,  profonda  m.  0,30  dalla  estremità  superiore  dei  muretti  laterali.  Da 
piedi  frammenti  di  vasi,  di  forma  irriconoscibile. 

La  seconda,  in  direzione  est-ovest,  era  lunga  m.  2.00,  larga  da  capo  0,40,  da 
piedi  0,36,  e  misurava  in  profondità  m.  0,30.  Da  piedi,  a  sinistra,  rivennesi  un'olla 
di  bucchero  italico,  lavorata  con  la  ruota.  Questo  vaso  è  alto  m.  0,09  ;  ha  il  diametro 
di  bocca  di  m.  0,06,  e  di  base  0,03. 

La  terza,  con  la  direzione  nord-sud  e  con  le  dimensioni  approssimative  della  pre- 
cedente, non  diede  nessun  oggetto. 

La  quarta  diretta  a  nord  e  sud,  lunga  m.  1,90  larga  0,44  e  profonda  0,32,  sulla 
copertura  diede  un  chiodo  di  ferro,  a  capocchia  piatta  quadrangolare  ;  e  dentro  poi  da 
piedi,  a  sinistra,  una  coppa  fittile  rotta  in  più  pezzi,  che  ricomposta  risultò  alta  m.  0,06, 
e  larga  nella  bocca  m.  0,14,  nella  base  0,04. 

La  quinta  tomba  era  di  bambino,  ed  era  posta  in  direzione  da  nord  a  sud.  Mi- 
surava in  lunghezza  m.  1,20,  in  larghezza  m.  0,30,  ed  era  profonda  m.  0,25.  Manca- 
vano i  tegoloni  da  capo  e  da  piedi,  e  non  vi  fu  trovato  oggetto  di  sorta. 

La  sesta  aveva  la  direzione  stessa  della  precedente,  ed  era  lunga  m.  2,00,  larga 
da  capo  m.  0,40,  da  piedi  0,35  e  profonda  0,32.  Tra  le  gambe  dello  scheletro  si  tro- 
varono alcuni  frammenti  di  coppa  fittile  non  sufficientemente  cotta. 

La  settima,  da  est  ad  ovest,  lunga  m.  1,60,  larga  da  capo  e  da  piedi  0,40  e  pro- 
fonda 0,25,    non  aveva  tegoloni  nel  fondo;  né  vi  fu  trovato  alcun  oggetto. 

L'ottava,  press'a  poco  come  la  precedente,  e  nella  stessa  direzione,  era  anch'essa 
priva  di  qualunque  oggetto. 

Nella  nona  tomba,  anche  in  direzione  da  est  ad  ovest,  lunga  m.  1,80  e  larga  da 
capo  0,40  e  da  piedi  0,38  e  profonda  0,30,  si  trovò  una  coppa  senza  vernice,  rotta. 

La  tomba  decima,  di  bambino,  era  in  direzione  da  est  ad  ovest,  lunga  m.  0,80, 
larga  da  capo  e  da  piedi  0,40  e  profonda  0,30.  Conteneva  soltanto  i  resti  del  piccolo 
scheletro. 

La  undecima,  attigua  alla  precedente,  ed  in  direzione  nord-sud,  misurava  in  lun- 
ghezza m.  1,60,  in  larghezza  0,40,  e  0,30  in  profondità;  e  conteneva  nella  parte  dei 
piedi  alcuni  frammenti  di  vasetto,  forse  di  piccola  anfora. 

Finalmente  la  dodicesima,  pure  disposta  da  nord  a  sud,  lunga  m.  2,00,  larga  da 
capo  0,40,  da  piedi  0,35  e  profonda  0,32  non  conteneva  frammento  alcuno  di  fittile  ; 
e  solo  fra  le  ossa  del  teschio  venne  fuori  una  medaglia  di  Antonino,  che  può  in  qual- 
che modo  determinare  l'età  della  necropoli. 

In  continuazione  del  sepolcreto,  vedonsi  parecchi  avanzi  di  muri  ad  opera  incerta. 
Gli  scavi  che  feci  eseguire  tra  quei  muri  non  diedero  alcuna  scoperta  di  tombe.  Vi 
si  raccolsero  frammenti  di  grosse  anfore,  alcuni  chiodi  di  ferro  a  capocchia  piatta  o 
tonda,  e  un  vasetto  corpacciuto,  a  forma  di  pera,  simile  all'altro  delle  tombe  scoperte 
prima  della  mia  visita.  Questo  vaso  è  alto  m.  0,16,  e  la  base  cilindrica  ha  il  dia- 
metro di  due  centimetri. 

Kimpetto  a  Casanova,   verso   greco,   nella   accennata   contrada  di  Poreiano,   si 


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vedono  molti  ruderi  ài  muri  ad  opera  incerta  e  reticolata.  Ivi  si  rinvennero  anche  mo- 
nete e  idoli  di  bronzo,  e  condottare  di  piombo  e  Lapidi.  Mi  si  assicurò,  che  Le  due 
lapidi  che  ora  conservaci  nella  casa  del  sig.  Alessandro  Venditti,  sindaco  di  Celano. 
furono  appunto  scoperte  in  Porciano.  La  prima  di  esse  edita  nel  n.  3652  de]  voi.  IX 
del  Corpus  con  la  esatta  indicazione  della  provenienza,  è  collocata  tra  quelle  dell'agro 
marsico  di  Cerfennia  {Co llarmelé).  L'altra  riprodotta  nel  n.  4008  del  volume  stesso, 
fu  invano  ricercata  dal  Mommsen,  che  sulle  affermazioni  del  Melchiori  l'attribuì  al 
territorio  di  Paterno,  e  la  collocò  tra  i  titoli  dell'agro  di  Alba  fucense. 

La  contrada  Porciano  ebbe  già  un  paese  medievale  dello  stesso  nome;  ricordato 
in  due  bolle.  In  una  di  Clemente  III  è  detto:  Sanctae  Mariae  in  Porciano  ;  nell'altra, 
di  Pasquale  II,  leggesi:  Sancii  Felicis  de  Porciano.  Il  paese  medievale,  da  ultimo, 
nelle  vicinanze  di  una  necropoli  pagana,  induce  logicamente  a  ritenere  l'esistenza  di 
un  pago  o  vico  marso,  nou  dipendente,  credo  io,  dalla  lontana  Alba,  che  gli  storici 
sogliono  porre  nel  territorio  equense,  o  al  confine  tra  i  Marsi  e  gli  Equi. 

XI.  Gelano  —  Presso  Celano  nelle  contrade  Fonte  Battaglia,  Fra  tot  ungo, 
e  Coppa  't'oro,  vi  è  una  necropoli,  con  tombe  a  tegoloni,  simile  a  quelle  di  Casa- 
nova. Vi  si  rinvennero  vasi  che  furono  rotti.  Serbaronsi  solo  alcune  lucerne  di  creta, 
dal  sig.  Francesco  Nolletti,  delle  quali  cinque  potei  esaminare.  Una  è  piccolissima, 
quasi  rotonda,  col  becco  poco  sporgente,  e  senza  manico.  Un'altra,  colla  parte  supe- 
riore mancante,  ha  residui  di  bassirilievi,  con  manico  ad  anello  rilevato,  e  nel  fondo 
è  il  noto  bollo  ad  incavo  (cf.   C.  I.  L.  IX,  n.  6081,  10): 

BICAGAT 
O 

Una  terza  lucerna  è  corpacciuta,  e  ha  delle  bozzettine  disposte  a  tre  circoli  con- 
centrici, e  il  manico  a  corda  corta,  senza  buco,  ma  con  due  bozzette  laterali  per  la 
presa.  La  quarta  è  bislunga,  semplice,  e  con  manico  ad  anello  rilevato.  La  quinta  è 
singolare  ;  ha  tre  becchi  a  forma  di  falli,  ad  uguale  distanza  tra  loro. 

Intorno  a  Fonte  Battaglio  si  ripetono  le  tradizioni  di  fatti  d'arme.  C'è  una  Marella 
dei  morti,  che  termina  poi  alla  così  detta  Fossa.  Anche  nella  vicina  contrada  Le  Màr- 
gini, vedonsi  alcuni  avanzi  di  muri,  e  si  scoprirono  di  quando  in  quando,  sepolcri  a 
inumazione,  con  suppellettile  funebre.  Ovunque  le  tradizioni  antiche  si  intrecciano  con  le 
medioevali;  il  vico  o  il  pago,  '  dà  la  mano  ai  castelli  o  alle  terre  feudali.  Ma  di  tutto 
la  storia  del  luogo  tace. 

XII.  Ajelli  —  Nel  territorio  di  Ajelli,  in  diverse  contrade,  durante  i  lavori 
della  ferrovia,  sonosi  verificate  varie  scoperte  fortuite,  le  quali  possono  dare  molta 
luce  alla  topografia  antica.  Sotto  ai  Cappuccini,  trovaronsi  parecchi  frammenti  di  lu- 
cerne fittili  e  di  due  piccoli  mascheroni,  che  dovevano  far  parte  di  ima  lucerna  are- 
tina. Nella  trincea  Slazza- Grande,  si  scoprì  una  tomba,  con  vasi  rotti,  non  serbati; 
e  un  gladio  di  ferro,  infilato  a  fodero,  simile  a  quelli  della  necropoli  di  Alfedena.  E 
privo  di  manico,  e  misura  in  lunghezza  m.  0,20.  In  altra  tomba,  manomessa  anterior- 
mente, si  trovarono  due  lacrimatoi  di  vetro,  e  due  fusaiuole  di  creta. 


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Nella  Stanzetta  della  Clementina,  o  Aia  della  Corte,  o  Manierane ,  si  ebbe  un 
manubrio  di  vetro  a  forma  di  cagnolino,  con  la  coda  e  la  bocca  a  mosaico  bianco  e 
turchino:  evidentemente  manubrio  di  vaso. 

XIII.  S.  Benedetto  dei  Marsi  (frazione  del  comune  di  Pescina)  —  Poco 
distante  dall'abitato  di  s.  Benedetto  dei  Marsi,  nel  luogo  denominato  la  Civita,  ove 
ebbe  sede  l'antica  città  di  Marruvium,  si  rinvennero  negli  anni  decorsi  varie  lapidi, 
che  furono  esaminate  dagli  studiosi,  molte  delle  quali  invano  oggi  si  ricercherebbero, 
essendo  state  adoperate  come  semplici  materiali  per  le  nuove  fabbriche.  Un  torso  di 
statua  talare,  che  doveva  far  parte  di  un  monumento  funebre,  trovasi  ora  abbandonato 
in  un  orto  del  dottor  Sisto  Ippoliti.  Di  fianco  ad  un  molino,  nella  medesima  contrada, 
ci  sono  ancora  non  pochi  pezzi  di  trabeazione  di  calcare  bianco,  fine. 

In  questi  ultimi  giorni  poi,  sempre  nella  contrada  stessa,  in  un  terreno  dei 
signori  Luigi  ed  Odoardo  de  Vincentiis  si  è  scoperta  una  strada,  a  grossi  lastroni, 
in  direzione  da  sud  a  nord-ovest.  La  parte  a  nord-ovest  tende  verso  il  luogo,  dove  ri- 
mangono tuttavia  due  colossali  avanzi  di  mausolei.  Popò  più  in  là  di  detta  strada,  in 
un  altro  terreno  dei  ricordati  signori,  per  scavi  fortuiti  sono  venuti  fuori  quattro  pezzi 
di  canaloni  di  pietra  paesana.  Ancora  in  un  terreno  del  sig.  Silvestro  Ippoliti,  sonosi 
scoperti  quattro  sepolcri,  tutti  in  pietra  bianca,  lavorata  a  scalpello,  con  pezzi  di  orna- 
mentazione a  bassorilievo;  più  una  lapide  intera,  lunga  m.  1,30,  alta  m.  0,61,  dello 
spessore  di  m.  0,17,  in  cui  si  legge: 

cjVP  .  VETTIA  •  T  •  F  •  PRIMA  •  VIXIT 
ANNOS • V 

In  un  grosso  frammento,  pure  di  pietra  bianca,  delle  dimensioni  di  m.  0,71  X  0,27 
X  0,35,  rimangono  queste  poche  lettere:  . 

MG 
FSTA 
*•* 

XIV.  Castel  di  Sailgro  —  Il  medesimo  ispettore  de  Nino  riferì,  che  nel  co- 
mune di  Castel  di  Sangro  (territorio  aufidenate)  in  contrada  Campitellij  scavandosi 
un  acquedotto  a  fogna,  entro  un  podere  di  Giustino  Orlandi,  si  rinvennero  molti  fram- 
menti di  tegoli,  uniti  ad  ossa  umane,  ed  un  cranio  di  grandi  proporzioni;  inoltre  un 
cippo  di  travertino,  di  m.  0,74X0.45,  con  la  parte  superiore  ricurva.  Vi  si  legge: 

IN-FRO-P-XX 
IN-AGRPXV 

Questo  cippo  conservasi  ora  nel   palazzo  municipale. 


Regione  II.  {Apulia) 

Note  dell'ispettore  cav.  G.  Jatt.v.  intorno  ad  antichità  rinvenute  in  Ca- 
llosa, Ruvo  e  Gioia  del  Colle. 

XV.  Callosa  —  Dal  territorio  di  Canosa  provengono  i  seguenti  vasi  ed  oggetti, 
i  quali  dal  sig.  can.  d.  Francesco  Fatelli  furono  venduti  al  Museo  provinciale  di  Bari: 

1.  Vaso  cosidetto  a  campano,  figure  rosse  su  fondo  nero,  di  disegno  trascurato, 
ornato  di  ghirlande,  palmette  e  meandri  nei  soliti  luoghi.  Alt.  0,27.  Sulla  faccia  prin- 
cipale, a  destra  di  chi  guarda,  vedesi  una  donna  in  piedi,  interamente  nuda,  in  atto 
forse  di  favellare  con  il  giovane  Dioniso,  che  le  sta  di  rimpetto  seduto,  ed  a  cui  ella 
volge  certamente  lo  sguardo.  Ella  fa  un  gesto  di  difficile  intelligenza,  il  quale  con- 
siste nel  portare  innanzi  parallele  e  semipiegate  le  braccia,  tenendo  chiuse  le  dita 
delle  mani,  tranne  due  che  sono  aperte  e  distese.  Innanzi  a  lei  è  dipinto  un  garzon- 
cello, di  tale  dimensione,  che  con  la  sua  piccola  statura  raggiunge  appena  la  metà 
di  quella  della  donna.  Anch'  egli  è  nudo  interamente,  e  guarda  il  nume  seduto  :  tiensi 
dritto  sulla  sola  gamba  sinistra,  piegando  leggermente  indietro  la  destra  :  ha  il  brac- 
cio destro  abbassato,  e  porta  innanzi  il  sinistro,  sostenendo  sulle  dita  della  mano  un 
bastoncello  che  si  eleva  dritto.  È  questa  certamente  la  espressione  di  un  noto  giuoco 
di  destrezza,  che  anche  altre  volte  è  apparso  sugli  antichi  monumenti  (Veggasi  p.  es. 
Tischbein  I,  59;  Bull.  ardi.  Nap.  n.  s.  an.  V,  tav.  X,  n.  22;  Noi.  1884,  ser.  3a,  voi.  XIII, 
p.  433),  e  ci  offre  probabilmente  la  chiave  per  intendere  e  spiegare  il  gesto  della 
donna  testé  descritta.  Questa  infatti  sostener  doveva  anch'essa  due  bastoncelli,  sulle 
due  dita  delle  mani  che  si  veggono  aperte  e  distese,  mentre  le  altre  sono  chiuse  e 
piegate  :  né  poi  tale  omissione  non  sarebbe  facilmente  spiegata,  dalla  somma  trascu- 
ratezza e  dalla  fretta  con  cui  si  appalesa  fatto  il  dipinto.  La  nudità  della  donna  inoltre, 
convenientissima  ad  una  prestigiatrice,  sembra  confermare  questa  opinione  (Cfr.  Miner- 
vini  Man.  in.  Barone  tav.  Ili;  Museo  Borbon.  VII,  58;  Inghirami  V.  F.  I,  87,  Bull, 
arch.  Nap.  an.  V,  tav.  6  ;  ed  altri  molti).  Il  giovane  Dioniso  mostrasi  tutto  intento 
a  quei  giuochi,  che  si  compiono  alla  sua  presenza:  siede  sulla  propria  clamide  ripie- 
gata, è  nudo,  appoggiasi  con  la  destra  sul  tirso,  e  stende  innanzi  il  braccio  sinistro 
con  il  pugno  della  mano  chiuso,  nel  quale  teneva  certamente  qualche  oggetto  desti- 
nato forse  in  premio  ai  giuocatori,  e  parimenti  omesso.  Sull'altra  faccia  del  vaso  sono 
dipinti  due  giovani  palestriti  ravvolti  nei  mantelli,  in  atto  di  favellare  fra  loro. 

2.  Statuetta  votiva  di  terracotta,  rappresentante  una  donna  in  piedi  con  lungo 
chitone  e  pallio  gettato  sulle  braccia  ;  la  quale  con  la  mano  destra  abbassata,  sostiene 
un  prefericolo,  e  nella  sinistra  doveva  certamente  tenere  la  patera  ;  ma  il  braccio  sini- 
stro manca  interamente.  La  testa,  le  pieghe  delle  vesti  e  la  posa  della  figurina,  sono 
bene  ideate  ed  abbastanza  lodevolmente  eseguite.  Alt.  0,15. 

3.  Strigile  di  bronzo  in  mediocre  stato  di  conservazione.  Lung.  0,22. 

4.  Due  piccole  ampolline  di  vetro,  di  epoca  romana  ed  anche  molto  bassa.  Alt.  0,07. 

5.  Anforetta  vinaria  terminante  a  punta,  e  fornita  di  due  manichi,  de'  quali  imo 
è  mancante.  L'estrema  piccolezza  di  questo  vasellino,  eh'  è  di  alabastro,  ed  anche  la 


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materia  che  lo  compone,  mostrano  chiaramente  che  non  deve  altrimenti  considerarsi, 
che  come  un  giocattolo  da  fanciullo,  o  come  parte  ornamentale  di  qualche  oggetto. 
Alt.  0,06. 

Provengono  dal  medesimo  territorio  di  Canosa  gli  oggetti  seguenti,  i  quali  ebbi 
opportunità  di  esaminare  presso  il  sig.  Filomeno  Fatelli  in  Euvo. 

1.  Sopra  una  lucerna  di  età  romana,  in  terracotta,  è  una  Vittoria  a  bassorilievo, 
la  cui  figura  fu  ricavata  dalla  forma.  La  dea,  coperta  da  lungo  e  doppio  chitone, 
mentre  ha  l'ali  spiegate,  sta  ferma  sui  piedi,  con  la  testa  rivolta  a  destra:  piega 
mollemente  il  braccio  sinistro  sul  fianco  corrispondente,  e  colla  mano  destra  sostiene, 
a  guisa  di  corona,  un  disco  o  scudetto  tondo,  sul  quale  sono  graffite  e  disposte  in  tre 
linee  le  parole  : 

OB 
C  il  VIS         sic 
SER 

È  la  iscrizione  medesima",  che  è  riprodotta  nella  lucerna  edita  nel  C.  I.  L.  X, 
n.  8053  d. 

2.  Lucerna,  probabilmente  cristiana,  mancante  dal  becco  e  del  fondo.  Sulla  parte 
superiore  vedesi  la  ben  disegnata  figura  di  un  cervo,  dalle  corna  ramose,  corrente  a 
destra,  ottenuta  anch'essa  per  mezzo  della  forma  in  rilievo,  abbastanza  alto.  Lung. 
m.  0,10. 

3.  Altra  lucerna,  sul  cui  dorso  altro  non  vedesi  che  un  cerchio  radiato,  ad  in- 
cavi e  rilievi,  in  mezzo  al  quale  è  il  foro  per  infondere  l'olio,  mentre  poco  innanzi 
al  becco  vedesi  il  forellino  destinato  all'ago  regolatore  del  lucignolo.  Sotto  il  piede 
leggesi  in  lettere  graffite  SVREPS.  Lung.  m.  0,10. 

4.  Piattello  da  pesci,  sul  cui  labbro,  rovesciato  infuori,  è  dipinto  il  meandro  ad 
onda  marina.  Sul  tondo  veggonsi  tre  pesci,  uno  dei  quali  dal  corpo  piriforme  e  forse 
cilindrico,  è  diverso  dagli  altri  due,  che  sembrano  appartenere  alla  medesima  specie,  ed 
hanno  il  corpo  ovale  e  schiacciato.  Tra  i  pesci  notansi  due  conchiglie  chiuse  ed  altri 
molluschi  marini.  Diam.  m.  0,19. 

5.  Candelabro  fittile,  di  fondo  bigio  giallastro,  con  ornati  neri,  rossi  e  color  di 
rosa.  La  forma  dell'intero  candelabro  rappresenta  una  colonna  dorica,  decrescente  dal 
basso  in  alto,  e  fornita  di  capitello  e  base,  la  quale  si  eleva  sopra  un  alto  piede- 
stallo cilindrico,  ed  è  sormontata  da  un  piattello  poco  profondo,  destinato  a  sorreg- 
gere la  lucerna.  Sul  piedestallo  è  dipinta  una  larga  fascia  di  ovoli  capovolti  e  dimez- 
zati, disposti  in  guisa  da  simulare  un  ornato  a  scaglia  o  squame  ;  e  la  fascia  stessa 
è  orlata  alle  due  estremità  dal  meandro  ad  onda  marina.  Fascette  di  color  rosso  e 
rosa  cingono  le  basi  e  le  comici.  Sul  tronco  della  colonna,  verso  la  base,  si  vede  una 
ghrirlanda  di  fronde  di  mirto  con  bacche  e  fiori,  e  quindi  diverse  zone  di  ornati  lineari, 
consistenti  in  cerchietti,  trapezi  e  zig-zag,  chiusi  sotto  il  capitello  dal  meandro  ad  onda 
marina.  Finalmente  sul  piattello  destinato  alla  lucerna,  è  ripetuto  il  motivo  dei  cer- 
chietti con  fiorellini  intercalati,  imitante  un  serto  di  piccole  corone,  girante  intorno 
al  labbro;  mentre  nell'interno  del  piattello  gli  ornati  lineari  sono  disposti  in  guisa, 
da  rappresentare  le  foglie  di  un  fiore  stellato,  fra  le  quali  altre  linee  s'intersecano 
tra  loro,  riempiendo  il  vuoto  con  una  specie  di  reticolato.  Alt,  m.  0.41. 


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G.  Graziosa  saliera,  la  cui  forma  è  quella  di  un  caatharos  senza  manichi,  capo- 
volto. Il  cratere  del  cantharos  serve  di  pidestallo,  ed  è  ornato  con  ghirlanda  di  ellere 
Manche  e  con  piccolo  stollo  radiate,  pure  bianche.  Il  piede  riverso,  su  cui  sono  ovo- 
letti  in  giro  ed  ornati  lineari,  rappresenta  il  fusto  che  sostiene  la  saliera  o  piccola 
scatola  di  creta  cotta,  dipinta,  in  forma  di  concava  e  piccola  patera  munita  di  coper- 
chio capitato,  bene  aderente  alla  sottocoppa,  ed  "ornato  di  una  fascia  gialla  con  linee 
inclinate,  di  color  nero.  Alt.  m.  0,23;  diam.  della  sovapposta  patera  0,07. 

7.  Morso  di  cavallo,  in  ferro,  assai  danneggiato  dall'ossido. 

XVI.  RllVO  —  Nella  piazzetta,  sotto  la  chiesa  di  S.  Sabino  in  Euvo,  furono 
scoperti  dal  sig.  Domenico  Caldarola,  nel  dicembre  del  1885,  questi  vasi: 

1.  Anfora  grande,  con  manichi  a  volute  che  finiscono  inferiormente  nelle  solite  testo- 
line di  cigno,  e  superiormente  in  protomi  muliebri  giovanili,  ma  non  gorgoniche,  tutte 
di  nero.  Nel  collo  dell'anfora  sono  ovoletti,  intorno  al  labbro  ghirlande  di  ulivo  e  di 
ellera,  palmette,  e  testa  bianca  di  giovane  in  mezzo  a  un  cespuglio,  i  cui  rami  si 
piegano  idealmente  in  volute.  Sotto  i  manichi  i  soliti  rabeschi  e  palmette,  e  sopra 
le  rappresentazioni,  scanalatura  dipinta  di  rosso  e  di  nero,  orlata  da  una  fascetta  con 
ovoli,  sotto  poi,  quel  meandro  comunemente  chiamato  greca.  Tanto  questo,  quanto  gli 
altri  vasi  contenuti  nella  medesima  tomba,  i  quali  saranno  appresso  descritti,  appar- 
tengono al  miglior  tempo  dell'arte  e  della  fabbricazione  locale,  e  possono  assegnarsi 
alla  metà  del  III  secolo   avanti   l'era  cristiana.   Alt.  0,55. 

Sulla  faccia  principale  veggonsi  quattro  figure  disposte  in  due  linee.  Nella  linea 
superiore,  a  destra  di  chi  guarda,  appare  ima  delle  Eumenidi,  in  corto  chitone  che 
lascia  scoperto  l'omero  sinistro  (sgoofiig),  e  con  ali  listate  di  bianco,  alti  calzari  con 
rivolte  bianche,  orecchini,  doppio  filo  di  perle  al  collo,  armille  ai  polsi,  capelli  corti 
e  ricciuti,  e  fattezze  non  brutte  ma  severe.  Ella  posa  il  ginocchio  destro  sopra  un 
suolo  indicato  con  bianchi  puntini,  e  stende  indietro  la  gamba  sinistra,  tenendo  nella 
mano  manca  ima  fiaccola  accesa,  e  sollevando  la  destra  armata  di  bianco  giavellotto, 
in  atto  di  ferire.  All'estremità  del  giavellotto  opposta  alla  punta,  è  attaccato  e  pende 
in  giù  im  laccio  bianco,  mentre  un  altro  se  ne  vele  verso  la  metà  della  fiaccola  ;  ma 
forse  il  laccio  non  è  che  imo,  e  destinato  a  trarre  a  sé  l'arma  dopo  averla  lanciata. 
Sotto  la  descritta  figura,  nella  linea  inferiore,  vedesi  un'altra  ErinnySj  ornata  e  ve- 
stita come  la  precedente,  con  un  bianco  serpente  intorno  alla  testa,  e  con  le  gambe 
appariscenti  solo  fino  al  ginocchio,  ove  termina  la  corta  tunica;  tuttavia  non  saprei 
decidere,  se  la  figura  sia  da  credere  abbreviata  per  mancanza  di  spazio,  o  se  al  pit- 
tore si  debba  attribuire  l'intenzione  di  rappresentarla  come  uscente  dalla  terra,  e  d'im- 
provviso. Comunque  sia,  il  collocamento  delle  ali  di  questa  figura  fu  certamente  sba- 
gliato per  trascuraggine  del  pittore,  che  non  seppe  adattarle  alla  postura  che  ella  ha,  di 
profilo.  L'Erinni  intanto  eleva  la  destra,  armata  di  bianca  frusta  in  atto  di  col- 
pire, e  stringendo  nella  sinistra  un  bianco  serpente  lo  avvicina  alla  gamba  di  Oreste. 
Questi  infatti  le  sta  d'innanzi,  nella  stessa  linea  inferiore,  tutto  nudo,  tranne  la  cla- 
mide che  gli  pende  dal  braccio  sinistro  e  gli  attraversa  le  gambe  divaricate.  Il  suo 
volto  sbigottito,  con  gli  occhi  molto  aperti,  onde  s'inarcano  le  ciglia  e  si  corruga  la 
fronte,  e  con  i  capelli  irti  e  scomposti  indica,  anche  forse  esageratamente,  l'agitazione 

I  !Ì,ASSE   l'I  SCIENZE  MORALI  CCC.  —  MEMORIE  —  Sei-.  4a,  Voi.  II.  12 


—  90  — 

dalla  quale  è  turbato.  Ha  nella  destra  la  spada  nuda,  e  ne  stringe  il  fodero  con  la 
sinistra;  gli  sta  d'accanto  l'ara  di  Delfo,  fornita  di  grossi  ed  alti  alari,  alla  quale 
si  è  ricoverato  per  implorare  il  patrocinio  del  nume,  che  presso  Eschilo  lo  chiama 
egli  stesso  suo  supplicante  ed  ospite  del  suo  santuario  (Eum.  566  e  sg.).  Sopra  di  lui 
infatti  è  posta  l'ultima  figura  della  linea  superiore,  che  rappresenta  Apollo,  seiuto  sul 
dorso  d'un  grande  cigno  bianco,  dalle  ali  aperte  in  atto  di  volare.  Il  nume  ha  la  testa 
coronata  di  alloro,  i  calzari,  ed  il  pallio  che  ravvolgesi  alle  sue  gambe,  scendendo 
giù  fino  ai  piedi.  Egli  volgendo  il  viso  alle  Eumenidi,  impugna  l'arco  con  la  sinistra 
e  tiene  nella  medesima  mano  uno  strale,  mentre  con  la  destra  tira  a  sé  la  corda 
dell'arco  su  cui  ha  già  incoccato  un  altro  strale,  e  mostrasi  in  atto  di  voler  ferire  le 
persecutóri  di  Oreste.  —  Benché  questa  vascularia  pittura,  ispirata,  come  quasi  tutte 
le  altre  congeneri,  dai  sublimi  drammi  di  Eschilo,  entri  a  far  parte  di  una  serie  ben 
numerosa  di  monumenti  che  si  riferiscono  allo  stesso  mito,  è  tuttavia  da  stimare  im- 
portante non  meno  per  il  modo  onde  fu  concepita,  che  per  gli  accessorii  della  rap- 
presentazione. 

Sull'altra  faccia  dell'anfora  sorge  nel  mezzo  ima  bianca  stele  sepolcrale,  sormon- 
tata da  capitello  d'ordine  jonio,  e  sen  za  base.  Da  un  lato  di  essa  è  un  giovane  nudo, 
in  piedi,  con  la  fronte  cinta  da  bianca  vitta,  e  con  la  clamide  avvolta  intorno  all'omero 
ed  al  braccio  sinistro,  il  quale  appoggiasi  con  la  mano  sinistra  sopra  un  bianco  ba- 
stone, e  lascia  pendere  dalla  destra  una  larga  zona,  fornita  alle  estremità  di  bianche  e 
duplici  piccole  tenie.  Ai  suoi  piedi,  sotto  due  file  di  puntini,  sono  forse  espresse  pietre, 
e  superiormente  nel  campo  della  pittura  vedesi  una  foglia  di  ellera.  Dall'altro  lato 
della  stele,  una  donna  anche  in  piedi,  con  lungo  chitone,  calzari,  armille,  collana,  orec- 
chini, mitella  e  radii  sul  capo,  sostiene  con  la  sinistra  una  cassettina  chiusa,  e  con 
la  destra  un  grosso  grappolo  di  uva.  Superiormente  a  lei,  nel  campo  è  dipinto  un  glo- 
betto  punteggiato  di  bianco,  che  rappresenta  forse  una  patera  senza  manichi,  e  dietro 
alla  medesima  un  altro  globetto  tagliato  a  croce,  da  credere  probabilmente  ima  palla 
da  giuoco. 

2.  Prefericolo  (ocnochoe)  di  forma  elegante,  finissimo  colorito  e  disegno  corretto. 
Il  manico  comincia  e  termina  con  una  testina  umana  a  rilievo,  ed  altre  due  più  pic- 
cole n'ha  il  labbro  del  vaso,  ornato  di  ovoletti  impressi  intorno  al  suo  giro.  Il  collo 
è  cinto  da  una  fascetta  di  altri  ovoli  dipinti,  a  cui  seguono  linee  bianche  perpendi- 
colari, e  quindi  un  cerchio  di  rosette  staccate.  Nella  parte  postica,  si  veggono  le  so- 
lite decorazioni  di  rabeschi  e  palmette,  e  sotto,  il  figurato  il  meandro  noto  con  il  nome 
di  greca.  —  Nel  prospetto  è  una  scena  della  vita  comime,  composta  da  tre  figure, 
delle  quali  quella  di  mezzo  rappresenta  una  giovane  suonatrice  di  arpa,  sedente  sopra 
una  fila  di  bianchi  puntini.  Ha  radii  e  mitella  sul  capo,  orecchini,  armille,  calzari, 
un  chitone  leggiero  e  trasparente,  ed  il  pallio  ravvolto  soltanto  alle  gambe  ed  alla 
parte  inferiore  del  corpo.  Con  ambe  le  mani  suona  l'arpa,  eh' è  disegnata  con  molta 
precisione,  lasciando  chiaramente  scorgere  un  numero  grande  di  corde  ed  i  bischeri 
a  cui  sono  attaccate.  Una  cicogna,  idealmente  dipinta  di  bianco,  chiude  con  ele- 
ganza il  lato  anteriore  dell'istrumento,  in  cui  deve  riconoscersi  propriamente  quella 
specie  di  arpa,  che  era  chiamata  trigono  (' qi'ymvoq),  e  che  sopra  un  vaso  della  col- 
lezione .latta  vedesi   nelle  mani   di  Orfeo  (.latta,   Calai,  n.  1554).   Al  sedile  istesso 


—  (ti  — 

della  giovane  suonatriee,  alquanto  dietro  a  Lei,  è  appoggiata  quella  piccola  scaletta 
in  cui  Heydemann  giustamente  ha  riconosciuto  un  istrumento  musicale,  la  quale  opi- 
nione riceve  ora  una  nuova  conferma  (Ann.  dell' List.  1869,  p.  309  e  sg.;  tav.  d'agg.  P.  Q). 
La  scaletta  è  dipinta  di  bianco,  e  conta  17  gradi,  con  i  soliti  puntini  che  s'intra- 
mezzano. —  Innanzi  alla  .suonatriee  è  una  donzella  in  piedi,  riccamente  ornata  e  ve- 
stita, e  con  il  pallio  graziosamente  avvolto  alla  metà  superiore  del  corpo;  la  quale 
con  la  sinistra  presenta  a  lei  uno  specchio,  e  tiene  un  calcolo  bianco  nella  destra 
abbassata.  Alle  spalle  della  suonatriee  vedesi  finalmente  un  giovane  nudo,  con  corona 
bianca  di  mirto  intorno  alla  testa,  calzari  bassi  e  clamide  pendente  dal  braccio  si- 
nistro, sotto  il  quale  puntellasi  un  bianco  e  nodoso  bastone,  che  gli  serve  di  sostegno. 
Egli  infatti  con  graziosa  posa  piega  il  corpo  leggermente  a  sinistra,  incrociando  le 
ìnnube,  e  facendo  pendere  dalla  manca  ima  zona  fornita  ai  due  capi  di  teniette  bianche, 
mentre  sostiene  con  la  destra,  presso  alla  testa  della  suonatriee,  una  corona  destinata 
certamente  a  premiarne  il  valore.  Superiormente,  nel  campo  tralci  e  foglie  di  ellera, 
corimbi  e  rosette.  Alt.  0,28. 

3.  Idria.  chiamata  comunemente  anfora  pugliese,  con  corona  di  bacche  e  fronde 
bianche  di  olivastro  intorno  al  cratere,  ed  altre  fronde  rosse  al  collo,  alle  quali  segue 
la  solita  scanellatura  dipinta  di  rosso  e  di  nero:  palmette  al  di  sotto  dei  manichi, 
e  greca  in  giro,  al  finire  delle  rappresentazioni.  Sopra  una  delle  facce  del  vaso  ve- 
desi una  stele  sepolcrale ,  bianca ,  con  cornice  ed  alto  basamento ,  intorno  alla 
quale  è  annodata  una  zona  gialla,  e  sopra  è  deposto  un  frutto  (forse  melogranata). 
Da  un  lato  della  stele  è  una  donna  in  piedi,  ornata  e  vestita,  al  solito,  con  corona 
e  lunga  zona  nelle  mani  :  dall'altro  un  giovane  nudo,  con  bianca  vitta  intorno  alla 
testa,  e  clamide  che  gli  attraversa  il  dorso  pendendo  dalle  braccia,  il  quale  con  la 
sinistra  appoggiasi  sovra  lungo  e  bianco  bastone,  mentre  sostiene  ima  striglie,  anche 
bianca,  con  la  destra  abbassata.  Sopra  l'altra  faccia  del  vaso  appariscono  due  giovani 
palestriti  avvolti  nei  mantelli,  imo  dei  quali  appoggiasi  sul  bastone,  in  atto  di  favel- 
lare fra  loro,  mentre  nel  campo,  superiormente,  sono  dipinte  tre  grosse  palle  da  giuoco. 
Alt.  0,44. 

4.  Grande  patera  dipinta  dentro  e  fuori  con  figure  rosse  su  fondo  nero,  fornita 
di  due  manichi  bottonati,  che  si  elevano  verticalmente  sull'orlo.  Internamente  gira  in- 
torno una  ghirlanda  di  pampini  e  corimbi  bianchi,  in  mezzo  alla  quale,  in  un  cerchio 
di  meandro  ad  onda  marina,  vedesi  il  così  detto  Eros  ermafrodito,  con  i  soliti  mu- 
liebri ed  asiatici  ornamenti  al  capo,  agli  orecchi,  al  collo,  alle  braccia  ed  alle  gambi', 
in  atto  di  camminare  a  sinistra,  recando  una  grande  corona  lemniscata  nella  destra, 
e  nell'altra  mano  un  ramoscello  di  alloro  con  bacche.  Dal  suolo  sorge  una  pianto- 
lina,  e  nel  campo  è  dipinta  una  rosetta  a  sei  foglie.  Esternamente,  oltre  i  rabeschi 
e  palmette  in  corrispondenza  dei  manichi  e  la  greca  circolare  sul  piede,  da  un  lato 
è  dipinta  una  donna  con  lungo  chitone  ed  i  soliti  ornamenti,  la  quale  siede  sopra  sassi 
posti  l'uno  sull'altro,  tenendo  nella  destra  una  cassettina  chiusa,  e  nella  sinistra  un 
rametto  di  alloro  con  bacche,  al  quale  è  sospesa  una  lunghissima  zona.  Dal  suolo 
sorge  una  pianticella,  e  nel  campo  veggonsi  una  rosetta  ed  un  finestrino.  —  Dall'altro 
lato,  un  giovane  nudo  è  in  atto  di  camminare   a  sinistra,  volgendo  indietro  la  testa 


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ciuta  da  bianca  Titta.  Egli  ha  bianchi  calzari,  la  clamide  pendente  dal  braccio  sinistro, 
e  reca  nelle  mani  uno  specchio  ed  una  patera  sormontata  da  bianchi  ramoscelli  di 
mirto.  Lo  segue,  camminando  nella  stessa  direzione,  una  donna  con  lungo  chitone, 
calzari,  mitella  ed  i  soliti  ornamenti,  la  quale  stende  innanzi  la  destra  in  cui  stringe 
una  bianca  corona  di  mirto,  e  sostiene  con  la  sinistra  un  tirso  ansato  a  cui  è  sospesa 
a  modo  di  bandiera,  una  zona  ben  lunga.  Nel  campo  una  fronda  di  ellera  ed  una 
bianca  ritta,  con  temette  ai  due  capi.  Diam.  0,38. 

5.  Piattello  tutto  nero  al  di  sotto,  con  l'orlo  rovesciato  in  fuori,  sul  quale  è  di- 
pinto un  serto  di  fronde  di  ulivo  o  di  alloro.  Sul  tondo  del  piattello  si  veggono  i  so- 
liti tre  pesci,  dei  quali  due  sono  poco  dissimili  fra  loro,  per  la  forma  in  entrambi 
larga  e  depressa,  mentre  il  terzo  ha  il  corpo  cilindrico,  che  va  gradatamente  assot- 
tigliandosi dal  capo  alla  coda.  Nel  centro  è  una  grande  rosetta  ad  otto  foglie,  circon- 
data da  un  meandro  ad  onda  marina.  Diam  0,25. 

6.  Patera  con  coperchio  (lekane).  La  sottocoppa  è  nera,  tranne  linee  bianche, 
verticali  al  di  sotto  del  labbro.  Sul  coperchio,  oltre  i  soliti  ornati,  da  un  lato  vedesi 
YEros  ermafrodito  seduto  sovra  un  sasso,  con  corona  di  mirto  nella  sinistra  ed  un 
fiore  a  calice  nella  destra,  e  dall'altro  la  sola  testa  di  una  donna  con  mitella  ed  altri 
ornamenti.  Alt.  0,13. 

7.  Altra  patera  simile  alla  precedente,  ma  più  piccola.  La  sottocoppa  è  tutta 
nera,  e  sul  coperchio,  oltre  i  soliti  ornati,  sono  dipinte  due  teste  muliebri.  Sotto  il 
piede  della  sottocoppa  è  graffito  un  sigma  quadrato  C ,  e  nella  parte  interna  del  co- 
perchio veggonsi  parimenti  graffite  le  due  lettere  <t>£.  Alt.  0,08. 

8.  Urceolo  (pipe)  tutto  nero,  tranne  nel  prospetto,  ove  presenta  sotto  una  fascetta 
di  ovoli  una  grande  testa  muliebre,  del  solito  colore  rosso,  e  sotto  la  testa  un'altra 
fascetta  con  il  meandro  ad  onda  marina.  Alt.  0,17. 

9.  Grande  patera  in  forma  di  specchio,  tutta  di  colore  giallo  (ad  imitar  forse 
quello  dell'oro),  il  cui  manico,  ottenuto  dal  cavo,  rappresenta  un  uomo  nudo,  (lalag,  tela- 
mori),  che  con  le  braccia  alzate  sostiene  sul  capo  una  specie  di  capitello  persiano, 
composto  da  due  montoni  coricati  dorso  a  dorso,  con  le  teste  in  fuori,  fornite  di  corna 
ritorte,  e  sormontati  da  una  cimasa,  che  alle  due  estremità  piegasi  anch'essa  in  volute. 
I  piedi  dell'atlante  riposano  sovra  una  base,  che  termina  anche  in  una  testa  di  ariete 
dalle  corna  ritorte.  Lung.  compreso  il  manico  0,47;  diam.  0,28. 

10.  Unguentario  (alabastron)  tutto  nero,  tranne  il  piede  eh'  è  rosso.  Lo  rendono 
pregevole  l'eleganza  della  forma  e  la  finezza  della  vernice.  Alt.  0,19. 

Nella  medesima  tomba  furono  rinvenuti  altri  vasellini  colorati  e  rustici,  che  non 
si  descrivono  perchè  privi  al  tutto  d'importanza,  ed  inoltre  parecchi  oggetti  di  piombo 
abbastanza  sciupati,  consistenti  in  un  candelabro,  un  tripode,  un  fascetto  di  cinque 
spiedi,  e  frammenti  di  una  graticola.  Faceva  parte  infine  della  funebre  suppellettile 
una  piccola  teca  di  alabastro  duro,  fornita  di  coperchio,  che  parallelamente  alla  bus  ■ 
sporge  in  fuori  dal  suo  corpo  cilindrico.  Questa  teca  o  piccola  cista,  non  è  però  ben 
conservata. 

Lo  stesso  sig.  Caldarola,  prima  di  giungere  con  lo  scavo  allo  strato  del  suolo 
appartenente  all'epoca  greca,  s'imbattè  nello  stesso  luogo  in  due  tombe  romane,  che 


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sovrastavano  a  quella  in  cui  rinvenne  i  vasi  innanzi  descritti.  Entrambe  erano  fornite 
di  titoletti  marmorei,  sovra  uno  dei  quali,  molto  frammentato,  leggesi: 

D    ■    M- 
L'CORsc 

LIVS    i 

CI1//  \.i.... 
VI  •  AN«os 
L- COI  VX 
B    •   M    •    F  • 

L'altro,  ili  scrittura  corsiva  e  più  grossolana,  è  mancante  della  sola  parte  infe- 
riore e  dice  : 

D  •  M  • 

M-ARRECINO  CLEM 
ENTI  VIX-  ANNOS 
////  e  ">RNELIA  OCEL 

/////////////////// 
/////////////////// 

Su  quest'ultimo  è  da  richiamare  alla  memoria,  che  il  nome  della  gente  Arrecina 
è  comparso  già  altre  due  volte  in  epigrafi  latine  di  Ruvo.  Una  Proba  Arrecina  {No- 
tizie 1881,  sor.  3a,  voi.  IX,  p.  440),  e  già  prima  un  M.  Arrecinus  Anteros  (op.  cit.  1880, 
p.  104),  a  cui  ora  viene  ad  aggiungersi  M.  Arrecinus  Clemeas. 

In  im  fondo  della  mia  famiglia,  presso  Ruvo,  già  venduto  per  pianta  edificabilc, 
e  posto  sul  lato  occidentale  della  strada  che  mena  all'  ex-convento  di  s.  Angelo,  il 
muratore  Marno  Pansini  nello  scavare  le  fondazioni  d'una  nuova  casa,  scoprì  il  20  dello 
scorso  febbraio  un  sepolcro  greco,  già  frugato  anticamente,  nel  quale  però  furono  di- 
menticati i  seguenti  vasi. 

1 .  Vaso  dipinto  a  figure  rosse  su  fondo  nero,  di  forma  se  non  nuova,  come  riesce 
per  me,  al  certo  rarissima.  Ha  il  corpo  sferico  e  simigliante  a  quello  dell' ìiolmos,  ma 
senza  piede,  di  guisa  che  bisognava  un  sostegno  a  tenerlo  ritto,  che  però  non  si  è 
trovato.  Il  collo  tutto  nero  e  corto,  ha  gola  concava  ed  orlo  alquanto  sporgente  in 
fuori,  con  bocca  del  diam.  di  14  cent.  Un  solo  e  graziosissimo  manico,  composto  di 
cordoni  ritorti,  parte  dalla  metà  del  corpo  del  vaso,  e  sormontandone  il  labbro,  ter- 
mina in  due  piastrelle  tonde  parallelamente  laterali ,  simili  a  quelle  dei  manichi  a 
volute  delle  grandi  anfore,  su  cui  soglionsi  vedere  le  teste  gorgoniche,  ma  lisce  e  nere 
interamente.  Gli  ornati  consistono  in  un  giro  di  .meandro  ad  onda  marima,  sotto  la 
gola,  a  cui  segue  una  larga  fascia  di  color  rosso  con  palmette  nere,  e  quindi  un'altra 
fascia  più  piccola  di  linee  verticali  rosse  e  nere  al  finire  del  collo.  La  parte  postica 
in  corrispondenza  del  manico,  è  tutta  occupata  da  palmette  e  rabeschi  rossi  sul  nero, 
e  due  rosette  a  nove  foglie  fiancheggiano  il  comiiiciamento  del  manico.  Una  fascia  cir- 
colare rappresentante  una  greca,  cinge  interamente  il  vaso,  chiudendo  la  parte  orna- 
mentale e  figurativa  superiore.  Finalmente  il  fondo  semisferico  n'è  tagliato  a  croce 
da  due  strisce  rosse,  tagliate  anch'esse   da   due   linee  nere,   le   quali   per   tal  guisa 


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lasciano  quattro  spazi  triangolari,  di  cui  ciascuno  è  occupato  da  una  palmetta  rossa  su 
fondo  nero,  con  la  cima  rivolta  al  centro.  Alt.  del  vaso  con  il  manico  m.  0,24;  senza 
manico  0,21. 

La  scena  dipinta  nel  prospetto  è  presa  dalla  vita  comune,  e  si  compone  di  quattro 
donne,  di  cui  le  due  di  mezzo  attendono  a  preparare  l'acqua  d'un  profumato  lavacro. 
Vedesi  infatti  una  giovane  seduta  sopra  bianca  seggiola,  con  la  mitella  graziosamente 
acconciata  al  capo,  lungo  chitone,  himation  ravvolto  alle  gambe,  e  doppie  armille 
bianche  alle  braccia,  la  quale  ha  il  braccio  sinistro  piegato,  come  se  lo  facesse  ripo- 
sare sulla  spalliera  della  seggiola,  che  però  ne  manca,  e  sostiene  con  la  destra,  per  il 
manico,  un  grosso  unguentario  {aryballos),  su  cui  appare  la  macchietta  in  nero  d'una 
donna  dipintavi  sopra,  appoggiandolo  alla  sua  coscia  destra.  Ai  piedi  della  descritta 
figura  elevasi  un  basso  pilastrino  quadrangolare,  terminato  da  una  superficie  bianca,  di 
cui  non  so  rendermi  pienamente  ragione,  ma  sospetto  indicare  una  lastra  di  marmo 
o  di  metallo.  Una  donzella  dalle  forme  snelle  e  leggiadre,  con  i  capelli  lunghi  e  di- 
sciolti, che  raffrenati  appena  da  una  benda  »ulla  fronte  scendono  per  gli  omeri  e  le 
spalle  fino  quasi  alla  vita,  con  lungo  chitone,  armille  e  calzari,  sostiene  per  i  manichi 
con  ambe  le  mani  una  grande  conca  da  lavacri,  e  curvandosi  della  persona  mostrasi  in 
atto  di  deporla  sul  pilastrino.  L'atteggiamento  di  questa  donzella  è  naturalissimo,  e 
l'espressione  del  viso  concorre  mirabilmente  ad  indicare  l'attenzione  e  la  cura,  con  cui 
ella  esegue  la  sua  operazione,  lasciando  anche  intendere  un  certo  sforzo  nel  sostenere  il 
peso  della  conca,  che  per  ciò  deve  credersi  piena  di  acqua.  L'altra  donna  primiera- 
mente descritta,  esprime  anch'essa  assai  bene  l'attenzione,  ed  insieme  la  calma  di  ehi 
aspetta  il  compimento  di  una  azione  per  cominciarne  un'altra,  che  certamente  consi- 
sterà nel  versare  il  profumo  nell'acqua  della  conca,  come  questa  sarà  stata  messa  al 
suo  luogo.  Tra  le  due  donne,  nel  campo  superiore  della  pittura,  pende  e  fa  panneggio 
una  lunga  zona  fimbriata,  del  solito  color  rosso  su  cui  serpeggia  una  linea  nera.  Dietro 
a  quella  che  sostiene  la  conca,  vedesi  una  palla  da  giuoco,  tagliata  a  croce  da  lineette 
nere,  e  dietro  all'altra  seduta  era  probabilmente  dipinta  di  bianco  anche  una  palla 
da  giuoco,  che  però  conservando  appena  qualche  traccia  del  primitivo  colore,  non  lascia 
sicuramente  determinarsi  per  tale. 

A  destra,  rispetto  all'osservatore,  delle  due  figure  descritte,  e  dalla  parte  della 
donna  sedente,  vedesi  un'altra  donzella  in  piedi,  con  mitella  e  doppio  chitone  cinto 
alla  vita,  in  atto  di  camminare  a  destra,  recando  nella  mano  sinistra  una  cassettina 
chiusa,  e  di  prendere  al  rimbalzo  con  l'altra  mano  una  palla  da  giuoco,  per  risospin- 
gerla al  suolo  ed  eseguire  quel  giuoco  che  addimandavasi  Yaporra.ris  (Poli.  IX,  li»,".); 
per  lo  che  ella  non  senza  grazia  volge  il  capo  in  dietro,  in  direzione  opposta  a  quella 
verso  cui  cammina,  e  mostra  la  mano  aperta  con  la  palma  in  giù,  dalla  quale  la  palla 
rimbalzata  è  poco  discosta. 

A  sinistra  poi,  e  dalla  parte  della  donzella  recante  la  conca,  vedesi  dapprima 
una  svelta  colonna  scanellata,  senza  base,  sormontata  da  capitello  jonico  e  dall'abaco. 
Questa  colonna  serve  a  dinotare,  che  l'azione  ha  luogo  nel  gineceo,  cioè  nell'apparta- 
tamento  di  una  casa  privata  destinata  alle  donne.  Dietro  la  colonna  è  l'ultima  don- 
zella delle  quattro  che  formano  la  scena,  con  mitella  graziosamente  disposta  intorno 
alla  testa,  lungo  chitone  cinto  alla  vita,  e  pallio   pendente  per  un  capo  dal  braccio 


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sinistro,  e  per  l'altro  capo  dalla  mano  destra  di  lei,  dopo  averne  posteriormente  attra- 
versato le  gambe.  Ella  sostiene  con  la  manca  una  pyxis  aperta,  è  in  atto  di  cammi- 
nare verso  le  due  donne  del  mezzo,  fissando  lo  sguardo  nell'interno  della  pyxii,  e 
così  fa  comprendere  di  non  essere  estranea  all'opera  a  cui  attendono  quelle.  La  sua 
figura  è  resa  più  bella  dalla  graziosa  disposizione  del  pallio ,  e  dal  molle  atteggia- 
mento del  braccio  destro,  abbassato  per  sostenerlo. 

Non  è  ovvio  sui  dipinti  ceramografici  trovare  quella  che  chiamasi  propriamente 
la  espressione  dell'anima,  e  questo  va  messo  certamente  fra  i  più  belli  della  spe- 
cie. Tale  perfezione  non  potè  essere  ottenuta,  che  mercè  l'opera  di  disegnatori  squi- 
sitamente dotati  di  sentimento  artistico,  e  dopo  un  lungo  e  pieno  sviluppo  della 
grande  arte  rappresentativa,  la  quale  dopo  avere  acquistato  il  perfezionamento  della 
forma,  e  dopo  aver  animata  e  resa  viva  la  natura,  raggiunse  la  espressione  libera  di 
quella  bellezza  ideale,  che  nasce  appunto  dalla  compenetrazione  o  fusione  intima  del 
concetto  e  della  forma.  Non  già  che  ciò  debba  e  possa  pienamente  trovarsi  in  opere  di 
artisti  d'ordine  inferiore,  quali  erano  i  pittori  e  disegnatori  di  vasi,  lo  che  sarebbe 
una  vera  esagerazione  ;  ma  un  occhio  esercitato  sui  disegni  e  sulle  pitture  dei  vasi,  è 
in  grado  di  vedervi  il  riverbero  della  grande  arte  greca  dalla  quale  furono  ispirati. 
Il  vaso  trovato  a  Kuvo  è  per  mio  giudizio  un  prodotto  dell'arte  e  della  fabbricazione 
locale;  deve  assegnarsi  ai  primi  decenni  del  secolo  III  a.  C,  e  merita  ad  ogni  modo 
il  nome  d'un  gioiello  artistico,  venuto  tardamente  ad  arricchire  la  collezione  Jatta. 
Gli  altri  vasi  compagni  del  già  descritto,  di  fabbricazione  certamente  locale,  se 
facevano  parte  della  medesima  tomba,  non  furono  lavorati  con  la  medesima  arte,  e 
devono,  per  mio  credere,  assegnarsi  ad  epoca  posteriore. 

2.  Unguentario  {aryballos)  con  linee  rosse  e  nere  al  collo,  e  giro  di  ovoletti 
al  termine  dello  stesso  :  rabeschi  e  palmette  occupano  tutta  la  parte  posteriore  al  di 
sotto  del  manico,  ed  altro  giro  di  ovoletti  è  sul  piede.  —  Nel  prospetto,  a  destra  di 
chi  guarda,  vedesi  ima  donna  in  lungo  chitone^  calzari,  armille  e  mitella,  la  quale 
appoggia  il  gomito  del  braccio  sinistro  sopra  un  pilastrino  che  le  sorge  d'innanzi,  ed 
incrociando  le  gambe  volge  indietro  la  testa,  e  sostiene  con  la  manca  una  patera,  e  con 
la  destra  alquanto  abbassata  una  grande  corona,  da  cui  pende  un  bianco  lemnisco.  Nel 
campo  della  pittura  è  ripetuto  due  volte  un  fiore  a  quattro  foglie.  In  postura  identica 
a  quella  della  donna  or  ora  descritta,  e  con  la  faccia  a  lei  rivolta,  segue  il  così  detto 
Eros  ermafrodito,  interamente  nudo  ed  alato,  con  periscelidi,  armille  alle  braccia  ed 
alle  cosce,  filo  di  grosse  perle  ad  armacollo  e  mitella  sul  capo  :  il  quale  incrociando 
parimenti  le  gambe,  ed  appoggiando  il  gomito  del  sinistro  braccio  al  pilastrino  che 
gli  sorge  innanzi,  tiene  una  cassettina  nella  manca,  ed  un  grappolo  di  uva  nella  destra 
abbassata.  —  Il  disegno  non  è  molto  accurato,  ma  è  degno  di  nota,  che  il  coloritore 
del  vaselliuo  non  ha  seguito  i  contorni  delle  figure,  che  furono  leggermente  impressi 
sulla  creta  ancor  tenera,  e  si  veggono  ad  occhio  nudo.  —  Anche  questo  unguentario 
oggi  fa  parte  della  collezione  Jatta.  Alt.  0,22. 

3.  Vaso  a  tre  manichi  (kalpis)  con  linee  rosse  e  nere  intorno  al  labbro,  ima 
ghirlanda  di  fronde  di  alloro  intorno  al  collo,  palmette  e  rabeschi  nella  parte  postica, 
e  meandro  ad  onda  marina  sul  piede.  Nel  prospetto  vedesi  la  non  bella  e  ventricosa 
figura  di  un  giovane  nudo,  in  atto  di  camminare  a  destra,  quasi  danzando.  Egli  ha  la 


—  96  — 

testa  cinta  da  corimbi  e  da  bianca  e  larga  vitta;  il  pallio  gli  pende  dal  braccio  sini- 
stro, e  reca  nella  manca  una  cassetta,  nella  destra  un  tirso  ansato,  al  quale  è  attac- 
cata per  le  tenie,  dell'un  dei  capi,  una  zona  penzolante.  Nel  campo  sono  ellere  e  fiori  ; 
dal  suolo  elevasi  una  piantolina  bianca.  Anche  su  questo  vaso  si  possono  notare,  le 
linee  interne  ed  i  contorni  leggermente  graffiti  sulla  creta  ancor  tenera,  e  non  seguiti 
dal  coloritore.  Alt.  0,27. 

4.  Anfora  pugliese,  con  ghirlanda  di  foglie  bianche  di  olivastro  intorno  al  cra- 
tere, fronde  rosse  di  alloro  e  scanellatura  dipinta  di  rosso  e  nero  al  collo,  palmette 
e  rabeschi  sotto  i  manichi,  e  giro  di  ovoletti,  pessimamente  eseguiti,  al  di  sopra  del 
piede.  Sulla  faccia  principale  del  vaso  è  un  uomo  seduto  sul  pallio  ripiegato,  con 
la  testa  cinta  da  bianca  vitta  e  corimbi,  tirso  ansato  nella  mano  sinistra,  e  cassetta 
nella  destra.  Anche  questa  volta  il  coloritore  non  seguì  la  traccia  dei  contorni  graffiti, 
e  la  sua  trascuratezza  fu  tanta,  che  la  figura  gli  venne  brutta  ed  informe.  Sull'altra 
faccia,  anche  negligentemente  dipinta,  vedesi  una  grande  testa  muliebre  volta  a  sini- 
stra, con  filo  di  perle  al  collo,  orecchini  circolari,  radi  e  mitella  sul  capo,  di  bianco. 
Alt.  0,37. 

5.  Patera  senza  manichi,  esternamente  tutta  nera.  Nell'interno  è  contornata 
primieramente  da  un  meandro  ad  onda  marina  che  gira  sull'orlo,  quindi  da  un  cer- 
chio interamente  nero,  a  cui  ne  succede  un  altro  con  graziosa  ghirlanda  di  ellere  rosse. 
Nel  centro,  sopra  un  suolo  capricciosamente  controsegnato  da  un  meandro  ad  onda  ma- 
rina, sorge  un  basso  pilastro  fornito  di  base,  simigliante  ad  un'ara,  su  cui  siede  una 
donna,  con  doppio  chitone,  calzari,  armille,  radi  sul  capo  e  collana.  Ella  sostiene  con 
la  sinistra  una  patera,  sormontata  da  bianchi  globetti,  ed  eleva  con  la  destra  a  sé 
d'innanzi  un  bianco  specchio  in  cui  si  rimira.  Nel  campo  è  un  fiore  ad  otto  foglie ,  e 
dal  suolo  sorge  una  pianta.  Di  questa  patera  è  anche  in  possesso  la  collezione  Jatta. 
Diam.  0,22. 

6.  Coppa  con  manichi  e  coperchio  {chytra).  Il  coperchio  è  sormontato  da  un 
finimento,  cinto  dal  meandro  ad  onda  marina,  e  presenta  da  due  lati  due  palmette, 
e  dagli  altri,  due  teste  muliebri  con  mitella  sul  capo,  interamente  bianche  con  lince 
giallognole.  La  sottocoppa  dalla  parte  dei  manichi  è  ornata  con  rabeschi  e  palmette. 
e  nelle  due  facce  opposte  offre  parimenti  due  teste  muliebri,  del  solito  color  rosso  con 
ornamenti  bianchi.  Sotto  il  coperchio  è  dipinto  nell'interno  con  grosso  pennello  il 
segno  di  riconoscimento  V,  che  serviva  dopo  la  estrazione  dei  vasi  dalla  fornace,  a 
trovare  con  facilità  la  sottocoppa  corrispondente  ;  infatti  sotto  il  piede  di  questa  ripe- 
tesi  graffito  lo  stesso  segno.  Alt.  0,13. 

7.  Anforetta  di  forma  elegante  (cf.  Heydemann,  Yasensarnml.  :n  Neapel  taf.  I,  38) 
con  teste  umane  a  rilievo  al  finire  dei  manichi,  ma  frammentata  e  mancante  di  molti 
pezzi.  Le  figure  sono  fortunatamente  conservate,  ed  una  di  esse  potrebbe  forse  credersi 
di  qualche  importanza.  Da  un  lato  infatti  vedesi  un  giovane  nudo,  di  forme  muliebri, 
ed  ornato  come  frequentemente  suole  apparire  il  così  detto  Eros  ermafroditOj  con 
mitella  e  radi  sul  capo,  filo  di  perle  al  collo  ed  al  sommo  della  coscia  destra,  armille, 
periscelidi  e  bassi  calzari;  ma  senz'ali.  Egli  siede  a  destra,  sopratre  sassi  posti  l'uno 
sull'altro,  e  volgendo  a  manca  la  testa  sostiene  con  la  sinistra  uno  specchio,  e  con 
la  destra  una  bianca  scaletta  a  nove  gradi,  con  puntini  intercalati.  —  Dall'altro  lato 


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del  vasellaio  è  ima  donna  in  lungo  chitone  ed  i  soliti  muliebri  ornamenti,  in  atto  di 
camminare  a  destra,  recando  nelle  mani  un  tirso  ed  un  grappolo  di  uva,  mentre  un 
altro  grappolo  di  uva  con  parto  del  tralcio,  pende  nel  campo  della  pittura.  Anche  que- 
st'anforetta  è  entrata  a  far  parte  della  collezione  Jatta.  Alt.,  senza  comprendervi  i 
manichi  m.  0,11. 

Provengono  poi  dal  territorio  ruvestino  i  seguenti  vasi,  che  furono  venduti  pel 
Museo  di  Bari  dal  sig.  can.  d.  Pr.  Fatelli. 

a)  Unguentario  (aryballos)  con  i  soliti  ornamenti  lineari  al  collo,  giro  di  ovo- 
letti  al  cominciare  del  ventre  largo  e  depresso,  e  palmette  sotto  il  manico,  nella  parte 
posteriore.  Nel  prospetto,  a  destra  di  chi  guarda,  vedesi  una  donna  in  lungo  chitone 
e  pallio,  ravvolto  alla  persona,  la  quale  siede  sopra  un  sasso,  e  reca  una  cassettina 
nella  destra.  Innanzi  a  lei  è  un  grosso  uccello,  oca  o  cigno  che  sia  ;  e  quindi  un  gio- 
vane interamente  nudo,  con  bianca  vitta  intorno  al  capo,  oggetto  sferico,  forse  palla 
da  giuoco,  nella  mano  sinistra  distesa  verso  la  donna,  e  corona  nella  destra  alquanto 
abbassata.  Il  disegno  non  è  molto  accurato.  Il  vasetto  è  alto  m.  0,15. 

b)  Altro  unguentario  {aryballos)  di  forma  più  svelta  di  quella  ora  descritta,  ma 
coi  medesimi  ornamenti.  Nel  prospetto  è  dipinta  una  donna  in  lungo  chitone,  con 
armille,  orecchini,  collana,  mitella  sul  capo  e  sandali  ai  piedi  ;  la  quale  siede  sopra 
tre  sassi  sovrapposti,  e  volgendo  la  testa  indietro,  tiene  nella  destra  una  corona  con 
lemnisco,  e  nella  sinistra  una  zona  penzolante  ed  una  cassettina  chiusa.  Il  disegno  è 
meno  trascurato  del  precedente.  È  alto  m.  0,18. 

e)  Unguentario  tutto  nero,  alquanto  originale,  e  simile  ad  un  piccolo  otre.  Sul 
dorso  interamente  chiuso,  vedesi  un  ornato  a  rilievo,  certamente  ricavato  dalla  forma, 
il  cui  motivo  consiste  in  tralci  intersecantisi  tra  loro,  e  piegati  in  larghe  volute  con 
pampini  e  grappoli  di  uva.  Una  delle  estremità  finisce  in  un  piccolo  becco,  dal  quale 
doveva  uscire  l'olio;  e  l'altra  in  un'apertura  più  larga  e  provveduta  di  ima  foratina, 
destinata  ad  intrometterlo  nel  vasellino. 

Allato  a  questa  era  un  piccolo  manico  anulare,  ora  perduto  ;  e  sotto  la  base  veg- 
gonsi  impressi  dei  cerchietti  disposti  in  giro.  Lung.  m.  0,12. 

XVII.  Gioia  del  Colle  —  Da  tombe  scoperte  in  un  fondo  dei  fratelli  Gio- 
vanni e  Francesco  Sergente,  in  contrada  Santo  Mola,  in  Gioia  del  Colle,  provengono 
i  vasi  seguenti  che  potei  esaminare  presso  il  sig.  sacerdote  d.  Luigi  Elicio  di  Ruvo. 
1 .  Vaso  a  tre  manichi  (kalpis)  con  i  soliti  ornati  intorno  al  labbro,  sul  piede, 
al  collo  e  nella  parte  postica.  Disegno  trascurato,  e  vernice  abbastanza  ruvida.  Così 
questo  poi,  come  i  vasi  che  saranno  descritti  in  seguito,  appartengono  al  tempo  della 
decadenza  dell'arte  e  della  fabbricazione  locale,  e  possono  credersi  di  provenienza  ru- 
vestina,  importativi  dal  commercio  interno,  com'è  facile  supporre.  Alt.  0,31. 

Nel  prospetto,  a  destra  di  chi  guarda,  è  un  giovane  nudo,  sedente  sulla  propria 
clamide  ripiegata ,  il  quale  ha  una  bianca  vitta  intorno  al  capo  ,  e  sostiene  con  la 
destra  un  ventaglio,  e  con  la  sinistra  un  lungo  ramo  biforcato  superiormente,  e  prov- 
veduto di  fronde  tonde  alternantisi  con  bianche  bacche,  mentre  al  fusto,  anche  bianco, 
del  ramo,  è  attaccata  una  zona  penzolante  a  ino'  di  bandiera.  Sta  di  rimpetto  al 
giovane  descritto  una  donzella  in  piedi,  la  quale  ha  lungo  chitone,  calzari,   armille, 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II.  13 


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collana,  orecchini  e  mitella,  una  corona  nella  mano  destra,  ed  un  tamburino  nella  sini- 
stra abbassata. 

2.  Anforetta  (pelìke),  che  oltre  i  soliti  ornati  di  rosette  ed  ovoli  al  collo,  pal- 
mette  al  di  sotto  dei  manichi  e  meandro  circolare  sul  piede,  offre  le  due  seguenti 
rappresentazioni. 

Nella  faccia  principale  vedesi  nel  mezzo  una  vasca  bianco  dipinta,  il  cui  bacino 
riposa  sopra  una  colonnina  fornita  di  capitello  jonico  e  di  largo  basamento.  Due  donne 
in  piedi,  l'ima  di  rimpetto  all'altra,  interamente  nude  ed  in  atto  di  favellare  fra 
loro,  sono  ai  due  lati  della  vasca.  Entrambe  hanno  il  capo  adorno  della  mitella,  orec- 
chini, collana,  fili  di  perle  ad  armacollo,  armille,  periscelidi  e  calzari  ;  e  sembra  che 
ciascuna  di  esse  immerga  una  delle  sue  mani  nella  vasca  dell'acqua,  forse  con  l'in- 
tenzione di  lasciarne  imbevere  la  spugna,  che  dovrà  poi  adoperare  alla  lavanda  del 
corpo.  Quella  intanto  eh' è  a  destra  di  chi  guarda,  solleva  con  la  sinistra  uno  specchio 
verso  la  compagna,  e  questa  alla  sua  volta  un  alabastron.  Sotto  la  vasca  si  veggono 
ancora  due  altri  alabastra  bianchi,  a  cui  serve  di  sostegno  una  doppia  fila  di  puntini. 
Nell'altra  faccia  del  vaso  vedesi  una  donna  in  piedi,  adorna  dei  soliti  vezzi  muliebri 
e  di  lungo  chitone,  la  quale  ha  nella  destra  uno  specchio,  nella  sinistra  una  patera 
ed  una  bianca  palla  da  giuoco,  ed  è  certamente  da  mettere  in  relazione  con  le  due 
donne  precedenti.  Alt.  0,28. 

3.  Piccolo  vaso  a  campana,  a  dirittura  guasto  da  chi  per  nettarlo  della  crosta 
adoperò  l'acido  con  poca  accortezza.  Delle  figure,  che  hanno  perduto  le  loro  linee  interne 
ed  i  contorni,  non  resta  altro  che  macchie.  Tuttavia  sopra  una  delle  facce  del  vaso 
può  distinguersi  una  figura  giovanile,  alata  e  nuda,  sedente  sopra  tre  sassi  posti  l'uno 
sull'altro,  con  un  tamburino  nella  destra,  ed  im  grappolo  d'uva  nella  sinistra  abl las- 
sata. Probabilmente  è  da  pensare  al  così  detto  Eros  ermafrodito .,  perocché  il  capo  si 
mostra  chiaramente  adorno  della  mitella  muliebre.  Nell'altra  faccia  è  rappresentata 
una  donna,  sedente  anch'essa  su  pietre  sovrapposte  l'ima  all'altra,  la  quale  ha  nella 
destra  una  corona  lemniscata,  e  nella  sinistra  una  cassettina  chiusa  ed  un  grappolo 
d'uva  pendente.  Alt.  0,24. 

4.  Altro  vaso  a  campana,  più  piccolo  del  precedente  e  mancante  del  piede,  di 
pessimo  lavoro.  Da  una  parte  un  giovane  nudo  corre  verso  sinistra,  recando  nella  manca 
un  tamburino,  e  dall'altra  una  donna  in  lungo  chitone  fa  altrettanto,  correndo  verso 
destra.  Alt.  0,16. 

5.  Piccolo  bicchiere  (s/,'//phos),  che  dall'uno  e  dall'altro  lato,  in  mezzo  a  due 
rametti  di  ulivo,  presenta  la  figura  d'un  civettone  stante.  Alt.  0,07. 

6.  Umetta  (stamnos)  in  ottimo  stato  di  conservazione,  e  fornita  dei  soliti  ornati 
sul  coverchio  e  sul  corpo  del  vasellino,  consistenti  in  palmette  al  di  sotto  dei  manichi, 
ed  in  linee  e  meandri  alle  estremità  inferiori  dell'uno  e  dell'altro.  Da  un  lato  vedesi 
Eros  con  ornamenti  muliebri  seduto  sovra  un  sasso,  o  forse  sul  margine  di  ima  fonte, 
tenente  la  sinistra  sopra  il  sedile,  ed  una  cassettina  chiusa  nella  destra.  Dall'altro  lato 
è  una  donna  in  lungo  chitone,  che  siede  sopra  due  sassi,  ed  ha  un  grappolo  di  uva 
nella  sinistra  abbassata,  ed  una  patera  nolla  destra,  da  cui  forse  pendo  ancora  la  corona 
che  vedesi  poco  al  di  sotto  di  essa.  Alt.  0,17. 

7.  Vaso  a  campana  molto  frammentato,  e  di  disegno  trascuratissinio.  Da  una 


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parte  un  Satiro  nudo  sta  ritto  innanzi  ad  una  donna  seduta,  tenendo  nella  sinistra  un 
tirso,  ansato  con  la  punta  rivolta  al  suolo,  e  nella  destra  un  tamburino.  La  donna  in 
lungo  chitone,  siede  sopra  tre  sassi  posti  l'uno  sull'altro,  ed  ha  nella  sinistra  una  pa- 
tera, e  nella  destra  una  corona.  Dall'altra  parte  del  vaso  due  palestriti,  avvolti  nei 
mantelli  e  forniti  entrambi  di  bastoni,  sembrano  favellare  fra  loro.  Alt.  0,28. 

8.  Altro  vaso  a  campana  di  ruvido  colore.  Sopra  una  delle  facce,  a  sinistra  di 
chi  guarda,  vedesi  un  giovane  nudo  camuffato  da  Satiro,  con  bianca  tenia  e  corimbi 
intorno  alla  testa,  calzari  bassi  ai  piedi,  clamide  ripiegata  sotto,  che  gli  serve  di  se- 
dile, e  coda  bianca  posticcia  uscentegli  dal  dorso.  Egli  ha  nella  sinistra  una  patera, 
e  nella  destra  un  tirso  bianco  ansato.  Gli  sta  d'innanzi  una  donna,  in  lungo  chitone 
e  calzari  bianchi,  fornita  dei  soliti  muliebri  ornamenti  anche  bianchi,  la  quale  facendo 
riposare  il  pie'  destro  sopra  un  mucchietto  di  pietre,  si  curva  della  persona,  ed  appoggia 
il  braccio  sinistro  sul  ginocchio  piegato,  mentre  offre  con  la  destra  una  corona  bianca 
al  Satiro  già  descritto,  e  lascia  pendere  un  paniere  fornito  di  doppio  manico  dalla  mano 
sinistra.  In  questa  scena,  più  che  la  espressione  d'un  soggetto  puramente  mitologico, 
è  probabilmente  da  veder  quella  del  culto  mistico  di  Bacco,  tanto  diffuso  in  queste  Pro- 
vincie all'epoca  della  decadenza  (cfr.  Lenormant,  Grande  Grece  I,  p.  404  e  sg.)  —  Nel- 
l'altra faccia  del  vaso  sono  rappresentati  due  giovani  palestriti,  dei  quali  uno  appog- 
giasi sul  bastone,  avvolti  nei  mantelli  e  in  atto  di  favellare  fra  loro.  Alt.  0,30. 

9.  Anforetta  (peli/ce)  con  rosette  e  fronde  di  ulivo  al  collo,  palmette  sotto  i 
manichi  e  meandro  sul  piede.  Nella  faccia  principale  vedesi,  a  sinistra  di  chi  guarda, 
una  donna  vestita  e  ornata  al  solito,  che  cammina  a  destra  volgendo  indietro  la  testa, 
e  recando  nelle  mani  un  ventaglio  ed  uno  specchio.  Le  tien  dietro  il  cosidetto  Eros 
ermafrodito,  recante  nella  destra  una  corona  da  cui  pende  il  lemnisco  bianco,  e  nella 
sinistra  tre  tenie  o  vitte  anche  bianche.  Sull'altra  faccia  del  vaso  sono  due  giovani 
avvolti  nei  mantelli,  uno  dei  quali  appoggiasi  sul  bastone,  e  parlano  fra  loro.  Alt.  0,33. 

10.  Unguentario  in  forma  di  lucerna,  tutto  nero,  sul  quale  è  espressa  a  basso  ri- 
lievo la  figura  di  una  ninfa  marina  (Nereide?),  nuda  nella  parte  superiore  del  corpo, 
e  coperta  dal  pallio  soltanto  intorno  alle  gambe,  la  quale  siede  sul  dorso  di  un  ippo- 
campo. Con  il  braccio  destro  sembra  che  si  sostenga,  afferrandosi  al  collo  del  cavallo 
di  mare,  ma  eleva  il  sinistro,  e  certamente  porta  nella  mano  qualche  cosa,  che  ora 
non  è  possibile  determinare.  Alt.  0,08. 

11.  Altro  unguentario  come  il  precedente.  Su  questo  importantissimo  vagellino 
vedesi  riprodotta  l'identica  scena,  che  adornava  un  unguentario  simile  della  colle- 
zione Durand  (cfr.  De  Witte,  Gal.  Durand  n.  1381),  e  che  fu  pubblicata  da  R.  Buchette 
(Mon.  In.  vignetta  della  p.  155,  descritta  a  p.  197).  Vedesi  Oreste  inginocchiato  in- 
nanzi all'omphalos  delfico  listato  di  tenie  (Sn<pcdòs  Tsrawmfiévoi)^  in  atto  di  tenerlo 
abbracciato  con  il  braccio  sinistro,  e  di  impugnare  con  la  destra  la  spada  nuda.  Il  ma- 
tricida è  inseguito  da  un  serpente,  eh'  è  simbolo  della  Erinnys,  per  la  cui  figura  sa- 
rebbe mancato  lo  spazio.  Il  vasellino  della  collezione  Durand  è  indicato  come  pro- 
veniente dalla  Magna  Grecia,  e  questo  è  stato  rinvenuto  in  luogo  dove  fu  certamente 
importato:  nulla  quindi  si  può  dire  di  certo  sull'attribuzione  di  fabbrica,  benché  cia- 
scuno non  dubiterà  di  attribuire  entrambi  alla  stessa.  Ora  il  B.  Bochette  non  mancò 
di  notare,  che  il  motivo  della  rappresentazione   sia   stato  tolto  ad  imprestito  da  un 


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altro  vaso,  certamente  ruvestino,  da  lui  anche  pubblicato  (o.  e.  1,  pi.  XXXV)  ;  e  questa 
circostanza,  panni,  renda  molto  probabile  la  congettura  da  me  espressa  in  principio 
di  questa  relazione,  intorno  alla  provenienza  dei  vasi  trovati  a  Gioja  del  Colle.  Co- 
munque sia,  questo  importante  vasellino  oggi  fa  parte  della  collezione  Jatta.  Alt.  0,07. 

12.  Altro  unguentario  tutto  nero  di  forma  simile,  ma  con  il  manico  lungo,  che  si 
piega  in  arco  sul  dorso  del  vasellino.  Il  rilievo  consiste  in  una  piccola  palmetta  ed 
in  un  fiore  (?)  non  determinabile,  in  mezzo  a  un  cerchio  di  ovoletti.  Alt.  0,07. 

13.  Lucerna  tutta  nera  e  senza  manico.  In  una  delle  estremità  ha  un  basso  collo 
con  apertura  per  infondervi  l'olio,  e  nell'altra  il  becco  per  il  lucignolo:  vedesi  inoltre 
un  foro  più  piccolo  messo  innanzi  al  becco,  e  destinato  a  introdurvi  un  ferro  od  uno 
stecco,  per  spinger  denteo  o  cacciar  fuori  il  detto  lucignolo,  secondo  il  bisogno.  Final- 
mente nel  centro  della  lucerna  è  una  protome  in  rilievo,  probabilmente  muliebre  ed 
alata,  in  pessimo  stato  di  conservazione.  Anche  questa  lucerna  è  entrata  a  far  parte 
della  collezione  Jatta.  Lung.  0,10. 

14-17.  Quattro  vasellini  di  diverse  e  graziose  forme,  probabilmente  destinati  a 
contenere  l'olio  per  la  strigile,  tranne  uno  che  sembra  non  altro  che  un  giuocattolo 
da  bambini. 

XVIII.  Brindisi  —  L'ispettore  arcid.  G.  Tarantini  riferì,  che  allargandosi  in 
Brindisi  la  strada,  che  dalla  piazza  del  Duomo  conduce  a  quella  ove  sorge  la  mar- 
morea colonna  romana,  fu  scoperto  a  circa  un  metro  di  profondità  un  magnifico  cippo 
sepolcrale,  di  marmo  bianco,  di  m.  1,43X0,54X0,45,  nel  cui  fastigio  vedesi  scol- 
pita una  corona  di  alloro,  fiancheggiata  da  due  patere.  Vi  si  legge  la  seguente  iscri- 
zione che  desumo  dal  calco: 

D  S 

M    A     N    I    B 
patera  C   N  prefericolo 

P  O  M  PONI 
EPAPHRODITI 
CISSIANI 
AVG 
F         L         P 

XIX.  Manduria  —  Nota  del  prof.  L.  Viola,  sopra  alcune  tombe 
antiche  scoperte  entro  il  recinto  urbano. 

Verso  la  metà  dello  scorso  mese  di  dicembre  avvennero  in  Manduria  alcune  sco- 
perte, che  meritano  di  esser  conosciute  da'  cultori  dell'archeologia  classica.  Il  sig.  Sal- 
vatore Gigli  nel  fare  eseguire  le  fondazioni  di  una  casa  presso  l'abitato,  s'imbattè  nella 
lapide  che  copriva  una  tomba:  poi  ne  trovò  altee  cinque  in  vicinanza  della  prima, 
e  due  pozzi  di  forma  conica  comunicanti  fra  loro.  Tutto  era  praticato  nel  banco  tu- 
faceo. Le  tombe  non  erano  uniformemente  rivolte  ad  una  sola  direzione,  ma  sparse 
ed  in  vario  modo  disposte,  proprio  come  le  tombe  del  sepolcreto  tarantino.  Ma  l'in- 
fluenza della  vicina   Taranto  sopratutto   consiste,  nel   trovarsi   le   dette  tombe   entro 


—  11)1  — 

l'antico  recinto  urbano,  il  quale  è  ben  conosciuto  non  solo  in  quella  parte,  dove  le  grandi 
muraglie  di  cinta  ancora  esistono,  ma  anche  dove  furono  distrutte  e  rase  al  suolo. 

Le  tombe  erano  di  disuguale  grandezza,  ma  tutte  della  stessa  forma.  La  più 
grande  misurava  m.  4,20  in  lungh.,  m.  1,40  in  largii.,  e  m.  2,10  in  profondità;  ed 
era  coperta  da  blocchi  combacianti  fra  loro.  Un'  altra  era  lunga  m.  3,00,  larga  m.  1,30, 
e  profonda  m.  1,85;  questa  fu  trovata  senza  coverchio.  Una  terza  aveva  presso  a  poco 
le  dimensioni  della  precedente,  ma  era  internamente  dipinta  a  fasce  orizzontali  in 
azzurro  e  rossastro,  e  nel  fondo  presso  il  capezzale  erano  incavate  cinque  fossette; 
delle  quali  quattro  disposte  negli  angoli  di  un  rettangolo,  ed  una  nel  centro,  dove 
s'intersecano  le  diagonali.  Ciascuna  di  esse  aveva  m.  0,30  di  diam.,  e  m.  0,20  di 
profondità.  Le  altre  tre  tombe  erano  più  piccole,  e  coperte  da  lastroni  dello  stesso  tufo. 

La  suppellettile  funebre  da  esse  raccolta  è  piuttosto  abbondante;  tuttavia  non  è 
di  tale  importanza  da  far  progredire  di  un  passo  la  scienza.  I  vasi,  di  cui  la  maggior 
parte  non  merita  menzione  alcuna,  si  riferiscono  a'  tempi  di  decadenza  della  ceramica 
appula  :  sono  tutti  verniciati  a  nero,  e  pochi  soltanto  con  decorazione.  Farò  una  brevis- 
sima descrizione  di  alcuni: 

1.  Cratere  a  due  anse  che  finiscono  a  testa  di  leone.  È  decorato  nel  collo  da 
ima  fascia  dipinta,  con  colori  bianco  e  giallastro.  In  essa  si  ripete  la  scena  di  una  biga, 
tirata  da  due  quadrupedi  fantastici  e  sormontata  da  un  Eros  :  è  preceduta  pure  da 
uu  Eros  corrente  a  sin.,  e  seguita  da  un  altro,  vicino  al  quale  svolazza  un  uccello. 
La  pancia  è  variata  da  un  doppio  ordine  di  striature  verticali.  Alt.  m.  0,45,  diam. 
della  bocca  m.  0,45. 

2.  Altro  cratere,  striato  nello  stesso  modo  come  il  precedente,  e  con  la  zona  al 
collo  dipinta  a  fogliami.  Alt.  m.  0,28,  diam.  della  bocca  m.  0,34. 

3.  Cratere  a  due  anse  situate  verticalmente,  con  le  solite  striature,  e  con  la 
fascia  decorata  a  fogliami.  Alt.  m.  0.15,  diam.  della  bocca  m.  0,15.    ' 

4.  Oinochoe  di  forma  sveltissima ,  con  ornamentazioni  nel  collo  di  fiori  e  bende, 
fra  cui  ima  testina  muliebre,  e  con  doppio  ordine  di  striature  nella  pancia.  Il  ma- 
nico, dove  si  congiunge  al  labbro,  ha  una  testina  muliebre.  Alt.  m.  0,40. 

5.  Anfora  (pelike)  con  ornamentazioni  di  greca,  e  collana  in  color  bianco  presso 
il  collo,  e  con  striature  verticali  nella  pancia.  Alt.  m.  0,33. 

6.  Altra  anfora  più  piccola,  con  ornamentazioni  in  bianco  nell'alto  e  nel  basso 
della  pancia;  nel  mezzo  della  quale  in  una  parte  soltanto  è  dipinta  una  testa  mu- 
liebre. Alt.  m.  0,33. 

Oltre  a  questi  e  parecchi  altri  vasi,  di  cui  non  terremo  alcun  conto,  furono  rin- 
venute varie  lucerne  e  coppe,  che  non  meritano  di  essere  particolarmente  descritte. 

Furono  trovate  anche  due  anfore  messapiche,  la  prima  del  color  naturale  della 
creta,  con  decorazioni  rossastre  ed  a  fascie  orizzontali  nella  pancia  e  nel  collo,  e  ver- 
ticali nelle  anse.  Alt.  m.  0,30.  L'altra  di  colore  oscuro,  e  con  gli  stessi  motivi  di  fascie 
orizzontali  più  oscure  del  fondo.  Alt.  m.  0,26.  È  notevole  il  fatto,  che  di  questo  ge- 
nere di  stoviglie  non  fu  mai  rinvenuto  alcun  esemplare  nelle  centinaia  di  tombe  sca- 
vate in  Taranto;  giustamente  dunque  furono  queste  anfore  ritenute  come  prodotto 
esclusivo  dell'industria  messapica. 

Si  raccolsero  inoltre  cinque  contrapesi  di  forma  piramidale  ;  tre  de'quali  senza  alcun 
segno  ;  uno  col  segno  A  graffitto  in  due  faccie  ;  il  quinto  col  segno  ih  anche  graffito. 


—  102  — 

Gli  oggetti  di  arte  figurata  furono  pochi  e  poco  importanti  ;  eccone  la  sommaria 
descrizione  : 

1.  Statuetta  muliebre  ritta  in  piedi,  ed  avvolta  in  un  manto:  ha  la  mano  sin. 
piegata  al  fianco  e  la  dr.  rivolta  sul  petto,  ambedue  sottostanti  al  manto  istesso.  I  ca- 
pelli divisi  su  la  fronte,  sono  sostenuti  da  un  cerchietto  senza  alcun  ornamento.  Arte 
di  decadenza.  Alt.  m.  0,23. 

2.  Piccola  statuetta  di  Sileno  di  stile  migliore:  era  seduto  ad  un  podio  che 
più  non  esiste,  e  reggeva  due  piccole  luci,  una  su  la  testa,  tenuta  con  tutte  e  due 
le  mani,  l'altra  su'  ginocchi.  Alt.  m.  0,15. 

3.  Antefissa  di  forma  semiellittica,  con   rappresentazione  della  testa  di  Io. 

4.  Altra  antefissa  della  stessa  forma,  e  col  rilievo  di  una  testa  muliebre. 
Eravi  inoltre   ima  collana,   la   quale  sarebbe   stata   di  grande  pregio,  se  avesse 

potuto  raccogliersi  intatta.  Le  parti  che  la  componevano  erano  tenute  insieme  da  fili 
di  bronzo  sottilissimi,  di  cui  fu  raccolta  una  grande  quantità,  insieme  a  molti  globetti 
di  terracotta  dorata.  Facevano  parte  di  essa  :  6  testine  muliebri,  co'  capelli  raccolti 
dietro  l'occipite  e  con  ornamenti  di  piume  in  testa;  2  dischi  con  rilievo  tri  testina 
muliebre  galeata;  1  cigala;  2  grappoli  d'uva;  e  2  rosoni  a  globetti.  Tutto  questo 
era  in  terracotta  dorata  e  sufficientemente  conservato,  poiché  alcuni  dei  detti  oggetti 
conservano  intera  la  doratura.  Furono  inoltre  trovate  appese  al  muro  della  tomba  tre 
strigili  di  bronzo. 

Ma  l'oggetto  che  maggiormente  richiama  l'attenzione,  è  un  grosso  anello  di  oro 
massiccio  ;  il  disco  di  forma  ellittica,  misura  nel  diametro  maggiore  m.  0,03,  e  porta 
nel  mezzo  incisa  da  buona  mano  la  rappresentazione  di  un  cavallo  marino  alato.  Pesa 
gr.  24.  Fu  anche  trovato  un  semplice  anellino  a  cordone,  ed  un  paio  di  orecchini  della 
forma  di  un  S,  molto  accuratamente  lavorati  a  filograna,  e  del  peso  di  gr.  14i. 

Delle  4  monete  raccolte  una  sola  può  riconoscersi,  ed  è  un  asse  con  la  testa  di 
Giano  bifronte  nel  dr.,  e  nel  rov.  con  la  prora  di  nave  e  la  scritta  ROMA. 

11  proprietario  ebbe  cura  di  vuotare  anche  i  pozzi;  ma  non  vi  trovò  che  fram- 
menti di  vasi  rustici,  in  uno  dei  quali  erano  incavate  a  taglio  le  seguenti  lettere  /&Y , 
ed  mi'  ansa  di  anfora  rodia  col  bollo  : 

EniGEnAoPoY 
IMINSIoY 

XX.  Taranto  —  Sui  primi  del  1884  nella  contrada  Montedoro  in  Taranto,  fu 
scoperto  un  ripostiglio  di  monete  romane  d'argento,  della  fine  della  repubb.  e  il  prin- 
cipio dell'impero.  Spettano  alle  famiglie:  Accoleia3;  Acilia  16;  Aelia2;  Aemilia  41; 
Annia  2;  Antestia  4;  Antia  2;  Antonia  110;  Appuleia  4;  Aquillia  3;  Atilia  2;  Au- 
relia  3;  Baebia  2;  Barbatia  11;  Caecilia  10;    Caesia  1;    Calidia  3;  Calpurnia  24 
Carisia  24;  Carvilia  15;  Cassia  25;  Cipia  13;    Claudia  54;   Cloulia  1;  Cocceia  4 
Coelia  8  ;  Considia  7  ;  Coponia  4  ;  Cordia  30  ;  Cornelia  32  ;  Cossutia  2  ;  Crepereia  1 
Crepusia  0.  Critonia  2  ;  Cupiennia  2  ;  dulia  1  ;  Domitia  7  ;  Dm-mia  5  ;  Egnatia  1 
Eppia  6;  Fabia  6;  Fannia  1;  FarsuleiaS;  Flaminia  7;  Fonteia  18;  Fufial;  Furia  7 
Gellia  2;  Herennia  2;  Hosidia    7  ;  Hostilia  11;   Iulia  129;   lunìa  28;  Licinia  10 
Livineia  12;  Lucilia  3;  Lucrotia  3;  Lutatia  1;  Maenia  3;  Maiania  2;  Mamilia  3;  Man 
lia  4  ;  Marcia  24;  Memmia  6  ;  Mettia  3  ;  Minucia  0  ;  Mucia  2  ;  Mussidia  7  ;  Naevia  0  ; 


—  103  — 

Nasidia  1;  Nonia  1;  Norbana  2;  Papia  4;  Papiria  6;  Petronia  10;  Pinaria  2;  Plae- 
toria  12;  Plancia  7;  Plautia  19;  Poblicia5;  Pompeia  17;  Pomponia  9;  Porcia  12; 
Postiimia  12;  Procilia  4;  Quinctia  1;  Renia  4;  Rosela  4;  Rubria  13;  Rustia  8;  Ru- 
tilia  1;  Salvia  3;  Sanquinia  6;  Satriena  2;  Saiifeia  3;  Scribonia  12;  Sempronia  1; 
Sentia  1  ; .  Sepvillia  4;  Sergia  3;  Serrillia  12;  Sestia  1;  Silia  1;  Spurilia  1;  Te- 
rentia  1;  Thoria  8;  Titia  9;  Tituria  19;  Todillia  ?  1;  Trebania  1;  Tullia  3;  ìjr- 
binia  11;  Valeria  4;  Vargnnteia  3;  Veturia  3;  Vibia  45;  Vinicia  1;  Voconia  1; 
Toltela  6;  Senza  nome  di  fam.  14;  Impresse  da  una  sola  parte,  perchè  lasciate  sul 
conio  5  ;  Rex  Iuba  3. 

Essendo  stato  questo  tese-retto  esaminato  dal  direttore  del  Museo  nazionale  di 
Napoli  prof.  Giulio  de  Petra,  vi  fece  egli  le  seguenti  osservazioni. 

«  Cronologicamente  l'ultima  moneta  deltesoretto  di  Montedoro  è  quella  di  C.  Vi- 
nicio :  questo  zecchiere  mettendo  su  alcuni  denari  la  VII,  su  altri  la  Vili  tribunicia 
potestà  di  Augusto,  mostra  che  l'anno  del  suo  Illvirato  monetale  ricade  nel  738, 
che  appunto  riunisce  quelle  due  tribunicie  potestà.  Mancando  nel  ripostiglio  altre  mo- 
nete certamente  posteriori  a  quella  di  C.  Vinicio,  si  può  ritenere  che  il  nascondimento 
sia  avvenuto  non  più  tardi  del  738. 

Son  da  notare  le  monete  battute  dopo  il  seppellimento  del  tesoro  di  Carbonara, 
e  che  si  trovano  in  questo  di  Montedoro: 

1.  Glodius  C.  f.,  Vestalis  (Cohen,  Claudia  5).  -  2.  i  denari  con  la  III  saluta- 
zione imperatoria  di  Antonio  (Cohen,  Antonia  30,  33,  35).  -  3.  il  denaro  con  la  IV 
salutaz.  imperatoria  e  il  III  consolato  di  Antonio  (ibid.  38).  -  4.  le  legioni  di  M.  An- 
tonio. -  5.  i  denari  di  Scarpo  (Cohen ,  Pinaria  3,  5).  -  6.  le  monete  di  Ottaviano 
con  Divi  f  (Cohen ,  lidia  36,  40,  43-5).  -  7.  id.  col  consolato  VI  (ibid.  51,  53).  - 
8.  id.  con  irnp  Caesar  e  imp  Caesar  divi  f  (ibid.  56,  58-60,  62,  64-66).  -  9.  le  mo- 
nete di  Cesare  Augusto  (ibid.  69,  70,  e  Mann.  imp.  I,  n.  194,  294).  -  10.  P.  Cari- 
sius  leg  prò  pr  (Cohen,  Carina  12,  14,  16,  17).  -  11.  L.  Aquillius  Florus  (Cohen, 
Aquilia  5)  a.  735.  -  12.  M.  Durmius  (Cohen,  Durmia  3,  5,  6)  a.  735.  -  P.  Petro- 
nio Turpilianus  (Cohen,  Petronia  4,5,  11,  15,  17)  a.  735.  -  14.  Q.  Rustius  (Cohen, 
Rustia  2).  -  15.  M.  Sanquinius  (Cohen,  Sanquinia  1,  2).  - 16.  L.  Vinicius  L.  f  (Cohen, 
Vinicia  5). 

Casuale  è  la  mancanza  dei  denari  dì  Mescinio  Rufo,  che  ricordando  i  ludi  seco- 
lari celebrati  nel  737,  può  ascriversi  a  quell'anno.  Anche  fortuita  può  essere  la  man- 
canza di  qualche  altro  monetiere,  come  di  L.  Lentulo  flamine  marziale,  di  Cosso  Len- 
tulo  e  di  P.  Licinio  Stolone,  i  cui  denari  sono  molto  rari.  Ma  non  è  credibile,  che 
per  una  uguale  combinazione  della  sorte,  si  desiderino  i  nomi  dei  due  Antistii,  Vetere 
e  Regino,  di  L.  Caninio  Gallo,  di  C.  Mario  e  di  C.  Sulpicio  Platorino;  pei  quali 
perciò  si  ricava  da  questo  ripostiglio  un  grave  indizio,  se  non  una  prova,  che  gli  anni 
della  loro  carica  sieno  posteriori  al  737  » . 

Sicilia 

XXI.  Marsala  —  Invitato  dal  sig.  prefetto  di  Trapani,  il  prof.  Salinas  direttore 
del  Museo  nazionale  di  Palermo,  visitò  la  così  detta  grotta  della  Sibilla  ;  dove  invece 


—  104  — 

dulie  decantate  fantasticherie  classiche,  trovò  un  monumento  cristiano  di  grande  im- 
portanza, di  cui  in  Sicilia  non  si  conoscono  altri  esempi.  È  tutto  decorato  a  pitture, 
che  esprimono  ancora  il  gusto  classico  ;  ed  ayeva  pavimento  in  musaico,  del  quale  re- 
stano avanzi  di  mirabile  artificio.  Fu  provveduto  acciò  gli  avanzi  del  musaico  non 
fossero  ulteriormente  rovinati  ;  e  furono  fatti  copiare  tanto  questi  quanto  i  dipinti  delle 
pareti,  che  si  possono  vedere  solamente  con  l'aiuto  di  fanali,  e  bagnandoli  pezzetto 
per  pezzetto;  tanto  l'umidità  li  ha  coperti  con  un  velo  opaco  di  crosta  calcare. 

Furono  pure  copiati  altri  dipinti  cristiani  delle  catacombe  di  Marsala,  dei  quali 
non  si  aveva  notizia.  Uno  di  essi  rappresenta  il  buon  Pastore,  nello  stile  che  si  am- 
mira nelle  catacombe  del  suburbio  di  Roma. 

XXII.  Selinuilte  —  Il  r.  Commissario  degli  Scavi  e  Musei  di  Sicilia  ha  rife- 
rito, che  in  seguito  a  violenti  burrasche,  dalle  onde  è  stato  smosso  un  banco  di  sabbia, 
nella  costa,  e  messo  allo  scoperto  dei  massi  squadrati,  fin  qui  non  conosciuti. 

Messa  mano  a  rinettare  quei  massi,  è  venuta  fuori  una  banchina  di  grandi  pezzi 
di  tufo,  posti  in  due  file,  l'ima  dietro  l'altra  e  rinforzati  dalla  parte  interna  da  un'altra 
costruzione  di  cunei,  incatenati  insieme  con  un  gran  numero  di  ferri  a  doppio  T  (come 
quelli  che  legavano  le  metope  coi  triglifi),  ma  dei  quali  restano  i  soli  incastri. 

Sardinia 

XXIII.  Cagliari  —  Noia  del  r.  Commissario  prof.  C.  Filippo  Vivanet. 

In  seguito  alla  sistemazione  del  viale  Principe  Umberto,  fatta  dall'amministra- 
zione municipale,  essendosi  manifestate  gravi  lesioni,  stante  una  fondazione  insufficiente, 
nei  muri  della  palazzina  Mari,  il  proprietario  fino  dal  maggio  dello  scorso  anno 
fu  costretto  ad  aprire  profondi  cavi,  per  eseguire  le  necessarie  sottomurazioni. 

Questi  lavori  condussero  alla  scoperta  di  ima  parte  di  necropoli  romana,  di  cui 
si  ignorava  l'esistenza  in  quel  punto. 

Le  scoperte  epigrafiche  che  vi  si  fecero  sono  le  seguenti: 

1)  Cippo  sepolcrale,  di  compatto  calcare,  scoperto  nella  parte  della  casa  che  pro- 
spetta la  strada  Gesù  e  Maria,  alla  profondità  di  m.  7,60  ;  sotto  del  quale  era  l'ossuario, 
una  lucerna,  un  piatto  aretino,  diversi  altri  frammenti  di  vasellame,  più  diversi  amu- 
leti in  osso  e  globetti  di  collana  in  pasta  vitrea.  Nel  cippo  leggesi  l'epigrafe: 

DM- 

l • tvrranivs 
celer  •  mil  •  ex- 
cl  •  pr  •  mis  •  nat  • 
dalm  •  vix  ■  an- 
xxxx-miLt-an- 
xxiii-  cvravt 
q^naevivs- 

A  Q_V  I  L  A  ■  7 


—   L05  — 

2)  Altro  cippo  della  stessa  pietra,  rinvenuto  a  poca  distanza  del  precedente, 
reca  il  titolo: 

D  IVI' 

GESSIAE  •  GAL 
LAE-VIX-ANN-LX 
FILI  ■  MATRI  ■ 

DVLCISSJME 

3)  Altro  cippo  di  calcare,  scoperto  a  m.  8,00  di  profondità,  e  distante  dal  primo 
m.  4,00,  sempre  nella  parte  dell' edificio,  che  guarda  la  strada  di  Gesù  e  Maria: 


D-  M- 

C  ■  IVLIVS  •  CANDIDVS 

N  •  BESSVS  •  MIL  •  EX  ■  CLAS 
PR  •  M  I  S  ■  7  •       B  A  T  I 
RVFI  ■    MIL    ■  AN  ■  XVIII 
M  ■  X  ■    V  I X  •  A  N 
X  X  X  I  I  X 


In  vicinanza  di  questo  monumento,  ed  alla  medesima  profondità,  rinvennesi  un'urua 
in  pietra  della  forma  di  una  cassetta,  con  coperchio  a  tettuccio,  rozzamente  eseguita, 
contenente  ossa  combuste. 

Poco  lungi  da  questa,  si  raccolse  una  testa  muliebre  e  diversi  frammenti  fittili. 
4)  In  un  fosso  praticato  nell'interno   della  casa,  si  scoprì  altro  cippo  di  cai' 
care  ordinario    compatto,   alla   base  del  quale   trovossi  infisso  un  morione  in  pietra, 
di  cui  vedonsi  i  soli  lineamenti  del  volto. 

Il  cippo  è  con  timpano  ;  ed  in  mezzo  a  questo  è  rilevato  uno  scudo  con  due  lance. 
L'iscrizione  dice: 

D  ■  M  • 

LSCENTIO-  VALENÌ 
MIL  •  EX  ■  CLAS  ■  PRAf 
MIS-  7SOCELLI 
CH  ILONIS  •  MIL- 
AN  ■  XXVII  •  VI-AN 
XXXXVII  ■  NAT 
BESSVS-  SCIEN  't1  A 
EVTYCH  A  •  PATR' 
OPTIMO-  ET 

B-    M-  F- 

L-  CALPVRNIVS 
FYRMVS  ■    CVR« 
EGI//// 


—  106  — 

Pure  nell' interno  dell' edificio,  alla  profondità  di  rn.  8.20.  furono  trovate  due  iscri- 
zioni marmoree,  la  prima  delle  quali  dice: 

5)  MHERENNIVSVlCTOR 

egnatia  •  c  •  f  •  ivnia 
c  ■  herennio  •  m  •  f  •  ivniorl 
herenniae  •  m  •  f  •  victrici 
fIlis-sibi  •  posterIsqve-svIs 

6)  L'altra  rotta  in  tre  pezzi  ha  l'epigrafe: 

H  E  L  I  O 
S  E  C  V  N   D  A 
CONIVGI  •  B  •  M  •  F 
VA- XXXV 

Si  raccolsero  anche  due  urne  vitree  frammentate,  ed  una  moneta  in  bronzo  ossidata. 

7)  Nel  punto  esterno  della  fabbrica,  presso  la  via  Principe  Umberto,  si  trovò 
alla  profondità  di  m.  4,50  un  altro  cippo  di  calcare,  unitamente  al  quale  erano  vasi 
fittili  che  andarono  in  frammenti,  ed  una  moneta  di  bronzo,  irriconoscibile  per  l'ossido. 

L'epigrafe  incisa  nel  cippo  dice: 

D     M 
L'CHRYSIO 

V  E  N  V  S  T  O 
VIX-AN-XXVIMII 
MVTILIA  •  CERTA 

F  I  L  I  O   ■   F 


Furono  anche  potuti  ricuperare  i  seguenti  frammenti  epigrafici: 


9) 


'i  \ii\i  b 
LIO   E- Mi 


10) 


Tutte  queste  scoperte,  venute  fuori  dalla  breve  cerchia  dei  fossi  aperti  per  rin- 
forzare le  fondazioni;  gli  altri  titoli  trovati  in  località  poco  distante  da  questa,  editi 
nel  C.  I.  L.  X,  n.  7592,  7595,  7623,  7614,  7633,  7679;  quelli  che  ancora  si  vedono 
infìssi  nella  cortina  che  sorge  di  fronte  alla  palazzina  Mari;  ci  fanno  sicuri  che  molta 
maggior  messe  si  sarebbe  potuta  raccogliere,  quando  le  ricerche  si  fossero  estese  in 
più  larga  zona. 

Roma.   18  aprile  1886. 

11  Direttore  gen,  Selle  Antichità  e  Belle  arti 
PlORELLl 


—  107  — 


A  PRILE 


Regione  X.  (Venetia) 

I.  Concordia  —  Nota  dell'  ispettore  cav.  Dario  Bertolini. 
Un'  altra  tomba  è  venuta  in  luce  nel  fondo  dei  fratelli  Borriero,  in   prossimità 
di  quella,  della  quale  ho  dato  ragguaglio    nelle  Notizie  dello  scorso    mese  (p.  (35). 
Essa  è  tutta  in  pezzi  ;  però  dai  tre  che  formano  il  dinanzi,  si  ha  la  scritta  : 

D  M 

P    .    INPOS//OR  •  VIC 
XIT  •  ANNISXVI////MENSES  ■  SEX 
DIES  •  VIr/////IVNVM 
Essendosi  in  quest'ultime  settimane  dato  mano  a  spianare  il  terreno  intorno  alla 
chiesa  cattedrale  di  Concordia,  per  livellare  il  piazzale  e  regolarne  lo  scolo,  emerse 
che  nella  risega  di  fondazione  del  campanile  era  un  masso  scritto.  Avutone  l'avviso, 
mi  portai  sul  luogo,  ma  non  potei  rilevare  che  le  tre  prime  lettere  di  ciascuna  delle 
sei  righe,  di  cui  constava  l'epigrafe,  e  precisamente  : 

TTTC 
CLA 
LEG 
CAE 
TRP 
POC 

Il  resto  era  tutto  coperto  dalla  muratura  del  campanile. 

Queste  iscrizioni  mostravano  che  si  trattava  di  im  titolo  importante,  forse  impe- 
ratorio, certo  di  personaggio  cospicuo.  La  mente  corse  anzi  ad  un  altro  titolo  concor- 
diese,  che  aveva  qualche  affinità  con  quelle  lettere  ;  ma  ogni  congettura  era  arrischiata, 
troppo  pochi  essendo  gli  elementi  per  venire  ad  mia  conclusione  di  qualche  probabi- 
lità. Mi  volsi  quindi  al  sindaco,  e  lo  pregai  di  far  levare  quella  pietra,  a  fine  di 
poter  leggere  l'intéra  epigrafe.  Ed  egli  molto  cortesemente  si  dichiarò  disposto  ad 
appagare  il  mio  desiderio,  sempre  che  l'ingegnere  municipale  lo  assiciu-asse,  che  dallo 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II.  11 


—  108  — 

smuoverla  nessun  pericolo  ne  deriverebbe  all'edifìcio.  L'ingegnere,  fatti  gli  esami 
opportuni,  accertò  non  esservi  nulla  a  temere,  e  quindi  il  sindaco  conte  Edoardo  Pe- 
rulli,  che  nomino  ad  onore  e  per  protestargli  la  più  viva  riconoscenza,  fece  subito 
dar  mano  alla  smuratura,  ed  il  giorno  13  venne  felicemente  levata  la  pietra,  la  quale 
è  un  piedistallo  smozzicato  superiormente  per  iseheggiatura.  alto  cent.  90,  col 
lato  di  cent.  60.  Ecco  quale  si  mostra  l'epigrafe  completa  : 


ìmhBtLLfilNULl 

CLA • RVFO  • Q_VRB 
LEGATO  •  IMP 
CAESARIS  ■  AVGVST 

TR-PL 

POCTAVIVST-F 
Le  lettere  della  prima  linea  sono  alte  mm.  68,  quelle  delle  altre  linee  variano  da 
45  a  59  mm.  di  altezza;  sotto  l'ultima  riga  vi  ha  uno  spazio  vacuo  di  cent.  39, 
e  dopo  il  TR  •  PL  con  cui  comincia  l'antecedente,  lo  spazio  è  levigato  così,  da  non 
lasciar  luogo  a  supporre  che  altre  parole  vi  potessero  far  seguito.  In  onta  alla  scan- 
tonatimi delle  estremità  della  prima  riga,  è  evidente  che  il  titolato  sia  T  •  TREBEL- 
LENO  L  •  F,  di  cui  fra  i  marmi  eoncordiesi  si  ha  un  altro  titolo  noto  anche  ai  collet- 
tori più  antichi ,  e  che  per  comodità  di  confronto  reputo  conveniente  di  qui  riferire  : 

TTREBELLENO    LF 

CLARVFO 
Q_TRPL- LEGATO 
CAESARISAVGVSTI 
PLEBS 

Le  lettere  sono  più  alte  del  totale  precedente,  misurando  quelle  del  primo  verso  mm.  85. 
È  inciso  sur  una  delle  faccie  minori  d'un  masso  rettangolare,  lungo  m.  1,73,  largo 
0,85,  alto  1,03,  che  porta  superiormente  il  foro  del  sostegno  d'una  statua,  forse  equestre. 
e  trovasi  sulla  piazza  di  Concordia  lungo  la  riva  del  Lèmene. 

Il  Borghesi  nella  «  Illustrazione  di  un  marmo  interessante  scoperto  nella  Basilica 
di  s.  Paolo  ad  quattuor  angulos  detto  Ostiense  »  (v.  Giornale  arcadico  1830,  tm.  46, 
li.  174-194;  Oeuvr.  Ili,  p.  263-282),  fu  il  primo  ad  avvertire  esser  questi  il  tutore 
dato  da  Tiberio  ai  minorenni  figli  di  Coti  V,  ucciso  da  Rescupori,  quando  divisi'  la 
Tracia  fra  essi  e  Remetalce  tìglio  dell'uccisore,  riferendosi  a  Tacito  Ann.  2,67  (anno 
772  di  R.  —  18/19  di  Cr.).  Male  informato  però  asseriva,  che  la  lapide  si  trovava 
a  Portogruaro,  mentre  la  grandezza  del  masso  e  le  tradizioni  locali  ci  fanno  sicuri, 
che  non  fu  mai  mossa  dal  sito  ove  attualmente  si  trova;  e  dava  la  copia  dell'epigrafe 
sull'esemplare  del  Doni,  che  ha  nella  prima  riga  T  •  TREBELLIENO  T  ■  F  e  nell'ultima 

PLEBS quasiché  vi  mancasse  qualche  cosa  al  complemento.   Il 

Mommsen  per  ciò  ha  riputato  necessario  di  riferirla  in  nota  alle  Oeuvr.  (Ili,  p.  272) 
quale  è  veramente,  aggiungendo  che  -  Ics  ms.  de  Tacite  ont  aussi  Trchellonus  quo  Ics 
editéurs  ont  eu  tort  de  changer».  Poi  nel  C.  I.  L.  V  ad  n.  1878,  dopo  aver  citato 
i  codici  e  i  libri  nei  quali  si  incontra,  scrive  -  efr.  Tacitus  Ann.  2,67  ....  3.38. 
•  i.:'>9.  Primo  loco  codox  Trebellenus,  reliquis  duobus  si  fides  silentio  collectorum  Ire- 
bellienus;  illud  veruni  esse  titulus  ostendit  jam  a  mendis  descriptorum  purgatus   -. 


—  109  — 

Con  tali  autorità  non  si  può  contenderà  al  vecchio  e  al  nuovo  marmo  l'impor- 
tanza di  appartenere  a  quel  Trebelleno  Rufo,  che  fu  tutore  dei  figli  di  Coti.  Quindi 
completandone  la  storia  sulle  traccie  di  Tacito,  diciamo  che  non  fu  fortunato  nella 
sua  missione,  perchè  la  Tracia  divisa  ricalcitrava  al  nuovo  governo,  e  non  meno  di 
Trebelleno  malediva  Remetalce,  che  lasciava  divorare  così  i  suoi  popoli  (Tac.  Ann. 
3,38  ad  a.  774  di  R.  =  20/21  di  Cr.).  Dopo  d'allora  nuli' altro  sappiamo  di  lui, 
senonchè  fastidito  della  brutale  tirannide  di  Tiberio,  si  tolse  la  vita  nell'anno  di 
Roma  788  =  34/35  di  Cr.  (Tac.  Ann.  6,39). 

Giova  ricordare,  che  Augusto  avendo  ripartito  col  Senato  le  Provincie,  provvide 
al  governo  di  quelle  che  aveva  ritenute  per  sé,  mediante  legati  con  autorità  pretoria 
e  proconsolare,  e  che  fra  esse  vi  aveva  la  Venezia  e  l'Istria  (reg.  X).  Vuoisi  quindi 
arguire,  che  T.  Trebelleno  abbia  avuto  da  lui  l'incarico  di  legato  per  questa  regione; 
poiché  se  lo  fosse  stato  altrove,  i  suoi  titoli  onorari  qui  eretti,  avrebbero  fuor  di 
dubbio  indicato  la  provincia  estranea,  nella  quale  ne  aveva  disimpegnato  le  funzioni. 
Potrebbesi  pur  dubitare,  se  egli  fosse  veramente  legato  di  Augusto  o  non  piuttosto 
di  Tiberio  ;  dacché,  come  è  riuscito  a  dimostrare  il  Borghesi  nel  discorso  intorno  a 
due  iscrizioni  di  Ottavia,  i  nomi  Caesar  Augustus  non  sono  esclusivamente  propri 
di  Ottaviano,  bensì  comuni  coi  quattro  primi  suoi  successori.  Lo  stesso  Borghesi  però 
rileva,  che  quelle  denominazioni  sono  solamente  consacrate  per  indicare  Ottaviano; 
«  perchè  non  è  a  mia  notizia,  egli  dice,  che  fin  qui  siasi  mai  dubitato  da  alcuno 
degli  epigrafici,  che  tutte  le  lapidi  memoranti  Cesare  Augusto  spettassero  ad  Ottaviano  » 
(Oeuvr.  Ili,  p.  303). 

Quindi  consentendolo  anche  i  calcoli  dell'età,  forza  è  conchiudere  che  T.  Trebelleno 
sia  stato  Questore  urinino.  Trìbuiio  della  plebe  e  legato  ai  tempi  di  Augusto,  il 
quale  morì  nel  707  di  R.  =  13/14  di  Cr.  ;  perchè  supponendogli  anche  quarant'anni 
in  allora,  poteva  benissimo  cinque  anni  dopo  aver  da  Tiberio  la  missione  di  tutore 
dei  figli  di  Coti,  e  morire  nel  788  a  61  anno.  Anzi  l'ufficio  stesso  demandatogli  da 
Tiberio  nei  primordi  del  suo  regno,  richiedeva  una  riconosciuta  esperienza  di  affari 
gravi  e  delicati,  la  quale  egli  non  sarebbe  stato  in  grado  di  conseguire,  se  non  avesse 
sostenute  le  cariche  attribuitegli  dai  nostri  marmi  nell'impero  di  Augusto. 

Probabilmente  devesi  attribuire  allo  stesso  personaggio  il  frammento  pubblicato 
dal  Pococke  (p.  126,  1  =  C.  I.  L.  V,  1940) 

O 
RVFO • PR 
che  si  credeva  smarrito,  e  che  fortuitamente  nell'estate  del  1875  ho  visto  fra  le  pietre, 
colle  quali  era  costruita  la  testata  destra  del  vecchio  ponte  levatoio  in  Concordia,  ed 
ho  potuto  far  levare  di  là  e  depositare    sotto  la  loggia  del  Comune,  donde  fra  breve 
verrà  trasportato  al  Museo  concordiese. 

È  vero  che  in  questo  frammento  egli  appare  come  pretore,  mentre  negli  altri 
titoli  di  quest'ufficio  non  si  fa  motto;  ma  già  ci  era  noto  per  Tacito,  che  aveva  so- 
stenuto la  pretura  prima  d'essere  chiamato  alla  tutela  dei  tìgli  di  Coti  :  »  iisque 
(filiis  Cotyis)  nondum  adultis  Trebellenus  Rufus  praetara  funetus  datur  (Ann.  2,67). 
Porse  vi  era  stato  inalzato  dallo  stesso  Tiberio,  e  allora  o  successivamente,  qualche 
amico  avrà  voluto  perpetuare  nel  marmo  anche  i  nuovi  onori  da  lui  conseguiti. 


—  110  — 

La  circostanza  che  i  titoli  surriportati  furono  tutti  tre  rinvenuti  in  Concordia. 
la  singolarità  che  la  gente  Trebellena  non  ha  lasciato  di  sé  altro  ricordo  che  questo 
Tito  Rufo  figlio  di  Lucio,  il  fatto  che  egli  è  ascritto  alla  tribù  Claudia,  ci  autoriz- 
zano a  conchiudere  che  lo  storico  personaggio  al  quale  sono  dedicati,  appartiene  alla 
nostra  colonia  e  forse  ad  una  delle  famiglie  venute  a  fondarla. 

Un  altro  marmo  concordiese  (G.  /.  L.  V,  1936)  fa  menzione  della  gente  Ottavia, 
mi  cui  rampollo  ha  dedicato  il  titolo  onorario,  sul  quale  probabilmente  posava  la 
statua  del  nostro  T.  Trebelleno  Rufo  testò  rinvenuto. 

Sono  poi  in  Concordia  venute  in  luce,  sulla  fine  del  marzo  passato  e  nei  primi 
giorni  di  aprile,  le  seguenti  iscrizioni  : 

AVS-M  •  F  •  PVT'N" 
pVNDA ■ VXOR 
IA-QvF-PROe!A 

È  scritta  sopra  la  metà  circa  di  un  cinerario  quadrangolare,  col  lato  di  cent.  54,  alto 
cent.  29: 

ECOFL-  NVNNVSFILIAISATI 

SVRO  OPITERGINE  CIVIT 

NEGVTIATOR  DE  PROPRIO  CONPARAVI  SI  QVIS 

EAMAPERI  RE  VOLVERIT  DABIT  FISCO  AVRIVN 
CIASDVAS 

Caratteri  assai  rozzi:  l'F  è  formato  come  l'È,  differenziandosi  solo  per  la  orizzontale 
superiore  rivolta  in  su.  Ritengo  doversi  leggere  ego  Fl(avius)  Nunnus  ftl(ius)  laisati 
Syro  etc. 

D  M 

SATVRNINAE 

PORCIPERSAE 

EPAPHRODITVS 
CONIVGI 

CARISSIMAE 

Caratteri  del  primo  secolo.  Lapide  alta  m.  1,28,  larga  0,58  incorniciata. 

IL  Vendoio  (frazione  del  comune  di  Treppo  Grande  in  prov.  di  Udine)  — 
Nota  del  predetto  ispettore  sopra  un'iscrizione  dell'antica  ria  da  Coi/contiti 
verso  il  Norico. 

Fra  le  vie  che  movevano  da  Concordia,  ve  ne  aveva  una  diretta  verso  il  Norico. 
Di  questa  si  è  occupato  il  Filiasi  nello  «  Memorie  storiche  dei  Veneti  primi  e  se- 
condi »  (voi.  II,  p.  188  e  segg.)  dirizzandola  per  Cinto,  Sesto  e  Settimo  a  Fagagna 
e  Colloredo.  Il  tracciato  gli  era  suggerito  dai  nomi  pei  primi  tre  villaggi,  e  dai  cippi 
miliari  per  gli  altri  due.  Qne'  cippi  erano  stati  a  lui  comunicati  da  Girolamo  Asqnini, 
il  quale  li  attribuiva  ad  Augusto  ed  al  XIII  suo  consolato.  Dopo  Colloredo.  il  Filiasi 

8Up] echi'  la  strada  ripiegasse  verso  Meredo  di  Tomba,  procedendo  quindi  a  s.  Daniele. 

Ragogna.    Osoppo.     «   La  strada  poi,  continua    egli,  correa    per  le  sassose    falde    del 


—  Ili  — 

Ragogna  (Reuma),  più  internandosi  ancora  e  forse  fino  ai  contorni  dell'  Ospodaletto, 
dove  imi cava  le  vie  che  lassù  salivano  da  altri  luoghi  del  Friuli  -. 

11  tracciato  del  Pillasi  pecca  probabilmente  nei  primi  passi,  perchè  non  gli  era 
noto  il  cippo  miliare  di  Pieve  di  Rosa  a  valle  di  Camin  di  Condroipo,  e  pecca 
nella  prosecuzione  oltre  Colloredo,  perchè  i  cippi  di  Vendoglio  e  Pers  vennero  in 
luce  posteriormente. 

La  carta  annessa  al  V  volume  del  C.  I.  L.  segna  il  primo  tratto  di  questa  ria, 
direttamente  da  Concordia  a  Pieve  di  Rosa,  lasciando  ad  occidente  i  paeselli  di  Cinto. 
Sesto  e  Settimo;  poi  ne  abbandona  ogni  traccia,  ma  mette  a  Pagagna,  Colloredo. 
Vendogio  e  Pers  i  segni  del  cippo  miliare.  Nelle  Viae  publicae  Galliae  Cisalpinae 
di  quel  volume,  troviamo  raccolte  sotto  il  n.  Ili,  Concordine  in  Noricum,  tutte  le 
lapidi  miliari  accennate.  Tre  sono  frammenti  rivisti  ed  accertati  dal  Luciani  (n.  7995, 
T'.i'.h;  e  7998),  i  quali  fanno  chiara  menzione  di  Augusto  COS-XIII.  TR-POT-XXII: 
due  (n.  7994  e  7997)  che  l'illustre  compilatore  ha  tolto  dal  Valvason,  f.  91'  e  42', 
sono  alterati  e  corrotti  per  modo  da  non  lasciarne  raccapezzare  il  senso.  Il  primo, 
che  è  quello  di  Pieve  di  Rosa,  parla  di  Valerio  Massimiano  e  di  Flavio  Costantino; 
l'altro,  quel  di  Vendoio,  è  raffazzonato  in  questa  guisa  : 

IMP  •  CAESAR  AV 
GVSTVS  DIVI  CAES- 
COS-XlI-  COSTANTI 
NI    •    V  •  P   •  D  •   T 

Da  un  pezzo  mi  crucciava  il  desiderio  di  mettermi  allo  studio  di  quella  via  sul 
percorso  accennato  dai  cippi,  nella  fiducia  anche  di  poter  rintracciare  i  due  che  il 
Luciani  non  aveva  veduto,  ed  in  ispecie  quel  di  Vendoio,  sul  quale  il  Valvason  dava 
l'indicazione  in  Vendoio  supra  Udine.  Ma  le  occupazioni  cui  sono  necessitato,  non 
mi  lasciarono  il  tempo  finora  di  portar  ad  effetto  il  mio  proposito. 

Nel  14  marzo  però  essendomi  portato  ad  Udine,  l'egregio  mio  amico  cav.  Vin- 
cenzo .Toppi  direttore  di  quel  civico  Museo  mi  partecipò,  aver  egli  accresciuto  la  rac- 
colta delle  sue  lapidi  colla  colonna  miliare  di  Vendoio,  e  con  esimia  cortesia  non 
solo  me  l'ha  fatta  vedere,  ma  mi  ha  altresì  autorizzato  a  farne  pubblica  la  vera 
lezione.  Quindi  è  che  mi  affretto  a  comunicarla  agli  studiosi. 

È  un  rocchio  di  colonna  del  diam.  di  cent,  42,  alto  un  metro,  di  una  pietra 
giallognolo-seura,  di  superficie  scabra  assai,  che  porta  abbastanza  evidente  questa 
epigrafe  : 

imp -caesar 
avgvst  •  divi  •  f 
cos-xIOTrpoT 

X 

x       mi 

La  parte  chiusa  fra  le  linee  è  stata  spianata  già  in  antico  ;  ma  il  supplemento  del 
numero  per  la  tribunizia  potestà  è  sicuro,  quello  delle  miglia  men  certo,  in  quantochè 
fra  le  miglia  segnate  dai  cippi  e  quelle  risultanti  dalla  carta  militare  italiana  vi  lui 


—  112  — 

una  qualche    differenza.  In  fatti  ritenuto  il  miglio    romano    eguale  a  m.  1475.  dato 
dal  Letronne,  abbiamo: 

da  Concordia  a  Fagagna    secondo  il  cippo  m.  p.  XXXIII  secondo  la  carta  m.  29,22 

da  Concordia  a  Colloredo              »                »  XXXIIII  »              »   36,30 

da  Concordia  a  Vendoio                »                »  X IIII  »              »   37,00 

da  Concordia  a  Pera                    »               »  XXXV  »             »    45,69 

Ed  anche  col  ragguaglio  del  miglio  romano  al  più  recente,  dato  di  m.  1481,50,  questi 
risultati  si  altererebbero  in  misura  affatto  inconcludente. 

Ammettendo  quindi  la  distanza  da  Concordia  a  Colloredo  in  miglia  34,  che  è 
quella  che  più  si  accosta  alla  vera,  dobbiamo  supplire  nel  cippo  di  Vendoio  X##yIIII, 
come  sarà  forza  completare  quello  di  Pers  .rXXXV,  sebbene  l'apografo  del  n.  7998 
non  lasci  supporre  difetto.  Le  avvertite  differenze  colle  vere  distanze  a  cammin  retto, 
trovano  facile  giustificazione  nel  supposto  molto  probabile,  che  i  cippi  fossero  origi- 
nariamente collocati  non  nei  centri  abitati  ove  si  trovano  oggidì,  ma  nel  territorio 
ad  essi  adiacente. 

Regione  XI.  {Transpadana) 

III.  Vigentino  (frazione  del  comune  di  Quinto-Sole)  —  Nota  dell'ispettore 
prof.  Pompeo  Castelfranco  sopra  scoperte  avvenute  in  Vigentino,  Gar- 
bar/nate Milanese,  e  Golasecca. 

Vigentino  è  un  modesto  villaggio,  situato  nel  territorio  del  comune  di  Quinto-Sole, 
a  breve  distanza  da  Milano.  E  celebre  nella  storia  del  medio  evo,  per  aver  dato  asilo 
temporaneo  ai  Milanesi,  dopo  la  distruzione  della  loro  città  per  opera  del  Barbarossa. 
Quivi  il  signor  Verazzi,  in  una  cava  di  ghiaia  di  sua  proprietà,  aveva  rinvenuto 
alcune  grandissime  anfore,  e  pochi  altri  oggetti.  Recatomi  sopra  luogo  potei  esaminare 
due  di  quelle  anfore  ancora  intatte,  che  recano  il  bollo  1-ERENINJa  (cfr.  C.  I.  L.  V. 
8112,48).  Gli  altri  oggetti  facevano,  senza  dubbio,  parte  di  suppellettile  funebre  di 
qualche  tomba,  e  consistono  in  frammenti  di  specchio  metallico,  privo  di  graffiti,  in 
ima  lucernetta  monolychne  anepigrafe,  ed  in  una  moneta  assai  guasta  dall'ossido,  spet- 
tante al  primo  secolo  dell'impero. 

IV.  Garbagliate  Milanese  —  In  un  fondo  di  proprietà  del  sig.  Poggi  di 
Milano,  praticandosi  alcuni  scavi  per  la  fossatura  delle  viti,  si  rinvennero  sulla  fine 
dello  scorso  anno  molte  tombe  gallo-romane,  del  primo  secolo  dell'era  nostra.  L'illustre 
comm.  Cesare  Cantù  avendomi  reso  avvertito  della  scoperta,  mi  recai  subito  dal 
signor  Poggi,  per  esaminare  gli  oggetti  ritrovati.  Sono  alcune  mezze  anfore,  segate 
orizzontalmente  a  mezza  altezza,  e  la  parte  inferiore  adoperata  a  guisa  di  urna  cine- 
raria, coperta  da  grande  tegola  romana,  coll'orlo  rialzato.  Gli  oggetti  raccolti  da 
prima  dai  contadini,  senza  alcuna  precauzione,  sono  ora  confusi,  non  essendo  stati  con- 
servati tomba  per  tomba,  e  né  anche  nella  loro  totalità.  Restano  alcuni  fittili,  cioè 
patine,  piatti,  un'olpe  ansata,  un  vaso   aretino  eon    bollo  in  forma  di  piede    e  sigla 


—  113  — 

poco  leggibile.  In  un  altro  vaso  è  granita,  a  terra  cotta,  una  croce  a  sei  braccia.  È  pure 
notevole  una  specie  di  beveratoio,  con  foro  laterale  per  lo  scolo  dell'acqua,  foro  prati  - 
cato  a  terra  cruda.  Si  ebbero  pure  alcuni  balsamarì  ed  unguentari  di  vetro  ;  una  forfex 
frammentata  :  un  rasoio  gallico;  un  cartoccio  o  cannone  di  lancia  in  ferro;  ed  in  bronzo 
due  fìbule  articolate,  ed  un  ago  crinale  piccolo.  Si  trovò  pure  una  perla  da  collana,  a 
spicchi,  in  pasta  grigiastra  ;  ed  una  fusaiuola  di  terracotta,  che  mi  sembra  nocciolo  di 
un  fiocco.  Varie  monete  mal  conservate,  talune  contuse  pel  solito  rito,  ci  riportano  ai 
tempi  di  Claudio  e  di  Adriano. 

Tutti  questi  oggetti  vennero,  per  gentile  iniziativa  del  ricordato  sig.  Poggi,  donati 
al  Museo  pubblico  del  palazzo  di  Brera. 

V.  Golasecca  —  Certo  Gaspare  Puricelli  falegname  ha  scoperto  presso  Gola- 
secca,  nel  luogo  detto  il  Lazzaretto,  una  tomba  del  primo  periodo  della  prima  età 
del  ferro.  Un  rozzo  ciottolone  appariva  al  livello  del  suolo,  nascosto  da  ginestre  ed 
erielie  ;  rimosso  questo  sasso,  che  serviva  di  chiusura,  il  Puricelli  rinvenne  in  sem- 
plice buca  un  vaso  cinerario  di  bronzo,  a  forma  di  situla,  con  traccia  di  chiodi  che 
assicuravano  i  due  manici,  e  dentro  ossa  combuste,  molti  oggetti  d'  ornamento  pure 
in  bronzo,  ed  un  vasetto  fìttile.  Vicino  alla  situla,  era  una  ciotola  di  cotto.  La  tomba 
apparve  vergine  ed  intatta.  Il  vaso  di  bronzo,  consunto  in  parte  dall'ossido,  non  potè 
essere  estratto  dalla  terra  senza  qualche  guasto,  lievissimo  però  a  tal  segno,  che  può 
dirsi  uno  dei  meglio  conservati  che  ci  sieno  giunti  di  quella  età.  Somiglia  in  tutto 
alla  situla  della  Certosa  di  Bologna,  a  quelle  delle  terre  Arnoaldi-Veli,  ed  alle  altre 
rimesse  in  luce  in  Este,  in  Waasteh,  in  Besnate  Comasco,  ed  in  Trezzo  d'Adda, 
salvo  che  non  ha  decorazioni  di  figure  a  sbalzo  come  i  vasi  qui  ricordati. 

Coi  vari  frammenti  di  bronzo  che  in  questa  medesima  situla  si  contenevano, 
potei  ricomporre  una  ventina  di  fìbule  ed  una  magnifica  collana,  identica  a  quella 
rinvenuta  nella  situla  di  Trezzo  sopra  accennata  (cfr.  Bull,  della  Consulta  ardi, 
anno  IV.  fase.  1,  tav.  III). 

Regione  IX.  {Liguria) 

VI.  Veiltimiglia  —  Sul  finire  di  marzo  ed  il  principio  di  aprile,  fu  scoperta 
una  tomba  nella  via  dei  sepolcri  in  Ventimiglia  ;  e  da  quella  fu  staccato  un  marmo 
scritto,  ohe  l'ispettore  prof.  cav.  G.  Bossi  potè  esaminare,  e  che  forse  fu  destinato 
per  la  collezione  della  signora  Cora  Kennedy  in  san  Remo.  L'iscrizione,  che  si  trascrive 
dal  calco  cartaceo,  dice  : 

POCTAVIVS 

VRBICVS  SIBI  ET 

OCTAVIAEtfSYN 

TYCHENIVXORI 
SVAE 

ET  ■  SVIS  •  V  •  F 

Il  medesimo  ispettore  riconobbe  pure  presso  il  padrone  della  trattoria,  nel  sestiere 
s.  Agostino  in  Ventimiglia,  1'  iscrizione   scoperta  or  sono   due   anni  nella  pianura  di 


—  114  — 

Nervia,  nel  sito  dell'antica  Intemelio,  iscrizione  che  fu  edita  dal  sig.  E.  Blanc  (Sup- 
plément  à  l'épigraphie  des  Alpes  viari  lì  mes  p.  19),  con  la  sola  omissione  della 
prima  lettera  del  primo  verso.  La  lezione  esatta,  come  desuntesi  dal  calco,  è  : 

L  •  SALVIO  •  L  •  F  ■  ANI 
CAN VLEIO 
VALERIA-MON 
TANA-CONIVGI 
Riferì  poi  il  medesimo  ispettore,  che  nella  proprietà  Porro,  nella  stessa  contrada 
di  Nervia,  oltre  ad  una  grande  quantità  di  anfore   vitree  e  vasi  fittili,  è  stata  ricu- 
perata ima  grande  diota,  portante  in  un  manico  il  bollo  PONTICI.  Furono  parimente 
trovate  due  coppe  in  bronzo,  con  coperchio  fregiato  di  rami  di  quercia  a  bassorilievo; 
ima  magnifica     testa  di  coccodrillo,  in  bronzo  ;  e  due  sfingi  in  travertino. 

Nel  Museo  Daziano  in  Bordighera,  il  predetto  prof.  Bossi  copiò  l'epigrafe  seguente, 
della  quale  mandò  anche  un  calco  cartaceo.  È  incisa  su  di  un  bel  cippo,  scavato  nella 
stessa  proprietà  Porro,  e  dice  : 

D  M 

L • ALLI VS 
L1GVS-SIB 
ET    VALER 
THALLVSA 
ET-L-ALLIO- AL 
LIANO     PUS 
S I M  O  A  N  XX 

VII.  Ameglia  —  Rapporto  dell'ispettore  oro.  Paolo  Podestà. 

Esimendosi  da  una  cava  di  pietre  il  materiale  pel  restauro  d'im  muro,  in  un 
terreno  appartenente  al  prof.  cav.  Agostino  Paci  nel  comune  d' Ameglia,  si  scoperse 
nell'interstizio  della  roccia  |una  tomba  antica,  con  uno  dei  lati  minori  rivolto  a 
sud-est.  Il  sig.  Bernardo  Bologna  soprastante  a  quei  lavori,  che  per  fortuna  si  trovava 
sul  posto,  prevedendo  l' importanza  della  scoperta,  con  saggio  accorgimento  potè  assi- 
curare dai  possibili  guasti  la  tomba,  e  porre  in  salvo  la  ricca  suppellettile  che  vi 
era  deposta. 

Il  giorno  dopo  fui  sul  luogo  ;  e  valendomi  della  cortese  ospitalità  offertami  da 
quell'illustre  cultore  della  scienza  che  è  il  prof.  Paci,  e  eoli'  aiuto  del  sig.  Bologna, 
ebbi  tutta  l'opportunità  di  visitare  il  luogo  del  travamento,  e  di  esaminare  i  molti 
oggetti  scoperti. 

La  cassa  sepolcrale,  di  forma  quadrilatera,  è  costruita  coi  quattro  lastroni  late- 
rali di  uno  schisto  lamellare  bruno,  abbondante  nella  vicina  Punta  del  Corvo,  che  si 
presta  facilmente  alla  riduzione;  le  altro  due  che  servono  da  base  e  da  coperchi», 
di  macigno.  Le  laterali  sono  lavorate  con  gran  cura,  e  le  due  dal  lato  più  ristretto, 
sono  tenute  ferme  al  posto  da  due  incanalature  ad  incastro,  praticate  con  iscarpello 
alle  due  opposte  estremità  delle  lastre  maggiori;  per  cui  le  minori  si  devono  estrarre 
dall'alto  a  guisa  di  cateratta.  Il  tutto  poi  era  tenuto  ben  commesso  da  appositi  cunei 
di  pietra,  collocati  a  forza  tra  la  roccia  e  le  lastre  della  cassa.  Al  di  sopra  stava  un 


f 


—  115  — 

terrapieno  'li  circa  un  metro.  Devesi  certamente  all'ottima  qualità  del  materiale  ed 
alla  accurata  esecuzione  del  lavoro,  l' incolumità  della  tomba,  che  internamente  è 
lunga  m.  0,56,  larga  va.  0,40,  profonda  m.  0,35. 

Nell'interno  si  rinvennero  quattro  ossuari  intatti,  le  cui  ciotole-coperchio  erano 
collocate  col  piede  che  entrava  nell'orirtcio  del  vaso;  e  nell'interno  degli  ossuari,  uni- 
tamente alle  ossa  combuste,  erano:  piccola  oenochoe  verniciata  in  nero  di  forma 
greca  ;  un  unguentario  di  smalto  egizio  ;  molti  oggetti  d' ornamento  in  argento, 
bronzo  e  vetro,  dei  quali  darò  la  descrizione.  Gli  ossuari  erano  sepolti  in  una  terra 
uliginosa,  frammista  a  carboni,  che  credetti  cenere  del  rogo  ;  e  tutto  intorno  quattro 
lamie  di  ferro  coi  relativi  spuntoni;  due  spade  spezzate  coi  foderi  in  frammenti;  due 
strigili,  ed  altri  oggetti  irriconoscibili  ed  incompleti  in  ferro  e  bronzo.  Successiva- 
mente nella  poca  cenere  del  rogo  che  raccolsi,  rinvenni  un  anello  d'oro  leggermente 
danneggiato  dal  fuoco;  l'altra  cenere  disgraziatamente  fu  dispersa. 

Degli  ossuari,  i  due  minori  a  forma  la  più  comune  di  dolio  in  creta  rossa  ordi- 
naria, lavorati  al  tornio,  lìmo  misura  in  altezza  m.  0,17,  ha  la  massima  circonfe- 
renza di  m.  0,58,  il  diametro  del  piede  di  m.  0,08,  della  bocca  con  labbro  sporgente 
di  m.  0.10;  l'altro  è  alto  m  0.12,  ed  ha  la  massima  circonferenza  di  m.  0.38.  Le 
due  ciotole  coperchio  sono  esse  pure  lavorate  al  tornio,  ma  più  accuratamente  ;  e  sono 
inverniciate  in  nero,  lima  a  forma  conica  come  quella  di  Cenisola,  alta  m.  0,08,  col 
diametro  della  bocca  di  m.  0,14;  l'altra  più  schiacciata  a  forma  di  piattello. 

Due  sono  più  grandi,  il  primo  di  forma  quasi  sferica  con  piede  breve,  senza 
■olio  e  labbro  e  piccolissimo  orifìzio,  e  fatto  alla  ruota  con  creta  gialla,  levigata  colla 
tecca;  ed  è  alto  m.  0,20,  ed  ha  la  massima  circonferenza  di  m.  0,88.  L'altro,  cilin- 
drico, leggermente  allargato  sotto  il  labbro,  il  quale  sta  sulla  bocca  a  guisa  di  cer- 
chio inclinato  al  di  fuori,  è  parimenti  lavorato  al  tornio  con  creta  rossa  finissima,  e 
colorata  d'un  rosso  più  cupo  a  zone  e  fascie  di  listelli.  Il  primo  fittile  non  ha  esempi 
nei  precedenti  scavi  del  nostro  territorio;  del  secondo  abbiamo  avuto  un  bell'esem- 
plare dal  sepolcreto  eli  Cenisola.  Quest'ultimo  vaso,  a  quanto  mi  si  assicurò,  non  aveva 
alcun  coperchio.  L'altro  teneva  col  piede  infisso  nell'  orifizio,  una  grande  patera  a 
forma  leggermente  convessa,  decorata  con  quattro  palmette  disposte  a  circolo  nella 
parte  centrale,  fatte  collo  stampo.  È  lavorato  al  tornio,  con  creta  fina  verniciata  in 
nero;  è  alto  m.  0,08,  ed  ha  il  diametro  di  m.  0,  25. 

Nel  vuoto  interno  del  piede  fu  granata,  dopo  la  cottura,  una  leggenda  in  caratteri 
grossolani. 

Nell'ossuario  più  grande  stava  sopra  le  ceneri  un  vasellino  in  creta  fina  verni- 
ciato in  nero,  contenente  esso  pure  ossa  combuste  ;  alto  circa  m.  0,07  con  collo  stretto. 
labbro  sporgente ,  ed  un'  ansa,  che  dal  ventre  va  ad  attaccarsi  alla  sommità  del  lab- 
bro, e  con  la  bocca  chiusa  da  un  coperchio  fatto  a  cono  rovesciato  nella  parte  intema, 
e  sferico  nella  esterna,  contornata  con  eleganza  da  una  corona  di  tondini  rilevati. 
Nell'altro  ossuario  a  forma  cilindrica,  era  un  balsamario  di  vetro,  alto  m.  0,025  con 
base  a  punta,  e  con  ornati  a  smalto  verde  su  fondo  bianco.  Era  in  frammenti,  ma, 
fu  quasi  tutto  ricomposto. 

Nei  quattro  ossuari  erano  poi  ripartiti  i  diversi  oggetti  d' ornamento,  che  qui 
descrivo. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  1'.  Voi.  II.  !•"> 


—  116  — 

Argento  —  Due  fibule  intiere  a  doppio  e  lungo  vermiglione,  posto  trasversal- 
mente sull'arco  della  fibula,  conformi  a  quelle  rinvenute  in  Cenisola  (cfr.  Not.  1879, 
ser.  3a,  voi.  V,  p.  31  sg.,  tav.  I,  fig.  1);  lima  è  del  peso  di  grammi  45,  l'altra  di  gr.  17. 
Frammenti  di  altre  tre  fibule  d'ima  forma,  che  a  quanto  sappia,  non  avrebbe  riscontro. 
Consisterebbe  in  un  emisfero  concavo  convesso,  del  diametro  presunto  di  m.  0.065,  dal 
cui  centro  concavo  si  distacca  1'  ardiglione  a  doppio  vermiglione  ;  e  dall'opposto  centro 
convesso,  l'arco,  il  quale  ò  formato  da  una  lamina  dello  stesso  metallo  della  larghezza 
di  circa  mill.  5,  che  si  rivolge  in  vario  senso  a  guisa  di  nastro,  certamente  non  per 
sola  eleganza  ma  anche  per  dare  elasticità  all'arco;  va  in  basso  a  formare  un  cartoccio, 
in  cui  s  innesta  l'ardiglione,  e  finisce  in  un  bottone  che  ha  sopra  un  collarino  come 
nella  fibula  di  Cenisola  (Noluie  ibid.,  tav.  I,  fig.  2).  Due  armille  a  due  grossi  fili 
contorti,  terminate  alle  estremità  da  bottoncini.  Frammenti  d'altre  due  armille  a  filo 
più  sottile.  Tre  anelli:  Uno  dei  quali  liscio,  di  forma  comune,  con  grosso  castone,  in 
cui  è  una  pasta  vitrea  (?)  di  colore  opalino;  pesa  grammi  7.  Altro  anello  a  spirale, 
del  peso  di  grammi  8,  diviso  in  tante  coste  separate  da  altrettante  sinuosità  ;  va 
assottigliandosi  a  forma  di  serpe  dalla  testa  alla  coda;  la  parte  della  testa  è  man- 
cante. Altro  a  spira  regolare  di  filo  dello  spessore  di  mill.  3,  ornato  da  tre  solchi  alle 
estremità;  è  del  peso  di  gr.  7.  Altri  tre  spirali  in  filone  più  sottile,  frammentati. 
Bromo  —  Un  anello  spirale  a  grandi  coste,  con  bella  patina  verde  ;  pochi  fram- 
menti di  anelli,  ed  altri  pezzetti  irriconoscibili. 

Vetro  —  Cinque  globetti  di  una  collana  in  vetro  bianco  opalino:  due  a  forma 
di  ovoli,  sono  attraversati  in  tutta  la  loro  lunghezza  da  un  foro  sottile  per  passarvi 
il  filo.  Due  pendagli,  che  si  direbbero  in  forma  di  delfini,  con  testa  voluminosa,  lab- 
bro sporgente  e  coda  rovesciata,  forati  nella  parte  più  larga  della  testa-.  Altro  pen- 
daglio a  forma  di  cuore.  Furon  tutti  ritrovati  in  un  solo  ossuario,  e  dovevano  far  parti 
d'un  monile. 

Armi  —  Quattro  cuspidi  di  lancia  in  ferro  ossidate,  con  bossolo,  della  lunghezza 
complessiva  di  m.  0,58.  Sono  provveduti  d'una  grossa  costa  mediana,  ed  hanno  le 
punte  molto  assottigliate,  contorte  e  ribattute  sul  corpo  della  lama,  allineile  potessero 
entrare  nella  cassa  sepolcrale.  Con  queste  sono  i  rispettivi  spuntoni  pure  in  ferro, 
lunghi,  compreso  il  bossolo,  rn.  0,32.  Due  spade  con  grossa  costa  mediana,  di  lama 
materiale  e  robusta,  lunga  m.  0,50,  larga  m.  0,055  ;  l'ima  senza  codolo,  con  punta 
tondeggiante  spezzata  in  due  frammenti;  l'altra  col  codolo  lungo  cent.  In.  mancante 
della  punta,  rotta  in  cinque  pezzi.  Colle  spade  erano  i  residui  dei  foderi,  in  alcuni  dei 
quali  si  vede  la  ripiegatura  nel  margine,  con  cui  erano  congiunte  all'interno  le  due 
lamine.  Un  pugnale  in  ferro  con  codolo  e  punta  acuminata,  e  con  lama  lunga  m.  0.20. 
In  una  cuspide  di  lancia,  alla  metà  della  lama,  era  infisso  l'emisfero  di  una  delle 
fibule  sopra  descritte,  posto  colla  faccia  concava  verso  il  riguardante.  E  per  ciò  fare, 
fu  troncato  1'  ardiglione  al  disotto  del  vermiglione  spirale,  che  ancora  rimane  al  posto; 

contorta  a  modo  di  gancio  una  parte  della  lamina,  che  formava  l'arco  dal  lati 

vesso,  ed  infitto  in  corrispondente  bossolo  appositamente  disposto  nella,  cuspide. 

Completano  la  copiosa  e  ricca  suppellettile  due  strigili,  lunghe  cent.  lo.  e  fram- 
menti d'argento,  bronzo  e  ferro,    tra   i  (piali   yeggonsi  i  resti  di  un  morso  da  cavallo. 
Come  ho  già  detto,  nella  poca  cenere  del  rogo  non  dispersa,  si  rinvenne  un  anello 


—  117  — 
d'oro  massiccio,  del  peso  di  grammi  6,  con  Largo  castone  che  porta  un' incisione  gua- 
sta dal  fuoco. 

Non  è  la  prima  volta,  che  simili  scoperte  son  fatte  in  Ameglia.  Come  già  ebbi  in 

altro  trulli,  occasiono  di  ricordare,  circa  trenta  anni  addietro  in  questo  stesso  Luogo, 
si  misero  in  luce  casualmente  parecchi  sepolcri  corrispondenti  a  questo  descritto,  ma 
nuH'altro  ne  restò  die  la  memoria.  Mi  vien  però  riferito  che  oltre  al  vasellame,  si 
trovarono  iu  copia  globetti  d'ambra,  qualche  lamina  d'oro  e  molte  armi.  E  non  solo 
in  questa  località,  ma  in  altre  ancora  tutte  intorno  alla  borgata  per  qualche  chilo- 
metro, si  scopersero  tombe,  delle  quali  si  conserva  nel  luogo  qualche  ras 1  alcuni 

frammenti  di  lamina  d'oro. 

Si  avrebbe  dunque  un  centro  abitato  anche  a'  tempi  da  noi  molto  discosti,  ed 
intorno  ad  esso  una  necropoli,  sulla  quale  importa  rivolgere  accurate  cure. 

Nei  sepolcri  di  Cenisola,  Monterosso,  Vernazza,  Viara  e  Barbarasco,  le  casse  sepol- 
crali erano  nel  mezzo  a  cumuli  di  ciottoli;  le  lancie  più  piccole  (la  maggiore  di 
cent.  45  e  lo  spuntone  di  cent.  12);  le  spade  di  lama  più  sottile,  a  punta  acuminata 
(la  maggiore  lunga  cent,  ti! .  Larga  mill.  50),  egli  ossuari  accompagnati  da  uno  o  più 
vasetti  accessori,  e  non  sepolti  nella  cenere  del  rogo.  Ad  Ameglia  invece,  in  questa 
tomba  si  trovano  nella  cassa  ceneri  e  carboni;  le  lancie  coi  relativi  spuntoni  assai 
più  grandi;  le  spade  più  corte,  più  larghe,  più  forti;  e  mentre  vi  si  scorge  una  straor- 
dinaria dovizia  in  oro.  argento  e  vetro,  nessun  vaso  accessorio  sta  a  rammentare  l'antico 
rito  Ligure. 

È  ben  vero  che  Ameglia  posta  nell'  estremo  limite  della  Liguria,  presso  la  foce 
del  Magra,  poco  discosta  da  Luni,  e  forse  solo  separata  da  questa  città  dal  fiume, 
doveva  avere  continui  e  diretti  rapporti  con  quel  centro  maggiore  ;  per  la  qual  cosa  è 
tacile  il  riconoscere  ,  che  poste  le  costumanze  liguri  al  frequente  contatto  della  più 
seducente  civiltà  vicina,   potevano  in  breve  modificarsi. 

Se  non  che  male  si  giungerebbe  a  conclusioni  esatte,  collo  studio  di  una  sola 
tomba,  e  quindi  voglio  chiudere  queste  mie  note  augurandomi,  che  presto  possa  essere 
intrapreso  uno  scavo  sistematico,  da  cui  molto  si  possa  guadagnare  per  la  topografia 
e  per  la  storia. 

Regione  Vili.  {Cispadana) 

Vili.  S.  Lazzaro  —  Nota  del  lì.  Commissario  conte  G.  Gozzadini. 

Informato  che  nell'estrarre  argilla  per  far  mattoni,  nella  fornace  Bertelli,  nel 
comune  di  s.  Lazzaro,  presso  la  via  Emilia,  a  quattro  chilometri  da  Bologna,  erano 
slati  scoperti  degli  oggetti  antichi,  mandai  subito  a  vedere  di  che  si  trattava.  Con- 
statai che  i  lavoratori,  a  un  metro  e  mezzo  di  profondità,  si  erano  imbattuti  in  un 
sepolcro  a  ustione,  del  periodo  di  Villanova,  e  l'avevano  manomesso;  né  era  il  primo. 
Potei  però  recuperare  alcuni  oggetti ,  i  soli  a  quanto  mi  si  disse  che  furono  rinve- 
nuti, e  feci  raccogliere  i  cocci  che  erano  stati  dispersi.  Gli  oggetti  ed  i  frammenti 
fittili  sono  :  —  Pezzi  di  ossuario  del  tipo  di  Villanova,  di  terra  rosso  bruna,  con  meandri 
graffiti  sino  all'orlo,  ed  ansa  gemina.  Internamente  aderiscono  nel  fondo  frammenti  di 
ossa,  avanzati  dal  rogo.  Pezzi  della  patera  che  suole  coprire  l'ossuario.  Pezzi  di  vasi 


—  118  — 

accessori,  tra  i  quali  di  un  vaso  cilindrico  cou  diaframma,  ornati   da  circoli  concen- 
trici e  da  anitrelle  a  stampa. 

Armilla  di  bronzo,  grossa  e  massiccia,  formata  da  una  verga  a  quattro  angoli 
smussati,  distorta  e  spezzata  in  due  intenzionalmente.  Fibula  di  bronzo,  corpacciuta, 
non  massiccia,  anzi  aperta  nel  lato  volto  verso  la  spilla.  Fibula  di  bronzo  grande  e 
larga,  di  lamina  ornata  a  disegni  geometrici  e  a  punteggiature.  Pezzi  di  fibule  di 
bronzo,  a  navicella.  Porzione  di  fibula  di  bronzo,  non  massiccia,  a  lungo  astuccio. 
Frammenti  di  altre  fibule  di  bronzo.  Fibula  con  sezioni  di  osso,  incastonate  di  am- 
bra. Fibula  con  sezioni  di  ambra.  Arco  di  bronzo  di  altra  fibula  consimile. 

Porzione  di  asticella  piatta,  di  bronzo,  con  la  parte  superiore  cordonata  in  giro 
sormontata  da  anellino  fisso,  entro  del  quale  è  un  anello  mobile.  Probabilmente  era 
uno  di  quei  curaunghie,  che  finiscono  in  due  piccole  punte.  Altra  porzione  di  asti- 
cella consimile,  che  può  essere  stata  di  auriscalpium.  Altra  asticella  intiera  consi- 
mile nella  parte  cordonata,  ma  rotondeggiante  e  a  punta,  come  un  punteruolo  o  piut- 
tosto un  discriminale.  Questi  tre  utensili,  uguali  nella  parte  superiore,  muniti  ugual- 
mente di  anellini  mobili,  e  che  pare  sieno  stati  tutti  della  stessa  grandezza,  erano 
probabilmente  riuniti  in  un  manichette,  e  formavano  un  solo  oggetto  di  toilette,  come 
quei  tre  che  pubblicai  negli  Scavi  Arnoaldi  tav.  XIII.  fig,  3.  Si  ebbe  in  fino  un 
grande  e  molto  grosso  anello  di  avorio. 

IX.  Imola  —  Scavi  di  tombe  arcaiche  in  contrada  Belvedere,  descritti 

dall'ispettore  cav.  A.  Santarelli. 

A  meno  di  due  chilometri  da  Imola,  dalla  parte  di  ovest  si  distendono  alcuni 
altipiani,  che  preparano  una  serie  di  vaghe  collinette.  A  piedi  di  uno  di  essi,  e  pre- 
cisamente nel  terreno  del  sig.  cav.  Galotti  chiamato  Belvedere,  dal  quale  è  cavata 
terra  di  prestito  per  la  prossima  rinomata  sua  fornace,  vengono  da  due  anni  scopren- 
dosi urne  cinerarie.  L'area  che  lo  racchiudeva  sparse  in  tutti  i  sensi,  è  di  circa 
in.  q.  1000. 

Fino  dalle  prime,  gli  operai  adibiti  a  tali  lavori  non  fecero  conto  alcuno  di  ciò 
che  incontravano,  e  disgraziatamente  non  vi  fu  chi  istrutto  di  cose  antiche,  sapesse 
di  quei  travamenti.  Ogni  cosa  fu  quindi  manomessa,  o  travolta  nelle  parti  più  basse. 
clic  si  venivano  pareggiando  con  la  terra  meno  atta  alla  fabbricazione  delle  stoviglie. 
Solo  nel  mese  passato  l'egregio  sig.  ing.  Marani  ebbe,  per  caso,  a  vedere  alcuni  bronzi 
avuti  da  una  di  quelle  urne;  e  indovinandone  il  pregio,  si  fece  a  cercare  qualche 
notizia  della  località  d'onde  provenivano.  Ma  era  troppo  tardi,  per  rintracciare  i  tanti 
altri  oggetti  andati  smarriti  ;  talché  non  potè  riunire  che  la  poca  messe  che  dirò. 

Recatomi  io  per  incarico  dell'onorevole  Direttore  generale  delle  antichità  a  visi- 
tare il  luogo  ed  esaminare  gli  oggetti  raccolti,  mi  occupai  primamente  di  rilevale  dal 
soprastante  dei  lavoratori,  quanto  riguardava  il  trovamento  e  le  piti  minute  particolarità 
di  esso.  Condottomi  perciò  sul  sito  con  lui.  ed  in  compagnia  del  lodato  sig.  Marani, 
che  mi  fu  largo  di  ogni  sorta  di  attenzioni,  ebbi  ad  accertare  le  seguenti  circostanze. 

Le  urne  che  «_cl ì  operài  venivano  scuoprendo,  stavano  alla  diversa  profondità  di 
in.  i).  50  a  in.  1.  secondo  Le  variazioni  di  livello  subite  dal  terreno.  Imo  da  remoto 
tempii:   erano   in   piena   terra,   non  protette  cioè  da  ciottoli,   Ó  da   lastre,    e  distavano 


—  119  — 

le  une  dulie  altre  dai  2  ai   1  tri.  Proposi  all'operaio  in  disegno  alcuni  profili,  per 

veder  di  determinare  Le  forme   delle   medesime,   e  sebbene   mi  pò   vagamente,  potei 

Mare  che  avessero  quelle  dei  noti  ossuari  di  Villanova:  d'altra  parte  dovetti 
persuadermi,  non  essere  facile  a  quell'uomo  rispondermi  con  sicurezza  su  ciò,  perchè 
tutti  i  vasi  erano  schiacciati,  talché  di  una  trentina  circa  (che  a  tanti  pare  salga  il 
num.ro  di  quelli  incontrati  in   due  anni)  non  potè  cavarne  uno  intatto. 

Diverse  urne  erano  coperte  da  ciotola:  altre,  diceva  l'operaio,  erano  state  collo- 
rat,'  con  la  bocca  in  giù;  giudizio  che  io  credo  derivasse  da  sua  illusione  ottica: 
forse  con  la  pressione  del  terreno  l'urna  che  doveva  avere  il  solito  coperchio,  si  fran- 
tumò, restando  invece  sana  o  quasi  la  ciotola,  la  quale  formando  così  tutto  un  insieme 
eoi  cocci,  potè  sembrargli  il  fondo  del  vaso.  Le  urne  contenevano  ossa  carbonizzate 
e  ceneri:  fra  le  medesime,  quasi  in  tutte,  erano  oggetti  di  bronzo  simili  a  quelli 
che  descriverò  avuti  dal  sig.  Mai-ani:  ma  i  lavoratori,  veduto  che  non  luccicavano, 
o  non  li  raccoglievano,  o  raccolti  li  rigettavano  come  cose  inutili.  Qualche  urna  con- 
teneva anche  uno  o  due  vasetti  accessori:  di  ferro  non  ebbero  mai  nulla,  come  pure 
non  s'  avvennero  in  alcun  cadavere  lunato:  mi  notò  infine  il  capo  scavatore,  che  p  esso 
ai  vasi  non  era  rado  vedere  ciottoletti  semisferici. 

Non  potendo  raccapezzare  altro  dal  medesimo,  mi  diedi  a  girare  il  campo,  e 
m'  imbattei  in  diverse  scheggie  di  selce,  rifiuto  di  lavoro,  in  altri  pezzetti  di  pareti 
di  vasi,  in  parecchi  di  quei  ciottoli  semisferici  di  vario  colore,  e  in  diversi  nuclei  di 
terra  cotta,  residuo  di  ustrini. 

Gli  scarsi  bronzi  rimasti  da  questa  scoperta,  sono  i  seguenti  : 

a)  Due  piccole  fibule  filiformi  ad  arco  semplice,  con  una  sola  ripiegatura  dello 
spillo,  e  brevissima  staffa. 

b)  Una  fibula  ad  arco  semplice  solcato  da  striature  tortili,  pure  con  un  solo 
giro  dell'ardiglione,  fermato  anche  questo  da  staffa  bravissima. 

e)  Frammento  di  fibula  a  sanguisuga,  consistente  nel  solo  arco  disadorno. 

//)  Armili  a  del  diametro  interno  di  cent,  7  di  verga  semiellittica,  grossa  nel 
diametro  maggiore  mill.  10.  sovrapposta  per  un  quarto  appena  all'incontro  delle  due 
estremità  finienti  in  punta  ottusa,  priva  di  ornato. 

e)  Un  coltello-rasoio  lunato,  corroso  nei  lembi  esterni,  con  manichette  dei 
soliti.  Attorno  alla  cavità  interna  gira  un  fascio  di  linee  incise  equidistanti.  Sulla 
periferìa  esterna  non  ho  potuto  scorgere . nulla,  atteso  il  guasto  e  l'ossido. 

f)  Cannello  di  lamina  ripiegata,  del  diametro  di  cent.  1. 

Tutti  i  pezzi  hanno  patina  verdastra  chiara.  I  frammenti  dei  vasi  sono  di  terra 
nerastra,  impastati  alcuni  di  miche  di  quarzo,  fatti  a  mano  e  cotti  a  fuoco  libero; 
altri  sono  ingubbiati  al  di  fuori,  ed  assumono  una  tinta  rossastra.  Fra  i  fittili  ricu- 
perati non  figura  alcun' ausa  :  ma  su  questo  difetto,  che  potrebbe  contrastare  con  la 
conclusione  che  sarò  per  prendere,  non  bisogna  fare  un  eccessivo  fondamento,  attesa 
la  scarsezza  della  raccolta  (12,  o  15  pezzetti  appena).  Va  notato  il  frammento  di  un:; 
ciotola  a  labbro  inflesso.  Le  pareti  dal  più  al  meno  hanno  lo  spessore  di  cent.  1 .  e 
sono  prive  di  decorazione,  all'  infuori  di  una  che  porta  incavi  fatti  colla  punta  delle 
dita.  Qualche  pezzo  meno  rozzo  degli  altri,  ma  sempre  plasmato  a  mano,  accenna  dalla 
curvatura  ad  esser  residuo  di  vasetti   accessori. 


—  120  — 

Dall'insieme  delle  circostanze  esposte,  e  dalla  qualità  dei  bronzi  e  dei  lìttili. 
parlili  si  possa  assegnare  la  necropoli  d'Imola  ad  imo  dei  periodi  umbri  delle  nostre 
regioni.  Direi  anzi  die  il  cultro  limato  la  faccia  risalire  al  più  arcaico  dei  medesimi. 
essendo  noto,  pei  prodotti  delle  necropoli  felsinee  di  quel  tempo,  che  questa  foggia 
dopo  la  civiltà  di  Yillanova  e  di  Benacci  scompare,  per  trasformarsi  in  coltello  ondulato. 

Sebbene,  come  si  vede,  la  messe  archeologica  raccolta  sia  molto  scarsa,  non 
iscema  per  questo  d'  importanza  la  scoperta;  anzi  a  mio  debole  avviso,  quella  scar- 
sezza viene  ad  accrescere  il  desiderio.  Il  quale  può  trovare  soddisfazione  in  lavori  di 
cavamente  per  la  fornace,  che  appresi  doversi  ripigliare  di  qui  a  qualche  mese  in  un 
cantiere  contiguo  agli  sfruttati,  e  nel  quale  è  ragionevole  sperare  si  dilati  il  sepol- 
creto italico,  di  cui  unii   piccola  parlo  l'inora   fu  conosciuta. 

Regione  Vili.  {Etruria) 

X.  Orvieto  —  Giornale  degli  scavi  della  necropoli  volsiniese  in  con- 
trada Gannìcella,  redatto  dall'ing.  R.  Mancini. 

22  febbraio  —  21  marzo.  Nel  terreno  di  proprietà  del  sig.  D.  Emidio  Puggini, 
attiguo  a  quello  del  sig.  G.  B.  Onori,  ove  si  fecero  le  scoperte  descritte  nelle  Notizie 
del  corrente  anno.  p.  36,  furono  rimesse  alla  luce  quattro  tombe  ad  una  camera, 
ritenute  del  consueto  stile  arcaico,  ciascuna  con  l' iscrizione  scolpita  siili'  architrave 
della  porta,  meno  la  quarta  tomba  che  ne  è  mancante.  Nell'architrave  della  prima 
leggesi  : 

Nell'interno,  essendo  stato  tutto  distrutto  ab  antico,  non  si  raccolsero  oggetti  di  sorta. 
La  seconda  tomba  ha  1'  iscrizione  incompleta  : 

SSIflfl) 

Anch'  essa  subì  la  sorte  della  precedente,  per  essere  stata  devastata  del  tutto. 
Sull'architrave  della  terza  tomba  leggesi  l' iscrizione  : 

*3v|3MY-  S3*<lYqflie<]PHI/V\ 

Si  trovò  distrutta  come  le  altre. 

La  quarta  tomba,  senza  iscrizione,  era  stata  anch'essa  devastata.  Solamente  lungo 
la  sua  strada  si  rinvennero  venticinque  vasetti  di  terracotta  ordinaria. 

22  marzo  —  18  aprile.  Nei  terreni  di  proprietà  dei  sigg.  G.  I'..  Onori  e  D.  Emilio 
Puggini,  ebbero  luogo  le  scoperte  di  alcune  traccio  di  tombe  arcaiche  ad  una  camera, 
non  che  di  altre  due  tombe  più  recenti,  a  due  camere.  In  una  di  queste  ultime,  orien- 
tata a  sud,  alla  profondità  di  m.  4  si  rinvennero  sparsi  nella  terni,  gli  oggetti  seguenti: 
Oro.  Due  anelli  da  dito  semplici,  del  diametro  di  m.  0",022  ciascuno. —  Bromo.  Tre 
pezzi  di  aes  rude  di  varia  grandezza.  —  Fittili  dipinti.  Frammenti  di  ini  paso  a 
figure  nere,  e  di  tazze  a  figure  rosse,  di  lui  mio  stile.  —  Fittili  ordinari.  Ventidue 
vasi  di  varie  forme  e  dimensioni.  —  Pietra.  Due  granili  lastre  di  trachite.  di  forma 
quasi  rettangolare;  una  con  testa  di  montone  a  rilievo,  sporgente  nell'angolo;  l'altra 
eoa     testa  di  pantera,  o  di  cane. 


—  121  — 

XI.  Santa  Maria  di  Falleri  (comune  di  Fabbrica  di  lioma)  —  Il  R.  Com- 
missario comiu.  Gamurrini  riferì  che  presso  .anta  Maria  di  Pallori,  nel  suolo  ove  ebbe 
sede  H  Municipio  Falasco,  o  la  romana  Falerii,  un  contadino  di  Fabbrica  scoprì  una 
Lastra  marmorea  con  iscrizione,  che  il  Commissario  medesimo  attribuì  al  secolo  quarto 
dell' impero,  e  di  cui  trasmise  il  seguente  apografo: 

D  •  M 

VAL  •  F  I_  O  R  E  N  T 
IVS  +  MIL-  ANIS-  VI  •  VIX 
XXVII  •  MESES  •  III  •  DIES  •  V  • 
CIBES  ■  CVMA  •  BENE+MERETI       sic 

Regione  I.  [Latium  et  Campania) 

XII.  Roma  —  Note  del  comm.  R.  Lanciami. 

Regione  II.  Demolendosi  un  muro  di  fondamento  nella  villa  già  Casali,  sono 
stati  ritrovati  due  busti  muliebri  panneggiati,  di  buona  conservazione,  e  perfettamente 
simili  fra  loro;  una  testa  di  donna  di  età  alquanto  provetta,  da  inserirsi  in  un  busto, 
e  con  singolare  acconciatura  ;  un  busto  acefalo,  minore  del  vero,  rappresentante  una 
giovinetta;  un  trapezoforo  in  forma  di  chimera  sedente,  ed  altri  pezzi  di  minor  conto. 
Regione  III.  Costruendosi  un  nuovo  casamento  sulla  via  Labicana,  nei  terreni 
già  Reinach,  fra  la  via  delle  Sette  Sale  e  quella  dei  ss.  Pietro  e  Marcellino,  è  stato 
scoperto  un  muro  costruito  con  pezzi  di  scultura,  ira  i  quali  si  distinguono:  due  pezzi 
di  alto  rilievo  con  figure  a  metà  del  vero,  seduto  sopra  uno  spòrto  di  roccia,  schiena  a 
schiena:  un  busto  di  Lucio  Vero;  quattro  statue  in  pezzi,  da  ricongiungersi.  Tutte 
queste  sculture  sono  state  acquistate  per  conto  del  municipio. 

Nei  terreni  Field,  sul  prolungamento  di  via  Buonarroti,  è  stato  abbattuto  un 
muro  simile  al  descritto,  salvo  che  i  frammenti  dei  quali  è  infarcito  sono  di  lavoro 
squisito.  L'oggetto  più  notevole  è.  un  simulacro  di  vacca  (Isiaca?)  a  metà  del  vero, 
scolpito  in  una  macchia  rarissima  di  granito,  a  riflessi  azzurrognoli.  Deve  notarsi, 
che  porzione  del  corpo  di  questo  sacro  animale  era  stata  ritrovata  molti  mesi  or  sono, 
entro  un  muro  distante  circa  80  metri  da  quello  che  conteneva  le  restanti  parti. 

Regione  IV.  Nei  disterri  per  le  fondamenta  della  casa  Pisani,  posta  sulla 
via  Graziosa  (ora  Cavour),  nell'angolo  formato  dalle  vie  di  s.  Maria  Maggiore  e  dei 
Quattro  Cantoni,  si  è  riti-ovata  una  sala  di  tipo  quasi  basilicale,  lunga  m.  10,00, 
larga  m.  7.00,  con  pareti  di  reticolato,  senza  mattoni.  Termina,  verso  mezzogiorno, 
con  un'abside  a  segmento  di  circolo,  di  ni.  5.04  di  corda,  e  m.  2,05  di  freccia,  la 
calotta  della  quale  è  decorata  da  una  grande  conchiglia  in  altissimo  rilievo  di  stucco. 
La  parete  ricurva  è  dipinta  con  riquadri,  scomparti,  fasce,  greche  ec,  a  colori  viva- 
cissimi in  fondo  bianco,  sul  fare  dei  dipinti  della  sala  mecenaziana. 

Confina  con  quest'aula  basilicale  un  edificio  vetustissimo,  cioè  di  poco  posteriore 
ai  tempi  Serviani,  del  quale  rimane  una  parete,  lunga  in.  17,00,  costruita  con  massi 
.li  cappellaccio  bugnati,  lunghi  m.  0.725.  alti  m.  0,275,  e  messi  uno  sull'altro  senza 
cemento.  La  costruzione  riposa  sopra  un  banco  di  tuta,  perforato  da  cunicoli  e  gallerie. 


]  22  

Le  quali  vengono  a  far  centro  e  capo  in  un  serbatoio  centrale,  munito  di  pozzo  e  pu- 
teale  in  cappellaccio  di  peperino. 

Ho  fatto  prendere  più  vedute  fotografiche  di  questo  importante  gruppo,  e  ne  ho 
tolti  io  stesso  i  rilievi   architettonici. 

Nelle  fondamenta  della  casa  in  costruzione,  sull'angolo  delle  vie  del  Boschetto 
e  degli  Zingari,  si  sta  scoprendo  un  robusto  muraglione  di  opera  reticolata,  al  quale 
sono  innestati  altri  muri  di  laterizio.  Questo  muraglione  è  lungo  circa  m.  25,  grosso 
m.  1.20,  e  sorge  fino  all'altezza  di  m.  2,20  sul  piano  di  via  del  Boschetto. 

Nelle  fondamenta  della  casa  sull'angolo  di  via  de'  Serpenti  con  la  nuova  via 
Cavour,  alla  profondità  di  m.  7.50  si  discoprono  pareti  intonacate  e  dipinte  di  una 
antica  fabbrica,  che  era  decorata  con  colonne  di  portasanta. 

Costruendosi  la  fogna  lungo  la  via  dello  Statuto,  nel  tratto  compreso  fra  la  via 
Merulana  e  la  chiesa  di  s.  Martino  ai  Monti,  sono  stati  messi  in  luce  tre  sepolcri 
arcaici,  incassati  nel  suolo  vergine,  con  le  sponde  e  la  copertura  composte  di  informi 
scaglioni  di  cappellaccio  cinereo. 

Il  primo  avello  conteneva,  oltre  a  poche  traccio  d'ossami,  una  grossa  fibula  di 
bronzo  con  tre  anelli  infilati  nell'ardiglione;  una  tazza  ad  un  manico  ed  un  cerchiel- 
lino  di  rame,  rotto  in  tre  pezzi.  Il  secondo  aveva  tre  vasi  rozzi,  ed  un  cerchiellino. 
Il  terzo  una  fibula,  un  vaso  ad  un  manico,   ed  un  altro  a  due. 

Non  molto  lontano  dal  gruppo  descritto,  e  sempre  nello  strato  vergine,  sono  state 
ritrovate  due  olle  a  due  anse,  alte  m.  0,40,  contenenti  ossicini  di  fanciulli,  e  minuti 
frammenti  di  metallo.  La  bocca  di  una  di  queste  olle  era  coperta  con  una  tazza  rovesciata. 

Regione  lì'-  VI.  Ricostruendosi  la  casa  in  via  di  s.  Agata  de'  Goti,  che  porta 
il  n.  17,  e  che  confina  con  l'orto  annesso  all'ex-monastero  dei  ss.  Domenico  e  Sisto, 
sono  stati  rinvenuti  due  frammenti  di  grande  lapide  scorniciata,  appartenenti  ad  un 
mausoleo  rotondo.  Si  ricongiungono  a  questo  modo: 


CORNtl   iA  •  L  •  NERESIDI  •  L  •  RODI 

m  o  n  v|  ienTvm-feciT-sibI-eT-c,' 

L  •  CORNEll    OLLEPAPHRAE-ET-\ 
M  •  ATlLIc]  M  •  L  ■  PARIDI  ■  ///////" 

CORNEI  /     ISIDORAE/, 
LCORN  ///  OSI 

Jl. 


Snidi  il  muro  di  sostruzione  dell'orto,  incomincia  ad  apparire  una  costruzione  a 
grandi  bugne  di  tuia,  del  secolo  V  o  VI  di  Roma.  È  larga  m.  2,10.  lunga  nella 
parte  scoperta  ni.    i.2o. 

Regione  VII.  Negli  sterri  per  il  tracciamento  delle  nuove  strade  nella  villa 
già  Ludovisi,  e  sopra,  tutto  nello  sterro  per  il  grande  viale,  che  deve  condurre  dalla 
piazza  Barberini  alla  porta  Pinciana,  si  discoprono  le  fondamenta  di  grandiose  co- 
struzioni dell'epoca    imperiale,    di  reticolato,  di   laterizio-reticolato,  di  laterizio,  e  di 


—  123  — 

maniera  così  detta  massenziana.  La  linea  topografica   i>iii  importante  è  quella  di   lui 

lunghissimo  colonnato,  il  quale  dalla  porta  Pineiana  discende  verso  il  casino  dell' Aur 

Vi  rimangono  in  opera  oltre  a  quaranta  cuscini  o  dadi  di  travertino,  di  m.c.  0,80,  sui 
quali  stavano  imperliate  le  basi  delle  colonne.  Vi  è  poi  uno  spazio  recinto  da  muraglioni, 
grossi  un- metro,  il  quale  è  pieno  di  anfore,  messe  una  sull'altra  con  la  bocca  all'ingiù. 

Regione  X.  Continuando  le  escavazioni  lungo  e  sotto  il  lato  settentrionali'  del 
Palatino,  fra  questo  e  la  via  di  s.  Teodoro,  sono  state  scoperte  alquante  stanze  sot- 
toposte al  clivo  della  Vittoria,  delle  quali  sarebbe  prematuro  investigare  l'uso  e  la 
destinazione,  gli  scavi  non  avendo  ancora  raggiunta  la  estensione  e  la  profondità  vo- 
luta. È  probabile  che  una  di  coteste  camere  sia  stata  adibita  per  uso  di  nativo,  es- 
sendovi state  ritrovate  due  statuette  rappresentanti  i  Geni  dei  solstizii.  E  benché  le 
due  figure  giacessero  in  suolo  di  scarico,  pure  la  presenza  di  entrambi  in  quel  luogo 
non  sembra  fortuita. 

Regione  XI.  Nello  scavo  pel  collettore  sinistro  in  piazza  della  Bocca  della 
Verità,  continuano  a  scoprirsi  avanzi  di  fabbriche  in  opera  quadrata,  appartenenti  ai 
secoli  più  remoti  della  città,  e  più  basse  del  piano  del  foro  Boario  imperiale.  Con- 
sistono in  muraglioni  di  parallelepipedi  di  tuta  dell'Aventino,  intersecantisi  ad  an- 
golo retto,  e  fronteggianti  una  strada  larga  4  metri.  Nello  strato  di  argilla  fluviatile, 
che  nasconde  cotesti  antichissimi  avanzi,  si  ritrovano  scheggie  di  vasellame  italo-greco 
a  vernice  nera  opalina. 

Regione  XIII.  La  vigna  del  sig.  avv.  Barbiellini  occupa  la  pendice  sud-ovest 
dell'Aventino,  fra  la  chiesa  di  s.  M.  del  Priorato  di  Malta  ed  il  bastione  di  Paolo  III, 
architettato  dal  Sangallo.  Essa  è  attraversata  in  tutta  la  sua  lunghezza,  e  secondo 
una  linea  approssimativamente  parallela  alla  via  di  porta  s.  Paolo,  dal  muro  della 
città  Serviana,  del  quale  si  conosceva  un  solo  frammento,  al  disopra  del  così  detto 
arco  di  s.  Lazzaro.  Può  notarsi,  come  memoria  topografica  di  qualche  importanza, 
che  le  traccio  del  muraglione  appariscono  anche  a  monte  e  a  valle  dell'arco  di  s.  Laz- 
zaro, specialmente  sotto  il  Priorato  di  Malta,  e  sotto  il  bastione  di  Paolo  III:  gli 
scarpellamenti  della  rupe  aventinese,  sulla  risega  dei  quali  era  piantato  detto  mura- 
glione, sono  ancor  oggi  freschi  e  netti,  in  modo  che  non  vi  è  tema  di  sbagliare. 

Nella  sottoposta  pianura  del  Testacelo,  continuano  a  scoprirsi  le  pareti  delle  varie 
-  horrea  publica  '  e  i  pavimenti  delle  strade  che  ad  esse  conducevauo.  Lo  scaglioni.' 
di  serpentino  si  ritrova  dovunque  in  così  grande  abbondanza,  che  gli  intraprenditeli 
se  ne  servono  per  le  loro  murature. 

Regione  XIV.  Demolendosi  le  fondamenta  della  chiesa  di  s.  Salvatore  a  Ponte 
Rotto,  sono  state  tratte  dal  loro  nucleo  le  scolture  seguenti  :  —  Statua  acefala,  ar- 
caizzante, di  Minerva  egidarmata,  opera  assai  notevole  per  il  lavoro  e  per  la  conser- 
vazione. Busto  integro  della  Giulia  di  Tito.  Testa  muliebre,  maggiore  del  vero,  non 
saprei  dire  se  galeata  o  pileata.  Magnifica  testa,  ritratto  virile,  con  barba  e  baffi. 
Testa  atletica  minore  del  vero.  Testina  turrita  di  Cibele.  Quattro  teste  consunte  e 
poco  riconoscibili.  Quantità  di  frammenti  di  statue  da  ricomporsi. 

Dall'alveo  del  Tevere  provengono,  insieme  ad  oggetti  di  minor  conto:  —  Una 
lastrina  da  colombaio  di  bigio  col  nome: 

Qj  LACERI  •  Q_     / 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Vul.  II.  LG 


—  124  — 
Uno  scudo  d'argento  di  Bologna  del  1797.  Uno  scudo  di  Pio  VI  del  1780.  Uu  primo 

bronzo  di   Agrippina    seniore.    Due    coppe    d'Arezzo,    sane,    col    bollo    „  ,  „,,.,  ■  Un 

RAbIN 

clipeo  marmoreo  del  sec.  XVII.  con  la  testa  di  Tiberio  di  mezzo  rilievo. 

Presso  s.  Salvatore  è  stato  scoperto  un  tubo  di  piombo,  sul  quale  rimangono  le 
sigle  :  ARIO  o  1598.  Nella  saldatura  del  tubo,  stemma  forse  senatorio,  con  una  rosa 
nel  quarto  superiore. 

Presso  la  testata  del  nuovo  ponte  in  costruzione,  sono  stati  ritrovati  quattro 
frammenti  di  grande  iscrizione  monumentale,  a  lettere  alte  0,22.  Non  posso  asserirli 
antichi  : 

IADIO      CA       POL       O 

Via  Nomentana  (Terreni  Borruso).  —  Nei  terreni  Borruso  a  sinistra  della  Nomen- 
taua,  di  rincontro  alla  villa  Mirafiori.  sono  stati  rinvenuti  varii  titoletti  sepolcrali. 


1)      TTlS  ■  iviTTrTL  B; 
M-AVR.ELI-CLEMEST 
MILCOHÌTT-VIG- 
7   CATI  •      FILIO  ■ 
THALLVS • AVG-L- 

ET  ■  AVREUA-  DYNAMIS  • 

3)     SEXGABINIVS 

SATVRNINVS  •  SIBI 

ET  ■  AVCTAE  ■  CONCVBINAE 

BENE  •  MERENTI 

li)        D      Q,     M 

CCORPHILE 

TOC-NICE- 

COIVGI-  PI 

ENTISSIMV 


2)     P    AQVILLIO  ■  HILARO  •  NVMIC 
AQVILLIA  •  P  •  L  •  ARESCVSA 
P  •  AQVILLIO  .  P  •  L  •  ANTlOCHo 

M A  I O  R I  •  ET 
P  •  AQVILLIO  •  P  •  L  •  ANTIOCHOmIn 


li     NONIA 
TERPNE 


CNONIVS'C-L 
AVCTVS 


5)     Q_j  TERENTIVS  •  >L 
HELIVS  •  VIXIT  •  ANNOS 
•TRÉS- 


MARTORIVS 
STEPHANVS 


PAXAEA -A 
LVITICVLA 


8)     M  ■  VALERI  ■  M  •  L  •  PHILARGYRI 


9)    d-aemilivs 
dlibsYneros 


10)     COCCEIA-TL 
SATVRNINA 
AN-V-LXX 


Via  Nomentana  (Villa  Patrizi)  —  Nei  disterri  per  Le  fabbriche  lungo  la  prima 
strada  a  destra  della  Nomentana  odierna,  si  è  messo  in  luce  uu  gruppo  di  piccoli 
colombai  e  sepolcri,  dal  quale  provengono  gli  oggetti  sen'uenti:  —  Busto  bellissimo 
di  dama,  del  primo  secolo  dell'impero.  Specchio  di  acciaio  brunito.  Unguentario  ta- 
gliato da  un  sol  pezzo  di  onice.  Lucerne  di  elegante  fattura.  Piccolo  blocco  di  lu- 
machella  azzurrognola.  Frammenti  di  fregi  fittili,  e  di  lavoro  a  sbalzo  in  metallo. 


tao  - 


Si  sono  pure  trovate  queste  iscrizioni: 

dIs-mani 

MEMORIE 
M ■ SALLVVl 
LIBERALIS 

b)  D      ■      M 

PEDANIAE  •  L  •  F  •  IVS 
TE   VIX  •  AN-  XI-M-VI- 
D  ■  XXIIII  •  L  •  PEDANI 
VS  •  PRISCVS  •  PATER 
FILIAE  PIENISSIME -FEO 


P% 


M 


AELIAE-TRYPHERAE 
CONIVGIS- RARISSIMA  | 
ET  •  VLTRA  •  MODVM 
SEXVMQ_VAE  •  MVLIE 
BR^M  •  SANCTISSIMAE 
CASTISSIMAEQVE  •  QVAE 
VIX  •  ANN  •  XXIIII  •  MENS  •  Vii 
DIEB  •  X  ■  AELIVS  ■  PROXIMVS 
POSVIT 


d) 


DIS-MANIBVS 


L  •  VAFRIO  •  EPAPHRODITO 
MANVMISSO  •  TESTAMENT 
L  •  VAFRI  TIRONIS- 
CENTVRIONIS  •  LEG  ■  XXII 

PRIMIG-X-K-APR 
IMP  •  DOMITIANO  ■  AVG 
GERMANICO  .  XÌT  ■  COS 

ANNORVM- XXX 
VIX- ANN  ■  XXXI  •  DX- 
HELIVS-M-  CLODI- 

V  ALENTIS 
EVOCATI   •  AVG  ■    SER 
FRATRI    .    BENEMEREN 
FECIT 


e)       DIS-MANIBVS- 
CN-    DOMITIVS- 
HELIVS-  DOMITIAE- 
FELICITATI-FILIAE- 
SVAE  •  HARISSIME- 
VIX-  ANI-MVD-XVI- 
ET  •  HELPIDI  •  DOMITIAE  • 
CONSVAE-B-MF-ITEM 
IVLIVS  •  EPAGATVS  •  ET  • 
TROPHIME  •  NVTRIX- 


rosa 
/)  D I  S  ■  M  A  N I B  V 

L  •  N  O  N  I  O  •    L  •  F 

MARTI  ALI 
STATOR' AVGVST 
7  PRISCIMILITAVIT 
ANNIS- XXII -MENS -VI 
VIXIT-ANNIS-XLIX 

POSVIT  •  NONI  A 
FORTVNATALIB 

PATRONO 

BENEMERENTI 


I2ti  — 


Via   Tiburtina.  —  Nei  lavori  di  ordinamento  del  Camposanto  degli  israeliti,  sono 
stati  ritrovati  due  titoletti,  incisi  in  lastre  di  marmo.  Il  primo  di  m.  0,39  X  0,30  dice: 


*     D     *     M     * 

optato  •  ser- 
Sabini  ■  digN  • 
viatorfratr 

Vlx  •  AN  -XL ■ 

Il  secondo  di  m.  0,45X0,28  reca: 

D  M 

ANTONIVS  CVR 
CVRINVS  ■  FT  ANTO 
NIÀ  HÉRÓIS  ■  ANToN 
CVRCVRINO  FlLIO 
sic  BFNEMERÉNTI  Q_VI 
VIXIT  AN  VI  •  MVIIII 
DIEB  XV 

Presso  il  convento  dei  Cappuccini  si  scoprì  la  fronte  di  un  sarcofago  marmoreo, 
con  cartello  scorniciato  fra  due  delfini,  in  cui  si  leg^e: 

D  M 


sic 


l  V  L IAE  MATR 
ONAE  FECIT 
IVLIVS  POMPE 
IANVS  ET  SERVI 
LIAFAVSTINALIB 


XIII.  Ostia  —  Rapporto  ilei  predetto  comm.  R.  Lanciami. 

K  stata  eseguita  la  congiunzione  nei  nuovi  scavi  con  quelli  del  teatro:  di  maniera 
che  si  ha  ora  una  superficie  continua  scoperta  di  circa  quattro  ettari.  Gli  edilìzi  rimessi 
in  luce  nelle  ultime  tre  settimane,  comprendono  alcune  abitazioni  di  mediocre  impor- 
tanza, ricostruite  nel  secolo  IV  dell'era  volgare,  ed  una  domus  signorile,  egregia- 
mente architettata,  con  le  pareti  coperte  di  dipinti  ornamentali.  Di  questi  edilìzi  si 
darà  la  descrizione  completa,  quando  sarà  condotta  a  termino  la  pianta  dei  novelli 
scavi,  col  finire  dell'  attuale  stagione  lavorativa.  Benché  ci  siamo  per  avventura 
imbattuti  in  una  zona,  frugata  e  devastata  forse  al  tempo  di  Pio  VI,  pure  abbiamo 
potuto  raccogliere  una  quantità  non  dispregevole  di  suppellettile  domestica,  di  marmi 
architettonici,  e  di  frammenti  epigrafici,  senza  parlare  dei  pavimenti  tessellati,  che 
sono  multi,  .li  buona  maniera,  e  ben  conservati.  I  frammenti  epigrafici  si.no: 


il 


1)  brano  di  Latercolo  in  Lastra  marmorea: 

S  •  VITALIS 
„vì.EIVS- ABASC*N 
CN-OSTIENSIS-LV 
ES  M  •  LICINIVS     •   1// 

ES  M-TVRRANIVS  •  C// 

VN  TICLAVDIVS     •  CE 

VN 

2)  due  pezzi  di  iscrizioni  onorarie,  in  lastra  e.  s.  : 

")        STOR  *)         RiS 

•  PR  •  AED  /AESTOR  ■  Vr// 

TOR  VM • PRAEF 

ICl    PONTIF 

3)  due  frammenti  di  ima  delle  grandi  iscrizioni  monumentali  del  vicino  tea- 
tro, incisa  in  lastra  marmorea  alta  m.  0.42,  con  lettere  alte  m.  0,162: 


NVS-I       'S-S 


4)  plinto  marmoreo  di  m.  0,44X0,44,  ricavato  dalla  nota  tavola  lusoria  : 


5)  due  marche  di  cava  in  blocchi  di  marmo  greco 

a,  j  D  (X)  !  l'>  C//D  CCCX-XCIIX 

6)  ara  marmorea  pulviuata.  con  l'urceo  e  la  patera  nei  fianchi,  alta  m.  0,62: 

VENERI 
SACRVM 

Sulle  pareti  della  domus  sono  vari  graffiti;  in  uno  dei  quali  è  scritto  ONESIMI. 
in  altro  si  ripete  due  volte  la  serie  dell'alfabeto  :  in  altri  poi  corrono  varie  leggende 
di  difficile  lettura. 

XIV.  Olirti  —  Nel  fondo  Patturelli,  dove  furono  scoperte  le  numerose  terre- 
cotte  votive  e  le  antefisse  che  si  conservano  nel  Museo  di  Capua,  e  dove  tornarono  in 
luce  molte  statue  di  tufo,  raffiguranti  una  donna  che  sostiene  vari  bambini  in  fasce, 
statue  che  furono  credute  appartenere  ad  un  santuario,  quivi  consacrato  al  culto  della 
Morte  nel  mezzo  della  necropoli  Campana  (cfr.  von  Duhn.  Bull.  Tnst.  1876.  p.  171-192; 


128  — 

L878,  p.  13-32),  essendo  stati  fatti  nuovi  scavi,  si  ebbero  questi  travamenti  descritta 
dall'ispettore  comm.  G.  Gallozzi. 

«  Si  estrassero  quattro  altre  statue  di  tufo,  tre  delle  quali  assai  sconservate,  ed 
ima  in  buonissimo  stato  di  conservazione,  e  tra  le  migliori  che  fino  adesso  siano  state 
scoperte.  Questa  è  alta  m.  1,05,  larga  m.  0,88,  e  rappresenta  una  donna  seduta  con 
cinque  bambini  in  fasce  ;  tre  sul  braccio  destro,  due  sul  sinistro.  Si  raccolsero  eziandio 
queste  terrecotte  :  —  Mezzo  busto  di  donna  alto  m.  0,65,  coperta  di  manto,  che  sostiene 
con  la  sinistra  un  melogranato.  La  tèsta  è  distaccata  per  antica  rottura,  ma  non  vi  manca 
parte  alcuna.  Ventidue  teste  di  varia  altezza,  alcune  delle  quali  misurano  m.  0,25.  Una 
di  esse  alta  m.  0,15  è  degna  di  nota  per  il  buono  stile,  e  per  la  singolare  acconciatura 
delle  chiome.  Otto  antefisse,  tre  delle  quali  con  figura  di  uomo  con  la  lingua  di  fuori, 
ed  una  con  una  testa  di  leone.  Quattro  gambe  umane,  dell'altezza  media  di  m.  0,65. 
Quarantaquattro  piedi,  lunghi  la  maggior  parte  m.  0,22.  Novantotto  statuette  di  diverse 
forme,  alte  da  m.  0,15  a  m.  0,20.  Un  piccolo  toro  ed  una  pecora  di  mediocre  stile. 
Piccola  testa  galeata  di  guerriero,  di  buona  arte.  Un  piede  di  bove  ed  una  testa  di 
montone  con  lunghe  corna  - . 

Questi  oggetti  furono  acquistati  pel  Museo  Campano 


XV.  Pozzuoli  —  «■)  Nota  dell" ispettore  mons.  G.  Aspreno  Galante. 

Nelle  fondazioni  delle  nuove  fabbriche  in  via  s.  Francesco,  nel  fondo  Jorio,  oggi 
proprietà  del  sig.  Francesco  Persico,  si  è  scavata  una  parte  di  edificio  termale,  che 
sembra  appartenere  a  quella  terrna  che  volgarmente  vien  chiamata  Tempio  ili  Nettuno, 
e  che  dal  lato  superiore  non  è  lungi  dall'  anfiteatro.  Lo  stato  in  cui  è  ridotta  è  tale, 
da  dar  luogo  piuttosto  a  congetture  che  a  certa  dimostrazione  ;  però  tutti  gì'  indizi 
portano  a  far  ritenere,  che  quivi  sia  stato  un  calidariwm.  Vi  sono  resti  di  pavimento 
pensile  con  pezzi  di  musaico;  sfogatoi  alle  pareti;  e  da  per  tutto  traccie  di  fuoco. 
Si  può  riconoscere  l'area  di  ima  sala,  lunga  approssimativamente  m.  9,40.  larga 
m.  14,50.  Nel  suolo  è  praticato  un  gran  solco,  lungo  m.  2,00  o  poco  più,  il  quale 
alle  due  estremità  mette  in  due  vani;  quello  a  sinistra  dello  spettatore  è  ancora 
ostruito,  quello  a  destra,  in  parte  sterrato,  ha  la  volta  in  laterizi.  Di  fianco  a 
questo  osservai  due  minori  vani,  forse  sfogatoi.  Tutta  la  fabbrica  è  costruita  a  mattoni  : 
ed  in  una  grande  tegola  lessi  il  seguente  raro  bollo  circolare  : 

EX  ■  FIGL1NIS  •  DOMIT  •  DOMITIA// 
C  ■  GÀLVISI  •  MNESTER 
KAABGICI 

Un  bollo  simile  trovasi  edito  nel   Marini,  p.  269  nota  2. 
In  altra  tegola,  quivi  pure  trovata  e  trascritta  dall'ing.   Fulvio,  leggesi  in  bollo 
pun'  circolare: 

EX  OFICINA  VALERIAES  NICES 
EX  PR/c.  PLOT  AVG 
DOL 


—  129  — 

È  parimenti  edito  nel  Marini,  p.  25  nota  2.  Un  altro  mattone  rotondo  e  fram- 
mentato, rinvenuto  nelle  colonnine  delle  suspenmrce  di  questa  terma,  reca  un  bollo 
rettangolare  di  min.  45  X  16,  e  per  generosità  del  proprietario  del  fondo  fu  donato  con 
gli  altri  superiormente  descritti  al  Museo  nazionale  di  Napoli.  Nel  vano  che  è  a  lato 
della  sala,  e  che  fu  in  parte  sterrato,  come  sopra  si  è  detto,  fu  rinvenuta  una  base 
marmorea  con  scanalature  laterali,  alta  m.  1,15,  larga  m.  U,69.  Aveva  in  origino 
un'iscrizione,  che  fu  abrasa  quando  la  pietra  fu  addetta  ad  uso  cristiano.  Ora  nel 
prospetto  vi  è  scolpita  a  bassorilievo  una  croce,  del  genere  di  quelle  dette  ansate  ;  nel 
lato  dritto,  assai  rozzamente,  1'  imagiue  di  s.  Pietro  con  nimbo,  che  con  la  destra 
stringe  un  libro  e  con  la  sinistra  un  laccio,  dal  quale  pendono  due  chiavi.  Nel  lato 
sinistro  poi  è  pure  rozzamente  rappresentata  a  bassorilievo  l' imagiue  del  Salvatore 
nimbato,  che  con  la  sinistra  stringe  un  libro  e  colla  destra  benedice.  Restano  nella 
parete  anteriore  poche  traccio  di  lettere  della  primitiva  epigrafe,  delle  quali  il  solo 
segno  certo  è  un  S  nel  centro  della   croce. 

b)  Notule  desunte  da  rapporti  dell'ing.  cav.  L.  Fulvio. 

Scavandosi  la  cisterna  nell'edificio  scolastico,  che  il  municipio  fa  costruire  nella 
via  Rosini,  si  rinvennero  parecchi  frammenti  di  antichi  marmi,  vari  pezzi  di  tronchi 
di  colonne  di  africano,  i  cui  diametri  non  oltrepassano  i  sessanta  centimetri  ;  il  capi- 
tello di  un'anta;  un  capitello  corintio;  un  capitello  ionico;  una  base  attica,  perfettamente 
intagliata,  ed  altri  pezzi  di  ornato  architettonico.  Si  rinvennero  pure  due  lastre  marmoree 
frammentate,  che  hanno  ambedue  l'altezza  di  m.  0,15,  e  che  dovevano  essere  destinate 
al  fregio  del  monumento,  a  cui  le  sculture  accennate  si  riferiscono,  vedendovisi  i  resti 
di  un'iscrizione  dedicatoria  a  lettere  in  un  solo  rigo,  alte  in  media  circa  m.  0,09. 

Nel  primo  pezzo,  lungo  m.  0,74,  leggesi: 


/las  ■  sepTenTrio 


Nell'altro,  lungo  m.  0.75,  è  inciso: 


HIERONICESLDDD 


Furono  anche  recuperati  due  cunei  di  un  medesimo  arco  marmoreo,  dello  stesso  mo- 
numento, imo  dei  quali  ha  due  quadrati,  il  primo  col  lato  intero,  e  l'altro  a  metà, 
perchè  in  esso  corrispondeva  la  giuntura  del  cuneo  seguente. 

Il  quadrato  intero  ha  nel  mezzo,  abbastanza  rilevata,  una  quadriga  con  l'auriga 
nudo,  che  ha  sul  capo  una  corona  radiata,  la  frusta  nella  destra,  le  redini  nella  sinistra. 
e  sul  fondo  presso  quest'ultima  mano,  im  ramo  di  albero  (forse  una  palma);  nel  riquadro 
vicino  vedonsi  un  braccio  destro  disteso  in  basso,  che  con  la  mano  stringe  una  corona, 
due  ali  ed  un  manto  svolazzante,  che  appartengono  alla  stessa  figura.  Nel  secondo  cuneo, 
che  non  si  congiunge  immediatamente  al  primo,  è  un  solo  riquadro  con  una  figura 
virile,  nuda,  la  quale  stringe  con  la  destra  una  face  accesa,  ed  inforca  un  cavallo. 

Sulla  fine  dello  scorso  anno,  essendosi  fatti  dei  cavi  profondi  per  lavori  agrarii. 
nel  sepolcreto  della  via  Campana,  verso  il  tratto  che  dicesi  s.  Vito,  molto  indentro, 
a  destra  di  chi  s' immette  in  quella  via  venendo  da  Pozzuoli,  furono  rinvenute  alcune 


—  l.'Ill 


olle  cinerarie,  e  tre  epigra'i  incise  su  lastre  marmoree,  le  cui  leggende  si  desumono 
dai  calchi.  La  prima  di  m.  0,r>8  X  0,38  porta  : 


©  O  A  O 
M  A  I  O  C 
0  AI  M  A  A 
AOYtóOKAI 
MAÌIMOC 
nGTPAIOC 
GIHCGN 

e  t  h  *  À7 


La  seconda,  di  m.  0,30  X  0,34  dice  : 


D  M 

FERIDIAE  •  AVGVRI 
NAE  QVE   VIXIT- ANN 
Villi -M- Villi    PARENTES 
FILIAE-DVLCISSIMAE 
B   •  M   •   F- 

Nella  terza  di  m.  0,25  X  0,49,   leggesi  : 

D   I    S     •     MAN 
DEMETRIO   EVTYCHI-F 

RVFINA-MATER  •  F- 
PIENTISSIMO  ET  DVLCISSIMO 
HICVIXITANNXVIETDIEV      sic 

Nel  tenimento  di  Quarto,  sulla  fine  del  lato  destro  della  via  Campana,  prima 
di  arrivare  alla  Montagna  spaccata,  si  trovò  un  sepolcro  con  due  olle  ripiene  degli 
avanzi  del  rogo,  e  chiuse  in  custodia  di  piombo.  Una  delle  dette  olle  era  di  terra 
biancastra,  rivestita  internamente  di  vernice  vitrea.  Vi  si  trovò  una  lapide  marmorea, 
lunga  m.  0,50,  alta  m.  0,19,  con  quattro  fori  negli  angoli,  e  con  l'epigrafe  seguente, 
che  traggo  dal  calco,  mandatomi  dal  sig.  ispettore  mons.  Galante  : 

M  •  MODIVS  •  M  •  L  •  PAMPHILVS 

FIGVLVSPROPOLVS 
MODI  A-ML-      DORIS 
MMODIVSM-L-TELESPHORVS 

Finalmente  fu  veduto  in  casa  del  eh.  signor  Stevens  questo  frammento,  rinve- 
nuto nello  scorso  ottobre  presso  la  via  Domitiana,  che  immette  nel  lago  di  Avorno 
ed  a  Cuma: 

C'HOSTIVS 
MERCATORAL - 


—  131  — 

XVI.  Napoli  —  Ripresi  nella  scorsa  estate  gli  scavi,  nel  luogo  detto  le 
Quattro  stagioni,  sul  Corso  Vittorio  Emanuele,  e  dei  quali  fu  già  parlato  nelle 
Not.  1884,  ser.  4a.  voi.  T.  p.  145,  l'egregio  sig.  cav.  Miola,  proprietario  del  luogo, 
ha  riferito  quanto  segue: 

Rimosse  le  restanti  costruzioni  antiche,  nel  grande  ammasso  di  rottami  di 
ogni  sorta,  fu  rinvenuta  una  seconda  maschera  di  Medusa  in  terra  cotta,  meno  dan- 
neggiata della  prima,  ed  altre  bellissime  antefisse,  simili  a  quelle  dei  primi  scavi. 
Una  -rande  e  bella  patera  aretina  andò,  per  disgrazia,  in  frantumi.  Abbondavano  i 
resti  di  pareti  a  stucco,  dipinte  a  fasce  di  colori  vivaci  ed  armoniosi.  Cominciali 
verso  la  fine  di  luglio  i  movimenti  di  terra  per  la  fondazione  di  una  casa,  feci  cavare 
la  terra  dal  pozzo  circolare,  già  indicato  nella  prima  relazione,  e  trovai  che  si  sprofondava 
verticalmente  per  poco  più  di  m.  2,00  sotto  il  suolo,  e  in  fondo  volgeva  verso  sud-est, 
con  un  cunicolo  a  sesto  quasi  acuto.  11  pozzo  aveva  le  pedarole  alternate  ,  ed  era 
come  il  cunicolo  scavato  nella  pozzolana  o  lapillo,  e  rivestito  di  solo  cemento,  com- 
posto di  mattone  pesto  e  calcina.  Nel  cavar  la  terra  trovai  la  solita  enorme  quantità 
di  cocci  di  ogni  sorta,  ed  i  frammenti  di  un  bicchiere  di  vetro  iridato.  Giunto  collo 
scavo  a  distanza  di  m.  15,00  verso  sud-est  dall'  apertura  circolare  dol  pozzo,  ne  fu 
trovato  un  altro  simile,  il  quale  ad  una  certa  profondità  si  divideva  in  tre  ramifi- 
cazioni orizzontali,  che  si  perdevano  in  varie  direzioni.  La .  parte  superiore  di  ogni 
cunicolo  fu  trovata  vuota  per  quasi  50  centimetri  di  altezza;  poi  cominciava  uno 
strato  di  terra  fina  e  sabbiosa,  nel  quale  non  mancavano  pezzi  di  rozze  stoviglie  a 
vernice  verde,  con  altri  detriti  ed  ossa  di  vari  animali.  Negli  strati  inferiori  abbon- 
davano i  soliti  resti  di  laterizi  romani  e  piccole  pietre  quadrate  e  rettangolari,  ap- 
partenute a  qualche  muro  reticolato;  frammenti  di  vasi  di  ogni  sorta,  pezzi  di  legno 
carbonizzato,  e  moltissimi  residui  di  intonaco  coperti  da  finissimo  stucco. 

XVII.  Boscotrecase  —  Nota  del  prof.  A.  Sogliano. 

Nel  tenimento  di  Boscotrecase,  nel  fondo  del  sac.  d.  Ippolito  Cirillo,  posto  sulle 
pendici  del  Vesuvio  nella  contrada  detta  dei  Carotenuto,  alla  distanza  di  quasi  due 
chilometri  da  s.  Maria  Salome,  frazione  di  Boscotrecase  e  a  settentrione  di  Pompei, 
il  detto  proprietario  facendo  eseguire  un  cavo  di  pietra,  per  la  costruzione  di  una 
casetta  rurale,  si  è  imbattuto  in  un  forno  antico,  che  ora  è  in  gran  parte  demolito. 
Del  forno  propriamente  detto,  che  presenta  lo  stesso  tipo  dei  forni  pompeiani,  avanza 
una  parte  del  suolo  e  della  volta  di  mattoni;  e  il  suo  diametro  interno  poteva  mi- 
surare circa  un  metro.  Della  stanza  che  lo  conteneva  è  rimasta  in  piedi  la  parete 
settentrionale  di  opera  incerta,  alla  quale  era  appunto  addossato  il  forno.  Fatta  di 
scoria  e  di  piccole  pietre  di  tufo  con  rivestimento  di  intonaco  rustico  levigato,  questa. 
parete,  all'altezza  di  m.  1,50  dal  pavimento,  ha  una  feritoia  del  pari  rivestita  di 
intonaco.  Al  di  sotto  di  questa  è  praticato  un  incastro  in  senso  orizzontale,  lungo 
m.  1,45  e  largo  m.0,15,  che  si  estende  fin  sotto  ad  una  piccola  nicchietta  semicircolare, 
posta  accanto  al  forno  e  rivestita  di  rozzo  intonaco.  Mi  si  disse  che  in  tale  incastro 
erano  murate  tegole  sporgenti  ;  e  poiché  a  40  cent,  al  di  sotto,  sono  praticati  in  linea 
parallela  all'incastro,  quattro  fori  pei  mutuli  di  sostegno  a  qualche  palchetto  di  legno; 
così  è  da  credere,  che  anche  le  tegole  sporgenti  da  quell'incastro  abbiano  potuto  servire 

'.'lasse  di  scienze  murali  ecc.  —  Memorie  —  Ser,  1'.  Voi.  II.  17 


—  132  — 

di  scansia.  Il  pavimento,  del  quale  rimane  un  avanzo,  era  di  buon  mattone  pesto, 
e  si  estendeva  sin  sotto  il  suolo  del  forno  ;  al  che  se  si  aggiunge,  che  questo  venire 
addossato  alla  parete  già  rivestita  di  intonaco,  si  può  conchiudero  che  solo  in  un 
tempo  posteriore  la  stanza  sia  stata  destinata  a  contenere  il  forno.  Della  copertura 
di  essa  non  si  ha  alcuna  traccia,  essendo  caduto  il  sommo  della  parete  settentrionali', 
che  come  si  è  detto,  è  l'unica  rimasta  in  piedi.  A  sinistra,  cioè  ad  occidente,  appare 
una  piccolissima  parte  di  un'altra  località  attigua,  rivestita  anche  d'intonaco,  nel  cui 
muro  divisorio  orientale,  ora  quasi  tutto  caduto,  è  ricavato  un  basso  miu-icciuolo,  il 
quale  piuttosto  che  un  sostegno  di  legno,  credo  sia  uno  dei  pogginoli  che  sorregge- 
vano le  tavole  del  panificium. 

Di  oggetti  raccolti  non  ho  veduto  altro  che  un  tubo  cilindrico  di  terracotta,  per 
grondaia,  e  un  frammento  di  tegola  col  bollo  N  SILLIVS  N  (efr.  G.  I.  L.  X,  n.  8042,07). 

Nella  nicchietta  accanto  al  forno  si  dicono  rinvenuti  dei  frammenti  di  vasetti 
fittili  e  di  vetro.  Certamente  questo  forno  doveva  far  parte  di  una  delle  molte  villae 
rusticae,  disseminate  sulle  pendici  del  Vesuvio. 

XVIII.  Pompei  —  In  tutto  il  mese  di  marzo  si  lavorò  a  rimuovere  le  terre 
negli  strati  superiori  dell'isola  2 a  Kegione  Vili;  né  quivi  si  fece  rinvenimento  alcuno 
di  oggetti.  Nel  mese  di.  aprile  avvennero  i  trovamenti  ricordati  nella  seguente  rela- 
zione del  prof.  A.  Sogliano. 

«  Dagli  operai  addetti  alla  nettezza  furono  rinvenute  il  giorno  16  nel  termopolio 
n.  4,  Is.  4a,  Reg.  VII  (cfr.  Fiorelli,  Descr.  Pomp.  p.  213)  undici  monete  di  argento, 
ed  altrettante  di  bronzo.  Le  monete  di  argento  sono  le  seguenti:  1.  denaro  assai 
logoro,  con  la  testa  galeata  di  Roma  ;  2.  denaro  di  Q_  SICINIVS  IIIVIR)  (C  COPO- 
NIVS  PR  •  SC,  attribuito  dal  eh.  prof.  De  Petra  (Gli  ultimi  ripostigli  di  denari,  p.  15 
dell' ediz.  separata)  all'anno  70(3  (cfr.  Fiorelli,  Cat.  Med.  n.  1129-33);  3.  tre  denari 
assai  sconservati  delle  legioni  di  M.Antonio;  4.  denaro  di  Vespasiano  col  tipo  della 
Pace  sedente  e  la  leggenda  IMP  CAESAR  VESPASIANVS  AVG)  (COS  ITER  TR 
POT  (Fiorelli  n.  5255-59)  ;  5.  denaro  di  Vespasiano  col  tipo  di  Vesta  in  piedi  e  la 
leggenda  IMP  CAES  VESP  aug.  p.  m.  COS  UH)  (VESTA  (Fiorelli,  n.  5710-14);  6.  de- 
naro di  Vespasiano  col  tipo  dell' ANNONA  AVG  (Fiorelli.  n.  6154-58);  7.  denaro 
di  Vespasiano  col  tipo  della  Giudea  sedente  a  dr.  appiè  di  un  trofeo,  e  la  leggenda 
IMP  CAESAR  VESPASIANVS  AVG  ;  8.  due  denari  di  Tito  Vespasiano  col  tipo  del- 
l'ANNONA  AVG  (Fiorelli,  n.  6515-10)-  Le  undici  monete  di  bronzo  poi  sono  :  1.  una 
moneta  di  Druso  con  la  leggenda  DRVSVS  CAESAR  TI  AVG  F  DIVI  AVG  N 
PONTIF  •  TRIBVN  ■  POTEST  ITER  ;  nel  mezzo  S  C  (Fiorelli.  u.  4049-53);  2.  sesterzio 
di  Claudio  con  la  leggenda  del  rovescio  EX  S  C  |  OB  |  CIVES  |  SERVATOS  in  corona 
civica  (Fiorelli,  n.  4186-88);  3.  sesterzio  di  Galba  col  tipo  della  Libertà,  e  la  leggenda 
SER  GALBA  IMP  CAESAP  (sic)  AVG  TR  P)  (LIBERTAS  PVBLICA  ;  ai  lati  dell.! 
Libertà  S  C.  Questo  esemplare  con  la  variante  CAESAP  manca  al  Museo  nazionale 
di  Napoli;  -I.  sesterzio  di  Galba  col  tipo  della  Roma  galeata  sedente  e  la  leggenda 
SER    GALBA    AVGVSTVS.    Anche    questo    esemplare  manca    al    Museo    di    Napoli  : 

5.  dupondio   di   Galba    col  tipo    della    LIBERTAS   PVBLICA  (Fiorelli.  n.  4859-63); 

6.  sesterzio   di   Vespasiano   col  tipo    della    PAX  AVGVSTI   (Fiorelli,    a.  5492-93); 


—  133  — 

7.  dupondio  di  Vespasiano  col  tipo  della  tvWORIA  NAVALIS  (Morelli,  n.  5637-40) ; 

8.  dupondio  con  leggenda  sconservata  di  Vespasiano,  col  tipo  dell' AEQuitas  AVGVSTI; 

9.  sesterzio  di  Tito  Vespasiano  col  tipo  di  Marte  gradiente  a  dr.  (Fiorelli,  n.  6286-90); 
li),  sesterzio  di  Tito  col  tipo  della  VICTORIA  AVGVSTA.  (ili  esemplari  del  Museo 
di  Napoli  hanno  VICTORIA  AVGVSTI  (Fiorelli,  n.  6331-35);  11.  sesterzio  di  Tito 
col  tipo  della  quadriga  trionfale  gradiente  a  dr.  (Fiorelli,  n.  6357-59). 

Dai  medesimi  operai  della  nettezza  si  raccolsero  il  giorno  2f»  due  monete  di 
bronzo,  delle  «piali  l'ima  è  sconservatissima,  e  l'altra  è  un  dupondio  di  Tiberio  con 
la  leggenda  DIVVS  AVGVSTVS  PATER,  e  il  tipo  del  fulmine  alato  fra  S  C  (Fiorelli, 

ii.    1:089-90). 

Continuandosi  il  disterro  dell'Is.  2a,  Reg.  Vili,  si  è  cominciato  sin  dal  30  marzo 
icorso  a  rimettere  in  luce  la  casa  n.  28,  nel  cui  atrio  si  rinvenne  il  giorno  27  un'anfora 
con  le  lettere  M  C  tracciate  di  bianco.  Fra  gli  strati  superiori  delle  terre,  si  raccol- 
sero il  17  alcuni  frammenti  di  una  grande  vasca  di  marmo,  come  pure  un  frammento 
di  paesino  verde  (alt,  mass.  0,11,  larg.  mass.  0,10),  che  mostra  in  incavo  la  parto 
posteriore  di  una  Venere  anadiomene  (alt.  0,07),  nuda  superiormente  e  ornata  di  col- 
lana, che  le  s'iucrocia  sul  dorso  :  con  ambo  le  mani  sollevate  all'altezza  delle  spalle 
regge  gli  sciolti  capelli.  È  danneggiata  nella  parte  inferiore.  Accanto,  da  un  lato  le 
sta  come  pare  un  Amorino,  e  dall'altro  un  idoletto  danneggiato  pure  nella  parte  infe- 
riore, che  per  essere  appena  tracciato  non  è  possibile  definire  :  pare  che  abbia  il  modio. 
Anche  queste  due  figurine  sono  incavate.  E  il  giorno  30  fu  raccolto  un  frammento 
di  tegola,  su  cui  avanza  parte  di  un  delfino  inciso  con  la  stecca,  nel  mezzo  di  due 
semicerchi  concentrici. 

Regione  IV.  (jSamnium  et  Sabina) 

XIX.  Sulmona  —  Nota  dell'  ispettore  prof.  A.  De-Nino  sopra  sco- 
perte d'i  antichità  avvenute  nel  territorio  pcligno. 

Nel  teuimento  di  Sulmona,  nella  fondazione  di  un  casino  del  sig.  Domenico 
De  Martinis,  a  sinistra  della  strada  nazionale  fuori  di  Porta  Napoli,  mentre  io  mi 
trovava  assente,  si  scoprirono  undici  tombe  a  inumazione,  cioè  nove  di  adulti  e  due 
di  bambini.  Erano  simili  a  quelle  di  Casanova  presso  Celano,  cioè  a  muretti  rettan- 
golari di  tegoloni  rotti;  ed  avevano  per  base  tegoloni  a  due  pioventi.  Ecco  le  mi- 
sure di  una  che  feci  scoprire,  non  essendo  stata  ancora  manomessa:  lunghezza  m.  1,90, 
larghezza  m.  0,40,  e  profondità  dal  coperchio  alla  base  m.  0,38;  altezza  dal  coperchio 
allo  spigolo  dei  tegoloni  a  piovente,  m.  0,42.  Tutte  avevano  la  direzione  da  nord  a 
sud,  eccetto  una  da  est  ad  ovest.  Sulmona  sta  al  nord  di  questo  sepolcreto. 

I  contadini  scavatori  sostengono,  che  nelle  tombe  non  si  rinvenne  alcun  vaso.  In 
una  però  si  raccolsero  acini  vitrei,  che  non  furono  calcolati;  in  un'altra  alcune  lami- 
netto  d'oro  sottilissime,  di  cui  non  mi  si  è  saputo  precisare  la  forma. 

D'accordo  col  proprietario,  volli  tentare  un  punto  vergine,  e  scopersi  due  altre 
tombe.  Una  aveva  il  fondo  di  tegoloni;  e  per  lati  e  coperchio,  lastroni  di  pietra  lavo- 
rata, che  appartennero  ad  altro  edificio.  Non  vi  si  rinvenne  iscrizione  di  sorta.  Tra  le 
ossa  dello  scheletro,  nulla.  Le  dimensioni  erano:  lunghezza  m.  1,05,  larghezza  m.  0,45, 


—  134  — 

profondità  m.  0,35.  La  seconda  era  lunga  m.  2,00,  larga  m.  0,41,  profonda  m.  0,40. 
Questa  non  aveva  i  tegoloni  a  pioventi.  Da  capo,  per  guanciale  alla  testa  del  morto, 
era  un  coppo  di  creta. 

Nello  scavo,  ma  non  si  sa  di  certo  se  dentro  la  tomba,  fu  rinvenuta  una  lucermi 
col  liollo 

o  o 

CRESCE 

S 

O 

Ivssa  si  conserva  dall'amatore  intelligente  delle  memorie  patrie,  barone  Dome- 
nico Tabassi.  Anche  questo  egregio  signore  conserva  nella  sua  collezione  lapidaria 
un  cippo  di  calcare  locale,  trovato  nello  stesso  scavo,  con  iscrizione  molto  corrosa. 
È  alto  m.  1,05,  largo  m.  0.22.  grosso  m.  0,25,  e  vi  rimangono  le  lettere: 

FL 
IDVS 
L--AV 
FA'" 
FLAVI/ 
FILIAE 

P 

IN  •  1 

È  inutile  ricordare,  se  pure  fu  notato  da  altri,  che  lungo  la  stessa  strada  nazionale, 
a  sinistra  uscendo  da  Porta  Napoli,  si  rinvenne  la  lapide  latina  edita  nel  num.  3113 
del  voi.  IX  del  (  '.  /.  L.  Siamo  dunque  di  fronte  a  una  seconda  necropoli  dell'  antica 
Sulmona.  Ma  le  tombe  scoperte  recentemente,  secondo  me,  sono  di  età  molto  bassa. 
Altre  sei  tombe  della  necropoli  di  Sulmona  sono  state  scoperte  nella  contrada 
Valle  Giallonardo,  dove  si  sta  cavando  la  rena.  Sono  tutte  in  direzione  nord-sud:  i 
piedi  degli  scheletri  sono  verso  Sulmona.  Seguita  il  sistema  o  dei  cassoni  o  delle 
cripte,  senza  tegoloni;  tutto  dunque  scavato  nella  breccia  compatta,  e  le  tombe  ret- 
tangolari ricoperte  da  ciottoloni.  Degli  oggetti  rinvenuti,  secondo  la  descrizione  avuta 
dagli  scavatori,  nessuno  è  notevole.  Vogliono  purtuttavia  essere  ricordati  :  —  uno  stamnos 
o  idria,  con  vasetto  dentro,  rotti:  balsamari  fusiformi  del  genere  dei  precedenti;  patine 
dell  solite;  una  scodella  di  rame,  frantumata.  Quando  giunsi  sul  luogo,  non  trovai 
d' intero  che  una  cuspide  di  lancia  di  ferro,  a  lama  larga,  lunga  m.  0,51  :  un'  aufo- 
retta  con  due  bozzetto  .  ad  aguale  distanza  fra  le  piccole  anse,  alta  m.  0,065,  col 
diam.  di  bocca  0,04  e  di  base  0,033;  Tina  patina  nolana  alta  m.  0.05.  col  diam.  di 
bocca  di  m.  0,13,  di  base  0,05. 

Altre  tombe  si  scoprirono  a  qualche  notevole  distanza  nella  stessa  contrada,  fab- 
bricandosi un  casino  del  sig.  Antonio  Maione.  Vi  si  rinvennero  due  anfore  a  base  di 
cono,  le  quali  furono  dal  proprietario  donate  al  sig.  G.  B.  Corvi  di  Sulmona.  Questa 
scoperta. prova  sempre  più,  che  la  necropoli  aveva  una  considerevole  estensione. 

XX.  Pratola  Peligna  — Tra  la  strada  nazionale  Popoli-Sulmona  e  le  due  stra- 
delle  che  menano  al  Bagnaturo  e  al  Casino  Centi,  tenimento  di  Pratola-Peligna,  in 


—  135  — 

una  possessione  dell'egregio  sig.  avv.  Antonio  Centi  di  Aquila,  si  sono  scoperte  quattro 
toinlie,  formate  di  muretti  a  calce,  con  lastroni  di  pietra  per  coperchio.  Non  ne  posso 
determinare  il  tempo,  perchè  coloro  che  si  trovarono  presenti  alla  scoperta,  non  bada- 
rono a  notare  le  circostanze,  che  avrebbero  potuto  dare  qualche  lume.  E  però  certo, 
che  h  i  si  rinvennero  anche  tre  lapidi,  che  non  si  sa  dire  se  facessero  parte  del  mo- 
numento primitivo,  o  fossero  adoperate  come  materiale  di  costruzione  di  tomba  di 
età  posteriore.  Ad  ogni  modo  sono  sempre  un  indizio  sicuro,  che  in  quelle  vicinanze 
dm  otto  esistere  un  vico  o  pago  scomparso.  Non  mancano  alcuni  ruderi,  poco  discosto 
a  una  chiesetta  intitolata  a  s.  Brigida,  che  pare  del  secolo  XY.  e  che  dà  il  nome  a 
quella  contrada. 

Le  tre  lapidi  sono  di  calcare  a  grana  finissima,  e  furono  salvate  e  conservate 
da  don  Luigi  d'Andrea,  nel  casino  del  ricordato  sig.  Centi,  presso  il  Bagnatura.  La 
prima  spezzata  in  due,  è  alta  m.  1,40,  larga  0,61  e  profonda  u.-JS.  Vi  si  legge: 

D     •     M     •     S 
P  R  I  M  I  T  I  V  S 
FADILLES-SER 

P  A  E  L  I  N  E 
5     CONSERVAE 
QVEM  •  SVCCEPI  ■ 
ANNORVMXI- 
ET  VIXIT  MECVA 
A  N  N  I  S    XXVIII  • 

io    q_vaeI  -PAREM 

GRATIAM  •  RE- 
FERRE-NONPOTvI 
IN-  TANTA  •  SIM 
PLICIT ATE 
15        B     es     M     e*     P 

Viene  quindi  un  cippo,  la  cui  iscrizione  è  consumata  dal  tempo,  e  non   mostra 

che  tre  lettere  : 

MAT 

La  terza  lapide  è  a  forma  di  plinto  lungo  m.  0,62,  alto  0,23,  largo  0,55.  Nel 
lato  della  lunghezza  dice: 

STITI<  •  SA  i\ 

XXI.  Bllgnara  —  Nel  tronco  della  strada  ferrata  Roma-Sulmona,  sotto  la  pila 
nona  del  ponte  sul  Sagittario,  alla  profondità  di  m.  16,00  si  è  rinvenuta  una  tomba 
con  vasi,  che  andarono  dispersi,  ed  una  spada  di  ferro,  lunga  m.  0,(54,  rotta  in  due,  la 
quale  fu  potuta  recuperare.  La  tomba  scoperta  può  interessare  alla  storia  antica  del 
vicino  paese  di  Anversa,  del  quale  sinora  non  si  ebbe  alcuna  notizia  anteriore  al 
medioevo,  e  presso  cui  si  estende  il  tenimento  del  comune  di  Bugnara. 

XXII.  PettorailO  —  Alla  sinistra  del  fiume  Gizio,  nell'agro  di  Pettorano, 
nella  contrada  La  Conca,  in  un  terreno  di  proprietà  del  sig.  Luigi  Croce,   si   sono 


—  136  — 

scoperte  alcune  tornite  di  lastroni  di  pietra  calcare  fina,  lavorati  senza  ornamenti  od 
iscrizioni.  Erano  in  direzione  da  est  ad  ovest.  Una  tomba  attigna  a  quella,  le  cui 
pietre  ho  potuto  osservare,  deve  ancora  scoprirsi.  L'affittuario  del  terreno  è  un  tal 
Filippo  Franciosi,  il  quale  mi  accompagnò  mentre  percorsi  La  Conca,  e  mi  additò 
dove  erano  una  quantica  di  muri,  ora  distrutti  per  piantagione  di  vigne.  Dai  mate- 
riali sparsi  nella  superficie ,  ho  potuto  constatare  che  ivi  esisteva  più  di  un  edificio 
dell'  epoca  romana.  Frammenti  di  anfore,  parecchi  tegoloni  senza  bollo,  ed  alcuni  con 
impressioni  parallele  di  tre  dita  nella  parte  frontale  interna.  Noto  questa  particola- 
rità, perchè  nelle  contrade  degli  Abruzzi,  quando  mi  capitarono  tegoloni  notai,  che  fi- 
impressioni  digitali  erano  sempre  dalla  parte  esterna,  cioè  opposta  al  battente  del 
tegolone  medesimo.  Il  Franciosi  mi  fece  anche  osservare  il  sito,  dove  stanno  tuttavia 
sotto  terra,  intatti,  dei  grossi  dolii  murati.  Lo  pregai  perchè  avesse  scavato,  togliendo 
anche  alcuue  viti,  per  mostrarmene  qualcuno.  Egli  aderì,  e  a  poca  profondità  se  ne 
scoprì  uno  del  diam.  di  m.  1,05. 

Nello  stesso  comune,  nella  contrada  Valle  Larga,  terreno  di  proprietà  del  sig. 
Felice  de  Sanctis,  si  scoprirono  undici  tombe  in  direzione  pure  da  est  ad  ovest,  sca- 
vate nel  breccione,  alla  profondità  di  circa  m.  1,50.  Non  avevano  né  lastre  di  pietra. 
né  tegoloni  ;  solamente  verso  la  superficie  vi  si  videro  accumulate  pietre  informi  e 
grossi  ciottoli.  Contenevano  anfore  e  idrie  da  capo,  e  scodelle  da  piedi.  Questi  fittili 
furono  infranti.  Notai  però  alcuni  frammenti  di  bucchero  italico,  ed  altri  di  patine 
campane  a  vernice  nera  con  disegni  di  foglie. 

Quattro  altre  tombe  si  scoprirono  dal  sig.  Gabriele  de  Sanctis,  in  continuazione 
dello  stesso  terreno.  Venuto  a  mia  conoscenza,  che  parecchi  oggetti  di  ferro  e  di 
bronzo  vi  erano  stati  raccolti  e  quindi  venduti  ad  un  tale  di  Sulmona,  rintracciato 
il  compratore  potei  esaminare  gli  oggetti  stessi,  i  quali  sono  :  —  Lastrina  rettangolare, 
di  bronzo,  di  m.  0,11  X  0,07,  con  diciotto  file  parallele  di  buchi  quadrangolari.  Un 
coltello  di  ferro  lungo  m.  0,16,  con  manico,  ricurvo  dalla  parte  del  taglio.  Tre  pezzi 
di  catena  di  ferro,  lungo  ciascuno  m.  0,(36 ,  della  forma  di  quadrelli  terminanti  ad 
anello  in  una  estremità,  e  nell'altra  ad  uncino,  preceduto  da  un  archetto.  Detta  ca- 
tena, secondo  le  informazioni  avute  dal  sig.  Felice  de  Sanctis,  posava  sopra  uno  sche- 
letro, in  direzione  longitudinale,  cioè  dal  petto  ai  piedi. 

Regione  II.  {Apulia) 

XXIII.  Moiano    —  Nota  dell'ispettore  degli  scavi  cav.  Ferdinando 

Colonna  de'  principi  di  Stigliano. 

Nella  parte  superiore  del  territorio  denominato  Vailo  degli  .infralii ,  nel  comune 
di  Moiano  in  Valle  Caudina,  in  prossimità  del  luogo  ove  furono  scoperte  le  tombe 
descritte  nelle  Nat.  1884,  ser.  3a,  voi.  XIII,  p.  376,  eseguendosi  lavori  agricoli  s'incontra- 
rono, alla  profondità  di  circa  un  metro,  otto  o  nove  tombe  in  tufo,  simili  in  tutto  a  quelle 
scoperte  due  anni  or  sono.  Furono  vuotate  completamente  e  distrutte.  Recatemi  sul 
luogo,  presi  nota  degli  oggetti  seguenti,  che  facevano  parte  della  suppellettile  funebre  : 
Olla  in  terra  nera,  del  diametro  di  m.  0,21  e  dell'altezza  di  m.  0,35,  con  disegni 
a  linee    graffite  e    punteggiate.  Piccolo    unguentario    fittile,  verniciato  sottilmente  di 


—  137  — 

nero.  Lagena  con  manici,  del  diametro  di  m.  0,04,  alta  0,06.  Un  anello  di  piombo 
;i  staffa,  con  disegno  in  rilievo,  rozzamente  eseguito.  Una  clava  in  bronzo,  di  bella 
patina,  alta  m.  0,07.  Un  sesterzio  senza  nome  di  famiglia.  Un  medio  bronzo  di 
Augusto.  Un'agata  sardonica,  di  forma  ellittica,  di  m.  0,01  X  0,05. 

XXIV.  Boiiea  —  Il  medesimo  sig.  cav.  Ferdinando  Colonna  comunicò,  che 
sulla  fine  scorso  marzo,  in  un  terreno  denominato  s.  Biagio  a  mezzo  chilometro  da 
Bonea  nella  valle  Caudina,  eseguendosi  alcuni  lavori  campestri,  si  incontrarono  a 
caso  alcuni  avanzi  di  antiche  fabbriche,  alla  profondità  di  m.  0,50  a  m.  1,00; 
avanzi  che  furono  disfatti,  perchè  dannosi  alla  cultura  del  suolo.  Gli  avanzi  accennati 
esistevano  in  una  superficie  di  m.  50,00  X  40,00,  e  sembrano  essere  stati  di  abita- 
zioni con  pavimenti  diversi,  alcuni  dei  quali  formati  da  piccoli  mattoni  ad  opera 
spicata.  Resti  di  costruzioni  reticolate  vedonsi  tuttora  in  opera,  nella  parte  bassa  del 
muro  esterno  destro  dell'antichissima  chiesetta  di  s.  Biagio,  innestati  con  le  poste- 
riori costruzioni  dell'edificio.  Si  osserva  anche  un  pozzo  del  diametro  di  m.  0,83, 
colmo  degli  stessi  materiali  alluvionali,  che  coprono  parte  delle  contigue  distrutte 
fabbriche,  per  l'altezza  di  m.  0,70.  Sparsi  sul  terreno  trovansi  frammenti  di  marmo 
bianco,  calcinacci,  mattoni  dei  ricordati  pavimenti,  fìttili,  ec,  indizi  tutti  che  quella 
campagna  ricopre  altre  antichità.  Fu  conservato  solamente  un  orciuolo  in  terra  nera, 
rozzo,  ed  una  scoria  di  ferro  del  peso  approssimativo  di  chilogr.  cinque. 

Al  lato  orientale  del  territorio  di  s.  Biagio,  verso  Vitulano  e  Montesarchio, 
furono  scavate,  anche  nellp  scorso  marzo,  varie  tombe  in  grossi  tufi,  che  avevano  la 
copertura  formata  da  tegoloni.  Ma  intorno  a  questo  rinvenimento  nessun'altra  notizia 
fu  dato  di  avere. 

Regione  III.  {Lucania  et  Brutti) 

XXV.  Siclerno  —  Nota  del  ean.  A.  M.  di  Lorenzo,  vice-direttore 
del  Museo  di  Reggio  di  Calabria. 

Nel  comune  di  Siderno,  circondario  di  Gerace  (territorio  Locrese),  il  sig.  cav. 
dott.  Michele  De  Moia  trovava  in  un  suo  podere  una  tomba  cristiana,  dalla  quale 
si  ebbe  una  interessantissima  lamina  d'oro  istoriata.  Questa  lamina  a  foglietta,  di 
forma  rotonda,  ornava  il  coperchio  di  una  scatoletta  lignea,  che  al  contatto  dell'aria 
si  disciolse  in  polvere.  Essa  misurava  55  mm.  di  diametro  ;  ma  tolto  l'orlo  liscio 
e  il  fregio  che  corre  in  giro  dentro  di  questo,  rimane  per  la  rappresentazione  un  tondo 
di  soli  35  mm.  di  diametro.  Fregio  e  figure  sono  lavorati  a  sbalzo  :  soggetto  della 
rappresentazione  l'offerta  e  l'adorazione  de'  Magi.  Ecco  i  particolari  di  questa  rappre- 
sentazione. La  Madonna  è  a  sinistra,  assisa  in  sedia  con  spalliera,  e  regge  sulle  ginoc- 
chia il  Bambino,  il  quale  è  in  atto  di  accogliere  i  doni  dei  principi  orientali.  Questi 
si  presentano  da  destra,  recando  ciascuno  il  proprio  dono.  Sono  in  numero  di  tre, 
giusta  le  più  comuni  tradizioni  storiche  ed  artistiche.  Vestono  tunica  corta,  ricinta 
ai  lombi  ;  non  han  segno  di  pallio  o  clamide.  In  capo  recano  il  consueto  pileo  ricurvo. 
In  una  parola  troviamo  qui  riprodotto  il  notissimo  tipo,  onde  nell'arte  antica  cri- 
stiana  è   rappresentata   questa   scena,   tanto   nelle   pitture   delle   catacombe,  quanto 


—  138  — 

nelle  scolture  de'  sarcofagi,  ne'  mosaici  e  fino  nelle  medaglie  (').  Per  la  strettezza 
del  campo,  nel  nostro  tondo  la  stella  è  presso  la  testa  del  Bambino;  e  qui  c'è  di 
speciale,  che  al  disopra  de'  detti  personaggi  si  distende  di  traverso  un  angelo  con 
tunica  talare,  il  quale  sembra  dirigere  la  stella.  E  soggiungiamo  che  il  capo  della 
Madonna,  del  Bambino  e  dell'Angelo  hanno  il  nimbo.  Nella  ristretta  lunula  dell' esergo 
è  poi  rappresentata  in  figure  più  minute,  e  per  conseguenza  meno  precise,  l'anteriore 
situa  dell'adorazione  de'  pastori  alla  grotta  di  Bettelemme. 

Questo  prezioso  cimelio  è  stato  dall'egregio  sig.  De  Moia  gentilmente  donato  al 
Museo  reggino. 

XXVI.  Reggio  di  Calabria  —  Rapporti  del  predetto  sig.  can.  A.  M. 
Di  Lorenzo. 

A  piedi  della  nota  necropoli  della  Terrazza,  sulla  destra  del  vallone  Santa  Lucia, 
in  un  fondo  irriguo  del  cav.  Migliarini,  fu  discoperta  una  tomba  antica  a  qualche 
metro  di  profondità  dal  suolo.  Cortesemente  invitati  dal  proprietario  ad  esplorarla, 
ci  siamo  incontrati  in  un  altro  esemplare  di  quella  specie  di  tombe  da  noi  altre 
volte  descritte,  che  per  coperchio  portano  una  serie  di  tegoli  posti  di  taglio  sulle 
pareti  laterali  del  loculo.  Robustissima  copertura,  che  nella  presente  tomba  (posta 
in  piano)  non  era  evidentemente  destinata  a  sopportare  il  peso  di  superiori  scoscen- 
dimenti, ma  ad  offrir  solo  maggior  difesa  e  custodia.  Una  specialità  presentò  questa 
tomba  nella  dimensione  de'  tegoli  del  coperchio,  i  quali  pur  mantenendo  la  lunghezza 
consueta  di  cotali  antichi  tegoli,  cioè  di  85  cent.,  pure  la  loro  larghezza  si  restringe 
a  26  cent.,  quasi  la  metà  del  consueto.  E  perciò  abbiamo  conservati  un  paio  di  questi 
esemplari.  1  muriceiuoli  del  loculo  erano  della  solita  opera  laterizia,  con  mattoni  di 
cent,  oli  X  17X9.  Alcuni  di  essi,  da  quadri  che  prima  erano,  avevano  ottenuta  per 
via  di  rottura  la  larghezza  di  cent.  17  come  gli  altri  :  cosa  che  avevamo  anche  visto 
nella  prima  tomba  di  questa  specie,  scoperta  nel  podere  Clima,  nell'alto  dello  stesso 
vallone  di  Santa  Lucia. 

Di  suppellettile  funebre,  non  abbiamo  trovato  nel  sepolcro  del  fondo  Migliorini 
clic  una  tazza  ordinaria,  senza  vernice  né  ornati,  ed  una  strigile  di  ferro,  corrosa 
e  rotta  dal  terriccio  acquoso  filtratosi  nella  tomba,  il  quale  aveva  disfatte  quasi 
interamente  le  ossa  del  cadavere. 

Nelle  Noi.  del  1885,  ser.  4a,  voi.  I.  p.  503  riferimmo  intorno  ad  alcune  interessanti 
anticaglie,  venute  fuori  dagli  scavi  praticati  accanto  alla  piazza  Vittorio  Emanuele  di 
questa  città,  per  le  fondazioni  del  novello  palazzo  della  Banca  Nazionale.  Essendo 
stiiti  quei  lavori  condotti  con  una  fretta,  che  impediva  la  metodica  esplorazione  ar- 
cheologica, non  è  a  meravigliare  se  iu  un  sito  tanto  centrale  della  Reggio  di  tutti  i 
tempi,  non  siasi  raccolta  quella  messe  topografica  ed  artistica,  che  si  sarebbe  aspet- 
tata. Nondimeno  dalle  ricerche  fatte  nelle  terre  di  scarico,  provenienti  da  quello 
cavo,  si  raccolsero  alcuni  oggetti  che  vennero  salvati  pel  Museo. 

Questi    oggetti    sono    di    varie  età;  ed  oltre  quelli  dei  quali  si  disse,  meritano 

C)  Cfr.  Garrucci,  Storia  dell'Arte  Cristiana  •<'  primi  otto  secoli  della  chiesa,  tav.  35,  73, 
211.  303,   180  ecc.  ecc. 


—  139  — 

ora  di  essere  ricordati  i  seguenti:  Parecchi  frammenti  marmorei,  appartenenti  a 
titoli  diversissimi,  sia  greci,  sia  latini,  di  cui  ciascuno  con  contiene  che  qualche  let- 
tera '»  sillaba.  Notiamo  che  non  furono  rotti  da' lavoranti,  ma  così  spezzati  giacevi 

nel  terriccio,  o  si  trovavano  adibiti  per  materiale  di  costruzione.  Il  pezzo  più  con- 
siderevole è  questo   frammento    del   principio  di  un  titolo  sepolcrale: 


"I       HYGIN\ 
b)  DIET- 

che  aggiunge  il  nome  Hyginus  all'onomasticon  della  epigrafìa  reggina.  Due  anse,  in 
una  delle  quali  leggesi  il  bollo  §ilTHP.  Parecchie  piccole  cuspidi  triangolari  di 
bronzo.  Alcune  ghiande  missili  anepigrafi.  Moltissime  zanne  di  cinghiale.  La  metà 
di  una  perla  di  25  centimetri  di  diametro,  la  quale  da  un  foro  che  la  penetra  pei 
circa  un  terzo,  fa  congetturare  di  aver  servito  di  capocchia  ad  un  ago  crinale. 

Dei  tempi  di  mezzo  abbiamo  avuto  un  paio  di  crocettine  plumbee  di  forma 
-•reca,  coi  globetti  ai  due  apici  di  ciascuna  asta;  un  gruppo  di  monete  di  bronzo 
di  Basilio  il  Macedone,  insieme  conglutinate  dall'ossido  per  guisa  da  conservare  la 
i'orma  sferoidale,  che  dava  al  gruppo  il  marsupio  che  un  dì  contenevalo;  un  balsa- 
mario  che  per  la  sua  forma  e  la  natura  della  vernice,  ci  si  presenta  come  un  termine 
di  transizione  dall'arte  antica  alla  tecnica  de'  moderni  orcioletti  da  olio,  usati  da'  nostri 
contadini.  Siam  dolenti  ili  non  aver  potuto  ottenere  questo  pezzo  pel  Museo. 

XXVII.  Fossato  Calabro  —  Di  là  del  Capo  dell'  Arme  (Leucopetra),  in 
contrada  Cuecumulli,  essendo  avvenuto  un  parziale  scoscendimento  del  terreno  in  un 
podere  dell'on.  Vollaro,  il  figliuolo  di  questo,  sig.  Italo  ingegnere,  ci  riferiva  come 
quello  scoscendimento  avesse  scoperto  e  rotto  un  grandissimo  vaso  fìttile  a  cono 
tronco.  Nel  terreno  rimescolato  dalla  frana  furono  rinvenute  parecchie  anticaglie,  tra 
cui  alcune  lucerne  cretacee  medioevali,  alcune  monete  imperiali  del  quarto  secolo,  ed 
una  statuina  muliebre  di  bronzo,  con  peduncolo  alla  base,  il  quale  dovea  tenerla 
attaccata  a  qualche  utensile.  Questa  statuina  misura  7  centimetri  di  altezza;  veste  il 
chitone  talare;  V imation  posa  appena  sulla  spalla  sinistra,  donde  i  lembi  venendo 
raccolti  e  rigirati  intorno  ai  fianchi,  si  riuniscono  sotto  il  braccio  sinistro,  che  nel 
mezzo  inferiore  si  presenta  disteso  in  atto  di  sostenere  alcunché.  L'età  della  figura 
è  senile;  rigidi  e  quasi  maschili  i  lineamenti  del  volto. 

Tutti  questi  cimeli  furono  gentilmente  donati  dal   proprietario  al  patrio  Museo. 

Sicilia 

XXYIII.  Siracusa  —  Fino  dai  primi  giorni  del  corrente  anno  il  eh.  comm. 
Fr.  Saverio  Cavallari  richiamò  l'attenzione  del  Ministero  sopra  un'  importante  scoperta 
topografica  avvenuta  presso  Siracusa,  dentro  e  fuori  l' attuale  Camposanto,  ai  piedi 
dell'antica  Neapolis,  e  nell'area  ove  si  estendeva  la  necropoli  detta  del  Fusco. 

La  scoperta  consiste  in  vari  tratti  di  una  grandiosa  platea,  lastricata  a  grandi  massi 
squadrati,  con  sostruzioni  analoghe,  la  quale  in  quella  contrada  seminata  di  tombe 
sembrò    al    predetto    comm.  Cavallari  aver  formato  il  recinto  sacro,  ove  sorgevano  i 


—  140  — 

templi  ili  Cerere  e  Proserpiua,  ricordati  da  Diodoro  (XI,  27)  e  fatti  costruire  da  Ge- 
lone liei  480  av.  Cr.  dopo  la  vittoria  riportata  contro  i  Cartaginesi.  Nel  mentre  con- 
tinuano gli  scavi  per  lo  scoprimento  di  tutta  la  superficie,  mi  limito  a  dare  lo  an- 
nunzio del  fatto,  augurandomi  che  compiute  le  indagini  ne  risultino  nuovi  ed  im- 
portanti documenti  per  lo  studio  dell'antica  Siracusa. 

Sardinia 

XXIX.  S.  Nicolò  Gerrei  —  Il  R.  Commissario  dei  Musei  e  scavi  in  Sar- 
degna riferì,  che  nel  comune  di  s.  Nicolò  Gerrei,  in  provincia  di  Cagliari,  e  preci- 
samente nella  regione  detta  Spignau,  un  contadino  rinvenne  sulla  fine  dello  scorso 
anno  un  ripostiglio  di  monete  imperiali  di  bronzo,  contenute  in  un'olla  di  terra  cotta. 

Le  monete,  quasi  tutte  consumate  dall'uso,  ammontano  a  391,  e  secondo  la  de- 
scrizione fattane  dal  sig.  F.  Nissardi,  vanno  così  distribuite  :  Adriano  1 1  ;  Sabina  1  ; 
Autonino  Pio  12;  Faustina  seniore  7;  Marco  Aurelio  10;  Faustina  iunior©  6  ;  Lucio 
Vero  2;  Commodo  8;  Crispina  3;  Clodio  Albino  2;  Settimio  Severo  5;  Diadume- 
niano  (?)  1;  Julia  Aquilia3;  Alessandro  Severo  70;  Julia  Mammea  17;  Massi- 
mino  31;  Massimo  3;  Gordiano  Africano  (?)  1;  Pupieno  1;  Gordiano  III  Pio  76: 
Filippo  seniore  48;  Marcia  Otacilla  10;  Filippo  iuniore  9;  Traiano  Deciq  9;  inde- 
cifrabili 45. 

Roma.   16  maggio  1886. 

Il  Direttore  gen.  delle  Antichità  e  Belle  arti 
FlORELLI 


—   141    — 


M  AGGI O 


Regione  XI.  (Transpadana) 

I.  Aostfl  —  In  occasione  dei  lavori  per  formare  l'acquedotto  nella  via,  che 
dalla  piazza  Carlo  Alberto  conduce  alla  stazione  della  strada  ferrata,  a  un  metro  e 
mezzo  di  profondità,  è  stato  riconosciuto  un  pavimento  tessellato  a  lastra  di  marmo 
di  vario  «dorè,  cioè  a  quadretti  grigiastri,  chiusi  da  triangoli  di  marmo  rosso,  giallo 
e  grigio  di  Àimaville. 

Avanzi  di  un  antico  acquedotto  furono  poi  scoperti  nel  vallone  denominato  la 
Comba,  presso  il  villaggio  Porassan  nel  comune  medesimo  di  Aosta,  nel  quale  si 
veggono  tuttora  resti  di  una  grande  costruzione  romana,  ritenuta  per  una  conserva 
di  acqua. 

Regione  IX.  (Liguria) 

IL  Ventimiglia  —  Il  R-  ispettore  prof.  cav.  Girolamo  Rossi  riferì,  eie 
nella  proprietà  Porro,  nel  piano  di  Nervia,  fu  scoperto  un  cippo  marmoreo  alto  circa 
m.  1,50,  largo  m.  0,54,  scorniciato,  con  timpano  adornato  di  tre  rosoni.  Nello  spec- 
chio racchiuso  dalla  cornice,  è  incisa  l'epigrafe  : 

LICINIAE 
AMOENAE 

Contemporaneamente  l'ispettore  stesso  riuscì  a  procurare  un  calco  cartaceo  del- 
l'iscrizione opistografa,  rinvenuta  sul  principio  del  1884,  e  della  quale  si  disse  nelle  Not. 
di  quell'anno  (ser.  3a,  voi.  XIII,  p.  243,  317).  In  quel  tempo  si  potè  avere  l'impronta  di 
una  parola  soltanto  di  una  delle  due  epigrafi.  Ora  essendosi  avuta  esatta  riproduzione  di 
ambedue,  ho  potuto  riconoscere  che  mentre  l'epigrafe  STATORIA,  incisa  nella  parte 
che  presenta  il  ritratto  muliebre,  fu  stampata  colla  maggiore  esattezza,  in  quella  del 
Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a.  \  ol.  II.  1° 


—  142  — 

lato  opposto,  debbono  essere   modificate  due  sole    lettere,  e  ridotto  quindi    il    titolo 
alla  forma  normale,  nel  modo  che  segue  : 

C • STATORlVS 
SIPPOMANIL 
AV-FTERTVLLA 
STATORIAE  •  C-  F 
APPIAE  •  AN  XXII 
CSTATORIO-PROCv 
LO  •  F- ANN    XXV 

Provengono,  per  quanto  si  assicura,  dal  territorio  intcmeliese  due  altri  frammenti 
epigrafici,  conservati  ora  nel  Museo  di  Mentone.  Il  primo  in  lastra  marmorea,  della 
quale  l'ispettore  cav.  Rossi  ebbe  il  calco,  dice  : 

D  • 
TFLÀVI 
FLÀVIC 
LIO  I  IN 

Il  secondo,  inciso  in  pietra  di  Arles,  conserva  solamente  : 

NEPOS 

[  Finalmente  nella  proprietà  del  sig.  Giambattista  Parodi,  l'ispettore  stesso   vide 
una  tavola  di  marmo,  testé  scoperta,  recante  il   titolo  : 

D  M 

AEMILIVS  •  SEC 
VNDINVS  AEMI 
LIO  THELONIC 
OB-MF  aseia 

Regione  Vili.  {Cispadana) 

ILI.  San  Pietro  in  Vincoli  (frazione  del  comune  di  Ravenna)  —  Varie 
tombe  furono  rimesse  a  luce  nel  podere  Ortolani,  alla  profondità  di  poco  meno  di  un 
metro;  sette  delle  quali  erano  formate  con  grossi  lastroni  di  laterizio.  Vi  si  raccolsero 
frammenti  di  varia  suppellettile  funebre;  cioè  armille  di  bronzo,  pezzi  di  vetri  colorati, 
globetti  di  pasta  vitrea,  e  monete  di  bronzo  irriconoscibili  per  l'ossido.  L'ispettore  cav. 
Busmanti  nel  mandare  questa  sommaria  notizia,  fece  pure  conoscere  che  le  cose  rinve- 
nute furono  donate  al  Museo  pubblico  di  Ravenna  per  generosità  dei  signori  Ortolani, 
padroni  del  fondo.  ^ 

Regione  VII.  {Etruria) 

IV.  Civitella  d  Ama  (frazione  del  comune  di  Perugia)  —  L'ispettore  prof.  Luigi 
Carattoli  riferì,  che  nel  podere  del  sig.  marchese  Giuseppe  degli  Azzi  denominato  la 
Madonna,  si  scopri  nello  scorso  maggio,  in  mezzo  a  tombe  già  depredati',  un'urna  di 
travertino,  semplice,  senza  iscrizione,  e  si  rinvennero  due  coperchi  pure  dì  travertino  con 
figure  recumbenti.  nel  solito  stile  delle  urne  etnische. 


—   14:3  — 

V.  Vetlllonia  (nella  frazione  di  Colonna,  comune  di  Castiglione  della  Pescaia)  — 
Sutto  la  direzione  dell'ispettore  dott.  Isidoro  Falchi  furono  ripigliati  per  conto  del 
Governo  >_rli  scavi  della  necropoli  di  Vetulonia;  intorno  ai  quali  si  comunicherà  a 
suo  tempo  la  relazione,  che  per  essere  condotta  a  termine  richiede  sia  prima  ben  rior- 
dinato e  ripulito  il  copioso  materiale  raccolto.  Ma  affinchè  si  possa  argomentare  della 
importanza  di  queste  nuove  scoperte,  che  rendono  tanto  più  benemerito  degli  studi  lo 
scopritore  di  Vetulonia,  credo  utile  di  pubblicare  la  seguente  lettera  del  E.  Commissario 
cornm.  C-amurrini,  che  si  recò -a  visitare  gli  scavi  nello  scorso  mese. 

-  Sono  rimasto  profondamente  maravigliato  nel  vedere  le  numerose  e  ragguarde- 
voli antichità,  che  a  cura  dell'egregio  dott.  Falchi  si  vanno  discoprendo  nella  vastis- 
sima necropoli  vetuloniese.  Si  può  dire  che  per  ora  non  sieno  che  fortunati  assaggi  iu 
quel  terreno;  giacché  le  tombe,  dipartendosi  dal  primitivo  perimetro  urbano,  discen- 
dono per  il  monte  e  per  i  suoi  gioghi  per  miglia  e  miglia,  insino  alla  valle  della 
Bruna  e  dell' Ombrane.  Stanno  le  une  presso  le  altre,  strette  fra  loro  per  uno  spazio 
vastissimo,  per  cui  la  loro  quantità  è  davvero  incredibile  ;  la  maggior  parte  spettano 
alla  piìi  vetusta  civiltà  italica  od  etnisca,  e  traversati  i  periodi  di  questa,  cessano  con 
la  conquista  romana.  Da  ciò  si  può  arguire  del  tesoro  colà  nascosto  sotterra,  e  serbato 
all'Italia  ed  alla  scienza;  dal  quale  conviene  che  si  tragga  quel  frutto  che  ne  sperano 
i  dotti,  nuovamente  discesi  nella  palestra  delle  origini  italiche,  collo  eseguire  le  ricer- 
che con  metodo  rigoroso,  e  produrre  i  dati  di  fatto  colla  massima  diligenza  e  senza 
alcun  preconcetto. 

«  Volendo  fermarmi  alle  cose  precipue  rinvenute,  dirò  di  undici  urne  a  capanna, 
che  sono  commiste  agli  altri  sepolcri  italici,  e  manifestanti  il  grado  stesso  di  civiltà  : 
quindi  della  suppellettile  svariatissima,  dove  si  producono  lavori  d'argento  di  stile  e  fat- 
tura orientale.  Ma  sopra  tutto  è  cosa  ammirabile  la  scoperta  della  tomba  del  Guerriero, 
la  quale  supera  per  importanza  quella  di  Tarquinia,  che  reca  lo  stesso  nome,  e  che  è  pure 
dello  stesso  antichissimo  periodo  di  tempo.  Quivi  oltre  il  grande  ed  adornato  cinerario  di 
bronzo,  si  vedevano  in  due  spartimenti  diversi,  due  vasti  recipienti  di  bronzo;  l'uno 
aveva  per  suo  coperchio  il  grande  e  rotondo  scudo  di  rame  lavorato  a  sbalzo,  con  or- 
namenti geometrici  in  giro,  e  sopra  lo  scudo  l'elmo  di  bronzo;  e  dentro  conteneva 
una  suppellettile  preziosa  di  vasi  di  bronzo  e  d'argento.  L'altro  non  conteneva  sol- 
tanto vasi  di  bronzo  e  utensili  da  cucina  pure  di  bronzo,  ma  ancora  vasi  di  argento, 
dei  quali  pregevolissima  è  una  tazza  con  figure  sottilmente  graffite ,  e  dello  stile  di 
quelle  prodotte  dai  Fenici;  inoltre  vi  erano  vasi  di  bucchero  nero,  fra  cui  preziosa  è  una 
kylix,  con  bassorilievi  a  figure  animalesche  ed  una  lunga  iscrizione  etnisca  ,  che  si 
deve  estimare  delle  più  arcaiche  ». 

VI.  Bisenzio  (comune  di  Capodimonte  sul  lago  di  Bolsena)  —  Scoperte 
della  necropoli  bisentina  descritte  dal  sig.  Angelo  Pasqui. 

Scavo  della  Palassetta  (ottobre  1884  -  aprile  1885). 
La  città  di  Bisenzio  era  situata  sulla  riva  nord-ovest  del  lago  volsiuiese,  fra  Gra- 
doli  e  Capodimonte,  in  quell'altura  tagliata  a  picco  all'intorno,  emergente  sulle  altre 
circonvicine,  e  la  quale  tutt'oggi  ritiene  l'antico  nome.  Sul  dosso  del  monticello  non 


—  144  — 

rimane  nessuna  traccia  della  primitiva  cinta,  né  delle  abitazioni,  mentre  alle  sue  falde 
e  più  dentro  terra  rispetto  al  lago,  si  trovano  di  frequente  i  ruderi  di  un  abitato  ro- 
mano, e  gli  avanzi  di  una  borgata  medioevale.  Ma  ci  attesta  l'importanza  di  quell'an- 
tica località,  a  fronte  del  silenzio  che  ci  hanno  lasciato  gli  antichi  storici,  l'imponente 
necropoli,  la  quale  dalle  scogliere  di  s.  Magno  si  estende  pel  vasto  altipiano  ,  che 
limita  il  lago  fin  presso  il  castello  di  Capodimonte,  misurando  una  lunghezza  di  circa 
cinque  chilometri  e  mezzo,  ed  una  larghezza  di  due.  Non  passerò  sotto  silenzio  che 
le  tombe  a  camera,  aperte  nelle  fronti  delle  scogliere  .predette,  furono  d'antico  tempo 
rovistate,  e  quindi  ingrandite  per  uso  di  capanne  e  di  cave  ;  altre  ulteriormente  sgom- 
brate dal  terrapieno,  e  di  queste  a  suo  luogo  daremo  il  contenuto. 

Ma  la  parte  più  antica  e  più  importante  della  necropoli  bisentina,  fino  a  questi 
ultimi  tempi  era  stata  ignorata  dagli  scavatori  oppure  trascurata,  poiché  non  rendeva 
valori  materiali.  Invero  da  qualche  anno,  per  le  opere  di  coltivazione,  erano  apparse 
quasi  a  superficie  grandi  casse  di  tufo,  le  quali  tolte  e  spezzate,  fornivano  eccellente 
materiale  per  muratura,  in  luogo  dove  appunto  questo  scarseggia.  Soltanto  con  questo 
scopo  ogni  anno  si  estraeva  un  numero  considerevole  di  casse  ,  il  cui  contenuto  non 
veniva  conservato,  se  togliesi  qualche  fittile  dipinto  o  qualche  oggetto  vistoso,  che 
fortunatamente  scoprivasi  intatto.  Nell'ottobre  del  1884  il  cav.  Giovanni  Paolozzi  di 
Chiusi ,  benemerito  della  scienza  archeologica  per  le  sue  accurate  ricerche  nell'agro 
chiusino,  si  univa  ai  sigg.  Enrico  e  Napoleone  Brenciaglia,  possessori  di  quella  località: 
e  ottenuto  il  debito  permesso  dal  R.  Ministero  della  pubblica  istruzione,  sotto  la  pro- 
pria sorveglianza  imprendeva  uno  scavo  regolare  della  necropoli  bisentina.  Il  periodo 
di  questo  primo  saggio  è  compreso  dall'ottobre  1884  all'aprile  1885.  Daprima  si  limi- 
tarono gli  scavi  dove  più  frequenti  erano  occorse  per  l'innanzi  le  casse  di  tufo,  cioè 
nella  località  della  Palassetta;  indi  furono  portati  verso  nord-ovest,  nel  punto  più  cul- 
minante della  necropoli,  ed  a  circa  duecento  metri  dai  primi.  Gli  scavatori  s'  incon- 
trarono daprima  in  un  selciato  d'antica  via ,  che  dalle  falde  di  Bisenzio  (da  quel 
luogo  appunto  ove  abbiamo  riscontrato  la  borgata  romana  e  medioevale)  costeggiando  il 
Lagaccione,  risaliva  alla  Clodia  sopra  Pianzano  (').  Sotto  al  selciato  apparvero  le  easse 
a  tre  ordini,  di  cui  l'inferiore  alternato  da  pozzetti  e  da  cilindri  di  tufo,  chiusi  da  cal- 
lotta sferica,  e  contenenti  i  prodotti  di  una  civiltà  pre-etrusca.  Le  tombe  a  cassa  sco- 
perte nel  periodo  sovraccennato  furono  circa  30,  e  10  i  pozzetti.  Gli  oggetti  ivi  rin- 
venuti, iu  grandissima  parte  furono  trasportati  nella  raccolta  Paolozzi  di  Chiusi,  ed  il 
rimanente  depositato  nel  casaletto  di  s.  Bernardino  in  prossimità  dello  scavo.  I  primi 
conservano  ancora  la  classificazione  rispondente  a  ciascuna  tomba,  gli  altri  furono  di- 
visi a  seconda  degli  strati  delle  casse  ;  e  per  questi  siamo  in  grado  di  delineare  con 
pochi  tratti  lo  stato  e  l'importanza  della  necropoli. 

Il  corredo  funebre  di  ciascuna  cassa  inferiore  si  componeva  di  una  grande  tazza 

(')  Altra  via  selciata  taglia  in  croce  la  predetta,  ] '■>«*< •  sopra  alla  chiesa  ili  Bisenzio.  Sembra 
■  b  ggi  il  lago,  inquantochè  tuttora  della  stessa  rimangono  visibili  avanzi  dietro  la  chiesa  'li  s.  Rocco, 
lungo  l'oliveto  della  Polledrara,  entro  il  cavo  di  Bisenzio,  nel  piano  del  Giardino,  ove  resta  in  piedi 
un  rudero  di  monumento  sepolcrale,  a  base  quadrata  e  eostruito  in  cm/ilerton,  ed  attraverso  alla  mac- 
chia di  s.  Magno,  in  direzione  di  Gradali  e  delle  Grotte  di  Castro.  È  nell* incrociamento  di  questi 
due  vie    che    ì  vedono  rase  al  suolo  le  fondazioni  di  Bisenzio  romana 


—  145  — 
a  callotì  i  sferica,  tirata  da  una  sola  lamina  di  bronzo  e  rientrante  all'orlo.  Tre  di  esse 
però  erano  composte  di  due  lamine,  la  prima  delle  quali  leggermente  concava  ne  l'or- 
mava il  l'ondo,  l'altra  a  disco  le  pareti.  I  cinque  o  sei  esemplari  conservati,  misurano 
in  generale  m.  0,31  di  diametro  all'orificio,  e  m.  0,15  di  altezza.  Insieme  alla  tazza 
si  tn.vó  sempre  Yoenochoe,  di  cui  si  raccolsero  solamente  in  "buono  stato  due  esem- 
plari di  forma  golìa,  cioè  con  corpo  ovoidale,  a  cui  è  imposto  breve  e  grosso  collo  ed 
un  beccuccio  sporgente  e  sagomato  a  foglia  di  edera:  il  loro  manico  si  compone  di  una 
sottile  listra  di  bronzo,  inchiodata  alla  metà  del  corpo  ed  all'orlo,  ove  si  rialza  un  poco. 
Unitamente  ai  predetti  bronzi,  una  cassa  ha  dato  una  coppia  di  fibule,  il  cui  arco 
doveva  essere  in  origine  rivestito  di  grani  di  ambra,  a  lunghissima  staffa  (m.  0,08).  e 
con  spilla  avvolta  a  triplice  spirale;  una  grossa  fibbia  di  filo  eneo,  ed  una  coppia  di  grandi 
fibule  (lungh.  mm.  108)  di  tipo  etrusco,  a  corpo  vuoto  internamente  e  decorato  di  graffi- 
ture  a  scacchi  triangolari  e  quadrati,  entro  i  quali  si  alternano  i  cerchietti  concentrici 
a  trapano  e  le  sottili  bulinature  a  spina-pesce.  Tra  le  fibule  trovate  nelle  casse  del 
periodo  più  antico,  non  è  da  trascurarsi  un  esemplare,  il  cui  arco  a  metà  s'incurva 
in  dentro,  ed  è  munito  di  quattro  grandi  capocchie  sferiche:  la  parte  superiore  del  me- 
desimo rivolta  a  quarto  di  cerchio,  è  striata  di  bulinature,  che  corrono  nel  senso  della 
lunghezza,  e  sostiene  a  capo,  entro  una  fessura,  l'ardiglione  incernierato  a  mezzo  di  un 
perno,  e  fissato  all'altra  estremità  nella  lunga  staffa.  Ciascuna  di  dette  tombe  conte- 
neva qualche  vaso  di  bucchero,  a  forma  di  oenochoe  o  di  kantharos  a  doppia  ansa,  e 
qualche  vaso  manufatto  :  più  frequentemente  un  semplice  vasetto  di  tipo  laziale,  con 
manico  rialzato  sull'orlo  e  con  corpo  lenticolare  steccato  a  fune.  Fra  i  bronzi  di  questo 
periodo,  merita  una  nota  speciale  l'armatura  di  due  sandali  di  legno.  Consiste  in  una 
specie  di  cassetta  di  lamina  enea,  tirata  a  martello  e  ritraente  a  perfezione  la  sagoma 
della  pianta  del  piede.  La  lamina  che  forma  il  fondo  di  ciascuna  incassatura,  è  un  poco 
concava  al  di  sotto,  ed  armata  in  giro  di  grosse  capocchie  di  ferro  :  l'altra  che  forma 
i  bordi,  è  più  alta  nella  parte  che  guernisce  la  pianta  che  in  quella  del  tallone.  Tut- 
tora ai  bordi  restano  infissi  i  chiodetti  di  bronzo,  che  fermavano  le  alte  suola  di  legno. 
La  lunghezza  totale  della  scarpa  è  m.  0,24.  Una  parte  dei  fittili  componenti  la  funebre 
suppellettile,  in  questo  periodo  e  nei  due  susseguenti,  era  stata  deposta  in  giro  al  co- 
perchio della  cassa,  e  più  specialmente  ammucchiata  senza  ordine  nel  luogo,  che  rispon- 
deva alle  spalle  od  alla  testa  del  cadavere.  Sì  nell'uno  che  nell'altro  caso  si  trovarono 
quei  fittili  difesi  da  sottili  sfaldature  di  tufo  o  di  nenfro,  le  quali    cedendo  al  peso 
di  un  terrapieno  alto  più  che  tre  metri,  avevano  cagionato  il  completo  disfacimento  di 
quel  vasellame.  Nonostante  questo  (e  nemmeno  possiamo  assicurare  se  fossero  stati  tro- 
vati entro  le  casse),  la  raccolta  del  predetto  casale  conserva  cinque  esemplari  di  olle 
a  corpo  sferico,  sostenuto  da  piede  a  tronco  di  cono,  spalmate  di  vernice  rossa,  e  de- 
corate nella  massima  sporgenza  del  corpo  di  cerchietti  concentrici  dipinti  di  biauco. 
Entro  le  casse  del  periodo  seguente,  si  ripetono  le  fibule  a  lunga  staffa  e  di  tipo 
etnisco,  vuote  internamente,  graffite  a  spina-pesce,  e  trapanate  a  cerchietti.  Le  oeno- 
ehoai  fuse  e  di  forma  rotonda  e  goffa,  il  cui  manico  è  saldato  al  corpo  ed  all'orificio, 
si  trovarono  unite  alle  patere  di  lamina  enea  più  piccole  delle  precedenti,  e  talvolta 
con  fondo  umbilicato  e  sbalzato  in  giro    con   larghe   baccellature.  Sono    comunissime 
in  questo   periodo   le   kylikes   di   forma    arcaica,    dipinte   ad   ocherelle,    i   bombylm 


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appuntati,  dipinti  a  fasce  scure  e  rosse,  i  buccheri  a  calice  ed  a  kantharos,  leggermente 
striati  di  graniture  a  zone  parallele.  In  tre  o  quattro  casse,  è  ritornato  l'esemplare  ma- 
nufatto della  tazza  a  fondo  compresso,  e  con  ansa  a  nastro,  rialzata  sopra  all'orlo. . 
Le  casse  superiori  ci  ricordano  un  periodo  etrusco  alquanto  avanzato,  poiché  ol- 
tre ai  pcchi  bronzi  fusi  e  decorati  di  baccellature  a  sbalzo,  contenevano  esclusiva- 
mente vasi  dipinti,  delle  forme  più  note  ed  a  figure  nere  sul  fondo  rossastro.  Tra  que- 
sti notiamo  i  seguenti  : 

a)  Kelebe,  ove  di  uno  stile  alquanto  trascurato,  da  una  parte  è  dipinta  la  bat- 
taglia di  un  lapita  con  un  centauro,  dall'altra  la  lotta  fra  un  guerriero  nudo,  armato 
solo  di  scudo  e  di  lancia,  ed  im  secondo  caduto  a  terra,  armato  di  scudo  e  di  spada. 
e  coperto  dagli  schinieri  e  dall'elmo  achilleo. 

b)  Anforetta  alta  m.  0,07,  ricoperta  di  colore  biancastro,  con  suvvi  dipinto  in 
giro  all'orlo  un  ornamento  di  palmette,  e  attorno  al  corpo  da  un  lato  una  figura  di 
Pallade,  che  si  spinge  a  destra  vibrando  l'asta  e  protendendo  lo  scudo,  dall'altra  una 
ninfa  danzante  in  mezzo  a  tralci  di  edera. 

e)  Idem,  con  figiue  di  baccanti  alternate  da  tigli. 

d)  Anforetta  ad  un  solo  manico,  di  forma  elegante,  dipinta  sopra  al  corpo  con 
sottili  foglioline  appuntate,  ed  in  basso  con  un  cavaliere  messo  in  mezzo  da  due  fauni 
danzanti. 

e)  Idem,  con  piccolo  tralcio  di  edera  sopra  al  corpo,  e  più  sotto  con  lotta  di 
due  guerrieri.  È  di  stile  arcaico,  ma  alquanto  trascurata  nell'esecuzione. 

f)  Grossa  oeuochoe  ad  orlo  rotondo,  con  figura  di  Bacco  barbato  e  coronato 
di  edera,  il  quale  porta  nelle  mani  lunghi  tralci  ed  un  corno  potorio  :  ha  dinanzi  un 
fauno,  che  procede  a  destra  gesticolando  e  voltando  indietro  la  faccia. 

g)  Tazzina  emisferica  a  doppia  ansa  applicata  orizzontalmente  nel  corpo.  È 
soltanto  dipinta  in  nero  con  due  grandi  occhi. 

Si  raccolsero  inoltre  una  cinquantina  di  vasi  dipinti,  per  decifrare  i  quali  occorre 
l'opera  del  restauratore. 

A  questo  breve  cenno  sull'aspetto  generale  della  necropoli  della  Palazzetta,  cre- 
diamo opportuno  fare  seguire  la  dettagliata  descrizione  di  quel  corredo  funebre,  che 
fu  escavato  nello  stesso  luogo  e  nello  stesso  periodo  di  tempo  (cioè  dall'ottobre  1884 
all'aprile  1885),  e  che  oggi  si  conserva  nella  raccolta  Paolozzi  di  Chiusi,  come  ac- 
cennammo poco  sopra. 

Tombe  ad  incinerazione  : 

1.  Pozzetto  cilindrico  murato  con  piccole  scaglie  di  nenfro,  e  chiuso  da  informe 
lapide  tufacea.  Fu  scoperto  allo  stesso  livello  del  primo  strato  delle  casse,  e  s'inter- 
nava per  circa  un  metro  nel  terreno  vergine.  Entro  lo  stesso  contenevasi  : 

a)  Cinerario  a  due  anse  e  a  doppio  tronco  di  cono,  decorato  nella  linea  d'u- 
nione di  tanti  listelli  verticali  a  rilievo.  Sotto  al  breve  orlo,  da  ciascuna  parte  del 
manico,  si  ripetono  tre  incavi  ornati  in  giro  di  punteggiature. 

li)  Vasetto  che  ripete  in  piccolo  la  forma  del  predetto  cinerario.  È  decorati) 
soltanto  di  doppia  striatura,  che  comprende  minute  impressioni  di  fibula  a  fune,  ed 
è  punteggiato  negli  angoli,  che  girano  sotto  i  manichi. 

e)  Vaso  con  corpo  a  bulla  compressa  perso  il  fondo,  su  cui  s'innalza  il  collo 


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a  tronco  di  cono,  interrotto  sotto  l'orlo  da  due  larghe  steccature  parallele.  Nel  corpo, 
da  ciascuna  parte  delle  anse,  si  ripetono  tre  listelli  verticali.  Le  anse  sono  formate 
da  un  nastro  applicato  verticalmente,  ed  occhiuto  nella  parte  più  prominente  del  corpo  : 
la  estremità  superiore  di  ciascuna  ansa  è  munita  di  un  collo  e  di  una  rozza  testa 
di  caprone  :  l'inferiore  di  un  bastoncello  ricurvo,  entro  il  quale  gira  liberamente  un 
anello  di  terracotta.  Uno  di  questi  anelli  è  steccato  a  fune. 

d)  Ciotola  con  alto  manico  a  bastoncello,  applicato  sopra  all'orlo.  La  parte 
piana  del  corpo  è  striata  di  due  larghe  steccature  parallele,  e  decorata  al  di  sotto 
di  tre  sporgenze   appuntate. 

e)  Tazzina  di  tipo  laziale,  con  ansa  rialzata  sopra   all'orlo. 

/')  Tazzina  a  doppio  manico,  con  corpo  a  bulla,  compresso  verso  il  fondo,  e  stec- 
cato verticalmente  a  rozze  baccellature.  Nei  due  lati  intermedi  ai  manichi  sporgono 
due  cornetti  conici. 

y)  Due  tazzine  rozzissime  a  forma  emisferica,  e  con  orlo  rientrante  :  da  un 
lato  vi  è  unita  una  sporgenza  forata,  a  guisa  di  beccuccio. 

lì)  Avanzi  di  fibula  ad  arco,  ornato  lateralmente  di  prominenze  a  capocchia. 

i)  Uncinetto  e  maglia,  formato  di  un  sottile  filo  eneo. 
2.  Da  ima  tomba  identica  alla  precedente,  si  estrassero  gli  oggetti  che  seguono  : 

a  i  Cinerario  a  foggia  di  rozzissima  pentola,  privo  di  decorazione,  e  chiuso  da 
grande  ciotola  a  corpo  rigonfio  e  piede  allungato. 

Nella  sommità  del  corpo  di  questa,  e  sotto  le  due  anse,  girano  quattro  graf- 
titure  parallele,  limitate  inferiormente  da  una  linea  impressa  con  strumento  a  cordi- 
cella, la  quale  agli  angoli  è  compita  da  grosse  punteggiature.  La  parte  inferiore  del 
corpo'è  decorata  da  cinque  meandri  triangolari  a  zig-zag  concentrici,  e  distanti  l'uno 

dall'  altro. 

b)  Ciotola  più  piccola  con  giro  identico  nell'attaccatura  dell'orlo,  interrotto 
da  ima  fila  di  quattro  punteggiature,  e  compito  inferiormente  da  triangoli  a  vertice 
abbassato,  e  striati  d'impressioni  di  fibula  a  fune. 

e)  Vasetto  a  forma  lenticolare.  chiuso  all'orlo,  che  è  breve  e  quasi  piano,  e 
privo  di  qualsivoglia  decorazione. 

d)  Tazza  piccola  di  tipo  laziale,  con  ansa  striata  a  steccature  parallele  presso 
l'attaccatura  dell'orlo.  In  giro,  nella  parte  più  prominente  del  corpo,  piccole  impres- 
sioni a  fune. 

e)  Vaso  a  corpo  emisferico,  ornato  di  leggiere  baccellature,  e  munito  di  ma- 
nico a  nastro,  sul  quale  una  rozza  figura  di  ariete.  .che  posa  colle  zampe  posteriori 
sulla  parte  rialzata  del  manico,  e  colle  anteriori  sopra  all'orlo.  Detto  vaso  è  soste- 
nuto sopra  tee  piedi  a  bastoncello,  ricurvi  in  fuori. 

3.  Questo  pozzetto,  costruito  come  i  precedenti,  ha   dato  : 

a)  Cinerario  a  bulla  sferica,  di  creta  giallastra  e  dipinto  a  fasce  rettangolari 
di  colore  rosso,  le  quali  contengono  un  meandro  triangolare  tratteggiato  di  uguale 
colore  (cfr.  il  tipo  cornetano  edito  nelle  Notule  1885,  tav.  annessa,  f.  6).  Altezza 
mm.  265,  diametro  alla  bocca  195.  La  parte  inferiore  del  medesimo  è  decorata  da 
sette  fasce  a  raggio,  colorite  di  rossastro. 

b)  Vaso  di  tipo  identico,  ma  a  forma  un  poco   compressa   verso    il   piede.   1 


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riquadrameli  ti  della  parte  superiore  del  corpo  sono  divisi  in  croce  da  fasce  rosse,  e  trat- 
teggiati obliquamente  di  sottili  linee  parallele  :  la  parte  inferiore  del  corpo  è  deco- 
rata da  una  zona  rossa,  entro  la  quale  un  meandro  rettangolare,  e  più  in  basso  da 
larghe  linee  rosse  intramezzate  da  zig-zag,  disposti  verticalmente  l'uno  appresso  l'al- 
tro. Detto  fittile  misura  m.  0.20  di  altezza,  e  m.  0,165  di  diametro  alla  bocca. 

e)  Oenochoe  di  bucchero  manufatta,  a  corpo  lenticolare  compresso  verso  il  fondo, 
a  beccuccio  molto  rialzato  sull'orlo,  ed  a  largo  manico  a  nastro,  applicato  dalla  metà 
del  corpo  alla  metà  del  collo.  Attorno  alla  parte  superiore  del  corpo  girano  due  lar- 
ghe fasce  a  ingubbiatura  bianca,  sotto  le  quali  tre  zone  piegate  a  semicircolo.  Il  suo 
manico  era  contornato  di  uguale  ingubbiatura,  e  decorato  di  sotto  da  ima  piccola  fa- 
scia semicircolare. 

d)  Due  vasetti  a  forma  quasi  sferica,  con  orlo  sagomato  a  foglia,  e  doppia 
ansa  nel  corpo.  Ciascun  lato  tra  le  anse  è  dipinto  con  quattro  triangoli  bianchi,  graf- 
fiti a  linee  parallele.  Sopra  ciascuna  ansa,  entro  un  riquadramento  a  ingubbiatura  di 
creta  biancastra,  graffito  sopra  a  sottili  linee  parallele,  si  contiene  una  croce  gam- 
mata di  uguale  colore.  Uno  di  detti  fittili  ha  quasi  del  tutto  perduta  l'ingubbiatura. 

e)  Tazzina  di  tipo  laziale,  munita  di  due  cornetti  cilindrici  sopra  alla  parte 
rialzata  del  manico. 

/')  Due  tazzine  a  corpo  lenticolare,  con  doppia  ansa,  e  ornate  nella  parte  più 
sporgente  del  corpo  di  due  apofisi  coniche,  messe  in  mezzo  da  quattro  listelletti  a  rilievo. 

g)  Ciotola  ad  alto  piede,  con  orlo  piano  e  verticale,  ornata  in  giro  di  un  dop- 
pio solco  a  stecco,  ed  in  basso  di  tre  piccole  sporgenze  :  da  un  lato  porta  unito  al- 
l'orlo un  manico  a  bastoncello  molto  rialzato. 

h)  Vasetto  rotondo  posato  su  tre  bastoncelli  di  terracotta.  Il  corpo  è  striato 
verticalmente,  ed  il  manico  decorato  di  due  cavalli,  che  posano  colle  zampe  anteriori 
sopra  all'orlo.  Dietro  ai  medesimi  aderisce  la  figura  rozzissima  di  un  uomo  nudo,  che 
sostiene  con  ambedue  le  mani  le  redini,  espresse  con  due  bastoncelli  accoppiati,  e  con- 
giunti ai  lati  e  dinanzi  alla  testa. 

i)  Fuso  di  lamina  enea,  vuoto  internamente,  lungo  m.  0.24,  composto  di  ima 
cannula,  la  cui  estremità  superiore  termina  con  un  piccolo  nodo  sagomato,  e  l'infe- 
riore con  una  fusaruola  a  tronco  di  cono,  compita  da  un  bottone  a  forma  lenticolare. 

I)  Braccialetto  di  filo  eneo,  avvolto  a  fune. 

m)  Anello  consimile. 

«)  Braccialetto  di  bronzo,  i  cui  capi  terminano  con  due  capocchie  sferiche. 
Si  trovò  infilato  nell'ardiglione  di  una  fibula,  il  cui  arco  si  compone  di  dischetti 
obliqui  di  ambra. 

o)  Due  pendoletti  di  ambra  a  forma  di  mandorla,  appesi  ad  un  sottile  filo  di 
argento,  ed  un  ciottoletto  di  ambra. 

p)  Bastoncello  di  ferro,  attorno  a  cui  è  tuttora  avvolta  una  matassa  di  (ilo, 
attraversata  da  un  ago  di  bronzo. 

q)  Faleretta  di  oro  pallido,  sbalzata  in  giro  con  punteggiature  a  zig-zag.  e  con 
cerchietti  concentrici.  Nel  mezzo  è  compita  da  un  bottone,  circondato  da  tre  circoli 
a  sbalzo.  L'orlo  ili  questa  borchia  porta  da  un  lato  L'attaccagnolo,  ed  è  interamente 
circondato  da  un  sottile  filo  di  rame,  avvolto  a   fune. 


.- 


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4.  I  seguenti  oggetti  provengono  da  altro  pozzetto  cilindrico,  murato  in  giro  ili 
piccole  pietre,  e  coperto  da  rude  copertura  di  nenfro. 

a)  Olla  cineraria  con  corpo  rotondo,  doppia  ausa,  di  cui  ima  asportata  in  an- 
tico. La  parte  più  prominente  del  corpo  è  decorata  di  due  sporgenze  coniche,  le  quali 
sono  superiormente  circondate  da  un  listelletto  semicircolare,  steccato  a  fune  :  imme- 
diatamente sopra  a  questo,  un  grosso  incavo  circondato  da  due  giri  punteggiati  con- 
centrici. Da  ciascuna  parte  si  trovano  cinque  incavi  disposti  in  croce,  i  quali  girano 
tra  il  collo  e  le  anse  :  quell'incavo,  che  risponde  nel  mezzo,  è  circondato  da  pun- 
teggiature. Attorno  al  collo  sette  incavi  consimili.  Il  corpo  di  questo  cinerario,  tra 
i  detti  ornamenti,  è  rozzamente  steccato  a  striature  verticali. 

/')  Kozza  oeuochoe  granita  nel  corpo  a  triangoli,  col  mezzo  di  un  pettine  a 
quattro  punte.  Il  suo  manico  è  a  doppia  ripresa,  cioè  attaccato  al  corpo,  all'unione 
del  collo  ed  all'orlo  :  da  questo  al  beccuccio,  dove  si  biforca  in  due  bastoncelli,  detta 
ansa  si  ripiega  a  semicircolo,  e  prende  la  forma  di  un  nastro.  L'oenoclwe,  compreso 
il  manico,  misura  m.  0,26  di  altezza. 

r)  Askos  di  forma  ovoidale,  da  un  capo  compito  da  beccuccio  a  testa  di  ariete. 
dall'altro  da  collo  cilindrico  ed  orificio  rotondo.  Questo  vaso,  dal  collo  alla  testa  di 
ariete,  è  attraversato  da  un'  ansa  arcuata  ed  a  sezione  pentagonale,  le  cui  estremità 
si  biforcano  a  fettuccia,  ed  abbracciano  una  parte  del  collo  ripiegandosi  lungo  il  corpo. 
Negli  angoli,  tra  detto  manico  e  la  testa  d'ariete  e  l'orificio,  si  trovano  applicate  due 
rozze  oche.  La  parte  inferiore  di  questo  vaso,  è  munita  di  quattro  sporgenze  fo- 
rate, entro  le  quali  giravano  originariamente  le  asticelle  di  bronzo,  che  univano  due 
a  due  le  quattro  ruote  di  terra  cotta,  a  similitudine  di  quelY aoerra  enea  dei  Mon- 
terozzi,  edita  dal  eh.  Ghirardini  nelle  Notizie  del  1881  (tav.  I,  fig.  24).  Dette]  ruote 
hanno  un  largo  mozzo,  decorato  in  giro  da  impressioni  di  cordicella,  e  su  cui  atte- 
stano sei  raggi,  che  nell'unione  della  ruota  portano  da  ciascun  lato  un  ornamento  a 
circoli  concentrici.  Il  corpo  del  vaso  è  decorato  di  due  ordini  di  meandri  rettango- 
lari, ottenuti  con  impressioni  di  uno  strumento  avvolto  a  fune,  e  compiti  agli  angoli 
da  cerchietti  concentrici.  Simili  impressioni  si  ripetono  sotto  il  collo  entro  un  riqua- 
dramento,  e  sul  petto  dell'ariete,  nonché  nel  manico,  nel  corpo  delle  ocherelle,  e  nella 
loro  testa.  Sotto  il  manico,  il  corpo  del  vaso  è  forato  con  due  buchi  passanti.  La  sua 
lunghezza  totale  è  di  m.   0,215. 

d)  Piccolo  tipo  del  cinerario  Villanova  a  doppio  tronco  di  cono,  sostenuto  da 
piccolo  piede,  e  munito  di  orlo  piano  e  sporgente  e  di  ansa  a  nastro,  applicata  ver- 
ticalmente a  guisa  di  occhietto  nella  parte  superiore  del  corpo,  dove  gira  un  ornato 
di  triangoli,  impressi  con  strumento  a  fune.  Misura  m.  0,1(3  di  altezza. 

e)  Tazzina  con  doppio  manico  a  nastro  rialzato  un  poco  sull'orlo,  con  corpo 
a  forma  lenticolare.  e  decorato  di  due  sporgenze  coniche,  messe  in  mezzo  da  quattro 
listelletti  verticali. 

/')  Ciotoletta  di  tipo  laziale,  il  cui  manico  rialzato  sopra  all'orlo,  porta  alla 
sommità  due  capocchie  cilindriche. 

g)  Bozza  tazza  a  calice,  con  piede  a  tronco  di  cono. 

h)  Tazza  di  forma  compressa,  che  ripete  la  decorazione  a  rilievo  del  vaso 
descritto  alla  lettera  e. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie      Sur.  4a,  Voi.  II.  IP 


—  150  — 

i)  Rozzo  raso,  a  corpo  rotondo  e  piede  rastremato.  Da  una  parti.'  è  munito  di 
manico  a  bastoncello,  ed  in  giro  decorato  di  una  greca  rozzamente  graffila.  Alt,  m.  0.11. 

/)   Cutter  lunato  privo  di  manico,  lungo  m.  0.075. 

ni)  Fibula  con  arco  rigonfio  e  vuoto,  traversato  da  triplice  sbarra  a  capocchia, 
e  munito  di  lunga  staila  arricciata.  Misura  m.  0,10  di  lunghezza. 

n)  Fibula  con  arco  ondulato,  e  decorato  di  cilindretti  a  capocchia.  L'arco  >i 
converte  in  ardiglione  senza  aggirarsi  a  spirale,  e  la  spilla  è  interiormente  rissata  su 
lunga  staila,  un  poco  arricciata.  Detta  fibula  è  lunga  m.  0,09. 

o)  Fibula  con  arco  a  doppia    foglia.  Lungh.  m.  <U»7. 

p)  Piccola  fibula  ad  arco,  un  poco  rigonfio  nel  mezzo,  e  compito  da  un  anello, 
entro  il  quale  gira  l'ardiglione.  Lungh.  m.    0.07. 

q)  Due  fusaruole  sferiche  di  ambra. 
Tombe  a  inumazione. 

1 .  Cassa  di  tufo  chiusa  da  coperchio  a  doppia  pendenza,  e  vuoto  al  di  sotto. 
Su  questo,  difese  da  sottili  sfaldature  accapannate  insieme,  si  trovarono  due  olle  di 
bucchero  a  corpo  sferico,  sostenute  su  piede  a  tronco  di  cono,  e  munite  di  due  anse 
a  bastoncello,  piegate  orizzontalmente  a  semicircolo.  La  cassa  esternamente  misurava 
m.  2.10  di  lunghezza  e  m.  0,85  di  larghezza;  il  suo  vuoto  interno  m.  0,60  di  lar- 
ghezza, m.  1,85  di  lunghezza  e  m.  0.35  di  profondità.  Seguono  gli  oggetti  apparte- 
nenti alla  medesima  : 

a)  Oenochoe  a  corpo  golfo  e  schiacciato,  ad  orlo  piano  e  circolare,  collo  a  tronco . 
di  cono,  e  manico  a  doppio  bastoncello,  che  si  unisce  ad  angolo  sotto  l'orlo.  La  parte 
più  sporgente  del  corpo  è  decorata  di  sei  listelletti  rilevati,  tra  i  quali  una  profonda 
e  larga  steccatura  a  zig-zag. 

b)  Patera  di  lamina  enea  (diametro  cm.  3t>)  con  orlo  piano  e  rientrante,  decorata 
nel  mezzo  ed  internamente  di  una  testa  di  leone,  sbalzata  a  tutto  rilievo. 

e)  Piccola  patella  di  lamina,  con  fondo  umbilicato. 

(1)  Grande  tazza  di  bronzo  a  forma  quasi  emisferica,  priva  del  piede,  con  orlo 
piano,  poco  sporgente  e  decorato  di  piccole  imbullettature  sbalzate. 

e)  Rozza  oeaochoe,  con  largo  manico  a  nastro.  Nella  parte  più  sporgente  del 
suo  corpo,  a  mezzo  d'uno  stecco,  furono  impressi  alcuni  meandri  triangolari  a  zig-zag. 
Questi  oggetti  posavano  ai  piedi  del  cadavere  e  sopra  le  tibie. 

/')  Due  sostegni  di  ferro,  composti  d'una  sottile  lastra,  munita  a  ciascuna  estre- 
mità di  un  piede  semicircolare. 

g)  Lancia  di  ferro,  lunga  cm.  27. 

h)  Arco  di  fìbula  a  mignatta,  con  coipo  molto  rigonfio  alla  metà,  e  decorato  di 
sottili  gralfiture  e  di  cerchietti  trapanati. 

i)  Altra  fibula,  ad  arco  semplice  e  lunghissima  stalla. 

/)  Coppia  di  fibule,  con  arco  a  dischi  di  ambra. 

m)  Avanzo  di  un  monile  ad  anelletti  ammagliati. 

,/)  Frammenti  di  due  braccialetti  di  filo  di  ferro,  giiernito  di  dischi  di  ambra. 

2.  Cassa  identica  alla  precedente,  scoperta  quasi  a  superficie,  indi  appartenente 
al  terzo  strato  della  necropoli.  Sulla  stessa,  difesi  da  grandi  lastre  di  tufo  e  di  uenfro. 
si  raccolsero  i  seguenti  oggetti: 


—  151   — 

a)  Anfora  attica  a  doppia  ansa,  ed  alta   ni.  0,425.  Attorno  al  suo  collo  gira 

una  t'ascia  dipinta  a  palmette,  ed  attorno  al  corpo  un  fregio  a  figure  nere  sul  fondo 

rosso.  Da  un  lato  Pallade  galeata,  coperta  di  egida  e  armata  di  asta,  tra  due  guerrieri 

chiusi  udì'  armatura  e  chinati  a  terra.  Dietro  a  quello  che  sta  alla  destra  di  Pallade 

leggesi  :  '  AIA? ,  dietro  all'altro  l'avanzo,  dell'iscrizione  evanita i.  Nella   parte 

posteriore  a  detta  rapperesentanza  è  espressa  una  lotta  tra  due  pugilatori  nudi,  messi 
in  mezzo  da  un  agonotheta  ammantato,  che  sostiene  un  ramo  biforcuto,  e  da  un  saltatore 
nudo,  coronato  e  con  soli  halteres  nelle  mani.  Ambedue  i  pugilatori  sono  feriti,  poiché 
dal  naso  dell'uno  e  dalle  braccia  dell'altro  sgorga  in  gran  copia  il  sangue,  indicato 
da  sottili  tratti  rossi.  Sopra  al  pugilatore  di  destra  è  scritto:  APYOOS;  dietro  alla 
figura  ammantata:  AHPIKOS.  Detto  vaso  porta  moltissimi  fori  di  antiche  legature, 
e  sotto  il  piede  a  "fraudi  graniture  si  notano  le  cifre  seguenti: 

LIlf-|/      IV  ± 

h)  Grande  tazza  di  lamina  metallica,  a  forma  di  callotta  sferica  restringentesi 
all'orlo,  dove  misura  m.  0,39  di  diametro. 

e)  Oeaochoe  grande  di  bronzo  a  corpo  ovoidale,  a  breve  collo  e  grosso  beccuccio 
rialzato  sopra  all'orlo.  È  munita  di  grande  manico,  che  si  unisce  dalla  metà  del  corpo 
alla  parte  bassa  e  piana  dell'orlo,  fissato  con  imbullettature.  Detto  manico  all'attac- 
catura inferiore  è  compito  da  una  palmetta  riversa,  e  superiormente  da  una  testa  di 
leone  e  da  due  tigri  (?)  accovacciate,  che  circondano  una  parte  dell'orlo. 

il)  Piccola  oenochoe  di  bronzo,  la  quale  conserva  una  levigatissima  patina  sme- 
raldina: ha  forma  ovoidale,  orlo  rotondo  e  semplice,  manico  a  nastro  fissato,  con  imbul- 
lettature sotto  l'orlo  e  nella  parte  inferiore  del  corpo. 

e)  Foculo  di  ferro,  rivestito  di  lamina  di  bronzo.  Misura  m.  0,69  di  larghezza 
per  m.  0,51  di  lunghezza  e  m.  0,21  di  altezza:  è  sostenuto  su  quattro  aste  quadri- 
latere di  ferro,  divise  in  fondo  con  una  fessura,  entro  la  quale  gira  liberamente  una 
ruota  di  bronzo.  Ai  quattro  lati  presso  gli  angoli,  il  foculo  è  ornato  di  quattro  leoni 
a  tutto  rilievo,  coricati  e  lunghi  cm.  12.  Nell'interno  del  foculo  posava  la  graticola 
di  ferro  a  liste  parallele,  fissate  nell'intelaiatura  rettangolare  (cm.  38  X  29)  a  mezzo 
di  chiodi  dello  stesso  metallo,  e  sostenuta  su  quattro  zampe  rivolte  in  fuori.  Aderente 
al  piano  della  graticola,  si  conserva  saldato  dall'ossido  un  paio  di  molle  a  tanaglia, 
entro  le  cui  braccia  si  scorge  un  dente  equino  e  vari  frammenti  di  ossa.  Faceva  parte 
di  questo  foculo,  un  braciere  di  ferro  lungo  mm.  275,  che  termina  da  un  lato  a  canna 
conica,  e  dall'altro  a  foglia  piegata  ad  angolo  retto. 

/')  Patera  di  bronzo  a  callotta  sferica,  con  breve  orlo  arricciato  in  fuori.  Misura 
m.  0,22  di  diametro. 

•  Ili  oggetti  che  notiamo  qui  sotto,  furono  raccolti  entro  la  cassa,  attorno  ai  pochi 
residui  del  cadavere. 

a)  Eylix  di  forma  arcaica,  internamente  dipinta  con  figura  ili  genio  femminile 
alato,  che  sostiene  per  la  criniera  due  piccoli  leoni.  All'esterno,  entro  una  fascia  rossa. 
due,  centauri  combattenti  e  sotto  di  essi  in  una  sola  linea  : 

+  AIPEKAI  PIEI  EV 


—  152  — 

Dal  lato  opposto,  si  ripeti'  la  medesima  iscrizione  sotto  due  uccelli.  Detta  kylix  misura 
m.  0.325  di  diam.  e  m.  0,14  di  alt. 

b)  Altra  kylix,  alta  m.  0,133  e  larga  all'  orificio  0,195,  munita  di  due  anse 
semiellittiche,  ed  applicate  orizzontalmente  alla  metà  del  corpo.  Internamente  nel  fondo. 
fu  fissata  a  mezzo  di  un  chiodo  a  capocchia  emisferica  una  horchietta  di  bronzo,  den- 
tellata all'intorno.  Tra  i  due  manichi,  si  da  un  lato  che  dall'opposto,  si  ripete  una 
biga  con  sopra  l'auriga  ed  un  guerriero  armato,  che  sta  in  atto  di  salirvi.  Dinanzi  ai 
cavalli,  da  ciascun  lato  a  piccole  lettere  nere: 

HPMOTENES 
e  dietro  agli  stessi: 

EPOIESEN. 

e)  Oenochoe  di  forma  goffa,  dipinta  solamente  nella  parte  anteriore,  con  figure 
nere  sul  fondo  rossastro.  Vi  si  rappresenta  una  Pallade  armata,  la  quale  si  spinge 
addosso  ad  un  guerriero  ferendolo  coll'asta.  Alt.  cm.  27. 

d)  Due-  lekithoi,  uno  dei  quali  di  forma  snella  ed  elegante,  è  decorato  di  una 
rappresentanza  a  piccole  figure  nere.  Nel  mezzo  un  cavaliere  nudo,  con  sola  asta  nella 
destra:  dietro  a  questo  si  allontana  un  giovane,  con  asta  nella  dritta  e  con  penula 
avvolta  al  braccio  sinistro.  Altra  figura  consimile  procede  innauzi  al  cavallo;  e  più 
avanti  termina  la  rappresentanza  una  figura  ammantata  e  poggiata  sull'asta.  L'  altro 
lekithos,  di  forma  goffa  ed  a  figure  di  imo  stile  arcaico,  ma  alquanto  trascurato,  rap- 
presenta un  giovane  nudo,  che  corre  tra  due  uomini  ammantati. 

e)  Cuspide  di  lancia  a  foglia  di  olivo,  la  cui  costola  si  converte  in  una  Lunga 
r-anna  conica.  È  lunga  m.  0,15. 

/')  Graticola  di  lamina  enea,  ripiena  di  forellini:  ha  forma  di  trapezio,  e  misura 
m.  0,16  di  maggiore  lunghezza. 

il)  Anello  di  argento,  entro  il  cui  castone  originariamente  era  incisa  una 
piccola  figura. 

h)  Due  sostegni  di  ferro  a  foggia  di  piccoli  alari,  identici  a  quelli  notati  nella 
precedente  cassa  colla  lettera  /'. 

VII.  ToSCaiiella  —  Nello  scorso  mese  di  febbraio  nel  fondo  del  sig.  Angelo 
Puecinelli,  in  contrada  Campo  della  fiera,  sulle  sponde  del  fiume  Marta,  in  prossimità 
dell'antica  via  Clodia,  un  tal  Liberati  unitamente  al  proprietario  del  terreno,  esplorò 
quattro  tombe  antiche,  formate  di  lastroni  fittili,  messi  alla  cappuccina,  con  un  filare 
superiore  di  tegoli,  per  impedire  l'infiltrazione  delle  acque.  Vi  rinvenne  i  soli  scheletri, 
senza  suppellettile  funebre  di  sorta,  per  quanto  fu  riferito  all'  ispettore  degli  scavi  sig. 
Dottarelli,  che  comunicò  le  notizie  al  Ministero.  Nei  laterizi  non  fu  osservato  alcun  bollo. 

Vili.  GorclliailO  —  Nelle  Notizie  dello  scorso  anno  (ser.  4\  voi.  I.  p.  595),  fu  inse- 
rito un  rapporto  del  sig.  ispettore  degli  scavi  in  Viterbo  cav.  G.  Bazzichelli,  intorno  ad  un 
ipogeo  scoperto  in  Corchiano  in  contrada  Via  s.  Antonio,  nella  proprietà  del  sig.  Feli- 
ciauo  Crescenzi,  poco  fuori  dell'abitato.  Essendo  state  quivi  ripigliate  le  indagini, 
-i  fecero  nuovi  rinvenimenti,  che  diedero  materia  alla  seguente  relazione  ilei  <\>j,. 
ing.  conte  A.  Cozza,  clic  \j  fu  mandato  dal  Ministero. 


e 


—  153  — 
-  A  completare  le  informazioni  eolle  quali  incomincia  la  nota  dell'egregio  ispettore 
cav.  Bazzichelli  {Notizie  1.  e),  non  sarà   inutile  il  ricordare  che  il  piccolo  paese  di 
Corchiano,  situato  a  nord  nord-ovesl  ili  Civita  Castellana,  sede  dell' antica  Falleri,  ora 
a  questa  congiunto  mediante  una  via  'li  carattere  vetustissimo,  fiancheggiata  spesso  da 
sepolcri,  i  cui  resti  sono  tuttora  visibili.  Questo  paesello  doveva  essere  l'arce  di  una 
città  etnisca,  di  mediocre  grandezza;  si  eleva  fra  due  torrenti  sopra  una  roccia  tufacea, 
he  può  misurare  più  di  100  metri  di  larghezza,   sopra  200  di  lunghezza,   e  le  cui 
ripe  cadono  a  picco  sopra  i  versanti  sud.  nord,  est,  elevandosi  sulle  strette  valli  per 
cinquanta  o  sessanta  metri.  Dal  lato  ovest  la   rupe  era  meno  forte,  ma  gli  etruschi 
la  fortificarono  con  fossato  profondo,  e  con  alte  mura,   delle   quali   sussistono   alcuni 
tratti,   da   riferire   al   miglior  tempo  della  storia  etnisca,  cioè  al  periodo   che   corse 
ira  il  sesto  ed  il  quinto  secolo  avanti  l'era  volgare. 

-  Dal  lato  settentrionale  si  estendeva  l'abitato,  sopra  un  altipiano  compreso  tra  il 
proseguimento  delle  valli  che  fiancheggiano  l'acropoli  a  sud  e  nord  ;  una  seconda  fossa 
artificiale,  della  larghezza  di  m.  15.00  circa,  in  direzione  da  nord  a  sud,  congimigeva 
le  due  ripe,  nel  modo  medesimo  che  vedesi  nell'antica  Falleri  ed  in  altre  città.  La 
superficie,  compresa  la  detta  seconda  fossa,  le  due  valli  e  1'  acropoli,  potrà  essere  di 
m.  150  X  200. 

-  Fu  ai  lati  del  detto  secondo  fossato,  che  il  sig.  Feliciano  Crescenzi  scopri  due 
filari  di  tombe,  le  ime  di  fronte  alle  altre,  e  sufficientemente  conservate.  E  benché 
gli  oggetti  delle  varie  tombe  fossero  stati  confusi  tra  di  loro,  pure  non  ci  fu  impos- 
sibile il  ricomporre  nella  sua  integrità  la  supellettile  funebre  di  alcune,  e  porgere 
quindi  elementi  utili  alle  ricerche  degli  studiosi.  Il  tipo  normale  di  queste  tombe  è 
quello  di  ima  camera  rettangolare,  preceduta  da  piccolo  vestibolo,  con  la  porta  chiusa 
da  lastrone.  Nelle  pareti  laterali  si  aprono  uno  o  due  loculi,  ciascuno  di  tale  lunghezza, 
che  il  cadavere  vi  si  potesse  tutto  distendere;  ed  a  seconda  del  numero  di  questi 
loculi  è  determinata  la  lunghezza  delle  pareti,  che  sono  uguali  a  quella  dell'entrata 
ed  a  quella  del  fondo,  se  contengono  ciascuna  un  loculo  solo.  Ma  talora  i  loculi  sono  quattro, 
due  da  un  lato  e  due  dall'altro  ;  in  una  tomba  poi  se  ne  trovarono  tre,  imo  a  sinistra, 
e  due  a  destra,  e  di  questi,  uno  più  basso  dell'altro  per  circa  m.  0,30,  e  senza  divi- 
sione alcuna. 

«  Benché  non  si  fosse  riconosciuto  indizio  alcuno  di  quelle  devastazioni,  che  rivelano 
la  ferocia  di  popoli  invadenti,  pure  nei  loculi  ancora  intatti  apparivano  i  segni  di 
varie  chiusure,  pei  quali  è  forza  supporre  che  nello  stesso  deposito,  varie  e  successive 
tumulazioni  fossero  state  fatte. 

-  Ne  di  tale  costume  si  avrebbe  quivi  il  primo  esempio,  perchè  altre  volte  avemmo 
occasione  di  notare  ciò  nei  sepolcreti  dell'Etruria;  e  per  quanto  riguarda  poi  il  terri- 
torio falisco  basta  ricordare,  che  sui  tegoli  che  chiudevano  i  loculi  sepolcrali  si  trova- 
rono spesso  le  iscrizioni  poste  nei  due  lati,  e  sopra  successivi  strati  di  intonaco,  il  che 
rende  testimonianza  del  vario  seppellimento. 

«  Né  sarebbe  fuori  di  ogni  probabilità  il  supporre,  che  nel  nuovo  deposito  fossero 
stati  portati  via  gli  oggetti  del  deposito  anteriore  ;  in  fatti  benché  nelle  tombe  scoperte 
tutto  giacesse  in  modo  ordinatissimo,  non  vi  si  rinvennero-  ori;  ed  in  alcuni  loculi 
mancavano  perfino  i  bronzi. 


—  154  — 

«  La  tomba  che  aveva  tre  loculi  ci  parve  degna  del  maggiore  studio,  per  le  cose 
che  vi  si  rinvennero.  Quivi  le  tegole  che  dovevano  servire  per  chiusura  dei  loculi, 
erano  state  rimosse  dagli  ultimi  seppellitori,  ed  appoggiate  ad  una  parete  con  un  deter- 
minato ordine. 

-  Un  copioso  vasellame,  composto  per  lo  piti  di  patere  e  tazze  etrusco-campane, 
era  sospeso  alla  parete  di  fondo;  ed  i  vasi  più  grandi  e  più  grossolani,  posavano  sul 
pavimento  in  prossimità  della  parete  stessa. 

-  Potemmo  riunire  colla  maggiore  esattezza  gli  oggetti,  che  si  contenevano  nel 
loculo  principale,  cioè  in  quello  che  è  solo  nella  parete  a  destra  dell'entrata.  Vi  erano 
due  crateri,  convertiti  in  vasi  cinerari  ;  ed  in  mezzo  a  questi  una  pietra  calcare,  rozza- 
mente scagliata,  in  modo  da  imitare  una  piramide.  Dietro  ciascuno  dei  crateri  poi,  fu 
rinvenuta  ima  di  quelle  piramidette  tronche  di  terracotta,  che  in  tanta  copia  si  trovano 
nel  suolo  etrusco  ;  era  adagiata  sopra  imo  dei  lati  lunghi,  e  messa  tra  il  vaso  ed  il  muro. 

-  È  la  prima  volta,  per  quanto  io  mi  sappia,  che  si  trovano  queste  piramidi  in 
rapporto  ben  determinato  con  altri  oggetti.  Ognuna  di  esse,  come  si  è  detto,  corrisponde 
ad  un  vaso  cinerario,  mentre  la  piramidetta  di  pietra,  lasciata  nel  mezzo,  può  se 
mal  non  mi  appongo,  ricordare  il  primo  sepolto,  i  cui  avanzi  furono  rimossi  dal  loculo 
per  lasciare  il  posto  al  nuovo  seppellimento. 

«  Nel  vestibolo  di  una  tomba  prossima,  con  quattro  loculi  interni,  fu  riconosciuto 
nella  parete  a  sinistra  di  chi  entra,  un  piccolo  loculo  nel  quale  non  restavano  che 
ima  piramide  rozza  di  pietra,  simigliante  a  quella  sopra  descritta,  ed  una  ciotola  di 
terra  locale,  lavorata  a  mano.  Ed  anche  qui  pare,  che  la  piramide  servisse  a  rappre- 
sentare la  persona  sepolta. 

*  Le  tombe  scoperte  nel  primo  filare,  furono  quattro.  Nella  prima,  che  venne 
tagliata  dalla  strada  moderna  che  da  Corchiano  porta  a  Vignanello.  si  trovarono  gli 
oggetti  che  seguono:  -  Un  anellino  d'oro,  a  forma  di  staffa,  liscio.  Frammenti  di  un 
rhyton  di  terracotta  comune,  rappresentante  ima  testa  di  donna. 

«  Nella  seconda,  che  aveva  quattro  loculi,  era  sospeso  alla  parete  sud  un  arj  ballos 
di  bronzo,  con  un  manico  rialzato,  e  sul  piano,  prossimo  alla  parete  nord,  era  posto 
un  candelabro  di  bronzo,  il  cui  piatto  è  sostenuto  da  un  puttino  grossamente  modellato. 
Eravi  pure  una  ferula  di  bronzo,  lunga  m.  1,00  e  dello  spessore  di  m.  0.01  ;  ed  infisso 
tra  i  due  loculi  della  parete  nord,  un  colatoio  di  bronzo,  a  cui  erano  sospesi  due 
manichetti. 

«  Nella  terza  tomba,  a  quattro  loculi,  e  col  loculo  esterno,  fu  trovato  un  solo  anello 
di  argento,  liscio,  entro  uno  dei  loculi  inferiori;  nel  loculo  esterno  poi,  erano  le  rozze 
pietre  a  forma  piramidale,  e  la  ciotoletta  sopra  ricordata. 

-  La  quarta  tomba,  aveva  a  destra  il  loculo  con  gli  oggetti  descritti  precedente- 
mente ;  nella  parete  sinistra  poi  due  loculi,  dai  quali  provennero  gli  oggetti  che  seguono, 
senza  che  si  sappia  del  modo  con  cui  nei  loculi  stessi  fossero  distribuiti:  -  Una  piccola 
oinochoe,  e  due  colili  etrusco-campane,  con  rozze  pitture  bianchiccie  e  slavate;  un 
piccolo  vaso  e  nove  patere  dello  stile  predetto. 

-  La  parete  di  fondo,  da  un  metro  di  altezza  dal  piano  tino  alla  vòlta,  era  lette- 
ralmente coperta  da  patere  di  varie  dimensioni  e  da  tazze  ordinarie,  a  due  manichi, 
uno  orizzontale,  l'altro  perpendicolare,  sospese  per  il  primo  ilei  manici  anzidetti. 


-  Nella  parete  destra  poi.  n  Gl'ordine  inferiore  erano  sospese  due  oinochoe  'li  bronzo; 
ed  all'  apertura  della  b6cca  di  ciascuna  'li  esse,  era  collocato  un  bicchiere  pure  di 
bronzo,  di  formaquasi  cilindrica,  il  cui  collo  si  restringe  e  si  slabbra  ripigliando  il  diametro 

'Iella  parte  cilindrica,  decorato  superiormente  con  ima  baccellatura. 

-  Molti  vasi  da  cuocere  e  da  conserve,  di  arte  rozza  e  locale,  erano  poi  collocati 
nel  pavimento. 

-  Di  metalli  preziosi  non  si  rinvenne  che  un  anellino  di  oro;  e  vi  fu  pure  raccolto 
uno  scarabeo  di  corniola,  portante  incisa  la  rappresentanza  di  un  cavallo. 

-  Nel  filare  opposto,  la  prima  tomba  incontrata,  o  la  quinta  della  nostra  serie,  fu 
quasi  intieramente  tagliata  dalla  via  moderna  di  Vignanello.  e  non  conteneva  oggetti 

di  sorta. 

-  La  tomba  sesta,  prossima  alla  precedente,  conteneva:  -  Un'urna  cineraria,  in  forma 
di  pigna,  con  un  coperchio  ordinario;  due  piccole  cotili;  due  vasetti  rozzi  di  arte  locale 
e  senza  manico;  finalmente  un  vaso  in  forma  di  conca. 

«Nella  tomba  settima,  si  trovarono  due  vasi  da  cuocere,  di  terra  del  luogo:  una 
lampada  nera  lucida,  con  rappresentanza  di  un  fallo,  frammentata;  un  alabastron 
mancante  del  collo;  un'askos;  una  patera:  e  nella  vicina  tomba  ottava,  si  ebbero  due 
rotili;  due  crateri  adoperati  per  vasi  cinerari;  uno  specchio  senza  graffiti;  ed  un  anello 
di  argento  liscio. 

«  Queste  quattro  tombe,  dalla  quinta  all'  ottava,  hanno  tutte  due  loculi  soltanto, 
poco  inferiori  per  lunghezza  alle  pareti  laterali  ove  sono  aperti,  ed  in  modo  che  la 
ramerà  ha  forma  quasi  quadrata.  La  nona  tomba  invece,  che  è  l'ultima,  è  anch'essa 
con  due  loculi,  ma  più  lunghi,  in  modo  che  la  camera  è  rettangolare,  ed  un  poco 
più  piccola  di  quelle  con  quattro  loculi  dell'opposta  fila. 

-  In  questa  nona  tomba,  erano  quattro  vasetti  in  forma  di  pigna  e  di  arte  locale  ;  un 
\  aso  da  cuocere  usato  come  cinerario  ;  una  cotile  con  figure  ;  un  cantaro  ad  imitazione 
greca;  tre  skyphoi;  un' oinochoe  decorata  a  linee  scure;  due  olpi,  ed  una  ciotoletta  rozza. 

«  Si  ebbero  inoltre  circa  cento  vasi,  i  quali  non  si  sa  con  precisione  da  quali  tombe 
l'ossero  stati  tolti. 

«  La  maggior  parte  adunque  degli  oggetti  ci  riconduce  al  secolo  III  avanti  l'era 
volgare;  nondimeno  che  le  tombe  fossero  state  costruite  precedentemente,  e  fossero 
quindi  state  usate  per  anteriori  sepolture,  viene  confermato  anche  da  ciò.  che  si  tro- 
varono non  pochi  pezzi  di  bucchero  italico  ed  etrusco.  In  imo  di  questi,  che  ha  forma 
di  scodella,  si  lesse  graffito  in  giro  esteriormente,  poco  al  di  sopra  del  piccolo  piede. 

l'iscrizione  etnisca: 

iV*V*fl*JOfH 

-  In  altre  tazze  si  trovano  segni  di  croce  e  lettere  isolate;  cioè:  FI:  A: 
Il  A  ;  HA  ;  3  :  ì  ;  IH  :  H  ;  nei  quali  segni  il  eh.  Gamurrini  riconobbe  le  iniziali 
del  nome  e  del  prenome  del  defunto,  come  in  altri  fittili  sepolcrali  etruschi,  che  dal 
Gamurrini  vennero  illustrati.  Ed  è  parere  del  dotto  R.  Commissario  dei  Musei  e  scavi 
di  Toscana  e  di  Umbria,  che  iu  questa  regione  falisca  l'alfabeto  proprio  o  falisco  non 
siasi  manifestato  che  nel  III  secolo  av.  Cr.  ;  mentre  prima  quivi  era  in  uso  l'etrusco, 
modificato  poi  dal  dominio  di  Roma  e  dal  commercio  della  Campania  »  . 

Il  sindaco  di  Corchiano  poi  riferi,  che  nel  vagliare  le  terre  provenienti  da  questo 


—  156  — 

scavo,  fu  recuperato  un  orecchino  di  oro.  a  globetti  ed  a  rosette  finissime,  e  con  esso 
tre  scarabei. 

IX.  Allumiere  —  Nota  dell'  ispettore  eao.  barone  A.  Klitsche  de  la 
Grange. 

Nel  passato  mese  di  aprile,  occorrendomi  fare  prolungare  un  tronco  di  piccola 
ferrovia  in  servizio  della  miniera  Provvidenza,  posta  al  nord-ovest  di  questo  territorio 
di  Allumiere,  ed  in  pari  tempo  allargare  il  piazzale  pel  deposito  del  minerale  estratto, 
mi  fu  necessità  comprendere  nel  piano  dei  nuovi  lavori  la  più  bassa  falda  di  quella 
collina,  verso  la  cui  sommità  nel  settembre  1880,  in  mezzo  a  largo  strato  di  terra 
grassa  e  minuzzoli  di  carboni,  si  trovarono  moltissimi  frammenti  di  vasi  della  prima 
età  del  ferro  (cf.  Notizie  1880,  ser.  3a,  voi.  VI,  p.  103). 

Cominciati  tali  lavori,  apparve  qui  pure,  a  80  cent,  dalla  superficie,  la  stessa 
terra  nera  e  grassa,  frammista  a  carboni,  la  quale  determinava  il  più  delle  volte  una 
macchia  perfettamente  circolare,  del  diametro  di  circa  m.  1,50;  come  di  buche  scavate 
in  suolo  argilloso,  che  da  siffatte  materie  fossero  state  ricolmate.  Ovunque  trovaronsi 
simili  tracce,  vi  si  rinvennero  nel  mezzo,  numerosi  frammenti  di  grandi  doli  di 
argilla  tufacea  ingubbiata  di  rosso;  altri  frammenti  di  vasi  e  vaselina  del  tipo  di 
Villanova  ;  e  mai  sempre  con  essi  una  grossa  pietra  di  trachite.  artificialmente  spianata 
da  una  faccia.  Occorre  pertanto  credere,  che  quivi  fosse  un  esteso  gruppo  di  tombe 
nel  dolio,  le  quali  rimasero  totalmente  schiacciate  sotto  la  spinta  di  un  banco  argilloso, 
che  tende  ancora  a  sdrucciolare  lungo  i  fianchi  della  collina. 

Del  resto  potrebbesi  anche  ammettere,  che  queste  tombe  fossero  state  anticamente 
violate,  poiché  non  vi  si  rinvenne  alcuna  traccia  di  oggetti  metallici.  Tra  i  vari  cocci 
da  me  raccolti  e  conservati,  sono  degni  di  nota  alcuni  frammenti  trovati  assieme 
a  rottami  di  doli.  Questi  frammenti  mostrano,  avere  appartenuto  a  grandi  dischi  di  .'iti 
a  60  cent,  di  diametro,  formati  della  solita  argilla  tufacea,  spalmata  di  rosso  all'e- 
sterno, e  perforati  all'  ingiro  e  nel  mezzo  da  una  moltiplicata  di  fori  circolari,  del 
diametro  di  3  a  4  centimetri.  Uno  di  tali  dischi  era  circuito  a  guisa  di  cesta,  da 
parete  leggermente  conica,  alta  m.  0,10,  decorata  presso  l'orlo  da  un  piccolo  cordone 
rilevato. 

Avverto  che  frammenti  di  vasi  di  simile  forma,  furono  da  me  trovati  anche  in 
altro  luogo  di  questo  territorio.  Ebbi  avviso,  or  sono  vari  anni,  che  verso  la  sommitii  di 
Atonie  Rovello,  alle  cui  falde  si  trovano  i  sepolcreti  della  Pozza,  in  occasione  del  pian- 
tato di  un  vigneto,  dal  lato  orientale,  sul  fianco  il  più  scosceso  dello  stesso  monte,  era  stato 
notato  alla  profondità  di  un  metro  e  mezzo  dalla  superficie,  un  erto  strato  di  carbone 
triturato,  misto  a  cocci  ed  ossami.  Recatomi  su  luogo  verificai,  che  le  ossa  erano  di 
pecora,  e  che  una  tale  congerie,  la  quale  costituiva  imo  strato  inclinato  in  45"  sotto 
l'orizzonte,  doveva  derivare  da  rifiuto  di  pasti,  e  dallo  scarico  d'immondizie  prove- 
nienti da  vicine  abitazioni  della  prima  età  del  ferro;  il  posto  preciso  delle  quali. 
sebbene  sin  qui  riuscite  vane  le  mie  ricerche,  non  dispero  ancora  trovare.  E  tra  siffatta 
congerie,  insieme  a  molti  cocci  di  vasi  del  tipo  Villanova.  t'accolsi  inoltre  diversi  fram- 
menti di  dischi  perforati,  taluni  ili  granile  diametro,  altri  più  piccoli  a  guisa  delle 
cosidette  torcherei,  ossia  no  supporti  di  vasi  a   fondo  conico. 


—  157  — 

X.  Tolfa  —  Rapporto  dell'ispettore  suddetto. 

In  contrada  denominata  le  Coste  del  Marano^  a  settentrione  del  territorio  di  Tolfa, 
in  prossimità  del  sito  ove  nel  marzo  1880  fu  trovato  il  ripostiglio  di  bronzi  arcaici. 
(cf.  Notizie  1880,  ser.  3a,  voi.  V,  p.  373),  rinvennesi  nello  scorso  aprile,  per  mero 
caso,  una- tomba  della  prima  età  del  ferro. 

Questa  tomba,  come  quelle  già  ritrovate  nel  limitrofo  territorio  di  Allumiere, 
constava  della  solita  urna  di  tufo  formata  di  due  calotte  emisferiche,  che  racchiudevano 
il  consueto  vaso  ossuario  graffito  a  disegno  geometrico,  ricoperto  da  ciotola  ansata, 
capovolta.  Al  di  sopra  dell'ossuario,  erano  tre  vasetti  accessori;  ed  internamente  sulle 
ossa  calcinate,  una  fibula  di  bronzo  ad  arco  semplice  con  un  piccolo  anello  infilato 
nell'ardiglione,  ed  uno  di  quegli  attrezzi,  pure  di  bronzo,  che  il  eh.  Gozzadini  ritiene 
per  tintinnabuli;  vale  a  dire,  una  lastrina  quadrilunga,  perforata  da  un  foro  circolare 
verso  l'estremità,  e  munita  dall'opposto  lato  di  manico,  a  fili  attortigliati,  inchiodato  e 
ribattuto. 

Regione  I.  (Latium  et  Campania). 

XI.  Roma  —  Note  del  eomm.  R.  Lanciani,  sulle  scoperte  urbane  e 
sugli  scavi  del  suburbio  e  di  Ostia. 

Regione  IV.  Sottofondandosi  la  casa  in  via  Torre  de' Conti  n.  15  di  proprietà 
Corteggiaui,  è  stato  ritrovato  in  suolo  di  scarico  un  gruppo  marmoreo  di  buona  scultura, 
rappresentante  le  tre  Grazie,  due  di  fronte,  la  terza  di  schiena.  Mancano  le  tre  teste 
e  tre  avanbracci.  Il  plinto  del  gruppo  è  lungo  95  cent. ,  largo  30  ;  l'altezza  delle 
figure,  fino  alla  frattura  del  collo,  è  pure  di  95  cent.  La  profondità  dello  scavo  è  di 
metri  5. 

Sull'estremità  della  Piazza  degli  Zingari,  dove  incomincia  la  discesa  verso  la 
via  Urbana,  è  stato  ritrovato,  nel  fabbricarsi  una  nuova  casa,  un.  muro  di  opera  reti- 
colata con  intonaco  a  polvere  di  marmo  dipinto  a  cinabro. 

Sull'angolo  della  via  Cavour  col  vicolo  dei  Quattro  Cantoni,  è  stato  scoperto  un 
pavimento  a  mosaico,  con  ornati  a  colori  vivacissimi  in  campo  bianco. 

Nel  primo  tratto  della  fogna  di  via  Cavour,  fra  la  via  di  s.  Maria  Maggiore  e 
la  piazza  dell' Esquilino,  è  stato  ritrovato  un  frammento  di  piedistallo  marmoreo  con 
la  seguente  iscrizione: 


SL> 

FLORENTTVowTrn  Ki 
SEX  •  IVLIO  •  ARRETIO  •  FEC 
AMICO 
INCONPAR  ABILI 

Regione    V.  Fondandosi  una  casa  in  vicinanza  della  Chiesa  dei  ss.  Pietro  e  Mar- 
cellino, sono  stati  ritrovati  entro  un  rnuro  di  fondamento  oltre  a  cento  frammenti  di 
Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  -Ser.  ia,  Voi.  II.  20 


—  158  - 


scultura,  dei  quali  non  è  stata  ancora  intrapresa  la  ricostituzione.  Dal  medesimo  muro 
proviene  il  seguente  frammento  di  epitaffio  di  un  equite  singolare: 


ài  ■  AVG  •  TVR  •  MAX- 

jsvperioris  •  nat- 
\ s-v- axxxi  mil-a  xii 
[/iaximvs-ì-Fa-o-f-c- 


Regione  VI.  Nel  disterro  generale  per  le  fondamenta  del  palazzo  della  Banca 
Nazionale,  da  erigersi  nell'  isola  circoscritta  dalle  vie  Nazionale,  de'  Serpenti,  e  Maz- 
zarino, sono  stati  ritrovati  alquanti  min-i  a  cortina  di  mattoni,  facenti  parte  probabil- 
mente della  domus  di  Tiberio  Giulio  Frugi  (cf.  Bull.  coni.  VI,  124.).  Talune  pareti 
conservano  intonachi  dipinti  di  rozza  maniera;  ma  la  fabbrica  è  stata  spogliata  e 
devastata  al  punto,  ohe  i  soli  oggetti  ricuperati  in  60  mila  metri  cubi  di  scavo  sono  : 
tre  anfore  assai  malconcie,  ed  un  bollo  figulino  delle  fornaci  domiziane.  Tanto  maggior 
sorpresa  ha  quindi  recato  la  scoperta  di  una  statua  marmorea,  di  proporzione  assai 
maggiore  del  vero  (metri  2,10),  alla  quale  mancano  soltanto  gli  avaubracci.  11  simu- 
lacro rappresenta  Antiuoo,  nel  pieno  fiore  della  sua  giovanile  bellezza,  e  rassomiglia 
al  tipo  ben  noto  del  Museo  Capitolino.  La  figura  è  ignuda  ;  le  serve  di  sostegno  un 
tronco  d'albero,  al  quale  si  avviticchia  un  tralcio  di  vite.  La  scultura  nondimeno  è 
assai  danneggiata,  per  essere  stata  lungamente  esposta  all'azione  dell'acqua,  e  per  aver 
poi  perduta  la  superficie  liscia,  a  causa  di  ima  ripulitura  a  cui  fu  malamente  sotto- 
posta iu  antico.  I  guasti  cagionati  dall'  acqua  sono  più  visibili  nella  parte  inferiore, 
essendo  bucherellate  le  gambe  ed  il  tronco  a  cui  la  figura  si  appoggia.  La  statua  è 
stata  rinvenuta  in  piedi,  ben  equilibrata,  ma  posata  sopra  uno  strato  di  rottami,  all'al- 
tezza di  un  metro  e  mezzo  sul  pavimento  della  camera  ;  il  che  significa  che  il  trasporto 
in  questo  luogo  del  simulacro,  è  avvenuto  quando  l'edificio  era  già  caduto  in  rovina. 

Nell'area  già  di  villa  Ludovisi,  ed  a  breve  distanza  dal  casino  dell'  Aurora,  essendo 
stata  demolita  una  piccola  fabbrica  già  denominata  «  Coffeehouse  »,  si  è  riconosciuto  come 
le  servisse  di  fondamento  un  antico  ninfeo-piscina,  costruito  in  ottima  cortina  di 
mattoni.  Il  ninfeo  ha  la  forma  semicircolare,  e  misura  nel  diametro  met.  14,80.  E 
diviso  in  tre  scomparti,  per  mezzo  di  due  file  di  archi  e  pilastri.  Gli  archi  hanno 
mei  1,47  di  luce:  i  pilastri  sono  grossi  59  cent.,  e  larghi  un  metro. 

Tutta  la  zona  della  villa  che  si  avvicina  alla  porta  Pinciana,  è  densamente  fabbri- 
cata ;  l'opera  dei  muraglioni  ù  la  reticolata,  senza  mistura  di  laterizio.  Tutta  la  regione 
nondimeno  è  stata  così  accuratamente  spogliata  d'ogni  cosa,  che  in  un  movimento  di 
terra  di  circa  150,000  metri  cubi,  non  si  è  raccolto  nemmeno  un   bollo  di  mattone. 

Nella  villetta  già  Strozzi,  in  via  Viminale,  alla  profondità  di  circa  tre  metri  è 
stato  trovato  un  pavimento  di  antica  strada.  Simile  scoperta  ha  avuto  luogo  sotto  la 
casa,  che  fa  angolo  fra  la  via  Nazionale  e  quella  delle  Quattro  Fontane. 

Regione  Vili.  Costruendosi  le  fondamenta  per  una  nuova  ala  del  palazzo  della 
prefettura,  già  Valentini,  sull'area  del  tempio  dedicato  a  Traiano  dal  suo  successore, 
si  ò  scoperto  un  terzo  rocchio  di  colonna,  appartenente  al  peristilio  del  tempio  stesso. 
Il  diametro  è  di  met.  1.80:    la  qualità  del  marmo  è  il  granito  bigio  con  vene  di 


—  159  — 

calcedonia:  la  profondità  sotto  il  piano  del  cortile  Valentini  mot.  5,10.  11  rocchio  è 
informe,  ed  è  stato  perciò  lasciato  sotterra. 

Gli  altri  due  rocchi  furono  scoperti,  come  è  noto,  nel  1809,  ed  acquistati  per 
conto  dello  Stato  dai  proprietari  di  allora. 

Regione  IX.  Costruendosi  ima  chiavica  nelle  vie  del  Malpasso  e  del  Pellegrino, 
è  stato  ritrovato  il  selciato  di  ima  antica  strada,  alla  profondità  di  cinque  metri  sotto 
il  livello  moderno.  Un  metro  sopra  al  descritto,  corre  un  secondo  pavimento,  i  poligoni 
del  quale  sono  per  la  massima  parte  sconvolti. 

Nell'interno  del  palazzo  Strozzi,  sono  stati  ritrovati  robusti  muraglioni  di  un  grande 
edificio  pubblico,  simili  in  tutto  a  quelli  delle  Terme  di  Agrippa.  È  notevole,  fra  gli 
altri  avanzi,  un  pilastro  costruito  a  grandi  blocchi  di  travertino,  ed  un  arcone  formato 
con  mattoni  cimeati,  alti  sessanta  cent. 

Regione  XIV.  Demolendosi  la  rampa  di  accesso  al  ponte  Cestio-Graziano,  dalla 
parte  dell'isola  di  s.  Bartolomeo,  si  è  riconosciuto  che  i  muraglioni  paralleli,  onde  è 
costruita  la  rampa  stessa,  furono  risarciti  nell'anno  370  con  travertini  tolti  dal  vicino 
teatro  di  Marcello.  Si  è  medesimamente  riconosciuto,  che  le  fondamenta  a  sacco  furono 
murate  con  iscaglie  di  marmi  scritti  e  figurati.  Il  frammento  epigrafico  che  segue,  è 
il  più  notevole,  ed  il  meno  lacero  fra  quelli  ricuperati  sino  ad  oggi  : 

^AhS  0.12 

/AE  •  TR/  0,09 

IMT  •  MAX  1  K.  ì  0,07 

/ERI  •  ET  •  PVEI*  lae         0,06 
D  EIVSCl\ 
TE  •  PLEBL 
)VIDEN1 
////'/// 
Lungo  la  sponda  di  Marmorata,  è  stato  tratto  fuori  dalle  acque  del  fiume  un  blocco 
di  portasanta,  di  met.  0,59  X  0,55  X  0,40  con  la  marca  di  cava  :  in  lettere  assai  belle, 
la  4a  delle  quali  può  essere  una  G: 

Iancanclxxxv 

Prati  di  Castello.  Sulla  linea  del  prolungamento  di  via  Reale,  nel  tratto  com- 
preso fra  le  porte  Castello  ed  Angelica,  alla  profondità  di  circa  due  metri,  ed  in 
suolo  non  fabbricato,  è  stato  scoperto  un  lastrone  enorme  di  travertino,  lungo  met.  3,32, 
largo  met.  1,27,  grosso  met.  0,35,  e  squadrato  regolarmente. 

Poco  oltre  il  primo  chilometro  della  via  Angelica,  risarcendosi  un  casino  di  vigna 
per  uso  delle  Guardie  Daziarie,  è  stata  ritrovata  l'iscrizione  C  I.  L.  voi.  VI,  n.  419, 
insieme  ad  alcuni  frammenti  di  scultura  figurata  di  niun  valore. 

Via  Latina.  Facendosi  dei  nuovi  scassati  nella  vigna  Senni,  in  contrada  Ciampino, 
sono  state  scoperte  fistole  plumblee,  sulle  quali  è  impressa  1'  epigrafe  seguente  trascritta 
dal  eh.  prof.  Tomassetti  : 

PVB  ■  DECIMIENSIVM 
///////////////ENSIVM 


—  160 


Via  Nomentaaa.  Continuando  gli  scavi  per  la  costruzione  di  nuove  case  nell'area 
già  Patrizi,  è  stato  scoperto,  alla  profondità  di  oltre  a  6  metri,  il  pavimento  di  una 
strada  che  taglia  la  odierna  di  s.  Agnese,  sotto  un  angolo  di  circa  venti  gradi. 

Sul  fianco  di  questa  strada,  è  stata  riconosciuta  una  parete  di  sepolcro  in  opera  qua- 
drata, presso  la  quale  stavano  murate  le  lapidi  seguenti,  incise  in  macigni  di  travertino , 
a  lettere  rubricate: 


P-RABIRI  PL-NICIAE 
a)     P  •  RABIRI  PO-L-  ISTONI 

P-RABIRI    PL-HILAR 
IN     F-P-XVI     IN 
A  C  •  P  •  XIIX 

RABIRIAE     SYNH 


P  •  RABIRI  •  P  ■  L  ■  NIG 
V)  P-RABIRI-P-ETO-LISTon 
P  •  RABIRIAE  •  D  L  ■  SYMFE 
P-  RABIRI  HILARGVR 
IN  •  F  •  P  •  XVI-  IN 
AC  •    P  •    XIIX  ■ 


L  ■  SCRIBONIVS 
L-L-COMMVNIS 
IN  •  FR  •  P  ■  XV 
IN-AGRPXIIX 


P  •  RABIRI  ■  O  • 
e)      L-APOLLONI  (/) 

P  ■  RABIRI  •  P  •  L 

DAMAE 
IN-FRP-XIIX 
IN -AG- P- XIIX 

Via  Pinciana.  Nei  terreni  di  proprietà  Ferri,  posti  tra  la  Pinciana  e  la  Salaria,  è 
stata  scoperta  la  fronte  di  un  sepolcro  costruito  di  travertini,  lungo  la  quale  stanno 
confitti  nel  suolo  tre  cippi  di  travertino,  alti  met.  1,50  e  scritti  a  questo  modo: 
P  ■  AQVILLIVS  •  P  •  L  •  ZOPYRv  P-AQVILLIVSP-  L 

IN  FRPXII  •  IN  AGRPXX  ZOP  YRVS 

IN  FRP  XIIIN  AGRPXX 


P-  AQVILLIVS  •  P  •  L 

ZOPYRVS 
IN  FRP-XII-IN  AGRP-XX 

Alla  de  tra  di  questo  sepolcro,  e  fronteggiaute  lo  stesso  diverticolo,  che  non  è 
selciato  ma  inghiaiato,  si  viene  scoprendo  l'angolo  di  un  altro  edificio  sepolcrale,  in 
cui  sta  murata  la  seguente  iscrizione  terminale: 

IN  •  FR  •  P  •  XVIII 
IN- AGR-P-XXl 

Nei  lavori  di  sterro  per  il  nuovo  viale  dei  Parioli.  è  stato  scoperto  un  cippo 
di  travertino,  che  yurta  incise  le  seguenti  lettere  di  forma  rozzissima  : 

•  P  •  ,S'VO/V 
■ L • F- SER 
IN     F  R  O  N 
P     XXIII 
IN      A  C  R  V 
P      XXIII, 


—  161   — 

Via  Portuense.  A  circa  200  metri  fuori  della  porta  Portesi',  ed  a  pochi  centimetri 
di  profondità  sotto  la  via  moderna,  si  è  ritrovato  l'angolo  di  un  antico  granaio,  con 
molti  doli,  alti  in  media  met.    1,30,  e  tutti  rammendati  con  croci  di  piombo. 

Al  bivio  della  Portuense  moderna  col  vicolo  di  Pietra  Papa,  è  stato  scoperto  il 
selciato  della  via  antica,  alla  profondità  di  80  centimetri. 

Nella  tenuta  di  Porto,  lungo  il  tratto  della  strada  comunale  per  Fiumicino,  che 
costeggia  la  darsena  di  Traiano,  sono  avvenute  le  scoperte  seguenti: 

Presso  il  casino  Torbida,  fu  rimessa  in  luce  una  colonna  grezza  di  marmo  bianco, 
lunga  met.  4,1(1;  e  fra  il  casino  Torlonia  e  1'  «  Arco  di  Nostra  Donna  »,  si  riconobbero 
circa  trenta  pareti  parellele  di  horrea  o  magazzini,  costruiti  di  reticolato  con  fascie 
e  spigoli  a  cortina.  Lungo  il  lato  meridionale  dell'esagono  di  Traiano,  riapparve  un 
pavimento  di  strada  antica,  la  quale  prosegue  poi  in  direzione  dell'Episcopio.  Presso 
il  bivio  della  strada  di  Fiumicino  con  quella  che  mena  all'Episcopio,  si  videro  bellissimi 
avanzi  di  antiche  fabbriche,  che  sembrano  differire  dal  consueto  tipo  dei  magazzini  por- 
tuensi,  ed  un  rnuro  costruito  con  statue  e  piedistalli  spezzati  ;  fra  i  quali  ultimi,  un 
frammento  con  le  sigle  iSONON  a  lettere  del  secolo  IV.  Presso  il  cancello  d'ingresso 
al  Camposanto  di  Fiumicino,  si  trovò  ima  colonna  marmorea  grezza  alta  met.  1,30,  e 
coperta  da  questa  iscrizione  greca: 

AIIHAIGJHerAAOJ 

CHI,     \niAIKAITOIC 
CY////M  A  O  I  C  0  e  O  I  c 
TC'AieeOcpIAeCTATON 
Ufi      IONI     11     A  YP 
CAI/////  TT  laJNTTAAAIC-RC 
TTAPAAOZOCCYNTCO 
T7ATPI    11    AYP    AH     HTPIOJ 
TU.  i       I     PnOKP  A///I  CO  N I 
BO     \6YTHTHCAAll 
nPOTATHCTTOAetOC 
TGJNAAGZANAPeCON 
€YZAlieNOIKAI6Y 
TYXONTeCANÉOHKA 
Il  É  N  €  TT  A  T  A  0  CO 

Sotto  la  colonna  è  incisa  una  corona  agonistica  oblunga,  nella  quale  è  scritto  a 
minute  lettere: 

x  P  Y 
CAN 
GINA 

A  sinistra  della  corona  è  incisa  una  grande  palma. 

Presso  il  nominato  cancello  del  Camposanto,  si  è  ritrovato  il  pavimento  di  una 
grande  strada,  larga  7  metri,  la  quale  corre  parallela  al  canale  di  comunicazione,  fra  la 
darsena  Traiana  e  la  «  fossa  »  del  medesimo  imperatore  (ora  canale  di  Fiumicino). 
Quanto  ad  oggetti  mobili  minuti,  ho  vedute  alcune  monete,  e  lucerne  con  importanti 
vignette  (specialmente  cristiane);  un  fondo  di  tazza  finissima,  con  la  protome 
dell'  Oceano  :  una  forma  per  lavori  di  stucco,  rappresentante  un  coniglio  che  mangia  un 
grappolo:  un  rocchio  di  cristallo  di  monte. 


162  — 


Via  Salaria.  Nella  villa  del  cav.  Bertone,  sono  stati  scoperti  alcuni  cassettoni 
di  muro,  ricoperti  da  lastre,  due  delle  quali  contenenti  le  iscrizioni  che  seguono: 


D 


AMANDO  •  FIL- 

COMSE   ■   FECIT 

CORNELIÀE 

LIBÀDI 

C-CORNSYMPHOR 

VXSORl  •  B  •  M ■ 


/ 
M 


a)  D       ■       M-  b) 

C  •   N IGI DIO • 

C  •  F  •  1VLIANO- 

AVG  •  PR   ■    MIL  • 
CÓTT'  VII  •  PR  •  7  • 
APPI  •  MIL  •  ANN  ■ 
VI  •  VIX  •  ANN  •  XXV  • 
P  •  AELIVS  •  IVLIANV 
HA-BMF-C- 

XII.  Ostia  —  La  campagna  di  scavo  1885-1886,  incominciata  il  giorno  30  novem- 
bre, è  stata  condotta  a  termine  col  giorno  8  maggio.  In  questo  breve  periodo,  con 
n.  1990  opere  di  manovali,  e  con  n.  600  opere  di  carri  ad  un  cavallo,  sono  stati  scavati 
11952,66  metri  cubi  di  terra,  e  scoperti  4818  metri  quadrati  dell'antica  città.  Scopo 
dei  lavori  era  quello,  di  congiungere  il  gruppo  del  Teatro  col  gruppo  del  tempio  di 
Vulcano,  distanti  l'uno  dall'altro  202  metri.  L'intervallo  fra  scavo  e  scavo  è  ora  ridotto 
a  103  metri,  e  sparirà  del  tutto  nella  prossima  campagna  1886-1887.  Gli  edifici 
scoperti  nel  corso  degli  ultimi  scavi,  procedendo  in  ordine  da  est  verso  ovest,  ossia 
dal  Teatro  verso  il  tempio,  sono: 

A.  Una  domas  signorile,  forse  di  L.  Apuleio  Marcello, 

B.  Un  mitréo  annesso,  come  sembra,  all'anzidetta  domus, 

C.  Quattro  tempietti  tetrastili,  eretti  su  d'una  platea  continua. 

D.  Uno  stabilimento  industriale  incerto, 

E.  Una  piazza  ed  una  strada, 

F.  La  piscina  pubblica  (?)  antichissima,  convertita  in  granaio  sotto  l'impero. 

Il  gruppo  A,  B,  C,  il  più  importante  fra  tutti,  è  delineato  in  questa  piantina 
dimostrativa. 

/,  C 

"o 

o 


—  Hi;]  — 

A.)  Ho  dotto  che  la  domus  può  avere  appartenuto  ad  un  L.  Apuleio  Marcello. 
La  suppostone  è  fondata  sulla  scoperta  di  uu  tubo  di  piombo,  che  si  dirige  verso  la 
casa,  e  che  porta  l'epigrafe: 

L  APVLEI  MARCELLI  A  FABI  DIOGENIS 

Il  tubo  era  consorziale,  a  meno  che  Aulo  Fabio  Diogene  non  debba  ritenersi  come 
un  successore  di  Apuleio,  nella  proprietà  del  fondo.  La  fronte  dell'edificio  sulla  pubblica 
via  è  di  met.  12,00.  La  porta  d'ingresso  è  fiancheggiata  da  una  bottega,  alla  quale 
dovea  essere  annessa  una  stanza  al  primo  piano  :  poiché  la  scaletta  a  non  comunica  con 
l'interno  della  casa,  ma  sbocca  direttamente  nella  strada. 

Il  prothyrum  b  tiene  a  dr.  una  stanzuola  forse  pel  portiere,  sulla  sin.  una  stanza 
tramezzata,  che  doveva  forse  servire  di  officio  pel  padrone  di  casa,  il  quale  per  molti 
indizi  raccolti,  esercitò  forse  la  lucrosa  professione  di  mercator  frumentarius  all'in- 
grosso. Sull'intonaco  si  leggono  alquante  date,  e  conteggi  e  appunti  seguati  con  tante 
astiociuole  parallele,  tagliate  a  sbieco  da  una  linea  transversale.  Segue  l'atrio  e,  il  cui 
portichetto  octastilo  rinchiude  l'impluvio  d,  con  elegante  bacino  rettangolo  di  fontana. 
Elegante  pure  è  il  chiusinetto  marmoreo,  pei  trafori  del  quale  si  smaltivano  le  acque 
pluviali  e  gli  stillicidi  del  tetto.  L'intero  atrio  ha  pavimento  a  musaico  fino,  mono- 
cromo con  fascioni  grigi.  Il  pavimento  del  tablino  e  si  è  trovato  mancante:  doveva 
essere  di  mosaico  a  colori.  Il  pavimento  del  cubicolo  f  è  pure  di  mosaico  a  chiaro 
scuro,  ed  esprime  una  quadriga  vittoriosa  nelle  prove  del  circo,  con  l'auriga  che 
scuote  in  alto  la  palma  della  vittoria.  Sul  bordo  del  quadretto  si  leggono  le  lettere  : 


M  V 


\U- COL  otiiaì 


La  stanzuola  g  contiene  lo  sterquilinio  :  i  cubicoli  h  h  hanno  pareti  dipinte  d'affresco, 
di  maniera  assai  mediocre  :  il  pavimento  della  stanza  i,  di  mosaico  bianco-nero,  rap- 
presenta un  grande  disco  squamato  con  la  testa  gorgonica  nel  centro:  il  pavimento 
della  stanza  k  rappresenta  naiadi  sul  dorso  di  vitelli  marini.  La  cucina  l  è  divisa  dal 
restante  appartamento,  per  mezzo  di  una  fontanella-ninfeo,  che  doveva  essere  decorata 
di  smalti  e  di  conchiglie. 

B)  Dalla  cucina  /,  per  mezzo  di  una  scaletta  e  di  un  passaggio  angusto  e 
tortuoso,  si  entra  nel  mitrèo  B,  lungo  m.  10,59,  largo  m.  4,56,  uno  dei  più  conservati 
ed  importanti  mitrèi  ch'io  abbia  visto,  o.dei  quali  io  abbia  avuto  notizia.  La  sua  spe- 
cialità è  quella  di  essere  interamente  coperto  di  mosaici,  nel  pavimento,  nei  banchi  o 
sedili,  e  nelle  pareti.  La  disposizione  delle  varie  figure  e  dei  vari  simboli,  tutte  a  color 
nero  in  campo  bianco  e  di  ottimo  disegno,  può  meglio  riconoscersi  in  questa  pianta  : 


A  solistizio  estivo 

B  solistizio  iemale 

C  Venero 

D  Marte 

E  Saturno 

V  'nove 

<J  Mercurio 

H  Luna 

a-b  sedili 


—  164  — 

Nel  pavimento  sono  disegnate  sette  porte,  corrispondenti  ai  sette  gradi  di  inizia- 
zione (C'orai,  Crypliius,  Perses,  Leo,  Heliodromos,  Pater,  Pater  Patrum)  ed  un  pugnale, 
l'arma  cioè  del  Mitra  taurottono.  A  sinistra  della  porta  d'ingresso,  e  fra  questa  e  la 
prima  porta  mistica,  v'  è  un  pozzuolo  irregolarmente  scavato  nel  pavimento,  che  io 
credo  destinato  per  il  battesimo  degli  adepti.  Nelle  due  testate  dei  sedili,  a  bJ  di  fronte 
all'ingresso,  si  veggono  le  figure  dei  due  geni  lampadofori  A  B,  uno  dei  quali  (quello 
del  solstizio  estivo)  reca  un  corvo  nella  sinistra.  Sulla  fronte  dei  sedili,  sono  delineate 
le  figure  dei  sei  pianeti  nell'ordine  seguente,  girando  da  sinistra  a  destra  :  la  Luna, 
Mercurio,  Giove,  Saturno,  Marte  e  Venere.  Nel  piano  dei  sedili,  sono  rappresentate 
le  dodici  costellazioni,  però  senz'  ordine,  ossia  contro  la  normale  successione  dei  mesi 
e  delle  stagioni.  Ogni  simbolo  è  accompagnato  da  una  grande  stella. 

Sono  queste  le  caratteristiche  principali  del  mitreo,  scavato,  credo,  al  tempo  di 
Pio  VI,  allorquando  (e  dobbiamo  esserne  grati  a  questi  primi  esploratori)  si  ebbe 
cura  di  non  recar  danno  ai  mosaici  ed  alla  fabbrica  stessa.  Portarono  via  nondimeno 
tutti  gli  oggetti  mollili,  e  tutta  la  mistica  suppellettile  del  santuario  che  doveva  essere 
ricchissima. 

C)  Dei  quattro  tempietti  tetrastili,  eretti  su  d'una  platea  continua,  e  convertiti 
ad  altro  uso  in  epoca  assai  recente,  non  posso  dir  molto,  perchè  i  danni  da  loro  sofferti 
nella  trasformazione  sono  troppo  gravi. 

La  platea,  o  podio  sul  quale  sorgono  le  quattro  celle,  è  d'opera  incerta,  ed  è 
coronata  da  cornice  a  grandi  blocchi  di  tufa.  Di  tufa  pure  erano  in  origine  le  pareti 
delle  celle  e  le  sei  colonne  di  ciascun  pronao,  coronate  da  capitelli  ionici,  ed  intonacate 
di  stucco  dipinto,  furono  successivamente  restaurate  con  mattoni  tagliati  a  segmento 
di  circolo.  Le  soglie  delle  celle  sono  di  travertino  :  il  vano  interno  misura  m.  5,45 
in  lunghezza,  m.  5,80  in  larghezza.  L'intercapedine  fra  tempietto  e  tempietto  varia  da 
m.  1,86  a  m.  3,65. 

Nella  prima  cella  verso  oriente,  fu  trovata  l'ara  di  marmo  con  pulvini,  simpulo, 
e  patera,  con  l'iscrizione  dedicatoria  a  Venere,  secondo  fu  riferito  nelle  Notizie  dello 
scorso  aprile  (pag.  127). 

Nel  pavimento  dell'  ultima  Mia  verso  occidente,  v'  è  una  iscrizione,  a  mosaico 
nero  in  campo  bianco,  lunga  m.  2,52.  alta  m.  1,15,  danneggiata  in  molti  punti. 
Le  lettere  sono  di  forma  eccellente. 

Xrtilivscf- 
(ens-itercfabivì 
a  tf/^tivs  •  a  •  l  •  aris^ 

VTI-L-DAMA-M-FAr 

Ì/S-T-L-  APOLLO  NI/' 
(VNDV  Mr- 

/A-Atp-Ly  (I^N  T  R  A 

^\C  I  T 

D)  L'  edificio  che  fa  seguito  alla  casa  ed  ai  quattro  tempietti   sopradescritti. 
\  erso  occidente,  sembra  essere  stato  adibito  per  uso  industriale,  probabilmente  per  concili 


—  165  — 

di  polli.  Ciò  deduco  primieramente  dal  numero  delle  vasche  e  dei  bacini,  che  si  ritro- 
vano in  molti  ambienti  :  secondariamente  dalla  grandezza  degli  ambienti  stessi  :  in  terzo 
luogo  della  circostanza  che  alcuni  vani  hanno  pavimento  e  pentagoni  di  lava,  come 
le  strade  ed  i  cortili. 

E)  Dinanzi  ai  quattro  tempietti  ed  al  fabbricato  ora  descritto,  si  apre  una  piazza 
vastissima,  la  quale  (come  tutte  le  piazze  ostiensi)  non  fu  mai  lastricata,  ma  messa 
a  terriccio  e  ghiaia.  Una  particolarità  degna  di  osservazione  si  è,  che  la  piazza  non 
è  molto  antica  :  fu  aperta  verso  la  metà  o  la  fine  del  primo  secolo  dell'impero,  mediante 
la  demolizione  di  un'  isola  di  fabbriche  repubblicane,  delle  quali  si  veggono  le  traccie 
in  opera  reticolata  incerta,  e  di  tufi  a  fior  di  terra,  ossia  al  piano  di  copertura  delle 
chiaviche  dell'era  imperiale. 

P)  La  piscina  pubblica,  l'iscrizione  che  ad  essa  si  riferisce,  ed  i  granai  costruiti 
al  tempo  dell'impero  nell'interno  della  piscina  stessa,  sono  stati  descritti  nelle  Notizie 
dello  scorso  anno  1885,  ser.  4a,  voi.  I,  p.  704.  Anche  qui  v'  è  una  particolarità  da  notare, 
ed  è  che  mentre  i  muri  a  cortina  si  mantengono  intatti,  quelli  costruiti  in  opera  qua- 
drata di  tufi  sono  stati  smantellati  fin  quasi  al  piano  del  suolo.  Lo  smantellamenti 
è  avvenuto  quando  fu  costruito  il  *  Casone  del  sale  » ,  dove  alloggiano  il  custode  degli 
scavi  e  gì'  ingegneri  del  Ministero. 

Tutta  la  parte  inferiore  dei  muri  del  «  Casone  »  è  fabbricata  con  tufi,  assoluta- 
mente identici  nelle  misure,  nel  colore  e  nella  grana  a  quelli  della  piscina  pubblica. 

Gli  oggetti  raccolti  nel  corso  degli  scavi  (in  terreno  già  esplorato,  come  si  è 
potuto  riconoscere  da  parecchi  indizi  sicuri)  sono  i  seguenti:  Monete  di  bronzo  di 
vario  modulo  372  -  frammenti  di  bronzo  vari  133  -  aghi  crinali,  spilli,  stili  di  osso 
70  -  anelli  di  metallo  9,  dei  quali  cinque  con  castone  -  pesi  di  metallo  3  -  lucerne 
di  terracotta,  alcune  delle  quali  bellissime  28  -  vasi  di  terracotta  3  -  frammenti  di 
scultura  in  marmo  14  -  teste  di  statue  in  marmo  4  -  antefisse  e  fregi  fittili  19  -  bolli 
figulini  9  -  tazza  di  rosso  antico  1  -  cornice  di  edicola  in  bronzo  -  fusto  di  candelabro 
in  bronzo  -  figurine  di  bronzo  2  -  fistola  aquaria  scritta  m.  1.  2,77  -  piedistalli  di 
statue  con  iscrizioni  importanti   7   -  iscrizioni  e  frammenti   in    lastra  marmorea  27. 

Si  ebbero  inoltre  questi  altri  frammenti  epigrafici  : 


a)  ,/XK 

ponfilF-  CERt'/'/s  ? 


d)    pontfiF-VOVKani 

\NI 


')  [PP> 
AR  CV1 

gTiavgv\ 


Sui  mattoni  di  un  pilastro  nei  granai  si  lesse  il  graffito: 


Vll-D 

vinKD 
xV 

XVIIIKI 
XVIIIKI 


Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II. 


21 


—  166  — 
XIII.  Pompei  —  Reiasione  del  prof.  A.  Sogliano. 

a)  Descrizione  topografica  degli  scavi  eseguiti  nel  trimestre  gennaio-marzo  1886. 
In  questo    tempo  si  è  compiuto  il  disterro    della    casa    detta    di    Giuseppe    II 
(Rog.  Vili,  is.  2a,  n.  39),  il  cui  piano  superiore  è  stato  già  descritto  {Notizie  1885, 
ser.  4a,  voi.  I,  p.  709  e  segg.). 


Dal  pianerottolo  /  (v.  pianta  preced.)  si  discende  per  la  scaletta  g,  fatta  di  28  sca- 
lini ben  conservati  di  pietra  vesuviana  e  divisa  in  tre  branche,  nel  piano  sottoposto. 
L'adito,  come  la  branca  superiore  di  questa  scalinata,  era  munito  di  parapetto  di  legno; 
e  la  branca  inferiore  col  pianerottolo  e  il  corridoio  «,  col  quale  infila ,  sono  coperti 
di  vòlta.  A  sin.  accanto  ai  primi  scalini  di  questa  ultima  branca,  trovasi  l'ingresso  alla 
rustica  cella  /?,  con  finestrino  sul  detto  braccio  della  scaletta,  e  comunicante  per  un 
vano,  poscia  murato  dagli  antichi  stessi,  con  un'altra  rozza  cella  y,  ove  tornò  a  luce 
un  focolare  moderno,  che  è  stato  demolito.  Ambedue  queste  località  sono  coperte  di 
vòlta  a  botte,  e  rivestite  di  rustico  intonaco  ;  e  nella  seconda  y.  poiché  fu  murato  il 
vano  di  comunicazione  con  la  prima  /?,  si  rientrava  per  un  vano  praticato  nella  pa- 
rete sud,  che  si  apriva  su  di  un  pianerottolo  o  ammezzato,  ora  sprofondato,  sovrap- 
posto alla  scaletta  ),.  e  che  comunicava  con  altro  ammezzato  sovrastante  alla  località  r. 
Appiè'  della  detta  scalinata  s,  a   dr.,   s'incontra  l'adito   di  uu   secondo   corridoio   J. 


—  167  — 
murato  nella  estremità  opposta  e  coverto  di  vòlta.  Poco  chiaro  è  lo  scopo  di  questo  lungo 
corridoio,  che  non  mena  ad  alcuna  località:  forse  poteva  dare  accesso,  per  mezzo  di 
scalette  di  legno,  a  due  ammezzati,  che  sovrapposti  alle  stanze  x  ).,  hanno  ciascuno 
mi  vano  nel  medesimo  corridoio,  all'altezza  di  circa  m.  3,20  dal  suolo.  Il  corridoio  « 
poi  contiene  a  sin.  gli  aditi  di  due  celle  s  ,  £,  coperte  di  vòlta  e  rischiarate  da  feri- 
toie; e  riuscendo  in  capo  alla  scaletta  *,,  per  la  quale  si  discende  al  bagno  privato, 
sito  nel  piano  inferiore,  mona  nell'ampia  località  0,  già  coperta  di  vòlta  e  illuminala 
da  due  finestre,  che  fiancheggiano  il  largo  vano  di  accesso    alla  terrazza  £.  Accanto 
alla  finestra  a  dr.,  è  addossato  all'angolo  un  pogginolo  di  fabbrica  con  un  vaso  di  ter- 
racotta infìssovi.  In  questa  località  trovasi  sul  lato  nord  la  stanza  i  (forse  xm' exedra), 
già  coperta  di  vòlta  a  botte  e  situata  fra  le  due  piccole  stanze  anche  a  vòlta  x ,  X  , 
delle  quali  quella  a  dr.  (x)  comunica  anche  col  detto  corridoio  «,  proprio  di  rincon- 
tro alla  scaletta   del  bagno  ;   e   l'altra   a  sin.  (A)  sta   pure  in  comunicazione  con   la 
stanza  i.  Sovrapposti  alla  vòlta  di  queste  stanzette  laterali  erano  gli  ammezzati,  acces- 
sibili forse  dal  corridoio  ò,  che  trovasi  alle  spalle.  Sul  lato  ovest  della  detta  loca- 
lità 0,  s' incontra  1'  adito  del  salone  a  vòlta  fi  (probabilmente   triclinio),   illuminato 
da  finestra  prospiciente  sulla  terrazza  ;  e  sul  lato  opposto  evvi  la  stanza  v,  che  rice- 
veva anch'essa  luce  da  una  finestra  sulla  terrazza,  e  la  cui  parete  orientale  è  munita 
di  una  controparete,  della  quale  non  intendo  lo  scopo.  Sovrastava  a  questa  stanza  un 
ammezzato,  alle  cui  spalle  si  trova,  quasi  a  livello  del  Foro  triangolare,  la  vasca  di 
fabbrica  o,  forse  im  lavatoio. 

Della  decorazione  di  questo  gruppo  di  stanze  non  resta,  che  qualche  tratto  qua 
e  là  del  tutto  insignificante. 

Dalla  località  0  si  discende  per  due  scalini  nella  terrazza  i"  sovrapposta  al  bagno, 
e  dal  cui  suolo  sporgono  tre  sfiatatoi  del  bagno  medesimo,  lìmo  in  forma  cilindrica, 
l'altro  in  forma  conica,  e  il  terzo  a  cono  tronco,  formati  di  un  tubo  di  terracotta  rive- 
stito di  fabbrica.  È  a  notare  che  i  pilastri  del  largo  vano  di  accesso  alla  terrazza,  sono 
esternamente  rafforzati  da  due  altri  pilastri. 

La  scaletta  17,  per  la  quale  si  discende  al  bagno,  era  anch'essa  difesa  da  para- 
petto di  legno,  ed  è  fornata  di  11  scalini  di  lava  in  due    branche.  Essa   mena  nel 
corridoio  n ,  coperto  in  parte  di  vòlta  piana  e  in  parte  di  vòlta  a  botte,  rischiarato 
da  una  feritoia  nel  punto  d'incontro  delle  due  vòlte,  e  fortemente  inclinato,  con  uno 
scalino  sul  limitare,  un  secondo  nel  mezzo,  e  tre  nella  estremità  opposta.  Nel  suo  pro- 
lungamento trovasi  a  sin.  Yapotheca  q,  anche  rischiarata  da  feritoia.  Per  questo  cor- 
ridoio si  perviene  nel  forno  a,  che  serviva  anche  a  somministrare  il  calorico  al  bagno 
adiacente.  Del  forno  propriamente  detto  non  resta  che  il  suolo  ;  e  la   località   che  lo 
contiene,  è  illuminata  da  due  finestrini  nella  parete  sud,  e  da  mi  terzo  nella  parete 
est,  al  di  sopra  del  forno,  accosto  al  quale  è  praticato  in  questa  medesima  parete  un 
piccolo  vano  di  comimicazione  con  la  campagna.  Sul  muro  esterno  accanto  a  questa 
uscita,  è  dipinto  il  solito  serpente  agatodemone,  che  si  accosta  all'ara  per  divorar  le 
offerte.  Nella  località  del  forno  si  trovano  inoltre,  ima  vasca  di  fabbrica  addossata  al- 
l'angolo sud-est,  la  base  circolare  e  concava  di  una  mola  nel  mezzo,  e  nella  parete 
occidentale  l'apertura  quadrata  (gr.  m.  0,502),  per  la  quale  i  prodotti  della  combustione 
entravano  a  riscaldare  il  bagno.  Sul  lato  nord ,  accanto  al  forno,  s'incontra  l'ingresso 


—  1(38  — 

ad  arco  al  panificium  r,  coperto  di  vòlta  e  rischiarato  da  feritoia,  con  due  pogginoli 
di  fabbrica  per  sostegno  della  tavola,  su  cui  si  manipolava  il  pane.  A  dr.  del  detto 
corridoio  n ,  sul  lato  ovest,  montando  due  scalini,  si  entra  per  un  vano  ad  arco  nel 
passaggio  v  coperto  di  volta,  che  menava  al  bagno  e  propriamente  nel  piccolo  tepi- 
dario cp,  formato  di  una  stanzetta  a  vòlta,  illuminata  da  feritoia  nella  parete  sud,  con 
pavimento  di  musaico  bianco,  e  con  le  pareti  dipinte  a  fondo  giallo.  A  sin.,  cioè  ad 
oriente,  trovasi  il  caldano  %  anche  a  vòlta,  con  pavimento  a  mosaico,  di  cui  rimane 
qualche  avanzo ,  e  con  decorazione  a  fondo  rosso  :  nella  parete  sud  è  praticata  ima 
nicchia  semicircolare  (corrispondente  alla  schola  labri  delle  pubbliche  terme),  con  fine- 
strino rotondo,  munito  forse  d'inferriata.  Poiché  non  vi  appare  alcuna  traccia  di  con- 
troparete, e  il  pavimento  non  poggia  sulle  suspensurae,  è  da  ritenere  che  questo  bagno 
nel  primo  scavo  sia  stato  non  poco  deturpato  ,  come  si  rileva  non  solo  dal  moderno 
masso  di  fabbrica  sostituito  alle  suspcnsiirae,  ma  eziandio  da  molti  restauri  nelle  pa- 
reti delle  località  adiacenti.  E  forti  restami  presenta  anche  il  pavimento  del  frigida- 
rio ìp,  situato  ad  occidente  del  tepidario,  e  nel  quale  si  discende  per  due  scalini.  Esso 
ha  la  solita  forma  circolare,  con  volta  a  cupola,  nel  cui  centro  è  uno  degli  sfiatatoi 
menzionati,  ed  è  appena  rischiarato  da  ima  saettiera.  Nella  parete  sono  cavate  le  quattro 
scholae,  che  all'altezza  di  m.  0,38  dal  suolo  hanno  lateralmente  degl'incastri  per 
sedili  di  legno. 

Non  posso  chiudere  la  descrizione  di  questa  casa,  senza  notare  che  nella  pianta 
di  Pompei  eseguita  dal  Bibent,  è  segnata  come  appartenente  alla  detta  casa  una  grande 
località,  la  quale  non  ha  potuto  assolutamente  esistere,  per  la  semplice  ragione  che 
il  sito  ove  è  posta,  fu  lasciato  allora  inesplorato  ;  e  dato  anche  fosse  stato  esplorato, 
ora  non  vi  appare  il  minimo  indizio  dell'esistenza  di  una  località.  Essa  dovea  trovarsi 
nell'angolo  B,  formato  dal  muro  di  cinta  sottoposto  al  tempio  greco,  e  dall'avancorpo 
contenente  il  descritto  bagno  della  casa  di  Giuseppe  il. 

Lungo  il  lato  orientale  di  questa  medesima  Isola,  fra  il  muro  della  casa  detta  di  Giu- 
seppe II  e  il  muro  occidentale  del  Forò  triangolare  corre  il  canale  A,  elio  sbocca  al- 
l'esterno sulla  fronte  meridionale  dell'Isola,  passando  al  di  sotto  della  vasca  o,  già  men- 
zionata e  posta  sulla  estremità  sud  del  canale.  Accanto  a  questa  vasca,  sull'orlo  del 
muro  di  cinta  fondato  sulla  scoria,  sono  incastrati  quattro  lastroni  di  tufo  di  Nocera, 
sulla  cui  superficie  si  osservano  dei  buchi  per  qualche  parapetto. 

Finalmente,  essendosi  rimessi  tutti  a  luce  i  pezzi  architettonici  rinvenuti  presso 
l'angolo  B,  e  dei  quali  feci  menzione  nel  mio  rapporto  di  febbraio  scorso  (cfr.  Notizie 
1886,  p.  59),  sono  in  grado  di  poter  riferire  intorno  ad  essi.  Consistono  in  tronchi  di 
colonne,  in  due  pezzi  di  antae,  e  in  parecchi  pezzi  di  epistilio,  il  tutto  di  tufo  nucerino, 
se  si  eccettua  un  piccolo  avanzo  di  colonna  laterizia.  I  tronchi  di  colonne  scanalate  di 
tufo  sono  quattro,  di  diverso  diametro,  e  un  solo  è  di  colonna  dorica,  avendo  le  sca- 
nalature con  spigoli  vivi,  mentre  negli  altri  tre  le  scanalature  sono  separate  da  listelli. 
I  due  pezzi  di  antae  finiscono  a  mezza  colonna  dorica  ;  e  i  parecchi  pezzi  di  episti- 
lio, le  cui  modanature  sono  identiche  a  quelle  dell'epistilio  del  Foro  triangolare,  mo- 
strano chiaramente  che  erano  in  lavorazione  al  tempo  della  catastrofe.  Di  essi  il  pezzo 
più  considerevole,  con  il  solo  architrave  e  il  fregio  (triglifi  e  metopi).  misura  m.  1,70 
di  lunghezza  e  m.  0,84  di  altezza. 


—  160  — 

/>)  Trovamenti  fatti  nel  maggio  1886. 

Continuandosi  il  disterro  della  casa  n.  28  della  medesima  Isola  e  Regione,  in 
una  stanza  che  è  a  sin.  della  l'ance,  e  dalla  quale  si  discende  in  un  sotteraneo,  si  rin- 
vennero il  giorno  7  due  piedi  di  bronzo,  ben  modellati,  di  grandezza  naturale,  e  ap- 
partenenti a  qualche  statua  giovanile  (lnng.  ni.  0,10).  Sono  infissi  su  basetta  rettan- 
golare marmorea,  della  grandezza  di  m.  0,48  X  0,32.  Vi  si  raccolsero  inoltre  n.  791/-. 
globetti  di  ambra  di  varia  grandezza;  sei  globetti  rotondi  di  corniola;  sei  altri  glo- 
betti  di  cristallo  di  rocca,  in  l'orma  di  pera,  infilati  da  un  filo  di  bronzo  :  un  pic- 
colo frammento  di  bronzo  con  tracce  di  doratura;  tre  piccoli  listelli  di  agata,  e  final- 
mente parecchi  pezzi  di  avorio,  lavorati  a  bulino ,  forse  appartenenti  a  qualche 
mobile,  fra  i  quali  nove  borchie  di  diverso  diametro,  da  cent.  8  a  cent.  3,  e  dodici 
pezzi  cilindrici  finieuti  a  campana,  di  diversa  altezza  da  cent.  8  a  cent.  4. 

Sistemandosi  la  scarpa  delle  terre  sul  lato  orientale  della  via  dei  sepolcri,  dalla 
tomba  n.  5  (cfr.  Fiorelli,  Descr.  l'omp.  p.  414)  venne  fuori  il  1  maggio  una  lastra 
marmorea  (1.  m.  0,38.  alt.  mass.  0,17)  con  la  seguente  epigrafe: 

N  -CVRTIVS-  N-  F 
SPVRIANVS  ■  FRATER 

Da  ultimo  il  giorno  24,  dagli  operai  della  nettezza,  fu  raccolta  una  monetina  di 
bronzo  ossidata. 

Regione  IV.  {Samnium  et  Sabina) 

XIV.  Chieti  —  Il  eh.  sig.  prof.  Biagio  Lanzellotti,  membro  della  Commissione 
conservatrice  dei  monumenti  nella  provincia  di  Chieti,  riferì  che  a  breve  distanza 
dalla  collina  ove  siede  la  città,  e  propriamente  presso  l'acquedotto  provinciale,  non  molto 
lungi  dalla  chiesetta  di  s.  Maria  Calvona,  si  scoprì  un  titolo  funebre,  in  pietra  dei 
monti  vicini,  lungo  m.  1,20,  largo  m.  0,28,  e  profondo  m.  0,50  con  incavo  rettangolare 
nella  parte  inferiore,  ed  un  buco  presso  l'angolo  inferiore  del  lato  sinistro.  Forse  un 
buco  simile,  per  dove  passavano  i  grossi  chiodi  che  servivano  a  tenere  ferma  la  lapide 
sopra  la  porta  della  tomba,  sarà  stato  praticato  anche  dal  lato  destro,  ove  la  pietra  è 
rotta.  L'iscrizione,  copiata  dal  prof.  Lanzellotti,  che  ne  trasmise  anche  il  calco,  incisa 
in  bei  caratteri  che  hanno  nel  primo  verso  l'altezza  di  circa  m.  0,10,  merita  speciale 
riguardo  per  la  forma  strana  con  cui  fu  scolpito  1'  ultimo  verso,  e  dice  : 

J 

clvsivsceT-ivniae  l-s  I 

sibi-eT  lvsiae  c-  eT-  ivniae  l-  OECV]\( 

CONIVGIBVSSVIS-VIVOS-FEj     sic 

XV.  MigliailicO  —  Dal  territorio  di  questo  comune,  ove  fu  rinvenuta  la  lapide 
latina  edita  nelle  Noi.  del  1877,  ser.  3a,  voi.  I,  p.  180  (cf.  C.  I.  L.  IX,  n.  3041),  e  donde 
provenne  il  suggello  di  bronzo  CN -STATILI  |CELADI  (ib.  n.  6083,  140),  nell'aprile 
del  corrente  anno  il  prof.  Camillo  Macchia  ebbe,  per  mezzo  di  un  contadino  alcuni 
oggetti  di  suppellettile  funi  lire,  che  furono  descritti  nel  modo  che  segue  dallo  stesso 


—  170  — 

prof.  Biagio  Lauzellotti,  senza  che  si  potessero  raccogliere  maggiori  notizie  sulle  circo- 
stanze che  ne  accompagnarono  il  rinvenimento. 

«  Elmo  di  rame  semplice,  alto  m.  0,20,  e  del  maggiore  diametro  di  m.  0,23  circa. 

«  Rottami  di  lorica  di  bronzo,  e  due  uncinetti  dello  stesso  metallo,  di  graziosa 
forma  e  con  ornati  a  graffito,  usati  per  fermaglio. 

«  Parecchie  cuspidi  di  lancia  in  ferro,  di  varia  forma  e  grandezza. 

«  Patera  di  bronzo  del  diam.  di  m.  0,24,  liscia,  con  due  chiodi  ribaditi  interna- 
mente, i  quali  accennano  al  manico  che  doveva  esservi  attaccato. 

«  Piccola  caldaia  di  bronzo,  a  ventre  rigonfio,  del  diametro  massimo  di  m.  0,37, 
con  due  eli  iodi  ribaditi  al  di  qua  ed  al  di  là  della  bocca,  i  quali  fermavano  due  orec- 
chie di  ferro,  ove  si  attaccava  il  manico  pure  di  ferro ,  conservato  solo  in  piccoli 
frammenti  ». 

XVI.  Rocca  Cinquemiglia  (frazione  del  comune  di  Castel  di  Sangro)  — 
L'ispettore  prof.  A.  de  Nino  fece  un'escursione  in  questo  piccolo  paese,  le  cui  notizie 
storiche  non  rimontano  al  di  là  dei  tempi  di  mezzo,  ed  il  cui  territorio,  per  quanto 
riguarda  i  tempi  più  antichi,  sapevasi  soltanto  aver  restituito  alla  luce  alcune  lapidi 
latine.  Il  paesello  sorge  a  poca  distanza  da  Castel  di  Sangro,  verso  il  nord,  e  nella 
valle  del  Sangro,  non  molto  lungi  dalla  via  che  da  Sulmona  pel  piano  delle  Cinque 
miglia  conduce  ad  Isernia  ;  uè  deve  essere  confuso  colla  chiesa  intitolata  Madonna 
del  Carmine  delle  cinque  miglia,  tra  Rocca  Pia  e  Revisondoli,  al  quale  sito,  secondo 
la  carta  annessa  al  voi.  IX  del  C.  I.  L.  si  dovrebbero  ascrivere  le  scoperte  epigrafiche 
sopra  accennate,  mentre  nella  carta  stessa  non  è  segnato  Rocca  Cinquemiglia,  dove  in 
fatto  le  epigrafi  riprodotte  nei  num.  2795,  2796,  2797,  2808  si  conservano,  quantun- 
que delle  due  prime  sia  oggi  rimasto  meno  ancora  di  quanto  il  eh.  Dressel  potè  co- 
piare. Ora  le  ricerche  fatte  dal  de  Nino  ci  riconducono  ad  età  anche  più  remota. 

Nel  soprastante  colle,  detto  Selva  del  monaco,  pel  quale  nella  carta  dello  Stato 
Maggiore  è  indicata  l'altezza  di  1040  metri,  riconobbe  egli  i  resti  di  una  stazione 
antichissima.  Girava  intorno  al  colle  una  cinta  di  mura  ciclopiche  ;  e  se  ne  rico- 
noscono ancora  notevoli  avanzi.  Nell'interno  della  cerchia  corre  una  strada  comoda.  Più 
su  è  una  nuda  scogliera.  Per  quella  strada  interna,  che  l'ispettore  percorse  unitamente 
al  bravo  agronomo  sig.  Pietro  d'Achille,  raccolse  frammenti  di  tegoloni,  di  anfore  e 
ili  grossi  vasi,  oggetti  che  ricondurrebbero  fino  all'età  romana. 

Più  giù  verso  il  Sangro,  alla  sinistra,  sul  colle  di  s.  Maria  di  rocca  cinquemiglia, 
dove  nel  medio  evo  fu  eretta  una  chiesa,  i  cui  avanzi  servirono  di  nucleo  ad  una  casa 
rurale  del  sig.  Giuseppe  d'Achille,  estendevasi  il  sepolcreto.  Quivi  in  fatti  si  trovarono 
le  lapidi  latine  di  Primilla,  di  Pallia,  e  le  altre  sopra  ricordate.  Quivi  pure  si 
rinvenne  un  pezzo  di  mattone,  posseduto  dallo  stesso  sig.  d'Achille,  in  cui  è  in  ret- 
tangolo il  bollo: 

NVM 
^VSCI 

simile  al  bollo  aufidenate  edito  dal  eh.  Mancini  nel  Giornale  degli  scavi  di  Pompei  1 878. 
p.  49,  e  riprodotto  nel  voi.  IX  del  C.  I.  L.  n.  0078,  120.  Nello  scorso  inverno  vi 
fu  trovata  una  moneta  di  oro  di  Augusto. 


—  171  — 
Non  è  improbabile,  che  fino  dall'età  romana  la  gente  avesse  preso  stanza  anche 
fuori  della  cerchia  inaccessibile,  e  diesi  fosse  formato  nn  paese  alle  falde  della  Selva 
del  monaco,  paese  che  poi  nell'  età  di  mezzo  fu  rinforzato  da  mura,  e  difeso  anche 
dal  fortilizio  avanzato,  eretto  sul  colle  di  Santa  Maria,  detto  le  Morghe,  dove  esistono 
ancora  ruderi  di  una  cerchia  murata  a  calcina.  11  prof,  de  Nino  vi  riconobbe  un  in- 
gresso nella  parte  meridionale,  dove  si  vedono  due  pietre  forate  per  soglia,  alla  distanza 
fra  loro  di  m.  1,40.  su  cui  giravano  i  cardini  della  porta. 

Regione  III.  {Lucania  et  Bruttii) 

XVII.  Strongoli  —  Nuove  indagini  nell'area  dell'antica  Petelia,  da,  let- 
tere dell'ispettore  Sac.  Niccolò  Volante. 

In  contrada  le  Pianette  già  conosciuta  per  anteriori  rinvenimenti,  e  ritenuta  sede 
dell'antica  Petelia  (cf.  Notizie  1880,  ser.  3a,  voi.  V,  p.  317,  411,  e  voi.  VI,  p.  502), 
non  lungi  dal  moderno  abitato  di  Strongoli,  ed  in  terreno  di  proprietà  comunale,  nel 
sito  ove  sono  visibili  cospicui  avanzi  di  una  grandiosa  costruzione,  che  mostra  aver 
fatto  parte  di  qualche  pubblico  edifizio,  con  licenza  del  municipio  furono  intrapresi 
nello  scorso  anno  alcuni  scavi.  Vi  si  scoprì  un  pavimento  di  mattoncini  ad  opera  spi- 
cata,  e  vi  si  raccolsero  non  pochi  oggetti,  fra  i  quali  meritano  di  essere  ricordati  : 
•lue  testine  di  terracotta,  notevoli  per  la  diversa  acconciatura  delle  chiome  ;  un  cuc- 
chiaio di  avorio ,  spezzato  nel  manico  ;  una  statuetta  muliebre  acefala  ;  un  pezzo  di 
vaso  fittile  con  rilievo,  rappresentante  Giove  ;  un  vaso  frammentato .  ed  una  lucerna 
fittile  col  manico  ad  anello,  portante  inferiormente  l'impressione  di  unal;  una  pic- 
cola ampolla  di  vetro  ;  vari  pezzi  di  catenelle  di  bronzo  ;  fibule  delLo  stesso  metallo  ; 
una  cuspide  di  lancia  ;  finalmente  quattordici  monete  di  bronzo,  sette  delle  quali  ap- 
partengono al  primo  secolo  dell'impero,  e  le  altre  sono  brezie  e  peteline. 

Vi  si  raccolsero  pure  alcuni  resti  epigrafici,  dei  quali  l'ispettoer  Volante  mandò 
i  calchi.  Il  primo,  inciso  in  lastra  marmorea,  di  m.  0.34  X  0,24  ed  in  belle  lettere,  dice  : 

L  rv. 

vOCOSP 

M  •  F  •  MAR 

Il  secondo,  anche  marmoreo  di  m.  0.20X0.19,  conserva  pure  in  buoni  caratteri  : 

WG 

FLAV 

Un  terzo  pezzettino,  di  m.  0,11  X  0.09  reca  in  rozza  scrittura: 

RVM 
RI  SAL 

Finalmente  in  un  quarto  pezzo  di  m.  0,07  X  0,11,  pure  rozzamente  inciso,  leggesi: 

tlLUlUu_ 
RIB    AVG    I 

Poiché  la  prosecuzione  delle  indagini  nel  luogo  sopra  accennato  prometteva  più 
copiosa   messe    archeologica,    l'ispettore    sac.  Volante  ottenne  che  gli    scavi   fossero 


—  172  — 

ripigliati  ad  incremento  del  Museo  di  Catanzaro,  e  quindi  per  conto  di  quella  Commis- 
sione conservatrice  dei  monumenti. 

Incominciate  quindi  nuove  esplorazioni  sui  primi  dello  scorso  aprile,  alla  profondità 
di  circa  due  metri,  sotto  grandi  agglomerazioni  di  massi  di  calcina  e  pietre,  si  rinvennero 
avanzi  di  una  statua  muliebre  di  bronzo,  cioè  un  pezzo  del  manto  ;  i  piedi  con  parte 
dell'abito  che  vi  ricadeva ,  ed  altri  frantumi,  sotto  e  presso  i  quali  si  scoprì  poscia 
un  piedistallo  di  finissimo  marmo,  alto  m.  1,18,  largo  m.  0,7-3,  nel  cui  prospetto  leg- 
gesi  questa  iscrizione  dedicatoria,  di  cui  l'ispettore  mandò  il  calco  cartaceo: 

LVCILLAE  •  C  •  F  •  ISAV 

RICAE 
MVNICIPES  •  PETELltf 
patera  EX  AERE  •  CONLATO  •  prefericolo 

IN  CVIVS  •  MEMORIM 
MEGONIVS-LEO-  _ 
REI  •  ?■  r+S  ■  C  ■  M  •  N 
LEGAVIT 

Si  estrassero  in  seguito  altri  brani  di  statua  di  bronzo;  e  poscia  un  altro  piedistallo 
di  marmo  bianco,  alto  m.  1,29,  largo  m.  0,62,  portante  l'iscrizione,  della  quale  l'ispet- 
tore mandò  pure  il  calco: 

CAEDICIAE  *  L  *  F 

IRIDI 

MVNICIPES  *   EX 

AERE  *   CONLATO  ,   .    . 

patera  prefericolo 

OBMERITA  *  MEGO 

NILEONIS-  FILI  EIVS 

IN  CVIVS  MEMORI 

AM  *  LEO  *  REI*  P  *  FfS  C 

M*  N 

LEGAVIT 

Altri  pezzi  di  bronzo  coperti  di  bella  patina,  accennano  ad  una  statua  virile  di 
grandi  proporzioni. 

Si  trovò  poi  un  vasetto  dipinto  rotto  nel  becco,  a  figure  nere  su  fondo  rossastro, 
rappresentante  una  figura  virile  ignuda,  seduta  su  di  un  sasso.  Si  rinvenne  final- 
mente un  orciuolo  a  largo  ventre  e  collo  stretto,  coperto  di  vernice  nera,  e  con  esso 
molti  frammenti  fittili. 

Gli  scavi  durarono  dal  2  al  24  di  aprile. 

XVIII.  Gerace-lliarina  (territorio  dell'antica  Locri)  —  Sul  finire  dello  scorso 
marzo,  mentre  alcuni  contadini  attendevano  a  piantare  agrumi  in  contrada  Faraone, 
nel  fondo  del  sig.  Domenico  Lombardo ,  sulla  destra  del  Mericio ,  ad  un  chilometro 
circa  dalla  cinta  nordica  di  Locri ,  si  imbatterono  in  una  tomba  di  opera  laterizia  , 
lunga  internamente  m.  2,20,  larga  m.  0,75,  e  profonda  m.  1,80.  Le  mura  laterali,  la 


—  173  — 

volta  ;i  tutto  testo  e  Le  testate,  erano  a  mattoni  lunghi  m.  0,52 ,  Larghi  m.  0,35 ,  e 
dello  spessore  di  ni.  0,09;  ed  il  fondo  era  a  lastroni  fittili  di  proporzioni  maggiori  dei 
precedenti.  Dentro  vi  si  trovò  uno  scheletro  con  la  suppellettile  funebre,  della  quale 
sventuratamente  null'altro  sappiamo,  se  non  che  consisteva  in  vasi  biancastri  di  varia 
forma  ed  in  una  -placca  sferoidale  con  due  puttini  nel  centro  »;  questa  semplice  e 
troppo  sommaria  notizia  avendo  potuto  raccogliere  il  sig.  ispettore  dott.  Scabelloni,  a 
cui  non  fu  possibile  di  vedere  l'originale,  venduto  dagli  scavatori  ad  un  antiquario 
che  si  trovava  di  passaggio  in  Gerace  nel  momento  della  scoperta. 

Alla  distanza  di  25  metri  del  suddetto  sito,  e  sulla  linea  stessa  fu  scoperta  poi 
un'altra  tomba,  simile  alla  precedente .  con  uno  scheletro  ben  conservato,  e  coi  soliti 
fittili.  Vi  si  trovarono  pure  due  grossi  chiodi,  una  lucernetta,  una  cuspide  metallica 
ed  un  elmo  di  bronzo,  offeso  in  parte  dall'ossido,  ma  in  parte  bene  conservato  e  «  con 
rilievo  di  gemetti  tenentisi  per  le  mani  in  atteggiamento  di  danza  i>,per  quanto  al 
predetto  sig.  Scabelloni  riuscì  di  sapere  dai  contadini,  che  anche  questo  bronzo  ave- 
vano venduto.  Vi  si  raccolse  in  fine  una  moneta  di  argento,  di  Fthia  madre  di  Pirro, 
recante  nel  dritto  una  testa  velata  a  sin.  coronata  di  alloro,  e  nel  rovescio  un  ful- 
mine fiancheggiato  dalla  leggenda  BAEIAED.S  nYPPOY  (Eckhel  II.  170). 

Una  terza  tomba  fu  poscia  rinvenuta,  costruita  come  le  altre  ma  di  minori  di- 
mensioni, senza  volta  e  coperta  da  una  base  di  colonna  di  marmo  bianco .  solida- 
mente saldata.  Eravi  dentro  un'urna  cineraria  fittile  di  Unissimo  impasto,  contenente 
i  resti  del  rogo. 

Tutte  e  tre  queste  tombe  giacevano  in  uno  strato  di  sabbia,  alla  profonditi!  di 
in.  1,30  dal  livello  attuale. 

Nel  chiudere  il  suo  rapporto  l'ispettore  dott.  Scabelloni  aggiunse,  che  in  quella 
contrada  Faraone  veggousi  sparsi  nel  suolo  moltissimi  frammenti  di  laterizi,  non  dis- 
simili da  quelli  adoperati  nelle  tombe  sopra  dette;  i  quali  danno  prova  delle  altre 
tombe,  che  vennero  guastate  nella  piantagione  degli  alberi,  e  che  abbondano  in  quel  ter- 
reno, ove  doveva  estendersi  un  sepolcreto  della  prossima  Locri. 

Sicilia 

XIX.  Santo  (frazione  del  comune  di  Messina)  —  In  occasione  dei  lavori  per 
la  strada  ferrata  da  Messina  a  Cerda,  sulla  fine  dello  scorso  maggio,  eseguendosi  alcuni 
scavi  di  spianamento  al  casello  della  testa  Musino,  nella  galleria  dell' Angelo,  presso 
il  villaggio  Santo,  si  scoprì  un  sarcofago  ora  trasportato  nel  Museo  di  Messina,  lungo 
nel  lato  maggiore  m.  2.4-">.  e  m.  1.09  nel  lato  minore;  formato  di  varie  lastre  di  tra- 
chite,  e  con  coperchio  pure  in  lastra  della  pietra  stessa.  Su  fondo  in  muratura  si  tro- 
varono gli  avanzi  di  un  cadavere. 

XX.  Girgenti  —  In  un  terreno  di  proprietà  del  sig.  Giovanni  Velia,  in  con- 
trada Meddolosa,  fu  trovato  un  sarcofago  di  marmo  cipollino,  conservatissimo,  di  forma, 
parallelepipeda,  e  mancante  del  coperchio. 

È  decorato  esternamente  con  un  fregio  di  triglifi  e  metope.  Nell'interno,  mesco- 
lati alle  ossa,  si  rinvennero  frantumi  di  vasi  con  figure  bianche  su  fonilo  nero. 


—  174  — 

XXI.  SelillUllte  —  Col  giorno  primo  di  marzo  furono  intrapresi  i  lavori  di 
sterro,  presso  gli  avanzi  della  torre  antica  a  nord  dell'acropoli,  e  nella  banchina  a  sud 
dell'acropoli,  ed  in  riva  al  mare.  1  lavori  continuarono  fino  al  giorno  1 1  di  maggio. 
e  diedero  luogo  ad  importanti  scoperte  topografiche,  delle  quali  sarà  a  suo  tempo  co- 
municato il  rapporto  dalla  direzione  dei  lavori  stessi. 

Roma.  20  giugno  1886. 

11  Direttore  gen.  delle  Anticluti  e  Relle  irti 
PlORELLI 


IT."»  — 


(.IUGNO 


Regione  X.  (Venetia) 

I.  Concordia  —  Nuove  scoperte  epigrafiche  descritte  dall'  ispettore 
cav.  D.  Bertolini. 

Nel  sepolcreto,  smovendo  un'  area,  si  rinvenne  sotto  il  fondo  una  lapide  alta  m. 
1,28,  larga  0,58,  che  nella  parte  superiore  ha  un  fregio,  formato  di  due  triangoli 
eguali  sovrapposti  coi  vertici  in  opposizione  ^X  ,  e  al  di  sotto  l'epigrafe,  con  lettere 
alte  da  7  a  4  centimetri  : 

D        M 
SATVRNINAE 
PORCIPERSAE 
EPAPHRODITVS. 

CONIVGI 
CARISSIMAE 

Il  sig.  Osvaldo  Politi,  nel  fondo  ove  anni  sono  è  stata  trovata  l'olla  cineraria- 
coperta  colla  pai-te  inferiore  d'  un'  anfora,  di  cui  diedi  ragguaglio  nelle  Noli:ie  del 
1877,  ser.  3a,  voi.  II,  p.  49,  ha  scavato  una  pietra  alta  m.  1,28,  larga  0,48.  incor- 

ninciata,  che  ha  questa  iscrizione  : 

i  •   DOMI  T  I  O 

Z    O    S    I    M    O 

T  •  DOMITI  O 

ACILI  AN  O 

ACILIAETHIEPE 

P  •  CAEMIVSPAZ" 

AMlCIS 

La  lapide,  a  mia  istanza,  fu  dal  proprietario  donata  al  Museo  concordiese. 

Essendomi  per  caso  portato  1'  altro  giorno  nel  cortile  dell'  abitazione  dei  sigg.  Ga- 
sparin  in  Portogruaro,  al  eiv.  n.  224,  ho  visto  murata  nel  porcile  per  uso  di  truogolo 

CLASSE  IH    SCIENZE  MORALI   eCC.  —  MEMORIE         Su'.    Irt.  Vnl.II.  22 


-  176  — 

un'ara,  che  sulla  faccia  anteriore  incorniciata  mostra  in  caratteri,  per  buona  ventura 
eonservatissimi,  la  scritta: 

GAVILLAIQ^F 
MAXIMAI 

CALE-L-       POSIT 

Spero  che  anche  quest'  ara  possa  essere  aggiunta  alla  raccolta  pubblica. 

II.  Cividale  —  Nota  del  conte  Pier  Alvise  Zorzi. 

Il  giorno  17  maggio  ultimo,  praticandosi  alcuni  lavori  di  scavo  per  la  costru- 
zione della  ferrovia  in  questa  città,  nel  fondo  già  del  sig.  Zurchi  di  Cividale,  ora 
della  Società  veneta  per  imprese  e  costruzioni  pubbliche,  a  due  metri  dal  piano  di 
campagna,  sotto  la  ghiaia ,  si  scoprirono  alcuni  avanzi  di  scheletro  umano  ed  i 
seguenti  oggetti  :  —  Una  conca  o  bacinella  di  metallo  misto,  di  forma  originaria- 
mente circolare,  ma  schiacciata  e  rotta  lievemente  alla  sommità,  ad  anse  mobili, 
rettilinee,  segnate  nell'  orlo  interno  da  due  circoli  concentrici,  e  nel  fondo  pure  in- 
terno da  altri  due  circoli  eguali,  con  un  foro  cieco  nel  mezzo,  avente  il  pedale  cir- 
colare, traforato  a  triangoli,  alcuni  dei  quali  rimasti  ciechi,  vedendosi  le  traccio 
dello  scalpello.  Pesa  chil.  2  \  ,  ed  è  alta  m.  0,  16,  compreso  il  piede  alto  m.  0,  04. 
U  diametro,  per  quanto  può  argomentarsi  dallo  stato  attuale  del  recipiente,  va 
dai  34  ai  40  cent.  Le  anse  misurano  10  cent,  in  larghezza,  4  in  altezza.  Un  grande 
ferro  di  lancia,  con  manico,  nel  quale  si  scorge  ancora  il  legno  durissimo  ed  intatto 
che  vi  era  infisso.  È  il  più  grande  e  bel  ferro  di  lancia  venuto  in  possesso  di  questo 
Museo.  Misura,  compreso  il  manico,  m.  0,  48  ;  è  largo  alla  base  della  lama  m.  0,  06. 
Un  frammento  di  guardamano  in  ferro,  lavorato  a  filo  d'argento  dorato,  lungo  m.  0,  09. 
Piccola  placca  di  metallo  misto,  dorato,  di  forma  circolare  a  tre  orecchiette  forate , 
de]  diametro  di  mill.  55.  Altre  due  placche,  di  metallo  dorato,  di  forma  qua- 
drata, con  lobetti  mistilinei,  forniti  di  bullettine  contornate  da  un  cordoncino  pure 
di  metallo,  sporgenti  ai  quattro  angoli,  ■  lavorate  finamente  ed  incise  di  graziosi  fregi, 
con  qualche  variazione  V  una  dall'  altra.  Misura  ognuna  di  esse  mill.  37.  Due  fibbie 
metalliche  di  centurino,  semplici.  Un  frammento  di  fibbia  di  metallo  dorato,  con  or- 
namenti impressivi.  Frammenti  di  spada  e  di  elsa,  che  imiti  misurano  in  lunghezza 
m.  o,  45.  Ferro  di  lancia  con  manico,  lungo  cent.  20.  Frammento  di  lama  di  spada, 
lungo  m.  0,  40,  largo  m.  0,  04.  Frammenti  di  fibbie  semplici.  Sembra  che  gli  og- 
getti sopra  indicati  sieuo  da  riferire  all'  ottavo  od  al  nono  secolo  dell'  era  volgare, 
e  sieno  opera  di  artefice  bizantino,  appartenuti  a  qualche  milite  longobardo. 

Esaminato  il  sito  dove  giacevano  le  ossa,  sotto  la  ghiaia  e  tra  la  ghiaia,  riconobbi 
grandissima  quantità  di  terriccio'.  Fatte  poi  altre  ricerche  venni  a  sapere,  che  presso 
una  famiglia  di  qui  esiste  una  conca  o  bacinella  simile  alla  nostra.  La  vidi  :  è  so- 
migliante, ha  il  pedale  internamente  lavorato;  differenti  le  anse,  curvilinee,  mobili. 
Fu  trovata  piena  di  terra,  vari  anni  or  sono,  in  una  fossa  presso  il  teschio  di  uno 
scheletro,  che  stava  tutto  disteso;  e  vi  erano  insieme  alcuni  frammenti  d'armi.  Con- 
sultata l'opera  di  recente  pubblicazione  del  dr.  Otto  Henne,  KulturgeschichU 
deutschen  VolkeSj  Berlin  (ì.  Grate  1886,  trovai  che  tale  costumanza  di  mettere  ba- 
cinelle o  pignatte  virino  ai  morii  guerrieri,  si  praticava  anche  in  Germania. 


—  177  — 

Regione  VII.  (Etruria) 

III.  Firenze  —  Rapporto  del  R.  Commissario  comm.  Gamurrini. 

Sappiamo  che  nel  secolo  XVII  costruendosi  dai  Filippini  la  loro  chiesa  di  s.  Fi- 
renze, si  rinvennero  dal  lato  del  Borgo  dei  Greci  le  reliquie  del  tempio  di  Iside,  con 
varie  iscrizioni  votive.  Ora  nei  lavori  di  fognatura  della  stessa  strada,  quasi  all'estremo 
della  chiesa,  ed  a  tre  metri  di  profondità,  si  sono  estratti  tre  pezzi  di  una  grandis- 
sima tavola  di  marmo,  i  quali  recano  parte  dell'ultima  linea  di  una  iscrizione  dedica- 
toria  a   lettere  del  secondo  secolo: 

JNOMINE  os  Si 

Inoltre  nel  medesimo  punto  sono  comparsi:  un  frammento  marmoreo  di  cornicione 
con  dentelli,  ed  un  pezzo  di  capitello  di  ordine  composito  ('). 

Nella  prossima  via  dei  Leoni,  dietro  Palazzo  Vecchio,  si  è  trovata  (non  si  ricorda 
né  come  né  quando,  certo  da  poco  tempo)  una  bella  testa  di  marmo  al  naturale,  che 
molto  si  assomiglia  a  quella  di  Augusto,  ed  anche  per  l'arto  apparisce  dei  tempi  auguste! 

Nel  Palazzo  Vecchio  ho  pure  osservato,  quale  prodotto  di  scavi  recenti,  un  fram- 
mento di  titolo  marmoreo  sepolcrale,  che  reca  l'estremo  della  prima  linea  : 

-LIMA  E 

IV.  Bisenzio  —  (Comune  di  Capodimonte  sul  lago  di  Bolsena).  Scoperte 
della  necropoli  descritte  dal  sic/.  Angelo  Pasqui. 

Scavo  di  s.  Bernardino  (:J1  ottobre  -  14  novembre  1885) 

All'intelligente  scavatore  Pietro  Meloni  di  Chiusi,  che  per  conto  dei  sigg.  Pao- 
lozzi  e  Breuciaglia  eseguì  nella  primavera  del  1885  lo  scavo  della  Palazzetta  (tav.  TI. 
fìg.  2),  non  passò  inosservato  un  ripiano  rettangolare  racchiuso  da  rialzi  di  terra  e  dal 
masso  naturale,  con  segni  evidentissimi  di  un  terrapieno  imposto.  Detto  luogo  si  può 
dire  sulla  riva  del  lago  ;  confina  colla  parte  più  bassa  della  necropoli  di  Bisenzio,  alla 
distanza  di  circa  800  m.  dall'etnisca  città,  ed  è  conosciuto  colla  denominazione  di 
«  Piana  di  S.  Bernardino  »   (tav.  II,  fig.  2 ,  /;). 

Recatomi  sul  posto  e  fatti  eseguire  alcuni  saggi,  rinvenni  le  tracce  dei  pozzetti 
cilindrici  di  tufo,  identici  ai  tolfitani  ed  ai  tarquiniesi  ;  indi  sparsi  pel  terrapieno  i 
frantumi  di  vasellame  a  mano,  steccato  od  impresso  a  cordicella.  Lieto  dell'importante 
scoperta,  e  secondato  dalla  squisita  cortesia  dei  prefati  signori,  incominciai  lo  scavo 
regolare  il  31  ottobre  1885,  dopo  avere  rinvenuto  da  un  lato  l'antico  limite  del  sepol- 
creto ;  e  le  mie  speranze  furono  coronate  da  splendido  successo.  Qui  sotto  noterò  giorno 
per  giorno  le  scoperte  di  questo  gruppo  arcaicissimo,  segnando  esattamente  ciascuna 
tomba,  con  numero  relativo  a  quello  indicato  nella  tavola  annessa  (tav.  II,  fig.  1). 

(*)  Un'  ampia  relazione  sopra  questo  scavo,  dove  si  6  potuta  riconoscere  una  parte  dell'anfiteatro, 
sarà  poi  data  dal  eli.  prof.  A.  Milani,  che  dal  principio  dei  lavori  ha  seguito  il  corso  delle  scoperte, 


—  178  — 

31  ottobre  —  1.  Pozzetto  di  forma  cilindrica  tagliato  nella  terra  vergine,  pro- 
fondo m.  1,65,  largo  1,25.  Vi  era  stato  deposto  un  cilindro  di  tufo,  chiuso  da  cal- 
lotta emisferica  vuota  al  di  sotto.  Il  vano  interno  del  cilindro  misurava  m.  0,42  di 
diametro  e  m.  0,52  di  profondità.  Nel  mezzo  vi  era  deposto  il  cinerario  a  foggia  di 
olla  ovoidale,  privo  di  orlo,  rozzamente  plasmato  a  mano,  e  con  sopra  una  ciotoletta 
a  tronco  di  cono,  posata  col  fondo  dentro  all'orificio  del  vaso  (tav.  Ili,  fig.  2).  Fra 
le  ossa  cremate,  di  cui  era  pieno  più.  che  a  metà  il  detto  cinerario,  si  trovò  mi  cutter 
lunato  dei  più  comuni,  un  anelletto  di  ambra,  un  punteruolo  di  bronzo,  due  penda- 
glietti  piriformi  di  ambra,  ed  un  avanzo  di  arco  di  fibula  a  mignatta.  Attorno  al  cine- 
rario col  seguente  ordine  si  estrassero: 

a)  Vaso  con  corpo  rotondo,  con  lungo  collo  a  tronco  di  cono,  e  con  manico  a 
nastro  applicato  alla  metà  del  corpo.  Si  può  dire  che  questo  ripeta  la  forma  del  cinerario 
tipo  Villanova,  e  come  tale  è  decorato  di  rozze  graniture  a  meandri  ed  a  zig-zag  nella 
parte  superiore  del  corpo. 

b)  Due  navicelle  sostenute  da  quattro  piedi,  e  con  manico  a  bastoncello  ritorto 
alla  metà  del  vuoto;  cioè  da  un  bordo  all'altro.  Entro  una  di  queste  si  trovò  un  disco 
di  ambra  forato,  appartenente  ad  arco  di  fibula. 

e )  Vaso  a  corpo  ovoidale,  con  solo  manico  a  nastro  applicato  alla  metà  ed  aspor- 
tato anticamente.  È  decorato  nella  parte  superiore  del  corpo  con  una  zona  a  doppia 
granitura,  che  comprende  piccole  impressioni  oblique  d'arco  di  fibula,  e  sotto  con  meandri 
rettangolari  a  pettine  bidente  (tav.  Ili,  fig.  13). 

d)  Vaso  grande  a  corpo  lenticolare,  collo  a  tronco  di  cono  e  manichi  addop- 
piati e  riuniti  all'orlo.  Nella  parte  superiore  del  corpo,  dapprima  corrono  piccoli  meandri 
rettangolari  entro  una  doppia  striatimi,  più  in  basso  uno  zig-zag  concentrico,  graffito 
con  pettine  a  due  denti. 

è)  Askos_,  che  da  un  lato  termina  a  testa  di  bue,  dall'altro  a  collo  ed  orificio 
rotondo.  È  privo  di  qualsivoglia  decorazione  ;  appartiene  ad  una  tecnica  alquanto  rude, 
ed  attorno  al  corpo  tuttora  conserva  le  levigature  dello  stecco.  11  suo  manico  e  le  sue 
corna  furono  anticamente  asportate.  Dalla  bocca  del  bue  all'orificio  misura  m.  0.32. 

/')  Vaso  con  corpo  rotondo,  a  forma  un  poco  allungata  e  collo  rastremato  sotto 
l'orlo,  che  si  ripiega  in  fuori  a  quarto  di  cerchio.  Nella  parte  superiore  del  corpo, 
entro  una  larga  zona  limitata  da  doppia  striatimi  a  pettine  bidente,  quattro  zig-zag 
isolati  e  graffiti  collo  stesso  strumento. 

g)  Vasetto  corputo,  di  forma  schiacciata  verso  il  fondo,  e  con  due  manichi  appli- 
cati alla  parte  più  sporgente  del  corpo  ed  all'orlo.  Nel  corpo  due  apofisi  contornate 
da  semicircoli  concentrici,  impressi  con  arco  di  fibula  a  fune,  entro  i  quali  lineette 
oblique  e  cerchietti  a  trapano  alternativamente.  Tra  le  anse  e  le  medesime  sporgenze 
da  ciascun  lato  si  trova  un  riquadramene  a  cordicella,  compito  agli  angoli  da  cer- 
chietti, e  diviso  diagonalmente  da  linee  impresse  a  fibula.  Attorno  ai  manichi  corre 
un  sottile  giro  a  linee  parallele  ugualmente  impresse  (tav.  Ili,  fig.  3). 

//)  Due  tazzine  a  callotta  sferica,  prive  di  manico,  a  pareti  robuste,  ma  di 
una  tecnica  abbastanza  rude. 

i)  Piatto  quasi  piano,  sostenuto  da  tre  piccoli  piedi:  appartiene  ad  una  tecnica 
identica   ai   precedenti   vasi. 


—  179 

/)  Nel  fondo  del  pozzetto,  tra  la  terra  d'infiltrazione  e  le  pareti  del  cinerario, 
si  rinvenne  una  cuspide  di  lancia  in  bronzo,  lunga  ni.  0,15,  ed  un  disco  con  lunga 
imbullettatura  nel  centro,  oggetto  che  credo  potesse  servire  per  calcio  dell'asta,  in 
luogo  AeWouriachos. 

2.  Pozzetto  identico  al  precedente,  ma  con  coperchio  spezzato  sotto  la  pressione 
del  terrapieno.  Si  estrasse  il  vasellame  in  cattivissimo  stato;  nondimeno  si  riconobbe 
dai  frammenti  qualche  tazzina  di  tipo  laziale,  a  forma  compressa,  con  orlo  sporgente 
e  manico  rialzato;  una  ciotoletta  a  tronco  di  cono  e  doppia  ansa,  di  cui  una  aspor- 
tata in  antico.  Del  cinerario,  e  di  molti  vasi  appartenenti  al  funebre  corredo,  non  fu 
possibile  ripristinare  la  forma  :  invece  fu  notato  che  tutti  i  fìttili  mancavano  di  deco- 
razioni impresse  o  graffite. 

3.  Cassa  di  tufo,  lunga  m.  1,8.0  larga  0,70.  Fu  trovata  alla  profondità  di  m.  0,90. 
chiusa  da  coperchio  a  doppia  pendenza  e  vuoto  al  di  sotto.  Ai  piedi,  ove  soltanto  re- 
stavano poche  tracce  dello  scheletro,  si  rinvenne  una  tazza  di  lamina  enea  a  forma  di 
callotta  sferica,  con  orlo  riboccato  in  giù  e  decorato  di  bottoncini  a  sbalzo.  Presso 
questa,  in  corrispondenza  colle  tibie  dello  scheletro,  giaceva  Yoenochoe  di  bronzo  con 
beccuccio  sagomato,  e  con  manico  di  lamina  graffito  con  quattro  solchi  verticali,  e  fis- 
sato all'orlo  ed  al  corpo  con  imbullettature.  Attorno  alla  medesima  aderiscono  gli  avanzi 
del  funebre  lenzuolo.  Più  verso  le  mani,  si  estrasse  una  piccola  tazza  a  fondo  piano, 
con  manico  rialzato  sopra  all'orlo,  e  munito  superiormente  di  due  cornetti  verticali. 
Eylix  di  forma  goffa,  di  bucchero  nero  lucido,  lavorata  a  tornio:  conteneva  una  lama 
di  coltello  in  ferro.  Presso  l'omero  destro,  vi  era  stato  deposto  un  vaso  a  corpo  ovoi- 
dale, steccato  a  baccellature  sottili  nella  parte  più  rilevante  del  medesimo  e  nel  ri- 
manente privo  di  decorazione,  ma  lucidato  accuratamente  con  stecco.  Nel  suo  collo  cilin- 
drico v'incastra  un  coperchio  arrotondato  sopra,  aperto  da  un  lato  e  munito  di  manico, 
che  rozzamente  ritrae  la  figura  d'  un  ariete.  Il  manico  del  vaso  è  rialzato  sull'orlo, 
e  formato  di  due  bastoncelli  accoppiati  ed  avvolti  sopra  all'orlo.  L'incavo  del  coper- 
chio combacia,  col  sostegno  verticale  del  manico.  Sullo  sterno  del  cadavere  si  raccolse 
una  maglia  ed  il  suo  uncinetto,  di  sottile  filo  eneo:  alla  mano  destra  una  tazza  di 
forma  emisferica,  ansata  e  sostenuta  da  tre  piedi  cilindrici  (tav.  Ili,  fig.  11):  presso 
la  testa  e  le  spalle,  piccoli  orecchini  spiraliformi  di  bronzo  ;  un  capo  di  ago  crinale 
a  mota  di  sei  rpggi,  che  mettono  in  mezzo  la  cannula  fusiforme  e  forata:  anelletti 
di  bronzo  appaitenenti  forse  a  collana  ;  quattro  fibulette  di  bronzo,  con  arco  a  mignatta 
un  poco  allargato  a  metà,  e  compito  da  triplice  spira  e  da  lunga  staffa.  Sono  notevoli 
due  fibule  d'argento,  trovate  nel  luogo  del  petto  ;  il  loro  corpo  è  formato  di  sottile  la- 
mina, riimita  nel  dinanzi  con  sutura  a  rilievo.  L'ardiglione  delle  medesime  si  unisce 
all'arco  mediante  triplice  spirale,  ed  è  fermato  entro  lunga  staffa,  cui  completa  una 
capocchia  rotonda  traforata  a  sei  raggi.  Infine  lungo  il  fianco  sinistro,  compivano  il 
funebre  corredo  un  simpulum  di  lamina  a  coppa  emisferica,  con  manico  a  nastro  im- 
bullettato sotto  l'orlo,  e  ripiegato  in  giù,  ed  una  piccola  patera,  che  si  trascurò  per 
essere  ridotta  in  minuti  frantumi. 

4.  Cassa  identica  alla  precedente,  disposta  pel  medesimo  verso,  poco  distante 
dalla  stessa  e  ad  uguale  profondità.  Si  trovò  alle  mani  del  cadavere  un'ascia  di  ferro, 
larga  al  taglio  m.  0,08,  lunga  m.  0,11,  con  canna  quadrangolare,  ed  una  lamina  di  forma 


—   18(1  — 

ellittica  punteggiata  a  giri  concentrici,  e  divisa  nell'asse  maggiore  da  più  linee  pun- 
teggiate. Ad  una  sua  estremità  sono  applicati  con  ribaditure  due  occhietti,  nei  quali 
forse  girava  un  manico  di  filo  eneo.  Ai  piedi  si  raccolse  una  tazza  di  lamina  a  cal- 
lotta sferica,  con  orlo  sbalzato  a  bottoncini,  un  vasetto  a  fondo  piatto  con  manico  ele- 
vato sopra  all'orlo,  un  kyatìios  con  ansa  a  bastoncello  e  con  sottili  baccellature  nella 
parte  superiore  del  corpo.  I  detti  fittili  sono  tutti  lavorati  a  tornio,  di  un  impasto 
nero  e  lucidissimo  alla  superficie.  Qui  occorre  che  io  noti  la  scoperta  di  alcuni  fer- 
ramenti, che  finora  sono  stati  indicati  col  nome  di  alari,  tanto  più  che  in  seguito  do- 
vremo ricordarli  più  volte.  Si  trovarono  attraverso  allo  sterno  e  presso  la  giuntura 
delle  ginocchia,  sotto  i  pochi  avanzi  delle  ossa,  fra  il  primo  strato  di  terra  infiltrata 
ed  il  fondo  della  cassa.  Ciascuno  di  detti  ferramenti  si  compone  di  un  quadrello,  soste- 
nuto ai  capi  sopra  due  semicireoli,  coi  quali  era  fissato  ad  angolo  retto  mediante  im- 
bullettatine. Su  ciascun  semicircolo  si  trovano  inchiodate  due  branche  di  ferro,  a  guisa 
di  maniglia.  La  loro  disposizione  rispetto  al  cadavere,  la  loro  forma  più  propria  di 
un  sostegno  che  di  un  alare,  ci  fanno  non  difficilmente  supporre,  avere  servito  i  me- 
desimi per  trasportare  e  deporre  nella  cassa  il  defunto,  disteso  sopra  una  tavola  di 
legno,  i  cui  frammenti  si  videro  aderenti  al  ferro,  ed  anzi  protetti  dall'ossido  di  questo. 
2  novembre  —  5.  Pozzetto  a  pianta  circolare  incavato  nel  terreno  vergine,  e  mu- 
rato in  giro  di  scaglie  di  nenfro.  Aveva  per  diametro  m.  1,05,  e  m.  2  di  profondità 
dal  livello  attuale.  Il  cilindro  di  tufo,  che  posava  nel  mezzo  del  pozzetto,  misurava 
m.  0.78  di  diametro  esterno,  m.  0,45  di  diametro  interno,  m.  0,80  di  altezza,  e  m.  0.47 
di  profondità  nell'incavo:  era  chiuso  da  coperchio  ugualmente  di  tufo,  arrotondato  a 
callotta  sferica,  munito  di  un  solco  attorno  all'orlo  e  vuoto  al  di  sotto  (tav.  II,  fig.  4). 
Eimosso  il  coperchio,  apparve  il  tetto  di  un'  urna-capanna,  circondato  in  giro  da,  nu- 
merosa suppellettile.  Ecco  un  breve  cenno  dell'intero  contenuto. 

a)  Urna-capanna  di  tecnica  rozzissima,  a  forma  ovoidale,  appianata  dinanzi  alla 
porta  (tav.  Ili,  fig.  1).  La  sua  pianta  misura  m.  0,30X0,24:  non  ha  gronda,  ma  le 
pareti  in  alto  si  arrotondano  e  formano  la  copertura  convergendo  al  culmine,  che  e 
rilevato  a  guisa  di  costola.  La  parte  anteriore  di  questa  costola  è  ingrossata  a  capoc- 
chia, e  porta  un  incavo  che  indica  l'apertura  della  finestra:  la  parte  posteriore  ter- 
mina con  una  specie  di  rastrello,  trasversalmente  posato  sul  tetto,  e  composto  di  una 
sbarra  a  rilievo,  terminata  ai  capi  da  due  rozzi  colli  di  oca,  a  cui  attestano  tre  li- 
stelli perpendicolari.  I  tre  correnti  trasversali  si  uniscono  a  quello  mediano,  incrocian- 
dosi sopra  a  ocherelle  appena  accennate,  e  si  stendono  lungo  la  duplice  pendenza,  e 
giù  pei  fianchi  dell'umetta  fino  all'altezza  di  cm.  7.  La  porticolla  rettangolare 
(tri.  0,138  X  0,112)  è  rozzamente  plasmata,  e  combacia  col  vano  incastrandosi  nello  spes- 
sore delle  pareti:  porta  due  fori  nei  due  angoli  a  sinistra,  ai  quali  uno  solo  corri- 
sponde presso  la  giunzione  dello  stipite  coll'architrave,  ma  che  evidentemente  non 
poteva  avere  servito  alla  solita  spina  di  bronzo,  come  negli  esempì  tarquiniesi  e  di 
Vetulonia.  Vedremo  qui  sotto  per  altri  esemplari  di  urne,  che  le  porticelle  erano  fis- 
sate mediante  anelletti  di  bronzo,  i  quali  passavano  pel  foro  praticato  nell'angolo 
dilla  chiudenda  e  nello  stipite  della  capanna. 

h)  Coppa  con  un  solo  manico  a  nastro,  con  breve  piede,  con  orlo  ncnLante,  Q 
parte  superiore  del  corpo  decorata  di  un  sottilissimo  m idro  rettangolare. 


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e)  Dentro  alla  precedente   era  posata  una  tazzina  di  tipo  laziale,  con  stecca- 
tuie  a  fune  nella  parte  rilevata  del  corpo,  e  con  manico  a  nastro  rialzato  sull'orlo. 
rf)' Vasetto  a  tronco  di  cono  riverso,  aperto  all'orlo,  e  sostenuto  su  tre  piedi  a 

bastoncello  incurvati  in  fuori  (tav.  Ili,  rig.  8).  È  di  un  impasto  nero  e  compatto,  di 
lozzissima  tecnica,  e  lavorato  a  mano  come  tutti  i  fittili  di  questa  tomba. 

e)  Due  tazzine  uguali  a  quella  descritta  alla  lettera  e. 

/')  Otto  piccole  kylikes  o  piattelli,  ad  alto  piede  a  tronco  di  cono  (Cfr.  il  tipo 
dato  nella  tav.  Ili,  tìg.  7). 

ij)  Vaso  a  forma  di  piccola  pentola  con  ventre  rigonfio,  fondo  appuntato  e  collii 
rastremato  sotto  l'orlo.  Nella  parte  più  sporgente  del  corpo,  è  decorato  di  sottili  graf- 
fiture  triangolari.  Detta  forma  è  ripetuta  frequentemente  per  tipo  più  comune  di  cine- 
rario, nei  pozzetti  che  descriveremo  in  seguito  (tav.  Ili,  lìg.  5). 

li)  Ciotola  coperchio  imposta  al  precedente  vaso.  Ha  forma  di  callotta  sferica 
sostenuta  da  piccolo  piede,  e  da  un  lato  è  munita  di  sottile  manico  attortigliato. 

i)  Ocuochoe  con  manico  asportato  in  antico.  La  sua  forma  è  goffa,  e  l'orlo  ro- 
tondo e  privo  della  piegatura  del  beccuccio. 

I)  Tazza  grande,  la  cui  parte  inferiore  è  a  tronco  di  cono,  e  la  superiore  a 
corpo  rotondeggiante  e  breve  orlo.  Da  un  lato  porta  un  manico  a  nastro,  ed  in  giro 
meandri  triangolari  a  zig-zag  isolati. 

»/)  Poeulum  quasi  cilindrico,  con  manico  spezzato. 

//,)  Navicella  a  forma  piatta,  con  piccola  presa  nel  mezzo. 

o)  Fibula  ad  arco  semplice,  la  quale  si  trovò  appesa  ad  un  collo  d'oca  della 
capanna. 

p)  Idem,  trovata  tra  le  pareti  della  capanna  e  del  cilindro.  Nel  suo  ardiglione 
sono  infilati  due  anelletti  e  due  spire,,  di  sottilissimo  filo  di  rame. 

0.  Cilindro  di  tufo  identico  al  precedente,  e  posato  nel  fondo  di  uguale  incavo. 
Da  tempo  antico  era  stata  asportata  una  parte  del  coperchio,  e  da  quel  vano  forse 
espilato  il  contenuto,  poiché  si  trovò  ripieno  di  terra  e  di  sassi.  Sfuggirono  alle  ri- 
cerche dei  precedenti  visitatori  una  fusaruola  sferica  di  creta  rossastra,  due  gl'ani  di 
vetro  scino  per  collana,  ed  un  piccolo  e  rozzissimo  fittile  a  due  tronchi  di  cono,  uniti 
per  le  basi  minori. 

7.  La  rottura  del  coperchio  precedente  era  stata  cagionata  dal  pozzetto  vicino 
chiuso  a  ciottoli,  ed  incavato  in  epoca  posteriore  tra  due  casse.  La  chiudenda  di  nenfro 
aveva  ceduto  talmente  sull'unico  vaso  di  questo  pozzetto,  che  appena  si  potè  estrarre 
in  grandi  frammenti  una  parte  del  collo.  Appartenevano  ad  im'oeaochoe,  a  corpo  ri- 
gonfio e  compresso  verso  il  fondo,  ornato  di  più  fasce  verticali  rilevate.  Questo  fittile 
era  lavorato  al  tornio,  accuratamente  polito  a  stecco,  e  di  un  impasto  di  creta  ros- 
sastra. 

8.  Cassa  di  tufo  lunga  m.  2,20  larga  1,00,  chiusa  da  coperchio  a  duplice  pendenza, 
e  tagliato  obliquamente  a  capo  ed  a  piedi.  I  lati  della  medesima  erano  circondati  da 
rozzo  vasellame  tornito,  il  quale  ad  onta  delle  lastre  accapannate  che  lo  difendevano, 
non  aveva  sostenuto  la  pressione  del  terrapieno,  e  si  era  completamente  frantumato. 
Nell'interno  nuli' altro  di  notevole,  che  una  fusaruola  ovoidale  e  forata,  :  presso  al  collo 
ed  ai  piedi  del  cadavere  alcuni  rozzi  vasi   a  calice,  ed  un'  ocuochoe  di  forma  snella 


182  

e  di  bucchero  nero-lucido,  plasmata  al  tornio,  mentre  i  vasetti  a  calice  sono  d'impasto 
rosso-scuro,  manufatti  e  lucidati  collo  stecco. 

9.  Piccola  cassa  per  bambino,  lunga  internamente  m.  1,08,  larga  0,25,  esterna- 
mente lunga  m.  1,28  e  larga  m.  0,42.  Era  chiusa  da  un  coperchio  di  tufo  friabile, 
ed  uguale  nella  forma  a  quello  della  precedente.  Del  cadavere  si  conservavano  pochis- 
sime ossa  tuttora  al  posto,  quali  i  femori,  lo  sterno,  qualche  vertebra  ed  i  denti.  Presso 
il  collo  si  raccolsero  due  anelletti  ammagliati  insieme,  e  presso  ciascuna  mano  due  larghe 
tazze  a  piatto,  una  delle  quali  quasi  piana  e  leggermente  umbilicata:  ai  piedi  due 
piccole  kotylai  di  rozza  forma,  una  delle  quali  conserva  le  due  anse  applicate  presso 
l'orlo,  ed  è  chiusa  da  un  coperchio  munito  di  presa. 

10.  Il  solito  coperchio  a  callotta  sferica,  priva  però  dell'incavo  nella  parte  interna, 
euopriva  un  semplice  pozzetto  tagliato  nella  terra  vergine.  Il  piccolo  cinerario  a  foggia 
di  pentola  ovoidale,  a  fondo  appuntato  ed  unica  ansa  a  nastro  (tav.  Ili,  fig.  5),  non 
conteneva  che  le  ceneri  del  cadavere,  e  qualche  grano  di  ambra  appartenente  a  pic- 
cola collana.  Nessun  altro  oggetto  di  terracotta  o  di  bronzo  accompagnava  il  cinerario. 

1 1 .  Pozzetto  identico  al  precedente,  profondo  m.  0,20,  largo  m.  0,35,  ma  affatto 
vuoto,  benché  trovato  col  coperchio  a  suo  luogo. 

12-13.  Due  pozzetti  uguali  ai  precedenti,  segnati  coi  numeri  IO  e  11,  ed  alli- 
neati coi  medesimi.  Il  primo  si  trovò  soltanto  ripieno  colla  terra  d'infiltrazione,  l'altro 
con  un  rozzissimo  poculum  semiovoidale,  che  posava  sopra  alle  ossa  combuste  e  ver- 
sate nel  fondo  del  pozzetto. 

3  novembre.  —  14.  Cilindro  di  tufo,  che  misurava  internamente  m.  0,65  di  diam. 
e  in.  (J,52  di  profondità,  chiuso  da  grande  coperchio  emisferico,  vuoto  al  di  sotto  e 
sporgente  sull'orlo  del  cilindro  circa  10  cm.  Rimossa  questa  chiudenda,  si  estrassero 
per  prima  due  oenochoai  a  largo  ventre,  a  beccuccio  sagomato  e  con  manico  a  nastro 
striato  nel  senso  della  lunghezza,  ed  elevato  sopra  all'orlo.  Sono  tutte  e  due  lavorate 
a  tornio,  d'impasto  giallastro  e  leggiero,  ed  a  pareti  sottilissime.  Il  cinerario,  il  cui 
fondo  posava  entro  un  incavo  circolare  praticato  nel  pozzetto,  aveva  la  forma  di  una 
pentola  ad  un  solo  manico,  con  corpo  rigonfio  in  alto  e  diminuito  alla  base,  ed  orlo 
sporgente,  che  si.  univa  a  tronco  di  cono  riverso  immediatamente  sulla  parte  supe- 
riore del  corpo  (tav.  Ili,  fig.  5).  Nel  fondo  del  pozzetto  attorno  al  cinerario  si  trovò 
una  tazzina,  con  corpo  superiormente  rotondo  e  steccato  a  tratti  obliqui,  ed  inferior- 
mente a  tronco  di  cono,  privo  di  decorazioni:  da  un  lato  si  univa  all'orlo  ed  alla 
sommità  del  corpo  un  semplice  manico  a  nastro.  L'accompagnava  un'  altra  tazzina 
(kyathos)  di  tipo  laziale,  con  solo  manico  rastremato  e  steccato  a  fune  presso  l'orlo, 
e  sporgente  su  questo.  Dall'altro  lato  dell'ossuario  posava  nel  fondo  del  pozzetto  un 
vaso  di  terra  rozzamente  plasmato,  a  forma  conica  ed  in  basso  munito  di  un  foro. 
1']  probabile  che  esso  rappresenti  un  infundibulumJ  piuttostochè  una  specie  di  rhyton 
(tav.  Ili,  fig.  6).  È  degno  di  nota  un  vasetto  di  forma  speciale,  che  si  estrasse  in- 
sieme ai  descritti  (tav.  Ili,  fig.  10).  11  vaso  propriamente  è  formato  di  due  piattelli 
concavi  riuniti  per  il  piede,  ma  da  un  orlo  all'altro  è  munito  di  quattro  bastoncelli, 
uno  dei  quali  asportato  in  antico.  In  uno  di  questi  bastoncelli  gira  liberamente  un 
anello  di  terra-cotta.  La  tecnica  di  detto  fittile  è  rozzissima,  e  talmente  trascurata 
La  sua  manifattura,  che  da  ogni  luto  si  presenta  fuori  di  simmetria,  ed  ha  i  bastoncelli 


—  183  — 

scontorti  o  divisi  a  distanze  disuguali.  Si  trovò  in  ultimo  nel  detto  cilindro  una  tazzina 
a  tronco  di  cono,  di  fonna  schiacciata,  e  sostenuta  da  quattro  brevi  sporgenze  Lateral- 
mente applicate  al  fondo. 

15.  Cilindro  identico  al  precedente,  ma  più  piccolo.  Fu  in  antico  depredato,  e  ri- 
pieno di  terra  e  di  ciottoli.  Nondimeno  vi  si  trovò  l'ossuario  a  foggia  di  pentola,  capovolto, 
e  colle  ceneri  del  cadavere  sparse  pel  fondo  dell'incavo;  una  specie  di  ciotola  con  ma- 
nico asportato  ed  alto  piede,  e  due  tazzine  a  fondo  allungato,  di  forma  conica  e  prive 
di  anse. 

16.  Cassa  con  rude  coperchio  arrotondato  a  semicilindro,  lunga  m.  1,40,  larga  0,65  : 
internamente  il  suo  vuoto  era  più  largo  verso  la  testa,  e  tagliato  a  semicerchio  da  capo 
e  da  piedi.  Dalla  stessa  si  raccolsero,  presso  le  vertebre  cervicali,  duo  fusaruole  di  terra- 
cotta infilate  in  uno  spago,  e  sopra  agli  omeri,  da  un  lato  una  rozza  patina  di  creta 
rosso-scura,  e  dall'altro  un'  oenochoe  manufatta  con  corpo  quasi  sferico,  manico  a  nastro 
compresso  verso  il  collo,  ed  orlo  circolare,  cioè  privo  della  piegatura  del  beccuccio. 
Ai  piedi  nessun  oggetto. 

17.  Piccola  cassa  vuotata  anticamente.  In  un  frammento  del  coperchio,  che  si 
trovò  a  suo  luogo,  restavano  nella  parte  aderente  alla  cassa  i  profondi  solchi  a  scal- 
pello, i  quali  avevano  servito  per  lo  scorrere  delle  funi  nel  calare  il  coperchio  sulla 
cassa. 

18.  Piccola  cassa  priva  del  coperchio,  che  era  stato  rimosso,  perchè  trovavasi  a 
fiore  di  terra.  Era  affatto  vuota. 

19.  Cassa  grande  di  tufo,  larga  esternamente  m.  1,  05,  lunga  2,  20.  Il  vuoto 
restringevasi  verso  i  piedi,  ed  il  suo  coperchio  incavato  al  di  sotto,  era  accuratami  lite 
tagliato  a  quattro  pendenze.  Sopra  alle  spalle  del  cadavere,  si  raccolsero  gli  avanzi 
di  due  fibule  a  lunga  staffa  e  ad  arco,  tonnato  di  piccoli  tesselli  romboidali  di  am- 
bra. Sopra  al  petto  una  maglietta,  con  imeino  di  sottilissimo  filo  eneo.  Ai  piedi  xm'oe- 
nochoe  ad  alto  collo,  corpo  rilevato  superiormente  e  decorato  di  listre  a  rilievo.  Que- 
sto vaso  è  di  creta  rosso-scura,  levigato  alla  superficie,  ma  sembra  modellato  al  tornio. 

4  novembre  —  20.  Pozzetto  tagliato  nel  terreno  vergine  alla  profondità  di  m. 
2,  rivestito  di  ciottoli,  e  contenente  nel  mezzo  il  cilindro  coperto  dalla  callotta  emi- 
sferica. Ossuario  a  rozza  pentola,  priva  di  manichi,  e  coperto  da  ciotola,  che  posava 
col  piede  entro  l'orificio  del  medesimo,  e  conteneva  un  piccolo  vaso  a  calice  (tav.  III. 
fig.  7). 

Tra  il  cinerario  e  le  pareti  del  cilindro,  si  estrassero  due  vasetti  identici  all'ul- 
timo descritto;  ima  grossa  olla  con  manico  a  nastro,  chiusa  da  una  lamina  metallica 
di  forma  ovale,  im  poco  più  piccola  di  quella  notata  alla  tomba  n.  4,  ma  ugualmente 
decorata  di  punteggiature  e  di  fori  ;  un  vasetto  che  ricorda  nella  forma  il  tipo  del 
cinerario  Villanova,  con  corpo  ovoidale  compresso  verso  il  fondo,  che  è  un  poco  al- 
lungato e  sporgente  alla  base,  con  lungo  collo  a  tronco  di  cono,  e  manico  a  nastro 
applicato  verticalmente  nella  unione  del  collo  al  corpo  ;  askos  a  corpo  ovoidale,  so- 
stenuto su  quattro  zampe  ferine,  e  compito  da  una  parte  con  testa  di  bove,  dall'al- 
tra con  orificio  circolare.  Tra  queste  due  prominenze  un  manico  a  bastoncello,  graffito 
obliquamente  con  gruppi  di  linee  parallele.  Nel  corpo  Aeìì'askos  gira  una  fascia,  com- 
presa in  doppia  granitura,  e  contenente  da  ciascun  lato  cinque  croci  semplici  granite, 

i 

''i  vsse  oi  si  [Ekze  morali  ecc.  —  MEMORIE  -    S.v.  |a.  Voi. LI.  23 


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e  compita  in  basso  da  un  ornamento  a  triangoli  obliquamente  tratteggiati  (tav.  Ili, 
tìg.  14).  Tolti  i  sovraccennati  oggetti,  il  fondo  del  cilindro  apparve  abbassato  con  un 
piccolo  incavo  semicircolare,  profondo  m.  0,  06. 

21.  Solito  cilindro  chiuso  da  coperchio  emisferico,  incavato  al  di  sotto.  Si  trovò 
a  poca  profondità,  ed  internato  nel  pozzetto  a  muratura  di  piccole  scaglie.  In  luogo 
del  cinerario,  conteneva  un'  urna-capanna  a  pianta  rotonda  (diam.  m.  0,  38),  consi- 
stente in  imo  zoccolo  rilevato  circa  un  centimetro,  e  sagomato  con  ima  guscia.  Le  pa- 
reti curvilinee  dell'  urna  si  restringono  sotto  una  gronda  poco  sporgente,  e  sono  co- 
perte da  un  tetto  a  testuggine,  traversato  nell'asse  maggiore  da  ima  costa  mediana, 
a  cui  fanno  testa  per  ogni  lato  tre  travicelli.  Nella  costola  di  mezzo,  si  vedono  quat- 
tro oche  e  altre  due  accoppiate  sul  dinanzi,  ove  s' incontrano  i  primi  travicelli,  e  due 
presso  la  gronda  all'  opposto  lato.  Ciascun  corrente  è  ornato  a  metà  di  un  collo  d'  oca. 
La  porta,  alta  m.  0,  126,  larga  alla  metà  0,  13,  si  restringe  verso  l'architrave,  ed 
è  chiusa  da  un  tessello  forato  ai  quattro  angoli.  Quattro  grossi  fori,  pei  quali  pas- 
savano sottilissime  legature  di  rame,  si  ripetono  ai  quattro  angoli  del  vano,  che  è 
munito  di  due  stipiti  figurati  da  un  grosso  listello  sporgente,  il  quale  corre  parallelo 
ai  lati  della  porta,  dalla  gronda  allo  zoccolo.  Detta  urna-capanna  si  conserva  in  buo- 
nissimo stato,  e  misura  m.  0,  28  di  altezza  totale,  0,  25  nel  diametro  maggiore  della 
copertura  e  0,  21  nel  diametro  minore.  La  tecnica  di  questa  umetta  è  alquanto  rude; 
i  travicelli,  le  oche  e  gli  stipiti  appena  abbozzati  ;  il  corpo  fuori  di  simmetria,  cioè 
scontorto,  sporgente  verso  la  porticella  e  compresso  nella  parte  posteriore;  le  pareti, 
grosse  mm.  13,  d'impasto  rosso-scuro,  un  poco  annerite  di  fuori  e  lucidate  a  stecco. 
Detta  luna  è  riprodotta  alla  tav.  Ili,  fig.  4.  Dentro  della  medesima  non  si  rinvennero 
che  le  sole  ossa  combuste  del  cadavere,  mentre  all'  intorno  si  raccolsero  due  navicelle 
di  terracotta,  una  delle  quali  liscia  ed  a  piccoli  bordi  rialzati,  l'altra  con  fondo  leg- 
giermente umbilicato,  e  con  piccola  presa  nel  mezzo  ;  quattro  tazzine  a  calice  di  ro:.- 
zissima  fattura,  ed  identiche  nella  forma  e  nelle  dimensioni  al  tipo  dato  nella  tav.  III. 
fig.  7  ;  infine  tre  piccole  olle  a  corpo  rotondo  e  compresso  verso  il  fondo. 

22.  Piccola  cassa  non  dissimile  dalle  precedenti.  Ai  piedi  del  cadavere  si  rac- 
colse un'  oenochoe  di  terra  cotta,  posato  sopra  im  piatto  leggiermente  cavo  (patina) 
di  creta  rossa.  Evidentemente  ambedue  furono  lavorati  a  mezzo  del  tornio. 

23.  Cassa  piccola,  con  sopra  al  coperchio  gli  avanzi  di  numerosi  fittili  torniti, 
a  sottili  pareti  e  di  creta  giallastra  e  leggiera.  Neil'  interno  posavano  ai  piedi  del 
cadavere  due  vasi  a  bulla  sferica,  a  cui  è  imposto  per  collo  un  tronco  di  cono,  unito 
al  corpo  per  la  base  maggiore.  Due  sottili  manichi  a  nastro  si  riuniscono,  a  ciascun 
lato,  dalla  sommità  del  corpo  all'orlo.  Ambedue  d' impasto  nero  compatto  rassomi- 
gliante al  bucchero,  a  pareti  sottili  plasmate  al  tornio,  ed  esternamente  levigate  collo 
stecco. 

23'"s.  Cassa  lunga  m.  1,85,  larga  0,85,  posata  sotto  il  gruppo  delle  due  casse  prece- 
denti, per  adattarvi  le  quali  si  tagliò  un  angolo  del  coperchio.  Il  cadavere  deposto  entro 
la  stessa  era  stato  consunto  dall'umidità,  ma  conserva?*  La  testa  quasi  intatta,  ed  era 
rivolto  coi  piedi  a  sud.  Presso  il  luogo  della  maini  destra,  due  anelli  di  ferro,  e  presso 
la  sinistra  un  anello  di  bronzo  ed  una  fusaruola  conica,  graflita  a  triangoli.  Presso  la 
spalla  destra,  una  tazza  a  basso  piede  ornata  ili  stilature  parallele  nella  sommità  del 


—   JSà  — 

corpo;  all'opposto  lato  un  piccolo  kantharos  a  doppia  ansa,  con  du  manichi  rialzati 
sull'  orlo  e  contenente  un  vasetto  di  tipo  laziale,  di  forma  schiacciata,  con  manico 
superiormente  ornato  di  due  cornetti  cilindrici,  e  con  fondo  steccato  a  sei  raggi.  So- 
ie.i  a  ciascun  omero  si  troyò  una  fibula  di  ferro,  molto  danneggiata  dall'  ossido,  la 
quale  nondimeno  questo,  ci  rivela  la  forma  dell'arco  a  navicella,  vuota  al  di  dentro,  e  della 
Lunga  stalla.  Ai  lati  della  testa,  si  raccolsero  in  miserevole  stato  di  conservazione  due 
orecchini  di  sottile  filo  d'argento  avvolto  a  spirale;  e  sopra  al  petto,  ugualmente  di 
filo  argenteo,  un  uncinetto  addoppiato  e  la  sua  maglietta  coi  capi  avvolti  a  spira. 

24.  Piccola  cassa  priva  di  coperchio  ed  affatto  espilata,  forse  in  antico,  poiché 
si  trovò  nascosta  un  terzo  circa  sotto  la  precedente,  ed  alquanto  danneggiata  per  de- 
porvi  la  medesima. 

25.  Cassa  internamente  lunga  m.  1,  85,  larga  0,  44,  leggiermente  rastremata 
ai  piedi,  e  chiusa  dal  solito  coperchio  a  quattro  pendenze  ed  incavato  di  sotto.  At- 
torno alle  spalle  del  morto  sei  fusaruole,  tre  delle  quali  a  ghianda,  le  altre  ovoidali  ; 
alle  mani  da  ciascun  lato  due  kotylai,  a  piede  appuntato  ed  a  corpo  ovoidale,  deco- 
rato di  fasce  rosse. 

26.  Sotto  una  lapide  informe  di  peperino,  un  pozzetto  semplicemente  incavato  nella 
terra  vergine,  e  contenente  una  piccola  olla  cineraria  ansata,  del  tipo  più  comune  alla 
nostra  necropoli  (tav.  Ili,  fig.  5). 

27.  Pozzetto  scavato  nella  terra  vergine  e  murato  di  ciottoli,  profondo  m.  0,  65 
e  largo  0,  42.  Lo  cuopriva  una  lapide  informe  di  nenfro.  Sul  cinerario  erano  impo- 
sti due  grandi  vasi  a  foggia  di  pentola,  di  una  tecnica  rozzissima,  a  grosse  pareti  e 
lucidati  a  stecco,  di  cui  apparivano  le  larghe  laminature  attorno  al  corpo.  Del  rima- 
nente erano  privi  di  graniture,  e  con  manichi  a  nastro  applicati  verticalmente  dalla 
parte  superiore  del  corpo  all'orlo,  ed  asportati  d'  antico  tempo.  Accompagnavano  que- 
sti vasi  quattro  tazzine,  di  tipo  laziale  manufatte  e  di  tecnica  più  raffinata  che  le 
olle  precedenti.  Al  solito  il  loro  manico  a  nastro,  applicato  nel  fondo  si  eleva  molto 
sopra  all'orlo,  e  si  riunisce  a  questo  convertendosi  in  un  bastoncello  steccato  ad 
anelli.  Il  cinerario  ripeteva  la  forma  dei  due  primi  vasi,  ma  aveva  il  piede  un  poco 
allungato,  e  l'orlo  molto  sporgente  ed  applicato  immediatamente  alla  sommità  del 
corpo  (tav.  Ili,  fig.  5).  Lo  cuopriva  una  ciotola  a  tronco  di  cono,  il  cui  manico 
a  bastoncello,  ripiegato  verticalmente  sull'orlo,  fu  tolto  in  antico.  Nel  fondo  del 
pozzetto  si  raccolse  un  frammento  di  fibula  con  corpo  a  mignatta,  graffito  a  sottili 
anelletti. 

28.  Pozzetto  murato,  profondo  dal  livello  attuale  m.  1,  45.  La  lapide-coperchio, 
a  foggia  di  callotta  sferica,  posava  in  un  piccolo  ripiano  lasciato  sulla  terra  vergine, 
in  modo  che  il  vano  del  sepolcro  resultava  profondo  m.  0,  70  e  largo  0,  50.  Una 
parte  del  coperchio  era  stata  anticamente  asportata,  collo  scopo  di  visitare  il  conte- 
nuto del  sepolcro  ;  infatti  all'  infuori  delle  ossa  cremate,  disperse  pel  fondo,  non  si 
trovò  nessun  frammento  di  terracotta  o  di  bronzo. 

29.  Cassa  lunga  m.  2,  00,  larga  0,  75.  Ai  lati  del  coperchio  era  deposta  una 
parte  del  corredo  funebre,  difesa  da  piccole  sfaldature  di  nenfro,  che  sotto  il  peso  del 
terrapieno  avevano  ceduto  sui  fittili,  in  modo  da  ridurli  in  piccolissimi  frammenti. 
Nondimeno  si  estrasse  intatta  un'  olla  a  corpo   sferico,  nella  cui  parte    inferiore  era 


—  186  — 

applicato  un  fondo  a  tronco  di  cono,  e  nella  superiore  un  orlo  rovesciato  in  fuori,  a 
quarto  di  cerchio.  Conteneva  il  medesimo  una  fibula  a  navicella,  bulinata  nella  parte 
convessa  dell'arco  a  larghe  fascette.  Eimosso  il  coperchio,  apparvero  poche  ossa  alla 
testa  ed  un  gruppo  di  vasi  ai  piedi.  Questi  consistevano  in  una  coppa  di  lamina  enea. 
a  callotta  sferica  con  orlo  rilevato  in  fuori,  e  sbalzato  a  bottoncini  ;  in  tre  oenochoai 
di  creta  giallastra  lavorate  al  tornio,  di  forma  goffa,  e  con  manico  a  bastoncello  ap- 
plicato dalla  metà  del  corpo  all'orlo,  che  è  sagomato  a  beccuccio  ;  in  un  vasetto  a 
due  manichi  di  forma  rotonda  plasmato  a  mezzo  del  tornio,  di  ima  tecnica  finissima, 
e  graffito  con  ima  specie  di  corridietro,  il  cui  solco  è  ripieno  di  colore  rosso  ;  in  un'  an- 
fora a  doppia  ansa,  ed  in  un  piccolo  aryballos  a  bulla  sferica  e  della  stessa  terra 
che  i  vasi  precedenti.  Sotto  a  questi  fittili  si  raccolse  una  lama  di  ferro,  appartenente 
ad  un  coltello. 

30.  Pozzetto  il  cui  coperchio  s'incontrò  alla  profondità  di  m.  0,55.  Questo  aveva 
forma  di  callotta  sferica  vuota  al  di  sotto,  circondata  all'orlo  da  un  profondo  solco,  e 
posava  sugli  orli  del  cilindro  sporgendo  circa  10  cm.  Eimosso  il  coperchio,  apparve 
la  funebre  suppellettile  a  suo  luogo,  e  vuota  affatto  dalla  terra  d'infiltrazione.  Si  estras- 
sero gli  oggetti  col  seguente  ordine. 

a)  Rozzo  vasetto  a  calice  (cfr.  il  tipo  dato  alla  tav.  Ili,  fig.  7),  sostenuto  da 
piede  allungato  ed  a  tronco  di  cono.  Conteneva  una  piccolissima  cuspide  di  lancia  in 
bronzo,  ed  un  piccolo  rasoio  lunato,  lungo  min.  42,  che  evidentemente  ricordava,  sic- 
come un  simbolo,  il  solito  rasoio  dei  sepolcri  felsinei  e  tarquiniesi,  inquantochè  la 
parte  lunata  non  è  tagliente,  ed  il  manico  viene  rappresentato  da  una  piccola  presa 
rettangolare. 

b)  Ciotola-coperchio  molto  concava  con  orlo  restringèntesi  nell'interno,  e  fondo 
allungato  e  posato  entro  il  cinerario.  Esso  conteneva  una  fibula  ad  arco  semplice,  con 
ardiglione  piegato  a  triplice  spirale,  fermato  entro  la  breve  staffa. 

e)  Ossuario  a  goffa  pentola,  privo  di  decorazione  e  con  solo  manico  a  nastro, 
applicato  dalla  parte  superiore  del  corpo-  all'orlo.  Non  conteneva  che  le  sole  ossa  cre- 
mate, e  posava  col  fondo  entro  un  orlo  di  grosso  vaso,  appositamente  tagliato -in  an- 
tico: apparteneva  ad  un  grande  cinerario,  graffito  a  meandri  rettangolari  sotto  l'attac- 
catura dell'orlo. 

il)  Due  vasetti  uguali  al  primo  descritto,  ma  con  doppio  foro  da  un  lato  dell'orlo. 

e)  Ciotola  priva  di  anse,  a  corpo  compresso  verso  il  fondo  ed  orlo  vertical- 
mente rialzato.  Conteneva  un  vasetto  di  tipo  laziale,  il  cui  manico  a  nastro  si  rial- 
zava sopra  all'orlo. 

/')  Tazza  molto  concava  ad  orlo  un  poco  rientrante,  con  manico  a  bastoncello 
applicato  lateralmente  e  sotto  l'orlo.  Nel  suo  piede,  a  tronco  di  cono,  sono  praticati 
quattro  grandi  fori  circolari. 

5  novembre  —  31.  Il  cilindro  di  questo  pozzetto  si  trovò  a  capo  della  cassa 
n.  29,  per  deporre  la  quale  si  tagliò  l'incavo  nella  terra  vergine,  e  si  tolse  una  parte 
della  muratura  a  scaglie  di  nenfro.  Nondimeno  il  contenuto  di  questa  tomba  i'u  la- 
sciato intatto,  e  lo  notiamo  qui  sotto  distinguendo  oggetto  per  oggetto. 

a)  Cinerario  ad  olla  corputa  e  compressa  verso  il  fondo.  1  due  manichi,  uno 
dei  quali  tolto  in  antico,  consistono   in   due  bastoncelli  accoppiati  e  steccati  a  fune. 


—  187  — 
11  medesimo  è  decorato  di  una  fascia,  che  gira  sotto  lo  ause,  compita  agli  angoli  da 
-rosso  punteggiature,  ed  interrotta  da  piccoli  tratti   obliqui  e  paralleli.  Sotto  questa 

.■ t.  nella  parte  più  rilevante  del  corpo,  si  ripetono  su  ciascun  lato  tre  riquadramenti 

graffiti  con  pettine  tridente,  e  terminati  negli  angoli  da  uguali  punteggiature  che  le 
sopradette:  il  primo  riquadramento  a  destra,  è  diviso  per  diagonale  con  una  croce 
-animata  a  metà  delle  braccia,  gli  altri  contengono  una  semplice  swastika  (tav.III,  fig.9). 
Tra  le  ossa  combuste  una  semplice  fusaruola. 

//)  Ciotola-coperchio  a  fondo  allungato,  orlo  rientrante  e  manico  a  bastoncello 
obliquamente  elevato  sull'orlo,  ma  spezzato  in  antico.  Essa  posava  sull'orlo  del  cine- 
rario col  fondo  entro  il  medesimo,  ed  un  poco  inclinata;  posizione  che  si  mantiene 
generalmente  costante  nelle  tombe  a  incinerazione  della  nostra  necropoli. 

e)  Tra  il  cinerario  e  le  pareti  del  cilindro,  da  ciascun  lato  giacevano  due  olle 
piccolo  di  rozza  tecnica,  e  di  forma  goffa.  Erano  prive  di  qualsivoglia  decorazione. 

d)  Sei  vasetti  a  calice,  d'impasto  rosso-scuro  e  di  esecuzione  alquanto  trascu- 
rata. Duo  di  essi  sono  forati  presso  l'orlo;  un  altro  nel  piede. 

e)  Ciotola  di  forma  rotonda  e  compressa  verso  il  fondo.  È  munita  presso  la 
parte  superiore  del  corpo  di  un  manico  a  nastro,  contornato  di  piccole  impressioni 
oblique,  ottenute  con  arco  di  fibula  a  fune.  Il  corpo  di  questo  fittile  porta  graffito  in 
giro  un  ornamento  di  scacchi  triangolari. 

/')  Dalla  medesima  si  estrasse  un  vasetto  di  forma  piatta,  con  manico  a  nastro 
graffito  nei  bordi  e  rialzato  sull'orlo. 

g)  Tre  ciotole,  due  delle  quali  con  manico  a  bastoncello,  applicato  orizzontal- 
mente poco  sotto  all'orlo. 

lì)  Tavolinetto  con  piano  di  lamina  di  bronzo,  di  forma  quasi  rotonda  (diam. 
m.  0,115),  priva  di  decorazioni.  È  sostenuto  su  tre  sottili  fasce  di  ferro,  che  conver- 
gono nel  centro  del  piano,  ove  sono  imbullettate  e  legate  tra  loro  con  altra  piccola 
fascia  dello  stesso  metallo. 

/)•  Due  fibule  a  largo  scudetto  spiraliforme,  con  arco  formato  di  dischi  obliqui 
di  ambra,  intramezzati  da  laminette  circolari  di  bronzo. 

/)  Due  braccialetti  di  lamina  sottile  avvolta  a  duplice  spirale. 

m)  Avanzi  di  ima  collana  sparsi  pel  fondo  del  pozzetto,  e  consistenti  in  fusa- 
raole  ovoidali  di  ambra,  in  piccoli  cannelli  fusiformi  di  filo  eneo  avvolto  a  spira,  in 
anelletti  di  bronzo,  in  una  faleretta  di  lamina  sbalzata  a  duplice  giro  di  bottoncini 
e  di  cerchietti  granulati,  e  coperta  di  sottilissima  foglia  di  oro. 

ri)  Ago  da  cucire  forato  nella  cruna. 

32.  Cassa  chiusa  da  coperchio  a  quattro  pendenze.  Si  trovò  alla  profondità  di 
m.  1,10  giacente  in  direzione  da  nord  a  sud,  e  larga  esternamente  m.  0,75,  lunga 
m.  1,80.  Ai  piedi  del  cadavere,  di  cui  restavano  pochissime  tracce,  si  raccolse  una 
cuspide  di  lancia  in  ferro,  una  tazza  di  lamina  enea  sbalzata  a  baccellature,  una  cio- 
toletta  ansata,  un  kantharos  a  doppio  manico  ed  un'  oenochoe  piccola,  solo  fittile  la- 
vorato al  tornio. 

33.  Pozzetto  incavato  nella  terra  vergine  alla  profondità  di  m.  1,25,  chiuso  da 
lapide  arrotondata  a  callotta  sferica,  ma  spezzata  in  antico  appositamente  per  depre- 
dare il  sepolcro.  Non  vi  si  trevo  nemmemo  gli  avanzi  del  cadavere. 


—  188  — 

34.  Cassetta  internamente  lunga  ni.  0,85,  larga  alla  metà  0,30,  arrotondata  da 
capo  e  da  piedi,  e  chiusa  da  coperchio,  ugualmente  incavato  e  diviso  sopra  in  quattro 
pendenze.  Eimossa  la  terra  infiltrata,  si  trovò  presso  la  testa  un  vasetto  a  pentola,  di 
t'orma  snella,  graffito  a  meandri  rettangolari  sulla  parte  più  prominente  del  corpo,  ed 
una  ciotola  a  corpo  rigonfio  e  compresso  verso  il  fondo,  con  solo  manico  a  nastro  appli- 
cato a  occhietto  tra  il  corpo  a  l'orlo,  e  con  decorazione  di  scacchi  triangolari  obliqua- 
mente listati  di  graniture.  Essa  conteneva  uno  di  quei  comunissimi  vasi  di  tipo  laziale. 
al  cui  corpo  compresso  e  steccato  a  funicella  attorno  al  fondo,  è  applicato  un  manico  a 
nastro,  che  si  rialza  e  si  riunisce  sopra  all'orlo.  Presso  l'omero  destro,  si  raccolse  un  vaso 
di  forma  identica  a  quello  prima  descritto,  ma  con  fondo  un  poco  umbilicato,  e  in  luogo 
delle  graffi  ture  nel  corpo,  con  profonde  impressioni  triangolari,  ottenute  con  arco  di  fibula, 
ovvero  con  funicella.  Presso  il  femore  destro,  un  vaso  un  poco  più  grande  del  precedente, 
ma  di  forma  uguale,  decorato  di  larghe  steccature  nella  parte  superiore  del  corpo. 
Ai  piedi,  contro  l'usato,  non  fu  deposto  nessun  oggetto  ;  ma  tra  le  poche  ossa  rimaste, 
si  raccolse  tra  il  petto  e  le  spalle  uno  scarabeo  di  ambra  con  parte  piana  priva  di 
segni,  e  con  parte  superiore  effigiata  a  coleottero  a  mezzo  di  rozze  graniture;  avanzi 
di  catenelle  e  sottili  tubetti  cilindrici,  formati  di  filo  eneo  avvolto  ad  elica  ;  una  spilla 
appartenente  ad  una  grossa  fibula  a  scudetto,  di  cui  una  parte  era  rimasta  adesa  alla 
medesima  ;  un  arco  di  fibula,  formato  di  una  lamina  sagomata  a  scacchi  romboidali, 
e  compita  da  un  piccolo  scudetto  spiraliforme.  Questa  curiosissima  fibula  è  contornata 
da  un  solco  bulinato. 

35.  Stela  sepolcrale  di  tufo  friabile,  spezzata  in  antico  e  gettata  lungo  il  fianco 
della  cassa  n.  20.  La  parte  inferiore  della  stessa,  rappresentata  da  un  parallelepipedo 
rozzamente  tagliato,  e  lungo  circa  m.  0,65,  largo  per  ogni  lato  0,25,  si  trovò  tuttora 
infissa  presso  la  cassa  suddetta  a  m.  0,65  di  distanza,  attorniata  da  una  rude  mimi- 
tura  di  scaglie  di  nenfro  e  di  tufo.  La  parte  superiore  (tav.  Ili,  fig.  12)  rappresenta 
la  copertura  di  un'urna-capanna,  sul  tipo  di  quella  prima  da  noi  descritta  alla  tomba  5, 
e  riprodotta  alla  tav.  Ili,  fig.  1.  Cioè  sul  fusto  parallelepipedo  sporgono  per  ogni  lato 
le  due  pendenze  del  tetto,  del  quale  è  accennato  lo  spessore  dinanzi  e  di  dietro  al 
cippo,  con  un  battente  a  rilievo  di  cm.  4  di  larghezza.  Sulla  copertura  al  contrario 
non  appariscono  le  tracce  dei  correnti. 

36.  Pozzetto  murato  con  informi  pietre,  tra  le  pareti  tagliate  nel  solido  terreno 
e  quelle  del  cilindro.  Questo  per  essere  di  tufo  friabilissimo,  erasi  spezzato  sotto  la 
pressione  del  grosso  coperchio  a  callotta,  in  modo  che  tra  i  molti  frammenti  di  fit- 
tili, di  cui  era  ripieno,  si  potè  appena  distinguere  quelli  appartenenti  all'ossuario,  il 
quale  ripeteva  la  forma  data  per  tipo  della  nostra  necropoli  ;  cioè  a  pentola  con  corpo 
rotondo  ed  allungato  verso  il  piede,  e  con  orlo  riverso  a  quarto  di  cerchio  ed  appli- 
cato immediatamente  sopra  al  corpo.  Sotto  al  detrito  dei  vasi  apparvero  le  tracce  di 
una  collana  a  piccoli  anelli  di  bronzo. 

37.  Gruppo  di  due  casse  grandi,  di  cui  la  superiore  si  trovò  espilata  da  antico 
tempo,  e  l'inferiore  priva   di   quella   parte   di   coperchio,   che   sottostava  alla  prima 
Quest'ultima  non  conteneva   che  due  di  quei  sostegni  di  ferro,  i  quali  abbiamo  opi- 
nato poco  sopra  appartenere   alla  tavola,   su  cui  componevasi   il  cadavere  innanzi  la 
deposizione  nella  cassa.  All'interno,  difesi  da  insufficienti  ripari  di  nenfro  e  di  tufo. 


—  189  — 

si  raccolsero  frammenti  di  alcune  oenoehoai  di  creta  giallastra,  lavorate  al  tornio,  e 
dii'  olle  a  corpo  quasi  sferico,  con  orlo  rovesciato  in  fuori  e  piede  a  tronco  di  inno. 
In  questa  cassa,  né  dentro  né  fuori  apparve  il  più  piccolo  avanzo  d'ornamento  o  di 
oggetti  in  bronzo,  e  nemmeno  di  fittili  manufatti  ovvero  torniti. 

38.  Cassa  grande  di  tufo  friabilissimo,  con  coperchio  di  due  pezzi  di  tufo  di  dif- 
ferente qualità,  ma  commessi  con  molta  accuratezza.  Un  angolo  di  questo,  corrispon- 
dente alla  testa  del  cadavere  e  asportato  in  antico,  aveva  servito  agli  antichi  espilatori 
per  vuotare  affatto  il  contenuto  del  sepolcro. 

39.  A  circa  m.  1  di  profondità  apparve  il' coperchio  arrotondato  di  questo  ci- 
lindro, che  era  deposto  entro  un  taglio  rotondo  della  terra  vergine,  e  circondato  da 
ciottoli  e  da  informi  pezzi  di  nenfro.  Il  cilindro  misurava  m.  0,48  di  diametro  in- 
terno, e  m.  0,62  compreso  lo  spessore  delle  pareti.  Conteneva  nel  mezzo  il  cinerario 
a  pentola  di  tipo  comune,  se  togliesi  il  manico  a  nastro,  superiormente  avvolto  ad 
occhietto.  La  decorazione  di  questo  vaso  è  rappresentata  da  due  fasce  di  linee  paral- 
lele, graffite  a  pettine  bidente  nella  metà  superiore  del  corpo,  la  prima  delle  quali 
comprende  in  giro  un  piccolo  meandro  rettangolare,  e  l'altra  tre  zig-zag  distanti  tra 
loro,  e  composti  di  tre  fascetti  di  linee.  Tra  le  ossa  ima  semplice  fusaruola  sferica, 
un  anello  di  ferro,  una  sottile  spirale  di  filo  eneo,  forse  appartenente  ad  un  monile, 
ed  un  ago  forato  nella  cruna.  In  antico  l'ossuario  era  chiuso  da  ciotola  di  tipo  comune, 
priva  di  graniture  e  col  manico  asportato.  Si  trovò  in  frammenti,  caduta  parte  dentro, 
parte  lungo  le  pareti  dell'ossuario,  e  sopra  ai  vasi  di  corredo.  Questi  erano  in  numero 
di  tre,  deposti  da  un  lato,  e  si  estrassero  col  seguente  ordine  in  buonissimo  stato  di 
conservazione,  poiché  il  sepolcro  si  trovò  affatto  vuoto  della  terra. 

a)  Vaso  a  forma  di  ciotola-coperchio,  con  piede  allungato  a  tronco  di  cono, 
manico  a  nastro  rialzato  un  poco  sull'orlo,  e  con  decorazione  di  piccoli  tratti  impressi 
con  arco  affunato  di  fibula  e  di  triangoli  a  vertice  abbassato,  divisi  da  una  lineetta 
verticale  ed  ugualmente  impressi. 

//)  Vaso  di  forma  simile,  semplicemente  steccato  sotto  l'orlo:  conteneva  ima 
ciotoletta  di  tipo  laziale,  cioè  col  manico  a  nastro  applicato  nella  parte  più  bassa 
del  corpo,  e  rialzato  sopra  all'orlo. 

e)  Vaso  a  piccola  olla  compressa  verso  il  fondo,  e  con  collo  allungato  ed  a 
tronco  di  cono.  È  munito  nel  corpo  di  un  manico  a  nastro  disposto  verticalmente,  ed 
è  privo  di  decorazione  graffita  ovvero  impressa. 

Attorno  al  piede  dell'ossuario,  sotto  i  fittili  ricordati,  si  scoperse  una  coppia  di 
fibule  a  scudetto  bulinato  a  voluta,  coll'arco  semplice  e  con  triplice  spirale  :  nell'ar- 
diglione sta  infilato  un  braccialetto,  di  sottile  filo  di  rame  avvolto  a  due  giri,  una 
fibula  ad  arco  schiacciato  a  foglia,  priva  della  spilla  e  della  staffa;  molti  grani  di 
ambra,  ed  un  ciondoletto  sferico  di  bronzo  munito  di  attaccagnolo  forato,  i  quali  ul- 
timi oggetti  dovevano  appartenere  a  collana,  ancora  perchè  disposti  in  giro  attorno 
al  fondo  dell'ossuario,  a  somiglianza  di  qualche  esempio  della  necropoli  vetuloniese. 
Vuotato  il  pozzetto,  si  costatò  essere  profondo  m.  0.46. 

40.  Cilindro  di  tufo  con  coperchio  a  callotta  sferica,  vuota  al  di  sotto,  ma  spez- 
zata anticamente,  forse  per  praticarvi  una  fossa  per  un  doposito.  I  vasi,  ad  eccezione 
di  un  rozzissimo  •poculum,  furono  tolti  in  antico,  ma  le  ceneri  rispettate  e  deposte  in 
un  angolo,  sotto  uno  strato  di  scaglie  iti  tufo  e  di  nenfro. 


—  190  — 

41.  Cassa  piccola  (cm.  80X45)  di  tufo,  chiusa  dal  solito  coperchio,  ai  cui  lati 
apparivano  lo  tracce  del  rozzo  vasellame  tornito,  che  vi  era  stato  deposto  sotto  lapidi 
informi  di  nenfro.  Si  raccolsero  solamente  nell'interno  della  cassa  due  patelle,  d'im- 
pasto nero  lucido,  due  boccaletti  presso  i  piedi,  ed  all'omero  destro  un'  ascia  di  ferro 
molto  danneggiata  dall'ossido.  È  da  notarsi  che  per  deporre  questa  cassa,  si  dovette 
spezzare  una  parte  di  un  cilindro  di  tufo,  che  trovavasi  a  poca  profondità.  Qui,  come 
nella  tomba  precedente,  mancava  la  suppellettile  funebre;  ma  si  erano  rispettate  le 
ossa,  deponendole  in  un  vuoto  praticato  nel  fondo  del  pozzetto. 

42.  Incavo  circolare  nel  terreno  vergine,  profondo  m.  1,30,  e  chiuso  a  metà  da 
una  pietra  di  nenfro  rozzamente  arrotondata  di  sopra.  Questo  pozzetto  era  privo  di 
difesa,  cioè  della  muratura  a  ciottoli  come  in  altri  esemplari  congeneri  ;  la  qual  cosa 
era  stata  motivo,  perchè  il  pozzetto  interamente  franasse  sotto  il  peso  della  lapide  e 
del  terrapieno  imposto,  schiacciando  il  cinerario,  il  quale  era  a  grosse  pareti,  e  presso 
a  poco  non  si  allontanava  dal  tipo  più  comune  della  nostra  necropoli.  Tra  la  terra 
infiltrata  apparvero  le  tracce  di  oggetti  di  ferro,  che  dovevano  in  origine  rappresentare 
una  coppia  di  fibule  a  grosso  arco  e  lunga  staffa. 

ti  novembre  —  43.  Si  rinvenne  il  coperchio  di  questo  cilindro  alla  profondità 
di  m.  0,50,  solcato  in  giro  presso  l'orlo,  e  vuoto  al  di  sotto.  Il  cilindro  di  tufo,  pro- 
fondo m.  0,42,  largo  m.  0,33,  conteneva  un  rozzissimo  cinerario,  a  forma  solita  di  pen- 
tola corputa  e  priva  di  orlo.  Vi  posava  sopra  la  ciotola-coperchio,  a  basso  tronco  di 
cono  e  forata  nel  fondo.  Conteneva  la  stessa  un  vasetto  di  tipo  laziale,  con  manico 
steccato  presso  l' attaccatila  dell'orlo.  Ai  lati  del  manico  internamente  si  ripetono  due 
impressioni  triangolari;  e  nella  parte  superiore  del  corpo,  un  giro  di  uguali  impres- 
sioni. Attorno  al  cinerario  si  raccolsero  i  seguenti  oggetti: 

a)  Navicella  a  fondo  piatto,  lunga  cm.  18,  rialzata  a  prua  ed  a  poppa,  e  con 
manico  applicato  trasversalmente  nel  mezzo. 

b)  Tre  vasetti,  che  ripetono  in  piccolo  la  forma  del  cinerario,  ma  di  tecnica 
rozzissima:  imo  di  essi  si  trovò  chiuso  da  im  coperchio  conico. 

è)  Ciotola  corputa,  con  piede  allungato  e  largo  manico  a  nastro,  applicato  dalla 
parte  superiore  del  corpo  all'orlo. 

Nell'attaccatura  di  questo  al  corpo,  un  giro  a  piccole  impressioni  oblique  di  fìbula, 
comprese  entro  due  graniture  ;  immediatamente  sotto  a  questo  ornamento,  un  meandro 
rettangolare  graffito  a  pettine  bidente. 

d)  Tavolinetto  composto  di  una  lamina  rotonda  (diam.  maggiore  m.  0.105).  un 
poco  arricciata  in  giù  all'orlo.  A  mezzo  di  tre  imbullettatine,  sono  applicate  alla  me- 
desima tre  piedi  a  sottili  listre  di  bronzo,  legati  sotto  il  piano  con  un  filo  eneo,  che 
per  maggiore  solidità  si  saldò  riempiendo  il  vuoto  con  pece  greca  fusa. 

e)  Ciotoletta  corputa  con  breve  orlo  sporgente  in  fuori,  e  manico  a  bastoncello 
applicato  verticalmente  dal  corpo  all'orlo. 

/')  Tre  tazzine  a  calice  di  tecnica  rozzissima. 

g)  Piccola  lancia  di  ferro  (lunghezza  m.  0.11).  con  suo  puntale  dello  stesso 
metallo. 

h)  Piccola  cannula  di  lamina  enea,  di  cui  ignoriamo  l'uso. 

i)  Fibula,  il  fui  arco  di  lamina  è  rappresentato  da  una  doppia  losanga  com- 
pita da  piccolo  scudetto  spiraliforme. 


—  mi  — 

I)  l'ulti, ■  lunatii  lungo  min.  75  con  manico  in  lamina,  fuso  insieme  alla  lama 
e  forato  con  trapano.  Un  altro  piccolo  foro  si  ripete  presso  la  costola  tra  due  spor- 
genze angolari. 

m)  Piccola  fibula  ad  arco  semplice. 

u).  Coperchio  di  vaso  (diam.  m.  0,037)  formato  di  una  lamina  circolare  piana. 
nel  cui  mezzo  è  applicato  un  manico  di  filo  quadrangolare,  passante  per  due  fori,  e 
ribadito  al  di  sotto. 

o)  Piccolo  tipo  di  cinerario  Villanova  (cfr.  la  fig.  15  della  tav.  Ili)  con  ma- 
nico a  nastro  applicato  verticalmente  al  corpo.  Questo  è  graffito  a  grandi  zig-zag,  e 
poco  sopra,  nell'attaccatura  del  collo,  con  una  fascia  a  meandri  rettangolari,  ottenuti 
con  strumento  a  doppio  dente. 

44.  Formella  quadrata  presso  un  limite  semicircolare  della  necropoli,  parte  inca- 
vata nella  terra  vergine  e  parte  murata  attorno  per  m.  1,75  di  profondità.  Ogni  lato 
misurava  m.  1,70,  e  si  trovava  perfettamente  orientato.  Un  terzo  circa  della  medesima 
era  ripieno  esclusivamente  di  carboni  e  ceneri  del  rogo,  tra  i  quali  qualche  frammento 
•li  ossa  umane,  di  laminette  di  bronzo  e  di  vasellame  consunto  dal  fuoco.  Essa  ci  dà 
l'idea  della  fossa  comune  ove  deponevansi  le  ceneri  dell'ustrino,  inquantochè  uè  gli 
ossuari,  uè  i  cilindri  si  trovarono  in  questo  gruppo  circondati  dalle  medesime.  Quel  re- 
cinto semicircolare,  ricordato  di  sopra,  era  sostenuto  da  una  fila  di  grosse  pietre  di  nenfro 
e  segnava  un  limite  della  necropoli.  È  da  notare  che  la  sua  area,  rialzata  sul  piano 
della  necropoli  per  circa  un  metro,  era  cosparsa  di  carboni  e  di  qualche  frammento 
di  pietra  con  evidenti  tracce  del  fuoco.  La  sua  vicinanza  colla  fossa  predetta  mi  fa 
sospettare  che  su  quel  piano  doveva  comporsi  il  cadavere  sopra  la  catasta. 

45.  Cassa  lunga  m.  1,80,  larga  0,55,  chiusa  da  coperchio  di  tufo  friabilissimo. 
Per  deporre  la  stessa  si  era  disfatto  un  cilindro  identico  ai  precedenti,  parte  del  quale 
rimaneva  a  suo  luogo  colle  ossa  ammucchiate  in  un  canto,  ed  i  frammenti  di  piccoli 
vasi  posati  sotto  una  sfaldatura  di  tufo.  Ai  piedi  del  cadavere  si  raccolse  ima  tazza 
a  callotta  sferica  in  lamina  enea,  priva  di  orlatura  allicciata  e  di  manichi  :  misura 
m.  0,16  di  diametro  e  0,06  di  profondità.  Presso  la  testa,  in  miserevole  stato  di 
conservazione,  una  fibula  ad  arco  semplice,  graffito  ad  anelletti,  e  compito  da  lunghis- 
sima staffa;  di  più  gli  avanzi  di  sottilissimi  orecchini  spiraliformi  di  filo  argenteo,  ed 
i  frammenti  di  due  boccaletti  di  creta  giallastra  lavorati  a  tornio. 

7  novembre  —  46.  Pozzetto  incavato  nella  terra  vergine,  rivestito  di  muratura 
a  ciottoli  e  scaglie  di  nenfro,  e  coperto  da  ima  lastra  di  pietra  viva  rozzamente  arro- 
tondata. Il  cinerario  ripete  la  forma  di  quello  notato  alla  tomba  n.  39,  ma  decorato 
di  riquadramenti,  entro  i  quali  le  swastikas  graffite  a  pettine  bidente  e  compite  da 
punteggiature.  Si  noti  che  il  manico  di  detto  vaso  era  stato  tolto  in  antico.  La  cio- 
tola imposta  sull'olio  del  cinerario,  ci  ricorda  il  tipo  di  quelle  a  basso  tronco  di  cono, 
forate  nel  fondo,  ma  ha  per  piede  un  piccolo  listello  circolare  e  porta  un  orlo  un  poco 
arricciato  in  fuori.  Tra  le  ossa  combuste  si  raccolse  un  avanzo  di  arco  di  fibula  co- 
perto di  sottile  filo  avvolto  a  fune,  un  cutter  lunato,  lungo  cm.  4  e  con  presa  ret- 
tangolare in  luogo  di  manico  a  occhietto.  Ai  lati  dell'ossuario  quattro  tazze  a  calice. 
due  pocula  rozzissimi  di  forma  ovoidale,  una  barchetta  (lungh.  17  cm.)  a  fondo  piatto. 
con  bordi  rialzati  verticalmente,  e  due  informi  sporgenze  a  prua  ed  a  poppa:  rozza 
Classe  di  scienze  morali  ecc,       Memorie  —  Ser.  I».  Vnl.  II.  21 


—  192  — 

ciotola  corputa  con  grosso  manico  elevato  sull'orlo,  ed  una  tazzina  di  tipo  laziale  con 
manico  verticale,  rialzato  sopra  all'orlo,  ornata  per  tutta  la  parte  rilevante  del  corpo  a 
larghe  steccature  piane  e  nell'attaccatura  di  questo  all'orlo,  di  zig-zag  impressi  roz- 
zamente con  arco  di  fibula. 

47.  Cinerario  di  tipo  usuale,  chiuso  da  una  ciotola  a  fondo  allungato  e  forato 
nel  mezzo.  Sì  l'uno  che  l'altra  erano  privi  di  decorazioni.  La  ciotola  conteneva  il 
vasetto  di  tipo  laziale  steccato  attorno  al  corpo:  il  cinerario  tra  gli  avanzi  del  ca- 
davere vari  anelletti  di  bronzo,  uno  dei  quali  di  sottile  filo  eneo  ravvolto  ad  elica: 
un  pezzetto  di  bronzo  e  spezzato  (aes-rude)  ;  un  cutter  lunato  identico  a  quello  della 
tomba  46.  Attorno  il  cinerario,  cioè  tra  questi  e  le  pareti  del  cilindro,  si  estrassero 
nel  seguente  ordine  : 

a)  Un'olla  a  corpo  ovoidale  restringentesi  a  tronco  di  cono  sotto  l'orlo  e  nel 
fondo,  con  manico  a  nastro  applicato  verticalmente  nella  prominenza  del  corpo,  che 
è  decorato  in  alto  da  una  sottile  fascia  limitata  da  doppio  solco  graffito  e  contenente 
piccole  impressioni  oblique  di  fibula,  ed  in  basso  da  sei  meandri  tonnati  da  simile 
fascia,  cioè  da  duplice  granitura  ed  impressioni  oblique,  e  disposti  in  modo  da  rap- 
presentare una  semplice  swastika,  nel  cui  braccio  superiore  sinistro  è  imito  un 
meandro  a  T. 

b)  Due  navicelle,  delle  quali  una,  lunga  m.  0,155,  è  munita  a  prua  di  un 
collo  d'oca  ed  a  poppa  da  un  incavo  emisferico;  l'altra  lunga  m.  0,14  foggiata  a 
poppa  a  guisa  di  beccuccio  molto  sporgente  ed  a  prua  di  un  sottile  collo  a  testa  di  oca. 

e)  Due  tazze  a  calice  e  con  lungo  piede. 

rf)  Ciotoletta  steccata  nella  prominenza  del  corpo,  con  orlo  sporgente  e  ma- 
nico rialzato  su  questo. 

e)  Patella  a  tronco  di  cono  con  orlo  un  poco  rovesciato  in  fuori. 

f)  Ciotola  a  breve  orlo,  fondo  allungato  e  manico  a  nastro  un  poco  rialzato 
sull'orlo. 

g)  Ciotola  di  forma  identica  alla  precedente,  ma  più  grande,  con  corpo  striato 
verticalmente,  e  manico  a  largo  nastro  arricciato  ai  bordi. 

h)  Ciotoletta  quasi  emisferica,  con  manico  semielittico.  applicato  orizzontal- 
mente sotto  l'orlo,  e  munito  di  due  cornetti  verticali. 

i)  Ciotola  a  fondo  ristretto  ed  orlo  rientrante:  è  munita  di  alto  manico  a  nastro. 
I)  Poculum  ovoidale  con  manico  a  nastro,  applicato  verticalmente  all'orificio. 
m)  Due  vasi  piccoli  a  corpo  rotondo,  privi  di  anse  e  con  orlo  e  piede  rastremati. 

48.  Ziro  di  terracotta  largo  all'orlo  cm.  40,  nella  parte  più  rilevante  del  corpo 
58,  ed  alto  60  :  era  munito  all'esterno,  e  poco  sotto  l'orificio,  di  due  prese  cilindriche. 
(tav.  II,  tìg.  3).  Si  trovò  incastrato  in  fondo  ad  un  taglio  cilindrico  profondo  m.  2 
circa  e  largo  0,80,  chiuso  da  due  parallelepipedi  di  nenfro.  Il  cinerario  posava  nel 
fondo  sopra  una  piccola  sfaldatura  arrotondata,  e  ripeteva  la  forma  del  tipo  Villanova 
un  poco  modificata,  inquantochè  V unione  dei  due  tronchi  di  cono  è  molto  sporgente,  e 
decorata  per  ciascuna  parte  da  due  piccole  prominenze  messe  in  mezzo  da  tre  listel- 
Lettì  verticali;  ed  i  suoi  manichi  a  nastro  si  riuniscono  dalla  sporgenza  massima  del 
corpo  all'orlo.  L'ossuario  non  conteneva  che  pochi  resti  bruciati  del  cadavere,  tra  i 
quali  si  raccolsero  alcuni  frammenti  di  lamine  di  bronzo,  appartenenti  alle  fibule  a 


scudetto,  e  qualche  anello  pur  collana.  Detta  olla  era  chiusa  da  una  ciotola  quasi 
[liana  con  orlo  rientrante  e  munito  ili  ansa  orizzontale.  Si  trovò  spezzata  e  caduta 
entro  e  fuori  dell'ossuario,  ma  non  presentava  nessuna  decorazione,  ed  era  di  tecnica 
rozzissima.  Piccola  olla  molto  corputa,  ma  compressa  verso  il  fondo  con  orlo  rien- 
trante e 'sporgente  in  fuori,  a  quarto  di  cerchio.  È  d'impasto  giallognolo,  ricoperta  di 
imo  strato  considerevole  di  rosso  intonaco,  e  levigata  a  stecco.  Tazzina  a  corpo  len- 
bicolare  ornato  di  due  sporgenze  e  di  steccature  verticali  e  parallele:  i  suoi  manichi 
si  compongono  di  due  bastoncelli  fermati  nella  parte  più  prominente  del  corpo  e 
riuniti  ed  avvolti  ad  occhietto  sopra  all'orlo.  Tazza  identica  nella  forma  e  nella  de- 
corazione,  coli' aggiunta  di  tre  steccature  a  sernicircolo,  le  quali  circondano  le  spor- 
genze, e  con  manichi  semplicemente  a  nastro.  Questa  conteneva  una  ciotoletta  di  tipo 
laziale  a  forma  schiaccieta  e  manico  a  nastro  applicato  al  corpo  ed  all'orlo,  e  rial- 
zato sopra  a  questo,  ed  ima  fibula  il  cui  arco  sul  dinanzi  è  decorato  di  quattro  pic- 
cole sporgenze  a  bottone,  e  si  riunisce  sotto  una  piastrina  umbilicata.  Piccola  olla 
che  ripete  la  forma  di  quella  poco  sopra  descritta,  ed  è  ugualmente  spalmata  di  stucco 
rosso.  Sotto  ai  detti  vasi  si  raccolsero  i  frammenti  di  un  coltello  e  di  una  lancia 
di  ferro. 

49.  S'incontrò  la  chiudenda  di  tufo  alla  profondità  di  m.  1,20,  sotto  la  quale 
apparve  il  pozzetto  murato  a  ciottoli,  e  ripieno  della  terra  infiltrata.  Per  primo  si 
estrasse  la  ciotola  in  frantumi,  ma  tuttora  posata  sull'orlo  del  cinerario,  con  entro 
una  fibula  con  arco  a  foglia,  compito  da  stalla  inginocchiata,  e  da  scudetto  spirali- 
forme.  La  ciotola  ripeteva  la  forma  più  comune  alla  nostra  necropoli,  ed  il  cinerario. 
era  rappresentato  da  una  rozza  pentola  con  orlo  applicato  immediatatamente  nella 
parte  superiore  ed  arrotondata  del  corpo.  Questo  era  affatto  privo  di  decorazione  graf- 
fita.  Da  un  lato  si  raccolsero  i  frammenti  di  una  tazzina  di  forma  piatta  con  manico 
a  nastro  rialzato  sopra  all'orlo,  ed  mi  vasetto  corputo  a  guisa  di  bicchiere  e  con 
manico  a  nastro  applicato  verticalmente  all'orlo.  Il  cinerario  posava  sopra  alla  bocca 
di  una  grande  olla  spezzata  all'unione  del  collo  al  corpo. 

50.  Piccola  cassa  (m.  0.25  X  0,S4  di  vuoto)  chiusa  da  lapide  di  tufo  un  poco 
arrotondata  al  di  sopra,  ed  incavata  al  di  sotto.  Ai  piedi  del  piccolo  scheletro  si 
estrasse  un'oenochoe  manufatta,  priva  del  manico  e  con  beccuccio  sagomato. 

51.  Pozzetto  difeso  in  giro  da  muratura  di  ciottoli,  e  chiuso  da  una  lapide  di 
tufo  arrotondata  ed  incavata  al  dì  sotto,-  come  la  chiudenda  dei  cilindri.  Si  trovò 
ripieno  di  terra,  che  gravitando  sul  vasellame  lo  aveva  quasi  completamente  frantu- 
mato. Sopra  all'ossuario  due  ciotole  a  corpo  superiormente  arrotondato,  ed  inferiormente 
allungato  a  tronco  di  cono.  Nella  parte  più  sporgente  del  corpo  sono  decorate  da 
impressioni  di  fibula,  disposte  a  triangoli  obliquamente  tratteggiati.  Piccola  ciotola 
con  identica  decorazione,  ma  di  forma  piatta,  umbilicata,  e  con  manico  semielittico 
applicato  verticalmente  sull'orlo.  Attorno  al  cinerario,  che  ricordava  la  forma  più 
comune,  si  estrassero  gli  oggetti  col  seguente  ordine  : 

a)  Tre  pocida  rozzissimi,  a  forma  ovoidale,  con  manico  verticale  da  un  lato. 

b)  Ciotoletta  quasi  emisferica  a  fondo  appianato,  e  con  manico  tolto  in  antico, 
ma  applicato  orizzontalmente  all'orlo. 

e)  Tazzina  di  tipo  laziale  a  forma  compressa,  steccata  nella  parte  più  rilevante 


—   194  — 

del  corpo,  e  munita  di  manico  a  nastro,  che  presso  l'orlo  si  converte  in  im  baston- 
cello sagomato  a  steccature  orizzontali,  e  nella  parte  superiore  è  decorato  di  duplice 
impressione  di  funicella.  Ai  lati  dell'attaccatura  del  manico  l'orlo  internamente  è 
ornato  di  due  triangoli  a  vertice  abbassato,  impressi  a  fibula,  e  divisi  per  tutto  il 
campo  da  tratti  obliqui  e  paralleli. 

d)  Olla  di  terra  giallastra  a  corpo  rigonfio,  compresso  verso  il  fondo,  e  munito 
di  manico  a  nastro,  che  è  applicato  verticalmente  nella  parte  più  sporgente.  È  rico- 
perta, come  le  altre  poco  sopra  notate,  di  uno  strato  di  stucco  rosso,  e  lucidata 
a  stecco. 

e)  Idem  più  piccola. 

f)  Vasetto  a  foggia  di  bicchiere  ovoidale,  munito  di  manico  a  bastoncello  e 
sostenuto  su  tre  piedi.  E  di  ima  tecnica  rozzissima,  e  di  una  esecuzione  trascurata. 

52.  Cilindro  di  tufo  chiuso  dal  solito  coperchio,  che  presso  la  commessura  portava 
in  giro  un  profondo  solco.  Il  vuoto  interno  misurava  m.  0,40  di  diametro  e  m.  0,19 
di  altezza,  ed  aveva  nel  fondo  un  vuoto  cilindrico  profondo  m.  0,06,  largo  0,155.  Su 
questo  vuoto  posava  il  piede  dell'ossuario,  che  nella  forma  trovava  riscontro  con 
quello  della  tomba  48,  ma  con  solo  manico,  e  senza  decorazioni  delle  apofisi  e  dei 
listelletti.  Posava  capovolta  entro  il  medesimo  ima  piccola  ciotola  col  fondo  piatto  e 
col  corpo  ovoidale  munito  di  tre  sporgenze  coniche  e  di  manico  semielittico  appli- 
cato orizzontalmente  all'orlo.  Da  un  lato  posava  una  grossa  olla  a  corpo  molto  rotondo 
e  compresso,  a  fondo  un  poco  allungato.  Vi  è  imposto  im  collo  sottile  a  tronco  di  cono, 
ed  un  orlo  rotondo  e  sporgente.  Il  manico  a  bastoncello  si  riunisce  dall'orlo  alla 
sommità  del  corpo,  ed  è  orizzontalmente  steccato  a  sottili  solchi.  La  parte  superiore 
del  corpo,  dove  si  unisce  il  collo,  è  ornata  di  un  giro  di  triangoli  riversi,  tratteggiati 
obliquamente  da  impressioni  a  spina.  Piccolo  tipo  di  cinerario  a  corpo  rotondo,  rastre- 
mato ed  allungato  al  piede,  e  con  collo  a  tronco  di  cono.  In  giro  triangoli  identici 
a  quelli  del  precedente  ma  divisi  due  a  due  (v.  tav.  Ili,  fig.  15).  Sotto  l'orlo  quattro 
solchi  appena  tracciati.  Cinque  tazzine  a  calice.  Rozzissimo  bicchiere  semiovoidale. 
Ciotoletta  di  tipo  laziale  ad  alto  manico  e 'corpo  steccato  a  fune.  Nel  fondo  del  ci- 
lindro una  lama  lunata  di  cutter,  il  cui  manico  fermato  da  due  imbullettature  andò 
perduto.  Piccola  fibula  ad  arco  semplice.  Avanzo  di  arco  di  fibula  a  drago,  fasciata 
a  metà  con  sottile  filo  eneo,  e  da  un  capo  e  dall'altro  avvolta  a  due  spire.  Lancia 
in  lamina  di  bronzo,  a  foglia  di  oliva  con  cannula  arricciata  sopra,  lunga  mia.  68. 
e  puntale  della  stessa  a  tronco  di  cono  lungo  mm.  32. 

53.  Cinerario  di  tipo  comune  con  fondo  molto  ristretto,  alto  cm.  25  col  collo 
molto  concavo,  e  con  orlo  rotondo  e  sporgente.  Fu  trovato  nel  fondo  dell'incavo  cilin- 
drico sopra  un  orlo  di  grande  vaso  spezzato  appositamente.  Nell'alto  del  corpo  gira 
una  fascia  composta  di  sottili  graniture  parallele,  e  limitata  da  impressioni  a  fune. 
la  quale  si  piega  ad  angolo  sotto  l'attaccatura  dell'unico  manico,  ed  è  compita  da 
forti  punteggiature.  Sotto  a  questa  fascia  si  ripete  un  zig-zag  triangolare  a  gruppi  di 
graniture  parallele,  ottenute  con  pettine  a  tre  denti.  La  ciotola  coperchio  non  pre- 
senta nessuna  particolarità  nella  forma,  cioè  ha  il  piede  allungato  ed  il  corpo  rigonfio 
e  compresso  verso  il  fondo:  nella  parte  più  sporgente  di  questo  si  ripetono  in  giro 
sottili  graniture  oblique  e  parallele.    Mira  tazza  di  forma  consimile,  ma  piti  piccola 


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e  meglio  conservata,  si  trovò  ai  lati  del  cinerario,  con  entro  un  rozzo  vasetto  a  tronco 
'li  cono,  con  piede  ed  orlo  piano  e  sporgente, 
hi  giro  all'ossuario: 

a)  Un  vaso  a  corpo  rotondo  posato  sopra  un  alto  piede  a  tronco  di  cono,  con 
manico  applicato  all'orlo  ed  alla  parte  superiore  del  corpo.  In  questo  risaltano  tre 
sporgenze  rozzamente  contornate  di  steccature  concentriche,  tra  le  quali  un  meandro 
a  duplice  granitura,  ma  di  esecuzione  molto  trascurata:  questo  è  limitato  superior- 
mente da  una  sottile  fascia  a  impressioni  di  funicella  o  di  fibula,  la  quale  gira  sotto 
il  manico,  e  negli  angoli  viene  compita  da  due  grosse  punteggiature  a  stecco. 

h)  Tazza  non  molto  grande  formata,  di  due  tronchi  di  cono,  uniti  per  la  base 
minore,  di  cui  il  superiore  rappresenta  il  corpo,  l'inferiore  il  piede.  Nel  fondo  è  pra- 
ticato un  foro  irregolare. 

e)  Ciotola  di  tipo  comune,  solamente  decorata  nell'attaccatura  dell'orlo  di  un 
contorno  a  doppia  linea  graffita  e  ad  impressioni  di  fibula  a  'fune.  Conteneva  una 
ciotoletta  di  tipo  laziale,  nel  cui  corpo  si  ripetono  in  giro  steccature  oblique  e  parallele. 

(/)  Ciotola  grande  con  manico  a  nastro,  i  cui  bordi  sono  un  poco  arricciati: 
si  ripetono  attorno  al  corpo,  interrotti  dall'ansa,  i  triangoli  obliquamente  striati  ed 
impressi  con  strumento  avvolto  a  fune. 

e)  Tazzina  di  tipo  laziale,  identica  a  quella,  che  fu  scoperta  entro  il  vaso 
indicato  sopra  colla  lettera  e. 

f)  Rozzo  poculum  con  manico  a  nastro  applicato  sotto  l'orlo. 

g)  Tre  tazze  a  calice  di  rozzissima  fattura. 

h)  Degli  ornamenti  enei  si  potè  soltanto  estrarre  in  mediocre  stato  di  conser- 
vazione una  coppia  di  fibule  ad  arco  semplice  e  brevissima  staffa,  entro  una  delle 
quali  era  tuttora  infilato  un  braccialetto  di  lamina,  solcata  in  mezzo  ed  avvolta  a  spirale. 

i)  Due  anelli  di  bronzo  non  molto  grandi. 

/)  Anellini  fusi  di  bronzo  e  grani  di  pasta  vitrea  scura  e  di  ambra,  apparte- 
nenti a  collana. 

m)  Piccole  imbullettature  a  capocchia  emisferica,  simili  a  quelle  usate  per 
decorazione  dei  vasi. 

54.  Pozzetto  murato  con  detriti  di  nenfro,  e  chiuso  da  rude  lapide,  la  cui 
parte  superiore  era  stata  arrotondata.  Questa  sotto  il  peso  del  terrapieno  erasi  spez- 
zata, ed  aveva  talmente  gravato  sul  vasellame  da  ridurlo  in  frammenti  :  del  cinerario 
non  fu  possibile  costatare  la  forma  e  le  dimensioni  ;  si  riconobbe  soltanto  essere  privo 
di  decorazione  e  chiuso  da  ciotola.  Si  notarono  i  frammenti  di  un  vaso  ansato  a  corpo 
ovoidale  e  con  piede  a  tronco  di  cono  ;  forse  un'  olla.  Un  bicchiere  di  creta  rossastra, 
ma  di  esecuzione  trascuratissima  ;  una  ciotola  di  tipo  comune  graffita  a  zig-zag  con 
strumento  a  doppio  dente.  Tra  le  ossa  combuste  qualche  avanzo  di  ferro,  'probabil- 
mente appartenente  a  fibula. 

55.  Pozzetto  identico  e  trovato  in  uguale  stato  del  precedente.  Pochissimi  fram- 
menti dei  fittili  di  corredo,  ed  un  cinerario  consimile  a  quello  descritto  nella  tomba  52. 
cioè  con  collo  a  tronco  di  cono,  imposto  al  corpo  molto  rotondo,  e  compresso  verso  il 
piede.  È  il  tipo  che  più  s'avvicina  al  cinerario  Villanova. 

56.  Cassa  chiù  ;i  da  coperchio  concavo  al   di   sotto,   e   sopra   tagliato   a   doppia 


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pendenza.  Internamente  misurava  in.  0,18  di  profondità,  0,44  di  larghezza  e  1,85  di 
lunghezza.  Attraverso  ai  piedi  una  lancia  di  ferro  lunga  ni.  0.315,  la  cui  cannula  è 
formata  da  una  lamina  arrotondata,  e  congiunta  sopra.  Presso  il  femore  destro  un 
kantharos  di  bucchero  di  forma  elegante  e  con  doppia  ansa  rialzata  obliquamente 
sopra  all'orlo.  Alla  testa  un'  oeuochoe  di  bucchero  a  corpo  rigonfio  ed  a  manico  rotondo, 
applicato  dalla  sommità  del  corpo  all'orlo,  dove  è  decorato  di  due  cornetti  sporgenti. 
8  Novembre  —  57.  Pozzetto  quasi  aderente  alla  cassa  suddetta.  Una  parte  della  mu- 
ratura a  lastre  di  nenfro  fu  tolta  nell'incavare  la  fossa;  ma  il  contenuto  si  conservò  intatto 
ed  a  suo  luogo,  insieme  alla  rude  chiudenda.  L'olla  cineraria  a  goffa  pentola  con  basso  piede 
ed  orlo  appena  pronunziato,  era  priva  di  decorazioni,  e  conteneva  tra  le  ossa  cremate 
una  fusaruola  sferica,  un  sottile  braccialetto  di  filo  eneo,  alcuni  acini  ovoidali  di  pasta 
vitrea  sema,  tre  anelli  di  bronzo  ed  una  fibula  ad  arco  semplice  graffito  ad  anelletti, 
ardiglione  avvolto  a  tre  spire  e  staffa  inginocchiata  e  compita  da  scudetto  spirali- 
forme.  Il  cinerario  era  chiuso  da  una  ciotola  priva  di  manichi  e  del  piede,  a  pareti 
grosse  e  rozzamente  plasmate.  Aderente  al  cinerario  ed  alla  parete  del  pozzetto  si 
trovò  una  piccola  navicella  frammentata,  a  fondo  piatto,  ed  a  bordi  appena  rialzati  : 
una  tazzina  un  poco  concava,  sostenuta  da  tre  piedi  inginocchiati;  due  vasi  a  tronco 
di  cono  accoppiati  all'orlo  sotto  una  presa  informe  e  molto  rialzata;  due  Razzine  a 
calice  con  snello  piede  e  corpo  quasi  piano  ;  due  rozzi  pocula  ovoidali,  privi  di  manico. 

58.  Cassa  di  tufo  chiusa  da  coperchio  smussato  alle  testate,  e  a  doppia  pendenza. 
Misurava  internamente  m.  0,22  di  larghezza  su  m.  1,65  di  lunghezza.  Lo  scheletro 
era  in  gran  parte  consunto,  e  soltanto  i  denti  c'indicavano  il  luogo  ove  posava  la  testa. 
Qui  si  raccolsero  in  minuti  frammenti  gli  orecchini  a  sottile  filo  argenteo  ed  alcuni 
grani  di  vetro  nero  e  bianco,  appartenenti  a  collana.  All'altezza  del  petto  e  sotto  le 
tibie  il  fondo  della  cassa  era  attraversato  da  sottili  sbarre  di  ferro,  ai  cui  capi  erano 
inchiodate  le  maniglie  semielittiche.  Accennammo  in  principio  appartenere  le  medesime 
ad  un  piano  di  legno,  sul  quale  veniva  composto  il  cadavere,  innanzi  di  deporlo 
nella  cassa. 

59.  Cassa  piccola  lunga  internamente  m.  1,15,  larga  ai  piedi  m.  0,25.  alla 
testa,  ove  l'incavo  era  un  poco  arrotondato,  0,33,  e  profonda  0,18.  Nel  luogo  dei  piedi  si 
raccolse  un  rozzo  vaso  a  forma  ovoidale,  sostenuto  sopra  un  piede  a  tronco  di  cono,  e 
decorato  nel  corpo  di  brevi  listelletti  verticali.  Il  suo  manico  era  stato  tolto  in  antico. 

60.  Cassa  trovata  alla  profondità  di  m.  0,80,  chiusa  dal  solito  coperchio,  larga 
nel  vuoto  m.  0,60  e  lunga  1,70.  Ai  piedi  una  lancia  di  ferro,  alla  cintura  un  vasétto 
a  doppia  ansa  (kyathos)  steccato  a  fune  nella  unione  del  collo  al  corpo,  e  decorato 
di  due  sporgenze  coniche. 

61.  Cassetta  per  bambino,  espilata  in  antico  perchè  quasi  a  superficie. 

62.  Cilindro  di  tufo,  il  cui  coperchio  fu  spezzato  per  deporre  la  cassa  68.  Il 
corredo  funebre  si  trovò  a  suo  luogo,  eccettuato  il  cinerario,  che  fu  tolto  e  le  ceneri 
versate  sopra  ai  vasi.  In  luogo  del  cinerario  fu  collocato  un  vaso  ad  oenochoe,  di  goffa 
forma  con  alto  collo  e  beccuccio  molto  rilevato:  nel  suo  corpo  erano  applicati  in  giro 
sei  listelli  verticali  a  rilievo.  Appartengono  al  corredo  del  pozzetto  i  seguenti  oggetti: 

a)  Vaso  rotondo  e  compresso  verso  il  piede,  che  è  un  poco  allungato  a  tronco 
di  cono:  ai  due  lati  opposti  le  anse  sono  formate  da  due  bastoncelli  che  si  riuniscono 


—  197  — 

ad  angolo  sotto  l'orlo  :  la  paxte  superiore  del  corpo  è  decorata  da  un  giro  di  triangoli 
a  vertice  abbassato,  striati  obliquamente  da  impressioni  di  fibula  ad  elica. 

b)  Piccolo  tipo  di  cinerario  Villanova  col  solito  manico  a  nastro,  applicato 
verticalmente  alla  sommità  del  corpo.  In  giro  a  questo  si  ripete  quattro  volte,  entro 
doppia  graffitura,  uno  zig-zag  graffito  con  strumento  a  due  denti. 

e)  Rozzo  poculum  ovoidale  con  solo  manico  da  un  lato,  ed  immediatamente 
sotto  l'orlo. 

d)  Pendaglietto  di  bronzo  a  doppio  tronco  di  cono,  unito  per  la  base  maggiore, 
e  terminato  da  un  appendice  forato.  È  striato  orizzontalmente  ad  anelletti  paralleli 
e  nella  prominenza  abbellito  con  un  giro  di  piccole  punteggiature  rilevate. 

e)  Due  pendaglietti  di  bronzo  a  forma  ovoidale,  muniti  di  lungo  attaccagnolo. 
e  grani  per  collana  in  pasta  vitrea  nera  e  bleu. 

63.  Cilindro  di  tufo  con  coperchio  spezzato  in  antico,  per  dare  luogo  alle  casse 
seguenti.  Infatti  il  cilindro  si  trovò  forato  da  una  parte  per  introdurvi  una  lagena 
appartenente  alle  casse  predette.  Il  contenuto  però  non  fu  manomesso.  Si  estrasse  per 
primo  un  vasetto  con  manico  spezzato,  ed  in  origine  rialzato  sull'orlo:  esso  posava 
-opra  una  ciotola-coperchio  a  tronco  di  cono,  ad  orlo  rientrante  e  con  due  apofisi  ai 
ai  lati  di  questo.  Dentro  alla  tazzina  nominata,  ima  grande  fibula  con  arco  a  foglia, 
con  staffa  inginocchiata  ad  angolo,  e  con  scudetto  spiraliforme.  Nel  suo  ardiglione  sono 
infilati  due  braccialetti  a  semplice  listra  di  bronzo  avvolta  a  spira.  Il  cinerario  ripe- 
teva la  forma  più  comune,  un  poco  compresso  verso  il  fondo,  e  con  manico  spezzato 
anticamente.  È  di  rozzissima  tecnica,  a  grosse  pareti,  privo  di  ornamentazione  e  levigato 
con  poca  accuratezza.  Non  conteneva  che  una  fusaruola  sferica,  tra  le  ossa  combuste. 
Attorno  al  cinerario  si  estrassero  questi  oggetti  col  seguente  ordine  : 

a)  Tazzina  a  callotta  sferica  con  fondo  appuntato,  ed  orlo  rialzato  da  una  parte 
in  modo  da  formare  una  piccola  presa. 

/;)  Due  vasetti  di  differente  grandezza,  ma  ambedue  a  corpo  rotondo  e  com- 
presso verso  il  fondo,  e  munito  di  tre  sporgenze  coniche.  Uno  di  essi,  il  più  grande, 
porta  un  solo  manico  a  nastro,  ed  è  decorato  di  quattro  riquadramenti  punteggiati 
agli  angoli,  e  contenenti  una  swastika,  essa  pure  composta  di  più  punteggiature  :  l'altro 
vaso  ha  un  doppio  manico  unito  dalla  parte  superiore  del  corpo  all'orlo.  Quest'ultimo 
conteneva  ima  fibula  identica  a  quella  descritta,  nel  cui  arco  si  trovavano  appesi  due 
braccialetti  uguali  ai  precedenti,  ma  frammentati. 

e)  Tazzina  semiovoidale  con  orlo  restringentesi,  e  quatto  prese  ai  lati  di  questo, 
formate  ciascuna  di  due  listelli  accoppiati. 

64.  Cassa  priva  del  coperchio,  che  forse  fu  tolto  da  non  molto  tempo,  trovandosi  la 
medesima  quasi  a  superficie.  Misurava  internamente  m.  0,52  di  larghezza,  m.  1,90  di 
lunghezza  e  m.  0,43  di  profondità.  Si  trovò  affatto  espilata.  Per  deporre  questa  cassa 
fu  spezzato  un  cilindro  di  tufo  uguale  agli  altri  descritti  ;  e  si  usarono  i  frammenti 
dello  stesso  per  proteggere  alcuni  vasi,  che  secondo  l'uso  si  collocavano  fuori  della 
cassa.  Consistevano  gli  stessi  in  olle  sferiche  sostenute  da  piede  conico,  e  compite  da 
un  orificio  molto  sporgente  ed  arrotondato.  Una  di  quelle,  la  sola  che  si  potesse  con- 
servare, è  striata  di  sottili  listelli  verticali,  e  porta  due  anse  semielittiche  nella  parte 
più  rilevante  del  corpo,  e  un  listello  rilevato,  nell'accatura  dell'orlo  al  corpo. 


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65.  Cilindro  sottoposto  in  parte  alla  cassa  61.  È  il  più  grande  che  siasi  trovato 
in  questo  gruppo  di  sepolcri,  perchè  misura  in.  0,56  di  diametro  e  0,47  di  profondità 
nel  vuoto  interno.  Il  coperchio  era  stato  tolto  in  antico,  spezzato  e  messo  a  difesa  di 
alcuni  rozzi  vasi  torniti,  che  circondavano  la  cassa  suddetta.  In  questo  caso  è  da  no- 
tarsi, come  abbiamo  notato  in  molti  cilindri,  che,  sebbene  si  spogliasse  interamente 
del  contenuto,  si  rispettarono  le  ceneri,  versandole  nell'incavo  praticato  nel  fondo  del 
cilindro. 

66.  Questo  cilindro,  ugualmente  al  descritto,  fu  spezzato  e  spogliato,  ad  eccezione 
delle  ceneri,  per  deporre  lì  accanto  la  cassa  60.  Tra  la  terra  infiltrata  si  raccolsero 
piccoli  frammenti  di  un  monile  di  argento,  formato  di  sottilissimi  fili  avvolti  ad  elica 
e  ondulati  all'estremità. 

67.  Cassa  lunga  m.  1,50,  larga  0,45,  chiusa  da  grande  coperchio,  vuoto  al  di  sotto 
e  tagliato  a  quattro  pendenze.  Ai  piedi  del  cadavere  un  rozzissimo  fittile  manufatto  a 
forma  semiovoidale,  una  tazzina  a  doppio  manico  e  con  corpo  decorato  da  baccellature 
verticali  sbalzate  dall'interno,  ed  una  tazza  a  forma  lenticolare.  con  due  manichi  a 
doppio  bastoncello,  rialzati  ed  avvolti  ad  occhietto  sopra  all'orlo.  Il  suo  corpo  è  abbel- 
lito da  due  sporgenze  coniche,  messe  in  mezzo  da  quattro  listelletti  a  rilievo. 

68.  Cassetta  lunga  m.  0,85,  larga  0.29,  profonda  0,15,  chiusa  da  coperchio  a  doppia 
pendenza  di  tufo  friabilissimo.  Non  conteneva  che  due  fibule  ed  un  anello  di  ferro 
presso  l'omero  sinistro  e  la  mano  sinistra;  e  presso  il  femore  destro  una  tazzina  a  forma 
lenticolare,  su  cui  è  imposto  un  collo  leggiermente  concavo  ed  un  orlo  arricciato  in 
fuori  :  il  suo  manico  a  nastro  si  converte  in  bastoncello  nel  punto  più  elevato,  e  si 
allarga  nuovamente  a  nastro  nell'attaccatura  dell'orlo.  La  parte  superiore  del  corpo 
porta  in  giro  piccoli  tratti  verticali  e  paralleli  eseguiti  a  stecco.  Ciotola  essa  pure  a 
fomia  lenticolare  e  con  breve  listello  sotto  il  fondo.  È  priva  di  decorazione,  ma  è  mu- 
nita di  due  piccole  anse,  che  superiormente  si  convertono  in  un  bastoncello  a  sezione 
triangolare.  Ciotoletta  di  bucchero  tornita,  con  due  sottili  manichi  a  bastoncello,  dia- 
metralmente opposti  ed  applicati  nella  parte  inferiore  del  corpo.  Piccola  olla  a  corpo 
sferico  con  due  anse  alla  metà  del  corpo.  Conserva  le  tracce  di  uno  stucco  rossastro. 
come  le  olle  della  tomba  48  di  questo  stesso  gruppo. 

9  novembre  —  69.  Piccola  cassa  per  bambino,  chiusa  dal  solito  coperchio.  Al- 
l'esterno ivaocnochoc  grande,  di  forma  goffa,  a  collo  allungato  e  beccuccio  sagomato 
a  foglia  di  edera.  È  di  bucchero  nero-lucido,  lavorata  a  tornio.  Si  estrassero  dall'in- 
terno della  cassetta  i  seguenti  fittili  : 

a)  A  destra  della  testa.  Tazzina  sostenuta  da  snello  piede  e  munita  di  tre 
a  potisi  pendenti  in  giù  nella  parte  inferiore  del  corpo  ,  e  di  manico  a  bastoncello 
elevato  obliquamente  sull'orlo.  Si  trovò  ripiena  di  sostanza  biancastra,  simile  a  caler. 

//)  Dalla  parte  opposta  alla  precedente.  Tazzina  steccata  verticalmente  nella 
parte  più  rilevata  del  corpo. 

r)  Vaso  quasi  sferico,  a  cui  è  imposto  un  orlo  un  poco  arricciato  in  fuori:  nella 
parte  più  prominente  del  corpo  sono  applicati  due  manichi  semielittiei  diametralmente 
opposti.  Fu  trovata  all'altezza  del  fianco  destro. 

'/)  Presso  i  piedi.  Vaso  rotondo,  chiuso  all'orlo,  clic  s'innalza  sul  corpo  quasi 
verticalmente.   La  parie  superiore  e  pianeggiante  del  corpo  porla  in  giro  più  striatine 


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concentriche  all'orlo.  Da  ciascun  lato  tra  Le  anse,  è  rozzamente  graffito  un  volatile  a 
Lunga  coda  arcuata;  lo  linee  graffite  sono  ripiene  di  ocre  rossa. 

e)  Vasetto  con  collo  a  tronco  di  cono  e  doppia  ansa,  applicata  dalla  sommità 
del  corpo  all'ori.».  Tra   Le  auso  da  ciascun  lato  una  doppia  spiralo  granita. 

/•)  Due  oenochoai  a  corpo  rigonfio  e  schiacciato  verso  il  fondo,  collo  a  tronco 
.li  eono.  o  beccucci.»  sagomato  e  sporgente.  Il  manico  della  più  grande  di  esse  è  l'or- 
mato .li  due  bastoncelli  che  si  riuniscono  ad  angolo  retto  sotto  l'orlo.  Questi  ultimi  vasi 
erano  aggruppati  sopra  ai  piedi. 

Tra  la  terra  infiltrata  sotto  i  predetti  fittili  si  raccolse  una  fibula  di  ferro;  e 
presso  il  collo  del  cadavere,  piccoli  grani  di  pasta  vitrea  bleu  e  bianca,  quattro  pendo- 
lerà di  bronzo  ed  una  maglietta  col  suo  uncinello  di  sottile  filo  eneo. 

70.  Piccolo  cilindro  (diam.  del  vuoto  interno  m.  0,28.  prof.  0.20)  chiuso  da  solita 
, -allotta,  con  presa  in  giro  presso  l'orlo  e  vuota  al  di  sotto.  Una  parte  del  coperchio 
era  stata  in  antico  tolta,  e  da  quel  vano  vuotato  il  cilindro  per  deporvi  una  piccola 
oenochoe  di  bucchero  lavorata  a  tornio,  appartenente  al  funebre  corredo  della  seguente 
cassa.  Ma  le  ossa  combuste  furono  rispettate,  e  sull'esempio  di  altri  cilindri  espilati 
in  antico,  versate  nel  fondo  del  vano. 

71.  Cassa  grande  derubata  da  molto  tempo.  Vi  si  rinvennero  due  oenochoai  grandi, 
di  bucchero  tornite,  ma  ridotte  in  frammenti,  e  qualche  avanzo  di  lamina  enea,  appar- 
tenente a  boccaletto  od  a  ciotola.  Sotto  a  questa  cassa  se  ne  trovò  una  seconda  espi- 
lata affatto  per  deporvi  la  prima. 

72.  Cassa  non  molto  grande,  trovata  alla  profondità  di  m.  1,60.  Ai  piedi  del  ca 
.laverò  piccola  oenochoe  di  bucchero  chiaro,  con  ansa  alla  metà  del  corpo,  e  grande 
olla  sferica  a  due  manichi.  Questi  due  fittili  si  trovarono  compressi  sotto  i  frammenti 
del  coperchio  di  tufo.  Ai  fianchi  poche  tracce  di  oggetti  di  bronzo,  quali  una  fibula 
di  tipo  etrusco,  vuota  internamente,  un  orlo  di  vasetto  a  ciotola  .  un  frammento  di 
anello,  ed  a  capo  ed  a  piedi  i  soliti  ferramenti  colle  maniglie. 

10  novembre  —  73.  Cilindro  dei  più  comuni,  chiuso  da  coperchio  di  tufo  leg- 
giero, di  cui  una  metà  erasi  frantumata  ed  aveva  spezzato  il  cinerario.  Solo  si  potè 
riconoscere  che  questo  non  portava  segno  alcuno  graffito  ;  era  chiuso  da  ciotola  a  fondo 
piano,  con  orlo  rientrante  e  forata  nel  mezzo.  Si  raccolsero  inoltre  in  mediocre  stato 
di  conservazione:  —  Un'altra  ciotola  a  piede  allungato  e  manico  a  nastro  tolto  in  an- 
tico :  nella  parte  superiore  del  suo  corpo  -è  decorata  di  quattro  zig-zag  triangolari  otte- 
nuti con  strumento  a  doppia  punta,  Ciotola  di  forma  identica,  ma  più  grande,  la  quale 
conserva  il  manico  ed  è  decorata  di  ima  sottile  zona  a  doppia  graffitura  e  contenente 
una  fila  d'impressioni  di  fibula  a  fune:  questo  ornamento  gira  sotto  all'ansa  ed  è  pun- 
teggiato agli  angoli.  Vasetto  composto  di  due  tazze  ovoidali  accoppiate.  Tazza  a 
piattello  umbilicato,  sostenuta  da  piede  a  tronco  di  cono.  Rozza  olla  a  corpo  quasi 
sferico,  un  poco  allungato  verso  il  fondo,  e  con  manico  a  nastro  applicato  vertical- 
mente nella  massima  sporgenza  :  è  priva  di  decorazione  e  frammentata  nell  orlo. 
Tazza  a  calice,  di  forma  goffa  e  di  rozza  tecnica.  Due  poetilo  che  ripetono  la  forma 
più  comune  dei  nostri  cinerari.  Ciotoletta  con  piccolo  manico  asportato  nella  parte 
superiore:  ha  forma  di  uu  disco  steccato  nell'unione  del  corpo  al  piede,  ed  ha  Iorio 
leggermente  rabboccato  in  fuori. 

•  'lassi:  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Sor.  I-'.  Voi.  II. 


—  200  — 

74.  Alla  profondità  di  m.  1,75  s'incontrò  il  coperchio  di  questa  cassa,  tagliato  a 
doppio  declive,  e  circondato  da  vasellame  tornito,  che  si  racccolse  in  frantumi  sotto 
le  deboli  difese  di  tufo.  Il  coperchio,  vuoto  al  di  sotto,  aveva  da  capo  e  da  piedi  due 
profonde  tracce  servite  per  lo  scorrere  delle  funi.  L'interno  della  cassa  misurava  m.  1,96 
di  lunghezza,  0.48  di  larghezza  e  m.  0.4o  di  profondità.  Ai  lati  della  testa  due  grandi 
olle  tornite,  a  corpo  sferico,  sostenuto  dal  piede  a  tronco  di  cono  :  portano  diametral- 
mente opposti  due  manichi  a  bastoncello,  che  rispondono  nella  parte  più  sporgente  del 
corpo.  All'esterno  sono  spalmate  di  uno  stucco  rosso  e  lucidate  come  quelle  descritte 
alla  tomba  a  cilindro  n.  48.  Sopra  alla  testa  due  vasetti  di  differente  grandezza,  a 
forma  lenticolare,  con  doppia  ansa  e  sporgenze  nella  parte  più  rilevata  del  corpo,  che 
in  uno.  il  più  grande,  è  steccato  a  baccellature.  Presso  l'omero  sinistro  una  tazzina 
di  tipo  laziale,  di  forma  schiacciata  e  con  manico  rilevato  sull'orlo.  Sopra  alle  spalle 
una  coppia  di  fibule  di  tipo  etrusco,  a  corpo  rigonfio,  vuoto,  e  diviso  a  scacchi  trian- 
golari gratìi t i  internamente  a  spina-pesce,  e  con  spilla  avvolta  a  triplice  spirale  ed  inca- 
strata nella  lunga  staffa.  Orecchini  cilindrici  formati  di  un  sottile  filo  di  bronzo  attor- 
tigliato ad  elica.  Sopra  allo  sterno  un  grano  ovoidale  di  ambra,  perforato  nell'asse 
maggiore.  All'omero  destro,  armilla  formata  di  un  grosso  filo  eneo,  i  cui  capi  sono 
compressi  e  sovramessi.  Alla  cintura,  fibula  di  tipo  identico  alle  precedenti,  ma  molto 
piccola,  ed  una  fusa  mola  a  tronco  di  cono,  forata  e  decorata  alla  base  di  quattro  scacchi 
triangolari,  tratteggiati  con  impressioni  a  fune,  i  quali  si  ripeiono  in  giro:  avanzi  di 
catenella  e  di  piccoli  grani  di  ambra.  Ai  piedi,  olla  consimile  alle  prime  descritte, 
ma  ridotta  in  frantumi. 

75.  Per  deporre  la  cassa  precedente  s'incontrò  colla  fossa  un  cilindro  di  tufo  che 
trovavasi  alla  profondità  di  m.  0,80.  Non  vi  restavano  che  poche  ceneri  e  qualche 
frammento  liscio  appartenente  all'ossuario. 

76.  Cilindro  piccolo  di  tufo  chiuso  dalla  solita  callotta,  e  posato  entro  un  incavo 
alla  profondità  di  m.  1,30  circa  dal  livello  attuale.  Il  suo  cinerario  era  collocato  nel 
mezzo,  entro  il  foro,  ma  non  si  rilevarono  del  medesimo  né  la  forma,  né  le  dimensioni, 
tanto  era  compresso  dalla  terra  infiltrata.  Sopra  ai  suoi  frammenti  posava  una  ciotola  a 
fondo  allungato,  grafita  nella  parte  più  rotonda  del  corpo,  con  triangoli  uniti  a  zig-zag, 
compresi  entro  due  steccature  a  pettine  di  tre  denti.  Indi  furono  estratti  attorno  al 
cinerario  i  seguenti  oggetti: 

Tazzina  a  forma  ovoidale,  munita  nel  corpo  di  due  anse  orizzontali,  e  priva  di 
ornamentazione.  Piccolo  tipo  di  cinerario  (alto  m.  0,115)  a  doppio  tronco  di  cono  un 
poco  rotondeggiante,  munito  di  manico  a  nastro,  applicato  su  questa  e  sulla  metà  iti 
collo.  Sotto  l'orlo,  che  è  brevissimo  e  quasi  piano,  gira  un  ornato  composto  di  una  linea, 
a  cui  aderiscono  le  Itasi  di  piccoli  triangoli  punteggiati  al  vertice  ed  obliquamente 
striati  a  fune.  Nell'unione  del  collo  al  corpo  gira  un  bassissimo  meandro  rettangolare 
ugualmente  impresso,  e  nella  parte  più  sporgente  un  contorno  di  cerchietti  graffiti,  il 
cui  centro  è  segnato  con  una  punteggiatura  (cfr.  per  la  forma  la  tav.  Ili,  fig.  15).  Due 
pocula  a  l'orma  ovoidale  ansata.  Piccola  ciotola  a  callotta  sferica,  forata  nel  mezzo. 
Ciotoletta  a  tronco  di  cono  con  ansa  semielittica  applicata  obliquamente  all'orlo.  Na- 
vicella rozzissima, sostenuta  su  quattro  sporgenze:  ha  forma  piana  ;\  guisa  di  un  ret- 
tangolo, nel  cui    mezzo  e  un  vuoto  cilindrico ,  attraversato   dq   un    piccolo    manico  a 


—  201 

bastoncello.  Tazzina  di  tipo  Laziale  steccata  nel  corpo  e  con  ansa  rilevata  sopra  all'orlo. 
Sei  tazzine  a  calice,  di  rozzissima  tecnica.  Nel  l'ondo  del  pozzetto:  piccolo  cutter 
(min.  34)  con  manico  rettangolare  rivolto  ad  occhietto  sulla  lama  ;  fibula  con  arco  a 
drago,  avvolta  con  due  nodi  a  duplice  spirale,  e  compita  da  piccolo  scudetto  spirali- 
forme  ; -piccola  cuspide  di  lancia  (lungh.  mm.  48)  a  foglia  di  olivo,  con  cannula  di 
lamina  ripiegata  sopra. 

12  Novembre —  77.  Tomba  a  cilindro  vuotata  allatto  degli  oggetti,  ma  rispettate 
le  ceneri,  (die  si  trovarono  deposte  nel  foro  praticato  nel  fondo,  e  coperte  da  una 
sfaldatura  di  tufo.  Credo  che  fosse  espilata  anticamente  per  deporvi  la  seguente  cassa. 

78.  Cassa  piccola  colla  testata  da  piedi  aderente  all'  orlo  del  detto  cilindro. 
Verso  i  piedi  del  cadavere  un'  oenoohoe  ad  alto  collo,  beccuccio  sagomato  e  corpo 
striato  di  listelli  verticali.  Tazza  di  bucchero  a  calice,  lavorata  al  tornio  e  ondulata 
orizzontalmente  a  stecco.  Alle  mani  un  coltello  (?)  di  ferro  consunto  dall'ossido. 

79.  Cassa  grande  con  coperchio  a  quattro  pendenze.  Vi  si  trovò  ai  piedi:  m'oenochoe 
d'  impasto  rosso;  ima  ciotola  di  bronzo  e  due  vasetti  a  callotta  sferica  sostenuta  da 
tre  piedi  ;  un  chiodo  ed  una  lancia  di  ferro.  Attraverso  al  fondo  della  cassa  due  sbarre 
di  ferro  con  sostegni  e  maniglie. 

13  Novembre  —  80.  Tomba  a  pozzetto,  il  cui  cilindro  era  stato  manomesso.  Tra  gli 
avanzi  dei  fittili  si  trovarono  confusi  i  frammenti  di  un'  urna-capanna.  Rappresentano 
un  fianco  e  parte  della  copertura.  La  medesima  ripeteva  la  forma  della  prima  sco- 
perta e  descritta  alla  tomba  n.  5.  Il  tetto  però  era  molto  acuminato,  e  poteva  contenere 
quattro  correnti,  che  pei  frammenti  raccolti  appariscono  semplicemente  attestati  alla 
sommità  e  privi  delle  ocherelle.  Non  si  possono  desumere  che  le  seguenti  misure: 
altezza  totale  m.  0,18,  larghezza  del  fianco  0,20,  larghezza  del  lato  più  corto  (parte 
postica)  0,16,  spessore  delle  pareti  mm.  12. 

81.  Cilindro  espilato  anticamente.  Si  trovò  privo  del  coperchio  e,  come  al  solito, 
colle  ceneri  nel  foro  del  fondo,  coperte  da  qualche  frammento  fittile. 

82.  Cassa  grande  con  grosso  coperchio  vuoto  internamente.  Misurava  m.  0,52  di 
larghezza,  m.  1,83  di  lunghezza,  e  m.  0,32  di  profondità.  Pochissimi  avanzi  dello 
scheletro  ed  ai  piedi  soltanto  due  oenocìwai  di  bucchero  lavorate  a  tornio,  una  delle 
quali  piccola  e  con  corpo  a  bulla. 

.  83.  Pozzetto  nella  terra  vergine,  chiuso  da  informe  lapide  di  neutro  e  difeso 
attorno  di  piccoli  frammenti  di  nenfro.e  di  ciottoli.  Il  suo  ossuario  ripeteva  la  forma 
comune  al  nostro  gruppo;  era  graffito  nella  sommità  del  corpo  a  zig-zag  triangolari 
obliquamente  striati  e  chiuso  da  ima  ciotola  a  fondo  piatto,  ad  orlo  rientrante  e  forata 
nel  mezzo.  Sì  l'uno  che  l'altra  si  trovarono  compressi  sotto  il  limo  infiltrato  e  parte 

della  muratura  franatavi  sopra,  in  modo  che  fu  impossibile  conservarli.  Ciotoletta  i 

manico  rialzato  sull'orlo  e  solcato  da  due  steccature  :  nel  corpo  porta  in  giro  cinque 
zig-zag  impressi  con  strumento  a  fune.  Piccola  tazza  a  forma  di  disco  concavo  con 
manico  asportato,  ma  in  origine  rialzato  sull'orlo,  e  fondo  diviso  in  croce  da  due  graf- 
tìture  e  punteggiato  nel  centro  e  nel  mezzo  dei  quadranti  risultati  per  le  medesime. 
Tazzina  a  tronco  di  cono  con  orlo  restringentesi  verso  il  centro,  e  con  manico  a  nastro 
applicato  verticalmente  dalla  sommità  del  corpo  all'orlo:  attorno  è  decorata  di  tre 
piccolissime  sporgenze  coniche.  Tazza  a  calice,  di  rozzissima  tecnica  e  forma.  Oenochoe 


—  202  — 

a  corpo  rigonfio  e  compresso  verso  il  piede,  collo  a  tronco  di  cono  e  beccuccio  rial- 
zato: è  priva  dell'ansa,  che  fu  asportata  in  antico.  Rozzo  poculum  a  forma  ovoidale, 
ansato.  Nel  fondo  del  vano  ima  sola  fibula  ad  arco  a  foglia,  compito  da  staffa  ingi- 
nocchiata e  da  scudetto  spiraliforme  e  contornato  da  sottile  granitura.  Altra  fibula 
ad  arco  schiacciato  e  decorato  in  giro  di  cerchietti  a  trapano.  Fusaruola  sferica  di 
terra  cotta. 

14  Novembre  —  84.  Cilindro  scoperto  alla  profondità  di  m.  1,35,  chiuso  dal  solito 
coperchio,  attorno  al  cui  orlo  girava  un  solco  alto  e  profondo  cm.  4.  Posava  nel  fondo 
del  medesimo  un'  urna-capanna,  appoggiata  colla  parte  posteriore  alle  pareti  del 
cilindro.  È  la  più  rozza  espressione  della  capanna.  Ha  base  quasi  rettangolare,  che 
misura  da  un  lato  m.  0,18  e  dall'altro  0,17.  In  ima  faccia  minore  si  apre  la  porticella 
quadrilatera  (m.  0,08  X  0,06)  forata  presso  gli  angoli,  e  chiusa  da  tavoletta  di  terra- 
cotta con  fori  corrispondenti  ai  nominati,  entro  i  quali  l'avanzo  del  sottile  filo  eneo 
che  la  teneva  ferma.  Le  pareti  muovendosi  dalla  base  si  allargano  e  si  arrotondano 
superiormente  nella  copertimi  del  tetto,  che  manca  di  gronda  come  nella  prima  descritta 
(Tomba  5,  tav.  Ili,  fig.  1).  La  copertura  è  accennata  mediante  i  correnti.  La  trava- 
tura mediana,  che  corre  da  sopra  alla  porta  fino  alla  parte  postica,  è  alquanto  rialzata, 
e  tagliente.  Vi  concorrono  per  ogni  lato  tre  travicelli,  i  quali  s'incrociano  a  teste  di 
oca,  rozzamente  plasmate.  Un  altro  travicello  dalla  testata  del  corrente  di  mezzo, 
scende  fin  sopra  all'architrave,  ed  altro  nella  parte  posteriore  ad  uguale  altezza.  È 
alta  in  complesso  m.  0,21;  ha  forma  scomposta  e  fuori  di  simmetria;  la  tecnica 
ugualmente  rozzissima  che  nell'altra  urna  citata,  dalla  quale  solo  diversifica  per  essere 
coperta  di  uno  strato  d'intonaco  biancastro,  ma  senza  traccia  di  decorazione. 

Attorno  all'urna  e  sopra  erano  disposti  con  questo  ordine  gli  oggetti  che  seguono  : 

a)  Tre  fibule,  due  delle  quali  più  grandi  e  con  staffa  inginocchiata,  1'  altra 
con  staffa  interrotta  da  una  sbarra,  i  cui  capi  sono  im  poco  arricciati.  Ripetono  la 
forma  più  comune  delle  fibule  a  scudetto  spiraliforme,  con  arco  graffito  sottilmente 
ad  anelletti.  Nell'ardiglione  delle  due  fibule  grandi  si  trovano  infilati  due  braccialetti 
di  sottilissimo  filo  eneo  raddoppiato  ed  allargantesi  davanti,  a  losanga  ondulata. 

b)  Sopra  al  tetto  della  capanna  si  raccolse  una  fibula  ad  arco  a  foglia  con 
bordi  arricciati  e  decorati  di  piccolissimi  anelli  (efr.  il  tipo  dato  dal  eh.  Ghirardini 
nelle  Notizie  del  1882,  tav.  IH  fig.  20). 

e)  Ciotoletta  con  orlo  rientrante  e  rialzato  da  due  lati  a  guisa  di  prese  rettan- 
golari, ciascuna  delle  quali  ha  due  piccoli  fori. 

il)  Ciotola  grande  con  manico  a  nastro,  superiormente  decorato  da  un  giro  a 
graniture,  che  comprendono  piccoli  tratti  impressi  a  fibula,  e  che  girano  sotto  l'ansa 
guarniti  di  tre  punteggiature  agli  angoli. 

e)  Due  rozze  ciotole  a  tronco  di  cono,  con  piede  appena  rilevato. 

/')  Rozzissimo  vaso  ovoidale  con  manico  a  nastro  e  con  orlo  un  poco  rilevato 
in  fuori.  Ripete  la  decorazione  della  ciotola  descritta  sopra  alla  lettera  d. 

!/)  Idem  di  modello  piccolo. 

h)  Tazzina  a  doppia  ansa,  a  corpo  rotondo,  a  collo  breve  ed  a  tronco  di 
cono.  Da  ciascun  lato,  tra  i  manichi,  un' apofisi  conie;i  con  leggiere  steccature  cun- 
ei ntriclu  . 


—  203  — 

i)  Ciotoletta  rozzissima,  con  orlo  un  poco  rientrante  e  con  piede  allargato  alla 
base.  È  priva  di  manico. 

/)  Ciotola  con  orlo  rientrante,  fondo  piatto,  ansa  asportata  anticamente  e  due 
sporgenze  presso  l'attaccatura  di  questa. 

m  )  Tazza  a  calice,  con  snello  piede,  ma  di  rude  fattura. 

ri)  Piatto  quasi  piano,  sostenuto  su  tre  rozzi  piedi. 

o)  Tazzina  di  tipo  laziale  con  manico  rialzato  sull'orlo  e  solcato  da  due  leggiere 
-leccature.  11  suo  corpo  vedesi  decorato  a  mezzo  di  uno  strumento  a  fune,  di  triangoli 
a   \ citicc  riverso,  e  sotto,  nella  massima  sporgenza,  steccato  a  baccellature. 

/>)  Vaso  rozzo  a  forma  ovoidale  con  orlo  quasi  cilindrico  applicato  alla  parie 
superiore  del  corpo. 

i/)  Due  pocula  che  ripetono  la  forma  del  vaso  precedente. 

/•)  Grani  piccoli  di  pasta  vitrea,  forati  e  coloriti  di  bleu  scuro  e  di  bianco. 

s)  Anelletti  ammagliati  due  a  due,  appartenenti  a  collana. 

/)  Laminetta  circolare  concava,  munita  da  un  lato  di  piccola  presa  forata. 

a)  Faleretta  di  lamina,  in  forma  circolare  e  forata  nel  mezzo. 
85.  Cilindro  chiuso  da  coperchio  emisferico  e  posato  entro  un  pozzetto  che  era 
murato  attorno  con  grossi  frammenti  di  nenfro,  dopo  essere  stato  approfondito  per 
ni.  1,60  circa  nel  terreno  naturale.  Il  cilindro  insieme  al  coperchio  era  alto  m.  1,10. 
Nel  mezzo  si  posava  un' urna-capanna  ripiena  delle  ceneri  del  cadavere.  Ha  pianta 
elittica  non  molto  regolare,  la  quale  misura  nel  diametro  maggiore  m.  0,22(3  e  0,18 
nel  minore.  È  di  una  forma  originalissima,  poiché  manca  della  porticella,  ma,  a 
guisa  di  vaso,  è  chiusa  al  di  sopra  dalla  copertura  del  tetto.  Le  sue  pareti  (mi.  17 
di  spessore)  si  muovono  dal  fondo  allargandosi  in  alto,  e  fanno  acquistare  al  vuoto  un 
diametro  maggiore  di  cm.  24  ed  un  diametro  minore  di  20.  In  giro,  presso  il  fondo, 
è  decorata  di  un  listelletto  a  guisa  di  zoccolo  rilevato,  sul  quale  scendono  dai  fianchi 
sette  listelli  steccati  a  fune,  disposti  attorno  ad  uguali  distanze  e  superiormente  limitati 
da  altro  listello,  che  fascia  la  parte  superiore  dell'urna.  Il  coperchio  incastra  nella 
parte  rientrante  della  medesima,  circa  2  cm.  sopra  a  quest'ultimo  listello.  È  contor- 
nato da  orlatura  rilevata,  su  cui  posano  per  ogni  lato  tre  travicelli  intaccati  a  fune, 
i  quali  si  riuniscono  sulla  costola  mediana  foggiandosi  a  piccole  teste  o  colli  di  oca. 
Quest'urna,  oltre  alla  varietà  del  tipo,  ci  offre  ancora  un  saggio  di  una  tecnica  più 
raffinata,  unita  ad  una  regolarità  e  ad  una  simmetria  tale,  che  non  risconti-ausi  negli 
esemplari  notati.  È  alta,  comprese  le  ocherelle,  cm.  27. 
Completavano  il  funebre  corredo  i  seguenti  oggetti  : 

a)  Kozza  ciotola  a  corpo  compresso  verso  il  fondo,  manico  a  nastro  applicato 
dalla  parte  superiore  del  corpo  all'orlo.  È  priva  di  decorazione  granita  od  impressa. 
Conteneva  una  ciotoletta  di  tipo  laziale  con  manico  rialzato  e  steccata  con  tratti 
verticali  e  paralleli  nella  sporgenza  angolare  del  corpo. 

b)  Vasetto  a  corpo  più  rotondo  del  precedente,  con  manico  identico,  ma  spez- 
zato in  antico.  È  ugualmente  decorato  di  steccature  verticali. 

e)  Ciotola  a  fondo  allungato  ed  orlo  molto  concavo  al  di  sotto.  Gira  attorno 
al  suo  corpo  una  fascia  granita,  che  comprende  piccoli  tratti  obliqui  e  paralleli,  im- 
pressi a  fibula,  e  si  ripiega  angolarmente  ai  lati  dell'ansa,  a  nastro. 


—  204  — 

il)  Navicella  piatta  sostenuta  da  quattro  piedi  ed  incavata  nel  mezzo,  dove  è 
applicato  un  manico  a  bastoncello  ricurvo  :  da  ciascuna  parte  è  decorata  di  tre  sporgenze. 

e)  Rozzissima  ciotola  a  forma  semiovoidale,  con  manico  rotondo  che  s'innalza 
verticalmente  sull'orlo. 

/'  )  Due  rozzi  pocula  privi  di  ansa,  con  corpo  rotondeggiante  e  compresso  verso 
il  fondo,  e  con  orlo  restringentesi  al  centro. 

g)  Vasetto  semiovoidale,  privo  di  ansa  con  piede  sporgente  ad  orlo  piano. 

li)  Vaso  grande  con  corpo  quasi  sferico,  breve  collo  a  tronco  di  cono,  ed  orlo 
rialzato  obliquamente  e  poco  aperto.  Nel  corpo  è  applicata  l'ansa  a  nastro  verticale. 
ed  in  giro  al  medesimo  si  ripete  per  tre  volte  uno  zig-zag  a  duplice  granitura. 
Detto  vaso  era  coperto  da  una  semplice ,  ciotoletta  a  tronco  di  cono  ed  a  piede  al- 
lungato ed  allargato  alla  base. 

i)  Quindici  tazzine  a  calice,  di  tecnica  rozzissima,  identiche  al  tipo  dato  alla 
tav.  Ili,  fig.  7. 

Nel  fondo  del  pozzetto  vari  anelletti  di  bronzo,  una  piccola  lancia  di  lamina  ed 
il  suo  puntale,  e  ima  fibuletta  ad  arco  ondulato,  formata  di  sottile  filo  di  rame. 

86.  Pozzetto  con  cilindro  di  tufo,  il  cui  incavo  era  profondo  m.  0.25  e  largo 
m.  0,35.  Si  trovò  chiuso  dalla  solita  callotta  vuota  al  di  sotto,  e  munita  in  giro  della 
presa  scannellata.  Una  parte  del  coperchio  era  stata  tolta  in  antico,  e  da  quel  vano 
era  stato  saccheggiato  il  contenuto  del  pozzetto.  Si  raccolse  entro  la  medesima  una 
chiudenda  di  urna-capanna  forata  negli  angoli  superiori  :  il  rimanente  della  stessa 
non  si  trovò  né  dentro  né  fuori  del  cilindro.  Il  fondo  di  questa  era  rimasto  inesplo- 
rato, perciò  si  rinvennero  due  vasetti  a  tronco  di  cono  accoppiati  e  di  una  rozzissima 
tecnica;  un  grosso  vaso  ad  orlo  molto  concavo  e  sporgente  e  corpo  rotondo  e  decorato 
ili  quattro  zig-zag  di  doppie  graniture  concentriche  ;  altro  più  piccolo  decorato  di 
meandri  rettangolari  ottenuti  con  pettine  a  due  denti;  due  tazzine  a  manico  rialzato 
-opra  all'orlo  ed  un  rozzo  vaso  a  disco,  sotto  il  cui  orificio  s'innalza  verticalmente 
un'ansa  a  bastoncello. 

87.  Dentro  ad  un  cilindro,  uguale  al  precedente  ed  a  poca  distanza  dallo  stesso. 
si  scoperse  altra  urna-capanna.  Evidentemente  il  contenuto  del  cilindro  fu  manomesso 
fino  da  tempo  antichissimo;  qui  però  le  ceneri  si  trovarono  deposte  da  un  lato  e 
su  quelle  posati  i  frammenti  dell'urna.  Consistono  nel  fondo  rettangolare  (cm.  27  X  20), 
a  cui  aderiscono  in  parte  i  lati  della  capanna,  che  si  muovono  a  piombo  sopra  un 
basso  zoccolo,  e  in  qualche  pezzo  della  copertura  a  doppia  pendenza,  sulla  quale  rile- 
vano per  ogni  lato  tre  travicelli.  Ha  pareti  sottili,  esternamente  levigate  e  abbrunite. 
Qualche  piccolo  frammento  fu  lasciato  attorno  al  cilindro  insieme  ai  detriti  di  altri 
fittili.  Dentro  all'incavo  cilindrico,  tra  la  terra  infiltrata  si  potè  recuperare  una  tazza 
a  forma  ovoidale,  con  piccola  presa  all'orlo  ;  ima  tazzina  a  calice  e  due  armille  ili 
tilo  eneo,  avvolte  a  spira,  e  con  anello  di  ambra  infilato  in  una  delle  medesime. 

88.  Cassetta  per  bambino  alla  profondità  di  m.  0,85.  Ai  suoi  piedi  una  piccola 
tazza  a  fondo  piatto,  graffito  a  raggi  e  punteggiato  nell'intersezione  di  questi.  Cio- 
tola grande  ad  orlo  rientrante  e  priva  di  ansa,  Oenochoe  a  corpo  rotondo  e  compresso 
e  collo  a  tronco  di  cono,  beccuccio  sagomato,  manico  a  nastro  e  corpo  steccato  ver- 
ticalmente. Idem  priva  di  decorazione  nel  corpo,  ma  con  ansa  a  bastoncello,  solcata 


—  205  — 

da  profonda  graffitura.  Oenochoe  a  corpo  sferico,  collo  aperto  a  tronco  di  cono,  unito 
per  la  base  minore,  ed  orlo  sagomato  con  piccolo  beccuccio.  Kantharos  di  bucchero 
a  doppia  ansa  elevata  sull'orlo.  Vasetto  a  bulla,  di  forma  molto  compressa  verso  il 
fondo  ed  orlo  schiacciato  sul  corpo.  1  predotti  vasi,  tutti  quanti  ottenuti  colla  ruota, 
si  trovarono  aggruppati  dalle  ginocchia  ai  piedi.  Un  altro  gruppo  si  raccolse  dall'o- 
mero sinistro  fin  sopra  alla  testa;  essi  sono:  —  Vasetto  a  bulla,  su  cui  è  messo  un 
largo  orlo;  è  d'impasto  giallognolo  con  tracce  di  ornamenti  lineari  di  colore  rosso- 
scuro.  Tazzina  a  piccolo  piede  con  doppia  ansa  e  due  sporgenze  nel  corpo,  tra  Le 
quali  si  ripetono  brevi  tratti  verticali  e  paralleli,  eseguiti  con  uno  stecco  piano.  Cio- 
tola grande  con  meandri  rettangolari,  e  sopra  un  giro  di  due  graniture  a  pettini' 
bidente,  tra  le  quali  una  linea  punteggiata. 

80.  Cassa  cbiusi  da  coperchio  a  quattro  pendenze,  larga  nel  vuoto  interno  m.  0,70, 
lunga  m.  2,05.  Ai  piedi  si  raccolsero  i  frammenti  di  una  ciotola  con  corpo  a  bac- 
cellature, e  di  un  vaso  a  corpo  lenticolare,  a  doppia  ansa  e  doppia  sporgenza.  Alla 
testa  grande  olla  a  corpo  sferico,  munita  di  due  manichi  semielittici  e  di  un  orlo 
aperto  e  piede  a  tronco  di  cono:  detto  vaso  è  plasmato  coli' aiuto  del  tornio  e  con 
creta  rossastra  :  sotto  il  suo  orlo  girano  due  fascie  dipinte  di  rosso,  e  nel  corpo,  da 
ciascun  lato  dei  manichi,  quattro  riquadramenti  a  larghe  zone,  entro  i  quali  è  com- 
presa  una  losanga  tratteggiata  di  sottili  linee  rosse.  Aderente  a  questo  si  trovò  un 
rozzo  vaso  striato  a  baccellature,  e  con  corpo  munito  di  due  manichi,  dei  quali  uno 
tolto  in  antico. 

90.  Questo  pozzetto  si  scuoprì  in  ima  insenatura  del  limite  nord-est  di  questo 
gruppo  di  tombe.  Sembra  che  a  tale  uopo  fosse  stato  spostato  il  limite  predetto,  che 
consisteva  nel  taglio  a  piombo  del  terreno  vergine,  alla  profondità  di  m.  1,20  circa. 
Non  fu  possibile  di  costatare  la  forma  del  cinerario  e  della  ciotola,  poiché  parte 
della  chiudenda  di  tufo  si  era  spezzata,  gravitando  sul  terrapieno  sovrastante  al 
funebre  corredo  :  soltanto  si  poterono  estrarre  in  mediocre  stato  di  conservazione 
due  vasetti  accoppiati  e  muniti  di  ausa,  che  si  riunisce  dall'orlo  dell'uno  a  quello 
dell'altro  ;  ima  tazzina  a  tronco  di  cono,  con  ansa  spezzata  ;  un  vasetto  a  forma  len- 
ticolare con  doppio  manico  rialzato  sull'orlo  e  munito  nel  corpo  di  due  piccole 
sporgenze  coniche  e  di  sottili  steccature  verticali;  poculum  a  forma  ovoidale,  privo 
di  manico;  tazzina  a  tronco  di  cono  con  orlo  piano  e  sporgente;  tazza  a  calice,  di 
tecnica  e  di  fattura  rozzissima.  Tra  la  terra  che  cuopriva  il  fondo  del  pozzetto  si 
rinvenne  una  fusarola  a  forma  ovoidale  compressa,  ed  un  arco  di  fibula  a  foglia,  la 
cui  estremità  è  compita  da  staffa  inginocchiata,  e  da  semplice  scudetto  spiraliforme. 

Regione  VI.  {Umbria) 

V.  Santa  Maria  degli  Angeli  presso  Assisi  —  in  contrada  s.  Vin- 
cenzo, in  un  fondo  del  sig.  Bonaventura  Testaferrata,  alla  distanza  di  circa  un  chi- 
lometro e  mezzo  da  Santa  Maria  degli  Angeli,  a  poca  profondità,  si  trovò  un  muro 
della  lunghezza  di  m.  7,  00,  e  dello  spessore  di  m.  0,  50,  congiunto  ad  altri  mini, 
ad  angolo  retto,  costruiti  in  pietre  rettangolari.  Nel  mezzo  del  recinto,  formato  dai 
suddetti  muri,  si  rinvennero  due  pietre  sepolcrali  iscritte.  La  prima  alta    m.  1.  40. 


—  206  — 

larga  in.  0,  73,  e  terminante  in  fastigio,  nel  cui  mezzo  è  in  rilievo  un  rosone  fian- 
cheggiato da  due  pesci,  reca  V  epigrafe  copiata  dal  prof.  L.  Carattoli  : 

L  VESPRIVS-CF 
SER 

La  seconda,  anch'  essa  fastigiata,  e  lasciata  nuda  inferiormente,  misura  in  al- 
tezza m.   1.  20,  e  reca  il  titolo,  che  pure  fu  trascritto  dal  prof.  Carattoli: 

CVESPRIVSCF- 

Vi  si  trovò  ancora  un  piccolo  canale  da  acquedotto  ;  e  quindi  si  scoprì  una  tomba, 
formata  con  dodici  tegoloni,  alti  ciascuno  m.  0,  65,  larghi  alla  base  m.  0,  4.3.  ed 
alla  testa  m.  0,  38.  Il  cadavere  era  tutto  consunto.  Si  ebbero  poi  tre  vasi  grezzi  con 
ossa  bruciate;  una  punta  di  laneia  in  ferro;  due  piccoli  balsamarì  fittili;  due  fram- 
menti di  tazze  aretine,  e  pezzi  di  vasi  a  vernice  nera. 

Il  giorno  4  maggio  si  scavò  un"  altra  lastra  di  pietra,  alta  m.  0,  85,  larga 
met.  0,  30,  terminante  ad  arco  superiormente,  nella  quale  leggesi  l' iscrizione,  che 
si  desume  dall'  apografo  del  Carattoli  : 

IN  ■  FRONT 

PED-X 
INAGRPX 

E  certo,  come  giustamente  osservò  il  eh.  comm.  Gamurrini,  che  quivi  doveva 
passare  un'  antica  via,  avendo  quei  cippi  la  forma  dei  termini  sepolcrali,  usati  lungo 
e  presso  le  strade. 

VI.  Bastia-UlilblU  —  Merita  qui  di  essere  ricordato  che  a  mezzo  chilo- 
metro da  Bastia-Umbra,  a  destra  della  strada  che  conduce  alla  sopra  nominata  villa 
di  Santa  Maria  degli  Angeli,  nel  predio  le  Scarse,  del  sig.  Pietro  Cavallucci,  del  quali' 
era  affittuario  il  sig.  Giuseppe  Aisa,  nelT  anno  1877  furono  scoperti  cinque  altri  ti- 
toli di  calcare  appennino,  appartenenti  a  tombe  della  famiglia  stessa.  Di  tali  titoli 
ora  non  rimangono  che  miseri  frammenti,  cioè  il  secondo  verso  del  primo,  e  poca 
parte  dell'ultimo.  Erano  tutti  cippi  di  calcare  appennino,  che  cosi,  dallo  stesso  prof. 
Carattoli,  nel  tempo  in  cui  avvenne  la  scoperta,  furono  copiati.  Il  primo,  alto  m. 
<»,  ito,  e  largo  m.  0,  45,  recava: 

T  •  VESPRIO  •  T  ■  L  •  ALEXAEI 
IN  ■  F  •  P  ■  Vili  •  IN  •  ACRV  ■  P  •  XII 

Il  secondo,  appartenente  alla  tomba  stessa,  e  rotto  inferiormente,  ripeteva  la  leggenda 
stessa  colle  varianti  clic  qui  si  rilevano  : 

T  •  VESPRIO  •  T  •  L  ■  ALEXAE 
IN-FP,    VIII-N  -AGRVPXII 

11  terzo,  alto  m.   1.  od.  Largo  ni.  0,  34,  aveva  in  un  solo  verso: 

TVESPRIVSTLN"lOG'S 


—  207  — 
!1  quarto  terminante  in  timpano  con  rosa  nel  centro,  allo   m.  0,  26,  largo  ni.  0,  22. 

conservava  solamente  : 

T  •  VESPP 

Il  quinto  finalmente,  terminante  a  cuspide,  alto  m.  0,  50,  Largo  m.  0,  30,  presentava  : 

C  •  VESPRIVS  ■  T  •  F 


Regìone  I.  (Latium  et  Campania) 

VII.  Roma  —  Note  del  comm.  R.  Lanciani. 

Regione  IV.  Sull'angolo  delle  vie  Cavour  e  Serpenti,  sotto  s.  Francesco  di  Paola. 
è  i' u-nato  in  luce  un  muraglione  a  cortina,  che  per  la  sua  smisurata  grossezza  può 
essere  certamente  attribuito  ad  un  edificio  pubblico.  Il  muraglione  non  è  rettilineo, 
ma  segue  un  andamento  capriccioso,  con  isporgenze  e  recessi,  dei  quali  non  saprei 
render  ragione.  È  ornato  poi  di  nicchioni  di  due  metri  di  diametro,  che  debbono  aver 
servito  per  uso  di  fontana,  vedendovisi  tuttavia  le  asole  o  feritoie  per  la  condottimi. 
di  piombo. 

Quasi  nel  mezzo  della  via  già  Graziosa,  ora  Cavour,  si  è  scoperto  imo  stanzone 
a  cortina,  alla  considerevole  profondità  di  quindici  metri.  Appartiene  ad  una  fabbrica 
costruita  a  scaglioni  su  per  la  china  del  monte. 

Presso  s.  Martino  ai  Monti,  costruendosi  ima  nuova  fabbrica  dall'  ing.  Parboni, 
sono  state  messe  a  luce  pareti  di  un'  antica  casa,  con  affreschi  di  rozza  maniera,  e 
con  tronchi  di  colonne  scanalate.  La  scoperta  più  notevole  è  quella  di  un  ripostiglio 
di  getti  o  boccagli  di  fontana  in  bronzo,  di  artificio  elegantissimo.  Eappresentano  teste 
sileuiche,  teste  di  tigre  e  di  leone.  Neil'  istessa  contrada,  ma  dall'  altro  lato  di  via 
dello  Statuto,  cioè  fra  questa  e  la  via  ili  s.  Martino,  furono  ritrovati,  alcuni  mesi  or 
sono,  tre  mattoncelli  da  ipocausto,  con  notevoli  graffiti  tracciati  sull'argilla  ancor 
fresca.  Sul  primo  si  legge,  a  caratteri  corsivi:  Crispiniane  vivas  cum  omnibus  tuis 
(palma,  corona).  Sul  secondo  e  sul  terzo  è  disegnato  un  palmipede. 

Nello  scavo  pel  collettore  di  via  Cavour  (già  Graziosa)  si  vengono  discoprendo 
pareti  di  antiche  case,  di  ottima  cortina,  una  fra  le  quali  ornata  di  nicchie  semicir- 
colari, con  pavimenti  di  varia  maniera.  Vi  si  è  trovato  un  solo  frammento  di  lapide 
coi  nomi  : 

I  O  C  Hv  S 
LÀLCHAEVS 
L  •  THELIS- 


Nello  scavo  pel  collettore  di  via  dello  Statuto  presso  s.  Martino  si  discoprono 
avanzi  di  una  casa  privata,  con  molte  stanzuole  da  bagno  pensili  sugli  ipocausti.  Ser- 
vono di  fondamento  alla  casa  sepolcri  antichissimi  (intramuranei)  del  tipo  dei  puti- 
coli,  con  pareti  a  blocchi  di  cappellaccio,  abbastanza  regolarmente  squadrati. 

Classe  di      u    a    uo    ili  ecc        Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II.  26 


—  208  — 

Regione  /'.  Costruendosi  una  casa  in  via  Principe  Amedeo,  al  di  là  di  piazza 
V.   E.,  si  è  ritrovata  in  terreno  di    scarico  la  seguente  lapide  marmorea  : 

D  •  M 

L  ■   STATILI  •  L  ■  F  •  SEC  VNDI 
SALONASVE-TERANDAVGT  FLAVIVS       sic 
HESPER  •  EVOC  ■  AVG  •  HEP//////////////// 
B  •  M  •  FECIT  •  CVRA  ■  AC///////////////// 
PLOTIO    REDEMTO   E///////////////// 
P  H  A  N  O  ///////////////// 

IN  FR  P  X  ///////////////// 

Regione  VI.  Continuando  gli  scavi  per  la  fondazione  del  palazzo  della  Banca 
Nazionale,  nelT  area  già  Mercurelli,  sono  stati  ritrovati  :  una  statuina  acefala  di  Ve- 
ni' e,  ad  nn  quarto  del  vero,  di  mediocre  scultura  ;  un  frammento  di  lastra  marmo- 
rea, con  l'epigrafe  seguente  incisa  a  caratteri  eccellenti  : 


jfi  I   S  V  L  A\ 

,/V  N  I  S  V  L  A  N 

FVNISVLAN\ 

A  V  G  V  S  T  À 

INDERÀ  •  ET  ■  MENSVRAS  •  PO 

D      E      D      E      R 

EM-EXEDRAM-MARMORIBVS  / 


alcuni  frammenti  di  decorazioni  architettoniche  ;  e  circa  dieci  fra  catilli  e  mete  di 
molini  di  pietra  vulcanica  grigiastra.  Una  di  queste  mete  porta  incise  le  sigle,  alte 
">72  millimetri  : 

SPFR 

Si  è  poscia  ritrovata  una  seconda  mèta  di  molino,  fornita  di  sigle  che  ho  tra- 
scritte a  questo  modo  : 

G1AM 

A  sud  del  pistrinum,  fra  questo  e  la  chiesa  di  s.  Agata,  si  incomincia  a  sco- 
prire un'  officina  di  scalpellino,  stabilita  fra  i  ruderi  di  antiche  fabbriche  in  epoca 
difficilmente  determinabile.  Vi  sono  sei  rocchi  di  giallo  antico,  uno  di  africano,  un 
masso  di  cipollino,  uno  di  travertino  tutti  segati,  o  incominciati  a  segare,  a  giusta 
misura.  Su  d'un  rocchio  di  giallo  sono  graffite  le  seguenti  leggende: 

MAXIMINA  S  A  LI  S 

ZENVARA  ARCI 

V  S  T  V  S 
VTERE 


0 

VIVAS 

0 

—  200  — 

Via  Nomenlana.  Nell'area  di  Villa  Patrizi,  e  sul  margine  destro  della  Nomen- 
tana  antica  è  stata  scoperta  un' arala  marmorea  di  rozza  fattura,  coi  simboli    della 

libazione  sui  fianchi,  e  con  la  seguente  memoria  incisa  sulla  fronte  : 

D  t*  M 
L  L  A  E  V  I  O 
TERTIO-  PA 
TRONO  BEN 
EMERENTI- A 
RAM-POSVIT 
LLAEVIVSASI 


ATICVS 

Sono  tornati  poi  alla  luce  i  monumenti  che  seguono.  Lastra  marmorea,  incisa  a 
caratteri  di  forma  eccellente,  e  troncata  nell'  orlo  inferiore  : 

CN  ■  MVNATI  •  CNLPARIDIS 

VESTIARIDEDIANIO 
MVNATIAE-CN-L-ANATOLENI 
M-PETRONI-SP-F-COL-SABINI 
MVNATIAE-CN-L-  SECVNDAE 
CNMVNATI-CN-L-PHILEROTIS-VESTIARl 

Colombario  assai  rozzo,  con  loculi  a  due  a  tre  ed  a  quattro  olle,  e  con  pavimento 
di  mattoncini  a  spiga.  Vi  sono  stati  raccolti  in  gran  numero  ossuari  fittili  ;  ossuari 
di  vetro  ;  lucerne  fittili  ;  figurine  ;  amie  ;  ornati   diversi  in  osso,  e  questo  titoletto  : 

D     M 
HELPIDI  -  B  M       sic 

EVTYCHS 

COSERBV*  •  F- 

VIXIT  ANNI) 

XVI 

Via  Salaria.  Nel  terreno  Bertone,  scavandosi  dietro  il  mausoleo  di  Lucilia  Polla, 
si  è  trovata  una  parete  di  sepolcro  di  opera  reticolata,  nel  mezzo  della  quale  sta  mu- 
rata la  seguente  iscrizione  in  lastra  marmorea  : 

a)  D  M    ' 

PRIVATO ' T '  FLA 
VI  '  GAMI  '  VERN  ' 
ANTEROS ' PATER 
ET'  THREPTE'MATER 

PllSSIM    '      FIL' 

VIX  •  ANN  '  ir 

MENS  '   VII  ■ 


—  210  — 
Queste  altre  iscrizioni  stavano  disperse  nel  terrapieno  : 

b)  D  •  M  • 

T  •  ATTIVS  •  T  •  F  •  COL  •  DECIMVS  •  e)  DM 

ATTIAE   •    TRHEPTE   •    LIB   •  I  V  L  I  A  E  •  P  R  I  M  I  GÈ  N  I  AE 

PlENTISSIMAE-  LAIVS- ANICETVSCO 

ET-  ATTIAE-   HEDONE-  ET-  IVGI-DE-SE-B-M-FEC-CVM- 
SIBI-ET    SVIS-POSTERISCt:  QVA- VIXIT- ANNISL- 

EORVM ■ 

■  h  D         M 

P  A  L  P  I  A  E 
S  O  T  E  R  I  D  I    ] 

V-A-XXXVII-M-X-D-XI  111 

C • P A  LP I VS 

R  H  O  D  O 
ET-M-AEMILIVS 

S  A  B  I  N  V  S 

CONIVG  ■  B  •  M  •  FEC 

Sotto  l' iscrizione  di  Privatus  vedesi  scavato  nella  parete  un  loculetto  irrego- 
lare pel  cadavere  di  uu  fanciullo.  Lo  scheletro  aveva  attorno  al  collo  una  collana  ma- 
gica. Altra  collana  simile  è  stata  rinvenuta  a  breve  distanza,  attorno  al  collo  di  un 
secondo  scheletrino.  Sono  oggetti  singolarissimi  e  por  la  materia  e  per  la  varietà  ap- 
pena credibile  dei  tipi.  Come  materia  ho  contato  1'  osso,  1'  avorio,  il  cristallo  di  monte. 
1'  onice,  il  diaspro,  1'  ametista,  1'  ambra,  la  pietra  di  paragone,  il  metallo,  il  vetro, 
la  pasta,  lo  smalto,  etc.  Tu  quanto  ai  tipi  ho  notato  elefanti,  campanelli,  colombi, 
zampogno,  lepri,  coltelli,  conigli,  linguali,  sorci,  una  figurina  della  Fortuna,  polipi. 
braccia  umane,  falli,  martelli,  timoni  di  nave,  globuli,  fusaiuole,  esaedri,  pani  decus- 
sati, denti  di  cignale  e  così  di  seguito. 

Dietro  il  mausoleo  predetto  è  stata  ritrovata  una  seconda  Lapide,  murata  ed  im- 
piombata contro  una  parete  di  reticolato: 

D  M 

TI  CLAVDIO  DI 
O  M  E  D  I  I  V  L  I  A 
NICE  CONIVGI  CA 
RISSIMO  ET  DE 
SE  BENEMER  CVM 
QVAN  XVI  QVA  XXXV 
(Cuin  quo  vixit  aiinis  XVI:  qui  vixit  annis  XXXV). 

Ilo  percorso  il  nuovo  magnifico  viale  dei  monti,  Paridi  in  tutta  la  sua  lungh 
dal  cancello  degli  Orti  Lucernari  sulla    Nomentana  sino  all'Acqua  Acetosa  :  e  trovo 
degno  di  imlii  il  fatto  che  in  una  escavazione  lunga  oltre  a  :;  chilometri,    larga    In 
di.  attraverso  una  delle  più  ridenti  regioni  del  suburbano,  non  sia  tornato  a  luce 


—  211  — 

alcun  vestigio  di  antichi  manufatti.  Ho  raccolto  un  solo  frammento  di  specchio  d'  ac- 
ciaio brunito  senz n. miniti,  il  che  porge    indizio  di  un  qualche  avello  scoperto  e 

distrutto. 

Lungo  la  \ia  (dell'arco  oscuro)  che  dalla  villa  di  Papa  Giulio  III  conduce  al- 
:  Acqua  Acetosa,  ho  osservato  molti  poligoni  basaltini,  messi  in  opera  a  modo  di  pa- 
acarri  o  murati  nei  muri  di  recinto.  Da   ciò  si  conferma  essere  questa  via    antica 
destinata  a  congiungero  la  zona  di  via  Flaminia  col   ponte  Salario. 

Sardinia. 

Vili.  Pilli  —  11  E.  Commissario  prof.  F.  Vivanet  riferì  che  nel  gennaio  del 
decorso  anno,  il  sig.  Francesco  Piladu,  proprietario  del  fondo  denominato  Sa  Biugia 
tfanna,  antica  proprietà  dei  pp.  Scolopi,  e  posta  in  territorio  del  vicino  comune  di 
l'ini,  avendo  fatto  aprire  fossati  per  l'impianto  di  un  vigneto,  in  vicinanza  del  luogo, 
ove  la  tradizione  vuole  sorgesse  una  chiesa  dedicata  a  s.  Nicolò,  scoprì  un  grosso 
macigno  di  calcare  forte,  che  ripulito  dalla  terra,  apparve  decorato  della  seguente 
iscrizione,  chiusa  da  cartello,  della  quale  il  prof.   Vivanet   mandò  un  calco  cartaceo: 

D  M 

MAGNIAE  LVCRh 
TIAE  •  VIXIT  AN 
NIS-XXX  CON 
IVGI  BON  AE 
INCOMPARA 
BILIMARITVS 
FECIT 

La  lapide,  rotta  nel  lato  sinistro,  alta  m.  0,32,  lunga  poco  meno  di  un  metro, 
fu  donata  dal  proprietario  al  museo  di  Cagliari.  Il  prof.  Vivanet  ricordando  che  dal 
territorio  ove  accadde  la  scoperta,  provennero  i  titoli  segnati  nella  pag.  808  del  voi.  X 
del  C.  I.  L.,  credè  opportuno  di  visitare  il  luogo  dello  scavo,  dove  nuli' altro  fu  dato 
di  raccogliere  che  qualche  raro  coccio  di  rozza  stoviglia  e  poche  ossa. 

Koma.  15  luglio  188(3. 

11  Direttore  gerì,  delle  Antichità  e  Belle  arti 
FlORELLI 


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—  213  — 


LUGLIO 


Regione  X.  (Venetià) 

I.  Verona  —  Relazione  di  mons.  Paolo  Vignola,  sugli  scadi  fatti  nella 
canonica  della  cattedrale  durante  il  18S5  ed  i primi  del  1886. 

Col  sussidio  avuto  dal  Ministero  della  Pubblica  Istruzione,  si  cominciò  a  lavo- 
rare sotto  il  chiostro  del  cortile  interno  del  canonicato  ('),  dove  nell'anno  precedente 
crasi  trovato  il  musaico  (cfr.  Notìzie  1884,  ser.  4\  voi.  I,  p.  115). 

Si  trovò  alla  profondità  solita  il  piano  tessellato,  e  l'antico  muro  laterale  del- 
l'edificio, nella  precisa  direzione  di  quello  già  scoperto  nel  cortile,  e  che  conserva 
ancora  i  resti  delle  pitture  parietali  ;  inoltre  la  corsia  di  pietra,  alla  medesima  di- 
stanza dal  muro,  e  dell'identica  larghezza  ;  finalmente  una  base  di  colonna  al  proprio 
posto,  e  la  colonna  stessa  col  suo  capitello,  rovesciata  in  tre  pezzi  sul  piano  del 
musaico. 

Per  materia,  dimensioni  e  forme,  così  la  base  come  il  capitello  somigliano 
a  quelli  trovati  l'anno  scorso  nel  cortile  ;  il  diametro  della  colonna  è  di  m.  0,40  ;  e 
la  lunghezza  dei  tre  pezzi  riuniti  misura  m.  3,80,  senza  la  base  ed  il  capitello;  ed 
in  tutto  m.  4,65,  essendo  la  base  alta  m.  0,25  ed  il  capitello  m.  0,60. 

Questo  scavo,  profondo  m.  1,70,  lungo  m.  12  e  largo  m.  2,50,  praticato  sotto  il 
chiostro,  lungo  il  muro  del  fabbricato  che  sorge  fra  esso  chiostro  e  la  corte  di  s.  Elena,  costò 
spesa  e  lavoro  non  lieve  ;  mentre  si  dovette  sottomurare  il  fabbricato,  che  coi  suoi 
fondamenti  non  arrivava  al  musaico.  Ora  per  altro  si  ha  la  compiacenza  di  vedere 
questo  tratto  tassellato  con  tre  diversi  disegni,  e  colla  colonna  e  capitello  rizzati 
sulla  propria  base,  esposto  alla  vista  di  tutti,  e  difeso  da  una  modesta  cancellata  di 
ferro  mediante  un  sussidio  accordato  dal  Municipio,  che  riconobbe  l'importanza  della 
scoperta,  ed  il  merito  di  essere  visitata  e  studiata  dai  nostrali  e  forestieri. 

(')  Degli  scavi  eseguiti  nel  1885  fa  dato  un  breve  cenno  nelle  Notizie  del  decorso  anno, 
ser.  4",  voi.  I,  p.  483,  poco  dopo  il  ricominciamento  dei  lavori. 

Classe  pi  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  -1".  Voi,  li.  27 


—  214  — 

Neil' eseguire  questo  lavoro,  poco  lontano  dal  muro  di  una  fogna  che  fu  co- 
struita rovinando  il  piano  tessellato,  ed  in  vicinanza  all'esterno  muro  del  chiostro, 
furono  trovati,  proprio  sul  mosaico,  vari  pezzi  ili  una  catena  di  bronzo  ammontic- 
eli iati,  ed  in  tutto  identici  al  frammento  trovato  nel  1884  verso  la  biblioteca,  che 
giace  al  lato  opposto  del  chiostro.  Si  vede  che  la  catena  era  formata  da  tante  croci 
monogrammatiche,  interpolate  di  quando  in  quando  da  ima  piastra  di  bronzo  circolare, 
avente  nel  mezzo  il  monogramma  costantiniano.  Essa  doveva  essere  appesa,  essendosi  tro- 
vato l'anello  terminale  col  chiodo  di  ferro  che  la  sosteneva  unito  ai  frammenti;  e  doveva 
misurare  una  lunghezza  di  circa  m.  5,  qualora  fosse  stata  ima  sola  catena  ;  la  quale 
sembra  essere  stata  appositamente  sepolta  per  nasconderla,  mentre  non  era  coperta 
di  macerie  o  rovine  del  fabbricato,  ma  solo  da  terra  e  piccoli  cocci  importati  sul 
luogo,  dopo  la  distruzione  dell'edificio. 

Furono  pure  trovati  in  questo  scavo  alcuni  frammenti  di  cornice  marmorea  ;  una 
spalla  ignuda  di  statua  muliebre,  pure  di  marino  ;  finalmente  un  resto  di  lastra  anche 
di  marmo,  col  seguente  avanzo  di  iscrizione  cristiana  cemeteriale  : 

lOi  PoY?IN 
FOY^INOY 

kmyeYht 

11  desiderio  di  far  nuove  esplorazioni,  e  la  speranza  di  qualche  sussidio  anche 
dalla  generosità  degli  amatori  della  storia  patria,  spinsero  a  fare  nuovi  scavi  nel 
prolungamento  del  chiostro,  al  di  là  della  fogna  sopra  nominata,  e  nell'ingresso  che 
dalla  corte  s.  Elena  mette  nel  chiostro  medesimo,  sotto  del  quale  si  prevedeva  dover 
estendersi  il  piano  tessellato. 

Patto  pertanto  un  assaggio  dove  si  incontrano  i  due  lati  del  chiostro  coll'in- 
gresso  al  medesimo,  si  trovò  il  mosaico  col  disegno  stesso  di  quello  riscontrato  già 
nel  cortile,  fra  la  corsia  ed  il  muro  del  chiostro,  e  di  quello  ultimamente  scoperto 
dalla  corsia  alla  fogna  che  lo  interrompe  ;  e  si  riconobbe  che  collo  stesso  disegno  pas- 
sava sotto  il  muro  della  casa,  posta  fra  il  chiostro  e  la  cattedrale;  masi  riconobbe 
pure  la  difficoltà  del  lavoro,  atteso  che  il  muro  di  questa  casa  poggiava  solo  sulle 
macerie,  sepolte  alla  rinfusa  nei  secoli  andati,  senza  alcun  fondamento  murato:  e  si 
dovette  da  quel  lato  sospendere  lo  scavo,  e  prolungarlo  verso  l'ingresso,  lavorando  nel 
mezzo  per  scandagliare  il  terreno  senza  pericoli. 

Con  questo  scavo  si  venne  fortunatamente  a  scoprire  l'esistenza  di  un  gradimi 
di  pietra  viva,  alto  m.  0.25.  che  sorgeva  dal  piano  del  mosaico,  ed  era  fiancheggiato 
da  un  muriceinolo  nella  direzione  della  lunghezza  dell'ingresso,  segno  evidente  che 
iu  doveva  esistere  uno  speciale  manufatto,  dal  quale  facilmente  si  sarebbe  potuto 
arguire  la  destinazione  dell'antico  edificio;  e  quindi  si  ebbe  nuovo  stimolo  a  prose- 
guire ed  allargare  il  cominciato  lavoro. 

Assicurato  pertanto  con  sottomurazione  il  fondamento  della  casa  sopra  accennata, 
e  costruito  un  muro  di  sostegno  al  terreno,  trasversalmente  ai  due  lati  del  chiostro, 
I'it  inni  mettere  in  pericolo  i  fabbricati,  si  prolungò  ed  allargò  lo  scavo,  e  >i  pus.' 
in  uinlo  un'area  di  in.  3,80  in  lunghezza  e  m.  3,60  in  larghezza,  tanto  cioè  quanto 


—  215  — 

è  La  larghezza  dell'ingresso  al  chiostro:  ed  allora  si  riscontrò,  che  il  gradino  sopra 
indicato  serviva  di  limite  esterno  di  una  zona  rialzata  e  tessellata  nel  solito  modo, 
e  che  il  muricciuolo  la  limitava  lateralmente  per  tutta  la  sua  lunghezza.  A  liam-o 
del  gradino,  ed  a  capo  «lei  muricciuolo  cou  qualche  sporgenza  doveva  esistere  una 
piccola  colonna,  indicata  nel  piano  generale  tessellato  ila  un;!  pietra  quadra  con  traccia 

circolare  e  fittone  di  l'erro  impiombato;  e  sulla  estremità   dei   gradi loveva  pure 

esistere  uno  stipite  o  pilastrino,  indicato  da  una  incassatura  quadra  in  esso  praticata, 
con  frammenti  di  piombo  fuso  ad  essi  aderenti.  Nel  muricciolo,  grosso  m.  0,45,  alla 
distanza  di  circa  m.  1,00  dal  suo  principio,  è  un'apertura  larga  ni.  0,65,  con  soglia 
e  stipiti  in  vivo:  i  quali  hanno  una  scanalatura  verticale,  atta  a  ricevere  un  assito 
o  paratoio,  per  chiudere  l'apertura  medesima.  Essa  apertura  mette  ad  un'edicola  se- 
micircolare, del  raggio  di  m.  0,60,  che  si  riconobbe  èssere  di  costruzione  posteriore 
al  muricciuolo  ed  all'  apertura,  giacché  la  parete  semicircolare  poggia  sul  mosaico 
del  piano  generale  dell'edificio,  mosaico  che  vi  passa  sotto  col  suo  disegno  a  fascia, 
fiancheggiante  il  muricciuolo  rettilineo  più  antico;  ed  il  pavimento  dell'edicola  è  a 
livello  della  soglia  dell'apertura,  ed  è  cementato,  ma  non  tessellato  ;  più  alto  quindi 
m.  0,20  del  mosaico  sottoposto.  Il  muricciuolo.  dopo  l'edicola,  si  prolunga  ancora:  e 
nella  parte  esterna  verso  il  piano  generale,  conserva  im  piccolo  tratto  dipinto,  con 
una  pianticella  che  sorge  dal  suolo,  e  si  eleva  a  circa  m.  1,00  di  altezza;  e  poco  più 
doveva  essere  anche  l'altezza  del  muricciuolo  e  dell'edicola,  giacché  nello  sterramento 
furono  trovati  alcuni  pezzi  di  rivestitura,  in  parte  marmorea,  e  mattoni,  nell'esame 
dei  quali  si  rilevò  ohe  avevano  servito  ad  .altri  più  antichi  manufatti  :  ed  in  uno  di 

essi  esiste  àncora  il  bollo  rettangolare 

( 
DIN  AOL  •  O 

È  da  notare  inoltre  che  nello  sterrare  l'area  sopra  accennata,  si  trovarono  vari 
pezzi  di  una  piccola  colonna  di  marmo  africano,  spaccata  longitudinalmente,  ed  un 
capitello  pure  di  marmo,  opera  certo  romana  del  buon  secolo.  Questa  colonna  col 
suo  capitello  doveva  essere  quella,  che  fiancheggiava  il  gradino  del  rialzo  sopra  men- 
tovato. Altri  piccoli  pezzi  poi  di  colonnette  di  giallo  antico  e  di  capitelli  di  tufo  di 
epoca  bassa,  coloriti  in  giallo  e  rosso,  trovati  vicino  al  muricciuolo  ed  all'edicola, 
fanno  sospettare  che  sulle  rivestiture  sorgessero  delle  colonnette,  e  conchiudere  con 
ogni  probabilità  che  l'antico  edificio,  prima  della  sua  distruzione,  fosse  stato  restaurato. 

Da  questa  interessante  scoperta  non  si  poteva  per  altro  ancora  conoscere,  né  la 
lunghezza  né  la  larghezza  del  rialzo  fiancheggiato  dal  muricciuolo,  massime  perchè 
da  un  lato  il  fabbricato,  posto  tra  il  chiostro  e  la  corte  di  s.  Elena,  poggia  col  suo 
fondamento  sul  mosaico  del  rialzo,  e  trasversalmente  sotto  l'ingresso  era  stata  in 
antico  scavata  un'altra  fogna,  più  profonda  del  piano  tessellato.  Si  tentò  quindi  un 
altro  scavo,  più  in  là  della  fogna;  e  si  trovò  il  mosaico  del  rialzo  e  la  continuazione, 
quantunque  deperita,  del  muricciuolo  che  lo  fiancheggia,  con  un'altra  apertura  uguale 
a  quella  sopra  descritta,  e  da  essa  distante  m.  5,00.  Ma  anche  qui,  alla  distanzi 
di  altri  2  metri,  un'altra  fogna,  o  forse  un  sepolcro,  proibì  di  inoltrarsi  colle  esplo- 
razioni. Vedendo  pertanto,  che  non  si  poteva  conoscere  la  precisa  lunghezza  di  questo 
manufatto,  che  oramai  era  di  circa  m.  10,  si  tentò   di  fare    un'apertura    nel    muro, 


—  216  - 

che  poggiava  sul  mosaico  del  rialzo,  per  vedere  la  loro  larghezza.  [1  lavoro  fu  fati- 
coso ;  poiché  il  cemento  del  imiro  costruito  con  pezzi  di  colonna  e  di  pietre,  proprio 
sul  mosaico  intatto,  era  così  indurito  da  sembrare  altrettanta  pietra;  esso  diede  per 
altro  un  ottimo  risultato,  giacche  si  scoperse  la  precisa  larghezza  del  rialzo,  fiancheg- 
giato dagli  avanzi  di  altro  muricciuolo,  uguale  in  grossezza  e  paiallelo  al  primo 
scoperto,  e  al  di  là  il  piano  generale  tessellato,  più  basso  m.  0,20,  collo  stesso  di- 
segno e  scomparto  di  quello  trovato  adiacente  all'altro  muricciuolo  longitudinale.  L'area 
tessellata,  compresa  tra  i  due  muricciuoli,  è  larga  m.  1,85;  e  la  larghezza  del  ma- 
nufatto rialzato,  compreso  lo  spessore  dei  due  muricciuoli,  è  di  m.  2,75. 

L'apertura  praticata  nel  sopra  accennato  muro,  mettendo  sotto  l'impalcatura  di 
un  locale  terreno,  dove  senza  pericolo  si  poteva  lavorare,  spinse  a  far  eseguire  lo 
sterramento  di  tutta  l'area  compresa  fra  i  muri  di  esso  locale,  che  è  di  m.  4,00  X  8,00. 
Quivi  pure,  come  attendevasi,  fu  trovato  il  piano  tessellato,  quantunque  in  più  parti 
offeso,  e  la  traccia  di  un  altro  muricciuolo  rettilineo,  e  perpendicolare  a  quello  che 
fiancheggiava  il  rialzo;  ed  anche  questo  di  costruzione  posteriore  al  mosaico,  che  è 
da  esso  attraversato  nei  suoi  scomparti  e  disegni.  Questo  locale  sterrato  è  attual- 
mente tutto  sgombro,  e  può  essere  visitato  discendendo  dall'ingresso  al  locale  supe- 
riore, mediante  un  vano  lasciato  libero  nel  lavoro  di  sottomurazione,  per  sostenere  la 
scala  che  mette  negli  appartamenti  soprastanti. 

Dalle  fatte  scoperte  era  sorto  un  fondato  sospetto,  che  il  rialzo  col  suo  manu- 
fatto dovesse  sorgere  sulla  linea  mediana  di  una  vasta  campata,  o  platea  centrale, 
fiancheggiata  da  due  altre  minori  in  larghezza,  ma  eguali  in  lunghezza,  e  diviso  da 
queste  longitudinalmente  da  due  corsie  di  pietra,  sulle  quali  sorgessero  due  serie  di 
colonne,  che  mediante  archi  ed  architravi,  avessero  sostenuti  i  coperti,  o  delle  due 
campate  laterali  (che  in  questo  caso  sarebbero  stati  portici,  restando  scoperta  la 
campata  o  platea  centrale),  o  di  tutto  l'intero  fabbricato. 

Quantunque  senza  denari,  si  volle  dal  sottoscritto  tentarne  la  prova  con  uno 
scavo  d'assaggio,  in  un  locale  terreno  contiguo  all'ingresso  del  chiostro,  ed  apparte- 
nente alla  casa  posta  fra  l'ingresso  e  la  cattedrale.  Fortunatamente  si  trovò  subito 
la  continuazione  del  piano  tessellato  collo  stesso  scomparto  ;  ed  alla  distanza  sospet- 
tata, la  corsia  di  pietra  della  stessa  materia  e  larghezza  della  prima,  già  scoperta 
nel  cortile  fino  dal  1884,  e  negli  ultimi  scavi  sotto  il  chiostro;  ed  al  di  là  di  essa, 
la  continuazione  del  musaico,  che  passa  sotto  il  muro  della  casa  verso  la  cattedrale, 
e  che  (se  il  fabbricato  .'istrutto  era  simmetrico)  avrebbe  dovuto  estendersi  al  di  là 
del  piccolo  viottolo  interposto,  anche  sotto  i  muri  della  cattedrale  medesima.  In 
questo  caso  la  larghezza  del  piano  tessellato,  dall'uno  all'altro  muro  laterale  dell'edi- 
ficio, comprese  le  due  corsie  di  pietre,  sarebbe  stato  di  circa  m.  28,00. 

Un  piccolo  scavo  sulla  piazza  della  cattedrale,  vicino  alle  case  del  canonicato 
che  la  fiancheggiano,  sarebbe  stato  preziosissimo,  sia  per  determinare  precisamente 
questa  larghezza,  sia  per  precisare  dove  cominciasse  1'  antico  edificio,  che  ivi  certo 
doveva  avere  principio.  Fattane  pertanto  dimanda  all'onorevole  Giunta  Municipale, 
fu  da  essa  gentilmente  fatto  eseguire  nel  luogo  da  me  indicato;  e  sono  in  dm  eie 
di  esprimere  alla  rappresentanza  del  Comune  i  più  vivi  ringraziamenti. 

Lo  seaA a  poteva  avere  risultati  più  soddisfacenti  ;  poiché  alla  precisa  distanza 


—  217 

indicata,  si  trovò  l'altro  muro  laterale  dell' antico  edificio;  ed  alla  stessa  profon- 
dità il  piano  tessellato,  che  terminava  col  muro  mediante  una  fascia  bianca,  avente 
un  piccolo  bordo  giallo  e  nero  verso  il  mosaico,  lavorato  a  quadretti  bianchi  con 
rosetta  gialla  e  rossa  nel  centro,  e  contornati  da  piccola  fascia  rossa  e  bianca  con 
bordo  nero.  Gli  avanzi  di  un  muro  trasversale  antico,  ma  posteriore  al  mosaico,  su 
cui  è  poggiato  e  ne  taglia  il  disegno  (di  materia  e  costruzione  identica  alle  edicole 
sopra  menzionate),  e  sopra  di  essi  i  fondamenti  di  altri  muri  meno  antichi,  impedi- 
rono, è  vero,  di  poter  rilevare  precisamente  il  principio  dell'area  tessellata  ;  ma  scavi 
più  oltre  praticati  fecero  conoscere,  che  non  poteva  prolungarsi  sino  alla  porta  della 
casa,  che  è  indicata  col  n.  19,  prima  della  quale,  in  una  cantina  della  stessa  casa, 
esistono  i  ruderi  di  antichissimo  muro,  che  si  innalzano  più  del  livello  del  piano 
generale  tessellato,  e  che  dovevano  segnare  il  principio  dell'edificio.  Un  ulteriore  scavo 
sotto  il  chiostro  sottoposto  alla  biblioteca  canonicale,  potrebbe  forse  confermare  questa 
verità,  per  ora  supposta. 

Intanto  dagli  scavi  praticati  e  dalle  scoperte  fatte  sino  ad  ora,  si  è  in  grado 
di  precisare  la  larghezza  dell'edificio  in  m.  28,30,  oltre  lo  spessore  dei  muri  laterali, 
e  di  asserire  che  la  sua  lunghezza  non  era  minore  di  m.  48,00,  oltre  le  adiacenze 
che  certo  si  allungavano  sino  al  Vescovato.  La  grande  area  quindi  tessellata,  tutta 
ad  un  livello,  ma  con  disegni  diversi,  senza  essere  frazionata  da  parete  alcuna,  e  solo 
divisa  in  tre  campate,  dalle  corsie  di  pietra  e  dalle  colonne,  che  dovevano  essere 
rizzate  ad  intervalli  su  di  esse,  aveva  una  superficie  di  m.  28,30  X  48,00,  e  solo 
verso  il  fine  della  campata  centrale  era  occupata  dal  manufatto  sopra  descritto,  largo 
m.  2,75,  compreso  lo  spessore  dei  muri,  e  lungo  certo  più  di  m.  10,00,  senza  che  si 
abbia  nessun  dato  dell'altezza. 

Siamo  per  altro  ancora  molto  lontani  dal  potere  dedurre,  con  probabilità,  la  pri- 
mitiva destinazione  e  l'uso  successivo  di  questo  antico  edificio  veramente  monumen- 
tale, distrutto  da  tanti  secoli.  La  sua  prima  destinazione  resta  ancora  ima  inco- 
gnita, che  non  potrà  essere  risoluta  senza  ulteriori  lavori  su  più  larga  scala,  nello 
vicinanze  della  cattedrale  e  del  Vescovato.  Sotto  la  cattedrale  infatti  passa  una  gal- 
leria od  acquedotto,  nel  senso  della  sua  lunghezza,  colla  sommità  della  volta  m.  1,50 
circa  più  bassa  dell'attuale  pavimento  della  chiesa  ;  e  i  materiali  usati  nella  costru- 
zione del  coro,  e  specialmente  del  campanile,  nelle  parti  più  basse,  devono  avere  ser- 
vito a  qualche  grandioso  edificio  romano,  che  era  o  sul  luogo  o  lì  vicino.  Nelle  scu- 
derie e  nei  pianterreni  del  Vescovato,  verso  l'Adige,  e  vicino  a  s.  Elena,  sono  posti 
in  opera  grandi  pezzi  di  pietra  con  nomi  e  brevi  epigrafi  romane. 

Quello  che  si  può  dire  per  ora  quasi  con  certezza  si  è,  che  l'edificio  prima  di 
essere  distrutto,  deve  essere  stato  in  parte  restaurato  al  tempo  del  decadimento  e 
probabilmente  sotto  Teodorico,  il  quale  di  tanti  lavori  e  fabbriche  volle  adornare  la 
sua  Verona.  La  supposizione  di  due  basiliche  cristiane  contigue,  dottamente  pro- 
pugnata dal  eh.  conte  Carlo  Cipolla,  non  sembra  possa  ammettersi. 

Una  chiesa  lunga  certo  più  di  m.  48  e  larga  m.  28,30,  più  larga  dell'odierna 
cattedrale,  discendendo  pure  al  VI  secolo,  non  è  ammissibile  nell'interno  di  Verona, 
i  cui  vescovi  avevano  col  loro  clero  la  residenza  in  luoghi  vicini,  ma  fuori  di  essa. 
Che  nelle  adiacenze  a  questa  grande  area  tessellata  (come  quelle  esistenti  in  s.  Elena 


—  218  — 

ad  un  livello  naturalmente  più  basso,  per  secondare  il  declivio  del  fiume)  sia  esi- 
stito un  tempio  dedicato  a  Minerva,  come  scrive  il  Canobio,  il  quale  poscia  fosse 
dedicato  alla  ss.  Vergine,  ed  abbia  preso  in  seguito  il  nome  di  s.  Maria  Matricolare, 
è  cosa  naturalissima,  massime  se  tra  il  Vescovato  e  s.  Anastasia  fosse  antica- 
mente esistito  il  Circo,  come  opina  il  Pompei;  ma  che  gli  estesi  mosaici  ora  sco- 
perti sieno  il  pavimento  di  una  basilica  cristiana  nel  secolo  VII,  è  molto  difficile, 
se  non  impossibile,  a  credersi. 

D'altra  parte,  come  ima  così  grande  ed  ornata  basilica,  dedicata  al  Dio  dei 
cristiani,  avrebbe  potuto  essere  così  presto  dimenticata  e  profanata  coli' erigervi  sopra 
abitazioni,  e  coltivarvi  orti  ad  uso  privato?;  e  ciò  dai  membri  del  clero  stesso,  molto 
prima  che  Ratoldo  (in  proprietà  del  quale  erano  pervenuti  per  eredità,  acquisti  e 
permute)  fossero  assegnati  ai  canonici  nell'anno  813  per  stabilirvi  la  loro  residenza, 
come  risulta  dall'atto  formale  che  esiste  nell'archivio  capitolare? 

Per  contrario  è  molto  più  probabile,  che  i  vescovi  ed  il  clero  abbiano  trasportato  nel 
VII  od  Vili  secolo  le  loro  abitazioni  sugli  avanzi  dei  pubblici  edilizi  profani,  nella 
massima  parte  rovinati  e  distrutti,  e  qualche  parte  dei  quali  era  stata  convertita 
e  ridotta  ad  uso  di  tempio  cristiano,  prima  che  nel  IX  secolo  fosse  eretta  la  nuova 
cattedrale. 

Né  l'aver  trovata  sul  mosaico  la  catena  di  bronzo,  senza  dubbio  cristiana,  può 
essere  argomento  per  convalidare  l'opinione,  che  i  mosaici  ora  scoperti  fossero  il  pa- 
vimento della  supposta  basilica,  mentre  dal  luogo,  dal  modo  e  dalla  materia  colla 
quale  la  catena  era  coperta,  vedesi  chiaro  che  era  stata  importata  da  altro  luogo 
e  quivi  nascosta  o  sepolta. 

Così  pure  non  possono  esserne  argomento  le  iscrizioni  tessellate  del  mosaico. 
Bisognerebbe  infatti  provare,  che  simili  iscrizioni  non  furono  mai  usate  nei  mosaici 
lavorati  per  editici  profani,  e  che  l'introduzione  di  tali  memorie  tessellate  fosse  stata 
esclusivamente  cristiana,  e  riservata  assolutamente  alle  chiese  ed  alle  basiliche. 

Nota  dell'ispettore  prof.  Carlo  Cipolla,  sopra  marmi  scrii  ti  rin- 
venuti liei  letto  dell'Adige. 

Or  non  è  molto  vennero  levate  le  pietre  che  giacevano  nel  letto  dell'Adige,  per 
la  rovina  del  Ponte  Nuovo,  avvenuta  nella  piena  del  settembre  1882.  Ebbi  altra 
volta  occasione  di  rilevare  (cfr.  Notizie  1883,  ser.  3a,  voi.  XI,  p.  383),  come  nel 
togliere  altri  massi  di  pietra,  appartenenti  alla  stessa  rovina,  avessero  riveduta  la 
luce  alcuni  importanti  titoli  romani. 

Ora,  tra  gli  stessi  avanzi  si  recuperarono  altre  pietre,  alcune  iscritte,  alcune  sola- 
mente decorate,  le  quali  tutte  vennero  trasportate  nel  civico  Museo.  Queste  pietre  si : 

a)  Cippo  di  calcare  bianco,  di  forma  quadrangolare,  alto  m.  0,78,  largo  m.  0,49, 
e  dello  spessore  di  m.  0,42,  mancante  al  lato  sinistro  di  circa  cent.  20.  È  corni- 
ciato, ma  la  cornice  venne  smussata,  per  rendere  il  masso  più  adatto  a  servire  di 
materiale  da  costruzione.  Entro  la  cornice  è  rappresentato  in  rilievo  un  littore,  te- 
nente colla  sinistra  il  fascio,  appoggiato  alla  spalla.  La  destra  è  piegata  in  basso,  e 
certamente  reggeva  la  verga;  se  non  che  la  sopra  indicata  mancanza  della  pietra, 
porlo  \  ia  non  solo  la  verga,  ma  anche  la  parte  interiore  del   braccio. 


—  210  — 

b)  Porzione  destra  diana  lapide  rettangolare,  riccamente  corniciata,  alta  nello 
si  ito  attuale  in.  1,13,  larga  m.  0,67,  e  dello  spessore  di  ra.  0,34.  La  scorniciatili;! 
è  in  rilievo,  e  gira  intorno  al  margine  destro  superiore  ed  inferiore;  il  margine  si- 
nistro essendo  mancante,  come  si  è  accennato.  Vi  è  scolpito  nel  margine  destro  un 
ramo  di  albero  adornato  di  frutta,  che  sorge  da  un  nascimento  di  foglie.  Nelle  altre 
parti  due  grifi  affrontati  e  proteggenti  un'urna,  che  trovasi  in  mezzo  a  ciascun  gruppo. 

e)  Cippo  parallelepipedo  di  calcare  bianco,  alto  ni.  0,50,  largo  m.  0,60,  dello 
spessore  di  m.  0,26.  Vi  si  legge  in  belle  lettere: 

P-SATRIVS-P- F 
NIGERSIBI-  ET 
P  •SATRIOC-  F 
//////ONI-  PATRI 

d)  Cippo  in  calcare  bianco,  sormontato  da  un  timpano,  sostenuto  da  due  cornici 
adornanti  i  margini  della  lapide.  Nel  timpano  sono  rappresentati  due  conigli,  che 
mangiano  un  grappolo  d'uva.  Giù  in  basso  il  cippo  presenta  il  solito  subsellio  tra  due 
fasci,  come  si  conveniva  ad  un  seviro  ;  un  seviro  infatti  è  ricordato  nell'iscrizione,  che 
leggesi  nel  campo  sotto  al  timpano.  È  alto  m.  2,24,  largo  0,76,  dello  spesso  e  di 
ni.o.42.  L'epigrafe,  di  buonissimi  caratteri,  dice: 

M    ■    S  E  L  I  V  S 
SPERATVS 
S I B I        ET 
M-SELIO-  MAXIMO 
PATRI -VIVIRAVG 
SELIAE-M-LIB 
MODESTAE 
M  ATR  I 

t  F  I 

La  famiglia  Selia  è  nota  tra  le  veronesi  (cfr.   C.  I.  L.  V,  3648,  3802). 
Oramai  ninna  altra  speranza  rimane  più  di  trovare  altre  antichità,  tra  i  ruderi 
del  Ponte  Nuovo,  essendo  terminati  i  lavori  per  il  loro  recupero  nel  letto  del  fiume. 

II.  S.  Vito  di  Negl'aro  (Comune  di  Negra r)  —  Rapporto  dei  signori 
prof.    C.  Cipolla  e  P.  Sgulmero,    vice  bibliotecario    della   comunale  di 
Verona. 

Ci  recammo  il  9  di  luglio  in  s.  Vito  di  Negraro,  per  riconoscere  l'iscrizione 
edita  nel  voi.  V  del  C.  I.  L.  u.  3980  ;  poiché  non  era  stato  possibile  al  eh.  Mommsen 
di  vedere  quella  epigrafe,  che  era  sepolta,  essendo  stata  adoperata  nelle  fondamenta 
della  casa,  ora  posseduta  dal  sig.  Antonio  Quintarelli,  sulla  riva  sinistra  del  torrente 
detto  di  Negrar,  proprio  allo  sbocco  del  ponte  denominato  di  s.  Vito.  Trattasi  di  un'arca 
sepolcrale  di  calcare  bianco,  completa,  tranne  il  coperchio,  per  quanto  almeno  si  può 
ora  vedere.  La  fronte  dell'arca  misura  m.  2.21  .  l'altezza  è  di  m.  0,77,  lo  spessore 


—  220  — 

di  01.  0,08.  Le  lettere  sono  profondamente  incise  ed  elegantemente  condotte,  ed  il 
quadro  in  cui  è  posta  1'  epigrafe,  è  tra  le  due  solite  pseudofìnestre.  Il  primo  a 
vederla  fu  il  consigliere  Gaetano  Pinati,  che  la  comunicò  all'Orti,  il  quale  la  pubblicò 
inesattamente  (Intorno  ai  confini  del  territorio  Veronese  e  Trentino,  Verona  1830, 
p.  34).  L'Orti  non  indicò  il  luogo  della  lapide,  della  quale  abbiamo  una  copia  a 
fac-simile,  disegnata  in  un  utilissimo  opuscolo  (cfr.  C.  1.  L.  V,  p.  327,  n.  XXXII) 
di  Giuseppe  Razzetti,  che  si  conserva  manoscritto  nella  biblioteca  comunale  di  Ve- 
rona col  n.  868.  Se  non  che  questa  copia  del  Razzetti,  che  servì  per  la  pubblica- 
zione del  Mommsen,  presenta  come  completo  il  titolo,  nel  quale  invece  è  da  segnare 
una  lacuna,  per  una  frattura  che  non  è  recente.  Vi  si  legge,  in  lettere  alte  nel  secondo 
verso  m.  0,10: 

D  W 

VALER  iae    p  R  I  M  I 

TI VAE  •  VALEK.I A  •  C  ■  F  •  FES 

TIVA  •  MATRI  ■  PllSSIMA 
B  M 

Siamo  gratissimi  al  sig.  Quintarelli  per  la  gentilezza  con  cui  favorì  le  nostre  ricerche. 

Regione  VII.  (Cispadana) 

III.  Bologna  —  Scoperte   nella  via  dell'  Indipendenza,  descritte  dal 
prof.  E.  Brizio  in  un  rapporto  al  R.  Commissario  Gozzadini. 

Mi  pregio  di  rendere  noto  a  V.  S. ,  che  in  seguito  al  permesso  rilasciato  dal 
sig.  sindaco  alla  Commissione  incaricata  dalla  Deputazione  di  storia  patria  per  la 
carta  archeologica  della  città  e  provincia  di  Bologna,  di  accedere  nelle  aree  ove  si 
fanno  le  costruzioni  nella  via  dell'Indipendenza,  mi  recai  il  9  luglio  a  visitare  i  la- 
vori che  sono  in  corso  per  il  fabbricato  che  è  in  continuazione  a  quello  Coltelli. 

Nel  cavare  le  fondamenta  del  fabbricato  stesso,  sono  stati  trovati  avanzi  antichi 
di  varie  epoche.  Nel  limite  occidentale  della  casa,  verso  il  giardino,  sono  apparse  le 
traccio  di  un  ampio  fondo  di  capanna  del  periodo  di  Villanova.  Si  sono  già  estratti 
molti  frammenti  di  vasi,  alcuni  dei  quali  con  graffiti,  altri  con  cordoni  all'orlo,  ed 
altri  con  impressioni  di  serpentelli.  Il  pezzo  più  importante  però  é  una  specie  di 
mattone,  forse  un  alare,  tutto  ad  impressioni,  come  altri  raccolti  dal  eh.  Zannoni  in 
molti  punti  di  Bologna,  od  ora  esistenti  nel  Museo.  Sul  limite  orientale  della  me- 
desima casa,  presso  la  strada,  ho  notato  una  quantità  straordinaria  di  vasi  fini  rossi 
e  neri  dell'epoca  romana.  Dalla  loro  giacitura  argomento  sieno  oggetti  di  scarico.  Ho 
fatto  porre  in  disparte  i  pezzi  meglio  conservati,  tanto  dell'epoca  romana,  quanto  del 
periodo  di  Villanova,  acciò  sieno  poi  mandati,  secondo  la  convenzione,  al  Municipio. 

Regione  Vili.  (Etruria) 

IV.  Fiesole  —  Nota  del  R.  Commissario  comm.  G.  Fi;.  Gamurrini. 
Sotto    le    mura   etnische  di  Fiosolo  dalla  parte  di  tramontana,  nel   terreno  de] 

sig.  G.  Fancelli,  è  stato  scoperto  un  sopolcro  di  forma  assai  singolare.  È  una  piccola 


—  221  — 

stanza  sotterranea,  quadrata,  di  m.  2,15  di  lato,  alta  in.  2,00,  scoperchiata  della 
volta,  forse  di  tempo  recente. 

La  porta  si  volge  a  ponente,  di  forma  rettangolare,  larga  in.  0,71,  alta  ni.  1.1  I. 
ed  è  tuttora  chiusa  interamente  da  una  sola  grandissima  pietra.  Non  in  mezzo,  ma 
più  presso  alla  porta,  si  alza  una  colonnetta  di  m.  1,30,  tutta  di  un  pezzo,  e  tronca 
e  spianata  in  cima,  ad  indizio  funerario;  e  si  posa  sopra  una  larga  base  quadra,  che 
ha  il  lato  di  m.  0,59;  cioè  due  piedi  romani. 

Questo  ipogeo  é  costruito  a  grandi  massi,  alcuni  dei  quali  prendono  tutta  la 
larghezza  della  parete;  sono  pulitamente  condotti  a  scarpello,  e  commessi  l'uno  sul- 
l'altro senza  cemento,  con  tagli  molto  precisi;  in  modo  da  formare  una  delle  costru- 
zioni più  belle  dell'epoca  etrusco-romana.  È  la  prima  volta,  che  io  sappia,  che  si  rivela 
in  Etruria  un  tal  genere  di  sepolcro  ;  di  collocare  cioè  nel  mezzo  dell'ipogeo  una  co- 
lonnetta o  stele  troncata,  sotto  la  quale  avrebbe  dovuto  essere  collocato  il  vaso  ci- 
nerario di  qualche  nobile  personaggio;  perocché,  scrive  Servio  il  commentatore  (in  Aen. 
Vili,  v.  664):  columnae  mortuis  uobilibus  superpommlur. 

Negli  scavi  presso  il  teatro  di  Fiesole,  tra  gli  altri  piccoli  oggetti  si  raccolse 
un  collo  di  anfora  vinaria,  che  nel  manico  porta  il  sigillo  di  fabbrica  a  lettere  ri- 
levate CINA  per  Cima.  Ma  ben  più  importante  è  ciò  che  è  segnato  a  minute  let- 
tere, dipinte  in  nero  sul  collo  : 

U  •  OP  •  Q_    I'  •  M 
COS 

che  ci  dà  il  consolato  dell'anno  633  di  Roma,  cioè:  L.  Op(imio),  Q.  F(abio)  M{axumo) 
co()i)s(ulibus). 


V.  Perugia  —  Sulla  fine  dello  scorso  febbraio  il  sig.  Napoleone  Neri  ebbe 
il  permesso  di  fare  alcune  indagini,  nel  fondo  suburbano  denominato  Frontone,  presso 
il  pubblico  passeggio  di  Perugia  ;  e  nei  primi  lavori  raccolse  vari  oggetti  di  suppel- 
lettile funebre,  cioè  :  parecchi  avanzi  di  un'  armatura  di  bronzo,  ossia  di  un  elmo  di 
una  corazza  e  di  uno  scudo  ;  due  gambali,  cuspidi  di  lancia  ed  una  lama  ripiegata  : 
borchie  e  chiodi  appartenenti  alla  cassa,  coi  resti  della  quale  si  trovarono  le  ossa 
dello  scheletro.  Trovò  finalmente  una  strigile  ben  conservata,  la  parte  superiore  di 
un  vaso  di  bronzo,  ed  alcuni  fittili  comuni. 

Ripigliati  gli  scavi  sulla  fine  dello  scorso  maggio,  avvennero  nuove  scoperte, 
intorno  alle  quali  così  fu  riferito  dall'ispettore  prof.  Luigi  Carattoli. 

25  maggio.  Si  scoprì  una  tomba  a  camera,  alla  profondità  di  m.  2,25,  con 
orientazione  a  sud,  e  con  tracce  manifeste  di  ripetute  frane.  Misura  nell'  interno 
m.  2,65  X  2,47,  ed  ha  l'entrata  larga  m.  0,88.  A  destra,  nel  masso,  rimaneva  una  pan- 
china tagliata  a  scalpello,  della  lunghezza  di  un  metro  e  dell'altezza  di  m.  0,46.  Sei 
frammenti  di  denti  di  cavallo  si  rinvennero  nella  corsia  d'  entrata  ;  e  nello  interno, 
sempre  in  terreno  cretaceo  e  franato,  in  linea  verticale,  si  trovarono  alcuni  oggetti  di 
bronzo,  cioè  un  punteruolo  di  lancia,  alto  m.  0,19  circa,  ed  una  statuetta,  rappresentante 

'    I    iSSE  Iil  SCIENZE  MORALI  eCC.  —  MEMORIE  —  Sri'.    I».  Voi..  II. 


oo2  

uu  Genio,  col  capo  velato  in  atto  di  sacrificare,  con  patera  nella  destra  e  con  fascia 
ripiegata  nel  braccio  sinistro  disteso.  È  di  buona  modellatura,  e  di  buona  conserva- 
zione, alta  m.  0,155,  e  del  peso  di  gr.  350.  Dalle  prese  aderenti  alle  estremità  in- 
feriori risulta,  che  formava  il  manico  di  un  coperchio  di  bronzo,  venuto  fuori  poste- 
riormeute.  Si  trovò  in  fine  un  piccolo  idoletto  assai  frammentato. 

26  detto.  Si  riconobbero  i  resti  di  un  vaso  cinerario  in  terra  cotta,  con  entro  gli 
oggetti  di  bronzo  sopra  accennati,  e  di  un  candelabro  a  lunga  asta.  Nello  strato  infe- 
riore si  scoprirono  pezzi  di  armature  metalliche  ;  il  tutto  travolto  in  posizione  obliqua 
dall'azione  della  flanatura. 

Con  le  debite  cautele  si  riusci  pertanto  a  trarre  fuori  un  elmo  di  bronzo,  di 
cui  la  casside  di  forma  ovale  e  conica  verso  la  punta,  ha  l'altezza  di  m.  0,18,  ed  il 
diametro  di  m.  0,2-1,  ornato  in  giro  tutto  all'  intorno  nella  parte  inferiore  da  linee 
verticali,  parallele  a  graffito  ;  nella  parte  posteriore  ha  una  piccola  falda;  lateralmente 
i  suoi  guanciali  a  sbalzo,  e  nella  punta  o  apex  due  gruppi  a  rilievo  elegantemente 
modellati,  raffiguranti  cavalli  pegasèi,  guidati  a  mano  da  un  fanciullo,  alti  m.  0,04 
ciascuno,  e  posti  quasi  a  contatto  l'uno  dall'altro,  lasciando  solo  un  piccolo  spazio  ove 
fissare  la  cresta.  Si  ricuperarono  poi  questi  altri  pezzi  :  —  Piccolo  idoletto  in  bronzo, 
alato  e  fasciato,  con  braccia  distese,  alto  m.  0,06.  Altro  piccolo  idoletto  della  stessa 
altezza,  semplicemente  fasciato.  Piccolo  cane  in  bronzo  a  tutto  rilievo,  posato  su 
frammenti  di  coperchio  metallico.  Altri  numerosi  frammenti  del  medesimo  coperchio, 
cui  certo  appartenevano  e  i  piccoli  idoletti  suaccennati,  e  il  Genio  in  atto  di  sacri- 
ficare, scoperto  il  giorno  precedente.  Dal  complesso  dell'esplorazione  risulterebbe  chiaro. 
che  tale  coperchio  in  origine  appartenente  ad  una  cista,  fosse  stato  adoperato  per 
coprire  un  gran  vaso  cinerario  iu  terra  cotta,  dipinto  in  buono  stile,  a  figure  rosse 
su  fondo  nero,  nell'orificio  e  nel  corpo  ;  il  quale,  portato  fuori  a  frammenti  è  a  spe- 
rare si  possa  bene,  in  tutta  l'eleganza  della  sua  forma  e  la  ricchezza  delle  sue  figure, 
ricomporre.  Si  trovò  quindi  un'  asta  di  bronzo,  appartenente  ad  un  candelabro,  alto 
m.  1,60,  posato  su  base  o  piatto  circolare  del  diametro  di  m.  0,36,  sostenuto  da  tre 
piedi  semplici,  che  termina  superiormente  iu  un  puntale  mobile,  sormontato  da  un 
fanciullo  pure  di  bronzo,  a  tutto  rilievo,  con  gamba  e  braccio  destro  elevati  in  atto 
di  danzare,  dell'altezza  di  m.  0,14  circa.  Poscia  si  ebbero  due  gambali  di  bronzo, 
di  buona  fattura,  rotti  solo  in  qualche  parte  ,  e  della  lunghezza  di  m.  0,42  circa, 
ciascuno;  numerosi  frammenti  di  ima  corazza  metallica,  comprese  alcune  fibbie,  imo 
dei  quali  più  conservato  è  forse  la  parte  aderente  al  braccio  o  alla  spalla  ;  un  orcio 
in  bronzo  con  orificio  a  tre  becchi  e  con  manico  semplice,  assai  frammentato,  alto 
m.  0,18  circa;  una  cuspide  quadrangolare  in  bronzo,  di  un'asta  di  ottima  conserva- 
zione. Tre  lancie  iu  ferro,  comuni,  ossidate  ;  un'  arnia  pure  di  ferro,  assai  ossidata, 
lunga  m.  0,76  ;  frammenti   di   vasi  ordinari    in  terra  cotta,  di  piccola  dimensione. 

27  detto.  Poiché  dalla  tomba  esplorata  precedentemente  nulla  più  si  poteva 
aspettare,  essendo  stata  tutta  esplorata,  l'area,  si  cominciarono  intorno  ad  essa  ed  in 
diversi  punti  altri  scavi,  i  quali  sino  ad  ora  hanno  dato  chiari  indizi  di  tombe 
manomesse. 

31.  detto.  Essendo  state  proseguile  le  ricerche  nella  zona  delle  tombe  depredate. 


—  223  — 

a  breve  distanza  e  poco  più  in  basso  della  precedente,  riuvenuesi  tra  la  terra  un  ago 
crinale  di  osso,  lungo  ni.  0,20,  di  forma  elegante  e  di  buona  conservazione,  nonché 
un  asse  sest anturio  di  bronzo  assai  consunto,  con  Giano  bifronte  nel  dritto,  e  nel 
rovescio  la  prora  di  ua\  e. 

I  giugno.  Sempre  verso  ponente,  quasi  alla  estremità  della  collina,  fu  rinvenuta 
una  tomba  a  camera,  già  esplorata,  della  quale  fu  possibile  calcolare  la  misura  in 
m.  2,80X2,10X2,35,  con  le  tracce  di  panchine  laterali,  e  con  una  corsia,  lungo 
la  quale  eravi  un'apertura  quasi  circolare,  che  condusse  alla  scoperta  di  altra  tomba 
sottostante,  scavata  nel  tassello,  ma  poi  tutta  riempita  di  terra.  Nello  spurgarla  vi 
si  rinvennero  frammenti  di  vasi  comuni  in  terra  cotta,  e  due  pezzi  di  orificio  di  una 
grande  olla  a  ziro. 

5  detto.  Impediti  dalle  pioggie  e  da  altre  cause  a  proseguire  il  lavoro  in  linea 
verticale,  si  tentò  altro  scavo  nel  livello  attuale  del  terreno,  sempre  in  direzione  di 
ponente,  anche  allo  scopo  di  rinvenire  una  traccia  della  strada  principale. 

7-9  detto.  Ripreso  il  lavoro  di  spurgo  nell'  ultima  tomba  accennata,  sino  al 
giorno  9  si  ebbero  vari  coperchi  di  urne  in  travertino,  alcuni  dei  quali  con  iscrizioni 
etnische  alla  base. 

II  primo,  a  timpano  con  testa  giovanile  a  basso  rilievo  nel  centro,  e  con  scudi 
a  volute  nei  fianchi,  portanti  ancora  tracce  di  colore  rosso  scuro,  tendente  al  nero 
non  aveva  epigrafe  alcuna. 

1 1  secondo  pure  a  timpano,  più  piccolo  del  precedente,  reca  solo  la  scritta  : 

M3>IVfl  •  iNV^fl  •  >m 
Il  terzo  della  forma  medesima,  ha  l'epigrafe: 

Il  quarto  con  figura  di  donna  semigiacente,  a  tutto  rilievo,  ornata  di  collana 
e  di  manto,  appoggiato  il  cubito  destro  su  csucini,  ha  l'iscrizione  : 

-JAVI  +  Aqa    via^INV^A- AN3Ì 

10-14  detto.  I  risultati  dei  lavori  furono  negativi  fino  al  giorno  13  ;  il  giorno  14 
poi,  a  breve  distanza  dalla  tomba  rinvenuta  nel  26  maggio,  e  quasi  alla  identica  pro- 
fondità, rinvennesi  altra  tomba,  pure  antecedentemente  in  parte  rovistata  :  nella  quale, 
sparsi  nel  piano  della  tomba,  e  tra  la  terra  che  la  riempiva,  si  rinvennero  undici 
bottoni  di  pasta  vitrea,  nove  turchini  a  righe  bianche,  e  due  neri  a  righe  gialle  ; 
inoltre  due  piccoli  dadi  in  osso  regolarmente  numerati  ;  una  piccola  ansa  di  vaso  di 
bronzo  terminata  lateralmente  a  pomo,  e  della  lunghezza  di  m.  0,15;  frammenti  di 
un  vaso  metallico  ;  un  orcio  in  bronzo,  ad  un  manico,  con  orificio  a  tre  becchi  ili 
discreta  conservazione,  alto  m.  0,23  ;  un'urna  cineraria  di  pietra  morta,  con  coperchio 
triangolare,  andata  quasi  tutta  in  frantumi.  Vicino  all'  urna  era  posto  un  elmo  metal- 
lico, terminato  alla  punta  superiore  da  un  pometto  vano,  con  piccole  orecchie  cesellate 
a  tre  tondi  o  borchiette  a  sbalzo,  con  piccola  visiera  sul  davanti,  e  con  linee  parallele 
graffite  nella  circonferenza  inferiore  della  casside.   Esso  misura  un'altezza,   compreso 


—  224  — 

il  pomo,  di  m.  0,21,  una  circonferenza  di  ni.  0,61,  ed  una  sporgenza  della  visiera 
di  ni.  0,025.  Buona  ne  è  la  conservazione,  tolti  due  buchi  nella  parte  anteriore.  Si 
ebbero  poi  :  una  striglie  completa,  alquanto  ritorta  nel  manico,  della  lunghezza  di 
m.  0.30  e  dello  spessore  di  m.  0,004  ;  una  lancia  in  ferro  lunga  m.  0,20,  larga 
in.  0,04,  col  suo  cannello  rotto  in  quattro  parti,  a  causa  della  ossidazione,  nel  quale 
veggonsi  i  residui  del  legno  che  costituiva  l'asta;  altra  arma  acuminata,  o  spada 
in  ferro,  col  suo  fodero,  mancante  di  impugnatura  ed  assai  ossidata,  della  lunghezza 
di  m.  0,54,  e  di  uno  spessore  massimo  nella  lama  di  inni.  42  e  minimo  di  mm.  20  ; 
un  piccolo  disco  in  lamina  metallica  del  diametro  di  m.  0,05.  con  maschera  lavorata 
a  sbalzo,  forse  decorazione  dell'elmo  sopradescritto  ;  vari  frammenti  di  vasi  comuni 
di  nessuna  importanza. 

15  detto.  Alla  distanza  di  circa  m.  3  dalla  tomba  rinvenuta  il  giorno  prece- 
dente, sempre  a  ponente,  si  ebbe  una  nuova  tomba  a  camera,  della  misura  di 
in.  2,76  X  2,85  X  1,90,  pine  soggetta  alle  conseguenze  della  superiore  franatimi. 
L' ingresso  aveva  una  larghezza  di  m.  0,75.  Di  fronte,  posato  nel  terreno,  eravi  un 
cassone  di  tiasso  o  pietra  morta,  con  coperchio  a  due  pioventi,  senza  iscrizione  od  orna- 
menti di  sorta,  se  si  eccettuano  alcuni  listelli  negli  spigoli  superiori  e  laterali.  Il 
cassone  misura  all'esterno  m.  1.87  in  lunghezza  e  m.  0,56  in  larghezza,  ed  all'  in- 
terno m.  1,70  X  0,42.  Ha  la  profondità  di  m.  0,46.  Il  coperchio  ha  un'altezza  cen- 
trale di  m.  0,16  e  laterale  di  m.  0,06.  Nell'interno  del  cassone  rinvennesi  uno  sche- 
letro intero,  di  giovane  donna,  in  perfetta  conservazione  specialmente  nel  cranio  e  nei 
denti,  che  trovaronsi  al  loro  posto,  e  questi  di  uno  smalto  perfetto. 

Aderenti  al  cranio,  lateralmente,  erano  due  orecchini  di  oro,  circolari,  a  cordone 
vuoto  nell'interno,  di  semplice  ma  elegante  esecuzione,  del  diam.  di  m.  0,02  ciascuno. 
Vicino  all'estremità  inferiore,  un  piccolissimo  e  semplice  anello  in  bronzo,  del  diametro 
di  m.  0.018;  un  pezzo  di  metallo  informe;  una  piccola  lamina  di  osso,  a  forma  di 
targa  gentilizia,  con  sette  forellini,  dei  quali  tre  racchiusi  in  relativa  circonferenza  ; 
una  situla  di  bronzo  di  buona  conservazione,  alta  m.  0,145,  con  manico  mobile,  a  cui 
era  unita  una  catenella  a  coppia,  terminata  da  piccolo  anello  ;  una  fusaruola  in  terra 
cotta  ;  cinque  piccoli  frammenti  di  lamina  ossea,  di  varia  forma,  in  parte  graffiti,  ed 
uno  a  profilo  di  testa  umana  con  berretto  od  altra  copertura  in  capo  ;  altri  frammenti 
metallici,  tra  i  quali  una  spilla  di  fibula  con  un  cannello  o  piccola  asta  verticale, 
lunga  mm.  28,  ed  altra  orizzontale,  lunga  mm.  33,  ove  sono  otto  forellini,  quattro 
dei  quali  tinti,  e  quattro  con  passaggio  al  di  sotto.  Sopra  al  cassone  fu  poi  rinvenuto 
uno  specchio  metallico  del  diam.  di  ni.  0,19,  con  manico  in  parte  di  bronzo,  in  parte 
di  (isso  striato,  della  lunghezza  complessiva  di  mm.  155  ;  una  striglie  in  bronzo  di 
sottilissima  lamina,  lunga  m.  0,25.  In  terra  finalmente  si  raccolsero  frammenti  vari 
di  piccoli  vasetti  ordinari  in  terra  cotta. 


225  — 


Regione  VI.  (  Umbria) 

VI.   Via  Flaminia  —  (Passaggio  del  Furio  nel  comune  di  Fermignano). 

Notizie  comunicato  dal  R.  Ispettore  degli  scavi  cav.  Giuseppe  Giocolila,  ed  altre 
che  si  lessero  sul  Corriere  Metaurense  di  Urbino  (anno  II,  n.  26)  fecero  conoscere, 
che  lungo  la  via  Flaminia,  tra  Calmazzo  ed  Acqualagna ,  appena  varcato  il  famoso 
passaggio  del  Tulio,  sul  finire  dello  scorso  giugno,  si  rimaneva  colpiti  nello  ammirare 
una  materia  nera  carboniosa,  messa  allo  scoperto  nei  lavori  di  restauro  che  si  van 
facendo  in  quell'antica  strada.  Questa  materia,  come  poi  si  seppe  per  un  rapporto 
prefettizio,  occupava  ora  tutta,  ora  in  parte  l'area  della  strada,  con  ima  potenza  che 
cresceva  verso  monte,  per  una  lunghezza  di  varie  centinaia  di  metri,  ed  alla  profondità 
dai  venti  ai  quaranta  centimetri  sotto  il  piano  stradale  moderno.  Consisteva  in  un 
misto  di  frumento,  fave,  ceci  ed  altri  legumi  carbonizzati,  che  formavano  una  massa 
di  molti  metri  cubici  di  cereali  quivi  perduti.  Vi  erano  pure  molti  .pezzi  di  legno 
ridotti  in  carbone. 

Secondo  l'autore  dell'articolo  inserito  nel  Corriere  Metaurense,  ricordato  di  sopra, 
questa  grande  quantità  di  derrate  non  avrebbe  potuto  essere  attribuita  a  magazzini  di 
provvigioni,  eostruiti  presso  la  strada,  mancando  nei  dintorni  ogni  resto  di  antiche  fab- 
briche, ed  altro  non  essendoci  di  costruzione  antica  che  quella  fatta  dai  Romani  pel- 
le arginature  del  fiume,  ed  in  sostegno  della  via,  tagliata  nella  roccia.  Né  si  saprebbe 
come  mai,  se  quelle  provvigioni  fossero  state  di  prossimi  magazzini,  si  fossero  tro- 
vate così  confuse  tra  di  loro,  essendo  mescolati  i  ceci  e  le  fave  col  grano,  in  tutto 
lo  spessore  e  in  tutta  l'estensione  dello  strato. 

Esclusa  l'ipotesi  che  la  carbonizzazione  fosse  avvenuta  per  via  umida,  ossia  per 
essere  state  quelle  materie  lungamente  sotterra,  troppo  evidenti  essendo  i  segni  che 
manifestano  l'incendio,  parve  che  questo  fosse  avvenuto  nel  tempo  delle  guerre  go- 
tiche, se  pure  non  fosse  da  ricorrere  al  periodo  della  seconda  guerra  punica,  allor- 
quando quei  luoghi  di  grandi  fatti  furono  teatro. 

Ma  il  cav.  Luigi  Mochi  di  Acqualagna,  ricordando  ciò  che  dal  compianto  suo 
fratello  fu  scritto  pochi  anni  or  sono  nella  Storia  di  Cagli  (p.  76  sg.),  fece  osser- 
vare, con  un  articolo  inserito  nel  n.  28  dello  stesso  Corriere  Metaurense,  che  quan- 
tunque manchino  vestigia  di  antiche  abitazioni,  pure  il  Furio,  cioè  il  foro  più  piccolo 
ed  antico,  in  un  tempo  fu  abitato,  essendovi  stata  la  fortezza  detta  di  Petra  Pertusa 
(pietra  forata),  la  quale  doveva  avere  alcune  case  adiacenti.  Tale  opinione  è  basata 
sul  racconto  di  Procopio  (Bell.  Goth.  IV,  28,  34),  ove  si  parla  di  quel  fortilizio  mu- 
nito dalla  natura,  che  fu  già  dai  Goti  abbandonato  ai  Greci  (ib.  IL  11).  E  parve  al 
sig.  Mochi  che  la  spiegazione  di  questa  recente  scoperta  si  trovi  nella  nominata  storia 
di  Cagli  a  p.  81,  ove  si  legge:  »  Non  volendo  dei  Longobardi  dir  più  di  quanto 
si  attiene  a  questa  istoria,  accenneremo  che  nel  570  o  571,  una  loro  turma,  irrom- 
pendo dalla  Toscana,  distrasse  sulla  nostra  via  Flaminia,  ponendovi  il  fuoco,  il  ca- 
stello di  Petra  Pertusa.  Questa  notizia  ci  è  data  da  Agnello,  che  viveva  neU'830. 
ma  che  dice  di  averla  desunta  da  storia  scritta  al  tempo  dei  fatti  che  narra  » . 


—  226 


Ora  non  essendo  ricordato  altro  incendio  in  quel  sito,  si  può  ben  supporre  che  il  fru- 
mento ed  i  legumi  ritrovati  fossero  la  provvigione  di  quel  castello,  bruciata  tra  il 
570  ed  il  571,  e  caduta  con  altri  resti  giù  pel  precipizio  nella  strada  sottostante. 

Che  veramente  trattisi  di  roba  distrutta  per  incendio,  si  è  potuto  confermare 
dall'esame  di  una  cassetta  di  questi  cereali,  spedita  in  Roma  per  cura  dell'egregio 
ispettore  Ciccolini,  con  vari  frammenti  di  legno  bruciato,  qualche  avanzo  di  ossa  e 
pezzi  che  sembrano  di  pane,  in  alcuni  dei  quali  appaion  manifesti  i  resti  carboniz- 
zati di  un  tessuto  a  cui  erano  involti,  o  che  superiormente  vi  era  disteso.  Vi  era 
pure  una  grossa  maniglia  di  ferro,  che  unitamente  alle  cose  sopra  indicate  fu  trasmessa 
alla  direzione  del  Museo  della  Oliveriana  di  Pesaro,  ove  furono  depositati  gli  altri 
oggetti,  raccolti  in  quello  scavo,  i  quali  vennero  così  descritti  dal  eh.  marchese  Ciro 
Antaldi,  conservatore  del  Museo  sopra  ricordato: 

«  Grosso  chiodo  di  ferro,  con  testa  formata  da  un  disco  piano,  dello  spessore  di 
min.  2,  e  del  diametro  di  circa  min.  70.  L'asta,  fino  alla  punta,  che  non  è  perduta, 
misura  in  lunghezza  mm.  77.  È  rugginoso  solo  superficialmente,  ed  ha  aspetto  di 
uno  di  quei  bottoni,  che  calzano  a  tutta  sostanza,  e  più  che  a  fortificarle,  servono 
ad  ornamento  delle  grandi  porte.  Un  cerchietto  di  ferro  del  diam.  di  m.  0.05.  e  lo 
spessore  di  m.  0,02.  Anello  sottile  di  diametro  poco  minore.  Altro  più  grosso  ma  di 
egual  luce.  Altro  piegato  ad  ellisse.  Due  altri  anelli  rotti.  Una  fibbia  di  rame,  o 
meglio  di  ottone,  simile  a  quelle  ora  usate  per  selle  villereccie,  e  per  basti.  Uno  scal- 
pello, o  meglio  tondino  di  ferro  invaso  dalla  ruggine,  lungo  poco  più  di  m.  0,20.  Uno 
degli  estremi  finisce  veramente  come  potrebbe  uno  scalpello,  ma  non  sa  dirsi  tale 
con  la  grossezza  di  quello  che  sarebbe  suo  taglio,  che  è  di  ben  4  min.  ;  nò  trattasi 
di  scalpello  da  muratore;  dall'altro  lato  s'atteggia  una  sgorbia;  ma  essa  è  appena 
accennata,  e  non  ha  certo  la  lunghezza  del  cartoccio,  anche  minima,  necessaria.  Ferro 
o  paletto  dentato.  Se  questo  ferro,  quadrato  nel  suo  corpo,  con  un  lato  di  mm.  11 
circa,  lungo  m.  0,17,  e  che  finisce  danna  parte  in  mia  cresta  doppiamente  dentata, 
non  avesse  all'estremo  quella  piegatura,  che  accerta  essere  stai"  destinato  ad  essere 
infisso  stabilmente  nel  muro,  poteva  sorgere  in  mente  che  quella  cresta  rispondesse 
ad  una  sorta  di  ingranaggio.  Colla  osservazione  fatta  propenderei  a  ritenerlo  un  ferro 
da  sostenere,  asta  od  altro,  da  cui  pendesse  un  panno  o  tenda;  in  tal  caso  la  cresta 
dentata  non  apparirebbe  essere  altro,  che  un  grossolano  ornamento.  Un  manico  di  ferro 
di  piccola  secchia.  Altro  manico  simile  al  precedente.  Un  coltello  tutto  rugginoso, 
lungo  m.  0,23,  dei  quali  cent.  16  appartengono  alla  lama.  È  somigliantissimo  ad 
uno  dei  nostri  odierni  coltelli  da  tavola.  Due  pezzi  di  ferro  piani,  uno  dei  quali  ter- 
minato a  punta.  Altri  due  pezzi  di  ferro  ritenuti  da  alcuni  per  due  mannaie,  mentre 
pare  più  probabile  che  fossero  lastre  per  fortificazioni  di  casse  o  di  porte.  Piccolo 
cardine  di  ferro,  ossidato,  che  fu  creduto  un  arpione.  Un  pezzo  di  pietra,  che  si  sup- 
pone parte  di  piccola  macina  a  mano.  Alcuni  frammenti  di  ossa  ed  un  dente  di  ani- 
male suino  (?)  » . 

Furono  posteriormente  trovati  questi  altri  oggetti,  depositati  anch'essi  nel  Museo 
della  Oliveriana  :  —  Ferro.  Una  catena,  due  grossi  chiodi,  una  fibula,  una  piastrella 
bucata,  un  pezzo  irriconoscibile.  —  Bronzo.  Un  anello,  un  piccolo  chiodo.  — 
Rame.  Quattro  frammenti.  —   Terracotta.  Due  piccole  palle  forate. 


—  227  — 

Provennero  da  quei  lavori  stradali  tre  monete,  che  furono  depositate  anche  nel 
Museo  di  Pesaro,  e  che  così  furono  descritte  dal  sig.  marchese  Antald  i  : 

«  Medio  bronzo  di  M.  Agrippa,  relativo  al  suo  terzo  consolato  (a.  u.  727  ; 
cfr.  Cohen    Vipsania  8),  ma  assai  guasto  per  efflorescenza  del  metallo. 

«  Piccolo  aretino  di  rame  o  di  mistura,  assai  frusto  e  mancante  di  ima  parte 
del  margine.  Non  è  il  caso  di  fermarsi  ai  ricordi  della  zecca  aretina  dei  marchesi 
di  Toscana  (970-1002),  trattandosi  di  moneta  autonoma,  e  per  questa  zecca  non  po- 
steriore  all'anno  1384  (cfr.  Tonini,  Topografia  delle  secche  italiane).  Leggo  nel  dr. 
la  leggenda  circolare  :  -j-  S '«  DONATVS  ;  busto  del  santo  nel  centro,  benedicente,  mi- 
trato, con  pastorale  nella  sin.  ;  nel  rovescio  croce  equilaterale  in  mezzo,  ed  intorno  : 
DE  AR  //  TIO.  Rimane  incerto  se  debba  leggersi  de  Are/io  o  de  Ari/ io  ;  ma  ritengo 
esser  questa  moneta  quella  riferita  dal  Bellini  nella  diss.  de  monetis  I/aliae  non 
observatis.  della  quale  è  la  figura  nell' Aggelati  tom.  V,  p.  3,  n.  11.  sub.  v.  Aretii. 
Sarebbe  posteriore  al  1318,  ed  apparterrebbe  al  tempo  di  Guido  di  Pietramala,  se- 
condo il  Bellini  medesimo. 

«  Abbondante  quattrino  di  Clemente  XI  (1700-1721);  nel  dritto  stemma  Albani, 
con  triregno  e  chiavi;  ed  intorno  CLEM  •  XI  ■  P  •  O  •  M  •  A  •  III ,  il  che  importa  che 
fu  coniato  fra  il  23  novembre  1702,  e  lo  stesso  giorno  del  1703.  Nel  rov.  quasi  tutto 
è  cancellato,  vedendosi  appena  la  traccia  di  un  busto  di  santo  col  nimbo,  forse 
s.  Pietro,  del  cui  nome  pare  appaiano  elementi  nella  leggenda  che  vi  correva  attorno  ». 

E  poiché  mancava  ogni  notizia  sulle  circostanze  del  travamento  di  tali  monete, 
non  potendosi  ammettere  che  oggetti  relativi  ad  età  così  lontane  le  ime  dalle  altre,  si 
fossero  trovati  commisti  allo  strato  carbonioso,  il  suddetto  marchese  Antaldi,  accor- 
dandosi col  cav.  Mochi  nello  attribuire  il  fatto  dell'  incendio  al  periodo  delle  guerre 
gotiche,  osservò  che  il  danaro  di  Agrippa,  appartenendo  per  la  coniazione  al  tempo 
in  cui  la  strada  del  Furio  non  era  stata  costruita,  potè  essere  smarrito  da  qualcuno, 
allorché  il  valico  si  faceva  per  incomodi  sentieri  ;  che  il  piccolo  aretino  ci  può  ri- 
mandare ai  Ghibellini  di  Arezzo  coi  Pietramala,  unitisi  ai  Ghibellini  conti  di  Urbino, 
senza  che  per  altro  si  possa  con  sicurezza  affermare  il  fatto  e  precisare  il  tempo  di 
tale  alleanza  ;  finalmente  che  il  quattrino  dell'anno  III  del  pontificato  di  Clemente 
XI  (1703)  ci  rammenterebbe  i  noti  passaggi  degli  Austro-Gallo-Ispani  per  le  gole 
del  Furio,  con  grande  spavento  e  danno  della  provincia  intiera. 

Che  veramente  le  monete  non  appartenessero  alle  strato  carbonioso,  venne  con- 
fermato da  ulteriori  indagini,  per  le  quali  si  seppe  che  furono  rinvenute  all'  infuori 
della  zona  carbonifera.  Pare  sia  stato  trovato  sul  principio  dei  lavori  anche  un  anello 
di  oro,  intorno  a  cui  null'altro  riuscì  di  sapere. 

E  mentre  è  da  augurare,  che  nella  prosecuzione  del  taglio  stradale  maggiori  ele- 
menti si  possano  raccogliere  per  cura  del  prof.  Vernarecci,  che  fu  incaricato  dal 
Governo  di  seguire  il  corso  di  quelle  opere,  chiudo  queste  notizie  lieto  di  poter  an- 
nunziare, che  nei  medesimi  lavori,  presso  la  galleria  del  Furio,  in  imo  strato  assai 
basso,  inferiore  a  quello  carbonioso,  e  sull'antico  piano  della  via  fu  scoperta  una 
lapide  di  calcare  iscritta,  alta  m.  1,42,  larga  m.  0,74  e  dello  spessore  di  m.  0,23, 
riferibile  all'  impero  di  M.  Giulio  Filippo  o  Filippo  l'arabo  (244-249  e.  v.) ,  coi 
segui  della  damnatio  memoriae  nel  nome  di  lui,  in    quello  di  Otacilia  Severa  sua 


22S 


moglie,  e  di  M.  Giulio  Filippo  Cesare  suo  figlio.  Essa  ci  ricorda  il  sito  infestato  da 
ladroni,  contro  i  quali  furono  mandati  alcuni  militi  della  flotta  ravennate,  che  resero 
sicuro  il  paese,  liberando  il  passo  l'anno  295  delle,  v.,  come  desumesi  dal  seguente 
apografo,  che  traggo  dal  calco  inviatomi  dallo  stesso  prof.  Vernarecci  : 


LO 


/  VICTORIAEcs  SACRVM  « 

PRO  SALVTEM  e  IMP» 
MsIVLIO-PHILPPO  FELICIc 
AVG  0  PONT  e  MAX  <A  TRIB  ci  POTII1 
COS  ■  PPET»Mtó1//J//0///////LIF  PO 
NOBILISSIMO  CAEStó PRINCIPI 
IVVENTVTIS  »  ET///G-///////////ESE 
Vili  III  III  *  MATRI  CASTRORVM 
MAIESTATICHE  EORVM 

AVRELIVS  -MVNATIANVS  •  EVO 
CATVS  EX  COHORTE  ■  VI  PRETO 
RIA  PVePHH  PPIANA  •  A  G  E  N  S  A  T 
LATRVNCVLVM  ■  CVM-MILITI 
BVS  N  •  XX  •  CLASSIS-PP  R  ■  R  •  RAVE 

NAT1SPV-FIIJPPORVM  DEVOTI 

MAIESTATI   QVE  EORVMj" 
WlCATAM  PRESENTE. ...77 
tia  NO  COS  ■  VI  •  IDVS  / 

i'IVATVS  OPTIO-AVR-DOW 
20  \  ANVS  •  TVLEN  •  MAR.CF 

~~""\lVS-TES- VIBIVS-PA1! 
|SICP  •  ASIN  -A    / 
^|ES-!VLI  •  \> 
\, 


15 


\CLEMEI-J 
vVRETAl 
iRM  C  Ol 


VR  •  BJ, 


25 


La  lapide  fu  anch'essa  depositata  nel  Museo  di  Pesaro. 

VII.  Temi  —  Demolendosi  un  muro  nel  palazzo  Graziani,  sulla  via  detta 
di  Fossacieca  ora  strada  Cornelio  Tacito,  si  trovò  fra  i  materiali  di  costruzione 
un  piccolo  cippo  funebre  di  travertino,  alto  m.  0,55,  largo  m.  0,31,  e  dello  spessore 
di  m.  0,11;  il  quale  dovè  precedentemente  servire  ad  altro  uso,  forse  più  ignobile, 
essendosi  riconosciuto  nel  mezzo  di  esso  un  buco,  ove  era  impiombato  un  anello  di 
ferro.  A  causa  di  queste  degradazioni,  aggiuntavi  la  qualità  porosa  della  pietra,  riesce 
oltremodo  difficile  il  leggere  la  seconda  parte  dell'  iscrizione,  che  contiene  imo  dei 
soliti  lamenti  versificati  alla  peggio,  inciso  in  caratteri  minuti  ora  molto  incerti,  ed 


—  220  — 
in  alcuni  punti  quasi  svaniti.  L'apografo  che  ne  fece  il  R.  Commissario  comm.  Ga- 
murrini,  confrontato  con  un  calco,  è  il  seguente  : 

■DM- 

L    V    A    L   E   R    1    O 
MAGNO 

L  VALERIVS 
EVARISTVS  •  1 
M  V  T  I  /////./  A  IVP  II 
ATAF'  L///O  Piissimo 

T  V  Q_V  ICVMQ_LEGISTITVLVM 

NOSTRWl  NO  M  E  N    Q_  R  E  Q_V  IRIS 
ASHICEQVOFATO  RAPI  1111111  M  I  I     A 

'I//MOR///ES 
NONVS   M/////IMOCVRREBAT 

M  1  Ili  TEMP  OK.IS    AN  N  VS 
DVMSVBITO  IIIIIIIIV  IIIIVS  /////TRI 

svccvrr  limimi  n  imo 
s  EKommimmmsv  m)ri  sit 
mimmi  be  ///////  nti  mulinimi 
et  numi  immuni  ih  unum  ìvsmm 
notvsvr  mmimimiiii 

Regione  V.  (Picenum) 

Vili.  Monteprandone  —  In  contrada  Centobmlie,  prossima  alla  stazione 
della  strada  ferrata,  fu  scoperto  in  occasione  di  lavori  agricoli  un  cinerario  di  marmo 
bianco,  rotondo,  che  va  a  grado  a  grado  restringendosi,  assumendo  nel  coperchio  la 
forma  di  un  cono.  Il  diametro  maggiore,  che  è  alla  base,  misura  m.  0,40.  L'altezza 
totale  è  di  ni.  0.50.  Il  coperchio  è  ornato  da  foglie  in  rilievo,  ed  è  mancante  nella 
sommità,  ove  doveva  essere  il  pomo.  Nel  centro  poi  dell'urna,  tra  il  primo  ed  il 
secondo  verso  di  un'  iscrizione,  è  scolpita  a  tutto  effetto  una  corona  di  rose  a  ti- 
gni di  fiori.  L' iscrizione  reca  : 

OSSA 
(corona  ili  rose) 

Tl-EOPOMPVS  •  ET  ■  ATTICE 
THEOPOMPO  •  F    V  •  A  ■   III 

Regione  I.  (Latium  et  Campania) 

IX.  Roma  —  Note  dell'  rag.  prof.  R.  Lanciani. 

Regione  V.  Nell'area  di  proprietà  della  Compagnia  fondiaria  italiana,  posta 
sull'angolo  fra  la  via  Merulana  e  la  via  Leopardi,  alla  profondità  di  oltre  a  sei  metri, 
è  stato  scoperto  un  apparecchio  per  il  riscaldamento  dell'acqua,  il  quale  comprende  : 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser,  i-.  \ol.  IL 


e 


—  230  — 

a)  una  cassetta  ed  un  condotto  distributore  dell'acqua,  ambedue  in  piombo;  b)  un 
bacino  composto  di  grossa  lamina  di  rame,  del  peso  di  oltre  duemila  libbre,  e  col- 
locato sopra  l' ipocausto.  I  pilastrelli  dell'  ipocausto  sono  composti  di  mattoni,  improntati 
tutti  col  bollo  rettilineo  : 

ASTVANA  X  FAC 

Le  pareti  dell'ambiente  sono  poi  foderate  con  lastre  di  piombo,  unite  insieme 
per  mezzo  di  chiavarde  ribadite  a  freddo. 

Regione  VI.  Demolendosi  l'ex  conservatorio  di  s.  Paolo  primo  eremita,  sull'angolo 
delle  Quattro  Fontane  con  la  via  Palermo,  è  stato  ritrovato,  in  grossezza  di  muro,  il 
seguente  frammento  di  stele  marmorea  sepolcrale: 

(corona  lemniscata) 

V1BIAE 
ARTEMISIAE 
VIX-  ANN   XXIII 
MENSIBVS-  XI 


Nella  regione  degli  Orti  Sallustiani,  facendosi  un  cavi'  per  il  pilone  angolare 
della  nuova  fabbrica  appartenente  al  sig.  Cesare  Bai.  quasi  dicontro  la  fronte  del 
noto  Ninfeo,  è  tornata  in  luce,  alla  profondità  di  m.  15,00,  un'ara  rotonda  di  marmo 
alta  m.  0,70;  nel  giro  della  quale  sono  scolpiti  di  altorilievo  i  Gemetti  delle  stagioni. 
divisi  fra  loro  da  quattro  colonnine,  sorreggenti  un  panneggio.  Neil'  istesso  luogo 
sono  stati  ritrovati  :  la  parte  posteriore,  la  testa,  e  ima  zampa  di  cerva,  ed  un  piede 
di  statua  munito  di  calzare. 

Regione  VII.  Presso  lo  sbocco  di  via  Frattina  nel  Corso,  costruendosi  un  nuovo 
braccio  di  cloaca,  alla  profondità  di  metri  3  è  stato  scoperto  il  pavimento  di  un'antica 
strada,  che  sembra  dirigersi  verso  la  piazza  di  s.  Lorenzo  in  Lucina. 

Nelle  fondamenta  delle  nuove  fabbriche  del  sig.  Principe  Sciami,  in  via  dello 
Muratte,  è  stato  trovato  il  seguente  brano  di  latercolo  militare  : 


5 

C  F 

A    M 
CAM 

MA 
IVS* 

'VS 

CNF 

CLV 

SECV 

V  s 

C  F 

FAB 

REO 

7 

CAECl 

CAESARE 

V  s 

SEXF 

CLA 

FINIT 

s 

M  F 

TRO 

MAXIJV 

V  s 

T    F 

AEM 

PROCVL 

V  s 

P    F 

LEM 

FEL 

s 

T   F 

CLV 

|s 

P   F 

—  231   — 

Nelle  fondamenta  della  casa  Salviucei,  sul  prolungamento  della  via  del  Tritone, 
è  state  ritrovato  il  seguente  titoletto  sepolcrale: 

A  N  T  E  S   . 
3  •  L  •  PRIMA 
CAETElVSCL 
R.VFIO 

IN  FRPXIlI  IN  AG-PXII 

Finalmente  nell'area  della  Villa  Ludovisi,  è  stata  rinvenuta  un'umetta  cineraria 

ili  marmo  con  l'epigrafe: 

AVR  •  DIONYSI 

DVPLAPI       sic 
COÌTAVI  PR 

Regione  IX.  fu  un  cavo  lungo  la  via  Tomacelli,  è  stato  scoperto  in  due  punti 
diversi  il  pavimento  di  un'antica  strada,  alla  profondità  media  di  m.  4. do.  Nello 
stesso  luogo  è  tornato  in  luce  lo  speco  di  un'ampia  cloaca. 

Nei  lavori  sulla  sponda  del  Tevere  presso  via  Giulia,  furono  raccolti  sul  letto 
del  fiume,  entro  i  cassoni  per  le  fondamenta  del  muro  del  lungo  Tevere,  questi 
pezzetti  di  iscrizioni  : 

a)  lastrina  di  marmo  alta  m.  0,09,  larga  m.  0,06,  dello  spessore  di  m.  0,02 : 

SSIMÒ\ 

KAL 
F"-5--' 

b)  frammento  marmoreo  largo  m.  0,17,  alto  m.    0,09.  e  dello    spessore    di 
m.  0,05: 

ION 
ÌT1TA0H 

e)  id.  largo  m.  0,13,  alto  m.  0,14,  e  dello  spessore  di  m.  0,07  : 

ERNVS 
EGlTA 

:(AN 

d)  id.  di  m.  0.23  X  0,11  X  0,09: 

MPOSVI  I 
POSI 

e)  id.  di  m.  0,11  X  0,10  X  0,04,  ridotto  a  coperchio  in  tempi  recenti: 

M- Vii 

P  A  T 

V  / 

f)  id  di  m.  0.14  X  0,15  X  0,04: 

<o6 
ASO 

ET-  I 


—  232  — 

g)  id.  di  m.  0,09  X  0,0(3  X  0,03  : 

EIVS 
ILLIS 
PFR 

h)  id.  di  m.  0,10  X  0,11  X  0,03,  scritto  da  ambo  i  lati: 
u  I 

RE  V  •  AN 

D  E  N  T  ^BIT 

Vi  si  raccolse  pure  un  peso  di  mattone  con  bollo  circolare  : 

i)  EX  FIG  CAES  N  CC 

KANO ET  C 
CO(s) 

Cfr.  Marini  528,  cioè  Kano  et  Camerino  eos. 

Quindi  si  trovò  pure  un  peso  di  basalte,  alto  m.  0,06,  del  diametro   maggiore 
di  m.  0,11;  sul  quale  a  lettere  punteggiate  è  incisa  la  nota  leggenda: 
k)  T I  •  C  L  A  V  D    C  A  E  S  ■   I  V 

COSLVITEL  III-PEX  ARTICHE  IVS  AED         {sic) 

Finalmente  si  ebbe  un  piccolo  busto  dell'  imperatore  Tiberio,  scolpito  in  marmo 
greco,  alto  m.  0,18.  largo  alle  spalle  ni.  0,12,  conservatissimo  ed  intatto,  con  i 
segni  di  policromia  nei  capelli,  nelle  ciglia  e  nel  manto. 

Regione  XIII.  Essendosi  ampliato  lo  scavo  del  collettore  al  Testacelo  presso 
il  monumento  di  Sulpicio  Galba,  si  è  riconosciuto  esserne  stata  ab  antico  distrutta 
la  parte  posteriore.  Neil'  interno  del  sepolcro  si  è  rinvenuta  la  metà  inferiore  di  una 
statua,  vii-ile,  togata,  sedente.  Il  piano  di  troncatura  è  regolare,  e  vi  rimane  ancora 
la  cassa  del  perno,  per  mezzo  del  quale  le  due  parti  della  figura  rimanevano  aderenti. 

In  quella  parte  dei  prati  del  Testaccio,  che  confina  con  le  mura  della  città, 
quasi  dicontro  alla  settima  torre,  a  destra  della  piramide  di  Caio  Cestio,  ed  alla  distanza 
di  circa  60  metri,  è  stato  ritrovato  il  cippo  della  terminazione  del  pomerio,  fatta 
da  Vespasiano  e  Tito  nell'  anno  74  dell'  e.  v.  ;  e  vi  si  vede  la  leggenda  edita  nel 
C.  I.  L.,  VI,  n.  1232.  Sul  fianco  destro  del  macigno  si  osservano  le  traccie  ili 
un  altro  numero  (forse  ////P  ■  CCCXX  VII),  che  potranno  trascriversi  esattamente 
non  appena  il  monumento  sarà  sollevato  alla  superficie  del  suolo. 

Dalla  draga  Sirena,  sulla  sponda  della  Mormorata,  vennero  estratti  dall'alveo 
del  fiume  questi  oggetti: 

a)  Col  ii  m  ri  duriti  ni  iu  bronzo,  di  perfetta  conservazione,  misurante  m.  0,22 
in  lunghezza,  compreso  il  manico,  e  ni.  0,09  di  diametro  nel  recipiente. 

b)  Sottile  lamina  di  bronzo  iu  cui  vedesi  rappresentato,  a  traforo,  un  guer- 
riero ritto  sulla  biga,  con  elmo  crestato,  scudo  nella  sinistra,  e  reggente  colla  destra 
le  redini  dei  cavalli  lanciati  al  galoppo.  Travolto  dalle  zampe  dei  cavalli,  scorgesi 
uno  schiavo,  benissimo  disegnato  in  iscorcio.  Misura  in  lunghezza  m.  0.08.  in 
altezza  m.  0,06. 

Si  recuperarono  anche  alcune  monete  imperiali  di  bronzo,  tra  le  quali  merita  di 
essere  ricordato  un  gran  bronzo  di  Vitellio,  col   4.    VICTORIA    AVGVSTA  :  e  per 


—  233  — 

buona  conservazione  sono  nuisidcruudi  quattro  monete  di  Claudio,  ima  ili  Germanico, 
col  $.  SIGNIS  RECEPTIS.  ed  una  di  Augusto. 

Regione  XIV.  Delhi  draga   Rana,  nell'alveo   del  Tevere,  presso  la   Farnesina 
furono  raccolti  questi  pezzi  : 

a)  lucerna  fittile  ad  un  lume,  sotto  la  quale  in  graffito    sulla  creta    molle, 

si  legge: 

SEXTILIV)  ■ 

HERME 

RO)  • 

b)  frammento  marmoreo  di    m.  0,14  X  0,12  X  0,05,    in    cui    rimangono    Le 

Lettere: 

NIAN 

OCAR 

c)  altro  frammento  di  ni.  0,10  X  0,12  X  0,03: 

L  ■  AN 
vXXV 

d)  altro,  più  piccolo,  di  ni.  0,06  X  0,07  X  0,02: 

NA 

e)  un  ultimo  di  m.  0,10   <  0,08  X  0,03: 

CACC- 
IVI •  VNDEVI 
IBENTER- 
ITER  \ 
Presso  il  ponte  Quattro  Capi,  fu  tratto  fuori  dall'alveo  del  fiume  un  altro  pezzo 
di  mattone,  col  bollo  circolare  : 

DEMVLPLOtffi.  ISAVRICAE 
ABAVIENO   HA.ITY 

pcrnc 

cfr.  Marini  n.  1128. 

Nello  sterro  presso  il  Ponte  Botto,  fu  raccolto  un  pezzo  marmoreo  di  m.  0,15 
X  0,09  X  0.04  in  mi  si  lesse  : 

(w)ANIBVS 

iti; 

si  ebbe  poscia  un  mattone  col  bollo  circolare: 

. . .  basSl    CAEPIONANA 

et  APRONIN 

CO{s) 

cfr.  Marini  n.  4o7. 

Un'altro  frammento  di  mattone,  pure  quivi  trovato,  reca  il  bollo  circolare: 

SER  III  ET  VARO  EX  FIG 
CA^NSENTIIVlAN  FIG 

ra(«)sio  inni 

cos 

cfr.  Marini  n.  47-">. 


—  234  — 

Provengono  finalmente  dal  letto  del  fiume:  —  Un  grosso  pezzo  di  sardonica, 
lungo  m.  0,11,  e  dello  spessore  di  m.  0,07,  trovato  nelle  fondazioni  per  la  pila 
centrale  del  nuovo  ponte  Umberto  I.  Un  sistro  di  bronzo  che  conserva  le  verghete 
orizzontali,  ed  ha  sulla  sommità  dell'arco  una  pantera  che  allatta  i  figli.  È  alto 
m.  0,09,  e  fu  rinvenuto  pure  nel  cavo  per  la  pila  centrale  del  ponte  suddetto.  Una 
moneta  di  Vespasiano  col  i$  FELICITAS  PVBLICA,  trovata  fra  le  terre  di  scarico, 
provenienti  dal  letto  del  fiume,  e  depositate  fuori  di  Porta  s.  Paolo. 

Via  Affla.  Sul  confine  delle  due  tenute,  della  Posticciola  di  proprietà  Me- 
rolli,  e  della  Mai-ranella  di  proprietà  Bertone,  sono  stati  eseguiti  alcuni  scavi  di 
poca  importanza  per  cura  di  S.  E.  l'Ambasciatore  d'  Inghilterra.  Souo  tornati  in  luce 
gli  avanzi  di  una  casa  rustica  dell'ultimo  secolo  della  Repubblica,  racconciata  nel 
secolo  III  dell'  impero,  con  materiali  di  varia  provenienza,  alcuni  dei  quali  scritti 
nel  modo  che  segue  : 

In  un  cippo  di  travertino  rettangolo,  grezzo,  di  lettura  assai  difficile,  e  con 
punti  incerti  vedesi  : 

D        M 

y-c/////Evi5 

CECILIV5 

SHCF       sic 
COIVGL 

B    M    F 
CVM   QVA 
VIXIT    ANN 

XXV 

In  un  pezzo  di  lastra  marmorea,  rimangono  Ir  sole  lettere   RYPI  ;  in  altro  leg- 

ET  CA 
gesi  il  resto  epigrafico:       FECIT  :  iu  im  terzo  e  l'ultima  parte  di  un  titolo  greco: 

/uHMHCXAPtr 
«NG0HK€ 

Si  ebbero  infine  alcuni  mattoni  con  marche  di  fàbbriche.    Il  primo  ha  il  bollo 

circolare  :  OPDOLEXFIGLPVBLILIANCCA 

SINIVS  NVMIDIAN  FLC 

Marte  astato  e  sjaleato 
cfr.  Marini  n.  G.r>9«  nota  3. 

Il  secondo  reca  il  bollo  circolare: 

OP  DOL  EX  pr  AVG  N  FIG  DOM  Min 

A  EMI  LI  AE    ROMAN  A  E 

l 'hi va 

cfr.  Marini  n.   179. 

Nel  terzo  finalmente  è  il  bollo  pure  circolare  : 

OP  dol  eX  PR  AVGG  NN  FIG  SV 

PERIOR  LANI  RVFINI 

Mercurio  col  caduceo  e  la  cramena 
cfr.  Marini  n.  240. 

Via  Nomr  al  ano.  Nell'area  della  villa  già  Patrizi,  e  in  vicinanza  del  monumento 

dei  Rabirii,  è  stata  scoperta    una    tomba,  a  grandi    bugne  di  peperino,    il  cui    vano 


—  285  — 

interno,  pavimentato  di  musaico,  misura  m.  4,00  in  lunghezza  e  m.  2,50  in  larghezza. 
Sulla  fronte  del  monumento,  che  risponde  lungo  l'antica  Nomentana,  si  legge  l'epigrafe  : 

C   CLODIVS    C    L 

DIONYSIVS 

CAPRILIA    CN    L 

SVRA 

È  incisa  in  lastrone  di  travertino.  lungo  un  metro,  alto  m.   0,70. 

Via  Portile, me.  Nell'area  della  nuova  stazione  ferroviaria,  espropriata  alla  casa 
religiosa  della  Missione,  e  conosciuta  nell'  istoria  dei  giardini  di  Cesare  appunto  col 
nome  di  vigna  della  Missione,  è  stato  scoperto  il  pavimento  di  una  strada  antica,  che 
sembra  correre  parallelamente  alla  Portuense,  lungo  il  piede  delle  colline  Gianicolensi, 
alla  distanza  di  m.  100  dal  margine  destro  di  detta  via. 

Via  Salaria.  Il  cav.  Cesare  Bertone,  avendo  proseguito  lo  scavo  del  mau- 
soleo di  Lucilia  Polla,  fino  alla  estremità  del  diametro,  dal  lato  opposto  della 
grande  iscrizione  ha  trovato  l'ingresso  all'ipogeo  sepolcrale  e  l'ipogeo  stesso,  ma 
sotto  circostanze  speciali  ed  inaspettate.  Sembra  che ,  dopo  il  ricoprimento  arti- 
ficiale dell'  intero  mausoleo,  avvenuto,  come  si  è  detto  altra  volta,  circa  la  metà  del 
secondo  secolo  dell'  impero.  1'  ingresso  della  cripta,  nella  quale  riposavano  le  ceneri 
dei  Lucili,  sia  stato  accidentalmente  scoperto  dai  Cristiani,  i  quali  trasformarono 
quel  sotterraneo  in  una  catacomba,  riducendo  ad  arcosolì  i  tre  recessi  della  cella  di 
mezzo,  e  tagliando  loculi  nelle  pareti  dell'ambulacro.  Anche  più  strano  è  il  fatto 
della  profanazione  e  manomissione  del  cristiano  cimiterio,  avvenuta  non  si  sa  bene 
in  quale  epoca  ;  in  seguito  della  quale  violazione  le  ossa  e  gli  scheletri  furono  tratti 
fuori  dagli  avelli,  e  gettati  alla  rinfusa  sul  pavimento.  Furono  trovate  nell'ambulacro 
alcune  lapidi,  che  nulla  hanno  che  fare  col  luogo  della  scoperta. 

a)  Stele  marmorea,  con  protome  virile  nel  timpanetto: 

D  •  M 
MVARSILIO  ■  MAR 
TIALIVETEXCOH- 
iTIT-PR  •  VARSILIA- 
STACTE  •  PATRONO 
IDEMCONIVGIBM 
FECCVM  •  QVA-VIX 

AN   •        XVI 

b)  frammento  di  lastra  marmorea: 

TVENDrtr- 
HERACLIDES 
VICARIS 

svls  •  Fe'cit 
e.)  umetta  cineraria,  con  eleganti  ornati  di  bassorilievo,  e  cartellino   con   la 
leggenda  : 

D  M 

LCAECILIO 

LASPANO 

P-F-F 


—  236  — 

Sul  fianco  destro  della  Salaria,  nei  terreni  della  Banca  Tiberina,  che  si  esten- 
dono Ira  la  vigna  già  Carcano  e  la  villa  Albani,  è  stato  scoperto  un  muro  tutto 
infarcito  di  scaglioni  marmorei.  Vi  si  distinguono  gli  avanzi  di  un  grande  piedistallo 
scolpito  di  bassorilievo,  frammenti  di  figure  diverse,  ed  una  testa  virile  colossale 
marmorea  di  buono  stile  e  di  ottima  conservazione. 

X.  Castel  Gandolfo  —  Nella  Villa  Barberini  a  Castel  Gandolfo,  sradicandosi 
una  vecchia  elee,  si  è  scoperto  un  bacino  rotondo  di  fontana  della  antica  Villa  Do- 
mizianea,  incrostato  di  signino,  e  rivestito  di  marmi.  I  bolli  di  mattone  trovati  in 
questo  scavo  accidentale,  portano  la  leggenda  rettangolare  : 

L  NAVI  PMHILI 

Neil'  istessa  villa  è  stato  scoperto  tutto  un  cuneo  del  piccolo  teatro  imperiale. 
nel  quale  si  distinguono  undici  gradini  o  sedili,  alti  m.  0,42,  spogliati  però  dei  loro 
ornamenti  marmorei.  Nel  fondo  della  cavea,  sono  stati  ritrovati  alquanti  frammenti 
di  cornicione  intagliati  in  marmo  greco,  con  l'eleganza  propria  del  secolo  d'oro. 

XI.  Atina,  —  Nella  spianata  di  s.  Marco,  costruendosi  la  nuova  rampa  che 
conduce  al  cimitèro,  furono  scoperti  in  Atina,  sul  principio  del  corrente  anno,  alcuni 
pavimenti,  dei  quali  fece  il  rilievo  il  solerte  ingegnere  del  Genio  civile  sig.  A. 
Pedone,  che  aggiunse  al  lavoro  topografico  questi  chiarimenti. 

«  Nel  primo  tratto  che  fu  rimesso  alla  luce,  si  riconobbero  degli  ornati  semplici  e 
puri,  ed  un  intreccio  di  bel  motivo.  Nei  tratti  scoperti  successivamente,  si  riconobbe  un 
artifizio  a  musaico  con  pezzi  di  marmo  ed  altre  pietruzze  di  color  vario.  Fu  quindi 
sgomberata  l'area  di  un  cortile  con  dieci  colonne  mozze,  e  con  una  piccola  ara  nel 
'•entro.  Questo  cortile  doveva  essere  pavimentato  in  marmo,  come  può  argomentarsi 
dai  pezzi  di  notevole  spessore,  che  vi  furono  lasciati  dopo  le  antiche  spoliazioni.  In 
un  angolo  si  vede  l' imboccatura  del  tubo  di  scarico  delle  acque  piovane,  il  quale  è 
di  terracotta  con  cordone,  di  buona  fattura,  come  sono  in  generale  gli  antichi  late- 
rizi della  contrada. 

«  Le  colonne  dovevano  essere  di  ordine  dorico,  per  quanto  può  desumersi  dal- 
l'ossatura di  un  capitello  trovato  nello  scavo;  esso  è  di  travertino  lacustre,  detto 
volgarmente  cemento  nel  circondario  di  Sora,  e  per  le  dimensioni  risponde  esatta- 
mente a  ciò  che  rimane  delle  colonne.  Sono  esse  costruite  con  nucleo  di  struttura 
laterizia  incerta,  contornato  da  laterizi  speciosamente  conformati  a  settore  di  circolo, 
proprio  rispondenti  alla  configurazione  circolare  del  fusto,  il  quale  è  poi  rivestito 
di  strati  di  intonaco,  e  quindi  di  imo  strato  di  stucco  dipinto,  Tra  i  fusti  delle 
colonne  ricorre  un  muricciuolo,  fabbricato  posteriormente  alla  colonne  stesse,  e  che 
sembra  un  parapetto  in  giro  al  cortile,  nel  quale  danno  accesso  due  aperture,  una 
in  un  lato  lungo,  l'altra  in  un  lato  corto.  Nel  centro  di  questo  cortile  si  rinvenne 
abbattuta  la  piccola  ara  ricordata  di  sopra,  che  è  di  pietra  calcare  e  di  forme  rozze  ; 
il  ehe  male  si  accorda  con  i  segni  di  ricchezza  che  veggonsi  nel  resto  dell'edificio. 
11  pavimento  dell'area,  tra  questo  cortile  ed  i  musaici,  è  lastricato  con  mattone  pesto 
e  calce;  L'altro  di  una  camera  scoperta  in  piccolissima  parte,  è  di  battuto  ordinario. 
Ciò  che  rimane    delle    pareti  è  rivestito  di  intonaco    rustico,    poi  di  uno    strato    di 


intonaco  fino,  da  ultimo  di  uno  strato  di  stucco  dipinto.  Si  notano  alcune  treccie  di 
tubulatura  di  piombo,  involata  pochi  anni  or  sono.  Si  notò  pure  in  altra  parto  del- 
l'edificio la  traccia  di  una,  colonna  come  quelle  sopra  accennate,  sopra  soglia  in 
pietra  calcare;  il  che  dimostra  che  la  casa  estendevasi  nella  parte  meridionale;  ma 
ne  vennero  distrutte  le  vestigia.  Furono  pure  rinvenuti  frammenti  di  lastre  di  marmo 
di  vario  spessore;  un  pezzo  di  piccola  cornice  marmorea;  due  testine  di  leoni;  un'an- 
tefissa  fittile;  e  varie  tegole.  Infine  si  recuperarono  alcuni  frammenti  epigrafici». 

Di  tali  frammenti  si  ebbero  calchi  cartacei,  per  solerzia  del  predetto  ingegnere. 

Quattro  pezzi,  incisi  in  pietra  calcare,  sembrano  appartenere  al  medesimo  titolo: 

b)     (TcTPROj 

IV 


v9 


e)     T>-"D  PArì 


Il  primo  è  largo  m.  0,26;  alto  m.  0,20;  il  secondo  è  di  m.  0,11  X  0,20;  il  terzo 
è  di  m.  0,45  X  0,27  ;  il  quarto  di  m.  0,33  X  0,24.    Uguale  in  tutti  è  lo    spessore. 
In  un  frammento  di  lastra  marmorea,  di  m.  0,09  X  0,12,  si  legge  in  belle  lettere 

(tK'DL. 

jA-con! 
Aris  •  av/ 

AMIA/ 
In  altro  frammento,  pure  marmoreo,  di  m.  0,14  X  0,11  vedesi,  anche  in  belle 

lettere  un  poco  più  grandi: 

I 

VIR-S 

NTVR 

In  un  pezzo  di  tegolo  si  notò  un  bollo  circolare,  con  entro  una  S. 

XII.  Pozzuoli  —  Nelle  Notizie  dello  scorso  aprile  (p.  129)  si  disse  di  un 
frammento  di  mattone  con  bollo  rettangolare,  rinvenuto  nello  scavo  di  via  s.  Fran- 
cesco, ove  si  riconobbero  i  resti  di  un  edificio  termale.  In  quel  laterizio,  donato  dal 
sig.  Fr.  Persico  al  Museo  nazionale  di  Napoli,  vedesi  l' impronta,  che  qui  si  ripro- 
duce a  fac-simile: 


IC      It.< 


- .  marni , 


Intorno  a  questo    bollo  fu  comunicata    alla  E.  Accademia    una    nota    del   socio 
prof.  F.  Barnabei  (cfr.  Rendiconti  voi.  II,  fase.  2,  p.  30). 

':.     i   di  scienze  moram  ecc        Memorie       Sor.  4a,  Voi.  II.  :' 


—  238  — 

XIII.  Ventotene  (Pandataria  Insula)  —  Nello  scorso  maggio  fu  tro- 
vata da  un  marinaro,  nelle  acque  del  porto  di  Ventotene,  una  lucerna  cristiana 
di  bronzo,  che  fu  aggiunta  alle  raccolte  del  Museo  nazionale  di  Napoli.  Il  direttore 
di  queir  istituto,  il  eh.  prof,  de  Petra,  la  descrisse  nel  modo  seguente  : 

«  L'antica  lucerna  di  bronzo  ritrovata  nelle  acque  di  Ventotene  è  bilione.  I  becchi 
terminano  in  fori  stellati.  Per  l'olio  che  alimentava  la  lampada,  vi  è  nel  corpo  della 
lucerna  un  buco  munito  di  coperchio,  fissato  con  cerniera.  Il  manico  ha  la  forma  di 
collo  di  grifo  ,  con  barba  caprina ,  becco  d'avoltoio  e  dorso  cristato.  Sorge  tra  le 
orecchie  la  croce  monogrammatica  -£.  Sulla  testa  del  grifo,  e  in  corrispondenza  dei 
due  becchi,  sono  legate  tre  catenelle,  che  si  riuniscono  in  alto  ad  un  ferro  in  forma 
di  uncino,  il  quale  serviva  a  tener  sospesa  la  lucerna  ed  a  smoccolarne  i  lucignoli. 
L'oggetto  è  eseguito  con  arte  squisita,  e  degna. dei  migliori  tempi  dell'impero». 

Regione  VII.  (Apulia) 

XIV.  Trani  —  JVote  del  prof.  F.  Barnabei  sopra  antichità  di  Trani, 
Bitonto,  e  Rugrje. 

Essendomi  fermato  in  Trani  nel  recente  viaggio  che  feci  nelle  Puglie  e  nelle 
Calabrie,  potei  quivi,  accompagnato  dall'egregio  ispettore  cav.  Sarlo,  esaminare  alcuni 
frammenti  lapidari  scolpiti  ed  iscritti,  i  quali  vennero  rimessi  in  luce  nella  parte  che 
era  stata  per  lungo  tempo  adibita  a  pubblico  cimitero  nei  sotterranei  del  duomo, 
ove  tuttavia  si  conservano.  Poiché  fu  sgombrato  tutto  quel  sito  dai  mucchj  di 
ossame,  si  riconobbero  nell'antico  pavimento  alcune  lapidi  con  epigrafi  frammentate, 
tra  le  quali  attirarono  prima  la  mia  attenzione  i  due  pezzi  di  lastra  iscritta,  che 
vennero  editi  nelle  Notule  del  1878,  ser.  3a  voi.  II,  p.  741,  e  furono  ripetuti  nel 
voi.  IX  del  C.  I.  L.  coi  numeri  6180,  6181.  Questi  pezzi,  i  quali  secondo  gli  apografi 
che  servirono  alle  pubblicazioni  sopra  ricordate,  parevano  appartenere  a  due  diversi 
titoli,  vidi  invece  che  si  riferivano  al  titolo  stesso,  al  quale  manca  solo  qualche  let- 
tera nel  punto  ove  la  lapide  fu  infranta.  Nell'uno  e  nell'altro  pezzo  si  osservano  in 
uguale  grado  i  danni  cagionati  dallo  attrito,  essendo  stati  esposti  nel  pavimento,  dal 
lato  che  reca  la  scrittura.  Vi  si  legge  : 

C.  I.  L.  n.  GÌ  SI         ih.  n.  6180 


p-ro 

RV 


plTVMIOFFOVF 
loTfiTVIR  AED 


C  A F  / §  AQFM  A X I M k/ 

r / 


Kiconobbi  pure  un  altro  pezzo  di  calcare,  proveniente  dal  luogo  stosso,  lungo  m.  i  i,72, 
alto  m.  0,42,  e  dello  spessore  di  m.  0,38,  in  cui  si  legge  il  frammento  dedicatorio  : 

jIVO-VESPASIANOj 
/DOMITIANI   AVGj 

Nel  duomo  vecchio  o  s.  Giacomi»  vecchio  di  Trani,  vidi  usato  come  scalimi   un 


—  239  — 

pezzo  di  cippo  iscritto,  che  non  trovo   ricordato  altrove,  sebbene  qualcuno  del  luogo 
mi  avesse  detto  essere  stato  edito  inesattamente.  Vi  resta  soltanto: 

jNV  S 

KE-yu 
ÌfiliaJ 


XV.  Bitoilto  —  Nel  giardino  dietro  la  chiesa  di  s.  Pietro  di  Castro,  vidi 
rsato  in  un  muro,  come  materiale  di  fabbrica,  un  cippo  di  calcare,  in  cui  copiai 
l' iscrizione  seguente,  incisa  in  caratteri  abbastanza  rozzi  : 

MINERVAE 
SACRVM 

CMARIVS 

ZONGINVs 

V  s  l  m 
Non  credo  possa  mettersi  in  dubbio  l'autenticità  del  titolo,  il  quale  non  poten- 
dosi supporre  trasportato  da  lontano,  in  sito  che  è  abbondantissimo  di  materiale  edi- 
lizio, acquista  importanza  non  lieve  pel  fatto,  che  nessuna  iscrizione  erasi  finora  trovata 
nella  città,  che  ebbe  monetazione  propria,  fu  ricordata  dai  classici  (Plinio  III,  11,  105  ; 
Marziale  IV,  55,  29)  e  negli  Itinerari,  e  conserva  il  nome  antico. 

XVI.  Rugge  —  (  Rudiae ,  territorio  del  comune  di  Lecce  )  — 
In  Lecce,  accolto  dalla  nota  cortesia  del  benemerito  duca  di  Castromediano,  e  degli 
egregi  componenti  la  Commissione  conservatrice  delle  antichità,  fui  lieto  di  ammirare 
il  nuovo  ordinamento  dato  alle  collezioni  del  Museo  provinciale  in  una  parte  del 
palazzo  della  E.  Prefettura,  assai  adatta  per  la  tutela  e  lo  studio  di  quelle  raccolto 
copiose,  e  destinate  a  sempre  più  prospero  avvenire.  Non  è  qui  il  luogo  d' intratte- 
nermi sopra  questo  Museo,  che  anche  di  recente  fornì  materia  ad  uno  studio  del  eh. 
cav.  Giovanni  Jatta  (  Vasi  del  museo  ili  Lecce,  in  Rassegna  pugliese  di  scienze,  let- 
tere ed  arti  anno  I  n.  1,  2,  3),  e  fu  lodato  giustamente  dai  eh.  Helbig  e  Lenormant, 
e  da  altri  dotti  che  ebbero  occasione  di  visitarlo.  Ma  desidero  qui  dire  di  un  pic- 
colo gruppo  di  oggetti,  entrato  di  poco  a  far  parte  delle  raccolto  leccesi,  oggetti  che 
mi  furono  mostrati  dal  sig.  duca  di  Castromediano,  il  quale  mi  diede  sopra  di  essi  le 
notizie  che  egli  aveva  potuto  raccogliere,  e  volle  per  squisita  sua  bontà  concedere  a 
me  il  piacere  di  riferirne. 

Provengono  da  un  sepolcro  scavato  presso  Rugge,  nel  fondo  Viola.  Si  riconobbe 
quivi  una  camera,  già  depredata,  nella  quale  come  rifiuto  della  spoliazione,  erano 
stati  lasciati,  confusi  fra  la  terra,  alcuni  vasetti  fittili,  rozzi,  di  formo  comuni,  e  di 
nessun  valore  ;  e  con  essi  un'  iscrizione  in  lastra  di  calcare,  larga  m.  0.41,  ed  alta 
ugualmente  m.  0,41,  essendo  frammentata  nella  parte  superiore.  Vi  si  legge: 

/     clyUvSoT"''} 
PITHEROS     ( 


—  240  — 

Tuttavolta  l'esplorazione  antica  non  era  stata  quivi  completa.  Nel  fondo  della 
camera  si  riconobbe  un  grosso  mattone,  che  pareva  servire  di  coperchio  ad  un  piccolo 
loculo.  Tolto  infatti  questo  mattone,  si  vide  che  copriva  un  vaso  fittile,  entro  cui 
erano  frammenti  di  ossa  bruciate  di  un  fanciullo,  e  quindici  dischi  di  osso  conservatis- 
simi.  lavorati  al  tornio,  del  diametro  di  min.  24,  e  dello  spessore  di  nini.  2.  Da  un 
lato,  con  una  piccola  prominenza  nel  centro,  hanno  aspetto  di  piccole  borchie,  e  dal- 
l'altro lato  hanno  la  superficicie  perfettamente  liscia,  su  cui  porta  ciascuno  ima  let- 
ti'ni.  greca  ed  un  numero  romano,  i  quali  segni  riuniti,  compongouo  la  serie  com- 
pleta dei  numeri,  da  uno  a  quindici,  nel  modo  che  segue;  cioè  col  numero  romano 
superiormente,  e  col  numerale  greco  nella  parte  inferiore  : 


I 

À 

II 

') 

B 

ni 

3. 

r 

mi 

4. 

A 

v 

5. 

e 

VI 

VII 
Z 

Vili 

8. 

H 

Alili 

9. 

© 

X 

lo. 

I 

XI 

IÀ 

XII 
12. 

IB 

XIII 

1  . 

ir 

XIIII 

14. 

IA 

XV 
15. 

ie 

Tessere  simili  non  si  sono  trovate  ora  per  la  prima  volta;  e  le  numerose  che 
por  lo  passato  entrarono  nei  pubblici  Musei  e  nelle  raccolte  private,  porsero  materia 
a  vario  opinioni.  Prevalse  in  generale  la  sentenza,  che  avessero  rapporto  con  gli 
spettacoli  teatrali  (cfr.  Henzen,  Ami.  Lisi.  1848,  p.  273  sq.  ;  Man.  ined.  Imi.  voi. 
IV,  tav.  LII,  LUI).  E  se  per  molte  con  numeri,  ai  quali  sono  uniti  e  nomi  e  rap- 
presentanze di  figure,  poteva  im  concetto  simile  essere  corroborato  dalle  autorità  dei 
classici,  fu  anche  giustamente  osservato,  che  difficilmente  alla  serie  stessa  avreb- 
bero potuto  esser  riferite  le  tessere  con  semplici  segni  numerali,  come  queste  ora  rin- 
venute. Lo  dice  chiaramente  la  nota  al  n.  8602  del  voi  IV  del  C.  I.  (Ir.,  ove  fu- 
rono ripetute  le  cinque  greche  e  latine  coi  soli  numeri  :  due,  quattro,  undici,  dodici,  quat- 
tordici ;  la  prima  posseduta  dal  Museo  di  Napoli,  le  altre  della  raccolta  del  comm. 
Kestner.  Quella  nota  ripete  ciò,  che  il  eh.  Henzen  nella  memoria  sopra  citata  aveva 
sostenuto  a  proposito  di  esse,  vale  a  dire  che  il  loro  uso  era  incerto;  quantunque 
non  rifiutasse  il  eh.  autore  la  opinione  di  coloro,  che  massime  quelle  con  soli  numeri 
latini,  reputavano  aver  potuto  «  servire  di  tessere  frumentarie,  indicando  il  numero 
dell' ostio,  dove  si  riceveva  il  gl'ano  ».  Ma  soggiungeva  pure  il  dotto  maestro  «  essere 
una  tale  congettura  incertissima,  potendo  bene  queste  tessere  appartenere  alla  classe 
delle  convivali,  oppure  alle  stesse  tessere  teatrali  ed  aufiteatrali  ;  di  modo  che  i  nu- 
meri indicassero  sia  l'ostio,  pel  quale  si  doveva  entrare  ai  ludi  pubblici,  sia  il  cuneo 
che  dovevasi  occupare,  quante  volte  questi  non  fossero  indicati  col  nome  di  qualche 
divinità  o  persona  umana;  potendo  immaginarsi  benissimo  che  talvolta,  per  esempio 
a  causa  di  ludi  gratuiti,  fosse  sufficiente  questa  semplice  indicazione  »  (Ami.  1.  e. 
p.  282).  Se  non  che  supposizioni  simili  vengono  ora  escluse  dal  fatto,  che  le  nostre 
tessere,  portanti  la  serie  consecutiva  numerale  dall'uno  al  quindici,  furono  trovate 
insieme  riuniti'  nella  tomba  di  un  fanciullo,   ed    in   un   sito  ove    nessun    ilocinni'iitn 


—  241  — 

abbiamo  por  poter  ammettere,  che  vi  fosse  stato  teatro  od  anfiteatro.  Tanto  più  che  è 
da  escludere  il  rapporto  al  convito,  pel  quale  una  sola  tessera  sarebbe  stata  necessaria. 

Pare  invece  assai  più  probabile,  che  questi  oggetti  fossero  adoperati  come  un 
mezzo  mnemonico,  e  servissero  di  istrumenti  di  scuola,  per  insegnare  così  gli  dementa 
prima,  eome  la  numerazione. 

Se  la  cosa  è  in  tal  modo,  dovrebbero  in  queste  tessere  riconoscersi  quelle  let- 
tere mobili,  che  i  maestri  adoperavano,  secondo  che  da  Quintiliano  è  ricordato  (Inst. 
orai.  1.   1.  2.6). 


Regione  III.  {Lucania  et  Bruttii) 
XVII.  Reggio  dì  Calabria  —  Note  del  predetto  prof.  F.  Barnabei. 

Mediante  lo  zelo  degli  egregi  coirmi.  D.  Spanò-Bolani  e  can.  A.  M.  di  Lorenzo,  che 
attendono  all'incremento  del  Museo  di  Reggio,  molti  oggetti  sono  stati  ricuperati  dal 
suolo  reggino,  i  quali  accrebbero  il  pregio  della  pubblica  raccolta  ;  e  molti  dati  pre- 
ziosissimi per  lo  studio  dell'  antica  topografia,  furono  offerti  ai  dotti  nelle  diligenti 
Memorie  del  eh.  di  Lorenzo,  edite  in  queste  Notizie,  e  raccolte  poi  in  un  opuscolo 
separato  (')• 

Non  occorre  quindi  che  io  qui  ripeta  ciò  che  altrove  fu  ampiamente  svolto;  e  mi 
basti  dire,  che  alle  premure  degli  egregi  signori  sopra  ricordati,  corrispose  lo  zelo 
del  sig.  Giuseppe  Vazzano,  custode  del  Museo  civico,  il  quale  come  diligentissimo  ispet- 
tore, accorse  del  continuo  nei  luoghi  di  scavo,  raccogliendo  tutte  le  notizie  che  po- 
tevano giovare  all'utile  della  scienza. 

Furono  esplorate  varie  parti,  e  dentro  la  città  e  nei  terreni  prossimi  all'abitato. 
Si  riconobbero  due  sepolcreti,  l'uno  in  contrada  s.  Caterina,  al  di  là  del  torrente 
Annunziata,  lungo  la  nuova  linea  della  strada  ferrata;  l'altro  in  alto  sulla  collina 
detta  la  Torrazzo,,  al  di  sopra  della  nuova  strada  Reggio-Campi.  Le  tombe  che  die- 
dero copiosa  suppellettile  funebre,  conservata  ora  nel  Museo,  erano  costruite  in  late- 
rizi, così  nel  primo  come  nel  secondo  sepolcreto,  altre  volte  a  muretti  coperti  di  tego- 
loni  alla  cappuccina,  altre  volte  poi  con  coperchi  di  terra  cotta,  in  forma  di  grandi 
semicilindri.  In  una  tomba  della  Terrazza,  la  copertura  fu  fatta  con  mattoni  lunghi 
disposti  a  libretto.  Forse  il  giudizio  definitivo  circa  l'età  di  questi  due  sepolcreti,  deve 
essere  riservato  al  tempo  in  cui  sistematiche  investigazioni  vi  saranno  praticate,  po- 
tendosi per  ora  dire,  che  quei  luoghi  furono  piuttosto  additati  agli  studiosi  che  esplo- 
rati, pochissime  tombe  essendo  state  aperte  sulla  collina  della  Torrazza,  ed  in  con- 
trada s.  Caterina ,  essendo  state  esaminate  solo  quelle ,  che  per  il  taglio  della 
strada  ferrata  si  venivano  ad  incontrare.  Ma  ne  restano  molte  nel  campo  circostante, 
dove  è  a  sperare  che  si  istituiscano  metodici  lavori  ;  i  quali  meglio  faranno  decidere, 


f1)  Le  scoperte  archeologiche  di  Reggio  di  Calabria,  nel  primo  biennio  dì   vita  del  Museo 
civico  —  Reggio  1885,  p.  GG  con  una  tavola. 


—  242  — 

se  questa  parte  della  necropoli  fosso  stata  dell'ultimo  periodo  della  civiltà  antica  di 
Reggio. 

Fu  riconosciuto  tutto  l'andamento  dell'acquedotto,  e  determinati  i  siti  ove  erano 
stati  scavati  dei  pozzi,  alcuni  dei  quali  si  conservano  tuttora,  e  si  adoperano  secondo 
l'antico  loro  uso. 

In  generale  furono  raccolti  elementi  ottimi  per  un  proficuo  studio  sulla  topogra- 
fia reggina,  e  riconosciuti  i  luoghi  ove  ulteriori  indagini  arrecherebbero  sicuro  e 
largo  frutto. 

Il  più  importante  tra  questi  è  il  terreno,  che  è  limitato  nella  città  dalla  via  Bue 
iettimi» re,  e  che  attraversato  dalla  via  Ascìwies  e  dalla  Piazza  del  lavoro,  com- 
prende i  fabbricati  dei  signori  Taraschi,  Barilla  ,  Màfrica,  e  le  case  possedute  dal 
sig.  cav.  Pasquale  Griso-Laboccetta. 

Fino  dal  marzo  del  1883  nella  parte  più  alta  di  questa  zona,  in  quella  cioè  che 
sostiene  i  fabbricati  Taraschi  e  Barilla,  si  scoprirono  varie  statuette  fittili  di  deposito 
votivo  {Notizie  1883,  ser.  3a,  voi.  XI,  p.  539).  Non  era  la  prima  volta  che  cose 
simili  quivi  si  rinvenivano.  Altre  statuette  fittili  erano  state  trovate  in  gran  copia  per 
lo  innanzi,  quando  la  casa  Taraschi  fu  ricostruita.  Abbondavano  le  figurine  rappre  ea- 
tauti  una  divinità  muliebre,  ornata  di  alto  e  ricco  diadema,  vestita  con  suntuosa  veste, 
e  seduta  su  di  un  trono,  colle  mani  distese  sulle  ginocchia.  Altre  figurine  muliebri, 
colle  braccia  ugualmente  distese,  erano  ignude,  e  fatte  per  essere  collocate  pure  iu 
un  trono,  che  però  non  formava  un  solo  pezzo  colla  figura.  Vi  erano  statuette  di 
cavalieri,  altre  di  liricini  ;  e  poi  molte  teste  di  vario  stile,  per  lo  più  di  tipo  arcaico, 
e  molti  vasetti  di  varia  forma,  alcuni  fatti  a  mano,  assai  grossolanamente. 

Oggetti  votivi,  simili  a  questi  del  terreno  Taraschi.  si  rinvennero  nel  1884,  ad 
una  cinquantina  di  metri  più  in  basso,  nel  terreno  del  sig.  Giuseppe  Màfrica,  (love 
quaranta  anni  prima  erano  stati  eseguiti  scavi  fortunati,  dal  capo  della  provincia  sig. 
Roberto  Betti  {Notizie  1884,  ser.  3a,  voi.  XIII,  p.  630). 

Ed  a  trenta  metri  da  questo  sito,  sempre  più  in  basso,  altri  oggetti  fittili  votivi 
si  scoprirono  nella  villa  Griso-Laboccetta,  dove  l'egregio  proprietario  concedè  le  mag- 
giori facilitazioni  alla  direzione  del  Museo. 

Che  quivi  fosse  sorto  un  tempio,  nel  miglior  periodo  della  storia  reggina,  viene 
dimostrato  dallo  esame  di  alcuni  pozzi  di  decorazione  architettonica,  i  quali  nel  ter- 
reno Griso-Labocetta  furono  scavati,  e  che  potei  io  esaminare  fra  il  numeroso  materiali' 
di  lineilo  scavo,  non.  ancora  esposto  nel  Museo  per  mancanza  di  spazio. 

Vi  sono  molte  teste  fìttili  frammentate,  di  stile  arcaico,  che  appartengono  ad 
antefisse ,  ed  alcuni  resti  bellissimi  di  tegoloni  dipinti,  che  appartenevano  al  corona- 
mento del  tempio.  Le  pitture  sono  fatte  a  fuoco,  con  ossido  di  manganese  e  di  ferro, 
e  sono  ad  ornato  geometrico ,  con  indizi  di»  rosoni  nei  quadrati.  Merita  singolare  ri- 
guardo un  disco  frammentato,  con  baccellature  dipinte  nel  centro,  e  linee  a  zig-zag 
nell'orlo. 

Il  pezzo  più  importante  per  altro  di  questo  ornato  architettonico  consiste  in  un 
rilievo  di  terra  cotta,  lungo  m.  0,95,  alto  nello  stato  attuale  m.  0.70,  essendo  rotto 
superiormente.  Rappresenta   due  figure  muliebri,  ili   buono  stile  arcaico,  in  movimento 


—  243  — 

di  danza,  eseguite  a  stecca  in  maniera  assai  fine,  massime  nella  sobrietà  delle  pieghe 
del  vestimento  leggiero,  come  si  vedo  nel  disegno  che  qui  viene  riprodotto. 


- 


r£gì- 


Appaiono  negli  aititi  le  .strisce  delle  antiche  pitture.  Sono  pure  evidenti  i  buchi 
pei  quali  passavano  i  chiodi  di  bronzo,  destinati  a  tener  ferme  le  lastre  fittili  orna- 
mentali. Forse  se  lo  scavo  avesse  potuto  essere  allargato,  sarebbe  stato  possibile  re- 
cuperare altri  pezzi  di  queste  scul ture  ,  e  meglio  determinare  l'andamento  dei  muri 
del  tempio,  dei  quali  non  dubbi  segni  si  ebbero  nella  così  detta  casa  dell'  orto- 
lano, che  pare  costruita  sopra  i  resti  di  quel  sacro  edificio,  presso  cui  il  rilievo  fittile 
fu  raccolto 

Ed  è  a  sperare  che  incoraggiata  la  direzione  del  Museo  civico  a  ripigliare  le 
indagini,  e  continuandole  il  favore  del  benemerito  proprietario  del  sito,  altri  e  pre- 
ziosi pezzi  si  possano  recuperare  ,  i  quali  ne  mettano  in  grado  di  meglio  valutare 
le  cose  finora  avute.  E  conferma  in  tale  speranza  lo  esame  dell'altro  materiale,  non 
ancora  ripulito  o  restaurato,  in  mezzo  a  cui  notansi  non  pochi  pezzi  di  vasi  greci  di 
varia  epoca  e  di  sommo  pregio. 

Noterò  fra  questi  un  pezzetto  arcaicissimo,  ove  sono  dipinte  donzelle  presso  una 
fonte,  alla  quale  si  avanza  anche  un  cavallo.  Accanto  al  viso  di  una  di  tali  donzelle 
leggesi  TPy/riUOS;  accanto  all'altra  ...IHE/\  In  altro  pezzo  a  figure  nere  su  fondo  rosso, 
vedesi  un  uomo  su  di  un  carro  che  rapisce  una  fanciulla.  Dalla  testa  dell'uomo  parte 
la  leggenda:  nOLVDEVKE*;  sopra  la  donna  è  scritto:  (pDIBE. 

Nel  porre  termine  a  questi  brevi  cenni ,  trovo  opportuno  di  dire  poche  parole 
sopra  alcuni  oggetti  provenienti  dalla  Piazza  Vittorio  Emanuele,  ove  fu  costruito  il 
palazzo  della  Banca  Nazionale,  e  dove  è  a  dolere,  come  giustamente  osserva  il  eh. 


—  244  — 

di  Lorenzo  (Notizie  1SS6,  p.  138),  che  l'autorità  preposta  alla  tutela  dello  memorie 
patrie,  non  sia  stata  avvertita  in  tempo  per  raccogliere  i  dati  scientifici  nei  lavori 
che  si  fecero  per  le  nuove  fondamenta.  Nelle  terre  di  scarico,  provenienti  da  questi 
scavi,  vari  oggetti  furono  recuperati  ;  e  di  questi  si  fece  lo  acquisto  per  le  collezioni 
del  Museo  (cfr.  Notizie  1.  e).  Ora  a  quelli  precedentemente  descritti  e  che  tra  quelle 
terre  si  ritrovarono,  vanno  aggiunti  vari  piombi  con  leggende  greche  bizantine,  che 
non  oso  dire  se  sieno  nuove,  non  essendomi  stato  possibile  consultare  il  recente  libro 
del  eh.  Schlumborger  sopra  bolli  di  tal  fatta,  ed  avendomi  dovuto  tenere  a  quanto  è 
edito  nel  voi.  IV  del  C.  I.  Gr.,  n.  8988-9056,  dove  nessuna  delle  nostre  leggende  si 
riscontra. 

Questi  bolli  sono: 


1. 


T60 


C(0 


K — e- 


A(v)  LAW 


-H 


"•    Kfóois),    jìOì'jihfl    Tip    <7(ò    òovkdì 


TlO 


ClO 


K (-) H 

Atf    'w 

"■  (Ki'qu)  porj&et  no  aio  óovho 


CGP 

riiovn* 

MoNHTV 
PICO 

t'-  StQyut)   i>7T(cirro)  x(ccì)  fiovr)ta()ty 

b. 

NIKH 
*OPOVB 
ACnAG 

b.   NixetpÓQOV  ^«(aihxov)  d7taO-(aQtov) 

h. 


TlO 


C<o 


k — a — h 

AÒ  [    AIO 


"■  K(vqu)  (iorj&si  nò  ao>  SovXuj 


+  MIXA 

HAnP(0 

ONOT 


i-  Mt%ttìjX  7iQoo{r)oroT(aQiM) 


/  CO  |  ClO 

—9 H 

Ò   I,  AIO 


TAAPOi 

K/eniTio 

AG/ 


"•  (Kvqu)  p{o)rj&ei  (r)iì  aio  (ò)ovì.m  i-  Hh 


'000 


XI  (ì     il)      /">     ?.! 


5>  TU  le  l^ 


—  245  - 

b. 
IGJ  AIN 

///AIACI 

K--e-)- 


A(v) 


ì 


ICI60 


a. 

r 


a.  b. 

A 


I--[— A  H— j— R 


K 9 


9 
"     K(ùois)  ^(o//')^(f()  b.  leggenda  inintelligibile  per  l'ossido 

Il  can.  de  Lorenzo    uè  trascrisse  poi  un'altra,    che   aveva  nel   dritto   un   rilievo 
irriconoscibile,  e  nel  rovescio  presenta  un  solo  nome  : 

b. 


8.                              ? 

neAA 

noY 

In  un'altra  lesse  solamente 

b.    Jlskuyiov 

". 

b. 

9.                              ? 

+  ev* 

"■  ? 

MIW// 

//////// 

limili 

b.  'Evip^iiUQ 

1"  poi  trascrissi  la  bolla  papale: 

//. 

10.                        QR£ 

P+A 

CORI 

PA£ 

Finalmente  in  una  placchetta  di  piombo,  rettangolare,  e  con  listello  rilevato  a 
guisa  di  piccola  cornice,  e  con  buco  in  un  angolo  vedesi  in  rilievo  : 

_p 
I 
Unitamente  a  questi  bolli,  molte  placchette  di  piombo   liquefatto   per   incendio 

si  raccolsero,  il  che  fece  supporre  al  de  Lorenzo,  che  in  quel  sito,  nel  periodo  bizan- 
tino, fosse  stato  un  pubblico  archivio. 
Roma.  L'i  agosto  1886. 

Il  Diretì  eUe  A  ni  i  hità  e  Eelle  arti 

FlORELLI 


—  247 


AGOSTO 


Regione  IX.  {Liguria) 

I.  Veiltimiglia  —  L' egregio  ispettore  cav.  Girolamo  Rossi  ebbe  notizia  di 
due  frammenti  epigrafici,  provenienti  dalla  pianura  di  Nenia,  scoperti  tra  il  1882 
ed  il  1 883,  dei  quali  trasmise  i  calchi  cartacei.  Nel  primo,  inciso  su  lastra  marmorea, 
si  legge  : 

T- FLAVI 
FLAVI  Cj 
LIO  •  IN) 

Nel  secondo,  che  è  su  pietra  di  Arles,  rimane  la  sola  parola: 

NEPOS 

Regione  VII.  {Cispadana) 

II.  Bologna  —  Nuove  scoperte   in  via  dell'  Indipendenza,   descritte 
dal  prof.  E.  Brizio. 

Nel  fabbricato  della  ditta  Finzi  e  comp.  in  via  dell'  Indipendenza  sono  apparse  altre 
capanne  del  periodo  di  Villanova,  in  continuazione  di  quelle  precedentemente  scoperte, 
e  colle  quali  sembrano  allineate  (cfr.  Notizie  1886,  p.  220  ).  Se  non  che  la  località 
era  molto  devastata  dalle  costruzioni  posteriori  di  tutti  i  periodi  ;  e  quindi  anche  le 
buche  si  trovarono  sconvolte,  e  riempite  di  frammenti  di  vasi  di  tutte  le  epoche.  Che 
però  in  origine  avessero  servito  di  abitazione,  ed  il  centro  a  focolare,  risultava  evi- 
dente dalla  terra  nera  ed  untuosa,  nonché  dai  mille  avanzi  di  carbone,  che  erano 
specialmente  nel  fondo.  Una  capanna  poi  presentava  la  seguente  particolarità,  cioè 
che  il  suo  fondo  concoide,  era  coperto  da  una  incrostatura  di  bronzo  fuso,  e  tutt' intorno 
erano  pezzi  informi  del  medesimo  bronzo  fuso.  Quella  capanna,  anziché  ad  abitazione, 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  1°,  Vol.  II.  31 


—  248  — 

pare  abbia  servito  ad  officina  metallica.  Tanto  il  fondo  incrostato  della  capanna  sud- 
detta, quanto  i  pezzi  di  bronzo  fuso,  sono  stati  trasportati  nel  Museo. 

Eegione  VI.  {Umbria) 

III.  Terni  —  Scavi  dell' Acciaieria  o  della  necropoli  ternana,  descritti 
dal  sig.  Angelo  Pasque 

Allorché  io  venni  in  Terni,  per  ordine  della  Direzione  generale  delle  antichità, 
con  incarico  di  assistere  ai  lavori  di  scavo  nella  nuova  Acciaieria,  in  contrada  s.  Agnese 
e  s.  Paolo,  la  Direzione  dell'opificio  dell'acciaio  aveva  già  esplorata  una  vasta  zona, 
corrispondente  a  queir  area  che  dovranno  occupare  il  bacino  di  tempera,  le  vie  e  le 
fabbriche  circonvicine,  e  vi  si  era  trovata  cospicua  suppellettile  di  una  vetustis- 
sima necropoli  italica,  di  cui  aveva  dato  avviso  la  causale  scoperta  avvenuta  nel 
fondare  l'armatura  del  maglio  ed  i  piazzali  di  scarico  (').  Da  principio  si  ebbe  cura 
soltanto  che  nulla  andasse  disperso,  e  si  posero  alla  ricerca  alcuni  operai,  che  avevano 
esclusivamente  tale  incarico  ;  ma  gli  oggetti  raccolti  da  circa  trenta  tombe,  oggi  si 
trovano  insieme  confusi,  e  non  posso  trattarne  che  classificandoli  a  seconda  della  loro 
natura.  Quando  lo  scavo  sembrò  assumere  vaste  proporzioni,  l'egregio  sig.  ing.  Vauzetti  fu 
sollecito  di  dividere  il  corredo  di  ciascuna  tomba,  e  questo  a  suo  luogo  descriverò  parti- 
tamente,  giovandomi  delle  molte  indicazioni  che  il  prelodato  ingegnere  gentilmente 
mi  favorì,  coll'unirvi  l'ampia  facoltà  di  tenere  dietro  agli  scavatori,  e  di  guidarli  per 
tutto  quel  tempo  che  mi  sarebbe  occorso  rimanere  in  Terni.  Qui  rendo  sincere  grazie 
al  eh.  sig.  Vauzetti,  alle  cui  istanze  la  Società  Veneta  ha  salvato  un  materiale  pre- 
ziosissimo per  la  scienza,  e  preparerà  un  locale  a  parte  per  ricevere  tutto  quanto  di 
antico  si  scoprirà  in  seguito  ai  nuovi  lavori,  nel  vasto  terreno  occupato  dalle  officine 
dell'acciaio. 

Do  in  principio,  a  forma  di  catalogo,  tutto  quel  materiale  raccolto  senza  ordine 
di  singole  tombe,  e  depositato  in  una  sala  della  Direzione  stessa  entro  l'acciaieria. 

Fibule.  Caratterizzano  la  nostra  necropoli  la  quantità  veramente  considerevole 
delle  fibule  a  scudetto  spiraliforme,  e  la  varietà  loro  rispetto  alla  forma  degli  archi.  Il 
march.  Eroli  (2)  ebbe  agio  di  studiare  ben  dieci  classi  di  fibule  quasi  tutte  a  scudetto. 
ma  trascurò  di  notare  la  decorazione  bulinata  nello  scudetto,  ed  ancora  di  ricordare 
questo  in  alcuni  esemplari. 

Fibule  ad  arco  semplice^  prive  ili  scudetto.  Pibuletta  di  modulo  piccolo,  il  cui 
arco  si  compone  di  un  filo  quadrangolare,  compresso  ad  Una  estremità  per  piegarsi 
nella  staffa,  e  rotondo  dall'altra  per  formare  la  triplice  spirale  e  1'  ardiglione.  Sei 
esemplari  con  arco  bulinato  a  spina-pesce,  e  con  ardiglione  avvolto  a  triplice  spira,  e 
fermato  su  breve  e  semplice  staffa  uncinata.  Variano  dai  min.  66  ai  :5S  di  massima 
lunghezza.  Fibula   grande   (mm.    78  di  Lunghezza),  con  arco  semielittìco  e  privo  .li 


(')  V.  l'opuscolo  del  marcii.  Eroli  pubblicato  recentemente,  il  quale  ha  per  titolo 
scavati  in   Terni  dal  1*80  al  1885.—  Roma,  Tip.  letteraria  1886.  cfr.    \  1886,  p.  9  sg. 

(I  Op.  cit.  pag.  9. 


—  249  — 
decorazione.    Tre  fibule  con  corpo  bulinato    a  zig-zag  e  ad  anelletti,  presso  la  staffa 
e  presso  la  spirale.    Tre    frammenti   con    arco    avvolto    a    fune.    Fibula    piccola    di 
ferro,  con  corpo  rigonfio  ;  molto  danneggiata  dall'ossido. 

Ad  arco  fascialo  e  prive  di  scudetto.  Frammento  di  arco  di  fibula,  composto 
di  un  sottilissimo  filo  eneo,  attortigliato  sopra  un  altro  di  uguale  spessore.  Fibula 
grande  rotta  in  due  pezzi,  con  corpo  rigonfio  e  formato  da  tre  dischi  obliqui  di  ambra, 
tramezzati  da  sottili  laminette  di  bronzo.  Questo  esemplare  era  forse  munito  di  scu- 
detto, poiché  conserva  una  parte  della  staffa  inginocchiata.  Avanzo  dell'ardiglione  e  dell'arco 
di  ima  grande  fibula  :  la  spilla  è  fasciata  di  sottile  filo  di  rame,  e  l'arco  porta  tuttora 
infilati  due  grani  ovoidali  di  ambra.  Piccola  fibula  a  sbarra  trasversale,  bulinata  a 
fascetti  di  linee  e  ad  arco  quadrangolare ,  su  cui  si  conservano  due  dischi  obliqui 
di  ambra. 

Ad  arco  serpeggiante  e  prive  di  scudetto.  Frammento,  il  cui  arco  è  decorato 
di  otto  sporgenze  a  capocchia,  disposte  lateralmente.  Frammento  d'arco  di  fibula, 
detta  a  drago,  identica  nelle  dimensioni  e  nella  forma  all'  esemplare  di  Vetulonia. 
{Notizie  1885,  pag.  113).  Arco  di  fibula  piegato  a  S,  privo  di  staffa  e  di  spilla.  Piccolo 
esemplare  (lungh.  mm.  40)  di  fibula  a  drago. 

Fibule  con  arco  semplice  e  con  scudetti)  spi  roti  forme.  Tre  fibule  grandi,  il  cui 
arco  corroso  dall'  ossido  non  lascia  travedere  nessuna  decorazione  granita.  Fibula 
grande  (lungh.  mm.  132)  ad  arco  sottile,  fasciato  di  sottilissimi  anelli  incisi,  ed 
avvolto  a  capo  dell'ardiglione  con  quattro  spire.  Nove  esemplari  di  fibula  ad  arco 
rigonfio  e  graffito  ad  anelletti.  Nel  loro  scudetto  nessuna  traccia  di  graniture.  È  da 
notare,  che  nell'ardiglione  di  alcune  di  esse  si  trovano  infilati  molti  piccoli  anelli  fusi 
di  bronzo.  Dette  fibule  variano  dai  mm.  100  ai  mm.  88  di  lunghezza.  Fibula 
graude  (lunga  mm.  123)  con  arco  ad  anelletti,  e  con  largo  scudetto  contornato  da  una 
lascia  di  sottili  graniture  :  nel  mezzo  dello  stesso  sono  disposti  quattro  piccoli  quadrati, 
ottenuti  da  più  lineette  concentriche,  e  divisi  diagonalmente  da  un  solco  a  bulino. 
Esemplare  piccolo  con  decorazione  consimile  al  precedente.  Piccola  fibula  con  arco 
semplice  e  con  scudetto  spiraliforme,  privo  di  bulinature.  Idem  con  arco  graffito  a 
fascetti  di  linee  ed  a  zig-zag,  munito  inferiormente  di  sbarra  trasversale,  essa  pure 
bulinata  a  sottili  gruppi  di  linee.  Lo  scudetto  è  fissato  sulla  staffa,  mediante  due 
imbullettature  :  in  giro  un  contorno  di  lineette  graffite,  e  nel  mezzo  due  piccoli  qua- 
drati ottenuti  con  gruppi  di  linee  parallele  ai  lati.  Detta  fibula  è  lunga  mm.  64  ed 
un  poco  danneggiata  nello  scudetto.  Due  frammenti  di  archi  di  fibule,  appartenenti 
a  questa  classe,  e  cinque  scudetti  rotti  alla  staffa,  in  due  dei  quali  si  scorgono  sotto 
l'ossido  le  tracce  del  contorno  a  piccoli  triangoli  obliquamente  tratteggiati,  e  nel  mezzo 
i  soliti  quadrati. 

Fibule  con  arco  a  foglia  di  lauro  e  con  scudetto.  Bellissimo  esemplare,  il  cui 
ateo  a  foglia  è  contornato  da  piccoli  anelli,  a  somiglianza  di  un  tipo  più  piccolo  edito 
dal  eh.  Ghirardini  {Notizie  1882,  tav.  Ili,  fig.  20).  A  capo  ed  a  pie  del  suo  arco, 
cioè  presso  la  inginocchiatura  della  staffa  e  presso  la  triplice  spirale,  sono  due  fori 
passanti.  Non  è  improbabile  che  la  superficie  dell'arco  potesse  essere  rivestita  di 
qualche  materia,  come  osso,  ambra  o  cuoio,  fissata  a  mezzo  di  chiodi  entro  quei 
fori,    tanto   più    che    essa    è   priva    di   decorazione   a   differenza   delle   altre   fibule 


—  250  — 

congeneri  (1).  La  sua  staffa  è  munita  trasversalmente  da  una  sbarra  a  navicella,  con  tracce 
di  lineette  bulinate,  ed  è  fissata  ad  una  piastra  di  forma  elittica  a  mezzo  di  due  chiodi. 
Nessuna  linea  graffita  dà  a  cotesto  scudetto  la  forma  consueta  a  spirale  ;  al  contrario  è 
bulinato  in  giro  con  un  contorno  a  tre  fasci  di  linee,  e  decorato  nel  mezzo  da  due 
piccole  swa&tìkas.  La  lunghezza  totale  della  fibula  è  nini.  152,  il  diametro  maggiore 
della  piastrina  crn.  9.  Coppia  di  fibule  a  larga  foglia,  contornata  di  sottili  bulinature, 
e  smezzata  da  una  linea  a  zig-zag:  la  sua  piastrina  elittica  viene  fissata  alla  staffa 
mediante  doppia  inchiodatura,  e  porta  in  giro  un  fascio  di  lineette  graffite.  Lunghezza 
totale  irmi.  134.  Coppia  di  fibule  identiche,  decorate  nella  foglia  del  contorno  e  dello 
zig-zag  graffito,  ma  munite  dello  scudetto  spiraliforme  tirato  a  martello,  d'un  solo 
pezzo  colla  staffa  e  privo  di  decorazione.  Fibula  identica  alle  precedenti  ancora  nella 
decorazione  dell'arco,  ma  con  piastrina  elittica  imbullettata,  e  decorata  del  contomo 
e  di  una  piccola  swastika  da  un  lato.  Idem  con  arco  a  stretta  e  lunga  foglia,  e  con 
piastrina  imi) allettata  e  liscia.  Piccola  fibula  con  arco  a  foglia  sottile,  che  porta  nel 
mezzo  ima  costola  rilevata,  ed  è  guernita  ai  bordi  di  cerchietti  a  trapano.  Ho  collo- 
cato detta  fibula  in  questa  classe,  perchè  appartiene  realmente  a  quelle  a  foglia,  ma 
dubito  che  mancasse  di  scudetto,  inquantochè  vi  resta  l'attaccatura  della  staffa,  schiac- 
ciata e  rivolta  a  somiglianza  di  quelle  fibule  ad  arco  semplice,  che  abbiamo  nominate 
in  principio. 

Fìbule  eoa  arco  ondulato  e  con  scudetto.  Fibula  con  arco  serpeggiante  avvolto 
a  due  spire,  con  staffa  inginocchiata  e  con  scudetto  spiraliforme  privo  di  graniture. 
Lungh.  mm.  97.  Fibula  grande  (lunga  min.  194),  con  arco  ad  anelletti  curvato  in 
dentro  e  ripiegato  a  doppia  spirale.  Da  un  capo  termina  colla  spilla,  dall'altro  colla 
piastrina  elittica,  il  cui  campo  è  interamente  occupato  da  una  grande  swastika  a 
braccia  gammate,  e  graffita  con  fasci  di  sottili  linee  parallele.  Esemplare  identico, 
ma  più  piccolo  del  precedente  (lung.  mm."  155).  La  piastrina  imbullettata  ha  un  con- 
torno intramezzato  da  un  solco  a  zig-zag,  e  porta  nel  mezzo  ima  swastika  a 
braccia  due  volte  gammate.  Fibula  grande  (lungh.  mm.  158)  sul  tipo  delle 
descritte,  ma  compressa  alla  metà  dell'arco,  che  forma  una  foglia  romboidale 
allungata:  la  sua  piastrina  è  tenuta  ferma  all'appendice  della  staffa  con  due 
chiodi,  ed  è  contornata  da  lineette  e  da  piccolo  zig-zag  ottenuto  con  una  ciappola. 
Da  un  lato,  nel  campo  della  piastrina  si  scorge  un  piccolo  quadrato,  che  forse  si 
ripeteva  dall'altro ,  oggi  tutto  quanto  ricoperto  dall'ossido.  Esemplare  consimile 
nella  forma,  e  decorato  di  un  contorno  a  zig-zag  nell'arco,  e  di  bulinature  a 
fune  presso  l'unione  della  staffa  e  dell'ago.  Il  suo  scudetto  fissato  con  due  perni 
ribaditi,  contiene  nel  mezzo  una  croce  con  braccia  due  volte  gammate,  ed  è 
circondato  da  una  fascia  di  linee  graffite,  che  mettono  in  mezzo  uno  zig-zag  a 
ciappola,  e  che  sono  internamente  limitate  da  altro  zig-zag  a  bulino.  Lunghezza 
mm.  134.  Scudetto  e  parte  della  staffa  di  ima  piccola  fibula  a  drago  (?)' 
con  sbarra  trasversale  a  navicella,  ornata  di  sottili  bulinature  parallele  ed  alternate 

fi  Un  esemplare  proveniente  dallo  stesso  .-'avo.  ed  oggi  consertato  insieme  ad  altri  ul'uvuì 
nella  biblioteca  municipale  di  Terni,  porta  tuttora  infissi  nei  fori  i  due  chiodi  sporgenti  nella  parte 
convessa  dell'arco. 


—  251  — 

con  tre  zig-zag  a  ciappola.  Nel  mezzo  dello  scudetto,  che  è  circondato  dalle  solite 
linee  parallele,  si  trovano  due  piccole  e  semplici  swasti/cas  con  sotto  tre  quadrati. 
Altro  scudetto  con  uguale  contorno,  ma  con  due  soli  quadrati  sotto  le  swastikas, 
lungo  (min.  203).  Ago  di  bronzo  con  cerniera  forata  da  un  capo.  Credo  chi.'  possa 
appartenere  a  grande  fìbula  piuttostochè  ad  ago  crinale,  contro  l'opinione  del  prelo- 
dato march.  Eroli.  che  rese  noto  un  esemplare  consimile  pervenuto  dalla  nostra  mede- 
sima località  ('). 

Ornamenti  diversi.  —  Anelli.  Se  ne  contano  una  quindicina,  tutti  quanti  fusi  ed 
arrotondati  di  sopra  :  nessuno  dei  medesimi  porta  graffiti  i  segni  della  decorazione.  Fanno 
parte  di  questa  raccolta  molti  anelli  fusi,  del  diametro  di  circa  6  cm.,  i  quali  a 
detto  degli  scavatori,  furono  scoperti  presso  le  orecchie  del  cadavere  con  qualche 
avanzo  di  un  sottilissimo  filo  eneo,  che  poteva  servire  a  tenerli  sospesi  :  altri  anelli, 
ancora  più  grandi,  si  raccolsero  alla  caviglia  del  piede  sinistro ,  e  di  tale  fatto 
avremo  la  certezza,  quando  esamineremo  più  sotto  le  singole  tombe  scoperte  alla  mia 
presenza. 

Armille.  Ne  trovo  raccolte  ima  diecina,  la  maggior  parte  frammentate,  le  quali 
sono  semplicemente  composte  di  un  doppio  filo  di  rame  avvolto  a  due  giri.  Taluni 
esemplari  sono  ondulati  ai  capi,  e  come  verrà  fatto  d'incontrare  in  seguito,  ripetono 
ima  forma  comune  cogli  orecchini,  anzi  qualche  tomba  ha  dato  armille  ed  orecchini 
identici  nella  forma  e  nelle  dimensioni,  colla  differenza  che  questi  ultimi  portano 
attortigliato  un  sottile  spirale  di  rame. 

Orecchini.  Qui,  come  nelle  necropoli  di  Tarquinia  e  di  Bisenzio,  ritornano  gli 
spirali  di  filo  eneo  sostenuti  da  più  sottile  filo.  Non  so  se  a  questa  classe  debbano 
pure  ascriversi  alcuni  tubetti  spiraliformi  di  filo  schiacciato,  i  quali  da  un  capo  av- 
volto ad  occhietto,  portano  un  appiccagnolo  molto  adatto  per  infilarsi  nell'orecchia,  e 
dall'altro  im  pendente  ad  anello  ovvero  una  piccola  spirale  cilindrica. 

Fibbia.  Un  solo  esemplare,  identico  a  quello  edito  dal  prelodato  march.  Eroli  (-') 
ma  privo  della  femmina:  cioè  consistente  in  un  grosso  filo  di  bronzo,  piegato  a 
tre  uncini. 

A  motivo  del  loro  stato  di  conservazione,  è  impossibile  decifrare  se  alcune  lunghe 
aste  appuntate  potessero  aver  servito  per'  aghi  crinali,  ovvero  per  ardiglioni  di  fibule  : 
è  del  pari  indecifrabile  l'uso  di  una  quantità  di  frammenti  di  catenelle,  di  tubetti 
spiraliformi  e  di  lamina,  uno  dei  quali  lungo  circa  cm.  10,  di  alcune  falere tte, 
nonché  di  un  anello  di  sottile  lamina  riunita  ai  capi  per  mezzo  di  im  incastro,  che 
passa  per  un  foro,  e  si  allarga  internamente  a  T  sull'esempio  di  quello  bisentino  (3). 

Fusaruole.  Ne  trovo  sei  di  terracotta,  senza  indicazione  di  tomba.  Hanno  forma 
di  doppio  tronco  di  cono,  ed  una  sola  è  leggiermente  sfaccettata.  Nessima  decorata 
d'impressioni  ovvero  di  graniture. 

Utensili.  —  Cultri  rettangolari.  Cultro  la  cui  lama  misura  mm.  47  X  83,  fusa 


(i)  Op.  cit.  pag.  15,  fig.  24  della  tavola. 

(2)  Op.  cit.,  fig.  2. 

(3)  V.  Notizie  degli  scavi  1886,  tomba  XXIX  del  gruppo  della  Polledrara,  di  cui  sarà   detto 
nel  prossimo  fascicolo. 


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insieme  al  semplice  manico  ad  occhietto,  e  tirata  a  martello,  in  modo  che  da  tre 
lati  si  presenta  tagliente.  Nel  mezzo  è  forato  e  circondato  d'un  solco  granito:  altri 
due  fori  si  ripetono  presso  il  taglio  superiore.  Cutter  grande  (mm.  77  X  70)  molto 
danneggiato  nel  taglio  superiore.  Esso  pure  è  fuso  insieme  al  manico,  e  porta  attorno 
all'unione  di  questo  alla  lama,  im  sernicircolo  a  piccoli  zig-zag  ed  a  fascetti  di  linee 
sottilmente  graffite.  Idem  frammentato  come  il  precedente,  con  manico  imbullettato 
e  composto  di  un  filo  avvolto  ad  occhietto,  e  compresso  alle  due  estremità  a  forma 
di  due  alette  triangolari,  che  mettono  in  mezzo  la  lama  e  la  fissano  con  tre  chiodi 
ribaditi.  Piccolo  cutter  con  semplice  manico  ad  occhietto,  formato  come  il  precedente, 
di   im    solo   filo    ed  imbullettato.  Avanzo  di  cutter  con  rozzo  manico,  imbullettato. 

Cultri  lunati.  Sette  coltelli  con  poca  differenza  nella  loro  forma  :  il  più  grande 
misura  mm.  128  di  lunghezza,  il  più  piccolo  circa  9  cm.  Il  loro  manico  fuso  insieme 
alla  lama  è  decorato  di  due  cornetti,  che  in  due  esemplari  si  rivolgono  da  ciascuna 
parte  a  piccola  voluta.  Piccolo  cutter  a  larga  lama  forata  presso  l'incavo,  e  munita  di 
piccolo  manico  a  tre  punte. 

A  questo  gruppo  aggiungo  pochi  frammenti  di  simili  coltelli,  tra  i  quali  un'ansa 
imbullettata  ed  avvolta  a  fime. 

Aghi.  Due  esemplari  di  ago  da  cucire,  di  cui  uno  lungo  mm.  57  con  foro  cir- 
colare alla  cruna,  l'altro  lungo  mm.  135,  ritorto  e  con  lunghissima  cruna. 

Armi.  — ■  Lance.  Lancia  di  bronzo  a  foglia  di  olivo,  con  larga  canna  ottagonale 
forata  da  un  lato.  Gli  angoli  della  cannula  sono  intaccati  a  fune,  i  bordi  della  lancia 
per  ciascun  lato  ornati  di  piccoli  zig-zag.  Lunghezza  mm.  208.  Due  lance  consi- 
mili prive  di  ornamentazione.  Lancia  con  lama  a  losanga,  assottigliata  verso  la 
punta  (');  la  sua  canna  è  forata  da  un  lato,  granita  attorno  all'orificio,  e  striata  lungo 
la  costola.  Misura  mm.  196  di  lunghezza.  Tre  piccole  lance  a  foglia  di  ulivo.  Due  pic- 
cole lance  a  breve  lama  e  larga  canna  ottagonale.  Sauroter  conico,  forato  parte  a  parte. 

Spade.  Lama  di  una  spada  di  bronzo  a  doppio  taglio  un  poco  concavo  nel 
mezzo.  L'armatura  del  manico,  rotta  in  antico,  fu  aggiuntata  a  mezzo  di  due  imbul- 
lettature.  È  lunga  m.  0,39  e  graffila  presso  la  costola,  da  ciascuna  parte,  con  più 
linee  parallele  limitate  internamente  da  un  piccolo  zig-zag.  Nella  lamina  che  soste- 
neva l'impugnatura,  e  nella  sommità  della  lama,  si  conservano  infissi  i  chiodi  della 
guarnizione  di  osso  o  di  legno.  Puntale  di  bronzo  a  nodo  sagomato,  non  dissimile 
dagli  esemplari  tarquiniesi. 

Pugnale.  Uno  solo  di  ferro  molto  corroso  dall'ossido,  lungo  mm.  241.  A  metà 
della  sua  impugnatura  si  conserva  un  anello  di  ferro,  che  dovette  servire  per  sostegno 
o  rinforzo  del  rivestimento  di  legno,  ovvero  di  altra  materia.  L'elsa  è  rappresentata 
da  una  sbarra  trasversale  di  ferro. 

Fittili.  —  Ne  sono  stati  raccolti  circa  una  cinquantina,  tutti  lavorati  senza  l'aiuto 
della  ruota,  d'impasto  cenerognolo,  e  la  maggior  parte  privi  di  decorazione  grafììta  od 
impressa,  e  con  sole  sporgenze  a  metà  del  corpo.  Noi  troviamo  in  questa  collezione 
un  tipo  sempre  costante,  che  varia  solamente  nelle  dimensioni,  ed  in  qualche  svi- 
luppo più  o  meno  demarcato  nelle  sue  parti.  Il  vaso  ha  il  corpo  leuticolare,  ovvero 

(')  Cfr.  l'esemplare  tarquiniese  edito  dal  eh.  Ghirardini,  Notizie  1882,  tav.  I,  fig.  2. 


a  forma  più  rotonda,  su  cui  è  imposto  un  collo  a  tronco  di  cono  bassissimo  e  leg- 
germente convesso.  Più  comunemente  il  corpo  è  decorato  di  tre  o  quattro  sporgenze 
steccate  in  giro,  le  quali  in  due  esemplari  sono  alternate  con  piccole  ìnaminellature 
circolari,  esse  pure  contornate  da  largo  solco  a  stecco.  Il  manico  si  unisce  dall'orlo 
al  corpo-,  dove  in  molti  vasi  assume  la  forma  compressa  a  nastro,  ed  è  forato  presso 
l'attaccatura.  Nei  vasi  a  corpo  più  rotondeggiante,  il  manico  è  applicato  presso  l'u- 
nione del  collo  al  corpo,  ed  ha  la  forma  di  semplice  nastro,  avvolto  ad  occhietto. 
Non  lascierò  di  prendere  nota  di  un  vaso,  più  vicino  nella  forma  a  questi  ultimi,  il 
quale  porta  in  giro  presso  l'attaccatura  del  collo  un  meandro,  a  grandi  dentelli  ot- 
tenuti con  striature  di  strumento  a  tre  denti;  e  di  altro  quasi  sferico,  che  porta  in 
giro  sotto  l'orlo  un  largo  zig-zag,  formato  di  un  sottile  listello. 

1  vasi  predetti  si  trovarono  usualmente  ai  piedi  del  cadavere,  chiusi  (non  però 
tutti)  da  ciotola,  con  fondo  a  tronco  di  cono  e  con  orlo  piano  e  rientrante,  decorato 
alla  sua  attaccatura  di  tre  sporgenze  coniche.  Se  ne  conservano  intatti  due  esem- 
plari, uno  molto  grande  (diam.  min.  164),  l'altro  piccolo  (diam.  min.  100),  ambedue 
cou  ansa  trasportata  anticamente,  e  privi  di  qualsivoglia  decorazione  graffita  od 
impressa. 

Crani.  Insieme  ai  vasi  ed  agli  altri  oggetti  che  abbiamo  notati,  si  ebbe  cura  di 
raccogliere  sei  o  sette  crani  e  qualche  mascella,  che  fortunatamente  era  rimasta  in- 
tatta sotto  la  pressione  del  terrapieno  e  della  copertura  di  ciottoli.  Il  sedimento  sab- 
bioso, che  circonda  e  nasconde  le  tombe,  è  in  gran  parte  favorevole  alla  conservazione 
delle  ossa  umane;  indi  è  che  si  potranno  sperare  dalla  necropoli  ternana  preziosi 
aiuti  allo  studio  antropologico.  Intanto  accennerò  di  volo  come  i  detti  crani  siano 
tutti  dolicocefali,  come  la  loro  cassa  occipitale  sia  molto  allargata  e  rotondeggiante, 
l'angolo  faciale  alquanto  ottuso  e  privo  delle  bozze  frontali,  la  mascella  inferiore 
prominente  e  larga  al  mento.  Quest'ultima  in  generale  ha  i  denti  pareggiati  con 
quelli  della  mascella  superiore,  e  costantemente  i  due  canini  più  sporgenti  degli  altri 
ed  inclinati  verso  gl'incisivi.  Furono  inoltre  misurati  vari  scheletri  d'individui  d'età 
sviluppata,  e  questi  oscillavano  tra  i  m.  1,70  e  1,64  di  lunghezza. 

A  questo  sunto  descrittivo  di  quanto  ho  trovato  senza  indicazione  di  tombe  e  di 
luogo,  faccio  tenere  dietro  la  descrizione  degli  oggetti,  che  trovo  ben  distinti  in  tanti 
gruppi  quante  sono  le  tombe  scoperte,  e  mi  giovo  di  tutte  quelle  indicazioni  scritte 
ed  a  voce,  che  coll'usata  cortesia  mi  comunicò  il  prelodato  ing.  Vanzetti. 

1.  Questa  tomba  ci  offre  il  più  semplice  e  completo  ornamento  di  un  piccolo 
scheletro  di  bambina.  Tuttora  restano  infilati  nel  radio  e  nell'ulna  due  armille,  che 
si  compongono  di  un  sottile  filo  di  rame  compresso  ed  arrotondato  sul  dinanzi,  ed 
avvolto  a  dupliee  giro.  Agli  orecchi  due  tubetti  spiraliformi  di  filo  eneo  schiacciato, 
attorno  alle  vertebre  del  collo  una  catenella  ad  anelletti  di  bronzo,  alla  spalla 
destra  una  piccola  fibula  a  mignatta  con  arco  graffito  a  spire  e  con  staffa  inginocchiata, 
la  quale  indica  che  doveva  essere  munita  dello  scudetto  spirale,  infine  sullo  sterno 
ima  grossa  fibula  lunga  cm.  25  ad  arco  semplice,  a  scudetto  imbullettato  sulla  staffa 
e  graffito  con  un  contorno  a  lineette,  e  con  due  piccole  e  semplici  swastikas  nel 
mezzo.  Nel  suo  ardiglione  erano  infilati  molti  anelletti,  ed  un  sottile  filo  avvolto 
ad  elica. 


—  254  — 

2.  Fibula  grande  con  arco  a  mignatta,  graffito  ad  anelletti,  e  con  scudetto  spi- 
raliforme  tirato  a  martello  dalla  staffa  medesima.  Fibula  di  modulo  mezzano  identica 
alla  precedente,  e  con  scudetto  liscio  e  frammentato.  Avanzi  di  una  collana  ad  anel- 
letti. Anello  per  dito,  composto  di  una  sottile  lamina  di  rame  tirata  a  martello,  sem- 
plicemente sovramessa  ai  capi.  Tolgo  da  un  appunto  del  prelodato  ingegnere  qualche 
cenno  sulla  circostanza  di  questo  ritrovamento.  Si  trovò  lo  scheletro  posato  sullo  strato 
vergine  dell'arena,  con  attorno  le  tracce  di  antichissimo  sedimento  vegetale,  che  ri- 
saliva sopra  alla  copertura  dei  sassi.  Questi  ricuoprivano  la  fossa,  formando  un  pic- 
colo dolmen  ad  immediato  contatto  del  cadavere,  ed  accatastati  senza  ordine;  indi 
gli  strati  alluvionali  di  sabbia  calcarea  si  alternavano  con  due  strati  di  terra  vege- 
tale, nascondendo  la  tomba  alla  profondità  di  m.  2,40  circa.  Lo  scheletro,  di  cui  si 
salvò  il  cranio,  aveva  la  testa  a  oriente  e  la  faccia  piegata  sulla  spalla  destra,  in 
modo  che  guardava  a  nord.  Non  lascio  di  notare  questa  particolarità,  inquantochè 
tale  posizione  è  ritualmente  comune  a  tutte  le  tombe  finora  scoperte.  Ai  piedi  si 
rinvenne  un  grosso  e  rozzo  vaso,  che  si  disperse  in  pochi  frantumi,  perchè  offeso 
dalle  pietre  menzionate,  ed  un  vasetto  che  non  mi  è  stato  possibile  rinfacciare  fra  i 
molti  che  ho  notati  sopra,  e  che  forse  andò  perduto  come  il  precedente  ;  alla  mano 
destra  l'anello,  gli  altri  piccoli  sul  torace  insieme  alla  grande  ed  alla  piccola  fibula. 

3.  Tomba  contenente  un  piccolo  scheletro  ;  era  circondato  da  pochi  ciottoli  con- 
crezionali della  Nera,  tra  i  quali  si  raccolse  una  fusaruola  ovoidale  con  due  fori 
laterali  ed  una  fibula  non  molto  grande,  identica  alle  descritte  nella  precedente 
tomba,  colla  sola  differenza  che  il  suo  scudetto  è  internamente  graffito  con  tre  pic- 
coli quadrati  a  lineette  concentriche. 

4.  Indico  la  parte  precisa  dello  scheletro  ove  furono  trovati  i  pochi  oggetti  di 
questa  tomba  coll'aiuto  di  una  nota,  che  trovo  inserita  nell'involto  che  li  contiene. 
Fibula  grande  (lung.  totale  cm.  14)  con  arco  a  foglia  di  lauro,  nel  cui  mezzo  è  rile- 
gata una  costola,  e  con  scudetto  dittico  bulinato  soltanto  in  giro  con  un  contorno  a 
fasce  di  linee  parallele  alternate  da  zigrzag.  ottenuti  con  una  ciappola.  Fu  trovata 
sopra  alla  spalla  destra.  Due  anelli  grandi  di  ferro,  scoperti  nel  luogo  delle  orecchie 
e  serviti  come  inaures,  perchè  forse  appesi  in  antico  ad  un  sottilissimo  filo  eneo,  a 

imiglianza  degli  esemplari  congeneri  di  bronzo.  Due  anelli  di  bronzo  a  largo  cer- 
chio, entro  uno  dei  quali  è  tuttora  saldata  per  l'ossido  una  lunga  spirale  di  filo  eneo 
compresso;  furono  raccolti  alla  mano  destra.  Laminetta  incurvata  di  ferro  apparte- 
nente, credo,  ad  un  anello  da  dito. 

5.  Fibula  identica  alla  precedente,  ma  con  grande  scudetto.  È  molto  danneggiai 
dall'ossido,  divisa  in  due  pezzi  e  priva  di  una  parte  «Iella  staffa  e  dello  spirale.  Fale- 
retta  fusa,  composta  di  due  circoli  concentrici  che  si  uniscono  a  mezzo  di  quattro  raggi. 
Tubetto  spirale  di  filo  compresso.  Orecchino  a  semplice  anello  di  bronzo,  ed  avanzi  li 
grosso  spinther  fuso  di  bronzo. 

6.  Avanzi  di  una  collana  appartenente,  credo,  a  piccolo  cadavere.  Consistono  in 
tubetti  frammentati  di  sottile  filo  eneo,  avvolto  a  spiralo,  in  grani  di  ambra,  'li  osso 
e  di  smalto  vitreo  bleu. 

7.  Fibula  di  modulo  mezzano,  il  cui  arco  è  graffito  nel  mezzo  con  linee  a  zig 
Nel  suo  scudetto  trasparisce   sotto   l'ossido  La  decorazione  a  piccoli  quadrati.  Fibula 


—  255  — 
piccola  ad  arco  semplice  ed  a  breve  staffa.  Due  anelli  di  lamina  enea.  Scudetto  ed 
avanzo  di  una  fibula  con  arco  rivestito  d'ambra.  Frammenti  di  spirale  appartenenti  a 
due  orecchini. 

8.  Ai-co  di  fibula  attorcigliato  a  fune.  Scudetto  spiraliforme  di  fibula  a  drago. 
avvolta  presso  la  staffa  a  quattro  spire.  Due  braccialetti,  imo  dei  quali  spezzato,  com- 
posto di  filo  eneo  un  poco  compresso  ed  avvolto  ad  elica.  Tubetto  a  spirale,  identico 
a  quello  della  tomba  n.  4  e  servito  forse  per  anello. 

9.  Avanzi  di  un'armilla  composta  di  un  filo  raddoppiato,  i  cui  capi  sono  ondu- 
lati. Piccola  fibula,  che  ritrae  il  tipo  di  quelle  a  drago  :  è  formata  da  un  sottilissimo 
filo  eneo,  il  cui  arco  è  avvolto  a  due  spirali,  e  la  cui  staffa  inginocchiata  porta  l'ap- 
pendice spiraliforme.  Anelletti  di  bronzo  per  collana. 

10.  Arco  di  fibula,  avvolto  a  quattro  spirali  presso  la  staffa  e  nel  mezzo  dell'arco, 
e  ad  otto  spirali  presso  l'ardiglione.  Semplice  fibula  priva  della  spilla,  e  con  arco  inciso 
a  fune.  Avanzi  di  due  braccialetti  con  estremità  ondulate. 

11.  Piccola  fibula  identica  a  quella  del  n.  9,  ma  completa.  Vi  si  trovarono  infi- 
lati due  anelletti  fusi  di  bronzo.  Fibula  a  scudetto  spiraliforme,  nel  cui  arco  riman- 
gono tuttora  due  grani  di  ambra. 

12.  Tra  gli  avanzi  del  cadavere,  che  si  trovò  fuori  di  luogo  ed  indicava  senza 
dubbio  una  tomba  rovistata,  si  raccolse  in  frammenti  un  lungo  ago  di  ferro  piegato 
ad  S,  e  con  occhiellatura  forata  da  un  capo  ed  aguzzo  dall'altro.  In  esso  credo  debba 
riconoscersi  un  ardiglione  di  grande  fibula  di  ferro. 

13.  Coppia  di  fibule  grandi  (lungh.  cm.  13),  con  arco  a  foglia  di  lauro  contornata 
da  sottili  graniture,  e  smezzata  da  uno  zig-zag.  Uguale  contorno  si  ripete  nello  scu- 
detto. Spilla  di  grande  fibula  fasciata  di  sottilissimo  filo  eneo:  vi  aderisce  per 
l'ossido  una  lamina  di  ferro,  di  cui  ignorasi  1'  uso.  Avanzi  di  un'armilla  e  di  una 
catenella. 

14.  Fibula  di  mediocre  grandezza  ad  arco  semplice,  che  si  converte  da  un  capo 
nella  triplice  spirale  e  nell'ardiglione,  dall'altro  nella  staffa  inginocchiata  e  nello  scu- 
detto spiraliforme.  Piccola  fibula  ad  arco  semplice.  Anelletti  per  collana  e  tubetto  spi- 
raliforme, servito  forse  come  anello  da  dito. 

15.  Da  questa  tomba  trovo  raccolta  parte  della  mascella  inferiore  appartenente 
ad  individuo  adulto,  una  coppia  di  fibule  con  arco  a  foglia  bulinata  nel  mezzo  a  zig- 
zag e  con  scudetto  spiraliforme  privo  di  decorazione,  due  piccole  fibule  ad  arco  sem- 
plice e  breve  staffa,  ed  im  avanzo  di  collana  composta  di  grani  di  ambra  e  di  pasta 
vitrea  turchina. 

16.  Grande  fibula  a  mignatta  con  arco  graffito  ad  anelletti,  con  scudetto  imbul- 
lettato e  contornato  da  una  granitura  ondeggiata,  che  gira  a  spirale  nel  campo  del  me- 
desimo. Nell'ardiglione  si  trovò  infilato  un  anelletto.  Avanzi  di  armilla  in  filo  di 
bronzo.  Una  coppia  di  orecchini  a  bauletto,  formati  cioè  di  un  anello,  entro  il  quale 
incastra  una  piccola  spirale  cilindrica.  Frammenti  di  una  catenella  di  bronzo  appar- 
tenente forse  a  collana. 

17.  «  Questa  tomba  a  differenza  delle  altre  era  formata  di  pietre  della  cosi  detta 
spugna,  però  non  di  cava  ma  di  torrente,  perchè  tutte  smussate  ed  arrotondate.  La 
terra  in  cui  giaceva  il  cadavere  era  vegetale  molto  grassa,  compatta  ed  oscura,  sparsa 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II.  32 


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di  radici  quasi  fossilizzate.  In  essa  e  per  tutta  la  lunghezza  dello  scheletro,  si  rinven- 
nero dei  piccoli  pezzetti  neri,  che  sembravano  carboni.  La  testa,  come  al  solito,  orien- 
tata a  levante  poggiava  sulla  tempia  destra,  perciò  guardava  tramontana,  come  se  ne 
rinvennero  delle  altre,  ed  al  posto  delle  orecchie  aveva  gli  anelli,  uno  grande  ed  uno 
piccolo  per  orecchio.  La  piccola  fibula  fu  trovata  al  piede  destro,  i  braccialetti  ai 
polsi».  Ho  riportato  a  parola  questa  nota  dell'egregio  ing.  Vanzetti.  Gli  orecchini 
predetti  erano  formati  di  sottilissimo  filo  eneo  avvolto  a  duplice  spirale,  i  braccialetti 
di  sottilissima  lamina,  e  la  fibula  appartiene  alla  classe  di  quelle  ad  arco  semplice, 
bulinato  nel  mezzo  con  piccoli  zig-zag.  Di  questa  tomba  fu  conservato  in  frammenti  il 
cranio  e  qualche  osso  delle  gambe. 

18.  Questa  tomba  ha  dato  solamente  una  coppia  di  fibule  grandi  (lungh.  totale 
mm.  141),  con  arco  a  mignatta  graffito  con  sottili  anelletti.  Lo  scudetto  è  spiraliforme 
e  contornato  da  uno  zig-zag  punteggiato. 

19.  Lancia  grande  (lungh.  cm.  23)  con  cannula  ottagonale  forata  da  un  lato,  e  con 
lama  a  foglia  di  olivo.  Si  trovò  presso  la  spalla  sinistra  del  cadavere  colla  punta  ri- 
volta in  su,  e  divisa  d'antico  tempo  in  due  frammenti.  Nel  petto  si  raccolse  lo  scu- 
detto spiraliforme,  e  parte  dell'arco  di  una  fibula  a  drago  identica  a  quelle  descritte 
alle  tombe  n.  4  e  8.  Grande  fibula  con  arco  compresso  ,  incurvato  in  dentro  ed  im 
poco  allargato  a  metà  :  sì  da  un  lato  che  dall'altro  del  medesimo  si  avvolge  una  du- 
plice spirale,  e  l'arco  stesso  si  converte  in  due  braccia  cilindriche,  di  cui  uno  imbul- 
lettato e  ribadito  nella  lunga  spilla,  l'altro  ripiegato  nella  staffa.  Lo  scudetto  elittìco 
è  fissato  a  questa  mediante  due  imbullettature,  decorato  in  giro  di  un'orlatura  di  linee 
sottilmente  graffite,  e  nel  mezzo  di  ima  grande  swastika  bigammata.  L'ago  di  questa 
fibula,  lungo  mm.  182,  è  compito  superiormente  da  una  capocchia  sferica,  che  sostiene 
una  piccola  prominenza  a  bottone.  Fibule  con  arco  consimile  ne  abbiamo  notate  cinque 
nel  descrivere  gli  oggetti  senza  ordine  di  tombe,  ma  questa  è  l'unico  esemplare  con 
ardiglione  a  capocchia,  da  me  veduto  nella  collezione  dell'Acciaieria  :  nondimeno  sem- 
bra che  anche  per  gli  scavi  anteriori  •  venissero  fuori  fibule  congeneri,  poiché  il  pre- 
fato march.  Eroli  ne  cita  due  e  ne  dà  il  fac-simile  (')• 

20.  Braccialetto  intero  composto  di  sottile  listra  di  bronzo,  avvolta  a  due  giri. 
aiTotondata  all'estremità,  e  presso  queste  decorata  di  sei  cerchietti  a  trapano  sopra  e 
cinque  sotto.  Piccoli  spirali  di  sottile  filo  compresso  ;  appartenevano  forse  ad  orecchini. 

21.  Quattro  fibule  a  mignatta  con  anelletti  graffiti  nell'arco,  e  due  di  esse  con 
scudetto  decorato  di  sottili  graniture,  composte  a  piccoli  quadrati.  Fibula  grande  priva 
dello  scudetto  e  di  una  parte  dell'ardiglione.  Il  suo  arco  a  metà  s' incurva  verso  la 
spilla,  indi  da  ciascun  lato  si  avvolge  a  due  spire,  e  superiormente  a  mezzo  di  un 
perno  ribadito  s'innesta  nell'ardiglione.  Fusaruola  sagomata  a  cinque  spicchi.  Avanzi 
di  orecchini  di  sottile  filo  di  rame  compresso. 

22.  Grossa  fibula  ad  arco  leggermente  affusato  e  graffito  ad  anelletti,  interrotti 
da  tre  nodi  lisci.  È  lunga,  compreso  lo  scudetto,  mm.  128.  Due  armille  di  filo  battuto 
ed  avvolto  ad  occhietto  alle  due  estremità,  dove  in  una  resta  tuttora  infilato  un  ancl- 
letto  girante. 

(')  Op.  oit.  pag.  <\  fig.  8. 


—  257  — 

23.  Tomba  appartenente  ad  nn  bambino.  Sullo  sterno  ima  fibuletta  identica  a 
quella  descritta  alla  tomba  n.  8.  Una  fibuLi  ad  arco  semplice  e  breve  staffa,  od  altra 
con  arco  a  cerchietti  e  staffa  allungata  e  originariamente  munita  di  scudetto.  Queste 
due  fibule  furono  raccolte  lungo  il  fianco  sinistro.  Al  collo  una  grande  quantità  di 
anelletti  ammagliati  due  a  due,  ed  ai  piedi  una  grossa  inseritola  a  doppio  tronco 
di  cono. 

24.  Accompagna  gli  oggetti  di  questa  tomba  una  breve  nota  del  sig.  ing.  Van- 
zctti,  dove  accenna  che  il  cadavere  era  stato  deposto  a  circa  tre  metri  e  mezzo  di 
profondità,  cioè  ad  un  metro  dall'antico  livello,  entro  lo  strato  della  sabbia.  Si  raccolse 
una  grande  fibula  a  foglia  spezzata  all'attaccatura  dello  scudetto,  che  è  quasi  circo- 
lare e  molto  danneggiato  dall'ossido,  in  modo  che  non  è  possibile  riconoscervi  la  deco- 
razione. Oggi,  non  so  se  trovati  in  quella  guisa,  si  vedono  infilati  nell'ardiglione  due 
anelli  fusi  di  bronzo,  imo  piccolo,  l'altro  del  diametro  di  mm.  86.  Due  orecchini  di 
sottile  filo  eneo  avvolto  a  spira,  im  largo  anello  di  bronzo  ed  una  fuseraola  di  terra 
cotta  a  forma  quasi  sferica.  Attorno  al  collo  si  raccolsero  gli  avanzi  d'una  collana 
consistenti  in  piccoli  tubetti  spiraliformi,  in  anelli  fusi  ed  in  una  piccola  zanna  di 
porco,  forata  all'estremità,  che  corrisponde  alla  radice.  Poiché  mi  cade  in  acconcio  noto 
qui  il  fatto,  che  la  necropoli  ternana  oltre  questo  singolarissimo  esemplare,  ha  dato 
altri  amuleti  consimili  formati  d'una  lastra  di  rame  attortigliata  e  ritraenti  a  perfe- 
zione la  zanna  del  cinghiale  (1).  Nella  biblioteca  di  Terni  ne  ho  veduti  tre,  decorati 
con  bulinature  e  con  cerchietti,  raccolti  insieme  ad  altri  oggetti  di  uguale  prevenienza 
per  cma  dell'egregio  sig.  Ettore  Sconocchia,  che  lodevolmente  s'interessa  delle  patrie 
memorie.  Questi  nella  stessa  circostanza  mi  ha  mostrata  una  specie  di  cuspide  di 
freccia,  fatta  d'una  sola  lamina  e  vuota  nell'interno,  ma  chiusa  esattamente  per  ogni 
lato  e  con  appendice  alla  base.  Dessa  ritrae  perfettamente  il  dente  di  squalo  ;  ed  è 
curioso  osservare  che  da  un  lato,  appeso  per  mezzo  di  catenella,  si  ripeteva  un  altro 
dente  più  piccolo,  ma  costruito  ugualmente  che  il  primo. 

25.  Fibula  a  mignatta,  granita  nell'arco  con  anelletti,  e  attorno  allo  scudetto  con 
fasci  di  linee  e  con  piccole  punteggiature  nel  mezzo.  Piccola  fibula  con  arco  incur- 
vato verso  la  spilla,  e  compresso  a  laminetta.  In  giro  corre  un  solco  rozzamente  graf- 
fito. Avanzi  di  catenella  a  piccole  maglie  circolari.  Nell'involto,  ove  erano  raccolti  i 
detti  oggetti,  trovo  indicato  che  i  medesimi  appartenevano  ad  una  tomba  di  bambino. 

26-27.  Da  queste  tombe  non  si  raccolsero  che  tre  anelli  in  una,  e  pochi  grani 
ovoidali  di  ambra  e  di  vetro  nero  nell'altra. 

28-29.  Trovo  soltanto  che  appartiene  alla  prima  tomba  un  piccolo  pettine  pen- 
tagonale, nel  cui  lato  più  lungo  sono  tagliati  irregolarmente  i  denti.  La  lamina  di 
questo  pettine  è  circondata  di  piccoli  cerchietti  concentrici  a  trapano  :  superiormente 
è  forato  e  forse  era  appeso  alla  catenella  a  semplici  maglie  circolari,  che  trovo  riu- 
nita allo  stesso.  Appartiene  alla  seconda  tomba  una  fibuletta,  identica  a  quella  più 
volte  citata  dei  sepolcri  n.  4  e  8.  Fu  trovata  addosso  ad  uno  scheletrino,  lungo  circa 
80  crn.,  di  cui  fu  raccolto  il  cranio.  Era  seppellito  nella  pura  sabbia,  coperto  con 
pochi  sassi  calcarei  di  torrente,  e  giacente  in  direzione  est-ovest. 

(')  Cfr.  la  fig.  23  della  tavola  inserita  nel  citato  opuscolo  del  march.  Eroli. 


—  258  — 

30.  Lancia  lunga  mm.  254,  trovata  sopra  la  spalla  sinistra  del  cadavere,  e  colla 
punta  rivolta  in  su.  È  il  più  bello  esemplare  venuto  finora  in  luce  dalla  necropoli 
ternana.  Ha  la  lama  a  foglia  di  oliva,  che  sembra  riunirsi  alla  cannula  a  mezzo  di 
costole  laterali.  La  canna  conica  è  striata  nel  mezzo  da  due  bordi  rialzati,  e  forata 
presso  l'orificio.  In  basso  porta  da  ciascun  lato  del  listello  tre  cerchietti  a  trapano. 
La  lama  è  circondata  di  piccoli  triangoli  obliquamente  tratteggiati,  ed  è  limitata 
presso  la  costola  da  tanti  cerchietti  e  da  un  doppio  tratto  obliquo,  ottenuto  con  sot- 
tile granitura.  Piccolo  ago  crinale  con  ima  estremità  appuntata  e  1'  altra  rivolta  in 
giù,  ed  arricciata  in  modo  da  sostenere  un  piccolo  anello.  Fibula  ad  arco  semplice 
avvolto  a  fune. 

31.  Questa  tomba  considerevole  per  gli  oggetti  che  conteneva,  fu  trovata  da  un 
lato  aperta,  forse  da  non  molto  tempo ,  e  tutta  quanta  scomposta.  Nel  luogo  dove 
posavano  i  piedi  del  cadavere  si  raccolse  un  cutter  lunato,  con  due  piccoli  fori  nel 
mezzo  della  lama,  e  con  manico  fuso  e  decorato  di  due  appendici.  È  lungo  mm.  110. 
Da  un  lato  si  trovarono  separatamente  la  spada  di  ferro  e  la  sua  guaina ,  1'  una  e 
L'altra  in  frammenti.  La  prima  è  lunga  m.  0,33  circa,  rivestita  tutta  quanta  di  ossido, 
che  non  lascia  vedere  ove  incomincia  l'immanicatura  ;  sembra  però  che  la  lama  avesse 
in  origine  la  forma  di  foglia  di  olivo.  La  sua  guaina,  lunga  cm.  30,  fortunatamente 
conserva  intatta  la  parte  anteriore ,  che  è  contornata  di  una  sottile  fascia  obliqua- 
mente tratteggiata,  e  di  tanto  in  tanto  interrotta  trasversalmente  con  zone  a  zig-zag. 
La  parte  inferiore  della  guaina  è  munita  del  puntale,  che  termina  con  una  piccola 
palla  ;  e  l'orificio  è  con  molti  fori,  i  quali  servivano  a  fermare  per  mezzo  di  chiodi 
il  rivestimento  interno  di  cuoio  o  di  legno. 

32.  Cutter  lunato,  il  più  grande  che  sia  stato  scoperto  nella  nostra  necropoli. 
È  lungo  interamente  mm.,  158  ;  ha  il  manico  fuso  insieme  alla  lama  ,  rivolto  ad 
occhietto  e  decorato  di  due  cornetti  molto  sporgenti.  Fibula  grande  (mm.  115  di 
lungh.)  a  scudetto  spiraliforme,  contornato  da  una  fascia  a  lineette  granite.  L'arco  di 
detta  fibula  è  graffito  ad  anelletti.  Fibula  identica  alla  precedente,  ma  molto  più  pic- 
cola :  nel  suo  scudetto  oltre  il  solito  contorno  vi  sono  graffite  quattro  croci,  ciascuna 
formata  di  quattro  triangoli,  che  si  uniscono  simmetricamente  pel  vertice  a  similitudine 
della  croce  pisana.  Fibuletta  originalissima  per  la  sua  forma,  che  si  assomiglia  ad 
uno  schema  di  lucertola.  L'  arco  a  mezzo  di  due  sottilissimi  fili  quadrangolari  rap- 
presenta il  dorso  dell'animale,  ai  cui  capi  arricciati  sono  unite  quattro  zampe  arcuate; 
la  coda  si  prolunga  e  si  converte  nella  staffa  ;  all'altra  estremità  il  collo  è  unito  a 
mezzo  di  ribaditura  all'ardiglione,  che  a  capo  si  biforca  e  porta  due  grani  lenticolari 
di  ambra,  tenuti  fermi  dalla  piccola  rivolta  dei  fili.  Dessi  rappresentano  la  testa  e  gli 
occhi  del  rettile.  Fibuletta  identica  a  quella  descritta  nella  tomba  n.  8.  Avanzo  di 
piccola  fibula  con  bordi  forati ,  pei  quali  passava  l'ornamento  degli  anelletti  (')  ;  il 
campo  del  suo  arco  a  foglia  è  contornato  da  sottilissime  linee  graffite.  Fibula  grande 
(lunghezza  totale  mm.  156)  con  arco  infisso  a  mezzo  di  pernio ,  ribadito  nel  lungo 
ardiglione;  detto  arcp  s'incurva  verso  la  spilla,  e  termina  da  un  capo  e  dall'altro  con 

(l)  Cfr.  poco  sopra  l'esemplare  congenere  nella  classe  delle  fibule  a  foglia  di  lauro,  e  la  cita- 
zione ilei  tipo  edito  dal  eh.  Ghirardini. 


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semplice  avvolgimento  a  spira;  la  sua  staffa  compressa  e  ripiegata  ad  occhietto,  ter- 
mina colla  piastrina  spira lit'onue,  priva  di  ornamento  e  tirata  a  martello  dalla  mede- 
sima. Fusaruola  in  terracotta  a  forma  lenticolare  e  molto  grande. 

33.  Riassumo  qualche  notizia  sul  ritrovamento  di  questa  tomba,  da  un  appunto 
inserito  tra  gli  oggetti  che  compongono  la  sua  suppellettile.  Fu  scoperta  alla  profon- 
dità di  m.  2,30,  sopra  allo  strato  vergine  di  sabbia,  a  cui  si  era  giunti  mediante 
una  fossa  a  sezione  trapezoidale.  Dapprima  si  ebbe  cura  di  pavimentare  il  fondo 
dell'incavo,  con  uno  strato  di  piccoli  ciottoli  concrezionarì  della  Nera.  I  sassi  che 
cuoprivano  il  cadavere  erano  arrotondati,  e  probabilmente  tolti  dai  torrenti  vicini.  Lo 
scheletro  giaceva  colla  testa  a  levante,  perfettamente  orientato  e  inumato,  tramezzo  ai 
carboni  sparsi  per  tutta  la  tomba  ed  in  maggiore  quantità  presso  alla  testa.  Il  vaso  di 
terracotta,  che  secondo  il  solito  si  trovò  ai  piedi,  era  tutto  in  frantumi,  ma  potevaSi 
rilevare  del  medesimo  la  dimensione  (cm.  22)  e  la  forma  del  tipo  più  comune,  cioè 
con  corpo  a  bulla  compressa  verso  il  fondo,  e  decorata  di  un  solo  manico  a  nastro  e 
di  tre  rozze  sporgenze  steccate  in  giro,  e  "con  collo  a  tronco  di  cono  con  pareti  un  poco 
convesse.  Accanto  allo  stesso  un  frammento  di  grosso  anello  fuso  di  bronzo,  che  doveva 
fasciare  la  gamba  sinistra  sopra  alla  caviglia,  siccome  fu  rilevato  in  molti  altri  sepolcri 
di  questa  necropoli.  Sullo  sterno  una  grande  fibula  (mm.  198  di  lunghezza),  il  cui 
scudetto  inchiodato  alla  staffa,  porta  graffito,  il  contorno  a  lineette  intermezzate  da  imo 
zig-zag,  ed  il  campo  a  tre  ornati  di  losanghe  ottenuti  con  rozza  bulinatura  concentrica. 
Il  contorno  a  lineette  ed  a  zig-zag  si  ripete  ancora  sull'arco  a  foglia  di  lauro,  il  quale 
porta  presso  la  triplice  spirale  un  foro,  e  nel  mezzo  in  luogo  di  costola,  come  in 
qualche  esemplare  notato  poco  sopra,  tre  linee  graffite  a  bulino.  Neil'  ardiglione  di 
detta  fibula  si  trovarono  infilati  tre  anelli  di  bronzo,  fusi  ed  a  sezione  elittica,  di 
cui  il  più  grande  misura  98  mm.  di  diametro.  Gli  anelli  erano  distesi  verso  la  spalla 
destra  e  la  fibula  posata  attraverso  il  petto,  in  modo  che  la  sua  piastrina  rispondeva 
nel  luogo  del  cuore.  Gli  anelli,  alcuni  dei  quali  si  raccolsero  in  frammenti,  sono  com- 
posti di  un  filo  eneo  compresso  ed  avvolto  ad  elica  :  la  mano  destra  ne  era  più  fornita 
che  la  sinistra.  Tra  essi  nondimeno  vi  sono  due  grossi  anelli  fusi  ed  arrotondati  a 
bauletto.  Attorno  al  collo  restavano  in  frammenti  i  grani  di  ambra,  di  pasta  vitrea  bleu 
e  di  osso,  appartenenti  a  collana. 

34.  Tomba  ad  incinerazione.  Dalle  poche  notizie  raccolte  dagli  assistenti  e  dagli 
operai  addetti  allo  sterro  ho  rilevato,  che  la  medesima  trovavasi  sotto  un  piccolo 
dolmen,  inalzato  ai  piedi  di  una  tomba  inumata,  tanto  che  credevasi  sul  principio  della 
scoperta  che  il  cinerario  rappresentasse  il  solito  vaso  ili  corredo,  il  quale  accompagna 
invariabilmente  il  cadavere.  Non  ho  potuto  costatare,  se  la  copertura  della  tomba  a 
inumazione  era  contigua  su  quella  contenente  il  cinerario,  ovvero  l'una  e  l'altra  ben 
distinte  :  vero  è  che  l'ossuario  fu  trovato  ad  immediato  contatto  coi  piedi  dello  sche- 
letro, e  questo  mancava  del  solito  vaso,  il  che  forse  ci  fa  supporre  uno  stesso  tempo 
di  seppellimento,  ed  anche  ima  medesima  copertura  di  ciottoli.  L'ossuario  fu  raccolto 
in  frantumi  :  ha  il  corpo  rotondo  e  diminuito  a  tronco  di  cono  verso  la  base,  e 
porta  un  collo  conico  leggermente  convesso  ed  un  orlo  piano  al  di  sopra,  e  sotto  incavato 
e  sporgente.  S' intende  che  lo  stesso,  xome  tutti  gli  altri  fittili,  è  lavorato  a  mano 
senza  l'aiuto  della  ruota;  ha  pareti  robuste,  e  non  si  allontana  dai  medesimi  ne  per 


—  260  — 

la  tecnica,  né  per  la  rozzezza  dell'esecuzione.  Tra  le  ossa  combuste,  che  appartenevano 
ad  uomo  adulto,  si  raccolse  ima  fibula  lunga  inni.  113  con  scudetto  spiraliforme,  con 
arco  piegato  verso  la  spilla,  e  limitato  con  due  avvolgimenti  a  spirale,  e  con  ardi- 
glione superiormente  fasciato  da  una  laminetta  enea. 

35.  Non  meno  singolare  per  la  nostra  necropoli  fu  la  scoperta  di  un  sepolcro  ad 
incinerazione,  laddove  più  frequenti  e  non  interrotti  apparivano  i  cadaveri  composti 
sotto  il  tumulo  di  sassi.  Fu  scoperto  il  9  aprile,  come  desumo  da  una  nota  degli 
assistenti,  che  trovo  confusa  colla  raccolta  delle  ceneri  e  degli  oggetti  ;  dalla  quale 
tolgo  le  più  importanti  notizie.  Alla  profondità  di  m.  2,30  dal  livello  attuale,  s' in- 
contrò lo  strato  di  ciottoli  di  spugna  e  di  cava,  con  evidenti  tracce  dell'  azione  del 
fuoco,  composti  entro  un  incavo  a  pianta  circolare  del  diametro  di  m.  2  circa.  Tolte 
da  una  parte  le  prime  pietre,  si  raccolsero  gli  avanzi  di  un  vaso  manufatto,  ma  privo 
di  decorazione.  Nel  centro  del  tumulo  erano  deposti,  come  ammucchiati,  gli  avanzi 
di  ossa  umane,  che  avevano  subito  una  fortissima  combustione.  Lo  strato  della  terra 
e  della  cenere  appartenente  al  rogo,  si  prolungava  per  circa  80  cm.  di  larghezza  e 
per  un  metro  di  lunghezza  oltre  il  centro  dal  lato  di  nord-est;  e  l'antico  piano  della 
fossa  era  tutto  quanto  cosparso,  per  un  centimetro  di  altezza,  di  carboni  e  di  terra 
bruciata.  Con  grande  probabilità  in  quella  fossa  erasi  eretta  la  catasta  di  legna  sopra 
un  fornello  di  sassi  ;  indi  avuto'  luogo  Yossilegivm,  erasi  nascosta  ogni  traccia  delia 
cremazione  sotto  il  dolmen.  Infatti  gli  ornamenti  del  cadavere  si  trovarono  deposti 
sopra  alle  ossa  combuste,  e  per  la  grandezza  e  splendidezza  loro  ci  fanno  supporre,  che 
il  rito  dell'  incinerazione  oramai  fuori  di  uso  sia  stato  compito  in  onore  di  un  distinto 
personaggio.  Ferma  prima  di  tutto  la  nostra  attenzione  una  grande  fibula  a  scudetto 
(lunga  inni.  285),  con  arco  formato  da  una  listra  di  bronzo  larga  im  centimetro,  e 
tutta  quanta  forata  nel  mezzo.  Da  un  capo  si  avvolge  a  quattro  volute,  e  forma  la 
spilla;  dall'altro  si  spiega  a  formare  una  staffa  a  due  snodature,  alla  cui  appendice 
per  mezzo  di  due  chiodi  è  applicato  lo  scudetto  elittico.  Questo  è  lungo  nell'  asse 
maggiore  mm.  107,  tirato  a  martello,  di  cui  nel  rovescio  si  vedono  le  contusioni, 
decorato  nella  faccia  rispondente  al  dosso  dell'  arco  con  un  largo  contorno  di  linee 
alternate  da  zig-zag  a  ciappola.  Detto  contorno  si  compone  di  tratti  che  si  rivolgono 
al  centro,  intramezzati  da  altri  uguali  che  seguono  l'andamento  della  periferia.  Nel 
mezzo  una  grande  swastika,  che  si  compone  delle  medesime  lineette  del  contorno,  e 
porta  le  braccia  più  volte  ripiegate  ad  angolo  retto.  Meritano  uguale  considerazione 
due  grandi  fibule,  una  delle  quali  in  frammenti,  l'altra  priva  dello  scudetto,  le  cui 
lamine,  per  quanto  apparisce  dall'ossido  che  le  ricuopre,  dovevano  ripetere  la  decora- 
zione della  prima.  Una  coppia  di  fibule  in  buonissimo  stato  ^ha  l'arco,  sebbene  molto 
piccolo,  forato  ugualmente  che  nella  prima  descritta  :  dentro  a  questi  fori  sono  fissati 
i  capi  dei  sottilissimi  fili  che  si  avvolgono  in  tante  spirali  coniche,  in  modo  da  fare 
apparire  l'arco  della  stessa  composto  di  tre  ordini  longitudinali  di  queste  sporgenze. 
Su  questi  esemplari  è  presumibile,  che  ancora  la  grande  fibula  fosse  ugualmente  orna- 
mentata, perchè  trovo  tra  i  molti  detriti  della  ossa  e  degli  oggetti  consunti  dal  fuoco 
molti  piccoli  coni  a  spirale,  identici  ai  sovraccennati.  Noto  per  ultimo  una  specie  di 
maglia,  che  originariamente  doveva  avere  la  forma  quadrilatera  di  cm.  10  di  late. 
Questa  si  compone  di  piccolissimi   anelli  fusi,  oggi  saldati  per  l'ossido,  ma  in  antico 


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tenuti  fermi  da  un  ordito  di  cordicella,  poiché  tra  loro  11011  vi  è  intreccio   di  sorta. 
Il  bordo  superiore  di  detto  pettorale  è  munito  di  una  fila  di  anelli  più  grandi  degli 
altri.  Numerosi  frammenti  di  ambra,  e  molti  acini  romboidali  e  fusiformi  della  stessa 
materia  appartenenti  ad  un  monile. 

Esaurita  la  descrizione  del  materiale  raccolto  innanzi  la  mia  missione  in  Terni, 
passo  a  studiare  dettagliatamente  quelle  tombe,  che  furono  scoperte  alla  mia  presenza 
dagli  operai  della  Società  Veneta.  Come  abbiamo  detto  in  principio,  lo  scopo  della 
Società  era  quello  di  esplorare  completamente  quella  zona  di  terra,  compresa  fra 
l'edificio  del  maglio  ed  il  bacino  di  tempera,  innanzi  che  venisse  occupata  dai  binari 
e  dalle  fabbriche.  Lo  scavo  era  facilitato  dall'  abbassamento  del  suolo,  praticatovi  per 
circa  2  m.  nell'anno  decorso;  nondimeno  moltissime  tombe  si  trovarono  espilate  fin 
da  quell'epoca  e  quindi  disperse.  Il  non  potere  tracciare  uno  scavo  regolare  è  stata 
causa,  che  appena  fu  dato  di  scuoprire  una  ovvero  due  tombe  al  giorno,  e  queste  ora 
in  un  luogo,  ora  in  un  altro. 

1.  La  fossa  incavata  per  un  metro  circa  nella  sabbia,  e  per  m.  2,50  di  profon- 
dità dal  livello  attuale,  si  trovò  ripiena  di  pochi  ciottoli  di  concrezione  calcarea,  e 
da  im  lato  sostenuta  da  grosse  ed  informi  pietre  di  cava.  Da  questa  parte  corrispon- 
deva la  testa  del  cadavere,  che  era  perfettamente  orientato  da  est  ad  ovest,  e  colla 
faccia  piegata  sull'omero  destro,  in  modo  che  guardava  tramontana.  Componevano  la 
sua  funebre  suppellettile  i  seguenti  oggetti. 

a)  Ai  lati  e  sotto  la  testa  due  sottilissimi  fili  di  rame,  avvolti  con  tre  giri 
ad  elica,  e  muniti  ad  un'estremità  di  im  occhietto,  entro  cui  gira  liberamente  un 
anelletto  fuso,  all'altra  di  un  uncinetto,  che  serviva  forse  per  appenderli  all'orecchio. 

b)  Alla  mano  destra  un  grosso  anello  fuso  di  bronzo;  alla  sinistra  una  spi- 
rale di  sottile  filo  avvolto  e  compresso. 

e)  Allo  sterno  fibuletta  di  bronzo  lunga  min.  35  con  arco  semplice,  graffito 
ad  anelletti  ed  a  spina  pesce. 

d)  Ai  piedi  avanzi  di  un  grosso  anello  di  ferro,  e  la  seguente 

e)  Olla  del  tipo  più  comune  alla  necropoli  ternana,  priva  di  decorazione  e 
con  ansa  asportata  in  antico.  Dentro  alla  medesima  si  rinvennero  gli  avanzi  com- 
busti di  un  individuo  d'età  giovanile,  e  tra  essi  una  fibula  con  arco  a  fune,  ed  una 
seconda  con  arco  rientrante  a  semicircolo  verso  l'ardiglione,  limitato  da  due  spirali 
e  munito  di  staffa  inginocchiata  e  di  appendice  a  scudetto.  È  identica  al  tipo  notato 
più  volte  alla  tomba  segnata  sopra  col  n.  8,  e  si  trova  unicamente  nei  sepolcri 
di  bambini.  Questa  tomba  ci  offre  il  secondo  esemplare  di  cadavere  combusto  nell'olla, 
che  comunemente  accompagna  il  cadavere  inumato.  L'altro  esempio  ci  fu  dato  dalla 
tomba  34  dello  elenco  precedente  (p.  259  ).  Ne  aggiungo  una  terza,  di  cui  si  dirà 
qui  sotto  al  n.  3. 

2.  La  piccola  olla  cineraria  (alta  circa  cm.  21)  ripeteva  il  tipo  più  comune 
della  necropoli  ternana,  e  non  portava  altra  decorazione,  che  le  piccole  sporgenze  co- 
niche nella  parte  più  rilevante  del  corpo.  Fu  scoperta  ai  piedi  del  cadavere,  e  sorto 
la  stessa  copertura,  in  modo  da  non  lasciare  alcun  dubbio  sull'unità  di  tempo,  in  cui 
furono  deposti  l'uno  e  l'altra.  Sì  il  cadavere  inumato  che  quello  combusto,  non  porta- 
vano traccia  alcuna  di  ornamenti. 


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3.  Il  13  aprile  si  scuoprì  un'altra  tomba  importante  quanto  le  precedenti,  tanto 
per  la  ricchezza  e  varietà  della  sua  suppellettile,  che  pel  differente  rito  di  tumula- 
zione. Il  cadavere  giaceva  colla  testa  a  sud-ovest  e  coi  piedi  a  nord-est ,  dentro  un 
incavo  praticato  in  un  rialzo  di  sabbia  calcarea,  sulla  destra  del  bacino  di  tempera, 
cioè  più  a  sud  delle  tombe  descritte,  coperto  da  due  grandi  pietre  di  spugna  con- 
crezionaria  della  Nera,  distese  nel  senso  della  sua  lunghezza.  Fuori  delle  pietre  e 
nel  punto  corrispondente  ai  piedi  dello  scheletro,  si  raccolse  in  grandi  frammenti  mio 
ziro  a  grosse  pareti,  del  diametro  approssimativo  di  m.  0,40  e  di  m.  0,45  di  altezza. 
Lo  ziro  si  trovò  affatto  vuoto,  e  privo  di  un  terzo  circa  della  sua  parte  superiore  e 
dell'orlo.  Credo  potesse  appartenere  a  più  antica  tumulazione,  perchè  ancora  collocato 
fuori  della  copertura,  che  costantemente  difende  il  cadavere  ed  il  suo  vaso  di  corredo  ; 
ma  di  questo  tratterò  più  sotto,  quando  mi  occorrerà  rendere  notizia  di  molti  altri 
ziri  congeneri. 

Il  cadavere  era  circondato  dagli  oggetti  che  seguono: 

a)  Sulla  caviglia  del  piede  destro  si  raccolsero  i  frammenti  di  grande  anello 
di  ferro  e  di  una  patera  di  lamina  enea  frammentata,  la  quale  aveva  forse  la  forma 
di  una  callotta  sferica,  ruunita  da  una  parte  di  un  grande  manico  imbullettato  ed 
avvolto  ad  occhietto.  Nel  corpo  di  detto  vaso  non  riconoscesi  decorazione  alcuna,  ma 
il  manico  è  striato  longitudinalmente  da  tre  fasce  punteggiate  a  sbalzo. 

b)  Una  decorazione  identica  alla  precedente  contorna  cinque  laminette  a  forma 
ovale ,  le  quali  raccolte  in  frammenti  ed  approssimativamente  ricomposte,  sembrano 
formare  una  specie  di  falera  munita  di  larga  spilla,  incerniata  presso  la  curva  mag- 
giore della  lamina.  Vi  restano  aderenti  per  l'ossido  gli  aghi  di  detta  spilla  ;  ed  in 
qualche  frammento  si  riconoscono  dalla  parte  interna  gli  avanzi  di  sostanze  fibrose, 
forse  legno,  le  quali  dovevano  formare  la  fodera  di  detti  ornamenti.  In  due  di  essi 
è  facile  scorgere  il  contorno  di  tre  o  quattro  linee  punteggiate,  contenenti  nel  mezzo 
una  swastika  semplice,  ovvero  una  swastika  gammata  ottenuta  con  una  sola  linea. 
Un  altro  esemplare  meglio  conservato,  oltre  ad  avere  il  contorno  a  più  linee  punteggiate. 
è  diviso  nell'asse  maggiore  da  una  fascia  identica  al  contorno,  e  decorata  sì  da  una 
parte  che  dall'altra  da  due  zig-zag  periati.  Gli  stessi  ornamenti  si  trovarono  lungo  il 
fianco  destro  dello  scheletro,  dall'altezza  del  gomito  alle  ginocchia,  posati  sopra  due 
coperchi  emisferici,  e  sopra  una  rozza  olla  identica  a  quelle  che  abbiamo  trovate  ai 
piedi  delle  precedenti  tumulazioni.  Sombra  che  la  veste  del  defunto  fosse  stata  di- 
stesa sopra  ai  nominati  fittili,  tanto  più  che  sulla  stessa  linea,  ora  sopra  ed  ora 
sotto  alle  medesime  falere,  si  raccolsero  otto  fibule  a  navicella,  decorate  lateralmente 
e  da  ciascuna  parte  di  due  sporgenze  scannellate  ad  anelletti,  munite  di  lunga  e 
sottile  staffa,  e  ornamentate  nell'arco  da  lineette  bulinate  nel  senso  dell'asse  minore 
e  da  zig-zag  nel  mezzo. 

e)  Sul  petto,  in  corrispondenza  dello  sterno,  un  avanzo  di  grande  fibula,  il  cui 
arco  a  mignatta  era  formato  dai  soliti  dischi  di  ambra,  e  due  coppie  di  uncinetti  di 
sottile  filo  messo  a  doppio,  ed  avvolte  a  spirale  nell'appendice. 

(I)  Agli  orecchi  due  sottilissimi  fili  enei  avvolti  ad  elica. 

e)  Attorno  al  collo  un  monile  di  piccoli  anelli  fusi  di  bronzo,  i  quali  sono 
tutti  graffiti  a  spina-pesce,  ad  avvolti  a  fune. 


e 


—  263  — 

/')  Presso  la  mano  sinistra  si  raccolse  un  piccolo  vaso,  deformato  dalla  pres- 
sione del  terrapieno,  ed  un  secondo  quasi  intatto  col  corpo  a  bulla  sferica,  a  cui  e 
imposto  un  collo  a  tronco  di  cono  riverso,  con  orlo  molto  sporgente. 

g)  Al  ginocchio  sinistro  si  trovò  in  buonissimo  stato  di  conservazione  una 
kylìx  di- forma  snella,  alta  m.  0,13  e  larga  all'orificio  m.  0,16.  con  orlo  molto  rove- 
sciato in  fuori  e  con  parte  inferiore  del  corpo  alquanto  rotondeggiante  e  restringentesi 
sotto  l'orlo.  Nella  parte  più  rotonda  del  corpo,  a  somiglianza  delle  kylikes  arcaiche 
dipinte,  sono  innestati  due  manichi  semielittici  ;  e  tra  essi  si  trovano  due  sporgenza 
'.oniche.  La  parte  prominente  del  corpo  è  decorata  in  giro  da  sottili  steccature  verti- 
cali e  parallele.  Questa  kylix  conteneva  molti  avanzi  di  mio  scheletro  di  oca  (?) 
deposti  nel  fondo,  e  sotto  uno  strato  di  terra  grassa,  e  ricca  di   sostanze  organiche. 

h)  Tra  questi  ed  i  predetti  fittili  era  stato  deposto  un  piccolo  kyathos  a 
a  forma  snella,  munito  di  doppia  sporgenza  conica  nella  parte  del  corpo,  che  rileva 
ad  angolo,  e  di  due  anse  asportate  in  antico  ed  applicate   all'orlo. 

4.  Lo  stesso  giorno  gli  scavatori  progredirono  più  verso  il  centro  della  necropoli 
nel  piazzalo  di  scarico  ;  e  tra  molte  tombe  recentemente  espilate,  fu  dato  rintracciar  : 
il  cumulo  di  sassi  appartenente  ad  una  grande  fossa  (m.  2,50  X  3  circa),  approfondita 
m.  2,55  nello  strato  vergine  della  sabbia.  Rimosse  accuratamente  le  pietre  si  scoper- 
sero i  limiti  di  una  larga  cortina,  che  circondava  lo  scheletro  formando  l'incavo 
rettangolare  lungo  m.  1,88  circa,  e  largo  0,74.  Lo  scheletro,  lungo  m.  1,65,  ma  di 
ossatura  veramente  gigantesca,  fu  in  gran  parte  raccolto  ;  era  perfettamente  orientato 
siccome  gli  altri  già  scoperti,  ed  aveva  la  testa  inclinata  a  nord.  Ai  suoi  piedi,  un 
poco  sulla  sinistra,  si  trovò  un'olla  quasi  sferica,  priva  del  piede  e  del  collo  verti- 
calmente rialzato.  Dalla  sommità  del  suo  corpo  all'orlo  si  univano  due  larghe  anse, 
delle  quali  una  tolta  in  antico.  Presso  questo  fittile,  dalla  parte  rispondente  ai  piedi, 
si  raccolse  ima  pìccola  cuspide  di  freccia  (?)  in  bronzo,  fusa,  con  cannula  conica 
forata,  lunga  mm.  41  e  con  lama  tagliata  in  basso,  a  due  ali  angolari.  Sullo  sterno 
una  fibuletta  ad  arco  avvolto  a  fune,  e  compito  inferiormente  da  breve  staffa  arri<-- 
ciata.  Presso  l'orecchio  sinistro,  dove  abitualmente  si  scuoprono  gli  strumenti  ovvero 
le  armi,  un  cutter  rettangolare,  liscio  e  con  manico  ad  occhietto,  e  fermato  con  im- 
bullettature  ribadite. 

5.  Il  giorno  16  aprile  fu  trovata  casualmente  dagli  operai  addetti  alle  cave  d 
sabbia  una  fossa  priva  di  copertura,  in  luogo  distante  forse  trecento  metri  dallo  scavo 
finora  descritto.  Inviati  colà  gli  scavatori,  furono  isolati  due  cadaveri  d'individui  adulti, 
deposti  l'uno  appresso  all'altro,  dentro  la  fossa  medesima.  Alla  testa  del  primo  un 
rozzo  vaso  (kyathos)  d'impasto  rossastro,  munito  di  due  larghe  anse  che  furono  tolte 
in  antico.  L'altro  non  aveva  che  ima  lama  di  coltello  di  ferro  alla  testa,  lunga  inte- 
ramente m.  0,21  e  con  due  imbullettature  sporgenti  nell'immanicatura,  la  qual  cosa 
indica  che-  quest'ultima  fosse  di  altra  materia,  come  legno,  osso  ecc.  Ai  piedi  si  rac- 
colsero i  frammenti  di  una  ciotoletta  ansata,  di  forma  piatta  ed  umbilicata  nel  mezzo. 

6.  Proseguendosi  nel  giorno  17  le  ricerche  attorno  a  quella  località,  fu  dato  di 
scuoprire  un  terzo  sepolcro,  internato  ugualmente  entro  la  fossa,  e  privo  di  qualsiasi 
copertura  :  conteneva  oltre  lo  scheletro  del  cadavere  d'individuo  adulto,  uno  scheletro 
di  bambino,  deposto  lungo  il  femore  destro  del  primo.  Presso  il  gomito  sinistro  dello 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Sor.  4a,  A'ol.  II.  33 


scheletrirlo  una  fibula  a  scudetto,  identica  nella  forma  e  nella  grandezza  a  quella  più 
volte  citata  della  tomba  n.  8  del  primo  scavo.  Lo  scheletro  grande  aveva  sul  torace  una 
fibuletta  ad  arco  semplice,  munita  di  staffa  inginocchiata  e  di  scudetto  spiraliforme  : 
presso  il  collo  pochi  grani  di  ambra  e  di  pasta  vitrea  bleu;  sì  gli  imi  che  gli  altri  forati. 

7.  I  seguenti  oggetti  furono  raccolti  presso  l'edificio  del  faglio,  entro  un  limite 
circolare  segnato  da  pietre  oblunghe  di  cava,  infisse  in  modo  che  la  parte  più  acumi- 
nata sporgeva  di  circa  m.  0,10  dal  livello  antico.  Detto  perimetro  misurava  m.  6  circa  di 
diametro,  e  conteneva  il  solito  tumulo  di  ciottoli  concrezionarì  della  Nera.  Lo  scheletro 
composto  tra  le  cortine  di  detta  copertura,  era  perfettamente  orientato,  cioè  colla  testa 
a  levante  ed  i  pieC  i  a  ponente.  Non  vi  si  trovò  traccia  del  vaso  comunemente  depo- 
sto ai  piedi,  in  luogo  1  quale  ima  semplice  fusaruola  a  tronco  di  cono.  Come  pel 
consueto  sul  torace  era  stata  deposta  una  fibula  (lungh.  min.  102)  ad  arco  semplice, 
con  staffa  inginocchiata  e  con  scudetto  a  spirale.  Un'altra  consimile,  ma  più  piccola, 
giaceva  lun^o  il  fianco  destro,  unitamente  ad  una  fibula  ad  arco  semplice  avvolto  a 
fune  e  compita  da  breve  staffa.  Agli  orecchi  due  sottili  anelli  di  lamina,  e  presso  il 
collo  vari  frammenti  di  collana  a  piccoli  anelli  fusi.  Lungo  il  fianco  sinistro  verso  il 
gomito  una  fibuletta  con  arco  a  doppia  voluta,  identica  al  tipo  più  volte  citato  ed  ap- 
partenente alle  tombe  n.  4  e  8  del  precedente  scavo. 

8.  Si  ripresero  gli  scavi  nel  18  aprile,  allato  al  bacino  di  tempera;  e  dopo  qualche 
saggio  s'incontrò  il  cumulo  di  pietre,  indizio  certo  del  sepolcro.  Infatti  si  mise  allo 
scoperto  l'area  occupata  dalla  fossa,  e  se  ne  misurò  l'estensione:  aveva  forma  quadri- 
latera, lunga  in  direzione  est-ovest  m.  4,55  e  larga  3,70,  tutta  quanta  ripiena  di  ciot- 
toli calcarei  per  l'altezza  di  m.  1  circa.  La  fossa  era  stata  incavata  nella  sabbia  ver- 
gine sotto  lo  strato  di  terra  vegetale,  che  oggi  si  trova'  nascosto  per  circa  m.  2  sotto 
un  terrapieno  d'alluvione.  Tolte  le  prime  pietre,  apparve  la  solita  cortina  di  sassi  più 
grandi  di  quelli  del  dolmen,  i  quali  formavano  l'incassatura  del  cadavere.  Questa  mi- 
surava m.  2  circa  di  lunghezza,  m.  0,85  di  larghezza,  ed  era  perfettamente  orientata 
siccome  le  altre.  Ai  piedi  si  raccolse  in  frammenti  un  vaso  grande  di  tipo  comune, 
steccato  verticalmente  nella  parte  superiorre  del  corpo,  e  munito  di  ansa  a  nastro  arric- 
ciata nei  bordi.  Alla  caviglia  del  piede  destro  un  anello  fuso  di  bronzo;  dalla  parte 
destra  della  testa  un  culter  rettangolare  con  manico  fuso  insieme  alla  lama;  dall'altro 
lato  una  cuspide  di  lancia,  la  più  lunga  che  sia  stata  finora  scoperta  in  questa  ne- 
cropoli (mm.  277  di  lungh.).  La  sua  lama  a  foglia  di  olivo,  arrotondata  alla  base,  mi- 
sura mm.  212  di  lunghezza;  la  sua  cannula  conica  è  liscia  e  forata  da  un  lato.  Questa 
lancia  come  tutte  le  altre,  ad  eccezione  di  ima,  era  priva  del  suo  sa  ■  Sopra 
allo  sterno  si  raccolse  ima  fibula  ad  arco  semplice. 

9.  Sotto  pochi  ciottoli  e  qualche  spugna  della  Cascata,  si  raccolse  il  19  aprile,  ai 
lati  del  cadavere,  una  fibula  a  scudetto  e  con  arco  a  foglia,  divisa  nel  mozzo  da  una 
t'ascia  graffita  con  tratti  obliqui  e  paralleli.  Presso  l'unione  dell'arco  alla  spilla  si  i 
un  antico  restauro,  che  si  è  ottenuto  sovrapponendo  un  capo  della  spirale  all'arco,  e 
tenendo  fermo  l'uno  e  l'altro  con  due  imbullettatine.  Presso  l'orecchio  sinistro  si  rac- 
colse un  cillter  quadrangolare,  con  manico  unito  da  chiodi  ribaditi.  Sullo  stemo  la 
fibula  ad  arco  semplice  avvolto  a  fune,  ed  una  fibuletta  con  arco  avvolto  a  doppia  elica. 
identica  a  quella  della  tomba  n.  8  più  volte  citata. 


—  265  — 

10.  La  fossa  tagliata  in  un  banco  di  arena,  alla  profondità  di  m.  1  circa  dal- 
l'antico livello,  era  .stata  quindi  ricoperta  da  un  basso  strato  di  ciottoli  a  guisa  di 
rade  pavimento.  Il  morto  si  trovò  disposto  colla  testa  a  levante  ed  i  piedi  a  ponente. 
Attorno  al  collo  e  sopra  le  spalle  erano  rimasto  le  tracce  della  collana  e  degli  orec- 
chini; questi  consistenti  in  sottili  lili  di  bronzo  avvolti  ad  elica,  quella  in  piccole 
perle  di  pasta  vitrea  nera,  in  anelletti  di  bronzo  e  in  grani  di  osso  e  di  ambra.  At- 
traverso il  petto  si  raccolsero  i  frammenti  di  ima  grande  fibula  (lunga  cm.  17)  ad  arco 
serpeggiante  ed  avvolto  a  due  spirali,  graffito  ad  anelletti,  e  fissato  a  mezzo  di  riba- 
ditura nell'asta  della  spilla.  Questa  è  superiormente  decorata  di  im  globetto  sferico 
fuso  insieme  alla  medesima,  ed  incastra  nell'inginocchiatura  della  staffa  e  sopra  lo 
scudetto,  entro  il  quale  in  mezzo  ad  un  contorno  graffito  a  fasci  di  linee  ed  a  zig-zag, 
si  vedono  tre  croci  formate  ciascuna  con  triangoli  riuniti  pel  vertice  a  somiglianza  della 

pisana.  Tra  la  spalla  destra  e  l'omero  sinistro,  attraverso  il  torace,  si  trovarono 
disposte  cinque  fibule  ad  arco  semplice  ed  affunato,  compito  da  triplice  spirale  e  da 
breve  staffa  arricciata.  Più  verso  il  fianco  sinistro,  si  vedevano  in  fila  e  collo  scudetto 
rivolto  ai  piedi,  tre  fibule  grandi  con  arco  affusato  e  graffito  ad  anelletti.  Due  di  esse 
portano  uno  scudetto  spiraliforme  inciso  con  un  contorno  ondulato  ottenuto  con  tante 
pmiLoggiature,  l'altra  con  contorno  a  zig-zag  compreso  entro  due  fasce  di  linee,  e  con 
tre  scacchi  triangolari  obliquamente  tratteggiati.  Alla  mano  destra  due  anelli  di  bronzo, 
e  da  ciascun  lato  un'arnailla  composta  di  due  spirali ,  una  più  grande  dell'altra ,  a 
doppio  filo,  che  nella  più  piccola  è  ondulato  presso  i  capi  :  i  due  spirali  erano  tenuti 
fermi  da  due  anelletti.  Il  vaso,  che  pel  consueto  era  deposto  ai  piedi,  si  trovò  aderente 
alla  tibia  sinistra:  ripeteva  la  forma  più  comune  ed  era  privo  di  decorazione,  se  si 
eccettua  la  doppia  sporgenza  nella  metà  del  corpo. 

11.  Sotto  pochi  ciottoli  di  travertino  si  trovò  il  cadavere  deposto  entro  una  fossa 
poco  profonda,  e  nella  stessa  posizione  che  gli  altri.  Nessuna  traccia  di  oggetti  in 
bronzo,  eccetto  tre  o  quattro  anelletti,  trovati  attorno  al  collo  insieme  a  molti  grani 
sferoidali,  a  disco,  a  tubetto  fusiforme,  e  romboidali  di  ambra.  Ai  piedi  un  rozzo  vaso 
di  tipo  comune. 

12.  Piccolo  incavo  nella  sabbia  calcarea,  a  forse  m.  0,40  di  profondità  dal  primo 
strato  di  terra  vegetale,  chiuso  da  due  grandi  pietre  informi.  Vi  era  composto  lo  sche- 
letro d'un  bambino,  che  portava  attorno  al  collo  un  ornamento  di  anelletti  di  ambra 
e  di  osso,  ed  alla  spalla  sinistra  una  fìbuletta,  identica  a  quella  che  abbiamo  data 
per  tipo  alla  tomba  n.  8  del  precedente  scavo.  Nel  suo  arco  e  nella  spilla  vi  resta- 
vano infilati  molti  anelletti. 

13.  Il  giorno  20  aprile  si  riconobbe  una  copertura  di  piccoli  ciottoli,  disposti 
entro  mia  fossa  rettangolare  di  m.  1,30  per  2,25  di  lato,  alla  profondità  di  m.  2,65 
ch-ca  dal  suolo  attuale.  Lo  scheletro  accennava  ad  individuo  di  giovane  età  ;  era  lungo 
m.  1,37,  e  portava  ai  piedi  in  luogo  del  consueto  fittile  una  tazzina  con  corpo  rotondeg- 
giante ed  allungato  a  tronco  di  cono  nel  piede.  Nella  massima  sporgenza  sono  appli- 
cate due  anse  a  nastro,  di  cui  una  tolta  in  antico,  e  tra  esse  due  piccole  sporgenze 
coniche  steccate  in  giro  da  semicircoli  concentrici.  Sullo  sterno  fu  raccolta  una  bellis- 
sima fibula,  il  cui  arco  rappresenta  un  leoncino  a  bocca  aperta,  a  coda  serpeggiante 
e  con  piedi  rappresentati  da  un  sottile  filo  di  bronzo  fuso  insieme  al  corpo:  uno  di 


—  266  — 

essi  si  ripiega  ad  angolo  retto  e  forma  la  staffa  lunga  ed  arricciata,  l'altro  si  avvolge 
a  tre  spire,  indi  si  allunga  nell'ardiglione.  È  interamente  limga  min.  73.  Sopra  alla 
spalla  sinistra  del  cadavere,  dove  comunemente  sono  da  ricercarsi  le  ai-mi  e  gli  utensili. 
sì  raccolse  ima  lama  spezzata  di  ferro,  appartenente  forse  a  coltello. 

Messa  in  mostra  la  suppellettile  funebre,  non  torneranno  inutili  alcune  osservazioni 
generali,  che  riguardano  il  carattere,  e  stabiliscono  le  basi  per  assegnare  alla  nostra 
necropoli  il  suo  posto,  nel  lungo  stadio  di  civiltà  designato  col  denominativo  di  età 
del  ferro.  Occorre  anzi  tutto  premettere,  come  da  sì  lontana  età  in  poi  il  suolo  at- 
tuale siasi  trasformato  in  modo,  che  della  necropoli  non  apparivano  più  le  tracce;  né 
si  sarebbe  potuto  scoprire  una  tomba  in  quel  piano,  senza  che  grandi  opere  d'arte  lo 
avessero  solcato  a  molta  profondità  e  per  ogni  verso.  Infatti  le  tombe  sono  incavate  a 
forma  presso  a  poco  quadrata  entro  un  profondo  sedimento  di  sabbia  calcarea,  sulla  quale 
dopo  l'epoca  dell'uomo,  le  grandi  alluvioni  hanno  deposto  il  detrito  dei  vicini  scoscen- 
dimenti, e  ricoperto  completamente  perni.  1,90  circa  le  tombe  predette.  Al  eh.  prof. 
Bellucci,  da  quel  dotto  e  diligente  osservatore  che  egli  è,  non  sfuggì  certamente  questo 
cataclisma;  e  notò  egli  il  progresso  di  tale  livellazione,  distinguendo  gli  strati  delle 
contigue  vegetazioni  e  riconoscendo  sui  medesimi  la  presenza  dell'uomo  in  varie  epoche, 
la  qual  cosa  porta  per  conclusione  che  l'attuale  piano  di  Terni  potesse  essere  impalu- 
dato fino  ad  epoca  storica  (').  11  fatto  quindi  è  provato  dal  non  trovarsi  interrotta 
sopra  ai  sepolcri  la  stratificazione  importata.  L'osservazione  fatta  sopra  luogo  ci  offre 
ancora  due  validi  argomenti  per  dimostrare,  che  l'antico  livello  si  è  rialzato  dopo 
l'epoca  dei  nostri  sepolcri  :  il  primo  che  le  stele  ed  i  recinti  non  oltrepassano  che  di 
venti  centimetri  lo  strato  primitivo,  in  conseguenza  si  trovano  seppelliti  per  m.  1,70 
circa  dal  livello  attuale;  il  secondo  che,  non  sarebbe  occorsa  tanta  quantità  di  ciottoli 
laddove  avessero  seppellito  in  un  profondo  terrapieno  (-).  Di  più  i  ciottoli  siccome  le 
stele  dovevano  essere  rimasti  per  lungo  tempo  allo  scoperto,  inquantochè  sopra  i  me- 
desimi si  rialza  un  sottile  strato  di  terra  vegetale. 

Non  dubitiamo,  fintantoché  si  farà  nuova  luce,  di  chiamare  segni  esterni  le  stele 
ed  i  recinti,  essendo  questi  oramai  abbastanza  noti  in  molte  altre  necropoli  dell'età 
del  ferro.  Ne  ho  veduti  moltissimi  infitti  nell'arena  allato  alla  tomba,  ora  nel  punto 
rispondente  alla  testa  ora  all'imo  ovvero  all'altro  fianco:  sono  per  lo  più  di  macigno 
(calcare  delle  Alpi)  ed  hanno  forma  ovoidale,  ma  in  essi  non  riscontrasi  nessuna  traccia 
della  mano  dell'uomo;  cioè  furono  raccolti  come  si  trovavano,  e  forse  provengono  dalle 
falde  delle  alture  che  circondano  il  bacino  della  Nera  oltre  le  Marniere,  poiché  è  questo 
il  punto  più  prossimo  alla  necropoli  e  di  formazione  primitiva.  Non  tutti  i  sepolcri 
avevano  tale  distintivo,  né  questo  indicava  maggiore  splendidezza  della  suppellettile 
o  diversità  di  rito. 


(')  V.  la   breve    notizia    che   il    prof.  Bellucci   dà    nella   sua   monografia   Ai 

Terni,  h     rita  negli  Atti  della  Società  'li  scienze  naturali. 
Anno  1870,  voi.  XIJI.  pag.  157. 

i  La  tomba  n       espi  rata  alla  mia  presenza, ne  conteneva  quasi   sei  metri  cubici;  ordinaria- 
mente le  più  piccole,  comprese  quelle  dei  bambini,  ne  hanno  uno  o  due  metri. 


—  207  — 

Nello  spazio  esplorato  si  scoprirono  tre  recinti  circolari  di  pietre  oblunghe  ,  in- 
fisse per  la  parte  più  grave  in  giro  al  cumulo  di  sassi.  Due  di  essi  sono  stati  esplo- 
rati sei  o  sette  mesi  fa,  e  ignoriamo  quale  ne  fosse  il  contenuto  :  l'altro  fu  rintrac- 
ciato alla  mia  presenza,  e  racchiudeva  quella  tomba  descritta  poco  sopra  al  n.  G,  che 
ha  data  una  meschina  suppellettile.  Altra  specie  di  limite  viene  designata  da  molte 
lastre,  infisse  per  la  parte  più  grave  ed  acuminate  sopra:  alcune  di  queste  proven- 
gono dai  sedimenti  calcarei  delle  Marmore  ,  impropriamente  detti  alabastri;  molte 
sono  di  macigno;  nessuna  è  di  pietra  friabile.  Si  trovarono  infisse  in  due  linee  con- 
vergenti, tramezzo  alle  ultime  quattro  tombe  descritte. 

Ma  vieppiù  che  le  stele  ed  i  recinti,  designano  con  sicurezza  il  luogo  del  sepolcro 
i  dolmenSj  talora  di  piccole,  talora  di  grandi  pietre.  Le  tombe  più  cospicue  sono  riu- 
scite quelle  che  contenevano  maggiore  quantità  di  ciottoli,  mentre  quelle  dei  bambini 
o  di  cadaveri  adorni  di  poverissimo  corredo,  erano  semplicemente  limitate  da  due  pietre 
e  qualche  ciottolo  presso  la  testa  e  presso  i  piedi.  Devesi  aggiungere  che  alcune  tombe, 
molto  più  ricche  a  fronte  delle  altre,  ed  in  conseguenza  nascoste  sotto  un  maggior  nu- 
mero di  sassi,  furono  incavate  a  maggiore  profondità,  e  quello  che  più  monta,  p;n  L- 
mentate  accuratamente  con  un  solo  strato  di  ciottoli  non  molto  grandi. 

Espongo  qualche  osservazione  sulla  maniera  tenuta  nel  costruire  le  tombe  in 
genere.  L'incavo  praticato  per  una  profondità  non  maggiore  di  un  metro,  ha  sempre 
una  sezione  trapezoidale,  cioè  è  ristretto  per  ogni  lato  verso  il  fondo.  Alcune  di  dette 
fosse  misurano  m.  2,70  di  larghezza  per  3,50  di  lunghezza.  Sopra  al  pavimento  accen- 
nato, ovvero  se  questo  mancava,  a  contatto  della  terra  vergine,  si  formava  dapprima 
una  cortina  di  sassi  più  grandi  che  quelli  della  copertura,  ed  a  forma  elittica  più  o 
meno  regolare.  La  medesima  rappresentava  l'incassatura  del  cadavere,  il  quale  veniva 
deposto  supino  colla  testa  piegata  sulla  destra  spalla  e  colle  braccia  distese  lungo  i 
fianchi;  indi  si  ricuopriva  con  ciottoli  o  piccoli  frammenti  di  spugne  concrezionarie 
delle  Marmore,  accatastandoli  a  tumuletto  conico,  ovvero  oblungo,  avendo  avuto  la  ci  ra 
di  proteggere  la  testa  dalla  pressione  dei  sassi,  col  deporre  sopra  alla  medesima  e  po- 
sata sui  bordi  della  detta  cortina  una  pietra  molto  grande,  ed  altra  ai  piedi  r 
dente  sul  vaso.  Nei  due  esempi  di  tombe  ad  incinerazione,  dove  quindi  mancava  il  ca- 
davere inumato,  mancavano  pure  le  cortine  ed  i  pavimenti,  ed  i  pochi  sassi  con  trarr-. • 
di  ustione  cuoprivano  immediatamente  gli  avanzi  del  morto. 

Dove  riscontrasi  con  più  certezza  un  vero  e  proprio  rito,  è  nella  disposizione  e 
nell'orientazione  delle  tombe:  sì  questa  che  quella  corrispondono  perfettamente  tra  loro, 
in  modo  che  può  farsi  un  esatto  concetto  della  necropoli,  figurandosi  le  tombe  disposte 
in  tante  linee  parallele,  che  corrono  da  oriente  a  ponente.  Le  dette  linee  sono  di- 
stanti fra  loro  m.  4.  Ho  potuto  riscontrare  tale  allineamento  non  interrotto  per  una 
lunghezza  di  circa  quattrocento  metri  e  per  una  larghezza  di  duecento  ,  onde  pare 
si  possa  stabilire  che  tale  sia  l'aspetto  della  necropoli,  anche  in  quella  parte  che 
rimane  inesplorata.  Appartiene  strettamente  al  rito  ancora  la  disposizione  di  alcuni 
oggetti  attorno  al  cadavere.  L'unica  olla  che  ricorda  il  tipo  Villanova,  un  poco  tra- 
sformato, trovasi  collocata  sempre  ai  piedi,  o  a  contatto  delle  piante,  ovvero  tra  le 
tibie  ;  gli  utensili  e  le  armi  sopra  all'omero  sinistro  ;  se  cultri,  colla  parte  tagliente 
rivolta  alla  testa  ;  se  lance  o  spade,  colla  punta  in  alto.  Il  rimanente,  cioè  fibule,  anelli, 
armille.  collane  ecc.,  spettano   non   al  rito,   ma  all'uso  di  quel  popolo,   e  in  seguito 


268 


ai  nuovi  scavi  con  pazienti  ed  accurate  osservazioni  ci  verrà  fatto  di  rilevare  qualche 
notizia  più  sicura  sull'abbigliamento ,  per  poter  fare  i  necessari  confronti  coi  corredi 
provenienti  da  altre  località.  Intanto  accennerò  come  in  tutte  le  tombe  siasi  scoperta 
costantemente  una  fìbula  sullo  sterno,  nessuna  sopra  alla  spalla,  siccome  a  Tarquinia 
ed  a  Capodimonte  nella  necropoli  di  Bisenzio;  e  se  il  sepolcro  ne  conteneva  molte, 
erano  queste  disposte  lungo  il  fianco  sinistro  fino  ai  piedi,  ovvero  attraverso  il  petto 
dallo  sterno  al  cuore.  Le  fìbule  scoperte  su  cadaveri  di  bambini,  ritengono  sempre  un 
tipo  costante,  che  ho  descritto  alle  tombe  6  e  8  del  gruppo  escavato  innanzi  la  mia 
venuta  in  Terni.  Gli  anelli  abbondavano  più  nella  mano  destra  che  nella  sinistra;  le 
armille  costantemente  ai  polsi;  ed  alla  caviglia  del  piede  destro  un  grosso  anello  o" 
di  ferro  o  di  bronzo  fuso. 

È  fuori  d'  ogni  dubbio  che  il  rito  generale  di  seppellimento  nella  nostra  necro- 
poli debba  ritenersi  l'inumazione,  inquantochè  di  circa  80  tombe  esplorate  abbiamo 
soli  cinque  sepolcri  ad  incenerimento,  e  due  di  questi  entro  ima  fossa  comune  col  cada- 
vere. Ma  per  la  storia  della  necropoli  non  può  lasciarsi  senza  nota  il  fatto,  che  dessa 
conserva  gli  avanzi  di  più  antica  tumulazione,  e  sono  quattro  frammenti  di  doli  manu- 
fatti, a  grosse  pareti,  d'impasto  nero  e  rossastro,  identici  a  quelli  tarquiniesi,  di  Vetu- 
lonia  e  di  Bisenzio.  Uno  di  essi  fu  trovato  quasi  intatto  ai  piedi  della  tomba  3,  sco- 
perta il  13  aprile,  e  gli  altri  dispersi  attorno  alla  località  esplorata.  Insieme  a  questi 
frammenti  si  rinvennero  molti  avanzi  di  fittili  manufatti,  alcuni  oggetti  di  bronzo 
spezzati,  una  cuspide  di  lancia  ed  una  spada  o  coltello  di  ferro.  È  indi  presumibile, 
che  nel  disporre  le  tombe  a  inumazione  siano  state  disfatte  quelle  a  incenerimento 
entro  gli  ziri  ed  i  pozzetti,  non  altrimenti  che  nella  necropoli  bisentina,  dove  si  taglia- 
rono i  cilindri  per  deporvi  le  casse.  Ma  quivi  le  ceneri  furono  sempre  rispettate,  perche 
disposte  nel  fondo  degl'  incavi,  difese  da  qualche  avanzo  del  corredo  fittile;  indi  il  pe- 
riodo delle  casse  abbastanza  distinto  da  quello  dei  pozzetti. 

A  primo  aspetto  si  crederebbe,  che  il  rito  d'incenerimento  nella  necropoli  ternana 
fosse  stato  coevo  col  rito  d'inumazione,  inquantochè  sotto  la  stessa  copertura  troviamo 
composto  lo  scheletro,  e  dentro  il  consueto  vaso  le  ossa  combuste  con  pochissimi  orna- 
menti. Non  credo  però,  contro  l'opinione  di  molti,  che  debba  assegnarsi  confusamente 
ad  uno  stesso  periodo  l'uno  e  l'altro  rito,  perchè  non  si  riscontra  né  a  Tarquinia. 
uè  a  Capodimonte  un  corredo  funebre  comune  alle  casse  ed  ai  pozzetti,  specialmente 
in  fatto  di  vasellame,  che  in  quelle  è  nella  maggiore  parte  tornito,  in  questi  manu- 
fatto. Indi  il  non  trovarsi  in  tutto  il  campo  esplorato  nessuno  avanzo  della  combu- 
stione, bensì  alcuni  oggetti  e  gli  ziri  appartenenti  a  quel  rito,  ci  fa  opinare  che  incon- 
trate le  tombe  a  dolium  ed  a  pozzetto,  il  contenuto  venisse  rispettato  e  deposto  nel 
vaso  che  comunemente  accompagna  il  cadavere,  a  ricordo  di  un  rito  già  trascorso. 
Che  non  si  usasse  comporre  le  ceneri  entro  il  vaso  al  tempo  dei  dolmen*  della  nostra 
necropoli,  ci  offrono  bastante  prova  i  due  sepolcri  a  incenerimento  sopra  luogo,  i  quali 
non  differiscono  né  in  quanto  alla  disposizione   rispetto  agli  altri,  né  in  quanto  alla 

copertura. 

Mi  sembra  opportuno  dal  complesso  di  questi  fatti  dedurre  la  conclusione,  che 
debba  assegnarsi  alla  nostra  necropoli  un  periodo  strettamente  limitrofo  all'epoca  dell'in- 
cinerazione; il  che  designa  con  molta  esattezza  quel  tempo,  che  divide  i  cilindri  dalle 
casse  nelle  località  di  Tarquinia  e  di  Bisenzio. 


—  260  — 
Regione  I.  {Latìum  et  Campania). 

IV.  Roma  —  Note  del  prof.  R.  Lanciaci. 

Regione  IL  Nella  villa  già  Casali  al  Celio,  ora  convertita  in  ospedale  militare. 
innanzi  all'antico  casino  nobile,  ed  alla  profondità  di  3  metri,  è  tornato  in  luce  un 
pavimento  di  musaico  a  colori  della  superficie  di  m.  q.  12.  Può  sostenere  vantaggie- 
nte il  confronto  col  noto  musaico  di  via  Nazionale,  ora  nella  sala  de'  Fasti,  sia 
per  la  vivacità  e  freschezza  de'  colori,  sia  per  la  bontà  del  disegno  e  scomparti  geo- 
metrici racchiudenti  emblemi  diversi. 

Presso  l'angolo  nord-ovest  del  ricordato  casino,  essendo  stato  demolito  un  mura- 
gliene composto  in  gran  parte  con  antichi  marmi,  si  poterono  recuperare  i  seguenti 
frammenti  di  lapidi  sepolcrali: 


II)  \"IVS  ■  ASCLAS-LICTOR  ■  Hi 

VtATIBVS  ■  APPARENT  ■  VIAT 
\lRALIA  •  PRAESVNT  ■    GERVL 
ViBILLARIORVM-PERPE/ 
\dO  ■   PRIMO  -ET 
tLIBERTAE  •  ET1 
^L  •  CLEANTHCi 
XQVI    •    CAESARl 
\mEIS  •    LIBERTI 


\.VM  •  Q_VI  -CAESARl  ■  ET 
yEXVlRAUS-QVI  -A////DIC 
^NDI  •  Q_yiNO_yENNALIS 
\lA-SENIORVM-IIWMVNIS 
\VIWIS  •  ET  •  ABVCCIAE 
E   •    ET  •    SIBI   -ET 
lIBVS  •  D  E  C  VR  1  AS 
\ETERIS  •    LIBERTIS 
EORVM 


b)  Grossa  lastra  marmorea  spezzata,  della  quale  sonosi  salvati  sette  pezzi,  che 
riuniti  compongono  il  frammento  epigrafico  che  segue: 

MORIA  •  I 
MAI  •  CHID 
ARABILIS-CV                      N 
PALMINVS-A                    iROX- 
T-SIBI  ET  SV  S  LIBERTIS 
SQVE  ■  ET            TERISQJ/E 
CIT  •  QVI   QVIS  HVIC-TlTV 
INIECERIT    INFERET-FI-     sic 
AERARIO-POPVLI  WS  XX 


c)  Frammento  di  lastra  marmorea: 

D  •  I 
M-LVCCEIVS 
BVS-FECIT-SI 
OMNIBVS-Mj 
T  V  M  •  C  L  V  S  \ 

libertabJ 

RISOVI'! 
■   H      •     M- 


d)  Lastra  marmorea  con  lettere  eva- 
nescenti : 

D  M 

MAGNE 

S  I  A  E 
AGATHGMGR 

CONIVGI 
BENE  ■  MERENTI 

F  E  C  I  T 
V  I  X  •  A  N  •  XXV 


—  2  70  — 
e)  Frammento  di  lastra  marmorea: 

D 

L  •    AEMILIi 

mil-coh-v-pra 
stipendiorI 

L  •  PERSTINA  •  P^rOB^S 
COMMILITO  -AMICO 
BENEMERENTI-  FECIT 

/)  Altro  frammento  di  lastra  marmorea: 

*  ^  t?TT  I  i  e  .  T7  •  n»'  (~1 


QVAE  ■  VIXIT  •  ANNIS  •  XVIIII  •  M 

MINICIA-  HYGIAMATERj 

SE  •  VIVA  •  ET  •  SVIS  •  SVlSQ^ET  •  LI 
LIBERTABVSQj_POSTERISQ 

Regione  IV.  Nello  scavo  per  la  cloaca  sul  proseguimento  di  via  dei  Serpenti, 
al  disotto  dell'  oratorio  di  s.  Francesco  di  Paola,  alla  profondità  di  met-  2,50  e  fra 
terre  di  scarico,  si  è  scoperto  un  grazioso  simulacro  marmoreo  di  un  Frote  dormiente 
sotto  gli  attributi  di  Ercole.  La  figurina ,  che  è  lunga  m.  0,80,  riposa  il  capo  sul 
braccio  sinistro,  stringe  con  la  mano  destra  la  clava,  e  porta  sulle  spalle  una  faretra 
vuota.  Neil'  istesso  scavo  si  è  trovata  una  tazza  di  bronzo  alquanto  corrosa,  del  diametro 
di  centimetri  35. 

Fondandosi  una  nuova  casa  sul  lato  meridionale  di  via  dello  Statuto,  in  prossi- 
mità di  s.  Martino  ai  monti,  si  è  trovato  un  sepolcro  arcaico  in  terracotta,  inca 
nel  vergine  e  composto  di  tredici  pezzi. 

Nella  escavazione  per  il  prolungamento  di  via  de'  Serpenti  verso  s.  Francesco  di 
Paola,  alla  profondità  di  met.  2,50  si  è  scoperta  ira  le  terre  di  scarico  una  testa  mar- 
morea virile  di  buona  scoltura,  col  naso  scheggiato,  ed  un  frammento  di  lastra  marmorea 
opistografa,  sulla  quale,  nella  faccia  principale,  si  legge  in  carattere  del  primo  secolo  : 


•LIVIO     J- 

S  C  I  R  T 

-4  •  SACERDOS  -LOCO 

•III 

AVS  •  EX  •   SACERDOT 

IBVS  •  DECV 

■  IN  •  ARCAW  ■  PVBLIC 

•MS  CO 

CON 

Nel  rovescio  poi  è  il  titolo  funebre,  in  lettere  del  terzo  secolo: 

D  M 

SENTIO • TITI 
ANO  •  IANVARIO 
C •  TITINI VS 
RVFVS  •  FILIO 
SVO-DVLcISSIMO 

■  B  ■  M  •  F  • 


—  271  — 
V.  Demolendosi  breve  tratto  di  cortina  delle  mura  urbane  per  l'aper- 
tura della  nuova  porta  s.  Lorenzo,  si  è  scoperta  la  fronte  del  ninfeo,  già  esplorato 
e  descrìtto  nel  1S84  ;  o  per  meglio  dichiarare  la  cosa,  si  è  scoperto  che  la  cortina  sud- 
detta è  composta  di  due  pareti,  divise  fra  loro  da  un  intervallo  di  pochi  centimetri 
ripieno  di.  terra  pigiata.  La  parete  esteriore  è  opera  di  Aureliano  :  quella  verso  la 
città  è  lavoro  del  primo  secolo,  elegantissimo,  e  ben  conservato.  Doveva  servire  di 
sfondo  ad  un  giardino.  Vi  si  riconoscono  dieci  nicchie  incrostate  di  smalti,  pomici. 
conchiglie  e  nicchi  mai-ini.  In  alto  corre  uno  sporto  di  cornice,  coperto  da  lastre  di 

piombo. 

Continuandosi  la  demolizione  del  muro  infarcito  di  scolture,  presso  il  convento 
delle  suore  di  Cliury  in  via  Machiavelli,  sono  state  ritrovate  tre  belle  e  grandi  teste 
marmoree,  e  questi  pezzi  di  plinti  scritti: 


a)         *AZHNCONAPXJieP£YCKAIAIA 

\CHMA*rOAI|CI£YC         £r     I 


b)    /vXPYCePCOCA* 


e)  <Ì>AZH AIACHMAC 

enotdl 

Nell'isolato  XIV  della  seconda  zona,  sono  stati  rinvenuti  questi  due  titoletti  in- 
cisi in  lastre  marmoree: 


A  L  B I AE 

FORTVNATAE 

VIXIT  •  ANN  •  I 

MARTIALIS-ET-Z 

CONTVBERr 

KARISSIM  AE 

SIBI  •  ET  •  SVIS 


V  E  T  T  I 
DIAE-> 

EPISTO 
LLONIS 


In  alcuni  scavi  all'Esquilino,  è  stata  trovata  un'  urna  cineraria  marmorea. 
[concia.  Vi  è  incisa  la  seguente  epigrafe  sepolcrale,  a  lettere  evanescenti: 

//////////////// 
////////DI/1E 
CLAVDIVS 
P  H  OEB VS 
CONIVGI  B 
MERE  NTI 
ET  PENSATA 

SORORI 
PlISSIMAE 
FÉ  CERVIST 


D 
TI  •  <f 


M 
IS 


DEMETRIVS   ET 

PENSATA 
PARENTI  OPTBM 
Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie 


-  S,  r.  la,  Voi.  IL 


—  272 


Nella  villa  già  Giustiniani   ora  Lancellotti,   presso  il  convento  dei  pp.  France- 
scani, è  stato  trovato  il  frammento  epigrafico  seguente: 


M 

X  •  L  • AGATHO 
OS  •  SIBI  •  ET 
VERAE  •  VXORI 
ET-  LIBERTIS 
Q  VE  •  SVIS 
VE  -EOR  VM 
IN  A  •  P  ■  XIIX 


Regione  VI.  Continuandosi  gli  sterri  per  le  fondamenta  del  nuovo  palazzo  della 
Banca  Nazionale ,  sono  stati  messi  in  luce  numerosi  avanzi  di  fabbriche  private  con 
resti  di  pitture  parietarie,  da  assegnarsi  alla  fine  del  secolo  terzo  dell'impero.  È  stata 
scoperta  altresì  una  strada  con  pavimento  a  poligoni  di  lava  basaltica,  la  quale  di- 
vide queste  fabbriche  private  dal  lato  meridionale  delle  Terme  costantiniane. 

Sono  pure  venuti  in  luce  molti  avanzi  architettonici,  tra  i  quali  voglionsi  ricordare 
due  colonne,  una  di  granito  e  l'altra  di  tufo  con  rivestitura  di  stucco.  Di  frammenti 
epigrafici  si  recuperarono  i  seguenti: 


a) 


AGRIPPINA] 
DIVI-CLAvA, 

GERM  AN  I  ?-' 
CAESARIS  ■ 

APOLLONIA 

COLLEGIOI 


.'C'bOMITIL 
CAESAi 

ìASIANI  •  A 

\ 

VG 

ITATI  -DOMV 


l/G  ' 


Due  pezzi  di  fistole  plumbee  aquarie  recano  la  leggenda  : 

OFFICINA  FOPvTVNI 

Si  ebbero  pure  mattoni  con  bolli,  che  ripetono  quelli  editi  del  Marini  nei  n.  53  * , 
92,  593,  739*. 

Nel  nuovo  quartiere  agli  orti  Sallustiani.  quasi  di  contro  al  noto  ninfeo,  ed  alla 

mdità  considerevole  di  m.  18,  è  tornato  in  luce  un  vano  di  gentile  architettura 

rustica,  con  le  pareti  incrostate  di  smalti,  di  pomici,  e  di  conchiglie,  e  col  piano  di 

lastroni  di  peperino.   Furono   ritrovati  giacenti   su  questo  piano  :  a)  im  bel  torso  di 

atua  di  Diana,  dal  collo  alle  ginocchia:  b)  altro  simile  col  panneggio  svolazzante: 

e)  una  statuetta  acefala  di  Silvano;  d)  moltissimi  altri  frammenti  da  ricomporsi. 

Regione  IX.  Nei  fondamenti  >!  '•'  ca  a  de  Nicol  .  pre  so  L'angolo  della  nuova 
via  Nazionale  col  vicolo  del  Pavone,  alla  profondità  di  m.  6,50  si  è  rinvenuto  un  an- 
tico canaio  di  cocciopesto,   fatto   a   conca,  largo  m.  3,50,  racchiuso  tra  due  fascioni 


—  273  — 

di  travertino  larghi  m.  0.75.  L'acqua  vi  scorro  ancora  in  abbondanza.  Due  muri  cor- 
rono paralleli  al  canale,  ad  intervalli  di  2,50,  il  primo  di  reticolato,  il  secondo  di 
grossi  blocchi  di  tuia. 

Demolendosi  la  casa  posta  sull'angolo  di  via  Rua   e  via   del  Portico  d'Ottavia. 
è  stato  recuperato  il  seguente  frammento  marmoreo  epigrafico: 

ÌRPRA 
NICIVS 


VENTI 

Scavandosi  nel  mozzo  della  via  Larga  per  la  costruzione  di  una  nuova  cloaca, 
è  stata  scoperta  una  base  marmorea,  larga  m.  0,30,  alta  dieci,  sulla  quale  è  incisa 
la  seguente  iscrizione: 

PRO  •  SALVTEETVICTORIA  ■  M  •  AVR 

ANTONINI  •  AVO  •  ET  COMMODI  CAES  ■  TOTI 

VS9  •  DOMVS  EIVS  •  GAMIANVS  •  AVG  •  LIB 

VT-RAT-STAT-SIGNVM-TRIBIAE. 

•  POS  VIT   • 

In  via  dei  Banchi  Vecchi,  presso  il  Banco  di  s.  Spirito,  è  stato  trovato  un  1 
di  marmo,  sul  quale  è  inciso  il  seguente  frammento  epigrafico: 


^--iwn  •  eePAnuN  •  anHi 

iSioC  •  GNOAAG  •  KeiMAI 
IMOKPATHC  ■  ATAOOC  ; 
\l£H  •  nATPHC  Ano  TAPG' 
IOICI  AOrOIC  TAMIGIO/ 

""^■JMillllllilllll'-IIIl^^ 

In  occasione  dei  lavori  di  scavo  pel  collettore  sulla  sponda  sinistra  del  Tevere, 
è  s  ato  scoperto  per  la  lunghezza  di  circa  m.  30  l'antico  muraglione  di  opera  qua- 
drata, che  correva  in  quel  tratto  della  città,  da  una  parte  e  dall'altra  del  fiume. 

A  metri  50  dalla  testata  del  ponte  Pabricio,  a  valle  e  sulla  linea  del  tratto  di 
muraglione  su  ricordato,  si  è  trovato  al  posto  imo  dei  grandi  cippi  della  terminazione 
delle  sponde  del  Tevere,  fatta  sotto  Vespasiano.  Il  cippo  misura  m.  1,20  di  altezza 
nella  parte  sopraterra,  m.  0,76  di  larghezza  e  m.  0,50  di  spessore;  giaceva  alla  pro- 
fondità di  m.  1  sul  pelo  d'acqua  d'oggidì,  e  fu  trovato  distanto  m.  3,40  dal  dorso  del 
muraglione  moderno.  Dell'iscrizione  rimane  solo  quanto  segue: 

r:ONT:ìviN 

TRIBVNICN 
EX  SO  TEfc> 
CVRATORES  RIPARVJVP 
TERMINAVERVNT-P\ 


—  274  — 

È  a  notarsi  l'importanza  di  questo  cippo,  al  posto  primitivo,  sulla  sponda  sinistra  ; 
essendo  tutti  quelli  sinora  scoperti  nei  lavori  del  Tevere,  stati  trovati  nella  sponda 
destra  del  fiume. 

Regione  XI.  Sulle  pendici  dell'Aventino,  lungo  la  via  che  mette  alla  porta  ostiense, 
a  metri  40,00  circa  dalla  chiesa  di  s.  Maria  in  Cosmedin,  nei  lavori  che  si  esegui- 
scono pel  collettore  della  sponda  sinistra  del  Tevere,  è  stato  messo  in  luce  un  grande 
arco  costrutto  con  grandi  blocchi  di  tuta  cinereo,  di  m.  3,30  di  luce,  presso  la  cui 
spalla  sinistra,  costruita  parimenti  di  massi  di  tufa,  era  un  robusto  muraglione  di  opera 
quadrata,  che  s'internava  nel  colle. 

L'arco  fu  posteriormente  acciecato  da  un  muro  di  opera  reticolata  ;  ma  che  prima 
della  chiusura  avesse  servito  di  passaggio,  lo  provano  i  molti  poligoni  di  lava  basaltica 
trovati  lungo  il  percorso  del  collettore,  e  che  dovevano  appartenere  alla  via  che  cor- 
reva sotto  l'arco  predetto.  In  vicinanza  di  esso  fu  recuperato  un  cippo  di  travertino, 
di  m.  1,65  di  altezza,  0,74  di  larghezza,  e  dello  spessore  di  m.  0,40.  Vi  si  legge: 

L-ASPRENAS 

M-GAECILIVS-CORNVTVs 

L-VOLVSENVS-CATVLVS 
P  -LICINIVS  •  STOLO 
C-PONTIVS-PAELIGNVS 

CVRATORES  ■  LOCORVM  •  PVBLICORV,/? 
lVDICANDORVM-EX-SC-   EX   FKÌVdtO 
jN-PVBLICVM-REDEGERVNT 

Non  tutti  i  punti  sono  visibili.  Il  simile  cippo  pubblicato  nel  Bull.  Coni.  1885, 
p.  97,  gemello  a  quello  del  C.  I.  L.  VI,  1267,  a  b,  ha  gli  stessi  primi  quattro  nomi, 
Invece  di  C.  Pontius  Paelignus  vi  è  P.  Viriasius  Naso  tr.  pi.  È  notevole  anche 
la  forinola  in  publicum  redegerunt,  in  luogo  del  consueto  restituerunt. 

Dal  medesimo  scavo  provengono  i  Seguenti  due  frammenti  epigrafici.  Nel  primo 
di  m.  0,32X0,25X0,05  e  inciso: 


Nel  secondo  di  m.  0.13X0,16X0,04  leggesi: 

E  P  X  I| 


Si  raccolsero  infine  dei  tegoloni  portanti  il  bollo: 

EX  •  FIGLIN  *  IVCIANIS 
PAET-ET  AP'C  S 
Marini  384*. 


Regi rme  XIV.  Eseguendosi  gli   sterri   per   il   collocamento  dei   cassoni  ad  aria 
compressa,  per  la  costruzione  dei   muraglioni   del  lungo  Tevere,    è  stata  messa  allo 


scoperto  la  testata  dell'antico  ponte  Emilio  o  Palatino,  formata  da  mirabile  opera  qua- 
drata, con  blocchi  di  tufo  perfettamente  squadrati  ed  assai  bene  connessi. 

Tra  le  terre,  poco  distante   dalla  testata  del  ponte,  si  recuperarono  le  iscrizioni 
seguenti  : 

«)  MELLAX ■ VElDIANVS • 

DECVR-  ITER 
PARIETES-  ET-  CAMARAS 
SCALARIORVM- OPERE 
TECTORIOEXPOLITVM 

D  •    S  •    P   •   D  ■    D  • 
CCAESARE-L-PAVLLO-COS       a.  754-1 

L'epigrafe  è  incisa  su  lastra  marmorea  scorniciata,  lunga  m.  0,57,  larga  m.  0,4:'.. 
e  dello  spessore  di  m.  0,03. 

b)  Frammento  d'iscrizione  lungo  m.  0,67,  largo  m.  0,32,  dello  spessore  di  m.  0,05. 

Vi  si  legge: 

DVI  VIXIT  ANNIS  •  XVI  •  MEN; 
p-XXVIII-NATVS-XVIKAIjAVGÌ 

Si  rinvenne  anche  una  stupenda  testa  della  Giulia  di  Tito,  grande  al  vero,  scol- 
pita in  marmo  pario. 

Via  Appia.  Da  uno  scavo  clandestino,  praticato  da  un  carrettiere  fuori  porta  s.  Seba- 
stiano, vennero  in  luce  questi  due  titoli  sepolcrali  : 

a)  Piccolo  cippo  marmoreo  alto  m.  0,25  scorniciato,  con  urceo  e  patera  e  con 
l'iscrizione  ; 

DlIS  •  MANI 
NOVIAE-SPER 
NOVIA-  THERAPNE 
ET  ■  CHAEREMO 
FECERVNT 
FILIAE  SVAE  PlISSIMAE 

VIXIT  •  ANNO  VNO 
MENSIBVS-X-DIEBVS-Vl  ■ 

b)  Lastra  marmorea  sulla  quale  è  incisa  a  non  buoni  caratteri: 

%.         D  M     * 

I  V  L  I  A  E  ARGYRIDI 

COIVGI  •  BENEMERENTI 

QjIVLIVS-  HERMES-ET 

IVLIAE-  IVSTAE  •  ALVMNl 

Via  Portueme.    Negli    steni   pei    lavori    della    nuova  Stazione   ferroviaria    del 


Trastevere,  è  stato  trovato  il  seguente  frammento  epigrafico,  inciso  su  lastra  marmorea, 
larga  ih.  0,37,  alta  m.  0,27: 


D  ■  EXDONATIO 
L-ANTONIVS  •  FLOR 
ET-IVNIAE-NEPOTILLAr| 

SANCTISSIMAE  •  ET 
L'ANTONIO -FLOR/ 
M- AEMILIO- AVX/ 
CIVNIOCATTVT/ 

IVNIAE  ■  RAS; 
LIB-LIBERTABVS 

Costruendosi  la  condottimi  dell'acqua  Marcia,  fra  l'antica  città  di  Porto  e  l'abi- 
tato moderno  di  Fiumicino,  è  stato  scoperto  il  seguente  frammento  di  lapide  cemete- 
riale cristiana,  rotto  in  sette  pezzi,  ed  inciso  a  caratteri  di  forma  assai  buona: 


IC-REQVIESCIT 

':  vIP'et  mensibvs  •  V  • 

,'AL_  •  KEBRVARIAS 

1C    C  O  N  S  V  L  E  • 
JCVM    BONIFATIVS 

Ì////VNIA  •  CONPARAVIH 

i 


(Tl 


Jb 


V.  Tivoli  —  L'ispettore  cav.  Francesco  Bulgarini  riferì,  che  essendosi  dalla 
Società  delle  forze  idrauliche  posto  mano  agli  sterri  di  quel  grandioso  quadriportico, 
volgarmente  appellato  villa  di  Mecenate,  ma  riconosciuto  appartenere  allo  storico  tem- 
pio di  Ercole  Vincitore ,  furono  messi  in  luce  tre  grandi  piedestalli  marmorei ,  con 
urceo  e  patera  nei  fianchi.  Il  primo  non  reca  iscrizione  di  sorta.  Nel  secondo  leggesi 
questo  importante  titolo,  di  cui  il  sig.  ispettore  mi  trasmise  il  calco: 

HERENNI  AE  •  M  •  F- 

HELVIDIAE   •  AEMILIANAE- 

L  •  CLAVDI  •  PROCVLI 

CORNELIANI   •   COS 
REGINAESVAE-H-C-POSVIT 

TI  •  CLAVDIVS  •  TI-  F  •  QVI 

LIBERALIS  •  AEBVTIANVS 
EQJ/O  PVBLICO  PRAEFFABR 
TRIB  •  MlL  •  LEG  •  III  •  CYRENAICAE 
DECCAESCOSPR-  CVM 
CLAVDIA  •  NECTAREA 
V  X  O  RE 


—  277  — 
Ne]  terzo  è  l'iscrizione  seguente,  che  trascrivo  pure  dal  calco: 

M  ■  AC1LIO  ■  Mr  F-  GAL- 

GL  ABRIONI 

CNCORNELIOSEVERO 

COS 

PONTIFICHn  VIR  •  A  •  A  •  A  •  F  ■  F  • 
ViVIR  •  TVRM  ■  EQVIT-  ROMAN 
TRIB-MIL-LEG-XVAPOLLINARIS 
SALIO  •  COLLINO  ■  LEG  ■  PROV- 
CRETAE  ■  CYRENAR-LEG  ■  PROV 
AFRICAEQVAESTIMP-CAESAR 

T- AELl  •  HADRIANI-ANTONINl-AVG-PlI 
AETOR.I-LEG-ASIAE-S-P-  Q_-  TIBVRS 
VoNO-MVNICIPI-  QJ  QJ  DESIGNATO 

Le  iscrizioni  sono  conserv&tissime,  ed  incise  in  assai  buoni  caratteri. 

VI.  Terracina  —  Nota  dell' ispettore  sig.  Filippo  Lombardini  di  Sezze. 

Trovandomi  in  Terracina,  venni  invitato  dal  sig.  Remiddi,  ingegnere  capo  del  Con- 
sorzio idraulico  pontino,  ad  esaminare  gli  avanzi  di  antichità,  che  si  vanno  disco- 
prendo nelle  fondamenta  di  una  fabbrica  nel  borgo  della  Marina,  e  precisamente  nel 
giardino  di  proprietà  comunale. 

In  assenza  dell'ispettore  locale,  accettai  di  buon  grado  l'invito.  Acceduto  sul  luogo 
osservai  moltissimi  e  grandiosi  frammenti  di  cornici,  colonne,  capitelli,  in  pietra  cal- 
care, piccole  comici  in  rosso  antico  ed  altri  pezzi  di  marmo;  tra  i  quali  meritano 
speciale  ricordo  un  capitello  corinzio  del  diam.  di  m.  0,64,  molto  accuratamente  lavo- 
rato, benché  danneggiato,  ed  un  grande  pezzo  di  cornicione.  Notai  anche  una  testa, 
frammenti  di  sculture,  ed  una  statua  muliebre  acefala,  con  palla  attortigliata  nelle 
braccia,  alta  dalla  spalla  ai  piedi  m.  1,50. 

A  m.  4  di  profondità  si  riconobbe  una  vasta  platea,  lastricata  con  grandi  pietre 
calcari.  Nel  tratto  scoperto  veggonsi  le  seguenti  lettere  di  bronzo,  alte  m.  0,295: 

IVS  •  Q_ 

Un  lato  di  questa  platea  o  Foro,  è  parallelo  all'antica  via  Appia  di  Traiano, 
della  quale  è  più  alta  m.  0,25.  Gli  altri  lati  probabilmente  erano  decorati  da  monu- 
menti, dei  quali  sono  avanzi  i  massi  sopra  ricordati. 

Il  de  La  Blanchère ,  nella  seconda  tavola  annessa  al  suo  lavoro  su  Terracina, 
con  l'autorità  di  una  pianta  rilevata  da  Baldassare  Peruzzi  nel  secolo  XVI,  esistente 
nelle  Gallerie  di  Firenze,  nota  sul  luogo  indicato:  Forum  in  compito  Severianae. 
Dal  che  si  viene  a  conoscere,  che  in  quel  tempo  rimanevano  ancora  cospicue  traccio 
dell'edificio  pubblico  ora  iu  parte  scoperto. 


Regione  IL  (Apulia) 

\  II.  Ginestra  (frazione  del  comune  di  Kipacandida)  —  X>.- IT  agro  di  questo  vil- 
laggio, il  solerte  ispettore  cav.  M.  Lacava  riconobbe  un'  iscrizione  frammentata  della 
quale  mandò  questo  apografo: 

LICIVS 
MAXIMVS 
ANNOR  XIIII 
HERMES  PAT 
VIICIA  MAT 
F  •  B  ■  AI  •  P 

A  III.  S.  Fele  —  In  contrada  denominata  Civita,,  nel  sito  ore  sorgeva  il  paese 
medievale  di  Vitalba,  l'ispettore  stesso  copiò  quest'altra  iscrizione  mutila: 

CELLF7 

VSCL 

MEIS-I 

DVLCI 
KOCO 

IX.  GenzanO  di  Basilicata  —  Nell'alta  valle  del  Bradano  presso  Genzano, 
e  propriamente  sulla  via  che  da  Genzano  mena  a  Palmira  (già  Oppido,  nel  cui  ter- 
ritorio fu  trovata  la  lei  Bantina),  in  contrada  Pericoli,  si  sono  sempre  rinvenuti  an- 
tichi oggetti.  Secondo  la  tradizione  locale,  vi  esistono  le  reliquie  di  un  pago  col 
nome  di  Festale;  e  quivi  anni  dietro  fu  scoperto  un  sepolcro,  con  una  lapide 
'."•ritta,  di  cui  l'ispettore  sopra  ricordato  fece  fare  tm  calco  in  gesso.  La  lapide  è  ora 
murata  nella  masseria  del  doti  Albano,  ed  è  di  assai  difficile  lettura,  sia  per  la  roz- 
zezza con  cui  fri  incisa,  sia  per  le  offese  del  tempo.  Ti  si  vede: 

'  S  C  E  I  ATAM 
ALERREOLAA 
ARCA  VEFII  A 
ESVAEQAEDEVV 
/VTAESLA/VORVM 
PLVSMINVS/kIMO 

OECcriiri 

IF         MOR 

X.  Brìndisi  —  Riferì  l'egregio  ispettore  arcidiacono  Tarantini .  che  essendo 
demolito  il  nmro  di  cinta  nel  giardino  del  convento  dei  Cappuccini,  fra  i  ina- 
i  di  fabbrica  si  trovarono  due  pezzi  di  lapidi,  che  furono  aggiunte  alla  rao 

comunale,  e  dei  quali  l'ispettore  mandò  i  calchi. 


—  279  — 
Ne]  primo,  largo  ni.  0,18,  alto  m.  0,19,  leggasi: 

Vb 
EG  •  III 
ERCITVS 
VLIMIL 

Nel  secondo,  che  è  largo  m.  0,34.  alto  m.  0,16  rimane: 

-J^ivleiaPl- 
llitychj>" 

XI.  Taranto  —  Tesoretto  di  monete  di  oro  descritto  dal  prof.  L.  Viola. 
11  contadino  Cataldo  Grecucci,  arando  un  fondo  di  sua  proprietà  posto  nel  recinto 
dell'antica  Taranto,  ed  in  vicinanza  della  masseria  denominata  il  Tesoro,  tirò  fuori 
con  la  punta  del  vomere  un  vasetto  rustico  contenente  92  monete  di  oro.  Questo  fatto 
avvenne  nello  inverno  del  1883,  dal  qual  tempo  il  Grecucci  conservò  lo  monete, 
senza  farne  parola  ad  alcuno,  sino  ai  principi  di  quest'  anno,  quando  si  decise  a  ven- 
irle ;  ma  prima  mi  permise  di  studiarle  e  di  farne  il  seguente  catalogo. 

Di  esse  7  erano  stateri  di  Taranto,  tutti  benissimo  conservati,  fior  di  conio  : 
so  di  Filippo  di  Macedonia ,  e  5  di  Alessandro  suo  figlio  ;  dei  Filippi  nessun  fior 
di  conio,  ma  ima  metà  ben  conservati  ;  gli  Alessandri  erano  alquanto  sciupati. 

Da  questo  può  congetturarsi,  che  il  tesoretto  fu  seppellito  nel  tempo  della  conia- 
zione degli  stateri  tarantini,  e  non  pochi  anni  dopo  la  coniazione  degli  stateri  di 
Alessandro,  cioè  fra  gli  ultimi  anni  della  fine  del  quarto  ed  i  primi  del  principio 
del  terzo  secolo  av.  Cr.  11  non  avervi  trovato  alcuno  statere  di  Pirro,  può  autorizzarci 
a  non  rimandarlo  ad  epoca  posteriore  al  281  av.  Cr..  quando  il  re  epirota  approdo 
in  Italia.  Tuttavia  si  spiega  bene  la  presenza  di  tanto  oro  macedonico  in  questa 
città,  ricordando  la  venuta  di  Alessandro  il  Molosso,  dai  Tarantini  chiamato  per  com- 
battere i  Lucani  ;  il  quale  fatto  accadde  verso  l'anno  332  avanti  l'era  volgare.  Dopo 
questo  tempo  le  condizioni  politiche  dei  Tarantini  divennero  sempre  peggiori,  per  i 
nemici  delle  vicine  contrade  che  vie  più  acremente  li  combattevano,  per  la  chia- 
mata in  soccorso  di  Agatocle  di  Siracusa  e  di  Cleonimo  di  Sparta,  e  per  le  fazioni 
interne  che  li  facevano  vivere  in  continua  lotta.  Allora  probabilmente  il  possessore 
del  tesoretto  volle  mettere  in  salvo  il  suo  peculio. 

Per  la  numismatica  tarantina  poi  riesce  importantissima  la  nostra  scoperta,  che 
vale  a  definire  con  quasi  certezza  gli  anni  della  monetazione  degli  stateri,  sia  quelli 
■•he  hanno  nel  dr.  la  testa  di  Eracle  giovane,  coperta  dalla  pelle  di  leone,  sia  quelli 
con  la  testa  muliebre  ornata  da  Stefano,  velo,  orecchini  e  collana ,  la  quale  con  ogni 
probabilità  rappresentava  la  ninfa  Satyria,  madre  di  Taras. 

1.  Testa  giovanile  di  Eracle  a  dr.  coperta  dalla  pelle  del  leone;  b)  Poseidon 
col  tridente  in  biga,  rivolto  a  di-.;  sopra,  stella  ad  otto  raggi;  sotto,  delfino  guiz- 
zante, cuspide  di  lancia,  e  presso  la  pancia  dei  cavalli  NAH,  1. 

2.  Come  il  precedente  ;  r)  pure  simile,  salvo  che  vi  è  sotto  il  fulmine,  e  presso 
i  eavalli  AIP,  1. 

Classe  di  sciem-k  morali  ecc.  -  -  Memorie       Su'.  1',  Voi.  II. 


—  280  — 

3.  Come  il  precedente  ;  r)  Poseidon  come  sopra ,  in  alto  stella  ;  i  cavalli  pog- 
giano le  zampe  posteriori  sopra  un  filetto,  sul  quale  è  un  delfino  guizzante,  1. 

4.  Come  il  precedente;  r)  pure  simile,  in  alto  N1KA,  nell'esergo  TAPANTIN.Q.N.  1. 

5.  Testa  di  divinità  muliebre  a  dr.  con  stefane,  velo,  orecchini  e  collana  ;  sotto 
AKON  ;  r)  i  Dioscmi  a  sin.  al  passo  ;  il  primo  coronante  il  cavallo,  1'  altro  con 
palma  e  corona;  esergo  2 A,  1. 

6.  Come  il  precedente;  avanti  in  alto  TAPA  ;  piccolo  delfino  innanzi  ed  imo  indietro  ; 
sotto  il  collo  AY  ;  r)  Dioscuri  come  sopra  ;  in  alto  stella  ad  otto  raggi  ;  esergo  SA,  1. 

7.  Come  il  precedente  ;  vicino  al  mento  della  testa  muliebre  un  delfino  ;  esergo 
AKON,  il  tutto  in  un  giro  di  perline  ;  r)  Dioscuri  come  sopra  ;  in  alto  AIOIKOPOI.  1. 

8.  Testa  di  Apollo  laureata  a  sin.;  r)  biga;  sotto;  <J>IAinnOY,  8. 


9. 

Id. 

R> 

id.;  tridente,  10. 

22. 

Id.  r)  id.;  tridente  inverso,  11. 

10. 

Id. 

$ 

id.;  diota,  3. 

23. 

Id.  r)  id.;  tripode,  1. 

11. 

Id. 

4 

id.;  nell'esergo  cuspide  di 

24. 

Id.  r)  id.;  grappolo.  5. 

lancia,  2. 

25. 

Id.  r)  id.;  farfalla  e   cuspide  di 

12. 

Id. 

tO 

id.;  sotto  fulmine,  13. 

lancia,  6. 

13. 

Id. 

$ 

id.;  altro  conio,  1. 

26. 

Id.  r)  id.;  stella  M,  6. 

14. 

Id. 

$ 

id.;  ZA,  1. 

27. 

Id.  r)  id.;  testina  muliebre,  1. 

15. 

Id. 

$ 

id.;  M.  1. 

28. 

Testa   di   Athena  galeata    a   dr.: 

16. 

Id. 

«* 

id.;  fulmine,  M.  2. 

r)  Nike  a  dr.  con  ali  spie- 

17. 

Id. 

$ 

id.;  lira,  3. 

gate,  AAEHANAPoY.  1. 

18. 

Id. 

4 

id.;  clava,  1. 

29. 

LI.  4  id.;  M,  1. 

10. 

Id. 

$ 

id.;  stella,  1. 

30. 

Id.  r)  id.;  H,  1. 

20. 

Id. 

$ 

id.;  corona  (?),  3. 

31. 

Id.  r)  id.;  grappolo,  1. 

21. 

Id. 

$ 

id.;  caduceo  e  cuspide  di 
lancia,  1. 

32. 

Id.  r)  id.;  tridente,  1. 

Regione  III.  {Lucania  et  Brutti) 

XII.  Velia  (comune  di  Ascea)  —  Essendo  stato  incaricato  dal  Ministero  l'in- 
gegnere degli  scavi  cav.  L.  Fulvio  di  fare  una  visita  al  luogo  denominato  Castel- 
lammare ili  Veglia  o  della  Bruca,  nel  territorio  del  comune  di  Ascea,  dove  riman- 
gono i  resti  dell'antica  Velia  (cfr.  Notizie  1882.  ser.  3a,  voi.  X,  p.  555),  per  riconoscere 
se  mai  a  causa  dei  lavori  della  strada  ferrata  littoranea  avessero  a  soffrire  detrimento 
gli  avanzi  delle  vetuste  costruzioni,  riferì  l'ingegnere  predetto  che  fra  il  quinto  ed  il 
sesto  ettometro,  a  partire  dallo  sterro  della  nuova  galleria  verso  Pisciotta,  in  una  cava 
di  prestito,  alla  profondità  di  circa  un  metro  dal  piano  di  campagna,  si  scoprirono  alcune 
tombe  costruite  a  muri  di  pietre,  e  protette  da  tegole  alla  cappuccina,  tenute  ferme  tra 
loro  per  mezzo  di  malta.  I  vasi  fittili  provenienti  dalla  suppellettile  di  queste  tombe 
erano  tutti  rozzi  e  di  forme  comunissime. 

Vi  si  trovò  insieme  un  cardine  di  bronzo,  del  diametro  di  ni.  0,12.  Sparsi  fra 
le  terre  si  raccolsero  poi  frammenti  di  lastre  marmoree,  ove  si  leggono  resti  epigra- 
fici latini,  dei  quali  mi  furono  trasmessi  i  calchi.  Dallo  esame  di  essi  risulta,  che  Le 
tombe  si  riferiscono  all'età  della  decadenza  imperiale. 


—  281  — 

Il  prinm  ili  tali  frammenti,  alto  m.  0,13,  largo  m.  0,12    reca: 

XXX 
AMA 
CON 
ol  •  B  •  M 
Nel  secondo,  alto  m  0,15,  largo  m.  0,20,  relativo  ad  un  classiario,  vedesi: 

T 

MIL-EX-CLA 

VARR 
Nel  terzo,  alto  m.  0,27,  largo  m.  0,22,  che  per  la  forma  dei  caratteri,  argomen- 
tando dal  calco,  direbbesi  appartenere  al  frammento  precedente,  rimane: 

M1L 
X1IFEC-FI 
VMSABINN 
EN-MER-N-M 
C- 
Presso  il  sig.  Alasio  potè  poscia  l'egregio  ing.  Fulvio  osservare  quest'altra  epi- 
grafe, scoperta  a  quanto  pare,  nel  luogo  medesimo,  e  riferibile   essa  pure  alla  bassa 
epoca.  È  in  lastra  di  marmo     di  m.  0,24  X  0,25,  incisa  in  lettere  rozzissime  : 

M  E  sic 

LVCRETIVS 
ADVLESCES 
AMANTISSIMVS 
VIXITANN-VIIII 
M  I  S    PVFIVS 
CAMPANVS  ALVM 
NO  •  B  •  M 

Appartiene  invece  alla  età  greca  un  titolo  frammentato  di  stela  funebre,  pos- 
seduto anche   dal  sig.  Alasio,   che   misura  m.  0,19X0,28,  e  dice: 

oNHSoY 
ToYaH 

MONoS 

XIII.  Mliro-LllCanO  —  In  contrada  Casale  nell'agro  di  Muro-Lucano,  l'ispet- 
tore cav.  Michele  Lacava  riconobbe  fabbricata  in  un  muricciuolo ,  che  serve  di  sedile 
innanzi  ad  una  casa  colonica,  l'epigrafe  edita  nel  voi.  X  del  C.  I.  L.  n.  440  sull'apo- 
grafo del  Lomonaco.  È  incisa  in  lapide  di  calcare,  di  m.  0,34  X  0,49,  assai  con- 
sunta; e  secondo  il  calco  vi  si  legge: 

C  •  OCTAVIO  ■  MRCIO 

NI-VIXAN  -XXI  -ET- 

C  ■  OCTAot'O  -SEVE 

R  O  •  V I X 

Villi    CQCTaVIVS 

SEVERVS-PATeR 


—  282  — 

In  una  casetta  rurale  presso  Ruia  s.  Basile,  ove  si  colloca  l'antica  ffumislrone, 
usato  per  materiale  di  fabbrica  vedesi  questo  frammento  epigrafico,  copiato  dall'ispet- 
tore medesimo 

/////  PIVS  FELI 

CISSIMVS  VIX 

AN  •  LIMI  MA 

NILIA  FORTV 

«fflTA  CBM-F 

XIV.  Bella  —  Nel  territorio  del  comune  di  Bella,  iu  una  contrada  che  da 
questa  lapide  porta  il  nome  di  Pietraacritla,  non  molto  lungi  dal  distrutto  paese  me- 
dioevale di  s.  Sofìa,  luogo  chiamato  ora  s.  Antonio  dei  Casaleni ,  è  1'  iscrizione  se- 
guente, così  trascritta  dall'  egregio  Lacava: 

FELICVLA 
VIX  AN  VI 
ATIMETVS 
SoKA  F 

XV.  Ruoti  —  Nell'agro  di  Ruoti,  sul  confine  tra  la  Lucania  e  l'Apulia,  esiste 
la  epigrafe  che  segue,  incisa  in  lettere  rozzissime  in  una  lastra  di  calcare,  alta  m.  0,45, 
larga  m.  0,48. 


FIRMA  *  AVGA 
NTIANEFIklETI 
TVkVM  POSV/ 
T  QVE  VIXITA 

NNIS  XXIIII  DV 


D  VA 


XVI.  Potenza  —  Fabbricata  iu  un  muro  del  palazzo  del  Liceo,  che  un  tempo 
fu  palazzo  marchesale,  è  una  pietra  alta  m.  0,65,  larga  m.  0,55,  ove  è  incisa  la  iscri- 
zione seguente,  la  cui  lezione  assai  incerta  negli  ultimi  versi,  si  desume  dal  calco  fat- 
tone eseguire  dallo  stesso  sig.  ispettore  : 

D  M 


FLAB'EBERVI 
ANENIC/DIVGIQVI 
VIXIT  awNIS  XXVI 

P  •  OC///VS  iV///// 

s-cv  ///////////  ov 

r  A  M  I  S    XVII 
B  M 


—  288  — 

Nell'area  dell'antica  Potenza  fu  recuperato  un  piccolo  frammento  epigrafico,  di 
cui  mi  fu  rimesso  il  fac-simile.  Misura  m.  0,15X0,11,  e  vi  si  legge: 

AL 
OKEI/ 
A-nA/ 
TIOW 

Presso  la  locanda  detta  di  Pappaeiecio,  a  due  chilometri  dalla  città,  in  vici- 
nanza del  luogo  denominato  Bettelemme,  dove  si  estendeva  l'antica  Potentìa,  fu  poi 
trovato  questo  titolo,  inciso  in  calcare,  e  copiato  dallo  stesso  sig.  Laeava 

FESTVS  HIC 
S IT VS  EST 
ANNORVM  IIX 

XVII.  Tolve  —  In  contrada  Moltone,  nell'agro  di  Tolve,  non  lungi  da  s.  Maria 
di  Rossano,  fu  trovato  un  frammento,  largo  m.  0,20,  alto  m.  0,14,  che  dice: 

i    IHIZ 

T  EKT 

E  nello  stesso  luogo  trovasi  un  cippo  sepolcrale  di  calcare,  in  cui,  come  rilevasi 

dal  calco,  si  legge: 

PONI    IC. 
VIX    ANIS 
■/ESVICTOi 
\ARITVSCOi 
5M   P  OS  VI 

11  frammento  è  alto  m.  0,40,  ed  ha  la  maggiore  larghezza  di  m.  0,35. 
Roma,  15  settembre  1886. 

Il  Direttore  gerì,  delle  Antichità  e  Eelle  arii 
FlORELLI 


285 


SETTEMBRE 


Regione   X.   (  Vcnctìa) 

I.  Negrar  di  Valpolicella  —  Nota  dell'  ispettore  cav.  Stefano  De 
Stefani. 

Vicino  alla  sponda  del  torrente  di  Negrar,  e  precisamente  sul  fondo  di  parte 
destra,  non  lungi  dallo  stabile  detto  Palazzo ,  giaceva  un  masso  di  pietra  dina  gros- 
solanamente squadrato,  di  m.  0,80  per  ogni  lato.  Un  temporale,  sui  primi  dello  scorso 
luglio,  fece  gonfiare  il  torrente,  e  le  acque  trascinarono  il  masso  a  qualche  distanza 
dal  posto  primitivo.  Kimasto  il  fondo  del  torrente  all'  asciutto,  dal  sig.  Paolo  Degani 
di  Negrar  e  da  altri  testimoni  si  verificò,  che  quel  masso  copriva  una  cassa  sepolcrale 
formata  da  sei  lastre  di  pietra  del  luogo,  della  misura  di  m.  0,80  circa,  per  lato; 
la  quale  conteneva  tre  teschi  umani  interi,  ed  altre  ossa  umane  accatastate,  ed  in 
parte  rotte.  In  un  angolo  della  cassa  eravi  un  piccolo  orciuolo,  del  diametro  di  m.  0,20. 
a  pareti  sottili,  con  labbro  inclinato  all'esterno;  ed  era  di  terra  grigiastra,  pesante, 
simile  all'impasto  dei  buccheri  cinerei,  senza  lisciatura  ed  ornamentazione.  L' orciuolo 
conteneva  una  lucerna  di  terra  cotta  ordinaria,  colla  rappresentanza  di  un  genietto 
nudo,  alato,  portante  nella  destra  un  disco  a  cinque  raggi.  Alcuni  tegoloni  a  battente, 
ed  altri  avanzi  di  laterizi  romani,  lasciano  supporre  che  altre  tombe  vi  si  possano  in 
seguito  rinvenire. 

Regione  XI.  (Transpadana) 

lì.  Lingotto  (Frazione  del  comune  di  Torino)  —  L'ispettore  comm.  V.  Promis 
riferi,  che  lungo  la  strada  di  Nizza  presso  Lingotto,  e  precisamente  nella  località  deno- 
minata 1'  Ostarietta,  di  proprietà  del  sig.  cav.  Francesco  Taricco,  eseguendosi  alcuni 
abbassamenti  di  terreni,  furono  scoperti  resti  di  antiche  costruzioni.  Consistono  in  due 
ambienti  rettangolari,  formati  da  muri  dello  spessore  di  m.  0,80,  e  composti  di  ciot- 
toli, riuniti  da  buonissima  calce. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  K  Voi.  IL  16 


—  286  — 

Tutti  questi  muri  hanno  un'altezza  uguale,  da  m.  5,00  a  6,00,  e  posano  su  di 
uno  strato  di  bellissimi  embrici  di  grana  assai  fina,  ed  in  generale  delle  dimensioni 
di  m.  0,45  X  0,30.  Questi  embrici  poi  hanno  l' impronta  della  impugnatura,  ma  nes- 
suno finora  porta  bollo  di  sorta. 

Questa  scoperta  si  collegherebbe,  a  quanto  il  nominato  ispettore  sospetta,  col- 
l' altra  fattasi  l'anno  scorso  sulla  stessa  via  di  Nizza,  poco  oltre  la  cinta  daziaria, 
cioè  di  una  tomba  con  un'epigrafe  romana  per  coperchio,  e  di  una  grande  quantità 
di  materiali  di  costruzione,  dell'epoca  romana,  sparsi  ad  una  certa  profondità  per  un 
buon  tratto  di  terreno  (cf.  Notizie  1885,  ser.  4a,  voi.  I,  p.  234). 

III.  Settimo  Torinese  —  Lo  stesso  ispettore  Promis  ha  riferito,  che  nel  co- 
mune di  Settimo  Torinese,  in  regione  detta  Isola,  e  in  località  denominata  la  Citta- 
della, di  proprietà  del  conte  Avogadro  della  Motta,  è  stato  rinvenuto  un  vaso  di  bronzo 
contenente  un  ripostiglio  di  circa  ottocento  monete  imperiali. 

Le  monete  sono  di  tipi  comuni,  e  meno  due  di  Giulia  Paola,  sono  tutte  assai 
male  conservate.  La  più  antica  è  una  di  Vitellio  ;  le  altre  appartengono  a  Vespasiano, 
Domiziano,  Traiano,  Adriano,  Antonino  Pio,  alle  due  Faustine,  a  Lucio  Vero,  Lucilla, 
M.  Aurelio,  Commodo,  Crispina,  Settimio  Severo,  Caracalla,  Elagabalo,  Giulia  Mesa, 
Soeraia,  Alessandro  Severo  e  Mamea.  Nessuna  moneta  è  posteriore  a  questa  imperatrice. 

.Regione  Vili.  (Cispadana) 

IV.  Ravenna  —  Il  R.  ispettore  cav.  dott.  Silvio  Busmanti  avverte,  che  nel 
fare  un  restauro  allo  spedale  annesso  alla  chiesa  di  s.  Giovanni  Evangelista,  e  pre- 
cisamente presso  il  campanile,  è  stata  messa  in  luce  ima  colonna  di  granito  bigio, 
coronata  da  capitello  bizantino. 

È  interrata  per  m.  1,50,  e  sporge  dal  suolo  per  m.  3,00. 

V.  Forlì  —  Nota  dell'ispettore  cav.  A.  Santarelli. 

Presso  la  città  fuori  della  Barriera  Ravaldino,  alcuni  lavoratori  nelT  abbassare 
un  terrapieno,  poco  distante  dalla  fornace  Hofmann,  giunti  alla  profondità  di  m.  3,50 
s'  avvennero  in  un  gruppo  di  bronzi  antichi,  posti  in  una  buca,  e  così  stretti  gli  uni 
e  gli  altri,  da  dover  pensare  che  fossero  contenuti  in  una  specie  di  borsa,  naturalmente 
poi  consunta.  Erano  in  suolo  vergine,  ma  il  terreno  sovrastante  presentava  diverse 
stratificazioni.  Quella  immediatamente  sopra  il  gruppo  era  nerastra,  con  qualche  osso 
di  bruti  ;  ma  al  contatto  dei  bronzi  mancavano  fittili  e  indizi  di  tombe;  talché  è  a 
ritenere  si  tratti  di  un  ripostiglio. 

La  messe  archeologica  è  composta  di  fibule  a  navicella,  a  due  e  tre  globetti, 
di  più  grandezze;  di  altre  pure  a  navicella  senza  globetti,  ma  con  appendici  nuove 
e  forse  inedite,  e  di  fibule  ad  arco  semplice,  che  però  dovevano  portare  oggetti  infissi  : 
tutte  insieme  una  settantina  circa,  delle  quali  però  solo  sei  sono  intatte.  Sonvi  anche 
tre  armille  disadorne,  girate  a  spira,  bottoni  semisferici  cavi  con  gambo;  vezzi  di 
pasta  colorata  e  di  vetro,  e  molta  minutaglia  di  ardiglioni  e  cartocci,  riportabili  agli 
esemplari  in  discorso. 


_'s? 


Regione  VII.  (Etruria) 

VI.  Givitella  d'Ama  —  Nelle  Notizie  del  corrente  anno  à  pag.  142  fu  dato 
cenno  di  una  scoperta,  avvenuta  nel  podere  del  sig.  marchese  Giuseppe  degli  Azzi 
denominato  la  Madonna,  scoperta  consistente  in  un'urna  e  due  coperchi  di  travertino 
con  figure  recumbenti. 

Ora  l'ispettore  prof.  Carattoli  ha  fatto  sapere,  che  in  altro  podere  del  mento- 
vato sig.  marchese,  vocabolo  Pepaja,  tra  il  maggio  e  giugno  scorso  si  rinvennero  in 
tombe  depredate  gli  oggetti  che  seguono:  —  Urna  di  travertino  con  coperchio  a 
triangolo,  di  m.  0,50X0,23,  avente  una  patera  ombelicata  nel  prospetto.  Il  coperchio 
è  alto  sino  al  vertice  m.  0,42,  ed  ha  un  rosone  in  rilievo. 

Coperchio  d'urna  in  travertino  con  figura  di  donna  recumbente,  con  collana  pen- 
dente, armille,  flabello  nella  sinistra  e  fiore  nella  destra.  È  della  lunghezza  di 
m.  0,56  circa. 

Altro  coperchio  simile,  con  figura  di  uomo  recumbente,  con  collana,  patera  nella 
destra  e  la  sinistra  distesa  a  sostegno  del  manto  ;  della  lunghezza  di  m.  0,58  chea. 

Altro  coperchio  triangolare  con  fiore  nel  prospetto,  dell'altezza  di  m.  0,45  e  della 
larghezza  di  m.  0,  22. 

Ad  un  metro  circa  sotto  il  suolo,  si  rinvennero  poi  oltre  ai  soliti  tegoloni  fram- 
mentati, cinque  teschi  ed  avanzi  di  uno  scheletro  con  due  orecchini  d'oro  ;  inoltre  uno 
specchio  graffito,  sufficientemente  conservato,  rappresentante  il  giudizio  di  Paride. 
Si  ebbero  poscia  frammenti  di  vasi  aretini,  con  marca  di  fabbrica  in  orma  di  piede  ; 
tazze  leggierissime  con  eleganti  bassorilievi  ;  una  fiasca ,  due  vasi  semplici ,  quattro 
balsamari  e  due  lucerne  fittili,  una  delle  quali  intiera  ed  altra  frammentata;  tredici 
balsamari  di  vetro;  mezzo  anello  ed  un  grosso  chiodo  di  ferro. 

Da  ultimo  in  altro  terreno  del  medesimo  sig.  marchese  degli  Azzi ,  vocabolo 
Carpaneto,  durante  i  lavori  agricoli,  si  scoprì  un  torso  marmoreo  di  Ercole  giovane, 
un  altro  marmoreo  di  statua  virile,  ed  altri  pezzi  di  sculture. 

VII.  Orvieto  —  Giornale  degli  scavi  della  necropoli  volsiniesc  in  con- 
trada Cannicella,  redatto  dall'ini).  R.  Mancini. 

8-29  agosto.  Non  appena  terminato  il  raccolto  nel  terreno  vocabolo  Camicetta, 
di  proprietà  del  sig.  cav.  Luigi  Felici,  sono  stati  ripresi  i  lavori  di  esplorazione  delle 
tombe  antiche,  nel  tratto  ove  queste  formano  il  gruppo  principale  dell'  importante  ne- 
cropoli (cf.  Notizie  1886,  p.  120). 

Da  principio  si  seguirono  cinque  traccie  di  tombe;  quindi  una  tomba  arcaica, 
ripiena  di  terra,  che  si  riconobbe  essere  stata  altre  volte  rovistata.  Giaveva  alla  pro- 
fondità di  circa  m.  9,00,  con  la  porta  orientata  ad  est,  ed  era  alta  m.  2,00  e  larga 
m.  0,83.  Vi  si  trovarono  dei  cadaveri  solamente  incombusti,  collocati  come  di  con- 
sueto sopra  due  banchine  di  tufo,  l'ima  a  sinistra  e  l'altra  di  fronte. 

La  tomba  misura  all'interno  m.  2,30X3,40,  ed  ha  un'altezza  massima  di  m.  3,45. 
Di  oggetti  raccolti  senza  alcun  ordine  si  notarono  :  —  Bronzo.  Un  pezzo  di  aes  rude. 
Due  fibule  semplici,  una  lunga  m.  0,07,  l'altra  rotta.  Vasetto  ad  alto  manico,  di  alt. 


—  288  — 

m.  0,14.  Caldaio  del  diam.  di  m.  0,33.  Altro  del  diam.  di  rn.  0,32.  Catino  semplice 
del  diam.  di  m.  0.20  —  Ferro.  Una  lancia  lunga  m.  0,34.  —  Osso.  Anello,  forse  di  ba- 
stone, con  decorazione  di  giri  concentrici  fatti  a  graffito,  diam.  m.  0,03. —  Buech  ro. 
Undici  vasi  e  tazze  di  diversa  forme  e  grandezze,  in  parte  rotte.  —  Fittili  dipinti. 
Frammenti  di  alcune  tazze  incomplete,  di  buono  stile  e  della  decadenza.  —  Cocci  ordi- 
nari. Due  olle,  l'ima  alta  m.  0,40,  l'altra  m.  0,28.  Antefissa  con  testa  di  Satiro 
dipinta  a  colori  rosso  e  nero. 

A  contatto  di  questa  tomba,  dal  lato  nord  venne  in  luce  altra  tomba  identica, 
orientata  ad  est,  la  quale  per  essere  stata  varie  volte  esplorata,  si  trovò  sgombra  di 
oggetti,  meno  alcuni  frammenti  di  buccheri  semplici  di  nessuno  interesse  archeologico. 

30  agosto  -  12  settembre.  Furono  scoperte  altre  due  tombe  del  consueto  stile 
arcaico,  con  orientazione  opposta  alle  già  notate  nel  precedente  rapporto.  Per  essere 
state  depredate  in  varie  epoche,  di  oggetti  alla  rinfusa  tra  la  terra  vi  si  estras- 
sero: —  Broiuo.  Due  manichi  semplici  semi-circolari  di  una  patera.  —  Ferro.  Lancia 
lunga  m.  0,43,  di  forma  comune.  Peso  da  bilancia  molto  ossidato.  —  Fittili  dipinti. 
Frammenti  di  una  tazzina  attica,  con  giri  concentrici  rossastri  nella  parte  interini 
dell'orlo.  Tazzina  a  due  manichi  orizzontali,  di  arte  corinzia,  con  animali  palustri  ih 
giro  nella  parte  esterna,  diam.  m.  0,15.  —  Fittili  ordinari.  Piatto  grande,  diam. 
m.  0,30.  —  Buccheri.  Ventiquattro  vasi  e  tazze  di  varie  forme  e  grandezze,  in  parte 
rotte.  —  Oro.  Una  spirale  semplice  da  capelli,  diam.  0,12. 

Superiormente  alle  tombe  ora  descritte,  con  spostamento  verso  est,  vennero  in  luce 
alla  profondità  di  circa  m.  2,80  due  tombe  a  cassa,  di  forma  rettangolare  a  pozzetto, 
riconosciute  integre,  e  formate  con  i  soliti  tufi  senza  cemento.  La  prima  misura 
m.  0,55X0,90X0,35,  e  vi  si  raccolsero  i  seguenti  oggetti  misti  alla  terra:  —  Bronzo. 
Ago  crinale  semplice  con  testa  a  ghianda,  lungo  m.  0,125.  Fibula  ad  arco  semplice, 
lunga  m.  0,05.  Vasetto  con  manico,  alto  m.  0,04.  Un  pezzo  di  aes-rude.  —  Fittili 
dipi  itti.  Tre  vasetti  a  semplice  vernice  nera  lucida,  in  parte  rotti.  —  Bucchero.  Trentuno 
vasetti  e  tazze  ordinarie,  di  più  forme  e  dimensioni.  —  Pietra.  Piccolo  cippo  di  forma 
cilindrica,  alto  m.  0,07.  È  da  notare  che  per  mancanza  di  spazio,  i  buccheri  furono 
posti  sotto  il  piano  inferiore  della  cassa,  ove  furono  rinvenuti. 

A  contatto  della  precedente  tomba  se  ne  scoprì  altra  identica,  delle  dimensioni 
di  m.0,52X0,87X0,40.  Vi  si  rinvennero  :  —  Fittili  dipinti  di  urte  locale.  Tre  vasi 
ad  anfora,  uno  de'  quali  è  con  figura  in  nero,  rappresentante,  un  Satiro  da  un  lato  e  un 
efebo  dall'altra.  Gli  altri  due  hauno  semplici  fascie  nerastre  in  giro  ;  ciascuno  è  alto 
m.  0,35,  diam.  di  bocca  m.  0,  185.  Tutti  e  tre  si  trovarono  pieni  di  ossa  cremate. 
Tazza  a  due  manichi  orizzontali ,  diam.  0,15,  con  sfinge  all'  interno ,  di  arte  della 
decadenza  ;  rotta.  Altra  simile,  ma  semplice.  —  Fittili  ordinari.  Piccolo  vaso  a 
colonna,  alto  m.  0,22,  diam.  m.  0,15,  con  entro  ossa  cremate.  Sedici  vasi  e  tazze  di 
varie  forme  e  grandezze,  in  parte  rotte.  Anch'esse  si  trovarono  nascoste  sotto  il  piano 
inferiore  della  cassa,  per  mancanza  di  posto,  nel  tempo  della  tumulazione. 

Di  fronte  alla  porta  d'accesso  dalla  tomba  ad  una  camera,  di  cui  appresso  se- 
guirà la  descrizione,  e  precisamente  al  livello  dell'architrave  che  trovasi  alla  profondità 
di  circa  m.  3,70,  fu  rimessa  in  luce  una  tomba  a  cassa  in  forma  di  pozzetto,  delle 
dimensioni  di  m.   I..",u    L,20X0,50.    Fu    già    depredata;  e  tra    i    resti   di    cadavere 


—  280  — 

incombusto,  si  poterono  accuratamente  raccogliere  i  seguenti  oggetti:  —  Broiizo.  Orcio 
alto  ni.  0,25,  con  manico  terminante  al  di  sotto  in  una  palmetta,  e  al  di  sopra  in  uu 
semicerchio  ornato  in  ogni  estremo  da  un  leopardo  coricato,  mentre  nella  parte  cen- 
trale vi  sporge  una  testa  di  leone  (imitazione  forse  dei  vasi  di  bucchero  etruschi  a 
rilievo).  Candelabro  alto  m.  0,94,  in  parte  rotto,  con  asta  ottangolare.  Nella  parte 
superiore  vi  sono  collocati  tre  vasetti,  imo  sovrastante  all'altro,  di  varia  grandezza: 
e  quindi  quattro  piccole  assicelle  ricurve,  ove  poggiava  il  piattino.  La  base  è  for- 
mata da  tre  zampe  di  forma  quasi  umana.  Fibbia  per  cintola  lunga  m.  0,0(J.  Ven- 
ture borchie  che  ornavano  la  cassa.  Due  manichi  semplici  di  patera.  —  Verro.  Can- 
delabro semplice  e  rotto,  con  sopra  un  piatto  di  metallo.  Frammenti  di  coltello,  lancie. 
tirabrage  e  molle.  —  Bucchero.  Quattro  tazze  e  vasi,  non  che  frammenti  di  grand: 
vasi  cinerari.  —  Alabastro  a.  Frammenti  di  un  vaso. 

13-19  settembre.  Terminata  l'esplorazione  della  tomba  a  cassa,  di  cui  nel  pre- 
cedente rapporto,  se  ne  rinvenne  altra  arcaica  ad  una  camera,  alla  profondità  di  e  irci 
m.  7.00.  Sull'architrave  della  porta,  orientata  ad  ovest,  vi  è  scolpita  la  seguente 
iscrizione  : 

S^DiqflìlSrlXfl 

Mantiene  sempre  il  medesimo  stile  delle  altre  tombe,  e  per  essere  stata  esplorata 
varie  volte,  non  vi  si  trovarono  che  i  seguenti  oggetti:  —  Bronzo.  Piccola  fibula  a 
doppio  arco  semplice,  lunga  m.  0,035,  rotta.  Due  manichi  semplici  di  patera.  Tre 
leoncini  di  candelabro.  —  Bucchero.  Frammenti  di  alcuni  vasi  e  tazze. 

Di  fronte  a  questa,  si  notò  la  seguente  iscrizione,  scolpita  nell'architrave  della 
porta  di  altra  tomba  quasi  distrutta: 

Seguì  la  scoperta  di  altre  quattro  tombe  arcaiche,  identiche  a  quella  ora  descritta. 
che  per  aver  subita  la  medesima  sorte  di  devastazione,  non  conservavano  che  questi 
oggetti:  —  Argento.  Frammenti  di  orecchini  a  forma  di  pera,  ld:  di  una  bulla  lunga 
m.  0,02.  —  Osso.  Tre  manichi  di  specchi,  alti  0,08  ciascuno.  Manico  di  un  cerchietto.  — 
Bronzo.  Fibbia  per  cintola  lunga  0,04.  Due  manichi  semplici  di  patera.  Tre  leoncini 
che  ornavano  le  ciste.  Un  pezzo  di  aes-rude.  Patera  semplice  e  rotta,  del  diametro 
di  m.  0.34.  Anello  semplice,  diam.  0,035.  —  Ferro.  Lancia  lunga  m.  0,45.  —  Buc- 
chero. Frammenti  di  vasi  e  tazze  semplici  con  rilievi.  Trentaquattro  vasetti  di  varie 
forme  e  dimensioni.    Due   fusaruole.  —  Terracotta.  Quattro  pesi  di  varia  grandezza. 

Vili.  Bolsena  —  Praticatisi  alcuni  scavi  di  antichità  dai  sigg.  Ravizza,  nel 
fondo  vocabolo  Vietana,  fu  dallo  stesso  sig.  Mancini  accertato,  che  dal  lato  sud 
a  poca  profondità  vennero  in  luce  alcune  tombe  a  fossa,  di  piccole  dimensioni,  sca- 
vate nel  sedimento  arenario,  le  quali  si  riconobbero  avere  appartenuto  a  gente  povera. 
Essendo  state  in  varie  epoche  totalmente  spogliate,  non  vi  si  raccolse  che  qualche 
frammento  di  vasetto  di  coccio  ordinario,  non  che  di  anforina  di  vetro,  di  forma  comune. 


—  290  — 

IX.  Bisenzio  —  (Comune  di  Oapodimonte  sul  lago  di  Bolsena)   Scoperte 
della  necropoli,  descritte  dal  sig.  Angelo  Pasqui. 

Scavo   della  Polledrara  (16  novembre  -  2  dicembre  1885). 

Non  si  tralasciarono  gli  scavi  del  gruppo  descritto  (cfr.  Notizie  1886,  pag.  177). 
senza  avere  prima  saggiato  per  ogni  verso  il  terreno  circostante.  Ritornarono  infrut- 
tuose le  ricerche,  inquantochè  la  necropoli  di  s.  Bernardino  era  assolutamente  isolata. 
cioè  limitata  intorno  intorno  da  un  rialzo  di  nenfro,  il  quale  appariva  nudo  a  super- 
ficie, ovvero  coperto  con  un  bassissimo  fondo  di  terra  vegetale.  Tal  fatto  ci  offre  una 
prova  (siccome  nei  sepolcreti  di  Tarquinia  e  di  Vetulonia),  che  gli  antichi  italici 
prediligessero  nelle  loro  tumulazioni  quel  terreno  più  facile  a  rimuoversi  ;  indi  è  che 
troviamo  limitarsi  le  tombe  laddove  incomincia  la  superficie  del  masso.  Per  mezzo 
delle  ricerche  predette  si  potè  costatare,  che  quel  gruppo  occupava  un'area  di  circa 
150  m.  q.,  ed  era  circondata  irregolarmente  da  un  piccolo  taglio  sul  terreno  vergine , 
in  maniera  che  il  piano,  ove  nascondevansi  i  sepolcri,  in  antico  si  presentava  a  so- 
miglianza di  un  avvallamento  quadrilatero  e  pianeggiante,  approfondito  con  uno  sterro 
uniforme  per  circa  m.  0,80  di  altezza. 

Il  16  novembre  gli  scavi  furono  rivolti  a  mezzogiorno  della  località  di  s.  Ber- 
nardino, a  circa  m.  800  di  distanza  (tav.  II,  fig,  2  e)  nel  terreno  denominato  la 
Polledrara.  La  presenza  di  tombe  in  tale  luogo  era  stata  avvertita  per  lo  innanzi, 
quando  cioè  due  o  tre  anni  ora  sono  i  cavatori  di  pietre  s'incontrarono  nelle  casse 
di  tufo,  e  le  depredarono  dei  fittili  e  dei  bronzi,  tra  i  quali  ultimi  corre  voce  che 
molti  fossero  venduti  a  ragguardevole  prezzo.  Ed  invero,  in  seguito  alla  notizia  det- 
tagliata che  esponiamo  qui  sotto  su  ciascuna  tomba,  apparisce  essere  questa  una  lo- 
calità molto  proficua  per  gli  scavi,  poiché  la  funebre  suppellettile  ivi  raccolta  ha  stret- 
tissima analogia  colla  nota  tomba  tarquiniese  del  Guerriero. 

16  novembre  —  1.  Questo  sepolcro  consisteva  in  una  cassetta  di  tufo,  lunga  m. 
1,05,  larga  0,43,  e  profonda  0,40,  chiusa  da  coperchio  arrotondato  di  sopra  e  molto 
incavato  al  di  sotto.  All'esterno  nessun  fittile  ;  all'interno  circondavano  i  pochi  avanzi 
del  cadavere  gli  oggetti  che  qui  notiamo,  coll'ordine  con  cui  furono  raccolti  incomin- 
ciando dalla  testa  : 

a)  Orecchini  di  sottile  filo  di  rame,  avvolti  a  spirale. 

b)  Armilla  trovata  nel  luogo  dell'omero  destro:  si  compone  di  un  piccolo  filo  eneo. 
e)  Maglietta  e  uncinetto,    ambedue  formati  di  sottile  filo   di  rame  e    trovati 

sullo  sterno. 

(/)  Faleretta  di  lamina  sbalzata  con  un  giro  di  bottoncini  :  si  raccolse  presso 
la  cintura. 

e)  Coltello  di  ferro  lungo  10  cm.  ;  è  molto  consunto  per  l'ossido.  Esso  giaceva 
lungo  il  femore  destro,  colla  punta  rivolta  ai  piedi  e  coli' impugnatura  aderente  alle 
falangi. 

/')  Ocaochoe  rozzissima,  molto  corputa,  a  collo  ristretto  e  beccuccio  appena 
pronunziato. 


-  291  - 
g)  Piccola   olla  a  due    tronchi  di  cono,  uniti  per  la  base  maggiore  e  compiti 
superiormente  da  un  orlo  piano  ed  un  poco  sporgente.  Sotto  la  giunzione  dei  due  coni 
una  stretta  fascia,  con  impronte  oblique  di  fibula  o  di  altro  strumento  affunato  ;  più 
in  basso  un  giro  di  triangoli  tratteggiati  con  uguali  impressioni. 

h)  Oeuochoe  identica  nella  forma  alla  precedente,  ma  più  piccola  e  di  tecnica 
più  raffinata. 

i)  Altra  oeuochoe,  che  ripete  la  medesima  decorazione  dell'olla  segnata  sopra 

colla  lettera  g. 

I)  Pocidum  a  forma  ovoidale,  con  solo  manico  asportato  in  antico. 

m)  Vaso  corputo  a  bulla,  con  snello  collo  e  con  orlo  sporgente  ed  im  poco 
arricciato  in  fuori  :  la  sua  unica  ansa  a  nastro  si  unisce  dalla  sommità  del  corpo  alla 
giunzione  di  questo  al  collo;  in  alto  porta  due  cornetti  verticali. 

ìì)  Piccolo  tipo  di  cinerario,  con  ansa  a  nastro  applicata  nella  parte  più  pro- 
minente: fu  trovato  tra  le  ginocchia. 

o)  Ciotola  a  forma  piatta  con  due  manichi  a  nastro,  tra  i  quali  per  ogni  lato 
una  piccola  sporgenza  conica,  e  sottili  tratti  verticali  ottenuti  collo  stecco. 

p)  Ciotola  ad  alto  piede,  con  ansa  asportata  in  antico  e  tre  apofisi  all'  orlo, 
tra  le  quali  un  giro  d'impressioni  a  cordicella  divise  e  disposte  obliquamente  tre  a  tre. 

q)  Ciotoletta  a  fondo  allungato  con  solo  manico  semielittico,  ma  priva  di  de- 
corazione graftìta  od  impressa. 

r)  Bozza  ciotola  di  forma  compressa,  umbilicata  nel  mezzo  e  con  manico  a 
bastoncello  rialzato  obliquamente  sull'orlo. 

s)  Piccolo  tipo  di  cinerario  Villanova. 

t)  Tazza  a  tronco  di  cono,  sopra  al  cui  orlo  è  applicato  un  manico  verticale , 
e  lateralmente  tre  sporgenze  coniche.  Conteneva  una  ciotoletta  di  tipo  laziale,  cioè  a 
forma  compressa  e  con  manico  rialzato  sull'orlo. 

u)  Rozza  olla  a  corpo  rotondo,  con  breve  collo  e  piede  allungato  :  nella  mas- 
sima sporgenza  del  'corpo  da  ciascuna  parte  si  muove  un  manico  a  doppio  bastoncello, 
che  converge  e  si  riunisce  all'orlo.  Questi  cinque  ultimi  fittili  furono  scoperti  in  un 
gruppo  ai  piedi  del  cadavere.  Non  lascierò  di  notare,  che  tanto  nei  medesimi,  quanto 
nei  precedenti  non  apparisce  l'opera  del  tornio,  ma  una  rozza  manifattura  esternamente 
levigata  collo  stecco  ed  abbrunita  a  forte  calore. 

2.  Cassa  di  tufo  internamente  lunga  m.  1 ,70,  larga  0,45,  profonda  0,35  :  il  suo 
coperchio  aveva  una  forma  a  sezione  trapezoidale,  cioè  piano  al  di  sopra  ed  inclinato 
nei  lati:  di  sotto  era  incavato  per  m.  0,35  di  profondità.  Sulla  spalla  sinistra  dello  sche- 
letro si  scoprì  ima  sitala  di  lamina  alta  m.  0,305,  di  forma  identica  al  tipo  tar- 
quiniese  {Notìzie  1885,  tav.  annessa,  fig.  3)  e  con  uguali  manichi  solcati  a  fune,  un- 
cinati all'estremità  e  giranti  nelle  orecchiette,  che  sono  affisse  nel  collo  a  mezzo  di 
due  imbullettature.  Nel  collo  (come  nell'esemplare  citato)  corre  in  giro  uno  zig-zag, 
formato  da  due  linee  sbalzate  dall'interno;  sulla  parte  piana  del  corpo  che  si  unisce 
a  quella  inferiore  mediante  chiodi  ribaditi,  ricorre  una  fascia  sbalzata  a  spina-pesce, 
indi  più  sotto  un  giro  d' imbullettature  ,  una  zona  di  piccoli  zig-zag  ed  altro  giro 
periato.  Sotto  l'unione  delle  lamine,  dove  il  corpo  si  restringe  a  cono  riverso  fino  al 
piede,  si  ripetono  due  fasce  a  spina  pesce  ed  una  a  zig-zag,  divise  da  imbullettature 


—  292  — 

a  sbalzo.  Non  lascio  di  notare,  siccome  io  feci  quando  mi  occorse  parlare  di  simili 
vasi  (Not.  1885,  ser.  4a,  voi.  I,  p.  619),  che  questa  situla  è  ricoperta  internamente  di  uno 
strato  uniforme  d'intonaco  biancastro,  aderente  al  metallo,  e  stratificato  sino  all'orlo 
per  lo  spessore  di  due  millimetri.  Sul  petto  due  fibule  a  corpo  rigonfio  e  graffito  a 
fasce  rettangolari;  entro  ciascun  ardiglione  delle  medesime,  si  trovarono  infilati  due 
braccialetti  di  filo  eneo  avvolto  a  fune.  Presso  l'omero  destro  una  borchia  composta 
di  due  lamine,  vuota  di  dentro  ed  a  forma  di  grossa  fusaruola,  con  foro  quadrango- 
lare nel  mezzo,  e  con  cerchietti  concentrici  sbalzati  a  bottoncini;  piccola  borchia,  essa 
pure  di  due  lamine  e  con  foro  quadrangolare  nel  mezzo,  ed  altra  più  piccola  con  foro 
circolare;  ambedue  furono  trovate  a  breve  distanza  dalla  prima,  e  forse  componevano 
imo  di  quei  grandi  fusi,  dei  quali  ci  offrì  bellissimi  esemplari  la  necropoli  tarquiniese. 
Orecchini  di  filo  argenteo  avvolti  a  spira.  Lungo  il  lato  sinistro  del  cadavere  segui- 
vano questi  oggetti  : 

a)  Vaso  corputo  con  piede  a  tronco  di  cono,  e  con  due  anse  nella  parte  pro- 
minente del  corpo.  È  decorato  nel  collo  di  sottili  fasce  rosse,  e  di  piccoli  triangoli 
a  vertice  abbassato  di  uguale  colore;  nella  parte  più  rotondeggiante  di  fasce  qua- 
drangolari, divise  diagonalmente  in  quattro  triangoli  tratteggiati  di  rosso  (cfr.  Notizie 
1885,  tav.    annessa,  fig.  6). 

/;)  Vaso  identico  nella  forma  e  privo  di  ornamenti. 

e)  Rozza  oetiochoe,  con  beccuccio  sagomato  a  foglia  di  edera  e  manico  a  nastro. 

d)  Vasetto  con  ansa,  steccato  a  baccellature  e  sostenuto  su  tre  piedi.  È  il 
solo  esemplare  manufatto  tra  i  fittili  di  questa  tomba. 

e)  Rozzo  vaso  a  corpo  ovoidale,  a  lungo  piede  ed  a  largo  orlo. 

/')  Oiotoletta  con  ansa  a  bastoncello,  applicata  obliquamente  all'orlo. 
g)  Tazzina  piatta  con  manico  rialzato  sull'orlo. 

Ai  piedi  due  fibule  con  arco  formato  da  dischi  di  ambra,  alternati  da  laminette 
di  bronzo:  una  piccola  ascia  di  ambra,  forata  nell'occhio,  lunga  mm.  25  e  larga  al 
taglio  mm.  20  :  coltello  di  ferro  molto  corroso  dall'ossido  :  conca  di  bronzo  a  callotta 
sferica  (diam.  m.  0,30),  con  orlo  piano  ed  un  poco  arricciato.  Dentro  a  questa  si  trovò 
una  ciotoletta  di  lamina,  quasi  emisferica,  ma  alquanto  danneggiata  dall'ossido.  Ai 
polsi  due  braccialetti  di  grosso  filo  eneo,  dove  girano  liberamente  due  anelletti  di 
ambra,  ed  alla  mano  sinistra  un  anello  di  grosso  filo  avvolto  a  doppia  spirale. 

3.  Pozzetto  chiuso  con  rozza  lapide  di  nenfro,  ed  approfondito  per  circa  m.  2,20 
nel  terreno  vergine.  Aveva  forma  cilindrica  ottenuta  per  mezzo  di  una  muratura  a 
piccoli  ciottoli.  Appariva  nel  mezzo  l'orificio  del  cinerario  circondato  da  ima  ciotola 
grande,  con  ausa  applicata  obliquamente  all'orlo,  che  è  rastremato  verso  l'iuterno  ,  e 
da  due  piccole  ciotole  che  si  distinguono  dalla  prima,  per  l'orlo  piano  e  sporgente 
sul  corpo  e  pel  piede  appuntato.  Inoltre  prima  di  estrarre  il  cinerario,  si  raccolse  un 
poculum  della  solita  forma  ovoidale  e  privo  del  manico.  L'ossuario  presentava  una 
forma  di  vaso,  alquanto  sporgente  nel  corpo  e  compressa  verso  il  fondo,  superiormente 
compita  da  collo  rientrante  e  basso,  e  da  un  orlo  appena  pronunziato.  Attorno  alla 
parte  superiore  del  suo  corpo  gira  un  sottile  meandro  rettangolare  ed  una  doppia  linea, 
ambedue  eseguiti  con  arco  attortigliato  di  fibula  ovvero  con  cordicella.  Tra  le  ossa 
cremate,  che  riempivano  per  metà  la  detta  olla,  non  si  raccolse  nessun  ornamento. 


—  293  — 

Presso  il  fondo  del  medesimo,  da  un  lato  giaceva  un  vaso  identico  al  precedente  nella 
forma  e  nella  decorazione,  ma  di  dimensioni  la  metà  più  piccole,  e  dall'  opposta  parte 
due  vasetti,  uno  dei  quali  a  forma  compressa  come  i  precedenti  e  con  impronte  trian- 
golari sotto  l'attaccatura  del  collo,  l'altro  a  foggia  di  pentola  a  forma  goffa,  d'impasto 
rossastro  e-  con  orlo  e  piede  molto  sporgenti.  Nel  fondo  del  pozzetto  si  raccolse  una 
cuspide  di  lancia  in  bronzo  con  lama  a  foglia  di  oliva,  cioè  arrotondata  alla  base 
e  con  cannula  conica  lunga  m.  0,18:  un  coltello  di  ferro  molto  danneggiato  dall'ossido, 
ma  con  avanzi  d'immanicatura  di  osso  o  di  avorio. 

4.  Pozzetto  incavato  nel  terreno  vergine  alla  profondità  di  m.  1,25,  murato  at- 
torno di  piccoli  frammenti  di  nenfro  e  chiuso  da  ima  rozza  lapide  di  tufo.  Il  cinera- 
rio era  stato  coperto  da  ciotola  ansata  e  con  piede  allungato,  posato  entro  1'  orificio 
del  medesimo.  Parte  della  ciotola,  che  erasi  spezzata  sotto  la  pressione  della  lapide- 
coperchio,  si  rinvenne  sopra  alle  ceneri,  e  parte  caduta  attorno  al  cinerario.  Questo 
aveva  forma  di  grossa  pentola  a  doppia  ansa  rialzata  verticalmente,  e  quasi  a  contatto 
dell'orlo,  dalla  unione  del  collo  al  corpo,  il  quale  era  emisferico  e  sostenuto  su  piede 
ristretto  e  cilindrico.  Attorno  alla  prominenza  del  medesimo  gira  uno  zig-zag  triangolare, 
a  più  linee  parallele  ottenute  con  pettine  a  doppio  dente.  Tra  le  ossa  cremate,  una 
fibuletta  ad  arco  semplice.  Insieme  ai  molti  frammenti  che  costituivano  i  vasi  di 
corredo  posati  attorno  al  cinerario,  cioè  tra  questo  e  le  pareti  dell'incavo  cilindrico, 
si  poterono  soltanto  estrarre  in  mediocre  stato  i  seguenti  fittili. 

a)  Vaso  a  corpo  ovoidale,  un  poco  pianeggiante  verso  l'attaccatura  del  collo, 
con  orlo  aperto  e  molto  incavato  al  di  sotto,  e  con  manico  ad  occhietto  infisso  verti- 
calmente nella  maggiore  prominenza.  In  giro  corre  uno  zig-zag  graffito  con  più  linee 
a  pettine  bidente. 

b)  Ciotola  ad  orlo  rastremato  verso  l'interno  e  fondo  allungato.  Il  suo  manico 
a  nastro  si  rialza  un  poco  sopra  l'orlo.  Vi  fu  trovato  dentro  un  vasetto  a  fondo  piatto, 
e  con  manico  a  nastro  molto  elevato  e  ripiegato  sull'orlo. 

e)  Piccolo  poculum  ansato  e  striato  nel  corpo  con  triangoli  concentrici. 

d)  Vaso  a  corpo  lenticolare  con  manico  ad  occhietto,  e  con  doppia  sporgenza 
conica  nella  parte  più  prominente  del  corpo. 

Nel  fondo  dell'incavo,  tra  il  limo  d'infiltrazione,  si  raccolsero  gli  avanzi  degli  orec- 
chini di  sottilissimo  filo  argenteo  ed  un  arco  di  fibula  semplice. 

17  novembre  —  5.  Questo  pozzetto,  non  differiva  dagli  altri  sopradescritti, 
ma  a  contatto  della  muratura  conteneva  un  grande  ziro,  che  ripete  esattamente  la 
forma  del  cinerario  Villanova  (tav.  Ili,  fig.  13).  È  alto  m.  0,66,  largo  esternamente 
nel  punto  più  rigonfio  del  corpo  0,65,  nell'orlo  0,44.  Sotto  l'orlo  gira  una  fascia  a 
meandro  rettangolare,  graffito  con  pettine  a  quattro  denti,  e  nella  massima  sporgenza 
del  corpo  tra  le  due  anse  cilindriche  asportate  d'antico  tempo,  si  ripetono  da  ciascuna 
parte  due  riquadramenti  graffiti  con  uguale  strumento,  compiti  agli  angoli  da  tre  grosse 
punteggiature,  e  divisi  diagonalmente  da  linee  semplici,  graffite  ed  intramezzate  con 
tratti  gammati.  Di  questo  importante  fittile  furono  recuperati  tutti  i  frammenti.  Il 
cinerario  era  chiuso  da  ciotola  a  piede  allungato,  e  posata  sull'orificio  nel  senso  nor- 
male. Desso  ha  forma  di  pentola  con  corpo  rigonfio  e  compresso  verso  il  fondo,  che 
si  restringe  e  va  a  formare  un  piede  oblungo  ed    allargato    alla    base.   Nella  parte 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  LI.  "7 


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superiore  del  corpo  porta  le  due  anse  a  nastro  steccate  a  fune,  e  tra  queste  un  mean- 
dro rettangolare  di  linee  raddoppiate  e  parallele.  Detto  cinerario  non  conteneva  che 
le  ossa  cremate  del  cadavere.  Da  un  lato  del  medesimo  si  trovò  coricato  im  askos  a 
foggia  di  grande  oca,  lungo  cm.  41,  con  qualche  traccia  di  coloritura  rossastra  dispo- 
sta a  fasce  ed  a  figure  geometriche.  Posa  su  alto  piede  a  tronco  di  cono  :  da  un  lato  è 
compito  da  ima  piccola  testa  forata  nella  bocca,  dall'altro  da  un  orificio  cilindrico 
con  brevissimo  orlo  arricciato  in  fuori.  Tra  la  testa  e  l'orificio  corre  nella  sommità 
del  corpo  un  listello  rilevato,  e  tramezzo  a  quelli  un  manico  striato  a  tre  bastoncelli, 
ed  applicato  trasversalmente  nella  parte  pianeggiante  del  corpo.  Kozza  oenochoe  priva 
di  qualsivoglia  ornamento  :  ha  l'orlo  ed  il  collo  un  poco  rastremati  rispetto  al  corpo, 
che  è  molto  sporgente.  Oeaochoc  corputa  ed  un  poco  compressa  verso  il  fondo  :  il  suo 
beccuccio  è  leggiermente  sagomato  a  foglia  di  edera.  Oenochoe  più  grande  delle  pre- 
cedenti, col  collo  a  tronco  di  cono,  col  corpo  lenticolare  e  col  manico  applicato  nella 
parte  prominente  del  corpo,  dove  gira  una  sottile  fascia  a  meandro  rettangolare,  e 
poco  più  sotto  un'altra  a  triangoli  concentrici  eseguiti  con  pettine  bidente.  Tavolinetto 
di  lamina  enea,  di  forma  ovale  (diam.  maggiore  cm.  18),  decorato  in  giro  e  nel  mezzo 
da  circoli  paralleli  di  punteggiature  sbalzate  e  da  quattro  raggi  in  croce,  ciascuno 
dei  quali  formato  da  tre  linee  ugualmente  punteggiate.  In  origine  il  medesimo  era 
sostenuto  da  tre  laminette  di  bronzo,  incurvate  in  fuori  e  fissate  superiormente  con 
una  irnbullettatura  ribadita.  Ciotola  a  fondo  allungato  ed  a  largo  manico  rilevato  nel- 
l'orlo :  è  decorata  nella  parte  più  sporgente  del  corpo  da  triangoli  concentrici,  che  si 
seguono  senza  interruzione  lìmo  presso  l'altro.  Avanzo  di  lancia  in  ferro,  con  traccia 
della  legatura  enea  che  la  fermava  all'asta.  Spada  di  ferro,  la  cui  lama  misura  circa 
cm.  22  di  lunghezza.  Si  trovò  chiusa  nel  fodero,  che  si  compone  di  una  lamina  di 
rame  piegata  e  sovramessa  di  dietro,  lunga  cm.  23  e  larga  all'orificio  mm.  45.  Il 
medesimo  termina  con  puntale  sagomato  a  doppio  nodo,  e  conserva  nell'interno  la  fo- 
dera di  legno,  entro  la  quale  scorreva  la  lama.  Allo  stesso  forse  apparteneva  un  anello 
di  bronzo.  L'impugnatura  della  spada  è  alquanto  corrosa  dall'ossido,  nondimeno  porta 
qualche  traccia  di  rivestimento  di  legno  o  di  osso,  e  sull'elsa  un  disco  lenticolare  di 
ferro.  Avanzo  di  vaso  con  fondo  a  tronco  di  cono,  su  cui  posa  la  parte  superiore  del 
corpo,  arrotondata  e  restringentesi  fin  sotto  l'orlo  a  somiglianza  dei  più  cornimi  cine- 
rari del  gruppo  di  s.  Bernardino.  Portava  sopra  all'orlo  due  prominenze  rotonde  e 
forate,  entro  le  quali  giravano  due  manichi  semicircolari  di  bronzo  attortigliati  a 
fune.  Frammento  a  guisa  di  una  lamina  fusa  di  bronzo,  con  bordi  arricciati  e  deco- 
rata nel  mezzo  da  tre  listelletti  convergenti.  È  forse  un  aes  rude  ?  Cutter  lunato 
di  lamina,  con  manico  ad  occhietto  fuso  insieme  alla  lama.  Due  pezzi  di  aes  rude 
appartenenti  a  lastra  di  bronzo  spezzata  avanti  il  completo  raft'reddamento.  Due  anel- 
letti  di  bronzo. 

1 8  novembre  —  6.  Cassa  di  tufo  trovata  a  poca  distanza  da  quella  segnata  col 
n.  2  e  di  uguali  dimensioni.  Ai  piedi  dello  scheletro  una  rozza  oenochoe  a  grosso 
collo,  priva  del  beccuccio  e  con  ansa  a  nastro  rilevata  un  poco  sopra  all'orlo.  Va- 
setto di  forma  compressa,  con  manico  rialzato  e  riunito  dalla  parte  inferiore  del  corpo 
fino  sopra  oll'orlo.  Piccola  ciotola,  con  piede  allungato  e  fondo  internamente  punteg- 
giato con  due  circoli  concentrici.  Tazzina  di  forma  piatta,  con  due  manichi  salienti 


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tino  all'orlo:  nella  parte  più  sporgente  del  corpo  due  semplici  bottoni  a  tronco  di 
cono.  I  predetti  fittili  sono  tutti  plasmati  senza  aiuto  della  ruota.  Sopra  ciascuna  spalla 
si  raccolse  una  fibuletta  di  tipo  etrusco;  sul  petto  una  coppia  di  fibule  con  arco  di 
ambra,  anello tti  fusi  di  bronzo  alla  mano  destra,  ed  alla  sinistra  una  fusaruola  di  ter- 
racotta a  doppio  tronco  di  cono  e  priva  di  decorazione. 

19-20  novembre  —  7.  Il  vuoto  di  questa  cassa  misurava  in.  1,90  di  lunghezza, 
m.  0,70  di  larghezza,  e  m  0,64  di  profondità.  Il  suo  coperchio  incavato  per  m.  0,20, 
era  tagliato  sopra  a  doppia  pendenza,  largo  complessivamente  m.  1,  lungo  2,30,   ed 
alto  dai  bordi  della  cassa  fino  al   vertice  56  cm.  La  cospicua  suppellettile   funebre 
che  circondava  i  pochi  avanzi  del  cadavere  si  raccolse  col  seguente  ordine.    Attorno 
ai  piedi  :  Ciotoletta  di  bronzo  tirata  a  due  lamine,  di  cui  una  forma  il  corpo  e  l'orlo, 
l'altra  il  piede  a  tronco  di  cono.  Il  suo  manico  a  larga  fascia   arricciata   ai    bordi, 
si  unisce  a  mezzo  d' imbull ettature  dalla    sommità  del  corpo  all'orlo,  rialzandosi   un 
poco  sopra  a  questo.  Kipete  nella   forma  il  tipo  tarquiniese  edito  nelle  Notìzie    del 
1882  alla  tav.   III,  fig.  24,  ma    è   privo   di    decorazione.    Situla   grande  di  bronzo 
identica  nella  forma  a  quella  ricordata  sopra,  alla  tomba  n.  2,  e  decorata  di  zone  sbal- 
zate a  zig-zag  ed  a  lineette  oblique,  alternate  con  giri  a  bottoncini.  Vaso  grande  di 
terracotta  a  forma  quasi  sferica,  compita  superiormente  da  breve  orlo  arricciato  in  fuori 
e  sostenuta  su  alto  piede  a  tronco  di  cono.  Nella  pai-te  superiore,  cioè  sotto  l'attac- 
catura dell'orlo,  ricorro  un  ornamento  di  scacchi  triangolari  con  vertice  abbassato,  co- 
loriti di  nero,  e  più  sotto  una   fascia  a  meandri  di  colore  rosso  contornati  di   nero, 
una  piccola  zona  a  zig-zag,  un  altro  meandro  identico  al  precedente,  e  nella  parte  in- 
feriore fino  all'attaccatura  del  fondo  più  fasce  rosse  limitate  da  una  linea  nera.  Detto 
fittile  sembra  eseguito  a  tornio.  Vasetto  a  forma  compressa,  steccato  nella  pai-te  più 
rilevata  del  corpo.    Due  fittili  che  ripetono  la  forma  del  vaso  dipinto,  ma  privi    di 
decorazione,  se  tolgonsi  le  steccature  oblique  sull'orlo  e  le  due  sporgenze  coniche  nel 
corpo.  Alla  cintura  :  lunga  catenella  a  maglie  di  sottile  filo  eneo  ;  dalla  stessa  pen- 
deva, aderente  al  fianco  sinistro,  uno  spiedo  lungo  cm.  54,  appuntato  da  una  parte, 
e  dall'altra  ripiegato  ad  occhietto,  entro  il  quale  gira  liberamente  un  grosso   anello 
di  bronzo.  Maglietta  ed  uncinello  di  filo  di  rame.  Ciotola  di  lamina,  sostenuta  su  tre 
fascie  di  bronzo.  Sbarra  di  ferro,  con  maniglie  e  con  sostegni  semicircolari  a  ciascun 
capo.  Quattro  fibule,  il  cui  ai-co  si  compone  di  dischi  di  ambra  divisi  da  laminette 
di  rame.  Furono  trovate  disposte  obliquamente  dal  mezzo  dell'addome  al  femore  de- 
stro. Alla  mano  destra  :  tre  anelletti  di  sottile  filo  di  argento  ed  un  altro  dello  stesso 
metallo,  che  racchiude  entro  un  castone  una  placchetta  circolare  di  ambra.  Alla  mano 
sinistra  :  due  grossi  anelli  di  ambra.  Ai  polsi  :    frammenti   di  due  braccialetti  di  filo 
d'argento  ondulato  (cfr.  Notizie  1885,  tav.  annessa,  fig.  7).  All'omero  destro  :    grande 
fibula  di  tipo  etrusco,  nel  cui  ardiglione  è  infilato  uno  spinther  di  lamina,  vuoto  in- 
ternamente. Un  fuso  con  cannula  di  lamina,  alla  cui  estremità  inferiore  è  applicata 
la  fusaruola  a  forma  lenticolare  e  compita  da  nodo  sagomato.  All'omero  sinistro  :  fi- 
bula uguale  alla  precedente,  e  con  spinther  identico  infilato  nell'ardiglione    insieme 
ad  un  altro  braccialetto  di  lamina,  concavo  esternamente  e  decorato  di  tesselli  qua- 
drangolari di  osso  e  di  ambra.  Fibuletta  di  lamina  argentea  e  di  tipo  etrusco,  Quat- 
tro piccolo  fibule  di  tipo  etrusco,  con  corpo  un  poco  rigonfio  nel  mezzo.   Attraverso 


—  296  — 

alle  braccia,  sotto  i  pochi  residui  del  cadavere,  si  raccolse  l'altra  sbarra  identica  alla 
precedente.  Attorno  al  collo  :  sottili  orecchini  di  filo  argenteo.  Collana  composta  di 
anelletti  di  bronzo.  Pendoletti  piriformi  di  ambra,  forati  superiormente.  Due  piccoli 
tessetti  rettangolari  di  osso  o  di  avorio,  decorati  di  due  cerchietti  concentrici  a  tra- 
pano. Ciotoletta  manufatta  di  forma  rotonda  e  compressa  verso  il  fondo,  con  orlo  piano 
e  quasi  verticale,  su  cui  si  ripetono  in  giro  piccoli  triangoli  obliquamente  tratteggiati 
con  impressioni  di  strumento  a  fune. 

8.  Ziro  a  grosse  pareti  (mm.  23),  largo  all'orificio  m.  0,40,  nel  mezzo  0,75. 
ed  alto  0,80.  Si  trovò  chiuso  da  una  rude  lapide  di  tufo  ed  internato  nel  pozzetto 
cilindrico,  che  era  semplicemente  approfondito  nel  terreno  vergine  per  circa  m.  2.  Nel 
fondo  del  medesimo  posava  il  cinerario,  a  forma  di  pentola  priva  delle  anse  e  di  qual- 
sivoglia decorazione.  Dessa  era  ripiena  per  due  terzi  circa  di  ossa  cremate  e  di  car- 
boni, tra  i  quali  si  raccolse  un  avanzo  di  fibula  ad  arco  semplice,  e  piccole  armille 
di  filo  eneo  avvolto  a  doppia  spirale.  Entro  la  bocca  del  cinerario  posava  xmoenochoc 
a  grosso  collo  e  ad  orlo  rotondo,  grafita  nella  sommità  del  corpo  con  un  giro  di  trian- 
goli capovolti  ed  aderenti  gli  uni  agli  altri.  Da  un  lato  del  cinerario  un'olla  a  corpo 
lenticolare,  sostenuta  su  piede  a  tronco  di  cono  e  compita  da  collo  cilindrico.  Sì  da 
una  parte  che  dall'altra,  si  riuniscono  all'orlo  ed  alla  sommità  del  corpo  due  mani- 
chi a  nastro,  di  cui  uno  asportato  in  antico  ;  tra  questi  le  due  prominenze  coniche, 
messe  in  mezzo  da  due  listelletti  verticali  a  rilievo,  e  superiormente  circondate  da 
un  terzo  piegato  a  semicircolo.  Attorno  al  piede  dell'ossuario  si  scopersero  gli  avanzi 
di  una  collana  di  anelletti  di  bronzo  infilati  in  uno  spago,  di  cui  restavano  le  tracce 
conservate  dall'ossido,  qualche  grano  di  vetro  e  di  ambra,  ed  una  fusaruola  di  ter- 
racotta a  doppio  tronco  di  cono. 

9.  Pozzetto  incavato  nella  terra  vergine  a  doppio  vuoto  cilindrico,  di  cui  il  supe- 
riore largo  m.  1,20,  profondo  fino  alla  chiudenda  m.  1,10.  e  l'inferiore  largo  m.  0,45 
e  profondo  0,53.  Sopra  alla  rozza  ciotola  a  tronco  di  cono  posava  ima  ciotoletta  di  tipo 
comune,  decorata  di  un  bottone  sulla  parte  superiore  del  manico,  che  è  steccato  a  fune. 
di  tre  sporgenze  coniche  lateralmente  all'orlo,  e  tra  queste,  di  un  giro  di  triangoli  capo- 
versi, impressi  con  strumento  affunato.  Da  una  parte  del  pozzetto  un  piccolo  tipo  di 
cinerario  Villanova  (cfr.  la  fig.  15  della  tav.  Ili),  con  manico  a  nastro  applicato  nella  parte 
più  sporgente  del  corpo.  Questo  fittile  è  di  creta  giallastra,  dipinto  attorno  all'unione  del 
collo  al  corpo  con  una  linea  rossa,  e  con  triangoli  compresi  l'uno  nell'altro  e  tratteggiati 
obliquamente  :  a  detta  decorazione  fa  seguito  nella  maggiore  sporgenza  del  corpo  un  giro 
di  scacchi  triangolari  oblunghi  e  con  vertice  abbassato,  e  verso  il  piede  ima  sottile  linea 
di  colore  rosso.  Questo  vaso  sembra  sia  stato  sagomato  a  tornio.  Vaso  di  forma  identica, 
ma  d' impasto  nero,  manufatto  e  decorato  nel  collo  di  una  doppia  linea  granita  con 
pettine  a  due  denti,  e  divisa  obliquamente  da  piccole  impressioni  parallele  di  arco  di 
fibula  o  di  strumento  a  fune  ;  poco  più  sotto  da  un  meandro  rettangolare  graffito  col 
medesimo  pettine.  Vasetto  di  tipo  laziale,  con  manico  rialzato  sopra  all'  orlo  e  con 
corpo  compresso  e  privo  del  piede.  Tazzina  a  forma  schiacciata,  decorata  nella  parte 
più  rotondeggiante  di  triangoli  compresi  inversamente  l'uno  dentro  l'altro,  e  tratteg- 
giati con  linee  obliquo  e  parallele  d' ingabbiatura  bianca.  Tazza  a  calice  e  con  alto 
piede.  Il  cinurario   di   questa   tomba  ripeteva  la   forma   più   comune   del  gruppo   di 


—  297  — 
s.  Bernardino  ed  era  privo  di  decorazione  :  non  conteneva  tra  le  ossa  cremate  che  un 
semplice  cutter  lunato,  presso  la  cui  ansa  rilevansi  nella  lama  due  sporgenze  acumi- 
nate. Nel  fondo  del  pozzetto  fra  i  predetti  fittili  si  raccolse  una  lancia  ed  un  coltello 
di  ferro,  ed  uno  scudetto  spiraliforme  di  rame  appartenente  a  fibula. 

21  novembre  —  10.  Pozzetto  tagliato  nella  terra  vergine,  e  identico  al  precedente 
si  nella  l'orina  die  nelle  dimensioni.  11  cinerario  non  presentava  nessuna  particolarità 
ne  diiferenza,  a  fronte  dei  più  comuni  scoperti  a  s.  Bernardino  :  era  chiuso,  invece  che 
dalla  ciotola,  da  una  tazzina  a  forma  lenticolare  e  con  breve  orlo,  e  con  solo  manico 
rialzato  su  questo  a  guisa  dei  vasetti  di  tipo  laziale.  Dentro  al  cinerario  niente  altro 
che  le  ossa  cremate;  all'intorno  del  medesimo  si  raccolsero  in  mediocre  stato  di  con- 
servazione i  seguenti  fittili  :  oenochoe  di  forma  goffa,  con  collo  ed  orlo  breve  e  privo 
del  beccuccio,  e  con  corpo  decorato  di  un  giro  di  piccole  impressioni  a  spina,  limitate 
sopra  e  sotto  da  una  fascia  granita  con  pettine  a  due  denti  e  da  un  giro  di  triangoli  a 
vertice  abbassato,  e  obliquamente  tratteggiati  con  impronte  di  fibule  o  di  cordicella.  Altra 
oenochoe  di  forma  goffa,  con  sottili  meandri  rettangolari  graffiti  con  pettine  a  due  denti 
nella  parte  superiore  del  corpo.  Tazzina  di  forma  lenticolare,  munita  di  due  anse  e 
steccata  verticalmente  nella  parte  superiore  del  corpo.  Fondo  di  vaso  a  tronco  di  cono, 
appartenente  forse  ad  un  cinerario  ;  in  basso  porta  un  giro  di  fori,  e  sopra  questi  entro 
due  linee  graffite  imo  zig-zag  ad  impressioni  di  fibula.  Tazza  a  fondo  pochissimo  rile- 
vato, corpo  compresso  e  quasi  a  doppio  tronco  di  cono,  nella  cui  giunzione  rilevano  due 
sporgenze  steccate  all'interno:  tra  le  due  sporgenze  si  uniscono  dalla  parte  superiore 
del  corpo  al  breve  orlo  due  anse  a  nastro ,  di  cui  una  tolta  in  antico.    Ciotoletta  a 
basso  tronco  di  cono,  con  avanzo  dell'attaccatura  del  manico  poco  sotto  l'orlo.  Tra  la 
terra  infiltrata  nel  fondo  dell'incavo  si  raccolsero  una  coppia  di  fibule  grandi  di  tipo 
etrusco  ,  bulinate  a  riquadramenti  ed  a  cerchietti  concentrici  :  nell'ardiglione  di  una 
delle  medesime  due  grandi  armille  spiraliformi  di  sottile  filo  di  rame,  ed  una  falera 
composta  di  due  circoli  concentrici  uniti  da  quattro  raggi. 

11.  Pozzetto  con  cilindro  di  tufo  chiuso  da  callotta  sferica.  Nel  mezzo  l'olla  cine- 
raria a  forma  rotonda,  a  doppia  ansa  formata  da  due  bastoncelli  che  si  riuniscono  ad 
angolo  sotto  l'orlo,  e  priva  di  ornamenti  graffiti  od  impressi.  Era  coperta  da  una  cio- 
tola a  corpo  arrotondato,  forata  nel  fondo  e  con  orlo  un  poco    incavato    al  di  sotto. 
Circondavano  l'ossuario  :  Due  tazzine  a  largo  tronco  di  cono.  Una  ciotola  a  fondo  al- 
lungato ,  decorata  nel  corpo  d'impressioni  a  fibula  convergenti  ad  angolo,  e  messe  in 
mezzo  ad  ima  sottile  fascia  a  duplice  granitura  ed  a  tratti  affamati,  obliqui  e  paral- 
leli: il  suo  manico  a  nastro  rilevasi  sull'orlo  ed  ha  bordi  arricciati.  Bozzo  poculum 
semiovoidale,  con  ansa  a  nastro  applicata  dalla  metà  del  corpo  all'orlo.  Due  tazzine 
formate  da  due  dischi  circolari  uniti  da  un  collo  cilindrico  ;  il  disco  che  forma  il  corpo 
della  tazza  è  un  poco  incavato  di  sopra  e  forato  da  un  lato.  Bozzo  vaso  a  corpo  ovoi- 
idale,  e  ad  orlo  piano  e  rilevato  obliquamente  :  una  delle  due  anse  a  nastro  fu  anti- 
camente asportata.  Vaso  di  forma  identica,  decorato  di  due  piccole  sporgenze  coniche 
nella  parte  più  rigonfia  del  corpo,  e  tra  esse  di  rozzi  riquadramenti  con  dentro  gruppi 
di  linee  a  zig-zag  graffite  con  pettine  a  tre  denti  ;  sotto  il.  suo  orlo  ricorrono  piccole 
e  rozze  graniture  angolari ,  le  quali   girano  attorno   ai   manichi.  Coppia  di  poetila  a 
corpo  ovoidale,  e  ad  orlo  quasi  piano  e  rialzato  verticalmente  sul  corpo. 


—  298  — 

12.  Cilindro  internato  come  il  precedente  nel  pozzetto,  approfondito  per  m.  2  circa 
sulla  terra  vergine.  Era  alto  sino  al  coperchio  m.  0,31,  largo  0,47,  e  chiuso  dalla  cal- 
lotta vuota  al  di  sotto  e  munita  in  giro  della  presa  a  largo  solco.  Occupava  il  mezzo 
del  vano  una  piccola  urna-capanna  a  guisa  di  cassetta  quadrangolare,  che  misura  in 
pianta  cui.  16X8,  con  pareti  che  si  allargano  un  poco  in  alto  e  si  restringono  incur- 
vandosi e  formando  un  orifizio  rettangolare,  a  somiglianza  dell'urna  ricordata  alla  tomba 
85  del  gruppo  di  s.  Bernardino.  Ugualmente  che  questa,  l'urna  in  parola  è  chiusa  da 
un  coperchio  a  doppia  pendenza,  sul  cui  timpano  anteriore  è  praticato  un  piccolo  incavo 
circolare,  che  rappresenta  rozzamente  il  foro  della  finestra.  Detta  copertura  è  divisa 
nel  culmine  da  un  corrente  ove  fanno  testa  cinque  travicelli,  quattro  dei  quali,  cioè 
sul  dinanzi  e  sul  dietro,  s'incrociano  a  colli  d'oca,  gli  altri  si  alternano  a  vicenda 
uncinandosi  alla  sommità.  Questa  urna  è  alta  fino  al  culmine  cm.  16;  ha  pareti  sottili 
e  d'impasto  rossastro,  e  la  sua  tecnica  e  l'esecuzione  non  la  distinguono  affatto  dagli 
esemplari  già  noti  della  necropoli  bisentina.  Conteneva  poche  ossa  calcinate  apparte- 
nenti forse  a  bambino,  e  tra  queste  una  fibula  piccola  ad  arco  semplice  e  due  sottili 
braccialetti  di  filo  eneo.  Circondavano  l' urna-capanna  i  seguenti  oggetti  : 

a)  Grosso  vaso  a  corpo  rotondo  e  compresso  verso  il  fondo,  a  collo  basso  ed  orlo 
arricciato  in  fuori.  Nel  suo  collo  gira  una  doppia  striatura  a  pettine  bidente,  entro  la 
quale  si  contengono  piccoli  tratti  obliqui  e  paralleli,  impressi  con  strumento  intaccato 
a  fune;  più  in  basso  si  ripete  uno  zig-zag  ad  angolo  retto,  formato  da  sottile  fascia 
identica  a  quella  superiore.  Nella  parte  più  rilevante  del  corpo  quattro  riquadramenti, 
distinti  l'uno  dall'altro  (e  due  di  essi  intramezzati  dall'ansa  a  nastro),  composti  di 
due  giri  paralleli  a  pettine  di  quattro  punte,  e  compiti  su  ciascun  angolo  da  quattro 
profonde  punteggiature.  I  medesimi  racchiudono  una  swasti/ca,  con  braccia  diagonali 
rispetto  ai  riquadramenti  ed  uncinate  ai  capi. 

b)  Poeulum  rozzissimo  a  forma  ovoidale  con  manico  a  bastoncello. 
e)  Vasetto  di  tipo  laziale  steccato  nella  parte  superiore  del  corpo. 

d)  Navicella  sostenuta  da  quattro  sporgenze  coniche,  ansata  attraverso  all'in- 
cavo del  mezzo,  e  contenente  da  ciascun  lato  un  vasetto  piccolo  di  forma  ovoidale,  de- 
corato di  quattro  sporgenze  oblunghe  ai  lati  dell'orificio. 

e)  Nel  fondo  del  pozzetto  si  raccolse  una  coppia  di  fibule  grandi  a  scudetto 
spiraliforme,  ad  arco  semplice  e  a  staffa  inginocchiata. 

/')  Altre  due  fibule  di  uguale  modello,  ma  più  piccole. 
g)  Avanzi  di  ima  collana  consistenti  in  due  grani,  uno  di  pasta  vitrea  scura, 
l'altro  di  terracotta,  ed  un  tubetto  spiraliforme  di  filo  eneo. 

13.  Cassa  grande,  chiusa  da  coperchio  a  duplice  pendenza  e  contenente  pochis- 
simi avanzi  del  cadavere.  Alla  testa,  grande  olla  a  corpo  sferico,  breve  orlo  e  piede 
a  tronco  di  cono.  Sul  fondo  giallastro  della  creta  rilevano  più  zone  rosse  attorno  alla 
parte  superiore  del  corpo,  ed  ai  lati  dei  manichi  si  ripetono  sei  circoli  concentrici,  ag- 
gruppati tre  a  tre  e  dipinti  di  stucco  bianco.  Oenochoe  di  bucchero  manufatta  e  levi- 
gata accuratamente  collo  stecco.  Attorno  all'attaccatura  del  suo  collo  al  corpo,  ricorre 
un  giro  di  lunghi  scacchi  triangolari  sottilmente  graffiti.  Kaatharos  manufatto  a  corpo 
lenticolare  sostenuto  su  basso  piede,  con  alti  manichi  ed  apofisi  tra  essi  nella  parte 
più  rilevata  del  corpo.  Entro  il  medesimo  fu  scoperto  un  piccolo  rasoio  (lungh.  min.  41) 


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tagliato  in  una  lamina,  insieme  all'ansa  quadrangolare  e  forata.  È  il  primo  esemplare 
di  cutter  limato,  che  riscontrasi  nelle  casse  della  necropoli  bisentina.  Vasetto  di  forma 
identica  ed  altro  consimile  al  kantharos  sopra  notato ,  ma  ambedue  privi  del  piede 
e  della  doppia  sporgenza. 

14.  Cassa  grande  trovata  alla  stessa  profondità,  e  quasi  a  contatto  della  prece- 
dente. Era  chiusa  da  coperchio  a  duplice  pendenza,  ed  il  suo  vano  interno,  che  mi- 
surava m.  1,45  di  lunghezza  per  m.  0,38  di  larghezza,  era  arrotondato  da  capo  e  da 
piede,  e  corrispondeva  all'incavo  del  detto  coperchio.  In  un  lato  della  medesima  cor- 
rispondente ai  fianchi  si  trovarono  aggruppati  i  seguenti  vasi:  oenochoe  con  collo  a 
tronco  di  cono,  orlo  circolare  cioè  privo  del  beccuccio,  e  corpo  decorato  di  quattro 
listelletti  a  rilievo,  e  munito  di  manico  a  duplice  bastone  che  si  unisce  ad  angolo 
sotto  l'orlo.  Tazza  a  forma  emisferica,  manufatta,  con  sole  quattro  prese  a  listello  semi- 
circolare applicate  a  distanze  uguali  sotto  l'orlo.  Piccola  tazza  emisferica,  a  fondo  piano 
e  ad  orlo  rientrante:  la  sua  manifattura  è  alquanto  trascurata. 

Tazzina  a  forma  lenticolare,  con  orlo  e  manico  rialzato  verticalmente  sulla  parte 
superiore  e  restringentesi  nel  corpo.  Vasetto  a  disco  concavo,  con  manico  rialzato  sul- 
l' orlo  e  decorato  di  due  cornetti  cilindrici  a  capocchia  arrotondata  :  il  suo  fondo  è 
steccato  al  disotto  a  otto  raggi  e  punteggiato  nel  mezzo.  Tazzina  a  corpo  emisferico 
e  fondo  piano,  munita  di  due  anse  semielittiche  a  bastoncello,  applicate  alla  metà 
del  corpo.  Nel  mezzo  del  torace  si  trovarono  due  fusaruole,  una  delle  quali  a  forma 
lenticolare,  l' altra  sfaccettata.  Alle  spalle  ima  coppia  di  orecchini  di  sottile  filo 
avvolto  ad  elica  ;  anelletti  di  bronzo  ;  avanzo  di  una  grossa  fibula  con  arco  di  dischi 
d' ambra  ;  anello  di  ferro  e  fibuletta  di  ferro  a  corpo  rigonfio  nel  mezzo  ed  a  lunga 
staffa. 

15.  Pozzetto  murato  a  ciottoli,  contenente  il  cilindro  di  tufo  chiuso  dalla  solita 
callotta  emisferica,  e  nascosto  alla  profondità  di  m.  1,25.  Il  cinerario  ridotto  in  fran- 
tumi dal  peso  della  terra  infiltrata  era  a  foggia  di  semplice  pentola,  con  ansa  aspor- 
tata anticamente,  e  decorata  nel  corpo  da  zig-zag  graffiti  con  pettine  bidente,  e  chiuso 
da  ciotola  a  tronco  di  cono  di  rozzissima  fattura.  Attorno  allo  stesso  si  raccolsero  con 
questo  ordine  gli  oggetti  seguenti: 

a)  Vasetto  a  corpo  rotondo,  orlo  breve  ed  ansa  verticale  a  nastro  :  è  decorato 
di  una  sottile  fascia  a  graffiture  parallele,  che  comprendono  piccoli  tratti  obliqui 
impressi  con  arco  di  fibula  a  fime.  Questo  ornamento  gira  sotto  il  manico,  e  come 
negli  esemplari  congeneri,  è  punteggiato  agli  angoli.  Nel  suo  corpo  si  ripetono  quattro 
riquadramenti  graffiti,  punteggiati  negli  angoli  e  divisi  diagonalmente  da  una  croce  : 
tra  un  riquadramento  e  l' aitro  una  piccola  sporgenza  conica. 

b)  Vaso  identico,  con  manico  asportato  anticamente  e  con  solo  ornamento  delle 
sporgenze. 

e)  Piccola  barca  lunga  mm.  115,  munita  di  due  sporgenze  laterali  a  prua  ed 
a  poppa. 

d)  Oenochoe  di  forma  molto  goffa,  con  collo  a  tronco  di  cono,  orlo  sporgente 
e  rotondo,  e  manico  a  nastro  applicato  dalla  parte  più  sporgente  del  corpo  all'  orlo. 

e)  Ciotola  a  corpo  rotondo  e  piede  oblungo,  decorata  nella  sommità  di  una 
sottile  fascia  a  duplice  granitura,  la  quale  contiene   piccole   impressioni   oblique   di 


—  300  — 

fibula  e  gira  ad  angolo  sotto  l'ansa;  aderente  a  quella   corrono   i  triangoli  concen- 
trici ottenuti  con  uguale  strumento. 

f)  Tazza  a  callotta  emisferica,  con  orlo  piano  ed  imo  poco  sporgente  :  è  soste- 
nuta da  imo  snello  piede  a  tronco  di  cono. 

g)  Tre  tazze  a  calice  di  forma  gotta  e  di  rude  esecuzione. 

li)  Vasetto  corputo  con  orlo  restringentesi  e  poco  aperto,  ansa  a  nastro  appli- 
cata dalla  parte  superiore  del  corpo  all'  orlo,  dove  si  rialza  un  poco.  Sotto  l' orlo  è 
abbellito  da  ima  stretta  fascia  rozzamente  granita,  contenente  le  solite  impressioni 
di  fibula  a  fune,  girante  ad  angolo  retto  sotto  il  manico,  dove  è  limitata  da  cinque 
grosse  punteggiature. 

i)  Ciotoletta  di  tipo  laziale,  con  manico  rialzato  sopra  all'orlo  e  con  corpo 
decorato  di  larghe  steccature  verticali. 

/)  Tazza  a  forma  lenticolare,  liscia,  con  doppia  ansa  a  nastro  rilevata  sul- 
l'orlo,  e  due  prominenze  coniche  a  metà  del  corpo. 

23  novembre  —  16.  Pozzetto  murato  nella  terra  vergine  con  ciottoli  di  nenfro,  e 
chiuso  da  due  parallelepipedi  di  tufo  accoppiati  insieme.  Si  trovò  alla  profondità  di 
m.  1,35,  con  parte  della  detta  chiudenda  spezzata  e  caduta  nell'interno.  Non  si  tenne 
conto  del  cinerario,  perchè  ridotto  in  minuti  frantumi  ;  nondimeno  si  riconobbe  ripe- 
tere il  medesimo  la  forma  più  comime  del  gruppo  di  s.  Bernardino,  ed  essere  privo 
di  qualsivoglia  decorazione.  Tra  le  ossa  una  grande  fibula  di  tipo  etrusco,  interna- 
mente vuota  e  bulinata  nell'arco  a  riquadramenti,  a  cerchietti  concentrici,  ed  a  lineette 
a  spina  ;  un  anello  di  ferro  ;  avanzi  di  catenelle  appartenenti  forse  a  collana,  ed  una 
fusaruola  ovoidale  rozzissima.  Attorno  agli  avanzi  del  cinerario  si  raccolsero  i  seguenti 
fittili:  Ciotola  grande  a  tronco  di  cono,  priva  del  manico  e  ad  orlo  rientrante,  late- 
ralmente decorato  da  quattro  sporgenze  oblunghe.  Ciotola  con  anea  a  bastoncello  appli- 
cato orizzontalmente  e  sotto  l' orlo,  che  non  porta  granita  od  impressa  alcuna  orna- 
mentazione. Ciotoletta  a  forma  emisferica,  con  ansa  orizzontale  e  due  sporgenze  ai  lati  di 
questa.  Askos  a  forma  di  volatile,  con  coda  arricciata  in  su  e  con  orificio  a  tronco 
di  cono  in  luogo  della  testa:  è  sostenuto  su  quattro  bastoncelli  cilindrici,  e  porta 
sopra  al  corpo  un  manico  a  nastro  piegato  nel  senso  della  lunghezza,  e  attorno  al 
medesimo,  sopra  uno  strato  sottile  di  stucco  rosso-cupo,  ima  fascia  striata  obliqua- 
mente di  giallo,  e  sotto  questa  un  giro  di  triangoli  a  vertice  abbassato,  dipinti  dello 
stesso  colore  ed  intersecati  da  lineette  parallele  ai  lati:  questi  triangoli  sono  più 
grandi  nella  metà  del  corpo,  e  decrescono  grado  a  grado  verso  la  coda.  La  massima 
lunghezza  di  questo  askos  è  m.  0,27,  l'altezza  0,21.  Ciotola  molto  corputa,  decorata 
di  listelletti  verticali  e  con  due  manichi  a  nastro.  Idem  im  poco  più  grande.  Idem 
con  anse  a  bastoncello,  convergenti  ed  avvolte  ad  occhietto  verso  l'orlo:  il  suo  corpo 
è  munito  di  due  sporgenze  diametralmente  opposte.  Idem  con  manico  a  nastro,  con 
due  sporgenze  coniche,  ed  ai  lati  di  queste  con  largo  incavo  circondato  da  piccole 
punteggiature.  Vasetto  a  forma  ovoidale,  sporgente  all'  orlo  ed  allungato  nel  piede  : 
è  privo  di  decorazione,  e  porta  da  un  lato  nella  massima  sporgenza  del  corpo  un 
piccolo  manico  verticale.  Tazzina  a  fondo  piatto,  con  ansa  rilevata  siili'  orlo. 

Nel  fondo  del  pozzetto  senza  ordine  si  raccolse  una  collana,  formata  di  più  grani 
di  ambra  e  di  vetro  bleu.  di  cannelli  fusiformi  di  ambra  grattiti  a  spina-pesce,  di  un 


—  301  — 

ciondoletto  composto  di  uno  dei  nominati  cannelli,  a  cui  sta  appesa  una  targhetta 
rettangolare,  e  di  un  grosso  scarabeo  d' ambra  di  forma  ovale,  liscio  e  munito  supe- 
riormente nell'asse  maggiore  dell'attaccagnolo  di  bronzo.  Inoltre  si  rinvenne  uno 
spinther  di  bronzo  avvolto  a  fune,  un  anello  consimile,  tre  piccole  fibule  di  tipo 
etrusco,  vuote  e  graffite  nel  dosso  dell'arco  con  riquadrameuti  a  spina-pesce,  ed  un 
anello  di  ambra. 

17.  Pozzetto  uguale  al  precedente,  e  trovato  alla  stessa  profondità  e  quasi  a  con- 
tatto del  medesimo.  Il  cinerario,  chiuso  da  ciotola  comune,  aveva  forma  di  una  gotta 
pentola,  decorata  in  giro  di  una  sottile  fascia  grafita  con  pettine'  a  due  denti,  e  con- 
tenente piccole  impressioni  di  strumento  a  fune  disposte  a  zig-zag.  Le  ossa  cremate, 
che  lo  riempivano  fino  a  metà,  non  contenevano  che  una  semplice  fusaruola  a  forma 
lenticolarc.  Circondavano  detto  ossuario   i   seguenti  manufatti,  ammonticchiati   1'  uno 

sull'  altro  : 

a)  Askos  il  cui  corpo  formato  da  un  cilindro  vuoto,  posa  orizzontalmente  sopm 
uno  snello  piede  a  tronco  di  cono,  e  porta  nel  mezzo  un  collo  aperto  all'orificio,  che 
è  sagomato  a  beccuccio  :  il  suo  manico  a  bastoncello  si  unisce  dalla  metà  del  cilin- 
dro all'  orlo. 

b)  Rozzo  vaso  alto  cm.  20,  formato  di  un  corpo  cilindrico,  che  inferiormente 
si  converte  in  un  fondo  a  tronco  di  cono,  unito  al  medesimo  per  la  base  maggiore. 
L'  orlo  è  piano  ed  obliquamente  aperto,  il  suo  manico  a  bastoncello  si  rialza  xin  poco 
sull'orlo,  ed  è  attaccato  poco  sotto  nel  corpo. 

e)  Due  oenochoai  di  forma  goffa  e  di  rozza  tecnica,  con  orlo  sagomato  a  beccuccio. 

d)  Rozza  olla  a  corpo  rotondo,  che  si  allunga  inferiormente  verso  il  piede  a 
tronco  di  cono:  nella  massima  sporgenza  sono  applicati  da  ciascuna  parte  due  ma- 
nichi semicircolari  avvolti  a  fune,  ed  una  protuberanza  conica  messa  in  mezzo  da 
larghe  steccature  oblique  e  parallele. 

e)  Vaso  a  corpo  ovoidale  restrigentesi  al  piede  ed  all'  orlo,  il  quale  è  munito 
di  ansa  a  nastro  un  poco  rialzata. 

/')  Tazzina  a  forma  rotonda  e  compressa,  steccata  in  giro  e  con  ansa  riunita 
in  basso  e  sopra  all'orlo. 

g)  Idem  con  due  anse  a  bastoncello,  che  convergono  all'orlo  e  si  riuniscono 
avvolgendosi  ad  occhietto,  con  due  prominenze  coniche  steccate  in  giro,  e  messe  in 
mezzo  da  due  grosse  punteggiature. 

24-25  novembre  —  18.  Pozzetto  murato  di  ciottoli,  e  chiuso  da  un  coperchio  di 
tufo  vuoto  al  disotto  e  rozzamente  arrotondato  sopra.  Posava  nel  fondo  il  cinerario 
di  tipo  comune,  privo  di  graniture  e  senza  indizio  della  ciotola.  Intorno  al  medesimo  : 
Grosso  vaso  a  doppia  ansa,  a  corpo  rotondo  e  decorato  di  listelletti  e  di  sporgenze,  a 
collo  conico,  su  cui  è  imposto  un  orlo  piano  e  poco  sporgente.  Idem  di  tipo  identico, 
cioè  con  collo  a  tronco  di  cono,  ma  privo  di  decorazione  rilevata  o  granita.  Tazzina 
a  foggia  di  una  kylix  di  tipo  arcaico,  con  quattro  manichi  semielittici  a  bastoncello 
applicati  nella  parte  più  rilevante  del  corpo,  e  compressi  verso  l' orlo.  Tazzina  a 
doppia  ansa  avvolta  ad  occhietto  sopra  all'orlo,  con  sporgenze  nel  corpo,  le  quali 
sono  circondate  da  due  listelletti  verticali  e  da  altro  curvato  sopra  a  semicircolo.  Nel 
fondo  tra  la  terra  infiltrata  i  frammenti  d'  una  lancia  in  ferro. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  1*,  Voi.  DL  :'>s 


—  302  — 

IO.  Pozzetto  identico  a  quelli  descritti  sopra.  Dal  fondo  del  medesimo  si  estrasse 
intatto  l'ossuario,  a  corpo  rotondo  e  ad  alto  collo  a  tronco  di  cono,  che  è  compito  da 
uri)  aperto  e  pianeggiante.  Ai  lati  due  larghi  manichi,  e  tra  questi  su  ciascuna  parte 
sono  disposti  in  giro  sette  listelletti  verticali  poco  rilevati.  Tramezzo  ai  molti  frammenti 
di  vasi,  compressi  per  la  caduta  della  lapide,  si  poterono  raccogliere  in  mediocre 
stato  i  seguenti  fittili  : 

a)  Due  ciotole  a  corpo  alquanto  rotondo  e  piede  allungato,  una  delle  quali 
decorata  semplicemente  di  grandi  zig-zag,  graffiti  con  pettine  a  doppia  punta,  l'altra 
di  un  meandro  rettangolare,  limitato  sopra  e  sotto  da  una  sottile  fascia  di  lineette 
oblique  graffite. 

h)  Tazza  a  doppio  tronco  di  cono  imito  per  la  base  minore,  liscia,  di  esecu- 
zione rozzissima,  e  forata  presso  l' orlo. 

e)  Due  ciotolette,  ima  delle  quali  a  forma  compressa  e  ad  orlo  rientrante, 
l'altra  a  piede  allungato  e  ad  ansa  rilevata  sopra  all'  orlo. 

d)  Ciotoletta  di  tipo  laziale,  steccata  a  fune  nella  prominenza  del  corpo  e  con 
manico  sporgente  sopra  all'orlo. 

e)  Vasetto  a  bulla  sferica  compressa  verso  il  fondo  e  ornata  di  due  sporgenze 
coniche  tra  i  manichi,  i  quali  sono  a  nastro  e  si  convertono  a  bastoncello  triangolare 
presso  l'attaccatura  dell'orlo. 

Nel  fondo  di  questo  pozzetto  si  raccolse  una  fibula  a  scudetto  spiraliforme,  il 
cui  arco  spezzato  in  antico  fu  sovramesso  e  fermato  a  mezzo  d'inchiodatura  ribadita: 
ligi  wle  restauro  è  da  notarsi  nella  inginocchiatura  della  staffa,  colla  differenza  che  in 
luogo  di  essere  sopramessa  è  guernita  di  una  laminetta  fissata  con  chiodi  alla  mede- 
sima ed  allo  scudetto. 

20.  Olla  cineraria  a  forma  sferica,  trovata  nel  fondo  di  un  pozzetto  identico  ai 
precedenti  ed  aggrappato  coi  medesimi.  È  d' impasto  giallastro  con  due  anse  alla 
sommità  del  corpo,  ciascuna  delle  quali  tonnata  da  un  bastoncello  piegato  a  due 
semicircoli  aderenti  l' imo  all'  altro  :  era  chiusa  da  ciotola  a  fondo  allungato,  orlo 
rientrante,  ornato  di  tre  sporgenze,  e  munito  in  un  lato  da  manico  a  bastoncello  di- 
sposto verticalmente  e  piegato  a  semicircolo.  Dentro  questa  ciotola,  che  posava  col 
fondo  entro  l' orificio  del  vaso,  si  trovarono  quattro  fibule  accoppiate  due  a  due  per 
1'  ardiglione,  con  arco  vuoto  internamente  e  bulinato  a  sottilissime  linee  a  spina  pesce, 
intramezzate  da  cerchietti  a  trapano.  Descriviamo  qui  sotto  i  fittili  che  componevano 
il  funebre  corredo  di  questa  tomba. 

a)  Rozzo  tipo  di  cinerario  Villanova,  decorato  alla  metà  del  collo  di  un  giro 
a.  triangoli  graffiti  obliquamente,  ed  alla  sporgenza  del  corpo  da  grandi  zig-zag  trian- 
golari, ottenuti  con  pettine  a  doppio  dente 

b)  Ciotola  grande  con  manico  a  nastro,  piede  allungato  e  corpo  decorato  in 
alto  da  gruppi  di  triangoli,  impressi  a  funicella  e  disposti  in  giro  tre  per  tre.  Con- 
teneva una  tazzina  a  fondo  piatto  e  manico  rialzato  sopra  all'orlo. 

e)  Ciotoletta  con  orlo  rientrante,  con  manico  a  bastoncello  rilevato  obliqua- 
mente su  questo,  e  sostenuta  da  piccolo  piede.  Internamente  girano  nel  suo  fondo  due 
circoli  punteggiati  e  concentrici. 


—  303  — 

(I)  Tazzina  con  orlo  e  manico  identici  alla  precedente,  ma  a  fondo  pianò  e 
privo  della  decorazione  interna. 

e)  Ciotola  ad  orlo  rastremato  verso  l'interno,  a  manico  piano  ed  a  fondo  al- 
lungato. 

/')  Rozzo  vaso  formato  da  due  tronchi  di  cono,  che  si  riuniscono  per  le  basi 
maggiori;  ha  un  orlo  rotondo  e  sporgente,  ed  il  manico  a  nastro  asportato  in  antico. 

g)  Tazzina  a  corpo  compresso  verso  il  fondo,  decorato  di  cinque  sporgenze  oblun- 
ghe, e  munito  di  semplice  manico  a  nastro  rialzato  un  poco  sopra  all'orlo. 

h)  Tazza  con  corpo  compresso,  su  cui  obliquamente  si  elevano  due  manichi 
a  bastoncello  e  semielittici  :  la  creta  di  questo  fìttile  ha  un  colore  giallastro,  su  cui 
rilevano  più  fasce  parallele  di  ocre  rossa,  oggi  in  gran  parte  evanite. 

i)  Quattro  rozze  tazzine  a  calice  (cfr.  il  tipo  dato  alla  tav.  Ili,  fìg.  7). 

/)  Tazza  a  bulla  compressa  verso  il  fondo,  con  manico  a  nastro,  applicato  ver- 
ticalmente dall'orlo  alla  parte  superiore  del  corpo,  che  è  decorato  di  un  giro  a  trian- 
goli impressi  a  fibula  e  punteggiati  al  vertice. 

Sotto  a  quest'ultimo  vaso  si  raccolse  nel  fondo  del  pozzetto  un  grano  di  vetro 
chiaro  forato,  un  acino  ovoidale  di  ambra,  due  orecchini  cilindrici  di  filo  eneo  av- 
volto ad  elica,  ed  un  sottile  braccialetto  formato  di  filo  due  volte  sovramesso. 

21.  Pozzetto  identico  ai  precedenti.  L'ossuario  si  allontanava  un  poco  dalla  forma 
più  comune,  e  rappresentava  alquanto  modificato  il  tipo  Villanova;  cioè  si  componeva 
di  due  tronchi  di  cono  uniti  per  la  base  maggiore  e  sostenuti  su  piede  conico,  e  poco 
sopra  alla  sporgenza  del  corpo  portava  un  semplice  manico  a  nastro,  avvolto  ad  oc- 
chietto e  disposto  verticalmente.  Esso  non  conteneva  che  le  ceneri  del  cadavere,  ed  era 
chiuso  da  ciotola  grande  a  piede  allungato  ed  orlo  restringentesi  al  centro,  la  quale 
conteneva  posata  nel  senso  nonnaie  altra  ciotola  più  piccola,  con  orlo  molto  incavato 
all'unione  del  corpo  e  con  piede  rilevato  in  fuori.  Sì  l'ima  che  l'altra  erano  prive  di 
graniture.  Circondavano  l'ossuario  :  Un  rozzo  e  grande  bicchiere  a  forma  ovoidale,  con 
orlo  piano  ed  ansa  a  nastro  disposta  verticalmente:  un  modello  piccolo  di  vaso  con- 
simile ed  altro  identico,  ma  privo  di  orlo  rilevato:  ima  tazzina  emisferica:  un  va- 
setto corputo,  ristretto  all'orlo  ed  al  piede,  con  manico  tolto  in  antico  e  con  rude 
zig-zag  graffito  in  giro:  ciotoletta  liscia  a  fondo  allungato  a  tronco  di  cono:  idem  a 
forma  ovoidale,  con  impressioni  triangolari  di  funicella  sotto  l'orlo;  conteneva  una  fu- 
saruola  a  tronco  di  cono,  ed  era  chiusa  da  altra  ciotola  a  fondo  piano,  umbilicato  e 
decorato  a  raggio  di  cinque  larghe  steccature. 

2(5  novembre  —  22.  Pozzetto-  murato  a  ciottoli  e  scaglie  di  nenfro,  approfondito  per 
m.  2  circa  nel  terreno  vergine,  e  chiuso  da  due  diatoni  di  tufo  accoppiati.  Cinerario 
di  tipo  comune  con  ansa  asportata,  decorato  da  una  sottile  fascia  a  impressioni  oblique 
di  fune,  che  gira  attorno  alla  parte  superiore  del  corpo  e  sotto  l'attaccatura  del  ma- 
nico, nei  cui  angoli  è  guernita  di  grosse  punteggiature.  Nella  parte  più  rotonda  del 
suo  corpo  si  ripetono  tre  riquadramenti  a  più  linee  concentriche,  entro  i  quali  si  con- 
tengono tre  swasti/cas,  a  braccia  ripiegate  a  zig-zag  e  punteggiate  nell'intersecazione. 
Ancora  gli  angoli  dei  riquadramenti  sono  compiti  da  grosse  punteggiature.  Detto  cine- 
rario era  chiuso  da  una  tazza  a  calice,  con  orlo  rientrante  e  con  manico  rilevato  obli- 
quamente sul  medesimo  :  conteneva  un  vasetto  a  forma  lenticolare.  a  doppia  ansa,  di 


—  304  — 

cui  una  tolta  in  antico,  e  tra  queste,  due  sporgenze  a  tronco  di  cono  circondate  supe- 
riormente da  largo  solco.  Tra  le  ossa  del  cinerario  una  semplice  fibula  di  tipo  etru- 
sco, alquanto  danneggiata  dall'ossido;  due  fusaruole  a  forma  ovoidale  e  compressa,  ed 
un  avanzo  di  pendaglietto  di  bronzo.  Insieme  al  cinerario  si  estrasse  un  rozzo  vaso 
a  bulla,  munito  nel  corpo  di  larga  ansa  a  nastro  con  collo  a  tronco  di  cono,  sulla  cui 
parte  superiore  gira  un  ornamento  di  triangoli  concentrici  a  vertice  abbassato  e  com- 
pito da  una  punteggiatura.  Quattro  tazzine  a  calice  di  tecnica  rozzissima.  Un  rozzo 
poculum  a  forma  ovoidale,  e  con  manico  a  bastoncello.  Ciotoletta  di  tipo  laziale  con 
manico  a  nastro  rialzato  sopra  all'orlo,  forato  presso  l'attaccatura  di  questo,  e  deco- 
rato di  due  capocchie  cilindriche.  Tazzina  a  tronco  di  cono,  con  orlo  rastremato  ed 
incavato  sotto  l'attaccatura  :  è  d'  impasto  nero,  a  pareti  sottili,  e  porta  un  manico  a 
bastoncello  riimito  ad  occhietto  sopra  all'orlo. 

23.  Pozzetto  cilindrico  chiuso  da  informe  lapide  di  tufo,  incavato  nel  terreno 
vergine,  e  difeso  attorno  fin  sotto  la  copertura  con  muramento  di  scaglie  di  nenfro  e 
di  tufo.  Rimossa  la  chiudenda,  apparve  per  primo  il  tetto  di  un'urna  capanna.  Si  potè 
estrarre  in  buonissimo  stato  :  ha  pianta  rettangolare  (m.  0,145X0,17),  su  cui  si  ele- 
vano le  pareti  fino  alla  gronda  allargandosi  a  metà,  e  convertendo  l'urna  in  una  forma 
ovoidale  allungata  lateralmente.  Dal  detto  piano  alla  gronda  misura  cm.  19.  Nella 
fronte  apresi  una  porticella  quadrata  di  m.  0,09  per  ogni  lato,  chiusa  da  una  for- 
mella di  terracotta,  forata  agli  angoli.  Nei  fori  corrispondenti,  praticati  su  ciascun  an- 
golo del  vano,  si  conservano  tuttora  infilati  gli  anelli  di  bronzo  che  servirono  per  fis- 
sare la  chiudenda.  Sopra  alla  porta,  ed  immediatamente  sotto  alla  gronda,  si  è  rap- 
presentata la  finestra  con  un  foro  circolare.  La  gronda  è  piana  e  sporgente  circa 
mm.  1 7  ;  ha  forma  ovale,  indi  verso  il  mezzo  si  rialza  con  una  costola,  che  corre 
nel  senso  dell'asse  maggiore,  e  a  cui  fanno  testa  per  ogni  parte  quattro  correnti,  cia- 
scuno dei  quali  ornato  di  due  colli  d'  oca  nella  testata  superiore.  Tra  l'imo  e  l'altro 
corrente,  in  vicinanza  della  gronda  e  parallelamente  a  questa,  si  trova  un  altro  collo 
d'  oca  rivolto  verso  la  parte  anteriore  dell'urna.  Dinanzi  e  dietro  la  costola  mediana 
concorrono  a  questa  tre  travicelli  disposti  a  raggio,  ciascuno  dei  quali  è  ornato  nel 
mezzo  da  un'  ocherella.  11  diametro  maggiore  della  gronda  misura  m.  0,215,  il  mi- 
nore 0,165  e  l'altezza  totale  0,26.  Questa  umetta  è  identica  nell'esecuzione  e  nella 
tecnica  a  quelle  del  gruppo  di  s.  Bernardino.  Compivano  il  corredo  funebre  di  questa 
tomba  due  rozzi  vasi  a  corpo  ovoidale,  fondo  allungato  e  sporgente  alla  base,  ed  orlo 
piano  e  poco  rilevato  :  un  vasetto  consimile  con  piede  rastremato,  orlo  sporgente,  ma- 
nico a  nastro,  e  con  corpo  decorato  di  tre  piccole  sporgenze  coniche,  tra  le  quali  un 
giro  d'impressioni  triangolari  a  fibula  od  a  funicella:  rozza  ciotola  con  steccature  ver- 
ticali limitate  superiormente  da  un  piccolo  zig-zag. 

24.  Pozzetto  identico  al  precedente,  e  trovato  alla  stessa  profondità  ed  alla  di- 
stanza di  circa  60  cm.  dal  medesimo.  Il  cinerario  è  rappresentato  da  vaso  rozzissimo 
semiovoidale,  molto  aperto  all'orlo  (cm.  27),  che  è  piano  ed  obliquamente  rialzato. 
Sopra  alle  ossa  posava  una  tazza  a  calice  poco  incavata,  e  sostenuta  su  alto  piede 
conico.  Attorno  all'ossuario  una  grande  ciotola,  a  corpo  rotondo  e  fondo  allungato;  sotto 
al  suo  orlo  gira  una  fascia  sottile  punteggiata  agli  angoli,  e  contenente  piccole  im- 
pressioni oblique  e  parallele  di  fibula  a  fune;  più  in  basso  un  meandro  rettangolare 


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graffito  con  pettine  a  tre  punte.  Tazzina  di  tipo  laziale  sostenuta  da  breve  piede,  con 
manie. i  rialzato  e  steccato  ad  anelli  presso  l'attaccatura  dell'orlo,  che  internamente  e 
da  ciascuna  parte  del  manico  contiene  due  triangoli  a  vertice  abbassato,  ottenuti  con 
impressioni  di  strumento  a  fune;  nella  massima  sporgenza  del  corpo  tre  gruppi  iso- 
lati di  zig-zag  ugualmente  impressi.  Tazzina  a  forma  compressa  con  tre  sporgenze  nel 
coipo.  tra  le  quali  un  riquadrameiito  punteggiato  agli  angoli,  diviso  diagonalmente 
da  due  lineette  in  croce.  Nel  fondo  del  pozzetto  si  raccolsero  due  fibulette  uguali,  ad 
arco  semplice  graffito  a  gruppi  di  anelletti  alternati  da  fasce  a  spina-pesce. 

25.  Pozzetto  identico  ed  aggruppato  coi  due  precedenti.  L'ossuario  ripete  la  forma 
di  grossa  pentola,  a  corpo  superiormente  arrotondato  ed  inferiormente  compito  da  tronco 
di  cono.  Dalla  parte  superiore  del  corpo  all'orlo  si  uniscono  quattro  manichi  a  baston- 
cello, tra  i  quali  un  riquadramento  contenente  una  fascetta  di  linee  graffite  ed  inter- 
secate diagonalmente.  Cuopriva  il  cinerario  una  piccola  ciotola  a  tronco  di  cono,  con 
orlo  rientrante  e  manico  semielittico  applicato  obliquamente  da  una  parte.  Vaso  for- 
mato da  doppio  tronco  di  cono  unito  per  la  base  maggiore,  e  decorato  superiormente 
da  un  giro  di  triangoli  graffiti.  Idem,  ma  più  piccolo  e  privo  di  decorazione.  Vasetto 
a  bulla  sferica,  con  breve  orlo  incavato  al  di  sotto  e  con  collo  basso  e  decorato  di 
una  lascia  grafita  con  pettine  a  tre  denti,  la  quale  racchiude  un  zig-zag  impresso 
con  strumento  a  fune.  Detta  fascia  si  ripete  a  semicircolo  sotto  l'attaccatura  del  ma- 
nico. La  parte  più  rigonfia  del  corpo  è  ornata  di  un  rozzo  meandro  rettangolare. 
Ciotola  identica  a  quella  poco  sopra  descritta,  ma  più  piccola. 

26.  Pozzetto  murato  a  ciottoli  di  nenfro,  e  chiuso  da  lapide  di  tufo  rozzamente 
arrotondata  di  sopra  ed  un  poco  incavata  di  sotto.  Cinerario  di  tipo  comune,  liscio  e 
con  ansa  a  nastro  dalla  parte  superiore  del  corpo  all'orlo  :  era  chiuso  da  rude  ciotola 
ad  orlo  rientrante  ed  a  piede  allungato,  e  non  conteneva  che  poche  ceneri  del  cadavere. 
Due  vasetti  ovoidali  di  tecnica  alquanto  trascurata,  privi  di  orlo  rilevato  e  di  ansa. 
Tre  tazze  a  calice  dello  stesso  tipo  dato  alla  tav.  Ili,  fig.  7.  Askos  rozzissimo  a 
corpo  ovoidale,  attraversato  sopra  da  un  manico  semielittico,  e  compito  ad  una  estre- 
mità da  un  collo  cilindrico  e  da  orlo  un  poco  riboccato  in  fuori.  È  di  creta  nera, 
spalmata  interamente  di  un  grosso  strato  di  ocre  giallastra.  Tazza  a  tronco  di  cono, 
posato  per  la  base  maggiore  e  con  orlo  rabboccato  in  fuori. 

27  novembre  —  27.  Cilindro  di  tufo  vuoto  internamente  (diam.  m.  0,35,  profondo 
0,30),  chiuso  da  coperchio  emisferico  identico  a  quelli  del  gruppo  di  s.  Bernardino. 
L'ossuario  di  questa  tomba  era  rappresentato  da  una  piccola  olla  a  forma  ovoidale 
allargata  all'orlo,  priva  del  manico  e  di  qualsivoglia  decorazione;  era  chiusa  da  ima 
ciotola  a  largo  corpo  ed  a  fondo  leggermente  umbilicato,  la  quale  conteneva  una  na- 
vicella lunga  cm.  12.  a  forma  piatta,  con  bordi  allargati  e  rotondeggianti,  e  divisa 
a  prua  con  una  costola  rilevata,  che  termina  con  una  testa  di  oca. 

Seguono  i  vasi  di  corredo  che  circondavano  l'ossuario;  e  teniamo  conto  dell'ordine 
con  cui  furono  estratti: 

a)  Piccolo  vaso  che  ripete  la  forma  dell'ossuario. 

li)  Olla  corputa,  ristretta  al  piede  ed  all'orlo,  e  con  ansa  a  nastro  applicata 
alla  metà  del  corpo  :  questo  superiormente  è  ornato  di  uno  zig-zag,  impresso  con  stru- 
mento adunato  e  compreso  entro  due  graniture  a  doppio  solco;  inferiormente  di  un 
rozzo  meandro  rettangolare  graffito  con  pettine  a  quattro  denti. 


—  306  — 

e)  Vasetto  di  tipo  laziale  con  corpo  steccato  verticalmente,  e  decorato  sotto 
l'orlo  da  un  giro  di  zig-zag  ad  impressioni  di  fibula. 

d)  Due  tazzine  a  calice. 

e)  Vasetto  a  corpo  compresso  con  piede  ed  orlo  sporgenti ,  con  ansa  a  nastro 
rilevata  sopra  all'orifìcio  :  sotto  a  questo  ricorre  ima  doppia  impressione  di  cordicella, 
e  nella  parte  rilevata  del  corpo  si  ripete  per  otto  volte  uno  scacco  triangolare  a  linee 
concentriche,  impresse  con  uguale  strumento. 

Nel  fondo  del  cilindro  si  raccolse  un  anello  di  filo  di  rame  avvolto  a  triplice 
spira,  una  piccola  lancia  di  lamina  (lunga  min.  45)  con  cannula  formata  della  stessa 
lamina  ed  accartocciata,  un  piccolo  sauroter  di  lamina,  appartenente  a  detta  cuspide, 
piccolo  cutter  lunato,  fusaruola  a  tronco  di  cono,  la  cui  base  è  decorata  con  un  giro 
di  punteggiature. 

28.  Cilindro  identico  al  precedente,  e  scoperto  a  poca  distanza  dallo  stesso.  Il 
cinerario  a  rozza  pentola  compressa  verso  il  fondo,  aveva  un  manico  a  nastro ,  che 
rilevavasi  ad  occhietto  sull'orlo,  ed  era  decorato  in  giro  da  un  doppio  solco  graffito 
sotto  l'orlo,  e  più  in  basso,  da  quattro  riquadramenti  con  punteggiature  agli  angoli, 
e  contenenti  quattro  linee  graffite  ed  incrociate  diagonalmente.  Una  di  questi  riqua- 
dramenti è  diviso  dagli  altri,  a  mezzo  di  un  meandro  rettangolare.  La  ciotola,  che 
cuopriva  questo  ossuario,  ha  forma  di  callotta  sferica  con  orlo  rientrante,  priva  del 
manico  e  di  decorazioni.  Accompagnavano  l'ossuario  i  seguenti  oggetti: 

a)  Due  rozzissimi  vasetti  di  forma  semiovoidale  e  privi  dell'ansa. 

b)  Due  tazzine  a  calice  del  tipo  più  comune. 

e)  Due  rozzi  poetila  privi  del  manico,  ed  altri  due  con  manico  a  bastoncello, 
applicato  verticalmente  sotto  l'orlo. 

il)  Vasetto  di  rude  tecnica,  a  corpo  molto  rigonfio  ed  a  collo  decorato  all' in- 
giro da  una  linea  punteggiata. 

e)  Tazzina  a  forma  rotonda  e  compressa,  con  orlo  rilevato  in  fuori,  e  con  ansa 
rialzata  sopra  all'  orlo  e  decorata  presso  1'  attaccatura  di  tre  impressioni  di  fibula  : 
identiche  impressioni  si  ripetono  a  zig-zag  sotto  l'orlo,  mentre  il  suo  corpo  è  steccato 
a  tratti  obliqui  e  paralleli. 

/)  Lama  di  cutter  lunato,  lunga  mm.  35. 

g)  Piccola  cuspide  di  lancia,  identica  a  quella  ricordata  nella  tomba  prece- 
dente e  lunga  mm.  66. 

li)  Frammenti  di  un  arco  semplice  di  fibula. 

29.  Cilindro  di  tufo  con  chiudenda  a  callotta  sferica  vuota  al  disotto.  Conteneva 
il  cinerario  di  tipo  comunissimo,  decorato  sul  corpo  di  una  sottile  fascia  ad  impres- 
sioni oblique  di  fibula,  lo  quali  girano  ad  angolo  retto  sotto  l'attaccatura  del  manico, 
e  poco  più  in  basso  di  quattro  rettangoli  intramezzati  diagonalmente  da  ima  croce  a 
braccia  gammate  a  zig-zag,  e  punteggiati  negli  angoli.  Detto  vaso  posava  entro  l'orlo 
di  grande  olla,  spezzata  appositamente  all'attaccatura  del  collo  al  corpo,  dove  appa- 
riscono graffiti  due  solchi  paralleli,  sotto  i  quali  sono  larghe  impressioni  oblique  a  stecco. 
La  ciotola-coperchio  è  rappresentata  da  un  disco  concavo,  forato  nel  fondo  e  con  orlo 
aperto  ed  obliquamente  rilevato.  Questa  conteneva  una  grande  fìbula  a  scudetto  spi- 
raliforme  bulinato  nel  contorno,  ed  un  anello  a  sottile  fascia  di  bronzo,  striata  a 
sbalzo.   Vj  notevole  la  giuntura  della  lamina  che  fonua  1'auollo:  da  un  capi  porta  un 


—  307  — 

foro  circolare,  entro  il  quale  passa  l'altro  capo  tagliato  a  T.  Dentro  al  cinerario  la 
sola  fusaruola  ovoidale,  ed  intorno  i  seguenti  manufatti,  disposti  con  quest'ordine: 

a)  Navicella  a  fondo  piatto,  lunga  cm.  15,  e  sostenuta  su  quattro  alte  gambe  umane. 

li)  Ciotola  grande  a  fondo  allungato,  quasi  a  tronco  di  cono,  e  priva  di  deco- 
razione granita  od  impressa. 

e)  Idem  più  piccola. 

d)  Tazzina  con  manico  rialzato  sopra  all'orifìcio,  e  con  corpo  steccato  a  fune. 

e)  Vasetto  a  corpo  ovoidale,  e  ad  ansa  a  nastro  sporgente  tra  il  corpo  e  l'orlo. 
/)  Piccolo  e  rozzo  poculum  a  forma  semiovoidale. 

rj)  Tazzina  a  tronco  di  cono,  ornata  sotto  l'orlo  di  quattro  prese  formate  di 
un  listelletto  piegato  a  semicircolo. 

li)  Cinque  tazze  a  calice  sul  tipo  dato  nella  tav.  Ili,  fìg.  7. 

i)  Due  tazze  identiche  alle  precedenti,  ma  con  largo  piede  intagliato  con  tre 
rozzi  fori. 

/)  Due  tazzine  a  calice,  unite  all'orlo  ed  al  piede  per  mezzo  di  due  listelletti. 
30.  Pozzetto  murato  nella  terra  vergine  alla  profondità  di  circa  m.  1,75,  e  chiuso 
da  informe  lapide  di  nenfro,  la  quale  insieme  ad  ima  parte  della  muratura  aveva 
ceduto  al  peso  del  terrapieno,  ed  era  franata  sulla  funebre  suppellettile.  I  frammenti 
del  cinerario  ricordavano  una  forma  comunissima,  cioè  a  corpo  rotondeggiante  e  molto 
allungato  verso  il  piede;  quelli  della  ciotola  si  trovarono  confusi  coi  molti  detriti 
dei  fittili,  ne  fu  possibile  raccoglierla  in  grandi  frammenti.  Nondimeno  si  estrassero 
in  mediocre  stato  di  conservazione:  Due  vasi  a  bulla  compressa  verso  il  fondo,  e  compita 
da  snello  collo  a  tronco  di  cono.  La  parte  più  sporgente  di  uno  di  essi  è  decorata  di 
rozzo  meandro  rettangolare,  ottenuto  coli'  impressione  di  cordicella  ;  quella  dell'  altro 
di  grandi  triangoli  a  vertice  abbassato  obliquamente,  striati  con  uguale  impressione.  Pic- 
calo e  rozzissimo  tipo  di  cinerario  Vìllanova.  Ciotoletta  a  forma  rotonda  e  compressa 
verso  il  fondo.  Due  semplici  tazzine  laziali  a  manico  sporgente  sull'orlo.  Una  tazza 
a  calice  e  con  basso  piede. 

Nel  fondo  del  pozzetto,  sotto  ai  predetti  fittili,  si  raccolse  un  arco  di  fìbula  con 
avanzo  dell'  attaccatura  dello  scudetto,  ed  un  frammento  di  laminetta  di  bronzo  piegata 
a  semicircolo. 

28  novembre —  31.  Cilindro  identico  a  quelli  notati  sopra.  Il  cinerario  ripete  la 
forma  comune,  è  decorato  in  giro  di  riquadrala  enti  con  sioastikas,  una  delle  quali 
trovasi  isolata  e  priva  di  contorno  sotto  l'unica  ansa  a  nastro.  Neil'  attaccatura  di 
questa  all'orlo,  sotto  cinque  linee  graffite  si  trovano  quattro  impressioni  angolari  di 
fibula  a  fune;  nella  parte  anteriore  del  corpo,  tre  prominenze  coniche  ;  sotto  l'attac- 
catura dell'orlo,  un  meandro  rettangolare  graffito  con  pettine  a  tre  punte.  I  seguenti 
vasi  erano  stati  deposti  attorno  al  cinerario  con  quest'ordine: 

a)  Due  tazzine  con  manico  rialzato  sopra  all'orlo  ;  una  di  esse  steccata  a  fune 
nella  prominenza  del  corpo. 

b)  Tre  tazze  a  calice  di  rozzissima  tecnica. 

e)  Vaso  rozzo  corputo  ed  allargato  verso  il  fondo  ;  sotto  l'orlo  una  fascia  a 
quattro  graniture,  ed  un  giro  di  zig-zag  triangolari  impressi  con  strumento  a  fune. 
Nella  sporgenza  del  corpo  tre  riquadramenti  punteggiati  agli  angoli,  e  contenenti  una 


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croce,  i  cui  bracci  terminano  con  molte  graffi  ture  concentriche.  Da  un  lato  del  corpo, 
il  cattivo  stato  di  conservazione  scuopre  i  due  fori,  entro  i  quali  incastravano  i  capi 
dell'ansa  a  nastro. 

d)  Due  rozzi  poetila  ansati. 

e)  Tazzina  a  forma  compressa,  e  con  manico  rialzato  ed  ornato  presso  l'attac- 
catura e  nella  parte  interna  dell'orlo  di  tre.  cerchietti  a  trapano,  messi  in  mezzo  da 
quattro  triangoli  ottenuti  con  impressioni  oblique  di  strumento  a  fune.  Nella  parte 
più  prominente  del  suo  corpo  si  ripetono  in  giro  i  cerchietti  a  trapano,  molto  distanti 
l'uno  dall'altro. 

f)  Tazzina  a  breve  piede,  a  fondo  piano  ed  umbilicato. 

g)  Cinque  fusaruole,  tre  delle  quali  a  forma  ovoidale  e  liscie,  le  altre  a  bac- 
cellature ottenute  collo  stecco. 

h)  Coppia  di  fibule,  il  cui  arco  è  formato  di  piccoli  dischi  di  osso  o  di  avorio 
infilati  in  un  sottilissimo  quadrello  di  bronzo. 

i)  Due  braccialetti  di  sottile  filo  eneo. 

/)  Piccola  fibula  ad  arco  semplice. 

m)  Frammento  d'armilla,  composta  di  un  sottile  filo  di  rame  ondulato. 

n)  Avanzi  d'una  collana,  consistenti  in  piccoli  grani  di  ambra  e  di  pasta 
vitrea  bleu  e  nera. 

30  novembre  —  32.  Pozzetto  difeso  da  muratura  cilindrica  di  scaglie  di  nenfro,  e 
chiuso  da  due  parallelepipedi  di  uguale  pietra.  Del  cinerario  e  della  ciotola  si  rac- 
colsero pochi  frammenti:  quello  aveva  forma  di  pentola,  identica  al  tipo  più  comune 
di  s.  Bernardino  e  priva  di  decorazione;  questa  a  piede  allungato  e  con  ansa  un 
poco  rialzata  sopra  1'  orlo.  Tra  le  pareti  del  pozzetto  ed  il  cinerario  si  raccolse  : 
Un'  altra  ciotola  a  forma  emisferica ,  di  rozzissima  fattura  e  priva  dell'  ansa  e  di 
qualsivoglia  ornamento.  Due  vasetti  a  forma  compressa,  con  piede  appena  accennato  e 
con  manico  a  nastro  unito  dall'orlo  alla  massima  sporgenza  del  corpo,  che  porta  un 
giro  di  steccature  a  fune.  Vaso  a  forma  ovoidale  compressa,  con  manico  a  nastro 
verticalmente  applicato  nella  parte  superiore  del  corpo,  che  è  decorata  di  tre  gruppi 
a  tre  grosse  punteggiature  disposte  a  triangolo. 

33.  Cilindro  chiuso  da  callotta  emisferica,  e  posato  in  fondo  ad  un  incavo  ci- 
lindrico, che  misurava  m.  1,60  di  altezza  e  m.  0,85  di  diametro.  Cinerario  rozzissimo 
a  foggia  di  pentola,  molto  corputa  e  priva  di  orlo  rilevato.  Posava  entro  lo  stesso 
una  ciotoletta  ad  orlo  rientrante,  fondo  a  tronco  di  cono  ed  ansa  semielittica  obli- 
quamente rialzata  da  un  lato  dell'orlo.  Circondavano  l'ossuario  i  seguenti  manufatti. 

«)  Ciotola  grande,  corputa,  ed  a  fondo  allungato,  superiormente  decorata  di 
una  sottile  fascia  ad  impressioni  oblique  di  fibula,  e  poco  più  sotto  di  un  meandro 
rettangolare  ottenuto  con  strumento  a  doppia  punta. 

//)  Vasetto  di  tipo  laziale,  steccato  a  fune  nel  corpo.  Fu  trovato  dentro  alla  cio- 
tola precedente. 

e)  Idem  con  uguale  fascia  che  la  ciotola  segnata  con  r/,  la  quale  gira  sotto  l'ansa 
ed  è  punteggiata  negli  angoli  :  questo  esemplare  in  luogo  del  meandro  porta  in  giro  tre 
gruppi  di  linee  graffite  a  zig-zag,  concentrici.  Idem  di  modulo  piccolo  con  uguale  fascia 
sotto  l'orlo  e  sotto  il  manico,  e  con  meandro  triangolare  impresso  con  strumento  a  fune. 


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(I)  Navicella  a  fondo  piatto,  orlo  appuntato  o  rivolto  in  giù:  sostenuta  sopra 
uno  snello  piede  a  tronco  di  cono. 

e)  Altra  navicella  a  fondo  piatto,  ed  a  bordi  molto  aperti.  Ambedue  questi 
esemplari  sono  frammentati. 

f)  Tazza  a  calice. 

Nello  spurgare  il  pozzetto  dalla  terra  d'infiltrazione,  si  raccolse  ima  lama  di  col- 
tello arcuato  di  ferro,  lungo  em.  6,  ed  altra  piccola  (cm.  5)  lama  ugualmente  in  ferro. 

1,  2  dicembre  —  34.  Cilindro  identico  a  quello  descritto.  Ossuario  di  tipo  comune, 
ornato  sotto  l'orlo  di  sottile  granitura,  interrotta  a  distanze  uguali  da  gruppi  di  tre 
punteggiature.  Nella  parte  più  sporgente  del  suo  corpo,  girano  cinque  meandri  trian- 
golari, graffiti  con  strumento  a  quattro  punte.  Piccola  ciotola  di  esecuzione  accurata 
con  ansa  tolta  in  antico,  di  cui  resta  l'attaccatura  del  corpo  ornata  di  un  grosso  foro  : 
sopra  all'orlo  ricorrono  sottilissime  impressioni  triangolari  di  fibula  a  fune,  compite 
al  vertice  da  un  cerchietto  a  trapano  ,  di  più  si  elevano  sul  medesimo  due  protube- 
ranze coniche,  impresse  con  tre  giri  di  uguali  cerchietti.  Segue  la  nota  dei  manufatti 
e  degli  ornamenti,  che  completavano  il  funebre  corredo  di  questo  sepolcro. 

a)  Tazzina  a  manico  rialzato  sopra  all'orlo,  che  internamente  è  decorato  di  due 
zig-zag  triangolari,  ottenuti  con  impressione  di  strumento  a  fime.  Questo  ornamento  si 
ripete  nel  corpo  della  medesima  presso  l'attaccatura  del  manico. 

b)  Idem  priva  di  dette  impressioni,  ma  con  corpo  steccato  verticalmente. 
e)  Tre  ordinarie  tazze  a  calice. 

d)  Quattro  tazze  a  tronco  di  cono,  di  una  tecnica  e  di  una  esecuzione  trascu- 
ratissima. 

e)  Kozza  ciotola  a  piede  allungato  ed  orlo  un  poco  rientrante:  è  frammentata 
nel  fondo  e  presso  l'orlo,  ma  non  porta  alcuna  decorazione. 

f)  Ciotola  grande  corputa,  ed  a  piede  ed  orlo  rastremati.  Sotto  al  suo  orlo  e 
sotto  l'attaccatura  inferiore  del  manico,  gira  la  solita  decorazione  a  impressioni  di  stru- 
mento a  fune.  La  sommità  del  suo  corpo  è  ornata  da  un  meandro  rettangolare,  ese- 
guito con  pettine  tridente. 

g)  Due  rozzi  pocula. 

li)  Piccola  lancia  di  lamina  enea,  con  lama  a  losanga  e  lunga,  compresa  la  can- 
nula, cm.  6. 

i)  Arco  di  fibula  in  lamina  compressa,  composto  di  due  porzioni  di  cerchio, 
di  cui  la  superiore  termina  colla  spirale  dell'ardiglione,  l'inferiore  colla  lunga  staffa. 

/)  Cutter  limato  e  tagliente  nella  parte  convessa.  È  formato  con  una  lamina 
ritagliata  in  giro  ed  attorno  al  manico,  che  è  semplicemente  forato. 

Scavi  del  Merellio  di  s.  Magno  (30  novembre  —  20  dicembre  1885) 

Sebbene  precipuo  scopo  degli  scavi  bisentini  fosse  quello,  di  rintracciare  i  docu- 
menti relativi  al  periodo  più  antico  della  presenza  dell'uomo  in  quella  regione,  non- 
dimeno i  sigg.  cav.  Paolozzi  e  fratelli  Brenciaglia  ebbero  il  lodevole  pensiero,  di  non 
lasciare  inesplorate  le  tombe  a  camera,  che  circondano  per  ogni  lato  le  scogliere  tu- 
facee di  Bisenzio  nella  parte  nord-ovest,  cioè  dalle  macchie  di  s.  Magno  al  poggio 
della  Mina.  Era  volgare  tradizione  a  Capodimonte,  che  le  medesime,  sui  primi  di 
Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II.  39 


—  31Q  — 

questo  secolo  ed  ancora  in  tempi  più  recenti,  avessero  offerto  pregevolissimi  vasi 
dipinti,  che  poi  passarono  alla  raccolta  Vaticana:  ed  invero  nel  castello  Brenciaglia 
tuttora  si  conservano  alcuni  bronzi,  siccome  urceoli,  patere  umbilicate,  qualche  vasetto 
di  vetro  smaltato  e  cinque  o  sei  vasi  dipinti,  che  ripetono  rappresentanze  riferibili  al 
mito  dionisiaco,  ugualmente  che  i  fittili  discoperti  nel  terzo  strato  delle  casse  alla 
Palazzetta.  Gli  scavi  furono  rivolti  sulla  costa  che  guarda  il  lago,  a  nord-ovest 
dell'antica  città,  in  luogo  denominato  il  Merellio  di  s.  Magno.  S' incominciarono  alla 
fine  di  novembre,  e  si  continuarono  ad  intervalli  fino  al  20  di  dicembre.  Le  tombe 
discoperte  ammontano  a  circa  una  ventina;  sono  tutte  a  cella  con  ingresso  a  trincea, 
chiuso  alla  porta  da  una  serra  di  tufi  squadrati,  e  portano  attorno  alle  pareti  un  banco 
rilevato  sullo  scoglio,  alto  m.  0,65,  largo  un  metro.  Nessuna  di  esse  si  trovò  immune 
da  precedente  visita,  tanto  più  che  rasentavano  tutte,  disposte  in  due  file,  un'antica 
via,  che  dall'abitato  romano  di  Bisenzio  si  spingeva  entro  la  foresta  di  s.  Magno  in 
direzione  di  Gradoli.  La  maggiore  parte  ha  dato  pochissimi  frammenti  di  vasi,  dispersi 
dai  primi  visitatori;  tre  sole  una  quantità  veramente  considerevole  di  fittili,  di  varia 
grandezza  e  di  vario  tipo.  Inoltre  queste  ultime  si  distinguevano  per  un  tentativo  di 
semplice  decorazione  a  colore  rosso.  Faccio  seguire  la  descrizione  dettagliata  di  cia- 
scuna delle  medesime  e  del  loro  contenuto. 

I.  tomba.  Celletta  a  pianta  rettangolare  di  m.  2,00  X  2,20,  con  ingresso  aperto  nel 
lato  maggiore,  ed  accuratamente  ostruito  con  tufi  squadrati  del  luogo.  Si  trovò  la  serra 
a  suo  posto  in  fondo  a  breve  corridoio,  largo  m.  1,10,  nel  quale  presso  la  porticella 
sì  da  im  lato  che  dall'altro  aprivasi  un  nicchiotto.  Sebbene  questo  si  trovasse  esplo- 
rato, pure  la  chiudenda  intatta  ci  fece  nutrire  speranza,  che  il  contenuto  non  fosse 
stato  giammai  manomesso  :  ma  ad  eccezione  dei  molti  fittili,  si  riconobbe  poi  che  pel- 
ai tra  via  la  tomba  fu  spogliata  degli  oggetti  preziosi  che  poteva  contenere.  La  cella 
sepolcrale  era  coperta  da  volta  a  doppia  pendenza,  che  si  distaccava  dalle  pareti  sopra 
un  profondo  e  largo  solco,  il  quale  più  che  per  ornamento,  credo  fosse  stato  intagliato 
per  raccogliere  gli  stillicidi  del  masso,  affinchè  non  corressero  liberamente  sui  banchi. 
Questi  potevano  contenere  tre  cadaveri,  poiché  giravano  attorno  alle  pareti,  lasciando 
così  nella  pianta  della  tomba  un  passaggio,  largo  cm.  90.  Sui  banchi  nessun  oggetto, 
nemmeno  gli  avanzi  dei  cadaveri ,  che  si  trovarono  in  parte  rovesciati  nel  passaggio 
menzionato.  La  funebre  suppellettile  era  tutta  quanta  disposta  in  tre  profondi  loculi, 
ciascuno  rispondente  sopra  al  relativo  letto.  A  metà  delle  pareti  girava  una  fascia  larga 
cm.  4,  e  dipinta  di  ocre  rossa  assai  sbiadita  per  l'umidità  :  due  fasce  consimili  dispo- 
ste a  triangolo,  e  divise  da  una  terza  verticalmente  calata  dal  vertice,  erano  dipinte 
sopra  alla  porta  a  guisa  di  fastigio  ;  e  nella  volta  tre  linee  rappresentavano  i  correnti, 
uno  al  vertice,  gli  altri  a  metà  delle  pendenze.  I  più  grandi  vasi,  che  qui  sotto  sono 
notati,  furono  tolti  dal  loculo  di  fronte  all'ingresso,  gli  oggetti  in  oro  ed  in  pasta  vitrea, 
confusi  colle  ossa  ai  piedi  dei  banchi. 

1)  Grande  ziro  (alto  cm.  68)  con  manico  piano  e  verticale,  applicato  dalla  parte 
superiore  del  corpo  all'orlo. 

2)  Foculo  imposto  sopra  un  cilindro  di  terracotta  :  altezza  totale  m.  0,54,  dia- 
metro del  foculo  0,50. 

'■'')  Anfora  alta  cm.  55,  di  stilo  corinzio,  ma  d'imitazione  localo.   È  dipinta  ;i 


—  311  — 

fasce  rosse  e  rosso-scure.  Sulla  fascia  superiore,  da  ciascun  Lato  delle  ausi',  due  ani- 
mali acquatici,  nell'inferiore  da  una  parto  un  leone  con  giubba,  coda  e  macule  nel 

corpo  di  coloro  biancastro,  e  con  zampe  rosse  e  bianche.  Sembra  che  il  medesimo  porti 
in  bocca  una  gamba  umana.  Segue  dietro  al  leone  un'aquila  con  corpo  rosso,  ali  e 
coda  bianche  ;  indi  altro  volatile  interamente  colorito  di  bianco,  ed  un  cervo  che  pa- 
scola, dipinto  di  bianco  e  di  rosso. 

4)  Due  rozze  anfore  a  corpo  rotondo,  e  con  manichi  formati  di  due  bastoncelli 
accoppiati  :  una  di  esse  si  trovò  chiusa  da  rozzo  coperchio  emisferico,  ansato  sopra  e 
verniciato  di  ocre  rossa. 

5)  Kylix  emisferica  con  doppia  ansa,  e  con  decorazione  di  fasce  rosso-scure  e 
bianche.  In  giro  corre  un  fregio  di  animali  acquatici  alternati  con  rosette. 

6)  Bombylios  a  bulla  sferica,  orlo  piano  e  sporgente  e  con  ansa  verticale.  È 
di  bucchero  nero  e  lucido,  e  imita  nella  forma  i  bombylioi  egizi  di  creta  biancastra. 

7)  Piccolo  as/cos  a  forma  di  capriolo  coricato.  E  interamente  punteggiato  di 
rosso-scuro. 

8)  Idem  a  forma  di  porco-spino,  ugualmente  punteggiato. 

9)  Grande  anfora  di  bucchero,  le  cui  anse  sono  rappresentate  da  larghe  fasce, 
che  presso  all'attaccatura  del  corpo  si  uniscono  a  due  branche  a  bastoncello. 

10)  Grande  kylix  di  bucchero  nero  e  lucido  (diam.  m.  0,285).  È  ornata  nella 
parte  inferiore  del  corpo  da  due  fasce  di  sottilissime  graniture. 

11)  Kozza  kylix,  che  ripete  la  decorazione  ad  animali  del  vaso  segnato  col 
n.  5,  ma  entro  una  fascia  pili  grande. 

12)  Piccola  patera  umbilicata  di  creta  rossastra. 

13)  Due  kantharoi  a  doppie  anse  rilevate  sopra  all'orlo. 

14)  Kantharos  ad  un  solo  manico,  guernito  sopra  di  un  bottone  piano  e  circolare. 

15)  Vasetto  a  forma  di  disco  concavo  e  compresso.  Porta  da  un  lato  un  alto 
manico  a  nastro,  decorato  sopra  di  due  cornetti  cilindrici  verticalmente  accoppiati. 

16)  Due  oinochoai  di  bucchero  con  corpo  a  bulla  sferica ,  collo  a  tronco  di 
cono  riverso,  e  beccuccio  sagomato  a  foglia  di  edera. 

17)  Vasetto  identico  al  n.  15,  ma  privo  di  manico. 

18)  Ciotola  di  bucchero  a  tronco  di  cono. 

19)  Due  tazzine  di  bucchero,  con  orlo  incavato  al  di  sotto  e  molto  aperto. 

20)  Cinque  patellae  di  bucchero  di  varia  grandezza,  la  maggiore  con  due  listelli 
risaltanti  nel  corpo  e  nel  piede. 

21)  Kylix  di  bucchero  a  doppia  ansa  semiellittica  ed  orlo  piano  ed  obliqua- 
mente rialzato. 

22)  Tazza  a  calice  con  snello  piede  e  con  orlo  rientrante. 

23)  Tazzina  a  bulla  sferica  compressa  verso  il  fondo,  e  con  orlo  schiacciato  sul 
corpo.  È  interamente  ricoperta  di  ocre  rossa. 

24)  Tazza  a  calice  di  creta  rossastra  verniciata  come  la  precedente. 

25)  Lagena  di  bucchero,  con  orlo  forato  da  una  parte  e  limitato  al  di  sotto  da 
un  beccuccio  :  ai  lati  di  questo  tre  sporgenze. 

26)  Alabastron  a  foggia  di  gamba  umana. 

27)  Idem  più  grande  e  più  rozzo. 


—  312  — 

28)  Idem  a  tronco  di  cono,  con  piccolo  orlo  piano  e  con  ansa  sotto  a  questo. 
È  dipinto  a  zone  nere  su  fondo  chiaro. 

29)  Due  vasetti  identici  al  n.  23,  ma  dipinti  superiormente  con  una  fascia  ad 
animali  acquatici. 

30)  Tre  lekithoi  a  fondo  appuntato,  dipinti  a  fasce  sottili  di  coloro  scuro,  e 
nella  parte  superiore  e  pianeggiante  del  corpo  a  piccole  foglie  scure. 

31)  Due  alabastro,  a  fondo  piano,  coloriti  a  fasce  rosse. 

32)  Ciotoletta  ad  orlo  rientrante,  plasmata  in  creta  rossastra  e  dipinta  nell'orlo 
con  una  fascia  di  colore  scuro. 

33)  Tre  rozze  otnochoai,  identiche  nella  forma  a  quella  descritta  al  n.  16. 

34)  Due  tazzine  a  piede,  con  corpo  rientrante  e  privo  di  orlo  :  nella  parte  supe- 
riore di  quello,  gira  una  fascia  con  entro  animali  acquatici  dipinti  di  rosso,  alternati 
da  piccole  rosette  di  uguale  colore. 

35)  Bombylios  a  bulla ,  con  lungo  collo,  orlo  piano  e  piccola  ansa  verticale. 
Sotto  al  suo  orlo  gira  un  ornamento  a  foglioline,  e  nel  corpo  una  fascia  ad  ocherelle 
dipinte  in  rosso-scuro. 

36)  Lekythos  a  piccola  bulla,  il  cui  fondo  è  un  poco  allungato  :  ha  un  collo 
cilindrico  alquanto  sottile,  ed  una  piccola  ansa  a  nastro  da  un  lato. 

37)  Bozzo  vaso  emisferico  di  creta  rossa,  ristretto  all'orificio  e  sagomato  con 
due  larghe  steccature.  Da  un  lato  porta  un  alto  manico  a  nastro. 

38)  Piccola  spirale  di  oro  compita  ai  capi  da  un  rosoncino,  e  formata  da  un 
fascetto  di  quattro  lili,  due  dei  quali  interni  sono  avvolti  a  fune. 

39)  Capocchia  di  bottone  a  rosetta  sbalzata  con  cinque  foglie. 

40)  Scarabeo  di  pasta  vitrea  celeste.  È  di  provenienza  egiziana,  e  scritto  nella 
parte  appianata. 

IL  tomba.  Non  differiva  dalla  precedente  nella  grandezza,  e  nella  disposizione  dei 
letti  funebri  e  dei  fittili  entro  i  loculi.  Di  più  fu  trovata  alla  sinistra  della  stessa, 
e  così  a  contatto,  che  gli  antichi  espilatoli  avevano  perforato  la  parete  che  le  divi- 
deva: ciò  spiega  perchè  fosse  trovata  a  suo  luogo  la  serra  della  tomba  descritta  e 
parte  della  sua  suppellettile,  che  non  sarebbe  passata  per  quel  vano  se  non  in  fram- 
menti. La  volta  di  questa  seconda  cella  aveva  forma  semiellittica,  con  uguale  incavo 
nell'impostatura  e  colla  solita  decorazione  di  tre  fasce  longitudinali  dipinte  in  rosso, 
ma  coli' aggiunta  di  dieci  correnti  trasversali  per  ciascuna  parte,  dipinti  di  uguale  co- 
lore. Le  pareti  a  metà  dell'altezza,  siccome  nell'altra  tomba,  sono  divise  da  una  fascia 
orizzontale  colorita  in  rosso  sulle  tracce  di  un  solco  graffito.  Il  loculo  di  fondo  sol- 
tanto conteneva  a  suo  posto  la  suppellettile  seguente  : 

1)  Foculo  composto  di  un  piatto  (diam.  ni.  0,50)  ad  orlo  piano,  un  poco  con- 
cavo, con  rialzo  incavato  nel  mezzo,  e  munito  al  di  sotto  di  quattro  prese  rettango- 
lari. Posa  su  alto  piede  cilindrico,  superiormente  ornato  di  grossi  fori  circolari,  e  infe- 
riormente di  fori  triangolari  l'uno  inverso  all'altro. 

2)  Vasetto  a  bulla  compressa  verso  il  fondo.  È  dipinto  a  ocherelle  di  colore 
rosso-scuro. 

3)  Vasetto  ad  orlo  rientrante  e  piede  allungato:  esso  pure  è  dipinto  nella  mas- 
sima sporgenza  del  corpo  a  fasce  rosse,  alternati'  con  un  giro  di  piccole  oche. 


—  313  — 

4)  Vaso  emisferico  ad  orlo  piano,  ed  obliquamente  rilevato  e  con  ansa  a  baston- 
cello. Si  ripete  attorno  al  suo  corpo  la  fascia  di  ocherelle. 

5)  Cinque  patellae  di  bucchero  con  orlo  rientrante. 

6)  Piccola  patera  umbilicata  di  bucchero. 
7).  Tre  tazze  di  bucchero  a  forma  di  calice. 

8)  Idem  di  creta  rossa. 

9)  Tazzina  d'impasto  rossastro,  e  con  piede  ed  orlo  rientranti. 

10)  Koiitlutros  di  bucchero  a  doppia  ansa. 

11)  Bombylios  con  due  tigri  coricate,  rivolte  l'ima  contro  l'altra,  e  dipinte  di 
rosso-scuro  e  di  nero. 

12)  Idem  a  fasce  rosse  ed  a  fasce  punteggiate  di  rosso. 

13)  Piccola  oinochoe  di  bucchero  con  corpo  rigonfio  in  basso,  beccuccio  sago- 
mato e  manico  a  nastro. 

14)  Oinochoe  di  forma  identica,  ma  più  grande. 

15)  Aryballos  a  bulla  con  ocherelle  dipinte  in  giro. 

16)  Tre  anforette  dipinte  a  fasce  rosse. 

17)  Sei  oinochoai  di  varia  grandezza,  di  bucchero  nero  e  lucido. 

18)  Due  rozze  oinochoai  di  creta  rossastra. 

19)  Due  patellae  di  creta  rossa,  dipinte  internamente  di  fasce  nere  concentriche. 
III.  tomba.  Piccola  cella  (m.  2  X  1,75)  munita  in  giro  dei  soliti  banchi,  e  trovata 

più  a  sinistra  ma  sulla  stessa  linea  delle  due  descritte.  Per  accedere  alla  medesima, 
gli  antichi  espilatoli  avevano  distrutta  una  parte  della  fronte,  ed  erano  discesi  tra  questa 
e  la  chiudenda.  I  vasi  più  grandi  si  trovarono  accatastati  nell'interno  a  contatto  della 
serra,  gli  altri  dispersi  ai  piedi  delle  banchine  e  rovesciati  dentro  all'unico  loculo, 
che  si  approfondiva  nella  parete  di  fronte.  Quivi  si  ripeteva  l'ornamento  accennato 
sopra  alla  porta  della  prima  tomba,  cioè  vi  erano  dipinte  due  linee  che  convergono 
ad  angolo  verso  il  loculo,  ed  erano  divise  da  altra  perpendicolare.  Dette  fasce,  dapprima 
graffite,  furono  quindi  ripiene  di  ocre  rossa. 

1)  Ziro  di  bucchero  a  doppia  ansa,  alto  m.  0,48.  Tra  le  anse  quattro  leoni  acco- 
vacciati, plasmati  a  bassorilievo  ed  in  profilo. 

2)  Due  tazze  a  calice  di  bucchero  con  basso  piede,  orlo  leggermente  rabboc- 
cato in  fuori,  e  corpo  a  baccellature  sbalzate  dal  di  dentro. 

3)  Oinochoe  dipinto  anteriormente  con  due  guerrieri,  che  si  vanno  incontro  pro- 
tendendo lo  scudo  e  stringendo  la  spada.  Hanno  testa  nuda  dell'elmo,  ma  i  capelli 
cinti  da  una  tenia  biancastra:  indosso  im  corsaletto  aderente  alla  vita,  ed  alle  tibie 
gli  schinieri. 

4)  Anforetta  dipinta  a  foglie  di  edera ,  ed  a  baccellature  rosse  e  nere  nella 
parte  superiore  del  corpo. 

5)  Anforetta  di  forma  snella,  ma  un  poco  più  grande  della  precedente.  Sul  collo 
porta  dipinte  due  palmette,  e  nel  corpo  più  fasce  sottili  di  colore  nero. 

6)  Anfora  grande,  con  un  solo  giro  di  palmette  nel  collo,  e  due  nel  corpo. 

7)  Grossa  oinochoe  di  bucchero,  di  forma  golìa,  con  beccuccio  sagomato  e  con 
manico  formato  da  due  bastoncelli  accoppiati. 

8)  Piatto  sostenuto  su  basso  piede,  dipinto  esternamente  di  fasce  nere. 


—  314  — 

!))  Vasetto  di  bucchero  a  bulla,  compressa  un  poco  verso  il  fondo  e  sottilmente 
steccata  nella  parte  inferiore.  Il  suo  collo  ha  fonna  di  tronco  di  cono  riverso,  ed  il 
manico  a  bastoncello  è  applicato  nella  parte  superiore  del  corpo,  e  rialzato  e  fissato 
sopra  all'orlo. 


Regione  VI.  {Umbria) 

X.  Perugia  —  Bromi  del  giuoco  del  Cóttabo,  scoperti  nella  necropoli 
perugina.  Nota  del  prof.  F.  Barnabei. 

Trovandomi  in  Perugia  il  giorno  15  ottobre,  di  ritorno  da  Todi,  ove  mi  recai  per 
ordine  del  Ministero  ad  esaminare  le  scoperte  quivi  avvenute,  e  delle  quali  si  dirà 
nei  prossimi  fascicoli,  fui  molto  amorevolmente  accolto  dall'egregio  ispettore  prof.  Ca- 
rattoli,  a  cui  sono  lieto  di  esprimere  pubblicamente  la  mia  riconoscenza.  Sotto  la 
guida  di  lui  e  del  bravo  sig.  Angiolo  Lupattelli,  ebbi  la  fortuna  di  ammirare  le  anti- 
chità preziose  che  si  conservano  nel  Museo  perugino  ;  nella  qual  visita  mi  accompagnò 
pure  il  eh.  prof.  Francesco  Moretti,  della  cui  cortesia  serberò  sempre  grato  ricordo. 
Con  questi  signori  mi  fermai  ad  esaminare  i  bronzi  recentemente  scavati  nella 
necropoli  di  Perugia,  in  contrada  Frontone  ;  i  quali,  il  giorno  stesso  15  di  ottobre, 
come  dalle  persone  del  Museo  mi  fu  detto,  furono  per  la  prima  volta  esposti  al  pub- 
blico, e  collocati  nelle  vetrine,  essendosene  da  poco  fatto  l'acquisto  per  conto  dell'am- 
ministrazione. Ne  era  avvenuta  la  scoperta  nel  maggio  scorso,  ed  un  rapporto  del  prof. 
Carattoli  intorno  alla  scoperta  medesima,  era  stato  edito  nelle  Notizie  dello  scorso  luglio 
(p.  221). 

Si  ferino  subito  l'attenzione  mia  sopra  un  oggetto,  che  mi  parve  di  non  comune 
importanza,  e  mi  affrettai  ad  esporre  a  quei  signori  la  mia  opinione;  la  quale  per 
altro  dal  sig.  Lupattelli  non  fu  subito  accettata,  perocché  non  era  la  prima  volta  che 
un  oggetto  simile  si  era  rinvenuto  nel  territorio  di  Perugia  ;  altri  in  fatti  se  ne  con- 
servavano nel  Museo;  e  sopra  di  essi  unanime  era  stato  il  parere  de' dotti,  che  vi 
avevano  riconosciuto  solo  dei  candelabri.  E  come  candelabro  questo  oggetto  era  stato 
indicato  nella  relazione  edita  nelle  Notizie,  che  ho  ricordata  superiormente.  Per  uno 
di  questi  nondimeno,  continuava  il  sig.  Lupattelli,  la  sentenza  era  stata  varia,  aven- 
dovi il  dottissimo  Vermiglioli  riconosciuto  un  istrumento  musicale,  quantunque  il 
compianto  Conestabile  avesse  poi  mostrato,  che  meglio  a  far  da  candelabro  quell'istru- 
mento  medesimo  fosse  stato  acconcio  ;  se  pure  non  si  voleva  stare  alla  supposizione  di 
quelli,  che  vi  avevano  riconosciuta  un'  insegna  militare,  od  un  istrumento  guerresco. 
Intendeva  di  alludere  a  quel  bronzo,  formato  di  vari  pezzi,  che  fu  scoperto  nella  tomba 
dei  Volunni,  che  si  conserva  ora  nell'ipogeo  stesso,  ed  è  riprodotto  nella  tav.  XIV  n.  5 
dell'opera  del  Conestabile  intorno  ai  monumenti  di  Perugia  etnisca  e  romana  ('). 

La  quale  tavola  io  riguardando,  trovai  motivo  per  confermarmi  nella  mia  credenza. 
E  poiché,  da  quanto   mi  affermava  il  sig.  Lupattelli,  che  è  stato   sempre  in  rapporto 

(')  Dei  monumenti  di  Perugia,  della  letteratura  e  bibliografìa  perugina.  Perugia  1855, 
voi.  'i  con  atl. 


—  315  — 

coi  (lotti  che  studiarono  e  studiano  lo  antichità  perugino,  nessuno  aveva  finora  mani- 
festato avviso,  che  col  mio  parere  fosse  di  accordo,  ho  reputato  utile  di  non  frapporre 
indugio  nel  comunicare  questa  Nota,  la  quale  serve  a  meglio  dichiarare  alcune  delle 
cose,  che  in  questi  fascicoli  furono  inserite. 

L'oggetto  di  cui  io  parlo,  descritto  come  un  candelabro,  fu  rinvenuto  fra  il  2."> 
ed  il  27  di  maggio,  in  un  ipogeo  etrusco  nella  necropoli  del  Frontone,  come  è  minu- 
tamente dichiarato  nel  giornale  (Notizie,  1.  e).  In  una  zona  di  sepolcri  depredati,  quasi 
stri  limite  della  strada  rotabile,  si  scopri  una  tomba  a  camera  con  volta  franata; 
dove,  in  mezzo  alla  terra,  che  dentro  erasi  accumulata  per  la  rovina,  si  recupe- 
rarono vari  oggetti  della  suppellettile  funebre;  cioè  un  bellissimo  olmo  di  bronzo; 
due  gambali  e  numerosi  resti  di  una  corazza  ;  un  punteruolo  di  lancia  pure  di  bronzo, 
ed  un  orcio  dello  stesso  metallo  ;  inoltre  alcune  lancie  di  ferro  ossidato  ;  resti  di  va- 
setti fittili  ordinari;  e  frammenti  di  un  vaso  dipinto;  i  quali  essendo  stati  riuniti, 
dopo  che  il  giornale  del  prof.  Carattoli  fu  scritto,  servirono  a  ricomporre  un  bellis- 
simo oxybaphon  a  figure  rosse  in  fondo  nero,  di  stile  severo,  e  rappresentante  divinità 
dell'Olimpo.  Vi  era  stato  apposto  un  coperchio  di  lamina  di  bronzo;  nel  cui  centro 
sorge  una  figurina,  da  competere  per  arte  con  quelle  che  formano  i  manici  più  ele- 
ganti delle  maravigliose  ciste  prenestine.  Ha  la  patera  nella  mano  destra.  Sull'orlo 
poi  di  tale  coperchio,  collocate  ad  uguale  distanza,  stanno  tre  figurine  muliebri,  ima 
delle  quali  alata,  ma  condotte  assai  rozzamente,  ed  un  cane  eseguito  con  rozzezza 
anche  maggiore. 

Pare  che  con  quest'uomo  d'arme  fosse  stato  seppellito  anche  il  cavallo  ;  così  poten- 
dosi argomentare  dai  denti  equini,  che  nel  giornale  si  dice  fossero  stati  scoperti  nella 
corsia  di  entrata;  dove  tutto  fa  supporre,  che  i  resti  dello  scheletro  dell'animale  an- 
dassero confusi  tra  le  terre  che  si  sgombrarono. 

Ma  checche  sia  di  ciò,  importa  notare,  che  il  corredo  funebre  di  quel  guerriero 
non  consisteva  nei  soli  oggetti  sopra  accennati  ;  ma  andava  unito  ad  essi  anche 
quello  che  porge  materia  alla  mia  Nota.  Si  compone  di  vari  pezzi,  che  non  tutti  fu- 
rono citati  nel  rapporto  già  edito.  Quivi  si  parla  di  «  un'  asta  di  bronzo  appartenente 
ad  un  candelabro ,  alto  m.  1,60,  posato  su  base  circolare,  del  diametro  di  m.  0,36, 
sostenuta  da  tre  piedi  semplici,  e  che  termina  superiormente  in  un  puntale  mobile, 
sormontato  da  un  fanciullo  pure  di  bronzo,  a  tutto  rilievo  con  gamba  e  braccio  destro 
elevati,  in  atto  di  danzare,  dell'altezza  di  va.  0,14  circa  ». 

Ora  l'arnese  qui  indicato,  si  completa  con  altri  pezzi  scoperti  insieme  a  quelli 
sopra  descritti  ;  ai  quali  poscia  vennero  riuniti,  ed  ai  quali  assolutamente  appartengono, 
come  si  verrà  qui  dimostrando. 

Vi  è  un  largo  piatto  di  lamina  di  bronzo,  in  forma  di  coppa,  un  poco  danneg- 
giato, con  buco  nel  centro,  attraverso  il  quale  passa  la  lunga  asta;  ed  un  piccolo 
disco  piano,  del  diametro  di  rum.  95,  o  poco  meno.  Merita  di  essere  ricordato  anche  un 
altro  pezzo,  cioè  un  anelletto  di  bronzo  che  scorre  sull'asta;  il  diametro  della  quale  va 
gradatamente  restringendosi  in  modo,  da  farla  rassomigliare  ad  un  bastone  di  frusta.  Sopra 
il  detto  anello  riposa  il  largo  piatto  o  bacino,  il  cui  foro  centrale,  per  dove  passa  l'asta, 
ha  un  diametro  maggiore  del  diametro  interno,  e  minoro  del  diametro  esterno  dell'anello 
medesimo. 


—  316  — 

Benché  nessun  argomento  vi  possa  essere  a  prima  vista,  per  dubitare  che  trattisi 
di  un  puro  e  semplice  candelabro,  pure  se  si  considera  poi  attentamente,  non  si  può 
comprendere  in  che  maniera  mai  questo  candelabro  si  potesse  adoperare. 

Si  abbia  una  base  di  bronzo,  sostenuta,  a  guisa  di  una  cista,  da  tre  piedini; 
in  mezzo  alla  quale  sia  superiormente  fermato  nel  centro  un  imbuto  o  cannello  di  bronzo; 
ed  in  questo  si  conficchi  una  lunga  asta,  di  lamina  enea,  restringentesi  gradatamente 
verso  la  sommità,  ed  alta  quanto  è  alto  un  uomo  di  statura  ordinaria  ;  fermandola  con 
un  chiodetto  trasversale  attraverso  il  buco  praticato  nel  cannello  esterno,  e  rispondente 
ad  altro  buco  nella  parte  inferiore  dell'asta,  che  rimane  nascosta.  Si  faccia  scendere 
nell'asta  medesima,  così  piantata  a  perpendicolo,  un  anello  mobile,  che  si  fermi  verso 
il  basso  od  a  metà,  ossia  nel  punto,  ove  il  diametro  dell'  asta  diventa  maggiore  del 
diametro  interno  dell'anello;  quindi  si  prenda  un  largo  piatto  o  bacino  di  lamina, 
con  un  foro  nel  centro,  e  si  introduca  anche  questo  dall'alto  nell'asta,  in  modo  che 
venga  a  riposare  ove  l'ostacolo  dell'anello  gli  si  oppone.  Si  consideri  finalmente,  che  la 
detta  asta  finisca  al  di  sopra  in  una  punta  non  acuta  ;  che  questa  poi  si  perda,  combacian- 
dovi perfettamente,  entro  un  cannellino  che  vi  si  ponga,  dopo  aver  fatto  entrare  nell'asta 
e  l'anello  ed  il  piatto  ;  e  che  il  detto  cannellino ,  simile  alla  parte  superiore  di  una 
colonnetta,  sostenga  nel  capitello  o  dado  una  figurina,  non  già  in  atto  di  danzare  , 
come  fu  creduto,  ma  in  movimento  di  portare  più  alto  che  sia  possibile  il  braccio  e 
la  mano  destra,  o  meglio  un  oggetto  che  nella  mano  solleva. 

Che  tutta  questa  compagine  non  avesse  potuto  servire  per  un  lume,  si  rileva 
nettamente  da  ciò,  che  nessun  segno  vi  si  scorge  di  quello  che  per  un  lume  sarebbesi 
richiesto.  Non  avrebbe  potuto  esservi  messa  una  candela,  come  quelle  rappresentate 
nei  candelabri  dipinti  sulle  pareti  delle  tombe  etnische;  perocché  mancava  il  chiodo 
in  cui  conficcarla  ;  e  non  si  riconoscono  indizi  del  sito,  in  cui  questo  chiodo  doveva 
esser  posto.  Né  avrebbe  potuto  servire  da  chiodo  1'  oggetto  che  è  nella  mano  della 
figurina,  e  che  la  figurina  leva  in  alto,  pel  motivo  semplicissimo,  che  tale  oggetto 
finisce  chiaramente  a  punta  smussata,  e  rappresenta  un  rhyton  capovolto,  come  dirò 
appresso. 

Altro  sito  poi  non  avrebbe  potuto  esserci  per  mettere  ima  candela  ;  che  assoluta- 
mente non  avrebbe  potuto  collocarsi  nel  piatto  centrale,  terminando  esso  nettamente 
negli  orli  a  superficie  liscia ,  senza  punte.  Molto  meno  avrebbe  potuto  esserci  luogo 
per  un  lume  sospeso  o  posato  ;  senza  dire  che  contrasta  al  concetto  di  candelabro  il  lavoro 
sottile  e  leggero,  come  quello  condotto  a  lamina  semplice  e  vuota;  mentre  per  il  bi- 
sogno di  solido  appoggio,  e  tale  da  resistere  agli  urti  continui  della  vita  domestica, 
meglio  conveniva  il  pezzo  formato  di  un  solo  getto  e  fuso,  nel  modo  cioè  con  cui  i 
candelabri  generalmente  sono  fatti. 

Ma  poi,  dato  pure  che  una  candela  od  una  face  avesse  potuto  conficcarsi  sulla 
punta  dell'oggetto  sostenuto  dalla  statuetta  di  bronzo,  resterebbe  a  vedere,  in  quale 
posto  allora  avrebbe  dovuto  essere  collocato  il  piattinetto ,  di  cui  sopra  ho  parlato. 
Che  appartenga  esso  all'istrumento  di  cui  ci  occupiamo,  non  può  esser  messo  in  dubbio. 
Lo  dimostra  primieramente  il  fatto,  che  unitamente  agli  altri  pezzi  fu  raccolto;  ma 
più  che  ogni  altro  lo  dimostra  un  piccolo  incavo  praticato  nel  centro  del  piattinetto 
medesimo,  incavo  che  combacia  perfettamente  nella  punta  smussata  con  cui  termina 


—  317  — 

l'oggetto  od  il  rhyton  sostenuto  dalla  statuetta,  sulla  base  della  colonnina,  nella  sommità 
dell'asta  o  della  canna.  Collocato  il  piattinetto  sopra  questa  punta,  vi  si  mantieno 
in  perfetto  equilibrio.  Dunque,  se  era  quello  il  suo  posto,  non  è  il  caso  di  pensare  a 
candelabro,  in  nulla  convenendo  ad  un  candelabro  un  simile  apparecchio. 

A.  che  cosa  allora  serviva  questo  fusto  ,  piantato  su  di  una  base,  con  larga  coppa 
nel  centro,  e  con  piattinetto  in  bilico  nella  cima?  Non  è  difficile  la  risposta,  per  coloro 
che  abbiano  avuto  qualche  familiarità  collo  studio  dei  vasi  greci.  Trattasi  del  giuoco 
greco  del  Kóttabos,  di  cui  tante  volte  furono  disegnate  le  scene  nelle  pitture  vasculari, 
e  di  cui  si  fa  continuo  ricordo  nei  comici  antichi  ed  in  altri  autori  greci. 

Intorno  a  questo  giuoco  scrissero  recentemente  i  chh.  Jahn  ed  Heydemann  ;  il 
primo  nel  Philologus  (XXVI,  2,  p.  201.  sq.),  il  secondo  negli  Annali  dell' List  Itulo 
(1868,  p.  217;  cfr.  Man.  Vili,  tav.  LI). 

Né  voglio  io  ripetere  ciò  che  nelle  predette  memorie  si  legge  ;  alle  quali  può 
ricorrere  chiunque  ampiamente  desideri  occuparsi  del  tema.  Mi  basti  il  dire,  che  così 
quegli  autori,  come  gli  altri  che  ne  toccarono  ne  dissero,  illustrando  le  sole  fonti 
archeologiche  conosciute,  cioè  i  vasi  dipinti  ;  perocché  fino  ad  oggi,  nessun  istrumento 
originale  di  questo  giuoco  era  noto  agli  studiosi,  e  quello  di  cui  qui  è  parola,  è  il 
primo  che  viene  fuori;  laonde  il  pregio  suo  è  altissimo,  massime  poi  se  si  riflette 
che  ci  fa  comprendere  molte  particolarità,  le  quali  dalle  semplici  pitture  vasculari  non 
era  dato  di  comprendere  a  pieno. 

Ripetono  tutti  che  il  giuoco  del  cottabo  fu  inventato  in  Sicilia,  donde  passò  poi 
in  Grecia,  e  vi  diventò  di  moda,  fra  la  gente  abituata  alla  vita  elegante  di  Atene, 
nel  V.  secolo  avanti  l'era  volgare,  cioè  nel  periodo  della  maggiore  floridezza  greca  ; 
e  che,  come  cosa  di  moda,  subì  anch'esso  le  vicende  del  fanatismo  e  dell'abbandono, 
essendo  decaduto  col  decadere  di  quell'età  felicissima.  In  fatti,  mentre  gli  scrittori 
dell'antica  commedia  e  della  commedia  di  mezzo  ne  parlano,  come  di  un  costume  della 
vita  di  allora,  solo  per  reminiscenza  ne  toccano  gli  scrittori  della  commedia  nuova  ; 
né  vi  è  passo  alcuno  degli  autori  latini  che  provi  con  certezza,  che  dai  Romani  il 
nostro  giuoco  fosse  stato  conosciuto  ed  usato  (cfr.  Jahn,  1.  e.  p.  220).  Il  che,  se  è 
vero,  non  sarà  per  questo  men  vero  ciò  che  prima  di  adesso  era  del  tutto  sconosciuto, 
vale  a  dire,  che  se  non  presso  i  Romani,  fosse  stato  presso  gli  Etruschi  il  giuoco  greco 
del  cottabo  e  noto  ed  esercitato. 

E  se  per  quanto  concerne  l'età,  nulla  contrasterebbe  a  ciò  che  sopra  si  è  riferito,  tutto 
portandoci  ad  ammettere  che  la  suppellettile  funebre  di  quella  tomba,  in  cui  il  bronzo 
nostro  si  conservava,  massime  se  si  considera  il  vaso  dipinto,  sia  da  riferire  al  V. 
secolo  prima  di  Cristo,  cioè  a  quel  tempo  appunto  in  cui  il  giuoco  del  cottabo  fu 
maggiormente  in  voga  ;  non  mancherebbero  pure  alcuni  argomenti  per  farci  ammettere 
la  probabilità,  che  il  giuoco  medesimo  non  avesse  avuto  fine  in  Italia  nel  tempo  stesso. 
in  cui  nella  Grecia  cadde  in  abbandono.  Ma  intorno  a  ciò  non  è  qui  il  luogo  di  dire. 

Assai  confuse  sono  le  opinioni  dei  dotti  circa  le  varie  maniere,  con  le  quali 
questo  giuoco  si  praticava.  Vi  fu  chi  dalle  fonti  classiche  credè  di  poter  dedurre,  che 
queste  maniere  fossero  nove  (Groddeck,  antiq.  Versa-che  1800,  p.  1(33-238);  altri  in- 
vece concluse  esser  tutte  queste  non  altro,  che  modificazioni  di  due  principali  forme 
(Becker,  Char.  1,  476).  In  generale  si  distinsero  tre  maniere. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Sor.  4a,  Voi.  II.  40 


La  prima  e  più  semplice  eia  quella  di  segnare  sul  pavimento  un  punto,  ove  il 
giuocatore,  dopo  aver  fatto  sull'indice  destro  roteare  la  fiala  con  entro  il  resto  del 
vino,  doveva  andare  a  colpire  col  poco  liquore,  che  nel  vaso  potorio  era  stato  lasciato. 
Il  cogliere  nel  segno  portava  il  premio. 

La  seconda  forma  consisteva  nel  porre  sul  pavimento  un  vaso,  in  cui  il  liquore 
doveva  entrare  per  il  colpo  del  giuocatore  ;  ovvero  per  accrescere  la  difficoltà,  nel 
collocare  a  terra  un  bacino  pieno  di  acqua,  entro  cui  galleggiassero  delle  scodellette 
vuote  {ò^i§a(p«,  quindi  6  xórza^og  Si  ò^v§à(pav),  scodellette  che  riempiute  col  vino 
lanciato,  dovevano  poi  andar  sommerse. 

La  terza  forma  era  quella  del  xórza^og  xazaxróg;  il  qual  nome,  come  spiega 
Ateneo  (XV,  p.  666),  veniva  da  questo  :  che  il  cottabo  poteva  essere  abbassato,  e  poi 
rialzato  (')  ;  forse  non  solo  per  pura  volontà  (cfr.  Heydemann  1.  e.  p.  233),  ma  a  se- 
conda della  statura  dei  giuocatori. 

Si  prendeva  un  fusto,  come  quello  di  un  candelabro  (Jgd^dog  xozTafìixrì),  pian- 
tato a  perpendicolo,  e  passante  nel  centro  di  un  bacino  di  bronzo  (Xsxdvrj),  che  non 
scendeva  generalmente  oltre  la  metà  del  fusto  medesimo.  In  cima  al  fusto  si  collocava, 
così  che  vi  rimanesse  in  bilico,  im  piattinetto  come  di  bilancia  (nkàaziy^),  sopra 
cui  si  posavano  alcuni  piccoli  oggetti,  che  vi  si  mantenessero  in  equilibrio;  oggetti 
che  dovevano  poi  essere  colpiti  dal  vino  lanciato,  e  che  cadendo  sul  bacino  sotto- 
posto, dovevano  suscitarvi  un  sunno. 

Vuol  dire  che  non  poteva  essere  detcrminata  un'altezza  costante,  in  cui  la  mira 
do\  èva  andare  a  colpire,  ed  a  cui  la  cima  del  bastone  coli' oggetto  da  colpire  doveva  essere 
sollevata  ;  ciò  che  avrebbe  prodotto  troppo  svantaggio  di  alcuni  a  vantaggio  di  altri,  a 
seconda  della  statura,  se  il  colpo  doveva  essere  dato  come  di  fionda,  in  linea  orizzon- 
tale, ma  poteva  all'occorrenza  essere  riabbassato  il  bastone,  facendone  penetrare  una 
maggior  parte,  inferiormente  nel  cannello  della  base,  óve  il  bastone  era  piantato,  come 
si  vede  nell'esemplare  ora  riapparso. 

È  chiaro  adunque  che  il  nostro  piattinetto,  che  ad  un  candelabro  non  avrebbe 
potuto  mai  convenire,  che  si  mantiene  in  bilico  perfettissimo  sulla  parte  più  alta  del 
nostro  bastone,  sia  il  vero  piatto  cottabico  (nXdariy^)  ;  dove  è  da  notare  im  piccolo 
buco,  che  ben  poteva  servire  per  sospendervi  qualche  gingillo  od  altro,  il  quale 
facendo  prima  da  contrappeso,  traboccasse  poscia  con  tutto  il  piccolo  disco,  allorché 
l'oggettino  posato  sul  punto  opposto  a  tale  buco  sopra  il  disco  stesso,  e  destinato  ad 
essere  la  meta  od  il  bersaglio,  per  l'urto  del  vino  venisse  a  precipitare. 

Perocché  io  sono  di  avviso,  che  la  meta  od  il  punto  del  bersaglio  non  consistesse 
in  questo  semplice  disco,  che  avrebbe  offerta  troppo  poca  superficie,  o  troppo  lieve 
ostacolo  al  giuocatore,  se  posto  all'altezza  di  un  uomo,  e  presentandosi  in  semplice 
linea  trasversale,  avesse  dovuto  esser  colpito  come  il  taglio  di  una  lama.  E  se  vuoisi 
ammetterò  che  il  vino  vi  si  dovesse  avventare,  non  già  dopo  avergli  dato  il  movi- 
mento centrifugo,  roteando  la  patera  sull'indice  della  destra,  ma  col  movimento  pa- 
rabolico, che  nasceva  per  1'  uso  del  rhyton,    ed   in  modo    che    dovesse    cadere    sulla 

(')  Siimi.  Alisi.  Pac.  1242:  xtttaxtoi  <i'è  ixh'jfttjota1  <hiò  roti  xaràytiv,  xcù  av  niihv  ùvàyeiv, 
lòv  xÓTTufioy. 


—  310  — 

superficie  del  piccolo  disco,  i  già  colpire  i!  disco  nel  taglio;  rimane  sempre  questo, 

che  per  quanto  sonoro  sia  stato  il  bacino  di  bronzo  sottoposto,  non  vi  si  sarebbe  mai 
prodotto  un  suono  di  qualche  effetto,  per  la  caduta  semplice  di  una  piccola  lamina, 
come  è  il  disco  di  cui  ci  occupiamo. 

E  so  ciò  non  è  in  assoluta  armonia  con  quanto  le  rappresentanze  dei  rasi  fittili 
ci  insegnano,  lascio  che  altri  possa  meglio  dimostrare;  e  così  non  insisto  sopra  argo- 
menti minori,  che  la  materia  consiglierebbe  di  svolgere.  Uno  tuttavolta  merita,  so 
non  altro,  di  essere  accennato. 

Secondo  alcuni  passi  di  autori,  la  laminetta  per  il  bilico  non  sarebbe  stata  un 
piccolo  piatto  di  bilancia  puro  e  semplice,  come  è  il  nostro,  e  come  è  quello  che  vedesi 
in  alcune  pitture  vasculari  (Ann.  1886,  tav.  d' agg.  B);  ma  una  piccola  tavoletta 
(7tivaxfoMov),  che  sarebbe  stata  posta  in  bilico,  e  che  sarebbe  poi  caduta  per  l'urto 
del  vino  che  vi  colpiva  (Antiphanes,  'A<jq.  yov.  1.  Ili,  p.  29).  Anzi  qualche  scrittore  mo- 
derno accennerebbe  quasi  a  credere,  che  la  cosa  fosse  stata  sempre  così  ;  affermando 
che  alla  tavoletta  fosse  stato  dato  metaforicamente  il  nome  di  bilancia  (cfr.  Hey- 
demann,  1.  e.  p.  223).  Alla  quale  opinione  non  potendo  stare,  bisognerebbe  per  lo 
meno  ammettere,  che  in  un  dato  tempo  fosse  stata  denominata  bilancia  cottabica 
un  oggetto,  che  nel  cottabo  aveva  sostituito  il  disco  originario  ;  vale  a  dire  quello 
di  cui  il  nostro  piccolo  disco  ci  porge  l'esempio.  Se  non  che,  non  si  potrebbe  ugual- 
mente concludere,  che  tale  innovazione  avesse  prodotto  l'abbandono  della  forma  pri- 
mitiva, essendoci  prove  che  ambedue  i  modi  contemporaneamente  si  usarono;  e  ciò 
meglio  si  dimostra  da  quello  che  segue. 

Ho  detto  di  sopra,  che  il  bronzo  scoperto  lo  scorso  maggio  nella  necropoli  di 
Perugia  sia  il  primo  istrumento  del  giuoco  del  cottabo,  che  in  originale  si  sia  co- 
nosciuto. Devo  ora  aggiungere,  che  esso  non  è  il  solo  che  sia  stato  finora  ritrovato, 
altri  essendone  tornati  all'aperto  nello  stesso  territorio  perugino,  i  quali  o  furono 
considerati  come  semplici  candelabri,  essendo  privi  di  alcuni  dei  pezzi  accessori,  ov- 
vero si  possono  ora  riconoscere  per  alcuni  di  questi  pezzi,  che  nel  Museo  si  conservano. 

Pare  che  tutti  provengano  dalla  stessa  necropoli  del  Frontone,  e  che  fossero  stati 
scoperti  allorquando  nell'anno  1840  si  apriva  la  strada  rotabile,  nel  punto  limitrofo 
alla  camera  sepolcrale,  in  cui  il  nostro  cottabo  recentemente  fu  trovato. 

Abbiamo  un  bastone  cottabico,  con  propria  base,  come  il  nuovo  scoperto,  sor- 
montato da  colonnetta  con  sopra  la  piccola  figurina  di  bronzo,  colla  mano  in  alto 
protesa,  come  la  nostra;  bastone  che  è  segnato  nell'inventario  del  Museo  col  n.  1712  ('). 

Non  si  sa  quale  sia  stata  la  sorte  e  del  bacino  centrale,  e  del  pezzo  da  collocare 
in  bilico  sulla  cima.  Certo  è  nondimeno,  che  questo  pezzo  per  il  bilico  non  avrebbe 
potuto  quivi  avere  la  forma  del  disco,  come  quello  che  ho  descritto;  o  per  lo  meno 
non  avrebbe  potuto  essere  collocato  immediatamente  in  bilico,  sulla  punta  dell'oggetto 
levato  in  alto  dalla  figurina.  Si  dimostra  da  questo,  che  la  figurina,  la  quale  in  modo 
assai  elegante  solleva  più  alto  che  può  il  braccio,  che  doveva  sostenere  la  meta,  sia 


(')  Credo  che  sia  quello  che  è  ricordato  dal  Vermiglioli,  nella  Memoria  sulla  tomba  dei  Vo- 
lumii,  e  che  dicesi  scoperto  in  occasione  dei  lavori  stradali,  presso  la  necropoli  perugina  (cfr.  Cone 
stabile,  Mon.  d.  Perugia  Etr.  e  Rom.  II.  p.  54). 


—  320  — 

per  accrescere  la  difficoltà  a  chi  doveva  colpire,  sia  per  quel  movimento  naturale,  onde 
la  persona  che  porge  il  bersaglio  fa  di  tutto  per  sottrarre  sé  medesima  al  pericolo  di 
essere  colpita ,  non  spinga ,  come  sostegno  di  questo  bersaglio,  un  oggetto  terminante 
a  punta,  nel  modo  che  si  è  visto  nell'esemplare  descritto  ;  ma  un  oggetto  che  termina 
a  piccola  superficie  piana.  Eappresenta  questo  anche  un  rhyton ,  ma  rivolto  in  alto 
dalla  parte  della  bocca;  mentre  nel  primo  esemplare  la  figurina  stringe  un  rhyton, 
rivolto  dalla  parte  del  piede.  Che  ben  convenisse  questo  vaso,  che  è  di  convito,  ad 
un  giuoco  in  cui  il  rhyton  era  pure  adoperato,  e  che  per  ogni  riguardo  aveva  carat- 
tere simposiaco,  non  è  chi  non  vegga.  Questo  oggetto  o  rhyton  adunque  della  seconda 
figurina  o  del  secondo  cottabo,  non  presenta  nella  parte  più  culminante  un  punto  o 
perno  per  il  perfetto  bilico;  ma  una  superficie  piana  di  pochi  millimetri,  sopra  la 
quale  poteva  collocarsi  una  tavoletta,  che  alla  sua  volta  portasse  poi  uno,  o  meglio  due 
oggetti,  un  piccolo  listello  in  somma,  che  situato  nel  centro,  sostenesse  nelle  estre- 
mità due  oggettini;  poiché  sarebbe  bastato,  che  col  vino  lanciato  fosse  stato  colto 
im  solo  di  questi,  acciò  ambedue  gli  oggettini  posati  a  bilancia,  col  listello  o  tavo- 
letta di  sostegno,  precipitassero  giù  nel  bacino  sottoposto,  producendo  il  fatidico  suono. 

Nella  stessa  guisa  doveva  esser  formato  un  terzo  cottabo,  di  cui  si  conserva 
solo  una  tìgiuina  muliebre  colla  relativa  base,  da  essere  collocata  nella  sommità  del 
bastone  cottabico;  la  quale  statuetta,  segnata  nell'inventario  col  n.  1877,  è  la  più 
elegante  di  tutte,  ed  è  della  migliore  conservazione. 

Nella  guisa  stessa  finalmente  doveva  esser  fatto  un  quarto  cottabo,  di  cui 
esiste  pure  la  figurina  superiore,  che  è  nella  raccolta  del  compianto  Guardabassi. 
nel  Museo  stesso  perugino. 

Parrebbe  di  dover  concludere  rallegrandosi  con  la  buona  fortuna,  che  ha  voluto 
dotare  Perugia  di  una  serie  così  copiosa  di  oggetti  rarissimi,  i  quali  non  solo  val- 
gono a  provare  col  loro  numero,  che  il  giuoco  del  cottabo  fu  molto  usitato  in  Etruria , 
del  che  mancavano  documenti  ;  ma  che  fanno  pensare  a  qualche  altro  tema,  per  cui  il 
pregio  loro  non  poco  si  accrescerebbe. 

Parlando  della  terza  forma  del  cottabo,  mi  son  trattenuto  a  dire  di  quel  modo 
più  semplice,  con  cui  gli  autori  la  descrivono,  che  trova  riscontro  nelle  pitture  vascu- 
lari,  ed  a  cui  assai  bene  l'istrumento  nostro  conviene.  Ma  vi  era  im  altro  modo  più  com- 
plicato; quello  che  il  eh.  Heydemann  chiama  xvtxafìog  xaraxróg  col  Manes  {Ann.  1.  e. 
p.  223) ,  intorno  al  quale  argomento  gli  scrittori  si  mostrano  nel  massimo  disaccordo. 
Alenai  anzi  pare,  che  non  ammettano  vi  possa  esser  stato  un  xótxafiog  xazaxvóg 
senza  Manes,  o  della  maniera  semplice  che  si  è  detto. 

Giusta  il  parere  di  costoro,  oltre  le  prime  due  forme  del  giuoco,  la  terza  forma 
sarebbe  stata  questa.  Piantare  sul  suolo  una  canna  di  legno  perpendicolarmente,  ed 
in  cima  di  essa  collocare  un  altro  pezzo  di  legno  orizzontale.  Alle  due  estre- 
mità di  questa  traversa,  sospendere  due  piatti;  e  sotto  ciascuno  di  questi  piatti 
collocare  in  terra  un  catino  pieno  d'acqua,  dentro  cui  sorgesse  una  statuetta 
di  bronzo  dorato,  che  si  chiamava  Màvyg .  Sembra  che  il  legno  trasversale 
dovesse  rimanere  in  bilico;  perocché  il  giuoco  sarebbe  stato  fatto  in  questa  guisa. 
Il  giuocatore  avrebbe  dovuto  lanciare  il  vino,  in  modo  da  farlo  cadere  entro  uno 
dei  piatti  sospesi    alle  estremità  della  traversa  superiore;   e   fare   che   pel   peso   di 


—  321  — 

questo  vino  medesimo,  raccoltovi  dopo  molte  gettate,  il  piatto,  mancato  l'equilibrio, 
venisse  a  cadere  ;  e  cadendo  andasse  a  colpire  sulla  testa  la  statuetta  di  bronzo  o  di 
rame  entro  il  bacino  sottoposto;  e  così  la  buttasse  giù  entro  l'acqua  del  bacino,  facen- 
dola  scomparire  quivi  sommersa.  Sarebbe  stata  questa  una  variazione  della  seconda 
maniera;  in  quanto  che,  invece  di  mandare  a  fondo  i  vasetti  vuoti  galleggianti,  si 
sarebbe  mandato  a  fondo  nell'acqua  il  Manes;  ed  il  premio  sarebbe  toccato  a  colui, 
che  fosse  riuscito  a  dar  nel  segno  con  minor  numero  di  colpi,  e  quindi  con  minore 
quantità  di  vino  (Smith,  Bici,  of  gr.  and  rom.  Ant.  ad  v..  p.  366). 

La  quale  spiegazione,  per  quanto  ingegnosa,  non  si  accorda  col  passo  dello  sco- 
liaste, che  ha  servito  a  farla  immaginare.  Giacché  è  precisamente  il  xórraflog  xuTaxTÓg, 
che  lo  scoliaste  vuol  descrivere,  quando  parla  del  Manes.  Il  testo  greco  in  fatti  suona 
nella  traduzione  così:  —  Il  cottabos  xaraxTÓg  era  questo.  Vi  era  come  un  candela- 
bro alto,  che  aveva  in  sé  una  certa  figurina,  che  si  chiamava  Manes,  sopra 
cui  bisognava  che  cadesse  il  piatto  del  bilico,  buttato  giù  per  il  colpo  del  vino  (').  — 
Non  vi  è  nessun  accenno  a  bacino  sottoposto,  in  cui  il  Manes  avesse  dovuto  essere 
collocato,  dicendosi  chiaramente  che  doveva  questo  essere  nel  candelabro  medesimo 
(iv  turilo),  e  formare  parte  integrale  di  esso. 

Parve  nondimeno  che  tutto  potesse  conciliarsi,  supponendo  una  variazione  nel- 
l'uso del  Manes,  variazione  che  al  giudizio  di  chi  scrisse  nello  Smith  (1.  e),  veniva 
poi  a  costituire  il  vero  e  proprio  xórrafiog  xaraxTÓg. 

Questo  sarebbe  stato,  allorché  ciò  che  si  chiamava  Manes,  o  la  statuetta,  non 
si  fosse  collocata  entro  i  bacini  sottoposti,  ma  sopra  una  colonnetta  a  guisa  di  can- 
delabro; ed  in  modo  che  il  piatto,  sospeso  sopra  di  questo  Manes,  colpito  poi  dal 
vino,  ricadesse  sul  Manes,  e  da  questo  quindi  andasse  a  precipitare  nel  sottoposto  ba- 
cino ripieno  d'acqua  ;  ove  per  tale  caduta  sarebbesi  suscitato  un  suono,  ed  a  seconda 
che  questo  suono  fosse  stato  maggiore,  sarebbesi  dato  il  premio. 

Se  non  che,  non  si  riesce  a  concepire  come  il  meccanismo  avesse  potuto  essere  com- 
posto. Perocché  a  voler  tutto  ammettere,  occorrerebbe  pure  di  necessità  ritenere,  che 
ci  fosse  anche  ima  pertica,  sostenente  sulla  cima  una  traversa  per  il  bilico  dei  due 
dischi  ;  e  che  sotto  ciascuno  di  questi  due  dischi,  o  sotto  imo  per  lo  meno,  fosse  col- 
locato in  terra  un  largo  bacino  di  rame  pieno  di  acqua  ;  e  che  dentro  questo  bacino 
fosse  poi  messo  il  candelabro  col  Manes,  ad  immediato  perpendicolo  del  piatto  in 
bilico,  acciò  la  caduta  di  tal  piatto  urtasse  il  Manes  sulla  cima  del  candelabro,  in  modo 
da  farlo  andar  giù  entro  il  bacino  sottostante. 

Ma  a  parte,  che  nessuna  rappresentanza  siasi  avuta  che  accenni  a  meccanismo 
così  complicato,  si  oppone  primieramente  questo,  che  non  si  comprende  come  il  premio 
dovesse  essere  concesso  a  chi  suscitava  dal  bacino  un  maggior  suono.  Bisognerebbe 
cominciare  dallo  escludere  l'acqua  nel  sottoposto  bacino,  affinchè  si  ottenesse  un  suono  di 
qualche  efficacia,  essendo  chiaro  a  tutti,  che  piccolissimo  rumore  si  produrrebbe  per 
la  caduta  di  un  grave  in  un  recipiente  di  me'.allo,  quante  volte  fosse  questo  ripieno 
di  liquido,  che  impedisce  la  scossa,  e  quindi  il  suscitarsi  delle  onde  sonore. 

(')  Schol.  ad  Lucicm.  Lexiph.  ó  uiv  xurttxzò;  roioìzog  •  tjv  ri  olovcì  Av%vlov  vipqlòv,  t/ov  iv 
eavrù  TTQÓaionói'  ri.  o  ixu'Asho  tu«i'»;c.  icp'ov  tifci  neocn'  zrjv  xata^aì.'AofiÉvrjv  n'Adori  yyet. 


—  322  — 

Nondimeno  vi  è  qualche  cosa  di  più,  che  ci  obbliga  a  non  accogliere  una  spie- 
gazione simile.  Dice  Ateneo  (XV,  p.  667  D;  Schol.  Arist.  Pac,  1244):  Il  cottabo 
che  si  chiama  xcaaxróg  era  fatto  così:  vi  era  im  candelabro  alto,  portante  quello 
che  si  chiamava  Manes  ;  sulla  quale  figurina  doveva  andare  a  cadere  il  piatto  in  bi- 
lico colpito  col  vino,  e  donde  ricadeva  nel  sottostante  bacino  (')• 

Le  quali  parole  non  pare  possano  lasciare  incertezza,  intorno  a  ciò  che  doveva 
cadere  nel  bacino,  parlandosi  del  piatto  in  bilico  e  non  del  Manes.  Inoltre,  per  un 
giuoco  simile  non  si  sarebbe  richiesto  che  un  sostegno  solo  ;  non  già  i  due  che  per  lo 
meno  sarebbero  stati  necessari,  secondo  la  spiegazione  prima  riferita  ;  per  la  quale  è 
bene  ricordarlo,  non  ci  vuole  soltanto  il  fusto  per  reggere  la  mèta  che  doveva  essere 
colpita  dal  vino,  ma  il  sostegno  dell'altro  bersaglio,  su  cui  questa  mèta,  toccata  dal 
colpo,  dovesse  subito  andare  a  cadere.  E  questo  secondo  sostegno,  né  le  rapresentazioni 
dei  vasi  giammai  recano,  né  le  fonti  classiche  ci  autorizzano  ad  ammettere. 

Forse  a  voler  uscire  dall'  intricato  ginepraio,  in  cui  spinge  la  incerta  guida  degli 
scoliasti  di  Aristofane  e  di  Luciano,  e  procedere  con  quella  riserva,  che  altri  man- 
tennero in  un  tema  così  difficile,  dovremmo  starcene  ad  ima  divisione  generale  ;  vale 
a  dire  ammettere,  che  il  cottabo  della  terza  forma  fosse  stato  di  due  maniere,  quello 
semplice  ossia  senza  statuetta,  e  quello  colla  figurina  o  col  Manes.  Che  in  fatti  si 
facesse  il  giuoco  senza  la  figurina,  lo  mostrano  chiaramente  le  rappresentanze  vascu- 
lari,  ove  non  è  mai  apparso  che  il  piatto  in  bilico  fosse  altrove  collocato,  che  sulla 
punta  dell'asta  o  del  bastone  cottabico,  senza  altra  aggiunta  od  intermediario  di  sorta. 

Allorché  il  piatto  in  bilico,  anzi  che  sulla  nuda  punta  dell'asta,  si  collocava 
sulla  mano  della  statuetta,  piantata  in  questa  punta,  si  aveva  il  cottabo  col  Manes. 
Il  che  per  altro  non  significa,  che  la  statuetta  o  Manes  dovesse  cadere.  Gli  autori 
citati  si  prestano  benissimo  per  farci  ammettere,  che  dovesse  rimanere  ferma.  E  poi 
lo  stesso  eh.  Heydemann  riporta  quel  passo  di  Nonno  (Dionys.  XXXIII,  64),  in  cui 
il  giuocatore  colpisce  la  statuetta  nel  viso,  senza  che  questa  trabocchi. 

Ma  vi  è  di  più  ;  il  medesimo  dotto  autore  mostra  nettamente  il  suo  parere,  che 
il  Manes  non  sempre  dovesse  precipitare.  Secondo  l'avviso  di  lui  {Ann.  1.  e.  p.  230), 
questo  giuoco  col  Manes  si  faceva  in  due  maniere  ;  in  una  alquanto  complicata,  ed  in 
un'altra  complicatissima. 

La  prima  è  facile  ad  intendere.  In  cima  alla  pertica  cottabica,  invece  della  tavoletta 
o  del  piatto  in  bilico,  si  poneva  la  figurina  o  Manes,  la  cui  testa  il  giuocatore  doveva 
colpire  col  vino,  che  doveva  riversarsi  poi  con  rumore  nel  bacile  sottoposto.  Per  questo 
insulto  a  cui  era  esposta,  si  dava  a  quella   figurina  il  comunissimo  nome  servile. 

La  seconda  poi  era  quando  vi  erano  ed  il  Manes  ed  il  piatto  in  bilico  ;  o  vi 
erano  altre  complicazioni  difficili  ad  immaginare. 

Veramente,  non  parrebbe  che  questa  figurina  fosse  chiamata  Manes,  per  il  fatto 
di  questo  continuo  insulto,  a  cui  doveva  rimanere  esposta,  essendole  gettato  in  faccia  il 
liquido,  che  qualche  volta  il  giuocatore  avrebbe  potuto  lanciare  anche  dalla  bocca; 
perocché  mi  sembra  che  il  nome  servile  derivasse  per  lo  appuuto  dall'ufficio  servile  a 

(')  TÒ  de  xu'/.ov[ievov  xuiuxxòv  xoriajisìoi'  roiiìvióv  iati  '  Xv^viov  iati)'  v\prj%óv,  t/'"'  r'"'  ,««»'»/>' 
xaXovfisvoy,  ètp'oy  zqy  xcaa^aXkojxévìjv  edti  niaeìv  nXàanyyct  nhjytTactv  r<ò  xoTtaflu),  htev&sv 
(T  hunitv  elf  Xsxavqv  vnoxeiuévrjv. 


—  32o  — 

cui  Li  figurina  era  destinata,  ufficio  cioè  di  portare  il  bersaglio.  Vuol  dire  che  col  tempo 
alla  figura  di  un  servo,  sostituirono  una  figura  elegante,  come  la  figura  di  Ebe,  che  il 
eh.  Heydemaim  giustamente  ricorda,  citando  il  passo  di  Nonno,  e  come  le  belle  che 
nei  cottabi  perugini  si  osservano,  una  delle  quali  mostra  il  concorso  di  tutta  la  potenza 
dell'arte,  per  rendere  elegante  l'istrumento  del  giuoco,  in  cui  la  gente  elegante  molto 
si  esercitava. 

Tuttavolta,  non  insistendo  sopra  di  ciò,  non  credo  si  possano  ammettere  queste  due 
maniere,  e  specialmente  la  prima;  in  guisa  che  il  giuoco  fosse  formato  col  solo  Manes, 
senza  il  piccolo  piatto  in  bilico,  che  dal  Manes  fosse  sostenuto  ;  e  che  tutto  si  ridu- 
cesse a  colpire  la  figurina  nel  capo,  e  far  ricadere  nel  bacino  il  liquore  usato  per  tale 
colpo.  Mi  parrebbe  primieramente  assai  difficile,  che  si  potesse  esercitare  il  voluto 
sindacato  nel  giuoco,  quante  volte  questo  consistesse  solo  nel  colpire  col  vino  la  testa 
'  del  Manes,  per  far  ricadere  poi  il  detto  vino  nel  piatto  sottoposto  e  suscitarvi  il 
suono.  In  secondo  luogo  la  testa  del  Manes  sarebbe  stato  troppo  piccolo  ostacolo  o  schermo 
per  raccogliere  tanta  quantità  di  vino,  quanto  occorreva,  acciò  col  ripercuotersi  precipitasse 
giù  nel  piatto  e  vi  producesse  il  rumore. 

Vi  sarebbe  inoltre  un  dato  di  fatto  per  escludere  la  supposizione,  che  vi  fosse  un 
giuoco  del  cottabos  col  Manes  senza  piatto  in  bilico  ;  e  questo  si  dimostra  da  tutti  i 
bronzi  perugini,  nei  quali  le  figurine  collocate  sulla  punta  dell'  asta  cottabica,  sono 
per  rimaner  ferme  nel  momento  del  giuoco,  e  compiono  tutte  1'  ufficio  di  reggere  il 
bersaglio. 

Se  quindi  deve  concludersi,  che  il  cottabo  col  Manes  fosse  stato  di  tal  guisa,  che 
invece  di  avere  il  piattinetto  del  bilico  sulla  punta  del  bastone  cottabico,  lo  avesse  sopra 
una  statuetta  conficcata  in  questa  punta,  e  senza  bisogno  che  tale  statuetta  dovesse 
nel  colpo  del  vincitore  venire  a  cadere,  i  nostri  bronzi  ci  porterebbero  il  primo 
esempio  di  ciò;  e  per  conseguenza  il  loro  valore  non  poco  ne  crescerebbe. 

Non  pertanto,  se  tutto  questo  è  da  ammettere,  non  ne  deriva  per  conseguenza  lo 
escludere,  che  vi  sia  stata  pure  un' altra  maniera  assai  più  complicata  del  cottabo  col 
Manes  ;  e  tale  in  cui  il  Manes  fosse  stato  esso  pure  destinato  a  cadere,  colpita  la 
mèta,  nello  scaricarsi  del  giuoco. 

E  se  le  fonti  classiche  lasciano  dubbi  intorno  al  modo  con  cui  questo  mecca- 
nismo doveva  essere  composto,  parrai  che  possa  valere  ad  eliminare  ogni  dubbio  lo 
studio  di  un  altro  bronzo  perugino,  il  quale  finora  fu  erroneamente  interpretato. 

Ho  detto  in  principio,  che  quando  il  sig.  Lupattelli  si  mostrò  esitante  ad  accettare 

la  spiegazione  mia,  pel  fatto  che  ad  altri  bronzi  scoperti  nel  territorio  di  Perugia  e 

simili  al  nostro,  alcuni  dotti  autorevoli  avevano  data  spiegazione   diversa,    mi  mostrò 

la  tav.  XIV  dell'opera  del  Conestabile,  ove  è  riprodotto  nel  n.  5  un  oggetto  di  vari 

'  pezzi,  formato  questo  pure  con  ima  canna  di  bronzo,  e  con  un  piatto  intermedio. 

Ora  questo  oggetto  non  si  compone  soltanto  dell'asta  metallica,  con  un  gran  disco 
e  con  vari  dischi  minori  in  essa  infilati,  come  è  riprodotto  nella  tav.  XIV  n.  5  del- 
l'opera citata;  ma  si  compone  di  altri  pezzi,  rappresentati  nella  tav.  XV  dell'opera 
medesima  coi  numeri  1,  2,  3  ;  i  quali,  perchè  non  furono  fin  dal  principio  considerati 
nel  loro  insieme,  diedero  campo  alle  congetture  più  strane  intorno  all'uso  a  cui  aves- 
sero dovuto  servire. 


—  32-1   — 

Si  considerò  da  prima  la  sola  asta  coi  dischi;  la  qual  parte  primieramente  si 
rinvenne.  Kacconta  il  Vermiglioli,  che  nello  scavo  del  famoso  ipogeo  dei  Volunni  nel 
1840  (Conestabile,  o.  e.  p.  49,  54),  nel  grande  vestibolo  per  cui  si  passa  alla  tri- 
buna quadrata  con  le  urne  di  squisito  lavoro,  nella  parete  di  prospetto,  su  cui  si 
lesse  un'iscrizione  etnisca  mutila  (tav.  II,  n.  1),  sospesi  nella  parete  sopra  questa 
iscrizione,  o  posati  sul  suolo  ai  piedi  di  essa,  o  cadutivi,  si  trovarono  alcuni 
bronzi  spettanti  ad  un  guerriero.  Si  ebbe  un  elmo  ;  poi  due  gamberuole  di  assai 
bella  forma  ;  quindi  la  fodra  di  imo  scudo.  Si  ebbe  pure  un  bronzo  di  una  forma 
totalmente  nuova,  cioè  una  verga  metallica,  probabilmente  mancante  dell  'estremità 
superiore,  ma  con  impugnatura  da  poterla  tenere  comodamente  nella  mano.  Ad  una 
certa  distanza  della  sommità  vi  era  infilzato  un  disco  movibile,  e  al  di  sotto  del  me- 
desimo altri  dischi  di  assai  minore  diametro,  i  quali  l'un  dietro  l'altro  infilati, 
e  variamente  distanti  nella  verga  medesima,  si  muovono  quasi  tutti  con  l'agitarsi  di 
essa,  rendendo  cosi  qualche  suono  nello  scontro  che  avviene  fra  di  loro  (p.  54).  E  per 
alcune  ragioni  che  quel  dotto  espose,  credè  di  concludere  che  quivi  dovesse  riconoscersi 
un  musicale  istrurnento, 

Ma  questi  bronzi  non  furono  i  soli,  che  da  quel  punto  ritornarono  alla  luce. 
Sgombrate  dal  pavimento  le  poche  terre  che  vi  si  erano  accumulate,  vi  si  tro- 
varono altri  pezzi  di  bronzo,  il  cui  studio  non  valse  a  dissuadere  il  Vermiglioli  dalla 
opinione  prima  esposta  ;  opinione  per  altro  non  accettata  da  tutti,  avendo  altri  dotti 
mostrato  avviso,  che  in  queir istrumento  si  dovesse  riconoscere  un'  insegna  guerresca, 
ciò  che  in  maggiore  accordo  si  sarebbe  trovato  coi  resti  delle  armature,  che  unita- 
mente erano  stati  scoperti. 

Questi  nuovi  bronzi,  dice  il  Vermiglioli,  consistevano  primieramente  in  tre  gruppi 
rappresentanti  una  figura  a  testa  umana  e  piedi  leonini,  investita  da  ambo  i  lati  da  due 
sfingi  accovacciate  ;  gruppi  riuniti  poi  da  un  cerchio  metallico,  ed  intramezzati  da  un 
ornamento  di  bronzo  a  palmette.  Si  sarebbero  creduti  i  tre  piedi  o  la  parte  inferiore 
di  ima  cista  ;  ma  impediva  questa  conclusione  il  fatto,  che  nessun  altro  indizio  di  cista  si 
era  trovato  ;  e  per  contrario  gli  altri  pezzi  che  unitamente  erano  stati  raccolti,  meglio 
convenivano  ad  un  candelabro.  Vi  era  un  piccolo  cannello,  diviso  da  quattro  dischi,  che 
andava  gradatamente  restringendosi,  terminando  a  fogliami  aperti  ;  e  che  bene  avrebbe 
potuto  esser  parte  dell'asta  di  un  candelabro,  a  cui  quello  che  prima  era  stato  cre- 
duto piede  di  cista,  poteva  formare  la  base.  Tuttavolta  non  si  risolveva  il  Vermiglioli 
ad  abbandonare  il  concetto  di  cista,  quando  esaminava  una  piccola  e  sottile  lamina 
in  forma  triangolare,  dai  cui  lati  pendono  a  catenuzze  tre  ciondoli  della  forma  di  olive 
o  ghiande;  sopra  la  quale  lamina  posava  una  statarti  a  intieramente  arcaica^  con  la 
testa  sormontata  da  qualche  cosa  che  la  fa  somigliante  ad  alcune  delle  immagini 
della  Efesia,  e  che  ha  nella  destra  un  serpe  (?),  mentre  con  la  sinistra  sostiene  una 
tabelluccia  quadrilatera,  che  potè  essere  un  dittico  chiuso  o  rituale  (p.  55).  E  servì 
ad  accrescere  la  incertezza  il  rinvenimento  di  altre  due  statuette,  lavorate  nello  stile 
medesimo  della  prima:  ed  una  di  esse  pure  col  serpo  (?)  intorno  al  destro  carpo, 
ed  in  atto  di  approssimarsi  al  petto  una  porzione  di  quel  rettile  (p.  56).  Nondimeno 
credendo  poi  il  dotto  autore  di  riconoscere  in  queste  figm-e  uno  stile  inferiore,  si 
decise  a  non  ammettere,  che  come  gli  altri  pezzi,  al  medesimo  oggetto  appartenessero. 


—  325    - 

Ma  che  appartenessero  invece  ad  un  solo  e  medesin ggetto,  dimostrò  bene  il  Cone 

stabile;  il  quale  su  esitò  da  prima  a  riconoscervi  un  vero  candelabro  (p.  54  noi  al 
si  confermò  poscia  in  questa  idea,  per  il  confronto  che  gli  parve  di  istituire  con  altri 
monumenti  di  tale  natura  (p.  139,  n.  3).  Né  modificò  tale  concetto  allorquando  vide, 
elie  Le  due  figurine  descritte  in  ultimo  dal  Vermiglioli,  si  riunivano  a  quel  pezzo 
o  cannello,  che  al  Vermiglioli  fece  supporre  il  candelabro  ;  e  si  riunivano  nel  modo, 
con  cui  dal  Conestabile  fu  fatto  disegnare  nella  tav.  XV  della  sua  opera  al  n.  2. 

Se  non  che  per  quanti  raffronti  si  istituiscano,  né  anche  qui  si  giunge  a  com- 
prendere, in  qual  modo  questo  candelabro  fosse  stato  adoperato;  o  per  lo  meno  in 
qual  parte  di  esso  avrebbero  potuto  essere  collocati  alcuni  dei  pezzi  che  gli  sareb- 
bero stati  assegnati;  ad  esempio  la  statuetta  raffigurata  nella  stessa  tav.  XV  al 
n.  3,  e  descritta  dal  Vermiglioli  colla  prominenza  sul  capo,  come  quella  di  alcune 
immagini  della  dea  Efesina.  Non  si  saprebbe  uè  anche  qui  qual  posto  assegnare  ad 
un  altro  pezzo,  che  panni  di  aver  veduto,  esaminando  per  quanto  ora  si  può.  i  bronzi 
originali,  nella  inadatta  custodia  in  cui  tuttora  restano,  presso  l'ipogeo  ;  donde  non  è 
possibile  muoverli,  finché  un  ultimo  residuo  di  una  lunga  questione  giuridica  non  sia 
stato  appianato.  Mi  pare  di  aver  visto  anche  un  piattinetto  o  disco  di  lamina  di  bronzo, 
da  non  confondere  col  bacino  di  mezzo,  attraversato  nel  centro  dall'asta  metallica;  piat- 
tinetto che  fa  subito  pensare  al  disco  simile,  usato  per  il  bilico  nel  cottabo  che  prima 
ho  descritto.  Ma  lasciando  ciò,  basta  a  provare  che  si  tratti  anche  qui  di  vero  e 
proprio  cottabo,  quella  prominenza  che  è  sul  capo  della  statuetta  ;  prominenza  che  al 
Vermiglioli  avea  richiamato  alla  mente  le  acconciature  della  divinità  Efesina,  e  che 
invece  è  l'apice,  ove  il  piattinetto  del  bilico  doveva  essere  collocato. 

Non  pertanto  questo  cottabo  deiVolunni,che  tutto  fa  supporre  fosse  stato  lasciato  nella 
camera  sepolcrale,  posato  in  terra  sull'ingresso  della  cella  di  fondo,  e  sotto  le  armature, 
differisce  grandemente  in  alcune  parti  da  quelli  superiormente  notati.  E  mettendo 
da  banda  che  la  figurina  pel  sostegno  della  meta  sia  in  vero  abito  servile,  il  che  ren- 
derebbe più  conveniente  il  nome  di  Manes,  va  notato  che  vi  sono,  oltre  questa  due 
figurine  simili  vestite  ugualmente,  e  che  dovevano  essere  destinate  a  rappresentare 
una  parte  non  indifferente  nel  giuoco.  Dalla  tav.  del  Conestabile  (XV,  2)  ove  queste 
figurine  sono  rappresentate,  non  si  rileva  una  particolarità,  che  il  eh.  autore  forse  non 
credè  meritevole  di  attenzione,  e  nella  quale,  secondo  che  io  credo,  è  riposto  il  segreto 
della  cosa.  Queste  due  statuette  (ne  giudico  sempre  per  quanto  ho  potuto  osservare,  nello 
stato  in  cui  si  trovano  ora  custoditi  quei  bronzi,  attraverso  le  vetrine.  »  he  non  ho  potuto 
aprire)  riposano  con  un  piede  sull'inferiore  dei  quattro  dischi,  i  quali  interrompono  il 
cannello  terminante  a  fogliami  ;  e  non  rimangano  aderenti  colla  mano  alla  parte  su- 
periore del  cannello  medesimo,  alla  quale  mostrano  di  accostarsi.  Inoltre  non  hanno 
il  piede  piantato  in  maniera  stabile  sull'orlo  della  superficie  del  disco;  ma  immesso 
trasversalmente  in  un  incavo  praticato  nell'orlo  del  disco  stesso,  e  per  mezzo  di  un'  appen- 
dice o  perno,  forato  inferiormente,  e  che  forma  tutto  un  pezzo  col  piede  ;  appendice  che 
mediante  un  leggerissimo  contrappeso  aggiuntovi  nel  buco,  sei-viva  a  mantenere  la 
figurina  in  bilico;  in  guisa  che  al  più  leggero  urto  che  la  figurina  ricevesse,  e  che 
avendo  il  braccio  e  la  gamba  protesa  difficilmente  avrebbe  potuto  evitare,  precipitasse  giù. 
Vuol  dire  che  doveva  il  tutto  essere  congegnato  in  modo,  che  al  cadere  del  piatto 
Classe  di  scienze  .morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  la.  Voi.  II.  1 1 


—  326  — 

in  bilico,  situato  sulla  testa  della  statuetta  superiore ,  dovesse  essere  toccata  una, 
ovvero  ambedue  queste  figurine  aggiunte  (forse  poteva  tastare  che  ne  fosse  colpita 
una  sola),  le  quali  per  tale  colpo ,  venivano  esse  pure  a  cadere.  Ma  occorre  di 
poter  bene  esaminare  l'originale,  per  decidere  se  nella  loro  caduta  dovessero  venire 
a  toccare  il  bacino  del  centro,  come  si  può  supporre,  producendovi  un  maggior  suono; 
ovvero  collo  abbassarsi  anche  di  questo,  colpissero  i  dischi  sonori,  facendoli  ricadere 
l'uno  sull'altro,  per  accrescere  l'effetto  rumoroso. 

E  mentre  voglio  sperare,  che  intorno  a  ciò  si  possa  presto  dare  un  giudizio  de- 
finitivo, termino  questa  Nota,  toccando  nuovamente  un  tema,  che  in  principio  ho  accennato. 

Non  so  se  tutti  possano  essere  di  accordo  nello  accettare  le  opinioni  espresse  dai 
dotti,  intorno  al  tempo  nel  quale  la  tomba  dei  Volunni  rimase  aperta,  o  vi  si  continuò 
a  seppellire  (Conestabile,  o.  e.  p.  142).  Checché  sia  di  ciò,  se  è  vero  che  per  le  de- 
corazioni architettoniche,  e  pel  gusto  di  quell'arte  splendidissima  che  in  generale  vi 
domina,  non  possiamo  respingerci  in  una  età,  che  non  si  accorderebbe  con  quello,  che 
in  altre  parti  di  Etruria  ci  si  rivelò  per  mezzo  di  simili  maravigliose  forme,  bisogna 
allora  concludere  che  il  giuoco  del  cottabo,  di  cui  un  istrumento  si  trovò  anche  in 
questo  ipogeo  della  nobile  famiglia  dei  Volunni,  noto  ed  usato  dagli  Etruschi  (del 
che  mancava  ogni  prova  innanzi  che  questi  bronzi  perugini  fossero  conosciuti),  durò 
in  Etruria  e  quindi  in  Italia,  più  tardi  che  in  Grecia;  ossia  nell'età,  in  cui  gli 
scrittori  greci  ne  parlano  come  semplice  ricordanza  di  un  costume  abbandonato. 

XI.  Spoleto  —  Rapporto  del  R.  Commissario  comm.  G.  F.  Gamurrini. 

Non  essendosi  ancora  data  alcuna  notizia  sopra  gli  scavi,  che  vennero  ultimamente 
eseguiti  in  Spoleto,  intorno  ai  quali  non  mancherà  certo  di  dare  maggiori  informa- 
zioni il  sig.  Giuseppe  Sordini,  che  li  ha  diretti,  stimo  utile  intanto  comunicare 
quanto  segue: 

Sotto  la  piazza  del  Municipio  di  Spoleto  giacciono  gli  avanzi  degli  edifizii  ro- 
mani, alla  profondità  di  circa  m.  2,00  ;  e  lo  stesso  civico  palazzo  è  fondato  sopra  quelli. 
Da  quanto  è  stato  scoperto  e  dal  prossimo  monumento  innalzato  a  pietre  quadrate, 
il  quale  volgarmente  ed  a  torto  chiamasi  la  Basilica,  si  deduce  che  quelle  costru- 
zioni datano  dal  primo  secolo  dell'impero.  Appartennero  ad  una  casa  patrizia  e  con- 
senta nei  suoi  ornamenti,  la  cui  fronte  risponde  oggi  ad  una  pubblica  via,  che  corre  al 
lato  sud  della  piazza  ;  e  la  parte  sinistra  è  molto  internata  sotto  il  palazzo  civico, 
come  quella  destra  si  nasconde  sotto  la  via  che  va  per  lungo  nella  piazza,  entro  la 
quale  poi  si  prolunga  il  peristilio  colla  parte  postica.  Per  la  quale  sua  posizione,  e 
per  la  conoscenza  che  dal  discoperto  se  ne  trae  molto  certa,  non  sarà  difficile  di  rin- 
tracciare quanto  di  quell'edilìzio  resta  nascosto.  Esso  è  mirabilmente  adorno  di  mo- 
saici,  e  vi  appariscono  pitture  rispondenti  per  l'arte  al  secolo  cesareo:  tosto  che  uno 
vi  si  all'accia,  contempla  lieto,  e  raccoglie  quel  lembo  di  casa,  del  quale  ecco  quanto 
ora  si  vede. 

Un  accenno  abbiamo  del  vestibolo,  che  si  distacca  dall'atrio;  e  poi  tutto  l'atrio 
col  suo  impluvium  quadrato  di  ben  corniciate  pietre:  quivi  di  fronte  al  prothyrum 
sorgeva  L'ara,  della  quale  sussiste  l'incasso  nella  pietra,  e  dietro  l'ara  fu  operato  dagli 
antichi  uno  sfogo  per  L'acqua,  che  si  accoglieva  nel  contiguo  pozzo,  il  quale   presso 


—  327  — 

al  sommo  aveva  una  bocca,  e  quindi  la  chiavica  di  ri  liuto  verso  la  porta.  Nel  ripu- 
lire questo  pozzo,  vi  si  trovò  un  pregevole  frammento  di  iscrizione  dedicata  a  Claudio 
da  una  Polla.  Per  la  quale  lapide  marmorea,  che  poteva  essere  esposta  nell'atrio  e 
presso  1'  ara,  inclino  a  credere  che  questa  sia  stata  la  casa  di  Polla,  donna  di  una 
famiglia  favorita  da  Claudio.  L*atrio  aveva  la  sua  corte,  con  pavimento  a  mosaico  di- 
stinto a  dadetti  bianchi  sul  nero.  Proseguendo  a  diritto  dal  vestibolo,  ed  oltrepi 
l'impluvio  e  la  corte  dell'atrio,  si  entrava  in  un  grande  ambiente,  nel  tablinum,  colla 
sua  fronte  tutta  aperta,  che  dava  sull'atrio  e  ne  riceveva  la  luce.  Ritiene  il  tablinum 
il  suo  pavimento  a  rosoni,  che  non  è  scoperto  tutto,  ma  ne  restane  da  scoprire  altri 
due  metri  di  larghezza,  giacenti  sotto  il  palazzo  pubblico.  A  mano  destra  della  no- 
minata corte,  si  trovano  due  stanze  abbastanza  spaziose,  le  quali  non  hanno  la  parete 
di  fronte,  ma  ricevono  come  il  tablinum  la  luce  aperta  dal  cortile  :  vi  è  una  porta 
di  comunicazione  tra  loro;  ed  ambedue  sono  abbellite  da  mosaici  assai  fini  in  colui. 
Per  le  quali  particolarità,  sebbene  la  ubicazione  imponga  che  si  debbano  appellare 
albicala,  sarei  però  poco  propenso  a  crederle  camere  da  letto,  e  quindi  sulla  loro 
destinazione  rimango  molto  dubbioso.  Col  proseguimento  degli  scavi  si  vedrà  a  quale 
uso  furono  addette. 

Da  una  di  queste  due  stanze,  presso  la  parete  di  fondo  a  destra,  evvi  un  pas- 
saggio a  due  scalini,  con  un  ripiano,  da  cui  si  entra  in  ima  camera  piantita  a  mo- 
saico con  ornati  in  colori,  e  adorna  di  una  parete,  la  quale  serba  ancora  alcune  ele- 
ganti dipinture  in  opera  detta  alessandrina,  consistente  in  figurette  di  animali  fantastici 
e  tralci  di  foglie  e  fiori.  In  un  frammento  d'intonaco  caduto,  si  scorge  una  ninfa  che 
va  ad  attingere  acqua.  La  volta  era  decorata  a  stucchi  e  molti  pezzi  sono  stati 
raccolti,  dai  quali  pure  si  argomenta  quale  fosse  la  perizia  ed  il  buon  tempo  dell'arte. 

L'esplorazione  non  ha  proceduto  oltre  alle  pareti  di  fondo  di  questa  camera 
e  del  tablinum,  e  solo  ha  riconosciuto,  che  presso  questi  dne  ambienti  fu  custruito 
uno  stanzino,  che  probabilmente  si  addiceva  o  per  ritiro  o  per  bagno.  Poiché  di 
quelle  pareti  di  fondo  si  sono  serviti  nel  medio  evo  per  edificarvi  un  altro  muro,  in 
cui  si  sono  incontrati  dei  fusti  di  colonne,  probabilmente  tolte  dal  prossimo  peristilio  : 
il  quale  dietro  al  muro  dovrebbe  discoprirsi. 

Nel  disgombro  della  terra  che  si  era  accumulata  sopra  colle  rovine,  si  è  ricono- 
sciuto, che  la  casa  fu  incendiata  e  disfatta,  e  da  quel  tempo  così  giacque.  Coli' agglo- 
merarsi poi  degli  scarichi  si  è  formata  la  piazza,  e  nel  maggior  lato  di  essa  si  è  co- 
struito, in  epoca  piuttosto  a  noi  vicina ,  il  palazzo  civico,  le  cui  fondamenta  stanno 
molto  più  alte  del  piano  della    casa  romana. 

Si  argomenta  dall'esame  delle  reliquie,  e  specialmente  dalle  monete,  che  la  casa 
fu  distrutta  ai  tempi  di  Arcadio  e  di  Onorio,  il  che  ci  porta  a  supporre,  che  fosse 
uno  dei  funesti  effetti  delle  due  discese  di  Alarico  verso  Roma  nei  primi  anni  del 
secolo  quinto. 


—  328  — 

Regione  I.  (Lahum  et  Campania) 

XII.  Roma  —  Note  del  sig.  Luigi  Borsari. 

Regione  i  I .  Sotto  la  casa  distinta  col  numero  civico  17,  nella  salita  del 
Grillo,  è  stata  riconosciuta  una  parete  laterizia  della  vetustissima  chiesa  di  s.  Salva- 
tore in  Militi :<  ,  situata  come  tuta  gli  scrittori  di  topografìa  concordemente 
attestano,  tra  la  chiesa  dei  ss.  Domenico  e  Sisto  e  di  s.  Caterina.  In  detta  pa- 
rete rimangono  cinque  frammenti  di  intonaco,  nei  quali  sono  traccie  di  pitture.  Nel 
primo  frammento,  a  sin.  di  chi  guarda,  sono  due  figure  una  delle  quali  coperta  con 
dalmatica  e  con  sandali  ai  piedi;  ma  per  la  mancanza  delle  teste  non  si  può  rico- 
noscere, quali  personaggi  o  santi  esse  rappresentino.  Al  basso  della  parete  corre  una 
fascia  rosso-scura,  nella  quale  a  pennello  è  tracciata  una  leggenda  di  cui  rimane  solo  : 

....  OT-P  TVOAM :+:•  EGO  BE PIN6E 


Non  cade   dubbio   debba   supplirsi  Ego  Beno  de  Rapina,   ossia   il   nome  stesso 
che  leggesi  nelle  analoghe  pitture  di  s.  Clemente  e  dell'oratorio  dei  Sette  dormienti 
scoperto  sulla  via  Appia,  presso  s.  Cesareo,  dal  prof.  M.  Armellini. 

Presso  questa  parete  laterizia  esistono  due  grossi  muraglioui  di  opera  quadrata, 
nei  quali  devonsi  riconoscere  avanzi  di  serbatoio  o  difese  dell' antichissima  fonte,  cono- 
sciuta poi  col  nome  di  fonte  del  Grillo. 

Regione  VII.  Eseguendosi  i  cavi  per  la  costruzione  della  fogna  in  via  Frattura, 
e  precisamente  nel  quadrivio  formato  da  detta  via  con  le  vie  Belsiana  e  del  Gam- 
bero, a  notevole  profondità  sono  state  scoperte  alcune  colossali  colonne  di  granito  rosso, 
del  diametro  di  m.  1,10  circa,  spezzate  in  più  parti  nella  caduta.  Questo  rimane  pro- 
vato dall'essersi  trovati  i  vari  rocchi  l'uno  presso  l'altro  aggruppati. 

Stante  la  poca  o  niuna  conoscenza  che  si  ha  della  topografia  della  parte  nord 
di  questa  regione,  non  si  può  stabilire  con  certezza  a  quale  edificio  pubblico  spet- 
tassero questi  giganteschi  monoliti.  Pare  certo  nondimeno  che  debbano  riferirsi  a  quel 
grandioso  edificio,  i  cui  nobilissimi  avanzi  furono  scoperti  nell'anno  1876  (cf.  Vo- 
tizi»  1886,  p.  137,  138),  in  occasione  dei  lavori  per  lo  adattamento  dell'officio  centralo 
delle  Poste  nell'ex-convento  di  s.  Silvestro  in  Capite.  Tali  avanzi  consistono  in  un  fram- 
mento di  fregio  e  in  un  masso  di  trabeazione  tutto  ricoperto  di  ornati,  in  quello  stile 
che  generalmente  suolsi  attribuire  al  tempo  dei  Flavii. 

Gli  antichi  scrittori  di  topografìa  romana  collocarono  in  questo  punto  della  re- 
gione VII  {Via  lata)  la  naumachia  di  Domiziano,  ma  con  quali  prove,  con  quale 
fondamento,  non  sappiamo. 

Via  Salarili.  Un  sepolcreto  degli  ultimi  anni  della  repubblica  e  dei  primi  tempi 
imperiali,  si  va  discoprendo  tra  le  vie  Salaria  e  Pinciana,  ma  più  vicino  a  quella,  a  li» 
e  50  metri  di  distanza  dalle  mura  di  Aureliano.  1  monumenti  consistono  in  tanti  pic- 
coli colombari,  costruiti  in  buonissimo  reticolato,  e  generalmente  ben  conservati.  Vi  si 
raccolsero  le  seguenti  iscrizioni  inciso  su  piccole  lastre  marmoree,  alcune  confuse  tra  le 
terre    altre  infisse  alle  pa    ti  'lei  colombari,  sopra  i  Inculi. 


—  320  — 


COMMVNE  ■  E^- 
CVLINA-ET  PVTEVM 
ET-ITER-AT  TRICLIA 


8)      C  •  IVLI   •  DEMEll 
INOSSVARIAf" 

.  magna -oll/^ 
)  ih-vacvaesvnMì 

5)       p-maecivs 

C  •  PVB • BVRRVS 
VI  •  AN  •  1XIII 

T)      LTONGILIVS  LL-DIOCLE 
TONGILIALL-  RVFA 

9)      C  ■  ALFIVS  •  GRATVS 

FECIT 
CONSIENAE-BAVCIDI 

VXOR 
CONSIENAE  C-IARlTlONI 
ALFIAE  •  C    L  ■  PYRAMIDI 


2)      C- ANTISTIVSPANNYCHVS 
FLAVIAE  •  SABINAE 
VXORI  •  CARISSIMAE 
VIXIT  •  ANNIS  •  XVIII 


4) 


A  •  SERVILIVS  -AL-  NICEPOR 
A-  SERVILIVS  -AL-  SATVRIO 


6)      CVRTIA-PL-MONIME 
HERMOCRATES  •  LIVIAES 
HELENA  CVRTIA 

8)      L-TONGILIVS  LOL-PÌ 
T-PEDVCAEVS  •  T  •  L    j 

10)  DIS    •    MAN 

EVHEMERO 

FECIT 
P  O  M  P  E  I  A 
EVHEMERIA 
CONIVGIOPTIMO 


111 


F  E 

P-ANNEVS! 
PATRC; 


12) 


AVFIDIA- 
PHILVMENE 


D  *  M 
CAECILIO  irJGENVO 
CONIVGI  •  CARISSIM 
B-M- FECIT  VALERIA 
SATVRNINA  VIX  • 
ANN-XXIIII  -M-IX 


14) 


DIS  •  MANIBVS 
L-  CENIO  •  PIO- 
PRISCIANO  • 
FECIT  ■  CAENIA, 
PRISCA -MA 

VIY. 


L5)  D  •  M 

COELIAE  •  APHRODISIAE 
CONIVG  •  OPT  •  ET  ■  KARISSIM 
SEX  •  PEPONIVS  •  ANNIANVS 
E  ■       T  sic 


lr''     P  ■  CORF-ID-I  •  P  ■  L 

DIONYSI-  OSSA 

HlC-SITA-  SVNT 
PHILODESPOTVSDD 


330 


17) 


19) 


C  -MANI 
PHIL 


PECVLI  ARÌ 

AN- VI-  MEN, 
///XX-FIL-DVLCÌ 
///FELICISSl/ 
FECVhf 

21)  » 

L  •  SICCIVS    \)  ARTICLEIA 

(li 


18) 


20) 


22) 


LVCRIO 


HORME 
VAXIIII 


vDNOVIV  s 

synhistor) 

PATER 


SECVNDI! 

AEMILì 

L  •  PVLLIVS; 

SEMPRONI1 


SILIO- STRIGO 
L-COH-T- 
CINI 
A  N  ■  X I 

{ V!     V  V  v 


23) 


C*P ATGIC 
AnGAGYOGPA 
MENANAPOY 
AIATPOnOYC 


24)  D  •  M 

L  •  VALERIO   •   GENE 
V I  X  •  AN  •  XXXXl\ 
FECIT 


V 


-ERIVS  ■  ACRATV 


TBERTO    SVO-  BM 


25)  D        •        M 

P  ■  VERASIO-  PAVLI 
NO-  FILIO  •  DVLCIS 
SIMO  •  QVI  •  VIX  •  ANN 
VII-  DIE  •  XVII -FEC- 
AMBIBIA  ■  MATER 


26) 


M 

ERI  AE 

iSPANILLAE 

LPPLVS • HEDISTVS 

CONIVGI-SVAE 

BENEMERENTI- 


Oltre  a  questi  titoletti  marmorei  da  colombari,  furono  scoperti  anche  i  seguenti 
cippi  di  travertino,  i  quali  trovavansi  ancora  infissi  al  loro  posto,  agli  angoli  dei  sepolcri. 


27)  S  O  C   • 

M  •  II?  I  D I  V  S  •  M  •  F  •  M  E  N  E 
M  •  SEXTIVS  •  M •  L • DIDA 
M  •  NVMITORIV//////////////SIO 
P  ■  CORNELIVS  •  P  •  L  •  FAVSTV// 
Q.:  APIDIVS  •  0_L  ■  PARNACE// 
Q^  FVLVIVS  •  Q_:  L  •  LVCRIO 

29)  e    L-ANCHARIVS 

L-LTHAEMO 
AVRELIA-MOL-ZOSIM 
INFP-XII  IN  A-P-XVI 


L-ANCHARIVS 

L-  L-THAEMO 

AVRELIA-M-D-L- 

ZOSIME     •      IN 
F-P-Xll- IN  A-P-XVI 

30)  A-AMPIVS-A-L- 

E  ROS 

AMPIA- AL 

ASTA-SIBIET 

S  V  E  I  S 


—  331     - 

A  •  AMPIVS 

32) 

IN  FR-PX 

A  ■  L 

IN  AG-  P  -XXIV 

31) 


XIII.  S.  Maria  di  Gapua  Vetere  —  Relazione  del  prof.  A.  Soguano. 

Verso  la  tiue  dello  scorso  aprile,  eseguendosi  alcuni  lavori  di  costruzione  nelle 
proprietà  delle  signore  Perugini,  iu  via  s.  Erasmo  presso  l'Antiteatro  Campano,  in 
una  tomba  di  tufo  già  frugata,  alla  profondità  di  m.  5  all'incirca,  fu  rinvenuto,  rotto 
in  tre  pezzi  un  vaso  fittile  dipinto.  Fu  fatto  restaurare  dall'attuale  possessore  sig.  Ca- 
ntano; ma  è  da  notare  che  venne  anche  restaurato  dagli  antichi  stessi,  come  si  ri- 
leva da  alcuni  punti  di  piombo,  che  si  vedono  qua  e  là  sul  ventre.  È  un  cratere  no- 
lano (alt.  m  0,42;  diam.  della  bocca  m.  0,48)  con  splendida  patina  nera,  decorata 
di  rappresentanze  a  figure  rosse  in  ambo  i  lati  :  le  due  rappresentanze  sono,  come 
d'ordinario,  divise  tra  loro  da  due  rosoni  o  ornati  di  foglie,  ciascuno  al  di  sotto  di 
un'  ansa. 

Vi  è  rappresentato  un  sacrificio.  Nel  mezzo  vedesi  un'  ara  quadrangolare  ardente, 
presso  la  quale  da  im  lato,  cioè  a  dr. ,  è  in  piedi  un  giovane  imberbe  coronato  di 
alloro  e  coperto  di  mantello,  che  cadendogli  dalla  spalla  sin.  mentre  lascia  nuda  la 
spalla  di',  col  braccio  corrispondente,  gli  ravvolge  la  parte  inferiore  della  persona  ;  egli 
tiene  con  la  sin.  all'altezza  del  petto  un  grosso  piatto,  dal  quale  sporge  qualche  ramo- 
scello, e  con  la  dr.  ima  specie  di  catinella  al  di  sopra  dell'ara,  quasi  in  direzione  della 
fiamma.  Sulla  testa  si  legge:  I FP(n)KA(ì]g). 

Dall'altro  lato  dell'  altare,  cioè  a  sin.  sta  una  figura  virile  barbata,  parimente 
laureata  e  coperta,  nella  metà  inferiore,  da  un  mantello,  che  con  un  lembo  le  passa 
sull'avambraccio  sinistro:  essa  impone  anche  le  mani  sulla  catinella  tenuta  dal  gio- 
vine. L'epigrafe  opposta  a  questa  figura  barbata  andò  perduta  nella  rottura  del  vaso, 
e  solo  ne  avanza  un  K  iniziale  e  il  S  finale.  In  alto,  tra  le  teste  delle  due  figure, 
è  un  bucranio.  A  dr.  del  descritto  gruppo,  cioè  dietro  al  giovane,  si  vede  in  piedi 
un'  altra  figura  virile  barbata,  rivolta  a  sin.  verso  l'azione,  coronata  di  edera  (?)  e  co- 
perta di  mantello,  la  quale  abbandona  il  braccio  dr.  su  di  un  lungo  bastone  appog- 
giato alla  spalla  corrispondente:  sul  capo  di  essa  leggesi  il  nome  APcSIAS.  A  sin. 
poi  del  detto  gruppo  centrale  sta  un  giovane  imberbe,  coronato  di  alloro,  nudo,  salvo 
una  breve  veste  che  gli  cinge  i  lombi,  il  quale  inchinandosi  alquanto  in  avanti,  con- 
duce un  agnello  al  sacrificio,  traendolo  pel  collo  con  ambe  le  mani  verso  l'altare. 
Il  nome  appostogli  è:  MANTI0EO?.  Segue  un  auleta,  anche  senza  barba,  laureato, 
suonante  la  doppia  tibia  e  coperto  di  mantello  la  parte  inferiore  del  corpo  :  sulla  sua 
testa  leggesi  l'epigrafe  KAAAIAS.  In  alto,  al  di  sopra  di  queste  due  ultime  figure,  è 
sospeso  un  festone  di  alloro.  I  nomi  di  MavTi'Dtoc  e  di  KcdXiag  ricorrono  in  altre 
pitture  vascolari  (Jahn,  Vasens.  n.  1096  ;  Heydemann,  Vasens.  n.  3240  ;  S.  A.  n.  281). 

Vedesi  nel  mezzo  un  vecchio  satiro  barbato  e  calvo,  stante  tra  due  donne,  l'ima 
di  riscontro  all'altra  ;  le  quali  avendo  una  copertura  sul  capo  e  tutta  la  persona  am- 
mantata, si  appoggiano  con  la  dr.  ad  un  lungo  tirso  piantato  al  suolo.  Il  vecchio  satiro 
rivolto  alla  donna,  che  è  a  sin.,  tiene  con  la  dr.  un  rhyton,  che  avvicina  alla  bocca.  Il 
rosso  e  il  nero  in  questo  lato,  specialmente  nella  figura  del  satiro,  sono  alterati  alquanto. 
Il  disegno  delle   due  rappresentanze  è  poco  corretto,  anzi  potrebbe  dirsi  trascurato. 


—  332  — 

XIV.  Clima  —  Poco  lungi  dal  Fusaro,  nella  proprietà  del  sig.  Vogelsang, 
tenuta  in  fitto  da  Giuseppe  Scotti,  si  è  rinvenuto  un  frammentino  di  tavola  marmorea 
di  m.  0,14X0,07,  nella  quale  si  conserva  il  resto  epigrafico  che  ricorda  un  milite 
della  fiotta  pretoria  misenate,  manipulario  della  trireme  Concordia: 

D  Ms 

mvalerialex/  \ 
manTTTconcor] 

3LAÌ— 

Ne  fu  mandato  un  calco  dal  eh.  sig.  colonnello  Giuseppe  Novi. 

XV.  Pozzuoli  —  L'ispettore  monsignor  Galante  copiò  presso  il  eh.  E.  Ste- 
vens  questa  nuova  iscrizione,  che  secondo  fu  affermato,  proviene  dalla  via  Campana, 
e  fu  scoperta  a  circa  trecento  metri  dalla  chiesa  di  s.  Vito. 

D  •  M  •  S  - 
Qj  LVCCEIVS  •  CON 
CORDIANVS 
V  I  X  I  T  •  A  N  N  I  S 
DVOBVS-M-XI-D-XX 
PATER -IMPIVS-FILIO 
DVLCISSIM  •  FECIT 

Nel  fondo  detto  Scotti,  ora  Vogeslang,  presso  il  medesimo  lago  di  Fusaro,  fu  recu- 
perato un  frammento  epigrafico  inciso  su  lastra  di  marmo  bianco.  Vi  si  legge,  secondo 
l'apografo  dell'ispettore  cav.  F.  Colonna: 


y/OMARIVW 

MACERIA 

VM  EST 


XVI.  Napoli  —  Nota  del  direttore  degli  scavi  e  monumenti  comm. 
M.  Ruggiero. 

Nell'area  già  occupata  dal  giardinetto  municipale  in  piazza  Municipio,  e  compresa 
fra  il  prolungamento  di  via  s.  Brigida  e  quello  della  via  Paolo  Emilio  fmbriaui  (già 
Concezione  a  Toledo),  eseguendosi  le  fondazioni  dei  nuovi  edifizì,  sin  dalla  fine  dello 
scorso  anno  si  vennero  discoprendo  antiche  tombe,  di  una  delle  quali  fu  dato  cenno 
nelle  Notizie  del  1885,  ser.  4a,  voi.  I,  p.  607.  Giacevano  alla  profondità  di  sei  o  sette  metri 
dal  livello  stradale  ;  ed  erano  formate  con  embrici  a  battenti,  senza  marca  di  fabbrica. 
La  copertura  di  essi  era  fatta  con  embrici  inclinati  a  due  falde,  e  poggiati  n< ■  1 
piede  sui  lati  lunghi  del  letto  di  embrici,  e  nel  vertice  l'uno  contro  l'altro.  Tre  tombe 
aperte  alla  presenza  del  prof.  A.  Sogliano,  da  me  incaricato,  erano  piene  di  terra,  e 
non  contenevano  che  lo  scheletro  con  la  testa  ad  occidente  ed  i  piedi  ad  oriente.  Oltre 
ad  alcuni  pezzi  di  vasi  fittili  ili  ninna  importanza,  e  ad  una  lucerna  frammentata 
anche  di  terra  cotta,  vi  si  raccolsero  gli  oggetti  seguenti:  —  Terracotta-  Fondo  di 


—  333  — 

vasetto  a  vernice  nera  esternamente,  sul  cui  fondo  esterno  è  graffito  LA  .  Punta  di  an- 
fora, sulla  quale  è  graffito: 

ALI+  (Alili?) 


Oleare  in.  terra  cotta  naturale,  inverniciata,  col  manico  rotto  e  il  becco  frammentato  : 
ha  sul  ventre  un  meandro  in  nero.  —  Bromo.  Un  piccolo  amo  da  pesca.  —  Avarisi 
organici.  Alcune  conchiglie.  Chiaramente  queste  tombe  sono  di  età  romana  ;  ma  per 
decidere  con  precisione  intorno  al  tempo,  mancano  gli  elementi  necessari.  Tuttavolta 
è  sommamente  importante  per  lo  studio  della  topografia  dell'antica  Napoli  lo  aver 
riconosciuto  questo  fatto.  Che  poi  nei  tempi  posteriori,  altre  costruzioni  si  fossero  sovrap- 
poste a  quel  sepolcreto  romano,  lo  provano  alcuni  ruderi,  scoperti  a  poca  profondità 
ed  una  camera  coperta  di  volta  a  botte,  sul  cui  suolo,  che  trovavasi  a  cinque  metri 
di  profondità  dal  piano  attuale,  era  disteso,  giusta  il  rapporto  dell'ingegnere  degli 
scavi  cav.  Fulvio,  un  masso  di  malta  e  pietre  di  tufo,  spesso  circa  cent.  20;  al  di 
sotto  del  quale  giacevano  da  sei  a  sette  scheletri  umani,  insieme  a  gran  quantità  di 
terra,  pietre  e  cocci  di  vari  vasi  di  creta. 

Degli  oggetti  raccolti  noto  alcuni  vasetti  frammentati  di  creta,  che  per  la  tecnica 
non  possono  attribuirsi  all'antichità  classica,  ed  un  tesoretto  di  monete  medioevali, 
rinvenuto  il  16  marzo,  e  di  cui  il  mio  collega  prof,  de  Petra  mi  comunica  la  se- 
guente nota. 

•  Il  tesoretto  trovato  in  piazza  del  Municipio  si  compone  quasi  tutto  di  denari 
tornesi,  conservati  ora  nel  Museo  Nazionale.  Furono  coniati  in  massima  parte  nella 
Grecia  dai  principi  di  Àcaia  e  dai  duchi  di  Atene.  Vi  si  trovano  frammisti  pochi 
denari  tornesi  battuti  in  Francia,  nel  reame  di  Napoli  e  dai  dinasti  greci  di  Arta  e 
di  Neopatrasso.  Il  tempo  del  suo  nascondimento  può  essere  quello  del  ni  Ladislao 
di  Napoli  (a.  1386-1414).  Eccone  il  catalogo  riassuntivo. 


Princìpi  di  Acaia. 

Guglielmo  di  Villehardouin      .     .  52 

Carlo  I  di  Angiò 12 

Carlo  II 38 

Fiorenzo  di  Hainaut 44 

Isabella  di  Villehardouin    .     .     .  118 

Filippo  di  Savoia 17.") 

Filippo  di  Taranto  (zecca  di  Cla- 

renza) l!:;1 

Ludovico  di  Borgogna    ....  5 

Ferdinando  di  Maiorca  ....  1 

Matilde  di  Hainaut 147 

Giovanni  di  Gravina 113 

Roberto  di  Taranto 12 


Duchi  di  Atene. 

Guido  I  de  la  Roche     ....  2 

Guglielmo  de  la  Roche .     .     .     .  201 

Guido  II  de  la  Roche    .     .     .     .  300 

Zecca  di  Lepanto,  Filippo  di  Taranto  2 1  ."> 

»     di  Corfù           »             »  ;] 

Zecca  di  Orta.   Giovanni   Despota  1 

di  Neopatrasso.  Angelo  .     .  6 

»      di  Sulmona.  Carlo  III  di  Dur.  4 

»       »          »         Ladislao     .     .  1 

»      di  Luco.  Ladislao      ...  1 

»     di  Avella 1 

»      di  Morea,  consumati  .     .     .  800 

Toruesi  di  Francia 6 

Tornesi  incerti ."> 


Totale    948 
Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II. 


Totale  1546 

4L' 


—  334  — 

XVII.  Pompei  —  Relazione  del  prof.  A.  Sogliano. 

Eseguendosi,  sin  dagli  ultimi  giorni  dello  scorso  mese,  imo  scavo  straordinario 
fuori  le  inura  di  Pompei,  mi  vedo  obbligato  dalla  importanza  della  scoverta  a  rife- 
rirne subito,  riserbandomi  di  fare  in  seguito  quelle  aggiunte  e  correzioni,  che  mi  ver- 
ranno indicate  dal  progresso  dello  scavo. 

Nel  fondo  della  signora  Angela  Contieri  vedova  Pacifico,  situato  a  sud-est  di 
Pompei,  poco  lungi  dall'anfiteatro  e  appiè  dell'argine  di  terra,  che  cinge  la  città  da 
quel  lato,  facendosi  il  cavo  di  un  pozzo,  s'incontrarono  quasi  a  fior  di  terra  il  giorno  27 
agosto  p.  p.  alcuni  avanzi  di  antiche  costruzioni.  Questa  Direzione  ordinò  d'urgenza 
che  il  saggio  di  scavo  fosse  continuato  per  poter  prendere,  in  seguito  dei  risultati  otte- 
nuti, gli  opportuni  provvedimenti. 

L'area  sinora  scavata  è  di  circa  m.  q.  200,  e  benché  non  si  sia  ancora  disterrato 
il  piano  antico,  si  può  affermare  che  il  caso  ci  ha  menati  alla  scoverta  di  una  via  pu- 
blica,  fiancheggiata  da  monumenti  sepolcrali.  Di  questi  solo  due  attigui  fra  loro  e  con 
la  fronte  rivolta  al  nord,  sono  stati  rimessi  quasi  interamente  a  luce,  mentre  di  due 
altri  sul  lato  opposto  della  strada,  epperò  rivolti  al  sud,  comincia  ad  apparire  la  parte 
superiore. 

11  primo  edilizio  sorge  sopra  un  basamento  di  fabbrica,  della  grandezza  di  m.  3,402 , 
rilevato  dal  piano  antico  per  circa  m.  0,45.  Costruito  di  mattoni,  che  si  alternano 
con  filari  di  pietre  di  tufo  tagliate  in  un  modo  simile,  costruzione  molto  adoperata 
nell'ultima  epoca  di  Pompei,  questo  edilìzio  ha  forma  quadrata  (m.  3,082),  e  l'altezza 
di  tutta  la  parte  conservata  è  di  m.  3,50.  Nel  mezzo  vi  è  cavato  un  piccolo  pas- 
saggio a  vòlta  a  tutto  sesto,  alto  m.  1,70,  largo  m.  1,30,  e  con  pavimento  di  coccio 
pesto.  Tutto  rivestito  di  stucco  bianco,  finisce  superiormente  in  un  cornicione  di  coro- 
namento, sormontato  da  un  dado  della  grandezza  di  m.  3*  e  alto  m.  0,30,  sul 
quale  si  elevava  un  tamburo  di  opera  incerta  rivestito  di  stucco,  del  diametro  di 
m.  2,55,  di  cui  non  avanza  che  la  parte  inferiore  per  un'  altezza  massima  di  m.  0,37. 
La  fronte  e  le  facce  laterali  dell'edilìzio  sono  scompartite  in  riquadrature  rilevate,  con 
pilastrini  angolari  scanalati  e  sormontati  da  capitelli  fantastici  a  fogliame  appena  rico- 
noscibile, mentre  il  lato  posteriore  o  meridionale,  come  pure  l'interno  del  piccolo  pas- 
saggio a  vòlta,  è  rivestito  di  stucco  liscio.  Sulla  fronte,  al  dì  sopra  del  vano  di  pas- 
saggio e  al  di  sotto  del  cornicione,  corre  l'incastro  lungo  m.  2,20  e  alto  m.  0,35,  per 
l'epigrafe  che  sventuratamente  manca;  e  su  ciascun  lato  del  detto  vano  vedesi  a  bas- 
sorilievo di  stucco  una  fiaccola  ardente  alta  m.  1,55;  quella  a  dr.  è  quasi  intera- 
mente perduta.  Alle  spalle  del  descritto  edifizio,  cioè  lungo  il  suo  lato  sud,  corre  un 
muro,  intorno  al  quale  non  può  dirsi  ancor  nulla,  essendosene  appena  iniziato  il  di- 
sterro. In  mezzo  al  pavimento  del  passaggio  a  vòlta,  si  è  rinvenuta  infissa  in  un  foro 
circolare  di  diam.  0,30  un'  urna  coperchiata  di  terracotta,  contenente  ossa  combuste 
e  una  monetina  sconservata  di  bronzo;  un'  altra  monetina  appena  riconoscibile  {sextans) 
si  raccolse  fra  la  terra  nel  buco. 

Mancandovi  la  cella  sepolcrale,  il  monumento  descritto  deve  considerarsi  come 
un  cenotaphium,  che  per  la  mancanza  della  epigrafe  non  sappiamo  a  quale  perso- 
naggio sia  stato  innalzato.  Sulle  pareti  sono  tracciate  le  seguenti  epigrafi,  clic  riescono 
importanti  per  la  loro  relazione  con  la  vicina  Nuceria. 


—  335  — 
Sulla  fronte  in  lettore  rosse: 
a)  a  dr.  del  vano  di  passaggio      b)  a  sin.  del  detto  vano       <>  piti  sotto,  in  Lett.  corsive 

QeseRNlNuM  Q  LÀT////A//// 

N  VCERIAE  Sotto,  epigrafe  cancellata 

Sul  lato  orientale,  presso  l'angolo,  anche  in  lettere  rosse: 

"     L  MVNATIVM 

QVINQJD  V-B-o/" 
NVCER 

Nell'interno  del  piccolo  passaggio  a  vòlta  è  graffito  : 

1  )  sulla  parete  est  -)  sotto  la  volta,  presso  la  parete  est  3) 

PRIMo  QVINTIO  •  Vhle  M  Q_ 

Sulla  parete  ovest  un  fallo  graffito. 

Accanto  al  cenotaflo  or  descritto,  e  propriamente  dal  lato  orientale,  si  trova  il 
secondo  monumento,  che  da  quel  primo  è  discosto  per  una  distanza  di  m.  0,50  ;  l'in- 
tervallo fra  i  due  edilìzi  è  chiuso,  dal  lato  posteriore  o  di  mezzogiorno,  con  un  mu- 
retto divisorio.  Questo  secondo  editizio,  di  forma  rettangolare,  sorge  al  pari  dell'altro, 
sopra  un  basamento  di  fabbrica,  difeso  nel  lato  anteriore  o  settentrionale  da  un  pa- 
rapetto forato  alto  m.  0,85,  e  misura  m.  3,40  sulla  fronte  e  m.  2,70  nei  lati.  È  tutto 
di  opera  laterizia  rivestita  di  stucco  bianco,  e  contiene  una  celletta  sepolcrale  larga 
m.  0,96,  profonda  m.  1,45  e  alta  m.  2,25,  coverta  di  vòlta  piana,  ora  caduta,  e  con 
pavimento  di  mattone  pesto  :  il  vano  d'ingresso  ha  la  medesima  larghezza  della  cella, 
e  le  facce  interne  degli  stipiti  simulano  i  battenti  di  una  porta  aperta.  A  ciascuno 
dei  quattro  angoli  esterni  è  addossata  una  colonna  laterizia,  che  sporge  per  un  tre  quarti; 
ricoverte  di  stucco,  queste  colonne  sono  sormontate  da  capitelli  compositi  di  tufo  nu- 
cerino,  poco  conservati.  A  differenza  del  primo,  la  decorazione  esterna  di  questo  se- 
condo monumento  è  di  stucco  liscio,  e  solo  sulla  fronte  all'altezza  di  m.  2,30  dal 
suolo  risaltano  due  modiglioni  o  mensole,  che  sostenevano  al  di  sopra  del  vano  d'in- 
gresso una  cornice,  la  quale  ora  è  caduta  insieme  con  la  parte  superiore  dell'edilìzio: 
sicché  l'altezza  di  tutta  la  parte  conservata  di  esso  è  di  m.  3,70.  Accanto  all'ingresso 
della  celletta,  a  dr.  è  addossato  al  muro  un  basso  sedile  di  fabbrica,  e  un  altro  n'  è 
addossato  al  muro  orientale  dell'attiguo  cenotaflo  già  descritto.  Nella  celletta  si  rinven- 
nero due  cippi  marmorei  ad  erma  anepigrafi  infìssi  nel  suolo,  e  sotto  a  ciascuno  di  essi 
era  sepolta  un'olla  di  terracotta  con  ossa  combuste.  È  a  notare  che  una  di  queste  olle  è 
contenuta  da  un'urna  di  piombo,  e  così  pel  coverchio  dell'una  come  per  quello  dell'altra, 
ambedue  forati  nel  centro,  passava  ima  ristaila  di  piombo  lunga  m.  0,80  all'incirca,  rinve- 
nuta spezzata  :  nell'olla  di  terracotta  si  trovarono  due  monete  di  bronzo,  delle  quali  l'una 

è  irriconoscibile,  e  l'altra  è  un  dupondio  di  Augusto  con  la  leggenda  LLVS  III 

VIR  AAAF/:  nel  mezzo  S  C.  Dalla  seconda  olla  di  terracotta  venne  fuori  un  dupondio 
di  Tiberio  coniato  in  Cartagine,  con  la  leggenda  del  rovescio:  TI  VIR  CICPI  SPDVS  P  : 

PP  . 

nel  mezzo        .  Fra  la  terra  si  raccolsero  alcuni  balsamarj  di  vetro.   Una  terza  colti- 


—  336  — 

metta  tornò  a  luce,  a  dr.  dell'ingresso   alla  cella,  addossata  al  sedile  menzionato  di 
sopra,  che  sulla  lastra  di  marino,  alta  m.  0,56  e  larga  m.  0,23,  reca  l'epigrafe: 

FESTAE  •  APVLLEl • F 
VIX- ANN -XVII 

Anche  qui  sotto  era  sepolta  l'olla  di  terracotta,  contenente  le  ossa  combuste  e 
un  triens  ;  essa  però  era  sormontata  da  un  tubo  fittile  rettangolare  (0,37  X  0,09).  Final- 
mente a  sin.  del  detto  ingresso,  si  scovrì  conficcata  nella  terra  un'  altra  lastra  mar- 
morea, frammentata  superiormente  (alt.  mass.  0,31,  larg.  0,21) ,  con  l'iscrizione: 

6-ONVIVA 

VEIAES  • 

VIX'ANXX- 

Sotto,  la  solita  olla  di  terracotta,  nella  quale  insieme  con  le  ossa  si  rinvenne 
un  asse  repubblicano. 

Assai  più  importante  è  il  seguente  programma  gladiatorio,  dipinto  in  rosso  nell'in- 
terno della  cella: 

Sulla  parete  sud  Sulla  parete  ovest 

NVMiNI 

AVGVSTI  ? 

GLAD  •  PAR  •  XXII  •  VENATI O  •  DAÌuMPEI  F  LAMINIS  ■  AVGVSTALIS 
PVGNAB-  CONSTANT  ■  NVCER-III-PR-NON 
NONIS  •  Vili  •  EIDVS  •  MAlAS 

NVCERINI  •  OFFICIA  •  MEA   CERTO  ■  INAI . . . 

La  lezione  delle  parole  Augusti,  e  cerio,  quasi  svanite  del  tutto,  mi  è  stata  gen- 
tilmente comunicata  dal  prof.  Mau. 

Si  tratta  dunque  di  uno  spettacolo,  che  la  famiglia  gladiatoria  di  im  flamine  augu- 
stale,  del  quale  non  è  chiaro  il  nome,  avrebbe  dato  nella  vicina  Nuccrin.  probabil- 
mente nel  foro,  in  onore  del  nume  di  Augusto.  Torna  qui  di  nuovo  il  rapporto  con 
Nucerìa,  già  rilevato  dalle  iscrizioni  dipinte  del  cenotafio,  ed  è  notevole  il  cognome 
di  Constantia  dato  a  quell' oppido  in  mi'  epigrafe  dei  primi  decennj  dell'  e.  v.,  in  cui 
ci  saremmo  aspettati  piuttosto  il  cognome  di  Al] 'aterna  (C.  I.  L.  X,  p.  124). 

Sovrapposta  al  3°  verso  della  epigrafe   gladiatoria,  si  legge  quest'  altra  iscrizione 
in  grandi  lettere  nere  corsive: 

mInivs  viTvlo  sAl 

Sulla  parete  ovest  della  medesima  cella,  è  graffito  leggermente  AL*B .  e  sullo  sti- 
pite a  dr.  ABCD. 

Alla  profondità  di  un  metro  e  più.  si  rinvennero  accatastate  cinque  statue  pan- 
neggiate di  tufo,  di  grandezza  naturale,  delle  quali  due  femminili  ;  erano  ricoverto  di 
stucco  bianco,  che  in  alcune  teste  è  ben  conservato,  ed  aveano  dipinti  di  rosso  gli 
occhi,  le  sopracciglia  e  i  capelli-  Altre  due  statue  di  tufo,  panneggiate,  si  trovarono 
sparse  pel  fondo  alla  medesima  profondità  di  un  metro  e  più:  1'  una  è  virile,  di 
grandezza  naturale,  e  l'altra  è  muliebre,  priva  della  parte  inferiore  (alt.  della  parte 


—  337  — 
superiore  conservata  m.  1,10).  Poco  discosto  da  quest'ultima,  si  raccolse  una  lastra  mar- 
morea larg.  0,35,  alt.  0,21  con  l'epigrafe: 

ALFIAE   N  •  L  • 
SERVILLAE 

Finalmente  fra  le  terre  si  trovarono  alcuni  pezzi  di  colonne  intonacati',  quattro 
capitelli  di  tufo,  uno  dei  quali  composito,  piuttosto  ben  conservato;  una  grossa  pina 
di  tufo,  che  nel  dado  ha  il  foro  del  pernio;  alcune  antefisse  frammentate  di  terracotta. 
una  tegola  col  bollo:  N  SILLIVS-N  (C  l.  L.  X.  n.  8042,  97)  e  dei  frammenti  di  ferro. 

Ln  testimonianza  delle  epigrafi  dipinte  ci  autorizza  a  ritenere  sin  da  ora,  che  la 
strada,  la  quale  si  va  disterrando,  sia  un  tratto  della  via  publica,  che  passando  per 
Pompei  univa  Nocera  a  Napoli  (C.  I.  L.  X,  p.  58  n.  II  e  p.  124).  Questo  tratto,  me- 
nando direttamente  a  Nuceria,  non  può  non  rannodarsi  alla  così  detta  porta  di  No- 
cera, la  cui  denominazione  riceve  oggi  una  piena  conferma. 

Regione  III.  {Lucania  et.  Bruttìi) 

XVIII.  Altavilla  Silentilia  —  Nelle  Notizie  del  1876  (ser.  2-,  voi.  Ili,  p.  118) 
fu  edita,  sull'apografo  dell'ispettore  cav.  Augelluzzi,  un'  epigrafe  latina  rinvenuta  in 
Altavilla  Silentina.  Essendo  ora  quella  lapide  stata  osservata  dall'egregio  cav.  Ferdi- 
nando Colonna,  che  me  ne  procurò  un  calco  cartaceo,  sono  in  grado  di  darne   la  esatta 

lezione. 

D  M 

AVR  ■  OLYMPIADI   KÀSTISSI 

ME  FEMINE  QVE  VIXIT  ÀNNIS  XXXIII 

MENSES  •  V  •  DIES  ■  XXVI  ■  IVLIVS  EV 

fROSYNVSCOIVCIDVLCISSIMEFECIT 

La  lastra  marmorea,  su  cui  è  incisa,  misura  m.  0,51  X  0,25. 

(Sicilia) 

XIX.  Messina  —  Il  sig.  Antonino  notaio  Picciotto,  membro  della  Commissione 
conservatrice  dei  monumenti,  riferì  per  mezzo  del  sig.  Prefetto,  che  nei  lavori  pel  via- 
dotto presso  la  città,  sulla  linea  della  strada  ferrata  Messina-Cerda,  si  scoprì  una  tomba 
antica,  coperta  da  grossi  mattoni.  Tolti  con  diligenza  questi  mattoni  che  facevano  da 
coperchio,  videsi  che  la  tomba  conteneva  i  resti  dello  scheletro  ed  alcuni  oggetti  fittili. 

Si  riconobbero  poi  gli  avanzi  di  una  grande  costruzione  a  grosse  pietre  quadran- 
golari squadrate,  che  sembrano  accennare  a  due  linee  quasi  parallele  di  muri,  fian- 
cheggianti  una  strada  di  quasi  m.  8,00  di  larghezza,  normale  al  menzionato  sepolcro, 
distante  quasi  cinque  metri  delle  fabbriche  accennate. 

XX.  Termini  -  Inieiese  —  Il  R.  Commissario  per  gli  scavi  e  musei  di  Sicilia  ha 
comunicato  a  questo  Ministero,  che  tra  i  ruderi  del  castello  di  Tormini-Imerese  è  stato 
recuperato  il  seguente  framménto  epigrafico,  inciso  su  lastra  di  calcare  di  m.  0,20  X  0,18. 

•L-LESBPJs    ? 
)L-DAMOP| 
AS-F  D-S 


—  338  — 

XXI.  Palermo  —  Nota  del  prof.  A.  Salinas,  direttore  del  Musco 
N'azionale. 

Cavandosi  le  fondamenta  del  nuovo  edificio  scolastico  municipale,  in  piazza  Mon- 
tevergini,  si  sono  rinvenuti  alcuni  vasetti  ordinari,  alcuni  dei  quali  a  copertura  stan- 
nifera, di  opera  medioevale  ;  e  con  essi  sette  lucerne.  Una  di  queste  ha  vm  rosone  a 
rilievo,  iscritto  entro  un  altro  contorno  simile;  e  quattro,  più  o  meno  integre,  sono 
della  solita  fattura  cristiana  antica. 

Una  ha  il  monogramma  di  forma  costantiniana  ;  in  due  il  monogramma  è  a  croce  ; 
dalla  quale  in  un  esemplare  pendono  le  lettere  DD  V  (sic).  In  un'  ultima  lucerna, 
frammentata,  si  vede  un  uccello  posato  su  di  un  capitello  corinzio.  È  da  notare,  che 
questi  oggetti  si  rinvennero  in  uno  strato  profondo  di  terreno  di  trasporto  ;  onde  è  da 
inferire,  che  quel  riempimento  fosso  fatto  con  materiali  di  rifiuto,  accumulati,  per 
quanto  si  può  supporre,  fra  il  quinto  secolo  ed  il  mille  all'incirca. 

Il  Municipio  di  Palermo  ha  depositato  nel  Museo  nazionale  tutte  queste  terrecotte. 

XXII.  Seliilimte  —  Nota  del  -predetto  sig.  direttore. 

Il  Museo  nazionale  palermitano  ha  acquistato  uu'  epigrafe  ed  un  vaso,  rinvenuti 
ne'  pressi  del  così  detto  tempio  di  Messana,  al  di  là  dell'avvallamento  del  Selinns. 

L'epigrafe  è  scolpita  iu  una  piccola  stele  di  tufo,  squadrata  non  molto  esattamente, 
larga  m.  0,19  e  profonda  m.  0,15  nella  parte  spianata.  L'altezza  totale,  compresa  la 
parte  inferiore  grezza,  è  di  m.  0,43.  Sulla  fronte,  a  lettere  grosse,  molto  incavate  e 
dell'altezza  di  m.  0,04  circa,  è  incisa  la  seguente  iscrizione  oro^Jor,  salvo  che  in 
parte  del  primo  verso: 

APia 

OAAM 

OSAP 

I  i  TI 

Oi 
La  forma  delle  lettere  accenna  ad  epoca  buona,  nou  discosta  dalla  prima  distru- 
zione di  Selinunte.  Nella  povertà  dell'epigrafia  selinuntina  ha  anche  il  suo  valore 
questa  iscrizioncina  sepolcrale,  la  quale  del  resto  offre  un  particolare  degno  di  nota: 
il  secondo  nome  di  Aoiffviog  portato  dal  morto  Aristodemo  o  Aristodamo.  Tanto  l' ono- 
mastico del  Pape  (3a  ediz.)  quanto  l'indice  del  Corpus,  hanno  'Agitino/;  come  nome 
di  donna,  ma  non  hanno  punto  il  maschile  'Agi'tiriog,  che  qui  è  da  stimare  un  patro- 
nimico. Dei  patronimici  in  tog  abbiamo  esempì  nelle  iscrizioni  beotiche  (cf.  ('.  f.  lì. 
u.  1574). 

Il  vaso  è  un  lekythos  a  figure  rosse,  dell'altezza  di  m.  0,20.  Vi  è  dipinta  con 
eleganza  una  figura  muliebre,  alata  e  vestita  di  lunga  tunica,  con  una  patera  nella 
sinistra  ed  un  orciuolo  nella  destra,  in  atto  di  libare  su  di  un  altare  collocato  in 
uno  scalino. 

Roma,  25  ottobre  1886. 

Il  Direttore  gen.  delle  Antichità  e  Belle  arti 
FlORELLI 


—  339  — 


OTTOBRE 


Regione   X.   (  Venetia) 

I.  Este  —  Rapporto  del  prof.  Alessandro  Prosdocimi. 

Praticandosi  imo  scavo  per  rinforzare  un  muro  nel  cortile  di  una  casa  in  con- 
trada s.  Stefano,  di  proprietà  della  signora  Antonietta  Muletti-Prosdocimi,  alla  pro- 
fondità di  m.  1,00  dal  suolo  moderno,  tra  uno  strato  di  macerie  di  età  romana,  ho 
rinvenuto  i  seguenti  oggetti:  —  Lucerna  in  argilla  rossa  ad  un  solo  beccuccio,  col  noto 
bollo  in  rilievo:  LVPATI.  Frammento  di  collo  di  anfora,  portante  all'esterno  sul  li- 
stello dell'orlo  il  bollo  :  P  SEPVLLI.  Pezzo  di  mattone  col  bollo  :  PANSIANA.  Parte 
superiore  di  piccola»  anfora,  che  sopra  un'  ansa  reca  in  rilievo  il  bollo  rettangolare  : 
M-C-OPPVs-  Fondo  di  vasetto  di  pasta  finissima  rossa,  con  la  marca  in  rilievo: 
PAVLLA.  Pezzo  superiore  di  un  peso  forato  in  argilla  rossastra,  su  cui  veggonsi  i 
graffiti  : 


Nel  deposito  medesimo  si  trovarono  molti  mattoni  ed  embrici,  ma  anepigrafi. 

Fattosi  più  profondo  lo  scavo,  a  m.  2,50  dal  piano  superiore,  nello  strato  pu- 
ramente euganeo,  si  sterrò  una  tomba  in  semplice  buca,  nella  quale,  circondati  da 
terra  di  rogo,  si  trovarono  due  cinerarii  di  argilla  assai  impura  e  di  colore  nericcio, 
fatti  rozzamente  a  mano  a  cono  rovescio  e  fondo  concavo.  Erano  coperti  con  ciotole 
pure  grossolane  e  di  nule  fattura.  In  uno  dei  cinerarii,  fra  le  ossa  combuste,  si  re- 
cuperò ima  bellissima  fibula  ad  arco  semplice,  di  filo  di  bronzo  ritorto. 

Questa  tomba ,  benché  povera  di  oggetti  e  di  fittili ,  è  interessante,  perchè  ap- 
partiene al  periodo  più  arcaico  della  civiltà  euganea,  e  dimostra  lo  estendersi  della 
necropoli  di  villa  Benvenuti  lungo  tutta  la  contrada  di  s.  Stefano,  che  trovasi  alle 
falde  del  colle  detto  del  Principe. 

Nella  breve  comunicazione  inserita  nelle  Notizie  dello  scorso  marzo  (p.  66),  non 
si  tenne  conto  di  un  frammento  fittile  iscritto,  alto  m.  0,13,  largo  m.  0,19,  che  si 
rinvenne  negli    sterri  del  Foro  Boario ,  presso  gli  avanzi  del  castello  marchesale ,  a 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  la,  Voi.  II,  43 


—  340  — 

m.  3,70  di  profondità.  È  certamente  un  pezzo  di  urna  cineraria,  in  cui  sembra  do- 
versi riconoscere  un  resto  di  epigrafe  euganea,  scritta  in  caratteri  latini.  Le  lettere 
hanno  la  forma  di  quelle,  che  veggonsi  nelle  urne  del  sepolcro  dei  Tìtinii,  scoperto 
nella  villa  Benvenuti  (Notizie  1883,  ser.  3a,  voi.  XIII,  p.  3  sq.)  Vi  si  legge  a  graffito  : 

-A.LF     &EL-SAPAR 

Regione  Vili.  (Cispadana) 

IL  Bologna  —  Nuovi  scavi  della  necropoli  felsinea  nel  podere  s.  Polo, 
descritti  dal  E.  Commissario  conte  G.  Gozzadini. 

Per  incarico  del  Ministero  della  Pubblica  Istruzione  ho  continuato  nella  prima- 
vera di  questo  anno  1866  gli  scavi  governativi  del  podere  s.  Polo,  del  sig.  Arnoaldi, 
ov'  è  un  lembo  della  necropoli  felsinea;  ed  anche  questa  volta  mi  sono  valso  dell'  as- 
sistenza intelligente,  perspicace  e  lodevolissima  del  sig.  dott.  Cesare  Euga. 

Alcune  delle  piccole  trinciere  sono  state  aperte  in  contiguità  alle  anteriori,  che 
diedero  buoni  risultati  (cfr.  Notizie  1886,  p.  67  sq.);  altre  a  distanza,  ed  una  nel 
limite  estremo  del  podere,  a  ponente.  La  quale  ha  accertato  la  continuazione  della 
necropoli  etnisca  fino  a  quel  punto,  e  quindi  la  congiunzione  con  l'altra  parte  della 
necropoli  stessa,  che  si  estende  nel  podere  contermine  de  Lucca  e  nella  Certosa.  Ma 
benché  siansi  trovati  sepolcri  da  per  tutto,  tranne  in  una  sola  trincera,  pochi  oggetti, 
e  pochissimi  ragguardevoli  si  sono  rinvenuti,  da  che  l'antica  spogliazione  fu  generale, 
e  più  diligente  di  quella  avvenuta  nei  sepolcri,  talora  prossimi,  esplorati  negli  anni 
scorsi.  Però  le  recenti  indagini  han  dato  a  conoscere  alcune  particolarità  interessanti, 
concernenti  le  fosse  sepolcrali  ;  sì  che  per  l'acquisto  di  queste  cognizioni  non  sono 
stati  infruttiferi  gli  scavi,  che  sono  argomento  di  questa  relazione. 

Si  è  accertato  che  per  lo  più  queste  fosse  sepolcrali  erano  in  linee  parallele, 
sempre  da  oriente  a  ponente  con  i  lati  più  lunghi  :  si  è  accertato  che  fra  fila  e  fila, 
tra  sepolcro  e  sepolcro  si  era  lasciato  originariamente  una  banchina,  o  parete,  o  se- 
parazione, di  terra  vergine,  tagliata  accuratamente,  della  larghezza  di  m.  0,80  a 
m.  1,40,  la  quale  si  comincia  a  scorgere  quando  con  lo  scavo  si  arriva  all'antico 
piano  etrusco,  sottostante  circa  m.  1,70  all'odierno  di  campagna.  E  allora  si  vede 
nerastro  il  terreno  circoscritto  da  queste  banchine ,  eh'  è  l' indizio  più  apparente  di 
sepolcro.  Talvolta  la  banchina  di  separazione  nei  lati  minori,  o  estremità  delle  fosse, 
è  tagliata  con  grande  esattezza,  per  lo  più  nel  mezzo,  in  modo  da  lasciare  passaggio 
da  sepolcro  a  sepolcro  ;  e  tali  aperture  di  comunicazione  arrivano  sino  al  piano  delle 
fosse.  Ma  quando  di  due  fosse  contigue  una  è  più  profonda  dell'  altra,  sembra  che 
allo  slivello  si  rimediasse  mediante  gradini. 

Sono  particolarità,  che  si  erano  soltanto  appena  vedute  dubbiosamente  alti-;)  \olta. 
e  che  credo  non  siano  mai  state  constatate  in  sepolcri  scavati  nella  terra.  In  quelli 
scavati  nella  roccia  sì;  ma  è  tutt' altra  cosa,  perchè  si  poteva  far  uso  di  tali  comu- 
nicazioni, col  continuare  a  depositare  cadaveri  e  ceneri  in  quei  sepolcri  o  ipogei. 

(ili  antichi  violatori,  da  quanto  appare,  ora  aprivano  fosse  ili  molta  lunghezza, 
che  comprendevano  parecchi  sepolcri;  e  in  questo  caso  distruggevano  o  interamente 


—  341  — 

o  parzialmente  le  banchine  tra  sepolcro  e  sepolcro.  Le  distruggevano  parzialmente,  se 
facevano  le  fosse  più  strutte  delle  antiche,  o  non  proprio  nel  mozzo   di    esse.  Ed  è 

appum Ile    ...  eie  non  smosse  e  non   rovistate,  che  si   rinviene   la   miglior  parte 

della  suppellettile. 

Oltre-  di  ciò  si  è  accertato  che  i  sepolcri,  almeno  in  parte,  avevano  in  uno  dei 
lati  una  specie  di  canale  molto  inclinato,  largo  all'  imboccatura  m.  0,90  e  allo  sbocco 
m.  1,00,  il  quale  cominciando  nel  piano  etrusco  fuori  del  sepolcro,  andava  dentro  sino 
in  t'ondo.  Ma  non  si  è  mai  potuto  constatare,  se  tale  specie  di  canale  fosse  sempli- 
cemente a  piano  molto  inclinato,  o  se  suddiviso  in  gradini,  come  fa  supporre  il  ripido 
pendio.  Sembra  però  certo,  che  questi  canali  fossero  fatti  per  agevolare  la  discesa 
delle  casse  mortuarie,  e  di  coloro  che  andavano  a  collocarvi  presso,  ordinatamente,  la 
suppellettile  funebre.  Anche  l'esistenza  di  questo  canale,  dubbiosamente  riconosciuta 
nel  sepolcro  settimo  sterrato  nell'autunno  del  1885,  si  è  potuta  accertare  soltanto  adesso. 

Non  dirò  che  siasi  accertato  eziandio,  chi  fossero  gli  antichi  violatori  e  spoglia- 
tori  dei  nostri  sepolcri  etruschi  ;  e  lascerò  che  altri  lo  dica,  se  le  deduzioni  e  i  fatti 
che  esporrò  persuaderanno. 

È  noto  ad  ognuno,  che  i  Galli  invasero  queste  regioni  quand'erano  tenute  dagli 
Etnischi,  e  che  poi  le  invasero  i  Romani  quando  le  dominavano  i  Galli.  Cercai  già 
dimostrare  {Notizie  1886,  p.  75)  non  essere  credibile  che  i  Romani,  i  quali  ave- 
vano civiltà,  credenze  e  riti  molto  simili  a  quelli  degli  Etruschi,  e  grande  la  reli- 
gione dei  morti,  siano  stati  i  violatori  e  spogliatoli  di  questa  necropoli  etnisca ,  e 
che  poscia  a  quella,  così  contaminata,  sovrapponessero  la  propria.  Ora  aggiungo,  che 
dagli  scavi  recenti  risulta  palese,  che  oltre  l'avidità  di  sagrilego  bottino,  gli  antichi 
violatori  insultavano  quasi  sempre  i  cadaveri,  sparpagliandone  le  ossa,  e  gittando  a 
pezzi  i  cranii  qua  e  là ,  senza  che  ciò  possa  attribuirsi  a  foga  di  rapacità.  Si  potrebbe 
invece  attribuirlo  al  non  esservi  comunanza  alcuna  né  di  stirpe,  nò  di  credenze,  ne 
di  religione  tra  i  violati  e  i  violatori,  come  non  v'era  tra  gli  Etruschi  e  i  Galli,  e 
che  questi  ultimi,  invasa  la  regione  padana,  ne  spogliassero  i  morti  come  ne  spoglia- 
vano i  vivi.  E  in  vero  in  quei  sepolcri  tutti  depredati,  in  quei  cadaveri  manomessi 
e  dispersi,  c'è  la  impronta  d'una  brutale  barbarie   anziché  d'una  civiltà  corrotta  e 

rapace. 

Alcune  volte  tra  la  terra  cemeteriale  ricacciata  dentro  i  sepolcri,  si  sono  rinve- 
nuti frammenti  di  fibule  galliche  di  ferro  ,  ed  anche  una  di  tali  fibule  intera ,  che 
non  avevano  nulla  che  fare  con  la  suppellettile  funebre  etnisca:  e  potrebbe  darsi, 
che  tali  fibule  di  meschino  valore  fossero  state  perdute  dai  violatori,  mentre  scava- 
vano la  tena  dei  sepolcri,  o  mentre  ve  la  ricacciavano  dentro. 

Ma  un  indizio  più  considerevole  è  il  ritrovamento  fatto  l'anno  scorso  d'una  vanga 
di  feno,  di  forma  particolare,  nello  strato  medio  di  un  sepolcro  etrusco  violato.  La 
quale  evidentemente  appartenne  ai  violatori,  e  rimase  fra  la  terra  di  riempimento. 
Ora,  se  i  violatori  fossero  stati  Romani,  anch'  essa  dovrebb'  essere  di  forma  romana, 
cioè  press'a  poco  coni'  è  la  nostra  d'oggidì.  Invece  si  discosta  molto  dalla  vanga  ro- 
mana, ovvero  da  tutte  quelle  che  sono  nel  Museo  nazionale  di  Napoli,  il  quale  ri- 
gurgita di  attrezzi  e  strumenti  romani  d'ogni  sorta;  e  somiglia  per  contro  a  talune 
trovate  in  Francia,  che  si  conservano    nel  Museo  di  Saint-Germain.   Consultati  due 


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valentissimi  archeologi  francesi ,  uno  mi  dichiarò  che  le  teneva  per  cerio  posteriori 
all'  epoca  dell'  invasione  romana,  il  che  non  esclude  siano  galliche  e  di  tipo  gallico  : 
solo  esclude  che  siano  d'una  grande  antichità.  L'altro  valentissimo  archeologo  fran- 
cese mi  dichiarò  ,  che  sebbene  quelle  vanghe  siano  credute  romane,  egli  è  convinto 
che  sono  galliche. 

Tutte  queste  deduzioni,  tratte  da  fatti,  mi  sembrano  di  non  poca  entità.  Ma  c'è 
un  fatto  positivo  e  diretto,  un  fatto  geologico  che  esclude  l' opera  dei  Romani  nella 
violazione  dei  sepolcri  etruschi  della  necropoli  felsinea;  ed  è  che  taluni  di  questi,  vio- 
lati e  depredati,  hanno  sopra  uno  strato  di  terra  d'alluvione  non  discontinuato  né  ri- 
maneggiato; una  terra  vergine  posteriore  alla  violazione  dei  sepolcri.  Sopra  a  quello 
strato  ce  n'  è  un  altro  di  ciottoli,  parimente  non  discontinuato,  formatovi  da  un  tor- 
rente disalveato,  che  probabilmente  è  quello  poco  lontano  detto  adesso  Meloncello  :  e 
questi  due  strati  di  terra  alluvionale  e  di  ciottoli  sono  più  bassi  dello  strato  romano, 
che  quivi  si  rinviene  costantemente  da  m.  1,40  a  m.  1,70  dalla  superficie  attuale  della 
campagna.  Quindi  risulta,  che  la  violazione  di  quei  sepolcri  etruschi  è  anteriore  allo 
strato  e  al  periodo  romano,  e  che  perciò  la  non  può  essere  se  non  dei  Galli. 

Ora,  dicendo  d'ogni  sepolcro,  dimostrerò  come  la  spogliazione  fosse  quasi  totale, 
e  come  sfuggissero  pochi  oggetti  pregevoli  o  interessanti. 

Prima  trinciera  in  prossimità  degli  scavi  fatti  nell'  autunno  del  1885.  Sterran- 
dola si  rinvenne  nello  strato  romano  :  —  Frammenti  di  piattello  giallastro  etrusco. 
Id.  di  pentolini  rozzi,  rossastri  etruschi.  Id.  di  tazza  greca  figliata.  Pezzo  di  spilla 
di  fibula.  Capocchia  di  cilindro  di  argilla  nera  con  circoli  concentrici  impressi,  del 
periodo  di  Villanova. 

Questa  trinciera,  come  quasi  tutte  le  altre  dei  recenti  scavi,  era  priva  di  sepolcri 
romani,  trovati  costantemente  1'  uno  presso  l'altro  negli  scavi  anteriori.  Forse  quei 
luoghi  erano  diventati  acquitrinosi  dopo  il  periodo  etrusco,  invasi  da  corsi  d'acqua, 
com'è  dimostrato  dalle  ghiaie  stratificate  naturalmente  al  disopra  dei  sepolcri  etruschi. 

1.  Sepolcro  etrusco:  di  latini.  2,20X2,20;  profondità  totale  dal  piano  di  cam- 
pagna m.  3,25.  Si  è  in  questo  sepolcro  che  si  cominciò  ad  accertare  una  particolarità, 
traveduta  nel  sepolcro  settimo  dell'  autunno  1885  (Wotisie  1886,  p.  75),  e  che  si 
trovò  confermata  in  altri  sepolcri  sterrati  ultimamente,  cioè  il  canale  inclinato  d'ac- 
cesso, del  quale  ho  già  dato  ragguaglio. 

In  fondo  :  —  Ossa  dello  scheletro  sparpagliate,  cranio  in  pezzi,  sparsi.  Piattellini 
(quattro)  d'argilla  rossastra  e  rozzi,  in  frammenti.  Piccolo  kantaro,  in  frammenti,  con 
figure  rosse  su  fondo  nero.  Yasettino  greco,  in  frammenti,  a  vernice  nera.  Vaso  greco 
(oenochoe '?),  in  frammenti,  figurato  trascuratamente.  Fusaiuola  d'argilla,  lunga  in 
forma  di  strobilo,  con  attorno  quattro  solchi  profondi,  e  colorata  di  nero.  Perle  (due) 
traforate,  di  pasta  vitrea  turchina,  per  monile.  Tubetti  (tre)  d'osso  lavorato,  in  fram- 
menti e  relativi  dischetti  di  chiusura. 

2.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  2,80  X  2,00;  profondità  m.  2,40.  Uno  dei  pochi 
contenenti  più  d'uno  scheletro.  Ce  n'eran  tre  ,  due  dei  quali  depostivi  dopo  che  il 
primitivo  sepolcro  era  stato  frugato.  Lo  scheletro  superiore  (a  m.  2,40)  avea  statura 
maggiore  dell' ordinaria,  cioè  m.  1,80  dalla  testa  ai  malleoli,  e  le  ossa  umlto  grosse; 
il  braccio  destro  piegato  siili'  avambraccio  (cosa  insolita  negli  scheletri  etruschi),  e  la 


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mano  sinistra  sullo  pelvi.  Era  orientato  in  modo  opposto  al  rito  etrusco,  ossia  con  i 
piedi  a  occidente.  Nessun  oggetto;  solo  a  distanza  di  20  cent,  un  frammento  ili  baso 
di  stela,  probabilmente  del  sepolcro  primitivo. 

Lo  scheletro  dello  strato  medio  (a  m.  3,55)  era  alto  quasi  rome  l'altro  (in.  1,75), 
con  le  braccia  e  le  mani  lungo  il  corpo,  e  adagiato  sul  fianco  sinistro;  .anch'esso  di 
grossa  ossatura,  ma  orientato  con  i  piedi  a  levante.  Nessun  oggetto. 

Questi  due,  aitanti  della  persona,  aggiunti  nel  sepolcro  già  stato  frugato,  e  de- 
posti senza  rito  d'orientazione,  sarebbero  forse  Galli?  Se  ce  ne  fosse  stato  qualche  in- 
dizio più  positivo,  non  si  potrebbe  più  dubitare  che  i  Galli  invasori  violarono  e  spoglia- 
rono le  tombe  dei  vinti.  Ma  se  ciò  non  si  potè  constatare  a  s.  Polo,  sembra  che  ri- 
sultasse invece  in  sepolcri  etruschi  alla  Certosa,  spogliati  della  primitiva  suppellettile, 
e  introdottivi  cadaveri  di  Galli  insieme  con  suppellettile  loro  propria. 

Nel  piano  del  sepolcro  primitivo  etnisco  (a  m.  3,85),  lo  scheletro,  di  statura 
ordinaria,  era  scomposto  e  disperso  :  non  ci  erano  rimasti  che  due  frammenti  di  piat- 
tellini  giallastri. 

3.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  2,60  X  2,00,  profondità  m.  3,80. 

A  m.  3,00  :  —  Bozza  base  di  stela.  Alcuni  cocci  di  piattellini  giallastri.  Fram- 
menti di  vasi  rozzi. 

Nel  fondo  :  —  Anellino  di  bronzo.  Pezzetti  di  guscio  d'ovo.  Tracce  della  cassa 
mortuaria  di  legno.  Ossa  dello  scheletro  sparse. 

4.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  2,50X2,00,  profondità  m.  3,20;  perciò  uno 
dei  meno  profondi.  Aveva  il  canale  inclinato  d'accesso. 

A  m.  2,80  :  —  Frammenti  di  stele  sovrastanti  ad  altra  stela  in  pezzi,  la  cui  scul- 
tura è  bene  conservata.  Questa  stela  di  m.  0,70  X  0,60,  è  incorniciata  dalla  spirale 
greca  corrimi  dietro.  A  destra  del  riguardante  è  la  figura  principale,  che  occupa 
due  terzi  dello  spazio,  seduta  maestosamente  in  una  seggiola  ornata  con  alto  schie- 
nale inclinato  in  dietro,  a  foggia  delle  nostre  poltrone.  Essa  figura,  maschile,  palu- 
data, sembra  posi  i  piedi  sopra  un  suppedaneo,  e  porge  con  la  destra  un  oggetto, 
non  distinguibile,  ad  ima  donna  ammantata,  che  le  sta  dinanzi,  volta  verso  di  lei  in 
posizione  alquanto  curva ,  forse  causata  dal  poco  spazio  che  rimaneva  libero.  E  una 
rappresentazione  affatto  nuova  fra  le  tante  delle  stele  felsinee. 

Nel  piano  del  sepolcro  (m.  3,20)  :  —  Lo  scheletro  in  posizione,  come  se  vi  fosse 
stato  cacciato  con  la  testa  all'  ingiù  e  le  gambe  in  alto,  e  gettativi  sopra  i  pezzi  di 
stela  accennati.  Due  grandi  fibule  d'argento,  ad  arpa,  appaiate,  coperte  da  patiua 
di  bronzo,  benché  non  si  trovassero  nel  sepolcro  oggetti  di  bronzo,  i  quali  però  do- 
vrebbero esserci  stati  e  rubati  in  antico.  Perle  (tre)  di  pasta  vitrea,  di  varie  gran- 
dezze. Perle  (tre)  d'ambra,  da  monile.  Pezzetto  informe  di  ferro.  Tubo  d'osso  in  fram- 
menti. Pezzetti  di  guscio  d'ovo.  Vasettino  attico  (bombylios?)  a  vernice  bruna,  con 
ausa  e  con  orificio  a  imbuto.  Frammento  di  base  di  vaso  figurato.  Tracce  della  cassa 
mortuaria  di  legno. 

5.  Sepolcro  etrusco  :  di  lati  m.  2,80  X  2,00,   profondità  m.  4,60. 

Nel  fondo:  —  Lo  scheletro,  lungo  m.  1,65  fino  ai  malleoli  e  con  le  mani  lungo 
il  corpo,  non  era  stato  smosso;  cosa  rarissima.  Alla  sua  sinistra,  distante  m.  0,20, 
erano  disposti   ordinatamente  i  seguenti    oggetti,  eccettuato  il  vasetto    attico   ch'era 


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nel  mezzo.  Tubetti  (due)  d'osso,  uno  rotto,  con  i  relativi  dischetti.  Tubetto  d'osso 
simile  ai  sopradetti,  ma  ornato  di  quattro  solchi  che  girano  attorno,  e  di  circoletti 
concentrici,  frammentato.  Frammenti  (due)  di  ferro  informi.  Vasetto  attico  (bombylios  ?), 
con  ansa  e  con  orificio  a  imbuto,  d'argilla  fina  rossigna  a  vernice  ranciata ,  rotto. 
Piccolo  kantaro  con  figure  rosse  su  fondo  nero.  Piattello  rozzo  d'argilla  giallastra,  con 
pieduccio  rotto.  Piattelli  (due)  simili  al  sopradetto,  ma  senza  pieduccio,  rotti.  Cio- 
tolette  (due)  d'argilla  rossastra,  rotte:  una  ha  nel  fondo  esterno  ima  croce  grafita. 
Ambedue  contenevano  residui  di  gusci  d'ova.  Pochi  pezzi  di  grande  vaso,  con  figure 
rosse  su  fondo  nero.  Fusaiuole  (due)  rozze,  d'argilla  nera. 

Trinciera  seconda,  al  nord  di  quelle  del  1884  e  1885. 

Nello  strato  romano  (m.  1,40-1,70)  si  raccolsero  più  che  altrove  frammenti  di 
mattoni,  di  embrici,  di  tegole  e  d'anfore;  due  mattoncini  esagonali;  due  frammenti 
di  balsamario  di  vetro;  due  pezzi  di  manici  di  cinerario  di  vetro,  e  un  balsamario 
d'argilla;  le  quali  cose  eran  tutte  frammiste  a  ciottoli  fluviali,  che  indicavano  esser 
quivi  corso  un  torrente. 

Fu  trovato  un  solo  sepolcro  romano  a  incinerazione,  manomesso  forse  nel  fare 
lavori  agricoli;  e  non  c'era  rimasto  che  uno  deisoliti  quattro  vasetti  fittili,  angolari. 

Inoltre  nello  stesso  strato:  —  Monete  (due)  romane,  di  bronzo,  corrose.  Cate- 
nella di  ferro,  lunga  m.  0.28.  Piccoli  pezzi  (tre)  di  aes-rude.  Frammenti  di  vasi  ro- 
mani. Frammenti  (cinque)  di  vasi  greci  a  vernice  nera.  Globetto  di  pasta  vitrea  con 
solchi  attorno.  Lastrine  (due)  di  bronzo,  appartenute  forse  ad  una  cista.  Parte  di  fa- 
sciatura di  bronzo,  appartenuta  ad  un  mobile.  Parte  di  piccola  catenella  di  bronzo. 
Frammenti  di  vasi  figurati.  Frammenti  di  vasetto  dipinto  a  squame.  Frammento  di 
patera  con  figura.  Sezione,  segata,  d'osso  di  bue. 

Immediatamente  sotto  lo  strato  romano  :  —  Cumulo,  di  forma  irregolare,  del  diame- 
tro di  m.  0,50,  e  dello  spessore  di  m.  0,30,  formato  di  ceneri  e  di  minuti  residui  d'ossa 
carbonizzate,  lasciate  nell'ustrino,  la  cui  terra  si  vedeva  aver  subito  l'azione  del  fuoco. 

Nello  strato  medio,  a  m.  2,55  :  —  Sènza  segno  di  fossa,  uno  scheletro  di  ragazzo, 
perfettamente  orientato,  con  le  braccia  distese  lungo  il  corpo  e  le  palme  delle  mani 
volte  in  giù.  La  testa  essendo  stata  posata  intenzionalmente  sopra  una  stela,  però 
troppo  grossa,  s'era  curvata  sul  petto.  Nessun  oggetto  accanto. 

Sotto  si  trovò  la  terra  vergine;  onde  si  può  dedurre,  che  la  necropoli  etnisca 
non  si  estendesse  al  di  là  degli  ultimi  sepolcri  messi  all'aprico  nel  maggio  e  giugno 
1884,  cioè  m.  38,50  al  di  là  dalla  capitagna  divisiva,  e  che  essa  necropoli  attra- 
versava diagonalmente  da  est  a  avest  un  lembo  del  podere  s.  Polo,  fino  al  podere 
de  Lucca,  come  dimostrerò  in  appresso. 

Trinciera  terza  al  sud  della  prima  aperta  in  quest'anno. 

0.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  2,50X2,00,  profondità  m.  3. Gii. 

A  mezzo:  —  Pochi  cocci  di  piattellini  giallastri. 

Presso  il  fondo:  —  Alcuni  frammenti  di  piccola  stela. 

In  fondo:  —  Le  ossa  dello  scheletro  gettate  alla  rinfusa.  Kesidui  di  gusci  d'ova. 
Tracce  dalla  cassa  mortuaria,  di  legno.  Nessun  rimasuglio  di  vasi  dipinti.  Frammenti 
di  fibula  gallica,  di  ferro.  Se  vi  fu  perduta  dai  violatori,  furono  essi  certamente  com- 
pensati dal  non  aver  risparmiato  nulla  della  suppellettile  etnisca. 


—  34r,  — 

7.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  2,70X1.00,  profondità  m.  3,70. 
A  diverse  altezze:  —  Frammenti  (tre)  di  piattelliui  giallastri. 

In  fondo:  —  Lo  scheletro  manomesso,  il  cui  cranio  era  fatto  in  pezzi,  sparsi 
qua  e  là.  Dischetti  traforati  (nove)  d'ambra,  per  monile.  Perle  (tre)  di  pasta  vitrea 
turchina,  una  delle  quali  ornata  di  circoli  bianchi.  Frammenti  d'arco  di  fìbula  di 
bronzo,  ad  arpa.  Frammento  informe  di  ferro.  Nessun  rimasuglio  di  vasi  dipinti. 

8.  Sepolcro  etrusco  :  di  lati  m.  2,55  X  2,30 ,  profondità  m.  3,50. 

Nel  fondo:  —  Lo  scheletro  intero,  lungo  fino  ai  malleoli  m.  1,60,  con  le  braccia 
distese  lungo  il  corpo. 

Sparsi:  —  Fibula  d'argento,  ad  arpa.  Chiodo  di  ferro.  Bottone  di  ferro  piano-con- 
vesso. Disco  traforato  d'ambra  per  monile.  Perle  (due)  di  pasta  vitrea  per  monile. 
Tubetti  (due)  d'osso,  schiacciati,  con  i  relativi  dischi. 

Raggruppati  ordinatamente  a  sinistra  della  testa  dello  scheletro,  sotto  una  striscia 
di  terra  non  tocca  dai  violatori:  —  Piccolo  kantaro,  dipinto  trascuratamente  a  figure  rosse, 
alcune  delle  quali  avvolte  in  un  drappo  e  con  striglie  in  mano.  Pentolino  rozzo  d'ar- 
gilla giallo-sema,  a  due  manici  orizzontali,  con  entro  piccole  ossa  di  volatili,  forse 
residuo  del  silicerno.  Piattellini  (otto)  rozzi  d'argilla  giallognola;  alcuni  con  tracce 
di  vernice  ranciata,  con  entro  molti  pezzi  di  gusci  d'ova.  Ciotoletta  d'argilla  giallo- 
gnola. Frammenti  (sei)  di  asticine  e  chiodi  di  ferro.  Tubetti  (due)  d'osso,  uno  col 
relativo  dischetto.  Estremità  superiore  rotondata  d'un  colteltino  di  selce  piromaca 
levigata,  lavorato  a  doppia  costa  al  di  sopra.  Nucleo  di  selce  piromaca  scagliata 
appositamente. 

9.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  2,45X2,18,  profondità  m.  4,40. 

In  fondo  :  —  Ossa  delle  scheletro  sparse.  Pezzi  di  stele  frantumate.  In  uno  è  figu- 
rato un  uomo  volto  a  destra,  con  la  clamide,  e  sembra  avere  il  capo  coperto  :  è  in 
atto  d'avanzare,  e  tiene  la  mano  destra  sul  fianco.  Nel  lato  opposto  del  frammento  non 
resta  che  la  metà  anteriore  di  due  cavalli  alati,  e  una  gamba  d'uomo,  probabilmente 
di  colui  che  suol  precedere  la  biga  correndo.  Un  piattellino  rozzo,  d'argilla  giallo- 
gnola. Frammenti  d'altro  simile  piattellino.  Frammenti  di  ciotoletta  bruna,  con  croce 
graftìta  nel  disotto.  Ossicini  (quattro)  di  volatile,  forse  anch'essi  residuo  di  silicerno. 

Trinciera  quarta,  piccola,  di  saggio,  all'estremità  occidentale  del  podere,  presso 
il  rio  Meloncello,  col  quale  confina  il  podere  de  Lucca.  È  un  punto  intermedio  sulla 
linea  retta,  tra  la  casa  colonica  di  s.  Polo  e  il  campanile  della  Certosa. 

Sotto  tre  diversi  strati,  il  1°  dei  quali  era  di  terra  alluvionale,  dello  spessore  di 
m.  0.80  ;  il  2°,  o  medio,  di  ciottoli  fluviali,  dello  spessore  di  m.  0,35  ;  il  3°,  o  infimo, 
dello  spessore  di  m.  0,45,  si  scoprì  un  manufatto  d'epoca  romana.  Era  quadrato,  di 
m.  2,80  per  ciascun  lato;  e  consisteva  in  una  specie  d'incassatura,  alta  m.  0,40, 
formata  da  tegoloni  manubriati  messi  di  coltello,  con  riempimento  di  rottame  late- 
rizio romano,  tra  il  quale  erano  alcuni  mattoncini  esagonali,  e  frammenti  di  arenaria, 
forse  basi  di  stele  etnische.  Ciò  era  collegato  da  calce  di  fortissima  presa,  e  posava 
sopra  rozzi  lastroni  di  pietra,  che  soprastavano  a  uno  strato  grosso  m.  0,30  di  ciot- 
toli fluviali,  mescolati  a  detrito  laterizio,  e  rivestito  anch'esso  di  mattoni  manu- 
briati, cementati,  coli' incavo  volto  in  fuori.  Tutto  questo  muramento  era  poi  rafforzato 
intorno  da  una  specie  di  sperone,  largo  m.  0,95,  di  mattoni  murati  in  declivio.  Posava 


—  346  — 

immediatamente  sopra  la  terra  di  un  sepolcro  violato,  del  quale  si  vedevano  le  tracce  ; 
onde  dovevano  averle  vedute  anche  i  Romani  costruttori  di  quel  manufatto.  Però 
il  rettangolo  del  manufatto  era  situato  così,  che  il  suo  centro  non  corrispondeva  a 
quello  del  sepolcro  etrusco,  ed  aveva  i  lati  rivolti  agli  angoli  del  sepolcro  stesso,  due 
dei  quali  rimanevano  scoperti.  Ma  non  si  potè  arguire  se  fosse  una  base  di  sepolcro, 
od  altro. 

10.  Sepolcro  etrusco;  di  lati  m.  2,00  X  1,60,   profondità  m.  4,30. 

A  m.  3,50  (ossia  a  m.  3,80  prima  di  arrivare  al  fondo)  si  cominciarono  a  tro- 
vare le  ossa  dello  scheletro,  sparse  qua  e  là,  e  pezzi  del  cranio. 

Nel  rimanente  strato  di  m.  0,80  :  —  Piattellini  (dieci)  rotti  e  mancanti  di  varii 
pezzi.  Frammenti  di  piccola  ciotola  d'argilla  rosso-sema.  Pezzetto  di  vaso  a  vernice 
nera.  Chiodi  (due)  di  ferro.  Frammento  di  cornice  di  stela,  con  la  spirale  corrimi 
dietro. 

Trmciera  quinta,  vicinissima  alla  casa  colonica,  e  a  quella  trinciera  dove  l'Ar- 
noaldi  trovò  un  grande  e  bellissimo  kratere  dipinto,  e  un  bel  candelabro  di  bronzo. 

A  due  metri  di  profondità  si  rinvenne  uno  strato  di  ghiaia  compattissimo,  dello 
spessore  di  m.  0,40. 

11.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  3,00  X  2,00,  di  profondità  m.  4,55. 

La  banchina  di  separazione  aveva  un'apertura  regolarissima,  larga  m.  0,90,  che 
lo  metteva  in  comunicazione  col  sepolcro  n.  14,  benché  il  piano  di  quest'  ultimo 
fosse  più  basso  m.  1,15.  Aveva  inoltre  il  canale  d'accesso  a  levante  (largo  in  cima 
m.  1,10,  e  in  fondo  m.  1,40),  in  uno  dei  lati  minori. 

A  m.  3,25  :  —  Orlo  e  pezzo  di  vaso  rozzo,  etrusco.  Pezzetti  (due)  di  vaso  a 
vernice  nera.  Fuseruola  d'  argilla,  arcaica.  Rifiuto  di  lavorazione  di  selce.  Dente  di 
cavallo. 

A  m.  3,50  :  —  Molti  pezzi  di  stele,  dai  quali  era  scomparsa  ogni  traccia  di  scul- 
tura, toltone  uno  che  conservava  la  cornice  a  fogliame.  Fibula  piccola,  ad  arpa, 
d'argento. 

Nel  fondo  :  —  Cranio  e  poche  ossa  scompigliate,  dello  scheletro.  Fibula  piccola 
d'argento.  Capocchie  (due)  di  chiodi  di  ferro.  Bottone  d'osso.  Pezzo  di  coltellino  di 
selce. 

Nello  strato  medio,  alla  profondità  di  m.  2,69,  quasi  sopra  al  sepolcro  etrusco 
n.  12,  si  trovò  una  lastra  di  macigno  di  m.  0,50X0,40,  grossa  m.  0,40,  che 
copriva  un  grande  kratere  dipinto,  contenente  ossa  umane  carbonizzato  e  ceneri.  Il 
quale  era  stato  collocato  verticalmente  nella  terra  senz'  alcun  riparo,  e  senza  alcun 
oggetto,  e  sarà  sfuggito  ai  violatori,  per  essere  un  po'  da  parte  del  sepolcro  etrusco, 
più  basso.  Non  lo  dico  un  ossuario  etrusco,  per  mancanza  di  oggetti  che  lo  caratte- 
rizzino, ma  probabilmente  lo  è,  essendo  uno  di  quei  krateri  figurati,  che  si  trovano 
frequentemente  nei  sepolcri  etruschi,  ed  anzi  appartiene  al  periodo  non  molto  antico, 
come  altri  trovati  là  presso. 

Vi  è  dipinto ,  senza  granitura ,  principalmente  una  scena  del  tiaso  bacchico, 
con  figure  mezzanamente  grandi ,  trattate  con  grande  finitezza  nelle  teste  e  nelle 
vesti  muliebri,  che  conservano  tracce  di  tinta  bianca.  La  composizione,  di  stile  libero, 
è  di  sei  figure;   tre  Fauni    coronati    di    edera  e  col  tirso,  in  pose   e   atteggiamenti 


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diversi,  elio  guai-ciano  la  danza  di  tre  Baccanti,  Le  quali  .suonano  il  tympanum  o  tam- 
burino :  una,  soprastante  ad  un  gran  basamento  corniciato  in  cima  dalla  spirale  cor- 
rimi-dietro ,  è  manifestamente  agitata  dal  Dio,  di  cui  celebra  le  orgie.  Queste  tre 
Baccanti  sono  coronate  in  diverse  guise,  e  coperte  fino  ai  piedi  di  vestimenta  soprac- 
carte di  ornati.  Nel  lato  opposto  del  kratere  sono  dipinti,  con  disegno  largo  e  non 
graffito,  due  donne,  e  due  uomini  con  striglie  in  mano,  tutti  ignudi,  che  stanno  per 
entrare  nel  bagno. 

12.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  3,00X2,10,  profondità  m.  5,60,  con  canale  d'ac- 
cesso in  uno  dei  lati  maggiori,  e  con  l'apertura  di  comunicazione  col  sepolcro  n.  13. 

Tra  i  m.  3,00  e  4,50:  —  Stela  piccola  in  pezzi,  mancante  della  base;  misura 
hi.  0,41X0,39.  Vi  è  espressa  una  sola  figura-  maschile  a  fronte  sfuggente,  di  tipo  etru- 
sco, appoggiata  a  bastone.  La  cornice  è  a  zig-zag.  Altra  stela  a  tre  compartimenti  di 
scultura  finissima.  Nel  superiore  mia  palmetta  verticale,  con  ai  lati  altre  due  palmette 
orizzontali.  Nel  mediano,  figura  maschile  paludata,  seduta  in  biga,  che  ha  ruote  ar- 
caiche. Questa  figura  sostiene  con  la  destra  l'ombrello,  il  quale  è  altresì  sostenuto  dalla 
mano  sinistra  di  un  Genio,  che  le  si  libra  di  contro.  Nel  terzo  compartimento,  un 
ippocampo  alato,  sovrastante  ad  un  serpe  che  ha  l'estremità  della  coda  lunata.  Nella 
cornice,  due  rami  a  foglie  lanceolate,  i  quali  s' incontrano  in  cima.  Frammento  di  stela 
con  la  metà  superiore  di  figura  maschile  nuda;  la  cornice  ha  una  spirale  di  rami 
d'edera.  Frammento  di  stela  a  due  compartimenti;  nel  primo  è  la  parte  inferiore  d'un 
uomo  a  cavallo;  nel  secondo  ima  sfinge  alata  ritta  sulle  quattro  zampe,  con  testa 
maschile  volta  in  dietro.  Altri  pezzi  della  stela  a  tre  compartimenti. 

Più  in  basso:  —  Pezzo  di  aes-rude.  Tubetto  d'osso  lavorato. 

Nel  fondo  :  —  Le  ossa  scompigliate  dello  scheletro,  e  il  cranio  a  pezzi,  in  disparte. 

13.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  3,00  X  2,00,  profondità  4,90,  con  l'apertura  di 
comunicazione  coi  sepolcri  n.  12  e  14. 

Nel  fondo  :  —  Frammenti  (tre)  di  fibule  di  bronzo  a  coda  di  rondine.  Anellino 
d'argento  frammentato,  con  entro  una  falange  di  dito.  Pezzo  di  aes-rude.  Frammenti 
(parecchi)  di  grande  kratere,  con  figure  rosse  in  fondo  nero,  d'epoca  tarda.  Ciondolo 
'l'ambra,  in  forma  di  fiaschettina  elissoide  schiacciata,  con  fori  per  tenerla  appesa. 
Bottoncini  (due)  d'osso  ,  uno  più  piccolo  dell'altro.  Fusaiuole  (due)  d'argilla  di  tipo 
arcaico.  Sassolino  di  selce  rossa.  Poche  ossa  dello  scheletro,  e  non  il  cranio. 

14.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  3,10  X  2,00,  profondità  m.  4,50;  aveva  l'apertura 
di  comunicazione  con  i  sepolcri  n.  11  e  15. 

Nel  fondo  in  un  angolo  :  —  Grande  kratere,  in  pezzi,  con  manici  attortigliati  e  con 
gli  ornati  a  vernice  bianca,  conservata  in  alcuni  punti.  Le  figure  rosse,  non  graffite, 
su  fondo  nero  rappresentano  un  combattimento  tra  Amazzoni  e  giovani  Greci.  Quelle 
isono  quattro,  vestite  nella  loro  solita  foggia,  armate  di  ascia  e  di  arco,  montate 
a  cavallo,  eccetto  una  distesa  in  terra,  con  gli  occhi  chiusi ,  che  par  morta.  Sono 
quattro  anche  i  giovani  Greci,  vestiti  solo  del  manto  ;  ma  tutti  con  elmo  in  testa. 
Uno  di  quegli  elmi  ha  grande  cresta,  e  le  paragnatidi  ritte  e  appuntite,  che  sem- 
brano orecchie  di  cavallo.  Le  armi  dei  Greci  sono  parazonio  e  lancia.  Kylix  in  pezzi, 
figurata.  Neil'  interno  sono  rappresentati  due  giovani,  uno  seduto  e  l'altro  ritto. 
Altra  kylii  in  pezzi.  Pentolino    rozzo    d'argilla  nera.  Piattellino  d'argilla  giallastra. 

Classi:  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Si  r.  1  ■'.  Voi.  II. 


—  348  — 

Ciotoletta  nera.  Manichino  mobile  di  bronzo.  Grande  ansa  di  bronzo,  in  forma  di  lituo, 
t'ormata  da  una  verga  ritorta.  Pare  che  il  vaso  a  cui  apparteneva,  fosse  foderato  di 
legno,  essendosene  trovati  alcuni  pezzi  carbonizzati,  che  erano  attaccati  all'ansa  quando 
fu  raccolta.  Dello  scheletro  non  rimanevano  che  alcune  ossa,  sparse  e  frantumate.  Del 
cranio  c'erano  pezzi  a  m.  1,00  e  a  m.  1,50  dal  fondo. 

15.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  3,60X2,25,  profondità  m.  4,60,  e  due  delle 
solite  aperture,  che  lo  mettevano  in  comunicazione  con  i  sepolcri  n.  14  e  17. 

A  m.  1,00  dal  fondo  :  —  Grande  frammento  di  stela,  alto  m.  0,80  X  0,85,  con 
cornice  a  spina  di  pesce.  Vi  rimane  la  parte  inferiore  di  due  figure  maschili  drap- 
peggiate, e  fronte  a  fronte. 

Nel  fondo  :  —  Alcuni  frammenti  di  tazzetta  a  vernice  nera.  Frammento  di  vaso 
figurato.  Frammenti  di  pentolino  a  due  manici,  rozzo  brunastro.  Archi  (due)  di  fibule 
di  bronzo.  Oggettino  d'argento,  formato  da  due  cerchielli  riuniti  come  un  8.  Chiodini 
(tre)  di  bronzo.  Chiodini  (due)  di  ferro.  Poche  ossa  dello  scheletro,  e  frammenti  del 
cranio. 

16.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  3,15  X  2,00,  profondità  m.  5,30;  aveva  la  solita 
apertura  di  comunicazione  col  sepolcro  n.  15. 

A  m.  3,00:  —  Alcuni  pezzi  di  stele,  logori.  Cocci  di  vasi  rozzi.  Frammento 
informe  di  bronzo. 

A  m.  3,30  :  —  Piede  di  piattello  rozzo,  bruno,  con  croce  gammata  granita  al- 
l'esterno. 

Presso  il  fondo  :  —  Frammento  di  stela  a  due  compartimenti,  incorniciati  dalla  spi- 
rale corrimi-dietro.  Nel  compartimento  di  sopra  rimangono  le  sole  zampe  anteriori 
di  due  cavalli  correnti.  Nel  compartimento  di  sotto  è  la  figura  nuda  d'un  uomo,  ada- 
giato sopra  un  tettuccio,  col  braccio  destro  disteso,  e  il  sinistro  abbassato:  ha  da- 
vanti qualcosa  che  non  si  distingue.  È  soggetto  nuovo. 

Nel  fondo  :  —  Frammenti  di  vasetti  rozzi.  Frammenti  di  alabastron.  Peduccio  di 
bronzo,  di  mobile.  Dadi  (due)  cubici.  Alcuni  pezzi  d'ossa  dello  scheletro,  e  frammenti 
del  cranio. 

17.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  3,50X2,15,  profondità  m.  4,80.  La  solita 
apertura  lo  metteva  in  comunicazione  col  sepolcro  n.  15. 

A  m.  2  :  —  Fibulina,  di  bronzo,  a  losanga,  vuota  :  tipo  arcaico  s.  Polo. 

Presso  il  fondo:  —  Pezzo  di  femore,  e  alcuni  frammenti  del  cranio  dello  scheletro. 

Nel  fondo,  sparsi  :  —  Frammenti  di  kylix  nera.  Pezzi  di  kylix  con  figure  rosse 
su  l'ondo  nero ,  rappresentanti  giovani  nudi,  ritti  con  alta  asta  in  mano.  Frammento 
di  pentolino  rozzo,  bruno.  Dado  cubico.  Dischetto  d'ambra  traforato,  per  monile.  Bot- 
tone d'osso. 

18.  Sepolcro  etrusco:  di  lati  m.  3.25  X  2,10,  profondità  m.   1,50. 
Nello  strato  romano  :  —  Fusaiuole  (due)  arcaiche.  Chiodi  di  ferro. 
A  m.  2,00:  . —  Pentolino  a  due  manici,  rozzo  bruno. 

A  m.  3,9(>:  —  Frammenti  di  stele,  ammucchiati  quasi  nel  mezzo.  Quattro  sono 
incorniciati  dalla  spirale  corrimi-dietro.  Nel  compartimento  superiore,  la  testa  di 
uu  serpe  e  due  quadrupedi,  che  hanno  qualche  rassomiglianza  coi  lupi.  Nel  compar- 
timento inferiore,  dovevano  essere  due  stìngi  aifrontate,  delle  quali  rimane  una  sola 


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intera.  È  alata  ed  ha  la  testa  coperta  da  un  berretto  a  squame,  dalla  cui  cima  scende 
all'  indietro  una  specie  di  freccia  ad  asta  ondulata,  cosi  conio  si  rappresenta  la  folgore. 
Il  petto  della  sfinge  è  coperto  da  egida,  a  squame  anch'essa.  Dell' alti  a  sfinge  non 
rimane  che  un  pezzo  di  coda.  Scultura  finissima  e  eonservatissima.  Frammento  di  ci- 
masa di  stela  con  la  spirale  corrimi-dieiro,  e  una  parte  di  serpe. 

Nel  fondo  :  —  Piattellino  d'argilla  rossastra.  Coppa  d'argilla  rozza,  bruna,  con  piede 
alto,  sul  quale  sono  graffite  due  linee  quasi  parallele,  intersecate  ad  angolo  un  poco 
aperto  da  altra  linea.    Frammenti  di  kratere  nero  con    figura    femminile,  rossa,  la 
quale  stando  in  biga,  guida  i  cavalli  alati  e  correnti.    Pezzo  di  piccolo  kantaro,  di- 
pinto a  figure  rosse  su  fondo  nero.  Balsamario  di  vetro  azzurro  opaco,  con  due  pic- 
cole ansette  gialle,  e  un  listello  celeste  presso  il  collo  ;  l'orificio  manca.  A  poca  di- 
stanza, altri  due  listelli  uno   giallo  ed  uno  celeste,  che   sono   ripetuti  più  in  basso. 
Questo  balsamario,  molto  bello,  è  lungo,  cosi  com'è,  m.  0,092.  Fusaiuola  di  vetro  az- 
zurro opaco,  con  ornamenti  celesti  sovrapposti.  Perla   da  monile,   di   vetro  e  ornata 
come  la  l'usaruola  precedente.  Ciondolo  d'ambra  a  foggia  di  cuore,  con  appiccagnolo 
traforato.  Ciondolo  d'ambra  rappresentante  la  parte  anteriore  di  un  piede  umano,  cal- 
zato ;  è  munito  di  appiccagnolo.  Patera  di  bronzo.  Statuetta   virile  nuda,  di  bronzo, 
con  la  mano   destra  sul  fianco  e  la  sinistra  sporgente,  la  palma  volta  in  giù.  È  di 
maniera  arcaica,  sopra  piedistallo  circolare,  come  tutte  le  altre  che  ornavano  il  vertice 
dei  candelabri.  Perciò  il  candelabro  ci  sarà  stato  insieme,  e  sarà  stato  rubato.  Fibulina 
di  bronzo  a  coda  di  rondine.  Chiodi  (due)  di  ferro.  Frammento  informe  di  piombo. 
Ossicino  di  volatile. 

III.  Forlì  —  Scoperte  presso  il  nuovo  palazzo  della  Cassa  di  risparmio, 
descritte  dall'' ispettore  cav.  A.  Santarelli. 

Negli  scavi  del  decorso  agosto  per  la  costruzione  della  nuova  residenza  della 
Cassa  di  risparmio  di  Forlì,  che  sorge  sul  Corso  V.  E.,  furono  scoperte  alcune  tombe, 
una  delle  quali  di  non  lieve  interesse  per  la  storia  locale. 

La  prima,  che  fu  incontrata  a  circa  m.  1,50  di  profondità,  è  di  epoca  romana. 
Si  presentarono  embrici  grandissimi,  messi  a  due  pioventi,  che  costituivano  im  manu- 
fatto, lungo  m.  0,85,  largo  m.  0,50,  ed  orientato.  Saputa  la  cosa,  mi  recai  in  luogo, 
e  trovai  i  tegoloni  tutti  anepigrafi,  solo  fomiti  di  circoli  digitali  impressi  nella  creta 
molle,  ed  il  sepolcro  formato  di  avanzi  di  ustrino  per  uno  spessore  di  m.  0,20,  fra 
i  quali  non  rinvenni  che  pochi  frammenti  ossei,  e  carbone. 

Altre  due  tombe  romane,  ma  queste  di  inumati,  si  offersero  in  altro  punto  della 
fabbrica,  presso  a  poco  allo  stesso  livello,  composte  anch'esse  di  tegole  a  capanna:  però, 
corrispondendo  sul  vecchio  muro  di  facciata,  erano  state  guastate  in  antico,  e  quindi  non 
diedero  ora  che  un  pezzo  di  lastrina  di  bronzo,  forse  avanzo  di  cinturone,  ed  un  mezzo 
anello  pure  di  bronzo.  I  cadaveri  avevano  il  capo  a  sud  ed  i  piedi  a  nord.  Nell'area 
circostante,  ma  a  distauza  da  dette  tombe,  furono  a  quando  a  quando  raccolti  per  cura 
e  diligenza  del  sovrastante  ai  lavori  sig.  Enea  Manuzzi  gli  oggetti  ebe  indico  :  —  Bronzo. 
Un  frammento  di  quell'arnese  chiamato  tira-arco,  nel  quale  restano  le  tre  solite  punte, 
e  parte  dei  due  anelli.  Piccolo  campanello  frammentato,  privo  di  battaglio.  Avanzo 
di  fermaglio  da  cintura,  o  da  balteo.  Coperchio  di  tazza  con  suo  gangetto  snodato. 


—  350  — 

Un  piccolissimo  pesce,  forse  ornamento  da  collana.  Altri  frammenti  indecifrabili.  — 
Vetro.  Un  globetto  semisferico  verdastro.  —  Fittili.  Un  grano  da  collana  di  argilla 
gialla  finissima.  —  Pietra  oliare.  Due  pezzi  di  pentole. 

La  più  importante  scoperta  fu  l'ultima,  quella  cioè  di  una  tomba  arcaica  di 
guerriero,  trovata  nel  cavare  i  fondamenti  per  le  colonne  del  portico  frontale  del 
palazzo,  e  precisamente  in  confine  con  la  via  del  Corso  sopra  ricordato. 

Il  suolo  sovrapposto  era  formato  da  terriccio  di  trasporto  :  poi  veniva  uno  strato 
di  ghiaia,  di  cent.  80  circa,  probabilmente  scoperchiato  anticamente  nella  sistemazione 
della  strada,  la  quale  pare  segni  il  tracciato  della  via  Emilia,  come  indicherebbero 
anche  i  resti  di  un  ponticello  a  lato  del  prossimo  palazzo  Merenda.  Seguiva  poscia 
il  terreno  vergine.  Entro  al  medesimo,  alla  profondità  dal  piano  superiore  di  m.  1,90. 
s'incontrò  uno  scheletro  messo  in  fossa  libera,  lunga  circa  m.  2,00  larga  m.  0,90,  e  senza 
segnali.  Il  cadavere  aveva  il  capo  ad  est,  e  i  piedi  ad  ovest.  Le  ossa,  meno  le  tibie, 
erano  ridotte  a  minuti  pezzetti,  per  l'umidore  e  la  pressione  del  terreno  ;  ma  si  potè 
determinare,  che  il  morto  era  collocato  supino,  e  la  statura  sua  non  eccedeva 
l'ordinaria. 

Ed  ecco  la  suppellettile  funebre  deposta  col  medesimo.  Presso  al  corpo  ed  all'omero 
destro,  stavano  :  —  1.  Un  vasetto  a  forma  di  skijphos  senza  piede,  che  invece  di  anse,  ha 
quattro  bitorzoli  puntuti  equidistanti  vicino  all'orlo.  È  di  color  bruno,  plasmato  a  mano, 
con  terra  impura,  solo  essiccata.  Misura  in  altezza  m.  0,08,  con  l'orificio  largo  m.  0,07. 
Fu  estratto  quasi  iutero.  Esso  richiama  i  fittili  delle  terremare,  ed  è  identico  ad  uno 
trovato  in  tombe  di  Tolentino  (cfr.  Bull,  di  Pai.  it.  anno  VI,  tav.  10,  n.  8).  —  2.  Ciotola 
di  terra  gialliccia  ben  cotta,  fornita  di  piccolo  piede,  e  fatta  alla  ruota.  Nell'in  tenni 
e  sul  labbro  un  poco  inflesso,  serba  segni  di  coloritura  rossa.  È  alta  m.  0,038,  e  del 
maggior  diametro  di  m.  0,093.  Fu  levata  intatta.  Parecchi  vasetti  simili  uscirono 
dalle  tombe  della  Certosa,  ed  altre  analoghe  (cfr.  Zannoni,  Scavi  della  Certosa 
di  Bologna  tav.  XXIX,  n.  7  e  tav.  XXXVII,  n.  12).  —  3.  Pochi  avanzi  di  altra 
ciotola  di  terra  nera  senza  piede,  che  si-  trovò  in  briccioli. 

Presso  al  radio  sinistro  dello  scheletro  :  —  4.  Oetwchoe  di  terra  fina  gialliccia 
ben  cotta,  a  corpo  rigonfio  e  collo  brevissimo,  con  manico  a  tenia  rialzato  sull'orlo. 
e  beccuccio  appena  pronunziato:  sembra  eseguita  alla  ruota.  È  alta  m.  0,10,  diam. 
magg.  m.  0,10.  Ha  una  larga  fascia  rossa  sul  labbro;  altra  sul  ventre,  chiusa  da 
due  più  strette,  ed  una  terza  sul  piede,  foggiato  a  piccolo  zoccoletto.  Fra  il  labbro 
ed  il  ventre  è  pure  un  sottile  fregio  ondulato,  dello  stesso  colore  ;  ed  anche  il  manico 
serba  spennellature  orizzontali,  della  medesima  tinta.  Venne  raccolta  intatta.  —  5.  hi. 
della  stessa  foggia  e  misura,  della  identica  tecnica  figulinaria,  con  i  medesimi  ornati, 
eccetto  che  invece  del  rosso  corallino  come  nella  prima,  è  stata  adoperata  una  vernice 
rossastra.  Si  trovò  quasi  intera.  Vasetti  consimili  per  coloritura  e  forma  uscirono 
dalle  tombe  di  Corneto-Tarquiuia,  da  quelle  di  Orvieto,  e  dalle  felsinee  (cfr.  Noli:/  • 
1885,  ser.  4a,  voi.  1,  p.  634;  1886,  p.  ti,  7;  Zannoni  op.  cit.  p.  4(19). 

Sempre  procedendo  a  sinistra  dello  scheletro  si  rinvenne:  —  ti.  Olla  di  terra  rossa 
ridotta  in  minutissimi  pezzi,  che  non  fu  possibile  ricomporre,  ma  che  per  una  parte  del 
collo  che  si  è  salvata,  si  rivela  simile  a  quella  che  si  descriverà  al  n.  9.  —  7.  Urna  roz- 
zissima,  fatta  a  mano,  di  terra  impastata  con  frammenti  pietrosi,  spalmata  di  argilla 


-  351  — 

nerastra  e  d'imperfetta  cottura.  È  di  forma  piuttosto  slanciata  a  doppio  cono,  e  sulla 
metà  del  ventre  pinta  tre  sporgenze  cilindriche,  equidistanti,  con  profonde  impressioni 
in  testa,  ottenute  con  istrumento  rotondo  e  con  un  dito.  Ila  labbro  grosso  e  divari- 
cato, e  in  luogo  di  piede,  una  semplice  schiacciatura  di  piccolo  diametro.  In  altezza 
misura  m.  0,37,  nella  maggiore  espansione,  m.  0,31.  La  bocca  è  larga  m.  0,17,  e  lo 
spessore  della  pareti  oscilla  tra  i  min.  7  e  12.  Era  ridotta  in  molti  pezzi  per  la 
pressione  del  terreno  ;  ma  con  grande  pazienza  potei  ricomporla  quasi  interamente.  È 
noto  che  vasi  rozzi  con  protuberanze  a  metà,  del  ventre,  e  con  appendici  analoghe, 
s'incontrarono  in  sepolcreti  di  terremare  (cfr.  Crespellani,  Scavi  del  Modenese  1880, 
tav.  II,  n.  1  e  8).  Quello  da  me  descritto  riproduce  più  in  piccolo  il  dolio,  con  bitor- 
zoli cilindrici  ornati  d'  impressioni  rotonde,  venuto  fuori  dalle  necropoli  bolognesi 
(cfr.  Zannoni.  op.  cit.  tav.  L1I,  n.  1).  —  8.  Urna  liscia  di  terra  durissima  impastata 
con  polvere  silicea,  ingubbiata  d'argilla  rossastra,  fatta  senza  aiuto  di  tornio,  e  cotta 
a  fuoco  aperto.  È  di  forma  snella,  a  doppia  ansa  obliqua,  con  labbro  sottile  lievemente 
divaricato  ;  e  nell'insieme  richiama  il  noto  tipo  degli  ossuarii  di  Villanova.  Misura 
in  altezza  m.  0,34 ,  nella  maggiore  larghezza  m.  0,28.  Il  diametro  dell'orificio  è  di 
m.  0,17;  le  pareti  non  eccedono  lo  spessore  di  rara.  (3,  ed  ha  fondo  senza  risalto. 
Si  trovava  presso  la  tibia  sinistra  dello  scheletro,  ed  in  discreto  stato  di  conserva- 
zione.  —  0.  Olla  veutricosa,  di  terra  rossa  impastata  di  bianchi  granelli  pietrosi,  la- 
vorata a  mano,  e  cotta  a  buon  fuoco.  Era  ai  piedi  del  cadavere.  Misura  in  altezza 
m.  0,35 ,  nella  maggiore  ampiezza  m.  0,34.  La  bocca  si  alza  con  una  specie  di  col- 
lare, che  termina  in  cordone  diviso  in  grossezza  da  lieve  solco,  ed  è  larga  m.  0,15. 
Verso  la  metà  del  ventre  nascono  due  anse  oblique,  foggiate  come  quelle  dei  cine- 
rarii  di  Villanova,  ed  il  fondo  consiste  in  una  semplice  schiacciatura.  Anche  le  pareti 
di  questo  vaso  sono  di  varia  grossezza,  presentando  in  alcuni  punti  lo  spessore  di 
mm.  4,  in  altri  di  ini.  10.  Era  stata  spezzata  dal  peso  della  terra,  ma  molto  meno 
della  compagna  ricordata  nel  n.  6  ;  talché  si  è  potuto  abbastanza  bene  ricomporre. 
In  mezzo  ai  frammenti  di  essa  stava  un  pezzo  di  lama  di  coltello  di  ferro,  lunga 
m.  0,11  larga  m.  0,040,  in  origine  forse  collocata  entro  al  fittile.  Quest'olla,  per  la 
forma,  meno  lo  zoccolo  che  non  ha,  ne  richiama  una  della  necropoli  d'Orvieto  (cfr.  No- 
tizie 1880,  tav.  V,  n.  50)  ed  altra  diota  degli  scavi  felsinei  (cfr.  Zannoni  op.  cit. 
tav.  LXXI,  n.  6). 

Stretta  fra  la  medesima  e  l'urna  n.  8  era  :  —  10.  Una  Kylix  di  bucchero  nero  finis- 
simo, a  due  manichi  lievemente  rialzati,  fornita  di  piede  poco  sviluppato  e  con  labbro 
arrotondato  inflesso.  È  alta  m.  0,05,  e  l'orifizio  presenta  la  larghezza  di  m.  0,14. 
Meno  poche  sbiecatile,  e  la  rottura  di  una  delle  anse,  è  in  discreto  stato,  e  serba 
ancora  parte  dell'antico  lucido.  Pel  tipo  essa  riproduce  una  tazza  del  III  periodo 
d'Este,  e  richiama  pure  le  felsinee,  salvo  che  queste  hanno  il  piede  più  aggraziato 
(cfr.  Notizie  1882,  tav.  V,  n.  53). 

Tutti  questi  vasi  erano  pieni  della  terra,  che  aveva  servito  a  ricoprire  il  sepolcro, 
e  non  serbavano  neppure  il  più  piccolo  avanzo  del  pasto.  Eimango  quindi  incerto  se 
attestino  il  silieerno,  o  sieno  stati  posti  per  altri  motivi  di  rito. 

Sul  petto  poi  dello  scheletro,  erano  due  piccole  fibule  di  bronzo  frammentate. 
Sono  a  semplice  arco,  formato  da  lamina  che  s'ingrossa  nel  mezzo,  con  istalla  corta, 


—  352  — 

che  termina  in  bottone  volto  all'insti.  Kinuendo  i  pezzi  di  una  di  esse,  vedo  che 
misuravano  in  lungo  circa  mm.  42.  Il  loro  tipo  corrisponde  a  quello  delle  note  fibule 
della  Certosa  di  Bologna,  e  del  III, periodo  d'Este.  Presso  alle  fibule,  si  trovò  posta 
trasversalmente  una  cuspide  di  lancia  di  ferro,  sulla  quale  resta  dall'  ossido  saldata 
in  taglio  una  punta  di  giavellotto  egualmente  di  ferro,  molto  deformata,  se  pure  non 
si  tratta  di  altra  lancia.  Accanto  a  questo  gruppo,  era  un  lungo  pezzo  di  lama  dello 
stesso  metallo,  che  pare  di  coltello  con  codolo. 

La  lancia  è  della  forma  a  foglia  d'alloro,  con  costola  appena  accennata,  e  fornita 
di  cartoccio  per  l'asta,  dalla  quale,  attesa  la  posizione  in  che  si  rinvenne  l'arma,  è 
evidente  che  era  stata  separata.  In  complesso  è  lunga  m.  0,31,  e  nel  punto  della 
maggior  espansione  m.  0,077.  Il  giavellotto,  munito  anch'esso  di  gorbia,  è  della  lun- 
ghezza di  m.  0,21  e  largo  m.  0,035.  Lì  presso  stava  il  frammento  di  un  sauroter, 
che  probabilmente  avrà  appartenuto  alla  ricordata  lancia. 

Altra  cuspide  di  lancia  di  ferro  più  piccola  era  a  piedi  del  cadavere,  dal  lato 
destro,  ed  aveva  la  punta  rivolta  in  giù.  È  della  forma  dell'antecedente,  molto  inve- 
stita anch'essa  dall'ossidazione,  e  misura  in  lungo  m.  0,25,  in  largo  m.  0,065. 

Tanto  la  prima,  che  la  seconda  lancia,  si  cavarono  fuori  spezzate  ;  ma  le  rotture 
non  datano  certo  dalla  loro  deposizione,  perchè  i  pezzi  aderivano,  e  nelle  fratture 
il  metallo  non  è  intaccato  dall'ossido  del  resto.  Queste  cuspidi  sono  della  più  antica 
foggia;  e  per  citare  alcuni  esempi,  richiamano  le  liguri  di  Velleja,  e  quelle  delle 
necropoli  di  Tolentino.  Anche  la  loro  duplicità  ha  riscontri  interessanti,  vedendosi 
appunto  soldati  con  due  lance  nella  situla  di  fattura  umbra,  trovata  in  tomba  etnisca 
degli  scavi  Arnoaldi-Veli,  ed  illustrata  dal  eh.  Brizio  (cfr.  Notule  1877,  tav.  Vili, 
n.  1,  2;  Bull,  di  Pai.  II.  anno  VI,  tav.  X,  n.  14;  Atti  e  Mera,  della  lì.  Dep.  di  storia 
patria  per  le  Romagne  fase.  IV,  1884,  tav.  VI,  VII). 

La  descritta  tomba  di  Forlì,  al  disotterramento  della  quale  assistei  di  continuo 
per  raccoglierne  tutte  le  particolarità,  mi  sembra  abbia  molta  somiglianza  con  quella 
dei  sepolcreti  di  Tolentino,  che  vengono  assegnati  alla  prima  età  del  ferro  (2°  periodo). 
Infatti,  oltre  al  modo  di  seppellimento  ed  all'associazione  di  vasi  rozzi  e  fini,  corri- 
sponde anche  la  distribuzione  dei  medesimi  intorno  al  cadavere.  Qui,  come  là,  i 
vasetti  potorii  sono  alla  destra  vicino  al  capo,  ed  i  maggiori,  presso  alle  tibie  ed 
ai  piedi  (cfr.  Bull,  ili  l'ai.  il.  anno  VI,  tav.  X,  n.  1,  tav.  XI,  n.  1,  2).  Potrei  pure 
rilevare  ima  certa  attinenza  con  la  civiltà  umbra  per  l'urna  a  bitorzoli,  pel  rozzo 
bicchiere,  e  pei  vasi  riproducenti  il  tipo  di  Villanova  ;  con  quella  del  III  periodo 
d'Este  e  quella  di  Corneto  Tarquinia,  per  le  oenochoe  colorate  a  zone;  con  l'etnisca, 
per  le  fibule  ;  ma  mi  riserbo  più  ampii  studi,  quando  potrò  radunare  maggiori  elementi 
in  altri  punti  della  città,  o  nell'area  circostante  al  luogo  dello  scoprimento,  che  senza 
le  difficoltà  che  mi  presentarono  le  fabbriche,  la  via  principale,  e  gli  accumulati 
materiali  pel  nuovo  lavoro,  avrei  interrogata  tosto,  allargando  le  esplorazioni.  Pel  mo- 
mento quindi  mi  limito  a  designare  questa  tomba  come  preromana,  e  darla  per  la 
più  antica  che  fino  ad  ora  sia  apparsa  nel  territorio  forlivese. 

Chiudo  notando  con  compiacenza  e  gratitudine,  che  l'on.  Amministrazione  della 
Cassa,  di  risparmio  ha  fatto  dono  alla  raccolta  cittadina  di  tutti  questi  interessanti 
cimelii. 


—  353  — 


Regione  VII.  (Etruria) 


IV.  Chiusi  —  Sarcofago  di  terracotta  policroma,  scoperto  a  Poggio 
i  mterello,  presso  Chiusi.  Nota  del  prof.  li.  A.  Milani. 

Di  ritorno  da  Chiusi,  mi  affretto  a  dare  comunicazione  della  importante  scoprii  ; 
che  provocò  ia  mia  ultima  gita  in  (india  città.  Trattasi  di  un  sarcofago  di  terracotta 
policroma,  simile  e  quasi  parellelo  a  quello  che  si  scoprì  a  Montebello  (nord-est  di 
Chiusi)  dieci  anni  or  sono  ('),  e  che  fu  acquistato  dal  Ministero,  perchè  fosse  degno 
ornamento  del  Museo  Etrusco  di  Firenze. 

Questo  nuovo  sarcofago,  per  quanto  bello,  grandioso  e  ben  conservato,  non  ha  la 
magnificenza  dei  particolari,  né  la  frescezza  mirabile  del  sarcofago  fiorentino;  onde 
messo  al  suo  confronto,  certamente  viene  in  seconda  linea.  Lo  stile  si  può  dir  quasi 
il  medesimo:  ma  l'arte  è  meno  fina  e  ricercata,  la  tecnica  dei  colori  più  semplice, 
e  più  semplice  altresì  la  sua  peculiare  decorazione. 

Fu  scoperto  nel  corrente  autunno  da  alcuni  scavatori  di  professione,  nella  pro- 
prietà del  sig.  cav.  Felice  Astori  a  Poggio  Canterello,  quattro  miglia  a  ponente  di 
Chiusi  ;  e  si  trovò  insieme  a  cinque  ragguardevoli  oggetti  di  argento,  in  una  tomba 
vergine,  composta  di  una  sola  camera  scavata  nel  tufo,  priva  di  pitture  e  d'ogni  altra 
decorazione. 

Menava  alla  tomba  una  [ance  a  piano  inclinato,  e  la  porta  era  otturata  da  due 
lastroni  fittili  anepigrafi  (imbricesf),  posti  uno  sull'altro.  Il  sarcofago  stava  addos- 
sato alla  parete  di  fondo,  larga  poco  più  del  medesimo  (circa  metri  2),  mentre  la 
suppellettile  d'argento  stava  ancora  attaccata  alla  parete  di  destra,  larga  circa  m.  1,70. 
Nel  dare  la  leva  alla  cassa  del  sarcofago,  questa  si  ruppe  nel  bel  mezzo;  in  tale 
stato  fu  portata  a  Chiusi  in  casa  dello  scavatore  sig.  Oreste  Miguoni,  dove  io  la  vidi 
rimessa  insieme  alla  meglio,  col  suo  coperchio  e  con  gli  altri  oggetti  della  tomba. 

A  differenza  della  cassa  del  sarcofago  fiorentino  ,  fatta  originariamente  in  due 
pezzi,  questa,  ch'è  pur  di  maggiori  dimensioni ,  è  fatta  tutta  d'un  pezzo.  Misura  in 
lunghezza  m.  1,81,  in  larghezza  m.  0,71,  in  altezza  m.  0,42.  Non  è  sormontata  di- 
rettamente dalla  figura  recumbente,  come  quella  del  Museo  di  Firenze,  bensì  da  due 
lastroni  legati  a  battente  (lunghezza  complessiva  m.  1,85,  largh.  0,75,  spessore  0,05). 
che  formano  il  vero  coperchio  della  cassa,  sul  quale  riposa  la  figura  ottenuta  in  due 
pezzi,  secondo  la  tecnica  osservata  nel  sarcofago  fiorentino. 

Il  fronte  della  cassa  è  decorato  architettonicamente  con  due  semplici  cornici 
liscie,  ima  superiore  ed  una  inferiore,  legate  alle  estremità  da  due  pilastrini  a  voluta 
ionica  fiorita  (cfr.  quelli  del  sarcofago  di  Firenze),  e  da  due  triglifi  nel  centro,  i  quali 
dividono  il  fondo  in  tre  scomparti  regolari,  riempiti  da  tre  rosoni  simbolici  a  quattro 
petali  vermigli  e  pericarpio  giallo.  Essendo  gialla  anche  la  tinta  generale  della  cassa, 

(i)  Vedi  Notizie  degli  Scavi  1877,  ser.  3*,  voi.  I,  pag.  456458  sg.;  Bull.  Inst.  1877,  pag.  196-20  i 
(Hèlbig);  Academy  15  dicembre  1877;  Rcvue  Archéol.  1878,  p.  136;  Ann.  Inst.  1879,  pag.  87  sgg. 
(Milchhflfer),  tav.  d'agg.  A-B,  e  Mon.  Inst.  XI,  tav.  I  (a  colori)  ;  Gamurrini,  Appendice  al  Gì.  It.  di 
Fabretti  1880,  p.  17  sg. 


—  854  — 

i  detti  rosoni,  i  triglifi  ed  i  pilastrini  furono  tutti  contornati  di  nero,  per  meglio  farli 
risaltare  dal  fondo.  Sono  inoltre  dipinti  di  nero  i  mutoli  dei  triglifi,  e  la  corona  liscia 
della  cornice  superiore. 

L'epigrafe  invece  di  essere  sulla  corona  della  cassa,  come  nel  sarcofago  più  volte 
citato,  si  trova  sullo  zoccolo  a  destra  :  non  come  quella  impressa  a  caratteri  mobili, 
uè  tampoco  dipinta  ;  ma  semplicemente  incisa  ;  e  mostra  di  essere  stata  eseguita  con 

10  stecco,  allorché  l'argilla  stava  per  asciugare.  Essa  ci  chiarisce  sulla  persona  cui 
appartenne  il  sarcofago: 

flSflns3>iT  •  flinviifle  •  itiimas 

Seicenti         Thanunia       Tlesnasa 

Abbiamo  a  guisa  di  prenome  lo  stesso  nome  capostipite,  che  si  legge  nel  sarcofago 
di  Firenze  (Larthia  Scianti  s' ....  io  Sveniasa),  ma  il  nome  di  diramazione  gen- 
tilizia è  nuovo,  ed  è  quello  dei  Thanani  (=  Taninii  ?  )  nei  Tlesna.  Tlesna  è  nome 
già  conosciuto  per  altre  epigrafi. 

Lo  scheletro,  trovato  integro  senza  altri  oggetti  nella  cassa  suddescritta,  fu  rac- 
colto con  cura  dagli  scavatori,  e  mi  fu  fatto  vedere.  Il  cranio,  benissimo  conservato  e 
completo,  mostra  d'esser  appartenuto  ad  una  donna  piuttosto  anziana,  ma  non  del  tutto 
vecchia;  e  tale  apparisce  altresì  la  donna  ritratta  sul  coperchio,  Seiantia  Thanunia 
Tlesna,  la  quale  giace  sopra  un  materasso  (aiQwun]),  comodamente  poggiata  col  go- 
mito su  di  un  cuscino  (nnoaxt(fct'/.caoì) .  tenendo  nella  destra  lo  specchio  doppio 
(xdvoTtzQov) ,  e  accocciandosi  il  velo  del  capo  con  l'altra  mano.  È  l' istessa  azione 
della  figura  del  sarcofago  fiorentino  ;  variano  soltanto  i  particolari  del  vestito  ,  l' ac- 
conciatura e  gli  ornamenti. 

Il  piano  modellato  a  materasso  (ov/n.nn^),  è  dipinto  giallo  a  fascie  vermiglie; 
e  misura  in  lunghezza  m.  1,64,  in  larghezza  0,(30,  in  altezza  0,06;  il  cuscino  su  cui 
poggia  il  gomito ,  tutto  liscio  e  privo  affatto  di  frangie  ,  è  dipinto  di  vermiglio  ;  lo 
specchio  è  tondo  col  bordo  dentellato ,  ed  è  munito  della  sua  theca  aperta  a  libro, 
dipinta  di  verde  del  color  del  bronzo  (?).  La  mano  che  sostiene  lo  specchio  ha  sei 
anelli  gialli  :  uno  al  pollice  (seconda  falange),  uno  all'  indice  (seconda  falange) ,  due 
all'  anulare  (seconda  e  terza  falange),  e  due  al  mignolo  (seconda  e  terza  falange). 
Quattro  hanno  la  forma  oggi  volgarmente  detta  russa,  sono  cioè  lisci  e  rigonfi  nel 
mezzo,  con  pietra  incastonata  espressa  col  color  rosso  (imitazione  della  granata  o  della 
corniola  legata  in  oro);  uno  tutto  giallo,  sembra  fatto  a  scudetto  con  incisione  mi 
mezzo,  ed  uno,  quello  dell'indice,  porta  il  congegno  della  chiave,  simile  a  quello 
osservato  nella  figura  del  sarcofago  di  Firenzi'  {Ann.  Ifat.,  tav.  d'agg.  A-B;  cfr.  p.  lini. 

11  braccio  sinistro  resta  coperto  dalle  pieghe  dell'  amjpechonion  ,  il  quale  scendendo 
dal  capo,  e  raccogliendosi  sulla  spalla  sinistra,  si  aggira  intorno  a  quel  braccio  e 
ricasca  con  grazia  davanti  al  cuscino. 

L' ' ampechonion,  e  di  color  paglierino,  con  orlatura  vermiglia.  Del  medesimo  co- 
lore, e  parimenti  orlata  di  vermiglio,  è  anche  la  veste  talare  della  nostra  matrona. 
Un  semplice  chitone  {ayian^)  allacciato  con  un  largo  bottone  tondo  sulla  spalla  de- 
stra, è  cinto  sotto  il  petto  con  ima  zona,  lunga  e  stretta,  annodata  nel  bel  mezzo  e 
dipinta  del  color  dell'oro  con  slrisce  vermiglie  (cfr.  la  simile    cintura    del  sarcofago 


—  355  — 

ili  Firenze).  Il  chitone  (o%ioi;ós)  superiormente  lascia,  a  nudo  l'ascella  e  tutto  il 
braccio  destro  sollevato  in  arco,  con  la  mano  Insellata  spoglia  di  anelli,  graziosa- 
mente piegata  all' indietro;  inferiormente  lascia  scoperto  il  piede  nudo,  modellato  con 
perfetta  conoscenza  del  naturale. 

Sulle  forme  piene,  larghe  e  rotonde  del  braccio  destro,  dipinto  ili  carnicino, 
fanno  bella  pompa  gli  ornamenti  del  color  dell'oro  :  un'  armilla  brachialis  fatta  a 
nastro  modiuato  e  dentellata  sui  bordi;  e  una  seconda  armilla  al  polso  (dextroche- 
rium)  formata  di  un  doppio  cordone  ritorto,  desinente  in  due  teste  serpentine  (cfr.  un 
simile  braccialetto  nel  sarcofago  di  Firenze).  Anche  il  collo  è  adorno  di  un  bel  vezzo 
giallo  a  goccio,  imitante  l'opera  di  oriticeria  in  uso  nel  III"  - 11°  sec.  a.  Cr.  ;  mentre 
dagli  orecchi  pendono  due  orecchini  a  goccia  e  dischetto  ,  dipinti  come  fossero  di 
pasta  vitrea,  ed  imitanti  in  effetto  il  vetro  fenicio  filogranato.  La  chioma,  dipinta  di 
vermiglio  carico,  è  divisa  sulla  fronte,  e  dietro  si  delinea  sotto  al  velo  come  raccolta 
a  chignon.  Di  sopra  è  adorna  di  un  bel  diadema  giallo  a  punta,  centinato  con  due 
volute,  il  quale  imita  il  metallo  prezioso. 

A  lato  delle  orecchie,  sopra  le  tempie,  sono  espresse  e  dipinte  due  piccole  cioc- 
che di  capelli  ricciuti,  come  nella  testa  del  sarcofago  di  Firenze;  e  come  in  quella 
testa,  anche  in  questa  sono  indicate  a  nero  le  sopracciglia,  le  ciglia  e  le  pupille,  le 
quali  spiccano  distintamente  sul  color  giallo-carnicino  della  faccia.  La  testa,  piuttosto 
larga  e  tonda,  è  modellata  con  ricercato  studio  del  vero  ;  il  naso  grosso  con  le  pinne 
un  poco  aperte,  e  col  setto  larghissimo  ;  la  bocca  semichiusa  ,  con  le  labbra  legger- 
mente rovesciate  ;  il  mento  e  le  gote  piene  ;  un  ampio  sottogola  ;  corto  e  largo  il  collo. 
In  generale  i  tratti  del  viso,  come  le  forme  ampie  e  pesanti  di  tutto  il  corpo,  il 
petto  generoso,  ma  alcunché  floscio,  e  il  braccio  particolarmente  pingue ,  danno  alla 
nostra  figura  l'aspetto  della  donna  appassita,  che  va  a  toccare  la  pinguedine  della 
vecchiaia.  Non  andremo  lungi  dal  giusto ,  assegnandole  i  cinquant'  anni ,  se  Helbig 
poteva  assegnare  alla  figura  del  sarcofago  di  Firenze  i  ventotto  anni,  ossia  il  bello 
della  maturità. 

Le  proporzioni  generali  del  corpo  mi  fecero  l'effetto  di  esser  meglio  trattate  che 
nel  sarcofago  fiorentino  :  non  e'  è  queir  allungamento  tanto  eccessivo  delle  parti  infe- 
riori, e  quella  estrema  piccolezza  della  testa  in  confronto  con  il  corpo,  sproporzione 
ivi  richiesta  dalla  ragione  tecnica.  Le  pieghe  del  chitone  e  il  panneggiato  (LelYampe- 
chonion,  corrispondono  alla  trattazione  franca  e  disinvolta  del  sarcofago  di  Firenze. 
Direi  in  conclusione  che  lo  stile  come  la  tecnica  qui  sono  più  rilasciati  ;  ma  che  in 
compenso  e'  è  più  studio  della  individualità,  e  più  fedele  e  rigorosa  l'imitazione  del 
vero. 

L'  epoca  di  questo  nuovo  insigne  monumento  dell'arte  plastica  chiusina  è  deter- 
minata dal  sarcofago,  che  di  proposito  abbiamo  continuamente  citato  in  confronto,  nel 
quale  si  rinvenne  un  asse  onciale  consumato.  Se  il  sarcofago  di  Larthia  Seiantia  di 
Sevenia  si  potè,  in  base  a  quella  moneta,  riferire  con  precisione  fra  gli  anni  217-146 
a.  Cr.,  non  andremo  certo  errati  riportando  alla  seconda  metà  del  sec.  II0  a.  Cr.  quello 
di  Seianti  Thanunia  di  Tlesna. 

I  cinque  oggetti  trovati  insieme  col  sarcofago  stanno  pure  d'accordo  con  questa 
data,  massime  se  si  considera  la  peculiare  trascuratezza  del  lavoro  di  cesello.    Sono 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II.  !-"> 


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cinque  oggetti  di  toletta  benissimo  conservati,  più  ricchi  di  quelli  rinvenuti  col  sar- 
cofago fiorentino,  e  degni  di  non  minore  interesse.  Tali  oggetti  sono: 

1  )  Specchio  tutto  di  lamiera  d' argento  con  lungo  manico  cesellato  a  spina 
pesce,  e  desinente  in  foglia  liscia.  Il  disco,  liscio  nell'  interno,  è  esternamente  cesel- 
lato intorno  alla  periferia  col  motivo  a  onde  fra  due  linee  di  punti.  Lungh.  totale 
dello  specchio  m.  0,38  ;  diam.  del  disco  m.  0,15. 

2)  Sitala  liscia  del  noto  tipo  a  forma  ovoide,  con  manico  a  fettuccia  arcuata. 
Alt.  m.  0,16;  diam.  della  bocca  m.  0,13. 

3)  Acerra  a  tronco  di  cono  con  coperchio  a  cupola,  e  col  ventre  cesellato  di 
un  encarpo  continuo  e  di  bucrani  infulati  ;  il  tutto  molto  trascurato  nella  tecnica.  Il 
coperchio  è  ornato  col  motivo  a  onde  come  lo  specchio,  ed  è  sormontato  da  ima  ma- 
glietta, a  cui  è  attaccato  un  filo  a  sospendere.  Ai  lati  dell'  acerra ,  altee  due  ma- 
gliette per  catenella  o  fili  a  sospendere. 

4)  Aryballos  a  ventre  sferoidale  con  due  magliette  ai  lati  del  collo,  destinate 
per  il  filo  a  sospendere.  Ha  il  ventre  decorato  col  motivo  a  onde  fra  due  linee  di 
punti,  osservato  nello  specchio  e  nell'acerra,  a  cui  fa  accompagnamento.  Alt.  m.  0,075. 

5)  Strigile  di  sottile  lamiera  d'argento  tutto  liscio,  ma  di  forme  elegantissime. 
Lungh.  m.  0,22. 

La  presenza  della  strigile  in  questa  tomba  dimostra,  che  l'uso  di  questo  stru- 
mento da  bagno  non  era  estraneo  alla  toletta  delle  donne  etnische  del  tempo  ellenistico. 

V.  Orvieto  —  Giornale  degli  scavi  della  necropoli  volsiniese  in  con- 
trada Cannicella,  redatto  dall' ing.  E,.  Mancini  (')■ 

20  settembre  -  3  ottobre.  Altre  due  tombe  vennero  alla  luce  alla  profondità  di 
circa  m.  7,50,  sempre  del  consueto  stile  delle  precedenti  descritte,  le  quali  fanno 
parte  della  necropoli  più  antica.  Essendo  come  d' ordinario  state  esplorate  varie 
volte,  vi  si  raccolse  :  —  Bromo.  Piccolo  piede  di  vaso,  diam.  0,09.  Due  pezzi  di  aes  rude. 
Grande  anello  diam.  0,13,  forse  l'orlo  del  collo  di  qualche  vaso.  Specchio  senza  graf- 
fiti, frammentato.  —  Fittili  di  [nati.  Frammenti  di  un  vaso  di  arte  locale,  e  di  una 
tazzina  a  semplice  cornice  nera  lucida.  —  Terracotta.  Un  peso  da  telaro,  altom.  0,11. — 
Verro.  Molle  per  fuoco,  lunghe  m.  0,45.  Lancia  rotta,  lunga  m.  0,36.  —  Osso. 
Manico  semplice  di  specchio,  lungo  0,08.  Due  anelli  ed  una  borchia.  —  Bucchero 
semplice  e  con  ritieni.  Settantadue  vasi  e  tazze  di  più  forme  e  grandezze  in  parte 
frammentate. 

Presso  la  porta  di  una  tomba  a  due  camere,  alla  profondità  di  m.  2,80  si  rin- 
venne una  cassa  già  frugata ,  scavata  nel  terreno ,  con  un  cadavere  incombusto.  Di 
oggetti  sparsi  senza  alcun  ordine  si  raccolsero:  —  Bronzo.  Due  specchi,  dei  quali  uno 
rotto,  senza  graffiti,  il  più  grande  del  diam.  di  m.  0,15.  Oggetto  da  toletta  lungo  0,09, 
rotto.  Cinque  pezzi  di  aes  rude  di  varia  grandezza.  —  Terracotta.  Quattro  fuse- 
ruole.  —  Fittili  ordinari.  Sette  vasi  e  tazze  di  forme  varie  e  comuni. 

La  tomba  in  discorso  è  di  quelle  più  recenti ,  a  due  camere ,  che  formano  la 
seconda  necropoli,  poiché  venne  posta  sopra  il  piano  superiore  della  cornice  di  altea 

(')  Cfr.  Notizie  1886,  p.  287. 


tomba  ad  una  camera,  molto  più  antica.  Si  trovò  alla  profondità  di  circa  m.  3,50, 
con  la  porta  orientata  ad  ovest.  È  di  bella  costruzione,  mancante  totalmente  della 
volta,  della  quale  non  si  può  dimostrare  la  forma.  È  puro  a  ritenersi  che  avesse  la 
copertura  in  piano,  giacché  questo  fatto  viene  chiarito  dalla  straordinaria  altezza  delle 
pareti,  che  misurano  m.  3,24  compresavi  la  cornice ,  e  poi  vanno  a  piegarsi  molto 
sensibilmente  nella  parete  interna ,  da  costituire  in  base  una  larghezza  di  m.  2,34 
ed  in  sommità  m.  1,52,  formando  così  un  timpano  tronco.  Sembra  che  si  trovi  iso- 
lata, occupando  in  parte  un  tratto  di  strada  della  necropoli  sottostante.  Ha  il  pro- 
spetto discretamente  conservato,  lungo  m.  3,52,  alto  3,42  con  la  porta  di  forma  rettan- 
golare, alta  m.  2,42,  larga  m. 0,92,  e  grossa  m.  0,63.  Nell'architrave,  alto  m.  L,00, 
è  scolpita  la  seguente  iscrizione  molto  danneggiata  dal  tempo: 

nìMxIb: 

La  prima  camera  ha  le  dimensioni  in  larghezza  di  m.  2,34  X  2,33,  e  la  porta  interna 
di  accesso  alla  seconda  camera  misura  m.  3,00  in  altezza  ;  mentre  misura  in  larghezza, 
alla  base,  m.  0,80,  in  cima  m.  0,58,  ed  ha  m.  0,23  di  grossezza.  La  seconda  camera 
misura  m.  2,34  X  1,75.  Per  essere  state  le  due  camere  spogliate  di  tutto,  in  epoca  forse 
non  recente,  il  travamento  si  ridusse  a  poca  suppellettile  unita  a  qualche  frammento 
di  ossa  umane  incombuste  :  —  Fittile  dipinto  di  arte  locale.  Frammenti  appartenenti 
ad  un  vaso.  —  Fittili  ordinari.  Ventidue  vasetti  e  tazze  di  più  forme  e  grandezze. 
Proseguendo  lo  scavo  dal  lato  ovest,  furono  messe  in  luce  tre  piccole  traccie  di 
tombe  ad  una  camera,  orientata  a  sud,  di  quelle  appartenenti  allo  strato  superiore, 
e  che  non  fanno  parte  del  nucleo  principale  della  necropoli.  In  una  di  esse  solamente 
si  raccolse:  —  Oro.  Due  semplici  spirali  da  capelli,  che  hanno  il  diametro  di  18 
millimetri.  —  Bronzo.  Due  pezzi  di  aes  rude.  —  Fittili  ordinari.  Tre  vasetti  di 
varia  dimensione.  —  Ferro.  Lancia,  lunga  m.  0,23. 

Eegione    VI.   (  Umbria) 

VI.  Todi  —  Di  una  ricca  tomba  della  necropoli  tuderte,    scoperta 
nel  predio  «  la  Peschiera  ».  Rapporto  del  prof.  F.  Barnabei. 

Da  alcuni  anni  furono  intrapresi  scavi  in  Todi,  nel  pendio  meridionale  del  colle 
sopra  cui  si  erge  la  città,  a  pochissima  distanza  dalle  mura  tubane,  nei  predii  s.  Ste- 
fano e  s.  Raffaele,  dove  si  riconobbe  estendersi  la  necropoli  della  famosa  città  umbra. 
Se  non  che ,  essendo  state  eseguite  le  indagini  per  scopo  commerciale ,  e  quindi  col 
solo  proposito  di  raccogliere  oggetti,  gran  copia  di  quella  messe  che  avrebbe  for- 
nito prezioso  materiale  allo  studio,  miseramente  andò  perduta.  Si  aggiunse  nuovo 
danno  pel  modo  con  cui  le  cose  trovate  furono  poi  confuse  tra  di  loro,  senza  memo- 
ria alcuna  delle  circostanze  che  ne  accompagnarono  la  scoperta,  non  essendosi  tenuto 
registro  dei  travamenti,  a  seconda  delle  tombe,  ed  essendo  così  distrutta  ogni  traccia 
di  quei  rapporti  intimi ,  pei  quali  si  determina  il  pieno  valore  delle  antichità ,  che 
la  terra  ci  ha  custodite. 

Dall'esame  dei  fittili,  dei  vetri  e  dei  bronzi  conservati  in  Todi  presso  i  signori 
Orsini ,  proprietari  dei  fondi ,  si  potè  dedurre  che  le  numerose  tombe  esplorate  ap- 
partenevano per  la  maggior  parte  al  III0  ed  al  II0  secolo  avanti  l'era  volgare;  e  da 


—  358  — 

altre  notizie  raccolte  si  seppe,  che  i  depositi  erano  formati  in  casse  di  travertino  di 
un  solo  pezzo,  ovvero  in  casse  di  legno,  ricoperte  e  difese  da  grandi  lastre  di  are- 
naria (cfr.  Notizie  1885,  ser.  4a,  voi.  T,  p.  355). 

Al  III0  secolo  avanti  Cristo  va  riferita  una  nuova  tomba,  trovata  gli  ultimi  giorni 
di  settembre  nel  predio  limitrofo  «  la  Peschiera  »  pure  dei  signori  Orsini,  la  cui  sup- 
pellettile funebre ,  ricchissima  di  oggetti  di  oro  di  ornamento  muliebre ,  giova  a  ri- 
velare nella  maniera  più  cospicua  lo  stato  dell'arte  nella  prossima  Etruria ,  quando 
vi  dominò  rigoglioso  il  gusto  dell'arte  greca. 

Si  scoprì  da  principio  una  testina  fittile,  assai  ben  modellata,  rappresentante  una 
Minerva,  che  dovè  trovarsi  confusa  fra  le  terre  di  scarico,  e  va  probabilmente  messa 
nell'ordine  di  quei  detriti,  che  dai  templi  o  dagli  edificii  del  sommo  del  colle,  furono 
travolti  giù  nell'abbandono  e  nella  rovina. 

Poscia  ,  a  tre  metri  dal  suolo  moderno  si  incontrò  una  fossa ,  con  resti  di  uno 
scheletro,  depositato  in  origine  in  una  cassa  di  legno,  tutta  consumata  dal  tempo  e 
dall'umido,  come  poteva  dedursi  dai  segni  che  in  mezzo  alle  terre  aveva  lasciati. 

Secondo  risulta  dalle  informazioni ,  avrebbero  fatto  parte  della  decorazione  di 
questa  cassa  molte  borchie  circolari  di  bronzo ,  del  diametro  di  mm.  55  ciascuna  ; 
quattro  grappe  di  ferro,  e  sei  teste  di  grifoni  in  piombo,  due  delle  quali  più  grandi  : 
senza  che  per  altro  si  possa  argomentare  con  guida  sicura  intorno  al  modo  con  cui 
nella  cassa  erano  distribuite. 

La  suppellettile  funebre  era  formata  da  utensili  di  bronzo ,  di  terracotta  e  di 
vetro. 

Primeggia  tra  i  bronzi  una  patera  elegantissima,  del  diametro  di  m.  0,22,  con 
manico  formato  da  una  figurina  di  Bacco,  alta  m.  0,16,  posta  su  base  triangolare, 
abbellita  di  incrostazioni  d'argento.  Ha  la  sinistra  appoggiata  al  fianco  ,  ed  avvolta 
nel  braccio  destro  una  pelle  di  tigre  che  cade  dall'omero. 

Segue  un  orcio,  alto  m.  0,16,  rotto  in  più  pezzi,  che  facilmente  si  ricommettono, 
con  manico  rappresentante  una  bella  figura  silenica,  coronata,  in  movimento  di  riposo, 
con  esagerata  piegatura  della  persona. 

Quindi  uno  specchio  del  diametro  di  m.  0,175,  graffito  a  disegni  di  stile  per- 
fetto, con  una  rappresentanza  relativa  al  mito  di  Venere,  ma  assai  danneggiata  dal- 
l'ossido. Si  distinguono  ai  piedi  delle  figure  centrali  gli  attributi  dell'Amore;  e  presso 
le  figure  laterali  due  iscrizioni  etnische,  chiuse  in  rettangoli,  e  di  incerta  lettura  per 
l'ossidazione.  Vicino  alla  sinistra  fu  letto:  NV^+,  ed  alla  dritta  ^ H <] V-f-////1'/// H. 

Viene  poi  un  thymiaterion,  alto  m.  0,49,  di  forme  bizzarre,  e  d'arte  un  poco 
trascurata.  Alla  base  tre  figure  alate,  due  delle  quali  con  le  mani  protese,  puntando 
i  piedi  in  avanti,  si  appoggiano  col  dorso  ad  un  cerchio,  che  è  come  una  ruota  ;  in 
mezzo  a  cui,  su  propria  base,  è  collocato  un  mortai-inni,  dove  un  Satiro  con  un  macinello 
in  ciascuna  mano,  macina  od  impasta,  nel  movimento  che  ricorda  la  figura  dipinta  nella 
tomba  dei  Settecammini  presso  Orvieto  (').  Sulle  spalle  del  Satiro  sorge  un  fusto,  che 
innestandosi  in  una  figura  muliebre,  vestita  di  tunica  ed  alata,  ricomincia  al  di  sopra 

(!)  Conestabile,  Pitture  murali  a  fresco  e  suppellettili  etrusche  scoperte  in  una  necropoli  presso 
Orvieto  nel  1863.  Firenze  L865  con  atl.  p.  53,  tav.  V. 


—  359  — 
di  questa,  e  tonnina  nel  piattino  che  alla  sua  volta  sostiene  quattro  oche:  ed  in  cor- 
rispondenza di  esse  nella  parte  inferiore  quattro  pendagli,  in  forma  di  gocciole. 

Si  ebbero  finalmente,  anche  in  bronzo:  Una  piccola  civetta,  alta  m.  0,052,  usata 
forse  come  pomo  di  un  coperchio  di  cista,  raccolto  in  frammenti.  Un  boccale  liscio, 
di  forma  comune,  alto  m.  0,80.  Frammenti  di  un  vaso  con  manici  terminanti  in  pal- 
mette,  e  di  una  cista  con  coperchio  e  manico  laterale.  Avanzi  di  una  striglie,  e  tre 

pezzi  di  aes  rude. 

Tra  i  fittili  attira  tutta  1'  attenzione  un  rhyton  conservatissimo,  alto  m.  0,19,  e 
modellato  nello  stile  più  elegante  che  si  possa  immaginare.  È  a  doppia  faccia  ;  e 
rappresenta  da  un  lato  un  Sileno  mastrevolmente  ritoccato  a  stecca,  con  una  tenia 
disposta  in  motivo  ornamentale  assai  felice;  e  dall'altro  lato  una  Baccante.  Nel  viso 
del  Sileno  si  osservano  traccie  di  colore  rosso  cupo,  ed  alcuni  indizi  di  doratura.  Sul 
calato  poi.  in  cui  si  risolve  il  vaso  protorio,  è  dipinto  un  ornato  a  palmette  che  se 
non  pel  motivo,  ricorda  per  la  tecnica  i  rhyton  del  territorio  vulcente. 

Alla  tecnica  medesima  richiamano  il  pensiero  vari  frammenti  di  due  vasetti  dipinti, 
uno  dei  quali  ha  la  forma  di  skyphos;  intorno  alla  cui  rappresentanza  nulla  per  ora  si 
può  affermare. 

Seguono  due  orci  a  vernice  nera ,  ed  una  saliera  di  fabbrica  etrusco-campana  ; 
quindi  un  orcio  ordinario,  ima  piccola  olla  e  varii  frantumi  di  vasi  locali. 

Un  piattinetto  di  fabbrica  etnisca,  del  diam.  di  m.  0,115,  reca  superiormente 
in  stile  trascurato  una  testa  barbata,  dipinta  su  fondo  nero  ;  e  di  sotto  l' iscrizione 
pure  in  nero: 

Altro  piattinetto  simile ,  con  testa  muliebre  diademata ,  ripete  inferiormente 
l'iscrizione  medesima  : 

ZV\3A3m(\ÌZ\l 

Di  vetro  si  ebbe  soltanto  un  balsamario  a  fondo  turchino,  con  striature  bianca- 
stre, alto  m.  0,13. 

Biechissimo,  come  ho  accennato  di  sopra,  era  l'ornamento  della  persona  defunta, 
tutto  di  oreficeria  finissima  ;  né  pel  solo  decoro  del  viso  e  delle  mani,  ma  anche  per 
la  sontuosità  delle  vesti.  Al  quale  ornamento  non  vennero  destinati  soltanto  i  lavori 
di  pura  oreficeria  funebre  ;  ma  si  adoperarono  anche  monili  elegantissimi,  che  erano 
stati  usati  per  accrescere  le  grazie  e  la  venustà,  fra  le  gioie  della  famiglia  e  neBe 
felicità  della  vita. 

Vincono  per  finitezza  1'  orecchino  famoso  del  Museo  di  Perugia,  edito  dal  Co- 
nestabile  (Monum.  di  Perugia  Etnisca  e  Romana  pag.  472,  tav.  CVI,  2:  Bull. 
List.,  1869,  pag.  176)  e  l'altro  del  Museo  Britannico,  due  orecchini  i  quali  ripro- 
ducono esattamente  la  forma  di  queBi  accennati.  Sono  lunghi  m.  0,10  ciascuno.  Bap- 
presentano  un  grande  scudo,  contornato  da  rosette  e  da  lavori  a  pulviscolo,  che  si 
risolvono  inferiormente  in  volute,  in  mezzo  alle  quali  rimane  sospesa  una  bella  testa 
muliebre,  ricca  essa  pure  di  splendidi  orecchini,  e  con  ciondoli  intorno  al  collo,  sotto 
cui  è  attaccato  un  pendaglio.  Scendono  lateralmente  alla  testa  muliebre  tre  catenelle, 
terminate  pure  con  pendaglietti.  Dietro  lo  scudo  superiore  è  un  gancio,  con  cui  questi 


—  360  — 

grandi  orecchini  erano  attaccati  ciascuno  ad  un  cerchio  di  oro,  della  solita  forma  di 
orecchini  semplici,  che  terminano  in  un  capo  con  una  testa  di  animale. 

Bellissimo  è  il  monile,  fatto  con  tre  catenelle  a  maglia,  sommamente  fina  e 
solida,  che  si  perdono  entro  cerniere  coperte  di  pulviscolo,  con  disegno  in  forma  di 
fogliami,  le  quali  alla  loro  volta  si  innestano  in  tre  bulle,  una  ovale  nel  centro, 
recante  un'onice,  e  due  rotonde  lateralmente,  del  diametro  di  m.  0,024  ciascuna, 
abbellite  con  teste  di  Medusa,  eseguite  a  sbalzo. 

Adornavano  le  mani  tre  anelli.  Uno  di  lavoro  semplice,  con  legatura  di  filo  finis- 
simo, chiude  un'onice  tagliata  in  forma  di  scarabeo,  senza  incisione  alcuna,  ed  ha 
il  diametro  di  m.  0,027. 

Un  altro  del  diametro  di  m.  0,020,  è  di  lamina  riempita  con  mastice,  e  quindi 
di  puro  uso  funebre,  senza  ornato  alcuno. 

Un  terzo  anello  pure  di  foglia  di  oro  e  con  anima  di  ferro,  ha  una  grande  targa 
ovale  di  m.  0,030  X  0,024,  sopra  cui  sono  impresse  a  stampo  due  figure  nude,  cia- 
scuna con  attributi,  in  mezzo  alle  quali,  superiormente  è  incisa  a  bulino  una  stella. 
Presso  la  figura  a  sinistra,  è  incisa  pure  a  bulino  ed  a  caratteri  nitidissimi  l' iscri- 
zione seguente,  che  probabilmente  è  di  Genio  femminile,  e  trova  riscontro  nell'iscrizione 
\03ifUFM  del  famoso  specchio  del  Kircheriano  (cfr.  Gerhard,  Etr.  Spiegel  pag.  22, 
tav.  XXXVII;  Fabretti,  Gloss.  it.n.  2484): 

Che  questo  anello  in  forma  di  sigillo  fosse  stato  destinato  ad  ornare  il  pollice, 
lo  dimostra  la  sua  grandezza,  e  lo  conferma  il  sarcofago  chiusino  ora  esposto  nel 
Museo  di  Firenze,  ove  la  defunta  rappresentata  sul  coperchio,  ha  la  sinistra  con  cinque 
anelli  ;  uno  nell'indice,  due  nell'anulare,  uno  nel  mignolo,  uno  finalmente  nel  pollice 
(cfr.  Annali  d.  Listituto  1879,  tav.  d'agg.  AB).  Lo  conferma  anche  la  figura  rappre- 
sentata nel  nuovo  sarcofago  di  Chiusi,  descritto  in  questo  fascicolo  dal  eh.  prof.  Mi- 
lani. Ma  in  quale  mano  l'anello  fosse  stato,  e  se  nella  mano  stessa  fossero  stati  posti 
gli  altri  descritti,  non  si  può  ora  sapere. 

E  né  anche  ci  si  può  avventurare  in  congetture,  sulla  maniera  con  cui  fossero 
stati  usati  gli  altri  ornamenti  di  oro  che  si  recuperarono,  non  essendosi  tenuto  conto 
della  loro  giacitura  rispetto  al  cadavere  od  ai  resti  dello  scheletro. 

Si  ebbero  venti  coperture  di  lamina  d'oro  (bratteae)  per  bottoni,  del  diametro 
delle  bulle  o  poco  meno;  tutte  di  lavoro  a  sbalzo,  con  i  buchi  nell'orlo,  pei  quali 
dovevano  essere  cucite  alle  vesti. 

Otto  di  esse  raffigurano  una  testa  muliebre  di  prospetto,  con  larga  acconciatura 
delle  chiome  e  con  calato;  adorno  il  collo  con  un  monile  ad  anforette  e  bulle. 

Altre  otto  hanno  nel  centro  una  semplice  rosa;  due  presentano  una  testa  di 
Medusa  (?);  due  altre  in  fine  una  faccia  di  Sileno. 

Vi  è  poi  una  laminetta,  che  ritrae  a  sbalzo  una  figura  alata  seduta,  ed  in  atto 
triste;  forse  il  Genio  della  Morte.  Né  pare  improbabile  che  questa  figurina  fosse 
stata  collocata  nell'abito  sotto  il  monile,  nel  mezzo  del  seno;  nel  modo  cioè  con  cui 
è  collocata  la  borchia  rappresentante  una  Gorgone  nel  sarcofago  chiusino,  che  ho 
ricordato  di  sopra;  mentre  tutte  le  altre  lamine  dovevano  essere  disseminate  con  ra- 
gione di  simmetria  e  di  abbellimento  in  tutto  il  ricco  abito  della  defluita,  porgendo 


e 


—  361  — 

uno  dei  più  splendidi  esempì  di  quelle  vestes  auratae  o  tifi  il  hit  a  e  (xQvoomx.GToi 
iffiHjrss),  delle  quali  gli  autori  greci  e  latini  ci  lasciarono  ricordo,  ed  i  cui  orna- 
menti si  ammirarono  in  gran  copia  tra  gli  ori  restituiti  alla  luce  dalle  tombe  di 
Kertsch  o  di  Panticapéa  (*). 

Xmi  poche  di  tali  bratteae  si  ebbero  pure   dagli  scavi  di  Etruria    (cfr.  Museo 

Gregoriano  tav.  CXYI  sg.). 

All'ornato  medesimo  delle  resti  della  defunta,  doveano  riferirsi  otto  pezzi  di  lamina 
di  oro,  terminati  ad  onde,  nel  motivo  che  così  spesso  ricorre  nella  decorazione  degli 
abiti  sui  vasi  dipinti  di  Panticapéa,  e  nelle  pitture  delle  tombe  etnische  ;.  decorazione 
che  è  più  volte  ripetuta  nel  sarcofago  chiusino  del  Museo  di  Firenze,  così  sotto  il 
monile  sul  petto  della  donna  raffigurata,  come  nel  braccio  destro,  sul  termine  della 
corta  manica  presso  la  spalla. 

Sopra  le  quali  onde  dovevano  essere  cuciti  dei  delfini,  pure  di  lamina  di  oro, 
imo  in  corrispondenza  di  ciascuna,  come  vi  guizzassero,  nella  maniera  medesima  con 
cui  è  fatto  l'ornato  del  sarcofago  dipinto  di  Bomarzo  riprodotto  dal  Canina  néH'Mruna 
marittima  (II,  pag.  142,  tav.  CXX). 

Costituivano  probabilmente  un  largo  collare  od  una  frangia  di  oro,  duecento 
più  pezzettini  di  lamina  saldati  a  tre  tubetti,  da  essere  infilati  come  le  margheri- 
tine; collare  o  frangia  che  poteva  forse  essere  terminata  da  quindici  pendaglietti. 
anche  di  lamina  d'oro  striata. 

Non  è  improbabile  in  fine,  che  come  abbellimento  della  chioma  fossero  posti 
moltissimi  fili  d'oro,  sottili  come  capelli,  dei  quali  si  raccolse  gran  numero. 

Si  ebbe  finalmente  un  ago  crinale  di  avorio,  che  termina  in  una  bellissima  testa 
di  ariete,  del  tipo  di  quelli  conservati  nel  Museo  etrusco  vaticano  (cfr.  Museo  Grego- 
riano tav.  LXIV). 

Regione  I.  (Lathim  et   Campania) 

VII.  Roma  —  Nel  suolo  urbano  e  nel  suburbio  avvennero  le  scoperte  seguenti  : 

Regione  VI.  Continuati  gli  sterri  per  la  fondazione  del  palazzo  della  Banca, 
sulla  via  Nazionale,  si  raccolsero  vari  frammenti  marmorei  di  ornato  architettonico, 
cioè  capitelli,  colonne  scanalate  di  pavonazzetto,  architravi,  cornici  di  elegante  di- 
segno e  di  non  spregevole  lavoro. 

Notevole  si  è  il  rinvenimento  di  quattro  grossi  blocchi  di  pavonazzetto,  in  ognuno 
dei  quali  è  inciso  in  caratteri  corsivi  ed  in  rozzissime  lettere,  da  giudicarsi  a  quanto 
pare  del  settimo  o  dell'ottavo  secolo  dell'era  nostra,  ima  leggenda:  Urani  trib.  et  Noi. 
che  si  ripete  pressoché  identica  in  tutti. 

Il  primo  blocco,  di  m.  1,40  X  0,60  X  0,25,  reca: 


a)    v 


yjyo    n  p  x 


(»)  Comptes  rendues  de  la    Commission   archéologique  de   S.'  Petcrsburg  1865,  pag.  55  sg., 
tav.  HI;  1886,  pag.  71,  tav.  II;  1869,  pag.  6,  tav.  I. 


—  362  — 
Nel  secondo,  di  m.  3,10  X  0,85  X  0,32,  è  inciso: 


*) 


Nel  terzo,  di  m.  1,94  X  0,60,  si  legge: 


o) 


Il  quarto  finalmente,  di  m.  1,50  X  0,65  X  0.25  ripete,    sempre  con  piccole  va- 
rianti, la  leggenda: 


*wKlm 


Nei  medesimi  scavi  fu  recuperato  anche  un  pezzo  di  fistula  plumblea  acquarla, 
lungo  m.  1,10,  sul  quale  leggesi  il  nome  del  proprietario: 

M  •  POBLICI  •  NICEROTIS 

Regione  XIV.  Nelle  opere  per  il  muraglione  del  Lungo-Tevere  presso  l'ospizio 
di  s.  Maria  in  Cappella,  si  è  estratto  un  cippo  di  marmo  scorniciato,  alto  m.  1,00, 
largo  m.  0,56,  rescritto  sotto  l'impero  di  Costante  (337-350  e.  v.),  e  col  ricordo  del 
noto  L.  Aurelio  Aviano  Simmaco,  prefetto  della  città  nel  364  : 

felicitateci  pvblicam 
clementia  •  et  •  v  i  r  t  v  t  e 
cvmvlanti  •  d-n-fl-ivl 
constanti  •  pio-  felici 
victoriactrivmphaTori-avg 
avr-avianvssymmachvs  •  v-c 
praef-annonae  ■  d-  n-m-q_eivs- 

In  uno  dei  lati  vedesi  scolpita  una  nave,  forse  della  flotta  annonaria,  e  quindi 
in  relazione  con  l'ufficio  del  dedicante,  se  pure  non  si  debba  ritenere  che  questa  non 
sia  da  riferire  alla  prima  destinazione  del  cippo. 

A  questa  destinazione  precedente  si  riferisce  senza  dubbio  l'iscrizione  dell'altro 


Lato,  ove  conservasi  intatta  la  memoria  della  dedicazione,   che    si   riferisce  alla  fine 

del  secolo  anteriore. 

DEDICATA 
VI-KAL  IVN-DDNN        a.  284  è.  V. 
CARINO  AVG- ET 
NVMERIANO-AVG 

coss 

Nel  proseguimento  degli  scavi  per  la  sistemaziona  dell'alveo  del  fiume  presso 
la  Farnesina,  si  trovò  un  cippo  di  travertino  alto  m.  0,55,  largo  0,49,  e  dello  spes- 
sore di  m,  0,30,  relativo  alla  terminazione  del  Tevere  nell'anno  73  dell'  e.  V:  sotto 
Vespasiano.  Vi  si  legge  un  frammento  epigrafico  assai  guasto,  ma  importante,  recandoci 
il  nome  di  Dillius  Aponianus  ricordato  da  Tacito  (Hist.  Ili,  10,  11),  e  trovandovisi 
una  denominazione  nuova,  quella  cioè  di  RlPa  WElENTana,  della  quale  non  si  ave- 
vano altri  esempì  : 

m-iR.-P////lMP  -X 

pp-  c  os  -mi 

)ESIG- V- CENSO R 

DILLIVS-APONIANVS 
CVRATOR  RIPARVM 
ET  ■  ALVEI  •  TIBERIS 

VIT  rip-veienT 
ree  xxxvi 

Altro  cippo,  ma  frammentato,  di  m.  0,54  X  0,38  X  0,10,  fu  recuperato  tra  gli 
scarichi  presso  il  ponte  di  ferro  di  s.  Paolo,  e  spetta  alla  terminazione  fatta  sotto 
Traiano,  dal  noto  Ti.  Giulio  Feroce  (C.  I.  L.  VI,  n.  1239  sg.)  : 

nervaetì^ 

(traiani-avg-ge 
J)maxim-tribvn 
Iti  ■  ivlivs  •  fé 

ìriparvm 


Negli  scavi  presso  la  testata  di  Ponto  Rotto,  si  recuperò  un  frammento  di  iscri- 
zione sepolcrale,  incisa  in  lastra  marmorea.  Vi  si  legge: 

D      NI 
DIAE 
SSIANE 
NI 
In    altro   pezzo    marmoreo,  pure   quivi  recuperato,  resta  l'ultima  parte  di  altro 
titolo  funebre  : 

LIA  S IBI 
BERT'QJPOST- 
EORVM 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  1'.  Voi.  II.  10 


—  364  — 


Considerevole  quantità  di  monete  imperiali  fu  estratta  dai  cavi  per  le  fonda- 
zioni delle  pile  nel  nuovo  ponte  Umberto  I.  Meritano  di  esser  notati  per  l' eccellente 
conservazione  alcuni  bronzi  di  Nerone.  Domiziano,  Nerva,  Traiano,  Severo  Alessandro, 
Gordiano,  Claudio  Gotico  ed  Otacilia  Severa. 

Via  Portttense.  —  Sgombrandosi  le  terre  per  la  nuova  stazione  delle  strade  fer- 
rate in  Trastevere,  poco  fuori  la  porta  Portese,  nella  proprietà  del  sig.  Luigi  de  Cavi, 
è  stata  scoperta  una  lastra  marmorea  scorniciata,  lunga  m.  0,85,  larga  m.  0,41,  sulla 
quale  sono  incise  le  parole  seguenti  : 


CIRCVS 


Quantunque  le  lettere  della  seconda  e  terza  riga  sieno  state  abrase,  pure  da 
quello  che  resta  chiaro  apparisce,  che  tale  frammento  epigrafico  sia  di  ima  tavola 
lusoria,  completandosi  il  secondo  verso  CLAMOR  MAGNVS,  come  si  ha  in  altra  ta- 
vola simile  scoperta  nell'  agro  Verano,  edita  dal  eh.  p.  L.  Bruzza,  unitamente  a 
molte  altre  iscrizioni  di  tal  genere  (cfr.  Bull.  Comm.  ai-ch.  coni.  1877,  p.  81  sgg.). 

Via  Salaria.  —  Nelle  Notizie  dello  scorso  mese  (p.  328)  fu  riferito,  che  tra 
la  via  Salaria  e  la  Pinciana,  in  occasione  dei  lavori  pel  nuovo  quartiere,  fu  ricono- 
sciuta l'area  di  un  vasto  sepolcreto,  relativo  al  periodo  tra  la  fine  della  repubblica 
ed  il  primo  secolo  dell'impero. 

Debbo  ora  aggiungere  che  il  materiale  epigrafico  quivi  raccolto  fu  copiosissimo, 
essendovi  state  finora  rimesse  all'  aperto  cinquecento  iscrizioni  ;  delle  quali  alcune 
poche  soltanto  vennero  date  nel  fascicolo  del  mese  scorso  (p.  329,  330).  E  poiché 
un  materiale  così  cospicuo  merita  di  essere  conosciuto  nel  suo  insieme,  mi  affretto 
a  comunicarle  agli  studiosi  per  mezzo  degli  accurati  apografi  del  eh.  prof.  Gatti. 

1.  Lastra  di  marmo  (m.  0,44  X  0,20),  con  cornice: 


Q_-  SVPICIO  •  CAMERINO  ■  C  •  POPPAEO  •  SABINO  ■  COS 

CVRATOR1BVS   •    H  Ì  S  Q_V  E  • 
L  •  MVNIO  •   GNOMONE  •   Q_-  VOLVMNIO  •  AMPHIONE    • 

QVI  •  RECTE  •  SOCI  •  MONVMENT!  ■  SVNT  • 


a.  9  e.  v. 


C   ■    CVRTIVS  THEOT1MVS 
L  •  MARCIVS  •  PH1LOMVSVS 
M  •  REMMIVS'IVCVNDVS  ■ 
SEST1A    •     R  V  F  A     • 
C  •  NAVT1VS  •  AMPHIO  • 
M-I'ECCELLIVS  •  HILARVS- 
ARISTIA  •    P 1 TH VSA • 
LICINIA  •  EPIGONE  • 
C-  FLAVIVS  •  SOSIA- 
C-  PETRONIVS  •  VARIA 
M  •  ALLIVS  ■  SABINVS- 
TI  BER  I VS • 


CLODIA  •  AVTOMATE  • 
A  •  VALGIVS  •  EROS  • 
POLLIA  •  M  •  F  • 
M  •  LIVIVS  •  ANTEROS- 
CORDI  A  •  NARDIS  • 
LVTATIVS   ■    HILARVS   • 
RAB1RIA    •     ECVMENE 
L   •  MARCIVS  •  PRIMVS 
HELV1A  •  HELPIS  • 


FANNIVS    • 

PELOPS  ■ 

AELIA  •  TH AL  EA  • 

;     L  ■  SESTIVS 

PHILEROS  ■ 

L-SESTIVS-PRIMIGENIVS- 


—  3(35  — 


2.  Cippo  di  travertino: 
s  o  c  • 

M-PIDIVS-M-F-MENE 
M-SEXTIVS-M-L-DIDA 
M  •  NVMITORIV//////////////SIO 
P  •  CORNELIVS-PL-FAVSTV// 
Q^  APIDI VS  •  Q-_  L  ■  PARN ACE// 
Q_;  FVLVIVS  •  Qj  L  •  LVCRIO 


3.  Cippo  di  travertino: 

SOCIORVM 
L  •  IVNIVSLL-NICEHORVS 
L  •  IVNIVSL-L-DEVTERVS 
P  •  VISELLIVS-P-LFIRMVS 
P  •  MAGVTIVSPLGRATVS 
P  •  MAGVTIVS  P-L-E  V  N  V  S 
IN  FR-PXIIIN  AGRP-XII 


4.  Cippo  di  travertino  : 

DAMAE 

eT-sociorvocTo 

in  fropxii 

in  agr-p'xiix 


5.  Frammento  di  cippo  in  travertini): 


LIBEI 
ET-FAA 


G.  Grande  lastra  di  marmo: 
DlS  *  MANIB 


8.  Parte  inferiore  di  stele  marmorea  : 


ACACO  •  VIX 
AN-IIII  • 


7.  Cippetto  marmoreo  piccolissimo, 
cui]  urceo  e  patera  nei  lati: 
D  ■  M 

festoni-' 

9.  Lastrina  da  colombario: 

SEX  ■  ACELLIVS 

0  ■  L 

SALVIVS 


10.  Tavola  di  marmo,  con  cornice: 

D       /////         M 
T  •  ACONIVS  •  KARVS  •  FEC  • 
L  •  MVMMIO  •  ONESIMO  • 
TATAE  ■  SVO  ■  B  •  M  •  ET  • 
FLAVIAE     HYGIAE  ■  MATRI  • 
SVAEETTACONIO-BLASTO- 
PATRI- SVO  B-M-ET-SIBI-ET- 
SVIS  •  POSTERISO_-  EORVM 
VIX  -ANN-XXI-M-III-H-VI- 
Nel   mezzo   del   v.   1    si  veggono    le 
tracce  d'  un'  ascia  scalpellata  :  il  v.  ult.  è 
scritto  sul!'  abrasione  della  cornice. 


11.  Lastrina  da  colombario: 

ACTE  •  CAESIAE  •  T 

F-GALLAE-ANCILLA 

VIX  •  ANN  •  XIX 

Prima  il  quadratario  avea  scritto: 
v.  1    CAESIA-ET  —  v.  2   ANCILLA 

12.  Lastrina  da  colombario: 

AEBVTIA-L- L'OPTATA 
SIBI  •  ET  •  SVlS 


13.  Simile,  di  marmo  bigio  : 

M • AEFVLAnVS 
M  •  L  •  PRIMVS 


14.  Simile: 


ANTEROTIS 

AEMILI 


366 


I.i.  Simile: 


v-L-AEMILIVS' 
FELIX 


16.  Simile: 


L-AIMILI-P-L      sic 
SEVERI 


17.  Metà  di  tavola  di  marmo: 


AGATHOPVS-  FECER 

VNT  •  EVTYCHIDI 
SVAE- BENEMERENTI 


18.  Lastrina  da  colombario: 

ÌLIO  'ALBANO 
VOPTATAPATRo 


19.  Frammento  di  tavola  marmorea  : 

)M  A  N  I  B  V  S 
E-FILIAE-ALBA 
ER • SERVOS 
AITIANI  •  CAE 
G  •  GERMANI 
T  ■  SIBI 


20.   Lastrina    da    colombario  :   parte 
delle  lettere  furono  abrase  tino  da  antico  : 


aE  ■  ALEXANDRI 

W//////////////////RTAE 


21.  Piccolo   masso   di   travertino   in 
forma  di  cubo  : 

OSSA 

L  ■  ALFINI  ■  L  •  L  ■ 

DIODORI 


22.  Cippo  di  travertino: 

f ITG~i\.  V  S  ~~ 

[nivs-ti-l 

/ETVS 
/InNIA-L-L-TlALIA 
/I  N  F R  •  P •  X 1 1 1 
IN   AGR  •  P-  XII 


23.  Lastrina  da  colombario  assai  erta: 

C  •  ALFIVS  •  C  ■  L 
EROS 

25.  Titoletto  da  colombario,  ricavato 
da  un  frammento  di  cornice  marmorea  : 
M  •  ALLIVS 
L  ■  F  •  VOT • 


24.  Tavola  marmorea: 

C  •  ALFIVS  •  GRATVS 

FÉ  C  IT 
CONSIENAE  •  BAVCIDI 

VXORI 
CONSIENAE  •  CL\RlTlONI 
ALFIAE  •  C  •  L  •  PYRAMIDI 
Le  lettere  punteggiate  sotto,  sono  rescritte. 


'_!ii.  Lastrina  da  colombario  ansata: 


AMARANÌ 
CORNELI/1 
VIXIT  •  ANl^ 

ARESCVSASC 
LOCVM-ET-OL 


27.  Cippo  di  travertino: 


A-AMPIVS 

A  •  L 
DIOGENES 


—  367  — 


28.  Cippo  «li  travertino: 

A-AMPIVS-A-L- 

E  ROS 
AMPIA- A  ■  L 
7ASTA-SIBIET 
S  V  E  I  S 

IN-FR-P-XI/// 
INAGRPXI 


2!».  Cippo  ili  travertino: 

L-ANCHARIVS 

L-  L-  THAEMO 

AVRELIA-MO-L- 

ZOSIME      •      IN 
F-P-XlI-IN  A-P-XVI 


30.  Cippo  di  travertino: 

0     L-ANCHARIVS 
LL-THAEMO 

AVRELIA-MOLZOSIM 

INFP-XII  IN  AP-XVI 


31.  Lastrina  da  colombario: 

C  •  ANINIVS 
forTvnaTvs 

vIxiT'ANN- VII 


32.  Titoletto  di  colombario: 


L  •  ANNAEVS 
MVSICVS 


33.  Tavola  marmorea: 

P   •    A  N  N 

H  I 
FÉ         (f[ 

P-ANNEVS 
PATRO 


34.  Cippo  di  travertino: 


ANN  IENA 

q^l-prIsca 

HlCSITAST     sic 


35.  Tavola  marmorea: 

D       •       M 
ANNIAE  •  HERMA 
IDI-VM-V-DXI- 
FECER  •  ANNIVS 
HERMA-ET-ANNIA 
SECVNDA-PAREN 


36.  Lastra  cir 

colare 

di  marmo 

(diam 

.  0,31) 

»* 

5'r  '  ). 

U 

Si    >- 

'-    O 

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S  1 

» 

'ri    PI  ! 

Ji  •/*, 

V 

fra  it 

W 

-VfD.V 

37.  Lastrina  da  colombario: 

ANTHVSA 
PEDISEQ_ 

38.  Frammento  di  cippo  di  travertino: 

ANTIGONO 
TI-CAES  •  SER 
vMCTVMARIO 


368 


3fl.  Titoletto  di  colombario: 


C  •  ANTISTIVS  •  PANNYCHVS 
FLAVIAE   •  SABINAE 
VXORI   •   CARISSIMAE 
VIXIT  •  ANNIS  •  XVIII 


cate 


4(J.  Tavola  marmorea  :  lettere  rubri 

A  •  ANTONIVS  •  ALBANVS 
CVRSOR  ■  ET  SVPRA  ■ 

CVRSORES 
FACTIONIS  ■  PRASINAE  • 
TREBONIATERTVLLA 
POSVIT 


41.  Cippo  di  travertino,  consunto: 

C- ANTONIVS//// 
CHILO 

////////////////////// 
////////////////////// 


42.  Cippo  di  travertino: 

C- ANTONIVS -C-L 

CHILO 
IN  FR     P     XII 
IN  AGR  P   XIIX 


43.  Simile;  molto  consumato: 


C  •  ANTONIVS  C  L 

CHILO 
IN   FR      P     XII 
IN   AGR  P    XIIX 


44.  Cippo  di  peperino: 

//////////////////// 

/////////////////// 

/////////////////// 
■ 

C- APONI  ■  MAHE 

L-  TONGILI-DIOCLIS 

IN   FR • P  •  XV 

IN  AGR  •  P  •  XXIV 


45.  Simile: 

/////////////////////// 
/////////////////////// 
L-FABRICI-MAN:/// 

L  •  TONGILI  ■  EVANGELI 

M-  LICINIVS 

MAHE 


46.  Simile,  trovato  coi  due  precedenti: 

IN  FR  •  P  •  X//// 
IN  AG  •  P  ■  XXIV 

47.  Lastrina  da  colombario  : 

L  •  APONIVSLL- 
PHILEROS 


48.  Grande  cippo  rettangolare  di  tra- 
vertino : 


L 

APPVLEIVS 

D 

•L 

SOLO 

L 

APPVLEIVS 

O 

■  L 

ZETHVS 

L 

APPVLEIVS 

0 

L- 

ANTIOCHVS 

L 

APPVLEIVS 

O 

L 

THIASVS 

LOCVMIN  FRPXIIIN  AGRP-XII 
CONLIBERTET-  CONLIBERTABVS 
DE    SVO  ■  DEDERVNT 


40.  Simile: 

^PPVLEIVS  O-L 
LAPPVLEIVSO  •  L 
LAPPVLEIVS  O-L 
L-APPVLEIVS  ■  D  ■  L 


THIASVS 

ANTIOCHVS 

ZETHVS 

SOLO 


LOCVMIN  FRPXII  INAGRPXII 
CONLIBERT  •  ET-CONLIBERTAB 
DE    SVO  ■  DEDERVNT 


369  — 


50.   Simile: 

L  ■  APPVLEIVS-L  ■  L 
<  SALVIVS  ■  FAB  •  POSI 
L  •  APPVLEIVS  •  L  •  L  •  L 
FELIX  ■  SINA- 
IN  FP-XIIS1N  AGP-XII 
CONLIBERTISET 
CO  N  L IBERTABVS 
DESVO  DEDERVN 


51.  .Simile:  lettere  rubricate: 
L- APPVLEIVS-L-  D-L 

TAVRISCVS 
L  •  APPVLEIVS  ■  L  •  L 

AVCTVS 
1NF-P-XIISINAG-P-XII 
CONLIBERTIS  •  ET 
CONLIBERTABVS 
DE  SVO  DEDERVN 


52.  Frammento  di  lastra  di  marmo  : 

L-APPVLEll 

LOCVM  •  M(J 

DEDI 


53.  Lastra  di  giallo  brecciato  : 

L  •  APPVLEIVS 
LL-ETO-L 

ALEXA- 


54.  Lastrina  da  colombaio,  assai  erta  : 


L  •  APPVLEIVS 
«    L  •  L  • 
\MPHIO 


55.  Lastrina  di   marmo   ausata:  let- 
tere riempite  di  stucco  rosso: 

L  •  APPVLEJ 
CILIO 
L  ■  APPVLEIO 
L-L-M 


56.  Lastrina  di  giallo,  da  colombario  : 

L  •  APPVLEIVS 

LL-ETO'L 
DIOMEDES 


57.  Lastrina  marmorea  da  colombario: 

lappvleIvsdl 
diomedes 


58.  Simile  : 


L  ■  APPVLEIVS 
L-L-ET-  3L- 
DORVS 


60.  Simile: 


L  •  APPVLEIVS 

LETO! 
F A  VST VS 


59.  Simile: 

VS • L • L ■ EROS ■ 
NOS  -SECVm 
/1DÓS-TVLIT-M-XL 

61.  Grande  cippo  di  travertino: 

L  •  APPVLEIVS  •  3  ■  L  •  HERACLIDa 
L  ■  APPVLEIVS-  3-  L-  CERDO 


62.  Lastrina  da  colombario  : 

L  •  APPVLEIVS 

LLETOL- 
PHILARGVRVS 


63.  Simile: 


L-APPVLEIVS-L-L 
PHILODESPOTVS 
ET-  CISSO  •  LIB 


370  — 


64.  Simile: 


VAPPVLEIVS 

RlMVS-TECTOR 
X5NIVGISVAE 


65.  Lastrina  di  giallo  antico  : 
LAPPVLEIVS 

L-  L  -ET  •  D  •  L  •  PRISCVS 


66.  Titoletto  marmoreo  da  colombario  : 

L  • APP\ 
SALV 

L    • APPVLE 


67.  Simile: 

L ■ APPVLE1VS 

LLLOLSODAL 

A 


68.  Lastra  di  alabastro  : 

L  •  APPVLEIVS  •  L  •  7  ■  L 

TAVRISCVS 

APPVLEIA  ■  L  •  7-  L 

FAVSTA 


69.  Lastrina  da  colombario: 

ffiPVLEIA 
LL-    L- 

acanTis 


70.  Simile,  di  giallo  : 

APPVLEIA  •  L  •  L 
ET  ■  D  ■  L  • 

ARSE 


71.  Lastrina  marmorea  da  colombario: 

APPVLEIA  LL-  DL- 
ATHENAIS 


72.  Simile: 


APPVLEIA  ■  L-  L 
HEDYLIO 


13.  Simile  : 


APPVLEIAE 
POLLAE 


74.  Simile:  lettere  rubricate: 


A? 


L-APPV^ 

76.  Lastrina  da  colombario  : 

ÌIVS  •  L  ■  L 
ERATVS 


75.  Frammento    di   lastra   marmorea 
scorniciata  : 

ÌLEIVS 


77.  Simile;  trovata  nel  medesimo  co- 
lombario : 

PHILEMO 


78.    Simile;    trovata   nel   medesimo 
colombario  : 


VRBANA 


79.  Lastra  di  travertino: 

LARRIVSIVCVNDVS 
ARRIALAIS 

ARRIASABBATIS 
VA    IX    ' 


371 


su.  Lunga  Lastrina  da  colombario,  'li 
giallo: 

ARRIAE  ■  FELICI  ■ 


82.  Titoletto  da  colombario: 


ASINIA 
PRIMA 
IX-AN-XVIII 


81.  Frammento  di  lastra  marmorea: 

ASC  li: 

ANTIGC 

PATRC 

B-  M-  D! 

83.  Simile  di  bigio;  lettere  grandi  e 
profonde: 

ATALENAE 
GEE 


84.  Tavola  di  marmo  bigio,  con 
cornice  : 

ATEIA'CETOL-PSYCHE 
C  •  ATEIVS  •  C  •  L  •  MAMA 
IN  FR-PXVI-IN  AGR-PXII 


85.  Cippo  di  travertino:   lettere  con- 


sunte: 


M  •  ATEILI 

PHILlMVSI 
OSSA  SITA 


86.  Cippo  di  travertino  : 

ATINIAE  •  L  •  L 

HILARAE 

VSTRINVM 

INF-P-VIS-INAG 

P  •  XII 


87.  Lastrina  da  colombario  : 

C  •  ATTIVSOL 
PHILOXENVS 
mapt"  \  -EMIT 


88.  Simile: 


P  •  AVFIDIVS- 
PL-PRINCEPS 


89.  Simile: 


AVFIDIA  ■ 
PHILVMENE 


90.  Stele  marmorea: 

Dls  •  MANIBVS- 

V  avidiaetYche 


91.  Cippo  di  tuta 


92.  Tavola  di  marmo  con  cornice  : 
D  •  M 
AVR-ALEXANDRO 
FILIODVLCISSIMO 
VIX- AN-II-M-VII 
AVR ■  ALEXANDER 
MIL' PATER  FECIT 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Sri-.   I\  Voi.  II. 


L  •  AVILLI  •  L  •  L 
MENOPHILI 

L  •  POLLI  •  L  •  L 
C ALL ICLE 

POLLIA  •  L  •  L 
MVSARIVM 

INFRO  ■  P  •  XVI 

INAGRO   P  ■  XIII 


17 


—  372 


93.  Tavola  di  marino: 
D  •  M 
AVR  ■  AVGVSTIA 
NO  •  AELIA  •  MA 
CEDONIA-  AMI 
CO-BM-ET-AVR- 
PARES-LIBERTVS 
FECERVNT 


94.  Tavola  di  marmo  : 

t    O    | 

DISM- 

)AVRELIAE  •  CVj 
AE  •  VIXIT  -ANN 
piES-XXXXVII  •  FÉ 
ELIVS-PRIMIGENI1 


95.   Frammento  di  lastra  marmorea: 


AVTRCi 


96.  Simile,  molto  erta: 
BÀCV_ 
M-VLP-  EV) 
ETTYCH,' 
DVLCf 


97.  Lastra  marmorea: 

L   •  BAIVS  •   O    L- 

LICINIA- LETO-L- 

LICINIA-  O  •  L  •  LV 

ANNOR-  XXI-  C 


98.  Titoletto  da  colombario: 

BAIA  ■  L  ■  L  -I 
CLEOPAT! 


99.  Simile: 
-  ..TAj/_^Q-....róiÌ  :  V  X  uR 

J3  A  S  S  V  S 

[ELIO. PRIMIGENIO 


100.  Simile 


/>eNIGNA 


101.  Cippo  di  travertino: 

BENNIA  •  L  \ 
CHRESTE  -\ 

L-BENNIVS-D 
FAVSTVS  • 

LBENNIVSOL 
LVCIFER  • 


102.  Frammento  di  lastra  marmorea: 


(<ECIL\ 

)  o_cae\ 

0IADVME1Ì 
SVAE-BENF 
£CITQ\7 
PO  ' 


103.  Lastra    di    marmo:    le    lettere 
conservano  tracce  di  vernice  turchina: 

D    *    M 

CAECILIO  INGENVO 
CONIVGI  •  CARISSIM 
B-M-FECIT-  VALERIA 
SATVRNINA    VIX  ■ 
ANN-XXIIII-M-IX 


104.  Tavola  di  marmo: 

|    raro, in    | 
DIS-MANIBVS 
C-CENIOPIO- 
PRISCIANO  ■ 
FECIT  •  CAENIA, 
PRISCA -MA  / 


373 


105.  Lustriiia  da  colombario: 

C  •  CAENIVS 
PHOENIX 


106.  Simile,  ili  marmo  bigio: 

,caesivs     •     cai: 

CILIX  L-L- 

LAMPAD 


L-L 


107.  Stele  di  marmo: 

D     corona 
CAESIA  •  C 

ILIAET        

^•C/f/sAR  I  s 
VOS-  MINIS 
R'ATORCONrvN 
f  •  GENIALIS  •  CAE 
SARIS-SERVOS 
VICTIMARIVS 
GENER  •  FECERVNT 
CAESIAE-TERTIAE 
DE  SE-OMNI-EX-CAy 

SA  •  ben- 


J1 


108.  Titoletto  da  colombario: 

CCAIVSCFCOL 

BASSVS 

C   A  I   A     •     C     ■     L 

ARBVSCvLA 

109.  Lastrina  piccolissima   da    colom- 


bario : 


CALISTE 


110.  Frammento  di  lastra  marmorea: 
Tbertabn) 

IO  ■  CALL,1 
\ ENEME7 


111.  Lastra  di  marmo  : 


/M 
/L  L  I  N  I  C  O 
/XXII  •  D  •  XXXIX 
jLLIOPE  -MATER- 
jISSIMO-  FECIT  • 
Ì-LIBERTIS-  LIBER 
JTERISQ_+  EORVM 

Nel  v.  ultimo  fu  prima  scritto 
^osTERISQVEORVM,  poi  corretto. 


112.  Lastrina  da  colombario: 

C*CAMERIVS*C*l\ 
VICTOR  *  HIC  *  CVBAT  4 

ANNORVM  •     VII 

113.  Lastra  di  marmo  :  lettere  rubica  te  : 

l 
M  •  I-5ANIVS  ;|    M-IUNIVS 

SYNEPHEBVS    $   EPHEBVS 

(Il   CELLARI VS 


( 


FACTIONIS-I'RASINAE 


114.  Titoletto  da  colombaio: 
JCAPRIÌs 

cLpriliaI 


115.  Simile 


SSYMERIVS    Afe   CASSYMERIA 
i 


O'L 


D-L 


# 

INNAMVS        Y       P  L  A  T  E 


116.    Frammento  di  lastra  marmorea: 

rTTsPA 

CATIJfc 

L.kivs- 


117.  Simile: 


CERDO  •  N 


—  :174    - 

118.  Lastrina  da  colombario: 

Ili».  Simile: 

ivs  CERD 

CESTVS 

(«IIVS  •  NO 

CCESTI-L 

(ILIS 

V-AIII1 

L20.  Simile: 

121.  Simile: 

CHIVS 

i-M-L-CIMBER 

VAX 

L-TYRANNIS 

122.   Frammento  di  tavola  di  marmo  :         123.  Simile:  grandi  lettere: 


(CLARO-VIX-ANL- 
'CVNDA  ■  PATRONO 
ENTISSIMO 
FECIT 


i  AVDIVS-AVG-  L 
THEMER-  SIBI 
E    HERMONILU 


L24.  Grossa  lastra  di  marmo: 


125.  Lastrina  piccolissima   da    coloni 
liario  : 


TI  •  CLAVDIV- 
TI-L-FAVSTVM 
VIX-ANN-XXXV- 


126.  Titoletto  marmoreo   da   coloni-  L27.  Lastra  di  marmo: 


Ilario  : 


T  ■  CLAVDIVS  •  SAL! 

V   ■   A   ■   XXX! 

VCLAVDIA  •  CROCI 


/S  MIL  ■  Ari 

/VIXIT  •  ANN 

CLAVDIA-A/ 

ETL-GAVIV 

LVS-MIL-CO) 


128.  Titoletto  da  colombario,  opisto-  129.  Dall'altro,  inlettere  assai  trascu- 

rate : 


grafo.  Da  un  lato  si  legge 


■  marcella1 
matripiIssimal 


130.  Lastra  'li    marino,   erta   e   con 
cornice  : 

Dls  •  MÀNIBVS 

CLAVDIAETLF 

PÒLLITTAE 

cornelivs-vItalis 

/Gì"  OP1  tMAE 


131.   Lastrina   ila   colombario: 

'/DIA  SVCESSA  •  FÉ  • 
.ONIOSIBI-ETCOIVG- 

V-ANNIS-XX- 


132.  Lastra  di  marmo: 

_JMI 

CIA  OPATj 

IARINO 

CONIVGI  ■ 

NE  ■  MER.EN 
FECIT  •  ET  •  S 
ET  •  SVIS  •  PO 
RISQ_  ■    EOR. 


134.  Lastrina  di  bigio:  lettere  rubricati,' : 


133.  Simile: 


X  -CLODI 

ADVMENI 
\/GI  ■  RARISSIMO 
\sE-MERENTI 
^  ERVNT 
VTYCHE  CoN 

jhrysis  -fil- 
posterIsq_ 


<-■  CLODIVS  •  APPI 

L  •  GA'  • 
TREBONIA-MATER- 


135.  Cippo  di  travertino: 

CLODI  VS 
MENELAVS 
INFR-PE-XVI 
INAGPXII 


C-  CLODIVS-GA'-L 
HILARVS- 


136.  Lastrina  da  colombario: 

CLODIA  •  DL  •  SECVNDA  ■  VXSo 
C-  ANTONIVS  •  C  F-  OVF  •  RVMILo 


137.  Stele  marmorea  : 
D    •    M 

mcocceI 
oalcimo-avg 

LIbCOCCEIALO 
LIA  •  FECIT  ■  PAT 
RONOSVO  •  bE 
NE  •  MERENTl 


138.  Tavola  di  marmo: 

D         ■         M 
COELIAE  •  APHRODISIAE 
CONIVG  •  OPT  ■  ET  •  KARISSIM 
SEX  •  PEPONIVS  ■  ANNIANVS 
E  •       T 


139.  Lastrina  erta,  da  colombario:  140.  Titoletto  da  colombario;  lettere  cat- 

tive ed  evanescenti  : 

vCOMINII 
(A  •   COME  SIBI   ET 

Il  ■  SPERATA  COMINIA  • 

[>Is  ■  dvobvs  VALERIA] 

V I V I  A  V I  i  ? 


376 


141.  Titoletto  da  colombario: 
Q_-   CONSIDIVS 
QjL  ■  ANTIOCHVS 

CONSIDIA-Qj  L  ■  HESYCHIO 

143.  Simile,  di  giallo: 

P  •  C  O  R  T  :  D  I  •  P  ■  L 

DIONYSI-  OSSA 

H  I  C  •  S  IT  A  •  SVNT 

PHILODESPOTVSDD 


142.  Simile: 

ANI  -C-ETO-L 
[\TAE 


CORANAO-L- 

VRBANA 


144.  Lastrina  marmorea  da  colombario: 

C  •  CORN  E  LI 
AMET  H  YlSTI 
GALLI  •  LIBERTO 


145..  Simile: 

c  •  cornelivs 

calInvs 

c  •  cornelivs 

apollonivs 


146.   Simile: 


C  ■  CORNELIVS 
C- L • FELIX 


147.  Urna  quadrata  marmorea  : 

C  ■  CORNELIVS  >       CORNELIA 
GALLI   LIBERT  ■ 

HERMIA  ■ 


MVSARIO 


1 48.  Simile,  con  ornati  in   bassorilievo  : 

A  ■  CORNELI 

A-F-  iOL 

AFRI 


149.  Lastrina  da  colombario: 

CORNELIA 
DEVTERA 


150.  Simile: 


CORNELIA' 
CLEROTIS 


151.  Tavola  di  marmo: 

D     •     M 
CORNELIAE 
HARMONIAE 


152.  Lastrina  da  colombario: 

CORNELIA  •  SP  •  F 
SECVNDILLA 

PCORNELIVSSPF 
CERIA  LIS 


153.  Tavola  di  marmo 

Dlls  ■  s( 
COSIN 
F  •  SVA 
P  R  I  S  C 
ET  •  M/ 
I  N  I  A  I 
PIENTISS 
MATRI 
C  •  SEMrj 
GLAJ 


154.  Simile: 


D  <t>  M  *  S 
COSMICE 
QVAE  VIXIT 
ANNOS  TTT 

MENSES  VI  DIE  I 
FECIT      IVCVN 
DA    MATER 
F  I  L  I  A  E     D  V  L 
C   I   S   S   I    M  A  E 


155.  Lastrina  da  colombario  : 
LCOSSVTI- 

1 ■  L ■ LENAE 

COSSVT1A-7L 

HILARA 


150.  Simile  : 


V  •  CRESTE  ■  FEClT  ■  SIBIET- 
OPTATAE  -FIIlAEVAViIII- 

V  •  GEMELLO 


157.  Tavola  di  marmo  : 

D      •      M 

CRETONIAE  ■  EVRESI 

FAV  FECERVNT  ■  C  •  CRETONI 

sti  VS-SEVERVS-ETCRETO 

NVS  NIA  •  IANVARIA  •  PAREN 

CAE 

sa  TES  •  PIENTISSIMI  •  B-MFIL 
RIS  VIXIT-A-IIIIM-IIIIDIIII 

IN'FRONTE-P-II  ■  IN' AGRO-  P-  III 


158.  Stele  marmorea  : 
D   t 


II 


CCVRIATIO 

CAECILIO 
CLEMENTIANO 
QVIVIX-ANNI 

MENS-VI-D- VI 
C  L  A  V  D  I  V  S 
ANTONINVS 

TVTOR- PONENDVM 
CVRAVIT 


159.  Lastrina  da  colombario  : 

CVRTIA-P  •  L  •  MONIME 

HERMOCRATESLIVIAES 

HELENA-CVRTIA 


160.  Tavola  di  marmo  : 

(DAPHNE* 
(b-SVAE-FAVSTA 
.OTIOVICTORI 
\S  •  SVIS  • 
\AGR-PXII- 


101.  Lastrina  di  giallo,  da  colombario  :     102.  Lastrina  da  colombario: 


C-DECIMIVS 
C  ■  L • ACVTVS 


DECIAO-L- 
LYCNINIS 

V-M-VETTIENI-M'L 
PHILANTROPHI 


103.  Stele  marmorea  : 

rosa 
D  ■  M 
D  E  T  E  L  I  A  E 
APOLLONIA- 
M  •  DETELIVS 
O  N  E  SIM  VS 
ETM-DETELIVS 
Z  O  S  I  M  V  S  • 
P AT  RO  N AE 
B  •  M  •  FECER  • 


104.  Grossa  lastra  marmorea  con  cornice: 


D I S    •    MAN 
DIDIA    •     MATER 
DIDIAE   •   FILIAE 
CARISSIMAE-ET-SIBI-  FEC 
QVAE  ■  VIX  •  ANN  •  XXVIII 
POSTERISQVE  ■  EORVM 


378 


165.  Urna  quadrata  di  marmo  : 

DIOGNETO  •  TI  •  AVG  •  SER 
ALYPIANO  •  QVI  ■  PRAEFVIT 

PEDISEQVIS     •     THYR.SVS     •     VICAR 
F    '    D    •    S 


Ititi.  Titoletto  da  colombario  : 

JP  ■  L  ■  DIONYSIA 
I  ■  HILARVS 


107.  Frammento  di  lastra  marmorea  :      108.  Cippo  di  travertino: 

M  •  DOMITIVS 

SP    ■    F    •    POM 

SECVNDVS 

S I B I •     ET 

scanTiae-sp-f 
primill a  e 
conivgi-svae 
infr • p  •  vii 
in  ag  ■  p  •  xii 


DO 

SVI 

FÉ 

LIB 


169.  Simile  : 


\ 


M  •  D  O  M  r 
S  P  •   F  •   P  O  M 
SECVNDVS 

SIBI ■ ET 
SCANTlAE-SP-F 
P  RI  MI L  L AE 
CONIVGI-SVAE 
INFR  •  P  •  VII 
IN  AGP-  XII 


1 70.  Frammento  di  piccola  lastra  di  marmo: 


D 

DOMN 
IVNIA 


171.  Umetta  marmorea: 

EGNATIVS 
SECVNDVS 
VlX  •  A  ■  I  •  M  •  X 


172.  Lastrina  da  colombario: 

EGNATIA 
FELICVLA 

vlx- AN  •  XXII 


Q^MINVCIVS 
ANTHVS 


1 73.  Frammento  di  lastra  marmorea 


PAPHU- ET 


174.  Piccola  stele  di  marmo,  cod  antefisse 
D    •    M 
EPICTETO 

BENEMERENTI 
COIVNX-SVA 


17">.  Cippo  di  marmo,  con  urceo  uel 
lato  sinistro;  il  destro  manca: 

protome 
del  defunto 
D  M- 

epitYnchani 
mater-tyrannis 

•filiosvo- 
•dvlcissimo- 

•FECIT- 
Q_;VIX    ANN     VII 
M  •  Vili  •  D  •  XVII 


379  — 

170.  Tavola  di  marmo: 


M 
ERI  AE 
^SPANILLAE 
LPPLVS  •  HEDISTVS 
CONIVGI  •  SVAE 
BENEMERENTI- 


177.  Lastra  semicircolare,  di  bigio  :       178.  Stele  di  marmo: 


D\ 

EVANC\ 
SANCT\ 
PATRI  ^ 
\ANGELVS^ 


REVCHARIS 

MATER  •  ET 

SE  ■  PROSDOCI 
MVS-IANVARIE 
FI  •  SVE  •  VIXIT 

ANNIS-X-M-XI 
D  •  Villi  BENj: 
MEREr* 


179.  Cippo  di  travertino: 


V 

EVCTENIS 

A 

• AEMILIVS 

A 

L  •  SAMPSAEV 

INFR  •  P  •  US 

INACR  •  P  •  US 

I-ÀLEROTII 

180.  Stele  marmorea,  con  timpano  ed  ante- 


tisse: 


rosa 
DlS   •  MAN 
EVHEMERO 

FECIT 
P  O  M  P  E  I  A 
EVHEMERIA 

CONIVGI  •  OPTIMO 


181.  Grande  ed  erta  lastra  di 
marmo  : 

\ 
EVNOMO 

TIIDIEB-XV 

R-ET-LIC^ 
5SIMFEC 


182.  Lastrina  da  colombario,  opistografa. 
Da  un  lato  in  lettere  minute: 

DlS     MANIBVSSACRVM 

EVPORO  •  SERVO  ■  VILICO  •  CAEs 

AQVARIO  •  FECIT  ■  VESTO 

RIA  •  OLYMPIAS  •  CONTVB 

ERNALI-SIBI-ETSVIS-POSTERISQVE 

EORVM 


Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  .Memorie  —  Ser. 


Voi.  II. 


18 


380 


183.  Dall'altro  lato: 

MVMMI  A 
7LLVCNISVlXANXI 


1 84.  Frammento  di  lastrina,  di  bigio  : 
IA  •  EVTN, 


llNIAv 


185.  Lastra  di  marmo: 


186.  Frammento  di  lastra  marmorea,  con 
cornice  : 

DIS  •  MAN- 
AFabioa-LepACÀ. 
tho  •  fabia  •  hespe  ^ 


187.  Lastrina  da  colombario:  let- 
tere cattive  e  consunte  : 

L  .FABIVS  •   J  •  L 

philomvsvs 

RVTILIAmL-CHIIì 

tatismarI- 

MACHASRA  ? 

PHILOXSENVS 

POLI  T  O  R 


sik    <~ r->  t  /^~ 


188.  Lastrina  da  colombario,  di  travertino: 


FELIX 
OPPI 


189.  Frammento  di  lastra  marmorea:       190.  Tavola  di  marmo: 


FELICI/ 


D I S     •     MAN 
FELICI  ■  BENE  ■  MER  • 

FILIO-VIX- 

annis-ITìi-dIeb-xxxxviiii 
ag  athemer  •  pater  •  et 
flavi a-laeta  *  mater 

Fi  LIO  »  PIISSIMO 


191.  Tavola  di  marmo,  opistografa. 
Da  un  lato: 

D  M 

FELICI- ET  MEM 
MIAE  •  LAIDI  • 
FECIT  •  MEMMIA 
CORINTHIAS 
CONIVGI  •  ET 
V  ATRI-BENE 
HERENTIBVS 


192.  Dall'altro: 


AEDICVLAM • O 

monvmenTo  •  Mi' 

PROXSIME  •  HORTOS  •  SA 
PATRONAE  -MEAE-ET-L-E 
MEA  •  POSITA  •  ERVNT 
IN -DE  •  MOV1SSE  •  VELI 
AB • ALENARE • VELI 
VT • ITA ■ CA VEAT • A 
NIVE  •  MEVM •  ERAS 
VELIT-  IN  •  EORVM  ■  LO 
NISI  •  SIQVID  ■  HERED 
VEDICI  AT  •  SIQVIS  -AD 
\aR-IO  •  SATVRNI-  C 
S|CERIT-HS- V  ■  JV, 
\  ELATO  RI  ■  D 


; 


L9  '•.  Lastrina  da  colombario: 


/^FICTORIVS 
OPTATVS 


194.  Simile: 

FIRMVSHORDIONIAE 

DOXSAE  •  FILIVS 

VIXIT-ANNXV-ET 

OSSA  -EIVS  •  HIC 

SITA  ■  SVNT 


Tavola  marmorea,  scorniciata 


l 
D  •  M  •  T  •  FLA 

PROSENE 
FRATRIC/ 
ET-AGELE-L 
RENTI  •  FEC 
BVSO_  SVI 
ET 


197.  Cippo  di  travertino: 

C ■ FLA VIVS 
C  •  L •  APELLA 
FLAVIA-  MVSA 
CIP  ■  IN  SVO  •  DO^J 

ìx.fronT.p.xiii  IX.AGR.P.XIII 


196.  Tavola  marmorea,  con  due  tìnestrine 
laterali:  lettere  dipinte  con  minio: 
D  •  M 

T  •  FLAVIO  -ANATELLONTI 
DVLCISSIMO  •  FILIO  •  T  ■  FLAVlVS 
TROPHIMVS  •  ET  •  FLAVIA 
ANATOLE  -PARENTES-INFELIC 

FECERVNT  ■  VIXIT  •  ANN  •  XVI  •  MEN 
viiii-dIeb-x-sibI-svis-posterisqve-eorvm 

198.  Tavola  di  marmo: 

D    u    M 

T-FLAVIO-ARCHE 

LAOVIX-ANN 

XLVI-M-X- 

VALERIA- FLORA 

CONIVGIBMF 


199.  Piccola  stele  di  marmo: 

D  ■      M  ■ 
T  •  FLAVIO 

TH ALLO 

FLAVIA 

P  R  I  M  I  G  E 

NIA-COIVCl 


200.  Tavola  di  marmo: 


'?-FLAVIVS  -V 

SIBIET-vTl/ 

CHARINI  •  C 

SVAE 


201.  Tavola  di  marmo: 

^---^vbVS~\ 

TsQVE  EORVM  CV 

FLORAE  FILIAE  ET 

DENTIS  NEPOTIS  F 

IN   F  p  vii  tn   sj 


202.  Titoletto  da  colombario: 


G-FOLIVS-7-L 
PHILOCOMVS 


-  382 


203.  Simile: 


FORTi 
OCT 
EVTi 

DELI 


204.  Frammento  di  lastra  marmorea  : 
I  D  I  S  •  JVW 
WS-FOR" 
VtMO    '/ 


205.  Lastrina  da  colombario  : 


/ARIVS-t\ 
j.  VNATVS  •  V 


20C.  Tavola  di  marmo  :  lettere  rubricate  : 

D  /  M/ 
FORTVNATI  VIX 
AN'  II'  M'  XI'  D' 
XXVl  FECERVNT 
SEXTILIVS  TE' 
T  E  L  E  S  P  H  O  R  sic 
CVM   CYNEGIDI' 

F  I  LI  AE     RARISSIME 


207.  Glande  tavola  di  marmo;  gli  ultimi  tre  vv.  furono  aggiunti  posterioraente : 
'('ENSIDIVS  •  N  •   L 

//IAVRVSSIBIET 
-iCVARIAE  ■  EPHESIAE  •  CONIVGI  ■  ET 
iRENSIDIONLPRIAMOF-POSTERISQ_ 
SVIS-FECIT 
vt  •FRESIDIVSNLTHEORVS-V-AXX  es 

vESIDIA-N'L-AGELE-N-FRESIDIVS-N-L-HlLOGEN 
^IDIVS-N-LSATVRNINVS 


208.  Tavola  di  marmo  : 


l'RONTOCON 
IVGI  ■  PIENTIS 
SIMAE  ■  FECIT 


209.  Stele  marmorea; 


corona 

D     ■     M 

A    FVLVIO 

CRESCENTI 

VIX-ANN-VI 

CLAVDIVS 

J/l  ASTER  ET 

<VLVIA-SPES 


210.  Tavola  di  marmo,  scorniciata  :      211.  Lastrina  da  colombario;  lettere  evanide: 


A • FVRIO 
FORTVNATO 
FVRIA  •  GALATEA 

-    PAX/ 


FVRIA  •  CAPRATINA 

VIX- A -mi  -M-V 
LFVRIVSCELER  ■  LIBERTAE 


212.  Stele  marmorea: 
D  •  M 
FVSCVLAE  •  BENE 
MERENTIETPIEN 
TISSIMAE  ■  PECVLI 
ARIS  -CONIVNX 
ET  -PRIMA  -FILIA 
FECERVNT 

214.  Lastrina  da  colombario: 


383  — 

213.  Tavola  di  maino: 

•  D  •  *  •  M  • 

GELLIOBALENTINO 
MARITO -BENEMERElSTl 
SERTORIA  •  CALLISTE  * 
CVM-QVOVIXIT-ANN- 
■XBITASINELITE- 

'215.  Lastrina  di  marmo:  belle  lettere 


A  •  GESSIVS  •  A  •  L 

ZEPHYRVS 
VIXIT  •  ANN     XI 


GIGASAGIT 
Factionis 
Prasinae" 

VlCIT-PALMAS'lN-BIGA 

xxvi-maiores-  ii 
;iilis-i 


AANTONI 

ADRASTO 
agitatori 
Factionis 
prasinae 


216.  Cippo  di  travertino: 

GR  AI  C  INI  A 

L-L-  Q_:  VARIA 

MARCI 

L  •  T  I  S  I  N  I  O 


217.  Lastrina  romboidale,  di  marmo: 

SEX  •  GRANI  •  SEX  ■  F 
AEM 


218.  Grande  lastra  di  marmo, 
scorniciata  : 

GRANI  A  • VlT 

iw-granivs-c 
l-cornelio-l-liber" 

bene-merenTi- 
m/-granivs  1yv  •  l  •  1 

ET-SVls-POSTER!SQ_V  ^^-^Tvi 


219.  Titoletto  da  colombario 


C  •  GRATILIVS 

D  ■  L • FAVSTVS 

VIX-ANNI- 


220.  Simile,  ricavato  da  un 
frammento  di  grossa  e  rozza  lastra 
marmorea  : 

PRIMA-GRATIA- 
SARCINATRIX- 
FECERVN  •  QVI 
DEBVERVN 


221.  Stelo  di  marmo:  lettere  cattive 
DJSl 
MAN 
HAGN 
ET-SYiVÌ] 
RVSA • M 
TIALI-FE 
•A-IIM-/ 
•H-X 


—  :!84  - 

222.  Lastrina  da  colombario: 

223. 

Simile 

\TRONAE      1     R'\ 

T  •  HATERIVS 

ìH  ALINE                  Aj 

SPERATVS 

224.  Simile: 

225. 

Simile  : 

fC-  L  •  HELICE 
'CATTIO  TlBAEo 

/Gì      •      SVO 

ISSIMO 

HERA 

FECIT-F 

eT-sibi 

226.  Blocco  di  marmo  : 

227. 

Tavola 

marmorea  : 

/  M 

^ENT 

JAN  SAC 

^ CEKV 

JNIVGI    BENE 

„-    1TVLVM 

VS  •  HFRMA        sic 

HERME' 

ERISQ_:  EOR 

FILIO   DV 

SIMO  VI 

AMMIC             T 

228.  Frammento  di  lastra 
marmorea  : 

/hersilia' 

llBOS  FECI 


229.  Lastrina  da  colombario: 

jVS  •  L  •  L  . 

VS 

MENAEVS 


230.  Simile: 


/'CETTll-  LIB- 

Anlxxfeci 

ANVARIA- 
CIVM- 


231.  Frammento  di  tavola  marmorea: 


232.  Lastrina  da  colombario: 

CN  ■  IVL1 
CN   F-Qvl 

234.  Lastrina  di  marmo  : 

CIVLIDEMEÌU 
IN  OSSVARIA 
MAGNA -OLL//// 
HI  VACVAESVNI  II 


233.  Frammento  di  lastra  marmorea: 


235.  Tavola  marmorea: 


3      •     M 
(VLIO-DIO 


^  385 


286.  Lastrina  da  colombario: 

C- IVLIVS-  1 
FEL 


240.  Stele  marmorea: 
•  D  •  M  •  S  ■ 
IVLIAE-    DONA 
TAE  ■  VIX  •  ANN  ■ 
XXXV  •  M  ■  VI  •  D  •  XII 
Q_-  SITTIVS  •  IVLI 
ANVS  -MIL-  COH- 
XI  •  VRB  -FR  A  • 
TER-PIISSIMVS- 


237.  Simile,  piccolissima  : 

C  •  IVLIVS  ■  C  ■  L 
GALATIO 


238.  Titoletto  di  colombario: 

239.  Simile: 

IVLIA  •  0  L  • 
ANTIOGHIS  •     sic 

IVLIA 
DAPHN 

241.  Lastra  di  settebasi: 

D\ 

IVLIA-  H 
IVLIVS  -tìS 
VNA  CONVi 

\annis  xl| 

ìADQVIESC 


242.  Lastrina  di  marmo: 


IVLIA  •  ICETE  •  DVLCISSIM 

PARENTIBVS-SVIS  •  VIX-AN-XXU 


243.  Tavola  marmorea: 

D  •  M 
IVLIAE  •  SEVERAE 
CONIVGIFECIT 
M  •  POMPONIVS 
HERMES -ET -IVLIA 
TYCHEPATRONAE 
•  B-M- 


244.  Titoletto  da  colombario: 

I  VLI  A 
THALASSJi- 


245.  Simile: 


IVNIC-LPoTa 

MONIS 


246.  Grossa  stele  di  marmo: 
DlS  •  MAN 
IVNIAE 

ELEVTER0 

vix-an" 

VNO-ME/// 
VI  •  D  •  XX 
F-P  ET 

M-F 

249.  Titoletto  di  colombario: 

l-laelivs-l-f-fab 

CLEMENS 


247.  Lastra  di  marmo: 

i'  N  I  A  E  •  C  •  L 
(VIOSCHARIONIS 

248.  Lastra  di  marmo: 
rosa 
D  ■  M  •  S  • 
LAECANIAE 
CAPELLAE-AN 
N  '  XII 1 1 
LAECANIA 
RVFIN A 
SOROR- VF 


250.  Simile 


M-LICININ 
ET-M-LICIh 
VEIVS  •  E 


386  - 

251.  Sanile: 


■ LICINIVS 
RABBV  sic 

■  ET  •  SVIS 


252.  Simile: 


M  •  LICINIVS  • 

BASSVS- 
VIXIT-ANN-XXXV 


253.  Lastra  di  bigio: 

D- 

M  •  LICIN 

PHOR-) 

VITALI  •  A 

POST- S( 


254.  Lastrina  da  colombario: 

P  •  LONGIIS! 

PL-SVRI 

OLLA- 1 


255.  Frammento    di   lastra   marmorea: 


250.  Tavola  di  marmo: 

D  •  M 
LVCCEIA  ■  HEDONE 
ALVCCEIO  POLYGO 
NO  ■Y"~V  KARIS 
FEC  ^\_J~^  MAR 
V-AN  XVIII 


257.  Cippo  di  travertino: 


P  •  LVCRETIVS 
P • F • PROCVLVS 

IN    FR    •    P   •   II 
IN  AGR  •  P  •  III 


258.  Lastrina  da  colombario: 

LVCRETIA 

Q^    F- 
SECVNDA 


259.  Frammento  d'  urna  marmorea  : 

M 
M 
F 


260.  Grossa  lastra  di  marmo  : 
lettere  pessime: 


MACARIA 
TFES-flIJV 
EVCTE  •  S\ 
ET  SVIS 


201.  Lastrina  da  colombario: 

P  •  MAECIVS 
T-PVB-BVRRVS 
VI-AN-1XIII 

Nel.   v.  2   prima   fu   scritto  C,   poi 
corretto  in  T,  e  finalmente  abrasa   l'una 

e  l' altra  lettera. 


387  — 


262.  Titoletto  da  colombario: 


Qj  MAENIVS  ■  Qj  L     ;  Q_:  MAENIVS  ■  Q_;  L 

ATHENIO  ^  CRESCENS 

\  Vlx   ■    AN    •   T   •   MENS   •    X 


MAENIA  •   Q_-  L  ■   PAPHTE 


263.  Frammento  di  lastra  marmorea  :      264.  Lastrina,  di  giallo: 


C-MANI 
PHIL 


-!ii."i.  Titoletto  di  colombario: 

IMANLIVS 
EROS 


260.  Simile  : 


INLIA  •  LEVC/l 
'ONIVS-EROS- 


267.  Tavola  di  marmo 

A  -MARCIVA 
MARCIA  ■  C 
sic      VITALIODELIC\ 
SVM 


,1 


268.  Cippo  di  travertino  : 

q_:  cimarci 
cl:  l  •  philo  ■  et 
felix-sibi-eT-svis 

INFRO-P-IIS-IN-AG-P-U 


269.  Titoletto  da  colombario, 
di  giallo: 

L  •  MARCIVS  ■  L  •  F  • 
RVSTICVS-V-A-IV-ME 

NSES    •       Vili 


270.  Lastrina  da  colombario,  di  bigio: 

SEX  •  MARCI! 

TERTVLLV; 

SIBI  •  ETj 

PAPIRIAE-REì 


271.  Tavola  di  marmo: 

D  M 

Q_  MARlI  •  REPERTI  ■  VI 
XIT-ANN-IIII-MENS-X-DI 
EB-XI-QJVIARIVS-AGATHO 
PVS  ■  ET  •  CHARIS-  ALVMNO 
DVLCISSIMOF-ET-S-P-S- 


272.  Titoletto  da  colombario,  ricavato  da 
un .  frammento  di  cornice  :  la  scrittura  è  can- 
cellata: 

MARIA  ■  EROTIS 

/////////////// 
SEX  •  MARIVS/////// 


273.  Lastrina  marmorea  semicircolare,  274.  Lastrina  da  colombario: 
da  colombario: 

C  ■  MATIVS  C-MATIVS         MATIAOT 

3  ■  l  •  diochares  HILARVS  PYRINE 

Class:;  di  scienze  morali  eoe. —  Memorie      Ser.4a,  Voi..  II.  19 


175.  .Simile,  di  travertino: 

C  •  MATIVS  •  D  ■  L 
SATYRVS 


388  — 

276.    Sul    coperchio    di    un    grande    vaso 

ansato,  di  travertino  : 

MEMMIAE  ■  D  •  L  •  PERGAMINIS 


277.  Tavola  di  marmo: 

(vi  E  N  A  N  DÌ 
IIA'E-ARSIl\ 
[VGl-CARL 
IXIT  •  ANN  ■  Pj 


278.  Lastrina  di  bigio: 

|NIVS  •  L    L  ■ 
cNOPHILVS 


27'.».  Frammento  di  titoletto  da  co-     28U.  Simile: 
lombario  : 

(MIA-MINIS- 

Vi . 


C  ■  MIT 


281.  Lastra  di  marmo: 

MNEMl( 

porciae) 

VIXSIT-A 

MENSE; 


282.  Lastrina  da  colombario: 

Q_:  MVCIVS  •  O 
L  •  OPTATVS 


283.  Simile: 


P  ■  MVLVl  •  ATHENODORl 
OSSA-SITA-SVNT 


284.  Cippo  di  travertino: 

MVNATIA  •  D  •  L 
HALINE 

L-MVNATIVSD-L 
PHILODAMVs 

IN-FRONT-P-XII 
IN- AGR  ■  PXII 


285.  Simile: 


MVNATIA  •  3  •  L 
HALINE 

L-MVNATIVSOL 
PHILODAMVS 

IN  FRO  ■  P    XII 
IN  AGR  •  P  •  XII 


280.  Simile  più  grande: 


MVNATIA  •  3  L 

HALINE 
L-MVNATIVS-3-L 

PHILODAM/// 

IN  FRO  •  P  -XII 
IN   AGR  •  P  ■   XII 


28 < .  Titoletto  da  colombario: 

MVNIA-  L-  L  • 

menophila 
hIc  •  Sita  ■  est 


:    I  — 
288.  Simile 


C   •    MVSA 

PHILARGYRj 

SVO  •  Br; 

MVSANIA-] 


289.  Simile: 


Ita-mvs/j! 

Vlioleoi 

VoNYSlQ 


290.  Tavola  di  marmo: 


DIS   •    M • 

MVSSIA  LAIS 

FEC-EPICTETO 

F-   r^\  B  M 
vix-aX 

xxxv/ 

291.  Lastrina  da  colombario: 

MVTIA  •  SEX  ■  L 
HELICE 


202.  Frammento  di  tavola  di  marmo: 
\-MYSTIS-i\ 

Io-conivg/ 

\     •  VIXIT->y 


293.  Piccola  urna  marmorea,  sulla        294.  Piccola  piramide   di  marmo,  sovrap- 
quale,  a  modo  di   coperchio,  poggiava      posta  all' urna  n.  293: 
una  piramidetta  di  marmo  (n.  294): 

DlS   •    MANIB 

NATALI 
M-TERENTIVS 

AVGVSTALÌS 


OSSA 
TMVLI-À    I 
AN-VIX-XVII 
XANTHE-D-E- 


295.    Frammento   di   lastrina   da 
colombario: 

fER\ 
"vNERP 


296.  Tavola  di  marmo: 

D  ■  NERIA  •  PALLAS  •  M 
ET  ■  NERIVS  •  APRIO 
PARENTES  •  FECER 
FILIAE  /^~~\  S  V  AE 
QlVA-VIV_y   M   ■   II 


Ne]  v.  1   fu  prima  scritto  NERIAE  • 


297.  Tavola  di  marmo 

D       1 
SEX- NO i 

RESTIT 

CLAVDI/ 

IVGI   ET 

TOjy 

299.  Simile: 

NOMA 

CL- 

EROTIS 

301.  Lastrina  da  colombario: 

C  •  NORBANVS 

C    L 

FAVSTVS 

303.  Lastrina  da  colombario: 


v  D  •  N  O  V I V 

synhistorI 

PATER      I 


390  — 
298.  Lastrina  da  colombario: 


NONIAOL- 
ANTHIS 


300.  Tavola  di  marmo: 

»    D      \        MB 
NONIAE  •  HEVRESI 
C-F-A  •  CONIVNX  IN 
FELICISSIMVS  CVM 
QVA  VIXIT  ANNIS 

XXXVIII 
SINE   QVERELLA 

302.  Cippo  di  travertino  :  lettore  rubricate 
C • NORBANVS 
C-L-STEPHANVS- 

NORBANA 

LAVDICE 
INFRO-        P  •  XII 
IN  AGRO-    P  •  XII 

304.  Tavola  di  marmo: 

Q_;NVMISIVS-  FORTVN 
ATVS  •  SIBI  -ET-CORNELIAE 
PRISCAE  •  CONIVGI  •  SVAE 
CARISSIMAE  •  FECIT  •  H  ■  S  • 
TERRAEMPTAQVOQT'TF 
V  •   A  •  L  • 


305.  Titoletto  da  colombario,  di  306.  Simile,  opistografo.  Da  un  lato  e  scritto 

bigio:  in  lettere,  che  portano  tracce  di  rubricazione  : 

OCTAVIV 


C-OBELLIVS    S&OBELLIA 


STEPHANVS  M     CANTABRA 


V 


FILIA.V-A-VII 


307.   Dall'altro  lato: 

k  -SIBI  -ET- 

lìVE-EORVM- 


AEDIC 

S  I  B  I  •  S  V 

308.   Frammento  di  steli'  marmorea: 

OCTAVIVS-Hhk\ 
COLLIBERTVS 


::o!>.  Stelo  ili  marnin  : 

•'ina 
D  ■  M  •  S 
OCTAVIAE-  PRI 
MIl-ENIAE  ■  MA 
TRI-OPTIMAE 
POSVIT-(?AETVLI 
CVSFILIVSTTIS 
VIX  ■ AN •  LX 


391   — 
310.  Titoletto  da  colorali 


OECONO/ 

BIS 


311.  Tavola  marmorea: 


y 


-LSI  ADI  Ah 


OPTATAE 
vIXIT-ANXLV 

FECIT 
O  L  S IA  DES 

FE////X/ 
CO/""- 


312.  Stele  di  travertino,  con    timpano    ed 
antefisse,  molto  corrosa: 

OSSA-HICSITASVtf 

OLVMPHEI 
RICINI    NERV/t 

SER 
THERES    •    DE 
S  VO    FECIT 
SEIBI  •  ET  •  SVEIS 


tino: 


313.  Lastrina  da  colombario  : 

Jgiae 

N-XII 

iJNESIM 

315.  Titoletto  da  colombario,  di  traver- 

OPPIA  ■  M  •  L 
CALISTE 


314.  Cippo  di  travertino: 


IN"    FR    P    XIII 
IN  AGR  P  XVI 

T-OPPIVS  ■  M-  F 

TRYPO 
M-OPPIVS    M  •  L 

HILARVS 
C  •  PLOTIVS  CL 
PHILOMVSVS 
M-LVCILIVSOL 

S  ASS  A 


316.  Titoletto  da  colombario,  let- 
re  minute  ed  elegantissime: 

oppiae-  he; 
sanctissim; 

CLiOsTorivsTiìa'i 


317.  Lastrina  di  giallo  : 


OPPIA  3  •  L  ■  NYMPHE 
ANNOR  ■  XVII 


318.  Lastrina  di  marmo: 


•JIVS-OPT/1 
NIA-C-L-TYCH\ 

\NN  •      XX\; 


319.  Simile: 


<f-  A    L-ORiENS 

<~alYtic 


320.  Cippo  di  travertino: 

O  S  C  I  A  •  S  T  •  F 
IN  FR  •  P  •  XII 
IN  AGR-P-XIIX 


—  392  — 

321.  Altro  simile: 

OSCIA  •  ST  •  F 
INFR-  P-XII 
IN  AGR-P-XIIX 


322.  Frammento  di  tavola  marmorea,  323.  Titoletto  da  colombario: 
con  bellissime  lettere: 

/^OolOJ  L  •  PAPIVS  •  L  •  L 

CNÓS('  EROS 


Vlx  ANN 


,\ 


PAPIA  ■  L  ■  L 
ATNEIS 


324.  Simile: 


PATVLCIA-L-L- 
AMMIA 


C  •  IVLIVS  •  D  L 
FELIX 


325.  Cippo  di  travertino: 

A   •   P  A  X  A  E  A 

A    •    L    •    N  A  R  D  I  S 

TITVLVM-  MEMO  Ri  A  E 
SVAE  •  FECIT  •  ET  •  SVIS 

PRIMO    •    F  •   QVI   ■  DECESSIT 
ANNORVM     •    XXX 
PATRI   Q_V  E    •    E  1  V  S 

A  •  PAXAEO    •    PHILOXENO 


\. 


;  ■  A  •  PAXAEO  •  R  V  F  O 


32(3.  Tavola  di  marmo: 


PECVLIARÌ 
AN- VI-  MEN1 

XX^FIL-DVLCì 
///FELICISSU 
PECVL/^ 


327.  Lastra  di  marmo,  ansata: 


M  I  B  V  s  ■ 

N  ■  XlT-  BENE  • 
EREGRINVS- 

TER-SIBI-ET-POSTERIS 


328.  Cippo  di  travertino 

M  •  PESCENNI 
M  •  L  •  HERAE 


329.  Titoletto  da  colombario: 

SEX  •  PESCEN 
NIVS  •  SEX  ■  SEX 
L • FELIX  • 


330.  Simile: 

SEX  •  PESCENNIV5 

SEX-SEX-SEX- L-PRIMVS 


331.  Lastra  marmorea,  assai  erta: 
P   •    PETRONIVS 
PL  ■  HILARVS- 

P  -PETRONIVS  •  PH'6.PPVS 
STER  riNIA-P-1  -EVPROS1NE 
STERT1NIA    •    3    ■    L    •    NYSA 


332.  Titoletto  da  colombario: 

>STRONIVS-PF-POL- 
vRTIVSFOROCORNEL 
,PRAETORIAE 


39  ;  — 
:;:;:;.  Simile  ,  con  Lettere  pe  isime  : 

P  H I L I P I  *| 

SCAEVA-' 
SVO 


334.  Lastrina  da  colombario: 


PLOTIA 
O-L- 

MENPIS 


CI' 


335.  Tavola  di  marmo: 


vPLOTIA  SALVIA 
\FVRNIACL  GALATEA 
NIA-SYMPtERVSA 
FELIX- 


:;:',().  Lastrina  marmorea,  ansata: 

SEX  •  POMPEIVS 

FORTVNATVS 

MVSAE-ET-CELADI 

FILIVS-VIX-AN-XIIII 


337.  Tavola  di'  marmo: 


VIX-ANN-II-SIBI-ET 

DMPEIAE-DORCHAE 

VXSORI-SVAE 


338.  Cippo  di  travertino: 
POMPILIA 

IVCVNDAI  •  L  •  PHASCVSA 
VIXIT-ANNOS-XIIX 


339.   Frammento  di  lastra  marmorea: 


POMPO 

Il  T  ITILI 


340.  Titoletto  da   colombario,  di  341.  Lastrina  da  colombario: 


giallo  : 


POMPONIA 

T  •  L 
ANTHVSA 


OMPONIA,' 
HFI  PIS  •  : 


342.  Lastrina  di  giallo: 

/dntia  •  c\ 

CONILLA1 


343.  Titoletto  da  colombario  : 

M  •  POPI1 

SP  -F-fVEi 


344.  Grande  tavola  di  marmo, 
con  cornice: 


PRECCI 

&  D  «  T  tf  S  es 


345.  Lastrina  da  colombario: 

'SINIA 
PRIMA 
/IX-AN- XVIII 


34ii.  Framment  i  di  lastra  mar- 
morea  : 

ws-prince 

\erinvs 

'  O-VIX- 
LVII 

LLA-VXSO 


394    - 

347.  Cippo  di  travertino: 


A    ■    P  V  P  I  V  S 
3L-TiOPHILVS      sic 


348.  Frammento  di  lastrina  di 

marmo  : 

ILIVS 
RTVS 


349.  Simile,  cou  lettere  cattive  : 

ri  a  E 

;ARTAE 

DSSA 


350.  Tavola  di  marmo,  con  let- 
tere rubricate: 

N  -QVINCTIVS-  N-NOL 

CERDO    INFRP-XII  ■  IN  AGR  .  P  •  Xl/ 
HVIVS  •  MONVMENT  •  PART  •  DIN 
EMIT'ETMANCIPACCEPIT-SIBI-ET-7 


351.  Tavola  di  marmo: 


D     •      M 

ho  •  qvinto 
Vm-vii-d-xiii 

.AXIA-APO 
FILIODVL 
\l-MO 


352.  Cippo  «li  marmo: 


^^-<vH  111  • 

"RESTITVTO 
NOMINATI -VERNAE 
V  -A  -XIIX  • 

V-LVCCEIA-M-L-  LESBINA 
MATRI   •  ET    ■    FR.ATR.1BVS 

D  •  S  •   F 
IN  F  •  P-  111!  •  IN  A  •  P  •  11!  - 


353.  Lastrina  piccolissima  di  marmo: 

C-  REVENTI\i 
HONORES 

FVIT  •  CORON// 
A  V  REAMI 
CONLIB7 


354.   Titoletto   da    colombario, 
quasi   del  tutto  consunto: 
L-RV////////////L- 
T////R////// 


355.  Lastrina  da  colombario,  piccolissima. 
ansata: 

C  •  SAENIVS  •  C  ■  L 
HEBVR 


356.  Titoletto  da  colombario: 

P-  SAFINIVS 

M-F-VOT-RVFVS 


357.  Simile: 

-  C  •  SALLVSTIVS  ■  C  •  L  ■  EVCLES 
"S        ""'MONVMENTO  ■  SVO 


—  :;<».- 


358.  Stele  marmi 

D  •      M  • 
C-SALLVSTI- 

VICTORIS 
MATER  •  PI 
ENTISSIMA 
ET-ALOEPION 

LIB  •  EIVS 
B-     M  • 


359.  Tavola  di  marmo: 


SALLVSTIA-CRISPI-L-HELPIS 
HERMOGENI     /  AMERIMNO 

VIRO  FILIO 

CHRYSEROTI-F  CHIOF 


360.  Lastrina  da  colombario: 
SALVIA 

M  •  3  •  L  ■ 
COMMVNIS'VA-XIIX 


361.  Simile: 


SALVIA 

,'PHILVMINA 
i 


362.  Cippo  di  marmo  : 

D     •     M- 

SÀTVRNlNA 

M-LVCCEIO-Àr; 

ÀTHOPO-CONIV 

Cl-ÒENE-MEREN 

Tl-FECIT 


363.  Piccola  lastra  «li  marmo: 


M-SAC- 

US-SATYRIO 
XXIIX-V-XX\ 
M-QiET-VA 


364.  Cippo  di  travertino  : 

A • SAVFEIVS 
A-LDIOCLES 
IN  FR  ■  P  •  IIX 
IN    AGR-P  •  XII 


365.  Lastra  ricavata  da  un  frammento  ili 
pilastro  scanalato: 


;  <'.  Frammento  di  Lastra  mar- 
morea : 


MG-MINI 

rvn; 

E-SECV, 


VEJL-t1 


367.  Titoletto  da  colombario 


SECVNDI 

AEMIL 
L  •  PVLLIVS1 
SEMPRONI 


368.  Tavola  di  marmo: 
M  •  SEMPRONIVS  ■  D  •  L  •  IVCVNDVS 
SIBI-ET-OCTAVIAEPRIMAEVXORl-ET 

MSÉMPRONIO-MF- ALBANO  -FILIO 


369.  Lastrina  da  colombario 


SEMPRONIA 
DL-  GRATA 


ANNORVM-NATVS-DECESSIT-VIIII 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memori]        i    i    '■.  ,  Vol.  IL 


5" 


—  396 


370.  Urna  marmorea  quadrata, 
adorna  di  rilievi  : 

D    •    M 
SEPTEMBRI 
CORNELIA 
P  R  I  M  I  L  L  A 
DELICIO-SVOF- 


371.  Lastrina  da  colombario: 


A  •  SERVILIVS  •  A  •  L  •  NICEPOR 
A  •  SERVILIVS  •  A  •  L  •  SATVRIO 


372.  Lastrina  di  marmo  : 

SERVILIA  •  P  •  ET  •  D  •  L 
ROMANA  •  VIXlT  •  AN  •  X 
ET-MENSES  ■  IV-DIES  -XXIII 
CLODIA   O  •  L 


373.  Tavola  di  marmo: 

[XTILIVS-M-L-DON^ 

|TILIÀ-M-L-MODEST 

AVIVS  ■  L  •  L  •  AOJLA- 

\\TV-ABMILONE 

IO  ■  PVBILICO 

XULIA-SE-XXC 


374.  Lastra  di  marmo: 

A 

L  •  SICCIVS  \ÌJ  ARTICLEIA 
LVCRIO    M      HORME 


375.  Frammento  di  lastra  marmorea: 


v  •  A  ■  XII II 


F  •   SI6E' 
SIBI   •    ET( 
ABASCANTC\ 
;iXIT-ANNIS-X' 
RTABVSQVF/ 
SQVE-EOR)/ 
N-AG 


376.  Titoletto  da  colombario  : 


M • SILIVS 

APOLLINARE 

V-  A  •  VII  ■ 


377.  Tavola  di  marmo  : 

corona 
-L-  SILIO  •  STRIGO 
L-COH-T- 
lei  NI- 

AN-  XI  • 


378.  Frammento  di  lastra  mar- 
moi'ea  : 


379.  Lastrina  da  colombario  : 


SODALA 
RVFA' 

IC-SITA-SVNT 


—  397 


Simile: 

riVS-L-L-SPINTHER 

AE-RVFAE-GlilBEPvTA 
iCOIVNX 


381.  Tavola  di  marmo,  con  cornice  : 


ET-P-ST 
S  E  VE  R 
P-STATIN 
ONESIIV, 

Ff 


382.    Ti  tolette   da   colombario, 
e  .  re  rubricate: 

.MA  •  >  •  L  •  STACTE 
v  ■  CHELIDONI 
■  FECECERVNT-V'A' 
[ 


383.  Frammento  di  lastra  marmorea  : 


'i  E  R  T  I N 


SATHOP) 

/  E  N  T  , 


384.  Lastrina  di  marmo: 

EACCIVS  •  NIC 

MYR 
D  ■  III 


385.  Titoletto  da  colombario: 

SVESTILIAO  •  L 
EVCHE 


386.  Frammento  di  grossa  lastra 
di  marmo: 

sy  L  P  I  c  I  vy 
ocraTei 


387.  Tavola  marmorea: 


D  •  M  •  S/ 
S VLPICI 
RVFI  r 

QVAE-V//'/ 
RPriT    H 


388.  Lastrina  da  colombario,  con 
borchie  di  bronzo: 

svToriao-l-meThe 

fecit 
c  •  ivlivs  •  mamerivs 

ET  •  SVIS 


589.  Metà  di  lastrina  da  colombario,  ansata  : 


SYMPHERVSa 
VIXIT  •  AN 
XXIV 


390.  Titoletto  da  colombario: 

M  •  TERENTIVS 

•  M  •     L  • 
AMARANThVS 


391.  Simile  con  lettere  rubricate: 

M  ■  TERENTIVS 

M-     L- 
APOLLONIVS 


392.  Tiloletto  da  colombario: 
c  •  terenTi  • 

C-L-NICASION 

394.  Lastrina  di  marmo  : 
TERENT 
LALAGE 

.  Piccola  scheggia  di  marmo  : 

érTìvsI 


396.  Ti   detto  da  colombario: 
TIMOTES  •  VIXIT 

ANNOS  •  XVIII 

.  8.  Tavola  di  marmo: 
TITINIAE  O-  L 

EVNIAE 

CCOCCEIVS-CL 

STEPHANVS 

POSVIT 

tOO.  Lastrina  da  colombario  : 
lettere  profonde  : 

.    L-TONGILIVS-LLDIOCLEs 
TONG1LIA  LLRVFA 


401.  Simile: 

L-TONGILIVS-LOLPI 
T-.PEDVCAEVS  •  T  •  L] 

403.  Cippo  di  travertino,  assai 
consumato:  lettere  cattive  e  d'incerta 
lettura  : 

?  TREMILIORVM 

NICE 

GLAVCI   ANDRo 

TERTI  •  EXSINIS 

FELICIS-RODAE 

CLADI 

L  MARCI  TISINI0 

IN  F///  IX 

IN  \IV 


398  — 
393.  Cippo  di  travertino: 

M  •  TERENTIVS/////////OPHILV// 
M-TERENTIVS////  CHARITO 
LAELIA  •  P  ■  L  ■  POSTVMA 
M-TERENTIVS-M-L  •  FELIX 
LAELIA  •  D  •  L  •  HILARA 
M  •  LAELIVS  0-L-///TVRNINVS 
IN  FR  •  P  ■  XII  IN  AGR-PXXIV 


397.  Simile: 


L  •  TU 

EVCL 


399.  Stele  di  marmo: 

D  atera  jvi 

TITIA  •  PRIMA  •  FECIT 
SIBI  ■  ET  •  SVIS  ■  FLAVIA 
VIX-ANN-XI-M-V-FOR 
TVNATA-VIX-ANN-XIII 
M-V1II-TITIANVS-VIX 
ANN  -XIII  -M'-X-  FILIS- 
ET-CERDONI-  CONIV 
GI-B-MLIBLIBERTAB 
QVE-SVISQVE-ORVM 
IN   RE   SVA  •  FECIT 

402.   Lastrina  di  marmo: 

L-TREBONIVS 
L   •  L 

ONESIMVS 

Titoletto  da  colombario: 
CLiTRESI  •  ISOCRYSI 
TRESIA  •  EVTICIS 


405.   Sin.il 


e  : 


TrYphe-ì 

SVAE 


406.  Lastrina  da   colombario  con    borchie 
di  bronzo: 

(K  •  TVDICIVS  •  AMANDVS 
V    •    ANN-X)  IV 


4<i7.  Tavola  ili  ma 

D        •       M 


TYCHES  •  QVAE  ■  VlX 
ANNIS  •  II-MENS  -X 
DIEB  •  III- 

caecilivs  •  evhodx 
et-sextilia-conivn: 

vernacvlae 
dvlcissimae 

FECE 


t08.    i  itoli  "  i  '         lombario: 
il  ■  LIBERTAE 


i 


ERVNT 

UO  •  tYranno 

iTRONO  ■  SVO 


i 

409.  Cippo  di  travertin  i  : 

LVALERIVS 

LLCLARVS 

IN  1  R-P-XVI-IN  A-P-XII 


HO.  Tavola  di  manne  bigio: 


D  •  MI 

VALERIO    •    GÈ; 
VIX  •  AN  •  XXXXI 
»     FÉ  CI T 

Vi  ERIVS-ACRATVX 
\iBERTO  •  SVO  ■  B  •  M  ] 
5  le1    lettere    CRATV     ono 


Nel  v 
rescritte. 


411.  Cippo  di  marmo: 

D  •  M 
D • VALERIO 
IANVARI  O 
ET  •  D  ■  VALERIO 
EVCHARISTO 
D • VALERI VS 
SATVRNINVS-ET 

VALERIA  •  EPICON  E 
PAR  •    INFELICISSIMI 


412.  Stele  di  marmo: 

D      corona       M 
M- VALERIO 
IVSTO-  MIL- 
CHO-XIVRB 
7-  CORNELIA 
NI-FEC-iT////s 
/////  CLODIENV 
SEVERVS • 
CO  M  M  AN I 
P  V  L  A  RI  • 
•   B    •    M   • 


413.  Tavola  marmorea:  lettere  rubr 

a  seduta  su  letto,  in 
atto  di  porgere  un  grap- 
polo d' uva  ad  un  uccello 

D  M 

L-VALERIO  SABINO 
L-VALERIVS  RESTI 
TVTVS  •  ET  •  ISIDIA 
FORTVNATA  •  FILIO 
DVLCISSIMO 
FECE  RVNT-QVI- VIX- 
ANNVM-XI-D-XII 


414.  Tavola  di  marmo  : 

DlS  •  MANIBVS 
VALERIÀE-APOLLONIA 

vixit  •  Ann  vm 

VALERlA-HELPIS 

WATER 


415.  Lastrina  di  pavonazzetto.  opistografa. 
Da  un  lato  : 

C  •  VARINI  •  EROTIS 
EMPTA-OLLA-DE 

C- CORNELIO-C- L-HERM! A 


400 


410.  Dall'altro  lato,  iscrizione  più 
antica,  lettere  rubricate: 

Sex  •  appvleivs 
tiYmen 

PHAEDRA-F-VlX-ANÌT- 


417.  Lastra  quadrata  di  marmo: 

D  •  M  •  L-VARIc 

ALB/"^\ANo 
MI  L|     V    jCO 


U 


in-  v_yviG 

L-VARIVS-SECVM 
DVS • FR • K • 


418.  Urna  elegantemente  e  ricca- 
mente scolpita: 

DlS  •  MANIBVS 
SACR.VM 
VARIAE 
AMOEBE 
VIX-ANN-XV 
MENSB-IIII 
DIEB- XVIII 


419.  Titoletto  da  colombario: 

VARIAE  •  AMOEB 

ONESIMVS  •  CON 

LI-B-MET  SIBIPOST 

EORVM 


420.  Cippetto  marmoreo  piccolissimo  : 


421.  Titoletto  da  colombario,  rica- 
vato da  un  frammento  di  grosso  blocco 
di  marmo  : 

L  ■  VATRONIVS 

D-L-SVAVIS-OSSAHIC 

SVNT 


VARIA 

HEVRE 

SIS 

VIX 

ANN  VII 

MENS  X 

D  XX 


422.  Lastra  di  marmo: 

iv 


POLL> 
DOMI 
MIL  •  COH\ 
DVLSI  ■  MIL> 


ANVI-VLXIT-AN-XXII 
OVENNON1VS-SABINVS 
ET-L-ABVXELLIVS-; 
SEVERVS • AMICO- 
CARISSIMO  ■  BENE- 
MERENTI •  DE  •  SE  • 
FECERVNT- 


423.  Frammento  di  tavola  di  marmo: 


vIIVS   SOTE 
L  VENNONI 
rTENTISSIMAE 
l  POSTERISQ_' 


l_4.   Lastrina  da  e» >I ( »m  1  >a ti< »  : 


VSAE • L 


425.  Tavola  di  marmo: 

D  •  M 
P- VERASIO-  PAVLI 
NOF1LIO  •  DVLCIS 
SIMO -QVI-VIX- ANN 
VII  DIE  •  XVII -FEC- 
AMBIBIA  •  MATER 


-  401   — 

126.  Tavola  di  marmo,  con  quatta         ai  '    i 
angoli: 

DlS  •  MANIBVS 
VERGINIATHALLVSA-ELAINO 
CONTVBERNALI-SVODE  SE 
.  BENE  f~>        MERENTI 

I^-^E 


427.    Lastrina  di  marmo: 


428.  Lastrone  di  travertino,  con  cornice  : 


corona 

M  -  VESTIVS  •  M  ■  L 
ANTEROS • 

429.  Frammento  di  lastra  di  marmo  : 
P-VETTI\I 
PVETTKJ 


l\-  VE.-1  1JL1  V 

PATRn 
A-VETILI-ERONISJ 
A-VETILI-FELICIS 
AVETILI-PHILIPPI 


IN  FR-P-XVI 


in; 


430.  Cippo  di  travertino: 

civettio  lterti 
laberi a  d • l  • 
0   berenice ■ 
vettIa-qj.-  salvia// 
vettia-qthedon/// 


431.  Urna  di  marmo  :  lettere  minute  : 

D  I  S  ■  M  A  N  I  B 
QjVEVIO  •  IVSTO 
Q_;VEVIVS  ■  SECVN 
DVS-FECIT-FILIO  SVo 
V1XIT  •  ANN  •  Vili  •  MES 
Villi 


432.  Lastra  di  marmo: 
D  M 

c    vibio  •  maximo 
c    vibivs  vnion 
Pater 


433.  Frammento  di  lastra  marmorea: 


'MITI 
/CTORI 


, 


CIT  BE 


QVI 


/ 
/STI 

MENS  ■  VI  ■ 

ÓRAS  •  V • 


434.  Tavola  di  marmo: 

*  D  *  M  * 
VICTORIO  * 
« ArATAER 
LIBERTO  * 
BENEMEREN 
TI  FECIT  * 


435.  Piccola  lastra  di  bardiglio: 


vM  •  VINElVS 
M-L-PISTVS 


IVLIA-LO- 
RVSTIC/ 
VlX  •  A  •  XXl 


4:jii.  Titole       d  i     olombario  : 

VITALIS  •  VIXIT 
ANNIS  ■  XVII 
PARENTIBVS  •  SVIS 
CARA 


102  — 

frammento  di  lastra,  con  cornice  : 


•W8.  Urna  quadrata  di  marmo: 

P   •   VITRVIV.V  ■   DAMA 
P-VITRVVIV.S'  ARISTOBVLV.V 
PVITRVVIV.V  •  VARDANVS 


439.  Titoletto  da  colombario: 


P  •  VITRVVI 
SIPYLI 


440.  Titolutto  da  colombario  :  lettere  rubri- 
cate :  il  v.  3  in  parte  fu  abraso  : 

VITRVVIA  •  P  •  L  •  LY®NiS 
VXOR 

///////////////////epaphvs 

VIR 


411.  Tavola  di  ni 


M  ■ 

/PIAE 

Jktae 

>-— \     FORTV 
\  •  FECIT 

/  VLPI 

V    J  vs 

THALVS 

—       CON'-S 

B  ■ 

M 

44:2.  Grande  lastra  di  marmo: 

VMMIDIA  •    FORTVNATA  • 
VIXIT  ■  ANNIS    •     '     Vili 
MENS  .  VIII  ■    DIES  ■  XXV' 
VMMIDIA  •  M  ASVET  A  •  M  AT  •  F  - 


Lastra  di  marmo  : 

VRBANAE  •  MAÌU 

MONTANI  •  DISPENS 
NORBANORVM 


MI.  Lastrina  marmorea: 

COMMVNE  •  Es 
CVLINA-ET  PVTEVIVT 
ET- ITER- AT  TRICLIA 


445.   Cippo  di  travertino  quasi 
del  ti  tto  consunto: 

P-////////NIVS 
/////////////////// 

IN  ■  F  •  P  •  XXVI 
IN  •  A  •  P  •  XXIV 


L46.   Frammento  di  cippo  in  travertino: 


MANIB 
CRVM 
IAD-L 


447.  Frammento  di  cippo  in  tra 
ao:  'riunii  Lettere: 

eTlia 

l  r\  i  / 


448.   Frani  mentii  di  cippo  in  travertino: 


/GR  •  PEDXXIlIl 


_    |u;;    - 
II:»- 172.  Frammenti  di  lustre  marmoree: 


fS 

DI  • 
RORIS 

PINA 

SIMAE 

WlSQ_ 


<i_S  VOR 


INAGR  ■  PED-III- 
IN-FR    •  PED-III 


MONVMEÌV 
ET-SVEIS-LIBERT 

juiiiiiiii. 


UI  A' 

QVI\ 

ANN 

vixr 


iJIS-LIBERTA'BVSC^ 
^STERISQVE  -  EORV 


PIENTISS1\ 
LONGP-IS-I 


LIS\ 

NIS-VN 
XX -Ivi 


C 


»E-SORO 

API CC  T 


_/Vl-XI-DIES 
XXVIII  • 


IN 

JANIS 


:•  m 
ìento 

/STI 


fHVS.4 
ENI  n  1) 


corona 
D  I  S  •  M\ 


NNJ 

H  •  / 


INOV 


TÀTORI 
PRA! 


IN  AG 

P-IIS- 


(CRII 

vii! 


47o-49G.  Frammeuti  di  lastrine  da  colombario: 


I  VS  •  P  •  Ff 


FRATRES-C/ 

MATRE  ■  SO  / jrQVE  •  PA~Ti>.t 

ANNORV(. OET-OCTO   FVl 

I 


da  un  lato 


LC  = 


flall'altru  lato: 


PIRAF 


IENVS 
(VS-V-AN-XLI 
ENA 
RINA 


Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie    -  Ser.  I".  \  ol.  II. 


51 


404 


IA-LL 

/Tm\ 

ETE 
N-XX 

fvTN, 

PHILA 

fBEN ■ M 

CONIV 

\    ■    EST 

M- XXXVI 

CARI 

[VIVS 

iv 

fINE 


LLIA 
BINA- 
XV- 


IBI  •  ET 

NTI 


/NDA  FECIT 
MO-BENE 


■F-ANNOR-XX 
4EIC-SITA-SVNT 


FCOL 


XII 


SIONIS 
IX 


INIVS' 

vs- 


elYi 
Jdphi 


/STA 
VII 


ESAR 


""ONI 
AON 


LEIA 
PIS 


497.  Titoletto  marmoreo: 

c*p  Are i e 
AneAGYeePA 

MENANAPOY 
AlATPOnOYC 


498.  Frammento  di  lastra  marmorea  : 

©    i 

HN9H 
TAGnil 
KAHni/ 
CACGT  | 
"XLACLaJ 


499.  Tavola  di  marmo: 


0  K 

KAPnOYPNIAI- 
HPAKAGIAIKAP 
nOYPNIAI  ■  HPA 
KAGIAI  THI  JJHTPI 

Gnoiei 


500.  Lastrina  dì  marmo:  lettere  mi- 
nute : 

AWMHKOY^HCGnGXGIKON 
/^GNAGKA  MHNOC  KA00ANG  COI 
TIC  TON  nACIN  nOYCAnOOON-MH 
PIAGCHMAAAnirCPONGnGinPWO, 
[è  HBINGTOYCANMHrGPGnGITA 
AIHCAGiriGCAnAIAATCHNAP 
51 A  AI  C  n  O  OeOYCAACNirP, 
OKGYCIN  APATA1 
"TANACOICn  ATP  A' 


—  4UÓ  — 

Via  Tiburtina.  Nella  vigna  posta  sulla  sinistra  della  ria  Tibiirtiiia,  dirimpetto 
alla  basilica  di  s.  Lorenzo,  è  stato  trovato  il  seguente  avanzo  di  una  tavola  mar- 
morea degli  atti  arvalici,  che  è  stato  acquistato  e  riunito  alla  serie  di  cotesti  monu- 
menti raccolta  nel  Museo  Kircheriano.  Il  nuovo  frammento  fa  parte  della  tavola  che 
conteneva  gli  atti  dell'anno  145,  e  della  quale  si  conoscemmo  già  tre  piccoli  avanzi 
(cf.  G.  I.  L.  VI.  2085;  A'/'//.  Tnslit.  1882,  p.  72;  1883  p.  110).  Degna  di  nota 'è 
La  menzione  dei  consoli  Cn.  Cornelio  Proculo  e  D.  Giunio  (Caro?),  sull'etti  nel  mese 
di  maggio  del  predetto  anno,  che  fino  ad  ora  erano  del  tutto  sconosciuti. 


ANTONIVS    A 
VS    ALEXANDER 

ISDEM  COS- 

3  CONCORDIAE  FRATRES  ARVALES  SACfc 
NVS   PROMAG    MANIBVS    LAVTls   VELATO    CAPITE    S 

•_egIs  •  svls  •  indIxit 

l>  BONVM  FAVSTVM  FELIX  FORTVNATVM  SALVTAREQVE  SIT  IlWP  C/ 
PRONEPOTl  T  AELIO  HADRIANO   ANTONINO  AVGVSTO  PIO  PONTIF  M/ 
PARENTIQVE   NOSTRO   ET  M  AELIO  AVRELIO   CAESARI   FILIO   ET   CETERIS 
romano   qvIrItibvs   FRATRIBVSQVE  ARVALIBVS 
SaCRIFICIVM  DEAE  DIAE  HOC  ANNO  ERIT  ANTE  DIEM  XVI   K     IVN  DOMI  ANTE  Di 

Ivn   domI  CONSVMMABITVR  ADFVERVNT  in   collegio  ti  licinivs  cassivs  o 

M  FABIVS  IVLIANVS  HERACLEO  OPTATIANVS  M  VALERIVS  HOMVLLVS  TI  IVLIVS  CANDII, 

CN    CORNELIO    PROCVLO       D       I  V  N  I  O 

XVI     K    IVN     IN     PALATIO    IN   AEDE    DIVORVM   PER  TI    LICINIVM  CASSIVM  CASSIANVM    PRO 
SACRIFICIVM    DEAE    DIAE    TVRE    VINO   FECERVNT   IBIQVE   DISCVMBENTES  TORALIBVS   SEGMENTA 
PATRIMl    ET  MATRIMl   SENATORVM   FILI    PRAETEXTATl   CVM   PVBLIClS   AT  ARAM   RETVLERVNT  L 
CALPVRNIANVS  A  LARCIVS  LEPIDVS  PLARIANVS  QJVNIVS  MAVRICVS  ADFVERVNT  IN  COLLEGIO  T 
MAG    TI    IVLIVS    CANDIDVS    CAECILIVS    SIMPLEX    TI    IVLIVS   IVLIANVS  ALEXANDER   L   ANTONIVS 
M    VALERIVS    IVNIANVS  M  FABIVS    IVLIANVS  HERACLEO  OPTATIANVS  L  DIGITIVS  BASSVS 

ISDEM     COS      •      XIIII      •      K       • 

IN  LVCO  DEAE  DIAE  TI    LICINIVS    CASSIVS  CASSIANVS  PRO  MAG   AD  ARAM  IMMOLAVIT  PORCAS  PIA 
ETOPERIS  FACIVNDI  IBIQVE  VACCAM  HONORARIAM  ALBAM  AD  FOCVLVM  DEAE  DlAE  ImmOI  ^VIT 

Vili.  S.  Maria  Gapua  Vetere  —  L'ispettore  comm.  G.  Gallozzi  riferì,  che 
essendosi  cominciati  gli  scavi  dal  sig.  Califano  Bernardo  nel  fondo  Petrara  ,  si 
rinvennero  in  considerevole  quantità  oggetti  fittili  votivi:  cioè  92  piedi  umani  di  di- 
versa grandezza;  5  gambe;  130  teste  virili  e  femminee;  2  mezzi  busti  rotti  in  più 
punti;  un  piccolo  cavallo  senza  gambe;  3  piedi  di  bue. 

IX.  Napoli  —  Nota  dell'  ispettore  cav.  Ferdinando  Colonna. 

Nei  lavori  per  1'  apertura  dell'ultimo  tratto  di  via  del  Duomo,  dal  vico  s.  Se- 
vero alla  strada  dei  Giubbonari,  in  sezione  Pendino,  si  è  scoperto  quanto  segue. 
Nel  cavo  al  tratto  di  fondazione  nel  primo  compreso  del  basso  alla  strada  della  Settaria, 
segnato  col  num.  37,  già  proprietà  Pizza,  alla  profondità  di  m.  3,80,  si  è  rinve- 
nuta la  parte  superiore  di  un  busto  di  cariatide  egizia,  in  basalto,  rotta  in  due  pezzi, 


—  406  — 

della  complessiva  altezza  di  in.  0,26,  e  grossezza  di  m.  0.25.  Si  trovò  pure  una  colon- 
nina di  granito  bigio  di  stile  egizio,  composta  del  fusto,  alto  m.  1,58,  del  diam. 
di  0,22,  capitello  alto  m.  0,42,  ornato  di  otto  foglie  di  acanto,  delle  quali  quattro 
si  elevano  sino  all'abaco,  e  quattro  intermedie  sino  al  punto  in  cui  le  prime  si  disgiun- 
gono per  curvarsi  alquanto  in  fuori.  Lo  zoccolo  è  di  m.  0.25,  e  la  base  di  m.  0,42. 

Questi  avanzi  architettonici  ritrovati  fuori  opera,  in  direzione  sud-est  della  via 
del  Nilo,  limite  occidentale  assegnato  alla  regione  nilense,  appartenuti  a  fabbricato  di 
stile  egizio,  stanno  in  conferma  di  quanto  gli  scrittori  di  cose  locali  ci  dicono  intorno 
al  tempio  di  Autinoo,  ed  alla  topografia  di  Napoli,  segnatamente  ai  tempi  dell'imp. 
Adriano  (cfr.  Mazzarella-Farao,  Le  XII  Fratrie  attico-napolitane.  Napoli  1820). 

In  uno  scantinato  compreso  nell'area  del  casamento  Canista,  sito  tra  le  strade 
della  Sellaria,  vico  Fate  e  vico  Verde  alla  Sellaria,  è  stata  scoperta  una  colonnina 
di  marmo  bianco  composta  del  fusto  scanalato,  alto  rn.  0,50  e  del  diametro  in  base 
di  m.  0,35,  del  capitello  corinzio  alto  m.  0,40,  dello  zoccolo  o  dado  di  base  di  m.  0,50, 
e  di  m.  0,30  d' altezza. 

Nel  piccolo  compreso  del  basso  del  casamento  Girella,  con  l'ingresso  nel  vico  Fate 
n.  2,  tra  la  terra  e  i  calcinacci,  alla  profondità  di  circa  ni.  2,00  si  è  recuperata 
una  colonnina  in  marmo  bianco,  priva  di  capitello  e  zoccolo,  alta  m.  1,18,  del  diametro 
in  base  di  m.  0,14. 

Regione  V.  {Plcemim) 

X.  NeretO  —  Demolendosi  un  cornicione  della  casa  del  sig.  Stefano  Cilli, 
maestro  delle  scuole  comunali  di  Nereto,  si  recuperarono  due  mattoni,  l'uno  intero 
l'altro  frammentato,  di  m.  0,40X0,40  ambedue.  Recano  in  buone  lettere  il  bollo  ret- 
tangolare : 

VLPIVS 

TVTOR* 

In  uno  di  questi  mattoni,  il  detto  bollo  fu  impresso  almeno  15  volte.  In  un  altro 
lii  impresso  24  volte,  ed  in  modo  che  le  varie  impressioni  dello  stesso  bollo,  costi- 
tuiscono le  lettere: 

CH 

L'egregio  ispettore  sig.  barone  Domenico  de  Guidobaldi,  che  annunziò  la  cosa, 
e  mandò  i  calchi  di  quelle  impronte,  soggiunse  che  quei  due  fittili  non  sono  di  ori- 
gine neretina,  ma  provengono  dal  suolo  prossimo  di  santa  Maria  a  Vico,  che  lunga- 
mente fornì  materiali  alle  moderne  costruzioni  della  città  di  Nereto. 

Sicilia 

XI.  Gela  — -  Il  eh.  prof.  A.  Salinas  ha  fatto  sapere,  esser  stato  acquistata  pel 
Museo  nazionale  di  Palermo  un'anfora  panciuta  alta  ni.  0,41,  con  figure  resse  su  fondo 
aero,  proveniente  da  Gela.  Vi  è  rappresentata  Minerva  in  atto  di  porre  una  corona 
sul  capo  di  Ercole.  Assistono  alla  scena  due  personaggi,  Iolao  e  un  vecchio  dalla 
barba  bianca.  Sulla  figura  di  Ercole  è  l'iscrizione  HPAKAH,  e  sulla  figura  di  [olaoè 


—  407  — 

scritto  (<')OAEOS.  Tutto  il  vaso  è  dipinto  con  molta  cura,  anche  negli  ornati  che 
occupano  il  campo  libero,  e  nella  parto  posteriore,  la  quale  è  dipinta  con  una  figura 
barbata  tra  due  donne  in   piedi. 

Sardinia 

XII.  Pailli-Monserrato  —  Il  R-  Commissario  dei  musei  e  scavi  di  Sardegna 
riferì,  che  in  occasione  dei  lavori  che  si  eseguiscono  pel  deviamento  del  torrente,  nel 
comune  di  Pauli-Monserrato,  regione  in  Sa  campa  di  sa  Molti/m,  ed  in  terreno  già 
di  Dessi  Giuseppe,  venne  scoperta  una  tomba  antica.  Essa  era  posta  in  uno  strato  di 
terra  ghiaiosa,  col  fondo  sopra  uno  strato  argilloso  compatto,  alla  profondità  di  m.  1,00 
dalla  superfìcie  del  terreno.  Era  formata  da  quattro  massi  di  pietra  forte  arenaria  senza 
copertura,  posti  senza  cemento. 

Vi  si  rinvennero  i  resti  di  quattro  cadaveri  volti  verso  il  sud,  mentre  la  direzione 
della  tomba  era  nord-sud;  e  poche  stoviglie  di  terra  ordinaria  (anfore  e  piattini),  che 
furono  rotte  nel  fare  lo  scavo. 

Si  raccolse  anche  una  moneta  di  bronzo,  che  per  essere  assai  mal  conservata  è  in- 
decifrabile. 

Roma,  21  novembre  1886. 

11  Direttore  gen.  delle  Antichità  e  Eolie  arti 
FlORELLI 


—  409  — 


NOVEMBRE 


Regione  XI.  (Transpadana) 

I.  Grlliro  —  Alcuni  scavi  diretti  dall'  ispettore  di  Domodossola  avv.  cav.  Gia- 
como Trabucco,  furono  eseguiti  sul  finire  dello  scorso  agosto  nel  comune  di  Giuro, 
in  Valle  Cannobina  provincia  di  Novara,  e  precisamente  in  contrada  Margugno, 
dove  circa  quaranta  anni  prima  erano  state  scoperte  tombe  di  età  romana,  che  resti- 
tuirono suppellettile  vascularia  e  monete.  Le  nuove  indagini  fecero,  riconoscere  sette 
tombe  a  cassa,  che  misurano  in  generale  m.  1,60  in  lunghezza,  m.  0,60  in  larghezza, 
e  m.  0,40  in  altezza,  formate  con  lastroni  di  pietra  e  col  coperchio  pure  di  lastroni. 
Una  sola  tomba  era  di  minori  dimensioni,  essendo,  come  pare,  destinata  a  contenere  i 
resti  di  un  bambino.  In  due  sepolcri  si  trovarono  due  vasi  di  pietra  oliare,  e  due 
ascie  di  ferro. 

Regione  Vili.  (Cispadana) 

II.  Ravenna  —  L'ispettore  cav.  dott.  Silvio  Busmanti  fece  sapere,  che  costruen- 
dosi un  pozzo  ,artesiano  presso  la  basilica  di  s.  Vitale,  a  m.  4,95  si  recuperarono  due 
grandi  anfore  spezzate  ,  varie  ossa  umane,  due  spilloni  d'avorio,  ed  una  stela  intatta 
di  marmo  greco,  alta  m.  1,20,  larga  m.  0,40,  sulla  quale  a  lettere  alte  m.  0,04,  leg- 

gesi  l'iscrizione  seguente: 

D  M 

P    VOLVJVtf 
ALEXANDRI 
VIXIT    ANN' 

XVIIII 

MENS  •  Villi 

VOLVJVNIA 

REDEMPTA 

LIBERTO 

M- 

xUla  medesima  profondità  fu  pure  scoperto  un  pavimento  di  mosaico,  di  opera  alessandrina. 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II.  52 


410 


Regione  VII.  (Etruria) 

III.  Perugia  —  Note  dell'ispettore  prof.  Luigi  Carattou. 
1.  Scavo  nel  fondo  Braccio.  —  Fino  dal  18  dello  scorso  ottobre  si  cominciarono 
gli  scavi  nel  terreno  vocabolo  Braccio,  proprietà  del  sig.  Augusto  Rossi,  nella  par- 
rocchia di  s.  Costanzo  presso  Perugia;  ed  a  tutto  il  giorno  23  si  ebbero  i  risultati 
seguenti.  Nei  decorsi  anni,  vivente  il  signor  Giacomo  Eossi,  padre  dell'attuale  proprie- 
tario, si  trovò  una  porta  di  tomba  in  travertino,  della  misura  di  m.  2,00  X  0,79  X  0,19, 
insieme  con  due  pietre,  forse  stipiti  della  medesima  porta;  e  a  detta  del  contadino, 
vi  sarebbe  stata  anche  la  camera,  da  lui  chiamata  buca,  la  quale  essendo  piena  di 
terra  ammassata,  non  diede  allora  occasione  a  veruna  ricerca  ;  solo  rimosse  le  pietre, 
furono  queste  appoggiate  ad  una  vicina  pianta  di  olivo,  ove  tuttora  rimangono. 

Avuta  dal  contadino  l'indicazione  del  posto  ove  era  collocata  la  porta,  si  die  ivi 
principio  ai  lavori  di  spurgo,  e  si  trovò  la  spalletta  della  porta  stessa,  la  quale  oltre 
il  travertino,  aveva  un  muro  a  secco,  di  un  sasso  sopra  l'altro.  Convinti  che  succes- 
sive franature  avessero  riempito  il  vuoto  della  tomba,  volta  a  mezzogiorno,  rimossa 
gradatamente  la  terra,  si  rinvennero  a  m.  0,50  dal  piano  due  lancie  in  ferro,  ossi- 
date, della  lunghezza  totale  di  m.  0,40  ciascuna.  Poco  distante  si  trovò  altra  lancia 
più  piccola  con  cannello,  pure  in  ferro,  ossidata,  della  lunghezza  di  m.  0,15,  entro 
cui  v'  era  certo  adattata  un'  asta  di  legno. 

Proseguendo  poi  a  scavare,  alla  profondità  di  m.  2.50  si  presentò  un  orcio  in  me- 
tallo, con  orificio  a  foglia  di  edera  e  manico  rialzato,  in  buona  conservazione,  alto 
m.  0,22.  Trovato  il  vaso,  si  sospese  lo  scavo  dall'alto,  per  eseguirlo  in  direzione  del 
piano  della  porta;  e  quasi  subito  si  ebbe  una  ronca  in  ferro  ossidata,  con  lama  in- 
tatta lunga  m.  0,24,  larga  m.  0,06.  Poco  lungi  da  questa  venne  fuori  un'ascia,  pure  in 
ferro,  lunga  m.  0,17,  con  occhio  o  buco-  per  il  manico. 

Continuato  lo  spurgo  della  terra,  si  raccolsero  dei  chiodi  in  ferro  ;  delle  borchie 
metalliche  fratumato,  forse  ornamento  di  cassa,  essendovisi  trovato  in  alcune  ade- 
rente anche  qualche  frammento  di  legno.  Inoltrandosi  nella  tomba,  cominciarono  a  sco- 
prirsi alcune  parti  di  scheletro  umano  ;  indi  si  recuperò  un  anello  d'  oro  massiccio, 
liscio  sì  all'interno  che  all'esterno,  del  peso  di  gr.  29,  e  del  diametro  di  ima.  17  in 
circa.  Assomiglia  in  tutto  ai  nostri  anelli  a  fede,  da  sponsali,  ed  essendosi  trovato  nel 
lato  corrispondente  alla  sinistra  del  cadavere,  è  a  supporsi  che  il  defunto  l'avesse 
avuto  nella  mano  sinistra.  Dello  scheletro  pochi  frammenti  di  ossa  rimanevano.  Nella 
medesima  tomba  rinvennesi  pure  una  striglie  di  bronzo,  di  cui  solo  il  solido  manico 
è  conservato;  un  pezzo  di  aes-rude  del  peso  di  gr.  80;  un  dado  in  osso,  ma  rotto; 
due  maniglie  di  cista,  in  bronzo,  l'ima  di  forma  oblunga  con  linee  ciuve  a  rilievo, 
ben  conservata,  lunga  circa  m.  0.11;  l'altra  di  forma  arenata  con  le  due  estremità  a 
pometti,  con  linee  curve  a  rilievo,  lunga  m.  0,06  circa.  Si  ebbero  poi  sei  bolloni  in 
metallo  e  qualche  chiodo;  molti  frantumi  di  borchie  metalliche,  di  media  grandezza; 
altri  frammenti  di  sottili  aste  di  ferro,  come  parti  di  uno  spiedo.  Ai  lati,  all'altezza 
della  testa  e  della  vita,  erano  vasetti  e  tazze  fittili  di  fattura  ordinaria,  nella  maggior 

DO 


—  411  — 
parte  frammentate;  dodici  pietre  della  forma  e  dimensione   di  uova  di  piccione,  di- 
pinte a  Tari  colori. 

Nel  giorno  23  si  scopri  un'altra  tomba,  della  misura  di  ni.  3,10X3,70X2,40, 
ove  però  uul  L'altro  si  rinvenne,  che  frammenti  di  scheletro  collocato  da  levante  a  ponente. 

2.  -Scavo  presto  Monteluce.  —  In  uno  scavo  casuale  nel  terreno  Baccaccino, 
presso  Monteluce,  nei  sobborghi  della  città,  verso  la  metà  dello  scorso  ottobre,  a  sinistra 
della  via  che  conduce  alla  villa  di  Favarone,  si  rinvennero  tre  urne  di  travertino,  di 
farina  rettangolare,  con  i  coperchi  a  timpano,  prive  di  iscrizioni  e  di  ornamenti.  Uni- 
tamente  a  queste  si  ebbero  i  seguenti  oggetti  di  suppellettile  funebre.  Tazzina  di  buc- 
chero, rotta.  Altra  tazza,  con  peduccio,  frammentata.  Altra  simile,  e  di  maggiore  dia- 
metro delle  precedenti,  intera.  Otto  rotelle  da  segnar  punti  (?),  della  dimensione  di 
un  soldo.  Due  dadi  fittili.  Un  vaso  ordinario  di  media  grandezza,  rotto  in  varie  parti. 

Anche  per  lo  passato  questo  terreno  fu  feracissimo  di  anticaglie,  ed  in  partico- 
lare di  bellissimi  vasi  dipinti. 

IV.  Civitella  d'Ama  (Frazione  del  comune  di  Perugia)  —  Il  predetto  ispet- 
tore riferì,  che  sul  finire  dello  scorso  ottobre  si  ripresero  gli  scavi  nel  fondo  vocabolo 
l 'ir ilio,  di  proprietà  del  sig.  Giuseppe  degli  Azzi,  dove  le  ricerche  riuscirono  infruttuose. 

Iniziate  quindi  le  indagini  nella  località  denominata  L'orto  dell'osteria  del  pro- 
prietario medesimo,  tra  il  29  ed  30  ottobre  si  rinvennero  tre  tombe  a  cassa,  una  delle 
quali  era  stata  rovistata  da  molto  tempo.  La  seconda,  oltre  il  cadavere  incombusto, 
conteneva  i  seguenti  oggetti:  anfora  fittile,  con  due  manichi,  uno  dei  quali  rotto;  piccoli 
oggetti  d'argento,  di  varia  forma  ed  assai  frantumati  ;  un  piccolo  attrezzo  rurale  in  ferro, 
simile  ad  un  piccone;  altro  frammento  in  ferro,  di  cui  non  può  determinarsi  l'uso. 

La  terza  tomba  aveva  pure  lo  scheletro  ;  ed  oltre  a  questo,  anelli  d'osso  e  fram- 
menti di  avorio  figurato,  forse  incrostatura  della  cassa;  piccoli  vasi  e  balsamarii  fit- 
tili, ordinarii  ;  frammenti  in  ferro  ed  un  bacile  ;  alcuni  dischi  ed  un  galletto  di  bronzo. 
Ai  piedi  del  cadavere,  che  parve  di  una  donna,  si  rinvenne  un  vasetto  frammentato 
in  argento;  allato  sinistro,  aderenti  alla  postura  della  mano,  due  anelli  d'oro,  l'uno 
intrecciato  a  cordoncino,  l'altro  a  grosso  castone  con  pietra  orientale,  forse  giacinto: 
prossimi  alla  posizione  del  cranio,  due  orecchini  d'oro,  lavorati  a  filigrana,  di  buonissimo 
lavoro  ed  intatti ,  un'  anfora  di  terra  semplice,  di  perfetta  conservazione. 

Regione  VI.  (Umbria) 

V.  Via  Flaminia  —  Scoperte  presso  il  passaggio  del  Furio,  nel 
comune  ili  Fermignano,  descritte  dal  prof.  Augusto  Vernarecci  (')• 

Eccoci  a  dar  conto  sulle  scoperte  di  antichità  avvenute  sulla  via  Flaminia,  lungo 
il  torrente  Candigliano    sul   passo  del  Farlo,    nel    tratto    indicato    dal   disegno   qui 

(!)  Nelle  Notizie  dello  scorso  luglio  p.  227,  dopo  aver  esposto  ciò  die  si  potè  raccogliere  in- 
torno a  queste  scoperte  presso  il  Furio,  terminai  accennando  all'incarico  dato  al  prof.  Vernarecci 
di  recarsi  sul  luogo  dello  scavo,  untale  tutto  ciò  che  potesse  riuscire  utile  allo  studio,  e  mettere  in 
grado  di  meglio  giudicare  sopra  la  importanza  storica  delle  cose  trovate.  Avendo  il  professore  sud- 
detto compiuto  il  suo  incarico,  trasmise  la  relazione  che  qui  si  riproduce. 


412 


aggiunto,  il  quale  rappresenta  la  linea  stradale,  e  poco  prima  dell* ingresso  nella  galle- 
ria del  Furio,  dalla  parte  di  Possombrone,  e  dopo  la  uscita  dalla  galleria  medesima 
verso  Cagli,  fino  al  punto  A,  prossimo  alla  stretta  dei  'postiglioni,  al  di  sotto  del 
monte  del  grano. 


Lo  strato  di  frumento  fu  riconosciuto  finora  nei  punti  segnati  con  le  lettere  a,  b, 
c,  d,  e,  f,  g,  h,  /,  l,  m,  n,  o,  p,  q  r,  s,  e  nel  modo  che  per  ciascun  punto  è  indi- 
cato nei  rilievi  che  seguono,  tolti  come  il  precedente  da  un  disegno  eseguito  dal 
sig.  ing.  Mezzacapo  del  E.  Genio  civile,  a  cui  devo  esprimere  la  mia  gratitudine. 
per  gli  aiuti  che  mi  diede  nello  adempimento  del  mio  mandato. 


Nel  punto  a  lo  strato  aveva  la  maggiore  altezza  di  m.  0,95';   negli  altri  punti 
poi,  secondo  le  misure  rispettivamente  poste. 

Duo  erano  le  questioni  delle  quali  do)   i a  panni.  Chiedevasi  da  prima  se  le 


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materie  carbonizzate,  scoperte  sulla  Flaminia,  ci  attestassero  wa  incendio  avvenuto  lì 
sulla  strada,  ovvero  fo    ero  quivi  cadute  per  un  incendio  avvenuto  superiormente,  cioè 
.opra  Le  rocce   che   sovrastano  a  quella  via.  il   che  doveva  condurre  a  risolvere  con 
altri  sussidi  il  quesito  storico. 

Ora-la  prima  di  queste  dimando  non  sarebbe  stata  fatta,  se  con  maggiore  esat- 
tezza, nei  diari  die  diedero  il  primo  annuncio  della  scoperta,  fossero  state  esposte  le 
cose.  Parve  adunque  sul  principio,  che  lo  strato  carbonizza  o  fo  le  -iato  soltanto  rin- 
venuto sotto  il  piano,  che  chiameremo  moderno  o  recente  della  Flaminia;  il  che  è  con- 
trario al  vero.  L'ispezione  del  luogo  ha  mostrato  invece,  che  lo  strato  scoperto  sotto 
il  livello  moderno  della  Flaminia  non  è  che  una  parte,  e  forse  non  la  maggiore,  di 
quanto  trovasi  al  di  sopra  del  piano  stradale,  presentemente  abbassato  e  corretto,  ed 
in  siti  ove  la  strada  non  corse  mai.  Si  è  visto  che  dove  le  roccie,  ritraendosi  per  così 
dire,  danno  luogo  a  varie  insenature  (tra  le  quali  è  notevolmente  grande  quella  com- 
presa nel  tratto  b-i,  che  ha  la  lunghezza  di  metri  192),  e  dove  i  massi  caduti  ed  il 
detrito  delle  rupi  e  delle  terre  sovrastanti,  formano  una  forte  inclinazione  di  suolo,  cui 
sta  come  base  la  scarpata  della  via,  quivi  per  l'abbassamento  ora  portato  alla  strada, 
tagliata  in  parte  la  detta  scarpata ,  si  scorge  lo  strato  nerastro.  Comprendendovi  le 
roccie  sporgenti,  che  interrompono  quello  strato,  la  zona  carbonifera  finora  scoperta  dal 
punto  A  fino  alla  galleria,  appare  e  riappare  per  una  lunghezza  di  43(3  metri. 

Ma  ciò  non  è  tutto.  Dai  tagli  operati  dopo  che  fu  fatto  il  rilievo  sopra  ripro- 
dotto, appare  che  lo  strato  nerastro  continua  anche  al  di  là  del  punto  A,  verso  Cagli, 
dopo  la  così  detta  stretta  dei  postiglioni;  uè  per  un  piccolo  tratto  soltanto.  Così 
pure,  gettandosi  il  nuovo  muro  di  sostegno  e  di  riparo  alla  Flaminia ,  nello  spazio 
compreso  tra  le   lettere  i-m,  si  è  osservato   giacere  sotto  la  via  il  medesimo  strato. 

In  un  punto,  al  lato  alla  via,  ho  notato  lo  strato  nero  con  sopra  il  detrito  della  mon- 
tagna; quindi  altro  strato  nero,  con  sopra  altro  detrito.  Se  ragioni  mancassero  per 
dimostrare,  che  gli  strati  giacenti  in  basso  sono  formati  di  materie  scese  dall'alto,  se 
ne  avrebbe  una  anche  in  questo,  poiché  staccatosi  il  primo  strato  dall'alto,  non  ha 
mancato  a  coprirlo  il  detrito;  si  è  quindi  staccata  un'altra  parte  dello  strato,  cui  man- 
cava come  il  sostegno  o  la  base ,   al  quale  col  tempo   ha  dovuto  tener  dietro  altro 

detrito. 

Ho  notato  come  lo  strato  sia  generalmente  maggiore  sotto  la  strada  (40  centi- 
metri all'incirca,  non  30  come  fu  scritto)  che  sul  pendio,  ove  corre  generalmente  assot- 
tigliato ;  né  ciò  è  meraviglia,  giacché  in  basso  trovansi,  come  a  dire  assommati,  più 
e  più  distacchi  ed  avvallamenti  di   quelle  materie. 

Presso  la  galleria,  ove  per  la  natura  del  luogo  il  deposito  poteva  stare  a  livello 
della  strada,  formandosi  ivi  da  natura  una  specie  di  antro,  lo  strato  carbonioso  si  è 
trovato  dalla  potenza  di  oltre  70  centimetri  ;  e  quivi  il  frumento  bruciato  era  più 
abbondante,  più  schietto,  e  meno  confuso  che  altrove.  E  la  ragione  panni  chiara; 
perchè  quelle  materie  non  avvallarono,  né  perciò  troppo  si  perderono  o  si  confusero. 
Quanto  poi  al  fatto,  che  i  chicchi  del  grano  nella  parte  inferiore  degli  strati  appari- 
scano torrefatti  anzi  che  bruciati,  dovrei  dire  essere  stato  ciò  affermato  anzi  che  pro- 
vato; perocché  chicchi  in  ottimi  e  direi  quasi  fresca  conservazione  trovansi  in  ogni 
parte  dello  strato,    risultando  questo   di    materie   molto   varie  e  confuse.  Per  quanto 


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riguarda  poi  i  calcoli,  che  si  fecero  sulla  quantità  del  frumento,  vengono  questi  a  ca- 
dere, se  si  ripensa  che  non  si  può  determinare  quella  regolarità  od  eguaglianza  dello 
strato  carbonioso,  che  pure  fu  detto  essersi  riconosciuta,  e  sulla  quale  i  calcoli  stessi 
si  fondavano. 

In  quelle  materie  adunque,  in  cui  niente  altro  io  veggo  che  avanzi  e  traccio 
di  vastissimo  incendio,  trovansi  oltre  il  frumento  bruciato  (grano,  ceci,  fave;  in 
qualche  luogo  anche  un  poco  di  miglio)  ora  rado  e  sparso,  ora  in  piccola  parte  am- 
massato, pezzi  grossi  e  piccoli  di  carbone,  in  grandissima  copia  ;  inoltre  terriccio  nero, 
travi  carbonizzate,  ceneri  conglutinate,  pietre  annerite,  calcinate,  o  che  mostrano  più 
o  meno  violenta  l'azione  del  fuoco,  unitamente  a  pezzi  di  tegole,  di  mattoni,  di  coppi, 
calcinacci,  frammenti  assai  abbondanti  di  rozze  stoviglie,  pezzi  di  vetro,  ossa,  senza 
dire  degli  oggetti  che  vennero  mandati  al  Museo  della  Oliveriana,  e  furono  descritti 
dal  sig.  marchese  Antaldi  {Notizie  1886,  p.  226).  Questi  oggetti  si  rinvennero  qua  e 
là,  sopra  e  sotto  lo  strato  carbonioso  e  confusamente,  ad  eccezione  delle  tre  monete, 
trovate  in  parte  al  tutto  estranea  allo  strato  di  cui  discorriamo,  ed  allo  scavo  presente. 

Volendo  ora  spiegare  come  mai  quivi  si  trovassero,  così  come  si  è  detto,  queste 
materie  insieme  confuse,  annerite,  carbonizzate,  tengo  per  fermo  che  avessero  esse  ap- 
partenuto ad  abitazioni,  arse  con  tutte  le  masserizie  e  provvigioni  che  contenevano, 
e  quindi  precipitate  giù;  abitazioni  innalzate  tra  le  varie  insenature  della  montagna. 

È  vero  che  di  fabbriche  antiche  non  è  finora  apparso  alcun  vestigio  ;  ma  le  ma- 
terie che  si  rinvengono  nella  zona  nerastra,  panni  le  facciano  fuor  di  dubbio  supporre. 
Cercandosi  probabilmente  difesa  ad  abitazioni,  non  potevasi  avere  né  p'.ù  salda  né  più 
temibile  che  fra  quei  dirupi;  i  quali  sporgenti  erano  come  baluardi,  e  trincee  presso- 
ché insuperabili  delle  medesime. 

Uua  cosa  m'accade  di  notare,  qui  di  passaggio,  ma  che  non  mi  sembra  punto  da 
dover  trascurare,  ed  è  che  quel  tratto  di  terreno  notato  tra  le  lettere  b-i ,  ove  è  la 
maggiore  insenatura  di  tutta  la  gola,  chiamasi  dai  contadini  del  dintorno  monte  del 
grano.  Qui  per  il  grande  spazio  dovea  essere  il  maggior  numero  di  case,  e  per  con- 
seguenza maggior  copia  di  provvigioni:  né  sarà  strano  il  pensare,  che  quivi  special- 
mente fossero  state  le  horrea.  E  perchè  forse  il  grano  bruciato  vi  appariva,  non  a 
molta  profondità  più  che  altrove,  venne  a  quel  vasto  cumulo  il  singolare  appellativo, 
che  d'altra  parte  non  avrebbe  avuto  ragione  di  avere.  Aggiungerò  anzi,  che  in  tempo 
dei  lavori  di  restauro  fatti  alla  via  Flaminia,  al  Passo  del  Furio,  tra  il  1848  ed  il 
1850,  si  parlò  di  frumento  bruciato,  trovato  in  quel  così  detto  monte  del  grano;  e 
il  celebre  chirurgo  dott.  Malagodi  recossi  da  Fano  appositamente  per  osservare  la  cosa, 
e  riportò  come  curiosa  memoria  una  piccola  quantità  del  frumento  bruciato.  Ciò  mi 
viene  attestato  dal  sig.  cav.  Getulio  Morelli,  che  in  quel  tempo  conduceva  in  appalto 
i  lavori.  Questo  monte  del  grano  non  è  indicato  nel  rilievo  riprodotto;  mentre  vi  è  indi- 
cato l'altro  tra  i  punti  b-i.  che  non  è  molto  lungi  dall'uscita  della  gola  del  Furio. 
Nell'altro  monte  del  grano,  verso  la  stretta  dei  postiglioni  non  si  è  giunti,  nò  si  giun- 
gerà credo  coi  lavori  attuali  di  modificazione  alla  strada:  ma  che  vi  si  debbano  trovare 
anche  residui  di  materie  carbonizzate  è  assai  probabile,  vedendosi  in  generali",  che 
al  Passo  del  Furio,  ovunque  si  abbiano  insenature,  ivi  o  nel  pendio  o  in  basso  si  scor- 
gono strati  di  cereali  e  d'altre  materie  combuste. 


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Ma  Lasciando  ciò  da  parte,  e  tornando  alla  nostra  questione,  a  me  sembra  accet- 
tabile, un  poco  modificata,  la  opinione  di  coloro  che  videro  in  quei  relitti  di  materie 
combuste  i  miseri  avanzi  del  castello  di  Petra  Pertvsa.  Ciò  che  narra  l'Agnello  del- 
l'incendio longobardico,  portato  nell'anno  570  o  571  a  quel  castello,  così  terribile  nei 
tempi  delle  guerre  gotiche,  ha  qui  la  più  splendida  prova.  Di  altro  vasto  incendio, 
avvenuto  in  altro  tempo  tra  quei  dirupi,  tacciono  le  storie:  mentre  il  longobardico  ci  è 

ali. -tato  solennemente  colle  pai-ole exierunt  Longobardi  et  transierunt  Tusciam 

tisque  ad  Romam,  et  ponentes  ignem  Petram  Pertusam  incendio  concremaverunt. 

Dove  per  la  vastità  della  cosa  eredo  sia  da  notare,  che  lo  scrittore  la  prima  volta 
che  dalle  generalità  scende  a  particolari,  per  toccare  de'  danni  dei  Longobardi,  accenni 
subito  all'incendio  di  Petra  Pertusa. 

E  inteso  in  tutta  questa  vastità  quel  castello,  confermerebbe  a  meraviglia,  ove 
di  conferma  avesse  bisogno,  il  racconto  di  Procopio  ;  o  a  meglio  dire ,  e  le  scoperte 
ora  fatte  e  i  passi  dei  libri  de  bello  gothico,  dove  si  tocca  di  Petra  Pertusa,  si  lu- 
meggerebbero a  vicenda.  Procopio  narra  ad  esempio,  come  in  quel  castello  stanzias- 
sero di  presidio  nel  538  quattrocento  Goti,  battuti  poi  dai  soldati  di  Martino  e  di 
Ildigere:  ora  non  era  eerto  possibile,  che  quattrocento  uomini  si  ricoverassero  nelle 
poche  case  immaginate  dal  Mochi.  e  scaglionate  contro  alla  natura  del  luogo,  cioè 
nelle  roccie  sporgenti  lì  allato  della  Flaminia,  e  a  livello  della  medesima,  poco  lungi 
dalla  galleria. 

Giacché  senza  dire,  che  troppo  angusto  era  il  sito  per  ricoverarvi  quattrocento 
soldati;  questi,  come  gente  che  rinserravasi  fra  dirupi  inaccessibili,  otturate  che  fos- 
sero ambedue  le  gallerie,  cogli  altri  sbocchi,  da  un  lato;  chiusi  da  un  nauro  dall'altro, 
dovevano  rifornirsi  di  larghissima  copia  di  vettovaglie;  temendo  di  aver  chiuso,  aneli  e 
per  lungo  tempo,  ogni  adito,  e  dover  quindi  venire  a  patti  o  morire  per  fame.  A  quelli 
adunque  che  anche  in  notevole  numero  là  si  rinserravano,  e  dovevano  naturalmente 
prevedere  le  conseguenze  di  lunghi  assedi,  facea  mestieri  di  largo  spazio  per  sé  e  pel- 
le provvigioni  militari,  spazio  che  sarebbe  stato  sufficiente  ai  bisogni,  quante  volte 
sopra  gli  strati  che  qua  e  là  lungo  la  gola  appariscono,  fossero  stati  eretti  dei 
fabbricati. 

Dopo  tutto  ciò,  per  quanto  io  posso  giudicare,  cadono  tutte  le  supposizioni  che, 
per  la  scarsa  e  confusa  conoscenza  dei  fatti  e  dei  luoghi,  vennero  messe  innanzi;  non 
-endo  il  caso  nò  di  pensare  al  frumento  combusto  per  via  umida,  né  alle  provvi- 
gioni abbandonate  e  bruciate  lì  sulla  via,  acciò  non  se  ne  impossessasse  un  nemico 
incalzante  e  vittorioso;  non  a  Narsete,  che  secondo  ci  narra  Procopio  non  fece  porre 
alcun  incendio  nel  castello  di  Petra  Pertusa  ;  non  essendo  lilialmente  il  caso  di  pen- 
sare ai  Cartaginesi  ed  ai  remoti  tempi  delle  guerre  puniche,  perocché  fu  dimostrato 
altrove  che  sarebbe  lo  stesso,  che  fare  soverchia  violenza  al  racconto  di  Livio,  trasci- 
nando gli  eserciti  romani  e  punici  sotto  le  gole  del  Fuiio  (cfr.  Marcolini,  Lettera  al 
can.  conte  Alessandro  Billi  da  servire  di  appendice  a!  Riscontro  storico  di  Solfara 
e  Bargni  —  Fano,  Lana  1866). 

Né  le  monete  che  testé  furono  trovate  al  Passo  del  Furio,  così  varie  di  tempo, 
essendo  una  di  M.  Agrippa,  altra  di  Arezzo  (sec.  XIV),  la  terza  di  Clemente  XI,  fanno 
punto  ostacolo  a  ciò  che  ho  detto  di  sopra  :  dardi.',  vengo  assicurato  che  esse  furono 


—  41(3  — 

trovate  all'infuori  della  zona  carbonifera,  e  precisamente  presso  il  piccolo  foro  all'en- 
trata di  quel  tratto, dell'antica  via  Flaminia,  che  girava  attorno  alla  rupe,  e  che  è 
stata  poscia  abbandonata,  e  su  cui  sorge  ora  una  povera  abitazione.  Così  punto  non 
sì  oppone  a  ciò  che  ho  detto  la  lapide  marmorea,  di  più  antico  tempo;  poiché  rin- 
venuta presso  la  galleria  in  uno  strato  assai  basso,  inferiore  molto  a  quello  carboni- 
fero, e  quindi  senza  relazione  di  sorta  col  medesimo.  A  chiarimento  di  questi  strati 
aggiungerò,  che  al  Furio  si  sono  scoperti,  in  alcuni  punti,  sino  a  sette  piani  stradali, 
posti  l'uno  quasi  sopra  l'altro,  formati  più  che  da  altro,  da  naturali  detriti  della  mon- 
tagna, i  quali  poscia  spandevansi  ed  alla  meglio  appianavansi  ;  donde  in  alcuni  punti 
si  fecero  tanto  forti  le  pendenze,  e  si  sentì  quindi  la  necessità  di  tornare  ai  piani  an- 
tichi, e  d'accrescerne  anche,  secondo  i  casi,  l'abbassamento. 

Regione  I.  (Latlum  et  Campania) 

VI.  Roma  —  Note  del  prof.  G.  Gatti. 
Regione  II.  Negli  sterri  che  si  vengono  facendo  dinanzi  al  demolito  casino 
nobile  della  già  villa  Casali  al  Celio,  per  la  costruzione  dell'ospedale  militare,  sono 
apparsi  molti  avanzi  di  muri  spettanti  ad  una  antica  casa  privata.  Notevole  è  soltanto 
una  stanza,  la  cui  parete  di  fronte  conserva  due  colonne  tuttora  al  posto  ,  con  la 
loro  base  e  capitello  ionico.  La  stanza  ha  circa  m.  6,40  per  ogni  lato:  le  colonne 
distano  m.  1,70  dagli  angoli,  e  2,35  fra  loro.  Si  compongono  di  due  rocchi  distinti: 
l'inferiore  è  baccellai» ,  di  marmo  bigio;  il  superiore  scanalato,  di  marmo  bianco. 
L'altezza  è  di  m.  3,30,  col  diametro  di  m.  0,35.  Una  piccola  parte  del  pavimento, 
verso  la  parete  sinistra  della  stanza,  è  lastricata  di  marmo;  tutto  il  resto  è  di  gros- 
solano musaico  a  scaglie  di  pietra. 

Sono  stati  trovati  fra  le  terre:  una  testa  virile  in  marmo,  assai  malconcia;  un 
piccolo  leone  giacente,  pure  in  marmo:  un  bustino  di  Giove  Serapide,  in  terracotta; 
una  caldaia  di  bronzo,  tutta  ammaccata  ;  ed  i  monumenti  epigrafici  che  seguono. 

Lastra  di  marmo,  con  segni  di  abrasione  di  un'epigrafe  postavi  precedentemente: 


M 
/ 


DlIS  •  MANIBVS 
P-HELLENIVS-HIERAX 


Ci  rande  lastra  di  marmo,  che  originariamente  costituiva  la  fronte  di  un  sarcofago: 

CALPVRNIAE  ■  PIAE 
VXORI  •  SANCTISSI 
MAE  •  PHILOLOGVS 
MARITVS  •  ET  •  L  ■  CAL 
PVRNIVS  ■  EVFRATES 
MATRI  •  DVLCISSIMAE 
B • M  ■  FECERVNT 


—  417  — 
Frammento  di  fregio  marmoreo,  oon  cornice: 


Frammento  di  lastra  di  marmo* 

(jFrecVnTda' 

jIIOR IN  DIVINAI 

Due  mattoni  col  bollo  di  fabbrica: 

'TI  *CLAVDI 

HERMEROTIS  (Marini  n.  732*) 

Frammento  di  un  titoletto  opistografo  da  colombario: 
da  un  lato:  dall'altro: 

\  •  AVG  NIB 

JVE  j 

UatrI  (et 

Presso  la  Scala  Santa  al  Laterano,  in  alcuni  sterri  per  fondazioni  di  nuove  fab- 
briche, è  stato  trovato  un  frammento  di  lastra  marmorea,  sul  quale  rimane  questo 
avanzo  di  antica  iscrizione: 

.EVERA 

pSIBI-ET 

/LAETO 

Regio ne  IV.  Dall'ing.  sig.  P.  Narducci,  il  quale  attende  a  studi  sulla  fognatura 
dell'  antica  Roma,  è  stata  scoperta  presso  la  via  degli  Zingari,  nella  via  Clemen- 
tina, una  cloaca  antica  di  forma  sino  ad  ora  sconosciuta,  la  quale  scolava  le  acque 
dal  Quirinale  nella  valle  sottoposta  verso  l'Esquilino. 

La  cloaca  è  coperta  alla  cappuccina  con  mattoni  rettangolari,  curvi  di  m.  0,62 
X  0,62,  formanti  un  sesto  come  gotico  :  poggia  su  mattoni  in  piano,  bistondati.  ed  ha 
le  pareti  a  cortina  di  mattoni.  Trovasi  incassata  in  terreno  vergine,  specie  di  sabbione 
argilloso,  giallo.  I  mattoni  portano  il  bollo  figulino: 

o         EX  PR  LVCILLAE  VERI  FIGVLINIS 
TERENTIAN  OPV  L  S  F 

~  (Marini  n.  101*) 

Regione  V.  Costruendosi  un  fabbricato  presso  la  chiesa  di  s.  Bibiana,  è  stato  rin- 
venuto il  seguente  frammento  epigrafico,  inciso  su  grossa  lastra  di  marmo,  riferibile 
all'  anno  250  dell'  e.  v. ,  ed  all'  impero  di  Traiano  Decio  : 

D-N-CmessiO-QVINTO-Tr/;w««o  decio 
\  AVC  •       II  •       ET  ■ 

...  weiTTlO-CRATO-       CoS 

KAL-  FÉ  BRI 

...  cae'dNA-  INARCO  •  PRAEf'  •  AJ 

JT  •  FVVIO  ■  MAGNIANO  •  V|  sic 

Classe  di-scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  LT.  53 


—  418  — 

Demolito  presso  la  porta  di  s.  Lorenzo  un  tratto  delle  mura  urbane,  che  nella 
parte  interna  era  costituito  dalla  parete  di  un  antico  ninfeo  (v.  Notizie  1886,  p.  271), 
vi  furono  ritrovati  24  frammenti  di  piccole  statue  in  marmo,  per  lo  piìi  di  soggetto 
bacchico  e  di  arte  mediocre.  Alcuni  di  questi  frammenti  appartengono  ad  un  gruppo 
di  due  Satiri;  uno  dei  quali  giace  a  terra  avvolto  dalle  spire  di  un  serpente,  l'altro 
sembra  accorrere  in  suo  aiuto. 

Dallo  stesso  luogo  provengono  questi  avanzi  di  una  grande  lastra  di  marmo, 
con  cornice  : 


MLOLL 
PRIMV 

- — ^sxS         ^  v  b  U 

iiX  ■  ANN 

E  •  S  HIMIS  -r\ 
IT-SIBI  •  ET-  SVI\ 

Regione  VI.  Essendosi  posto  mano  agli  sterri  per  la  fogna  della  nuova  via,  che 
da  s.  Nicola  da  Tolentino  si  dirige  alla  porta  Pinciana,  attraverso  l'area  della  già 
villa  Ludovisi,  si  è  trovato  un  grande  deposito  di  anfore  disposte  in  più  ordini.  Sono 
tutte  eguali  nella  forma,  ed  alte  m.  0,70.  La  massima  parte  non  hanno  veruna  iscri- 
zione: solamente  in  tre  sono  state  osservate,  vicino  al  collo,  alcune  tracce  di  parole 
scritte  a  pennello.  Inoltre  sopra  ambedue  i  manichi  di  due  anfore  è  impresso  il  bollo 
di  fabbrica  C  •  V  •  \A.  ;  ed  un'  altra  ha  sopra  un  manico  soltanto  il  marchio  :  L  •  V  T  R  O  FlJV] . 

Regione  Vili.  Nelle  fondazioni  di  una  casa  sull'angolo  della  via  della  Conso- 
lazione e  di  s.  Giovanni  Decollato,  è  tornato  in  luce  un  lungo  tratto  di  antico  mura- 
gliene, costruito  a  grossi  parallelepipedi  di  tufa,  sul  quale  era  stato  fabbricato  un  altro 
muro  laterizio.  Tale  costruzione  si  dirige  da  est  ad  ovest. 

Di  fronte  al  suddetto  muro,  sono  stati  scoperti  gli  avanzi  di  un'antica  fabbrica, 
costruita  nella  fronte  con  buona  cortina  laterizia,  e  con  muri  traversi  ed  archi.  Fra 
le  terre  è  stato  raccolto  un  capitello  composito,  alto  un  metro,  assai  danneggiato. 

Regione  IX.  Demolendosi  quella  parte  del  palazzo  già  Vidoni,  ora  Bandini-Giu- 
stiniani,  che  prospetta  sul  nuovo  Corso  Vittorio  Emanuele,  si  sono  trovati  fra  le  terre 
duo  frammenti  epigrafici.  Il  primo  inciso  in  lastra  di  marmo  bianco  reca  : 

D       •       M 

...  ««TONIVS  ■  CALLISTI 

an  JVS  -SIBI  ■  ET  ■  SVIS 

//^.//JBERTABVSQVE 

pos^lRISQVE  •  EORVM 

Il  secondo,  che  appartenne  alla  fronte  di  un  sarcofago  con  rilievi  di  pesci  ed  onde, conserva: 

iXIT 

CIT 
JSCE 

ERVN 

//S 


—  419  — 

Si  sono  inoltre  recuperati  cinque  pezzi  di  un'  urna  ellittica  striata,  con  testa  leo- 
nina; una  testa  colossale  muliebre,  appena  abbozzata,  die  potrebbe  forse  attribuirsi 
ad  una  imperatrice;  ed  un  frammentino  di  candelabro,  per  cero  pasquale,  i  cui  rilievi 
sono  proprii  dell'  arte  cristiana  del  secolo  in  circa  settimo. 

Nel  fondare  il  muro  di  facciata  del  casamento  De  Nicolò,  in  via  de'  Banchi  Vecchi, 
si  è  trovato  a  tre  metri  di  profondità  dal  livello  stradale  un  tubo  aquario  di  piombo, 
che  stava  tuttora  al  suo  posto.  Se  n'  è  potuta  estrarre  soltanto  una  parte,  nella  quale 
fortunatamente  è  conservata  l'iscrizione: 

/flbriONIS  PRASINAE 

Questo  condotto  adunque  portava  l'acqua  al  celebre  stabulimi  della  fazione  pra- 
sina,  ove  Caligola  soleva  spesso  trattenersi  e  cenare  (Sueton.  in  Galig.  55);  ed  il  cui 
sito  corrisponde  in  circa  al  palazzo  della  Cancelleria  ed  alla  chiesa  di  s.  Lorenzo  in  Da- 
maso,  la  quale  perciò  in  qualche  documento  del  medio  evo  è  detta  anche  in  Prosino. 

Per  la  continuazione  del  nuovo  Corso  Vittorio  Emanuele,  demolendosi  un  mino 
nel  cortile  del  palazzo  Sforza-Cesarini,  si  sono  trovate  entro  il  muro  stesso  quattro  co- 
lonne ottagone  di  travertino,  distanti  l'ima  dall'altra  m.  3,30  e  del  diametro  di  m.  0,75. 

Regione  XIV.  Nell'anno  scorso  fu  estratto  dall'alveo  del  Tevere,  presso  ponte  Sisto 
(v.  Notule  1885,  ser.  4a,  voi.  I,  pag.  518),  un  frammento  d'iscrizione  in  marmo, 
che  dee  leggersi  nel  modo  seguente  : 


'MlHIQjyN 
/JA  VI  K  IVM 
VIVNIAS  INJ 
/ONSVMMAB1 
:S    IVNIANVS, 
vEYS  TI  IVU>/ 

Appartiene  evidentemente  ad  ima  tavola  degli  atti  Arvalici  ;  e  contiene  una  parte 
della  formola,  con  la  quale  si  faceva  Yl, idi  et  lo  dell'annuo  sacrificio  solenne  ad  onore 
della  dea  Dia.  Coll'aiuto  dei  simili  frammenti  superstiti  può  essere  reintegrato  in 
questa  forma  : 

Quod   bonum   faustum  felix  fortunatumque  sii 

imp .  Caesari 

totique  domni  eius/  populo  romano  quiritib'us , 
fratribusque  arvallbus  MIHIQVe,  sacri ficium  dea<-  dine 
hoc  anno  erit  ante  (//EM  VI  K  IVN/«.s  domi, 
ante   dlem   II  II  K  IVNIAS  IN  luco  et  domi,  ante  diem 
Hi  k  .  la >i .  domi  cONSVMMABUar.    Adfuerunt  in 

collegio  M.  Valer  liti  IVNIANVS   .  .' 

TVS  TI  IVLIVs  Candidus  etc. 

In  quanto  all'epoca,  non  sembra  dubbio  che  sia  da  attribuire  agli  ultimi  anni 
di  Traiano.  Imperocché  mentre  la  formola  domi,  consummabltur  si  trova  negli  atti 
dell'anno  118  e  nei  posteriori,  giammai  in  quelli  dei  primi  anni  del  secondo  secolo  ; 
la  parola  mlhlque,  posta  in  fine  del  Carmen  Indlctlonls,  è  adoperata  invece  negli  atti 


—  420  — 
dell'età  di  Traiano,  e  manca  costantemente  in  tutti  i  posteriori.  Dunque  l'anno,  al 
quale  spetta  il  nostro  frammento,  dev'  essere  anteriore  ma  prossimo  al  118.  Ora  poiché 
le  solenni  feste  della  dea  Dia  sono  indette  per  i  giorni  27,  29  e  30  di  maggio,  ciò 
indica  aversi  un  anno  pari  dell'era  volgare:  essendoché  per  gli  anni  dispari  le  sacre 
cerimonie  erano  celebrate  nei  giorni  17,  19  e  20  dello  stesso  mese  (cf.  Henzen,  Ada 
fr.  Armi.  p.  4).  Quindi  il  ricordato  frammento  potrebbe  con  qualche  probabilità  asse- 
gnarsi all'anno  110;  non  escludendo  però  che  possa  riferirsi  anche  ad  altro  anno  egual- 
mente pari,  come  il  114  o  il  112,  ma  non  forse  anteriore. 

Via  Su  In  ria.  Nei  terreni  della  Società  dell'  Esquilino,  a  sinistra  della  via  Sa- 
laria moderna,  ed  a  circa  60  metri  di  distanza  dalla  terza  torre  del  recinto  urbano, 
sono  stati  scoperti  gli  avanzi  di  un  grandioso  sepolcro,  costruito  a  parallelepipedi  di 
tufa  con  sovrapposti  lastroni  di  peperino.  Aveva  la  fronte  curvilinea;  e  sorgeva  sul 
margine  sinistro  dell'  antica  via  Salaria,  della  quale  si  sono  trovati  i  selcioni,  fuori 
di  posto,  presso  il  monumento  predetto.  Dell'  iscrizione  incisa  su  grandi  blocchi  di 
marmo  (lunghezza  totale  m.  1,65;  altezza  m.  0,65),  e  rotta  fino  da  antico  in  molti 
pezzi,  sono  stati  recuperati  quasi  tutti  i  frammenti  ;  i  quali  ricongiunti  insieme  dicono  : 

m.  IVNIVS-M-L-  MENANDER  o-io 

SCR  ■  LIBR  ■  AED  •  CVR  •  PRINCEPS  0.  07 

ET  •  Q_  0.  07 

vIVNIA   ■    ML    •    CALLISTE  o.  09 

IVNIA   •    D  •  L    •    SOPHIE  o.  os 

VlxiT  -ANN  •  Vili  0.    05 

Di  fianco  al  descritto  monumento  di  M.  Giunio  Monandro,  si  è  incominciato  a  sten-are 
un  altro  grandioso  sepolcro  d'  età  repubblicana,  posto  egualmente  sul  margine  sinistro 
dell'antica  Salaria.  E  di  forma  rettangolare,  e  si  compone  di  grandi  massi  di  peperino 
regolarmente  squadrati  :  il  basamento  è  scorniciato.  Addosso  al  lato  sinistro,  che  è  il 
solo  finora  scoperto,  si  sono  trovati  muri  laterizi  del  terzo  secolo. 

Continuandosi  poi  gli  sterri  del  vasto  sepolcreto  fra  la  via  Salaria  e  la  Pinciana, 
è  stata  scoperta  una  stanza  sepolcrale,  che  conserva  soltanto  una  piccola  parte  dell'an- 
tico pavimento  decorato  di  musaico  a  colori.  Vi  si  vede  rappresentato  im  vaso  con 
tralci  di  vite,  ed  un  uomo  che  salito  sopra  una  scala,  è  intento  a  raccogliere  i  grap- 
poli delle  uve. 

Nelle  fabbriche  del  sig.  Nodari,  a  destra  della  Salaria  moderna,  e  precisamente 
nel  sito  ove  si  è  trovato  un  cubicolo  spettante  al  sotterraneo  cimitero  di  s.  Felicita, 
é  stata  rinvenuta  una  stele  di  marmo,  che  reca  questa  iscrizione: 

corona 


D  M 

IVLIAE  •  FELICIS 
SIMAE  •  ANIMAE 
SANCTAE •  QVAE 
VIX-  ANN  •  PLVS  • 
MINVS  •  XXV  ■  FEC  ■ 
P-AVRELIVS-HERIVBS 
CONIVGI  •  B  •  M  • 


—  421  — 
VII.  Tivoli  —  Essendo  stati  proseguiti  gli  sten-i  nell'area,  donde  tornarono 
a  luce  i  cippi  editi  nelle  Notizie  'lei  passato  agosto  (p.  276  sg.),  si  scoprirono  altri 
frammenti  epigrafici,  che  si  spera  possano  essere  completati  Degli  scavi  clic  sono  in 
corso.  Mi  basti  per  ora  dire  essere  pienamente  dimostrato  con  queste  ultime  scoperte, 
che  in  quel  sito,  conosciuto  col  nome  di  Villa  di  Mecenate,  debbonsi  riconoscere  i  resti 
del  tempio  di  Ercole  Vincitore,  come  il  Nibby  aveva  giustamente  supposto  (Analisi 
t,  III,  p.  liti)  sg.). 

Regione  IV.  (Samnium  et  Sabina) 
ani 


Note  dell'  ispettore  cav.  A.  de  Nino. 

VIII.  Pentillia  —  In  questi  ultimi  tempi  sonosi  fatte  varie  scoperte  fortuite 
nel  territorio  di  Pentima,  delle  quali  è  bene  tener  conto,  nell'interesse  della  storia  e 
della  topografìa  di  Corfinium.  Nella  contrada  Cisterna,  in  un  terreno  del  sig.  Raf- 
faele di  Ciccio,  a  mezzo  metro  di  profondità,  si  scoprì  una  stradella  di  breccia  bat- 
tuta, e  sotto  di  essa  un  aquedotto  riquadrato,  in  muratura,  di  m.  0,30  di  luce.  Poco 
discosto  si  trovò  un  vaso  vinario  di  circa  un  metro  di  altezza. 

Dietro  la  cattedrale  si  è  rinvenuto  un  morso  di  cavallo,  ben  conservato.  E  di 
t'erro;  ma  nella  parte  che  va  sotto  il  muso,  vi  sono  infilati  quattro  anelli  seghettati 
di  bronzo.  Inoltre  si  sono  trovate  sei  fibule  di  ferro,  di  varie  forme;  due  anelli  di 
bronzo;  e  varii  frammenti  di  strumenti  chirurgici. 

Al  di  Ih,  della  cattedrale,  lungo  l'antica  via  Claudio-Valeria,  a  destra  di  chi  va 
a  Raiano,  in  terreno  dei  sigg.  Mai-rama,  si  scoprì  una  tomba  di  bambino,  a  inuma- 
zione. Vi  si  trovarono  oggetti  di  ferro  (forse  fibule),  che  non  furono  calcolati,  e  sei 
piccole  armille  a  nastrino,  di  bronzo.  Una  è  liscia;  le  altre  cinque  sono  con  disegni 
a  percussione,  cioè  una  ha  disegni  di  sei  linee  incrociate  e  inquadrate;  una  di  cir- 
coli intersecati  da  due  diametri  a  croce;  una  di  circoli  in  campo  spicato:  ima  con 
semplici  dentelli  a  due  orli;  e  una  di  circoli  dentro  a  due  rombi,  i  quali  rombi 
hanno  poi  un  punto  per  ogni  lato  esternamente.  A  poca  distanza,  sempre  nella  stessa 
direzione,  in  una  tomba  di  adulto,  si  rinvenne  un  oggetto  di  bronzo  a  forma  di  asper- 
sorio, composto  di  un  cannello  vuoto  attaccato  a  una  sfera  di  due  coppi,  uno  de'  quali 
bucherellato.  E  ancora  nello  stesso  sito,  ma  in  un  terreno  anteriormente  scavato,  si 
ebbe  una  fibula  di  bronzo  con  disegni  spiraliformi  e  graffiti:  più  una  striglie,  pure 
di  bronzo,  mancante  di  manico. 

In  un  luogo  detto  de  Cantra,  dove  l'antica  via  Claudio-Valeria  formava  una  curva 
andando  verso  Popoli,  si  sono  trovati  due  Ercoli  dei  soliti,  ed  una  statuetta  togata 
priva  della  testa,  avente  in  mano  ima  specie  di  patera  e  nell'altra  un  globo. 

Nella  contrada  Varranice,  poco  prima  di  entrare  in  Pentima  dalla  parte  della 
stazione  della  ferrovia,  si  sono  rinvenuti  quattro  pezzi  di  serratura,  in  bronzo;  una  grossa 
chiave  di  ferro  con  piccolo  anello,  fusto  piatto  e  ingegni  di  quattro  fori  agli  angoli 
di  una  piastrina  rettangolare,  con  un  foro  nel  centro  ;  e  anche  una  intaccatura  nel  lato 
interno   della   piastrina   medesima.   Più    in   alto,    nella   stessa   contrada   Varranice, 


—  422  — 

Baldassarre  Polidori  scavò  un'  anfora  alta  m.  0,19,  diametro  di  bocca  m.  0,12  e  di 
base  0,09.  Vi  si  conteneva  un'  anforetta  con  manico  rotto. 

Insieme  al  frammento  lapidario  pubblicato  nelle  Notizie  del  1885,  ser.  4-\ 
voi.  I,  pag.  382,  si  trovarono  tre  lucerne  un  poco  rotte:  una  piccola  senza  bollo;  una 
con  due  palme  a  rilievo  nella  parte  superiore,  ed  incavato  nel  fondo  il  bollo: 

GVICACA 

La  terza  ha  il  bollo  a  rilievo  : 

COIVVIVNIS 

Vi  si  trovò  anche  un  coperchio  da  vaso,  di  bronzo. 

Nella  contrada  La  Virila ,  in  terreno  di  Pelino  Navaroli,  fu  trovata  un'  anfora 
a  base  conica,  alta  m.  0,58,  col  diametro  di  bocca  di  m.  0,34.  Nella  bocca  non  e'  è 
il  solito  orlo  a  listello. 

In  s.  Giacomo,  nei  terreni  del  conte  de  Petris,  si  rinvennero  undici  monete  di  bronzo 
imperiali;  una  piccola  oinochoe  a  vernice  nera,  una  fibbia  circolare  di  bronzo,  a  due 
coppi,  e  una  corniola  con  figura  muliebre  incisa.  Ai  limiti  poi  della  stessa  contrada, 
presso  l'attuale  camposanto,  e  poco  prima  di  giungere  agli  avanzi  del  primo  mausoleo, 
da  Pelino  Moreschi  fu  messa  in  luce  una  tomba  a  cripta,  scavata  nel  breccione,  e  vi 
si  raccolse  un'anfora  alta  0,35,  col  diam.  di  bocca  0,13  e  di  base  0,11.  Dentro  v'era 
un'  oinochoe  alta  0,07,  col  diam.  di  bocca  di  m.  0,035  e  di  base  0,03.  Vi  si  ebbe 
altresì  una  patina  a  vernice  nera,  alta  m.  0,065,  col  diam.  di  bocca  di  m.  0,20  e  di 
base  0,06. 

Notevoli  per  la  storia  dell'arte  sono  dieci  pezzi  di  stucco,  rinvenuti  in  un  terreno  di 
Salvatore  di  Falco,  tra  le  ultime  cose  di  Pentima  e  la  cattedrale.  Vi  sono  fogliami, 
cornici,  parte  di  figure  umane,  fra  cui  una  bella  testa:  il  tutto  a  bassorilievo. 

Finalmente  presso  il  luogo  ove  si  eseguirono  gli  scavi  sistematici,  nella  contrada 
Madonna  dell''  Grazie,  si  trovarono  parecchi  oggetti  di  osso,  cioè  :  quattro  pezzi  di 
coruicetta,  tre  stili  interi",  un  pezzo  di  graa,  cerniera  con  un  foro  circolare  sulla  super- 
ficie di  lato ,  sei  pezzi  romboidali,  da  formare  col  loro  insieme  una  specie  di  tazza, 
e  una  tessera  epistografa  che  reca  : 

a)  GVMMIA  '')  XXI 

Tutto  fu  salvato  dall'amministrazione  pubblica  per  la  raccolta  corfiniese. 

IX.  RoCCacasale  —  Al  sud  del  monte  Morrone,  che  è  una  diramazione  della 
Maiella,  verso  la  metà  della  salita  tra  Roccacasale  e  il  diruto  paese  di  Orsa,  si  ad- 
dossa una  cresta  bislunga  di  un  monticello  che  chiamasi  Dietro  le  mura.  Tutta  la 
contrada  è  sparsa  di  frammenti  di  tegoloni  e  di  vasi.  All'estremità  orientale  poi  è 
una  specie  di  poligono,  cerchiato  di  mura  a  massi  rettangolari,  scalpellati,  sovrap- 
posti senza  cemento,  come  nelle  rama  di  Micene.  I  massi  sono  di  grandezza  varia, 
da  uno  a  due  metri  e  più  di  superficie  esterna.  Il  poligono  ha  il  lato  ovest  di  m.  29,80. 
il  lato  nord  di  m.  92,30,  il  lato  sud  di  m.  35,15,  e  il  lato  est  di  in.  3. ni)  in  linea 
spezzata.  Nella  prima  spezzatura  è  Lungo  ni.  :!(), .">(>.  nella  seconda  in.  16.90,  nella 
terza  ni.  6,05. 


—  423  — 

Se  poi  dal  lato  nord,  alla  distanza  di  rn.  66,20  da  occidente  a  oriente,  si  entra 
nel  poligono  per  m.  6,70,  trovasi  un  pozzo  circolare  a  grandi  massi  grezzi  senza  cal- 
cina, coperto  ancora  per  metà  da  un  lastrone;  e  in  mezzo  al  lastrone  è  un  foro  cir- 
colare. Manca  l'altra  metà  del  coperchio.  Continuando  quindi  verso  oriente  per  m.  6,60, 
alla  stessa  distanza  trovasi  uu  altro  pozzo  di  simile  fattura  e  dimensione.  La  cinta 
di  questo  poligono  rimane  abbastanza  conservata,  sino  all'altezza  di  m.  3,70  e  per  la 
lunghezza  di  m.  21,61.  In  seguito  volgendo  a  oriente,  s'interrompe  e  riprende  e  con- 
tinua nelle  ultime  linee  spezzate  di  m.  16,90  e  6,05.  Al  nord  la  continuazione,  in 
ispecie  verso  le  fondamenta,  è  poco  interrotta.  Ad  ovest  è  conservata  discretamente 
verso  i  due  angoli.  Dal  lato  nord  della  colossale  cinta,  seguendo  sempre  verso  l'ovest 
la  cresta  bislunga  del  colle,  si  ha  la  cospicua  lunghezza  di  m.  167,80.  Questa  esten- 
sione era  chiusa  da  mura  di  massi  grezzi  anche  senza  cemento,  dei  quali  rimangono 
notevoli  avanzi  nella  parte  settentrionale,  alla  distanza  di  m.  6,30  dalla  prima  cinta 
del  grande  poligono. 

Di  questa  antichissima  stazione  manca  ogni  memoria  scritta  o  tradizionale.  1  po- 
poli che  vi  abitarono,  probabilmente  scesero  poi  da  queste  alture  e  presero  stanza  alle 
radici  del  monte,  nelle  contrade  s.  Margherita,  s.  Giovanna  s.  Nicola,  s.  Felice  e  Fonie 
tirilo  masseria,  dove  per  iscavi  fortuiti  si  scoprirono  muraglie  e  tombe  e  lapidi. 
Idoli  di  bronzo  si  rinvennero  a  s.  Giovanni;  sepolcri  in  gran  numero  a  s.  Felice;  e 
più  in  là,  muri  e  vasi  vinarii.  Quest'  ultima  contrada  appartiene  in  gran  parte  al 
marchese  Orsini  di  Sulmona.  A  s.  Felice,  giorni  sono,  in  un  terreno  di  Panfilo  Car- 
bone, venne  allo  scoperto  un'  altra  tomba  con  vasi  rotti,  e  un  gladio  di  ferro,  che 
conservasi  dai  signori  fratelli  Massa,  il  quale  è  simile  a  quelli  della  necropoli  di 
Alfedena,  cioè  con  pomo  contornato  da  quattro  pometti  a  uguale  distanza  tra  loro. 

Nell'avanzato  medio  evo,  la  popolazione  risalì  alquanto  il  monte;  e  così  sorse 
probabilmente  l'attuale  paese  di  Roccacasale,  nella  cui  estremità  superiore  vedonsi 
ancora  gli  avanzi  di  un  castello.  Nella  torre  più  alta  di  questa  rocca,  all'altezza  di 
m.  20  circa,  è  murato  di  traverso  un  frammento  di  lapide,  dove  con  l'aiuto  di  can- 
nocchiale ho  potuto  scorgere  appena  poche  lettere. 

Di  iscrizioni  incise  in  pietra  paesana,  finora  ignorate  dai  dotti,  ho  riconosciute 
le  seguenti  (x)  : 

Nella  chiesa  diruta  di  s.  Maria  di  Loreto,  usato  come  stipite  della  porta,  e  mu- 
rato a  rovescio,  è  un  masso  di  m.  1,70X0,51X0,18;  ed  usato  come  architrave  un 
altro  masso,  quasi  delle  misure  medesime.  Ambedue  hanno  grandi  e  belle  lettere, 
alte  m.  0,16,  che  sembra  appartengano  al  medesimo  titolo.  Nel  pezzo  dell'architrave 
leggesi: 

s  v  A 
C-DECIMI 

nell'altro  dello  stipite: 

eOMMVNIS 

FEC 


(')  Di  tutte  le  lapidi  ricordate  in  queste  relazioni,  il  eh.  De  Nino  mandi)  anche  i  calchi  car- 
tacei. 


—  424  — 

Murate  al  fianco  destro  della  porta  esterna  nell'orto  attiguo  alla  casa  del  notaio 
Enrico  Patrizi,  è  questa  lapide  alta  m.  0,21,  larga  in.  0,40,  spessa  m.  0,11: 

C-  TATTIVS-OL-ALEXAN 
"ATTIA-  C-LANTEMIS 
A  I  IVS  CL-CAPIIOF  sic 

POSI 

Finalmente  in  casa  del  predetto  sig.  notaio,  murata  a  rovescio  in  un  pilastro,  è 
una  lapide  di  m.  0,50X0,63X0,12,  in  cui  è  incisa  l'epigrafe  edita  dal  Gamicci  con 
una  leggera  variante,  per  apografo  avutone  da  un  amico  (St/ll.  n.  1733),  e  così  ripro- 
dotta nel  C.  I.  L.  IX,  n.  3121  a,  senza  la  indicazione  precisa  del  luogo  a  cui  si  rife- 
risce. Il  testo  originale  dice: 

SCAEFL&O-L-RVFA 

SCAEFIAO-LDIOCLEa 
POSIT- 

X.  Sulmona  —  1.  Facendosi  imo  scavo  fuori  porta  s.  Matteo,  in  un  orto  di 
proprietà  del  sig.  barone  Domenico  Tabassi,  presso  la  chiesa  di  s.  Maria  Rontizvalle, 
alla  destra  del  Gizzio,  è  stata  rinvenuta  un'olla  piena  di  monete  di  bronzo.  Il  vaso 
andò  in  frantumi,  e  le  medaglie  si  sperperarono.  Ma  con  rara  energìa  il  proprietario 
del  terreno  le  ha  raccolte  quasi  tutte,  e  sommano  a  cinquecento  circa. 

Sono  monete  di  bronzo  ;  ed  appartengono  alle  famiglie  Acilia,  Antestia,  Appu- 
leia,  Atilia,  Cornelia,  Clovia,  Fabia,  Licinia,  Maiania,  Marcia,  Mafia,  Opimia,  Pinaria, 
Papiria.  Saufeia,  Sempronia.  Scribonia,  Terentia,  Titia,  Titinia,  Valeria.  Il  proprietario, 
appassionato  cultore  delle  antiche  memorie,  ha  promesso  di  volerle  donare  al  nascente 
Museo  Peligno  di  Sulmona.  Nel  luogo  stesso  del  rinvenimento,  si  è  raccolta  una  patina 
campana  a  vernice  nera,  rotta,  e  un  vasetto  semisferico  con  bocca  circolare  nella  parte 
convessa,  e  con  base  a  cornice  sporgente  in  fuori. 

Nell'orto  medesimo,  l'anno  scorso  si  scoprirono  alcune  tombe,  ma  non  potei  con- 
statare con  certezza  se  fossero  dell'età  romana  o  cristiana.  Forse  dovevano  essere  del 
basso  impero.  Fra  le  monete  ora  venute  in  luce,  ne  ho  notata  una  con  ossicino  ade- 
rente, verde  per  l'ossido,  e  una  con  pezzo  di  ferro  anche  aderente. 

2.  La  valle  Giallonardo,  alla  sinistra  del  fiume  Gizzio,  nel  tenimento  di  Sul- 
mona, di  cui- parlai  altra  volta  nelle  Notizie  (anno  1880,  ser.  3a,  voi.  VI,  pag.  268; 
anno  1881,  ser.  3a,  voi.  VII,  pag.  253;  anno  1885,  ser.  4a,  voi.  I,  pag.  170), 
ha  per  denominazione  catastale  Valle  Oasalengo.  Ora  in  questa  contrada  si  con- 
tinua l'escavazione  dell'arena,  e  di  quando  in  quando  vi  si  scuoprono  tombe  ad  inu- 
mazione, o  a  forma  rettangolare  o  a  cripta,  nella  dura  breccia.  Tempo  fa  in  un  depo- 
sito rettangolare,  si  trovò  uno  stamnos  con  due  manichi  a  nastro,  alto  ni.  0.30  col  diam. 
di  bocca  0,17  e  di  base  0,14.  V'era  dentro  im  vasetto,  che  ruppero  gli  scavatori.  Una 

i ba  a  cripta,  con  solo  scheletro,  non  diede  che  un  anello  massiccio  di  bronzo  e  una 

patina  a  vernice  nera,  alta  m.  0,07  col  diametro  di  bocca  m.  0,19,  e  di  base  m.  0,06. 
Stava  al  fianco  destro  del  morto.  I  due  oggetti,  a  me  donati  dall'  attuale  proprieta- 
rio del  fondo,  sig.  Antonio  Majone,  sono  destinati  pel   Museo  Peligno  di  Sulmona. 


—  425  — 

Un' altra  tomba  poi  si  è  scoperta  proprio  nel  nuovo  casino  dolio  stesso  sig.  Majone, 
méntre  si  ribassava  il  terreno  per  un  pavimentò.  I  vasi  erano  rotti,  eccetto  una  seconda 
patina  a  vernice  nera,  alta  m.  0,06,  col  diam.  ai  base  m.  0,06,  e  «li  bocca  ni.  0,15. 
Dopo  Falle  Casalengo,  andando  verso  nord-ovest,  sempre  alla  sinistra  dal  Gizzio, 
viene  la- contrada  Sotto  la  Falle.  Ivi  nei  terreni  di  proprietà  dell'avv.  Mazara,  affit- 
tati.a 'Nicola  Quaraglia,  nel  farsi  la  piantagione  delle  vigne,  molti  anni  indietro  si 
scoprirono  anche  tombe  ad  inumazione  con  ceramica  a  vernice  nera,  e  alcune  lucerne 

con  bolli. 

Ancora  più  giù.  in  contrada  La  Valle,  nei  terreni  dello  stesso  proprietario,  tenuti 
in  affitto  da  Alessandro  Finocchi,  in  tempi  remoti  numerose  furono  le  tombe  scoperte 
con  ricca  suppellettile  funebre.  E  sempre  in  giù  nella  stessa  direzione,  e  poco  più  sotto 
dei  mulini  della  sig.  Ferri,  dove  si  forma  una  trincera  per  nna  galleria  della  strada 
ferrata  Koma-Sulmoua,  furono,  qualche  settimana  dietro,  sconquassate  quattro  tombe 
a  tegoloni  senza  bolli.  Gli  oggetti  che  si  rinvennero,  si  dicono  rotti.  È  necessario  tener 
conto  di  questi  minuti  fatti,  per  tentare  l'integrazione  della  notizia  storica  intorno  alla 
necropoli  di  Sulmona,  al  sud  ovest  delle  mira  urbane. 

3.  Una  seconda  necropoli  dell'antica  Sulmona  incontrasi  fuori  Porta  Napoli;  e  ne 
diedi  cenno  nelle  Notizie  del  corrente  anno  (p.  133). 

4.  Una  terza  necropoli  trovasi  uscendo  da  porta  s.  Matteo,  anche  alla  sinistra  del  Giz- 
zio, poco  prima  di  giungere  al  Regio  Trattura,  per  la  via  di  Zappanotte,  dove  si  ese- 
guiscono i  lavori  della  strada  ferrata  Sulmona-Koma,  dalla  nuova  stazione  sulmonese 
all' imbocco  della  prima  galleria.  Per  la  esecuzione  di  questo  tronco,  sopra  la  via  di 
Zappanotte,  si  sono  dunque  formate  sino  ad  oggi  quattro  trincera,  che  gli  ingegneri 
chiamano  finestre,  e  che  sono  destinate  a  dar  passaggio  alla  terra  di  rifiuto.  Ora  in 
tutte  queste  trincera  si  rinvengono  muri  e  tombe  di  varie  epoche,  ma  tutte  a  inuma- 
zione, eccetto  ima  della  quarta  trincera.  La  loro  dirazione  è  approssimativamente  dal 
nord  al  sud.  Prima  di  parlarne  dettagliatamente,  amo  notare,  che  lungo  la  via  di  Zap- 
panotte sonosi  scoperte  traccie  di  una  strada  brecciosa  e  larga,  alla  profondità  media 
di  un  metro  e  mezzo.  Forse  doveva  essere  l'antica  via  per  cui  andavasi  a  Poma.  In- 
tatti essa  dirigesi  verso  la  stessa  Roma,  e  poi  ha  per  punto  di  partenza  porta  s.  Matteo, 
che  si  chiamò  anche  porta  Eomana. 

Nella  prima  trincera  dunque,  in  terreno  del  sig.  Gennaro  Cattenazzi,  si  sono  sco- 
perte due  tombe  a  tegoloni,  e  tre  a  cripta,  scavate  nella  dura  breccia.  Gli  oggetti  che 
vi  si  rinvennero  furono  manomessi  prima  che  io  ne  avessi  avuta  notizia.  Dai  frammenti 
raccolti  ho  riconosciuto  la  forma  comune  di  alcuni  vasi,  che  erano  olle  e  patine  e 
cotile  fatte  a  mano. 

Entrati  più  dentro  nella  detta  trincera,  comparve  un  residuo  di  mure  a  cui  era 
appoggiato  un  dolio.  Quando  io  giunsi  sul  luogo  era  stato  tolto  a  pezzi.  Ricomposti 
poi  alla  meglio  quei  pezzi,  potei  averne  le  dimensioni  seguenti  :  altezza  m.  1,30,  dia- 
metro di  bocca  0,50  e  nella  corporatura  1,25.  La  base  era  quasi  tutta  a  forma  convessa. 
Il  dolio  era  impiombato  intorno  intorno.  Dall'impresa  Vitali  ho  avuto  alcuni  esem- 
plari di  quelle  grappe  plumbee,  che  sono  quasi  tutte  a  tre  o  quattro  branche  con  chiodi 
cilindrici  anche  di  piombo,  ribaditi  internamente.  Si  parlò  inoltre  di  monete  che  non 
si  poterono  avere. 

Classe  di  sciente  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  Ia,  \  ol.  IL  54 


•—  426  — 

La  seconda  trincera  è  formata  sui  terreni  dello  stesso  sig.  Cattenazzi  e  del  contadino 
Domenico  Malvestuto.  Anche  qui  al  mio  arrivo  le  sette  tombe  a  cripte  arenarie,  erano 
distrutte.  Furono  salvati  questi  soli  oggetti  :  frammenti  di  due  braccialetti  di  bronzo  ;  tre 
strigili  di  bronzo,  rotte  nel  manico;  un'olla  ben  tornita,  alta  m.  0,21,  col  diametro  di 
bocca  di  m.  0,15  e  di  base  0,09;  e  più  una  patina  campana,  a  vernice  nerastra,  alta 
0,05  col  diam.  di  bocca  0,12  e  di  base  0,045. 

La  terza  trincera  cade  sui  terreni  del  barone  Giovanni  Battista  Corvi,  e  del  cano- 
nico Emilio  de  Mattheis.  Ivi  si  sono  messe  allo  scoperto  otto  tombe  a  tegoloni,  come 
affermano,  senza  suppellettile  funebre.  Alla  scoperta  delle  tombe  successive  sono  stato 
presente  anche  io.  La  decima  tomba  aveva  questa  forma  :  cassettone  quadrangolare,  lungo 
m.  1,95,  largo  m.  0,45,  alto  anche  m.  0,45.  Sul  coperchio  di  questo  cassettone,  altri 
tegoloni  disposti  a  due  pioventi,  nella  congiuntura  superiore  coperti  da  coppi.  Dalla 
base  del  coperchio,  fino  al  vertice  dell'angolo  superiore  dei  due  pioventi,  m.  0,45.  In 
tutte  le  giunture  poi  una  crosta  di  calce.  Il  cadavere  abbastanza  conservato.  Non  vi 
era  nessuno  oggetto.  Lo  stesso  in  altre  cinque  tombe  simili. 

A  poca  distanza  poi,  sono  venuti  fuori  parecchi  frammenti  di  pietra  bianca,  pae- 
sana, lavorata  a  scalpello  ,  tra  cui  pezzi  con  scorniciature  e  fogliami  a  bassorilievo. 
Bellissimo  un  frammento  con  foglie  di  quercia,  e  un  altro  con  foglie  e  bacche  di  edera. 
In  un  pezzo  di  plinto  lungo,  m.  0,25,  alto  m.  0,15,  si  legge: 


In  un  altro  frammento  di  altra  epigrafe,  lungo  circa  m.  0,13,  restano  le  lettere: 

RETO 

Un   terzo   pezzo   di  [lapide   iscritta,    lungo   m.  0,33,   largo    m.  0,10,  conserva  sola- 
mente : 

PJ\ 
IE 
CH 
RT 

In  un  quarto  finalmente,  alto  m.  0,16,  largo  m.  0,15,  rimane 

EST-  E 
CISSI 
DES 

Vi  sono  raccolti  altresì  tronchi  di  colonne,  forse  appartenenti  a  cippi. 

Segue  la  scoperta  di  altre  quattro  tombe  a  tegoloni,  senza  oggetti;  e  da  ultimo 
una  tomba  senza  tegoloni,  scavata  a  rettangolo  sulla  breccia.  Conteneva  un  vaso  grande, 
rotto,  e  dentro  una  piccola  oinochoe  di  comune  dimensione,  e  una  fuseruola  di 
terracotta. 

Anche  la  quanta  trincera,  in  un  terreno  del  suddetto  canonico  De  Mattheis,  è  stata 
fertile  di  scoperte.  Oltre  dieci  tombe  a  tegoloni,  di  niuna  importanza,  meritano  una 
speciale  descrizione  le  otto  seguenti. 


—  427  — 

La  prima  con  tegoloni  laterali,  senza  i  due  pioventi  al  di  sopra.  Da  capo,  tre 
boceettine  di  creta  ordinaria,  con  collo  stretto  e  una  piccola  oinochoe  campana.  Verso 
la  testa  dello  scheletro,  due  medaglie  di  bronzo,  una  irriconoscibile  ed  una  di  bel 
conio,  dell'  imperatore  Aurelio,  in  petto  una  catenella  di  bronzo  frammentata,  e  un 
pettinino'  di  bronzo  rotto  nella  dentatura.  Di  fianco,  un  vasetto  semicilindrico,  anche 
di  bronzo,  con  coperchio  piatto  a  cerniera,  e  intorno  intorno,  parallele  alla  base,  tre 
linee  di  puntini  a  rilievo,  una  cioè  da  piedi,  una  in  mezzo  e  una  da  capo.  Questo 
nasetto  ha  dalla  parte  di  dietro  una  apertimi  quadrangolare,  sormontata  da  un  piccolo 
foro  tondo,  e  un  altro  foro  tondo,  ad  uguale  distanza,  l'ha  inferiormente.  È  alto 
m.  0,045;  ha  il  diam.  0,045,  e  la  base  di  m.  0,04;  e  pare  quindi  che  dovesse  fare 
parte  della  collana.  E  della  collana  dovè  far  parte  anche  un  campanule  conico  di 
bronzo.  Nel  braccio  sinistro  una  piccola  armilla  di  bronzo,  a  filo  semicilindrico.  An- 
cora di  fianco,  una  verghetta  di  vetro  a  mosaico  bianco  e  turchino  in  linee  longitu- 
dinali: forse  frammento  di  piccola  cornice.  Si  ebbe  finalmente  un  pavoncello  di  bronzo 
con  piedino  piatto,  a  cerniera,  torse  manubrio. 

La  seconda  tomba  era  come  la  precedente,  senza  pioventi  nel  coperchio.  Al  fianco 
destro  dello  scheletro  si  trovò  soltanto  un'olla  rotta,  ed  un'anforetta  sana. 

La  terza,  formata  come  le  sopra  descritte,  era  di  bambino.  Vi  erano  :  una  piccola 
oinochoe  alta  m.  0,05,  e  due  anforette  a  vernice  nera,  con  due  bozze  ai  fianchi,  ad  uguale 
distanza  dalle  anse.  Una  è  alta  m.  0,065,  l'altra  0,05. 

La  quarta,  come  le  altre,  diede  i  pezzi  qui  enumerati.  Vaso  grande  frantumato. 
Tazzetta  rotta  nell'  orlo.  Una  piccola  olla,  tozza,  rotta  in  due.  Un  vasetto  di  bronzo, 
frammentato.  Un  pezzo  di  serratura,  anche  di  bronzo.  Un  dente  di  cinghiale  tagliato 
nettamente,  dalla  metà  alla  punta. 

La  quinta  tomba,  anche  formata  come  le  altre,  restituì  :  frammenti  di  lucerne, 
uno  dei  quali  ha  in  bassorilievo  una  figura  "irile,  con  cesti  in  pugno  (?)  ;  una  taz- 
zina a  vernice  nera,  alta  m.  0,04  col  diametro  di  bocca  di  m.  0,08  e  di  base  0,04; 
una  lucerna  a  becco  largo  con  rabeschi  in  rilevo  ai  due  lati ,  che  terminano  in 
orecchiette. 

La  sesta  tomba,  a  cassettone  rettangolare,  era  scavata  nella  breccia.  Vi  si  raccolsero, 
questi  oggetti  in  bronzo.  Una  fibula  di  filo  cilindrico,  graffìta  a  linee  e  spighe  pa- 
rallele. Vasetto  un  po'  rotto  da  un  lato,  con  fascia  leggermente  rilevata  in  mezzo  al 
corpo;  è  alto  m.  0,06,  col  diam.  di  bocca  m.  0,03  e  di  base  semisferica  m.  0,043.  Un 
pendaglio  a  forma  di  pera.  Un  oggetto  cilindrico,  che  si  assottiglia  un  poco  verso  una 
estremità,  come  fosse  un  pestello.  Un  altro  oggetto  a  targhetta  quadrangolare.  Una 
mestola  lunga  m.  0,15.  Uno  strumento,  a  scalpello  in  ima  estremità,  e  a  punta  acuta 
nell'altra.  Una  specie  di  paletta  a  forma  di  triangolo  equicrure,  alto  m.  0,15,  man- 
cante di  manico.  In  ferro  poi  una  specie  di  scalpello  corroso,  lungo  m.  0,17. 

La  settima  tomba  era  simile  alla  precedente.  Conteneva  un  gran  vaso  rotto,  ed 
un'olla  corpacciuta,  alta  m.  0,09,  col  diametro  di  bocca  di  m.  0,07  e  di  base  m.  0,04. 
Ha  un  coperchio  a  tronco  di  cono.  Più  vi  era  una  oinochoe  corpacciuta,  a  vernice 
nera,  con  orlo  orizzontalmente  largo,  alto  m.  0,07,  col  diam.  di  bocca  di  m.  0,45  e  di 
base  m.  0,02.  Vi  erano  in  fine  due  piccoli  anelli  di  filo  cilindrico,  di  bronzo. 

La  ottava  tomba  era  a  cremazione.  Era  formata  da  un'olla  cineraria,  con  coperchio 


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a  tronco  di  cono  rovescio,  intorno  alla  quale  erano  cinque  balsarnarì  di  creta,  fusi- 
formi, e  due  boccettine  anche  di  creta  ;  simili  in  tutto  ai  fìttili  degli  ustrini  corfiniesi. 
Questa  tomba  stava  a  minore  profondità  delle  altre. 

Continuati  i  lavori  nella  terza  trincera,  si  scoprì  una  tomba  rettangolare,  scavata 
nella  breccia.  A  destra  del  morto,  una  patina  rotta.  Vi  era  dentro  un  residuo  di  cibo. 
Quindi  una  seconda  tomba  a  cripta,  in  cui  si  raccolse  un  vaso  di  creta,  a  forma  di 
un  tronco  di  cono,  fino  al  collo;  dal  collo  in  su  si  restringe,  e  poi  si  riallarga  sul 
labbro.  È  alto  m.  0,23,  diametro  di  bocca  m.  0,13,  e  di  base  m.  0,20.  Ha  il  manici 
rotto.  Di  questa  forma  è  il  primo  che  si  rinviene  nella  contrada  peligua,  Dentro  la 
lagena  vi  era  un'oinochoe  a  vernice  nera,  alta  m.  0,07,  col  diametro  di  bocca  m.  0,045. 
e  di  base  0,048.  Presso  la  lagena  una  patina  campana,  alta  m.  0,045,  col  diametro  di 
bocca  m.  0,13  e  di  base  m.  0,05.  Frammenti  di  oggetto  irriconoscibile  di  ferro. 

Si  trovò  poscia  un'  altra  cripta.  Da  capo  v'  era  un'  olla  tornita,  rotta  in  minuti 
pezzi.  Anche  la  cotila  da  piedi  era  rotta. 

La  quarta  tomba  era  parimenti  a  cripta.  A  destra  dello  scheletro,  una  patina  cam- 
pana, alta  m.  0,06,  col  diametro  di  bocca  m.  0,11  e  di  base  m.  0,048.  Frantumi  di 
altro  vaso. 

La  quinta  tomba,  parimenti  a  cripta,  presentò  da  piedi,  una  patina  campana,  alta 
m.  0,04(3,  col  diam.  di  bocca  m.  0,12  e  di  base  m.  0,05.  Più  due  anforette,  con  ans_> 
spezzate. 

La  sesta  tomba  finalmente,  essa  pure  a  cripta,  aveva  a  destra  una  patina  campana, 
alta  m.  0.07,  col  diam.  di  bocca  m.  0,18  e  di  base  m.  0,06.  Lì  presso,  un' anforetta,  anche 
campana,  snella,  alta  m.  0,55  ;  e  un'  oinochoe  a  bocca  tonda ,  con  due  bozzette  ai  lati 
del  manico:  è  alta  m.  0,06. 

Nella  quarta  trincera,  la  cremazione  continuò  negli  strati  superiori  ;  e  inferior- 
mente si  ebbe  qualche  tomba  a  inumazione.  Si  scoprirono  due  olle  ossuarie,  fra  le  quali 
un'  anforetta  piccolissima.  Quindi  un'  urna  quadrangolare  di  pietra  bianca,  paesana, 
lunga  m.  0,65,  larga  m.  0,43,  profonda  m.  0,30.  In  mezzo  a  ciascuno  dei  suoi  lati,  nell'aper- 
tura, si  trova  impiombata  una  grappa  di  ferro  che  si  ripiegava  sul  coperchio,  il  quale 
è  dello  spessore  di  centimetri  tre.  Conteneva  poche  ossa  cremate,  di  bambino.  Intorno 
all'urna  erano  tre  balsamarì  fusiformi  di  creta.  Di  bronzo  poi  si  rinvennero  due  anellini, 
una  bulla  a  due  coppi,  saldata  orizzontalmente  nel  mezzo.  Quindi  un  oggetto  di  un 
sol  pezzo,  formato  di  una  specie  di  nastrino  massiccio,  largo  un  centimetro,  piegato 
a  ferro  di  cavallo.  Il  diametro  è  di  m.  0,09,  la  saetta  di  m.  0,06.  Dai  frammenti  di 
un  altro  simile  nastrino  si  può  argomentare,  che  l'oggetto  a  ferro  di  cavallo  doveva 
pendere,  nella  parte  del  diametro,  da  una  specie  di  mollette  ricongiuute  alle  due  estre- 
mità, come  una  piccola  ellissi  molto  schiacciata.  Si  scoprì  poi  un'olla  ossuaria,  delle 
solite,  senza  alcun  oggetto  intorno.  E  ancora  un'  altra  olla  con  ossa  umane  cremate, 
tra  cui  alcune  ossa  lavorate,  simili  alle  corfiniesi,  come  pezzi  di  nastri,  di  scornicia- 
ture, di  tazzette.  Al  di  fuori,  frammenti  di  una  strigile  di  bronzo  consunta  dal  fuoco. 
A  poca  distanza,  due  stili  di  osso.  Ultima  olla  ossuaria  di  creta.  Tra  piccoli  rasi 
rotti  si  raccolsero  due  frammenti  di  un  braccialetto  di  bronzo,  scannellati  in  linea 
longitudinale. 

Venne  quindi  in  luce  una  tomba  a  inuma  lata  .11  1-  tra  di  pietra  Manca 


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paesana,  scorniciate,  le  quali  servirono  anteriormente  ad  altro  uso.  Tra  le  ossa  dello 
scheletro,  nulla.  Poco  discosto,  accanto  ad  altro  ossa  non  cremate,  uscì  una  lapide 
scorniciata  in  tutti  i  lati,  eccetto  nella  parte  inferiore.  La  sua  forma  ò  di  due  ret- 
ingoli,  uno  grande  al  di  sopra,  e  misura  in  larghezza  m.  0,73  e  in  altezza  in.  0,:'.x,  e 
uno  piccolo  al  di  sotto,  che  ha  in  larghezza  m.  0,55  e  in  altezza  m.  0,1 1.  L'altezza  totale 
della  lapide  è  di  m.  0,49. 

In  mezzo  al  rettangolo  superiore  è  ima  nicchia  rettangolare,  alta  m.  0,21,  larga 
m.  0,17,  dentro  cui  è  a  bassorilievo  un  busto  di  giovinetto,  piuttosto  di  buono  scal- 
pello. 

Nel  rettangolo  inferiore  poi  si  legge  : 

L • SATVRIO 
OPTABILIFILIO 

Mancando  la  cornice  nel  lato  di  sotto,  fa  supporre  un  altro  pezzo  che  doveva 
servire  di  base.  E  può  darsi  ancora  che  l'iscrizione  dovesse  continuare: 

A  poca  distanza,  si  scoprì  un'  urna  ossuaria  a  forma  di  vaso,  con  fascia  orizzon- 
tale nel  coi-po  e  con  anse,  terminanti  inferiormente  a  foglie  di  edera.  Una  delle  anse 
è  un  poco  rotta.  È  rotta  pure  la  scorniciatura  della  base.  Il  vaso  è  alto  m.  0,33, 
col  diam.  di  bocca  m.  0,20.  Ha  il  suo  coperchio  di  forma  conica  schiacciata.  Neil'  orlo 
del  vaso  vi  sono  di  qua  e  di  là  due  buchi,  che  corrispondono  a  due  altri  simili  nella 
dentatura  del  coperchio;  sicché  il  coperchio  doveva  rimauere  fermo  nel  vaso  per  mezzo 
di  due  assicelle  metalliche. 

Da  un  lato  tra  le  due  anse  si  legge  : 

OSSA-SITA 
EROTIS- 

XI.  G'IllSanO  —  Cansano  fa  parte  del  comune  di  Campodigiove.  Ora  nel  teni- 
mento  di  questa  frazione  comunale,  sul  colle  detto  delle  Pietre  Murine,  sono  sparsi 
molti  frantumi  laterizi:  e  al  fianco  nord  est  dello  stesso  colle  scopronsi  di  quando  in 
quando  tombe  a  inumazione,  con  vasi,  e  non  di  rado  con  lance  e  spade. 

Queste  scoperte  funebri  si  verificano  per  le  cave  d'arena.  Nella  vicina  chiesa  di 
s.  Nicola,  notevole  per  affreschi  del  secolo  XII,  ricoperti  di  scialbo,  sull'altare  della 
Madonna  del  Soccorso  si  trova  per  gradino  un  frammento  epigrafico,  lungo  m.  0,72 , 
largo  m.  0,24,  dello  spessore  di  m.  0,16  con  queste  poche  lettere: 

T*  GAJ 

SA  / 

Le  lettere  misurano  nel  primo  verso  m.  0,09;  e  lo  spazio  interposto  in  questo  verso 
e  quello  di  crii  comparisce  1"  inizio,  fa  ammettere  vi  fosse  stato  un  verso  intermedio, 
con  parola  o  parole  incise  solo  nella  parte  centrale. 

Al  sud  est  di  detta  chiesa,  corre  una  comoda  via ,  che  in  più  punti  vedesi  ta- 
gliata nella  viva  roccia ,  e  che  sale  e  si  svolge  lungo  la  valle  tra  la  Majella  e  il 
monte,  su  cui  trovasi  la  chiesa.  Che  sia  la  via  antica,  che  congiungendo  Corfinio  con 
Isernia,  da  Sulmona  andava    ad  Aufidena?   È  utile  ricordare  qui,  che  questa  via  si 


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faceva  passare  per  Campodigiove  dal  defunto  dr.  Alessandro  Colaprete  (Regno  delle 
due  Sicilie  descritto  ed  illustrato  p.  93)  ;  per  Pettorano  sul  Gizzio  ,  e  pel  piano  di 
Cinquemiglia,  dal  notaro  Pietro  de  Steplianis  (ih.  p.  74)  ;  e  per  la  foce  di  Scanno 
dall'altro  defunto  dr.  Giuseppe  Tantum  (ib.  p.  106).  Che  se  questi  tre  dotti  non 
si  poterono  mettere  d'accordo,  per  determinare  la  vera  direzione  di  quest'  antica  strada, 
perchè  non  sarebbe  permesso  a  me  esprimere  una  quarta  opinione,  sostenendo  che 
quella  via  da  Sulmona  per  la  contrada  delle  Pempinelte,  toccasse  un  paese  distrutto 
nella  contrada  Tavuto,  e  poi  si  svolgesse  dietro  l'attuale  chiesa  di  s.  Nicola,  e  di  là 
pel  Quarto  di  s.  Chiara  sboccasse  verso  il  Sangro  ?  Per  chi  conosce  la  topografia 
del  territorio  peligno,  una  tale  supposizione  non  parrà  strana.  Solamente  vorrebbe 
essere  corroborata  da  altre  prove  di  fatto. 

Tornando  al  colle  delle  Pietre  Murine,  sia  per  questa  denominazione,  che  accenna 
evidentemente  a  ruderi,  sia  per  ciò  che  vi  resta  di  laterizi,  e  pel  frammento  lapida- 
rio riportato ,  e  per  la  traccia  di  via  antica ,  bisogna  assolutamente  ammettere,  che 
quivi  fosse  stato  un  pago  o  vico  sinora  sconosciuto.  Potrebbe  darsi  che  gli  abitanti 
di  questo  pago  o  vico  fossero  poi  discesi  a  prendere  stanza  nella  parte  sottostante ,  ed 
avessero  formato  l'attuale  Causano,  che  nel  medio  evo  ebbe  fortilizi  e  feudatari  parecchi. 

Anche  nel  tenimento  di  Cansano  si  trovano  ruderi  di  muri  e  frammenti  di  la- 
terizi in  un  dorso  di  collina,  che  ha  queste  varie  denominazioni  :  Santa  Maria  detti 
Trillici  (nel  catasto  s.  Maria  dei  Chierici):  Case  della  Bocca;  Carcerelle ;  Cuppelle; 
Acjlieta  e  Tondo.  Nel  Tavuto  però  in  un  terreno  di  Cesare  e  Gaetano  Colalancia, 
cansanesi,  dal  lato  sud  ovest,  emergono  ancora  avanzi  di  cinta  a  grandi  massi  poligo- 
nali, spianati  un  po'  attorno  nelle  diverse  faccie,  e  commessi  senza  cemento.  Si  osservano 
inoltre  avanzi  di  una  seconda  cinta,  ma  con  massi  grezzi  sovrapposti  anche  senza  calcina. 

L'antica  stazione  de'  primitivi  popoli  dovè  quindi,  nello  stesso  sito,  sentire  l'in- 
fluenza romana,  e  nel  medio  evo  trasformarsi  in  rocca,  come  indica  una  di  quelle  de- 
nominazioni. E  probabilmente  si  chiamò  Carceri,  secondo  un'altra  denominazione  della 
contrada.  Anche  nelle  pergamene  medievali  si  accenna  a  nome  di  persone,  con  l'ag- 
giunto de  Carceribus. 

XII.  Campodigiove  —  Prima  di  giungere  al  Guado  di  Coccia,  che  è  un 
varco  nella  catena  della  Maiella,  dalla  parte  di  Campodigiove,  si  trovano  ruderi  di 
una  chiesetta  intitolata  appunto  alla  Madonna  di  Coccia,  restaurata  nel  1746,  come 
si  legge  nell'architrave  della  porta.  Quando  poi  si  giunge  alla  sommità  del  Guado, 
volgendo  a  destra,  si  erge  uno  dei  picchi  della  Maiella,  che  si  chiama  Campanaro, 
dalla  forma  campanula;  e  più  in  là  un  altro  picco,  ancora  più  alto,  detto  Parafino. 

Ora  sul  primo  spianato  del  monte  Campanaro,  sono  sparsi  molti  frammenti  di 
tegoloni  e  di  vasi  massicci  e  di  vasi  fini,  di  creta.  Il  luogo  è  quasi  inaccessibile,  ed 
a  sud-ovest  munito  di  una  scogliera  naturale,  tagliata  a  perpendicolo.  Nel  mezzo 
dello  spianato  alcuni  macigni,  disposti  in  linee  piuttosto  regolari,  accennano  a  gros- 
solani muri  di  divisione.  L'ingresso  a  questa  primitiva  dimora  di  popoli,  doveva  essere 
da  nord  verso  sud,  piegando  poi  ad  ovest;  punto  di  partenza  il  culmine  del  Guado. 

Chi  poi  dal  Guado  di  Coccia  scende  giù,  dalla  parte  di  Campodigiove ,  a  valle, 
vede  il  fiumicello  Tescino,  formato  da  parecchie  piccole    sorgenti.  11  Tescino  quindi 


_  431  — 

gira  intorno  ad  una  conca  naturalo,  verso  nord  e  poi  verso  sud  e  ovest.  Ad  ovest 
trova  umlici  ododici  gorghi,  che  inghiottono  tutta  l'acqua,  e  che  in  dialetto  si  do- 
mandano Trapuuaturi;  notevole  fra  essi  il  pozzo  della  Zingara  e  Pozzolungo.  Sicché 
l'acqua  del  Tescino  non  si  impaluda  che  alla  fine  dell'inverno,  e  a  primavera,  non 
essendo  •  allora  i  connati  gorghi  capaci  di  inghiottirla  tutta.  Allora  si  forma  un  lago 
del  circuito  di  circa  un  chilometro,  che  poi  per  lo  più  si  secca  al  principio  dell'estate 

A  nord-est  di  detto  lago,  sono  le  contrade  Piano  di  Tofano,  Colle  di  Remi  e 
Ferremare,  in  cui  con  alcuni  ruderi  di  muri,  si  osserva  grande  quantità  di  sparsi  la- 
terizi. Vi  ho  notato  qualche  frammento  di  bucchero  italico.  Il  defunto  dott.  Colaprete 
mi  assicurava,  di  aver  raccolto  in  quei  dintorni  una  gran  quantità  di  armi  di  selce. 
A  me  poi  consta  che  in  Colle  di  Renzi,  Giuseppe  Palumbo  di  Campodigiove,  anni  dietro, 
scoprì  un  pavimento  a  mattonelle,  sotto  le  radici  di  annoso  faggio.  Dunque  tra  per 
questo  e  per  la  denominazione  di  Terremare,  che  si  ricorda  pure  nell'antico  catasto 
di  Campodigiove,  pare  indubitato  che  anche  intorno  al  lago  vi  dovè  essere  una  di- 
mora di  popoli  primitivi. 

Laterizi  sparsi  in  gran  copia  si  vedono  parimenti  nel  così  detto  Piano,  al  sud  di 
Campodigiove,  e  laterizi  altresì  sopra  al  Carniccio,  verso  levante,  nella  contrada  Sai 'ice, 
dove  per  iscavo  fortuito  nel  1884  Vincenzo  del  Mastro  mise  allo  scoperto  un  pavi- 
mento, che  si  trovava  sotto  un  grande  macigno. 

La  necropoli  di  questo  gruppo  di  popolazione  doveva  essere  sotto  l'Ara,  nei  ter- 
reni dei  signori  Ricciardi  e  Nanni,  ed  anche  più  giù  verso  il  fossato.  Di  fatto  quivi 
in  tempi  diversi  si  scoprirono  tombe  con  suppellettile  funebre,  che  andò  dispersa. 

Evidentemente  questo  stesso  popolo  nel  medio  evo  si  addossò  alla  soprastante  collina; 
e  così  ebbe  le  mura  ed  un  castello  feudale,  di  cui  rimangono  tuttavia  alcuni  avanzi. 
Si  chiamò  e  si  chiama  Campodigiove,  denominazione  anch'essa  che  merita  di  essere 
tenuta  in  conto  dagli  archeologi. 

XIII.  Pettorano  —  Di  fianco  al  Camposanto  di  Sulmona,  sul  dorso  di  colle 
Saventre,  si  svolge  una  stradella,  che  sale  fra  le  contrade  di  Faseetello,  e  Fascia  e 
Vali' acquarci,  e  l'altra  della  itetela  e  Pacile.  La  stradella  diventa  poi  strada  nel 
passo  di  s.  Panfilo,  che  una  pia  tradizione  attribuisce  all'impronta  del  carro  del  santo, 
che  da  quella  altura  scendeva  per  andare  a  Sulmona,  ma  che  altro  non  è  che  una 
traccia  di  via  romana ,  tagliata  in  più  punti  nella  viva  roccia.  In  questo  passo  di 
s.  Panfilo  la  strada  è  larga  m.  2,10,  per  la  lunghezza  di  m.  14,50. 

Come  finisce  la  contrada  della  Métela,  a  sud-ovest  comincia  una  cinta  di  mura 
pelasgiche  ,  della  primitiva  maniera ,  a  grandi  massi ,  senza  opera  di  scalpello  ;  ed 
ascende,  quasi  in  linea  retta  e  quasi  senza  interruzione,  per  circa  mezzo  chilometro, 
fino  al  culmine  del  colle  Pacile ,  detto  volgarmente  Orto  di  s.  Panfilo,  per  alcune 
popolari  leggende. 

Un  centinaio  di  metri  più  oltre,  continuando  la  traccia  della  descritta  via,  co- 
mincia un  altro  muraglione  pelasgico,  quasi  secondo  riparo  ,  il  quale  verso  la  metà 
della  lunghezza  del  primo  muraglione  ,  fa  punta,  formando  così  un  angolo  acuto.  Il 
primo  muraglione  poi,  giunto  all'  Orto  di  s.  Panfilo,  cioè  alla  vetta  del  colle  Pacile, 
volge  a  nord-est.  Là  si  vede  la  parte  più  conservata,  alta  fino  a  circa  tre  metri.    A 


432  — 

sud-est  la  cinta  si  interrompe,  e  ricomparisce  debolmente  dove  ripiglia  la  strada,  ta- 
gliata anche  in  quel  punto  sulla  viva  roccia.  Di  là  la  traccia  della  strada  accenna 
a  scendere,  per  la  via  delle  Pempinelle  o  Penninelle  verso  Fonte  Pipele.  Qui  si  ve- 
dono ancora  alcuni  ruderi  di  un  fabbricato  di  età  romana;  e  poi  verso  le  contrade 
Carcere/le  e  Tavuto,  ricordate  superiormente,  presso  le  mura  pelasgiche  del  tenimento 
di  Causano  ;  e  di  là  ancora  la  traccia  fa  ripensare  all'  altra  sulla  roccia ,  dietro  la 
chiesa  di  s.  Nicola,  sopra  il  paese  di  Cansano  medesimo. 

'Nell'Orto  di  s.  Panfilo  quattro  mucchi  di  pietre  possono  essere  indizio  di  quattro 
pozzi  circolari,  rialzati,  simili  a  quelli  delle  mura  pelasgiche  nel  tenimento  diEoccacasale. 

Appiè  della  grande  cinta,  e  per  tutta  la  contrada  sopra  Fonte  Pacile ,  che  si  spiega 
a  sud-ovest,  in  forma  d'anfiteatro,  sono  sparsi  in  gran  copia  frammenti  laterizi ,  fra 
cui  quelli  di  vasi  di  bucchero  italico  e  di  grandi  dolii.  Uno  di  questi  pezzi  aveva 
lo  spessore,  di  m.  0,06  nell'orlo  e  di  m.  0,04  nel  corpo. 

Gli  scrittori  patrii  ricordano  solo  il  nome  di  Pacile,  come  feudo  che  appartenne 
a  questo  o  a  quel  signore  nei  secoli  XIII ,  XIV  e  XV  (cfr.  Antinori ,  Pacco////  ili 
memorie  storiche  delle  tre  provincie  degli,  Abruzzi  voi.  II,  pag.  159;  Di  Pietro,  Me- 
morie storiche  della  città  di  Sulmona  p.  208,  257).  Di  mura  pelasgiche  nessuna 
menzione  mai. 

XIV.  Goriano  Sicoli  —  Poco  distante  da  Goriano  Sicoli,  nella  contrada  Sta- 
tura, dove  anni  dietro  eseguii  alcuni  saggi  di  scavo  (cfr.  Notizie  1878,  ser.  3a, 
voi.  Ili,  p.  48  sq.),  e  proprio  in  un  terreno  dei  sigg.  Paolucci,  mentre  si  cavava  della 
pozzolana,  si  scoprì  ima  tomba  a  inumazione,  contenente  uno  stamos,  e  dentro  un'olla 
con  monetine  che  furono  disperse  dagli  scavatori.  A  destra  dello  scheletro  si  trovò  una 
cuspide  di  lancia  di  ferro,  e  un  pomo  con  foro  verticale,  dove  probabilmente  era  luti- 
lata,  e  la  cuspide  di  ferro  e  l'asta  di  legno. 

A  circa  m.  7  di  distanza,  fu  rinvenuto  un  gran  vaso  dello  spessore  di  m.  0,03. 
Vi  si  contenevano  alcuni  tronchi  di  piramide  in  terracotta,  con  foro  trasversale,  verso 
la  punta. 

Frentani 

XV.  San  BìlOllO  —  Il  sig.  Niccola  della  Fazia  ha  riferito,  che  nel  tenimento 
di  s.  Buono,  del  circondario  di  Vasto,  in  contrada  Vusico  o  Fusco,  in  una  pianura 
sottostante  al  declive  di  una  collina  denominata  Moro,  eseguendosi  alcuni  lavori 
agricoli,  è  stata  messa  allo  scoperto  una  tomba  composta  di  mattoni,  contenente  uno 
scheletro,  ai  piedi  del  quale  era  un'iscrizione,  incisa  su  pesante  masso  di  pietra  locale. 

Essendo  detta  pietra  stata  infranta  dal  colono  scopritore,  per  impiegarne  i  fram- 
menti nella  costruzione  di  una  maceria,  non  rimangono  dell'epigrafe  die  le  poche 
lettere  seguenti,  come  si  desume  del  calco  cartaceo  : 


is  manib-sa» 
metti  oqj5-a\ 
Vano  vix-anJ 
*VS  o. 


—  433  — 

XVI.  Vasto  —  Nota  dell'ispettore  prof.  A.  de  Nino. 

Nella  strada  di  s.  Lucia,  dove  suppongo  una  delle  necropoli  dell'antica  Histonium, 
a  destra  di  chi  va  uscendo  da  Vasto,  sorge  ancora  un  massiccio  nucleo  di  colombario. 
A  sinistra,  non  è  guari,  ne  esisteva  un  altro  simile,  che  fu  distrutto.  Di  qua  e  di 
là  il  terreno  è  cosparso  di  frammenti  di  vasi,  di  suppellettile  funebre,  e  di  tegoloni, 
in  ispecie  sui  terreni  del  sig.  Agostino  Monteferrante.  Ci  è  altresì  chi  ricorda,  che 
in  quel  punto  si  scopersero  parecchie  tombe  a  tegoloni. 

La  strada  di  s.  Lucia  volge  a  nord-est,  e  mena  a  Torricella,  alla  Meta  ed  al 
mare  sottostante. 

A  Torricella,  più  di  un  chilometro  distante  dalla  città,  nei  terreni  dei  signori 
fratelli  Benedetti  e  di  Federico  Molino,  vi  sono  notevoli  avanzi  di  un  edificio,  che 
reputo  essere  stata  un'antica  villa.  Ivi  stanno  allo  scoperto  alcuni  pavimenti  a  piccole 
mattonelle  e  ad  opus  spicatum.  Vi  si  vedono  inoltre  residui  di  vasche,  e  nella  parte 
che  guarda  il  mare,  tre  grandi  emicicli  ad  opus  reticulatum,  con  fasce  orizzontali  di 
mattoni.  E  poi  sul  terreno  pezzi  di  stucco,  colorati  in  bianco  e  rosso  e  bianco  e  nero, 
e  mattonelle  di  marmo  bianco,  verde,  serpentino.  In  quel  punto  adunque  l'edificio 
accenna  a  bagno. 

A  Torricella,  per  scavi  fortuiti  in  diversi  tempi,  si  raccolsero  oggetti,  che  sono 
serbati  dall'egregio  sig.  Giuseppe  della  Guardia.  Ho  notato  nella  raccolta  della  famiglia 
di  lui  una  lucerna  aretina,  col  rilievo  di  un  cavallo  pagaseo,  e  nel  fondo  la  marca 
rilevata  a  linee  sottilissime:  3.  Ho  notato  pure  un  grosso  frammento  di  vetro  cilindrico 
a  musaico,  con  foro  in  linea  longitudinale;  alcuni  frammenti  fittili  con  figure  inca- 
vate, forse  forme  di  vasi  ;  un  pendaglio  di  bronzo  a  forma  di  mela,  con  sporgenza  a 
cono  tronco  nella  parte  inferiore,  e  con  picciuolo  graffito  a  circoli  concentrici,  pendente 
da  doppio  disco  spiraliforme.  È  somigliantissimo  ad  altri  della  necropoli  di  Alfedena. 

Una  seconda  necropoli  doveva  essere  nella  contrada  la  Salce,  dove  in  diversi 
tempi  si  rinvennero  tombe  con  oggetti,  tre  dei  quali  fanno  ora'  parte  della  collezione 
archeologica  del  lodato  signor  della  Guardia.  Sono  una  kylix  a  vernice  nera  ;  una 
lagena  alta  m.  0,17,  a  vernice  nera  e  strisce  orizzontali;  un'anforetta  di  corporatura 
schiacciata,  alta  m.  0,19,  con  disegni  in  nero  a  strisce  verticali,  che  si  allargano  infe- 
riormente, intramezzate  da  linee  orizzontali  e  continue. 

Tombe  a  tegoloni  si  scoprono  inoltre  nella  contrada  la  Neviera,  e  sempre  con 
suppellettile  funebre.  Ultimamente  in  un  sepolcro  si  trovò  un'olla,  alta  m.  0,25,  coperta 
con  una  scodella  un  poco  schiantata  nel  labbro.  Vi  si  trovò  pure  una  patina  di  creta 
ed  una  cuspide  di  lancia  di  ferro.  Tali  oggetti  vennero  accquistati  pel  Museo  civico. 

Nel  mese  di  marzo  ultimo,  varie  antichità  vennero  a  luce  anche  presso  la  sta- 
zione della  strada  ferrata,  in  un  terreno  del  sig.  Alfonso  Genova.  Trattasi  di  parecchi 
muri,  e  di  pavimenti  della  stessa  struttura  di  quelli  della  contrada  Torricella.  Né  vi 
mancarono  i  grandi  dolii,  fracassati  dai  lavoratori,  e  né  anche  i  tegoloni  iscritti.  In 
uno  vedesi  l'ultima  parte  del  bollo  di  altra  tegola  istoniese,  riprodotta  nel  n.  6078,35 
del  voi.  IX  del  C.  L  L.  cioè: 

a  p  o  L  A  V 
g.  v.  H  •  G 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  -1°.  \  oi.  II.  55 


—  434  — 

In  altro  leggesi  la  marca: 

C  SILI 

Nell'interno  della  città,  rimpetto  alla  chiesa  della  Madonna  delle  Grazie,  in 
tempi  diversi  si  scoprirono  parecchi  pavimenti  a  musaico.  Tutto  il  terreno  intorno 
alla  chiesa  è  sparso  di  frammenti  di  vasi  aretini,  di  antefisse  di  creta,  di  mattonelle 
di  marmo,  di  cubetti  di  pietra  bianca  e  cenerognola  ed  anche  di  vetro. 

Nella  strada  Pampani,  casa  del  sig.  del  Ke,  a  circa  dieci  metri  di  profondità, 
ultimamente  si  vide  un  tratto  di  strada  a  grandi  massi  poligonali,  simili  a  quelli 
delle  vie  pompeiane. 

Quasi  di  prospetto  poi,  nelle  cantine  del  sig.  dott.  Alberto  Missione,  fu  rimesso 
in  luce  un  pavimento  a  musaico,  di  cui  un  pezzo  si  conserva  nel  Museo  civico. 

Nel  marzo  del  1884,  scavandosi  le  fondamenta  della  casa  del  sig.  cav.  Ponza, 
presso  il  muro  delle  Lame,  si  rinvennero  due  frammenti  di  marmo  saccaroide,  che 
si  trovano  nel  Museo  della  città,  e  che  riuniti  danno  questi  segni 


In  altri  scavi  per  fondazioni  di  case,  sempre  intra  mocn/a,  si  ebbe  una  testina 
virile  di  marmo  bianco,  posseduta  del  sig.  della  Guardia. 


Regione    II.   (Apulia) 

Hirpini 

XVII.  Airola  —  L'ispettore  cav.  Ferdinando  Colonna  ha  riferito,  che  sul  ca- 
dere di  luglio  u.  s. ,  alle  falde  del  versante  settentrionale  della  collina  detta  di  Moa- 
teoliveto,  verso  la  strada  provinciale  che  dal  comune  di  Airola  mette  a  quello 
limitrofo  di  Majauo,  furono  scoperti  avanzi  di  antiche  costruzioni,  in  opera  reticolata, 
e  di  pavimento  a  mosaico,  con  tesserli  ineguali,  di  rozzo  lavoro,  in  travertino  bianco. 
Questi  avanzi  costituivano  insieme  i  materiali  di  una  camera  terrena,  di  forma  presso- 
ché trapezoidale. 

11  piano  della  camera  trovavasi  circa  a  m.  1,00  sotto  il  livello  di  campagna;  e 
gli  avanzi  delle  mura  erano_  dell'altezza  approssimativa  di  m.  1,00. 

Lo  stesso  ispettore  potè  osservare,  presso  un  contadino  del  luogo,  una  fibula  di 
bronzo  di  forma  comune,  semiellittica,  lunga  m.  0,07,  mancante  dell'ardiglione;  ed 
una  moneta  di  bronzo  spettante  a  Giulio  Vero  Massimo  ;  i  quali  oggetti  si  dissero  rin- 
venuti in  luogo  non  lontano  da  quello,  ove  si  scoprirono  gli  avanzi  di  antiche  costruzioni. 

XVIII.  S.  Nicola  Manfredi  —  Nel  castello  baronale  di  s.  Nicola  Manfredi 
L'ispettore  predetto  riconobbe  le  iscrizioni  latine,  delle  quali  è  parola  nei  numeri 
2110,  2111,  2116  del  voi.  IX  del  Corpus,  e  che  per  essere  sfuggite  alle  ultime  ricer- 
che degli  studiosi,  vennero  riprodotte  non  esattamente. 


—  435  — 

[mportantissima  è  quella  che  leggesi  in  un  cippo  di  travertino,  di  m.  0,85  X  0,39 
•  0,44  e  che  dice: 

IVNON  I 
VERIDICA 

////////////// 
////////////// 
////////////// 
////////////// 

Di  questa  epigrafe,  data  con  altra  lezione  nel  n.  2110  del  ricordato  volume  del 
Corpus,  tratta  una  nota  del  prof.  Barnabei  inserita  nel  fascicolo  12  dei  Rendiconti 
Accademici  del  volgente  anno  (p.  369). 

Calabria 

XIX.  Taranto  —  Nota  del  prof-  Luigi    Viola. 

Nel  fondo  del  sig.  Carlo  Cacace ,  posto  in  vicinanza  di  questo  Ospedale  civile, 
fu  ultimamente  rinvenuto  in  un  pozzo  un  tronco  di  statua  alto  m.  0,78,  rappresen- 
tante un  giovane  nel  fiore  dell'adolescenza,  ignudo,  col  corpo  posato  sulla  gamba  di-, 
e  col  ginocchio  sin.  leggermente  abbandonato  innanzi.  È  privo  del  capo,  che  era  al- 
quanto piegato  a  dr.,  e  coperto  da  lunghi  capelli,  dei  quali  restano  due  ciocche  su 
ambedue  le  parti  del  petto.  È  difficile  riconoscere  la  direzione  delle  braccia,  che  sfortu- 
natamente mancano,  ad  incominciare  dalla  metà  degli  arti  superiori. 

Così  pure  è  frammentato  nelle  gambe,  cioè  nella  dr.  dall'alto  del  ginocchio  in 
giù,  e  nella  sin.  di  cui  rimane  anche  il  ginocchio.  Nel  resto  è  conservatissimo,  se  si 
eccettua  una  leggiera  scheggiatura  nella  mammella  sin.  ed  una  piccola  rottura  nel 
pube.  A  lato  poi  della  coscia  dr.  restano  ancora  le  traccio  di  un  attacco,  forse  con 
qualche  oggetto  tenuto  colla  mano  dr.  ovvero  con  tronco  di  albero,  come  spesso  vedesi 
in  moltissime  statue.  Il  lavoro  è  di  una  sorprendente  bellezza,  e  certamente  devesi 
rimandare  ai  tempi  più  splendidi  della  plastica  tarantina. 

Il  petto  e  l'addome  sono  maravigliosamente  modellati  con  distinzione  di  tutte 
le  parti,  le  quali  restano  poi  accordate  insieme  e  coperte  dal  derma  morbido  e  flessuoso, 
così  da  mostrare  una  certa  mollezza  e  pienezza  di  forme,  mentre  non  è  difficile  poi 
vedere  nel  dorso,  nelle  natiche  e  nelle  gambe,  le  rientranze  ed  i  rigonfiamenti  di  una 
forte  muscolatura. 

Tutto  questo  rivela  la  rappresentanza  di  una  divinità,  la  quale  aveva  nel  concetto 
e  nelle  forme  qualche  cosa  di  femmineo,  per  cui  ho  ritenuto  che  il  nuovo  monumento 
avesse  rappresentato  Bacco  od  Apollo. 

In  un  altro  fondo  dello  stesso  sig.  Cacace,  in  prossimità  del  nuovo  Arsenale  in 
x.  Lucia,  è  stato  messo  alla  luce  un  pavimento  marmoreo  di  una  stanza,  appartenuta 
a  casa  di  epoca  romana.  Esso  ha  la  forma  rettangolare,  lungo  m.  3,60  X  2,80,  ed  è 
tutto  lavorato  in  marmi  di  vari  colori,  cioè  giallo  e  rosso  antico,  portasanta,  breccia 
incarnatina,   breccia   semplice,   marmo   africano,   lumachella,   pavoncello.   Vi   è  pure 


—  436  — 

qualche  quadretto  di  alabastro.  L'insieme  è  specioso,  ed  i  marmi  sono  così  bene  armo- 
nizzati in  fascie,  rombi,  triangoli,  rosoni  grandi  e  piccoli,  da  renderlo  un  monumento 
di  qualche  importanza  artistica. 

Nei  triangoli  laterali  esistevano  delle  figurine,  delle  quali  veggonsi  traccie  più 
o  meno   incomplete. 

Regione  III.  {Lucania  et  Brutti) 

XX.  Gerace  (Locri)  —  Il  sig.  dott.  Scabelloni  destinò  alla  raccolta  pubblica  di 
Reggio  di  Calabria  vari  oggetti,  provenienti  da  scoperte  fortuite  del  territorio  di  Locri, 
trovati  presso  Gerace  superiore  e  nella  sottoposta  area,  dove  sorgeva  la  greca  città.  Que- 
sti oggetti  consistono  in  testine  fittili,  balsamari  e  vasi,  ed  in  due  frammenti  di 
iscrizioni  latine,  così  trascritte  dal  can.  A.  di  Lorenzo  : 

a)      (OCTA  i)       ORNELIAE 

I    //  F  M  •  F 

Vi  è  pure  un  mattono  col  bollo  seguente,  che  rilevo  dal  calco,  ed  in  cui  è  forse 
da  leggere  il  nome  Helvidi: 


V$3> 


XXI.  Reggio  di  Calabria —  Note  del  vice  direttore  del  Musco  can.  A.  M. 
di  Lorenzo. 

1.  Riattaccandoci  a  quanto  fu  detto  nelle  Notizie  del  febbraio  di  quest'  anno 
(p.  59),  intorno  al  gran  serbatoio  d'acqua,  i  cui  avanzi  sussistono  tra  il  castello  di 
Reggio  e  la  via  Baracche ,  e  a  quanto  sul  noto  acquedotto  greco  venne  comunicato 
nelle  Notizie  del  1885  (ser.  4a,  voi.  I,  p.  525),  qui  soggiungiamo  il  frutto  di  altre 
posteriori  ricerche. 

Quando  un  sette  anni  fa,  si  tagliò  lo  stradale  che  mena  dalla  via  Baracche 
alla  via  Reggio-Campi,  sotto  la  fontana  del  Belvedere,  fu  incontrata  in  esso  stradale 
una  delle  nostre  solite  cisterne  coniche,  la  quale  oltre  al  presentare  le  più  grandi 
dimensioni  che  tali  cisterne  sogliono  avere,  ci  offrì  un  dato  molto  notevole,  e  ciò  era 
che  in  essa  metteva  capo  un  condotto  d'acqua.  Era  questo  formato  di  tubi  molto 
massicci,  perfettamente  cilindrici,  col  vicendevole  incastro  ad  angolo  normale,  ed  a 
cui  non  si  sono  incontrati  finora  de'  somiglianti  presso  di  noi. 

In  primo  luogo,  la  presenza  di  questa  ramificazione  di  acquedotto  ci  confermava 
la  congettura,  che  codeste  cisterne  non  servissero  in  antico  a  serbatoi  di  biade,  come 
altri  volevano,  ma  sibbene  a  conserve  d'acqua.  Non  essendo  pertanto  istituito  ancora 
di  que'  giorni  il  patrio  Museo,  i  pochi  tubi  che  si  estrassero  nel  taglio  della  strada 
andarono  dispersi. 

In  secondo  luogo,  colla  speranza  di  possibili  future  ricerche,  noi  prendemmo  nota 


—  4-:i7  — 
del  punto  preciso  di  questa  scoperta,  e  della  direzione  della  tabulatimi,  che  accennava 
a  greco-tramontana. 

Inaugurato  appena  il  Museo,  facemmo  ricercare  nell'aggere  che  fiancheggia  la 
detta  traversa,  il  filo  del  condotto,  ed  estratti  un  paio  di  quei  cilindri,  li  abbiamo 
collocati  •  nel  Museo  a  saggio  di  questa  varietà  della  nostra  antica  tecnica  industriale. 
Se  non  che  la  posteriore  scoperta  della  continuazione  dell'acquedotto  greco,  da  mezzodì 
del  talloncino  Orangi,  cioè  un  duecento  metri  a  greco  della  detta  cisterna  {Notizie  1.  e), 
e  quella  del  gran  serbatoio  idi-aulico,  che  dalla  stessa  cisterna  dista  un  centocinquanta 
metri  nella  direzione  di  maestro,  e"  inducevano  la  quasi  certezza  che  il  condotto  a  tubi, 
di  cui  dicevamo,  doveva  partire  da  esso  grande  acquedotto  in  qualche  punto  intermedio, 
tra  la  piattaforma  susseguente  all'orto  Molisani  del  Talloncino  Orangi  e  il  detto  serbatoio. 

Era  duuque  il  metodo  più  facile  a  rintracciar  l'acquedotto  dopo  la  sua  uscita  di 
sotto  la  piattaforma,  il  seguir  la  guida  della  tubulatura  per  dentro  il  fondo  Auteri, 
che  fiancheggia  da  tramontana  la  sopradetta  traversa  Baracche-Belvedere.  E  così  ap- 
punto furono  ordinati  i  lavori  dalla  Direzione  del  Museo,  con  piena  e  cortesissima 
concessione  de'  signori  Auteri,  proprietarii  del  locale.  Si  pigliarono  adunque  le  mosse 
dall'  aggere  accanto  all'accennata  traversa,  dove  cercata  e  ritrovata  la  tubulatura  inter- 
rotta, fu  questa  seguitata  per  un  paio  di  metri,  tanto  per  assicurarci  della  linea  ;  ed 
estratto  qualche  altro  paio  di  pezzi,  fu  intermesso  in  questo  luogo  il  lavoro  e  ripi- 
gliato dentro  la  cinta  dell'orto  Auteri;  dove  in  prima  fu  ritrovata  la  tubulatura.  a 
scarso  un  metro  di  profondità,  più  o  meno  danneggiata  dal  peso  del  terreno,  dall'umido, 
da'  tremuoti,  dai  lavori  agricoli  ;  ma  dopo  una  quindicina  di  metri  dal  muro  di  cinta, 
il  canale  era  interrotto,  e  non  se  ne  ritrovò  più  traccia  nei  parecchi  saggi  praticati 
a  diversi  intervalli  nel  giardino. 

Abbandonata  allora  la  ricerca  di  questa  ramificazione,  portammo  il  nostro  lavoro 
al  limite  boreale  dello  stesso  podere,  cioè  a  circa  ottanta  metri  dalla  traversa  Ba- 
racche-Belvedere, con  la  speranza  di  sorprendere  l'acquedotto  principale.  Quivi  per- 
tanto di  lato  al  muro  di  chiusura,  cominciammo  a  condurre  ima  trinciera  perpetua. 
E  fummo  fortunati  :  dappoiché  al  secondo  o  terzo  giorno  di  lavoro,  il  piccone  urtava 
nel  sodo,  e  il  taglio  di  saggio  che  praticammo  nell'informe  muro  incontrato,  ci  aperse 
appunto  l'acquedotto.  Questo  punto  della  scoperta  sta  quindi  nel  vertice  di  un  angolo 
aperto  di  circa  130  gradi,  con  due  lati  uguali,  di  poco  oltre  a  centoventi  metri  cia- 
scuno, irnienti  quel  da  montagna  all'imboccatura  della  piattaforma  Molisani,  e  quel 
di  marina  al  gran  serbatoio  esplorato. 

L' esplorazione  interna  dell'acquedotto  nel  punto  tagliato  ci  fornì  i  seguenti 
particolari.  Il  terriccio  depositatovi  lo  riempiva  fin  quasi  all'altezza  de'  piedritti.  Espi- 
lato era  de'  mattoni  del  piovente,  e  certo  da  tempi  remoti,  giacché  nello  stato  presente 
di  interrimento  è  inaccessibile  all'uomo.  Vuotato  del  materiale,  si  trovò  che  misura 
m.  0,45  di  larghezza,  m.  0,90  nell'altezza  de'  piedritti,  non  più  che  m.  1,10  dal  fondo 
al  vertice  del  piovente.  E  si  ricordi  che  avanti  di  giungere  in  città,  esso  acquedotto 
fu  misurato  (al  vallone  di  s.  Lucia)  m.  0,48  di  largo  e  m.  1,35  nella  maggiore  al- 
tezza {Notule  1883,  ser.  3a,  voi.  XI,  pag.  538).  Qui  adunque  nell'orto  Auteri  si  vede 
alquanto  rimpicciolito,  perchè  si  trova  di  aver  percorso  tutto  il  fianco  superiore  della 
città,  cacciando,  naturalmente,  tuff  i  necessari  erogatori. 


—  433  — 

Si  potè  inoltre  da  questo  luogo  accertare  la  sua  direzione  verso  libeccio,  cioè 
verso  il  fianco  suburbano  australe,  che  guarda  il  Taurocino,  appunto  come  avevamo 
nel  citato  luogo  congetturato,  contro  l'opinione  de'  nostri  che  il  volevano  finito  nei  fossi 
del  castello.  Osservando  poi  la  detta  direzione,  ci  spiegavamo  ciò  che  l'ortolano  del 
fondo  Auteri  ci  narrava,  che  cioè  in  quella  linea,  a  un  trenta  metri  dal  punto  esplo- 
rato, l'acqua  dell'irrigazione  si  sperde  subito  per  via  sotterranea  ;  il  che  vuol  dire  che 
ha  trovato  l'accesso  all'acquedotto.  Altra  volta  venivaci  comunicato  dal  rev.  prof.  Lo- 
renzo Lofaro,  che  da  mezzodì  della  casa  Auteri  (la  quale  chiude  da  marina  il  detto 
podere)  fu  demolito  molti  anni  fa  ira  grande  acquedotto.  Ora  a  tal  sito  appunto  va 
per  linea  diretta  il  nostro  acquedotto.  Messici  quindi  alla  ricerca  nel  luogo  accennato, 
riconoscemmo  a  fior  di  strada,  rasente  una  casetta  vicino,  alla  casa  Auteri.  il  fondo 
dell'acquedotto  col  suo  battuto  di  cocciopesto  e  l'avvallamento  nel  mezzo,  che  toccando 
dapprima  un  po'  di  sbieco  la  base  della  detta  casa,  si  perde  infine  sotto  di  essa,  accen- 
nando così  al  rione  Archicelli-Crocitìsso,  e  dimostrando  di  voler  sempre  più  divergere 
dalla  testata  di  marina  del  gran  serbatoio,  dove  trovammo  una  bocca  di  acquedotto, 
la  quale  non  avevamo  potuto  accertare  se  fosse  d'immissione,  ovvero  erogatoria.  La  no- 
vella scoperta  avvalora  la  seconda  ipotesi,  e  fa  supporre  che  l'acquedotto,  dopo  uscito 
dalla  piattaforma  Molisani,  e  avanti  di  giungere  al  sito  del  presente  orto  Auteri, 
diramasse  un  braccio  che  passando  verso  il  fianco  boreale  della  chiesa  del  Carmine  Vec- 
chio, metteva  nel  gran  serbatoio  per  la  testata  di  montagna. 

2.  Nel  detto  fondo  Auteri  abbiamo  incontrato  de'  spessi  frammenti  di  ceramica 
antica.  Un  pezzo  di  terracotta  abbiamo  conservato  con  cura  speciale,  ed  è  un  cavo 
o  formella  di  foglia  d'acanto,  in  cui  si  dovean  gittare  d'argilla  o  plastica  cotali  mo- 
tivi di  decorazione. 

Avanti  però  di  lasciare  questo  podere  giova  tenere  conto  di  un'  antica  cisterna 
conica,  che  dietro  la  casa  Auteri  si  conserva,  non  solo  in  buono  stato,  ma  con  l'ori- 
fizio tuttora  intero  ed  armato  nel  modo  che  diremo.  È  il  primo  esemplare  che  ab- 
biamo così  incontrato  finora,  dappoiché  codeste  cisterne  si  veggono  ordinariamente  de- 
capitate, meno  dell'esemplare  Musitano  (cf.  Nat.  1883,  ser.  3a,  voi.  XI,  p.  177),  che 
conservava  ancora  un  buon  tratto  di  pozzo  cilindrico  sovrapposto  al  cono  consueto.  Nella 
cisterna  adunque  dell'orto  Auteri,  ecco  come  presentasi  la  bocca;  e  non  sappiamo  deci- 
dere ancora  se  sia  stata  in  tal  forma  acconcia  fin  da'  tempi  classici,  o  non  sia  stata 
invece  una  modificazione  medioevale.  Come  adunque  il  cono  giunge  a  restringersi  a  scarso 
un  metro  di  diametro,  esso  è  bruscamente  tagliato,  e  sull'orlo  sostiene  murato  un  ciam- 
bellone  di  pietra  dolce,  formato  di  un  solo  pezzo.  Su  questa  armatura  poi  s'appoggia 
il  coperchio  mobile,  consistente  in  un  disco  anch'  esso  di  pietra,  con  un  foro  nel  mezzo 
pel  passaggio  del  secchio,  come  si  vede  in  moltissimi  nostri  pozzi  suburbani  di  questi 
ultimi  secoli. 

Abbiamo  rimosso  questo  coperchio,  per  vedere  se  qualche  speciale  condotto  met- 
tesse dall'acquedotto  a  questa  cisterna;  ma  l'indagine  ci  risultò  negativa.  La  provvista 
dovea  quindi  venire  dalle  grondaie,  o  per  altra  via  di  rifornimento. 

3.  In  uno  de'  mesi  trascorsi,  fu  aperta  nel  cortile  della  Prefettura  una  fossa  qua- 
drangolare per  costruirvi  una  latrina.  Ecco  i  dati  archeologici  ottenuti  da  questo 
taglio. 


—  439  — 

Da  tre  a  quattro  metri  di  profondità  fu  incontrata  una  base  ili  muro,  che  cor- 
reva quasi  nell'asse  maggiore  del  taglio,  e  parallelamente  al  vicino  Corso  Garibaldi. 
Questo  muro,  di  quasi  m.  0,60  di  spessore,  continuava  ad  allungarsi  sotto  il  terrapieno 
dall'uno  e  dall'altro  capo  della  fossa,  senza  mostrare  nel  tratto  scoperto  di  sei  metri 
tlcuno  incrociamento  di  altri  muri,  sicché  sospettammo  fosse  il  lato  di  una  chiesetta 
medioevale,  hi  tutti  gli  strati  del  terrapieno  che  venne  tagliandosi,  s'incontrarono 
molti  loculi,  con  scheletri  umani  difesi  da  semplici  tegoli  fermati  ad  angolo  retto. 
Qua  e  là  nel  terriccio  comparvero  delle  monete  bizantine  di  bronzo,  quasi  strutte 
dall'ossido.  Una  tomba  incontrata  nel  fondo  del  taglio,  era  alquanto  rafforzata  con 
muratura.  Sopra  di  essa  giaceva  un  pezzo  di  colonnino  marmoreo  scanalato.  Fuori 
di  ciò  tre  oggetti  hanno  principalmente  fermata  la  nostra  attenzione  in  questo  scavo. 

Il  primo  è  un  pezzo  di  affresco  sopra  l'intonacatura,  che  rimaneva  tuttavia  attac- 
cata a  una  pietra  informe  rinvenuta  nel  terriccio.  Questo  tratto  superstite  dell'affresco 
rappresenta  una  testina,  che  par  sia  di  una  Madonna.  La  dipintura  è  rozza,  ma  non 
priva  di  espressione.  Il  capo  della  figura  è  velato;  di  grandezza  un  quarto  circa  del 
diametro  naturale.  Se  in  quel  sito  v'  era  (come  abbiamo  congetturato)  una  chiesetta 
nei  tempi  di  mezzo,  l'affresco  dovette  appartenere  alla  parte  superiore  di  essa. 

Per  secondo  si  è  incontrato  un  condotto  di  tubi  di  terracotta,  che  passava  un  po' 
obliquamente  l'estrema  base  del  detto  muro.  È  da  notare  che  la  direzione  di  questo 
acquedotto  accenna  da  montagna  al  fianco  boreale  dell'Archivio  provinciale,  occupato 
dall'angolo  della  Prefettura,  che  dà  sul  Corso  Garibaldi,  nel  qual  sito  era  un  pozzo 
di  acqua  sulfurea,  che  venne  ostruito  nei  primi  decennali  di  questo  secolo.  Da 
marina  poi  esso  acquedotto  mira  al  presente  locale  della  Ispezione  di  pubblica  sicu- 
rezza, sulT  incrociamento  della  via  s.  Francesco  di  Sales  con  quella  detta  moderna- 
mente delle  Terme,  dagli  avanzi  appunto  delle  terme  reggine,  discoperte  nel  1812  e 
presto  risotterrate.  Da  tutto  ciò  nasce  spontanea  l'ipotesi,  che  quell'acquedotto  condu- 
cesse l'acqua  minerale  o  nelle  ferma  o  lì  vicino,  e  che  tal  uso  continuasse  tuttora 
quando  fu  fondato  quel  muretto,  che  noi  abbiam  supposto  de'  tempi  di  mezzo  ;  dappoiché 
incontratosi  l'acquedotto  nell'ultimo  scavo  delle  fondamenta,  esso  non  fu  spezzato,  ma 
denudato  invece  da  sopra  e  dai  lati,  gli  fu  imposto  il  muro.  Che  quei  tubi  fossero 
destinati  a  condurre  acqua  minerale  ci  sembra  confermato  da  ciò,  che  essi  non  sono 
già  cilindrici,  ma  sibbene  panciuti,  da  rassomigliare  al  corpo  delle  anfore  vinarie, 
forma  che  favorirebbe  la  deposizione  de'. sali  disciolti  nell'acqua.  Due  di  questi  tubi, 
insieme  col  detto  affresco  ed  altri  cimelii  di  minore  importanza,  entrarono  a  far  parte 
della  suppellettile  del  patrio  Museo. 

Entrò  pure  nel  Museo  un'  oncetta  medioevale  di  bronzo,  ch'era  il  terzo  oggetto  che 
volevamo  particolarmente  designare.  Questa  si  presenta  nella  comune  forma  di  dischetto. 
H,i  26  millimetri  di  diametro,  cinque  di  spessore,  e  pesa  27  grammi.  Porta  sopra  una 
faccia  la  croce  latina,  in  mezzo  all'indicazione  del  peso,  in  questa  forma  :  P    '   A  ('). 

In  altra  oncia  bizantina  di  bronzo,  a  disco,  di  grammi  26  \'3 ,  che  possediamo 
nella  nostra  particolare  collezione,  e  che  pare  sia  stata  rinvenuta   sulla  nota  collina 

del  Salvatore,  la  croce  è  greca,  e  sovrasta  alla  leggenda,  in  questa  forma:  r      . 

(')  Cfr.  Garriteci  presso  il  Rorelli,  Annali  di  Numismàtica  1846,  pag.  206. 


—  440  — 

Nel  nostro  Museo  (collezione  Caminiti)  è  anche  un  tre-once  medioevale,  di  bronzo, 
forse  di  provenienza    pugliese,   sempre  a  disco,  e  del  peso  di  grammi  78.  Anche   la 

croce  è  greca  di  più  semplice  forma,  e  sovrasta  alla  leggenda  in  questo  modo:  r.     r- 

Un  altro  tre-once  possiede  il  nostro  Museo,  di  grammi  68  nel  presente  stato  di 
ossidazione,  il  quale  però  non  è  a  disco,  ma  a  piastra  quadrata.  Esso  ha  di  proprio, 
che  porta  tre  figurette  umane  in  tarsia  d'argento,  delle  quali  rimane  solo  superstite 
qua  e  là  qualche  particella.  Nel  basso  si  vede,  anche  in  tarsia  d'argento,  l'indica- 
zione del  peso  :  P  l~- 

E  finalmente  è  da  segnalare  un'altra  oncetta  di  bronzo,  a  piastra  quadrata, 
rinvenuta  nella  contrada  Arancea,  presso  il  confine  australe  del  comune  di  Keggio, 
o  regalata  al  nostro  Museo  dal  sig.  Valentino  Attanasio.  Pesa  25  grammi.  Non 
porta  indicazione  scritta,  ma  sibbene  in  finissima  tarsia  d'argento  i  contorni  di  tre 
figurette  umane,  delle  quali  non  perdurano  che  le  tre  testine  e  alcune  estremità  de- 
gli arti. 

4.  Ed  ora  noveriamo  gli  altri  più  interessanti  oggetti  di  antichità,  ritrovati  in 
questi  ultimi  mesi  in  varii  punti  della  città  e  de'  dintorni. 

Nel  nostro  Museo  la  collezioncina  Caminiti  ha  ricevuto  un  fondo  di  tazzetta  are- 
tina, col  bollo  T-CEL  in  impronta  piediforme.  Nel  disotto  di  questo  frammento  è 
un  graffito.  La  stessa  raccolta  ebbesi  regalato  un  b'alsamario,  in  forma  di  riccio  terrestre, 
dissotterrato  presso  la  strada  Due  settembre,  cioè  a  poca  distanza  dal  sito  ove  furono 
discoperti  i  fusti  calcari,  di  cui  si  è  detto  nelle  Notizie  di  quest'  anno  (p.  63).  L'ani- 
maletto misura  10  centim.  di  lunghezza,  5  di  altezza,  e  porta  l'orificio  sul  dorso.  È 
a  vernice  gialla,  e  gli  aculei  sono  accennati  con  punti  neri. 

Dai  pressi  della  città  ebbe  il  Museo  un'urna  cineraria  fittile,  dono  del  sig.  Anto- 
nio Montani  fu  Giuseppe,  il  quale  trovolla  tempo  dietro  in  contrada  s.  Caterina. 
presso  cioè  alla  nota  necropoli.  Insieme  con  l'urna  donò  anche  alcuni  lacrima  torii  e 
tazzette  con  opercolo,  che  assiema  vi  si  trovavano  dentro  col  combusto.  Quest'urna 
è  a  manichi  verticali,  e  misura  m.  0.26  di  altezza,  m.  0,36  di  diametro  alla  pancia  e 
all'orlo,  m.  0,15  al  diametro  della  base. 

Provenne  anche  dal  suburbio  una  mezza  lucerna  cristiana,  della  consueta  argilla 
rossastra.  L'orlo  del  piatto  reca  le  solite  fogliette  ornamentali  (').  Entro  il  piatto 
poi  è  una  croce,  formata  di  due  pezzetti  di  nastro  ornamentato,  sovrapposti  l'uno  al- 
l'altro. 

Contemporaneamente  fu  recata  al  Museo  uu'  altra  interessante  lucerna  cristiana, 
trovata  non  sappiamo  in  qual  punto  delle  vicinanze,  la  quale  rappresenta  sul  piatto 
Daniele  fra  i  leoni.  Il  Profeta  è  in  piedi,  nudo,  con  le  braccia  sollevate  nel  consueto 
atteggiamento,  onde  l'arte  antica  cristiana  significava  la  preghiera.  Le  belve  sono  due. 
una  per  ciascun  lato  di  Daniele. 

Altro  bel  pezzo  di  arte  cristiana  del  periodo  bizantino,  entrato  di  fresco  nel  Museo, 
è  un  picciolo  capitello  di  marmo  in  forma  quadra,  divaricante  dal  basso  all'alto.  Mi- 
sura m.  0,17  di  altezza,  0,14  alla  larghezza  superiore,  e  0,10  all'inferiore.  In  tre  delle 

(')  Garriteci,  Storia  dell'Arte  cristiana  dei  primi  otto  secoli  della  Chiesa  voi.  VI.  tav.  174  76, 


—  441   — 

facce  è  scolpita  di  rilievo  una  palmetta,  e  nella  quarta  vedesi  (in  uno  scudo  rotondo) 

la  croce  con  la  preghiera  j^f*  cioè:  Kvqu  (ìorj&si,  usata  nei  molibdobulli  bizantini, 

e  qui  superstite  solo  in  parte. 

Questo  interessantissimo  capitello  fu  rinvenuto  presso  la  passeggiata  della  Marina, 
nella  demolizione  che  si  sta  facendo  del  bastione  s.  Matteo.  Esso  sporgeva  dalla  vec- 
chia cinta  della  città  per  la  difesa  radente  della  vicina  porta  Dogana,  la  quale  ri- 
spondeva allo  sbocco  della  presente  via  del  Plebiscito.  Il  sodo  di  quel  bastione  fu 
visto  occupato  da  un  vero  caos  di  rovine,  e  di  fabbricati  di  tutte  le  epoche.  Fra  gli 
avanzi  fu  rinvenuto  questo  frammento  di  epigrafe  in  marmo: 

€Y/1     ' 

Parimenti  si  scoprirono  due  metri  di  pavimento  marmoreo  di  vari  colori,  con  un  buon 
disegno  geometrico  di  quadri  e  semiquadri.  Ivi  stesso  una  congerie  di  pezzi  d'intonaco, 
con  pitture  ornamentali  a  fresco.  In  altro  punto,  negli  strati  superiori,  comparve  un 
buon  gruppo  di  vasi ,  lucerne  e  tazzette,  che  ci  sembrano  appartenere  agli  ultimi 
periodi  medioevali.  Verso  il  fondo,  tra  gli  avanzi  della  vecchia  cinta ,  fu  rinvenuto 
un   grosso  mattone  col  bollo  retrogrado  affatto  nuovo  recante:  NH3XI3T. 

Venne  anche  fuori  un  anellino  di  vetro,  con  vergella  ornamentata  ;  un  opercolo 

di  vaso  aretino  col  bollo  da  cimi'  e  due  fondi  di  tazzette  anche   aretine,  uno    col 

K  AolNl 

bollo  KAAA,  e  l'altro  col  bollo  frammentato  C  VOI  ;  simile  all'altro  rinvenuto  sulla 
collina  del  Salvatore,  e  da  noi  edito  (cfr.  C.  /.  L.  X,  n.  8337,7). 

Roma,  19  dicembre   1886. 

Il  Direttore  gerì,  delle  Antichità  e  Belle  arti 
FlORELLI 


—  443  — 


DICEMBRE 


Regione  Vili.  {Cispadana) 

I.  Bologna  —  Nuove  scoperte  della  necropoli  felsinea,  nell'area  dell'ar- 
senale militare.  Relazione  del  R.  Commissario  conte  Gozzadini. 

Nelle  Notizie  del  1886  (p.  76)  fu  edito  l'ultimo  mio  rapporto,  intorno  ad  og- 
getti arcaici  dell'  epoca  di  Villanova ,  trovati  nell'  arsenale  militare  di  Bologna. 
Da  allora  ad  oggi,  seguitando  i  lavori  di  fondazione  per  nuovi  fabbricati,  gli 
operai  hanno  continuato  a  rinvenire  di  siffatti  oggetti,  quasi  tutti  dell'epoca  soprad- 
detta: pochissimi  etruschi,  pochissimi  romani  nello  strato  superiore  ;  e  come  per  lo 
passato,  ho  potuto  raggranellarne  buon  numero,  cioè  174  a  spizzichi,  e  salvarli  da  di- 
spersione. Alla  maggior  parte  delle  fibule  manca  la  spilla.  Delle  figuline  ne  ho  avute 
pochissime,  perchè  furono  trascurate,  come  cosa  che  non  valesse  la  pena  di  raccogliere. 

Il  continuo  ritrovamento  di  tali  oggetti  in  diversi  punti,  dimostra  quanto  sia 
vasto  quel  sepolcreto  arcaico,  che  fu  da  qualche  tempo  esplorato  in  parte,  con  scavi  go- 
vernativi. Inutile  il  dire  che  quasi  nessuna  particolarità  è  nota  dei  sepolcri,  frugati  con 
tutt' altro  intendimento  di  quello  scientifico;  ma  a  ciò  possono  supplire  in  qualche  modo 
le  mie  relazioni  degli  anteriori  scavi  governativi,  fatti  nello  stesso  arsenale  e  nello 
stesso  sepolcreto. 

L'unico  ordine  che  io  posso  dare  alla  enumerazione  degli  oggetti  salvati,  per  ar- 
ricchire nel  Museo  archeologico  bolognese  la  collezione  proveniente  da  questo  arse- 
nale militare,  è  quello  di  tener  insieme  gli  oggetti  in  quei  gruppi,  che  mi  fu  dato  di 
salvare  a  quando  a  quando;  poiché  è  probabile  che  ognuno  di  quei  gruppi,  se  è  di 
pochi  oggetti,  appartenga  a  un  solo  sepolcro;  se  è  di  molti,  appartenga  a  sepolcri  contigui. 
a)  Armille  (due  uguali)  di  verga  cilindrica,  massiccia,  di  bronzo,  striata  lon- 
gitudinalmente. Porzione  d'altra  armilla  consimile.  Armilla  di  sottile  verga  cilindrica, 
massiccia,  di  bronzo.  Fibula  piccola  d'argento,  senza  spilla,  Porzione  d'ago  crinale  di 
bronzo.  Assicella  di  bronzo  attorniata  da  cerchi  in  rilievo,  e  sormontata  da  larga  capoc- 
chia foggiata  a  cappello  chinese:  è  un  oggetto  che  di  solito  s'accompagna  ai  freni  da 
cavallo.  Lama  di  coltello,  di  bronzo,  in  tre  pezzi.  Grano  di  vetro  bruno ,  di  fibula. 
Classe  di  scienze  murali  ecc.  —  Memorie —  Ser.  I',  Voi.  II.  56 


—  444  — 

Frammento  di  balsamario  di  vetro  azzurro  con  filetti  bianchi  attorno,  rilevati.  Fusaiuole 
(tre)  d'argilla.  Lucerna  fìttile  romana  in  pezzi. 

b)  Armilla,  piccola,  formata  da  una  fettuccia  di  bronzo  a  tre  giri:  ha  una  estre- 
mità larga  fatta  a  rombo  con  foro  pure  a  rombo,  in  cui  è  infilato  e  ripiegato  l'ultimo 
giro  della  fettuccia:  la  credo  una  novità.  Fibula  di  bronzo  massiccia;  stretta,  nell'esterno 
dell'arco  convessa.  Lama  di  coltello  di  bronzo  intera,  a  curva  sinuosa,  e  con  tre  cavi- 
gliett?.  Altra  lama  simile,  spezzata  anticamente  in  tre  pezzi. 

e)  Grandissima  fibula  di  bronzo  a  girigogoli,  con  pallottoline  peduncolate  ;  ha 
magnifica  patina.  Corpo  di  fibula  di  smalto  a  cordoni  longitudinali  ornati  di  zig-zag  in 
rilievo,  gialli  su  fon-do  celeste.  Altri  due  simili  sformati  dal  fuoco.  Capocchia  sferoi- 
dale grandissima  d'ago  crinale,  di  smalti)  finissimo  celeste,  con  circoli  concentrici  e 
fascie  a  zig-zag  gialle.  Altra  simile  in  pezzi. 

il)  Piccola  fibula  di  bronzo,  massiccia:  è  incompleta,  ma  ha  la  rara  particolarità 
d'essere  attorniata  ,  fuorché  dalla  parte  interna ,  da  nove  costoline  strette  e  molto 
sporgenti.  Fibula  di  bronzo,  di  forma  romboidale  con  costa  mediana.  Frammenti  di 
bronzo.  Porzione  di  braccio  e  mano  di  smalto,  di  color  glauco.  Nel  braccio  è  un  foro 
per  appensione:  la  mano  fa  le  fiche  :  talismano  ben  eseguito  e  grazioso.  Pezzi  d'un 
oggetto  massiccio  di  bel  vetro  azzurro.  Ciottolo  levigato  di  selce  piromaea. 

e)  Piccolo  strumento  da  suono,  di  bronzo,  a  sezione  di  campana,  ridotto  in 
pezzi  anticamente.  Porzione  della  sua  mazzuola  di  bronzo.  Frammento  di  grossa  armilla 
di  bronzo,  di  lamina  striata.  Fibula  massiccia  di  bronzo  con  due  pallottoline  ai  lati. 
Fibula  di  bronzo  a  costoline  molto  sporgenti.  Fibule  (due)  incomplete,  ornate  di  grani 
di  smalto  gialli  e  celesti.  Fuseruola  pentagoaa,  e  graziosa,  d'  argilla.  Cilindri  (due) 
a  capocchie,  d'argilla. 

/')  Strumento  da  suono  a  sezione  di  campana,  di  bronzo,  grande  e  massiccio,  tutto 
pertugiato  a  diverse  figure  geometriche,  rombi,  triangoli,  semicircoli  ec.  (particola- 
rità ch'io  credo  nuova)  ridotto  in  pezzi  ritualmente.  Armille  (due  uguali)  di  verga  di 
bronzo  ettagona,  molto  massicce.  Altra  armilla  simile,  ma  meno  granfe.  Altra  ar- 
milla di  bronzo,  massiccia,  meno  grossa.  Pezzo  d'altra  armilla  di  bronzo,  massiccia. 
Metà  d'altra  armilla  di  verga  ottangolare,  di  grossezza  media.  Sette  grandi  pezzi 
di  armille  di  bronzo,  massicce.  Pezzi  d'una  grossa  armilla  di  lamina  di  bronzo.  Fi- 
bula di  bronzo ,  grande  a  girigogoli ,  con  pallottoline  peduncolate.  Fibule  (sei)  di 
bronzo,  massicce  ,  di  diverse  grandezze.  Fibule  (due)  di  bronzo  a  navicella,  incom- 
plete. Molti  pezzi  di  diverse  fibule  di  bronzo.  Fibula  grande  di  ferro  coll'arco  a  spi- 
rale, incompleta.  Pezzi  di  fibula  d'  osso,  con  castoni  per  ambra.  Pezzo  d'ambra  di 
fìbula.  Spilloni  (due)  di  bronzo,  d' aghi  crinali.  Figurine  umane  (due)  uguali,  di  tutto 
tondo,  di  bronzo,  che  tengono  alti  gli  avambracci,  ed  hanno  un  anello  fisso  in  cima  al 
capo:  sono,  probabilmente,  sommità  o  manici  di  auriscalpi,  o  di  simili  utensili.  Ausa 
di  bronzo  a  penna,  di  capeduucola.  Pallottolina  di  bronzo  con  la  gorbia  per  inserirvi 
un  manico,  e  caviglia.  Paletti  na  di  ferro.  Asticelle  di  bronzo  (due),  attorniate  da 
cerchi  in  rilievo  e  sormonta  e  da  larga  capocchia,  foggiata  a  cappello  chinese.  Pezzi 
(tre)  di  lamina  di  bronzo,  forse  appartenenti  ad  una  cista  o  ad  una  situla.  Pezzo  di 
larga  e  grossa  striscia  di  bronzo,  tutta  scanalata.  Pezzi  (due)  di  aes-rude, vmo  grande, 
ed  uno  piccolo. 


—  445  — 

g)  Sesioni  (otto)  coniche  di  ambra,  di  una  grande  fibula.  Grani  ili  smallo 
(cinque)  di  fibula.  Pusaiuole  (quattro)  d'argilla,  di  forme  diverse. 

//)  Porzione  di  strumento  da  suono  di  bronzo  a  sezione  di  campana,  con  zone 
a  zig-zag  in  rilievo,  su  l'ondo  a  spessiseime  strie  orizzontali  parallele  ;  quelle  zone 
sono  tramezzate  da  altre  strette  con  serpentelli  impressi  a  punzone.  Pezzo  di  sezione 
conica  d'ambra,  di  fibula.  Pezzo  di  aes-rude.  Piccole  monete  romane  (tre)  di  bronzo, 

corrose. 

i)  Grossa  armilla  diverga  cilindrica  di  bronzo,  scanalata  longitudinalmente. 
Altra  simile  armilla,  ma  non  scanalata.  Armilla  di  verga  quadrangolare  di  bronzo,  non 
molto  grossa.  Pezzi  (sei)  di  grosse  armille  di  verga.  Fibule  (cinque)  di  lamina  di 
bronzo.  Fibule  (cinque)  massicce  di  bronzo  piccole,  una  delle  quali  carenata.  Molti 
frammenti  d'altre  fibule  di  bronzo.  Orecchia  di  bronzo,  di  un  vaso,  con  anello  gire- 
vole. Oggetto  di  bronzo  della  forma  di  una  piccola  ciambella  (diametro  mill.  42), 
con  attorno  sette  borchie  massicce  sporgenti,  e  in  cima  un  grosso  anello  fisso.  Lunga 
tamia  scanalata  di  bronzo ,  con  grosso  bottone  alle  estremità  :  in  tre  pezzi.  Due 
grandi  pezzi  di  verga  piatta,  di  bronzo.  Grandissima  e  pesante  pallottola  di  smalto 
molto  compatto,  per  ago  crinale.  È  azzurra  con  circoli  concentrici  e  circoli  semplici 
incavati  profondamente  e  riempiti  di  smalto  giallo,  ed  è  la  più  grande  e  più  fina 
eh'  io  conosca.  Oggetto  di  smalto  celeste  e  giallo,  alterato  dal  fuoco.  Due  cilindri 
d'argilla  con  capocchie  :  sono  differenti,  ed  uno  ha  cinque  serpentelli  impressi  in  ogni 
capocchia. 

/,)  Molti  frammenti  di  lamina  di  bronzo  di  una  cista,  ornati  di  borchiette  a 
sbalzo.  Manici  (quattro)  di  bronzo,  semicircolari  e  girevoli,  a  cordone  spirale,  di  due 
sitale.  Grandi  manici  (tre)  di  bronzo  pressoché  orizzontali,  di  due  ciste.  Ansa  di 
bronzo  di  capeduncola. 

/)  Fibula  di  bronzo  grossa,  massiccia.  Fibula  massiccia  di  bronzo,  quasi  piatta 
e  stretta.  Fibule  (due)  massicce  sottili.  Scheletro  di  fibula,  che  sarà  stato  ornato  di 
sezioni  d'osso,  con  ambre  incastonate.  Frammenti  di  bronzo.   Fuseruola  d'argilla. 

m)  Frammento  di  oggetto  di  bronzo  da  suono,  a  sezione  di  campana,  con  zone  a 
zio-zao-  in  rilievo  ecc.,  come  altro  descritto.  Grossa  armilla  di  verga  quadrangolare  di 
bronzo.  Fibula  di  bronzo  a  girigogoli,  con  pallottoline  peduncolate.  Fibula  grande 
di  bronzo,  a  sanguisuga.  Frammento  di  cinturone  di  bronzo.  Grande  ago  di  bronzo, 
con  grande  cruna  quadrilunga.  Ansa  di  bronzo  a  penna,  di  capeduncola.  Chiodo  di 
bronzo,  con  grande  capocchia  convessa.  Fuseruola  d'argilla. 

n)  Grande  strumento  da  suono,  di  bronzo,  a  sezione  di  campana,  tutto  traforato 
finamente  ;  nel  contorno,  a  triangoli  intersecati,  sicché  rimane  frammezzo  un  listello  a 
zig-zag;  nella  parte  centrale  il  traforo  è  a  rombi,  e  il  listello  rimastovi  frammezzo  è  pure 
a  rombi.  Quasi  tutti  i  57  trafori  sono  tuttavia  riempiti  di  pezzi  d'ambra.  La  fascia 
esterna  è  ornata  di  serpentelli,  impressi  a  punzone.  Tutto  ciò  eseguito  con  una  esattezza 
ammirabile,  onde  questo  oggetto  è  il  più  bello  e  il  più  conservato  d'ogni  altro  di  tal 
genere,  trovato  nei  sepolcreti  bolognesi.  Come  sarà  stato  splendido,  quando  il  bronzo 
era  smagliante,  quasi  come  l'oro,  e  l'ambra  rutilante  quasi  come  un  rubino!.  Sua 
mazzuola  di  bronzo  tutta  incisa  attorno  di  gruppi  di  finissima  strie  parallele,  alter- 
nate da  dieci  fasce  liscie:  mancano  le  sferoidi  alle  estremità  :  è  elegantissima  ed  ha 


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magnifica  patina.  Amiilla  di  verga  cilindrica  di  bronzo,  striata  longitudinalmente  ; 
le  estremità  sono  ornate.  La  maggior  parte  di  una  molto  grande  e  grossissima  ar- 
milla,  di  lamina  di  bronzo.  Armilla  molto  notevole,  anche  per  l'ottima  tecnica:  è 
formata  da  un  largo  cerchio  di  lamina  di  bronzo,  con  gli  orli  piegati  ad  angolo  retto, 
che  tengono  incastonati  dei  parallelepipedi  di  ambra,  alternati  con  parallelepipedi  di 
osso  a  circoli  concentrici,  dentro  i  quali  è  intarsiato  un  cerchiello  d'ambra  con  ese- 
cuzione perfetta,  adoperatovi  il  trapano  girevole  o  gallico.  Fibula  di  bronzo  a  lungo 
astuccio,  ornata  longitudinalmente  a  bulino  e  a  punzone.  Fibula  di  bronzo  a  lungo 
astuccio,  piccola  e  liscia.  Fibula  di  bronzo,  piccola  e  corpulenta.  Fibula  grande, 
di  smalto.  Scheletro  di  fibula,  nel  cui  arco  rimangono  alcuni  dischetti  d'  ambra. 
Frammenti  di  una  piccola  cista  di  bronzo,  ornata  a  sbalzo.  Coppa  di  bronzo  con 
piede  di  lamina  stretta,  divergente  nelle  due  estremità.  Altro  piede  consimile,  i 
quali  due  e  la  coppa,  riscontrano  perfettamente  coli'  utensile  a  due  coppe  situate  sopra 
una  lamina  pressocchè  quadrata,  pubblicato  nella  mia  descrizione  degli  scavi  fatti  dal 
sig.  Arnoaldi;  tav.  Vili,  fig.  1.  Frammenti  di  una  grande  urna  fìttile,  ornata  di  spessi 
cordoni  orizzontali,  e  di  anse  fatte  a  mammella.  Fu  detto,  ed  è  probabile,  che  i  bronzi 
di  questo  gruppo  erau  dentro  ad  essa  urna. 

o)  Fibula  massiccia  di  bronzo  a  girigogoli,  con  pallottoline  peduncolate. 

■p)  Armilla  grande  di  verga  cilindrica  di  bronzo,  con  le  estremità  rastremate. 
Fibula  grande  di  bronzo  a  girigogoli,  con  pallottoline  peduncolate.  Lama  larga  di 
coltello  di  bronzo.  Manico  di  bronzo,  elegante,  di  esso  coltello.  Altra  lama  di 
coltello  di  bronzo,  con  cavigliette.  Suo  manico  elegante  di  bronzo.  Due  grosse  anelle 
di  bronzo,  forse  da  bardatura.  Ansa  di  bronzo,  a  penna,  di  capeduncola.  Due  pezzi 
di  un  oggetto  di  bronzo  biforcato,  con  diramazioni  laterali  puntute,  a  guisa  di 
palco  cervino;  credo  sia  oggetto  nuovo.  Testina  massiccia,  di  bronzo,  di  leone  a 
bocca  aperta  e  pertugiata,  con  due  strette  appendici,  una  in  alto  una  in  basso,  da 
infiggere:  è  uguale  ad  alcune  che  ornavano  una  cista  etrusca  foderata  di  legno,  degli 
scavi  De  Lucca.  Testina  di  capro  con  corna  ammoniche,  munita  anch'  essa  di  due 
appendici  puntute,  in  cui  è  una  caviglietta,  ed  un  foro  per  altra  caviglietta.  Queste 
due  testine,  di  lavoro  certamente  etrusco,  hanno  un  particolare  interesse,  essendo  state 
trovate,  bensì  all'arsenale,  ma  presso  il  colle,  cioè  presso  il  lembo  della  villa  Fa- 
vorita, di  proprietà  della  principessa  Hoheuzollern-Pepoli,  alla  profondità  di  quattro 
metri.  E  dimostrano  che  là  ci  sono  sepolcri  etruschi,  i  quali  si  congiungono  con  gli 
arcaici. 

q)  Vaso  ovale,  grande,  romano,  di  argilla  rossiccia  di  pochissimo  spessore,  ma 
elegante.  Ha  una  sola  ansa  larga  e  piatta,  fatta  a  7:  il  collo  stretto,  imbutiforme, 
con  fascia  sporgente  in  cima.  Lucerne  (tre)  di  argilla  molto  fina,  con  grande  rosone 
nel  mezzo  in  rilievo  nitidissimo,  e  tutti  tre  variati.  Lucerna  d'argilla  finissima,  con 
in  mezzo  un  Genietto  alato  in  rilievo,  che  tiene  simboli  in  ambedue  le  mani:  il  bec- 
cuccio della  lucerna  è  ornato.  Lucerna  fittile  col  beccuccio  ornato;  manca  la  parte 
mediana  superiore.  Lucerna  fittile  con  la  marca  : 

AGILIS 
F 


—  447  — 

II.  Faenza  —  Verso  la  fine  di  novembre  scorso,  scavandosi  una  fogna  nel  vi- 
colo Pescherie  in  Faenza,  alla  profondità  di  poco  meno  che  2  metri,  fu  rimesso  in 
luce  un  pavimento  in  musaico  a  tasselli  di  breccia  veronese ,  di  giallo  di  Siena  ,  e 
d'Istria.  Fu  levato  a  grandi  pezzi,  a  cura  del  Comune,  che  lo  ha  fatto  collocare  nel 
gran  corridoio  della  pinacoteca  faentina.  Giaceva  sopra  uno  strato  di  mattoni  spez- 
zati   di  terra  rossa  cupa;  e  se  ne  cavarono  m.  3  e  mezzo  circa  per  circa  m.  3. 

Il  disegno  è  regolarissimo,  accuratamente  condotto  in  meandri,  tondi,  punte,  cro- 
cette e  zig-zag.  Non  vi  è  nessun  simbolo  o  figura. 

Tanto  risulta  dalla  relazione  dell'ispettore  cav.  Busmanti,  che  si  recò  sul  luogo 
della  scoperta  per  incarico  del  Ministero. 

Regione  VII.  (Etruria) 

III.  Magione  —  Nel  fondo  la  Rocca,  tra  il  castello  di  Zocco  ed  il  villaggio 
di  s.  Feliziano,  a  quattrocento  metri  circa  dalle  sponde  dal  Trasimeno,  il  sig.  Kiccardo 
Pompili,  proprietario  del  terreno,  in  occasione  di  lavori  agricoli  trovò  un  piccolo  busto 
in  agata,  rappresentante  un  antico  personaggio,  che  ricorda  il  tipo  in  cui  gli  scrittori 
di  iconografia  riconoscono  raffigurato  il  grande  oratore  di  Arpino.  Il  busto  è  alto  circa 
in.  0,12,  ed  ha  una  scheggiatura  nel  petto.  L'esecuzione  artistica  non  è  finissima. 

Nella  località  medesima,  coperta  da  annosi  ulivi,  veggonsi  sparsi  nel  suolo  ab- 
bondanti rottami  fittili ,  indizio  di  antiche  costruzioni.  Vi  si  raccolsero  anche  delle 
monete. 

IV.  Perugia  —  Nota  dell'ispettore  prof.  Luigi  Carattoli. 

In  una  mia  escursione  a  Monte  Scosso,  a  sei  chilometri  circa  da  Perugia,  nella 
villa  del  cav.  Ricci,  ebbi  opportunità  di  esaminare  parecchie  urne  etnische  in  traver- 
tino ,  le  quali  trasportate  là  in  varie  epoche ,  mi  si  assicurò  dai  proprietarii  e  dai 
coloni,  essere  provenienti  da  Menterone  e  dal  terreno  attiguo  al  pubblico  cimitero,  a 
un  chilometro  circa  della  città.  Esaminata  la  pubblicazione  del  Vermiglioli  (Iscrizioni 
ri, ■Hsclie  e  romane),  non  mi  fu  dato  riscontrarvi  le  epigrafi  in  esse  scolpite;  ritornato 
pertanto  nella  suddetta  località,  presi  in  accurato  esame  i  bassorilievi  e  le  epigrafi,  e 
ne  ebbi  il  risultato  seguente. 

1.  In  coperchio  triangolare  di  urna,  la  quale  ha  e  nel  coperchio  e  nel  prospetto 
dei  banchetti  funebri  : 

>IAH3 va  -aqi)  VA 

2.  Alla  base  del  coperchio  triangolare  di  urna,  la  quale  ha  nel  prospetto  un  rosone 
con  scudi  rovesciaci  : 

M3qi)-iq)Am-itfl8A}-3 

3.  Alla  base  di  coperchio  triangolare  di  urna ,  la  quale  ha  nel  prospetto  una 
Medusa  con  due  rosoni  ai'  fianchi  : 

■3tfl  -flj-gq-iaqzA)  fio 


—  448  — 

4.  Alla  base  di  coperchio  triangolare  di  urna,  la  quale  ha  nel  prospetto  un  ro- 
sone con  due  scudi  rovesciati: 

«^l  +  fl8ftÌ>Vfl-3///D-Vfì 

5.  In  un  coperchio  triangolare  di  urna,  la  quale  ha  nel  prospetto  un  banchetto 
funebre  : 

]Ofì/VHflltA8AD-///D 

6.  Alla  base  di  coperchio  triangolare,  ed  al  prospetto  dell'urna,  ove  sono  i  soliti 
scudi  rovesciati: 

ltAH34A3-n-rt2fì8 

7.  Nella  base  di    coperchio,  con  figura  recumbente  e  con  il  mostro,   scritta  nel 
prospetto  : 

4fìHnvfì-3qo-qfì 

8.  Alla  base  di  coperchio  triangolare  di  urna,  la  quale  ha  nel  prospetto  un  ro- 
sone con  due  scudi  rovesciati: 

M  3 1 0  •  fl  I  fD 

9.  Doppia  iscrizione,  l'ima  nel  coperchio  triangolare  e  l'altra  nel  prospetto,  ove 
sono  due  scudi  con  festone: 

4fìifì>qfl-3<ii)-q.fl 

N)3V-!fl  fìlrlfìO 

10.  Nel  prospetto  di  urna,  ove  insieme  con  l'iscrizione  è  rappresentato  un  guer- 
riero su  cavallo  marino: 

MaiD-l3>Mfl2/// 

11.  Nel    coperchio    triangolare  di  urna,  la  quale   ha  nel  prospetto    una    toilette 
muliebre  : 

fì+qaoi  » 


Nota  del  comm.  Gamurrini  sopra  le  urne  etnische  qui  riferite. 

Le  urne  etnische  trasportate  da  Monterone  presso  Perugia  nella  villa  del  cav. 
Ricci  a  Monte  Scosso,  e  che  colle  loro  epigrafi  si  pongono  ora  in  luce  dal  prof.  L.  Ca- 
rattoli,  sembrano  provenire  tutte  da  uno  stesso  sepolcro,  appartenente  alla  famiglia 
Cina.  Ciò  si  manifesta  da  un  certo  ordine  genealogico,  in  cui  sono  legati  i  diversi 
nomi  incisi  nelle  urne  cinerarie. 

Nel  rintracciarlo  attentamente,  vi  discopriamo  che  il  capo  di  famiglia,  il  quale 
fece  porre  il  sepolcro,  fu  come  dice  l'iscrizione  1:  Au.  Ciré.  Ah....  evial:  cioè,  Aulo 
Cirio  figlio  di  Aulo,  e  di  una,  il  cui  nome  terminava  in  evial,  che  altro  non  ci  rimane. 


—  449  — 

Costui  tolse  in  moglie  una  Gafatia,  del  ramo  della  Mar, 'in.  per  distinguer.-:  da 
qualche  altro  ramo  di  quella  famiglia,  molto  estesa  nel  perugino,  cioè:  V.  Gufati. 
Macri.  Ciro*  (2).  Traeva  essa  il  suo  prenome  Velia  dal  padre  suo  Velio  Gafatio, 
come  dimostra  l'urna  della  madre,  cioè  della  suocera  di  Aulo  Cirio,  che  era  una 
Tkana  Gasreia,  u  forse  meglio  Gaspreia,  famiglia  nota  fra  le  perugine,  la  quale 
urna  reca  l'iscrizione  segnata  nel  n.  3.    Tito.  Gasrei.  Ve  Ga{f)ate{s'). 

Da  Aulo  Cirio  e  da  Velia  Gafatia  vennero  due  figli;  l'uno,  il  maggiore,  cullo 
stesso  prenome  del  padre:  A».  C(ir)e.  Ah.  Gafati{al)  (4).  L 'altro,  col  prenome  man- 
cante nel  sasso,  ma  che  probabilmente  è  quello  di  Arante  (Ar?).  Ci(re).  Cu  fai  ini 
S'atL...  (5). 

Aulo  sposò  una  Fastia  Vibia,  la  quale  famiglia,  come  molto  numerosa,  si  distin- 
gueva nel  ramo  della  Gapenatia,  forse  perchè  anticamente  provenuto  da  Capena:  Fasti. 
Vi.  Gapenati  (6).  La  Tibia,  è  solo  indicata  colle  sue  iniziali  di  Vi,  che  così  si  usava 
sovente  nei  nomi  più  conosciuti. 

Da  loro  due  proviene  il  figlio  Arante:  Ar.  Ciré.  Au.  Vipial  (7).  Il  quale  Arante, 
se  non  fu  suo  zio,  di  cui  sopra  si  è  accennato,  ebbe  per  moglie  una  Caia,  cioè:  Gaia 
Gires  (8).  Da  tale  matrimonio  nacque  un  Arante,  che  si  nomina  nel  duplice  ossuario, 
il  quale  conteneva  pure  le  reliquie  della  sua  consorte  :  Ar.  Ciré.  Ar.  Coiai  — 
Thania.  Ai.    Vedi.  (9). 

Non  so  se  più  maturo  esame  porti  a  riconoscere  in  questa  iscrizione,  che  il  fa- 
migliare IA,  sia  invece  lì  per  Vibia  del  ramo  di  Vedi,  vale  a  dire  l'antica,  se  non 
vogliamo  supporre,  come  apparisce  dal  calco,  che  manchi  la  lettera  precedente  ;  nel 
qual  caso  ben  si  supplisce  col  famigliare  di  Gaia. 

Un'altra  donna,  la  Papleia,  fu  sposata  ad  un  Cirio:  Paplei  Gires  (10).  Ma  di 
questi  nel  sepolcro  non  si  nota  la  successione. 

L'ultima  epigrafe  che  ci  rimane  nei  segni  ....  itherta  (11),  è  così  manchevole, 
che  non  merita  esame. 

Dall'insieme  però  abbastanza  s'intende,  che  le  urne  di  Monterone  si  trassero  da 
un  solo  sepolcro,  la  cui  famiglia,  o  la  Ciria,  apparisce  ora  la  prima  volta  nell'etnisca 
epigrafia. 

V.  Civitelk    d'  Ama   (Frazione  del  Comune  di  Perugia). 

Nel  fondo  Osteria  del  sig.  Giuseppe  degli  Azzi,  nel  teritorio  di  Civitella  d'Ama, 
proseguirono  le  ricerche,  delle  quali  si  disse  nelle  Notizie  dello  scorso  mese  (p.  411)  ; 
e  si  ebbero  i  rinvenimenti  che  seguono,  secondo  le  informazioni  sommarie  finora 
ricevute. 

Nell'ultima  settimana  di  novembre  si  trovò:  una  sedia  di  bronzo,  un'anfora  fittile, 
due  lacrimatoi  pure  fittili,  una  lucerna  di  terra  cotta,  e  vari  frammenti  di  avorio. 

Nella  prima  settimana  di  decembre,  furono  poi  scoperte  sei  urne  di  travertino, 
tre  delle  quali  liscie  e  rotte,  e  altre  tre  lavorate  ;  una  con  un  serpe  ed  un  putto  di 
prospetto,  altre  due  con  fogliami.  Si  rinvennero  pure  varii  coperchi  di  urne  ,  per  lo 
più  lisci,  e  che  non  sembrano  appartenere  alle  urne  sopra  ricordate,  eccetto  due  sol- 
tanto. Non  mancarono  altri  pezzi  di  urne  di  pietra  così  detta  morta,  senza  alcun  lavoro 
od  ornato. 


—  450  — 

VI.  Allumiere  —  Nota  dell'ispettore  barone  Klitsche  de  la  Grange. 

In  lina  precedente  relazione  inserita  nelle  Notìzie  1886,  p.  156,  in  occasione  del 
ritrovamento  di  un  gruppo  di  tombe  doliari ,  nelle  adiacenze  della  miniera  Provvi- 
denza (territorio  di  Allumiere),  accennai  al  supposto  di  un  antico  centro  abitato  della 
prima  età  del  ferro,  situato  alla  cima  o  alle  falde  della  vicina  altura  di  Monte-Ro- 
vello; altura,  che  circuita  tutto  all'intorno  da  più  basse  colline,  sorge  come  dal  mezzo 
di  un  triangolo  equilatero,  determinato  dai  noti  sepolcreti  della  Possa,  dalle  tombe 
del  Carmpaccio,  e  dalle  sepolture  nel  dolio  presso  la  miniera  Provvidenza. 

Erami  sopratutto  di  conferma  in  tal  supposto  la  circostanza  del  ritrovamento  di 
certo  strato  terroso,  frammisto  a  carboni ,  frammenti  fittili  del  tipo  di  Villanova ,  e 
gran  copia  di  ossami  di  pecora,  che  già  da  vario  tempo,  facendosi  alcuni  lavori  agri- 
coli, era  stato  da  me  osservato  sul  fianco  orientale  dello  stesso  monte  (cf.  Notizie 
1.  e).  Il  quale  strato  ,  e  per  la  sua  composizione  e  per  la  sua  giacitura ,  inclinato 
come  appariva  in  45°  sotto  l'orizzontale,  mostrava  all'evidenza  una  formazione  avven- 
tizia, dovuta  a  scarico  di  immondizie  e  rifiuti  di  pasto ,  provenienti  da  sovrapposta 
stazione  abitata. 

Parevami  inoltre  non  inverosimile  congettura ,  che  in  dipendenza  dello  stesso 
centro  abitato,  fosse  altresì  un'  antica  fonderia  di  metalli ,  le  cui  traccie  furono  già 
da  me  constatate  in  quelle  vicinanze  (Notizie  1885,  ser.  4a.  voi.  I,  p.  597;  Bull. 
List.  1885,  p.  207). 

Se  non  che,  in  suolo  montuoso,  quanto  mai  frastagliato  da  boschi,  roveti  o  da 
brughiere  pressoché  impenetrabili ,  sarebbe  stato  ben  difficile  poter  riconoscere  il 
posto  dei  primitivi  abituri,  ove  non  si  fosse  dato  il  caso  di  un  disboscamento  ,  allo 
scopo  di  porre  a  cultura  la  parte  superiore  del  monte.  Scomparsa  quindi  la  fitta  bo- 
scaglia, che  ne  rivestiva  la  vetta,  apparve  una  breve  spianata,  perfettamente  orizzon- 
tale, di  forma  ellissoide,  lunga  secondo  l'asse  maggiore  m.  35,00  e  larga,  nel  senso 
dell'asse  minore,  m.  28,00.  Non  vi  ha  dubbio  che  siffatta  spianata,  quale  essa  trovasi , 
all'  altezza  di  m.  365  sul  livello  del  mare,  è  tutta  di  opera  artificiale,  essendoché  tra 
formazioni  trachitiche,  quali  sono  appunto  i  monti  delle  Allumiere,  formazioni  carat- 
teristiche per  la  loro  foggia  di  coni  o  cupole,  non  si  riscontra  esempio  alcuno  di  monti 
terminati  a  piattaforma. 

La  mano  dell'uomo  mozzando,  per  così  dire,  la  sommità  di  quella  prominenza, 
dovette  rimuovere  ingenti  massi  rocciosi,  che  per  quanto  sembra,  come  in  piccol  nu- 
mero tuttora  si  trovano,  furono  drizzati  intorno  al  ciglio  della  spianata.  E  forse  era 
quivi  il  punto  difensivo,  specie  di  acropoli,  intorno  a  cui  scendendo  lungo  il  declivio 
del  monte,  erano  sparsi  i  primitivi  abituri. 

Da  questa  più  alta  spianata,  a  più  basso  livello  di  circa  m.  7,00,  sottoposto  a 
guisa  di  scaglione,  trovasi  poi  un  secondo  ripiano,  la  cui  irregolare  configurazione 
misura  m.  35  di  lunghezza  per  m.  20  di  larghezza.  E  qui  pure  il  lavoro  umano  evi- 
dentemente apparisce,  dal  taglio  della  roccia  pressoché  verticale  tra  questo  ripiano  e 
l'altro  superiore.  Laonde  dietro  tali  dati,  bastantemente  positivi  per  la  ricognizione 
del  posto  di  antico  centro  abitato  ,  nella  speranza  di  poter  rinvenire  qualche  fondo  di 
capanna,  feci  rimuovere  gran  tratto  di  suolo  sopra  ambedue  le  spianate  testé  descritte. 
Ma  le  mie  ricerche  riuscirono  del  tutto  vane;  dappoiché,  come  seppi  in  appresso,  oltre 
quarant'  anni  or  sono,  quei  terreni,    già    stati    altra    volta  posti  a  cultura .  e   poscia 


—  451  — 

abbandonati,  nuovamente  rimboschiivuio.  Rinvenni  per  altro,  in  moltissimi  punti,  a  .-• 
profondità  dalla  superficie,  un  terriccio  nerastro  disseminato  di  carboni,  frammenti  di 
roccia,  calcinati,  come  se  avessero  servito  ad  uso  di  focolari,  e  gran  copia  di  rottami 
fittili  del  tipo  di  Yillanova,  associati  ai  quali  erano  altri  rottami  di  più  grossolano 
impasto,-  appartenuti  a  larghi  dischi  di  terra  cotta,  perforati  da  una  moltiplicata  di 
fori  circolari,  del  tutto  simili  a  quelli  già  rinvenuti  presso  la  miniera  Provvidenza 
{Notizie  1886.  p.  15,;}. 

\)r\  resto  tra  siffatta  congerie,  frammiste  alla  quale  sptesfè'tì  rinvenni  anche  osmi 
di  bove  e  di  pecora,  non  comparve  indizio  alcuno  che  potesse  dar  luogo  al  supposto 
di  antiche  e  manomesse  tumulazioni.  Non  una  di  quelle  consuete  urne  di  tufo,  non 
un  solo  di  quei  soliti  lastroni  calcari,  onde  si  compongono  le  più  povere  tombe  locali 
foggiate  a  guisa  di  cassettoni.  Escluso  quindi  il  supposto  di  un'area  cemeteriale,  che 
non  potrebbe  ammettersi,  die  a  tale  uopo  fosse  stato  praticato  ingente  taglio  nella 
roccia,  sorge  spontanea  l'idea  che  quivi  stessero  le  abitazioni  di  quelle  vetustissime 
"enti  che  seppellivano  i  loro  defunti  nei  vicini  sepolcreti  della  Pozza,  del  ÒhWpàcói'o, 
e°  della  miniera  Provvidenza. 

Le  quali  abitazioni  non  sembra  peraltro  fossero  limitate  alla  parte  superiore  del 
monte,  essendoché  in  seguito,  continuamente  esplorando  i  nuovi  lavori  agricoli,  che 
man  mano  si  estendono  sino  alle  più  basse  falde  del  monte  Rovello  ,  in  vari  altri 
punti  ho  bensì  potuto  constatare  la  stessa  miscela  di  frammenti  fittili  e  carboni,  che 
saltuariamente  ad  intervalli  appariva  a  maggiore  o  minore  profondità  di  suolo,  come 
ad  indicare  il  posto  delle  primitive  capanne. 

Regione  I.  (Latuttn  et  Campania) 

VII.  PiOma   —   Nella  città  e   nel   suburbio   avvennero   le   scoperte   seguenti, 

descritte  dal  prof.  G-.  Gatti. 

Regione  IL  Presso  la  chiesa  di  santo  Stefano  Rotondo  eseguendosi  alcuni  movi- 
menti di  terra,  è  tornata  in  luce  un'  antichissima  condottila,  che  passa  sotto  gli 
;:rchi  dell'acquedotto  Claudio.  È  costruita  con  grandi  parallelepipedi  di  tufa,  aventi 
nel  mezzo  un  foro  circolare,  pel  quale  correva  l'acqua. 

Nella  già  villa  Casali,  gli  sterri  eseguiti  entro  l'area  occupata  dall'  antico  edificio 
privato,  di  cui  fu  detto  nelle  Notizie  del  mese  precedente  (p.  41(3),  hanno  fatto  recu- 
perare questi  oggetti:  frammento  di  incerto  gruppo  marmoreo;  piccolo  avanzo  di  un 
gruppetto  in  terracotta;  grosso  puntale  di  ferro;  un  manico  d'osso  per  coltello;  uno 
spillo  d'ago  con  testina;  alcune  lucerne  e  monete  assai  commimi. 

Regione  IV.  Presso  il  sito,  ove  la  nuova  via  Cavour  s'incontra  con  la  via  del- 
l'Agnello, a  circa  sei  metri  di  profondità  dal  piano  stradale,  si  è  trovato  il  pavi- 
mento di  un'  antica  strada,  la  quale  sembra  dirigersi  verso  la  basilica  di  Costantino. 
Ivi  stesso  si  scorgono  avanzi  di  un  mmaglione,  costruito  a  grandi  massi  rettangolari 
di  travertino,  e  perpendicolare  all'asse  dell'antica  via. 

Demolendosi  nell'  istesso  luogo  un  casamento,  e  stato  raccolto  il  seguente  frammento 

Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  LI.  57 


—  452  — 

epigrafico,  con  caratteri  degli  ultimi  tempi  repubblicani,  ed  inciso  su  lastrone  di  tra- 
vertino, con  cornice: 

IARCTvS^OER 
VLEIAOL  OS 
VA 


Regione  VII.  I  lavori  pel  nuovo  quartiere,  che  si  viene  costruendo  nella  già 
villa  Ludovisi,  a  poca  distanza  dalla  porta  Pinciana,  hanno  messo  allo  scoperto  due 
colonne  di  cipollino  del  diametro  di  ìu,  0,65,  lunghe  m.  4,92.  Sono  intiere,  ma  fuori 
di  posto,  essendo  collocate  1' ima  presso  l'altra  orizzontalmente  sul  terreno.  A  lato  di 
esse  giace  un  pezzo  di  grande  cornicione  marmoreo. 

Regione  Vili.  Sulla  piazza  della  Consolazione,  ricostruendosi  il  casamento  che 
sta  di  fronte  alla  chiesa  e  sull'angolo  con  la  via  di  s.  Giovanni  Decollato,  è  stato 
ritrovato,  alla  profondità  di  tre  metri  dal  livello  stradale,  un  grande  parallelepipedo 
di  travertino,  rotto  in  vari  pezzi,  della  lunghezza  totale  di  m.  0,94X0,58X0,40.  Vi 
si  legge  il  seguente  avanzo  d' iscrizione  : 


)  / 
^.DELPVS  •  REGVS  •  METADATI  ■  F 

T  •  SOCIETATIS  •  ERGO  ■  QVAE  •  IAM 


Q2ì 


T  •  LEGATI  ■  COIRAVERVNT 
1ES-MAHEI-F 

DFTATriP  KAI  <M AAAEA<PO£ 
OY  TON  AHMON  TON 
ZYMMAXON   AYTOY 
ENEKENTHZEIZAYTON 
\NOYL    TOY    NAIMANOYZ 


(DI/ 
PIO 


Confrontando  questo  frammento  epigrafico  con  altri  analoghi,  editi  nel  6.  I.  Gr. 
5880,  5881,  5882^,5  (=  C.  I.  L.  I,  587-589;  VI,  372-374),  è  chiaro  appartenere 
esso  alla  serie  di  quelle  iscrizioni,  che  dopo  la  guerra  Mitridatica  furono  dedicate  sul 
Campidoglio  dai  legati  di  vari  popoli  dell'Asia,  coi  quali  i  Romani  avevano  conchiuso 
trattati  di  alleanza.  I  caratteri  dell'  iscrizione  convengono  perfettamente  all'  età  sillana. 

Dal  cavo  per  la  fondazione  del  casamento  predetto,  proviene  un  frammento  di 
lastra  marmorea,  su  cui  si  legge  : 


d 


tis  fé 
e  t  s 
tis  l 


M 
D  I  A 
CI  T 


•     S     • 

ERO 

S  I  B  I- 


VI  S  •  LIBE  R 
IBERTABVS 
quo  ffQSTERIS  QV 

e  o  r  u  m 


Regione  IX.  Dalla  demolizione  di  una  casa  presso  via  Rua,  proviene  un  piccolo 
cippo  marmoreo,  mancanti'  della  parte  inferiore.  Nel  listello  rimangono  soltanto  le 
lettere  della  dedicazione  sepolcrale: 

D    _M_ 

Regione  XIV.  I  lavori  per  la  fondazione  di  un  edificio  scolastico,  che  il  Comune 
di  Roma  sta  fabbricando  in  prossimità  del  monastero  di  s.  Cecilia,  hanno  rimesso  alla 
luce  un  grande  recipiente  circolare  di  bronzo,  in  forma  di  caldaia,  assai  ben  conser- 
rato, né  giammai  sottoposto  all'azione  del  fuoco.  Il  diametro  è  di  m.  1,20  e  l'altezza 
di  m.  0,47,  verso  la  metà  della  quale  si  apre  un  foro  circolare  (diam.  m.  0,085).  Le 
grosse  lastre,  che  ne  formano  il  corpo,  sono  tre,  inchiodate  l'ima  sull'altra  alle  estre- 
mità :  il  fondu  sembra  tutto  di  un  solo  pezzo.  Sul!  orlo  superiore  gira  tutt'  attorno 
una  lamina  enea,  larga  m.  0,15,  fermata  anch'  essa  con  chiodi,  e  ripiegata  orizzon- 
talmente, in  modo  da  formare  un  bordo  sporgente  per  m.  0,08  verso  l'interno  del 
recipiente. 

Via  Appi  a.  In  contrada  Frattocchie,  nella  vigna  dei  fratelli  Giuseppe  ed 
Antonio  Vitali,  al  miglio  dodicesimo  della  via  Appia  Nuova,  facendosi  le  fondamenta 
di  una  casa  rurale,  si  scoprì  nella  prima  metà  di  dicembre  una  statua  marmorea  alta 
m.  1,94,  con  la  testa  distaccata  per  rottura  del  marmo,  e  colle  braccia  rotte.  Rap- 
presenta forse  la  Giulia  di  Tito  sotto  le  sembianze  di  Venere,  nel  noto  tipo  della  Ve- 
nere Medicea,  o  Capitolina.  A  destra  della  statua  restano  sulla  base  i  piedi  di  un 
Amorino.  Il  lavoro  non  è  eccellente,  e  mostra  aver  subito  i  danni  dell'atmosfera. 

Unitamente  fu  raccolto  un  frammento  di  scultura  marmorea,  cioè  una  base  coi 
piedi  di  una  statua,  ed  un  sosteguo,  a  cui  la  statua  si  doveva  appoggiare. 

Fu  pure  recuperato  un  pezzo  di  lastra  di  marmo,  nella  quale  si  legge  il  resto 
epigrafico  sepolcrale  : 

Aa 

/E  STO 
\tITITI     sic 

In  un  mattone  quivi  pure  trovato,  si  vede  il  bollo  circolare: 

OP  •  DOL  EX  PRAED 
FAVST  AVG  N 
pigna 
cfr.  Marini  n.  114  a*  nota  2. 

Proseguite  le  indagini,  si  rinvenne  il  29  dicembre  un  torso  marmoreo  molto  dan- 
neggiato dalle  ingiurie  del  tempo,  che  probabilmente  appartiene  alla  base  ed  agli 
altri  frammenti  di  statua  superiormente  descritti. 

Via  Portuense.  In  una  vigna  posta  sulla  collina  di  Monte  Verde,  contrada 
Pozzo  Pantaleo,  ad  un  chilometro  e  mezzo  dalla  porta  Portese,  cavandosi  alcuni  tufi 
per  costruire  una  casa  rustica,  sono  state  ritrovate  le  seguenti  iscrizioni,  incise  con 
caratteri  del  terzo  secolo  volgente  al  quarto. 


—  454  — 
Lastra  di  marmo,  di  m.  0,45X0,34: 

n  m 

AVRELIVS • NICE 
TA  •  AVRELIAE  •  AELI 
ANETI    FILIAE  •  BENE 
MERENTI    •    FECIT- 
FOSSOR  •  VIDE  ■  NE 
FODIAS  ■  DEVS-MA 
GNV  OCLV  •  ABET  -VI  sii 
DE-ET  TV-FILIOS-ABES 

Simile,  di  m.  0,30X0,21  : 

D  M 

restvtA  Ale 
theti  con 
ivgi  beneme 
renti  fecit 

Nella  località  medesima,  fu  rinvenuta  l'epigrafe  Amilo  Iallaao  cq.  r.  ec.,  che  fu 
edita  nelle  Noi.  1885,  ser.  4a,  voi.  I,  p.  702  e  per  errore  fu  attribuita  alla  ola  Salarla, 
ì'/a  Pr  e  acni  liia.  Per  la  costruzione  del  primo  tronco  della  ferrovia  Koma-Solmona, 
Menandosi  una  trincea  alla  progressiva  0700  da  Roma,  sono  stati  scoperti  alcuni 
pochi  sepolcri,  formati  da  tegoloni  alla  cappuccina;  ed  un  piccolo  sarcofago  semplice 
in  terracotta,  di  m.  1,12X0,40X0,28.  Questo  era  coperto  con  tegoloni  quadrati,  sui 
quali  è  impresso  il  bollo  di  fabbrica,  edito  nel  volume  del  Marini  Iser.  dollari  n.  259. 
Gli  sterri  hanno  fatto  conoscere,  che  i  sepolcri  erano  in  un'  area  recinta  da  maceria, 
costruita  con  blocchi  di  tufa  e  senza  calce. 

Al  settimo  chilometro  poi,  in  una  cava  di  prestito,  si  sono  rinvenuti  avanzi  di 
mura  reticolate;  le  quali  dal  lato  interno  dovevano  essere  rivestite  d'intonaco  dipinto 
a  vari  colori,  essendosene  trovati  parecchi  frammenti  in  mezzo  alle  terre.  Quivi  si 
raccolse  :  una  grande  anfora,  che  sui  due  manichi  reca  il  bollo  di  fabbrica  ALEXANDE  ; 
tre  altre  della  medesima  forma,  frammentate,  e  piccoli  avanzi  di  simili  vasi  vinarii, 
tra'  quali  un  pezzo  di  grande  dolio,  con  tracce  d'antica  ncommessura  per  mezzo  di 
asticelle  di  piombo. 

Un  piccolo  tratto  dell'  antica  via  Prenestina,  lastricata  con  poligoni  di  selce  egre- 
giamente commessi  fra  loro,  è  stato  osservato  in  una  trincea  al  quarto  chilometro  da 
Roma,  a  m.  1,60  dal  piano  di  campagna. 

Via  Salarla.  Continuandosi  gli  sterri  nel  gruppo  di  antichi  sepolcri  fuori  la  porta 
Salaria,  è  stato  ritrovato  un  cinerario  di  marmo,  in  forma  di  piccolo  sarcofago  (m.  o.iio 
X  0.30X0,20),  contenente  tre  loculi,  ognuno  dei  quali  doveva  esser  chiuso  dal  proprio 
coperchio.  Sulla  fronte,  in  ROHfl&pondenza  dei  tre  loculi,  veggonsi  tre  tabelle  con  cornice, 
destinate  ad  incidervi  i  nomi  dei  sepolti,  che  però  non  vi  furono  giammai  scritti. 

Si  è  pm-e  rinvenuta  una  grande  cassa  di  piombo,  assai  guasta  dal  tempo,  che 
conservava  tuttora  gli  avanzi  di  uno  scheletro,  senza  veruu  altro  oggetto. 


—  455  — 

Oltre  le  iscrizioni  sepolcrali  già  divulgate  nelle  Notizie  di  ottobre  (p.  364  sq.), 
si    sono  avuti  dalle  medesime  escavazioni  i  seguenti  bolli  di  mattoni: 


a)  o         OPVS  DOL  EX  ///  7AVS  AVG  EX  FIG 

PONT  LAN  FESTVS 

palma 

b)  o       EX  PR  AVRELI  CAES  ET  FAVSTIN  AVC 

OPVS  DOL  EX  FICL  PONTI 

L  F  P 


Marini  122* 


Marini  ^■2■.^* 


o  OP  DOL  EX  PR  VMI  QVAD  ET  AN  Marini  131* 

FA/S  EX  FI  AP  SILV  (due  copie) 

testa  di  Itocuaria 

con  borsa  e  caduceo 


d)  o       OP  DOL  EX  PR  AVGG  NN  FIG  DOMIT  Marini  230 

IAN  MAIOR  LANI  PISENTltf  l'I'"'  copie) 

pigna 

e)  ^  Wh  NI  EX  FIG  FL  OPERATE 
///PET  ET  i?RON. 


/')  o 


O  •  D  •  EX  •  PR  •  D  •  L  •  EX  •  OF  •  Q_F  •  A 

L  •  ST  •  QVAD*.  ET  C  C  RVF 

COS 


Marini  -Vii  ' 


g)         o         QVINTILLO  "E  PRISCO  COS  OF  EX 
PR  PLAVTI  AQyiLltf 

O    D 


Marini  522* 


*) 

«a* 

P- AVRELI  ABASCANTI 
R 

0 

□ 

cjEy 

lì 

o 

DOMITIORVM 

m\ 

□ 

C- CASSI  (SRl'i 

ì 

n) 

CD 

TI   CLAVDI 
HERMEROfS 

Marini  694  'J 


Marini  731 


o)         o 


EX  PR/c-  •  T  •  F  ■  AMPLIAI 
F  •  SAL 


456 


]>)         O  A-L-VESIA-MRI 

q)         a  vi  ce  i  a  hi  s  cf.  Marini  1341 

TONJSEI  •  DE  •  FIGLN 

»')  0  fj  V  1  33  1  A 

TONNAI  DE  FIGL 
s)  o  SEX-VIMATI  HIMERI 

Via  Nomentana.  Fondandosi  un  nuovo  edificio  nell'area  della  già  villa  Patrizi, 
sul  lato  destro  della  via  Nomentana,  si  è  rinvenuto  fra  le  terre  un  antico  orologio 
solare  marmoreo.  È  della  consueta  forma  concava,  e  poggia  su  due  mensole 
ricavato  nello  stesso  blocco  di  marmo.  Manca  soltanto  lo  gnomone,  che  era  collo- 
cato nel  punto  ove  convergono  le  linee  orarie. 

In  un  frammento  di  lastra  di  marmo,  trovato  nello  stesso  luogo,  si  legge: 


Dei  mattoni  con  bolli  di   fabbrica,  recuperati  nelle  medesime   escavazioni,   due 
riproducono  quelli  editi  nel  volume  del  Marini,  n.  74  e  471.  Un  terzo,  circolare,  reca 

il  marchio  seguente: 

o  /ex  P  CAES~N  FMARC 

'anicetiani 


Via  T  Unirti  ito.  I  lavori  per  l'ampliamento  del  cimitero  al  Campo  Verano 
hanno  restituito  alla  luce  molti  avanzi  di  fregi  in  terracotta,  ornati  con  animali, 
fogliami,  mascheroncini  ed  altre  decorazioni  in  rilievo.  Si  sono  pure  raccolte  cinque 
anterisse  fittili,  e  frammenti  di  altre  tre,  parimenti  decorate  con  piccole  maschere, 
sfingi  ed  altri  ornati;  una  pala  ed  una  ronca  di  ferro,  ambedue  con  manico  a  car- 
toccio ;  ed  un  frammento  di  piccolo  vaso  italo-greco. 

Vili.  Santa  Maria  di  Capila  Vetere  —  Proseguiti  gli  scavi  nel  fondo 
Petrara,  di  cui  si  disse  nelle  Notizie  dello  scorso  ottobre  (p.  405),  secondo  un  nuovo 
rapporto  dell'ispettore  comm.  Gallozzi,  si  trovò  un  tronco  di  statua  fittile,  alto  circa 
un  metro,  rappresentante  una  donna  ravvolta  in  un  manto,  priva  della  testa  e  del 
braccio  sinistro. 

Si  ebbero  inoltre  undici  statue  di  tufo,  di  diverse  grandezze,  con  fanciulli  in 
fasce  sulle  braccia,  simili  a  quelle  esistenti  nel  Museo  Campano  (cfr.  V.  Duhn,  Bull. 
Lisi.   L876,  p.  171  sq.).  Per  la  maggior  parte  sono  rotte  in  vari  punti. 


—  457  — 

IX.  C'ima  —  Rapporto  dell' ing.  degli  scavi  cav.  L.  Fulvio. 

In  un  fondo  posto  alla  falda  occidentale  del  monte  di  Clima,  un  contadino  ha 
rinvenuto  un  cippo  funerario,  di  forma  rettangolare  con  zoccolo  modinato  nel  piede, 
e  cornice  nel  capo  superiore,  su  cui  poggia  una  specie  di  imi  vino,  che  ne  forma  la 
cima.  Esso  è  di  misura  massima  di  ni.  0,60  per  1,00  circa,  ed  è  grosso  m.  0,30. 
Nella  fronte  è  incisa  la  seguente  epigrafe: 

D  I  S   ■  MAN  IB 

T-       FLAVIO 
CASTRENSI- 
DORYPHORVSP 

FIL  PIISSIMO 

Le  lettere  del  primo  rigo  sono  alte  mill.  47.  quelle  del  secondo  mill.  42,  le  altre 
mill.  36.  Sulla  faccia  laterale  sinistra  è  in  bassorilievo  un  urceolo;  dall'altra  è  una 
patera.  Nel  centro  e  negli  estremi  dei  pulvini  sono  scolpiti  dei  rosoni. 

Oltre  a  ciò  il  medesimo  contadino  ha  rinvenuto  una  cassa,  di  un  solo  blocco  di 
marmo  bianco,  che  internamente  misura  m.  1.92  X  0,46  X  0,47,  ed  esternamente 
m.  2,14X0,62X0,55.  11  coperchio,  anche  di  marmo,  è  ridotto  in  frantumi.  La  faccia 
esterna  della  cassa  è  decorata  negli  angoli  da  due  pilastri  di  ordine  coiinzio,  nel 
mezzo  da  due  pilastri  dorici,  i  quali  reggono  un  frontone  con  anterisse  agli  estremi. 
Nel  fastigio  sono  due  serpenti  intrecciati  ;  e  nello  spazio  racchiuso  dai  pilastri  dorici, 
è  una  porta  a  due  valve,  delle  quali  la  destra  è  chiusa  e  la  sinistra  è  semiaperta. 
Le  porte  sono  divise  in  tre  riquadri;  in  quello  del  centro  è  un'olla  colma  a 
ribocco,  di  cose  che  non  si  possono  bene  definire,  forse  frutti  o  fiori  ;  negli  altri  due 
riquadri  sono  teste  umane.  Il  resto  dello  spazio  è  decorato  con  baccellature  serpeg- 
gianti, disposte  in  senso  verticale,  e  simmetriche  rispetto  al  mezzo.  La  scultura  non 
è  dell'epoca  migliore. 

X.  Baia   —   Il  sig.  colonnello  Giuseppe  Novi  fece  conoscere  al  Ministero,  che 

un  contadino  gli  mostrò  un  frammento  di  fistula  acquarla  in  piombo,  lungo  m.  0,47, 

di  sezione  ellittica,  col   diametro   maggiore   di   mm.  88   ed   il   minore   di   min.  50. 

Disse  di  averlo  trovato  presso  il  così  detto  tempio  di  Venere   in   Baia.  Vi   si  legge 

a  lettere  incavate  questa  epigrafe,  di  cui  il  medesimo  colonnello  trasmise   un   calco 

cartaceo  : 

QViLIFLACCI 

XI.  Pozzuoli  —  Nella  vigna  del  monastero  di  s.  Gennaro  dei  padri  Cappuc- 
cini alla  Solfatara,  il  sig.  ispettore  mons.  Galante  riconobbe  una  lapide  marmorea, 
lunga  m.  1,12,  alta  m.  0,32,  in  cui  si  lesse  l'epigrafe  seguente,  di  cui  il  sig.  ispet- 
tore mandò  pine  il  calco: 

TITINIA-AAL-     ATITINIVS-AA-L-  TITINIA-A-AL 
MYRTIS-  ZYGES-MAIGR  HERACLEA 


—  458  — 
In  un  frammento  marmoreo,  anche  quivi  esistente^  alto  m.  0,23,  largo  m.  0,30, 


è  inciso  in  belle  lettere  : 


XII.  Capri    —  Antichità  scoperte  nel  fondo  «  Occhio  Marino  >■•    o 
«  Villa  Giulia  » .  Rapporto  del  prof.  A.  Sogliano. 

Il  dott.  Giuseppe  Fischietti,  in  occasione  di  lavori  agricoli,  fece  alcune  scoperte 
lo  scorso  mese  di  agosto  in  un  suo  fondo  sulle  pendici  del  colle  di  Tragara  e  Tuoro, 
alla  distanza  di  un  chilometro  dall'abitato  di  Capri.  Questo  fondo,  che  forma  una 
terrazza  sul  mare,  è  denominato  Occhio  Marino,  ed  anche  Villa  Giulia,  denomina- 
zione che  non  viene  giustificata  da  altro,  che  dalla  presenza  di  antichi  ruderi  in 
questo  sito. 

I  punti  esplorati  furono  quattro  ;  due  attigui  fra  loro,  sull'orlo  di  un  piccolo 
burrone;  due  altri  anche  fra  loro  attigui,  a  pochissima  distanza  dai  due  primi,  an- 
dando verso  oriente. 

Nelle  due  fosse  verso  oriente,  l'ima  lunga  m.  3,50  all' incirca,  e  larga  m.  0,90, 
l'altra  lunga  m.  4,00  e  larga  m.  0,80,  si  rinvennero  alla  profondità  di  m.  1,20,  dei 
pezzi  in  opera  di  pavimento  in  musaico  bianco  con  fasce  nere,  e  qualche  avanzo  di 
fabbrica  rivestito  d'intonaco.  Il  musaico  è  abbastanza  fino,  come  quello  dei  pavimenti 
delle  case  pompeiane. 

In  uno  poi  dei  due  saggi  eseguiti  sull'orlo  del  burrone,  alla  profondità  di  m.  2. oh. 
tomo  alla  luce  un  altro  pavimento  in  musaico,  insieme  con  ruderi  di  fabbrica  intona- 
cati ;  però  il  musaico  è  fatto  di  dadi  più  grossi.  Nell'altro  saggio,  praticato  a  ridosso 
del  precedente,  in  uno  spazio  di  m.  2,70  per  m.  1,10,  non  vennero  fuori  che  piccoli 
frammenti  di  marmi  colorati  (giallo  antico,  africano,  listelli  di  rosso  antico),  e  vari 
pezzetti  di  intonaco  dipinto  e  di  cornicette  di  stucco.  Fra  questi  ho  notato  anche  un 
frammento  di  tegola  mammata. 

Come  si  vede  dalle  dimensioni  della  fossa,  il  saggio  di  scavo  è  troppo  poca  cosa, 
perchè  se  ne  possa  desumere  l'importanza.  Nondimeno  i  musaici,  i  frammenti  di  marmi 
colorati  e  di  intonaco  dipinto,  che  ricorda  assai  da  vicino  quello  di  Pompei,  sutvli- 
bero  certo  promessa  di  trovamenti  ulteriori. 

Regione  IV.  {Samnium  et  Sabina) 
Marmami 

XIII.  Cllieti  —  Varie  volte  fu  detto  in  queste  Notizie  intorno  alle  scoperte 
avvenute  nella  necropoli  di  Teale  Mnrriiciiioncm.  Per  la  storia  delle  scoperte  medé- 
sime, credo  ora  utile  di  riassumere  una  nota  inserita  dal  prof.  Biagio  Lanzellotti  nel 
giornale  di  Chieti  X Avvenire  (anno  II,  n.  46,  9  settembre  1886). 

Ricorda  il  sig.  prof.  Lanzellotti,  che  i  primi  indizii  della  necropoli  si  scoprirono 
negli  anni  1880-81,  quando    si    costruiva   la  nuova    strada   provinciale    sull'estremo 


—  459  — 

versante  nord-est  della  collina  di  Chieti  (cfr.  Noi.  1881.  ser.  3a,  voi.  TX,  p.  406);  e  che 
nel  1883,  fabbricandosi  nell'opposto  punto  dello  stesso  versante  la  nuova  caserma  mili- 
tare, si  riconobbe  estendersi  quivi  il  sepolcreto  (ib.  1884,  ser.  3a,  voi.  XIII,  p.  235). 

Essendosi  ora  abbassato  lo  spianato  a  nord-est  della  detta  caserma,  si  recupera- 
rono altri  avanzi  di  suppellettile  funebre,  simili  a  quelli  rinvenuti  per  lo  innanzi,  e 
quindi  tre  oggetti,  die  sembrammo  al  prof.  Lanzellotti  degni  di  speciale  considerazione. 

Il  primo  è  una  stele  rettangolare,  un  poco  frammentata,  alta  m.  0,34,  larga 
m.  0,35,  e  profonda  m.  0,12,  dove  è  scolpita  a  bassorilievo,  in  mezzo  a  due  pilastri, 
una  figura  maschile,  avvolta  in  ampio  manto,  con  la  sinistra  poggiata  sul  petto. 

Il  secondo  è  un  capitello  ionico,  alto  m.  0,13,  con  principio  di  colonna,  della 
massima  larghezza  di  m.  0,32,  greggio  nella  parte  posteriore  e  con  due  graziose  volute 
anteriormente,  usato  come  cippo  sepolcrale,  essendosi  rinvenuto  sopra  una  tomba. 

Il  terzo  è  un  altro  capitello,  di  tipo  pure  corinzio,  adoperato  parimenti  come 
cippo  di  tomba. 

Regione  III.  {Lucania  et  Brutti i) 

XIV.  Reggio  di  Calabria  —  Avanzi  di  edificio  termale,  scoperti  in 
Piazza  delie  Caserme.  Rapporto  del  can.  A.  M.  di  Lorenzo. 

Per  restituire  al  Corso  Marina  la  debita  larghezza,  troppo  diminuita  a  causa 
della  ferrovia  Keggio-Castrocucco,  fu  necessario  demolire  il  bastione  s.  Matteo,  ed  in 
tale  demolizione  si  riconobbe  un  gruppo  di  fabbriche  di  ogni  età,  che  erano  rimaste 
nascoste  nel  corpo  di  quel  baluardo. 

Conviene  ora  di  rilevare,  come  nell'infimo  livello  di  queste  fabbriche  si  trovarono 
allora  le  basi  laterizie  di  un  grande  ambiente,  che  correva  longitudinalmente  circa 
m.  25,00,  nel  senso  quasi  di  greco  a  libeccio,  tutto  che  non  si  vedesse  traccia  di 
quest'ultima  testata. 

E  fu  intorno  a  quest'ultimo  punto  che  si  rinvenne  il  capitello  bizantino,  di  cui 
si  disse  nelle  Notizie  dello  scorso  novembre  p.  440,  441. 

Dentro  di  esso  ambiente,  fu  pure  incontrato  il  tratto  di  un  fino  pavimento  mar- 
moreo a  quadretti  e  triangoli  :  e  dentro  e  fuori  l'ambiente  medesimo  numerosi  pezzi 
di  stucchi  dipinti  ;  colonne  di  granito  frammentate  ;  finalmente  sotto  la  ultima  testata 
di  greco  due  piccoli  acquedotti  od  emissari  laterizii,  provenienti  da  mezzodì. 

Ora  da  questo  lato  appunto  venne  scoperta  una  parte  di  edificio  termale,  che 
si  innesta  coll'ambiente  prima  riconosciuto,  e  che  si  estende  accanto  al  Corso  Marina 
sotto  la  colmata  della  Piazza  delle  Caserme.  Sicché  da  tutti  gli  accennati  partico- 
lari e  da  altri  dati  dovevasi  congetturare,  che  tutto  quell'ambiente  formasse  ima  delle 
grandi  sale  di  esercizi  corporali  o  di  geniali  convegni,  accessorie  dei  bagni  ;  che 
quivi  presso,  da  ponente,  vi  fossero  stati  dei  peristilii,  rispondenti  sulla  rada  ;  che 
finalmente  l'indicato  salone  fosse  stato  convertito  in  chiesa  nei  tempi  bizantini,  e 
questa  poi  demolita  in  tempi  posteriori,  per  le  opere  militari  tante  volte  quivi  costruite 
dal  medio  evo  in  qua. 

La  racla,  a  cui  accenniamo,  veniva  formata  dalla  vicina  punta  di  Calamirri  {Cala- 
mitium  in  carte  del  cinquecento),  che  protendevasi    un    miglio  in  mare,   garantendo 

Classe  di  sciexzi    \ì    .  ?cr.  -1\  Voi.  II. 


—  460  — 

il  nostro  lido  dal  ponente-libeccio,  da  cui  riceve  le  maggiori  offese.  Quella  punta  si 
inabissò  improvvisamente  il  22  dicembre  1562  ;  sicché  sparì  l'amena  rada,  ove  nei 
bei  tempi  della  vetusta  Reggio  ferma vansi  all'ancora  tutti  i  legni,  che  veleggiavano 
tra  l'oriente  e  Roma,  e  del  cui  vago  prospetto  avrebbero  t/atto  buon  partito  per  la 
parte  ginnica  e  geniale  delle  nostre  terme  i  loro  costruttori,  riservando  pei  bagni  la 
linea  interna  aversa  a  sepientrtone  et  aquilone,  giusta  l'esigenza  da  Vitruvio  notata 
(V.  X.  72). 

Avremo  occasione  di  vedere  in  seguito,  in  quali  condizioni  rimettessero  questi 
bagni  sepolti  sotto  la  successiva  colmata  di  Piazza  delle  Caserme.  Qui  basti  notare, 
come  la  cinta  medioevale  della  città,  e  particolarmente  il  bastione  s.  Matteo,  avessero 
cominciato  dal  celare  ad  ogni  sguardo  l'ipocausto  in  guisa,  che  cadendo  ora  queste 
muraglie  ce  l'apersero  inaspettatamente,  ridonandocene  una  parte  non  solo  in  ottimo 
stato  di  conservazione,  ma  anche  sgombra  da  quel  terriccio,  che  unitamente  alle  acque 
suole  penetrare  in  cotali  vuoti  sotterranei  in  luogo  aperto. 

Lasciando  i  particolari,  che  saranno  resi  più  intelligibili  quando,  ampliati  gli 
sterri,  sarà  fatto  il  rilievo  topografico  del  luogo  ,  basti  qui  accennare  che  fu  ricono- 
sciuta una  vasca  ellittica,  che  ha  m.  4,09  nel  diametro  maggiore  e  m.  2,10  nel 
minore. 

Degno  di  nota  si  è,  che  la  vasca  è  tutta  formata  di  lamina  di  bronzo,  ricoperta 
internamente  nel  fondo  da  uno  strato  di  battuto  di  un  buon  decimetro  di  spessore, 
ed  all'intorno  è  girata  da  un  muretto  di  laterizio,  che  sale  tino  a  m.  0,87  di  altezza. 
Vi -si  accedeva  da  una  camera  semicircolare,  pavimentata  a  musaico,  per  mezzo  di 
tre  gradini,  in  corrispondenza  dei  quali  erano  altri  gradini,  per  scendere  nel  fondo 
della  vasca.  Vi  si  poteva  pure  accedere  da  una  cameretta  quadrata  laterale,  dove 
sono  pure  dei  gradini  di  comunicazione,  senza  la  corrispondenza  dei  gradini  interni 
del  bagno. 

Ma  delle  parti  della  fabbrica,  meglio  si  dirà  quando  saranno  ampliate  le  indagini. 

Sicilia 

Note  del  prof,  A.  Salinas  intorno  a  varie  antichità  tirila  provincia  eli 
Messina. 

XV.  Messina  —  Negli  ultimi  giorni  dello  scorso  ottobre  fui  obbligato  per 
ragione  di  ufficio  a  fare  un  escursione  nella  provincia  di  Messina,  dove  trovai  degne 
di  nota  le  seguenti  cose. 

In  occasione  dei  lavori  ferroviari!  per  la  nuova  linea  Messina  Genìa,  in  due  posti 
prossimi  alla  città  di  Messina,  si  suini  trovate  antiche  necropoli  del  periodo  classico. 
La  prima  sotto  il  forte  Gonzaga,  in  contrada  Camma  ri,  e  l'altra  a  mezzogiorno  della 
città,  nella  contrada  detta  Santa,  all'  entrata  della  Galleria  dell'  Angelo ,  di  pro- 
prietà della  signora  Gaterina  Gardile. 

1.  In  quest'ultima  si  è  rinvenuto  un  grande  sarcofago  di  lastroni  di  lava,  e  grossi 
frammenti  di  un  sarcofago  di  creta  cotta  :  oggetti  tutti  che  furono  trasportati  nel 
Musco  comunale  di    Messina. 


—  4(31   — 

Il  sarco&go,  del  quale  si  diede  un  sommario  annunzio  nelle  Notizie  dello  scorso 
maggio  (p.  17:!)  sullo  la  rubrica  Sialo,  che  è  il  nome  della  frazione  comunale,  ove 
accadde  la  scoperta,  è  formato  di  lastroni  di  una  roccia  fcrachitica  ricca  di  zooliti,  e 
proveniente  dalla  regione  etnèa,  come  fece  notare  il  eh.  prof.  Seguenza. 

Uno  dei  lati  lunghi  è  lavorato  più  rozzamente;  ed  in  quello  opposto  si  vedono 
incavati  alcuni  segni  a  forma  di  0,  come  lettere  di  richiamo,  tanto  nella  fronte  dei 
due   pilastri,  che  in  un  pezzo  del  coperchio. 

Vicino  al  luogo  dove  fu  trovato  questo  sarcofago,  si  vedono  ancora,  molti  altri 
sepolcri,  i  quali  è  a  sperare  che  sieno  esplorati  con  le  dovute  guarentigie. 

2.  Dall'altra  necropoli  di  Caulinari  venne  al  Museo  predetto  una  buona  quan- 
tità di  oggetti;  ma  è  a  deplorare,  che  degli  scavi  non  fossero  state  avvisate  le 
autorità  competenti,  quando  si  sarebbe  staio  in  tempo  per  seguirne  il  corso  con 
la  dovuta  vigilanza.  E  cosi  è  avvenuto,  che  molti  mattoni  iscritti  furono  consegnati 
al  Museo  da  qualche  privato,  il  quale  avendoli  rotti,  per  conservare  soltanto  il  lato 
coll'impronta,  impiastricciò  in  questa  il  foudo  delle  lettere  con  colore  rosso. 

La  necropoli  antica  era  a  molti  metri  al  di  sotto  della  campagna,  e  si  incon- 
trava nei  posti,  in  cui  si  scavavano  profonde  fondazioni  di  piloni. 

Vi  si  trovò  un  sarcofago  di  lastroni  di  lava,  simile  a  quello  proveniente  dall'al- 
tra necropoli,  e  ricordato  superiormente.  Vi  si  scoprirono  altri  sarcofagi  costruiti  di 
grossi  mattoni,  con  bolli  più  o  meno  ben  conservati.  In  quelli  impiastricciati  con  colore, 
come   sopra  ho  detto,  si  leggono  le  iscrizioni: 

«)  MAMEPTINAN 

'')  AflOAAnNOS 

e)  NEIHI 

d)  EP.Q 

Po  le  mie  riserve  su  queste  due  ultime  lezioni,  non  più  verificabili  pel  colore 
che  copre  i  mattoni,  e  che   non  fa  più   vedere   come   fossero  originalmente. 

Per  fortuna  si  hanno  alcuni  mattoni  intieri,  in  buono  stato.  In  uno  di  metri 
0..'):;  X  0,35,  nel  taglio   di   uno   dei   lati  lunghi  si  ha  l'iscrizione: 

AnOAAQNOS 

impressa  in  un  rettangolo  lungo   m.  0,13,  alto  m.  0,02.  Nel  lato  opposto  è  un    bollo 
stampato  per  traverso  con  le   lettere  : 

PA 

ossia  Iì(qù),  come  si  dimostrerà  appresso. 

In  im  altro   mattone  il  nome  AnOAAHNOS  è  ripetuto    due  volte. 

Un  grosso  frammento  di  m.  0,10X0,34X0,21,  con  lato  rotto,  ha  1'  impronta 
rettangolare  : 

MAMEPTINAN 

Il  rettangolo  in  cui  è  impressa,  misura  ni.  0,11  in  lunghezza  e  m.  0,023  in  al- 
tezza. Questa  leggenda  medesima  si  nota  anche  in    un  esemplare  sconservato. 


—  402  — 
In  un    pezzetto  di  marmo  sciupato,   che  misura  m.  0,17X0,12,  si  legge  : 

/////////// 
IIN£ZH 
C6NCHN     sic 

In  pietra  si  ha  un  piccolo  l'usto  ili  colonna;  una  base,  ed  un  gentile  capitello  ionico 
a  volute  angolari,  con  palmettine  rivolte  in  su.  Noterò  inoltre  un  cranio  bruciato, 
ma  ben  conservato;  un'  olla  sepolcrale  di  creta,  con  coperchio;  una  cassetta  ellittica 
di  lamina  di  piombo  ;  uno  specchio  circolare  di  bronzo  ;  tre  monete  siracusane  di 
bronzo  (testa   di  Pallade  ;  rov.  ippocampo). 

La  ceramica  non  offre  nulla  di  notevole.  Vi  sono  vasetti  ordinarli ,  tra  i  quali 
numerosi  i  così  detti  lagrimatorì,  talvolta  con  basetta  circolare  spezzata  a  tre  foglie; 
vasetti  dipinti  di  fabbrica  pugliese;  un  frammento  di  creta  rossa,  con  figurine  a  ri- 
lievo; vasi  verniciati  neri  con  strie  rilevate;  un  manico  di  anfora,  con  appena  qualche 
vestigio  di  lettera. 

Dal  complesso  di  tutti  questi  pezzi,  ed  in  ispecie  dal  frammento  dell'  iscrizione, 
dei  mattoni  col  nome  dei  Mamertini  e  dai  vasi  dipinti  si  rileva  ad  evidenza,  come 
quésta  necropoli  non  possa  essere  anteriore  al  terzo  secolo  avanti  Cristo. 

Le  epigrafi  non  sono  prive  di  pregio,  accertando  o  completando   lezioni  precedenti. 

11  C  I.  Gr.  (li.  5ii22  b)  invece  di  AnOAAnNOS.  aveva  AOnAA;  e  l' Avorio 
(Delle  antiche  fatture  dì  argilla  che  si  trovano  in  Sicilia.  Pai.  1829,  tav.  II,  n.  10, 
p.  59;  cfr.  C.  I.  Gr,  n.  5622  e)  aveva  ricordato,  come  esistenti  nel  Museo  messinese 
mattoni  con  l'iscrizione  IEPA.  Il  bollo  MAMEPTINAN  (a  cui  fa  riscontro  l'altro  con 
la  forma  italica  MAMEP  TINOYS,  riprodotta  nel  C.  I.  Gr.  n.  5(322  a,  trovato  anche 
a  Reggio  di  Calabria,  ed  edito  nelle  (Notizie  del  1885,  ser.  4a,  voi.  I,  p.  502  /)  era 
pure  noto,  ed  era  stato  riprodotto  nel  C.  1.  Gr.  nei  numeri  5614,  5(579,  sebbene  in 
questi  ultimi  numeri  si  dica  impresso  in  vase. 

XVI.  Giardini  di  Taormina  —  Non  mi  sembra  che  sia  da  trascurare  il 
fatto  seguente,  benché  si  riferisca  all'anno  1884. 

Cavandosi  le  fondamenta  per  la  casa  del  sig.  Vincenzo  Carnazza,  vennero  fuori 
alcuni  sepolcri,  contenenti  vasi  dipinti.  L'ispettore  dei  monumenti  di  Taormina  e  la 
guardia  Strazzeri  ne  davano  avviso  al  R.  Commissario  degli  scavi  e  dei  Musei  di  Sicilia; 
per  hi  quale  cosa  non  mancai  di  recarmi  sul  posto,  dove  potei  raccogliere  i  seguenti  dati. 

La  casa  Carnazza  è  nel  centro  di  quella  stretta  e  lunga  fila  di  case,  che  forma 
il  moderno  comune  di  Giardini,  fra  la  chiesa  delle  Raccomandate  e  la  casa  Munici- 
pale; ed  è  segnata  col  n.  107.  Dei  sepolcri  quivi  trovati  nel  lavoro  delle  fondazioni, 
nessuno  potei  esaminare;  mi  si  disse  che  fossero  fatti  di  grandi  mattoni  coperti  di  lastroni 
di  tufo  bianco  di  Siracusa,  nei  quali  non  i'u  notata  alcuna  iscrizione.  Gli  oggetti  rin- 
venuti nei  sepolcri  e  conservati  dal]  <  proprietario,  sono  pyxis  e  tazze  dipinte, 
piccole,  tutte  dell'Italia  meridionale.  Sì  trovò  pure  una  testina  muliebre  di  terracotta, 
ed  una.  situla  di  bronzo  con  manichi,  e  col  fondo  guasto. 

Sebbene  gli  oggetti  rinvenuti  non  abbiano  valore  notevole,  pure  non  sono  da 
disprezzare  pei     l'indizi  ere logici  che  porgono. 


—  463  — 

Inflitti  è  eerto,  che  vasi  di  quella  fabbrica  e  di  quell'epoca  non  sono  da  riferire 
alla  necropoli  dell'antica  Nasso,  che  sorgeva  a  brevissima  distanza,  sul  limitrofo  Capo 
Schisò,  la  quale  fu  distrutta  da  Dionisio  nel  403  av.  Cr.,  donde  poi,  secondo  alcuni, 
nacque  la  soprastante  Tauromenio  ('). 

Due  supposizioni  restano  soltanto  possibili;  o  che  Tauromenio,  la  quale  nell'età 
romana  sviluppò  un  vasto  sepolcreto  nella  costa  stessa  del  monte  su  cui  sorge,  abbia 
nel  periodo  greco  mandati  a  seppellire  i  suoi  morti  presso  la  spiaggia;  o  che  in  quella 
spiaggia  (sia  sulla  punta  stessa  del  Capo  Schisò,  dove  fu  già  Nasso,  sia  più  virino 
alla  moderna  Giardini)  nascesse  un  nuovo  villaggio,  erede  di  quella  Naxos,  che  La  tra- 
dizione disse  essere  stata  la  prima  colonia  ellenica  in  Sicilia. 

Ad  ogni  modo  è  da  notare,  che  Taormina,  città  ricca,  e  potente,  massime  nel 
tempo  romano,  doveva  avere  il  suo  emporio,  e  questo  forse  doveva  essere  in  posto  vicinis- 
simo alla  città  sovrastante,  più  che  nella  distrutta  Xasso.  donde  tino  ad  oggi  son  ve- 
nute fuori  terrecotte  di  bello  stile  greco-antico,  siccome  può  vedersi  dalle  teste,  che 
dalla  mia  collezione  passarono  nel  Museo  palermitano. 

Ignorando  l'importanza  e  lo  sviluppo  di  questo  nuovo  stabilimento,  non  possiamo 
affermare  se  ad  esso  sia  da  attribuire  la  coniazione  di  un'elegante  monetina  di  argento 
(diobolo),  che  ritrae  i  tipi  di  Nasso  (Apollo  e  Sileno)  accompagnati  dall'iscrizione 
NEOPOAI  (v.  Sallet,  Die  K&nstlefinschriften  auf  griechischen  Munzen,  Berlin  1871, 
p.  35;  Sambon  Recherehes.  Nap.  1870,  p.  142),  la  quale  moneta  il  prof.  Holm  cre- 
derebbe coniata  dai  Nassi  stabiliti  a  Mylae  (Gesch.   Sicil.  Leipz.  1874,  II,  p.  432) 

XVII.  S.  Fratello  —  A  s.  Agata  di  Militello  ebbi  dal  sig.  avv.  Consentino 

il  calco  di  un'iscrizione  sepolcrale,  rinvenuta  a  s.  Fratello,  in  una  contrada,  che  è  va- 
riamente indicata  coi  nomi  di    Vetraria,  s.  Ma, -io,  del  Furiano  e  Lavanghe. 
È  scolpita  in  una  lastra  di  marmo  bianco,  e  vi  si  legge: 

#IAOKAH 
XAIPE 

XVIII.  Tripì  —  È  generalmente  creduto,  che  presso  Tripi  sorgesse  l' antica 
Abaceno  (Afldxaivov,  Apàxaiva),  ritenuta  come  una  delle  più  settentrionali  città  dei 
Siculi  (Holm,  Gesch.  Sicil.  I,  72).  Il  Fazello  (De  Rebus  Sieulis.  Pan.  1560,  p,  205) 
d  erisse,  è  vero,  gli  avanzi  di  antiche  costruzioni  che  presso  Tripi  si  osservavano;  ma 
non  attribuì  loro  alcun  nome.  Soltanto  dal  Bonfiglio  in  poi  si  riconobbe,  che  Abaceno 
aveva  avuto  la  sua  sale  presso  Tripi,  così  volendo  le  antiche  testimonianze  che  la 
ricordano  come  posta  vicino  Tindari,  e  sopra  la  foce  del  fiume  Elicona  (cf.  Cluverio, 
Sicilia  antiqua.  Leida  1609,  p.  335  sg.). 

Io  era  desideroso  di  verificare  sul  posto  la  verità  di  questa  opinione,  giovandomi 


M  Più  lungi  in  altri  tempi  si  sono  rinvenuti  grandi  mattoni  antichi,  che  formavano  sepolcri, 
secondo  dice  il  contadino  Moschella,  che  di  quei  pezzi  indubbiamente  antichi  si  servi,  come  di  pas- 
saporto per  legittimare  la  sua  fabbrica  di  plastica  e  di  epigrafia  dei  Siculi.  Quei  sepolcri  più  vicini 
a  Nasso,  potevano  bene  appartenere  alla  necropoli  di  questa  città. 


—  46.4  — 
principalmente  di  alcune  epigrafi  greche  rinvenutevi  ;   molto  più   ciré   io   non   sapeva 
d'altri,  che  avesse  visitato   quel   posto  ad  oggetto  di  ricerche  archeologiche,  le  quali 
pare  che  si  limitino  a  quelle  fatte  dal  Fazello  nel  secolo  XVI. 

Le  iscrizioni  sono  quattro  ;  le  prime  tre,  scolpite  in  piccoli  cippi  di  arenaria,  furono 
rinvenute  alla  Particella,  nella  regione  Cardusa,  e  le  ha  date  in  dono  al  Museo  nazio- 
nale di  Palermo  il  eh.  prof.  Todaro  della  E.  Università  di  Eorna.  Nella  loro  brevità 
non  sono  prive  di  importanza,  per  la  forma  e  per  la  novità  di  alcuni  nomi. 

Le  pietre  sono  bene  squadrate,  e  ben  conservate  nella  parte  superiore.  Nell'estre- 
mità inferiore  sono  rotte;  forse  perchè  erano  conficcate  in  qualche  muratura.  La  loro 
larghezza  varia  da  m.  0,305  a  m.  0,320,  e  lo  spessore  verso  la  base  da  m.  0,150  a 
0,155;  e  però  più  che  il  piede  attico  di  m.  0,308,  può  ammettersi  per  base  di  misura  il 
piede  comune  greco  di  m.  0,315  (Hultsch,  Metrologie  1882,  p.  497),  che  pare  usato 
in  alcune  fabbriche  siciliane. 

Ecco  pertanto  le  epigrafi,  che  sono  incise  con  molta  precisione  : 
a)  Cippo  alto  m.  0,42  : 

NEMEPIS 
TPANUNI 
NYM*OAnPI 
XPYZOXOE 
XAIPE 


b)  id.  alto  m.  0,43  : 
e)  id.  alto  m.  0,45  : 


#iAisTcm 

OkTliKOi. 
APIITEA 


il)  Un  quarto  cippo,  da  me  donato  al  Museo,  l'ebbi  da  Antonino  Campo. 
L'iscrizione  è  scolpita  con  forme  alquanto  irregolari;  la  pietra  è  rotta  inferiormente, 
e  misura  m.  0,265  in  larghezza,  m.  0,24  in  altezza,  e  m.  0,14  in  profondità.  Vi  si 
legge: 

AIOKÀE 
XAIPE 

Sono  queste  le  prime  iscrizioni  abacenine,  che  vengono  alla  luce;  ma  esse,  come 
è  naturale,  non  possono  dare  alcun  argomento  diretto  nella  questione  topografica,  la 
quale  invece  credo  di  aver  rischiarata,  ed  in  modo  indiscutibile,  per  mezzo  delle  mo- 
nete; essendo  che  in  poche  ore  di  dimora  a  Tripi,  mi  riuscì  di  acquistare  quattro  mo- 
nete di  bronzo  di  Abaceno.  E  nota  la  grandissima  rarità  di  queste.  Basti  dire  che  il 
Museo  di  Napoli  ne  possiede  soltanto  due  (compresa  la  raccolta  Sautangelo).  e  due 
sole  dello  stesso  tipo  ne  ha  la  raccolta  Pennisi. 

Quelle  da  me  acquistate,  sono  dei  tipi  disegnati  nei  numeri  3,  4,  5  della  tav.  II 
delle  mio  Monete  di  Sicilia.  Del  n.  4  ebbi  due  esemplari,  imo  dei  quali  molto  Mio: 
quello  del  n.  5  mi  fu  donato  dal  sig.  Benedetto  Todaro. 

'riattandosi   di   monete   di    bronzo  e  rarissime,  è  evidente  che  il  trovarne  tanti 


—  465  — 
esemplari  in  un  posto  è  argomento  più  che  valevole  a  dare  la  conferma,  che  a  me 
pareva  ancor  desiderabile  all'opinione  accettata  su  semplici  indizi,  che  àbaceno  sor- 
gesse presso  Tripi.  E  propriamente,  a  giudicare  dalla   grande   abbondanza  dei    pezzi 

laterizi,  e  da  altri  avanzi  (tra  i  quali  un  rocchio  di  colonna  di  granito,  avanti  la 
chiesetta  abbandonata  di  s.  Giovanni  al  Piano),  la  città  antica  si  adagiava  in  una 
valle,  ad  un  miglio  circa  al  disotto  della  moderna  Tripi,  dalla  parte  di  tramontana, 
nel  posto  che  ora  chiamasi  il  Piano. 


La  necropoli  era  dalla  parte  di  greco,  sotto  il  Pizzo  della  Cisterna,  verso  il  monte 
Cheti,  nome  che  è  molto  notevole  dal  lato  fonologico,  essendo  che  si  pronunzia  con 
un  suono  di  y  greca,  estraneo  al  dialetto  siciliano,  e  prova  come  gli  abitanti  di 
quella  regione,  conservando  a  quel  monte  allungato  il  nome  di  ywiii  o  y;ul  (tanto 
usato  nelle  scritture  medievali,  con  lo  stesso  valore  e  con  la  medesima  origine  del- 
l'italiano cresta),  ritenessero  per  tradizione  il  suono  della  y. 

Da  alcuni  vasetti  che  il  Museo  di  Palermo  ebbe  già  dal  sig.  cav.  li.  Malato 
Calvino,  pare  che  la  ceramica   rinvenuta   nella   necropoli   abacenica  sia  di   fabbrica 

pugliese. 

Nel  chiudere  questo  cenno  sulle  antichità  di  Tripi,  mi  corre  l'obbligo  di  rendere 
pubbliche  grazie  al  sig.  Vincenzo  Merlo,  barone  di  Tripi.  per  le  agevolezze  che  mi 
lui  accordate  con  affettuosa  premm-a. 

XIX.  Siracusa  —  Avanzi  dell' antico  muro  di  Ortigia,  scoperti  presso 
In  fonte  Aretasa.  Nota  del  comm.  Fr.  Sav.  Cavallari. 

Quasi  nel  centro  del  baluardo  costruito  nel  tempo  della  dominazione  spagnuola, 
al  nord  della  fonte  Aretusa,  volendo  il  Municipio    siracusano   sistemare   la   via   che 


—  4I3U  — 

prende  nome  da  detta  fonte,  ha  fatto  cominciare  uno  sgombro  di  terra,  per  livellare 
e  porre  in  comunicazione  l'abolito  forte,  con  quel  passaggio. 

Cominciati  tali  lavori,  apparve  l'angolo  di  una  torre,  che  doveva  far  parte  delle 
antiche  mura  di  Ortigia,  in  difesa  del  lato  del  porto  magno.  L'angolo  della  torre  ha 
due  lati,  l'uno  rivolto  al  nord  e  l'altro  ad  ovest.  Esso  fa  fronte  al  porto  grande,  e  pare 
che  segua  lo  allineamento  delle  muraglie  e  delle  torri,  che  munivano  questo  lato  di 
Ortigia. 

I  pezzi  che  compongono  la  parte  finora  scoperta  della  torre,  sono  disposti  in 
cinque  filari  nel  lato  ovest,  e  quattro  nel  lato  nord.  In  questo  lato  il  filare  supe- 
riore è  composto  di  tre  pezzi;  il  primo  lungo  m.  0,62,  il  secondo  m.  0,70,  il  terzo 
ni.  0,72,  alti  ciascuno  m.  0,41;  ed  in  ognuno  di  essi  vedesi  inciso  un  delta  greco 
maiuscolo,  simile  a  quello  segnato  col  n.  3(3  dei  segni  delle  mura  di  Castrimoenium, 
pubblicati  nel  Bull,  dell' I, istituto  del  1885,  dal  prof.  0.  Richter.  Questa  lettera  è 
alta  cent.  14.  Nei  due  filari  sottostanti  dello  stesso  prospetto,  ognuno  composto  di  tre 
pezzi,  dell'altezza  costante  di  m.  0,39  ciascuno,  vedesi  impressa  una  crocetta  profon- 
damente incavata,  simile  a  quella  delle  mura  di  Tindari,  pubblicata  dal  Richter  (o.  e. 
u.  1).  Però  queste  di  Siracusa  hanno  le  estremità  biforcate;  e  sono  interamente  simili 
alla  crocetta  che  vedesi  nello  esergo  di  non  poche  piccolissime  monete  d'oro  e  d'ar- 
gento, molto  arcaiche,  colla  testa  di  Aretusa  e  la  leggenda  SYRA.  Tale  rapporto  con 
i  segni  di  scarpellino  sulle  mura  di  Siracusa  è  molto  importante.  Il  quarto  filare 
non  si  è  ancora  scoperto.  Dal  lato  occidentale  si  osservano  cinque  filari.  Il  superiore  è 
composto  di  tre  pezzi,  il  primo  dei  quali,  lungo  m.  0,34,  non  ha  alcun  segno  ;  il  se- 
condo, lungo  m.  0,6(3,  riproduce  il  A;  il  terzo  lungo  m.  0,61  ha  un  primo  segno,  come 
di  B,  che  richiama  alla  mente  quello  inciso  nei  sotterranei  del  grande  fossato  nelle 
Epipoli;  quindi  un  A  ed  ultimo  un  S.  Il  secondo  filare  ha  duepezzi,  il  primo  lungo 
ni.  1,05,  il  secondo  m.  0,54,  ed  ambedue  ripetono  la  crocetta  colle  punte  biforcate. 
Il  terzo  filare,  con  tre  massi  di  m.  0,48,  0,39,  0,67,  presenta  pure  tre  volte  la  cro- 
cetta medesima;  nel  quarto  con  due  massi  di  m.  0,92  e  m.  0,76,  vedesi  ripetuto  un 
rettangolo  con  un  sostegno,  simile  ai  segni  che  il  Richter  notò  nelle  mura  di  Alla- 
gai e  di  Roma.  Nel  quinto  filare,  solamente  in  un  grande  pezzo,  notasi  una  N. 

Nell'angolo  nord-est  del  baluardo,  a  sette  metri  dalla  fonte  Aretusa,  riapparvero 
.litri  blocchi  dell'antico  muro  coi  segni  I-C,  1. 

Nella  demolizione  della  prima  cinta  delle  fortificazioni  di  Siracusa,  rinvennesi 
sgombrando  la  terra  del  forte,  situato  al  secondo  fossato,  questo  frammento  di  iscri- 
zione greca,  del  quale  il  eh.  comm.  Cavallari  trasmise  un  calco  cartaceo.  Vi  si  legge  : 

IAAIMoNI 

oZoIYIoI 

SIMoZ 

THN 

È  scolpito  in  un  masso  squadratoci  marmo  duro  e  compatto  di  Taormina,  alto 
ni.  0,28,  largo  ni.  0,31,  e  dello  spessore  di  ni.  0,23. 


167 

XX.  Scicli  —  Il  colimi.  Antonio  Penna  donò  recentemente  al  Museo  di  Sira- 
cusa un  tronco  ili  statua  marmorea,  alto    m.  0,42,  di  buona  arte,  che  fu    rinvenuto 

limiti  anni  fa  nella  marina  di  Scieli,  e  precisamente  nella   baia  Sampieri. 

Quivi  nel  1822  un  certo  Luigi  Giurato,  volendo  erigere  una  piccola  eappella, 
urlio  scavare  le  fondamenta,  incontrò  \ ari  ruderi  di  vecchie  costruzioni,  in  mezzo  ai 
quali  raccolse  frammenti  di  utensili  domestici,  lucerne  fittili,  e  pezzi  di  vasi  di  vetro 
iridati.  Scoprì  poi  un  pavimento  a  musaico,  ed  il  torso  di  stati  a  sopra  ricordato. 
che  fu  creduto  appartenere  ad  un  simulacro  di   Esculapio. 

Sardinia 

XXI.  Sassari  —  Dal  soprastante  Nissardi,  che  por  ragioni  di  servizio  trova- 
tasi nello  scorso  giugno  in  Sassari,  fu  così  annunziata  La  scoperta  di  una  stazione  pre- 
romana, avvenuta  presso  la  città  sopra  ricordata. 

-  Il  luogo  del  travamento  è  posto  lungo  la  strada  nazionale  che  conduce  ad  Osilo. 
e  precisamente  sul  lato  destro  di  essa,  a  cinque  chilometri  da  Sassari,  nel  punto 
chiamato  de  sos  Laccheddos,  per  la  ragione  che  ivi  esistono  diversi  scavi  praticati  nei 
ciglioni  delle  roccie  calcari,  appellati  comunemente  ora  Domos  ile  j"'"'-  ed  ora 
Laccheddos. 

-  Diretto  dalle  precise  indicazioni  del  11.  ispettore  sig.  avv.  Tallero,  riconobbi  su- 
bito la  importanza  della  cosa,  e  mi  diedi  ad  osservare  lungo  la  scarpata  del  fosso 
laterale  destro  della  strada,  come  il  punto  più  agevole,  la  quantità  dei  cocci,  dei 
ritinti  di  pasti,  sporgenti  da  quella  parete,  frammisti  ad  una  sostanza  nericcia,  evi- 
dentemente sostanze  organiche  lentamente  e  naturalmente  carbonizzate.  Frutto  di 
queste  osservazioni  fu  la  scoperta  di  due  cuspidi  di  freccia,  l'ima  formata  di  un  pezzo 
di  agata  bianca,  perfettamente  lavorata,  l'altra  formata  di  diaspro  rosso,  di  alquanto 
piii  grossolana  esecuzione  ed  appena  guasta  in  qualche  parte. 

-  <  »ltre  a  questi  due  oggetti  se  ne  raccolsero  altri  di  non  comune  interesse,  quali 
sarebbero  pezzi  in  terracotta,  di  forma  lanceolata  e  più  comunemente  in  forma  di 
lingue  puntute,  alcune  intere,  molte  altre  spezzate. 

-  Si  raccolse  in  pari  tempo  gran  quantità  di  valve  di  conchiglie  mangerecci  fram- 
menti di  ossa  di  diversi  animali,  e  frammenti  di  stoviglie,  nonché  certa  quantità  di 
scheggio  di  ossidiana  e  di  selce. 

*  Tra  i  diversi  pezzi  di  stoviglie  varie,  uno  merita  particolare  attenzione,  per  la 
decorazione  che  presenta  nella  sua  parte  convessa.  Questo  è  un  pezzo  di  vaso  fittile, 
che  mostra  qualche  segno  di  accurata  esecuzione,  e  che  presenta  una  delle  anse  pra- 
ticate nello  spessore  dello  stesso  vaso.  La  superficie  esteriore  è  decorata  da  tanti  or- 
namenti spiraliformi,  formati  da  tanti  puntini  incavati  e  distribuiti  a  meandro. 

-  Il  poco  tempo  disponibile  non  permise  di  fare  ulteriori  ricerche  ed  osservazioni: 
ma  solo  da  un  piccolo  giro  fatto  attorno  a  quel  punto,  si  constatò  la  opportunità  di 
ampie  ed  accurate  indagini,  che  a  suo  tempo  non  si  mancherà    di  far  eseguire.  » 

Roma,  16  gennaio  1887. 

Il  Direttore  £en.  delle  Antichità  e   Belle  arti 

PlORELLI 


—  469  — 


ENDICE  TOPOGRAFICO  PER  L'  ANNO  1886. 


B 


Aielli  —  Antichità  scoperte  in  varie  parti  del 
territorio  in  occasione  dei  lavori  per  la  strada 
ferrata  85. 

Airola  —  Avanzi  di  edifici  riconosciuti  presso 
le  colline  di  Monteoliveto  434. 

Albano-Laziale  —  Iscrizione  latina  trovata  nel 
giardino  Buoncompagni-Ludovisi  57. 

Allumiere  —  Tombe  scoperte  presso  la  miniera 
Provvidenza  156;  indizi  di  abitazioni  an- 
tichissime riconosciuti  sulla  cima  di  Monte 
Rovello  450. 

Altavilla-Silentina  —  Iscrizione  latina  appar- 
tenente al  territorio  del  comune  337. 

Ameglia  —  Tomba  scoperta  nel  terreno  del 
prof.  Paci  Ili. 

Antemna  —  Avanzi  di  edifici  di  età  romana  ri- 
messi in  luce,  sul  colle  di  Antemnae  lungo 
la  Salaria,  nell'area  occupata  dal  nuovo  for- 
tilizio 24. 

Anzio  —  Sepolcri  antichi  trovati  presso  la  base 
del  Molettone  Panfìli  58;  resti  di  edificio 
romano  riconosciuti  presso  la  villa  Sindici  ib. 

Aosta  —  Pavimento  antico  rinvenuto  nella  nuova 
via  che  mette  alla  Stazione  della  strada  fer- 
rata 141  ;  ruderi  di  antico  aquedotto  scoperti 
nel  vallone  la  Comba,  presso  il  villaggio  di 
Porassan  nel  comune  di  Aosta  ib. 
Ariccia  —  Nuovi  studi  sul  tesoretto  di  monete 
medievali  quivi  scoperto  (cfr.  Notizie  1885 
p.  428)  25. 
Ascea  —  v.  Velia. 
Ascoli-Piceno  —  Iscrizione  latina  scoperta  nei 

materiali  di  fabbrica  nel  Duomo  48. 
Astura  —  Anfore  trovate  nel  mare  poco  lontano 

dalla  spiaggia  58. 
A.tina  —  Pavimenti  antichi  e  resti  di  costruzione 
scoperti  nella  spianata  di  s.  Marco  236. 


Baia  —  Fistula  acquarla  iscritta  trovata  presso 

il  così  detto  Tempio  di  Venere  457. 
Bastia-umbra  —   Epigrafi   latine  scoperte   nel 

predio  le  Scarse  206. 
Bella  —  Iscrizione  latina  esistente  in  contrada 

Pietra  scritta  282. 
Bertinoro  —  Simulacro  di  bronzo  trovato  nel 

fondo  Guarini  nella  villa  s.  Croce  79. 
Bisenzio  (comune   di  Capodimonte   sul   lago  di 
Bolsena)  —  Scoperta  della  necropoli  bisen- 
tinanel  fondo  la  Palazzetta  143;  id.  nel  fondo 
.s.  Bernardino  177  (tav.  II,  IH)  ;  id.  nel  fondo 
la  Polledrara  290;  id.  nel  Merellio  di 
Magno  309. 
Bitonto  —  Iscrizione  latina  esistente  presso  la 

chiesa  di  s.  Pietro  di  Castro  239. 
Bogno  —  Tombe  romane  scoperte  nel  fondo  Chio- 

setto  4. 
Bologna — Antichità  ritrovate  nella  via  nell'Indi- 
pendenza  220,  247  ;  nuovi  scavi  della  necro- 
poli felsinea  nell'area  dell'arsenale  militare 
76,  443;  id.  in  contrada  s.  Polo  67,  340. 
Bolsena  —  Tombe  esplorate  nel  fondo  Vietana 

289. 
Bonea  —  Resti  di  costruzioni   antiche  scoperti 

in  contrada  s.  Biagio  137. 
Boscotrecase  —  Forno   antico   riconosciuto  in 

contrada  di  Carotenuto  131. 
Brescia  —  Bronzo  iscritto  rinvenuto  nel  terri- 
torio del  comune  3. 
Brindisi  —  Iscrizione   latina   scoperta  tra   la 
piazza  del  Duomo  e  la  piazza  della  Colonna 
100;  altre  epigrafi  trovate  fra  i  materiali  di 
fabbriche  nel  giardino  dei  Cappuccini  278. 
Bugnara  —  Tomba   rimessa  in  luce  nei  lavori 
della  strada  ferrata  Roma-Sulmona,  costruen- 
dosi le  pile  del  ponte  sul  Sagittario  135. 


Classe  di  scienze  morali  ecc.  —  Memorie  —  Ser.  4a,  Voi.  II. 


59 


470  — 


Cabras  —  v.  Tharros. 

Cagliari  —  Epigrafi  latine  della  necropoli  ro- 
mana di  Cagliari,  trovate  presso  il  viale  Prin- 
cipe Umberto  104. 

i  ìampodigiotE  —  Antichità  esistenti  in  varie  parti 
del  territorio  430. 

Cam isa  —  Vasi  dipinti  scoperti  in  tombe  del- 
l' agro  canosino  87. 

CanSANO  —  Antichità  esistenti  nel  territorio  del 
comune  429. 

C.VPODIMONTE    —   V.    BlSENZl". 

Capri  —  Antichità  riconosciute  nel  fondo  Occhio 
Marino  458. 

Caronno-Ghiringheli.o  —  Sepolture  antiche 
rimesse  in  luce  nel  podere  Papa  5. 

Casanova  —  Necropoli  scoperta  in  contrada 
Casanova  nel  territorio  di  Celano  83. 

Castel  di  Sangro  —  Frammento  di  epigrafe  se- 
polcrale ritrovato  in  contrada  Gampitelli  86. 

Castelgandolfo —  Bacino  di  fontana  della  villa 
di  Domiziano  scoperto  nella  villa  Barbe- 
rini 230;  avanzi  di  fabbriche  appartenenti 
al  piccolo  Teatro  imperiale,  rimessi  in  luce 
nella  villa  medesima  ib. 

Castellammare  di  Veglia  o  della  Bruca  — 
v.  Velia. 

Castello  di  Lunghezza  —  Sepolcri  di  età  medie- 
vale trovati  nei  lavori  per  la  strada  ferrata 
Roma-Sulmona  55. 

Castiglione  della  Pescaia  —  v.  Vetulonia. 

Celano  —  Tombe  antiche  riconosciute  nelle  con-, 
trade  Fonte  battaglia,  Pratolungo  e  Coppa 
d'oro  85. 

Cerveteri  —  Ripostiglio  di  fittili  votivi  scoperto 
nel  fondu   Vignacela  38. 

Ciiieti  —  Epigrafi  latine  trovate  in  s.  Maria 
Calvona  169;  nuovi  rinvenimenti  l'atti  nel- 
l'area della  necropoli  teatina  458. 

Chiusi  —  Pavimento  in  musaico  con  rappresen- 
tanze di  caccia  trovato  in  Monte  Venere  T'J: 
sarcofago  |"dicr ili  una  tomba  etnisca  sco- 
perta in  Poggio  Canterello  353. 

ClvlDALE  —  Tomba  longobardica  rimessa  in  luce 
presso  la  stazione  della  strada  ferrata  nel 
l'i  indo  già  Zurchi  176. 

Cn  [date  Al. pimi  -  Avanzi  di  fabbriche  ed  iscri- 
zione latina  scoperte  nella  proprietà  Vielmi  3. 

Civita-Castellana  —  Pesti  di  edifìcio  sacre,  e 
frammenti  fittili  scoperti  in  contrada  Celle8. 

Civita-Lavinia  —  Nuove  esplorazioni  degli  an- 


tichi fabbricati  in  contrada  s.  Lorenzo  26; 

frammento    di    epigrafe    greca   trovato    nel 

podere  s.  Pietro  ib. 
Civitella  d'Arna  (frazione  del  comune  di  Pe- 
rugia) —  Tombe  etrusche  esistenti  nel  fondo 

la  Madonna  142  ;  id.  nel  fondo  Pepaia  287; 

id.  nel  fondo  Orto  dell'osteria  411,  449, 
Colonna  (comune  di  Castiglìoni  della  Pescaia)  — 

v.  Vetulonia. 
Concordia-Sagittaria  —  Tombe  ed  iscrizioni 

latine  scoperte  nel  fondo  Borriero  65,  107; 

altri  rinvenimenti  avvenuti  nel  territorio  con- 

cordiese  110,  175. 
Corchiano  —  Ipogei  esplorati  in  via  s.  Antonio 

152. 
Cuma  —  Iscrizione  latina  trovata  nel  fondo  Vo- 

gelsang  332  ;  altra  epigrafe  proveniente  dal 

territorio  di  Cuma  457. 
C'urti  —  Statue  di  tufo  rappresentanti  donne  con 

bambini  in  fasce,  scoperte  nel  fondo  Patta- 

relli  127. 


E 


Este  —  Avanzi  di  costruzioni  antiche  ed  epigrafi 
scoperte  presso  il  castello  marchionale  66, 
339;  frammenti  di  iscrizioni  latine  prove- 
nienti dal  Sobborgo  del  Cristo,  e  dalla  con- 
trada s.  Stefano  67.  839. 


F 


Fabro  —  v.  Monte  s.  Pietro  A.q.uaeorti  s. 

Faenza  —  Pavimento  a  musaico  scoperto  nel 
vicolo  Pescherie  447. 

Kermignano  —  v.  Via  Flaminia. 

Fiesole  —  Sepolcro  trovato  sotto  le  mura  del- 
l'antica città  220;  anfora  iscritta  rinvenuta 
presso  il  teatro  221. 

Firenze  —  Resti  di  fabbriche  appartenenti  al 
Tempio  di  Iside  scoperti  in  borgo  de'  Greci 
177. 

Forlì  —  Nuovi  rinvenimenti  fatti  nella  città  77. 
:'.  I!';  id.  nella  fornace  Hoffmann  fuori  porta 
lìavaldino  79,  286;  id.  fuori  la  barriera  Vit- 
torio Emanuele  79;  id.  a  Villanova  sulla  via 
verso  Faenza  3]  ;  id.  nel  villaggio  di  Vec- 
chiazzano  78;  id.  in  villa  Pieve  Quinta  ib. 

Fossato-Calabro  —  Oggetti  scoperti  in  contraila 
Saline  64;  id.  in  contraila  Coccumélli  139. 

FOSSOMBRONE    —    V.    ISOLA    DI    Fami. 

l'i  uro  —  v.  Via  Flamini  \. 


ITI    - 


<; 


GarbAGNATE  milanese  —  Tombe  gallo-romane 
trovati  nel  fondo  Poggi  112. 

Gela  -  -  Anfora  dipinta  proveniente  dal  territorio 
di  Gela  106. 

Genzano  di  Basilicata  —  Sepolcro  con  lapide 
i-rritta  rinvenuto  in  contrada  Pericoli  278. 

Gerage  (territorio  locrese)  —  Tombe  scoperte 
in  contrada  Faraone  172;  frammenti  epigra- 
fici provenienti  dall'agro  locrese  436. 

Giardini  di  Taormina  —  Tombe  antiche  sco- 
pi ite  presso  la  casa  Carnazza  462. 

'  1 1  \  ESTRA  (frazione  del  comune'  di  liipaeandida)  — 
Iscrizione  latina  rinvenuta  nell'agro  del  co- 
mune 278. 

Gioia  del  Colle  —  Vasi  dipinti  provenienti  da 
tombe  scoperte  in  contrada  Santo  Mola  97. 

Girgenti  —  Sarcofago  marmoreo  trovato  in  con- 
trada Meddolosa  173. 

Gol  ISEO  v  —  Tomba  con  fibule  di  bronzo  tro- 
vata in  contrada  Lazzaretto  presso  Gola- 
secca  113. 

Gori  imi  Siculi  —  Tomba  scoperta  nella  contrada 
Statura  432. 

Gurro  —  Tombe  antiche  trovate  in  contrada 
Margugno  109. 


Imola  —  Tombe  arcaiche    scoperte  in  contraila 

Belvedere  118. 
Isoi  v  di  Fano  (frazione  del  comune  di  Fossom- 

brone)  —  Nuova  statuetta  di  bronzo  di  stile 

arcaico    rinvenuta  presso   il   torrente    Tar- 

rugo  8. 


Marzabotto  —   Sepolcri    etruschi  scoperti  nel 
podere  Rodella  77. 

Messina  —  Scavi  della  necropoli   mes  ini 

contrada  Santo  173.  337,   160 3  id.   in   con- 
trada Cammari  461. 

Miglianico  —  Oggetti  di  suppellettile   funebi 
scavati  nel  ti  rritoi  io  d      1  169. 

Milano  —  Antichi  bronzi  scoperti  nel  giardino 
dell'ospedale  s.  Antonino  5. 

MoiANO  —  Nuove  tombe  riconosciute  in  contrada. 

Vado  degli  Anfratti  136. 
Monteleone  di   Calabria  —  Iscrizione  latina 

scoperta  presso  la  frazione  comunale  Vena 

Superiore  59. 
Monteprandone  —    Urna   iscritta   scoperta   in 

contrada   ('cntol/uchc  229. 
Monte  s.  Pietro  Aquaeorti  s  —  Iscrizio ledi- 

catoria  ad  Ercole  trovata  presso  la  chiesa  >'<■ 
Muro  lucano  —  Iscrizione  latina  esistente   in 

contrada  Casale  281. 


N 


Napoli  —  Tombe  antiche  scoperte  nella  piazza 
del  municipio  332;  tesoretto  di  1 ite  me- 
dio.vali  trovato  nella  piazza  medesima  333; 
sculture  di  stile  egizio  rinvenute  nel  pro- 
lungamento della  strada  del  Duomo  105; 
antefisse  fittili  e  resti  di  decorazione  archi- 
tettonica rimessi  in  luce  presso  il  corso 
Vittorio  Emanuele  nel  luogo  denominato  /<■ 
Quattro  Stagioni  131. 

Negrar  di  Valpolicella  —  Tomba  scoperta 
presso  lo  stabile  Palazzo  285. 

Nereto  —  Mattoni  con  bolli  trovati  tra  i  mate- 
riali di  fabbriche  nel  paese  400. 


Lingotto  (frazione  del  comune  di  Torino)  - 
Resti  di  costruzioni  trovati  presso  l'Oste 
netta  285. 


M 


O 


Orvieto  —  Scavi  della  necropoli    volsiniese  in 

contrada  Gannicella  6,  36,  120,  287,  356. 

Ostia  —  Nuove  esplorazioni  nell'area  compresa 

fra.  il  teatro  ed  il  Poro  25,56,  82,  126,  162. 


Magione  —  Busto  in  agata  rinvenuto  nel  fondo 
la  Rocca  447. 

Manduria  —  Tombe  con  ricca  suppellettile  va- 
scularia  trovate  entro  l'antico  recinto  del 
paese  messapico  100. 

Marsala  —  Esplorazione  della  grotta  della  Si- 
billa, nella  quale  fu  riconosciuto  un  monu- 
mento cristiano   103. 


Palermo  —  Vasi  e  lucerne  fittili  provenienti  da 
scavi  nella  piazza  Montevergini  338. 

Palli  Monferrato  —  Tomba  antica  in  con- 
trada su  Campu  di  su  Multi  mi  407. 

Pentima  (territorio  dell'antica  Corfinio)  —  Anti- 
chità  rinvenute    in    contrada   Cisterna,  de 


472  — 


Contra,  Varranica  421;  id.  in  contrada  la 
Civita,  s.  Giacomo  e  la  Madonna  delle 
Grazie  -122. 

Perugia  —  Tombe  etnische  scoperte  in  contrada 
Frontone  221  ;  istromento  del  giuoco  del 
Cùttabos  quivi  trovato  314  ;  altre  tombe 
esplorate  nel  fondo  Braccio  410;  sepolcri 
rimessi  in  luce  presso  Monteluce  nel  podere 
Bascaccino  411  ;  urne  iscritte  provenienti 
dalla  contrada  Monterone  447. 

Pettorano  —  Tomba  scoperta  in  contrada  la 
Conca  135;  id.  in  contrada  Valle  larga  136; 
antichità  esistenti  in  varie  parti  del  terri- 
torio 431. 

Pirri  —  Iscrizione  Ialina  trovata  nel  fondo  sa 
Biugia  Manna  211. 

Pompei  —  Scavi  e  scoperte  nella  regione  V,  isola 
2»  59;  id.  nella  regione  Vili,  isola  2a  58, 
132,  166;  id.  nella  via  dei  sepolcri  169;  id. 
fuori  la  città,  nel  fondo  della  vedova  Paci- 
fico 334. 

Porassan  —  v.  Aosta. 

PoRCIAHO  —  Ruderi  e  titoli  iscritti  scoperti  in 
Porciano  presso  Celano  84. 

Potenza  —  Iscrizione  latina  riconosciuta  in  un 
muro  nel  palazzo  del  Liceo  282;  altra  iscri- 
zione trovata  fuori  la  città  presso  la  locanda 
Pappaciccio  283. 

Pozzi  oli  —  Avanzi  di  edifìcio  termale  ed  oggetti 
antichi  scavati  in  via  s.  Francesco  128,  237; 
frammenti  di  decorazioni  architettoniche  sco- 
priti in  via  Resini  120;  epigrafi  latine  pro- 
venienti dalle  tombe  della  via  Campana  129, 
332;  frammento  epigrafico  recuperato  presso 
la  via  Domiziana  130;  iscrizione  raccolta 
nella  vigna  del  monistero  di  s.  Gennaro  457. 

Pratola-Peligna  —  Tombe  antiche  e  lapidi 
iscritte  trovate  presso  la  strada  Popoli-Sul- 
mona nella  proprietà  Centi  134. 


Quinto  Sole 


Q 


Vicentino. 


k 


Ravenna  —  Cippo  iscritto  scoperto  presso  la 
chiesa  ili  S.  Vitale  409;  colonna  di  antico 
edificio  rimessa  in  luce  presso  la  chiesa  di 
Giovanni  Evangelista  286;  tombe  antiche 
nel  podrre  Ortolani  della  frazione  comunale 
ili    ì.  Pietro  in   Vincoli   1  I'-'. 


Reggio  di  Calabria  —  Avanzi  di  antiche  fab- 
briche, oggetti  trovati  e  nuovi  studi  sull'ac- 
quedotto reggino  59, 138,  241,  243,  436,  459. 
Roccacasale  —  Antichità  esistenti  in  varie  parti 

del  territorio  422. 
Rocca-Cinquemiglia  (frazione  del  comune  di  Ca- 
stel di  Sangro)  —  Iscrizioni  latine  apparte- 
nenti al  territorio  del  paese  170. 
Roma  (Regione  II)  Scoperte  nella  villa  già  Ca- 
sali al  Celio  11,  121,  269,  416,  451. 

Id.  presso  s.  Stefano  Rotondo  451. 

Id.  presso  la  Scala  Santa  al  Laterano  417. 

|  Regioni  LI-V)  Scoperte  in  via  Tasso,  nell'area 
già  occupata  dalla  caserma  degli  equites 
singulares  12,  48. 

(Regione  III)  Scoperte  presso  il  tratto  intramn- 
raneo  della  Labicana,  nei  terreni  Reinach  121. 

Id.  nei  terreni  Field  sul  prolungamento  di  via 
Buonarroti  ib, 

(Regione  IV)  Scoperte  nel  palazzo  Field  sull'an- 
golo delle  vie  Merulana  e  delle  Sette  Sale  50. 

Id.  sull'angolo  delle  vie  di  s.  Maria  Maggiore 
e  dei  Quattro  Cantoni  121. 

Id.  sull'angolo  di  via  del  Boschetto  e  degli  Zin- 
gari 122. 

LI.  sull'angolo  di  via  dei  Serpenti  e  Cavour 
122,  207. 

Id.  nella  via  dello  Statuto  tra  la  via  Merulana 
e  la  chiesa  di  s.  Martino  ai  Monti  ib. 

Id.  nella  via  Tor  de'  Conti  157. 

LI.  nella  piazza  dei  Zingari  ib. 

LI.  nell'angolo  di  via  Cavour  e  Quattro  Can- 
toni ib. 

LI.  fra  la  via  di  s.  Maria  Maggiore  e  la  piazza 
dell' "Esquili no  ib. 

Id.  nella  via  già  Graziosa  ora  Cavour  207. 

Id.  presso  la  chiesa'  di  s.  Martino  ai  Monti 
207,  270. 

Id.  nella  via  Principe  Amedeo  208. 

LI.  nella  via  dei  Serpenti  270. 

LI.  nella  via  Clementina  417. 

LI.  nell'incontro  della  via  Cavour  e  via  del- 
l' Agnello  451. 

(Regioni  IY-YI)  Scoperte  nella  via  s.  Agata  dei 
Goti,  presso  l'orto  del  monistero  dei  ss.  Do- 
menico e  Sisto  122. 

(Regione  V)  Scoperte  nell'area  del  panificio  mi- 
litare nella  via  Principe  Amedeo  51. 

Id.  presso  la  chiesa  dei  ss. Pietro  e  Marcellino  lo". 

LI.  fra  le  vie  Merulana  e  Leopardi  229. 

LI.  presso  la  porta  S.  Lorenzo  271,  418. 

LI.  in  via  Macchiavelli  ili. 


—  473  — 


Roma  (Regione  V)  Scoperte  nella  già  villa  Giu- 
stiniani, poi  Lancellotti  272. 
Iil.  presso  la  chiesa  di  s.  Bibiana  417. 
(Regione  VI)  Scoperte  presso   il   Ninfeo   degli 

orti  Sallustiani  22,  230,  272. 
LI.  nella  via  Nazionale  presso  il  nuovo  palazzo 
della  Banca  Nazionale    158,  208,  272,  361. 
1.1.  sull'angolo    delle    vie    Quattro    Fontane   e 

Palermo  230. 
1.1.  nella  Salita  del  Grillo  328. 
Iil.  nella  nuova  via  tra  s.  Nicola    Tolentino  e 

Porta  Pinciana  418. 
i  Regione  VII)  Scoperte  nell'area  della  già  villa 

Ludovisi  122,  158,  231,  452. 
Id.  nella  villetta  già  Strozzi  in  via  Viminale  158. 
LI.  presso  la  via  Frattina  230,  328. 
1.1.  in  via  delle  Muratte  ib. 
Id.  in  via  del  Tritone  231. 
(Regione  VECE)  Scoperte  nel  palazzo  già  Valen- 
tini.  ora  della  prefettura,  nell'area  del  tempio 
di  Traiano  158. 
Iil.  sull'angolo  delle  vie    della   Consolazione  e 

di  s.  Giovanni  Decollato  418. 
Id.  sulla  piazza  della  Consolazione  452. 
I  Regione  IX)  Scoperte  nel  prolungamento  della 
via  Nazionale,  nel  corso  Vittorio  Emanuele 
presso  il  palazzo  della  Cancelleria  51. 
Id.  nelle  vie  del  Malpasso  e  del  Pellegrino  159. 
Id.  nell'interno  del  palazzo  già  Strozzi  ib. 
1.1.  nella  via  Tomacelli  231. 
Id.  in  via  Giulia  ib. 
Id.  presso  il  vicolo  del  Pavone  272. 
Id.  nella  via  Larga  273. 
Id.  nella  via  Rua  e  Portico  di  Ottavia  273,  453. 
Id.  in  via  Bandii  Vecchi  273,  419. 
Id.  presso  ponte  Fabricio  273. 
Id.  nel  palazzo  già  Vidoni,  ora  Bandirti  418. 
(Regione  X)  Scoperte  nell'angolo   nord   est  del 
Palatino  fra  «.  Maria  Liberatrice  e  s.  Teo- 
doro 51,  123. 
(Regione  XI)  Scoperte  nella  piazza  della  Bocca 

della   Verità  80,  123. 
Id.  nelle  pendici  dell'Aventino  presso  s.  Maria 

in  Cosmedin  274. 
(Regione  XIII)  Scoperte  nella  pianura   del  Te- 
staccio  22,  123,  159,  232. 
1.1.  sull'Aventino  fra  la  chiesa  di  s.  Maria  del 
Priorato,  ed  il  bastione  di  Paolo  HI  123. 
(Regione  XIV)  Scoperte  nell'area  già  occupata 

dalla  villa  Sciar, -a  al  Gianicolo  52. 
Id.  nella  demolizione  del  muraglione  della  Far- 
nesina SO,  303. 


ROMA  (Regione  XIV)  Scoperte  presso  l'onte  Rotto 
123,  233,  271,  363. 
[d.  presso  il  Ponte  Cestio  L59. 
Id.  presso  l'ospizio  dì  s.  Maria  in  Cappella  362. 
Id.  presso  il  monistero  .li  s.  Cecilia   153. 
Id.  nell'alveo  del  Tevere  123,  232,  231.   11:'. 
(Prati  di   Castelli.)   Scoperte  nella  nuova  strada 

sul  bastione  settentrionale  di  Castel  s.  An- 
gelo 22. 
Id.  delle  fondazioni  della  caserma   ili    fanteria 
ad  est  di  quella  degli  allievi  carabinieri  .V_'. 
Id.  tra  le  porte  Castello  ed  Angelica  159. 
(Suburbio)  Scoperte  di  antichità  nella  ria  Ap- 
pio 234,  275,  453. 
1.1.  nella  via  Ardeatina  52. 
1.1.  nella  via  Latina  23,  159. 
Id.  nella  via  Nomehtana  23,  52,  80.  124,  160, 

209,  231,  456. 
LI.  nella  via  Ostiense  25. 
1.1.  nella  via  Portucnse  81,  161,  102,235,  275, 

364,  453. 
Id.  nella  via  Prenestina  81,  454. 
II.  nella    via    Salaria  23,  54,    160,  209,  235, 

328,  364,  420,  454. 
1.1.  nella  via  Tiburtina  24,  54,  81, 126,  405.  456. 
Rugge  (comune  di  Lecce)  —  Tomba  scopertami 

fondo  Viola  con  tessere  di  osso  iscritte  2:10. 
Ruoti  —  Iscrizione  latina  appartenente  all'agro 

del  comune  282. 
Ruvo  —  Vasi  dipinti  e  titoli  latini  scoperti  sotto 

la  chiesa  di  s.  Sabino  89  ;  tomba  con   vasi 

dipinti  esplorata  sull'angolo  occidentale  della 

strada  che  mena  al  convento  di  s.  Angelo  93. 

S 

S.  Benedetto  dei  Marsi  —  Avanzi  di  antica 
strada  e  lapilli  trovate  nel  territorio  del- 
l'antico Marruvium  Marsorum  86. 

S.  Buono  —  Tomba  con  iscrizione  trovata  in  con- 
trada Vusico  o  Vusco  432. 

S.  Fei.e  —  Frammento  epigrafico  rinvenuto  in 
contrada  Civita  278. 

S.  Fratello  —  Iscrizione  greca  scoperta  in  con- 
trada Vetrana  163. 

S.  (ìinesio  —  Vasi  ed  elmo  di  bronzo  trovati  in 
una  tomba  fuori  porta  dei  Cappuccini  39. 

S.  Lazzaro  —  Sepolcro  del  tipo  Villanova  sco- 
perto presso  la  fornace  Bertelli  117. 

S.  Nicola  Manfredi  —  Iscrizioni  latine  esistenti 
nel  castello  baronale  434. 

S.  Nicolò  Geurei  —  Ripostiglio  di  monete  impe- 
riali trovato  nella  regione  Spignau  140. 


—  474 


S.  Pietro  in  Vincoli  —  Tombe  scoperte  nel 
podere  Ortolani  presso  S.  Pietro  in  Vincoli, 
frazione  del  comune  di  Eavenna  142. 

Santa  Maria  degli  Angeli  presso  Assisi  —  Epi- 
grafi latine  trovate  nel  fondo  del  sig.  Testa- 
ferrata  205. 

S.  Maria  di  Capua  Vetere  —  Tomba  con  vaso 
dipinto  scoperta  in  via  s.  Erasmo  331  :  fit- 
tili votivi  scavati  nel  fondo  Petrara  405, 456. 

S.  Maria  di  Falleri  —  Iscrizione  latina  trovata 
iu'1  territorio  della  romana  Falerii  121. 

Santo  —  v.  Messina. 

S.  Vito  di  Negraro  —  Epigrafe  latina  esistente 
nella  casa  Quintarelli  219. 

Sarzana  —  Epigrafi  latine  scoperte  nell'area 
dell'antica  Limi  6,  35. 

Sassari  —  Avanzi  di  età  antichissima  riconosciuti 
in  contrada  de  sos  Laccheddos  467. 

Scicli  —  Antichità  provenienti  dalla  baia  Sam- 
pieri  467. 

Selinunte  —  Nuovi  scavi  nell'acropoli  selimin- 
tina  104,  174;  epigrafe  greca  scoperta  piv  .-<> 
il  così  detto  tempio  di  Messana  338. 

Sermide  —  Tegola  con  bollo  rinvenuta  nel  podere 
L oc/Inno  4. 

Settimo  Torinese  —  Ripostiglio  di  monete  con- 
solari trovato  in  contrada  la  Cittadella  286. 

Siderno  —  Tomba  cristiana  scoperta  nel  podere 
de  Moia  137. 

Siracusa  —  Simulacro  di  leone  scoperto  presso 
l' anfiteatro  siracusano  26  ;  antiche  costru- 
zioni riconosciute  dentro  e  fuori  dell'attuale 
camposanto  139;  avanzi  dell'antico  recinto, 
di  Ortigia  465. 

Spoleto  —  Pesti  di  edificio  romano  trovati  presso 
il  palazzo  comunale  8,  326. 

Strongoli  —  Nuove  indagini  nell'area  dell'an- 
tica Petelia  in  contrada  le  Pianette  171. 

Sulmona  —  Tombe  scoperte  nella  necropoli  rico- 
nosciuta nella  Valle  di  Giallonardo  134,424; 
id.  nella  necropoli  fuori  porta  Napoli,  nella 
villa  de  Mortimi  133,  125;  id.  nella  necro- 
poli della  via  Zappannotte  425;  monete  fami- 
liari di  bronzo  trovate  in  contrada  s.  Maria 
di  Roncisvalle  12!. 


T 


Talamona  in  Valtellina  —  Sepolcreto  antico 
riconosciuto  nell'area  del  nuovo  cimitero  4. 

Taranto  —  Monete  scoperte  in  contrada  Mini- 
tedoro  102;  altre  monete  rinvenute  in  con- 


trada Tesoro  279;  torso  di  statua  raccolto 
presso  l'ospedale  435;  nuovi  travamenti  fatti 
in  contrada  s.  Lucia  ib. 

Termini Tmerese  —  Iscrizione  scoperta  fra  i 
materiali  di  fabbrica  nel  castello  337. 

Terni  ■ —  Suppellettile  funebre  di  tombe  appar- 
tenenti al  sepolcreto  antichissimo  di  Inte- 
ramna  Nahars,  trovata  presso  \' Acciaieria 
9,248;  cippo  iscritto  rinvenuto  nella  strada 
Cornelio  Tacito  228;  ruderi  di  monumento 
sepolcrale  riconosciuti  presso  la  via  di  Nami, 
nella  proprietà  Cinconi  10. 

Terracina  —  Avanzi  di  antiche  fabbriche  sco- 
perti nel  giardino  comunale  277. 

Tharros  —  Scavi  della  necropoli  di  Tharros  nel 
comune  di  Cabras  27. 

Tivoli  —  Avanzi  del  tempio  di  Ercole  Vincitore 
e  monumenti  iscritti  del  tempio  .stesso  tro- 
vati nel  sito  denominato  Villa  di  Mecenate 
27G,  421. 

Todi  —  Tomba  con  ricca  suppellettile  di  oro  sco- 
perta in  contrada  la  Peschiera  357. 

Tolfa  —  Tomba  antica  in  contrada  le  Coste  del 
Marano  157. 

Toi.ve  —  Iscrizioni  esistenti  in  contrada Moltone 
283. 

Toscanella  —  Tombe  scoperte  in  contrada  Cam- 
po della  Fiera  152. 

Tram  —  Iscrizioni  latine  trovate  tra  i  materiali 
ili  fabbriche  nel  Duomo,  ed  in  s.  Giacomo 
vecchio  238. 

Treppo  (I rande  —  v.  Vendoio. 

Tripi  —  Epigrafi  provenienti  dall'agro  di  Tripi, 
dove  ebbe  sede  la  città  di  Ahaceno    16 •"•. 


Vasto  —  Antichità  scoperte  in  varie  parti  del 
territorio  del  comune  433. 

Velia  (comune  di  Ascea)  —  Oggetti  antichi  ed 
epigrafi  scoperte  nei  lavori  per  la  strada  fer- 
rata presso  Castellammare  di  Veglia  o  della 
Bruca,  sito  dell'antica    Velia  2Si>. 

Vena  Superiore —  v.  Monteleone  di  Calabria. 

Vendoio  —  Iscrizione  milliare  della  strada  antica 
di  Concordia  verso  il  Norico,  scoperta  in  Ven- 
doio comune  di  Treppo  Grande,  e  conservata 
nel  museo  di  Udine  110. 

Ventimiglia  —  Nuove  epigrafi  della  necropoli 
di  Albium  Intemelium  scoperte  nella  pia- 
nura di  Nenia  presso  Ventimiglia  118, 
111.  217. 


—  475  — 


Vk\  votene  {Pandatavia  Insula)  —  Lucerna  cri- 
stiana  scoperta  nel  porto  238. 

Verona  —  Nuovi  scavi  presso  la  cattedrale  213; 
marmi  iscritti  rinvenuti  nel  letto  dell'Adige 
218. 

Vetulonia  —  Nuove  esplorazioni  della  necro- 
poli di  Vetulonia  presso  Colonna,  frazione 
del  comune  di  Castiglioni  della  Pescaia  143. 


Via  Flaminia  (Passaggio  del  Furio  nel  comune 
di  Fermio-nano)  —  Cereali  bruciati  scoperti 
nel  passaggio  del  Furio  225,  411  ;  iscrizione 
latina  trovata  pressi,  l'antica  Galleria  della 
strada  medesima  227. 

Vigentino  —  Anfore  e  resti  di  suppellettile  fu- 
nebre scoperti  noi  terreni  Verazzi  in  Vigen- 
tino,  comune  di  Quinto  Sole  112. 


INDICE  DELLE  TAVOLE 


Tav.  I.  Bronzi  rinvenuti  in  una  tomba  in  s.  Gi- 
nesio  39. 
i    II.  Pianta  topografica  del  sepolcreto  esplo- 


rato nella  necropoli  di   Bisenzio   nel    co- 
mune di  Capodimonte  143,  177. 
Tav.  III.  Oggetti  di  suppellettile  funebre  trovati 
nelle  tombe  artichissime  di  Bisenzio  177. 


AS  Accademia  nazionale  dei 

222  Lincei,  Rome.     Classe  di 

R645  scienze  morali,   storiche > 

ser.4  critiche  e  filologiche 
v«2  Memorie 


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Serie  1*  —  Atti  dell'Accademia  pontificia  dei  Nuovi  Lincei.  Tomo  I-XXIII. 
Atti  della  Reale  Accademia  dui  Lincei.  Tomo  XXIV-XXVI. 

Serio  23  —  Voi.  I.  (1873-74). 
Voi.  II.  (1874-75). 
Voi.  III.  (1875-7G).  Parte  la  Transunti. 

2a  Memorie  della   Classe  dì  scienze  fisiche, 

matematiche  e  naturali. 
3a  Memorie  della  Classe  dì  scienze  morali, 
storiche  e  filologiche. 
Voi.  IV.  V.  VI.  VII.  Vili. 

Serie  3*  —  Transunti.  Voi.  I-VIII.  (1876-84). 

Memorie    della    Classe   di   scienze   fisiche,   matematiche   e  naturali. 

Voi.  I.  (1,  2).  —  IL  (1,  2).  —  III-XIX. 
Memorie    della    Classe    di    scienze    inorali,    storiche    e   filologiche. 

Voi.  I-XIII. 
Serio  4a  —  Rendiconti  Voi.  I,  II.  (  1884-86). 

Memorie   della    Ola  scienze  .fisiche,   matematiche   e  naturali. 

Voi.  I.  II. 
Memorie    della    Classe    di   scienze   morali,    storiche    e   filologiche 

Voi.  I.  IL 


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